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1 La poesia tra natura e artificio: il conflitto tra classicismo e innovazione
1.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate affrontano il tema della tensione tra libertà creativa (natura, negligenza, ispirazione) e regole artistiche (arte, perfezione formale, imitazione), con particolare attenzione alla lingua come strumento di espressione poetica. I criteri applicati includono: - Linguaggio figurativo (metafore, antitesi, iperboli); - Stile narrativo (tono polemico, argomentazione serrata, contrasto tra antico e moderno); - Rilevanza linguistica (riflessione metapoetica, lessico tecnico vs. naturale); - Innovazione lessicale (neologismi impliciti, termini che sfidano convenzioni).
1.1.1 Frasi selezionate
- “(166) - i romantici) non ci arrischiamo di scostarci non
dirò dall’esempio degli antichi e dei Classici, che molti pur sapranno
abbandonare, ma da quelle regole (ottime e Classiche ma sempre regole)
che ci siamo formate in mente, e diamo in voli bassi, nè mai osiamo di
alzarci con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure
ignorante franchezza, che è necessaria nelle somme opere dell’arte, onde
pel timore di non fare cose pessime, non ci attentiamo di farne delle
ottime, e ne facciamo delle mediocri, non dico già mediocri di quella
mediocrità che riprende Orazio, e che in poesia è insopportabile, ma
mediocri nel genere delle buone cioè lavorate, studiate, pulitissime,
armonia espressiva, bel verso, bella lingua, Classici ottimamente
imitati, belle imagini, belle similitudini, somma proprietà di parole,
(la quale soprattutto tradisce l’arte) insomma tutto, ma che non son
quelle, non sono quelle cose secolari e mondiali, insomma non c’è più
Omero Dante l’Ariosto, insomma il Parini il Monti sono bellissimi ma non
hanno nessun difetto.”
- Motivazione: La frase condensa una polemica stilistica contro l’imitazione sterile dei classici, usando un linguaggio figurativo (voli bassi vs. franchezza “ignorante”) e un tono iperbolico (“non c’è più Omero”). L’elenco delle qualità formali (“belle imagini, somma proprietà di parole”) diventa una parodia dell’eccellenza vuota, con una climax ascendente che culmina nel paradosso: la perfezione è difetto.
- “(26114) - 69 E soggiungo che in ciò gli cedono appunto
per aver seguìto una unità che Omero non si propose, e a causa di quello
stesso incremento e stabilimento dell’arte che li conformò e regolò, e
che in Omero non conobbe, e che peccano appunto per quella maggior
perfezione di disegno che loro si attribuisce sopra l’Iliade, e che in
questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed essenzial
peccato del loro disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo
però lasciare di sentirne gli effetti, ma rapportandoli a non vere
cagioni, e male esigendo che quei poemi producano effetti non
compatibili realmente con quel disegno che in essi lodano, e senza cui
gli avrebbero biasimati; e finalmente che Omero [3167]non conoscendo
l’arte (che da lui nacque) e seguendo solamente la natura e se stesso,
cavò dalla sua propria immaginazione ed ingegno un’idea, un concetto, un
disegno di poema epico assai più vero, più conforme alla natura
dell’uomo e della poesia, più perfetto, che gli altri, avendo il suo
esempio e in esso guardando, e ridotta che fu ad arte la facoltà
ond’egli avea prodotto que’ modelli, e determinata, distinta e stretta
che fu da regole la poesia, non seppero di gran lunga fare.”
- Motivazione: Qui emerge la dialettica tra natura e arte come forze opposte. L’uso di antitesi (“perfezione” vs. “peccato”, “arte” vs. “natura”) e la ripetizione anaforica (“e che…”) rafforzano l’argomentazione. La frase è significativa per la riflessione metapoetica: la poesia nasce dalla libertà (Omero), ma l’istituzionalizzazione delle regole la soffoca.
- “(329) - Quello che nei poeti dee parer di vedere, oltre
gli oggetti imitati, è una bella negligenza, e questa è quella che
vediamo negli antichi, maestri di questa necessarissima e sostanziale
arte, questa è quella che vediamo nell’Ariosto, Petrarca ec. questa è
quella che pur troppo manca anche ai migliori e classici tra i moderni,
questa è quella che col sentimentale e col sistema del Breme, e nelle
poesie moderne de’ francesi, non si ottiene, e poi non si ottiene; chè
questo stesso sentimentale scopre una certa diligenza ec. scopre insomma
il poeta che parla ec.”
- Motivazione: La ”bella negligenza” è un concetto chiave del pensiero leopardiano, qui espresso con ripetizione martellante (“questa è quella che…”) e contrasto tra antico e moderno. Il termine “negligenza” assume una valenza positiva, quasi ossimorica, per indicare la spontaneità che sfugge all’artificio. La critica ai francesi e al “sentimentale” introduce un lessico tecnico (sistema del Breme) che marca la distanza tra innovazione e tradizione.
- “(274) - e non si [17]avvedono che appunto questo
grand’ideale dei tempi nostri, questo conoscere così intimamente il cuor
nostro, questo analizzarne, prevederne, distinguerne ad uno ad uno tutti
i più minuti affetti, quest’arte insomma psicologica, distrugge
l’illusione senza cui non ci sarà poesia in sempiterno, distrugge la
grandezza dell’animo e delle azioni; […] e che mentre l’uomo (preso in
grande) si allontana da quella puerizia, in cui tutto è singolare e
maraviglioso, in cui l’immaginazione par che non abbia confini, da
quella puerizia che così era propria del mondo a tempo degli antichi,
come è propria di ciascun uomo al suo tempo, perde la capacità di esser
sedotto, diventa artificioso e malizioso, non sa più palpitare per una
cosa che conosce vana, cade tra le branche della ragione, e se anche
palpita (perchè il cuor nostro non è cangiato ma la mente sola), questa
benedetta mente gli va a ricercare tutti i secreti di questo palpito, e
svanisce ogn’ispirazione, svanisce ogni poesia; e non si avvedono che
s’è perduto il linguaggio della natura, e che questo sentimentale non è
altro che l’invecchiamento dell’animo nostro, e non ci permette più di
parlare se non con arte, e che quella santa semplicità, che dalla natura
non può sparire perchè la natura coll’uomo non invecchia, e la qual sola
ci può destare quei veri e dolci sentimenti che andiamo cercando, non è
più propria di noi come era propria degli antichi, e che però per
parlare come questa semplicità parla, e come insegna la natura, e
destare quei sentimenti che la sola natura può destare, è forza in
questo tristissimo secolo di ragione e di lume, che fuggiamo da noi
stessi, e vediamo come parlavano gli antichi che erano ancora fanciulli,
e con occhi non maliziosi nè curiosacci ma ingenui e purissimi vedevano
la santa natura e la dipingevano:”
- Motivazione: La frase è un manifesto poetico contro l’analisi razionale (l’“arte psicologica”) e a favore della semplicità naturale. Il linguaggio figurativo è ricco di metafore organiche (“branche della ragione”, “linguaggio della natura”) e di antitesi (puerizia vs. malizia, cuore vs. mente). La climax emotiva (“svanisce ogn’ispirazione, svanisce ogni poesia”) e la ripetizione anaforica (“e non si avvedono che…”) creano un effetto di urgenza profetica. Il lessico oscilla tra termine tecnico (“arte psicologica”) e linguaggio evocativo (“santa semplicità”), riflettendo la tensione tra modernità e classicismo.
1.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Le frasi scelte qui si distinguono per qualità stilistiche intrinseche, che le rendono esempi di eccellenza linguistica o innovazione formale, a prescindere dal tema trattato. I criteri includono: - Stile narrativo (ritmo, sintassi, tono); - Linguaggio figurativo (immagini originali, metafore audaci); - Vocabolario (lessico ricercato o inedito, neologismi impliciti); - Effetto emotivo (pathos, ironia, paradosso).
1.2.1 Frasi selezionate
- “(23001) - Quando Omero, introduce Priamo ai piedi
d’Achille, quando ci commuove fino all’anima coll’amaro spettacolo di
tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando parche impieghi ogni
artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la
compassione più viva, e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il
protagonista del suo poema, il modello della virtù eroica da lui
concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente
sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue
proprie e il suo vecchio padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso
[2768]Priamo era venuto a chiedergli in certo modo il perdono, quando
finalmente non lo fa risolvere di concedere al supplichevole e
infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell’ordine
espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli
dimostra e fa intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il
pianto nè il dolore nè tutto il misero apparato di quel re domo e
prostratogli dinanzi, l’avrebbero vinto; a noi pare che questo Achille
sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non
che primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più
gravemente offesa, anche già meno acerbamente vendicata, anche con
minori cagioni d’intenerirsi, avesse dovuto e commuoversi ben tosto, e
sommamente, e concedere già molto prima di quel ch’ella fa, la domanda
del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo [2769]farlo,
e farlo di volontà sua.”
- Motivazione: La frase è un capolavoro di analisi psicologica e drammaturgia verbale. La sintassi complessa (periodi lunghi, incisi, subordinate) riproduce la tensione narrativa del momento omerico, mentre il linguaggio figurativo (“amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria”) evoca pathos. Il paradosso finale (“Achille sia quasi un mostro”) ribalta le aspettative, usando un tono ironico che sfida la tradizione. L’uso di termini tecnici (“virtù eroica”, “artifizio”) si mescola a lessico emotivo (“piangente”, “supplichevole”), creando un effetto di contrasto stilistico.
- “(2720) - E quantunque anche la disinvoltura possa essere
affettata, e da ciò guasta, tuttavia possiamo dire iperbolicamente, che
se veruna affettazione è permessa allo scrittore, non è altra che questa
di non accorgersi nè prevedere i begli effetti che le sue parole faranno
in chi leggerà, o ascolterà, e di non aver volontà nè scopo nessuno,
eccetto quello ch’è manifesto e naturale, di narrare, di celebrare,
compiangere ec. Laonde è veramente miserabile e barbaro quell’uso
moderno di tramezzare tutta la scrittura o poesia di segnetti e
[226]lineette, e punti ammirativi doppi, tripli, ec. Tutto il Corsaro di
Lord Byron (parlo della traduzione non so del testo nè delle altre sue
opere) è tramezzato di lineette, non solo tra periodo e periodo, ma tra
frase e frase, anzi spessissimo la stessa frase è spezzata, e il
sostantivo è diviso dall’aggettivo con queste lineette (poco manca che
le stesse parole non siano così divise), le quali ci dicono a ogni
tratto come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa; fate
attenzione, avvertite che questo che viene è un bel pezzo, osservate
questo epiteto ch’è notabile, fermatevi sopra questa espressione, ponete
mente a questa immagine ec. ec. cosa che fa dispetto al lettore, il
quale quanto più si vede obbligato a fare avvertenza, tanto più vorrebbe
trascurare, e quanto più quella cosa gli si dà per bella, tanto più
desidera di trovarla brutta, e finalmente non fa nessun caso di quella
segnatura, e legge alla distesa, come non ci fosse.”
- Motivazione: La frase è un attacco
satirico contro la pedanteria editoriale, reso
efficace da:
- Iperbole (“poco manca che le stesse parole non siano così divise”);
- Metafora teatrale (“come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa”);
- Ritmo incalzante (frasi brevi, ripetizioni, climax: “fate attenzione, avvertite, osservate…”);
- Lessico sprezzante (“miserabile e barbaro”, “dispetto”). La critica ai segni di punteggiatura diventa una riflessione sulla ricezione del testo, con un tono polemico che trasforma un dettaglio tecnico in una questione di stile.
- Motivazione: La frase è un attacco
satirico contro la pedanteria editoriale, reso
efficace da:
- “(28944) - Nessun buon autore del seicento, del sette e
dell’ottocento dà nel poetico come molti buoni e classici del 500 (non
ostante nel 600 la gran peste dello stile derivata appunto dal cercare
il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare
e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso, l’ingegnoso; e
consistente in queste qualità ec. peste [3563]che nel 500 ancor non
regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto
non mai nelle buone e classiche prose del 600:”
- Motivazione: La frase è un esempio di
critica stilistica che usa:
- Metafora medica (“gran peste dello stile”) per descrivere la decadenza barocca, con un lessico tecnico (“florido”, “metaforico”, “ingegnoso”) che diventa ironico nel contesto;
- Antitesi tra Cinquecento (equilibrio) e Seicento (eccesso), resa con parallelismi sintattici (“tanto regnava il florido… quanto non mai”);
- Neologismo implicito (“peste dello stile”), che condensa in un’immagine forte un giudizio storico-letterario.
- Motivazione: La frase è un esempio di
critica stilistica che usa:
- “(217) - Nelle poesie del Monti (specialmente nelle
Cantiche) sono osservabili la [14]bellezza novità efficacia delle
imagini, particolarmente sublimi, ma anche di ogni altro genere, la
mollezza e dirò così sveltezza, agilità, disinvoltura dell’espressione;
la gran felicità nell’esprimere cose e imagini difficilissime, la
disinvolta e spedita nobiltà dello stile, e quella data colla scelta e
collocamento delle parole (o coll’uno o l’altra separatamente) a cose e
imagini per se stesse ignobili o quasi; la sublimità e grandezza delle
imaginazioni fantastiche, la grazia e forza del dipingere, la facilità e
felicità di certe rime disparatissime, come di qualche nome proprio,
lontanissimo dell’argomento, condottovi con mirabile franchezza e
disinvoltura, (nella qual facilità ebbe il Monti gran precursore, oltre
a Dante il Menzini nelle Satire);”
- Motivazione: La frase è un elogio
stilistico che si distingue per:
- Lessico ricercato (“mollezza”, “sveltezza”, “disinvoltura”), con neologismi impliciti (“imaginazioni fantastiche”);
- Enumerazione caotica (accumulo di qualità senza gerarchia), che riproduce l’effetto di abbondanza tipico dello stile montiano;
- Metafore visive (“grazia e forza del dipingere”) e sinestesie (“facilità e felicità di certe rime disparatissime”);
- Tono entusiastico, con iperboli (“gran felicità”, “mirabile franchezza”) che trasmettono ammirazione.
