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1 La poesia tra natura e artificio: il conflitto tra classicismo e innovazione


1.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate affrontano il tema della tensione tra libertà creativa (natura, negligenza, ispirazione) e regole artistiche (arte, perfezione formale, imitazione), con particolare attenzione alla lingua come strumento di espressione poetica. I criteri applicati includono: - Linguaggio figurativo (metafore, antitesi, iperboli); - Stile narrativo (tono polemico, argomentazione serrata, contrasto tra antico e moderno); - Rilevanza linguistica (riflessione metapoetica, lessico tecnico vs. naturale); - Innovazione lessicale (neologismi impliciti, termini che sfidano convenzioni).

1.1.1 Frasi selezionate

  1. “(166) - i romantici) non ci arrischiamo di scostarci non dirò dall’esempio degli antichi e dei Classici, che molti pur sapranno abbandonare, ma da quelle regole (ottime e Classiche ma sempre regole) che ci siamo formate in mente, e diamo in voli bassi, nè mai osiamo di alzarci con quella negligente e sicura e non curante e dirò pure ignorante franchezza, che è necessaria nelle somme opere dell’arte, onde pel timore di non fare cose pessime, non ci attentiamo di farne delle ottime, e ne facciamo delle mediocri, non dico già mediocri di quella mediocrità che riprende Orazio, e che in poesia è insopportabile, ma mediocri nel genere delle buone cioè lavorate, studiate, pulitissime, armonia espressiva, bel verso, bella lingua, Classici ottimamente imitati, belle imagini, belle similitudini, somma proprietà di parole, (la quale soprattutto tradisce l’arte) insomma tutto, ma che non son quelle, non sono quelle cose secolari e mondiali, insomma non c’è più Omero Dante l’Ariosto, insomma il Parini il Monti sono bellissimi ma non hanno nessun difetto.”
    • Motivazione: La frase condensa una polemica stilistica contro l’imitazione sterile dei classici, usando un linguaggio figurativo (voli bassi vs. franchezza “ignorante”) e un tono iperbolico (“non c’è più Omero”). L’elenco delle qualità formali (“belle imagini, somma proprietà di parole”) diventa una parodia dell’eccellenza vuota, con una climax ascendente che culmina nel paradosso: la perfezione è difetto.
  2. “(26114) - 69 E soggiungo che in ciò gli cedono appunto per aver seguìto una unità che Omero non si propose, e a causa di quello stesso incremento e stabilimento dell’arte che li conformò e regolò, e che in Omero non conobbe, e che peccano appunto per quella maggior perfezione di disegno che loro si attribuisce sopra l’Iliade, e che in questa pretesa perfezione consiste appunto il maggiore ed essenzial peccato del loro disegno, peccato che niuno ci riconosce, non potendo però lasciare di sentirne gli effetti, ma rapportandoli a non vere cagioni, e male esigendo che quei poemi producano effetti non compatibili realmente con quel disegno che in essi lodano, e senza cui gli avrebbero biasimati; e finalmente che Omero [3167]non conoscendo l’arte (che da lui nacque) e seguendo solamente la natura e se stesso, cavò dalla sua propria immaginazione ed ingegno un’idea, un concetto, un disegno di poema epico assai più vero, più conforme alla natura dell’uomo e della poesia, più perfetto, che gli altri, avendo il suo esempio e in esso guardando, e ridotta che fu ad arte la facoltà ond’egli avea prodotto que’ modelli, e determinata, distinta e stretta che fu da regole la poesia, non seppero di gran lunga fare.”
    • Motivazione: Qui emerge la dialettica tra natura e arte come forze opposte. L’uso di antitesi (“perfezione” vs. “peccato”, “arte” vs. “natura”) e la ripetizione anaforica (“e che…”) rafforzano l’argomentazione. La frase è significativa per la riflessione metapoetica: la poesia nasce dalla libertà (Omero), ma l’istituzionalizzazione delle regole la soffoca.
  3. “(329) - Quello che nei poeti dee parer di vedere, oltre gli oggetti imitati, è una bella negligenza, e questa è quella che vediamo negli antichi, maestri di questa necessarissima e sostanziale arte, questa è quella che vediamo nell’Ariosto, Petrarca ec. questa è quella che pur troppo manca anche ai migliori e classici tra i moderni, questa è quella che col sentimentale e col sistema del Breme, e nelle poesie moderne de’ francesi, non si ottiene, e poi non si ottiene; chè questo stesso sentimentale scopre una certa diligenza ec. scopre insomma il poeta che parla ec.”
    • Motivazione: La ”bella negligenza” è un concetto chiave del pensiero leopardiano, qui espresso con ripetizione martellante (“questa è quella che…”) e contrasto tra antico e moderno. Il termine “negligenza” assume una valenza positiva, quasi ossimorica, per indicare la spontaneità che sfugge all’artificio. La critica ai francesi e al “sentimentale” introduce un lessico tecnico (sistema del Breme) che marca la distanza tra innovazione e tradizione.
  4. “(274) - e non si [17]avvedono che appunto questo grand’ideale dei tempi nostri, questo conoscere così intimamente il cuor nostro, questo analizzarne, prevederne, distinguerne ad uno ad uno tutti i più minuti affetti, quest’arte insomma psicologica, distrugge l’illusione senza cui non ci sarà poesia in sempiterno, distrugge la grandezza dell’animo e delle azioni; […] e che mentre l’uomo (preso in grande) si allontana da quella puerizia, in cui tutto è singolare e maraviglioso, in cui l’immaginazione par che non abbia confini, da quella puerizia che così era propria del mondo a tempo degli antichi, come è propria di ciascun uomo al suo tempo, perde la capacità di esser sedotto, diventa artificioso e malizioso, non sa più palpitare per una cosa che conosce vana, cade tra le branche della ragione, e se anche palpita (perchè il cuor nostro non è cangiato ma la mente sola), questa benedetta mente gli va a ricercare tutti i secreti di questo palpito, e svanisce ogn’ispirazione, svanisce ogni poesia; e non si avvedono che s’è perduto il linguaggio della natura, e che questo sentimentale non è altro che l’invecchiamento dell’animo nostro, e non ci permette più di parlare se non con arte, e che quella santa semplicità, che dalla natura non può sparire perchè la natura coll’uomo non invecchia, e la qual sola ci può destare quei veri e dolci sentimenti che andiamo cercando, non è più propria di noi come era propria degli antichi, e che però per parlare come questa semplicità parla, e come insegna la natura, e destare quei sentimenti che la sola natura può destare, è forza in questo tristissimo secolo di ragione e di lume, che fuggiamo da noi stessi, e vediamo come parlavano gli antichi che erano ancora fanciulli, e con occhi non maliziosi nè curiosacci ma ingenui e purissimi vedevano la santa natura e la dipingevano:”
    • Motivazione: La frase è un manifesto poetico contro l’analisi razionale (l’“arte psicologica”) e a favore della semplicità naturale. Il linguaggio figurativo è ricco di metafore organiche (“branche della ragione”, “linguaggio della natura”) e di antitesi (puerizia vs. malizia, cuore vs. mente). La climax emotiva (“svanisce ogn’ispirazione, svanisce ogni poesia”) e la ripetizione anaforica (“e non si avvedono che…”) creano un effetto di urgenza profetica. Il lessico oscilla tra termine tecnico (“arte psicologica”) e linguaggio evocativo (“santa semplicità”), riflettendo la tensione tra modernità e classicismo.

1.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Le frasi scelte qui si distinguono per qualità stilistiche intrinseche, che le rendono esempi di eccellenza linguistica o innovazione formale, a prescindere dal tema trattato. I criteri includono: - Stile narrativo (ritmo, sintassi, tono); - Linguaggio figurativo (immagini originali, metafore audaci); - Vocabolario (lessico ricercato o inedito, neologismi impliciti); - Effetto emotivo (pathos, ironia, paradosso).

