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Wiener - The human use of human beings - 1950 | L | plus


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1 Pattern, informazione e macchine: genesi di una teoria della comunicazione

Un percorso dal semplice atto del contare alla misura dell’informazione, attraverso l’identità delle strutture, la trasmissione telefonica e la natura statistica del messaggio.

Il testo trae origine dalla riflessione sul concetto di identità di struttura, fondata sulla corrispondenza biunivoca. L’operazione più familiare che la incarna è il contare: «The simplest case of one-to-one correspondence is given by the ordinary process of counting.» – (fr:51) [Il caso più semplice di corrispondenza biunivoca è dato dall’ordinario processo del contare.] Due insiemi hanno la stessa struttura se è possibile stabilire una corrispondenza termine a termine che conservi le relazioni d’ordine: «Two patterns are identical if their relational structure can be put into a one-to-one correspondence…» – (fr:50) [Due pattern sono identici se la loro struttura relazionale può essere posta in una corrispondenza biunivoca…] L’esempio dei cinque penny e delle cinque mele mostra come ogni elemento del primo insieme corrisponda a uno e un solo elemento del secondo, e viceversa (fr:52-53). Tale nozione non si limita agli insiemi finiti: «However, the notion of one-to-one correspondence is not confined to finite sets…» – (fr:54) [Tuttavia, la nozione di corrispondenza biunivoca non è confinata agli insiemi finiti…] La sequenza dei numeri interi e quella dei numeri pari condividono lo stesso pattern perché a ogni numero si può associare il suo doppio, conservando le relazioni di precedenza (fr:55). Analogamente, una copia fedele di un dipinto possiede lo stesso pattern dell’originale, mentre una copia meno perfetta ne esibisce uno soltanto simile (fr:56).

Il pattern può distendersi nello spazio, come nella carta da parati, o nel tempo, come in una composizione musicale (fr:57). Ed è proprio il pattern di quest’ultima a suggerire quello di una conversazione telefonica o dei punti e linee di un telegramma (fr:58). A queste due tipologie viene attribuita la designazione speciale di messaggi, non perché la loro struttura differisca da quella di una composizione musicale, ma perché sono impiegati in modo diverso: «namely, to convey information from one point to another, and even from one remote point to another.» – (fr:59) [ossia, per trasmettere informazione da un punto a un altro, e persino da un punto remoto a un altro.] Un pattern pensato per convogliare informazione non è preso come fenomeno isolato (fr:60). Perché vi sia comunicazione è necessario scegliere entro un insieme di possibilità: «If I am sending the letter e, it gains its meaning in part because I have not sent the letter o.» – (fr:62) [Se trasmetto la lettera e, essa acquista significato in parte perché non ho trasmesso la lettera o.] Se l’unica scelta fosse inviare sempre la stessa lettera, il messaggio conterrebbe pochissima informazione (fr:63). Nelle fasi iniziali dell’ingegneria telefonica, però, la sola riuscita della trasmissione appariva miracolosa e la capacità delle linee era più che sufficiente; le vere difficoltà riguardavano gli apparecchi terminali (fr:64-65). Il capitolo WHAT IS CYBERNETICS? (fr:66) introduce proprio il momento in cui i problemi di capacità massima delle linee telefoniche non erano ancora rilevanti (fr:67). Con lo sviluppo della tecnica e la possibilità di comprimere più messaggi su una sola linea mediante portanti (carrier), l’economia di trasmissione acquistò importanza economica (fr:68).

Il principio della modulazione poggia sul teorema di Fourier, secondo cui ogni moto può essere rappresentato come somma di vibrazioni semplici corrispondenti a note musicali pure (fr:70). Si è trovato il modo di spostare ciascuna componente di un’oscillazione elettrica di un intervallo costante di altezza (pitch), così da separare pattern che altrimenti si sovrapporrebbero confondendosi (fr:71-73). «This process of moving different messages into separate positions of pitch is known as modulation.» – (fr:74) [Questo processo di spostamento di messaggi diversi in posizioni separate di altezza è noto come modulazione.] Dopo la modulazione, un messaggio può percorrere una linea già occupata, purché lo spostamento in frequenza sia sufficiente; in condizioni opportune i due messaggi non si disturbano e possono essere recuperati separatamente verso apparecchi terminali distinti (fr:75-76). Il messaggio modulato viene poi sottoposto al processo inverso, riportandolo alla forma originale (fr:77). Così due, e con un’estensione del metodo molti più di due, messaggi possono viaggiare sulla stessa linea: è la telefonia a portante, che ha enormemente accresciuto l’utilità delle linee senza un corrispondente aumento degli investimenti (fr:78-80). Da allora le linee telefoniche hanno operato con elevata efficienza di trasmissione (fr:81), rendendo pressante la domanda su quanta informazione possa transitare e come misurarla (fr:82).

La questione si fece ancora più acuta quando si scoprì che la stessa esistenza di correnti elettriche in una linea genera il cosiddetto rumore di linea, che offusca i messaggi e pone un limite superiore alla capacità informativa (fr:83). I primi lavori erano viziati dall’aver ignorato i livelli di rumore e altre grandezze di natura casuale (fr:84). Solo quando il concetto di casualità fu pienamente compreso, insieme alle nozioni di probabilità, il problema della capacità di un linea telegrafica o telefonica poté essere formulato in modo sensato (fr:85). Divenne allora chiaro che misurare l’informazione equivaleva a misurare la regolarità e l’irregolarità di un pattern (fr:86). Una sequenza di simboli puramente casuale non trasmette informazione; l’informazione è perciò, in un certo senso, la misura della regolarità di un pattern, in particolare di un pattern distribuito nel tempo – una serie temporale (fr:87-89). La regolarità è statisticamente eccezionale: «The irregular is always commoner than the regular.» – (fr:91-92) [L’irregolare è sempre più comune del regolare.] Qualunque definizione di informazione dovrà quindi crescere al diminuire della probabilità a priori di un pattern o di una serie temporale (fr:93). Questo ordine di idee era già familiare nella meccanica statistica e si legava al secondo principio della termodinamica, che afferma come un sistema possa perdere ordine spontaneamente ma non guadagnarlo mai (fr:95). L’informazione soggiace a una legge simile: un messaggio può perdere ordine spontaneamente durante la trasmissione, ma non può acquistarlo (fr:98). È ciò che accade in una linea disturbata, dove l’ascoltatore deve ricostruire le parole mancanti basandosi sul contesto (fr:99). La stessa perdita si verifica nella traduzione: non esiste un’equivalenza precisa che consenta di conservare integralmente il significato e la carica emotiva dell’originale, sicché il traduttore, o introduce frasi più vaghe, oppure falsa il messaggio immettendo il proprio significato; in entrambi i casi, «some of the author’s meaning is lost.» – (fr:102) [una parte del significato dell’autore va perduta.]

Un’applicazione curiosa del concetto di quantità d’informazione riguarda i telegrammi augurali a tariffa ridotta: il messaggio può occupare una pagina, ma ciò che si trasmette è solo un codice come B7, il settimo messaggio convenzionale per compleanni (fr:103-104). Tali messaggi sono possibili solo perché i sentimenti espressi sono meramente convenzionali e ripetitivi; non appena il mittente mostra originalità, le tariffe ridotte non sono più disponibili (fr:105-106). La quantità di significato del messaggio a basso costo è sproporzionatamente piccola rispetto alla sua lunghezza (fr:107). Si torna così al principio fondamentale: il messaggio è un pattern trasmesso, che acquista significato in quanto selezione fra un gran numero di pattern possibili (fr:108). La quantità di significato può essere misurata, e «it turns out that the less probable a message is, the more meaning it carries, which is entirely reasonable from the standpoint of our common sense.» – (fr:110) [risulta che quanto meno probabile è un messaggio, tanto più significato trasporta, il che è del tutto ragionevole dal punto di vista del senso comune.]

Infine, la comunicazione non è confinata agli esseri umani. L’atto di premere un pulsante per accendere il riscaldamento, chiudere la finestra e avviare il bollitore elettrico è l’invio di messaggi a quegli apparecchi; allo stesso modo, il fischio dell’apparecchio dopo un certo numero di minuti è un messaggio che esso invia a me (fr:111-114). Il cerchio si chiude: il pattern, nato dall’atto elementare del contare, diviene la chiave per comprendere come informazione e controllo circolino tra uomo e macchina.


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2 Taping e feedback come chiave del comportamento delle macchine e dell’uomo

La condotta di una macchina non è fissata una volta per tutte, ma viene plasmata da un input speciale; la retroazione sul risultato effettivo trasforma un automatismo rigido in un sistema capace di autoregolarsi, proprio come un gesto umano.

Il testo esamina come le macchine destinate a trattare informazione vengano indirizzate verso un comportamento specifico anziché un altro. La scelta della sequenza operativa non è lasciata alla struttura meccanica permanente, bensì affidata a un segnale in ingresso di tipo particolare: “The determination of the mode of conduct of these machines is given through a special sort of input, which frequently consists of punched cards or tapes or of magnetized wires, and which determines the way in which the machine is going to act in one operation, as distinct from the way in which it might have acted in another.” – (fr:160) [La determinazione del modo di condotta di queste macchine è data attraverso un tipo speciale di input, che spesso consiste in schede o nastri perforati o fili magnetizzati, e che determina il modo in cui la macchina agirà in una data operazione, distinguendosi dal modo in cui avrebbe potuto agire in un’altra]. Questo flusso di dati che governa le operazioni riceve un nome preciso. A causa del supporto materiale più frequente, “Because of the frequent use of punched or magneti<!” – (fr:161), concetto che si completa immediatamente: “tape in the control, the data which are fed in, and which indicate the mode of operation of one of these machines fot combining information, are called the taping.” – (fr:162) [A causa dell’uso frequente di nastro perforato o magnetico nel controllo, i dati che vengono immessi e che indicano la modalità di funzionamento di una di queste macchine per combinare informazioni, sono chiamati il taping]. L’autore chiarisce anche visivamente la relazione tra i componenti: “I illustra~ 12 THE HUMAN USE OF HUMAN BEINGS the situation by means of the following conventionalized diagram.” – (fr:163). Lo schema raffigura un “TYPICAL TAPING SYSTEM” in cui tape reader, memorie (numerica e operativa), selettori, sommatori e moltiplicatori confluiscono nell’unità di uscita, mostrando come il taping attivi cammini diversi all’interno della macchina.

Perché la condotta sia efficace non basta, tuttavia, un programma predeterminato. L’organismo vivente offre un modello di controllo ben più sofisticato: “I have said that man and the animal have a kinaesthetic sense, by which they keep a record of the position and tensions of their muscles.” – (fr:164) [Ho detto che l’uomo e l’animale possiedono un senso cinestetico, mediante il quale mantengono una registrazione della posizione e delle tensioni dei propri muscoli]. La stessa esigenza si manifesta in qualsiasi dispositivo immerso in un ambiente mutevole. “For any machine subject to a varied external environment, in order to act effectively it is necessary that information concerning the results of its own action be furnished to it as part of the information on which it must continue to act.” – (fr:165) [Per qualsiasi macchina soggetta a un ambiente esterno variabile, per agire efficacemente è necessario che le informazioni riguardanti i risultati della sua stessa azione le siano fornite come parte dell’informazione sulla quale deve continuare ad agire]. L’esempio dell’ascensore rende concreto il principio: non è sufficiente impartire il comando di apertura porta confidando che la cabina sia arrivata. “For example, if we are running an elevator, it is not enough to open the outside door because the orders we have given should make the elevator be at that door at the time we open it.” – (fr:166) [Per esempio, se facciamo funzionare un ascensore, non è sufficiente aprire la porta esterna perché gli ordini che abbiamo dato dovrebbero far sì che l’ascensore si trovi a quella porta nel momento in cui la apriamo]. Il rischio è evidente: “It is important that the release for opening the door be dependent on the fact that the elevator is actually at the door; otherwise something might have detained it, and the passenger might step into the empty shaft.” – (fr:167) [È importante che lo sblocco per l’apertura della porta dipenda dal fatto che l’ascensore si trovi effettivamente alla porta; altrimenti qualcosa potrebbe averlo trattenuto e il passeggero potrebbe entrare nella tromba vuota].

La soluzione tecnica prende forma nella nozione di retroazione. “This control of a machine on the basis of its actual performance rather than its expected performance is known as feedback, and involves sensory members which are actuated by motor members and perform the function of tell-tales or monitors – that is, of elements which indicate a performance.” – (fr:168) [Questo controllo di una macchina sulla base della sua prestazione effettiva anziché di quella attesa è noto come feedback, e coinvolge organi sensoriali che sono azionati da organi motori e svolgono la funzione di spie o monitori – cioè di elementi che indicano una prestazione]. Dopo aver citato l’ascensore, si sottolinea che il feedback diventa ancora più indispensabile in altri contesti: “I have just mentioned the elevator as an example of feedback. There are other cases where feedback is even more essential.” – (fr:169-170). Il puntamento di un cannone è uno di questi. Il puntatore trasferisce i dati degli strumenti di osservazione al pezzo, “so that the latter will point in such a direction that the missile will pass through the moving target at some time.” – (fr:172) [così che quest’ultimo punti in una direzione tale che il proiettile attraversi il bersaglio mobile in un dato istante]. Il cannone però opera in condizioni ambientali che modificano la prontezza della risposta: “Now, the gun itself must be used under all conditions of weather. In some of these the grease is warm, and the gun swings easily and rapidly. Under other conditions the grease is frozen or mixed with sand, and the gun is slow to answer the orders given to it.” – (fr:173-175) [Ora, il cannone stesso deve essere usato in tutte le condizioni meteorologiche. In alcune di queste il grasso è caldo e il cannone ruota facilmente e rapidamente. In altre condizioni il grasso è congelato o mescolato a sabbia e il cannone è lento nel rispondere agli ordini impartiti]. Se il comando viene semplicemente rinforzato quando il cannone resta indietro, l’errore del puntatore diminuisce: “If these orders are reinforced by an extra push given when the gun fails to respond easily to the orders and lags behind them, then the error of the gun pointer will be decreased.” – (fr:176) [Se questi ordini sono rinforzati da una spinta extra data quando il cannone non risponde prontamente agli ordini e resta indietro rispetto ad essi, allora l’errore del puntatore risulterà ridotto]. La soluzione ingegneristica consiste nell’inserire nel sistema di controllo un elemento di feedback che legge il ritardo del cannone e utilizza tale differenza per fornire una spinta supplementare: “In order to obtain a performance as uniform as possible, it is customary to put into the gun a control feedback element which reads the lag of the gun behind the position it should have according to the orders given it, and which uses this difference to give the gun an extra push.” – (fr:177). Tuttavia, la potenza della correzione deve essere calibrata con attenzione, perché un’energia eccessiva fa superare la posizione corretta, innescando oscillazioni che possono amplificarsi fino all’instabilità: “It is true that precautions must be taken so that the push is not too hard, for if it is, the gun will swing past its proper position, and will have to be pulled back in a series of oscillations, which may well become wider and wider, and lead to a disastrous instability.” – (fr:178) [È vero che devono essere prese precauzioni affinché la spinta non sia troppo forte, perché se lo è, il cannone oltrepasserà la posizione corretta e dovrà essere riportato indietro in una serie di oscillazioni, che potrebbero diventare sempre più ampie e condurre a un’instabilità disastrosa]. Se mantenuto entro limiti stringenti, il feedback aumenta la stabilità della prestazione, rendendola meno dipendente dal carico frizionale – in pratica dalla rigidità del grasso: “If the feedback is controlled and kept within limits sufficiently stringent, this will not occur, and the existence of the feedback will increase the stability of performance of the gun. In other words, the performance will become less dependent on the frictional load; or what is the same thing, on the drag created by the stiffness of the grease.” – (fr:179-180).

L’analisi si sposta poi sull’agire umano, che mostra una logica analoga. “Something very similar to this occurs in human action. If I pick up my cigar, I do not will to move any specific muscles. Indeed in many cases, I do not know what those muscles are.” – (fr:181-183) [Qualcosa di molto simile accade nell’azione umana. Se prendo il mio sigaro, non intendo muovere alcun muscolo specifico. In molti casi, anzi, non so nemmeno quali siano quei muscoli]. Il movimento non è comandato per via diretta, ma attraverso un meccanismo di retroazione: “What I do is to turn into action a certain feedback mechanism; namely, a reflex in which the amount by which I have yet failed to pick up the cigar is turned into a new and increased order to the lagging muscles, whichever they may be.” – (fr:184) [Ciò che faccio è mettere in azione un certo meccanismo di feedback; ossia, un riflesso in cui la misura in cui non sono ancora riuscito ad afferrare il sigaro viene trasformata in un ordine nuovo e accresciuto ai muscoli in ritardo, quali che essi siano].

Il frammento riveste un significato storico di prima grandezza: siamo all’interno della sistematizzazione che Norbert Wiener consegna alla cibernetica, dove i concetti di “taping” – antenato del software – e di feedback vengono esplicitamente accomunati alla regolazione biologica. Il testo testimonia il momento in cui la comunicazione e il controllo escono dal dominio esclusivo dell’ingegneria per diventare categorie generali, capaci di descrivere tanto il puntamento di un cannone in condizioni estreme quanto il gesto quotidiano di afferrare un sigaro, mostrando l’unità di principio tra macchina e organismo.


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3 Informazione, entropia e progresso: il significato umano della misura del disordine

La probabilità si combina moltiplicativamente, l’informazione additivamente; il ponte tra le due è il logaritmo, che trasforma l’ordine misurabile in una grandezza fisica e filosofica carica di conseguenze per la visione del progresso.

Il testo si apre illustrando le regole elementari del calcolo delle probabilità per eventi indipendenti. Se si lanciano due dadi, la probabilità che ciascuno mostri un asso è un sesto; la probabilità congiunta di due assi è allora il prodotto delle probabilità singole, ossia un trentaseiesimo: «if we throw two dice, and there is a probability of one-sixth that each of them independently will show an ace, then the probability of throwing two aces is one-thirty-sixth» – (fr:221) [se lanciamo due dadi, e c’è una probabilità di un sesto che ciascuno di essi mostri indipendentemente un asso, allora la probabilità di ottenere due assi è un trentaseiesimo]. Il principio generale è enunciato poco prima: «If we have two events, each of which occurs with a certain probability, and if there is no connection whatever between them, the joint event of their both occurring will have a probability which is the product of the probabilities of the separate events» – (fr:220) [Se abbiamo due eventi, ciascuno dei quali si verifica con una certa probabilità, e non c’è alcuna connessione tra loro, l’evento congiunto del loro verificarsi entrambi avrà una probabilità che è il prodotto delle probabilità dei singoli eventi]. Lo stesso principio si applica all’estrazione di carte da due mazzi separati: la probabilità di estrarre un re da ciascun mazzo è un tredicesimo per mazzo, e la probabilità di estrarre un re da entrambi è un centosessantanovesimo, ovvero un tredicesimo di un tredicesimo (fr:222). Quando invece si estraggono due carte dallo stesso mazzo, le probabilità non sono più indipendenti: «The probability of drawing two kings from one pack, if it is fairly shuffled, will be the probability of drawing one king the first time, which is one-thirteenth, multiplied by the probability of drawing a king the second time, in which case we have three favorable possibilities out of fifty-one; so that the probability of the second drawing independently is three-fifty-firsts, or one-seventeenth» – (fr:223) [La probabilità di estrarre due re da un mazzo, se è stato mescolato onestamente, sarà la probabilità di estrarre un re la prima volta, che è un tredicesimo, moltiplicata per la probabilità di estrarre un re la seconda volta, nel qual caso abbiamo tre possibilità favorevoli su cinquantuno; cosicché la probabilità della seconda estrazione indipendentemente è tre cinquantunesimi, o un diciassettesimo].

Su questa base, Wiener introduce il legame tra probabilità e quantità di informazione. Poiché le probabilità indipendenti si combinano per moltiplicazione mentre l’informazione fornita da messaggi indipendenti si somma, la relazione tra la quantità di informazione e la probabilità del messaggio deve essere quella che intercorre tra un insieme di numeri che si moltiplicano e un insieme che si somma: «Since probabilities taken independently combine multiplicatively, while information combines additively, the relation between the amount of information given by a message and the probability of that message will be that between a set of numbers that multiply and a set that add» – (fr:224). Per i matematici, se un insieme di numeri somma mentre il corrispondente insieme dell’altro tipo moltiplica, il primo insieme è costituito dai logaritmi del secondo, presi in una base opportuna (fr:225). Il logaritmo non è però completamente determinato finché non se ne fissa la scala, che introduce un fattore moltiplicativo positivo o negativo (fr:226-227). Poiché le probabilità sono sempre minori o uguali a 1 – «1 is the probability of absolute certainty, and there is no probability greater than certainty» – (fr:228) [1 è la probabilità della certezza assoluta, e non esiste probabilità maggiore della certezza], la quantità di informazione associata a un evento con probabilità inferiore a 1 risulterà maggiore di zero. La scelta naturale è allora quella di usare il logaritmo negativo della probabilità: «the amount of information conveyed by an event which occurs with a certain probability will then be the negative logarithm of the probability on some appropriate scale, since the ordinary logarithm of a quantity less than 1 will be negative, and information is naturally taken to be positive» – (fr:230) [la quantità di informazione trasmessa da un evento che si verifica con una certa probabilità sarà allora il logaritmo negativo della probabilità su una scala appropriata, poiché il logaritmo ordinario di una quantità minore di 1 è negativo, e l’informazione è naturalmente considerata positiva].