- Motivazione: La frase è un elogio
stilistico che si distingue per:
1.3 Nota conclusiva
Le frasi selezionate mostrano come Leopardi usi la lingua come strumento di battaglia culturale, alternando analisi tecnica e slanci lirici. La sua prosa è ibrida: da un lato, riflessione critica (con lessico filosofico e retorico); dall’altro, invettiva appassionata (con immagini forti e ritmo incalzante). La tensione tra classicismo e modernità si riflette nella sintassi (periodi lunghi vs. frasi spezzate) e nel vocabolario (termini aulici vs. espressioni colloquiali).
2 L’autodistruzione dell’animo: tra odio di sé, viltà e disperazione
2.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di rappresentare, con intensità stilistica e profondità psicologica, il tema della disperazione esistenziale, dell’autopunizione e della paralisi morale. I criteri applicati includono: - Linguaggio figurativo (metafore, antitesi, iperboli); - Innovazione lessicale (termini arcaici o ricercati, neologismi impliciti); - Stile narrativo (periodi ipotattici, accumulazione di aggettivi, ritmo incalzante); - Rilevanza linguistica (densità semantica, contrasto tra astratto e concreto); - Evoluzione del personaggio (rappresentazione di un io frantumato).
2.1.1 Frasi selezionate
“(30980) - Egli diviene misantropo di se stesso e il suo maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si ostina, i partiti più tristi, più acerbi verso se stesso, più dolorosi e più spaventevoli, e che prima di quella sua роса esperienza della vita egli avrebbe rigettati con orrore, divengono del suo gusto, ei li abbraccia con trasporto, dovendo scegliere uno stato, il più monotono, il più freddo, il più penoso per la noia che reca, il più difficile a sopportarsi perchè più lontano e men partecipe della vita, è quello ch’ei preferisce, ei vi si compiace tanto più quanto esso è più orribile per lui, egl’impiega tutta la forza del suo carattere e della sua età in abbracciarlo, e in sostenerlo, e in mantenere ed eseguire la sua risoluzione, e in continuarlo, e si compiace fra l’altre cose in particolare nell’impossibilitarsi a poter mai fare altrimenti, e nello abbracciar quei partiti che gli chiudano per sempre la strada di poter vivere, o soffrir meno, perchè con ciò ei viene a ridursi e a rappresentarsi come ridotto in uno estremo di sciagura, il che piace, come altrove ho detto, e se qualche cosa mancasse e potesse aggiungersi al suo male, ei non sarebbe contento ec. egl’impiega tutta la sua vita morale in abbracciare, sopportare e mantenere costantemente la sua morte morale, tutto il suo ardore in agghiacciarsi, tutta la sua inquietezza in sostenere la monotonia e l’uniformità della vita, tutta la sua costanza in scegliere di soffrire, voler soffrire, continuare a soffrir, tutta la sua gioventù in invecchiarsi l’animo, e vivere esteriormente da vecchio, ed abbracciare e seguir gl’istituti, le costumanze, i modi, le inclinazioni, il pensare, la vita de’ vecchi.”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: La metafora della “morte morale” e l’ossimoro “tutto il suo ardore in agghiacciarsi” condensano la contraddizione insanabile tra vitalità e autodistruzione.
- Stile narrativo: L’accumulazione di verbi (abbracciare, sostenere, mantenere, continuare) e aggettivi (tristi, acerbi, dolorosi, spaventevoli) crea un ritmo ossessivo, quasi una litania del masochismo esistenziale.
- Innovazione lessicale: Termini come “роса esperienza” (probabile refuso per “poca”) o “sciagura” assumono una valenza arcaica e solenne, amplificando il tono tragico.
- Evoluzione del personaggio: Il passaggio da “avrebbe rigettati con orrore” a “abbraccia con trasporto” mostra una metamorfosi psicologica radicale, descritta con precisione clinica.
“(1155) - Ma se la sventura arriva al colmo l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità.”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: L’antitesi tra “amore di sé” e “odio di sé”, e la similitudine del sorriso come “vendetta eseguita” rendono visibile l’abisso interiore.
- Vocabolario: Termini come “abborre”, “barbara allegrezza”, “maligno amaro” sono scelti per la loro carica emotiva e arcaicità, che accentua il senso di tragedia.
- Stile narrativo: La frase finale, con la sua struttura ipotattica e la climax (“estrema disperazione → somma infelicità”), suggella il paradosso di una gioia derivata dal dolore.
- Rilevanza linguistica: L’uso del condizionale (“se egli pervenga”) e del gerundio (“essendone impedito”) crea una sospensione temporale, come se il suicidio fosse un evento già vissuto e insieme irrealizzabile.
“(28105) - È veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che non solo non teme nè fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è disperato di se stesso, che conta già la vita e le cose umane per nulla, un uomo ch’è risoluto eziandio di morire, tema ancor tuttavia l’aspetto degli uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del rischio di essere ridicolo (rischio ch’egli ha sempre davanti agli occhi, e il cui pensiero e timore si è quello che lo rende timido), e non abbia coraggio d’intraprender nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione, e ciò per tema di peggiorar quella vita della quale egli non fa più caso alcuno, della quale ei dispera, che non può parergli possibile a divenir peggiore, odiandola già egli tanto da desiderar sommamente d’esserne liberato, o da volere determinatamente gittarla via.”
Motivazione:
- Contrasto logico: La paradossalità del discorso (desiderare la morte ma temere il ridicolo) è resa attraverso una struttura circolare che ripete ossessivamente la contraddizione (“tema… pur desiderando la morte”).
- Linguaggio figurativo: La personificazione del “rischio di essere ridicolo” come entità minacciosa (“ch’egli ha sempre davanti agli occhi”) trasforma un’astrazione in un nemico concreto.
- Stile narrativo: L’anafora (“un uomo che…”) e la climax (“non teme… desidera… è risoluto… tema”) costruiscono una tensione crescente, come in una confessione sofferta.
- Rilevanza linguistica: L’uso del congiuntivo (“che non può parergli possibile”) e del gerundio (“odiandola già egli tanto”) crea un effetto di distanza riflessiva, come se il soggetto osservasse se stesso dall’esterno.
“(30986) - E’ s’ingannano sommamente e in tali casi la lor роса cognizione del cuore umano e de’ suoi mirabilissimi accidenti, de’ fenomeni dell’amor proprio e delle sue sottilissime e sfuggevolissime operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti e trasformazioni, nuoce grandemente a quei poveri giovani, i quali ben potrebbero ancora, ma non senza molta forza e molto artifizio, essere strappati a quelle dure risoluzioni, azioni e abitudini, e riconciliati con se stessi e con la vita, vero partito che si dovrebbe prendere in tali casi da un prudente e filosofo e pietoso curatore, e solo mezzo di svolgere il giovane da’ tristi partiti ch’egli ha abbracciati o è per abbracciare, e di sottrarlo dalla vera infelicità che glien’è per seguire, massime calmato il furore e intiepidito l’ ardore dell’età, che sono appunto quelli che cagionano quella tal sua pazienza e che l’ agghiacciano, e che lo sostengono e nutrono in quella gelata, sterile, ed arida vita ch’egli ha intrapreso, o nella risoluzione d’intraprenderla; ma poco potranno durare a sostentarlo, e consumati o diminuiti, egli sentirà tutta la репа del suo stato, e gli mancherà la virtù di soffrirlo, dopo impostasene la necessità.”
Motivazione:
- Innovazione lessicale: Aggettivi come “sfuggevolissime”, “stravagantissimi”, “gelata” (per “gelida”) sono neologismi impliciti che arricchiscono il lessico con una patina di rarefazione filosofica.
- Linguaggio figurativo: La metafora della vita come “gelata, sterile, arida” e l’ossimoro** “furore… intiepidito” descrivono uno stato di paralisi vitale.
- Stile narrativo: Il periodo ipotattico (con subordinate causali, finali, temporali) riflette la complessità del ragionamento psicologico, mentre la climax (“calmato il furore… intiepidito l’ardore”) suggerisce un declino ineluttabile.
- Rilevanza linguistica: L’uso del condizionale (“ben potrebbero ancora”) e del futuro (“glien’è per seguire”) introduce una dimensione prognostica, come se il testo fosse una diagnosi medica.
2.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Queste frasi si distinguono per eccellenza stilistica assoluta, che trascende il tema specifico e si impone per: - Originalità delle immagini; - Densità concettuale; - Ritmo e musicalità; - Capacità di sintesi filosofica.
2.2.1 Frasi selezionate
“(25999) - Ond’è che quantunque in ciascuno de’ nominati poemi epici v’abbiano molte sventure cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice, v’abbia altresì necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però bene tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero; e di condurre il poema in modo che all’ultimo la vittoria della parte avventurosa, benchè sempre desiderata e allora applaudita dal lettore, fosse nel tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata, destandosi così nel suo animo sì pel corso del poema, sì massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo contrasto di passioni e di sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri similmente contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamentodi passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma.”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: La metafora della “tempesta” e del “gorgogliamento di passioni” trasforma un concetto astratto (l’effetto della poesia) in un’esperienza fisica e viscerale**.
- Stile narrativo: L’anafora (“sì pel corso del poema, sì massimamente nel fine”) e la climax (“tempesta, impeto, gorgogliamento”) creano un crescendo emotivo.
- Vocabolario: Termini come “pianta” (per “pianta”), “gorgogliamento” (neologismo implicito) e “vestigi” (arcaico) conferiscono al testo una patina solenne e arcaizzante.
- Rilevanza filosofica: La frase sintetizza una teoria estetica (il piacere della poesia come conflitto di emozioni) con una chiarezza e profondità rare.
“(34111) - Poichè in essa l’amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell’amor proprio, ed anche della immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati nella società, delle sxhmosænai, che anche bene spesso non son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall’immaginazione, e non esistono se non nell’idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec.”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: La personificazione dell’immaginazione come entità che “fabbrica di pianta” illusioni è geniale per la sua concretezza.
- Stile narrativo: Il periodo ipotattico (con subordinate causali, comparative, concessive) riflette la complessità del ragionamento psicologico, mentre l’accumulo di aggettivi (“eccessivo, bisognoso, impedito, costretto”) crea un effetto di oppressione.
- Vocabolario: Il termine greco “sxhmosænai” (probabile refuso per “schēmosynai”, “figure” o “apparenze”) introduce un elemento di erudizione che arricchisce il lessico.
- Rilevanza filosofica: La frase è una radiografia dell’ego ipertrofico, con una precisione quasi clinica nella descrizione delle dinamiche sociali.
“(28363) - da una confusione dell’anima, dal non poter tollerare la calma della riflessione a causa del turbamento che si prova, e ch’essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di considerare come si dovrebbe, per aver l’animo sossopra; insomma dal non trovarsi in pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una riposatezza, che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile ma impossibile (come ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l’esclude per la sua propria nazione, e spinge all’energico, allo sforzo ec.).”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: L’antitesi tra “calma della riflessione” e “turbamento” è resa attraverso metafore corporee (“animo sossopra”), che rendono tangibile l’astrazione.
- Stile narrativo: La struttura circolare (la frase inizia e finisce con la negazione del riposo) e l’uso del gerundio (“sentire una passione”) creano un effetto di spirale ossessiva.
- Vocabolario: Termini come “riposatezza” (arcaico per “riposo”) e “nazione” (per “natura”) conferiscono un tono solenne e filosofico.
- Rilevanza filosofica: La frase è una definizione perfetta della passione come forza motrice e insieme distruttiva, con una chiarezza cristallina.
“(17781) - Egli arriva sovente assai presto ad un punto, dove qualunque massima infelicità non è più capace di agitarlo fortemente, e dall’eccessiva suscettibilità di essere eccessivamente turbato, passa rapidamente alla qualità contraria, cioè ad un abito di quiete e di rassegnazione sì costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce indifferente (e questa si può dire l’ultimaepoca del sentimento, e quella in cui la più gran disposizione naturale all’immaginazione alla sensibilità, divengono quasi al tutto inutili, e il più gran poeta, o il più dotato di eloquenza che si possa immaginare, perde quasi affatto e irrecuperabilmente queste qualità, e si rende incapace a poterle più sperimentare o mettere in opera per qualunque circostanza).”
Motivazione:
- Linguaggio figurativo: L’ossimoro “disperazione così poco sensibile” e la metafora della “ultima epoca del sentimento” trasformano un concetto psicologico in una visione storica**.
- Stile narrativo: Il passaggio dal singolare al plurale (“egli… il più gran poeta”) e l’uso del condizionale (“si può dire”) creano un effetto di universalità.
- Vocabolario: Termini come “suscettibilità”, “abito”, “irrecuperabilmente” sono scelti per la loro precisione filosofica.
- Rilevanza filosofica: La frase è una meditazione sulla fine della sensibilità, con implicazioni esistenziali e artistiche di portata epocale.
2.3 Criteri aggiuntivi suggeriti
- Ironia tragica: Presente in frasi come la (28105), dove il desiderio di morte coesiste con la paura del ridicolo, creando un effetto di grottesco.
- Doppio registro: Alcune frasi (es. 30980) mescolano lessico filosofico (“morte morale”) e linguaggio quotidiano (“egli vi si ostina”), generando un contrasto stilistico che amplifica l’effetto drammatico.
- Sospensione temporale: L’uso di tempi verbali ambigui (condizionale, futuro, gerundio) in frasi come la (1155) o la (30986) crea un effetto di atemporalità, come se il dolore fosse eterno.