1.2.1 Frasi selezionate

  1. “(23001) - Quando Omero, introduce Priamo ai piedi d’Achille, quando ci commuove fino all’anima coll’amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria, quando parche impieghi ogni artifizio, che accumuli ogni circostanza, propria a destarci la compassione più viva, e nel tempo stesso ci rappresenta Achille, il protagonista del suo poema, il modello della virtù eroica da lui concepita, così difficile, così tardo a lasciarsi piegare, piangente sopra il capo di Priamo, non già le sventure di Priamo, ma le sue proprie e il suo vecchio padre, e il suo Patroclo, della cui morte esso [2768]Priamo era venuto a chiedergli in certo modo il perdono, quando finalmente non lo fa risolvere di concedere al supplichevole e infelicissimo re la sua misera domanda, se non in vista dell’ordine espresso già ricevutone da Giove per mezzo di Teti, senza il quale egli dimostra e fa intendere assai chiaramente che nè le preghiere nè il pianto nè il dolore nè tutto il misero apparato di quel re domo e prostratogli dinanzi, l’avrebbero vinto; a noi pare che questo Achille sia quasi un mostro, e che anche una virtù secondaria anzi minima, non che primaria, (come si rappresenta la sua in quel poema) anche molto più gravemente offesa, anche già meno acerbamente vendicata, anche con minori cagioni d’intenerirsi, avesse dovuto e commuoversi ben tosto, e sommamente, e concedere già molto prima di quel ch’ella fa, la domanda del supplichevole, e concedere anche assai di più, potendo [2769]farlo, e farlo di volontà sua.”
    • Motivazione: La frase è un capolavoro di analisi psicologica e drammaturgia verbale. La sintassi complessa (periodi lunghi, incisi, subordinate) riproduce la tensione narrativa del momento omerico, mentre il linguaggio figurativo (“amaro spettacolo di tanta grandezza ridotta a tanta miseria”) evoca pathos. Il paradosso finale (“Achille sia quasi un mostro”) ribalta le aspettative, usando un tono ironico che sfida la tradizione. L’uso di termini tecnici (“virtù eroica”, “artifizio”) si mescola a lessico emotivo (“piangente”, “supplichevole”), creando un effetto di contrasto stilistico.
  2. “(2720) - E quantunque anche la disinvoltura possa essere affettata, e da ciò guasta, tuttavia possiamo dire iperbolicamente, che se veruna affettazione è permessa allo scrittore, non è altra che questa di non accorgersi nè prevedere i begli effetti che le sue parole faranno in chi leggerà, o ascolterà, e di non aver volontà nè scopo nessuno, eccetto quello ch’è manifesto e naturale, di narrare, di celebrare, compiangere ec. Laonde è veramente miserabile e barbaro quell’uso moderno di tramezzare tutta la scrittura o poesia di segnetti e [226]lineette, e punti ammirativi doppi, tripli, ec. Tutto il Corsaro di Lord Byron (parlo della traduzione non so del testo nè delle altre sue opere) è tramezzato di lineette, non solo tra periodo e periodo, ma tra frase e frase, anzi spessissimo la stessa frase è spezzata, e il sostantivo è diviso dall’aggettivo con queste lineette (poco manca che le stesse parole non siano così divise), le quali ci dicono a ogni tratto come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa; fate attenzione, avvertite che questo che viene è un bel pezzo, osservate questo epiteto ch’è notabile, fermatevi sopra questa espressione, ponete mente a questa immagine ec. ec. cosa che fa dispetto al lettore, il quale quanto più si vede obbligato a fare avvertenza, tanto più vorrebbe trascurare, e quanto più quella cosa gli si dà per bella, tanto più desidera di trovarla brutta, e finalmente non fa nessun caso di quella segnatura, e legge alla distesa, come non ci fosse.”
    • Motivazione: La frase è un attacco satirico contro la pedanteria editoriale, reso efficace da:
      • Iperbole (“poco manca che le stesse parole non siano così divise”);
      • Metafora teatrale (“come il ciarlatano che fa veder qualche bella cosa”);
      • Ritmo incalzante (frasi brevi, ripetizioni, climax: “fate attenzione, avvertite, osservate…”);
      • Lessico sprezzante (“miserabile e barbaro”, “dispetto”). La critica ai segni di punteggiatura diventa una riflessione sulla ricezione del testo, con un tono polemico che trasforma un dettaglio tecnico in una questione di stile.
  3. “(28944) - Nessun buon autore del seicento, del sette e dell’ottocento dà nel poetico come molti buoni e classici del 500 (non ostante nel 600 la gran peste dello stile derivata appunto dal cercare il florido, il sublime, il metaforico, lo straordinario modo di parlare e di esprimere checchessia, il fantastico, l’immaginoso, l’ingegnoso; e consistente in queste qualità ec. peste [3563]che nel 500 ancor non regnava, eppur tanto regnava il florido e il poetico nella prosa, quanto non mai nelle buone e classiche prose del 600:”
    • Motivazione: La frase è un esempio di critica stilistica che usa:
      • Metafora medica (“gran peste dello stile”) per descrivere la decadenza barocca, con un lessico tecnico (“florido”, “metaforico”, “ingegnoso”) che diventa ironico nel contesto;
      • Antitesi tra Cinquecento (equilibrio) e Seicento (eccesso), resa con parallelismi sintattici (“tanto regnava il florido… quanto non mai”);
      • Neologismo implicito (“peste dello stile”), che condensa in un’immagine forte un giudizio storico-letterario.
  4. “(217) - Nelle poesie del Monti (specialmente nelle Cantiche) sono osservabili la [14]bellezza novità efficacia delle imagini, particolarmente sublimi, ma anche di ogni altro genere, la mollezza e dirò così sveltezza, agilità, disinvoltura dell’espressione; la gran felicità nell’esprimere cose e imagini difficilissime, la disinvolta e spedita nobiltà dello stile, e quella data colla scelta e collocamento delle parole (o coll’uno o l’altra separatamente) a cose e imagini per se stesse ignobili o quasi; la sublimità e grandezza delle imaginazioni fantastiche, la grazia e forza del dipingere, la facilità e felicità di certe rime disparatissime, come di qualche nome proprio, lontanissimo dell’argomento, condottovi con mirabile franchezza e disinvoltura, (nella qual facilità ebbe il Monti gran precursore, oltre a Dante il Menzini nelle Satire);”
    • Motivazione: La frase è un elogio stilistico che si distingue per:
      • Lessico ricercato (“mollezza”, “sveltezza”, “disinvoltura”), con neologismi impliciti (“imaginazioni fantastiche”);
      • Enumerazione caotica (accumulo di qualità senza gerarchia), che riproduce l’effetto di abbondanza tipico dello stile montiano;
      • Metafore visive (“grazia e forza del dipingere”) e sinestesie (“facilità e felicità di certe rime disparatissime”);
      • Tono entusiastico, con iperboli (“gran felicità”, “mirabile franchezza”) che trasmettono ammirazione.

1.3 Nota conclusiva

Le frasi selezionate mostrano come Leopardi usi la lingua come strumento di battaglia culturale, alternando analisi tecnica e slanci lirici. La sua prosa è ibrida: da un lato, riflessione critica (con lessico filosofico e retorico); dall’altro, invettiva appassionata (con immagini forti e ritmo incalzante). La tensione tra classicismo e modernità si riflette nella sintassi (periodi lunghi vs. frasi spezzate) e nel vocabolario (termini aulici vs. espressioni colloquiali).


2 L’autodistruzione dell’animo: tra odio di sé, viltà e disperazione


2.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di rappresentare, con intensità stilistica e profondità psicologica, il tema della disperazione esistenziale, dell’autopunizione e della paralisi morale. I criteri applicati includono: - Linguaggio figurativo (metafore, antitesi, iperboli); - Innovazione lessicale (termini arcaici o ricercati, neologismi impliciti); - Stile narrativo (periodi ipotattici, accumulazione di aggettivi, ritmo incalzante); - Rilevanza linguistica (densità semantica, contrasto tra astratto e concreto); - Evoluzione del personaggio (rappresentazione di un io frantumato).

2.1.1 Frasi selezionate

  1. “(30980) - Egli diviene misantropo di se stesso e il suo maggior nemico, egli vuol soffrire, egli vi si ostina, i partiti più tristi, più acerbi verso se stesso, più dolorosi e più spaventevoli, e che prima di quella sua роса esperienza della vita egli avrebbe rigettati con orrore, divengono del suo gusto, ei li abbraccia con trasporto, dovendo scegliere uno stato, il più monotono, il più freddo, il più penoso per la noia che reca, il più difficile a sopportarsi perchè più lontano e men partecipe della vita, è quello ch’ei preferisce, ei vi si compiace tanto più quanto esso è più orribile per lui, egl’impiega tutta la forza del suo carattere e della sua età in abbracciarlo, e in sostenerlo, e in mantenere ed eseguire la sua risoluzione, e in continuarlo, e si compiace fra l’altre cose in particolare nell’impossibilitarsi a poter mai fare altrimenti, e nello abbracciar quei partiti che gli chiudano per sempre la strada di poter vivere, o soffrir meno, perchè con ciò ei viene a ridursi e a rappresentarsi come ridotto in uno estremo di sciagura, il che piace, come altrove ho detto, e se qualche cosa mancasse e potesse aggiungersi al suo male, ei non sarebbe contento ec. egl’impiega tutta la sua vita morale in abbracciare, sopportare e mantenere costantemente la sua morte morale, tutto il suo ardore in agghiacciarsi, tutta la sua inquietezza in sostenere la monotonia e l’uniformità della vita, tutta la sua costanza in scegliere di soffrire, voler soffrire, continuare a soffrir, tutta la sua gioventù in invecchiarsi l’animo, e vivere esteriormente da vecchio, ed abbracciare e seguir gl’istituti, le costumanze, i modi, le inclinazioni, il pensare, la vita de’ vecchi.”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: La metafora della “morte morale” e l’ossimoro “tutto il suo ardore in agghiacciarsi” condensano la contraddizione insanabile tra vitalità e autodistruzione.
    • Stile narrativo: L’accumulazione di verbi (abbracciare, sostenere, mantenere, continuare) e aggettivi (tristi, acerbi, dolorosi, spaventevoli) crea un ritmo ossessivo, quasi una litania del masochismo esistenziale.
    • Innovazione lessicale: Termini come “роса esperienza” (probabile refuso per “poca”) o “sciagura” assumono una valenza arcaica e solenne, amplificando il tono tragico.
    • Evoluzione del personaggio: Il passaggio da “avrebbe rigettati con orrore” a “abbraccia con trasporto” mostra una metamorfosi psicologica radicale, descritta con precisione clinica.