L’informazione diviene così una misura dell’ordine: «A measure of information is a measure of order» – (fr:231) [Una misura dell’informazione è una misura dell’ordine]. Il suo opposto, preso con segno negativo, è una misura del disordine e sarà un numero negativo (fr:232-233). Tale misura può essere resa artificialmente positiva aggiungendo una costante o scegliendo un valore iniziale diverso da zero (fr:234). Questa misura del disordine è nota ai fisici statistici come entropia: «This measure of disorder is known to the statistical mechanicist as entropy, and almost never spontaneously decreases in an isolated system» – (fr:235) [Questa misura del disordine è nota allo studioso di meccanica statistica come entropia, e non diminuisce quasi mai spontaneamente in un sistema isolato]. È proprio il secondo principio della termodinamica (fr:236).

Con il capitolo “Progress and Entropy”, Wiener sposta l’attenzione sul significato umano di queste nozioni. Il problema del progresso implica una valutazione della direzione del cambiamento del mondo secondo certi valori (fr:238). Un tipo di valutazione, legato alla meccanica statistica, indica che la tendenza complessiva del mondo è verso il basso: «the tendency of the world as a whole is downward» – (fr:239). Tuttavia, questo metro di giudizio non è necessariamente quello pertinente ai nostri schemi morali umani (fr:240), benché tali schemi siano ancora troppo spesso associati a una fede nel progresso priva di solide radici filosofiche o di valide prove scientifiche (fr:241-242).

La disputa tra pessimismo e ottimismo è antica, ma oggi entrambe le tendenze hanno assunto una particolare asprezza e hanno reclamato il sostegno del pensiero scientifico contemporaneo (fr:244-245). Per i pessimisti, l’idea scientifica più in sintonia con la loro interpretazione dell’universo è proprio l’entropia, già menzionata nell’appendice al capitolo precedente (fr:246). L’entropia è associata alla nozione di schema (pattern) e rappresenta la quantità di disordine in una classe di schemi; è inoltre strettamente connessa alla nozione di informazione e alla sua misura, che è essenzialmente una misura dell’ordine (fr:247-248). La quantità di informazione è una misura del grado di ordine peculiarmente associato agli schemi distribuiti come messaggi nel tempo (fr:249). Tuttavia l’idea di schema non è limitata ai soli schemi temporali, e la quantità di informazione è solo il caso particolare della quantità di ordine applicato a uno schema temporale (fr:251). Le idee generali di ordine e disordine si applicano a schemi di ogni tipo, e non a uno schema isolato, bensì a un insieme di schemi selezionato da un insieme più grande in modo tale che il sottoinsieme possieda una misura di probabilità (fr:253). Quanto più probabile è un tipo di schema, tanto meno ordine contiene, perché l’ordine è essenzialmente mancanza di casualità: «order is essentially lack of randomness» – (fr:254). Il grado di ordine si misura con il logaritmo negativo della probabilità del sottoinsieme, quando la probabilità dell’insieme più grande è posta uguale a uno (fr:255).

La scelta della scala logaritmica per le relazioni ordine-disordine è la stessa adottata per misurare l’informazione, perché consente di sommare la quantità di ordine di due sistemi totalmente indipendenti quando vengono uniti in un unico sistema più comprensivo (fr:258-259). Tuttavia, la tradizione fisica non misura l’ordine, bensì il disordine, e la misura del disordine è il logaritmo positivo della probabilità, solitamente preso non in senso assoluto ma aumentato di una costante positiva per renderlo positivo nei casi di interesse (fr:260-261). Questo numero positivo di disordine è esattamente ciò che è stato chiamato entropia (fr:262). L’entropia è una delle grandezze più fondamentali della fisica, e il secondo principio della termodinamica asserisce che in un sistema isolato la probabilità che l’entropia diminuisca è zero (fr:263). In forma più immaginifica, un sistema isolato tende a uno stato di massimo disordine, ossia alla massima omogeneità possibile, e muore in quella che Boltzmann chiamava la Wärmetod – la morte termica universale (fr:264-265). Emotivamente, ciò può apparire come un pessimismo cosmico, un Ragnarök o Giorno del Giudizio universale (fr:266).

È qui che Wiener pone un avvertimento cruciale: «However – and this is most important – it is necessary to keep these cosmic physical values well separated from any human system of valuation» – (fr:267) [Tuttavia – e questo è della massima importanza – è necessario tenere questi valori fisici cosmici ben separati da qualsiasi sistema di valutazione umano]. La situazione è esattamente parallela a quella che troviamo nell’evoluzione darwiniana. In essa le specie che sopravvivono sono il residuo di un gran numero di schemi che non sono sopravvissuti, e l’origine di una specie è un evento estremamente raro, molto più raro della fecondazione riuscita di un ovulo o del fatto che un particolare spermatozoo riesca a fecondare un uovo (fr:269-270). Ancora, per un pesce che trascorre i primi stadi di sviluppo come larva libera e non come feto protetto, la morte precoce è la sorte di gran lunga più comune (fr:271). Eppure alcuni ovuli vengono fecondati, alcuni spermatozoi riescono a fecondare, alcune larve raggiungono la maturità (fr:272). Dal punto di vista dell’interesse umano, questi rarissimi successi, e i casi miracolosamente rari in cui nasce una nuova specie, sovrastano di gran lunga la registrazione quasi ininterrotta dei fallimenti della natura (fr:273). In altre parole, non soppesiamo la natura su una bilancia di probabilità equa, ma su una bilancia fortemente sbilanciata a favore del nuovo e dell’interessante (fr:274). Wiener commenta con ironia: «It may be that the Lord marks the fall of every sparrow, but if He is an anthropomorphic God, he does not care very much about it» – (fr:275) [Può darsi che il Signore segni la caduta di ogni passero, ma se è un Dio antropomorfo, non se ne cura molto].

Il discorso si chiude tornando alla fisica. Il secondo principio della termodinamica ha limiti ben precisi: si applica solo a sistemi isolati o sostanzialmente isolati (fr:276-277). In parti non isolate di un sistema isolato possono esistere regioni in cui l’entropia, definita opportunamente, diminuisce (fr:278). L’accoppiamento che unisce le diverse parti in un sistema più ampio è in generale sia energetico sia informazionale (fr:279). La luce del sole, ad esempio, fornisce energia per la vegetazione e il clima, e al contempo ci informa su ciò che accade sulla stella (fr:280). Nella fisica classica precedente la teoria quantistica, si poteva trasferire una quantità arbitraria di informazione con un livello di energia arbitrariamente basso, come nel caso del telegrafo (fr:283-284). Lo sviluppo della fisica ha però portato a una nuova associazione tra energia e informazione. Il rumore di fondo in un circuito telefonico o in un amplificatore è inevitabile, dipende dalla natura discreta degli elettroni e ha un potere ben definito di distruggere informazione (fr:287-288). Ancora più fondamentale è il fatto che la luce stessa ha una struttura atomica: la luce di una data frequenza è irradiata in quanti, ciascuno con un’energia determinata dalla frequenza, sicché non può esistere radiazione di energia inferiore a un singolo quanto di luce (fr:289-290).


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4 Progresso ed entropia: la critica all’era dello spreco

L’età moderna, celebrata per la rapidità virtuosa del progresso, si rivela piuttosto come un’epoca di sfruttamento sistematico e incontrollato delle risorse, degli uomini e delle nuove terre, un gioco che conduce all’esaurimento e al «beggar-my-neighbor».

Il testo analizza la natura profonda della modernità, mettendone in discussione la narrazione trionfalistica. Già l’incipit avverte che, per quanto sia evidente una somiglianza tra i meccanismi sociali di periodi diversi – premessa su cui si fondano la storia e la sociologia scientifiche – la scala dei fenomeni è mutata tanto radicalmente dall’inizio dell’epoca moderna da impedire un facile trasferimento al presente di nozioni politiche, razziali ed economiche elaborate in stadi precedenti “However, it is certainly true that the whole scale of phenomena has changed sufficiently since the beginning of modern history to preclude any easy transfer to the present time of political, racial, and economic notions derived from earlier stages.” - (fr:413) [Tuttavia, è certamente vero che l’intera scala dei fenomeni è cambiata a sufficienza dall’inizio della storia moderna da precludere ogni facile trasferimento al tempo presente di nozioni politiche, razziali ed economiche derivate da stadi anteriori.]. Lo stesso periodo moderno, lungi dall’essere uniforme, è dichiarato altamente eterogeneo “that the modern period itself is highly heterogeneous” - (fr:414) [che il periodo moderno stesso è altamente eterogeneo].

La percezione comune vi scorge la rapidità virtuosa del progresso “the modern period is characterized by what he considers to be the virtuous rapidity of progress” - (fr:415) [il periodo moderno è caratterizzato da quella che egli considera la rapida virtù del progresso], ma l’autore rovescia questa immagine: è altrettanto vero descriverlo come l’età di uno sfruttamento coerente e senza freni – delle risorse naturali, dei popoli conquistati detti primitivi e, infine, dell’uomo medio stesso “It will be quite as true to say that the modern period is the age of a consistent and unrestrained exploitation: of an exploitation of natural resources; of an exploitation of conquered so-called primitive peoples; and finally, of a systematic exploitation of the average man.” - (fr:416) [Sarà altrettanto vero affermare che il periodo moderno è l’età di uno sfruttamento coerente e sfrenato: delle risorse naturali; dei cosiddetti popoli primitivi conquistati; e, infine, dello sfruttamento sistematico dell’uomo comune.].

L’inizio di questa parabola coincide con l’età delle esplorazioni “The modern period begins with the age of exploration.” - (fr:417). L’Europa scoprì allora vaste terre scarsamente popolate, capaci di assorbire una popolazione superiore a quella del continente e ricche di risorse – oro, argento e altre merci – che apparivano inesauribili sulla scala d’azione della società del Cinquecento, rendendo remoti sia l’esaurimento sia la saturazione demografica “For the first time Europe had become aware of the existence of great thinly settled areas… and indeed on the scale on which the society of 1500 moved, their exhaustion and the saturation of the population of the new countries were very remote.” - (fr:418-419). Quattrocentocinquant’anni sono un orizzonte che la maggior parte delle persone preferisce non scrutare “Four hundred and fifty years is farther than most people choose to look ahead.” - (fr:420).

L’atteggiamento mentale indotto da quelle terre è paragonato al tea party folle di Alice: una volta esauriti tè e dolci a un posto, il Cappellaio Matto e la Lepre Marzolina si limitano a spostarsi alla sedia successiva “When the tea and cakes were exhausted at one seat, the most natural thing for the Mad Hatter and the March Hare was to move on and occupy the next seat.” - (fr:422). Quando Alice chiede cosa accadrà una volta compiuto l’intero giro, la Lepre Marzolina cambia argomento “When Alice inquired what would happen when they came around to their original positions again, the March Hare changed the subject.” - (fr:423). Per chi immaginava che il Millennio e il Giudizio Universale potessero sopraggiungere in meno di cinquemila anni, quella politica del Cappellaio Matto sembrava del tutto naturale “To those whose past span of history was less than five thousand years and who were expecting that the Millennium and the Final Day of Judgment might overtake them in far less time, this Mad Hatter policy seemed most natural.” - (fr:424).

Col tempo, però, la tavola imbandita delle Americhe non si è rivelata infinita, e la velocità con cui un posto veniva abbandonato per il successivo è andata aumentando a un ritmo probabilmente ancora in accelerazione “As time passed, the tea table of the Americas has not proved to be infinite; and as a matter of fact, the rate at which one seat has been abandoned for the next has been increasing at what is probably a still increasing pace.” - (fr:425). La pace stabile europea del XIX secolo aveva ridotto le opportunità di investimento ad alto rischio e alto rendimento, abbassando progressivamente gli interessi dei titoli consolidati come i Consols inglesi “The stable peace of Europe over much of the last century had greatly reduced the opportunities for the investment of capital at a large risk… the Consolidated Annuities of the Bank of England… had sunk lower and lower in their rate of interest.” - (fr:426). In questo contesto, le nuove terre – e primi fra tutti gli Stati Uniti – offrivano investimenti speculativi con ragionevoli probabilità di cospicui guadagni “Under these conditions, the new lands offered a speculative investment with a reasonable chance of large returns; and of these new lands, the United States of America was the first in the money market.” - (fr:427). Lo sviluppo americano venne così spinto ben oltre il suo ritmo intrinsecamente rapido, per la smania di partecipare al nuovo “giacimento di Tom Tiddler” “Thus American development was pushed well beyond its intrinsically rapid normal rate, by the desire of those in the Eastern States and beyond the seas to share in the new Tom Tiddler’s ground.” - (fr:428).

Una nuova tecnica inventiva si affiancava alle frontiere geografiche: la ferrovia conobbe un successo travolgente e già nel 1870 attraversava i nuovi territori, integrando persino la remota California in un modo altrimenti impossibile “In 1870, it had already spanned the new lands, and integrated even California into the States, in a way in which that outpost could not otherwise have been integrated.” - (fr:430). Furono appunto la ferrovia e il telegrafo elettrico a unire di fatto gli Stati Uniti “It was the railroad and the electric telegraph which had in fact united the States called United.” - (fr:432). Ancora nel 1870, vaste porzioni del territorio strappato al Messico e le regioni settentrionali dell’Oregon e di Washington restavano immensi spazi vuoti, ritenuti capaci di offrire opportunità inesauribili per la colonizzazione, il pascolo e persino per futuri insediamenti industriali “In 1870, the greater part of the territory wrested from Mexico, and the northern regions of Oregon and Washington were still vast empty spaces… they offered inexhaustible room for homesteading and grazing and even sites for industrial development in the remote future.” - (fr:433-434). In appena vent’anni quella frontiera cominciò a svanire “In a bare twenty years more, this newly opened frontier had already begun to vanish.” - (fr:435). Non mille anni di vita medievale o settecentesca avrebbero consumato le risorse quanto un solo secolo di procedure scialacquatrici “Not a thousand years of the type of life of medieval or even eighteenth-century Europe could have exhausted our resources so thoroughly as a century of our own free-handed procedures.” - (fr:436).

Finché è rimasto qualcosa della ricca dotazione naturale con cui la nazione aveva iniziato, l’eroe nazionale è stato lo sfruttatore che più di ogni altro ha saputo convertire quella dote in denaro contante “So long as anything remained of the rich endowment of nature with which we started, our national hero has been the exploiter who has done the most to turn this endowment into ready cash.” - (fr:437). Le teorie della libera impresa lo hanno osannato come se fosse stato il creatore delle ricchezze che in realtà ha rubato e dilapidato “In our theories of free enterprise, we have exalted him as if he had been the creator of the riches which he has stolen and squandered.” - (fr:438). Si è vissuti alla giornata della prosperità, sperando che un cielo benevolo perdonasse gli eccessi e rendesse possibile la vita ai nipoti impoveriti “We have lived for the day of our prosperity, and we have hoped that some benevolent heaven would forgive our excesses and make life possible for our impoverished grandchildren.” - (fr:439). È ciò che il testo chiama la quinta libertà “This is what is known as the fifth freedom.” - (fr:440).

In questo quadro, le nuove risorse fornite dall’invenzione tecnica sono state naturalmente indirizzate a uno sfruttamento ancor più rapido del suolo: il minatore col piccone ha ceduto il passo all’escavatore a vapore “The pick-and-shovel miner has given way to the steam-shovel operator.” - (fr:442). Le inesauribili riserve di minerale ferroso del Mesabi Range sono state ridotte a sterili “The inexhaustible resources of the Mesabi Range of iron ore have been worked down to tailings.” - (fr:443). La guerra ha accelerato ulteriormente l’esaurimento delle risorse già depauperate, condotta secondo la tradizione nazionale dello spreco rapido “This was, it is true, a result of the last war, but it is also true that we had decided to fight a war according to our own traditions, by the vastly more rapid exhaustion of our own depleted resources.” - (fr:444). Questo gioco ha un altro nome oltre a quello di guerra: si chiama anche beggar-my-neighbor “This game has another name than that of war. It is also called beggar-your-neighbor.” - (fr:445-446). In questa corsa all’esaurimento, Inghilterra e Germania prebellica sono state avide concorrenti, ma nessuna ha padroneggiato l’arte dello spreco quanto gli Stati Uniti “In this process of exhaustion of resources, we have found two eager competitors among other countries: England and the pre-war Germany; but neither of them has mastered the art of waste so thoroughly as we.” - (fr:447). Ormai si raschia il fondo del barile “Now we are scraping the bottom of the barrel.” - (fr:448). L’approvvigionamento interno di petrolio è mantenuto solo grazie alla continua scoperta di nuovi giacimenti, perlopiù fuori dagli Stati Uniti, e dal momento della scoperta all’esaurimento di un campo spesso non passano neppure vent’anni “Our domestic oil supply is only maintained by the continual discovery of new fields, most of which are not in the United States. From the discovery of a field to its exhaustion is often scarcely a matter of twenty years.” - (fr:449-450).


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5 La scommessa smisurata e la nudità di fronte al disastro

“In questa scommessa sul futuro delle invenzioni, nessuno conosce il valore della propria mano.” – (fr:483)

Affidare la nostra salvezza futura all’arrivo di nuove invenzioni per rimediare allo sperpero delle risorse naturali è una forma di azzardo che sconfina nell’irrazionale. In un sistema così poco compreso da non consentire l’applicazione affidabile di nozioni statistiche o probabilistiche, questo atteggiamento rivela soltanto “il nostro amore nazionale per il gioco d’azzardo e il nostro culto nazionale del giocatore, ma in circostanze in cui nessun giocatore intelligente si sognerebbe di fare una scommessa” – (fr:481). La fallacia di tale condotta sta nell’assenza totale di informazioni su cui basare il calcolo: “Quali che siano le abilità che un giocatore di poker di successo deve possedere, deve come minimo conoscere il valore delle sue carte” – (fr:482), ma qui “nessuno conosce il valore della propria mano” – (fr:483). Eppure la posta in gioco è la sopravvivenza stessa, perché se il cibo scarseggia o una nuova malattia ci minaccia, il rimedio tecnologico “deve essere inventato prima che la carestia e la pestilenza abbiano compiuto la loro opera” – (fr:484).

La nostra prossimità alla catastrofe è molto maggiore di quanto amiamo credere. La fragilità delle infrastrutture che sostengono una grande metropoli ne è una testimonianza agghiacciante: “Che l’approvvigionamento idrico di New York venga interrotto per sei ore, e questo si manifesterà nel tasso di mortalità” – (fr:486), e “che i normali treni che portano rifornimenti in città vengano interrotti per quarantotto ore, e alcune persone moriranno di fame” – (fr:487). Dietro questa precarietà quotidiana si cela un inquietante paradosso psicologico e tecnico: “Ogni ingegnere che ha a che fare con l’amministrazione dei servizi pubblici di una grande città è stato colpito dal terrore per i rischi che le persone sono disposte a correre e devono correre ogni giorno, e per la compiaciuta ignoranza di questi rischi da parte di chi è sotto la sua responsabilità” – (fr:488).

L’unificazione del commercio e dell’umanità, lungi dal mitigare, ha reso queste fluttuazioni di rischio “sempre più letali” – (fr:489). La storia fornisce un metro di paragone: in passato una catastrofe in una parte del mondo poteva passare quasi inosservata altrove; “la caduta di Roma fu a malapena percepita in una Cina quasi ignara dell’esistenza stessa di Roma” – (fr:491), e Tamerlano poteva innalzare piramidi di teschi in Asia Centrale senza causare in Europa occidentale “nulla di più che una fastidiosa interruzione del commercio delle spezie e della seta” – (fr:492). Questo isolamento delle sventure è stato polverizzato nell’era contemporanea. Basta confrontare quei fatti “con la miseria universale lasciata dall’ultima Guerra Mondiale” – (fr:493). Prima di questo secolo, nessun singolo cataclisma avrebbe potuto simultaneamente ridurre la Germania al livello che aveva seguito la Guerra dei Trent’anni, devastare la Cina più di tutte le incursioni delle tribù a nord della Grande Muraglia, riempire l’India di lotte intestine, portare l’Inghilterra a una sterile austerità e sconvolgere completamente gli ideali e la vita economica negli Stati Uniti. Anche in confronto alle guerre di Tamerlano, “la devastazione di questa nuovissima delle guerre ha superato di cento volte la devastazione locale di quel maestro di distruzione” – (fr:495).

Tuttavia, non serve nemmeno scomodare la guerra per constatare “quanto siamo più nudi e esposti al disastro di quanto lo siamo mai stati in passato” – (fr:496). La minaccia delle pandemie lo dimostra con crudezza. In passato, “la quarantena dava alle nazioni una qualche protezione contro le malattie” – (fr:497). Oggi, invece, “è perfettamente possibile che un uomo infetto da tifo, malaria o peste bubbonica salga a bordo di un aereo diretto negli Stati Uniti e sbarchi prima che qualsiasi sintomo si manifesti” – (fr:498), rendendo così “facile che la malattia si diffonda tra noi” – (fr:499). La capacità di combattere i morbi ha certamente raggiunto livelli elevatissimi, ma “mai prima d’ora la protezione della salute del nostro popolo è stata la lotta a grilletto sensibile che è oggi, e mai prima d’ora un errore di pochi minuti avrebbe potuto essere così letale” – (fr:500).


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6 L’evoluzione darwiniana e l’ideologia del progresso

Il rifiuto di una forza vitale e la riduzione del processo evolutivo a un meccanismo di cancellazione non teleologico mettono in crisi ogni giustificazione morale tratta dalla sopravvivenza, denunciando le derive ideologiche del lamarckismo sovietico e del malthusianesimo paternalista.