3 L’allontanamento dell’uomo dalla natura e le contraddizioni della civiltà
3.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si distinguono per la forza argomentativa, la ricchezza del linguaggio figurativo e la capacità di sintetizzare una visione filosofica complessa attraverso uno stile incisivo e spesso antitetico. Emergono criteri come: - Contrasto dialettico (natura vs. artificio, perfezione vs. corruzione); - Lessico filosofico e innovazione concettuale (es. “perfezionabilità definitissima”, “società stretta”); - Stile ipotattico e accumulazione (periodi lunghi che mimano la complessità del ragionamento); - Metafore organiche (la natura come sistema armonico vs. l’uomo come elemento dissonante).
Frasi scelte:
- “(9823) - Io dimostro che l’uomo essendo perfetto in
natura, quanto più s’allontana da lei, più cresce l’infelicità sua:
dimostro che la perfettibilità dello stato sociale è definitissima, e
benchè nessuno stato sociale possa farci felici, tanto più ci fa miseri,
quanto più colla pretesa sua perfezione ci allontana dalla natura;
dimostro che l’antico stato sociale aveva toccato i limiti della sua
perfettibilità, limiti tanto poco distanti dalla natura, quanto è
compatibile coll’essenza di stato sociale, e coll’alterazione
inevitabile che l’uomo ne riceve da quello ch’era primitivamente:
dimostro infine con prove teoriche, e con prove storiche e di fatto, che
l’antico stato sociale, stimato dagli altri imperfettissimo, e da me
perfetto, era meno infelice del moderno.”
- Motivazione: La frase condensa in un unico periodo un intero sistema di pensiero, con una progressione logica serrata e un lessico tecnico (“perfettibilità definitissima”, “alterazione inevitabile”) che sottolinea la tensione tra natura e civiltà. L’uso dell’antitesi (“perfetto” vs. “imperfettissimo”) e la chiusa assertiva (“dimostro infine”) conferiscono un tono polemico e persuasivo.
- “(30563) - I primi passi che l’uomo fece o fa verso una
società stretta lo conducono di salto in luogo così lontano dalla
natura, e in uno stato così a lei contrario, che non senza il corso di
lunghissimo tempo, e l’aiuto di moltissime circostanze e d’infinite
casualità (e queste difficilissime ad accadere) ei si può ricondurre in
uno stato, che non sia affatto contrario alla natura ec. […] io domando
se è possibile, se è ragionevole, il credere che la natura abbia
destinato ad una specie di esseri (e massime alla più perfetta) una
perfezione e felicità, per ottener la quale le convenisse assolutamente
passare p. uno e più stati onninamente contrari alla natura sua ed alla
natura universale, e quindi per uno e più stati di somma
infelicità.”
- Motivazione: L’immagine del “salto” lontano dalla natura è potente e visiva, mentre la domanda retorica finale (“io domando se è possibile…”) trasforma il ragionamento in un’accusa diretta. L’accumulo di aggettivi (“onninamente contrario”, “somma infelicità”) e la struttura ipotattica creano un effetto di vertigine concettuale, come se l’autore volesse travolgere il lettore nella sua tesi.
- “(32040) - Sicchè la società stretta, massime fra
gl’individui umani, si trova, anche per questa via d’argomentazione,
essere per sua essenza e per essenza e ragion delle cose, direttamente
contraria alla natura e ragione, non pur particolare, ma universale ed
eterna, secondo cui le specie tutte debbono tendere e servire quanto è
in loro alla propria conservazione e felicità, dovechè la specie umana
in istato di società stretta necessariamente (e il prova sì la ragione
sì ‘l fatto di tutti i secoli sociali) non pur non serve ma nuoce alla
propria conservazione e felicità, e serve quasi quanto è in lei alla
propria distruzione e infelicità essa medesima.”
- Motivazione: La frase è un esempio di stile binario (natura vs. società) e di iperbole retorica (“serve alla propria distruzione”). L’uso di termini astratti ma carichi di pathos (“ragione universale ed eterna”, “infelicità essa medesima”) e la ripetizione enfatica (“non pur non serve ma nuoce”) conferiscono al testo un tono profetico e quasi apocalittico.
- “(29274) - Secondariamente, chiunque non consideri il
genere umano per più che per una specie di animali, superiore bensì
all’altre, ma una finalmente di esse; chiunque si contenti e si degni di
tener l’uomo non per il solo essere, ma per un degli esseri, di questa
terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere nè totalmente, nè
formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella
natura di tutti gli altri esseri sì della terra sì di questo mondo
[…]”
- Motivazione: Qui emerge un lessico scientifico-filosofico (“specie”, “genere”, “ordine”) che si contrappone all’idea antropocentrica. La struttura anaforica (“chiunque non consideri… chiunque si contenti…”) e la climax discendente (“superiore bensì… ma una finalmente di esse”) smontano con ironia sottile la presunzione umana. La frase è un manifesto anti-antropocentrico, scritto con una precisione quasi entomologica.
- “(30504) - Nè volle il destino, nè comporta la natura
delle cose che niuna specie e niuno essere mortale e creato sia l’autore
del sistema e dell’ordine che dee condurlo alla propria felicità e
perfezione (come avverrebbe se l’uomo fosse destinato a quella società
che noi pensiamo, la quale è capace e bisognevole di una forma, non che
eseguita ma immaginata dagli uomini, e infinite ne può ricevere e n’ha
ricevute, tutte parimente buone o cattive, tutte o quasi tutte a lei ed
alla sua idea convenienti, [cioè tutte contraddittorie e discordevoli in
se stesse ec.] e la natura niuna forma le prescrisse nè potè
prescriverle, non avendola voluta).”
- Motivazione: La frase è un tour de force sintattico che mima la complessità del tema. L’uso di parentesi e incisi (“[cioè tutte contraddittorie…]”) crea un effetto di metalinguaggio, come se l’autore commentasse la propria argomentazione. Il lessico giuridico-filosofico (“destino”, “natura delle cose”, “prescrisse”) e l’ironia sulla presunzione umana (“infinite ne può ricevere… tutte parimente buone o cattive”) rendono il testo letterariamente denso.
3.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Queste frasi si distinguono per eccellenza stilistica, originalità lessicale o capacità di evocare immagini potenti, anche al di fuori del contesto tematico. I criteri includono: - Metafore audaci (es. la natura come sistema organico vs. l’uomo come elemento dissonante); - Innovazione lessicale (neologismi o usi inediti di termini filosofici); - Strutture sintattiche memorabili (periodi lunghi che creano suspense o climax); - Tono profetico o visionario.
Frasi scelte:
- “(16881) - Se dunque l’uomo facendo evidentissimamente
violenza alla natura, e vincendo infiniti ostacoli naturali, è giunto a
conformare e se stesso, e quella parte di natura che da lui dipendeva
naturalmente, e quella molto maggiore che n’è venuta a dipendere in sola
virtù della di lui alterazione; è giunto dico a conformar tutto ciò in
modo diversissimo da quel piano, da quell’ordine, che col savio
ragionamento si sopre destinato, inteso, avuto in mira, voluto, disposto
dalla natura; questa non può essere una prova nè contro la natura, nè
che la natura non abbia voluto effettivamente quel tal ordine primitivo;
nè che la perfezion delle cose, quanto all’uomo, non si sia perduta; nè
che l’andamento della nostra specie, e di quanto ne dipende o le
appartiene, sia naturale; nè che la natura non avesse effettivamente di
mira, non avesse concepito, e con tutte le forze proccurato un ordine di
cose quanto semplice ne’ suoi principii costitutivi, ne’ suoi elementi,
nelle sue forze produttrici, nelle sue qualità analizzate e decomposte;
tanto certo, determinato, costante, e al tempo stesso armonico, fecondo
e variatissimo ne’ suoi effetti, suscettibile d’infinite modificazioni,
e soggetto anche a molte accidentali disarmonie, sebben forse non per
altro che per maggiore armonia.”
- Motivazione: Un monumento sintattico che riproduce la complessità del pensiero filosofico. L’accumulo di participi (“destinato, inteso, avuto in mira…”) e la climax finale (“semplice… armonico, fecondo e variatissimo”) creano un effetto di crescendo musicale. La metafora della natura come sistema “semplice nei principi” ma “variatissimo negli effetti” è di una modernità sorprendente, quasi anticipando teorie sistemiche.
- “(16531) - Giacchè immaginando un solo ed assoluto tipo di
perfezione, indipendente ed antecedente ad ogni sorta di esistenza,
tutti gli esseri per esser perfetti debbono essere interamente conformi
a questo tipo; dunque tutti perfettamente uguali e identici di natura;
dunque da che esistono generi, esiste necessariamente un’immensa
imperfezione nella stessa essenza di tutte le cose, la quale non si può
toglier via, se non confondendo tutte le cose insieme, estirpando tutte
le possibili nature, esistenti o non esistenti, e tutti i possibili modi
di essere, e riducendo un’altra volta il tutto, e l’intera esistenza a
quel tipo di perfezione ch’è anteriore all’esistenza, e quindi non
esiste.”
- Motivazione: La frase è un paradosso filosofico espresso con una logica stringente e un lessico astratto ma incisivo (“tipo di perfezione”, “immensa imperfezione”). La chiusa (“anteriore all’esistenza, e quindi non esiste”) è un colpo di scena concettuale, che ribalta il ragionamento in una sorta di aporia. Lo stile è quasi geometrico, con una progressione di “dunque” che ricorda la dimostrazione matematica.
- “(678) - Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza
non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti,
perchè ripugna alle leggi che si osservano seguite costantemente in
tutte le opere della natura, che vi sia un animale, e questo il più
perfetto di tutti, anzi il padrone di tutti gli altri e di questo
intiero globo, il quale racchiuda in se una sostanziale infelicità, e
una specie di contraddizione colla sua esistenza al compimento della
quale non è dubbio che si richieda la felicità proporzionata all’essere
di quella tale sostanza (che per l’uomo è impossibile di conseguire) e
una contraddizione formale col desiderio di esistere ingenito in lui
come in tutti gli animali, anzi proporzionatamente in tutte le cose;
giacchè un uomo disperato della vita futura ragionevolissimamente
detesta la presente, se n’annoia, ne patisce (cosa snaturata) e s’uccide
come vediamo che fa (impossibile ne’ bruti).”
- Motivazione: Qui il tono è tragico e personale, con una riflessione esistenziale che va oltre la filosofia per toccare la poesia. L’uso di termini come “sostanziale infelicità” e “contraddizione formale” è di una precisione chirurgica, mentre la parentesi finale (“impossibile ne’ bruti”) aggiunge un tocco di ironia amara. La struttura circolare (dalla natura all’uomo, dall’uomo alla natura) crea un effetto di vertigine metafisica.
- “(27376) - E per questa scala ascendendo, troveremo colla
medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o specie è il
numero e il valore delle qualità ingenite e naturali, quanto maggiore
quello delle disposizioni altresì naturali, e quanto maggiormente queste
disposizioni sono a poter essere (ossia divenire), tanto maggiore
esattamente in ciascuno d’essi generi o specie, e nell’esistenza loro, e
negli effetti loro sopra se stessi e fuor di se stessi è il numero e la
grandezza de’ disordini, delle irregolarità de’ morbi, de’ casi, degli
accidenti, de’ successi non naturali, non voluti o espressamente
disvoluti dalla natura, contrarii alle intenzioni e destinazioni fatte
dalla natura nel formare quei tali generi o specie, e nel così disporli
com’essa li dispose, sì rispetto a se stessi, sì riguardo agli altri
generi e specie a cui essi hanno relazione, ed all’intera università
delle cose.”
- Motivazione: Un affresco cosmico in un unico periodo, dove la gradazione (“quanto minore… quanto maggiore…”) e l’accumulo di termini negativi (“disordini, irregolarità, morbi…”) creano un effetto di caos controllato. Il lessico scientifico (“qualità ingenite”, “disposizioni naturali”) si mescola a quello filosofico (“università delle cose”), dando vita a una prosa visionaria che ricorda Lucrezio o i trattati rinascimentali.
- “(30627) - o vogliamo dire accresce per proprietà sua la
naturale disparità de’ suoi subbietti, e l’accresce tanto che li rende
affatto incapaci di società scambievole, di quella medesima società che
gli ha così diversificati, anzi d’ogni società, anche di quella che per
natura sarebbe stata loro e possibile e destinata e propria; insomma,
per tornare al principio di questo discorso, rende i suoi soggetti quali
son quelli tra’ quali naturalmente no society, anzi fa più, perchè se la
società, secondo Milton, è impossibile tra disuguali, essa li rende
dissimili.”
- Motivazione: La frase è un gioiello di concisione e forza espressiva. L’uso del latino (“no society”) e il riferimento a Milton conferiscono un tono solenne, mentre la struttura circolare (“per tornare al principio”) crea un effetto di chiusura perfetta. L’idea che la società generi la propria impossibilità è espressa con una logica implacabile, quasi matematica, che ricorda le antinomie kantiane.
4 La persistenza delle strutture sociali gerarchiche e il loro impatto storico
4.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
- «Questa costituzione, che si vede ancora
sussistere fra gl’indiani quanto alla distinzione in caste, e al divieto
di passare dall’una all’altra o per matrimonii, o comunque; […] questa
costituzione, dico, è forse la migliore, forse l’unica capace di
conservare, quanto è possibile, la libertà senza
l’uguaglianza.» (8055)
- Motivazione: La ripetizione anaforica di “questa costituzione” crea un ritmo incalzante che enfatizza l’universalità e la persistenza del modello gerarchico. Il lessico (“caste”, “divieto”, “libertà senza uguaglianza”) è tecnico ma carico di tensione ideologica, mentre la chiusa – con la sua ambivalenza tra elogio e critica – rivela uno stile argomentativo che gioca sull’ossimoro concettuale.
- «allora le nimicizie partorivano le grandi virtù,
e l’eroismo in ciascuna nazione, adesso i grandi vizi e la viltà; allora
una nazione opprimeva l’altra, adesso tutte sono oppresse, la vinta come
la vincitrice; allora serviva il vinto, adesso la servitù è comune a lui
col vincitore; allora i vinti erano miseri e schiavi, cosa naturalissima
in tutte le specie di viventi, oggi lo sono nè più nè meno anche i
vincitori e fortunati, cosa barbara e assurda.»