  1. “(1155) - Ma se la sventura arriva al colmo l’indifferenza non basta, egli perde quasi affatto l’amor di se, (ch’era già da questa indifferenza così violato) o piuttosto lo rivolge in un modo tutto contrario al consueto degli uomini, egli passa ad odiare la vita l’esistenza e se stesso, egli si abborre come un nemico, e allora è quando l’aspetto di nuove sventure, o l’idea e l’atto del suicidio gli danno una terribile e quasi barbara allegrezza, massimamente se egli pervenga ad uccidersi essendone impedito da altrui; allora è il tempo di quel maligno amaro e ironico sorriso simile a quello della vendetta eseguita da un uomo crudele dopo forte lungo e irritato desiderio, il qual sorriso è l’ultima espressione della estrema disperazione e della somma infelicità.”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: L’antitesi tra “amore di sé” e “odio di sé”, e la similitudine del sorriso come “vendetta eseguita” rendono visibile l’abisso interiore.
    • Vocabolario: Termini come “abborre”, “barbara allegrezza”, “maligno amaro” sono scelti per la loro carica emotiva e arcaicità, che accentua il senso di tragedia.
    • Stile narrativo: La frase finale, con la sua struttura ipotattica e la climax (“estrema disperazione → somma infelicità”), suggella il paradosso di una gioia derivata dal dolore.
    • Rilevanza linguistica: L’uso del condizionale (“se egli pervenga”) e del gerundio (“essendone impedito”) crea una sospensione temporale, come se il suicidio fosse un evento già vissuto e insieme irrealizzabile.

  1. “(28105) - È veramente mirabile e tristo, non men che vero, come un uomo che non solo non teme nè fugge, ma desidera supremamente la morte, un uomo ch’è disperato di se stesso, che conta già la vita e le cose umane per nulla, un uomo ch’è risoluto eziandio di morire, tema ancor tuttavia l’aspetto degli uomini, si perda di coraggio nella società, si spaventi del rischio di essere ridicolo (rischio ch’egli ha sempre davanti agli occhi, e il cui pensiero e timore si è quello che lo rende timido), e non abbia coraggio d’intraprender nulla per migliorare o render meno penosa la sua condizione, e ciò per tema di peggiorar quella vita della quale egli non fa più caso alcuno, della quale ei dispera, che non può parergli possibile a divenir peggiore, odiandola già egli tanto da desiderar sommamente d’esserne liberato, o da volere determinatamente gittarla via.”

    Motivazione:

    • Contrasto logico: La paradossalità del discorso (desiderare la morte ma temere il ridicolo) è resa attraverso una struttura circolare che ripete ossessivamente la contraddizione (“tema… pur desiderando la morte”).
    • Linguaggio figurativo: La personificazione del “rischio di essere ridicolo” come entità minacciosa (“ch’egli ha sempre davanti agli occhi”) trasforma un’astrazione in un nemico concreto.
    • Stile narrativo: L’anafora (“un uomo che…”) e la climax (“non teme… desidera… è risoluto… tema”) costruiscono una tensione crescente, come in una confessione sofferta.
    • Rilevanza linguistica: L’uso del congiuntivo (“che non può parergli possibile”) e del gerundio (“odiandola già egli tanto”) crea un effetto di distanza riflessiva, come se il soggetto osservasse se stesso dall’esterno.

  1. “(30986) - E’ s’ingannano sommamente e in tali casi la lor роса cognizione del cuore umano e de’ suoi mirabilissimi accidenti, de’ fenomeni dell’amor proprio e delle sue sottilissime e sfuggevolissime operazioni e modi di agire, e stravagantissimi effetti e trasformazioni, nuoce grandemente a quei poveri giovani, i quali ben potrebbero ancora, ma non senza molta forza e molto artifizio, essere strappati a quelle dure risoluzioni, azioni e abitudini, e riconciliati con se stessi e con la vita, vero partito che si dovrebbe prendere in tali casi da un prudente e filosofo e pietoso curatore, e solo mezzo di svolgere il giovane da’ tristi partiti ch’egli ha abbracciati o è per abbracciare, e di sottrarlo dalla vera infelicità che glien’è per seguire, massime calmato il furore e intiepidito l’ ardore dell’età, che sono appunto quelli che cagionano quella tal sua pazienza e che l’ agghiacciano, e che lo sostengono e nutrono in quella gelata, sterile, ed arida vita ch’egli ha intrapreso, o nella risoluzione d’intraprenderla; ma poco potranno durare a sostentarlo, e consumati o diminuiti, egli sentirà tutta la репа del suo stato, e gli mancherà la virtù di soffrirlo, dopo impostasene la necessità.”

    Motivazione:

    • Innovazione lessicale: Aggettivi come “sfuggevolissime”, “stravagantissimi”, “gelata” (per “gelida”) sono neologismi impliciti che arricchiscono il lessico con una patina di rarefazione filosofica.
    • Linguaggio figurativo: La metafora della vita come “gelata, sterile, arida” e l’ossimoro** “furore… intiepidito” descrivono uno stato di paralisi vitale.
    • Stile narrativo: Il periodo ipotattico (con subordinate causali, finali, temporali) riflette la complessità del ragionamento psicologico, mentre la climax (“calmato il furore… intiepidito l’ardore”) suggerisce un declino ineluttabile.
    • Rilevanza linguistica: L’uso del condizionale (“ben potrebbero ancora”) e del futuro (“glien’è per seguire”) introduce una dimensione prognostica, come se il testo fosse una diagnosi medica.

2.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Queste frasi si distinguono per eccellenza stilistica assoluta, che trascende il tema specifico e si impone per: - Originalità delle immagini; - Densità concettuale; - Ritmo e musicalità; - Capacità di sintesi filosofica.

2.2.1 Frasi selezionate

  1. “(25999) - Ond’è che quantunque in ciascuno de’ nominati poemi epici v’abbiano molte sventure cantate, ed avendovi una parte vittoriosa e felice, v’abbia altresì necessariamente una parte soccombente e sfortunata, si guardarono però bene tutti i detti poeti di farci piangere sopra questa sventura, come aveva fatto Omero; e di condurre il poema in modo che all’ultimo la vittoria della parte avventurosa, benchè sempre desiderata e allora applaudita dal lettore, fosse nel tempo medesimo cordialmente da lui pianta e lagrimata, destandosi così nel suo animo sì pel corso del poema, sì massimamente nel fine, e durando in esso dopo la lettura quel vivo contrasto di passioni e di sentimenti, quella mescolanza di dolore e di gioia e d’altri similmente contrarii affetti che dà sommo risalto agli uni e agli altri, e ne moltiplica le forze, e cagiona nell’animo de’ lettori una tempesta, un impeto, un quasi gorgogliamentodi passioni che lascia durevoli vestigi di se, e in cui principalmente consiste il diletto che si riceve dalla poesia, la quale ci dee sommamente muovere e agitare e non già lasciar l’animo nostro in riposo e in calma.”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: La metafora della “tempesta” e del “gorgogliamento di passioni” trasforma un concetto astratto (l’effetto della poesia) in un’esperienza fisica e viscerale**.
    • Stile narrativo: L’anafora (“sì pel corso del poema, sì massimamente nel fine”) e la climax (“tempesta, impeto, gorgogliamento”) creano un crescendo emotivo.
    • Vocabolario: Termini come “pianta” (per “pianta”), “gorgogliamento” (neologismo implicito) e “vestigi” (arcaico) conferiscono al testo una patina solenne e arcaizzante.
    • Rilevanza filosofica: La frase sintetizza una teoria estetica (il piacere della poesia come conflitto di emozioni) con una chiarezza e profondità rare.

  1. “(34111) - Poichè in essa l’amor proprio essendo eccessivo e però tanto più bisognoso di successi, e desiderando la stima altrui e temendo la disistima molto più che gli altri non fanno, e impedito di conseguire e costretto ad incontrare quelli che gli altri con molto minor desiderio e bisogno conseguono facilissimamente ogni dì, ed evitano con molto minor tema, e che quando nol conseguissero o non lo evitassero, ne sarebbero molto meno afflitti e infelicitati, per la minore vivacità e sensibilità dell’amor proprio, ed anche della immaginazione, la quale a quegli altri accresce eziandio per se stessa e con mille false esagerazioni e finzioni la grandezza delle perdite fatte, di quello che essi desiderano naturalmente di conseguire, di quello che non ottengono, dei mali successi incontrati nella società, delle sxhmosænai, che anche bene spesso non son vere affatto, ma fabbricate di pianta dall’immaginazione, e non esistono se non nell’idea di questi tali, e così anche i buoni successi o gli oggetti che essi si propongono di conseguire che spessissimo sono vani e immaginari, e da niuno ottenuti nè possibili ad ottenere ec. ec.”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: La personificazione dell’immaginazione come entità che “fabbrica di pianta” illusioni è geniale per la sua concretezza.
    • Stile narrativo: Il periodo ipotattico (con subordinate causali, comparative, concessive) riflette la complessità del ragionamento psicologico, mentre l’accumulo di aggettivi (“eccessivo, bisognoso, impedito, costretto”) crea un effetto di oppressione.
    • Vocabolario: Il termine greco “sxhmosænai” (probabile refuso per “schēmosynai”, “figure” o “apparenze”) introduce un elemento di erudizione che arricchisce il lessico.
    • Rilevanza filosofica: La frase è una radiografia dell’ego ipertrofico, con una precisione quasi clinica nella descrizione delle dinamiche sociali.

  1. “(28363) - da una confusione dell’anima, dal non poter tollerare la calma della riflessione a causa del turbamento che si prova, e ch’essa riflessione accrescerebbe; dal non essere in istato di considerare come si dovrebbe, per aver l’animo sossopra; insomma dal non trovarsi in pieno riposo di spirito, e libero da ogni passione, come vuole il perfetto coraggio, ma per lo contrario sentire una passione, la quale preferisce e trova più facile e tollerabile uno sforzo ancorchè difficile e pericoloso, che una riposatezza, che le riesce intollerabile e troppo penosa, e non solo difficile ma impossibile (come ogni passione per natura è incapace di riposatezza e l’esclude per la sua propria nazione, e spinge all’energico, allo sforzo ec.).”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: L’antitesi tra “calma della riflessione” e “turbamento” è resa attraverso metafore corporee (“animo sossopra”), che rendono tangibile l’astrazione.
    • Stile narrativo: La struttura circolare (la frase inizia e finisce con la negazione del riposo) e l’uso del gerundio (“sentire una passione”) creano un effetto di spirale ossessiva.
    • Vocabolario: Termini come “riposatezza” (arcaico per “riposo”) e “nazione” (per “natura”) conferiscono un tono solenne e filosofico.
    • Rilevanza filosofica: La frase è una definizione perfetta della passione come forza motrice e insieme distruttiva, con una chiarezza cristallina.