Wiener colloca il darwinismo al centro di una riflessione sull’idea di progresso, distinguendolo nettamente dalle dottrine precedenti. L’evoluzionismo di Lamarck e di Erasmus Darwin, osserva, è in contraddizione con il passo biblico secondo cui l’uomo non può aggiungere un cubito alla propria statura, perché presuppone un processo vitale in cui l’organismo favorisce la variazione di cui ha bisogno per adattarsi. “They presuppose some process by which an animal or a plant which is in need of a certain PROGRESS AND ENTROPY 49 variation to adapt itself to its present environment will favor that variation in preference to all others.” – (fr:611) [Presuppongono un processo per cui un animale o una pianta che necessita di una certa variazione per adattarsi al proprio ambiente favorirà quella variazione a scapito di tutte le altre.] Queste teorie vitalistiche, care a Samuel Butler e Bernard Shaw, sono diventate il credo favorito dell’elemento oggi al potere nella Russia sovietica (fr:612). Il credo contiene due affermazioni non necessariamente equivalenti: la prima, più difendibile, è che l’ereditarietà non produce direttamente le forme dei discendenti ma lo fa in modo che coinvolga anche l’ambiente; la seconda, priva di prove adeguate, sostiene che l’ambiente evocherebbe direttamente le variazioni che favoriscono la sopravvivenza (fr:614-615). È la teoria lamarckiana ad aver colorato l’atteggiamento emotivo contemporaneo verso il progresso: “The average advocate of progress believes in a life force favorable to man, driving him continually towards greater and greater successes.” – (fr:617) [Il comune fautore del progresso crede in una forza vitale favorevole all’uomo, che lo spinge continuamente verso successi sempre maggiori.] Qui si accorda con il lato meno scientifico della biologia ufficiale sovietica (fr:618).

Charles Darwin non rifiutò completamente le vedute di Lamarck, ma aggiunse un elemento destinato a soppiantarle nelle mani degli studiosi successivi: la selezione naturale, nata per esplicita ammissione di Darwin e di Wallace dall’influenza di Malthus (fr:619-621). In questa prospettiva, la variazione non ha alcuna tendenza intrinseca a essere favorevole all’individuo o alla discendenza; anzi la maggior parte delle variazioni è costituita da mostruosità e fallimenti. “Very occasionally a variation will arise which will more successfully adapt the individual to survival in his particular environment than the state preceding the variation.” – (fr:624) [Molto occasionalmente sorge una variazione che adatta l’individuo alla sopravvivenza nel suo ambiente specifico meglio di quanto facesse lo stato precedente.] Nella lotta malthusiana per il cibo e in altre forme di competizione, le variazioni favorevoli sopravvivono e generano prole, mentre quelle puramente mostruose si estinguono senza lasciare discendenti (fr:625). Assumendo che la variazione sia ereditabile e che le forme varianti tendano a isolarsi riproduttivamente, i nuovi ceppi favorevoli sostituiranno la forma precedente fino a diventare una nuova specie, e ciò può avvenire in più direzioni producendo diverse specie (fr:626-627). L’apparente finalità del quadro delle specie sopravvissute non è quindi prodotta da una forza vitale che le spinge verso livelli superiori, bensì da un processo di cancellazione: “those forms survive which are reasonably in equilibrium with their environment.” – (fr:628) [sopravvivono quelle forme che sono ragionevolmente in equilibrio con il loro ambiente.] Le forme meno armoniche vengono eliminate dalla competizione, e il disegno di una specie assomiglia alla trama di venature che rimane quando si dissolve la lamina di una foglia (fr:630).

Il netto rifiuto del lamarckismo è maturato con i successori di Darwin. Weismann cercò prove positive dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti attraverso mutilazioni, ma fallì; nonostante le obiezioni, nessuna prova chiara e inequivocabile è mai emersa (fr:632-635). L’accanimento del partito di Lysenko a favore del lamarckismo ha tutti i tratti di un tentativo di troncare la sperimentazione e piegare il mondo a una forma più consona alle vedute marxiste, e cela anche una componente economica non del tutto ingiustificabile: si tratta di decidere se la parte del leone dei fondi sovietici debba andare al lavoro di lungo periodo dei mendeliani oppure a quello meno scientifico ma non necessariamente inefficace degli allevatori professionali di piante e animali. “It is, in American language, T. H. Morgan versus Burbank.” – (fr:639) [È, per usare un’espressione americana, T. H. Morgan contro Burbank.] La pratica di Burbank e degli allevatori russi non è stata completamente screditata, ma il grosso delle evidenze dà ragione ai genetisti come Morgan nella loro scarsa valutazione della componente lamarckiana (fr:640). Morgan ha mostrato che una teoria strettamente darwiniana è compatibile con la moderna genetica mendeliana, e Haldane ne ha tratto le conseguenze matematiche stabilendo un tasso evolutivo che non contrasta in modo grossolano con i fatti osservati (fr:641-643).

In questo scenario, l’evoluzione è ridotta a sottoprodotto di un processo niente affatto amico della sopravvivenza della razza e moralmente equivalente al malthusianesimo (fr:644). L’opposizione sovietica a Malthus, benché indifendibile sul piano scientifico, possiede una giustificazione speciosa e quasi-morale: il malthusianesimo è stato usato in modo ingiustificabile come scusa morale per la spietatezza (fr:645). Tuttavia, è altrettanto estraneo all’essenza del darwinismo affermare che le specie sopravvivono per un diritto morale, quanto cercarvi una forza vitale che ci spinga eternamente in avanti e verso l’alto. “The tapeworm is the result of a line of evolution at least as long as that of man, and this has had only the consequence of producing animals more fit to be tapeworms.” – (fr:647) [La tenia è il prodotto di una linea evolutiva lunga almeno quanto quella umana, e ciò ha avuto come sola conseguenza la produzione di animali più adatti a essere tenie.] Il businessman spietato che si giustifica come più adatto a sopravvivere del suo antagonista più debole difende le proprie azioni con un cattivo gioco di parole che non ha nulla a che vedere con il suo valore morale (fr:648).

Wiener segnala inoltre forme modificate di questo malthusianesimo quasi-moralistico che appaiono persuasive anche a chi dovrebbe saperne di più. Riferisce di aver udito antropologi che si considerano liberali illuminati argomentare che nei nuovi progetti agricoli inglesi in Africa, per scongiurare il destino minaccioso della madrepatria, sarebbe opportuno negare agli indigeni i benefici della medicina moderna: “Otherwise, they say, infant mortality will go down, and the native will absorb in their own multiplication all the newly created fruitfulness.” – (fr:651) [Altrimenti, dicono, la mortalità infantile diminuirà e gli indigeni assorbiranno nella propria moltiplicazione tutta la nuova fecondità creata.] Un simile sterminio pianificato, anche solo tollerato, diverrebbe intollerabile e dannerebbe ogni pretesa di elevato statuto morale, al punto che persino la perdita della posizione dell’uomo bianco sarebbe una calamità di gran lunga preferibile (fr:653-654). L’antropologo potrà replicare che si tratta solo di un tabù della nostra cultura, ma sa bene che tutta la nostra morale è fatta di tabù e non può essere spiegata riducendola al bisogno di sopravvivenza individuale o razziale (fr:656). Perseguire queste linee di pensiero per assicurare la supremazia bianca significa acconsentire alla guerra di tutti contro tutti. “In those of us who are proud to think of our tradition as civilized, this can lead only to external and internal damnation.” – (fr:658) [In coloro che sono orgogliosi di considerare civile la propria tradizione, questo può condurre soltanto a una dannazione esterna e interna.]


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7 Rigidità e apprendimento: la varietà dei modelli comunicativi e la critica allo stato-formicaio fascista

Norbert Wiener esamina i diversi modelli di comunicazione umana, denuncia l’aspirazione a una società rigida modellata sulle formiche e difende il valore della plasticità e dell’apprendimento come tratti irrinunciabili dell’uomo.

Il capitolo si apre con una constatazione antropologica: “The anthropologist knows very well that the patterns of communication of human communities are most various.” – (fr:733) [L’antropologo sa bene che i modelli di comunicazione delle comunità umane sono estremamente vari.] Wiener passa in rassegna alcune forme estreme: comunità egualitarie come gli Eschimesi, privi di capi e subordinazione, unite solo dal desiderio di sopravvivere (fr:734); società rigidamente stratificate come quelle indiane, dove i rapporti comunicativi sono vincolati da nascita e casta (fr:735); regimi dispotici in cui il legame suddito-sovrano rende secondaria ogni altra relazione (fr:736); e strutture feudali gerarchiche con le loro specifiche tecniche di comunicazione (fr:737). Negli Stati Uniti, osserva, la maggioranza preferisce una “comunità sociale moderatamente libera”, dove gli ostacoli alla comunicazione tra individui e classi non siano troppo grandi (fr:738).

Tuttavia l’autore non esita a segnalare il divario tra ideale e realtà: “I will not say that this ideal of communication is attained in the States.” – (fr:739) [Non dirò che questo ideale di comunicazione sia raggiunto negli Stati Uniti.] La persistenza della supremazia bianca riduce quell’ideale a un semplice omaggio a parole: “Until white supremacy ceases to belong to the creed of a large part of the country it will be an ideal to which we do no more than lip-service.” – (fr:740) [Finché la supremazia bianca farà parte del credo di una larga fetta del paese, sarà un ideale al quale ci limitiamo a rendere omaggio a parole.]

Eppure, persino questa democrazia «amorfa e annacquata» risulta troppo anarchica per chi mette l’efficienza al primo posto (fr:741). “These worshipers of efficiency would like to have each man move in a social orbit meted out to him from his childhood, and to perform a function to which he is bound as the serf was bound to the clod.” – (fr:742) [Questi adoratori dell’efficienza vorrebbero che ogni uomo si muovesse in un’orbita sociale assegnatagli fin dall’infanzia e svolgesse una funzione alla quale è legato come il servo della gleba era legato alla zolla.] Una simile nostalgia, imbarazzante nel quadro sociale americano, viene confessata apertamente solo di rado, ma si manifesta con chiarezza attraverso le azioni (fr:743-745). Wiener porta due esempi concreti: il dirigente che si isola dietro una cortina di «yes men» e il capo di un grande laboratorio che assegna a ciascun sottoposto un problema circoscritto, impedendogli di pensare oltre quel confine. Entrambi dimostrano che la democrazia cui dicono di aderire non è l’ordine in cui davvero vorrebbero vivere (fr:746).

L’ordinata condizione di funzioni predeterminate verso cui costoro gravitano è, secondo Wiener, quella delle formiche (fr:747). Nella comunità delle formiche ogni operaia compie il proprio compito, esiste una casta separata di soldati e individui altamente specializzati svolgono le funzioni di re e regina (fr:748-750). Se l’uomo adottasse questo modello, vivrebbe in uno stato fascista, dove “ideally each individual is conditioned from birth for his proper occupation: in which rulers are perpetually rulers, soldiers perpetually soldiers, the peasant is never more than a peasant, and the worker is doomed to be a worker.” – (fr:751) [idealmente ciascun individuo è condizionato dalla nascita per la sua occupazione appropriata: dove i governanti sono per sempre governanti, i soldati per sempre soldati, il contadino non è mai più di un contadino e l’operaio è condannato a essere operaio.]

La tesi del capitolo è netta: “this aspiration of the Fascist for a human state based on the model of the ant is due to a profound misapprehension both of the nature of the ant and of the nature of man.” – (fr:752) [Questa aspirazione fascista a uno stato umano basato sul modello della formica nasce da un profondo fraintendimento sia della natura della formica sia della natura dell’uomo.] Wiener intende dimostrare che l’intera modalità di sviluppo dell’insetto lo condanna a essere “an essentially stupid and unlearning individual, cast in a mold which cannot be modified to any great extent” – (fr:753) [un individuo essenzialmente stupido e incapace di apprendere, fuso in uno stampo che non può essere modificato in misura significativa], e che le condizioni fisiologiche della formica la rendono un “cheap mass-produced article, of no more individual value than a paper pie plate to be thrown away after it is once used.” – (fr:753) [un articolo economico prodotto in serie, di nessun valore individuale superiore a un piatto di carta da gettare dopo l’uso.]

Al polo opposto, l’individuo umano rappresenta un investimento costoso in apprendimento e studio, che nelle condizioni moderne può estendersi per un quarto di secolo, quasi metà della vita (fr:754). Organizzare uno stato-formicaio fascista con materiale umano significa gettare via questo enorme vantaggio; è “a degradation of the very nature of man, and economically a waste of the greatest and most human values which man possesses.” – (fr:755) [una degradazione della natura stessa dell’uomo ed economicamente uno spreco dei più grandi e umani valori che l’uomo possieda.]

L’autore non nasconde la propria convinzione: “a community of human beings is a far more useful thing than a community of ants; and that if the human being is condemned and restricted to perform the functions of the ant and nothing more, he will not even be a good ant, not to mention a good human being.” – (fr:756) [una comunità di esseri umani è cosa assai più utile di una comunità di formiche; e che se l’essere umano è condannato e limitato a svolgere le funzioni della formica e niente più, non sarà neppure una buona formica, per non parlare di un buon essere umano.] Chi vorrebbe organizzarci secondo funzioni e restrizioni permanenti condanna il genere umano a funzionare a molto meno di metà regime, buttando via la maggior parte della nostra variabilità e delle nostre possibilità di sopravvivere a lungo sulla terra (fr:757-758).


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8 L’architettura del vincolo: anatomia, fisiologia e memoria nell’insetto sociale

Il testo esplora i limiti imposti dall’esoscheletro, dalla metamorfosi e dalla respirazione tracheale come fondamento della peculiare organizzazione della comunità delle formiche.

Il brano indaga le cause profonde per cui la società delle formiche possiede un carattere tanto speciale. Tali cause, spiega l’autore, «These facts and restrictions have a deep-seated origin in the anatomy and the physiology of the individual insect.» – (fr:760) [«Questi fatti e queste restrizioni hanno un’origine radicata nell’anatomia e nella fisiologia del singolo insetto.»]. Per comprenderle occorre anzitutto collocare l’insetto – al pari dell’uomo – come esito di una lunga transizione dall’ambiente acquatico a quello terrestre, passaggio che ha imposto «radical improvements in breathing, in the circulation generally, in the mechanical support of the organism, and in the sense organs.» – (fr:762) [«miglioramenti radicali nella respirazione, nella circolazione in generale, nel sostegno meccanico dell’organismo e negli organi di senso.»].

La necessità di un rinforzo meccanico del corpo ha seguito vie divergenti. Una prima soluzione, adottata da molti molluschi, consiste in una conchiglia secreta all’esterno, la quale cresce per apposizione durante tutta la vita e, se deve restare una protezione adeguata per un animale di una certa mole, diviene «a very appreciable burden, suitable only for land animals of the slowly moving and inactive life of the snail.» – (fr:767) [«un fardello molto considerevole, adatto soltanto ad animali terrestri dalla vita lenta e inattiva della chiocciola.»] – osservazione che l’autore correda con un rinvio a Growth and Form di D’Arcy Thompson (fr:773). La struttura a conchiglia, con il suo pesante onere meccanico, ha quindi conosciuto «only a limited success among land animals.» – (fr:769) [«solo un successo limitato fra gli animali terrestri.»].

I vertebrati, uomo compreso, hanno imboccato un’altra direzione: uno scheletro interno cartilagineo, che nelle forme superiori funge da impalcatura provvisoria per uno scheletro osseo ancora più adatto all’attacco di muscoli potenti (fr:772-774). Benché questi scheletri contengano abbondante tessuto non vivente, sono attraversati da strutture vive di cellule, membrane e vasi sanguigni (fr:775). Ai vertebrati appartengono inoltre un sistema respiratorio che realizza uno scambio attivo di gas, un sangue con pigmento respiratorio concentrato in corpuscoli e un cuore che pompa in un sistema chiuso di vasi (fr:777-778). L’autore nota con interesse che cefalopodi come calamari e polpi, organismi molto attivi, si avvicinano a questa organizzazione, con abbozzi di scheletro cartilagineo e occhi capaci di formare immagini (fr:779-780).

Insetti, crostacei e artropodi in genere appartengono invece a un piano costruttivo radicalmente diverso. La parete esterna del corpo è rivestita da una cuticola di chitina, sostanza rigida affine alla cellulosa, secreta dall’epidermide; nelle articolazioni resta sottile e flessibile, ma altrove costituisce «that hard external skeleton with which we are familiar in the case of the lobster and the cockroach.» – (fr:784) [«quel duro scheletro esterno che conosciamo bene nel caso dell’aragosta e dello scarafaggio.»]. Al contrario di uno scheletro interno, che può accrescersi con l’animale, l’esoscheletro è tessuto morto, incapace di crescita intrinseca (fr:786-787). Esso offre protezione e superficie d’attacco muscolare, ma costringe l’artropode a vivere dentro una camicia di forza (fr:789). Ogni incremento di taglia impone di abbandonare il vecchio involucro e di formarne uno nuovo, inizialmente molle, che assume una forma leggermente più grande per poi irrigidirsi come il precedente: in altre parole, «the stages of growth are marked by definite moults, relatively frequent in the crustacean, and much less so in the insect.» – (fr:791) [«le fasi di crescita sono scandite da mute ben definite, relativamente frequenti nei crostacei e molto meno negli insetti.»].

Negli insetti più primitivi la larva non differisce in modo essenziale dall’adulto e la pupa è attiva. Negli insetti olometaboli, invece, la trasformazione è così profonda da richiedere uno stadio quiescente e avviene in modo catastrofico (fr:798). La maggior parte dei tessuti viene aggredita dai leucociti e ridotta a una poltiglia che nutre pochi abbozzi, i dischi imaginali, i quali rappresentano l’intero adulto (fr:800-801). «Thus the insect is reborn in a very real sense.» – (fr:802) [«Così l’insetto rinasce in un senso molto reale.»]. Anche il sistema nervoso partecipa a questo processo di demolizione e ricostruzione (fr:803). Sebbene qualche traccia mnestica possa sopravvivere dalla larva all’imago, essa non può essere molto estesa, perché la condizione fisiologica della memoria sembra esigere una continuità organizzativa che la metamorfosi cancella quasi del tutto: «The erasure of metamorphosis is too radical to leave much permanent record of these changes.» – (fr:806) [«La cancellazione operata dalla metamorfosi è troppo radicale per lasciare una traccia permanente duratura di questi cambiamenti.»].

Un ulteriore vincolo è imposto dal modo di respirare e di far circolare i liquidi interni. Il cuore dell’insetto è un tubo debole che si apre in seni mal definiti; il sangue è privo di corpuscoli pigmentati e trasporta i pigmenti respiratori in soluzione, una modalità giudicata inferiore a quella corpuscolare (fr:809-811). L’ossigenazione dei tessuti si serve solo in minima parte del sangue: il corpo è percorso da un sistema di tubuli ramificati, le trachee, che portano aria direttamente dall’esterno ai tessuti, irrigidite da fibre spirali di chitina ma prive di qualsiasi meccanismo attivo di pompaggio (fr:813-814). La respirazione avviene per semplice diffusione, e in un meccanismo diffusivo il tempo necessario cresce con il quadrato della lunghezza del tubulo (fr:815-817). L’efficienza del sistema decade perciò assai rapidamente con l’aumentare delle dimensioni e scende al di sotto della soglia di sopravvivenza per animali di taglia considerevole (fr:818). Per illustrare la portata di questo limite, il testo invita a paragonare un cottage con un grattacielo: «The ventilation of a cottage is quite adequately taken care of by the leak of air around the window frames, not to mention the draft of the chimney.» – (fr:820) [«La ventilazione di un cottage è adeguatamente assicurata dalle infiltrazioni d’aria intorno agli infissi, per non parlare della corrente del camino.»]; in un grattacielo, invece, la mancanza di ventilazione forzata rende l’aria irrespirabile in pochi minuti (fr:822). La combinazione di esoscheletro, muta, metamorfosi radicale e respirazione per diffusione tracheale traccia così un perimetro invalicabile, dentro il quale l’anatomia e la fisiologia individuali modellano la natura stessa della comunità.


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9 Apprendimento, Feedback e Macchine: la Cibernetica del Dopoguerra

Dalla regolazione automatica alla statistica del comportamento, un percorso che conduce dalla semplice retroazione alla possibilità di costruire macchine capaci di apprendere.

Il testo esplora la natura del feedback, distinguendo tra una forma semplice e una più complessa che definisce apprendimento, e ne analizza le implicazioni nella costruzione di macchine predittive e nel confronto tra calcolo analogico e digitale. L’autore introduce il concetto di apprendimento come un salto qualitativo nel controllo dei sistemi, partendo dal risultato concreto ottenuto dalla Philips Lamp Company, che ha reso la qualità del suo servizio “meno dipendente dal carico, e ciò è stato ottenuto per mezzo di un feedback di quello che Bertrand Russell chiamerebbe un ‘tipo logico superiore’” (fr:883). Questa conquista rappresenta un avanzamento analogo a quello ottenuto con un feedback semplice, ma di livello superiore (fr:884).

La distinzione fondamentale viene chiarita subito dopo: “il feedback è il controllo di un sistema reinserendo nel sistema i risultati della sua prestazione” (fr:885). Se questi risultati sono usati solo come dati numerici per la critica e la regolazione del sistema, si ha il semplice feedback degli ingegneri (fr:886). “Se, tuttavia, l’informazione che procede all’indietro dalla prestazione è in grado di cambiare il metodo e lo schema generale della prestazione, abbiamo un processo che può ben essere chiamato apprendimento” (fr:887). L’apprendimento è quindi un feedback che modifica il processo stesso, non solo i parametri.