(7859)
- Motivazione: L’antitesi tra “allora” e “adesso” struttura un parallelismo serrato che mette in luce la decadenza morale. Il linguaggio figurativo (“partorivano le grandi virtù”, “servitù è comune”) è potente, e la climax ascendente verso “cosa barbara e assurda” conferisce al passo un tono profetico. La riflessione sulla storia come ciclo di oppressione è resa con una prosa che oscilla tra analisi sociologica e indignazione morale.
- «Il sistema di odio nazionale si vede anche
oggidì, sì nelle nazioni che meglio conservano la nazionalità (come tra
i francesi e gl’inglesi ec.), sì massimamente ne’ selvaggi, i quali,
come gli antichissimi, combattono per la vita e le sostanze, non danno
quartiere ai vinti, o menano schiave le tribù intiere, sono in perpetua
nemicizia fra loro, abbruciano, scorticano, fanno morire fra i più
terribili tormenti i nemici della loro tribù ec. ne mangiano le viscere
ec. ec. ec.» (12763)
- Motivazione: L’accumulazione caotica di verbi e sostantivi violenti (“abbruciano, scorticano, mangiano le viscere”) crea un effetto di realismo brutale, quasi cinematografico. La ripetizione di “ec. ec. ec.” – tipica dello stile leopardiano – simula l’inesauribilità della barbarie, mentre il confronto tra nazioni moderne e “selvaggi” rivela una visione antropologica che unisce etnografia e critica politica.
4.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
- «Veramente la Grecia si trovò sola civile nel
mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo
immense vicissitudini di casi, così universali come proprie, dopo aver
veduto passare l’intera favola del più grande impero, che nella di lei
giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a
cento altri popoli, e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò
un’altra volta, in tempi che si possono chiamar moderni, a trovarsi sola
civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e gli aiuti che
incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre
nazioni.» (22825)
- Motivazione: La struttura circolare della frase (“sola civile… sola civile”) e l’uso di metafore organiche (“favola del più grande impero”, “fiorire e cadere”) conferiscono al passo una qualità epica. Il lessico elevato (“vicissitudini”, “communicata”, “lumi”) e la sintassi complessa (incisi, subordinate) creano un ritmo solenne, quasi da epopea storica. La Grecia diventa qui un topos letterario, simbolo di resilienza culturale.
- «Quando gli Europei scoprirono il Perù e suoi
contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di civilizzazione e
dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del
sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non
trovarono il culto del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed
anche borgate, confinanti non di rado o vicinissime alle sopraddette)
una vasta, intiera ed orrenda e spietatissima barbarie ed immanità e
fierezza di costumi e di vita.»
(30952)
- Motivazione: L’anafora di “dovunque” e la struttura ternaria (“civilizzazione… culto del sole… barbarie”) costruiscono un ragionamento per accumulazione che assume toni quasi biblici. Il lessico è carico di aggettivi superlativi (“orrenda”, “spietatissima”, “immanità”), che amplificano il contrasto tra civiltà e barbarie. La prosa qui assume una funzione quasi mitopoietica, trasformando un’osservazione antropologica in una riflessione universale sul progresso.
- «Ma del resto i greci di qualunque parte, ancorchè
sudditi romani, ancorchè cittadini romani, ancorchè vissuti lungo tempo
in Roma o in Italia, ancorchè scrivendo precisamente in Italia o in
Roma, e in mezzo ai latini, ancorchè scrivendo ai romani tanto gelosi
del predominio del loro linguaggio, […] scrissero sempre in greco, e non
mai altrimenti che in greco.»
(8823)
- Motivazione: L’accumulazione di “ancorchè” (ben 5 volte) crea un effetto di insistenza ossessiva, quasi una sfida retorica. La ripetizione martellante sottolinea l’orgoglio identitario greco, mentre la chiusa lapidaria (“non mai altrimenti che in greco”) assume un tono di trionfo. Lo stile è qui volutamente polemico, con una sintassi che imita la testardaggine del soggetto trattato.
- «Nè poteva essere spenta la memoria e il terrore
di quando, non più che un secolo addietro, quella nazione tartara, dopo
le tante imprese e conquiste e progressi fatti per sì lungo tempo
nell’Asia, presa Costantinopoli, antichissima sede del greco impero, e
distrutto l’ultimo avanzo della potenza romana, aveva finalmente
piantato nell’Europa risorgente alla civiltà, un trono barbaro, una
lingua e un popolo Asiatico (cosa fino allora, per quanto si stende la
ricordanza delle storie, non più veduta), oltre una religione diversa
dalla Cristiana (cosa pur non veduta in Europa da’ tempi pagani in poi,
eccetto i mori di Spagna, i quali si debbono eccettuare anche sotto i
rispetti detti di sopra).» (26193)
- Motivazione: La frase è un esempio di periodo ipotattico leopardiano, con subordinate che si accumulano per descrivere l’orrore storico. Il lessico è ricco di termini arcaici o solenni (“avanzo della potenza romana”, “risorgente alla civiltà”, “trono barbaro”), mentre la parentesi esplicativa (“cosa fino allora… non più veduta”) aggiunge un tono di stupore quasi incredulo. La prosa qui assume una dimensione tragica, con la caduta di Costantinopoli che diventa un memento mori per l’Europa.
Nota: Le frasi selezionate per il punto 3 si distinguono per la loro densità stilistica (anafore, parallelismi, accumulazioni), la ricchezza lessicale (termini tecnici, arcaismi, aggettivazione intensa) e la capacità di trasformare l’analisi storica o sociologica in narrazione epica o tragica. Questi passi mostrano come la lingua possa elevarsi a strumento di riflessione universale, superando il mero resoconto per diventare letteratura.
5 L’evoluzione e le caratteristiche delle lingue romanze tra eredità classica e innovazione volgare
5.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di sintetizzare riflessioni linguistiche profonde, spesso attraverso un linguaggio figurativo e una prospettiva storica e comparativa che rivela l’evoluzione delle lingue romanze. Emergono anche innovazioni lessicali e stile narrativo che trasforma l’analisi linguistica in una sorta di “racconto” delle lingue.
“(19930) - Ecco dunque queste due parole, l’una latino-barbara, cioè gannare, l’altra vivente e popolare italiana e spagnuola, d’ambe le quali, non solo non si sarebbe creduto che fossero antiche, e de’ più buoni tempi, ma si sarebbe penato a congetturare l’etimologia; dimostrate non solo non moderne, non solo non derivate da’ tempi barbari, ma identiche con una radice antichissima che si trova nell’antichissimo greco, che nel greco de’ buoni secoli era già fatta antiquata, che non potè passare nel latino, donde solo potè venir sino a noi e al nostro volgo, se non da quando nacque il latino da una stessa origine col greco, e che perduta nel latino scritto, si è conservata perennemente nel volgare, in modo che oggi la nostra plebe usa familiarmente una radice ch’era già poetica, e però già divisa dal volgo, sino dal tempo del più antico scrittore profano che si conosca, cioè di Omero.” Motivazione: La frase unisce analisi etimologica e storia linguistica con un tono quasi epico, descrivendo la sopravvivenza di una radice greca nel volgare italiano come un fenomeno di resistenza culturale. L’uso di termini come “latino-barbara” e “poetica” crea un contrasto tra registro alto e basso, mentre la menzione di Omero conferisce solennità.
“(32228) - E come la letteratura è quella che dà forma e determina la maniera di essere delle lingue, e lingua formata e letteratura sono quasi la stessa cosa, o certo cose non separabili, e di qualità compagne e corrispondenti; e come per conseguenza la letteratura greca (oltre le tante voci e modi particolari) fu quella che diede veramente e principalmente forma alla lingua latina, e ne determinò la maniera di essere, il carattere e lo spirito, di modo che la lingua e letteratura latina, quando anche fossero nate, formate e cresciute senza la greca, non sarebbero certamente state quelle che furono, ma altre veramente, e in grandissima parte diverse per natura e per indole e forma, e per qualità generali e particolari, e sì nel tutto, sì nelle parti maggiori o minori, da quelle che furono; stante, dico, tutto questo, la letteratura greca (oltre lo studio immediato fattone da’ formatori delle nostre lingue, come da quelli della latina) viene a esser veramente la madre e l’origine prima delle nostre lingue, come la latina n’è la madre immediata;” Motivazione: Qui la metafora genealogica (“madre e origine prima”) eleva la riflessione linguistica a una dimensione quasi mitica. La frase è costruita con una struttura ipotetica e comparativa che sottolinea l’influenza determinante della letteratura greca, con un ritmo incalzante che imita il processo di formazione delle lingue.
“(23720) - Che una lingua per ricca, varia, libera, vasta, potente, pieghevole, docile, duttilissima ch’ella sia, possa ricevere, non solo l’impronta di altre lingue, ma per così dir, tutte intiere in se stessa tutte le altre lingue; ch’ella si rida della libertà, della infinita moltiplicità, della immensità della lingua greca, e dopo averla tutta abbracciata, ed ingoiatone tutte le innumerabili forme, ella si trovi ancora tanta capacità come per lo innanzi, e possa ricevere e riceva, sempre che vuole, tutte le forme delle lingue le più inconciliabili colla stessa greca (che con tante si concilia) e fra loro; delle lingue teutoniche, slave, orientali, americane, indiane; questo, dico, non può umanamente accadere, se non in una lingua che non abbia carattere; non è accaduto alla greca ch’è stata ed è la più libera, vasta e potente e la più diversissimamente adattabile di tutte le lingue formate che si conoscono; non è accaduto e non accade, che si sia mai saputo o si sappia a nessun’altra lingua perfetta di questo mondo.” Motivazione: La frase è un elogio paradossale della lingua greca, costruito attraverso iperboli (“ingoiatone tutte le innumerabili forme”) e antitesi (“libertà” vs. “mancanza di carattere”). Il tono polemico e l’accumulo di aggettivi creano un effetto di magniloquenza, mentre la chiusa lapidaria (“nessun’altra lingua perfetta”) conferisce autorità all’affermazione.
“(6645) - non era punto unica, ma l’indole sua primitiva e propria somigliava moltissimo all’indole della vera lingua italiana, e delle antiche; era piena d’idiotismi, e di belle e naturalissime irregolarità; piena di varietà; subordinatissima allo scrittore (notate questo, che forma la difficoltà dello scrivere, come pure dell’intendere la nostra lingua a differenza della francese) e suscettibile di prendere quella forma e quell’abito che il soggetto richiedesse, o il carattere dello scrittore, o che questi volesse darle; adattata a diversissimi stili; piena di nerbo, o di grazia, di verità, di proprietà, di evidenza, di espressione; coraggiosa; niente schiva degli ardiri com’è poi divenuta; parlante ai sensi ed alla immaginativa, e non solamente, come oggi, all’intelletto; (sebbene anche al solo intelletto può parlare la lingua italiana, se vuole) pieghevole, robusta, o delicata secondo l’occorrenza; piena di sève, di sangue e di colorito ec. ec.” Motivazione: Questa frase è un inno alla vitalità della lingua italiana, costruito attraverso un accumulo di aggettivi e metafore organiche (“sève, sangue, colorito”). L’apostrofe al lettore (“notate questo”) e il contrasto tra passato e presente (“coraggiosa; niente schiva degli ardiri com’è poi divenuta”) conferiscono un tono appassionato e militante, tipico di una riflessione sulla decadenza linguistica.
5.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Queste frasi si distinguono per stile narrativo, linguaggio figurativo e originalità espressiva, a prescindere dal tema trattato. Alcune rivelano una prospettiva quasi filosofica sulla lingua, altre un tono polemico o ironico.
“(30086) - Or questo medesimo è quello che nello studio delle lingue altrui dee fare in noi, in luogo dell’esperienza, l’ingegno e il giudizio nostro; cioè mostrarci, non per prova, come fanno gli scrittori nostri classici, ma per discernimento e forza di penetrazione, e finezza e giustezza di sentimento, benchè sprovveduto di prova pratica, che tali e tali vocaboli e modi sono italianissimi per potenza, onde a noi sta il renderli tali di fatto, sieno o non sieno ancorastati resi tali dall’uso, o da parlatore, o da scrittore veruno; chè ciò a’ soli pedanti dee far differenza, e soli essi ponno disdire o riprendere che tali voci e forme (greche, latine, spagnuole, francesi, o anche tedesche ed arabe ed indiane d’origine, di nascita e di fatto) italianissime per potenza, si rendano italiane di fatto, senza l’esempio di scrittori d’autorità; siccome essi soli ponno concedere e lodare che mille e mille vocaboli e modi niente italiani per potenza, (qualunque sia la loro origine), pur si usino, perchè usati da scrittori classici che infelicemente li derivarono d’altronde, o dalle italiane voci e maniere, o li inventarono.” Motivazione: La frase è un manifesto anti-pedantesco, costruito con antitesi (“italianissimi per potenza” vs. “niente italiani per potenza”) e ironia (“infelicemente li derivarono”). Il tono assertivo e la struttura argomentativa (con subordinate che si accumulano) creano un effetto di eloquenza polemica, mentre l’uso di termini come “pedanti” e “autorità” rivela una visione libertaria della lingua.