  1. “(17781) - Egli arriva sovente assai presto ad un punto, dove qualunque massima infelicità non è più capace di agitarlo fortemente, e dall’eccessiva suscettibilità di essere eccessivamente turbato, passa rapidamente alla qualità contraria, cioè ad un abito di quiete e di rassegnazione sì costante, e di disperazione così poco sensibile, che qualunque nuovo male gli riesce indifferente (e questa si può dire l’ultimaepoca del sentimento, e quella in cui la più gran disposizione naturale all’immaginazione alla sensibilità, divengono quasi al tutto inutili, e il più gran poeta, o il più dotato di eloquenza che si possa immaginare, perde quasi affatto e irrecuperabilmente queste qualità, e si rende incapace a poterle più sperimentare o mettere in opera per qualunque circostanza).”

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo: L’ossimoro “disperazione così poco sensibile” e la metafora della “ultima epoca del sentimento” trasformano un concetto psicologico in una visione storica**.
    • Stile narrativo: Il passaggio dal singolare al plurale (“egli… il più gran poeta”) e l’uso del condizionale (“si può dire”) creano un effetto di universalità.
    • Vocabolario: Termini come “suscettibilità”, “abito”, “irrecuperabilmente” sono scelti per la loro precisione filosofica.
    • Rilevanza filosofica: La frase è una meditazione sulla fine della sensibilità, con implicazioni esistenziali e artistiche di portata epocale.

2.3 Criteri aggiuntivi suggeriti


3 L’allontanamento dell’uomo dalla natura e le contraddizioni della civiltà


3.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si distinguono per la forza argomentativa, la ricchezza del linguaggio figurativo e la capacità di sintetizzare una visione filosofica complessa attraverso uno stile incisivo e spesso antitetico. Emergono criteri come: - Contrasto dialettico (natura vs. artificio, perfezione vs. corruzione); - Lessico filosofico e innovazione concettuale (es. “perfezionabilità definitissima”, “società stretta”); - Stile ipotattico e accumulazione (periodi lunghi che mimano la complessità del ragionamento); - Metafore organiche (la natura come sistema armonico vs. l’uomo come elemento dissonante).

Frasi scelte:

  1. “(9823) - Io dimostro che l’uomo essendo perfetto in natura, quanto più s’allontana da lei, più cresce l’infelicità sua: dimostro che la perfettibilità dello stato sociale è definitissima, e benchè nessuno stato sociale possa farci felici, tanto più ci fa miseri, quanto più colla pretesa sua perfezione ci allontana dalla natura; dimostro che l’antico stato sociale aveva toccato i limiti della sua perfettibilità, limiti tanto poco distanti dalla natura, quanto è compatibile coll’essenza di stato sociale, e coll’alterazione inevitabile che l’uomo ne riceve da quello ch’era primitivamente: dimostro infine con prove teoriche, e con prove storiche e di fatto, che l’antico stato sociale, stimato dagli altri imperfettissimo, e da me perfetto, era meno infelice del moderno.”
    • Motivazione: La frase condensa in un unico periodo un intero sistema di pensiero, con una progressione logica serrata e un lessico tecnico (“perfettibilità definitissima”, “alterazione inevitabile”) che sottolinea la tensione tra natura e civiltà. L’uso dell’antitesi (“perfetto” vs. “imperfettissimo”) e la chiusa assertiva (“dimostro infine”) conferiscono un tono polemico e persuasivo.
  2. “(30563) - I primi passi che l’uomo fece o fa verso una società stretta lo conducono di salto in luogo così lontano dalla natura, e in uno stato così a lei contrario, che non senza il corso di lunghissimo tempo, e l’aiuto di moltissime circostanze e d’infinite casualità (e queste difficilissime ad accadere) ei si può ricondurre in uno stato, che non sia affatto contrario alla natura ec. […] io domando se è possibile, se è ragionevole, il credere che la natura abbia destinato ad una specie di esseri (e massime alla più perfetta) una perfezione e felicità, per ottener la quale le convenisse assolutamente passare p. uno e più stati onninamente contrari alla natura sua ed alla natura universale, e quindi per uno e più stati di somma infelicità.”
    • Motivazione: L’immagine del “salto” lontano dalla natura è potente e visiva, mentre la domanda retorica finale (“io domando se è possibile…”) trasforma il ragionamento in un’accusa diretta. L’accumulo di aggettivi (“onninamente contrario”, “somma infelicità”) e la struttura ipotattica creano un effetto di vertigine concettuale, come se l’autore volesse travolgere il lettore nella sua tesi.
  3. “(32040) - Sicchè la società stretta, massime fra gl’individui umani, si trova, anche per questa via d’argomentazione, essere per sua essenza e per essenza e ragion delle cose, direttamente contraria alla natura e ragione, non pur particolare, ma universale ed eterna, secondo cui le specie tutte debbono tendere e servire quanto è in loro alla propria conservazione e felicità, dovechè la specie umana in istato di società stretta necessariamente (e il prova sì la ragione sì ‘l fatto di tutti i secoli sociali) non pur non serve ma nuoce alla propria conservazione e felicità, e serve quasi quanto è in lei alla propria distruzione e infelicità essa medesima.”
    • Motivazione: La frase è un esempio di stile binario (natura vs. società) e di iperbole retorica (“serve alla propria distruzione”). L’uso di termini astratti ma carichi di pathos (“ragione universale ed eterna”, “infelicità essa medesima”) e la ripetizione enfatica (“non pur non serve ma nuoce”) conferiscono al testo un tono profetico e quasi apocalittico.
  4. “(29274) - Secondariamente, chiunque non consideri il genere umano per più che per una specie di animali, superiore bensì all’altre, ma una finalmente di esse; chiunque si contenti e si degni di tener l’uomo non per il solo essere, ma per un degli esseri, di questa terra, diverso dagli altri di specie, ma non di genere nè totalmente, nè formante un ordine e una natura a parte, ma compreso nell’ordine e nella natura di tutti gli altri esseri sì della terra sì di questo mondo […]”
    • Motivazione: Qui emerge un lessico scientifico-filosofico (“specie”, “genere”, “ordine”) che si contrappone all’idea antropocentrica. La struttura anaforica (“chiunque non consideri… chiunque si contenti…”) e la climax discendente (“superiore bensì… ma una finalmente di esse”) smontano con ironia sottile la presunzione umana. La frase è un manifesto anti-antropocentrico, scritto con una precisione quasi entomologica.
  5. “(30504) - Nè volle il destino, nè comporta la natura delle cose che niuna specie e niuno essere mortale e creato sia l’autore del sistema e dell’ordine che dee condurlo alla propria felicità e perfezione (come avverrebbe se l’uomo fosse destinato a quella società che noi pensiamo, la quale è capace e bisognevole di una forma, non che eseguita ma immaginata dagli uomini, e infinite ne può ricevere e n’ha ricevute, tutte parimente buone o cattive, tutte o quasi tutte a lei ed alla sua idea convenienti, [cioè tutte contraddittorie e discordevoli in se stesse ec.] e la natura niuna forma le prescrisse nè potè prescriverle, non avendola voluta).”
    • Motivazione: La frase è un tour de force sintattico che mima la complessità del tema. L’uso di parentesi e incisi (“[cioè tutte contraddittorie…]”) crea un effetto di metalinguaggio, come se l’autore commentasse la propria argomentazione. Il lessico giuridico-filosofico (“destino”, “natura delle cose”, “prescrisse”) e l’ironia sulla presunzione umana (“infinite ne può ricevere… tutte parimente buone o cattive”) rendono il testo letterariamente denso.

3.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Queste frasi si distinguono per eccellenza stilistica, originalità lessicale o capacità di evocare immagini potenti, anche al di fuori del contesto tematico. I criteri includono: - Metafore audaci (es. la natura come sistema organico vs. l’uomo come elemento dissonante); - Innovazione lessicale (neologismi o usi inediti di termini filosofici); - Strutture sintattiche memorabili (periodi lunghi che creano suspense o climax); - Tono profetico o visionario.