Un’applicazione concreta di questo processo di apprendimento emerge nella progettazione di macchine predittive, in particolare per il tiro antiaereo. All’inizio dell’ultima guerra mondiale, l’inefficienza del fuoco contraereo rese necessario introdurre apparati in grado di seguire un aereo, calcolarne la distanza e prevederne la posizione futura senza ulteriori interventi umani (fr:889). La difficoltà risiede nel fatto che un aereo potrebbe teoricamente compiere manovre evasive arbitrarie, rendendo impossibile ogni previsione (fr:890). Tuttavia, l’aviatore è limitato da vincoli fisici, come la forza centrifuga che può fargli perdere conoscenza, e da abitudini di controllo che rendono le sue azioni statisticamente regolari (fr:891-fr:893). Queste regolarità non sono universali, ma “preferenze statistiche” che variano tra aviatori e velivoli (fr:894, fr:894).

Poiché nella caccia a un bersaglio rapido non c’è tempo per calcoli manuali, “tutti i calcoli devono essere integrati nel sistema di controllo del cannone stesso” (fr:895-fr:896). Questi calcoli devono includere dati basati sull’esperienza statistica passata (fr:897). Lo stadio attuale del tiro antiaereo usa dati fissi o una scelta tra un piccolo numero di casi, selezionabili manualmente dall’artigliere (fr:898-fr:899). L’autore introduce però uno stadio successivo, non impossibile da meccanizzare: determinare le statistiche di volo del bersaglio dall’osservazione diretta e trasformarle in regole di controllo del cannone (fr:900-fr:901). Questa azione, più lenta rispetto all’inseguimento immediato, può essere meccanizzata. Si può così costruire un cannone antiaereo che “osserva da sé le statistiche riguardanti il movimento del velivolo bersaglio, le elabora in un sistema di controllo, e infine adotta questo sistema come metodo rapido per regolare la posizione del cannone” (fr:904). Sebbene non ancora realizzato, è un problema su cui si sta lavorando, portando alla costruzione di una macchina che contiene un elemento di apprendimento (fr:905). Questa regolazione del piano generale di puntamento sulla base delle azioni passate del bersaglio “è essenzialmente un atto di apprendimento”, un feedback che altera non i dati numerici ma il processo attraverso cui agiranno (fr:906-fr:908).

Dopo aver discusso questo processo di apprendimento meccanico, l’autore chiarisce che esso quasi certamente non corrisponde al normale processo di apprendimento umano, per il quale esistono altre indicazioni, come la teoria dell’associazione di Locke e la teoria del riflesso condizionato di Pavlov (fr:909-fr:911). Prima di approfondirle, l’autore pone le basi per una teoria dell’apprendimento partendo dalla neurofisiologia. Il lavoro dei neurofisiologi ha mostrato che la conduzione degli impulsi lungo le fibre nervose è un fenomeno “tutto-o-nulla”, dove l’effetto prodotto a distanza è sostanzialmente indipendente dall’intensità iniziale dello stimolo (fr:914-fr:915).

Tuttavia, la trasmissione degli impulsi attraverso le sinapsi, dove una fibra in entrata può contattarne molte in uscita e viceversa (fr:916), è più complessa. Spesso l’impulso di una singola fibra in arrivo non è sufficiente a produrre un impulso efficace in uscita (fr:917-fr:918). La questione non è semplicemente numerica: non tutte le fibre agiscono allo stesso modo, alcune possono inibire invece di stimolare, e il risultato dipende da un “complicato schema di risposte” in cui specifiche combinazioni di fibre in arrivo determinano se il messaggio passerà o meno (fr:919-fr:921). Queste combinazioni non sono fisse, ma cambiano con la temperatura e altri fattori (fr:922-fr:923). Una combinazione insufficiente a far attivare una fibra in uscita è detta “sotto soglia”, altrimenti “sopra soglia” (fr:924).

La tradizione di studio ha assimilato il sistema nervoso a una macchina composta da dispositivi di commutazione a scatto, una macchina digitale o “tutto-o-nulla” (fr:925-fr:926). Questo tipo di macchina ha grandi vantaggi per la comunicazione e il controllo, perché la nettezza della decisione tra “Sì” e “No” consente di accumulare decisioni per discriminare differenze molto piccole (fr:927-fr:929). Esistono però anche macchine che misurano anziché contare, dette analogiche, come il regolo calcolatore (fr:930-fr:932). La precisione di una macchina analogica è intrinsecamente limitata: un regolo di dieci piedi offre solo una cifra decimale in più di precisione rispetto a uno di un piede, ma richiede che ogni sua parte abbia la stessa precisione e che l’orientamento delle sezioni successive sia perfetto, un problema di rigidità molto più serio che ne limita ulteriormente i vantaggi (fr:933-fr:937). “In altre parole, per scopi pratici, le macchine che misurano, al contrario di quelle che contano, sono molto limitate nella loro precisione” (fr:938). Quindi, la macchina matematica che conta o prende decisioni “sì/no” è più precisa (fr:939). Questo fatto, unito alla predilezione dei fisiologi per l’azione “tutto-o-nulla”, spiega perché la maggior parte del lavoro sugli analoghi meccanici del cervello si sia concentrata su macchine a base digitale (fr:940).


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10 Meccanismi dell’apprendimento e messaggi “a chiunque di competenza” nel pensiero cibernetico

La spiegazione del riflesso condizionato apre la strada a modelli di apprendimento basati su messaggi nervosi diffusi e modificazioni sinaptiche, gettando un ponte tra biologia e ingegneria.

Il testo esamina la complessa natura dei prerequisiti necessari per generare un riflesso condizionato di tipo pavloviano, sottolineando come esso si manifesti specialmente in risposte riflesse dal forte contenuto emotivo, quelle in cui l’intero comportamento dell’animale suggerisce ciò che nell’uomo interpreteremmo come un’intensa partecipazione affettiva. Come viene osservato, “let us notice the rather complicated nature of the antecedents which are needed to produce a conditioned reflex of the Pavlov type” (fr:983) [notiamo la natura piuttosto complicata degli antecedenti necessari per produrre un riflesso condizionato del tipo di Pavlov], e ciò si verifica in particolare con risposte in cui “the entire behavior of the dog suggests what we should interpret in man as a strong emotional content” (fr:982) [l’intero comportamento del cane suggerisce ciò che nell’uomo interpreteremmo come un forte contenuto emotivo]. Tali antecedenti riguardano in genere qualcosa di importante per la vita dell’animale: “they generally center about something rather important to the life of the animal” (fr:984) [ruotano generalmente intorno a qualcosa di piuttosto importante per la vita dell’animale]. I riflessi salivari presi in esame, ad esempio, rimandano all’assunzione di cibo, anche se nella loro forma finale l’elemento alimentare può essere del tutto scomparso, come indicato in “the salivation reflexes which we have considered involve something connected with the taking of food, even though, in their final form, the food element may have been entirely elided” (fr:985) [i riflessi di salivazione che abbiamo considerato implicano qualcosa di connesso all’assunzione di cibo, benché nella loro forma finale l’elemento cibo possa essere stato completamente eliso].

L’importanza vitale dello stimolo iniziale è illustrata dal caso delle recinzioni elettriche negli allevamenti. Poiché costruire recinti abbastanza robusti da trattenere un manzo non è agevole, risulta più economico sostituirli con uno o due fili deboli percorsi da una tensione elevata, che infligge una scossa sensibile quando l’animale li mette in cortocircuito con il corpo: “it is thus economical to replace a heavy fence of this type by one where one or two weak strands of wire carry a sufficiently high electric voltage to impress upon an animal a quite appreciable shock” (fr:988) [è quindi economico sostituire una recinzione pesante di questo tipo con una in cui uno o due deboli fili portano una tensione elettrica sufficientemente alta da infliggere all’animale una scossa del tutto apprezzabile]. Dopo uno o due contatti, la barriera non agisce più per resistenza meccanica, ma perché il bovino ha sviluppato un riflesso condizionato che gli impedisce di avvicinarsi: “the steer has developed a conditioned reflex which tends to prevent it from coming into contact with the fence at all” (fr:989) [il manzo ha sviluppato un riflesso condizionato che tende a impedirgli del tutto di entrare in contatto con la recinzione]. Qui l’innesco originario è una sensazione di dolore, una delle risposte più vitali per la sopravvivenza: “the original trigger to the reflex is what we should interpret as a sensation of pain; and the response to a sensation of pain is one of those most vitally necessary for the continued life of any animal” (fr:990) [l’innesco originario del riflesso è ciò che interpreteremmo come una sensazione di dolore; e la risposta a una sensazione di dolore è una di quelle più vitalmente necessarie per la continuazione della vita di qualsiasi animale]. L’innesco trasferito diventa la semplice vista del recinto: “the transferred trigger is the sight of the fence” (fr:991).

Accanto a fame e dolore esistono altri stimoli capaci di generare riflessi condizionati. Pur ricorrendo a un linguaggio antropomorfico, si possono definire “situazioni emotive”, ma per descriverle basta notare che portano con sé un’enfasi e un’importanza che mancano a molte altre esperienze dell’animale: “it will be using anthropomorphic language to call these emotional situations, but there is no such anthropomorphism needed to describe them as situations which generally carry an emphasis and importance not belonging to many other of the experiences of the animal” (fr:993) [sarà usare un linguaggio antropomorfico chiamarle situazioni emotive, ma non serve alcun antropomorfismo per descriverle come situazioni che generalmente portano un’enfasi e un’importanza che non appartengono a molte altre esperienze dell’animale]. Tali esperienze producono di per sé riflessi vigorosi e ciò che accade nella formazione di altri riflessi condizionati è un trasferimento della risposta riflessa a una di queste situazioni‑innesco, la quale si è presentata frequentemente in concomitanza con l’innesco originario: “what happens in the formation of other conditioned reflexes is a transference of the reflex response to one of these trigger situations. This trigger situation is one which has frequently occurred concurrently with the original trigger” (fr:995‑996) [ciò che accade nella formazione di altri riflessi condizionati è un trasferimento della risposta riflessa a una di queste situazioni‑innesco. Questa situazione‑innesco è una che si è verificata frequentemente in concomitanza con l’innesco originario].

Questa sostituzione deve avere un correlato nervoso, come l’apertura di una via sinaptica prima chiusa o la chiusura di una prima aperta, configurando un cambiamento di “collegamento” (taping): “the change in the stimulus for which a given response takes place must have some such nervous correlate as the opening of a synaptic pathway which would otherwise have been closed leading to the response, or the closing of one which would otherwise have been open; and thus constitutes what we now call a change in taping” (fr:997) [il cambiamento nello stimolo per cui una data risposta avviene deve avere un qualche correlato nervoso come l’apertura di una via sinaptica che altrimenti sarebbe rimasta chiusa conducendo alla risposta, o la chiusura di una che altrimenti sarebbe stata aperta; e costituisce così ciò che ora chiamiamo un cambiamento di taping]. Tale modificazione è preceduta dall’associazione ripetuta fra il vecchio, forte stimolo naturale e il nuovo stimolo concomitante. È come se il vecchio stimolo avesse il potere di modificare la permeabilità delle vie che in quel momento trasportano un messaggio: “it is as if the old stimulus had a power to change the permeability of those pathways which were carrying a message at the same time as it was active” (fr:999) [è come se il vecchio stimolo avesse il potere di cambiare la permeabilità di quelle vie che trasportavano un messaggio nello stesso momento in cui esso era attivo]. L’aspetto notevole è che il nuovo stimolo attivo non ha bisogno di alcuna predeterminazione se non il fatto di una concomitanza ripetuta con lo stimolo originario: “the interesting thing is that the new active stimulus need have almost nothing predetermined about it except the fact of repeated concomitance with the original stimulus” (fr:1000) [la cosa interessante è che il nuovo stimolo attivo non deve avere quasi nulla di predeterminato tranne il fatto della concomitanza ripetuta con lo stimolo originario]. Ne deriva che l’effetto modificatore dello stimolo originario è diffuso e non limitato a poche vie speciali: “the lack of importance of the nature of the substitute stimulus indicates that the modifying effect of the original stimulus is widespread, and is not confined to a few special pathways” (fr:1002) [la mancanza di importanza della natura dello stimolo sostitutivo indica che l’effetto modificatore dello stimolo originario è diffuso e non limitato a poche vie speciali].

Si delinea così l’idea di un messaggio generale rilasciato dallo stimolo significativo originario, attivo però soltanto nei canali che in quell’istante stavano già trasmettendo un messaggio: “we thus develop the idea that there may be some kind of general message released by the original significant stimulus, but that it is only active in those channels which were carrying a message at about the time of the original stimulus” (fr:1003) [sviluppiamo così l’idea che possa esserci una specie di messaggio generale rilasciato dallo stimolo significativo originario, ma che esso sia attivo soltanto in quei canali che trasportavano un messaggio all’incirca al momento dello stimolo originario]. L’effetto può non essere permanente ma è piuttosto duraturo. Il luogo più logico per questa azione secondaria sono le sinapsi, dove con ogni probabilità vengono modificate le soglie: “the most logical place at which to suppose this secondary action to take place is in the synapses, where it most probably affects their thresholds” (fr:1005) [il luogo più logico in cui supporre che questa azione secondaria abbia luogo sono le sinapsi, dove molto probabilmente influisce sulle loro soglie].

Il concetto di un messaggio “non indirizzato” che si diffonde fino a trovare un ricevitore da stimolare non è affatto inconsueto. Viene usato frequentemente come allarme: la sirena antincendio è una chiamata per tutti i cittadini e in particolare per i pompieri, ovunque si trovino; in miniera, per sgombrare i cunicoli remoti a causa del grisù, si rompe una fiala di etilmercaptano nella presa d’aria. È plausibile che messaggi del genere esistano anche nel sistema nervoso: “there is no reason to suppose that such messages may not occur in the nervous system” (fr:1010) [non c’è motivo di supporre che tali messaggi non possano verificarsi nel sistema nervoso]. Wiener confessa che, se dovesse costruire una macchina capace di apprendere, sarebbe molto incline a impiegare la combinazione di messaggi diffusi “a chiunque di competenza” e messaggi localizzati incanalati: “if I were to construct a learning machine of a general type, I would be very much disposed to employ this method of the conjunction of general spreading ‘To-whom-it-may-concern’ messages with localized channeled messages” (fr:1011) [se dovessi costruire una macchina per apprendere di tipo generale, sarei molto incline a impiegare questo metodo della congiunzione di messaggi generali diffusi ‘a chiunque di competenza’ con messaggi localizzati incanalati]. E aggiunge che non dovrebbe essere troppo difficile escogitare metodi elettrici per realizzare questo compito. Tuttavia distingue nettamente il modello ingegneristico dalla realtà biologica: “this is a very different thing from saying that learning in the animal actually occurs by such a conjunction of spreading and of channeled messages” (fr:1013) [questo è molto diverso dal dire che l’apprendimento nell’animale si verifichi realmente tramite una tale congiunzione di messaggi diffusi e incanalati]. Pur ritenendolo possibile, ammette che le prove non bastano a renderlo più di una congettura: “frankly, I think it is quite possible that it does, but our evidence is as yet not enough to make this more than a conjecture” (fr:1014) [francamente, penso che sia del tutto possibile che avvenga, ma le nostre prove non sono ancora sufficienti a farne più di una congettura].

La natura di questi messaggi “a chiunque di competenza” rimane ipotetica, ma Wiener si spinge su un terreno più speculativo. Potrebbero essere nervosi, però è incline ad attribuirli al lato non digitale, analogico, del meccanismo responsabile dei riflessi e del pensiero. Sebbene sia un truismo attribuire l’azione sinaptica a fenomeni chimici – tanto che in un nervo non si possono separare potenziali chimici ed elettrici e dichiarare un’azione puramente chimica è quasi privo di significato –, non fa violenza alle correnti di pensiero supporre che almeno una causa o concomitante del cambiamento sinaptico sia una modificazione chimica che si manifesta localmente. Tale cambiamento potrebbe dipendere da segnali di rilascio trasmessi per via nervosa, ma è altrettanto concepibile che alterazioni del genere siano dovute in parte a modificazioni chimiche trasmesse per via ematica e non attraverso i nervi: “it is at least equally conceivable that changes of the sort may be due in part to chemical changes transmitted generally through the blood, and not by the nerves” (fr:1021) [è almeno altrettanto concepibile che cambiamenti del genere possano essere dovuti in parte a modificazioni chimiche trasmesse generalmente attraverso il sangue, e non dai nervi]. L’ingegnere che è in lui trova più economico trasmettere i messaggi “a chiunque di competenza” attraverso il sangue piuttosto che attraverso i nervi, pur ammettendo di non avere prove. Queste influenze diffuse assomigliano ai cambiamenti che in un apparato di controllo antiaereo portano tutte le nuove statistiche allo strumento, piuttosto che ai dati numerici diretti; in entrambi i casi si tratta di un’azione che probabilmente si accumula a lungo e i cui effetti perdurano: “let us remember that these ‘To-whom-it-may-concern’ influences bear a certain similarity to the sort of changes in the anti-aircraft control apparatus which carry all new statistics to the instrument, rather than to those which directly carry the numerical data” (fr:1025) [ricordiamo che queste influenze ‘a chiunque di competenza’ presentano una certa somiglianza con il tipo di cambiamenti nell’apparato di controllo antiaereo che portano tutte le nuove statistiche allo strumento, piuttosto che a quelli che trasportano direttamente i dati numerici].

La velocità della risposta condizionata non implica che il condizionamento sia un processo altrettanto rapido: “the rapidity of the responses of the conditioned reflex to stimulus need be no index that the conditioning of the reflex is a process of comparable speed” (fr:1027) [la rapidità delle risposte del riflesso condizionato allo stimolo non deve essere un indice che il condizionamento del riflesso sia un processo di velocità comparabile]. Perciò appare appropriato che il messaggio che causa tale condizionamento viaggi attraverso l’influenza lenta ma pervasiva del torrente ematico. Anche restringere il campo ipotizzando che l’influenza fissante della fame, del dolore o di qualunque altro stimolo necessario passi per il sangue costituisce già una notevole delimitazione; specificare la natura di questo ignoto fattore ematico sarebbe una restrizione ancora maggiore. Sembra comunque molto probabile che il sangue trasporti sostanze capaci di alterare direttamente o indirettamente l’azione nervosa, come suggerito dall’azione di alcuni ormoni, benché questo non equivalga a dire che l’influenza sulle soglie che determina l’apprendimento sia il prodotto di ormoni specifici. È suggestivo cercare il denominatore comune tra la fame e il dolore provocato dalla recinzione elettrica in qualcosa che possiamo chiamare emozione, ma è certamente eccessivo attribuire un’emozione a tutti i condizionatori di riflessi senza un’analisi più approfondita della loro natura.

Nondimeno, è interessante considerare che il tipo di fenomeno registrato soggettivamente come emozione potrebbe non essere un inutile epifenomeno dell’azione nervosa, bensì controllare qualche tappa essenziale dell’apprendimento e di altri processi simili. Wiener non lo afferma, ma invita gli psicologi che tracciano distinzioni nette e invalicabili tra l’agire delle emozioni umane e animali e il funzionamento dei meccanismi automatici moderni a usare la stessa cautela nelle loro negazioni che egli usa nelle sue asserzioni: “I definitely do not say that it does, but I do say that those psychologists who draw sharp and uncrossable distinctions between the action of the emotions of man and of other living organisms and the action of the modern type of automatic mechanisms, should be just as careful in their denials as I should be in my assertions” (fr:1036) [non dico affatto che lo faccia, ma dico che quegli psicologi che tracciano distinzioni nette e invalicabili tra l’azione delle emozioni dell’uomo e degli altri organismi viventi e l’azione del tipo moderno di meccanismi automatici, dovrebbero essere altrettanto cauti nelle loro negazioni quanto io lo sono nelle mie asserzioni].

Il capitolo si chiude contrapponendo due forme di organizzazione mentale animale: quella delle formiche, in cui la dipendenza dall’apprendimento è minima ma la struttura sociale appare comunque complessa, e quella dell’uomo, nella quale l’intera organizzazione individuale e sociale ruota attorno al processo di apprendimento. Pur non conoscendo il meccanismo dell’apprendimento umano e animale, il testo ha tentato di offrire alcuni metodi ipotetici con cui un processo simile potrebbe essere rappresentato, così da non considerare i processi di apprendimento, per quanto complicati, del tutto estranei al campo dell’invenzione ingegneristica.


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11 I tre livelli della comunicazione umana e la dissipazione dell’informazione

Ogni passaggio traduttivo tra apparati può soltanto disperdere informazione, mai generarla: la forma cibernetica del secondo principio della termodinamica.

La quantità di informazione che una linea può trasportare non coincide automaticamente con quella effettivamente veicolata: la capacità nominale rappresenta soltanto il massimo teorico raggiungibile se il collegamento terminasse su un’apparecchiatura adeguata. “However, this represents not the information actually carried by the line, but the maximum amount it might carry, if it were to lead into proper terminal equipment.” – (fr:1068) [Tuttavia, ciò rappresenta non l’informazione effettivamente trasportata dalla linea, ma la quantità massima che potrebbe trasportare, se conducesse a un’apparecchiatura terminale adeguata.]. L’informazione reale dipende dalla capacità del terminale di trasmettere o di impiegare i messaggi ricevuti, come chiarisce la frase: “The amount of information carried with actual terminal equipment depends on the ability of the latter to transmit or to employ the information received.” – (fr:1069) [La quantità di informazione trasportata con un’apparecchiatura terminale reale dipende dalla capacità di quest’ultima di trasmettere o di impiegare l’informazione ricevuta.].