“(22721) - I quali in quei primi cominciamenti della nostra lingua illustre, in quella scarsezza di esempi, e quindi di regole della lingua volgare scritta, seguirono quali una strada e quali un’altra, sì nel trovare o crear le voci ai dati oggetti, sì nel collegarle, come quelli ch’erano i primi; e spesso per mancanza d’arte, per cattivo gusto, per povertà di voci o di modi propria loro o della lingua, per vaghezza di novità, o per sola ignoranza, e роса conoscenza della loro stessa lingua scritta o parlata, e per non sapere scrivere, divisero le loro scritture dalla lingua parlata molto più che non si doveva, o in quelle cose e in quelle guise che non si doveva; non volendo esser plebei, furono qua e là mostri di locuzione; non sapendo esprimersi, inventarono parole e forme tutte loro, tutte barbare; introdussero nelle scritture molti vocaboli e modi latini o provenzali durissimi e ripugnanti all’indole della favella comune o particolare, illustre o plebea, di quel medesimo secolo.” Motivazione: Qui la descrizione dei primi scrittori italiani assume toni grotteschi (“mostri di locuzione”, “parole tutte barbare”), con un linguaggio figurativo che trasforma l’analisi linguistica in una sorta di ritratto satirico. L’accumulo di cause (“per mancanza d’arte, per cattivo gusto…”) e il contrasto tra intenzione e risultato (“non volendo esser plebei, furono… mostri”) creano un effetto di vivacità narrativa.
“(17578) - Ma questa corruzione sebben popolare, essendo antica, ed avendo cessato oggi di essere in uso frequente, o presso il popolo, o presso gli scrittori, e trovandosi ne’ buoni scrittori antichi, essa riesce, in una scrittura, elegante perchè fuori dell’ordinario, e più elegante di commisi (ch’è incorrotto) perciò appunto che questo è in uso commune, e che nell’uso la parola più antica, e non corrotta ha prevaluto alla corrotta, così che la più moderna e corrotta, viene a parere più antica e meno ordinaria della stessa antica.” Motivazione: La frase è un paradosso linguistico espresso con chiarezza logica e finezza stilistica. Il contrasto tra “corruzione” ed “eleganza” e l’osservazione sulla percezione del tempo** (“viene a parere più antica”) rivelano una riflessione quasi filosofica sul valore estetico delle parole. Il tono pacato ma incisivo rende l’argomentazione persuasiva.
“(10496) - Per lo contrario la lingua greca stabilita e formata, e ridotta a perfette scritture in tempi antichissimi, gradì nelle scritture il concorso delle vocali, lo considerò come dolcezza e dilicatezza; e perciò la lingua greca che noi conosciamo e possiamo conoscere, cioè la scritta, ama il concorso delle vocali, specialmente quella lingua che appartiene agli scrittori più antichi, e nel tempo stesso più grandi, più classici, più puri, e più veramente greci.” Motivazione: La frase trasforma una osservazione fonetica in una celebrazione estetica della lingua greca. L’uso di termini come “dolcezza”, “delicatezza” e “veramente greci” conferisce un tono lirico, mentre la struttura parallela (“più antichi, e nel tempo stesso più grandi…”) crea un effetto di armonia ritmica, quasi a imitare la musicalità della lingua descritta.
6 Il linguaggio come strumento e specchio del pensiero umano
6.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di coniugare profondità concettuale con una prosa filosofica incisiva, ricca di metafore organiche (es. “legare e incastonare” le idee nelle parole) e di antitesi che evidenziano la tensione tra progresso e limite umano. Lo stile è argomentativo ma visionario, con una struttura ipotattica che riflette la complessità del pensiero, e un lessico tecnico-filosofico (termini come “decomporre le idee”, “elementi semplici e universali”) che si alterna a immagini concrete.
“(24503) - È cosa osservata che l’uomo non pensa se non parlando fra se, e col mezzo di una lingua; che le idee sono attaccate alle parole; che quasi niuna idea sarebbe o è stabile e chiara se l’uomo non avesse, o quando ei non ha, la parola da poterla esprimere non meno a se stesso che agli altri, e che insomma l’uomo non concepisce quasi idea chiara e durevole se non per mezzo della parola corrispondente, nè arriva mai a perfettamente e distintamente concepire un’idea, anzi neppure a determinarla nella sua mente in modo ch’ella sia divisa dall’altre, e divenga idea, oscura o chiara che sia, nè a fissarla in modo ch’ei possa richiamarla, riprenderla, raffigurarla nella sua mente e seco stesso quando che sia; non arriva, dico, a far questo mai, finch’egli non ha trovato il vocabolo con cui possa significar questa idea, quasi legandola e incastonandola; o sia vocabolo nuovo, o nuovamente applicato, se l’idea è nuova, o s’egli non conosce la parola con cui gli altri la esprimono, o sia questo medesimo vocabolo che gli altri usano a significarla.” Motivazione: La frase condensa il nucleo teorico dell’argomento (il legame indissolubile tra pensiero e linguaggio) attraverso una metafora artigianale (“legandola e incastonandola”) che rende tangibile l’astrazione. L’anafora (“non arriva mai… non arriva, dico”) e la ripetizione enfatica (“oscura o chiara che sia”) sottolineano la dipendenza cognitiva dall’espressione verbale. Il lessico è preciso ma evocativo (“determinare”, “fissare”, “raffigurare”), e la struttura circolare (dall’idea alla parola e ritorno) riflette il processo mentale descritto.
“(11227) - che quelli i quali scartano tali nuove parole o termini, e vietano la novità nelle lingue, pretendono formalmente d’impedire l’andamento, e rompere il corso, e fermare immobilmente e per sempre il progresso dello spirito umano, posto il quale, la lingua necessariamente progredisce, e si arricchisce di parole sempre più precise, distinte, sottili, uniformi ed universali, e in somma di termini; e vicendevolmente senza il progresso della lingua (e progresso di questa precisa natura, e non d’altra, che poco influisce) è nullo il progresso dello spirito umano, il quale non può stabilire ed assicurare, e perpetuare il possesso delle sue nuove scoperte e osservazioni, se non mediante nuove parole o nuove significazioni fisse, certe, determinate, indubitabili, riconosciute; e di più, uniformi, perchè se non sono uniformi, il progresso dello spirito umano sarà inevitabilmente ristretto a quella tal nazione, che parla quella lingua dove si sono formate le dette nuove parole; o a quelle sole nazioni che le hanno bene intese e adottate.” Motivazione: Qui emerge la dimensione politica e storica del linguaggio, con una prosa polemica che usa antitesi (“progredisce” vs “fermare immobilmente”) e iperboli (“rompere il corso”) per denunciare l’immobilismo linguistico. Il periodo è asimmetrico e dinamico, con incisi che amplificano la causalità (“vicendevolmente… è nullo il progresso”). Il lessico è tecnico (“termini”, “significazioni fisse”) ma anche universale (“spirito umano”), e la chiusa introduce una riflessione geopolitica sulla lingua come strumento di potere.
“(10214) - E così si scoprirebbe come da pochi monosillabi radicali, o tutti nomi, o quasi tutti, che formavano da principio tutto il linguaggio, allungandoli diversamente, e differenziandoli con variazioni di significato, e con innumerabili inflessioni, composizioni, modificazioni di ogni sorta, giungessero i latini a cavare infinite parole, infinite significazioni, esprimerne le minime differenze delle cose che da principio si confondevano e accumulavano in ciascuna delle dette poche parole radicali, trarne tutto ciò che doveva servire tanto alla necessità quanto all’utilità ed alla bellezza e a tutti i pregi del discorso, e in somma da un piccolo vocabolario monosillabo (anzi nomenclatura) cavare tutta una lingua delle più ricche, varie, belle, e perfette che sieno state.” Motivazione: La frase celebra la creatività linguistica attraverso una metafora organica (“cavare infinite parole” come da un seme) e un elenco polisindetico (“inflessioni, composizioni, modificazioni”) che mima la proliferazione lessicale. Il lessico è ricco di aggettivi valutativi (“ricche, varie, belle, perfette”) che trasmettono ammirazione estetica per la lingua. La struttura ipotattica riflette il processo di evoluzione graduale, mentre l’antitesi tra “piccolo vocabolario” e “lingua perfetta” ne sottolinea la potenza generativa.
6.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Queste frasi si distinguono per qualità stilistiche intrinseche: immagini potenti, ritmo incalzante, lessico innovativo o riflessioni esistenziali che trascendono il tema specifico. Alcune presentano paradossi o aperture filosofiche di ampio respiro.
“(26672) - Ond’è ch’egli ed abbia in quel momento una straordinaria facoltà di generalizzare (straordinaria almeno relativamente a lui ed all’ordinario del suo animo), e ch’egli l’adoperi; e adoperandola scuopra di quelle verità generali e perciò veramente grandi e importanti, che indarno fuor di quel punto e di quella ispirazione e quasi manÛa e furore o filosofico o passionato o poetico o altro, indarno, dico, con lunghissime e pazientissime ed esattissime ricerche, esperienze, confronti, studi, ragionamenti, meditazioni, esercizi della mente, dell’ingegno, della facoltà di pensare di riflettere di osservare di ragionare, indarno, ripeto, non solo quel tal uomo o poeta o filosofo, ma qualunqu’altro o poeta o ingegno qualunque o filosofo acutissimo e penetrantissimo, anzi pur molti filosofi insieme cospiranti, e i secoli stessi col successivo avanzamento dello spirito umano, cercherebbero di scoprire, o d’intendere, o di spiegare, siccome colui, mirando a quella ispirazione, facilmente e perfettamente e pienamente fa a se stesso in quel punto, e di poi a se stesso ed agli altri, purch’ei sia capace di ben esprimere i propri concetti, ed abbia bene e chiaramente e distintamente presenti le cose allora concepite e sentite.” Motivazione: Capolavoro di prosa filosofica, questa frase cattura l’irrazionalità della creazione intellettuale con un ritmo ossessivo (l’anafora “indarno” ripetuta tre volte) che mima l’inefficacia della ragione. Il lessico è iperbolico (“straordinaria facoltà”, “furore”, “acutissimo e penetrantissimo”) e metaforico (“manÛa” per “mania”), mentre la struttura ipotattica crea un effetto di accumulo che riflette la fatica del pensiero. L’antitesi tra “facilmente” e “lunghissime ricerche” sottolinea il paradosso dell’ispirazione.
“(24549) - Tutti questi, benchè cadano sotto i sensi, sono tuttavia così confusi, legati, stretti, incorporati gli uni cogli altri nella pronunzia della favella, così lontani dall’essere in modo alcuno sensibilmente distinti, e la loro diversità scambievole è così difficile a notare, ch’ella è quasi fuor del dominio de’ sensi, e la difficoltà di concepire l’idea chiara e distinta di ciascuno di loro senza i segni, e di trovarne i segni senz’averne conceputo le chiare e distinte idee, non è quasi aiutata da verun rispetto, nè fu potuta vincere gradatamente, ma quanto alla parte principale, e alla somma dell’invenzione, essa difficoltà fu dovuta necessariamente vincere tutta in un tratto.” Motivazione: La frase descrive l’atto fondativo dell’alfabeto con una prosa densa e visiva, dove aggettivi e participi (“confusi, legati, stretti, incorporati”) creano un’immagine di caos primordiale. Il paradosso (“trovarne i segni senz’averne conceputo le idee”) è reso tangibile dalla ripetizione (“chiara e distinta” vs “confusi”). La chiusa, con l’avverbio “tutta in un tratto”, introduce un elemento epico** nella nascita della scrittura.
“(8309) - Alla p.943. In somma la scrittura Chinese non rappresenta veramente le parole (che le nostre son quelle che le rappresentano, e ciò per via delle lettere, che sono ordinate e dipendenti in tutto dalla parola) ma le cose; e perciò tutti osservano che il loro sistema di scrittura è quasi indipendente dalla parola: (Annali ec. p.316. p.297.) così che si potrebbe trovare qualcuno che intendesse pienamente il senso della scrittura chinese, senza sapere una sillaba della lingua, e leggendo i libri chinesi nella lingua propria, o in qual più gli piacesse, cioè applicando ai caratteri cinesi quei vocaboli che volesse, senza detrimento nessuno della perfetta intelligenza della scrittura, e neanche del suo gusto, giacchè le opere chinesi non hanno nè possono avere nè versificazione, nè ritmo, nè stile, e conviene prescindere affatto dalle parole nel giudicarle; le loro poesie non sono composte di versi, nè le prose oratorie di periodi; (p.297.) il genio della lingua non ammette il soccorso delle comuni particelle di connessione, e presenta meramente una fila d’immagini sconnesse, i cui rapporti debbono essere indovinati dal lettore, secondo le intrinseche loro qualità.” Motivazione: La frase confronta due sistemi di scrittura con acutezza antropologica, usando un lessico tecnico (“particelle di connessione”, “versificazione”) che si alterna a giudizi estetici (“perfetta intelligenza”, “gusto”). L’ironia sottile (“applicando ai caratteri cinesi quei vocaboli che volesse”) e la descrizione quasi pittorica (“fila d’immagini sconnesse”) rendono il testo vivido e polemico. La struttura paratattica (“non hanno… non possono avere… conviene prescindere”) mima la frammentarietà della scrittura cinese.
“(15386) - E quelle scoperte infinite di numero, sorprendenti di qualità, che furono necessarie per ridurre l’uomo in quel medesimo imperfetto stato, in cui ce lo presenta la più remota memoria che ci sia giunta delle nazioni; scoperte che hanno avuto bisogno di lunghissimi secoli e per essere condotte a quella condizione ch’era necessaria per una società alquanto formata, e per essere poi perfezionate come lo sono oggidì; scoperte che oggi medesimo, dopo ch’elle son fatte da tanto tempo, dopo ch’elle sono perfezionate, dopo che la nostra mente vi s’è tanto abituata, lo spirito umano si smarrisce cercando come abbiano potuto mai esser concepite; le lingue, gli alfabeti, l’escavazione e fonditura de’ metalli, la fabbrica de’ mattoni, de’ drappi d’ogni sorta, la nautica e quindi il commercio de’ popoli, la coltura de’ formenti, e delle viti, e la fabbrica del pane e vino, invenzioni che gli antichi attribuivano agli dei, che la scrittura pone dopo il diluvio, e che certo furono tardissime, la stessa cocitura delle carni, dell’erbe, ec. ec. ec. tutte queste maravigliose e quasi spaventose invenzioni, da che cosa crediamo che abbiano avuto origine?” Motivazione: Prosa epica e interrogativa, questa frase elenca le conquiste umane con un crescendo ritmico (l’enumerazione polisindetica delle invenzioni) che culmina in una domanda retorica di portata esistenziale. Il lessico è solenne (“maravigliose e quasi spaventose”, “spirito umano si smarrisce”) e concreto (“escavazione e fonditura de’ metalli”), mentre la ripetizione (“scoperte che…”) amplifica il senso di meraviglia. L’allusione mitologica (“attribuivano agli dei”) e la chiusa sospesa ne fanno un frammento di riflessione universale.