Frasi scelte:

  1. “(16881) - Se dunque l’uomo facendo evidentissimamente violenza alla natura, e vincendo infiniti ostacoli naturali, è giunto a conformare e se stesso, e quella parte di natura che da lui dipendeva naturalmente, e quella molto maggiore che n’è venuta a dipendere in sola virtù della di lui alterazione; è giunto dico a conformar tutto ciò in modo diversissimo da quel piano, da quell’ordine, che col savio ragionamento si sopre destinato, inteso, avuto in mira, voluto, disposto dalla natura; questa non può essere una prova nè contro la natura, nè che la natura non abbia voluto effettivamente quel tal ordine primitivo; nè che la perfezion delle cose, quanto all’uomo, non si sia perduta; nè che l’andamento della nostra specie, e di quanto ne dipende o le appartiene, sia naturale; nè che la natura non avesse effettivamente di mira, non avesse concepito, e con tutte le forze proccurato un ordine di cose quanto semplice ne’ suoi principii costitutivi, ne’ suoi elementi, nelle sue forze produttrici, nelle sue qualità analizzate e decomposte; tanto certo, determinato, costante, e al tempo stesso armonico, fecondo e variatissimo ne’ suoi effetti, suscettibile d’infinite modificazioni, e soggetto anche a molte accidentali disarmonie, sebben forse non per altro che per maggiore armonia.”
    • Motivazione: Un monumento sintattico che riproduce la complessità del pensiero filosofico. L’accumulo di participi (“destinato, inteso, avuto in mira…”) e la climax finale (“semplice… armonico, fecondo e variatissimo”) creano un effetto di crescendo musicale. La metafora della natura come sistema “semplice nei principi” ma “variatissimo negli effetti” è di una modernità sorprendente, quasi anticipando teorie sistemiche.
  2. “(16531) - Giacchè immaginando un solo ed assoluto tipo di perfezione, indipendente ed antecedente ad ogni sorta di esistenza, tutti gli esseri per esser perfetti debbono essere interamente conformi a questo tipo; dunque tutti perfettamente uguali e identici di natura; dunque da che esistono generi, esiste necessariamente un’immensa imperfezione nella stessa essenza di tutte le cose, la quale non si può toglier via, se non confondendo tutte le cose insieme, estirpando tutte le possibili nature, esistenti o non esistenti, e tutti i possibili modi di essere, e riducendo un’altra volta il tutto, e l’intera esistenza a quel tipo di perfezione ch’è anteriore all’esistenza, e quindi non esiste.”
    • Motivazione: La frase è un paradosso filosofico espresso con una logica stringente e un lessico astratto ma incisivo (“tipo di perfezione”, “immensa imperfezione”). La chiusa (“anteriore all’esistenza, e quindi non esiste”) è un colpo di scena concettuale, che ribalta il ragionamento in una sorta di aporia. Lo stile è quasi geometrico, con una progressione di “dunque” che ricorda la dimostrazione matematica.
  3. “(678) - Cosa la quale dimostra che la nostra esistenza non è finita dentro questo spazio temporale come quella dei bruti, perchè ripugna alle leggi che si osservano seguite costantemente in tutte le opere della natura, che vi sia un animale, e questo il più perfetto di tutti, anzi il padrone di tutti gli altri e di questo intiero globo, il quale racchiuda in se una sostanziale infelicità, e una specie di contraddizione colla sua esistenza al compimento della quale non è dubbio che si richieda la felicità proporzionata all’essere di quella tale sostanza (che per l’uomo è impossibile di conseguire) e una contraddizione formale col desiderio di esistere ingenito in lui come in tutti gli animali, anzi proporzionatamente in tutte le cose; giacchè un uomo disperato della vita futura ragionevolissimamente detesta la presente, se n’annoia, ne patisce (cosa snaturata) e s’uccide come vediamo che fa (impossibile ne’ bruti).”
    • Motivazione: Qui il tono è tragico e personale, con una riflessione esistenziale che va oltre la filosofia per toccare la poesia. L’uso di termini come “sostanziale infelicità” e “contraddizione formale” è di una precisione chirurgica, mentre la parentesi finale (“impossibile ne’ bruti”) aggiunge un tocco di ironia amara. La struttura circolare (dalla natura all’uomo, dall’uomo alla natura) crea un effetto di vertigine metafisica.
  4. “(27376) - E per questa scala ascendendo, troveremo colla medesima gradazione, che quanto minore in ciascun genere o specie è il numero e il valore delle qualità ingenite e naturali, quanto maggiore quello delle disposizioni altresì naturali, e quanto maggiormente queste disposizioni sono a poter essere (ossia divenire), tanto maggiore esattamente in ciascuno d’essi generi o specie, e nell’esistenza loro, e negli effetti loro sopra se stessi e fuor di se stessi è il numero e la grandezza de’ disordini, delle irregolarità de’ morbi, de’ casi, degli accidenti, de’ successi non naturali, non voluti o espressamente disvoluti dalla natura, contrarii alle intenzioni e destinazioni fatte dalla natura nel formare quei tali generi o specie, e nel così disporli com’essa li dispose, sì rispetto a se stessi, sì riguardo agli altri generi e specie a cui essi hanno relazione, ed all’intera università delle cose.”
    • Motivazione: Un affresco cosmico in un unico periodo, dove la gradazione (“quanto minore… quanto maggiore…”) e l’accumulo di termini negativi (“disordini, irregolarità, morbi…”) creano un effetto di caos controllato. Il lessico scientifico (“qualità ingenite”, “disposizioni naturali”) si mescola a quello filosofico (“università delle cose”), dando vita a una prosa visionaria che ricorda Lucrezio o i trattati rinascimentali.
  5. “(30627) - o vogliamo dire accresce per proprietà sua la naturale disparità de’ suoi subbietti, e l’accresce tanto che li rende affatto incapaci di società scambievole, di quella medesima società che gli ha così diversificati, anzi d’ogni società, anche di quella che per natura sarebbe stata loro e possibile e destinata e propria; insomma, per tornare al principio di questo discorso, rende i suoi soggetti quali son quelli tra’ quali naturalmente no society, anzi fa più, perchè se la società, secondo Milton, è impossibile tra disuguali, essa li rende dissimili.”
    • Motivazione: La frase è un gioiello di concisione e forza espressiva. L’uso del latino (“no society”) e il riferimento a Milton conferiscono un tono solenne, mentre la struttura circolare (“per tornare al principio”) crea un effetto di chiusura perfetta. L’idea che la società generi la propria impossibilità è espressa con una logica implacabile, quasi matematica, che ricorda le antinomie kantiane.

4 La persistenza delle strutture sociali gerarchiche e il loro impatto storico


4.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

  1. «Questa costituzione, che si vede ancora sussistere fra gl’indiani quanto alla distinzione in caste, e al divieto di passare dall’una all’altra o per matrimonii, o comunque; […] questa costituzione, dico, è forse la migliore, forse l’unica capace di conservare, quanto è possibile, la libertà senza l’uguaglianza.» (8055)
    • Motivazione: La ripetizione anaforica di “questa costituzione” crea un ritmo incalzante che enfatizza l’universalità e la persistenza del modello gerarchico. Il lessico (“caste”, “divieto”, “libertà senza uguaglianza”) è tecnico ma carico di tensione ideologica, mentre la chiusa – con la sua ambivalenza tra elogio e critica – rivela uno stile argomentativo che gioca sull’ossimoro concettuale.
  2. «allora le nimicizie partorivano le grandi virtù, e l’eroismo in ciascuna nazione, adesso i grandi vizi e la viltà; allora una nazione opprimeva l’altra, adesso tutte sono oppresse, la vinta come la vincitrice; allora serviva il vinto, adesso la servitù è comune a lui col vincitore; allora i vinti erano miseri e schiavi, cosa naturalissima in tutte le specie di viventi, oggi lo sono nè più nè meno anche i vincitori e fortunati, cosa barbara e assurda.» (7859)
    • Motivazione: L’antitesi tra “allora” e “adesso” struttura un parallelismo serrato che mette in luce la decadenza morale. Il linguaggio figurativo (“partorivano le grandi virtù”, “servitù è comune”) è potente, e la climax ascendente verso “cosa barbara e assurda” conferisce al passo un tono profetico. La riflessione sulla storia come ciclo di oppressione è resa con una prosa che oscilla tra analisi sociologica e indignazione morale.
  3. «Il sistema di odio nazionale si vede anche oggidì, sì nelle nazioni che meglio conservano la nazionalità (come tra i francesi e gl’inglesi ec.), sì massimamente ne’ selvaggi, i quali, come gli antichissimi, combattono per la vita e le sostanze, non danno quartiere ai vinti, o menano schiave le tribù intiere, sono in perpetua nemicizia fra loro, abbruciano, scorticano, fanno morire fra i più terribili tormenti i nemici della loro tribù ec. ne mangiano le viscere ec. ec. ec.» (12763)
    • Motivazione: L’accumulazione caotica di verbi e sostantivi violenti (“abbruciano, scorticano, mangiano le viscere”) crea un effetto di realismo brutale, quasi cinematografico. La ripetizione di “ec. ec. ec.” – tipica dello stile leopardiano – simula l’inesauribilità della barbarie, mentre il confronto tra nazioni moderne e “selvaggi” rivela una visione antropologica che unisce etnografia e critica politica.