Questa visione conduce a considerare il funzionamento di una centrale elettrica come un vero e proprio linguaggio. “Its actual performance of opening and closing switches, of pulling generators into phase, of controlling the flow of water in sluices, and of turning the turbines on or off, may be regarded as a language in itself, with a system of probabilities of behavior given by its own history.” – (fr:1071) [La sua effettiva esecuzione di apertura e chiusura di interruttori, di messa in fase dei generatori, di controllo del flusso d’acqua nelle paratoie e di accensione o spegnimento delle turbine può essere considerata un linguaggio a sé, con un sistema di probabilità di comportamento dettato dalla sua stessa storia.]. All’interno di questa cornice ogni sequenza di ordini possiede una propria probabilità e, di conseguenza, una propria quantità di informazione (fr:1072). In linea di principio, se la relazione tra linea e macchina terminale fosse perfetta, l’informazione contenuta nel messaggio dal punto di vista della capacità della linea e l’informazione degli ordini eseguiti coinciderebbero; in generale, invece, tra linea e macchina si frappone uno stadio di traduzione. “In general, however, there will be a stage of translation between the line and the machine; and in this stage, information may be lost, though it never can be gained.” – (fr:1074) [In generale, tuttavia, ci sarà uno stadio di traduzione tra la linea e la macchina; e in questo stadio l’informazione può essere persa, ma non può mai essere guadagnata.]. La comunicazione può attraversare più stadi consecutivi, e tra due qualsiasi di essi avviene un atto traduttivo capace di dissipare informazione (fr:1075). Questo principio – “This fact, that information may be dissipated but not gained, is the cybernetic form of the second law of thermodynamics.” – (fr:1076) [Questo fatto, che l’informazione possa essere dissipata ma non guadagnata, è la forma cibernetica del secondo principio della termodinamica.] – costituisce il cardine dell’intera argomentazione.

Fin qui si è discusso di sistemi di comunicazione che terminano in macchine; ma ogni sistema di comunicazione, inclusi quelli ordinari del linguaggio, termina in una macchina del tutto speciale: l’essere umano. “In a certain sense, all communication systems terminate in machines, but the ordinary communication systems of language terminate in the rather special sort of machine known as a human being.” – (fr:1078) [In un certo senso, tutti i sistemi di comunicazione terminano in macchine, ma i sistemi di comunicazione ordinari del linguaggio terminano in quel tipo piuttosto speciale di macchina noto come essere umano.]. L’essere umano come macchina terminale possiede una rete comunicativa che può essere considerata su tre livelli distinti (fr:1079). Il primo livello, quello fonetico, è costituito dall’orecchio e dalla porzione del meccanismo cerebrale permanentemente connessa con l’orecchio interno; questo apparato, collegato alle vibrazioni sonore, è responsabile dell’aspetto fonetico del linguaggio (fr:1080-1081). “The phonetic aspect of language is that which is concerned with sound and the semantic aspect of language is that which is concerned with meaning.” – (fr:1082) [L’aspetto fonetico del linguaggio è quello che riguarda il suono e l’aspetto semantico del linguaggio è quello che riguarda il significato.]. Le difficoltà di traduzione tra tedesco e inglese, per esempio, nascono dall’assenza di corrispondenze precise tra i significati delle parole e sono quindi di natura semantica (fr:1083). Tuttavia, è possibile costruire sequenze di parole basate sulla frequenza statistica che assumono una straordinaria parvenza di inglese sensato: “This meaningless simulacrum of intelligent speech is practically equivalent to significant language from the phonetic point of view, although it is semantically balderdash.” – (fr:1086) [Questo simulacro privo di significato di un discorso intelligente è praticamente equivalente a un linguaggio significativo dal punto di vista fonetico, sebbene sia semanticamente un’assurdità.]. Viceversa, l’inglese di uno straniero colto, con la pronuncia che reca il segno del paese d’origine, è semanticamente buono e foneticamente cattivo; il discorso medio di circostanza è foneticamente buono e semanticamente vuoto (fr:1087-1088). L’apparato fonetico umano impone un taglio alle alte frequenze: l’orecchio e il cervello le escludono dalla ricezione, così che “these high frequencies, whatever information they may give an appropriate receptor, do not carry any significant amount of information for the ear.” – (fr:1091) [queste alte frequenze, qualunque informazione possano fornire a un recettore appropriato, non trasportano una quantità significativa di informazione per l’orecchio.]. Quando il linguaggio è recepito attraverso l’occhio, esiste uno stadio visivo analogo, sebbene l’inglese non abbia coniato un termine paragonabile a “fonetica” per la scrittura ideografica cinese; tale stadio visivo viene spesso confuso con quello fonetico da studiosi cinesi che non hanno raggiunto una consapevolezza europea del ruolo distinto di occhio e orecchio (fr:1092-1094).

Dopo lo stadio di ricezione fonetica (o visiva), le percezioni devono dare origine alle nozioni e alle astrazioni che costituiscono il discorso significante. Questo stadio, combinato con il preliminare fonetico-visivo, forma il livello semantico (fr:1095-1096). “Semantic reception is associated with great use of memory, and with its consequent long delays.” – (fr:1097) [La ricezione semantica è associata a un grande uso della memoria e ai conseguenti lunghi ritardi.]. Le astrazioni coinvolte non sono solo quelle legate a sottoinsiemi neurali permanenti, come quelli che giocano un ruolo importante nella percezione della forma geometrica, ma anche a circuiti di rivelazione di astrazioni formati temporaneamente da neuroni appartenenti ai cosiddetti internuncial pools. “As I have already indicated, I consider that they correspond rather closely to what the neurophysiologists have known as internuncial pools.” – (fr:1103) [Come ho già indicato, ritengo che corrispondano piuttosto fedelmente a ciò che i neurofisiologi hanno chiamato pool internunciali.]. Si tratta di assemblaggi provvisori di neuroni disponibili, non bloccati in modo permanente, che consentono connessioni e riflessi appresi (fr:1098-1102, 1104). L’apparato semantico, inoltre, non riceve né traduce parola per parola, ma idea per idea, e in certi casi in modo ancora più generale, potendo attingere all’intera esperienza passata per compiere trasformazioni (fr:1105-1106). Infine esiste un terzo livello di comunicazione: “This is the translation of the experiences of the individual, whether conscious or unconscious, into the sort of actions which may be observed externally.” – (fr:1108) [Questa è la traduzione delle esperienze dell’individuo, consce o inconsce, nel tipo di azioni che possono essere osservate esternamente.]. Tale livello traduce, a partire dal piano semantico e in parte da quello fonetico, il vissuto in comportamento manifesto, chiudendo il circuito informazionale in cui ogni sfumatura di significato può solo essere perduta, mai creata dal nulla, secondo la legge cibernetica che equipara informazione ed entropia.


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12 L’impulso umano al codice e il blocco semantico dello scimpanzé

Il linguaggio non discende da un’intelligenza bruta ma da un meccanismo psicologico innato che spinge l’uomo a convertire i suoni in idee; meccanismo assente nei nostri parenti più prossimi, condannati a restare “buoni scimpanzé”.

Norbert Wiener, in The Human Use of Human Beings, smonta l’idea che parlare sia soltanto questione di intelligenza. Con una punta di ironia osserva che tutti gli scimpanzé osservati «persistono nell’essere buoni scimpanzé, e non diventano degli imbecilli o degli idioti quasi-umani»“Fortunately, or unfortunately as the case may be, most chimpanzees, in fact all that have as yet been observed, persist in being good chimpanzees, and do not become quasi-human morons or idiots.” (fr:1120) – e aggiunge che lo psicologo animale medio spera quasi con desiderio in un individuo che disonori la propria stirpe scimmiesca adottando condotte più umane (fr:1121). Tuttavia i fatti sono netti: “It just does not belong to the nature of the beast to speak, or to want to speak.” (fr:1123) [Semplicemente, non appartiene alla natura della bestia parlare, né voler parlare.] Il linguaggio articolato resta un’attività così peculiarmente umana da non essere neppure sfiorata dai parenti più prossimi e dai più abili imitatori dell’uomo (fr:1124). I pochi suoni emessi dagli scimpanzé hanno sì un forte contenuto emotivo, ma mancano di quella finezza organizzativa, chiara e ripetibile, che li trasformerebbe in un codice più preciso dei miagolii di un gatto (fr:1125). Inoltre – e questo sembra differenziarli dal parlare umano – quei suoni appartengono allo scimpanzé come manifestazione innata e non appresa, non come comportamento appreso da un membro di una data comunità sociale (fr:1126).

Proprio il carattere duplice del linguaggio umano viene messo in luce come fatto notevole: “speech in general belongs to man as man, but that a particular form of speech belongs to man as a member of a particular social community” (fr:1127) [la parola in generale appartiene all’uomo in quanto uomo, ma una forma particolare di parola appartiene all’uomo in quanto membro di una particolare comunità sociale]. In primo luogo, non esiste comunità di individui, non menomati da deficit uditivi o mentali, che non possieda un proprio modo di parlare (fr:1128). In secondo luogo, tutte le forme di linguaggio sono apprese, e malgrado i tentativi ottocenteschi di formulare una teoria evoluzionistica genetica delle lingue, non c’è alcuna ragione generale per postulare un’unica forma originaria da cui sarebbero derivate tutte le lingue attuali (fr:1129). I bambini, se lasciati soli, fanno certamente tentativi di parlare (fr:1130), ma questi tentativi seguono le loro personali inclinazioni a emettere qualcosa, senza ricalcare alcuna lingua esistente (fr:1131). Ed è quasi ugualmente chiaro che se una comunità di bambini venisse privata del contatto con la lingua degli adulti durante gli anni critici per la formazione del linguaggio, produrrebbe comunque qualcosa che, per quanto rudimentale, sarebbe inequivocabilmente una lingua (fr:1132). Ecco allora le domande cruciali: perché non si può costringere uno scimpanzé a parlare, e perché non si può impedire a un bambino umano di farlo? (fr:1133) Perché le tendenze generali a parlare, insieme agli aspetti visivi e psicologici del linguaggio, sono tanto uniformi su grandi popolazioni, mentre le manifestazioni linguistiche concrete sono così infinitamente varie? (fr:1134)

La risposta sta nella diversa dotazione biologica. Nell’uomo, a differenza delle scimmie antropomorfe, “the impulse to use some sort of language is overwhelming; but that the particular language used is a matter which has to be learned in each special case.” (fr:1136) [l’impulso a usare una qualche forma di linguaggio è prorompente; ma la lingua particolare usata è qualcosa che va appresa in ogni singolo caso.] Secondo Wiener, è inscritto nel cervello stesso che noi abbiamo una preoccupazione per i codici e per i suoni del parlato, preoccupazione che può estendersi a codici visivi come la scrittura o il quipu (fr:1137). Eppure non un solo frammento di questi codici è innato come un rituale prestabilito, paragonabile alle danze di corteggiamento di molti uccelli o al sistema con cui le formiche riconoscono ed espellono gli intrusi dal nido (fr:1138). Il dono della parola non rimanda affatto a una lingua adamitica universale distrutta alla Torre di Babele (fr:1139): “It is strictly a psychological impulse, and is not a gift of speech, but a gift of the power of speech.” (fr:1140) [È strettamente un impulso psicologico, e non è il dono della parola, ma il dono della facoltà di parola.]

Il punto decisivo è che il blocco che impedisce ai giovani scimpanzé di imparare a parlare non è di natura fonetica ma semantica: “the block preventing young chimpanzees from learning to talk is a block which concerns the semantic and not the phonetic stage of language.” (fr:1141) [il blocco che impedisce ai giovani scimpanzé di imparare a parlare è un blocco che riguarda lo stadio semantico e non quello fonetico del linguaggio.] Lo scimpanzé, cioè, è privo di quel meccanismo interno che lo porterebbe a tradurre i suoni che ode in una base per le proprie idee o in un complesso schema di comportamento (fr:1142). Sulla prima affermazione – l’assenza di tale meccanismo – non possiamo essere certi perché non abbiamo modo di osservarlo direttamente (fr:1143); la seconda è semplicemente un dato empirico constatabile (fr:1144). Ma che nell’uomo esista un meccanismo siffatto è perfettamente chiaro (fr:1145).

Questa straordinaria capacità di apprendere – già indicata nel libro come tratto distintivo della specie, che rende la vita sociale umana un fenomeno di natura completamente diversa dall’analoga vita sociale di api, formiche e altri insetti sociali (fr:1146) – è il fondamento dell’uso del linguaggio (fr:1147). L’apprendimento linguistico, tuttavia, è soggetto a un periodo critico. Le storie dei «bambini-lupo», che hanno ispirato i Jungle Books di Kipling con i loro orsi da college e lupi da accademia militare, sono quasi altrettanto inaffidabili nella loro cruda e squallida realtà quanto nelle idealizzazioni alla Libro della giungla (fr:1149). Le prove disponibili mostrano però che esiste un periodo critico durante il quale il linguaggio è appreso con la massima facilità; se quel periodo trascorre senza contatto con altri esseri umani, di qualsiasi tipo essi siano, l’apprendimento della lingua diventa limitato, lento e fortemente imperfetto (fr:1150).

In definitiva, Wiener dipinge il linguaggio come un impulso psicologico universale che distingue qualitativamente l’uomo, radicato in meccanismi cerebrali che predispongono alla codifica semantica ma che devono essere riempiti dall’apprendimento sociale entro finestre temporali definite. Lo scimpanzé, pur capace di emissioni sonore emotivamente cariche, resta escluso da questo circuito proprio perché privo della spinta a trasformare i suoni in significati: conferma, così, la natura del linguaggio come facoltà specificamente umana, appresa eppure biologicamente incanalata.


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13 L’individuo come messaggio: dalla monade alla trasmissione telegrafica dell’identità

Dalle monadi leibniziane all’ipotesi di «viaggiare per telegrafo», Wiener ripercorre la storia dell’individualità per mostrare che l’identità biologica e mentale non è una sostanza, ma una forma trasmissibile e replicabile.

Norbert Wiener apre la riflessione con la concezione leibniziana delle monadi, sostanze spirituali permanenti di cui l’anima è un caso particolare: “Leibniz conceived the soul as belonging to a larger class of permanent spiritual substances which he called monads.” – (fr:1268) [Leibniz concepiva l’anima come appartenente a una classe più ampia di sostanze spirituali permanenti che chiamava monadi.] Le monadi, create da Dio all’origine del mondo, trascorrono l’intera esistenza a percepirsi reciprocamente, sebbene con diversi gradi di chiarezza (fr:1269). Questa percezione, tuttavia, non costituisce vera interazione. “The monads ‘’ha~e no windows,’’ and have been wound up by God at the creation of the world so that they shall keep in time with one another through all eternity.” – (fr:1271) [Le monadi «non hanno finestre», e sono state caricate da Dio al momento della creazione del mondo affinché si mantengano sincronizzate l’una con l’altra per tutta l’eternità.] Esse sono inoltre indistruttibili (fr:1272).

Dietro queste vedute filosofiche, Wiener intravede speculazioni biologiche dell’epoca (fr:1273). È il tempo in cui Leeuwenhoek applica il microscopio semplice allo studio di animali e piante minutissimi e osserva per la prima volta gli spermatozoi (fr:1274-1275). Nei mammiferi gli spermatozoi sono infinitamente più facili da trovare e osservare degli ovuli; gli ovuli umani vengono emessi uno alla volta e gli embrioni precoci non fecondati erano allora rarità nelle collezioni anatomiche (fr:1276-1277). Di qui la tentazione, assai naturale per i primi microscopisti, di considerare lo spermatozoo come l’unico elemento importante nello sviluppo, ignorando del tutto la possibilità della fecondazione, fenomeno ancora inosservato (fr:1278). La loro immaginazione proiettava nel segmento anteriore dello spermatozoo un minuscolo feto raggomitolato con la testa in avanti (fr:1279); un feto che a sua volta conteneva spermatozoi destinati a divenire la generazione successiva, e così all’infinito (fr:1280). In questo quadro, “The female was supposed to be merely the nurse of the spermatozoon.” – (fr:1281) [Si supponeva che la femmina fosse semplicemente la nutrice dello spermatozoo.] Dal punto di vista attuale, osserva Wiener, questa biologia è semplicemente falsa (fr:1282): spermatozoo e ovulo sono partecipi quasi eguali della parte di gran lunga più importante dell’ereditarietà (fr:1283); le cellule germinali della generazione futura sono contenute in essi soltanto in potenza (in posse) e non in atto (in esse) (fr:1284). Inoltre la materia non è infinitamente divisibile, e le successive riduzioni necessarie per immaginare lo spermatozoo leeuwenhockiano di un ordine moderatamente alto condurrebbero ben presto al di sotto dei livelli elettronici (fr:1285).

Rispetto alla prospettiva leibniziana, nella scienza contemporanea la continuità di un individuo ha un inizio temporale ben definito, ma può anche avere una fine indipendentemente dalla morte dell’individuo (fr:1286). È il caso della gemellazione: la prima divisione cellulare dell’uovo fecondato di rana produce due cellule che, separate in condizioni appropriate, danno ciascuna origine a una rana completa (fr:1287-1288). Si tratta del normale fenomeno della gemellarità identica, osservabile nei gemelli umani e in una specie di armadillo che partorisce regolarmente quattro gemelli identici a ogni nascita (fr:1289-1290). Lo stesso meccanismo, quando la separazione è incompleta, genera i mostri doppi (fr:1291).

Queste evidenze sollevano un problema ancora più complesso con le personalità multiple (fr:1295). Una generazione prima, Morton Prince descrisse il caso di una ragazza nel cui corpo sembravano susseguirsi, e in certa misura coesistere, diverse personalità più o meno sviluppate (fr:1296). Benché oggi gli psichiatri tendano a guardare con sufficienza il lavoro di Prince e a etichettare il fenomeno come isteria, “it is quite possible that the separation of the personalities was never as complete as Prince sometimes appears to have thought it to be, but for all that it was a separation.” – (fr:1298) [è del tutto possibile che la separazione delle personalità non sia mai stata così completa come Prince talvolta sembrava ritenere, ma nondimeno si trattava di una separazione.] Il termine «isteria», incalza Wiener, designa un fenomeno ben osservato dai medici, ma così poco spiegato da costituire nient’altro che un epiteto che elude la domanda (fr:1299).

La conclusione è netta: l’identità fisica di un individuo non consiste nella materia di cui è composto (fr:1301). I moderni metodi di marcatura degli elementi metabolici mostrano un ricambio elevatissimo non solo dell’intero corpo, ma di ogni sua singola parte (fr:1302). L’individualità biologica di un organismo risiede piuttosto in una certa continuità di processo e nella memoria che l’organismo conserva degli effetti del suo sviluppo passato (fr:1303); e questo vale anche per lo sviluppo mentale (fr:1304). Dal punto di vista della macchina calcolatrice, l’individualità di una mente sta nella conservazione delle registrazioni e della memoria precedenti e nel suo sviluppo continuo lungo linee già tracciate (fr:1305). In queste condizioni, non c’è alcuna contraddizione nel fatto che un individuo vivente si biforchi in due esseri che condividono lo stesso passato, proprio come accade con i gemelli identici; né vi è motivo per cui una simile scissione non possa verificarsi per ciò che chiamiamo mente, senza un’analoga divisione del corpo (fr:1306-1307). Ricorrendo ancora al linguaggio delle macchine calcolatrici, a un certo stadio una macchina precedentemente assemblata in modo unitario può suddividere le sue connessioni in sottoinsiemi parziali dotati di un grado più o meno alto di indipendenza: sarebbe questa la migliore spiegazione dei casi di Morton Prince (fr:1308-1310). E, simmetricamente, due grandi macchine prima non accoppiate possono diventare accoppiate e funzionare come una macchina sola (fr:1311). Ciò si verifica sul piano dell’unione delle cellule germinali, anche se forse non su un piano puramente mentale nell’accezione comune (fr:1312). Ne segue che l’identità mentale richiesta dalla concezione ecclesiastica dell’anima individuale non esiste in alcun senso assoluto che la Chiesa potrebbe accettare (fr:1313).

Ricapitolando, “the individuality of the body is that of a flame rather than that of a stone, is that of a form rather than that of a bit of substance.” – (fr:1314) [l’individualità del corpo è quella di una fiamma piuttosto che quella di una pietra, è quella di una forma piuttosto che quella di un pezzo di sostanza.] Questa forma può essere trasmessa, modificata e duplicata, anche se al momento sappiamo duplicarla soltanto su brevi distanze (fr:1315). Quando una cellula si divide in due, o quando un gene che porta il nostro patrimonio corporeo e mentale si scinde per preparare la divisione riduzionale di una cellula germinale, assistiamo a una separazione nella materia che è condizionata dalla capacità di un modello di tessuto vivente di duplicare se stesso (fr:1316). “Since this is so, there is no fundamental absolute line between the types of transmission which we can use for sending a telegram from country to country and the types of transmission which at least are theoretically possible for a living organism such as a human bein~.” – (fr:1317) [Stando così le cose, non esiste una linea di demarcazione fondamentale e assoluta tra i tipi di trasmissione che usiamo per inviare un telegramma da un paese all’altro e i tipi di trasmissione che sono almeno teoricamente possibili per un organismo vivente come un essere umano.] Dunque, la vecchia idea che oltre a viaggiare in treno o in aereo si possa viaggiare per telegrafo non è intrinsecamente assurda, per quanto lontana dalla realizzazione (fr:1318). Le difficoltà sono, naturalmente, enormi (fr:1319), ma è possibile valutare l’ordine di grandezza dell’informazione significativa contenuta in tutti i geni di una cellula germinale, confrontando la quantità di informazione ereditaria con quella appresa (fr:1320). L’identità individuale si presenta così come un messaggio, un «verbo» potenzialmente trasmissibile, capace di dissolvere ogni distinzione metafisica netta tra sostanza e comunicazione.


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[14.1/1-41-1341|1380]

14 Giustizia prevedibile: linguaggio giuridico, riproducibilità e abuso di potere

La legge non è solo equità intenzionale, ma comunicazione certa; senza una semantica stabile e condivisa il diritto diventa strumento di arbitrio, non di libertà.