7 L’evoluzione del gusto e la formazione delle idee estetiche
7.0.1 Frasi significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
- “(10752) - Ed ampliando questa osservazione, se noi
vorremo vedere come i fanciulli appoco appoco si formino [1184]l’idea
delle proporzioni e delle convenienze determinate e speciali; e come
senz’alcuna idea innata nè di proporzioni nè di convenienze particolari
e applicate, giungano pur brevemente a giudicar quella cosa bella e
quell’altra brutta, e quella buona, e quell’altra cattiva; e ad
accordarsi più o meno col giudizio universale intorno alla bruttezza o
bellezza, bontà o il suo contrario, senza però averne nell’intelletto o
nella immaginazione alcun tipo; consideriamo per modo di esempio il
progresso delle idee de’ fanciulli circa le forme dell’uomo, e vediamo
come appoco appoco arrivino a giudicare e a sentire la bellezza e la
bruttezza estrinseca degl’individui umani.”
- Motivazione: La frase sviluppa un’analisi psicologica e antropologica della formazione del gusto, con un linguaggio che unisce precisione concettuale e fluidità narrativa. L’attenzione al processo graduale (“appoco appoco”) e la negazione di idee innate (“senz’alcuna idea innata”) rivelano uno stile che fonde empirismo e riflessione teorica, tipico di una prosa che indaga i meccanismi della percezione.
- “(26451) - Senz’alcuna cognizione della teoria, nè della
pratica immediata dell’arte, a forza di veder dipinti, statue, edifizi,
moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e di provar
piacere in tal vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual
facoltà non aveano per l’innanzi, e si acquista appoco appoco per mezzo
dell’assuefazione, la quale determina in questi tali (e sono i più che
parlino di belle arti) l’idea delle convenienze pittoriche ec. del bello
ec. e quindi anche del brutto ec., col divario che il soggetto della
pittura e scultura si è l’imitazione degli oggetti visibili, della quale
ognun vede la verità o la falsità, onde le idee del bello e del brutto
pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono imitative, è già
determinata in ciascheduno prima dell’assuefazione.”
- Motivazione: Qui emerge con forza il tema dell’assuefazione come fondamento del giudizio estetico, espresso attraverso una sintassi articolata che riflette la complessità del ragionamento. Il lessico (“convenienze”, “imitazione”, “assuefazione”) è tecnico ma non astruso, e la frase costruisce un’argomentazione serrata sul rapporto tra esperienza e gusto. La distinzione tra arti imitative e non imitative (architettura, musica) aggiunge profondità teorica.
- “(26370) - Che quello che nella musica è melodia, cioè
l’armonia successiva de’ tuoni, o vogliamo dire l’armonia nella
successione de’ tuoni, sia determinata, come qualsivoglia altra armonia
ovver convenienza dall’assuefazione, o da leggi arbitrarie; osservisi
che le melodie musicali non dilettano i non intendenti, se non quanto la
successione o successiva collegazione de’ tuoni in esse è tale, che il
nostro orecchio vi sia assuefatto; cioè in quanto esse melodie o sono
del tutto popolari, sicchè il popolo, udendone il principio, ne indovina
il mezzo e il fine e tutto l’andamento, o s’accostano al popolare, o
hanno alcuna parte popolare che al popolare si accosti.”
- Motivazione: La frase esemplifica l’innovazione lessicale (“armonia successiva”, “successiva collegazione”) e la capacità di descrivere fenomeni astratti (la melodia) con metafore concrete (“indovina il mezzo e il fine”). Il riferimento all’“assuefazione” come chiave interpretativa unifica il discorso, mentre la contrapposizione tra “popolare” e “non intendenti” rivela una sensibilità sociologica ante litteram.
- “(25754) - Come le forme dell’uomo naturale da quelle
dell’uomo civile, così quelle di una nazione selvaggia differiscono da
quelle di un’altra, quelle di una nazione civile da quelle di un’altra;
quelle di un secolo da quelle di un altro, per varietà di circostanze
fisiche naturali o provenienti dall’uomo stesso; e (per non andar fino
alle famiglie e agl’individui) è cosa osservata e naturale che gli
uomini dediti alle varie professioni materiali (senza parlar delle
morali, che influiscono sulla fisonomia, dei caratteri e costumi
acquisiti, [3091]che pur sommamente v’influiscono, e la diversificano in
uno stesso individuo in diversi tempi) ricevono dall’esercizio di quelle
professioni certe differenze di forme, ciascuno secondo la qualità del
mestiere ch’esercita e secondo le parti del corpo che in esso mestiere
più s’adoprano o più restano inoperose, così notabili che l’attento
osservatore, e in molti casi senza grande osservazione, può facilmente
riconoscere il mestiere di una tal persona sconosciuta ch’ei vegga per
la prima volta, solamente notando certe particolarità delle sue
forme.”
- Motivazione: La frase si distingue per il linguaggio figurativo (“le forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile”) e per la costruzione di un ragionamento che procede per accumulazione di esempi, tipico di una prosa che vuole essere al contempo analitica e persuasiva. L’attenzione alle “differenze di forme” legate alle professioni introduce una dimensione quasi fisiognomica, con un lessico preciso (“fisonomia”, “parti del corpo”) che evita il tecnicismo sterile.
7.0.2 Frasi significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
- “(30614) - Nel modo che la specie umana è divenuta, per la
sua conformabilità, più diversa da tutte l’altre specie animali e da
ciascuna di loro, che non è veruna di queste rispetto ad altra veruna di
esse; e nel modo che l’uomo nelle sue diverse età, e in diversi tempi,
anche naturalmente, è più diverso da se medesimo che niuno altro
animale; più diverso l’uomo giovane da se stesso fanciullo, che non è
niuno animale decrepito da se stesso appena nato; tanto che un uomo in
diverse età o in diverse circostanze naturali o accidentali, locali,
fisiche, morali, ec. di clima ec. native, cioè di nascita ec. o
avventizie ec. volontarie o no ec. appena si può dire esser lo stesso
[3808]uomo, ed il genere umano universalmente in diverse età, o in
diverse circostanze naturali o accidentali, locali ec. appena si può
dire esser lo stesso genere; nel modo stesso gl’individui di nostra
specie sono per natura di essa specie molto più vari tra loro che non
son quelli di verun’altra.”
- Motivazione: Questa frase è un capolavoro di stile narrativo per la sua capacità di costruire un periodo ipotattico di straordinaria ampiezza, che riflette la complessità del pensiero. L’uso di anafore (“nel modo che… nel modo che… nel modo stesso”) e di parallelismi (“più diverso… che non è”) crea un ritmo incalzante, mentre il lessico (“conformabilità”, “avventizie”, “circostanze locali”) rivela una ricerca di precisione concettuale. La riflessione sull’identità umana, tra continuità e mutamento, è resa con una densità rara.
- “(26887) - E nulla vedendo di nascosto, nè potendo
desiderare o sperar di vedere, e ben conoscendo fin dal principio la
nudità e la forma dell’altro sesso, egli non avrebbe mai provato per la
donna altro affetto, altro sentimento, altro desiderio, che quello che
per le lor femmine provano gli altri animali; nè avrebbe concepito
intorno a lei altro pensiero che quello di mescersi seco lei
carnalmente; nè l’aspetto o il pensiero o la compagnia della donna
avrebbe in lui cagionato, neppur nella primissima gioventù, verun altro
effetto che un desiderio il più puramente e semplicemente sensuale che
possa mai dirsi, un impeto a soddisfare tal desiderio, ed un piacere
(molto languido in se stesso per l’abitudine el’assuefazione
incominciata sin dalla nascita, e sempre continuata) altrettanto carnale
che quel desiderio, e interamente, unicamente [3305]e
manifestissimamente materiale, cioè appartenente e derivante dalla sola
materia e dal senso, nè più nè meno che quel piacere che in lui avrebbe
prodotto la vista di un color rosso bello e vivo o altra tal sensazione;
se non solamente che quel diletto sarebbe stato per natura maggiore di
questi; siccome tra gli altri diletti, o naturalmente o per circostanze,
qual è maggiore qual è minore, non in se, ma rispetto agli uomini e agli
animali, insomma agli esseri che li provano, e ne’ quali essi diletti
nascono ed hanno l’essere.”
- Motivazione: Qui la prosa raggiunge una potenza descrittiva quasi ossessiva, con una sintassi che si snoda per accumulazione di subordinate, riflettendo la complessità del tema (il desiderio umano vs. animale). Il lessico è ricco di termini che oscillano tra il filosofico (“manifestissimamente materiale”) e il concreto (“mescersi carnalmente”), mentre la ripetizione di “desiderio” e “piacere” crea un effetto ipnotico. La comparazione finale con la “vista di un color rosso” è un esempio di linguaggio figurativo che riduce l’eros a pura sensazione, con un realismo crudo e disincantato.
- “(12459) - Anzi è osservabile che finchè l’uomo non ha
cominciato a sentire distintamente la sensualità, non concepisce mai
un’idea esatta de’ pregi o difetti de’ personali; che in quel tempo
cominciando ad osservarli, comincia a formarsi un’idea del bello su
questo punto, ma non arriva a compierla se non dopo un certo spazio; che
le persone eccessivamente continenti sono ordinariamente di giudizio
così poco sicuro intorno alla detta bellezza, come quelle eccessivamente
incontinenti, secondo ho detto in altro pensiero; che generalmente le
donne siccome pel loro stato sociale sono necessitate a maggior castità
degli uomini, ed hanno un abito esteriore ed interiore di maggior
ritenutezza, e meno rilassatezza ec. perciò sono prese dalla bellezza
del viso degli uomini, rispetto al personale, più di quello che lo sieno
proporzionatamente gli uomini[1380]dal viso delle donne in comparazione
del personale (e similmente dico della bruttezza).”
- Motivazione: La frase si segnala per la struttura argomentativa a incastro, con una serie di proposizioni subordinate (“che… che… che…”) che costruiscono un ragionamento psicologico e sociale. Il lessico è preciso (“sensualità”, “ritenutezza”, “rilassatezza”) e il tema della percezione della bellezza è trattato con una prospettiva di genere inedita per l’epoca. La chiusa, con la parentesi “(e similmente dico della bruttezza)”, aggiunge un tocco di ironia sottile.
- “(11948) - Ed è, non solamente che lo straordinario ci
suol dare sorpresa, e quindi piacere, il che non appartiene al discorso
della grazia; ma che ci dà maggior sorpresa e piacere il veder che
quello straordinario non nuoce al bello, non distrugge il conveniente e
il regolare, nel mentre che è pure straordinario, e per se stesso
irregolare; nel mentre che per essere irregolare e straordinario, dà
risalto a quella bellezza e convenienza: e insomma il vedere una
bellezza e una convenienza non ordinaria, e di cose che non paiono poter
convenire; una bellezza e convenienza diversa dalle altre e
comuni.”
- Motivazione: Questa frase è un esempio di prosa filosofica che si fa poesia, con una sintassi che gioca su antitesi (“straordinario” vs. “regolare”, “irregolare” vs. “conveniente”) e su una climax ascendente (“sorpresa”, “piacere”, “risalto”). Il lessico è ricercato (“conveniente”, “irregolare”) e la riflessione sulla grazia come equilibrio tra ordine e disordine rivela una sensibilità estetica di rara profondità. La ripetizione di “nel mentre che” crea un effetto di sospensione, come se il pensiero procedesse per illuminazioni successive.
8 Forme verbali e derivazioni nella lingua latina: anomalie, continuativi e participi
8.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di illustrare con precisione e profondità le dinamiche linguistiche del latino, in particolare le anomalie verbali, la formazione dei continuativi e l’evoluzione dei participi. L’autore dimostra una padronanza tecnica e una sensibilità filologica che trasforma l’analisi grammaticale in un discorso quasi narrativo, dove la lingua diventa un organismo vivo.
“(24820) - Ben so che siccome dissero quaesii, quaesivi, quaesitus, quaesitum per quaerii, quaerivi, quaeritus, quaeritum che sono affatto perduti, così dissero quaeso per quaero, e tutto questo verbo profferirono colla s siccome colla r, benchè questa in molte voci di quaero non sia perduta, anzi col tempo sia rimasta in esse voci la sola pronunzia della r, e non quella dell’ s. Dalle quali cose è seguìto che di quaero e quaeso si facciano dai lessicografi ec. due verbi, essendo un solo, e che quaero si faccia anomalo (quaero is, sii o sivi, situm) e quaeso difettivo (quaeso is, ii o ivi), quando in realtà il primo (volendoli distinguere, che non si dee)sarebbe difettivo, e il secondo intero e regolarissimo.” Motivazione: La frase è un esempio magistrale di analisi etimologica e fonetica, dove l’autore smonta le convenzioni lessicografiche per rivelare la coerenza interna di un verbo apparentemente irregolare. La dialettica tra quaero e quaeso diventa un caso di studio sulla fluidità della lingua e sulla sua resistenza alle categorizzazioni rigide.
“(18244) - Ma io ho dimostrato splendidamente il significato proprio continuativo di tanti verbi così come ho detto formati, ho distinto così evidentemente il significato continuativo l’azione continuata ec. dalla frequente, che già non si può mettere in dubbio l’esistenza di verbi (e non pochi) tenuti fin qui per frequentativi ec. i quali sono di senso manifestamente continuativo, secondo le distinzioni da me notate, e diversissimo dal frequente, ec.” Motivazione: Qui l’autore non si limita a descrivere, ma dimostra una tesi linguistica con un tono quasi polemico, rivendicando una scoperta filologica. La distinzione tra “continuativo” e “frequentativo” è esposta con una chiarezza che trasforma un dettaglio tecnico in una questione di principio. Lo stile è assertivo, quasi narrativo, come se l’autore stesse guidando il lettore attraverso un ragionamento in divenire.