4.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

  1. «Veramente la Grecia si trovò sola civile nel mondo ai più antichi tempi, e senza mai perdere la sua civiltà, dopo immense vicissitudini di casi, così universali come proprie, dopo aver veduto passare l’intera favola del più grande impero, che nella di lei giovanezza non era ancor nato; dopo aver communicata la sua civiltà a cento altri popoli, e vedutala in questi fiorire e cadere, tornò un’altra volta, in tempi che si possono chiamar moderni, a trovarsi sola civile nel mondo, e nuovamente da lei uscirono i lumi e gli aiuti che incominciarono la nuova e moderna civiltà nelle altre nazioni.» (22825)
    • Motivazione: La struttura circolare della frase (“sola civile… sola civile”) e l’uso di metafore organiche (“favola del più grande impero”, “fiorire e cadere”) conferiscono al passo una qualità epica. Il lessico elevato (“vicissitudini”, “communicata”, “lumi”) e la sintassi complessa (incisi, subordinate) creano un ritmo solenne, quasi da epopea storica. La Grecia diventa qui un topos letterario, simbolo di resilienza culturale.
  2. «Quando gli Europei scoprirono il Perù e suoi contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di civilizzazione e dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non trovarono il culto del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche borgate, confinanti non di rado o vicinissime alle sopraddette) una vasta, intiera ed orrenda e spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e di vita.» (30952)
    • Motivazione: L’anafora di “dovunque” e la struttura ternaria (“civilizzazione… culto del sole… barbarie”) costruiscono un ragionamento per accumulazione che assume toni quasi biblici. Il lessico è carico di aggettivi superlativi (“orrenda”, “spietatissima”, “immanità”), che amplificano il contrasto tra civiltà e barbarie. La prosa qui assume una funzione quasi mitopoietica, trasformando un’osservazione antropologica in una riflessione universale sul progresso.
  3. «Ma del resto i greci di qualunque parte, ancorchè sudditi romani, ancorchè cittadini romani, ancorchè vissuti lungo tempo in Roma o in Italia, ancorchè scrivendo precisamente in Italia o in Roma, e in mezzo ai latini, ancorchè scrivendo ai romani tanto gelosi del predominio del loro linguaggio, […] scrissero sempre in greco, e non mai altrimenti che in greco.» (8823)
    • Motivazione: L’accumulazione di “ancorchè” (ben 5 volte) crea un effetto di insistenza ossessiva, quasi una sfida retorica. La ripetizione martellante sottolinea l’orgoglio identitario greco, mentre la chiusa lapidaria (“non mai altrimenti che in greco”) assume un tono di trionfo. Lo stile è qui volutamente polemico, con una sintassi che imita la testardaggine del soggetto trattato.
  4. «Nè poteva essere spenta la memoria e il terrore di quando, non più che un secolo addietro, quella nazione tartara, dopo le tante imprese e conquiste e progressi fatti per sì lungo tempo nell’Asia, presa Costantinopoli, antichissima sede del greco impero, e distrutto l’ultimo avanzo della potenza romana, aveva finalmente piantato nell’Europa risorgente alla civiltà, un trono barbaro, una lingua e un popolo Asiatico (cosa fino allora, per quanto si stende la ricordanza delle storie, non più veduta), oltre una religione diversa dalla Cristiana (cosa pur non veduta in Europa da’ tempi pagani in poi, eccetto i mori di Spagna, i quali si debbono eccettuare anche sotto i rispetti detti di sopra).» (26193)
    • Motivazione: La frase è un esempio di periodo ipotattico leopardiano, con subordinate che si accumulano per descrivere l’orrore storico. Il lessico è ricco di termini arcaici o solenni (“avanzo della potenza romana”, “risorgente alla civiltà”, “trono barbaro”), mentre la parentesi esplicativa (“cosa fino allora… non più veduta”) aggiunge un tono di stupore quasi incredulo. La prosa qui assume una dimensione tragica, con la caduta di Costantinopoli che diventa un memento mori per l’Europa.

Nota: Le frasi selezionate per il punto 3 si distinguono per la loro densità stilistica (anafore, parallelismi, accumulazioni), la ricchezza lessicale (termini tecnici, arcaismi, aggettivazione intensa) e la capacità di trasformare l’analisi storica o sociologica in narrazione epica o tragica. Questi passi mostrano come la lingua possa elevarsi a strumento di riflessione universale, superando il mero resoconto per diventare letteratura.


5 L’evoluzione e le caratteristiche delle lingue romanze tra eredità classica e innovazione volgare


5.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di sintetizzare riflessioni linguistiche profonde, spesso attraverso un linguaggio figurativo e una prospettiva storica e comparativa che rivela l’evoluzione delle lingue romanze. Emergono anche innovazioni lessicali e stile narrativo che trasforma l’analisi linguistica in una sorta di “racconto” delle lingue.


5.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Queste frasi si distinguono per stile narrativo, linguaggio figurativo e originalità espressiva, a prescindere dal tema trattato. Alcune rivelano una prospettiva quasi filosofica sulla lingua, altre un tono polemico o ironico.


6 Il linguaggio come strumento e specchio del pensiero umano


6.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di coniugare profondità concettuale con una prosa filosofica incisiva, ricca di metafore organiche (es. “legare e incastonare” le idee nelle parole) e di antitesi che evidenziano la tensione tra progresso e limite umano. Lo stile è argomentativo ma visionario, con una struttura ipotattica che riflette la complessità del pensiero, e un lessico tecnico-filosofico (termini come “decomporre le idee”, “elementi semplici e universali”) che si alterna a immagini concrete.


6.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Queste frasi si distinguono per qualità stilistiche intrinseche: immagini potenti, ritmo incalzante, lessico innovativo o riflessioni esistenziali che trascendono il tema specifico. Alcune presentano paradossi o aperture filosofiche di ampio respiro.


7 L’evoluzione del gusto e la formazione delle idee estetiche


7.0.1 Frasi significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

  1. “(10752) - Ed ampliando questa osservazione, se noi vorremo vedere come i fanciulli appoco appoco si formino [1184]l’idea delle proporzioni e delle convenienze determinate e speciali; e come senz’alcuna idea innata nè di proporzioni nè di convenienze particolari e applicate, giungano pur brevemente a giudicar quella cosa bella e quell’altra brutta, e quella buona, e quell’altra cattiva; e ad accordarsi più o meno col giudizio universale intorno alla bruttezza o bellezza, bontà o il suo contrario, senza però averne nell’intelletto o nella immaginazione alcun tipo; consideriamo per modo di esempio il progresso delle idee de’ fanciulli circa le forme dell’uomo, e vediamo come appoco appoco arrivino a giudicare e a sentire la bellezza e la bruttezza estrinseca degl’individui umani.”
    • Motivazione: La frase sviluppa un’analisi psicologica e antropologica della formazione del gusto, con un linguaggio che unisce precisione concettuale e fluidità narrativa. L’attenzione al processo graduale (“appoco appoco”) e la negazione di idee innate (“senz’alcuna idea innata”) rivelano uno stile che fonde empirismo e riflessione teorica, tipico di una prosa che indaga i meccanismi della percezione.
  2. “(26451) - Senz’alcuna cognizione della teoria, nè della pratica immediata dell’arte, a forza di veder dipinti, statue, edifizi, moltissimi si formano un giudizio, e una facoltà di gustare e di provar piacere in tal vista, e nella considerazione di tali oggetti, la qual facoltà non aveano per l’innanzi, e si acquista appoco appoco per mezzo dell’assuefazione, la quale determina in questi tali (e sono i più che parlino di belle arti) l’idea delle convenienze pittoriche ec. del bello ec. e quindi anche del brutto ec., col divario che il soggetto della pittura e scultura si è l’imitazione degli oggetti visibili, della quale ognun vede la verità o la falsità, onde le idee del bello e del brutto pittorico e scultorio, in quanto queste arti sono imitative, è già determinata in ciascheduno prima dell’assuefazione.”
    • Motivazione: Qui emerge con forza il tema dell’assuefazione come fondamento del giudizio estetico, espresso attraverso una sintassi articolata che riflette la complessità del ragionamento. Il lessico (“convenienze”, “imitazione”, “assuefazione”) è tecnico ma non astruso, e la frase costruisce un’argomentazione serrata sul rapporto tra esperienza e gusto. La distinzione tra arti imitative e non imitative (architettura, musica) aggiunge profondità teorica.
  3. “(26370) - Che quello che nella musica è melodia, cioè l’armonia successiva de’ tuoni, o vogliamo dire l’armonia nella successione de’ tuoni, sia determinata, come qualsivoglia altra armonia ovver convenienza dall’assuefazione, o da leggi arbitrarie; osservisi che le melodie musicali non dilettano i non intendenti, se non quanto la successione o successiva collegazione de’ tuoni in esse è tale, che il nostro orecchio vi sia assuefatto; cioè in quanto esse melodie o sono del tutto popolari, sicchè il popolo, udendone il principio, ne indovina il mezzo e il fine e tutto l’andamento, o s’accostano al popolare, o hanno alcuna parte popolare che al popolare si accosti.”
    • Motivazione: La frase esemplifica l’innovazione lessicale (“armonia successiva”, “successiva collegazione”) e la capacità di descrivere fenomeni astratti (la melodia) con metafore concrete (“indovina il mezzo e il fine”). Il riferimento all’“assuefazione” come chiave interpretativa unifica il discorso, mentre la contrapposizione tra “popolare” e “non intendenti” rivela una sensibilità sociologica ante litteram.
  4. “(25754) - Come le forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile, così quelle di una nazione selvaggia differiscono da quelle di un’altra, quelle di una nazione civile da quelle di un’altra; quelle di un secolo da quelle di un altro, per varietà di circostanze fisiche naturali o provenienti dall’uomo stesso; e (per non andar fino alle famiglie e agl’individui) è cosa osservata e naturale che gli uomini dediti alle varie professioni materiali (senza parlar delle morali, che influiscono sulla fisonomia, dei caratteri e costumi acquisiti, [3091]che pur sommamente v’influiscono, e la diversificano in uno stesso individuo in diversi tempi) ricevono dall’esercizio di quelle professioni certe differenze di forme, ciascuno secondo la qualità del mestiere ch’esercita e secondo le parti del corpo che in esso mestiere più s’adoprano o più restano inoperose, così notabili che l’attento osservatore, e in molti casi senza grande osservazione, può facilmente riconoscere il mestiere di una tal persona sconosciuta ch’ei vegga per la prima volta, solamente notando certe particolarità delle sue forme.”
    • Motivazione: La frase si distingue per il linguaggio figurativo (“le forme dell’uomo naturale da quelle dell’uomo civile”) e per la costruzione di un ragionamento che procede per accumulazione di esempi, tipico di una prosa che vuole essere al contempo analitica e persuasiva. L’attenzione alle “differenze di forme” legate alle professioni introduce una dimensione quasi fisiognomica, con un lessico preciso (“fisonomia”, “parti del corpo”) che evita il tecnicismo sterile.