Norbert Wiener, in questo passaggio di The Human Use of Human Beings, riflette sul diritto come sistema di comunicazione e controllo. Prima ancora di ogni aspirazione all’equità, il compito essenziale della legge è rendere univoci i diritti e i doveri del cittadino. L’analisi si fonda su alcuni grandi principi di giustizia: “nessuna persona, in virtù della forza personale della propria posizione, deve imporre un contratto duro con la costrizione” – (fr:1340) e “la coercizione che l’esistenza stessa della Comunità e dello Stato può esigere deve essere esercitata in modo da non produrre un’inutile limitazione della libertà” – (fr:1341). Tuttavia, la più generosa concezione liberale del diritto non basta: “anche la massima decenza umana e il massimo liberalismo nella concezione generale della legge non produrranno di per sé un codice giuridico equo e amministrabile” – (fr:1342).

La condizione primaria è la chiarezza riproducibile. Il cittadino “deve essere in grado di accertare con ragionevole certezza quale opinione un giudice o una giuria si farà della sua posizione” – (fr:1344). La legge deve essere “così chiara e riproducibile che il singolo cittadino possa valutare in anticipo i propri diritti e doveri, anche quando sembrano entrare in conflitto con quelli altrui” – (fr:1343). Se manca questa prevedibilità, “nemmeno tutte le buone intenzioni del codice giuridico gli permetteranno di condurre una vita libera da liti e confusione” – (fr:1345). Da qui un enunciato lapidario, che riassume l’impianto cibernetico dell’intera riflessione: “La riproducibilità precede l’equità, perché senza riproducibilità non può esserci equità” – (fr:1353).

La prospettiva contrattuale offre il modello più semplice. Quando A si impegna a un servizio vantaggioso per B e B assume un corrispettivo vantaggioso per A, se “è inequivocabilmente chiaro in che cosa consistano ciascuna prestazione e ciascun pagamento” e nessuna parte impone all’altra metodi estranei al contratto, allora “la decisione se l’accordo sia equo può essere lasciata con sicurezza al giudizio delle due parti contraenti” – (fr:1348). Ma ciò che i contraenti non possono regolare con giustizia da soli è “il significato dell’accordo, se i termini impiegati non hanno un significato consolidato, o se il significato varia da tribunale a tribunale” – (fr:1350). Diventa quindi “primo dovere della legge fare in modo che gli obblighi e i diritti attribuiti a un individuo in una determinata situazione siano inequivocabili” – (fr:1351), e occorre un corpo di interpretazione giuridica “il più possibile indipendente dalla volontà e dall’interpretazione delle singole autorità consultate” – (fr:1352).

In quest’ottica il precedente assume un peso teorico e pratico decisivo. Sia nei sistemi di diritto romano-continentale, presentati come fondati su principi astratti di giustizia, sia in quelli di common law che dichiarano apertamente il precedente come base principale, “nessun nuovo termine giuridico ha un significato completamente certo finché esso e i suoi limiti non sono stati determinati nella pratica; e questa è una questione di precedente” – (fr:1358). Violare una decisione già presa significa “attaccare l’unicità dell’interpretazione del linguaggio giuridico ed è ipso facto una causa di indeterminatezza e molto probabilmente di una conseguente ingiustizia” – (fr:1359). Ogni caso deciso deve far progredire la definizione dei termini giuridici in modo coerente con il passato e condurre naturalmente a nuovi casi (cfr. fr:1360). La terminologia va sempre messa alla prova “secondo la consuetudine del luogo e del campo di attività umana a cui è pertinente” – (fr:1361). Inoltre, l’interpretazione dei giudici dovrebbe essere tale che, se il giudice A viene sostituito dal giudice B, “non ci si possa aspettare che questo fatto produca un cambiamento sostanziale nell’interpretazione giudiziaria delle consuetudini e delle leggi” – (fr:1362). È un ideale mai perfettamente realizzato, ma “se non ci avviciniamo strettamente a questo ideale, avremo il caos e, quel che è peggio, una terra di nessuno in cui i disonesti fanno leva sulle differenze di possibile interpretazione delle norme” – (fr:1363).

Queste esigenze, evidentissime nei contratti, si estendono ad altri rami del diritto civile, in particolare alla responsabilità civile aquiliana (torts). L’esempio portato è quello di A che, per negligenza del suo dipendente B, danneggia un bene di C (fr:1366). Se le regole sono conosciute in anticipo da tutti, chi normalmente sopporta il rischio maggiore può riversarlo sul prezzo dei beni o servizi, assicurandosi, e così “l’effetto generale è quello di distribuire la perdita sulla comunità, in modo che la quota di nessuno sia rovinosa” – (fr:1369). In questo senso, la legge sulla responsabilità extracontrattuale “tende a partecipare in qualche misura della stessa natura del diritto dei contratti” – (fr:1370): “ogni responsabilità giuridica che comporti possibilità esorbitanti di perdita farà generalmente sì che colui che incorre nella perdita trasferisca il proprio rischio alla collettività sotto forma di un aumento del prezzo dei suoi beni o di tariffe più elevate per i suoi servizi” – (fr:1371). Anche qui, “la non ambiguità, il precedente e una buona e chiara tradizione interpretativa valgono più di un’equità teorica, in particolare nella valutazione delle responsabilità” – (fr:1372).

Wiener riconosce eccezioni e abusi. L’antica legge sull’imprigionamento per debiti era iniqua perché “metteva il responsabile del pagamento esattamente in quella posizione in cui era meno capace di procurarsi i mezzi per pagare” – (fr:1374). Molte norme correnti sono inique perché presuppongono una libertà di scelta che, date le circostanze sociali, non esiste. Lo stesso vale per la servitù per debiti (peonage) e altri costumi sociali similmente distorti (fr:1375-1376). Se si vuole realizzare una filosofia di libertà, eguaglianza e fraternità, alla richiesta di una responsabilità giuridica non ambigua bisogna aggiungere “la richiesta che essa non sia di natura tale che una parte agisca sotto costrizione, lasciando l’altra libera” – (fr:1377). La storia dei rapporti con i nativi americani esemplifica entrambi i pericoli: costrizione e ambiguità. Sin dai primi tempi coloniali, “gli indiani non avevano né il peso demografico né l’uguaglianza di mezzi per affrontare i bianchi su basi eque, specialmente quando venivano negoziati i cosiddetti trattati territoriali tra bianchi e indiani” – (fr:1379). Accanto all’ingiustizia materiale vi era “un’ingiustizia semantica, forse ancora maggiore” – (fr:1380), radicata nell’uso di un linguaggio giuridico di cui una parte non poteva condividere né controllare il significato.

Questo brano possiede un significato storico e testimoniale profondo. Scritto all’inizio della Guerra Fredda, esso proclama che la certezza del diritto è un requisito della società aperta: senza prevedibilità semantica e senza vincolo del precedente, il sistema giuridico si trasforma in una macchina di potere arbitrario. L’insistenza sulla riproducibilità prima dell’equità è una tipica riduzione cibernetica: la legge è un messaggio che deve restare stabile attraverso le interpretazioni, pena la rottura dell’ordine comunicativo. E la denuncia dell’ingiustizia semantica verso i popoli indigeni testimonia, già negli anni Cinquanta, una lucida critica della violenza coloniale operata attraverso il linguaggio giuridico.


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15 Il divorzio tra legge e realtà: dalla terra al brevetto

Quando il linguaggio del diritto e la realtà dei fatti non trovano un accordo semantico, si crea una terra di nessuno dove prosperano l’ingiustizia e la confusione.

Il testo analizza le patologie che sorgono quando i concetti giuridici si discostano dalla realtà che pretendono di regolare, individuando nella mancanza di chiarezza comunicativa e nell’incoerenza degli scopi la radice di un malfunzionamento sistemico. L’esempio iniziale, tratto dalla storia dei trattati tra nativi americani e coloni, è emblematico: due mondi semantici incompatibili si scontrano producendo un esito di pura sopraffazione. Per i nativi, “non esisteva una proprietà come la proprietà assoluta” — (fr:1382); essi possedevano “la nozione di diritti di caccia su territori specifici” — (fr:1383), e nei trattati intendevano cedere “diritti di caccia, e generalmente solo diritti di caccia accessori su certe regioni” — (fr:1384). I bianchi, al contrario, interpretavano quegli stessi accordi come il trasferimento di un “titolo di proprietà assoluta” — (fr:1385). La conseguenza è drastica: “In queste circostanze, non era possibile nemmeno una parvenza di giustizia, né essa esisteva” — (fr:1386).

Questa frattura tra intenzione e interpretazione introduce il cuore dell’argomentazione: il diritto, nella sua applicazione, soffre di una confusione teleologica e comunicativa che lo rende un’arma spuntata, se non controproducente. L’ambito penale è il primo a essere analizzato. La legge assegna alla pena quattro compiti tra loro incompatibili: “una minaccia per scoraggiare altri potenziali criminali, un atto rituale di espiazione da parte del colpevole, un dispositivo per rimuoverlo dalla società […] e un’agenzia per la riforma sociale e morale dell’individuo” — (fr:1388). Queste sono “quattro compiti diversi, da realizzare con quattro metodi diversi” — (fr:1389), e la mancanza di un criterio per dosarli genera un atteggiamento contraddittorio. Finché la comunità non deciderà cosa vuole veramente — espiazione, rimozione, riforma o deterrenza — “non otterremo nulla di tutto ciò, ma solo una confusione in cui il crimine genera altro crimine” — (fr:1391). Un codice penale costruito per un quarto sul pregiudizio impiccatorio settecentesco, per un quarto sulla rimozione, per un quarto su una tiepida riforma e per un quarto sulla politica dello spaventapasseri “non ci porterà proprio da nessuna parte” — (fr:1392).

La terapia proposta è un atto di chiarezza radicale. “Il primo dovere della legge, quali che siano il secondo e il terzo, è sapere cosa vuole” — (fr:1393). Questo si traduce in un imperativo comunicativo: il legislatore e il giudice devono produrre “dichiarazioni chiare e non ambigue, che non solo gli esperti, ma l’uomo comune del tempo interpreterà in un modo e in un modo soltanto” — (fr:1394-1395). La prevedibilità del diritto diventa un requisito cibernetico: “La tecnica di interpretazione delle sentenze passate deve essere tale che un avvocato sappia non solo cosa un tribunale ha detto, ma anche con alta probabilità cosa il tribunale sta per dire” — (fr:1396). In sintesi, “i problemi del diritto sono comunicativi e cibernetici” — (fr:1397), ovvero problemi di controllo ordinato e ripetibile di situazioni critiche.

Quando questo accordo semantico tra la legge e la situazione concreta viene meno, si crea una zona franca per la disonestà, paragonabile a un mercato con due valute senza un tasso di cambio fisso. “Nella zona di non conformità tra un tribunale e l’altro o tra un conio e l’altro, c’è sempre un rifugio per l’intermediario disonesto, che accetterà pagamenti […] solo nel sistema a lui più favorevole, e li effettuerà solo nel sistema in cui sacrifica di meno” — (fr:1400). La figura del criminale moderno coincide proprio con quella di un “mediatore disonesto negli interstizi della legge” — (fr:1401).

La seconda, e più estesa, esemplificazione di questo fallimento sistemico è il diritto dei brevetti. Esso “si basa su un fraintendimento del fatto dell’invenzione” — (fr:1402) e le sue premesse legali irreali offrono riparo alla “fauna più piccola e negativamente fototropica dei tribunali” — (fr:1406). Il fraintendimento è storico: la legge accetta una teoria dell’invenzione valida per l’epoca del piccolo laboratorio e dell’artigiano ingegnoso, basata sulla ricerca di nuove combinazioni che erano considerabili “costruzione e proprietà intellettuale di un singolo uomo” — (fr:1411). Oggi, in campi scientifici maturi, il passo successivo “è probabile che chiarisca un intero campo simultaneamente” — (fr:1414), configurandosi non come un’invenzione ma come la “scoperta di una legge di natura” — (fr:1415), essenzialmente non brevettabile, sebbene un abile avvocato possa storpiarla per adattarla ai regolamenti. Ne deriva un paradosso: un’invenzione è tale solo “se basata su una comprensione non troppo completa del suo oggetto” — (fr:1417). Realizzare un circuito per tentativi ed errori lo rende una buona invenzione; realizzare il circuito ottimale usando principi statistici lo rende mera applicazione di un’arte preesistente.

Questo scarto tra teoria giuridica e pratica inventiva genera un’intera regione di illegalità nella legalità. Un brevetto statunitense non è più un certificato di proprietà, ma “semplicemente un biglietto per una controversia” — (fr:1426). In nessun altro ramo del diritto, un comportamento che altrove causerebbe la radiazione dall’albo — incoraggiare una condotta sapendo che la sua unica difesa è il costo che impone all’avversario — “renderà [l’avvocato] ricco e rispettato” — (fr:1429).

Il punto più basso è toccato dalla figura del testimone tecnico. La sua funzione è irrimediabilmente scissa: ha la responsabilità legale e morale di un testimone comune, ma è pagato da una parte come un avvocato. Quando esiste uno scarto tra la teoria della legge e i fatti concreti, la discrezionalità del perito si espande a tal punto che “c’è quasi sempre un modo per lui di mettere d’accordo la sua coscienza con qualsiasi rapporto sia nell’interesse del suo datore di lavoro produrre” — (fr:1435). Questa situazione “non solo permette l’abuso, ma lo esige persino” — (fr:1436), dato che un parere sfavorevole al committente comporta la perdita di un affare lucroso. La conseguenza è che la maggior parte delle testimonianze tecniche appartiene più al “dominio del compurgatore” — (fr:1439) medievale — colui che giurava a favore di una parte senza conoscenza diretta dei fatti — che a quello del testimone, una pratica a cui la procedura brevettuale quotidiana “è difficilmente distinguibile” — (fr:1442).

Le proposte di riforma per risanare questa situazione puntano a riconfigurare il rapporto tra tecnica e giudizio. La prima è l’affiancamento al giudice di un assessore con formazione tecnica. La seconda, più cruciale, è che i testimoni esperti “dovrebbero essere nominati dal giudice piuttosto che dai contendenti, e dovrebbero essere pagati o dal tribunale o da un fondo a cui entrambi i contendenti contribuiscono equamente” — (fr:1445), selezionati da un albo comune e chiamati a parlare come amici curiae, non ex parte. Finché il tribunale resterà un campo di battaglia tra testimoni prezzolati, “il diritto dei brevetti sarà in cattiva reputazione, e se lo meriterà” — (fr:1447). L’obiezione che un panel ufficiale sarebbe composto dagli scienziati più conservatori è riconosciuta come una difficoltà reale, ma amministrativa e non di principio, e si suggerisce che si potrebbe permettere alle parti di nominare esperti aggiuntivi in veste neutrale, con parcelle a carico del procedimento stesso.


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[16.1/1-21-1701|1720]

16 Ascesa scientifica e stagnazione creativa nelle arti del XX secolo

I matematici contemporanei hanno raggiunto vette tecniche paragonabili a quelle dei più grandi geni del passato, mentre le arti sembrano aver smarrito la propria spinta creativa.

Il testo mette a confronto la vitalità della matematica moderna con l’apparente declino della creatività nelle arti, riflettendo su una frattura nello sviluppo culturale del Novecento. Sul versante scientifico, l’autore ricorda come la matematica non sia affatto secondaria e cita una serie di figure eminenti: “pochi tra i molti nomi che vengono in mente spontaneamente, per eguagliare i Bernoulli, Taylor, Halley e Maclaurin nel diciottesimo secolo.” – (fr:1700). A questi si aggiungono “Hilbert, il matematico tedesco, è morto solo di recente, e Hilbert sarebbe stato tra i grandi nomi di qualsiasi epoca.” – (fr:1702), mentre “Weyl di Princeton e Kolmogorov di Mosca sono ancora tra noi.” – (fr:1703), così come fu “Poincaré, il grande matematico francese, che visse fino a buona parte del secolo presente, e l’America ha avuto il suo Birkhoff, ad Harvard.” – (fr:1704). Pur riconoscendo che nessuno di loro possa eguagliare la mole di lavoro di un Eulero o la capacità di aprire nuovi campi di un Gauss, l’autore sottolinea che questi scienziati “hanno affrontato problemi della massima difficoltà possibile, oltre gli orizzonti di un territorio matematico già ben sviluppato, e hanno mostrato una facilità tecnica pari a quella dei loro più grandi predecessori, o anche maggiore.” – (fr:1705).

Questa continuità di eccellenza nella scienza stride con quanto accaduto nelle arti. “La storia mostra una concomitanza generale tra lo sviluppo delle scienze e lo sviluppo delle arti.” – (fr:1706), ma “il modello dello sviluppo artistico dell’ultimo mezzo secolo si è ampiamente discostato da quello dello sviluppo scientifico.” – (fr:1707). In musica, ad esempio, “abbiamo visto il declino della stirpe dei compositori.” – (fr:1708), mentre gli esecutori abbondano; tuttavia “bisogna ammettere che sono i compositori, non gli esecutori, a mantenere viva la fiamma della musica.” – (fr:1709), e “solo una parte relativamente piccola dei nostri grandi esecutori mostra molto interesse per le composizioni dell’epoca presente.” – (fr:1710). La situazione è definita leggermente migliore in pittura, specie fuori dagli Stati Uniti, dove “le nuove correnti hanno già prodotto i loro grandi vecchi, come Matisse e Picasso.” – (fr:1712), e in Messico “una scuola nazionale di pittura ad affresco ha mostrato notevoli risorse di originalità e di vigore.” – (fr:1713).

Nonostante queste eccezioni, il divario quantitativo rimane netto: “per ogni artista competente di oggi, con un nuovo messaggio di bellezza o verità, ci sono probabilmente dieci scienziati che lo eguagliano nel loro rango relativo, se paragonati ai grandi nomi del passato.” – (fr:1714). La letteratura, poi, sconta un ulteriore limite, perché “l’apprezzamento della letteratura, d’altro canto, è in gran parte confinato ai compatrioti e ai corregionali degli autori.” – (fr:1716), rendendo più difficile una valutazione d’insieme. L’impressione è che, almeno in Inghilterra e negli Stati Uniti, “gli scrittori attuali si distinguano più per un livello piuttosto alto di competenza tecnica nell’uso del linguaggio che per un particolare potere creativo.” – (fr:1718). L’autore infine respinge una spiegazione troppo semplice del fenomeno: “Non posso credere che la disperazione e lo scoraggiamento siano responsabili dell’intero quadro moderno.” – (fr:1720).


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[17.1/1-101-1779|1878]

17 L’evoluzione e il declino dell’educazione americana: un’analisi critica

Un esame impietoso di come il sistema educativo statunitense, nato da un’imitazione del modello classico europeo, abbia progressivamente smarrito rigore e profondità, producendo una mediocrità diffusa e una cultura intellettuale frammentata.

Il testo traccia una parabola storica dell’educazione americana, ponendola a confronto con le tradizioni europee e descrivendone la deriva verso un sistema che penalizza l’eccellenza. L’autore parte dalla descrizione di un ideale formativo classico, basato su un’immersione profonda nelle lingue antiche e nella matematica. La conoscenza dei classici era il fondamento: “In the first place, it was required that he should know the classics.” - (fr:1778). Lo studio del latino e del greco non era un esercizio meccanico, ma un processo che plasmava l’individuo dall’interno: “Latin and Greek were drummed into him for so many years that they became part of him; and exercises of composition in these languages were not merely formal tasks, confined within the bounds of the textbooks, but were real essays, and even extended to the writing of passable poetry.” - (fr:1779).

Anche lo studio della lingua madre e della matematica era improntato allo stesso rigore. La formazione nella lingua nativa richiedeva “the organization of good sound prose in conformity with the best standards of the language” - (fr:1780), mentre in matematica non si veniva condotti per mano, ma si doveva “know his theorems, and to know that he knew them, as well as to carry out so-called original exercises of a considerable degree of sophistication” - (fr:1784). Questo sistema era sostenuto da forme di disciplina severa che variavano a seconda della nazione, ma condividevano la durezza: per un ragazzo inglese c’era la minaccia del bastone, per un tedesco gli insulti di un insegnante collerico, mentre per un francese incombeva lo spettro di un fallimento permanente in un concours, che avrebbe potuto condannarlo “to a permanent loss of social status” - (fr:1788).

Le prime istituzioni americane, come Harvard, nacquero sulla scia del modello inglese, configurandosi non come università ma come public school: “Its emphasis on the classics and on mathematics differed in no respect from that of its English prototype.” - (fr:1792). Col tempo queste istituzioni si elevarono al rango di università, mentre alcune public school secondarie come Andover ed Exeter cercarono di colmare il vuoto lasciato, ma con “a continually decreasing influence with respect to the country at large” - (fr:1794). L’istruzione secondaria di massa finì nelle mani delle public high schools, che affondavano le loro radici in un contesto rurale e anti-intellettuale ben diverso.

L’autore rintraccia l’origine di questa trasformazione nella Little Red School House, dove i ragazzi di campagna andavano “partly to learn their three R’s, but equally to keep themselves out of mischief” - (fr:1797). In queste scuole, e nelle loro controparti cittadine di poco superiori, il curriculum era ridotto all’osso: “reading, writing, a very thin layer of arithmetic, and a highly conventionalized geography” - (fr:1800). Il concetto stesso di disciplina era stravolto: “When discipline was spoken of, it meant the discipline of not throwing blackboard erasers around, and not the discipline of study.” - (fr:1803). In un ambiente di frontiera dove gli allievi più grandi potevano cercare di picchiare l’insegnante, “the schoolmaster had to become an army sergeant, rather than a man of learning” - (fr:1805).