“(24816) - Ma in conferma di questomio discorso, e di tutto quanto io dico circa questi tali continuativi, come urito, quaerito, ed anche legito, agito e tanti altri che non sembrano poter derivare da participii, e in conferma di quanto altrove ho ragionato degli antichi e regolari participii e supini ora perduti, ma dimostrati in parte da continuativi e frequentativi, eccovi appunto [2993] haurivi o haurii, hauritu, hauriturus, hauritus (come appunto uritus perduto, onde uritare; quaeritus perduto, onde quaeritare, querido, chéri ec.) usati anch’essi in vece di hausi, haustu, hausturus (o, come Virg. hausurus), haustus; bensì da autori, la più parte, recenti, perchè, come ho detto, l’antica pronunzia preferiva la s.” Motivazione: La frase è un tour de force filologico: ricostruisce participi e supini perduti attraverso i continuativi, mostrando come la lingua conservi tracce di forme altrimenti invisibili. L’uso di esempi concreti (urito, quaerito, hauritus) e il riferimento a Virgilio conferiscono autorevolezza al discorso, mentre la menzione di esiti romanzi (querido, chéri) ne sottolinea la rilevanza storica.
“(23544) - ovvero di participii e supini diversi da quelli che ora si conoscono, come agitare dimostra il part. agitus diverso da actus, noscitare noscitus diverso da notus, futare e funditare futus e funditus, ambedue diversi da fusus, (v. la p.2928 segg. ) quaeritare quaeritus, diverso da quaesitus che non è di quaero, ma di quaeso, benchè a quello s’attribuisca, e simili.” Motivazione: Qui l’autore mette in luce un fenomeno affascinante: la coesistenza di participi e supini alternativi, spesso oscurati dalla tradizione grammaticale. La frase ha un ritmo incalzante, quasi enumerativo, che riflette la molteplicità delle forme latine e la loro stratificazione. La correzione implicita (“quaesitus che non è di quaero, ma di quaeso”) è un esempio di come la filologia possa ribaltare le convinzioni consolidate.
“(25238) - Bensì vissuto(che molti dicono e dissero più regolarmente vivuto, anche trecentisti, come ho trovato io medesimo, non altrimenti che da riceVERE riceVUTO) sembra venire da un altro, ed anche più antico e regolare participio latino vixitus, cambiato l’ i in u, come in latino a ogni tratto (v. p.2824-5. principio, e ), e come particolarmente in italiano ne’ participii passivi per proprietà, costume e regola della lingua (venditus-venduto, redditus-renduto, perditus-perduto, seditus antico [3039]e regolare - seduto, debitus da altra coniugazione - devuto, tenitus, antico e regolare - tenuto, ceditus antico e regolare - ceduto.).” Motivazione: La frase è un ponte tra latino e italiano, mostrando come le regole fonetiche latine si perpetuino nelle lingue romanze. L’autore non si limita a descrivere, ma spiega il meccanismo del passaggio i > u nei participi, offrendo una chiave di lettura per fenomeni analoghi. La citazione di forme trecentesche (vivuto) aggiunge una dimensione storica, mentre l’elenco di esempi (venduto, seduto, ceduto) rende tangibile la continuità linguistica.
8.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Queste frasi si distinguono per la loro forza espressiva, la ricchezza lessicale o la capacità di trasformare un’analisi tecnica in un discorso quasi poetico. L’autore non si limita a descrivere la lingua, ma la vive, usando uno stile che oscilla tra rigore scientifico e slancio creativo.
“(32294) - Infiniti sono e in latino e massime nel latino basso e nelle lingue figlie i derivati e di questo e d’altri molti generi, e sorte di significati ec. V. p.4006. ec. che avendo un senso positivo, e corrispondente a quello del positivo da cui hanno origine, sono però fatti da un diminutivo (usitato o no, ed anche semplicemente supposto) di esso positivo,sia ch’esso diminutivo abbia un uso positivato, o no, ec. e che tali voci derivino dal latino, o no, ec. 224 Forse la ragione di tali derivativi che in senso positivo sono formati da’ diminutivi, si è che essi e fors’anche i diminutivi da cui derivano, hanno un senso frequentativo o cosa simile.” Motivazione: La frase è un esempio di prosa speculativa: l’autore non si limita a catalogare fenomeni, ma interroga la lingua, ipotizzando una “ragione” dietro la formazione di derivati da diminutivi. L’uso di termini come “infiniti”, “sorte di significati”, “supposto” conferisce al discorso una dimensione quasi filosofica, mentre la chiusa (“forse la ragione… è che”) introduce un elemento di mistero, come se la lingua fosse un enigma da decifrare.
“(33255) - Così pretto da purus del che altrove, nel medesimo senso, e ambo diminutivi aggettivi il che è raro ec. Tenellus, tenellulus, lascivulus, blandulus, misellus ec. ec. miserello ec. ec. ma è raro che gli aggettivi diminutivi sieno positivati ec. ec. [4007] Seggiola, seggiolo (v. i derivati sopraddiminutivi, e anche accrescitivi, come seggiolone, fatti dal diminutivo, il che è notabile, nè potrebbe ragionevolmente aver luogo se il diminivo non fosse positivato, o non avesse un senso disgiunto da diminuzione ec. e in tali casi è frequente) per sedia, seggia, seggio, sebbene hanno forse un senso più circoscritto ec. e vedi il detto altrove del lat. sella, e la Crusca ec. (1. Gen. )” Motivazione: Qui l’autore trasforma un’analisi grammaticale in una meditazione sulla lingua come organismo vivo. L’elenco di diminutivi (tenellus, lascivulus, misellus) ha un ritmo quasi musicale, mentre la riflessione su seggiola/seggiolo diventa un esempio di come la lingua giochi con le sfumature di significato. La data (“1. Gen. 1824”) aggiunge un tocco di intimità, come se l’autore stesse annotando una scoperta personale.
“(10098) - A me par di poter asserire, che tutti o quasi tutti i verbi latini radicali (intendo non composti, non derivati, non formati da nomi, come populo da [1122] populus, o da altre voci), e regolari, cioè non soggetti ad anomalie, constano sempre di una sola sillaba radicale e perpetua, e la più parte di tre sole lettere radicali (al modo appunto de’ verbi ebraici); come parare, docere, legere, facere, dicere, dove le lettere radicali e costanti sono par, doc, leg, fac, dic.” Motivazione: La frase è un esempio di chiarezza didattica unita a una visione quasi mistica della lingua. L’autore non si limita a descrivere, ma rivela una struttura profonda dei verbi latini, paragonandoli addirittura all’ebraico. L’elenco di radici (par, doc, leg, fac, dic) ha un effetto ipnotico, come se l’autore stesse svelando un codice segreto. Il tono è assertivo, quasi profetico (“A me par di poter asserire”).
“(29180) - Alla p.3626. Queste osservazioni possono dimostrare che l’uso moderno metaforico del verbo confondere nel significato appresso a poco di confuto, benchè non si trovi precisamente nell’antico latino noto, viene però da esso, per mezzo del volgare latino; giacchè tale si è il significato latinissimo e ordinario di un antichissimo verbo latino, che è continuativo di confundo, e che n’è continuativo appunto nel detto significato.” Motivazione: Qui l’autore traccia una genealogia semantica, mostrando come un significato moderno (confondere = confutare) affondi le radici nel latino volgare. La frase ha un andamento quasi poliziesco: l’autore segue le tracce di un verbo attraverso i secoli, ricostruendone l’evoluzione. L’uso di termini come “latinissimo”, “antichissimo” e “ordinario” conferisce al discorso un tono solenne, come se si trattasse di una scoperta archeologica.
“(19500) - Ausus participio del neutro o attivo audere, participio di significazione neutra o attiva alla forma dei deponenti (participio che anche si coniuga, dicendo ausus sum, es, ec. in luogo di che gli antichi dissero ausi, onde poi comunemente ausim per ausus sim o fuerim), può servire anch’esso molto bene a dimostrare questo antico uso di dare ai verbi attivi o neutri il participio passato di significazione non solamente passiva, ma anche attiva o neutra, come ne’ deponenti.” Motivazione: La frase è un esempio di analisi morfologica condotta con eleganza. L’autore non si limita a descrivere la forma di ausus, ma ne ricostruisce la storia (“gli antichi dissero ausi”), mostrando come la lingua latina giocasse con le categorie grammaticali. Il riferimento alla coniugazione (“ausus sum, es”) e alla forma arcaica (“ausim”) aggiunge profondità storica, mentre la chiusa (“come ne’ deponenti”) sottolinea una simmetria nascosta nella grammatica latina.
9 Il lessico greco tra composizione, innovazione e tradizione
9.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate mostrano un’attenzione particolare alla costruzione lessicale, alla ricchezza morfologica e alla tradizione linguistica greca, con esempi di: - composti nominali (spesso epiteti o termini tecnici); - innovazione lessicale all’interno di generi specifici (storiografia, poesia, filosofia); - stile descrittivo o enumerativo che rivela una cura per la precisione terminologica.
(23912) «Alipes, aliger, armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus, aequidistans presso Frontino ed altri, algificus presso Gellio, aequilatatio presso Vitruvio, aequilateralis presso Censorino, aequilaterus presso Marziano Capella, aequilibris ec., aequinoctium, della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in aequidiale, aequipedus ed aequipollens presso Apuleio; aequipondium presso Vitruvio, aequicrurius presso Marziano Capella, alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus presso Plinio il vecchio, anguitenens, aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex, aurifodina presso Plinio il vecchio, aurigena, auriger, auripigmentum presso Plinio e Vitruvio, [2878] auriscalpium presso Marziale e Scribonio, bijugus e bijugis (ma qui c’entra un avverbio) e altri tali composti con bis, equiferus ed equisetum presso Plinio il vecchio, fontigenae di Marziano, ignigena, ignipotens, ignipes, gemellipara, mellifer, mellificium, mellificus presso Columella, mellifico e melligenus presso Plinio il vecchio, nidifico presso il medesimo e Columella, nidificium presso Apuleio, nidificus presso Seneca tragico, noctifer e simili, nubifer, nubifugus di Columella, floriparus d’Ausonio, securifer, securiger, nubivagus presso Silio, nubigena (in proposito del quale è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d’esser veduto, volendo provare come molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell’Eneide, 293).»**
Motivazione:
- Vocabolario e innovazione lessicale: La frase è un catalogo straordinario di composti nominali (soprattutto in greco e latino), molti dei quali sono epiteti o termini tecnici che rivelano una tendenza alla creazione lessicale sistematica (es. aurifodina, nubifugus, mellificus).
- Linguaggio figurativo: Alcuni composti hanno una forte valenza metaforica o mitologica (es. ignipotens, altitonans), tipica della poesia epica e della tradizione retorica.
- Rilevanza linguistica: Il passo documenta la continuità tra greco e latino nella formazione di neologismi, con un’attenzione filologica alla loro origine e diffusione.
(38785) «Elladio Besantinoo ne’ libri delle Crestomazie, appresso Fozio, cod.279. col.1588. ed. gr.lat. õ par lloiw mis J oè douleævn J ¯w kaleÝtai, µ par tò J eÝnai, ù dhloÝ tò xersÜn ¤pg zes J ai kaÜ poieÝn (kaÜ gr toÝw palaioÝw l¡gein ¦J ow tò ¦J hken ¤pÜ toè tÜ drn, Éw kaÜ drastikÅtatow ´rvw di toèto k¡klhtai Yhseæw).»**
Motivazione:
- Stile narrativo e lessico tecnico: La frase spiega l’etimologia del termine misthodouleia (μισθοδουλεία, “schiavitù salariata”) attraverso una glossa filologica, collegandolo all’azione (drân) e alla tradizione omerica (Hēsíodos).
- Innovazione lessicale: Il termine drastikṓtatos (δραστικώτατος, “molto efficace/attivo”) è un superlativo intensivo che rivela una ricerca di precisione semantica.
- Rilevanza linguistica: Il passo mostra come la lingua greca rifletta concetti sociali (schiavitù, lavoro) attraverso derivazioni morfologiche e connessioni etimologiche.
(38908) «Pl tvna J ei zei (cioè Damascio)… tÇn nevstÜ d¢ Parfærion kaÜ I mblixon kaÜ Surianòn kaÜ Prñklon, kaÜ llouw d¢ ¤n m¡sw+ toè xrñnou polçn J hsauròn sull¡jai l¡gei ¤pist®mhw J eoprepoèw. toçw m¡n toi J nht kaÜ n J rÅpina filoponoum¡nouw, colonna 1036, µ suni¡ntaw ôj¡vw µ filoma J eÝw eänai boulom¡nouw, oéd¢n m¡ga nættein eÞw t¯n J eoprep° kaÜ meg lhn sofÛan.»**
Motivazione:
- Stile enumerativo e lessico filosofico: La frase elenca figure intellettuali (Proclo, Giamblico) e ne descrive l’approccio alla conoscenza con termini come epistḗmē euprepḗs (ἐπιστήμη εὐπρεπής, “scienza conveniente”) e megalē sophía (μεγάλη σοφία, “grande sapienza”).
- Innovazione lessicale: Filoponoúmenoi (φιλοπονοῦντες, “coloro che amano il lavoro/fatica”) è un participio sostantivato che sintetizza un concetto etico-filosofico.
- Rilevanza linguistica: Il passo testimonia la lingua della tarda antichità, dove il greco si arricchisce di termini astratti per descrivere categorie intellettuali.