7.0.2 Frasi significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

  1. “(30614) - Nel modo che la specie umana è divenuta, per la sua conformabilità, più diversa da tutte l’altre specie animali e da ciascuna di loro, che non è veruna di queste rispetto ad altra veruna di esse; e nel modo che l’uomo nelle sue diverse età, e in diversi tempi, anche naturalmente, è più diverso da se medesimo che niuno altro animale; più diverso l’uomo giovane da se stesso fanciullo, che non è niuno animale decrepito da se stesso appena nato; tanto che un uomo in diverse età o in diverse circostanze naturali o accidentali, locali, fisiche, morali, ec. di clima ec. native, cioè di nascita ec. o avventizie ec. volontarie o no ec. appena si può dire esser lo stesso [3808]uomo, ed il genere umano universalmente in diverse età, o in diverse circostanze naturali o accidentali, locali ec. appena si può dire esser lo stesso genere; nel modo stesso gl’individui di nostra specie sono per natura di essa specie molto più vari tra loro che non son quelli di verun’altra.”
    • Motivazione: Questa frase è un capolavoro di stile narrativo per la sua capacità di costruire un periodo ipotattico di straordinaria ampiezza, che riflette la complessità del pensiero. L’uso di anafore (“nel modo che… nel modo che… nel modo stesso”) e di parallelismi (“più diverso… che non è”) crea un ritmo incalzante, mentre il lessico (“conformabilità”, “avventizie”, “circostanze locali”) rivela una ricerca di precisione concettuale. La riflessione sull’identità umana, tra continuità e mutamento, è resa con una densità rara.
  2. “(26887) - E nulla vedendo di nascosto, nè potendo desiderare o sperar di vedere, e ben conoscendo fin dal principio la nudità e la forma dell’altro sesso, egli non avrebbe mai provato per la donna altro affetto, altro sentimento, altro desiderio, che quello che per le lor femmine provano gli altri animali; nè avrebbe concepito intorno a lei altro pensiero che quello di mescersi seco lei carnalmente; nè l’aspetto o il pensiero o la compagnia della donna avrebbe in lui cagionato, neppur nella primissima gioventù, verun altro effetto che un desiderio il più puramente e semplicemente sensuale che possa mai dirsi, un impeto a soddisfare tal desiderio, ed un piacere (molto languido in se stesso per l’abitudine el’assuefazione incominciata sin dalla nascita, e sempre continuata) altrettanto carnale che quel desiderio, e interamente, unicamente [3305]e manifestissimamente materiale, cioè appartenente e derivante dalla sola materia e dal senso, nè più nè meno che quel piacere che in lui avrebbe prodotto la vista di un color rosso bello e vivo o altra tal sensazione; se non solamente che quel diletto sarebbe stato per natura maggiore di questi; siccome tra gli altri diletti, o naturalmente o per circostanze, qual è maggiore qual è minore, non in se, ma rispetto agli uomini e agli animali, insomma agli esseri che li provano, e ne’ quali essi diletti nascono ed hanno l’essere.”
    • Motivazione: Qui la prosa raggiunge una potenza descrittiva quasi ossessiva, con una sintassi che si snoda per accumulazione di subordinate, riflettendo la complessità del tema (il desiderio umano vs. animale). Il lessico è ricco di termini che oscillano tra il filosofico (“manifestissimamente materiale”) e il concreto (“mescersi carnalmente”), mentre la ripetizione di “desiderio” e “piacere” crea un effetto ipnotico. La comparazione finale con la “vista di un color rosso” è un esempio di linguaggio figurativo che riduce l’eros a pura sensazione, con un realismo crudo e disincantato.
  3. “(12459) - Anzi è osservabile che finchè l’uomo non ha cominciato a sentire distintamente la sensualità, non concepisce mai un’idea esatta de’ pregi o difetti de’ personali; che in quel tempo cominciando ad osservarli, comincia a formarsi un’idea del bello su questo punto, ma non arriva a compierla se non dopo un certo spazio; che le persone eccessivamente continenti sono ordinariamente di giudizio così poco sicuro intorno alla detta bellezza, come quelle eccessivamente incontinenti, secondo ho detto in altro pensiero; che generalmente le donne siccome pel loro stato sociale sono necessitate a maggior castità degli uomini, ed hanno un abito esteriore ed interiore di maggior ritenutezza, e meno rilassatezza ec. perciò sono prese dalla bellezza del viso degli uomini, rispetto al personale, più di quello che lo sieno proporzionatamente gli uomini[1380]dal viso delle donne in comparazione del personale (e similmente dico della bruttezza).”
    • Motivazione: La frase si segnala per la struttura argomentativa a incastro, con una serie di proposizioni subordinate (“che… che… che…”) che costruiscono un ragionamento psicologico e sociale. Il lessico è preciso (“sensualità”, “ritenutezza”, “rilassatezza”) e il tema della percezione della bellezza è trattato con una prospettiva di genere inedita per l’epoca. La chiusa, con la parentesi “(e similmente dico della bruttezza)”, aggiunge un tocco di ironia sottile.
  4. “(11948) - Ed è, non solamente che lo straordinario ci suol dare sorpresa, e quindi piacere, il che non appartiene al discorso della grazia; ma che ci dà maggior sorpresa e piacere il veder che quello straordinario non nuoce al bello, non distrugge il conveniente e il regolare, nel mentre che è pure straordinario, e per se stesso irregolare; nel mentre che per essere irregolare e straordinario, dà risalto a quella bellezza e convenienza: e insomma il vedere una bellezza e una convenienza non ordinaria, e di cose che non paiono poter convenire; una bellezza e convenienza diversa dalle altre e comuni.”
    • Motivazione: Questa frase è un esempio di prosa filosofica che si fa poesia, con una sintassi che gioca su antitesi (“straordinario” vs. “regolare”, “irregolare” vs. “conveniente”) e su una climax ascendente (“sorpresa”, “piacere”, “risalto”). Il lessico è ricercato (“conveniente”, “irregolare”) e la riflessione sulla grazia come equilibrio tra ordine e disordine rivela una sensibilità estetica di rara profondità. La ripetizione di “nel mentre che” crea un effetto di sospensione, come se il pensiero procedesse per illuminazioni successive.

8 Forme verbali e derivazioni nella lingua latina: anomalie, continuativi e participi


8.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di illustrare con precisione e profondità le dinamiche linguistiche del latino, in particolare le anomalie verbali, la formazione dei continuativi e l’evoluzione dei participi. L’autore dimostra una padronanza tecnica e una sensibilità filologica che trasforma l’analisi grammaticale in un discorso quasi narrativo, dove la lingua diventa un organismo vivo.


8.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Queste frasi si distinguono per la loro forza espressiva, la ricchezza lessicale o la capacità di trasformare un’analisi tecnica in un discorso quasi poetico. L’autore non si limita a descrivere la lingua, ma la vive, usando uno stile che oscilla tra rigore scientifico e slancio creativo.


9 Il lessico greco tra composizione, innovazione e tradizione


9.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate mostrano un’attenzione particolare alla costruzione lessicale, alla ricchezza morfologica e alla tradizione linguistica greca, con esempi di: - composti nominali (spesso epiteti o termini tecnici); - innovazione lessicale all’interno di generi specifici (storiografia, poesia, filosofia); - stile descrittivo o enumerativo che rivela una cura per la precisione terminologica.


  1. (23912) «Alipes, aliger, armifer, armipotens, armisonus, aeripes, aerisonus, aerifer, aerifodina, aequaevus, aequidistans presso Frontino ed altri, algificus presso Gellio, aequilatatio presso Vitruvio, aequilateralis presso Censorino, aequilaterus presso Marziano Capella, aequilibris ec., aequinoctium, della qual voce vedi Festo appo il Forcellini in aequidiale, aequipedus ed aequipollens presso Apuleio; aequipondium presso Vitruvio, aequicrurius presso Marziano Capella, alticinctus, altitonans, altitonus, altivolus presso Plinio il vecchio, anguitenens, aegisonus, auricornus, aurifer, aurifex, aurifodina presso Plinio il vecchio, aurigena, auriger, auripigmentum presso Plinio e Vitruvio, [2878] auriscalpium presso Marziale e Scribonio, bijugus e bijugis (ma qui c’entra un avverbio) e altri tali composti con bis, equiferus ed equisetum presso Plinio il vecchio, fontigenae di Marziano, ignigena, ignipotens, ignipes, gemellipara, mellifer, mellificium, mellificus presso Columella, mellifico e melligenus presso Plinio il vecchio, nidifico presso il medesimo e Columella, nidificium presso Apuleio, nidificus presso Seneca tragico, noctifer e simili, nubifer, nubifugus di Columella, floriparus d’Ausonio, securifer, securiger, nubivagus presso Silio, nubigena (in proposito del quale è da notare che Macrobio nel citato luogo, che merita d’esser veduto, volendo provare come molti epiteti creduti fatti da Virgilio sono più antichi, recita quel dell’Eneide, 293).»**

    Motivazione:

    • Vocabolario e innovazione lessicale: La frase è un catalogo straordinario di composti nominali (soprattutto in greco e latino), molti dei quali sono epiteti o termini tecnici che rivelano una tendenza alla creazione lessicale sistematica (es. aurifodina, nubifugus, mellificus).
    • Linguaggio figurativo: Alcuni composti hanno una forte valenza metaforica o mitologica (es. ignipotens, altitonans), tipica della poesia epica e della tradizione retorica.
    • Rilevanza linguistica: Il passo documenta la continuità tra greco e latino nella formazione di neologismi, con un’attenzione filologica alla loro origine e diffusione.