Con una preparazione così fragile, gli studenti si trovavano improvvisamente alle superiori, intorno ai quattordici anni, a dover affrontare in quattro anni un programma che includeva latino, greco, matematica fino alla trigonometria e una lingua straniera. Il risultato fu per molti “pure frustration” - (fr:1808). Di conseguenza, le materie più sostanziose iniziarono a essere viste come “a special privilege for the brilliant and those of unusual opportunities, and a trap and a torture for the rest” - (fr:1812). Poiché l’idea americana di educazione prevedeva la partecipazione dell’intera comunità e non di una classe privilegiata, si rese necessario un cambiamento radicale, che si concretizzò innanzitutto con la scomparsa del greco, accelerata dalla “gradual but continual devaluation of the clergyman in the community” - (fr:1815). Il greco era uno strumento essenziale solo per il pastore che volesse essere uno studioso, “but it seemed to be a useful tool for almost no one else” - (fr:1816). Presto anche il latino iniziò a vacillare, e l’intero curriculum linguistico e matematico perse il contatto con la vita americana, diventando “more of a ritual prerequisite to admission to college than a subject of living study” - (fr:1818).

Anche le lingue moderne subirono un destino altalenante. Se un tempo il francese e il tedesco erano strumenti indispensabili per la formazione dello scienziato e dell’uomo di lettere, la loro importanza declinò. Il francese, già lingua di cultura, vide i suoi aspetti vitali scomparire dall’insegnamento superiore. Il tedesco “was very sick during the first World War, and died in the second.” - (fr:1824). Alla radice di questa ostilità verso le lingue straniere sta la vastità geografica e linguistica degli Stati Uniti: un americano non incontra un reale bisogno di una lingua straniera tra Montreal e Laredo, e si aspetta che siano gli altri a parlare la sua. L’americano porta con sé questa ostilità come un mantello protettivo ovunque vada, e se in Messico la popolazione non si adatta alle sue abitudini, “he is perfectly content to confine his contacts to those who do so defer to him” - (fr:1833). Anche lo spagnolo, insegnato per ragioni commerciali vicino alla frontiera messicana, raramente raggiunge un livello che permetta di “participate even in a simple social evening in a Spanish-speaking household” - (fr:1827). Per lo studente medio, quindi, “even the living languages are dead issues” - (fr:1834).

La medesima superficialità affligge lo studio delle altre culture e della storia. L’unico corso storico approfondito è quello di storia americana, ma è spesso così condizionato dall’opinione pubblica e dalle leggi da costituire “rather exhortations to patriotism than attempts to find out what really happened” - (fr:1837). Il dato emblematico è la necessità di pubblicare due versioni della storia della Guerra Civile, una per il Nord e una per il Sud: “there is not much impartiality to be expected” - (fr:1838).

Sul fronte scientifico, solo poche istituzioni tecniche d’élite come il MIT riescono a imporre standard di ammissione che garantiscano una preparazione adeguata in matematica, fisica e chimica. Negli istituti statali, il livello è così basso che due anni di college sono spesi per portare lo studente al livello che un diplomato di un Gymnasium o Realschule continentale raggiunge a sedici anni. In condizioni normali, chi non prosegue con studi post-laurea ha poche speranze di diventare qualcosa di più di “cook-book engineers, bound for their life to one of the comprehensive engineers’ handbooks” - (fr:1842).

La possibilità di un riscatto culturale attraverso lo studio dell’inglese è affidata al caso di un insegnante devoto, ma è una speranza vana poiché “neither the material rewards nor the social status of the teacher in the average high school is enough to secure teachers of any particular cultural interest” - (fr:1845). La grande maggioranza degli insegnanti di inglese sono descritte senza mezzi termini come “young women of no special intellectual attainments, who are awaiting the time for marriage in genteel, but not exacting employment” - (fr:1846). Il dato di fatto è impietoso: “The average student entering the average college is able neither to write a passage of acceptable English nor to read a literary book with any understanding.” - (fr:1847).

Tutto questo sposta il peso di un’educazione seria al periodo tra i diciotto e i vent’anni, un’età “desperately late for the average young man or woman who has not already formed cultural tastes and good habits of study” - (fr:1850). A quel punto, questi gusti e abitudini diventano progressivamente più difficili da acquisire e il tempo è così stringente che è quasi impossibile raggiungere una competenza in più di una direzione. Si crea così una dicotomia paralizzante: “If he has cultural interests, he has no time to learn what science is about, and if he has scientific interests, he generally finds the books of culture to be forbidden territory.” - (fr:1853).

Il sistema è aggravato da un’ideologia perniciosa, secondo cui “democracy involves an education which is not beyond the capacity of the dullest, and that any discrimination on the basis of intellectual ability, or any relegation of the backward to a further year of school, is pernicious.” - (fr:1857). Lo studente di capacità eccezionali viene ignorato o trattato come un elemento di disturbo, e solo raramente gli viene data l’opportunità di misurarsi con problemi all’altezza del suo talento. Il materiale umano che giunge all’università, di conseguenza, “seldom rises above a drab mediocrity” - (fr:1860). Per lavorare questo “lowgrade ore” - (fr:1861) la moda del momento è il survey course, un corso panoramico che può essere utile per chi ha già solide conoscenze specifiche, ma che per uno studente che incontra per la prima volta Platone e Locke in questo formato si riduce a pura “sophistry: that is, of the ability to talk with a certain amount of conviction on subjects of which one knows nothing” - (fr:1864). Applicato alla matematica, un simile approccio superficiale diventa “not only useless, but definitely harmful” - (fr:1866).

In questo quadro, chi riesce a diventare un ingegnere o uno scienziato di laboratorio competente lo fa a patto di restare confinato in uno o due campi. Chi si dedica alle scienze sociali o alla letteratura subisce la stessa restrizione, ma senza il beneficio della disciplina intellettuale delle scienze. E chi aspira a diventare artista o scrittore spesso non ha il tempo per un vero apprendistato e finisce per diventare critico. La psicologia di questi critici assume una forma ben precisa: sono descritti come “doubly frustrated men: frustrated first in their lack of contact with the developments of modern culture and civilization; secondly, by their inability to perform primarily creative work along the lines of their own interests.” - (fr:1877). La loro incapacità creativa non è solo ignoranza, ma anche un blocco emotivo, reso più difficile da superare proprio dall’assenza di quella solida tradizione artigianale che un tempo l’educazione forniva: “in the final effort to produce something new, it is easier to get the better of emotional hazards if there is a sound tradition of craftsmanship to summon up” - (fr:1878).


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[18.1/1-113-1979|2090]

18 La macchina, l’energia e l’informazione: come nasce e si trasforma la fabbrica moderna

Il progresso tecnico non è lineare né istantaneo: ogni invenzione poggia su una catena di macchine e di saperi artigiani, e le sue conseguenze sociali e concettuali si rivelano spesso molto dopo la sua comparsa.

Il testo ricostruisce il passaggio dalla prima alla seconda rivoluzione industriale, mostrando come il modo di produrre sia stato plasmato dapprima dalla macchina a vapore e dalla trasmissione meccanica, poi dal motore elettrico e infine dal tubo a vuoto, con effetti che vanno ben oltre la semplice sostituzione di tecniche. L’analisi muove da una premessa radicale: per costruire un grande tornio a torretta è impossibile contare sulla sola mano umana; occorrono macchine che a loro volta sono state fabbricate da altre macchine, in una catena che risale fino ai torni a pedale del Settecento (“In order to construct a great turret lathe, it is clearly impossible to depend on the unaided human hand […] these must be done through machines that have themselves been manufactured by other machines, and it is only through many stages of this that one reaches back to the original hand or foot lathes of the eighteenth century.” – fr:1979-1980 [Per costruire un grande tornio a torretta è chiaramente impossibile affidarsi alla sola mano umana […] queste operazioni devono essere compiute da macchine che sono state a loro volta fabbricate da altre macchine, e solo attraverso molti passaggi si risale ai torni a mano o a pedale del XVIII secolo.]). Questa sequenza minima di passaggi intermedi (“The series of intervening steps might conceivably have been foreshortened somewhat, but it has necessarily had a certain minimum length.” – fr:1978) spiega perché i protagonisti dell’innovazione fossero orologiai e costruttori di strumenti scientifici, come James Watt, che era appunto un fabbricante di strumenti (“For instance, Watt was a scientificinstrument maker.” – fr:1982). La precisione dell’orologeria dovette attendere a lungo prima di trasferirsi alle macchine di grandi dimensioni: Watt stesso giudicava la tolleranza fra pistone e cilindro in base alla possibilità di infilare a stento una moneta da sei pence (“his standard of the fit of a piston in a cylinder was that it should be barely possible to insert and move a thin sixpence between them.” – fr:1983).

Proprio gli strumenti nautici costituiscono il luogo di una rivoluzione industriale anticipatrice (“We must thus consider navigation and the instruments necessary for it as the locus of an industrial revolution before the main industrial revolution.” – fr:1984). La rivoluzione principale comincia invece con la macchina a vapore. La prima forma, il motore Newcomen, era rozza e dispendiosa, impiegata per prosciugare le miniere (“The first form of the steam engine was the crude and wasteful Newcomen engine, which was used for pumping mines.” – fr:1986). A metà del Settecento si tentò, senza successo, di farne un generatore di potenza facendola pompare acqua in serbatoi sopraelevati per azionare ruote idrauliche (“In the middle of the eighteenth century there were abortive attempts to use it for generating power, by making it pump water into elevated reservoirs, and employing the fall of this water to turn waterwheels.” – fr:1987). Soltanto con i motori perfezionati di Watt la macchina a vapore divenne una forza industriale utilizzabile sia nelle fabbriche sia per il pompaggio, e alla fine del Settecento era ormai consolidata, con la promessa della navigazione a vapore e della trazione su rotaia (“The end of the eighteenth century saw the steam engine thoroughly established in industry, and the promise of the steamboat on the rivers and of steam traction on land was not far away.” – fr:1989).

Il primo impiego concreto della forza del vapore fu il rimpiazzo di una delle forme più brutali di lavoro umano e animale: il prosciugamento delle miniere. Nel migliore dei casi si usavano animali, nel peggiore, come nelle miniere d’argento della Nuova Spagna, schiavi (“At best, this had been done by draft animals or by crude machines turned by horses. At worst, as in the silver mines of New Spain it was done by the labor of human slaves.” – fr:1991-1992). Era un lavoro che non poteva mai essere interrotto senza rischiare la chiusura definitiva della miniera, e la sua sostituzione con il vapore rappresenta un passo umanitario di enorme portata (“It is a work that is never finished and which can never be interrupted without the possible closing-down of the mine forever. The use of the steam engine to replace this servitude must certainly be regarded as a great humanitarian step forward.” – fr:1993-1994). Ma gli schiavi non si limitavano a prosciugare miniere: trainavano anche barche fluviali controcorrente. Il secondo grande trionfo del vapore fu il battello fluviale, che proprio sul Mississippi aprì l’interno degli Stati Uniti (“A second great triumph of the steam engine was the invention of the steamboat, and in particular of the river steamboat. […] it was steam transportation on the Mississippi which opened up the interior of the United States.” – fr:1996-1997). Sulla terraferma la locomotiva a vapore cominciò, come oggi sembra concludersi, quale mezzo per il trasporto di merci pesanti (“Like the steamboat, the steam locomotive started where it seems now about to die, as a means of hauling heavy freight.” – fr:1998).

Quasi contemporaneamente alla rivoluzione nei trasporti, l’industrializzazione investì il tessile, un settore già malato. Filatori e tessitori a mano non riuscivano a soddisfare la domanda, eppure il passaggio alla macchina peggiorò ulteriormente le loro condizioni (“The bulk of production which they could perform fell far short of the demands of the day. It might thus appear to have been scarcely possible to conceive that the transition to the machine could have worsened their condition; but worsen it, it most certainly did.” – fr:2002-2003). Le macchine tessili precedono il vapore: il telaio per calze esisteva fin dall’epoca di Elisabetta I, e la filatura meccanica divenne indispensabile per fornire orditi ai telai a mano; la meccanizzazione completa di filatura e tessitura arrivò solo all’inizio dell’Ottocento (“The stocking frame has existed in a form worked by hand ever since the time of Queen Elizabeth. Machine spinning first became necessary in order to furnish warps for hand looms. The complete mechanization of the textile industry, covering weaving as well as spinning, did not occur until the beginning of the nineteenth century.” – fr:2005-2007). Inizialmente azionate a mano o con cavalli e acqua, le macchine tessili spinsero proprio la richiesta di potenza rotativa che differenziò il motore di Watt da quello di Newcomen (“Part of the impetus behind the development of the Watt engine, as contrasted with the Newcomen engine, was the desire to furnish power in the rotary form needed for textile purposes.” – fr:2009). Le fabbriche tessili divennero il modello per l’intera meccanizzazione e, sul piano sociale, trasferirono i lavoratori dalla campagna e dalla casa alla fabbrica, con uno sfruttamento brutale di donne e bambini che oggi si stenta a concepire – a meno di non dimenticare le miniere di diamanti sudafricane o le nuove industrializzazioni di Cina e India (“The textile mills furnished the model for almost the whole course of the mechanization of industry. On the social side, they began the transfer of the workers from the home to the factory and from the country to the city. There was an exploitation of the labor of children and women to an extent, and of a brutality, scarcely conceivable at the present time; that is, if we forget the South African diamond mines and ignore the new industrialization of China and India and the general terms of plantation labor in every country.” – fr:2010-2012). Dietro queste durezze agiva anche una ragione tecnica: le nuove tecniche avevano creato nuove responsabilità senza che fosse ancora sorto un codice per governarle, e il vapore stesso imponeva una logica di scala (“A great deal of this was due to the fact that new techniques had produced new responsibilities, at a time at which no code had yet arisen to take care of these responsibilities. There was, however, a phase which was more technical than moral.” – fr:2013-2014).

Il motore a vapore era assai poco economico rispetto agli standard moderni, ma tra un impianto e l’altro risultava molto più conveniente su grande scala che su piccola (“The steam engine was very uneconomical of fuel by modern standards […] among themselves they were much more economical to run on a large scale than on a small one.” – fr:2016-2017). Al contrario, la macchina tessile, telaio o fuso, è leggera e consuma poca energia. Fu dunque necessario radunare molti telai e fusi in un’unica fabbrica alimentata da un solo motore a vapore, e l’unico mezzo disponibile per distribuire la potenza era quello meccanico: alberi di trasmissione, cinghie e pulegge (“It was therefore economically necessary to assemble these machines in large factories, where many looms and spindles could be run from one steam engine. At that time the only available means of transmission of power were mechanical. The first among these were the line of shafting, supplemented by the belt and the pulley.” – fr:2019-2021). L’immagine tipica della fabbrica fino all’infanzia dell’autore era appunto quella di un capannone con lunghi alberi sospesi alle travi e pulegge collegate alle macchine; una configurazione che sopravvive ancora oggi, benché sempre più spesso rimpiazzata da macchine azionate singolarmente da motori elettrici (“Even as late as the time of my own childhood, the typical picture of a factory was that of a great shed with long lines of shafts suspended from the rafters, and pulleys connected by belts to the individual machines. This sort of factory still exists; although in very many cases it has given way to the modern arrangement where the machines are driven individually by electric motors.” – fr:2022-2023). È proprio su questo terreno che si esercitava l’abilità degli artigiani dell’epoca, i millwrights, che diedero corpo alle invenzioni su cui si fonda il sistema dei brevetti (“It was exactly these millwrights and other new craftsmen of the machine age who were to develop the inventions lying at the foundation of our patent system.” – fr:2027). Le lunghe linee di trasmissione richiedevano allineamenti precisi o giunti universali, e i lunghi supporti consumavano molta energia; anche dentro la singola macchina le parti rotanti e alternative imponevano rigidità e riduzione dei cuscinetti per limitare attriti e semplificare la costruzione. Si trattava di vincoli che sfuggivano a una semplice formulazione matematica e che offrivano ampio spazio all’ingegnosità dell’artigiano tradizionale (“The mechanical connection of machines involves difficulties that are quite serious, but not easy to cover by any simple mathematical formulation. […] These prescriptions are not easily filled on the basis of general formulas, and they offer an excellent opportunity for ingenuity and inventive skill of the old-fashioned artisan sort.” – fr:2028-2032).

Il passaggio dalla connessione meccanica a quella elettrica cambiò radicalmente questa situazione. Il motore elettrico è facile da costruire in piccole dimensioni, così che ogni macchina può averne uno proprio; le perdite di trasmissione nei cavi sono basse, l’efficienza del motore è alta e il collegamento non è rigido, né composto da molte parti (“The electrical motor is a mode of distributing power which it is very convenient to construct in small sizes, so that the individual machine may have its own motor. The transmission losses in the wiring of a factory are relatively low, and the efficiency of the motor itself is relatively high. The connection of the motor with its wiring is not necessarily rigid, nor does it consist of many parts.” – fr:2034-2036). Viene così meno la necessità di accentrare tutte le macchine intorno a un’unica fonte di energia; si potrebbe persino tornare all’industria a domicilio laddove le altre condizioni lo consentano (“In other words, we are now in a position to return to cottage industry, in places where it would otherwise be suitable.” – fr:2038). Quando fu introdotto, il motore elettrico fu considerato solo un’alternativa per tecniche già esistenti; nessuno ne previde la capacità di generare un concetto completamente nuovo di fabbrica (“In the third quarter of the last century, when the electric motor began to be employed in industry, it was at first supposed to be nothing more than an alternative device for carrying out existing industrial techniques. It was probably not foreseen that its final effect would be to give rise to a new concept of the factory.” – fr:2043-2044).

Una parabola analoga segna l’altra grande invenzione elettrica, il tubo a vuoto. Prima della sua comparsa, regolare sistemi di grande potenza richiedeva una molteplicità di accorgimenti progettuali che quasi mai si collocavano a livelli di energia veramente bassi, con l’eccezione di campi specifici come il governo delle navi (“Before the invention of the vacuum tube, it was a matter of a large number of separate tasks of design to develop the regulation of systems of great power. Indeed, most of the regulatory means employed did not involve a particularly low level of power. There were exceptions to this lack of development of methods of control, but they were in specific fields, such as the steering of ships.” – fr:2046-2048). L’autore rievoca una traversata atlantica del 1915 su una nave dotata ancora di vele e di una ruota di governo di emergenza a raggi, che in burrasca avrebbe richiesto dieci uomini per tenere la rotta; normalmente, però, un servomotore traduceva le forze relativamente piccole del timoniere nel movimento del massiccio timone. Già su base puramente meccanica si era dunque compiuto qualche progresso nell’amplificazione delle forze, ma senza arrivare a differenze estreme tra ingresso e uscita né a un apparato universale (“Thus even on a purely mechanical basis, some progress had been made toward the solution of the problem of amplification of forces or torques. Nevertheless, at that time, this solution of the amplification problem did not range over extreme differences between the levels of input and of output, nor was it embodied in a convenient universal type of apparatus.” – fr:2057-2058). L’apparato universale più flessibile per amplificare piccoli livelli di energia in alti livelli è proprio il tubo a vuoto, la cui origine risale alla più grande scoperta scientifica di Edison – l’effetto di emissione termoionica – che egli non trasformò in invenzione (“It is however amusing to reflect that the invention of the electron valve goes back to the greatest scientific discovery of Edison, and perhaps the only one which he did not capitalize into an invention. He observed that when an electrode was placed inside an electric lamp, and was taken as electrically positive with respect to the filament, then a current would flow, if the filament were heated, but not otherwise.” – fr:2061-2062). Da quella osservazione, attraverso il lavoro di altri, si giunse a controllare grandi correnti con piccole tensioni, un principio che è alla base della moderna industria radio e si estende a sempre nuovi campi (“Through a series of inventions by other people, this led to a more effective way than any known before of controlling a large current by a small voltage. This is the basis of the modern radio industry, but it is also an industrial tool which is spreading widely into new fields.” – fr:2063-2064).

Grazie al tubo a vuoto non è più necessario governare un processo ad alta energia con meccanismi in cui anche i dettagli di controllo operano a quegli stessi livelli: si può formare un modello di comportamento a energie bassissime e poi, tramite una catena di amplificatori, pilotare un laminatoio pesante come una macchina per l’acciaio (“It is quite possible to form a certain pattern of behavior response at levels even much lower than those found in usual radio sets, and then to employ a series of amplifying tubes to control by this apparatus a machine as heavy as a steel-rolling mill.” – fr:2066). Il lavoro di discriminazione e formazione del modello avviene con perdite di potenza insignificanti, mentre l’impiego finale di quel processo discriminatorio si colloca a livelli di potenza arbitrariamente elevati (“The work of discriminating and of forming the pattern of behavior for this is done under conditions under which the power losses are insignificant, and yet the final employment of this discriminatory process is at arbitrarily high levels of power.” – fr:2067). Questa invenzione altera le condizioni postulazionali dell’industria in modo altrettanto vitale della trasmissione e suddivisione della potenza tramite il piccolo motore elettrico (“It will be seen that this is an invention which alters the fundamental postulational conditions of industry, quite as vitally as the transmission and subdivision of power through the use of the small electric motor.” – fr:2068). La progettazione si trasferisce dall’officina specializzata al laboratorio di ricerca, dove la teoria dei circuiti sostituisce l’ingegnosità meccanica di vecchio stampo; l’invenzione nel senso antico è soppiantata dall’impiego intelligente delle leggi di natura, e il passo dalle leggi alla loro applicazione si è ridotto cento volte (“The design of machines involving such parts has been transferred from the domain of the skilled shopworker to that of the research-laboratory man; and in this he has all the available tools of circuit theory to replace a mechanical ingenuity by the old sort. Invention in the old sense has been supplanted by the intelligent employment of the laws of nature. The step from the laws of nature to their employment has been reduced a hundred times.” – fr:2071-2073).