(38718) «Tolomeo Efestione nel quarto libro perÜ t°w eÞw polim J eian kain°w ßstorÛaw (Novae ad variam eruditionem historiae) appresso Fozio, cod.190. ed. gr. lat. col.480., dice Éw El¡nhw kai Axill¡vw ¢n mak rvn n®soiw paÝw ptervtòw gegñnoi (cum alis) ùn dia tò t°w xÅraw eëforon (fertilitatem), EéforÛvna Ènñmasan.»**
Motivazione:
- Linguaggio figurativo e mitologico: La frase attribuisce ali a Elena e Achille, spiegandole come metafora della fertilità (eûphoron chṓras). Il termine pterōtós (πτερωτός, “alato”) è un epiteto poetico che rivela una rilettura simbolica dei miti.
- Stile narrativo: La struttura è paradossografica (tipica della storiografia “curiosa”), con un lessico ricercato (makárōn nḗsois, “isole dei beati”).
- Rilevanza linguistica: Il passo mostra come il greco adatti termini concreti (ali) a concetti astratti (fertilità), tipico della tradizione allegorica.
9.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Le frasi selezionate qui si distinguono per: - intensità espressiva (metafore, antitesi, ritmo); - originalità stilistica (ellissi, costruzioni sintattiche complesse); - profondità concettuale espressa attraverso la lingua.
(20169) «P lin d¢ ¢pvtÅmenow (Socrate), ² ndreÛa pñteqon eàh didaktòn µ fusikòn; oimai men, ¦fh, Ësper sÇma sÅmatow ioxurñteron pròw toçw pñnouw fæetai, oìtv kaÜ cux¯n cux°w ¤r=vmenest¡ran pròw t dein fæsei gÛgnes J ai.»**
Motivazione:
- Stile dialogico e metafora corporea: La frase usa una similitudine (sṓma sṓmatos, “corpo con corpo”) per spiegare la superiorità dell’anima (psychḗ) sulla natura (phýsis), con un parallelismo incisivo.
- Linguaggio filosofico: Il termine andrèia (ἀνδρεία, “coraggio/virtù”) è sostantivato e posto in relazione con didaktón (διδακτόν, “insegnabile”), creando un dibattito concettuale attraverso la lingua.
- Rilevanza linguistica: Il passo è un esempio di greco filosofico socratico-platonico, dove la domanda retorica e la metafora organica sono strumenti di argomentazione.
(38400) «Schott.), eÞ kaÜ pròw t¯n t°w istorÛaw katalhcin kaÜ tòn oÞkeÝon aét°w kaÜ kat llhlon (convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita reddit Schott.) tæpon ¤nÛote taèta ¤piskoteÝ, oék ¤J eloæshw t°w lh J eÛaw mæ J oiw aét°w mauroès J ai t¯n krÛbeian, oéd¢ pl¡on toè pros®kontow poplans J ai taÝw parekb sesin (digressionibus).»**
Motivazione:
- Stile critico e lessico tecnico: La frase discute la struttura della narrazione storica, usando termini come katalēxin (κατάληξιν, “conclusione”), oikeîon tópon (οἰκεῖον τόπον, “luogo appropriato”), e parekbásis (παρέκβασις, “digressione”).
- Antitesi e ritmo: L’opposizione tra episkoteîn (ἐπισκοτεῖν, “oscurare”) e lēthē (λήθη, “oblio”) crea un effetto di contrasto tra chiarezza e nascondimento, tipico della retorica bizantina.
- Rilevanza linguistica: Il passo riflette la lingua della critica letteraria antica, con un lessico specializzato per analizzare la composizione testuale.
(37155) «sullhf J eÜw d¢ êtò tÇn dorufñrvn (Gesn. a satellitibus) pròw tòn basil¡a d¡smiow ³x J h. bou J uteÝn d¢ toè proeirhm¡nou m¡llontow, ¤pÜ tòn bvmòn toè ²lÛou t¯n dejin ¤p¡J hke xeÝra, kaÜ st¡naktow êpomeÛnaw t¯n n gkhn tÇn bas nvn, ¤leu J erÅ J h tÇn desmÇn eÞpÅn.»**
Motivazione:
- Stile drammatico e lessico rituale: La frase descrive una scena di sacrificio, con termini come bōmós (βωμός, “altare”), stánaktos (στάνακτος, “gemito”), e desmá (δεσμά, “catene”). Il participio futuro (mállontos, “stando per”) crea suspense.
- Linguaggio figurativo: L’immagine della mano che si avvicina all’altare (tḕn dexiàn epêlthe cheíra) è visiva e simbolica, tipica della tragedia greca.
- Rilevanza linguistica: Il passo mostra come il greco rappresenti azioni rituali con precisione terminologica e pathos narrativo.
(38921) «oék ¯boæleto sullogismoÝw nagk zein mñnon, oëte ¥autòn oëte toçw sunñntaw, ¤pakolou J eÝn t» lh J eÛa+ m¯ õrvm¡nhn kat mÛan õdòn poreæes J ai sunelaunom¡nouw êpò toè lñgou, oåon tufloè tinòw ôr J¯n gom¥nou (in margine gom¥nouw) poreÛan.»**
Motivazione:
- Metafora filosofica: La frase paragona il ragionamento (lógos) a un viaggio (hodón poreúesthai), con l’immagine di un cieco che segue una guida (typhloû tinos hórou goménou). La metafora della strada è centrale nella tradizione filosofica (es. Platone, Repubblica).
- Stile argomentativo: Il negativo enfatico (ouk ebouleto… mḗnon) e la doppia negazione (oúte… oúte) creano un effetto di sottolineatura logica.
- Rilevanza linguistica: Il passo è un esempio di greco filosofico tardo, dove la metafora spaziale serve a spiegare concetti astratti.
9.1 Criteri aggiuntivi emersi
- Ellissi e brachilogia (es. (22475) con toûto poieîn invece di forme esplicite).
- Lessico tecnico-specialistico (es. termini giuridici in (8045), come nomophýlakas [νομοφύλακας, “custodi delle leggi”]).
- Intertestualità (citazioni omeriche in (38785), riferimenti a Virgilio in (23912)).
10 L’epica popolare e la vitalità delle lingue antiche
10.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento
Le frasi selezionate si concentrano sulla poesia epica popolare, sulla sua sopravvivenza orale e sulla sua forza espressiva, spesso soffocata da modelli stranieri o da convenzioni letterarie. Emergono due nuclei tematici: la dimensione collettiva e nazionale della poesia (legata all’identità dei popoli) e la contrapposizione tra genio poetico autentico e mera abilità tecnica.
“(43296) - (l’autore, p.196. the German national epic poem, the Niebelungen lay.) and now that we listen to the Servian lays, and to those of Greece, (raccolti da Fauriel, che l’autore cita più volte), the swanlike strains of a slaughtered nation; now that every one knows that poetry lives in every people, until metrical forms, foreign models, the various and multiplying interests of every-day life, general dejection or luxury, stifle it so, that of the poetical spirits, still more than of all others, very few find vent: while on the contrary spirits without poetical genius, but with talents so analogous to it that they may serve as a [4453]substitute, frequently usurp the art; now the empty objections that have been raised no longer need any answer. Whoever does not discern such lays in the epical part of Roman story, may continue blind to them: he will be left more and more alone every day: there can be no going backward on this point for generations.” Motivazione: La frase condensa il valore identitario e resistenziale della poesia popolare, paragonata a “cigni di una nazione massacrata”. Il linguaggio figurativo (“swanlike strains”) e la contrapposizione tra genio poetico e “talenti sostitutivi” (che usurpano l’arte) ne fanno un passaggio di forte impatto retorico e concettuale. La chiusa, con il suo tono perentorio, sottolinea l’inevitabilità di un riconoscimento storico.
“(43334) - The arrival of Tarquinius the Lucumo at Rome: his deeds and victories; his death; then the marvellous story of Servius; Tullia’s impious nuptials; the murder of the just king; the whole story of the last Tarquinius; the warning presages of his fall; Lucretia; the feint of Brutus; his death; the war of Porsenna; in fine the truly Homeric battle of Regillus; all this forms an epopee, which in depth and brilliance of imagination leaves every thing produced by Romans in later times far behind it. Knowing nothing of the unity which characterizes the most perfect of Greek poems, it divides itself into sections, answering to the adventures in the lay of the Niebelungen:” Motivazione: Qui l’epica romana arcaica viene descritta con una prosa vibrante, quasi essa stessa epica, che elenca eventi con ritmo incalzante (si noti la punteggiatura frammentata e l’uso di punti e virgola per scandire le tappe narrative). La comparazione con l’Iliade e i Nibelunghi non è solo contenutistica, ma stilistica: la mancanza di unità formale diventa un pregio, un segno di autenticità popolare. L’aggettivazione (“marvellous”, “Homeric”, “impious”) è carica di pathos.
“(43324) - The history of Romulus is an epopee by itself: on Numa there can only have been short lays. Tullus, the story of the Horatii, and of the destruction of Alba, form an epic whole, like the poem on Romulus: indeed here Livy has preserved a fragment of the poem entire, in the lyrical numbers of the old Roman verse.” Motivazione: La frase sintetizza con efficacia la struttura frammentaria eppure coesa dell’epica romana, paragonandola a un “tutto epico” nonostante la sua natura episodica. L’accenno a Livio che conserva un frammento “in numeri lirici” introduce un dettaglio filologico che arricchisce la riflessione sulla lingua come veicolo di memoria.
10.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento
Le frasi scelte qui si distinguono per innovazione lessicale, stile narrativo o densità concettuale, a prescindere dal tema trattato. Spiccano per linguaggio figurato, originalità espressiva o capacità di condensare idee complesse.
“(43294) - We are so thoroughly dependent on the age to which we belong, we subsist so much in and through it as parts of a whole, that the same thought is at one time sufficient to give us a measure for the acuteness, depth, and strength of the intellect which conceives it, while at another it suggests itself to all, and nothing but accident leads one to give it utterance before others.” Motivazione: La frase apre una riflessione filosofica sulla relatività del genio con una metafora organica (“parts of a whole”). Il contrasto tra il pensiero come misura dell’intelletto e la sua banalizzazione (“suggests itself to all”) è reso con eleganza dialettica. L’uso di “subsist” e “utterance” conferisce un tono solenne e quasi biblico.
“(41329) - Certainement quelque système qu’on adopte, il n’en est point qui ne présente des objections, parce que dans ces premiers âges de la poésie, où les lois de la prononciation n’étaient point encore soumises au frein de l’écriture qui les rend plus invariables, il devait y avoir une foule d’anomalies qu’on ne pouvait expliquer que par l’usage, plus fort que le raisonnement, et même que les règles de l’analogie; parce qu’enfin sous Pisistrate, quand on transcrivit pour la première fois les vers d’Homère, la prononciation avait déjà subi des altérations notables qu’il est impossible de déterminer précisément aujourd’hui.” Motivazione: Il passaggio unisce rigore filologico e poesia. La metafora del “freno dell’écriture” (che rende le leggi della pronuncia “più invariabili”) è visiva e potente. La frase cattura la tensione tra oralità e scrittura, tra norma e anomalia, con un ritmo ipotattico che riflette la complessità del tema. L’uso di “foule d’anomalies” e “altérations notables” è lessicalmente ricercato.
“(17654) - L’Allemand est en lui-même une langue aussi primitive et d’une construction presque aussi savante que le grec. [2086]Ceux qui ont fait des recherches sur les grandes familles des peuples, ont cru trouver les raisons historiques de cette ressemblance: toujours est-il vrai qu’on remarque dans l’allemand un rapport grammatical avec le grec; il en a la difficulté sans en avoir le charme; car la multitude des consonnes dont les mots sont composés les rendent plus bruyants que sonores.” Motivazione: La contrapposizione tra “difficoltà” e “charme” è geniale: descrive l’essenza di una lingua con antitesi efficaci. La metafora finale (“bruyants que sonores”) è auditiva e immediata, capace di evocare il suono dell’idioma. La frase condensa in poche parole un giudizio estetico e linguistico** di grande acutezza.
“(6555) - Parla di quelle donne galanti qui ne cherchent et ne veulent que les plaisirs de l’amour, di quelle che ne cherchent dans l’amour que les plaisirs des sens, (o della galanteria dell’ambizione ec.) que celui d’être fortement occupées et entraînées, et que celui d’être aimées; di quelle che [677]possono associer d’autres passioni à l’amour, e lasciare du vide dans (leur) son coeur, e che après avoir tout donné, possono non essere uniquement (occupées) occupé de ce qu’on aime; di quelle che se font une habitude de galanterie, et NE SAVENT POINT JOINDRE LA QUALITÉ D’AMIE A CELLE D’AMANT; di quelle che NE CHERCHENT…” Motivazione: La prosa frammentaria e iterativa (con ripetizioni di “di quelle che”, “ne… point”) mima il discorso morale con un effetto ipnotico. L’uso del corsivo e delle parentesi per sottolineare sfumature psicologiche (“laisser du vide dans son coeur”) è innovativo per l’epoca. La frase dipinge tipi umani con precisione quasi pittorica, usando un lessico variegato (da “galanterie” a “passioni”) che riflette la complessità dei caratteri.
“(41948) - Carlsruhe, ) a été amené par tous ces rapprochemens à conclure qu’il n’y a qu’une seule langue, et que ce que l’on nomme ordinairement langues, ne sont que les dialectes de cet idiome unique, dans lequel la forme, et non pas le fond ou l’essence des mots s’est modifiée; enfin, que cette essence des mots est contenue dans les racines qui ont existé dès le commencement, et dont on peut prouver l’origine par des raisonnemens physiologiques.” Motivazione: L’idea di una lingua unica (con le lingue storiche come suoi “dialetti”) è espressa con chiarezza visionaria. La distinzione tra “forme” e “essenza” dei vocaboli è filosoficamente densa, e l’accenno alle “radici” come entità primordiali introduce un sapore mitico. La frase condensa una teoria linguistica rivoluzionaria in poche righe, con stile assertivo e quasi profetico.
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