  1. (38785) «Elladio Besantinoo ne’ libri delle Crestomazie, appresso Fozio, cod.279. col.1588. ed. gr.lat. õ par’ lloiw mis J oè douleævn J ¯w kaleÝtai, µ par tò J eÝnai, ù dhloÝ tò xersÜn ¤pg zes J ai kaÜ poieÝn (kaÜ gr toÝw palaioÝw l¡gein ¦J ow tò ¦J hken ¤pÜ toè tÜ drn, Éw kaÜ drastikÅtatow ´rvw di toèto k¡klhtai Yhseæw).»**

    Motivazione:

    • Stile narrativo e lessico tecnico: La frase spiega l’etimologia del termine misthodouleia (μισθοδουλεία, “schiavitù salariata”) attraverso una glossa filologica, collegandolo all’azione (drân) e alla tradizione omerica (Hēsíodos).
    • Innovazione lessicale: Il termine drastikṓtatos (δραστικώτατος, “molto efficace/attivo”) è un superlativo intensivo che rivela una ricerca di precisione semantica.
    • Rilevanza linguistica: Il passo mostra come la lingua greca rifletta concetti sociali (schiavitù, lavoro) attraverso derivazioni morfologiche e connessioni etimologiche.

  1. (38908) «Pl tvna J ei zei (cioè Damascio)… tÇn nevstÜ d¢ Parfærion kaÜ ‘I mblixon kaÜ Surianòn kaÜ Prñklon, kaÜ llouw d¢ ¤n m¡sw+ toè xrñnou polçn J hsauròn sull¡jai l¡gei ¤pist®mhw J eoprepoèw. toçw m¡n toi J nht kaÜ n J rÅpina filoponoum¡nouw, colonna 1036, µ suni¡ntaw ôj¡vw µ filoma J eÝw eänai boulom¡nouw, oéd¢n m¡ga nættein eÞw t¯n J eoprep° kaÜ meg lhn sofÛan.»**

    Motivazione:

    • Stile enumerativo e lessico filosofico: La frase elenca figure intellettuali (Proclo, Giamblico) e ne descrive l’approccio alla conoscenza con termini come epistḗmē euprepḗs (ἐπιστήμη εὐπρεπής, “scienza conveniente”) e megalē sophía (μεγάλη σοφία, “grande sapienza”).
    • Innovazione lessicale: Filoponoúmenoi (φιλοπονοῦντες, “coloro che amano il lavoro/fatica”) è un participio sostantivato che sintetizza un concetto etico-filosofico.
    • Rilevanza linguistica: Il passo testimonia la lingua della tarda antichità, dove il greco si arricchisce di termini astratti per descrivere categorie intellettuali.

  1. (38718) «Tolomeo Efestione nel quarto libro perÜ t°w eÞw polim J eian kain°w ßstorÛaw (Novae ad variam eruditionem historiae) appresso Fozio, cod.190. ed. gr. lat. col.480., dice Éw ‘El¡nhw kai ‘Axill¡vw ¢n mak rvn n®soiw paÝw ptervtòw gegñnoi (cum alis) ùn dia tò t°w xÅraw eëforon (fertilitatem), EéforÛvna Ènñmasan.»**

    Motivazione:

    • Linguaggio figurativo e mitologico: La frase attribuisce ali a Elena e Achille, spiegandole come metafora della fertilità (eûphoron chṓras). Il termine pterōtós (πτερωτός, “alato”) è un epiteto poetico che rivela una rilettura simbolica dei miti.
    • Stile narrativo: La struttura è paradossografica (tipica della storiografia “curiosa”), con un lessico ricercato (makárōn nḗsois, “isole dei beati”).
    • Rilevanza linguistica: Il passo mostra come il greco adatti termini concreti (ali) a concetti astratti (fertilità), tipico della tradizione allegorica.

9.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Le frasi selezionate qui si distinguono per: - intensità espressiva (metafore, antitesi, ritmo); - originalità stilistica (ellissi, costruzioni sintattiche complesse); - profondità concettuale espressa attraverso la lingua.


  1. (20169) «P lin d¢ ¢pvtÅmenow (Socrate), ² ndreÛa pñteqon eàh didaktòn µ fusikòn; oimai men, ¦fh, Ësper sÇma sÅmatow ioxurñteron pròw toçw pñnouw fæetai, oìtv kaÜ cux¯n cux°w ¤r=vmenest¡ran pròw t dein fæsei gÛgnes J ai.»**

    Motivazione:

    • Stile dialogico e metafora corporea: La frase usa una similitudine (sṓma sṓmatos, “corpo con corpo”) per spiegare la superiorità dell’anima (psychḗ) sulla natura (phýsis), con un parallelismo incisivo.
    • Linguaggio filosofico: Il termine andrèia (ἀνδρεία, “coraggio/virtù”) è sostantivato e posto in relazione con didaktón (διδακτόν, “insegnabile”), creando un dibattito concettuale attraverso la lingua.
    • Rilevanza linguistica: Il passo è un esempio di greco filosofico socratico-platonico, dove la domanda retorica e la metafora organica sono strumenti di argomentazione.

  1. (38400) «Schott.), eÞ kaÜ pròw t¯n t°w istorÛaw katalhcin kaÜ tòn oÞkeÝon aét°w kaÜ kat llhlon (convenientem ita Photius usurpare solitus hanc vocem, et ita reddit Schott.) tæpon ¤nÛote taèta ¤piskoteÝ, oék ¤J eloæshw t°w lh J eÛaw mæ J oiw aét°w mauroès J ai t¯n krÛbeian, oéd¢ pl¡on toè pros®kontow poplans J ai taÝw parekb sesin (digressionibus).»**

    Motivazione:

    • Stile critico e lessico tecnico: La frase discute la struttura della narrazione storica, usando termini come katalēxin (κατάληξιν, “conclusione”), oikeîon tópon (οἰκεῖον τόπον, “luogo appropriato”), e parekbásis (παρέκβασις, “digressione”).
    • Antitesi e ritmo: L’opposizione tra episkoteîn (ἐπισκοτεῖν, “oscurare”) e lēthē (λήθη, “oblio”) crea un effetto di contrasto tra chiarezza e nascondimento, tipico della retorica bizantina.
    • Rilevanza linguistica: Il passo riflette la lingua della critica letteraria antica, con un lessico specializzato per analizzare la composizione testuale.

  1. (37155) «sullhf J eÜw d¢ êtò tÇn dorufñrvn (Gesn. a satellitibus) pròw tòn basil¡a d¡smiow ³x J h. bou J uteÝn d¢ toè proeirhm¡nou m¡llontow, ¤pÜ tòn bvmòn toè ²lÛou t¯n dejin ¤p¡J hke xeÝra, kaÜ st¡naktow êpomeÛnaw t¯n n gkhn tÇn bas nvn, ¤leu J erÅ J h tÇn desmÇn eÞpÅn.»**

    Motivazione:

    • Stile drammatico e lessico rituale: La frase descrive una scena di sacrificio, con termini come bōmós (βωμός, “altare”), stánaktos (στάνακτος, “gemito”), e desmá (δεσμά, “catene”). Il participio futuro (mállontos, “stando per”) crea suspense.
    • Linguaggio figurativo: L’immagine della mano che si avvicina all’altare (tḕn dexiàn epêlthe cheíra) è visiva e simbolica, tipica della tragedia greca.
    • Rilevanza linguistica: Il passo mostra come il greco rappresenti azioni rituali con precisione terminologica e pathos narrativo.

  1. (38921) «oék ¯boæleto sullogismoÝw nagk zein mñnon, oëte ¥autòn oëte toçw sunñntaw, ¤pakolou J eÝn t» lh J eÛa+ m¯ õrvm¡nhn kat mÛan õdòn poreæes J ai sunelaunom¡nouw êpò toè lñgou, oåon tufloè tinòw ôr J¯n gom¥nou (in margine gom¥nouw) poreÛan.»**

    Motivazione:

    • Metafora filosofica: La frase paragona il ragionamento (lógos) a un viaggio (hodón poreúesthai), con l’immagine di un cieco che segue una guida (typhloû tinos hórou goménou). La metafora della strada è centrale nella tradizione filosofica (es. Platone, Repubblica).
    • Stile argomentativo: Il negativo enfatico (ouk ebouleto… mḗnon) e la doppia negazione (oúte… oúte) creano un effetto di sottolineatura logica.
    • Rilevanza linguistica: Il passo è un esempio di greco filosofico tardo, dove la metafora spaziale serve a spiegare concetti astratti.

9.1 Criteri aggiuntivi emersi


10 L’epica popolare e la vitalità delle lingue antiche


10.0.1 2) Frasi più significative dal punto di vista letterario in relazione all’argomento

Le frasi selezionate si concentrano sulla poesia epica popolare, sulla sua sopravvivenza orale e sulla sua forza espressiva, spesso soffocata da modelli stranieri o da convenzioni letterarie. Emergono due nuclei tematici: la dimensione collettiva e nazionale della poesia (legata all’identità dei popoli) e la contrapposizione tra genio poetico autentico e mera abilità tecnica.


10.0.2 3) Frasi più significative dal punto di vista letterario, indipendentemente dall’argomento

Le frasi scelte qui si distinguono per innovazione lessicale, stile narrativo o densità concettuale, a prescindere dal tema trattato. Spiccano per linguaggio figurato, originalità espressiva o capacità di condensare idee complesse.


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