Anche in questo caso, come per ogni invenzione, ci è voluto molto tempo prima che se ne comprendessero tutte le implicazioni (“I have previously said that when an invention is made, it is generally a considerable period before its full implications are understood.” – fr:2074). All’inizio il tubo a vuoto fu visto solo come uno strumento ausiliario per la telefonia, e gli ingegneri lo confinarono a una parte della rete accanto ai tradizionali elementi passivi – resistenze, capacità e induttanze. Soltanto dopo la guerra si cominciò a inserire i tubi a vuoto con la stessa libertà con cui si usavano quegli elementi passivi (“The electrical engineers first mistook its real importance to such an extent that for years the vacuum tubes were relegated to a particular part of the communication network. This part was connected up with other parts consisting only of the traditional so-called inactive circuit elements […] Only since the war have engineers felt free enough in their employment of vacuum tubes to insert them where necessary, with the same freedom with which they have previously inserted passive elements of these three kinds.” – fr:2079-2081). Impiegato dapprima per sostituire componenti nei circuiti telefonici a lunga distanza e nella telegrafia senza fili, il tubo a vuoto rese possibile la radiofonia e la radiodiffusione, un trionfo consegnato, suo malgrado, alla soap-opera e al cantante hillbilly, ma che pure custodisce immense possibilità civilizzatrici (“Let not the fact that this great triumph of invention has been given over to the soap-opera and the hillbilly singer blind one to the excellent work which was done in developing it, and to the great civilizing possibilities which have been perverted into a national medicine-show.” – fr:2084). Prima della guerra erano apparse applicazioni sporadiche del tubo a vuoto e della cellula fotoelettrica per ispezionare prodotti industriali – per esempio regolare lo spessore di un nastro di carta o controllare il colore di una lattina di ananas – ma non costituivano ancora una tecnica ragionata né venivano associate al mondo delle comunicazioni (“There were sporadic uses of the vacuum tube and of its sister invention, the photo-electric cell, for scanning the products of industry; as for example, for regulating the thickness of a web coming out of a paper machine, or for inspecting the color of a can of pineapples. These uses did not as yet form a reasoned new technique, nor were they associated in the engineering line with the task of communication.” – fr:2087-2088). Tutto cambiò con la guerra, che tra le poche cose recuperabili dal grande conflitto portò un’accelerazione delle invenzioni sotto la spinta della necessità e l’impiego illimitato di denaro, e soprattutto l’immissione di nuovo sangue nella ricerca industriale (“All this changed in the war. One of the few things to be salvaged from the great conflict was the rapid development of invention, under the stimulus of necessity and the unlimited employment of money; and above all, the new blood called in to industrial research.” – fr:2089-2090).


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19 La retroazione vocale e la soglia dell’informazione utile

Il monitoraggio continuo del proprio parlato è il fondamento dell’apprendimento linguistico e il modello per una protesi che trasferisca parte della corteccia cerebrale all’esterno del corpo.

Il punto di partenza per comprendere la comunicazione umana e le sue possibili protesi è il ritorno alla normalità. “We now come back to ordinary speech.” – (fr:2363) [Torniamo ora al parlato ordinario.] Nell’individuo sano, parola e ascolto sono inseparabili fin dall’origine. “We see that the processes of speech and hearing in the normal person have never been separated; hut that the very learning of speech has been conditioned by the fact that each individual hears himself speak.” – (fr:2364) [Vediamo che i processi del parlare e dell’udire nella persona normale non sono mai stati separati; al contrario, l’apprendimento stesso del linguaggio è stato condizionato dal fatto che ciascun individuo sente sé stesso parlare.] Su questa base, la qualità del parlato non è un evento sporadico, ma il prodotto di una critica incessante. “A good quality of speech can only be attained when it is subject to a continuous monitoring and self-criticism. For the best results it is not enough that the individual hear himself speak at widely separated occasions, and that he fill in the gaps between these by memory.” – (fr:2366, fr:2365) [Una buona qualità del parlato può essere raggiunta solo se è soggetta a un monitoraggio e a un’autocritica continui. Per i migliori risultati non è sufficiente che l’individuo oda sé stesso parlare in occasioni ampiamente separate e che colmi i vuoti tra queste con la memoria.]

Questa consapevolezza detta il principio fondamentale per qualsiasi ausilio destinato ai sordi totali. “Any aid to the totally deaf must take advantage of this fact, and although it may indeed appeal to another sense, such as that of touch, rather than to the missing sense of hearing, it must resemble the electric hearing aids of the present day in being portable and continuously worn.” – (fr:2367) [Qualsiasi ausilio per i sordi totali deve sfruttare questo fatto e, sebbene possa in effetti fare appello a un altro senso, come il tatto, piuttosto che all’udito mancante, deve assomigliare agli apparecchi acustici elettrici odierni nell’essere portatile e indossato in modo continuativo.] La logica alla base della protesi uditiva, tuttavia, dipende dalla reale quantità di informazione utilizzata nell’ascolto. Si apre qui un abisso tra la capacità teorica di un canale e il dato effettivamente elaborato dal sistema nervoso. La stima più grezza considera un massimo comunicabile su un intervallo di 000 cicli e un’ampiezza di 80 decibel, ma questa cifra è fuorviante. “This load of communication, however, while it marks the maximum of what the ear could conceivably do, is much too great to represent the effective information given by speech in practice.” – (fr:2370) [Questo carico di comunicazione, tuttavia, sebbene segni il massimo di ciò che l’orecchio potrebbe concepibilmente fare, è di gran lunga troppo grande per rappresentare l’informazione effettiva fornita dal parlato nella pratica.]

L’informazione praticamente veicolata è enormemente più ridotta. Il parlato di qualità telefonica non trasmette più di 3000 cicli con un’escursione di ampiezza tra i 5 e i 10 decibel, ma anche questi valori, benché corrispondano a ciò che arriva all’orecchio, sopravvalutano grossolanamente quanto viene effettivamente usato dal cervello per ricostruire il parlato. La distinzione cruciale è tra l’informazione usata e quella inutilizzata, che separa la massima capacità di codifica del parlato ricevuto dall’orecchio dalla capacità che penetra attraverso la rete a cascata dei successivi stadi composti da orecchio e cervello. “The first is only relevant to the transmission of speech through the air and through intermediate instruments like the telephone, followed by the ear itself, but not by whatever apparatus in the brain is used in the understanding of speech. The second refers to the transmitting power of the entire complex - air - telephone - ear - brain.” – (fr:2376, fr:2377) [La prima è rilevante solo per la trasmissione del parlato attraverso l’aria e attraverso strumenti intermedi come il telefono, seguiti dall’orecchio stesso, ma non da qualunque apparato nel cervello sia utilizzato nella comprensione del parlato. La seconda si riferisce al potere di trasmissione dell’intero complesso - aria - telefono - orecchio - cervello.]

La prova empirica di questa drastica riduzione dell’informazione necessaria viene dal Vocoder dei Bell Telephone Laboratories. Questo lavoro dimostra che se il parlato umano viene opportunamente suddiviso in non più di cinque bande di frequenza, raddrizzate in modo da percepirne solo l’inviluppo, e utilizzate per modulare suoni arbitrari, la somma finale di questi suoni rende il parlato originale riconoscibile come tale e quasi riconoscibile come voce di un individuo specifico. L’informazione trasmessa, usata o meno, viene così ridotta a non più di un decimo o un centesimo di quella potenziale originaria. Le sfumature più fini di inflessione che non passano attraverso questo sistema a banda stretta sembrano portare una quantità di informazione perduta relativamente esigua. La conclusione è netta: le prime stime ingegneristiche dell’informazione erano viziate perché ignoravano l’elemento terminale della catena. “The earlier engineering estimates of information were defective, in that they ignored the terminating element of the chain from the air to the brain.” – (fr:2380) [Le prime stime ingegneristiche dell’informazione erano difettose, in quanto ignoravano l’elemento terminale della catena dall’aria al cervello.]

Partendo da questa base teorica si delinea la struttura di una protesi tattile per la sordità. Poiché tutti i sensi, a parte la vista, sono inferiori all’udito e trasmettono meno informazione per unità di tempo, non si può inviare al tatto l’informazione piena che riceviamo con l’udito, ma una sua porzione editata, adatta alla comprensione del parlato. L’operazione equivale a un trasferimento di funzioni. “In other words, we replace part of the function that the cortex normally performs after the reception of sound, by a filtering of our information before it goes through the tactile receptors. We thus transfer part of the function of the cortex of the brain to an artificial external cortex.” – (fr:2383, fr:2384) [In altre parole, sostituiamo parte della funzione che la corteccia svolge normalmente dopo la ricezione del suono, con un filtraggio della nostra informazione prima che passi attraverso i recettori tattili. Trasferiamo così parte della funzione della corteccia cerebrale a una corteccia esterna artificiale.]

Nell’apparato considerato, lo schema prevede di separare le bande di frequenza del parlato come nel Vocoder e trasmettere queste bande raddrizzate a regioni tattili spazialmente distinte, dopo averle usate per modulare vibrazioni di frequenze facilmente percepibili dalla pelle. Una possibile mappatura invia, ad esempio, cinque bande rispettivamente al pollice e alle altre quattro dita di una mano. L’illustrazione seguente, tratta dal testo, schematizza il percorso del segnale in un ausilio per sordi totali basato su un banco di filtri e raddrizzatori, culminante nella stimolazione tattile della mano.

[Riferimento a figura: FILTER BANK RECTIFIERS HEARING AID FOR THE TOTALLY DEAF] – (fr:2390)

L’esperienza già acquisita mostra che i pattern di un numero considerevole di parole sono sufficientemente distinti tra loro e consistenti tra diversi parlanti da essere riconosciuti senza un addestramento logopedico eccessivo. “We have gone far enough already to know that the patterns of a considerable number of words are sufficiently distinct from one another, and sufficiently consistent among a number of speakers, to be recognized without any great amount of speech training.” – (fr:2388) [Siamo già andati abbastanza avanti per sapere che i pattern di un considerevole numero di parole sono sufficientemente distinti l’uno dall’altro, e sufficientemente coerenti tra un certo numero di parlanti, da essere riconosciuti senza una grande quantità di addestramento al parlato.] Il futuro della ricerca, a questo punto, si concentra sull’addestramento approfondito dei sordomuti nel riconoscimento e nella riproduzione dei suoni, mentre sul versante ingegneristico il problema principale diventa l’aumento della portabilità dell’apparecchio.


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20 Dalla scacchiera automatica alla macchina che impara: gioco, apprendimento e un inquietante orizzonte militare

Con la macchina da scacchi l’autore non costruisce solo un giocattolo ingegnoso, ma introduce una classe di automi «dalle possibilità assai sinistre», la cui logica decisionale prefigura macchine in grado di valutare situazioni belliche.

Il brano si apre con un brusco cambio di tono. Fino a quel momento sono state descritte macchine che al grande pubblico appaiono moralmente indifferenti oppure «decisamente benéfiche per i mutilati»“Up to the present, we have been discussing machines which as far as the general public is concerned either seem to have some of the moral indifference of science or to be definitely beneficent aids to the maimed” – (fr:2394) [Finora abbiamo discusso macchine che, per il grande pubblico, sembrano possedere l’indifferenza morale della scienza oppure essere aiuti decisamente benéfici per i mutilati]. Adesso, invece, si entra nel territorio di un’altra classe di ordigni, “which possess some very sinister possibilities” – (fr:2395) [che possiedono alcune possibilità assai sinistre]. E, con una punta di ironia, si aggiunge che “curiously enough, this class contains the automatic chess-playing machine” – (fr:2396) [curiosamente, questa classe comprende la macchina automatica che gioca a scacchi]. La macchina da scacchi non è dunque un innocuo passatempo: è il cavallo di Troia di una riflessione molto più ampia.

L’autore ripercorre brevemente la storia dell’idea. Dopo aver ricordato che Edgar Allan Poe smascherò il famoso automa scacchistico di Maelzel, “showing that it was worked by a legless cripple inside” – (fr:2399) [mostrando che era azionato all’interno da uno storpio senza gambe], chiarisce che la sua proposta, al contrario, “was to be a genuine one, and was to take advantage of recent progress in computing machines” – (fr:2400) [doveva essere autentica e doveva avvalersi dei recenti progressi delle macchine calcolatrici]. Il problema è che giocare a scacchi perfetti è un’impresa disperata: “it is hopeless to try to make a machine to play perfect chess. For this there are too many combinations” – (fr:2401–2402) [è senza speranza provare a costruire una macchina che giochi a scacchi perfetti. Per questo ci sono troppe combinazioni]. La via praticabile è limitare lo sguardo, ad esempio a due mosse, e valutare la posizione finale con un metodo approssimativo. Lo afferma con precisione: “it is neither easy nor hopeless to make a machine which we can guarantee to do the best that can be done for a limited number of moves ahead, say two; and which will then leave itself in the position that is the most favorable in accordance with some more or less easy method of evaluation” – (fr:2404) [non è né facile né senza speranza costruire una macchina che possiamo garantire faccia il meglio possibile per un numero limitato di mosse in anticipo, diciamo due; e che poi si lasci nella posizione più favorevole secondo qualche metodo di valutazione più o meno semplice].

Il calcolatore ultrarapido del tempo può valutare tutte le possibilità per due mosse entro il tempo regolamentare di una singola mossa – “The speed of these modern computing machines is enough so that they can evaluate every possibility for two moves ahead in the legal playing-time of a single move” – (fr:2406) [La velocità di queste moderne macchine calcolatrici è sufficiente per poter valutare ogni possibilità per due mosse in anticipo nel tempo di gioco regolamentare di una singola mossa]. Ma appena si tenta di spingersi oltre, le combinazioni esplodono in progressione geometrica: “The number of combinations goes up roughly in geometrical progression. Thus the difference between playing out all possibilities for two moves and for three moves is enormous” – (fr:2407–2408) [Il numero di combinazioni cresce all’incirca in progressione geometrica. Così la differenza fra esaurire tutte le possibilità per due mosse e per tre mosse è enorme]. Giocare un’intera partita – una cinquantina di mosse – sarebbe “hopeless in any reasonable time” – (fr:2409) [senza speranza in un qualunque tempo ragionevole]; eppure von Neumann ha mostrato che per esseri abbastanza longevi sarebbe possibile, e una partita perfetta da entrambi i lati condurrebbe inevitabilmente o alla vittoria del Bianco, o a quella del Nero o, molto più probabilmente, a un pareggio – “a game played perfectly on each side would lead, as a foregone conclusion, either always to a win for White, or always to a win for Black, or most probably always to a draw” – (fr:2410) [una partita giocata perfettamente da entrambe le parti condurrebbe, come conclusione scontata, o sempre a una vittoria del Bianco, o sempre a una vittoria del Nero o, molto probabilmente, sempre a un pareggio].

La proposta concreta dell’autore viene perfezionata da Claude Shannon. La sua macchina a due mosse non si limita a contare pezzi, scacco e scaccomatto: “his evaluation of the final position after two moves would make allowances for the control of the board, for the mutual protection of the pieces, etc.” – (fr:2412) [la sua valutazione della posizione finale dopo due mosse terrebbe conto del controllo della scacchiera, della protezione reciproca dei pezzi, ecc.]. Inoltre, se dopo due mosse la posizione fosse instabile – per uno scacco, un pezzo importante in presa o una forchetta – “the mechanical player would automatically play a move or two ahead until stability should be reached” – (fr:2413) [il giocatore meccanico giocherebbe automaticamente una o due mosse in avanti fino a raggiungere la stabilità]. L’autore confessa di non sapere quanto questo rallenterebbe la partita fino a superare i limiti di tempo, ma è disposto a credere alla congettura di Shannon: una macchina del genere giocherebbe a un “high amateur level and even possibly of a master level” – (fr:2415) [livello amatoriale alto e forse perfino a un livello magistrale]. Il suo stile, tuttavia, sarebbe “stiff and rather uninteresting, but much safer than that of any human player” – (fr:2416) [rigido e piuttosto poco interessante, ma molto più sicuro di quello di qualunque giocatore umano]. Per evitare che venga battuta in modo sistematico da sequenze fisse, Shannon suggerisce di introdurre una dose di caso proprio nella valutazione delle posizioni terminali – “This chance or uncertainty may be built into the evaluation of terminal positions after two moves” – (fr:2418) [Questa casualità o incertezza può essere incorporata nella valutazione delle posizioni terminali dopo due mosse]. La macchina, infine, attingerebbe a un repertorio di gambetti e finali standard, proprio come un giocatore umano.

Il passo successivo sposta l’attenzione sulla capacità di imparare. Una macchina migliore, scrive Wiener, “would store on a tape every game it had ever played and would supplement the processes which we have already indicated by a search through all past games to find something apropos: in short, by the power of learning” – (fr:2420) [memorizzerebbe su nastro ogni partita giocata e integrerebbe i processi già indicati con una ricerca in tutte le partite passate per trovare qualcosa di appropriato: in breve, mediante la capacità di apprendimento]. La tecnica per costruire macchine che imparano è ancora imperfetta, e il tempo per una macchina da scacchi basata su principi di apprendimento non è ancora maturo, anche se probabilmente non lontano – “The time is not yet ripe for the design of a chess-playing machine on learning principles, although it probably does not lie very far in the future” – (fr:2422) [Il momento non è ancora maturo per progettare una macchina da scacchi su principi di apprendimento, benché probabilmente non sia molto lontano nel futuro]. Un simile automa manifesterebbe prestazioni strettamente dipendenti dalla qualità degli avversari contro cui è stato messo alla prova: “The best way to make a master machine would probably be to pit it against a wide variety of good chess players” – (fr:2424) [Il modo migliore per fabbricare una macchina maestra sarebbe probabilmente quello di farla competere con un’ampia varietà di buoni giocatori di scacchi], mentre “a well-contrived machine might be more or less ruined by the injudicious choice of its opponents” – (fr:2425) [una macchina ben congegnata potrebbe essere più o meno rovinata dalla scelta sconsiderata dei suoi avversari]. L’analogia è fulminea e icastica: “A horse is also ruined by the injudicious choice of its riders” – (fr:2426) [Anche un cavallo è rovinato dalla scelta sconsiderata dei suoi fantini].

Per governare l’apprendimento, Wiener introduce una distinzione concettuale fondamentale. La macchina può avere una preferenza statistica per un certo comportamento – che ammette comunque altre possibilità – oppure può avere tratti rigidamente e inalterabilmente determinati: “We shall call the first sort of determination preference, and the second sort of determination constraint” – (fr:2429) [Chiameremo il primo tipo di determinazione preferenza, e il secondo tipo di determinazione vincolo]. Se le regole degli scacchi non fossero costruite nella macchina come vincoli e le si desse la facoltà di imparare, essa “may change without notice from a chess-playing machine into a machine doing a totally different task” – (fr:2430) [potrebbe trasformarsi senza preavviso da macchina che gioca a scacchi in una macchina che svolge un compito del tutto diverso]. Al contrario, una macchina con le regole imposte come vincoli rimane comunque capace di apprendere tattiche e strategie.

L’interesse per gli automi scacchistici non è, per ammissione dell’autore, del tutto esente da narcisismo – “As an honest man, I cannot deny that a certain element of ostentatious narcissism is present in me, at least” – (fr:2434) [Da uomo onesto, non posso negare che in me sia presente, almeno, un certo elemento di ostentato narcisismo]. Tuttavia, la posta in gioco è più alta. Shannon ha indicato che queste ricerche potrebbero rappresentare “the first step in the construction of a machine to evaluate military situations and to determine the best move at any specific stage” – (fr:2437) [il primo passo nella costruzione di una macchina per valutare situazioni militari e determinare la mossa migliore in ogni fase specifica]. Ed è qui che il brano rivela la sua natura di testimonianza storica e di ammonimento: la macchina da scacchi non è un giocattolo, ma il prototipo di un decisore automatico da cui dipenderanno scelte belliche. Per questo l’autore chiude con una sentenza che non ammette leggerezza: “Let no man think that he is talking lightly” – (fr:2438) [Nessuno pensi che stia parlando con leggerezza].


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21 Variabilità umana, ortodossia e logica chiusa

Un’analisi della rigidità intellettuale attraverso il confronto tra gesuiti e comunismo, come monito contro il conformismo che soffoca la libertà interiore.

Norbert Wiener affida a queste pagine un’accorata difesa della variabilità e dell’integrità comunicativa dell’essere umano, viste come condizioni irrinunciabili di ogni autentico progresso. La libertà di adattarsi a ruoli molteplici – soldati quando servono soldati, santi quando servono santi – “It is to have the variability to fit into the world in more places than one, the variability which may lead us to have soldiers when we need soldiers, but which also leads us to have saints when we need saints” (fr:2563) [È possedere la variabilità per inserirsi nel mondo in più luoghi, la variabilità che può portarci ad avere soldati quando servono soldati, ma anche santi quando servono santi], e la possibilità di “test new opinions and to find which of them point somewhere, and which of them simply confuse us” (fr:2562) [sperimentare nuove opinioni e scoprire quali indichino una direzione e quali semplicemente ci confondano] rappresentano per Wiener l’essenza stessa della dignità umana. Proprio questa variabilità è oggi minacciata dalla tendenza a rannicchiarsi in un piano onnicomprensivo calato dall’alto: “It is precisely this variability and this communicative integrity of man which I find to be violated and crippled by the present tendency to huddle together according to a comprehensive prearranged plan, which is handed to us from above” (fr:2564). L’invito è a smettere di “kiss the whip that lashes us” (fr:2565) [baciare la frusta che ci sferza], perché le grandi stagioni intellettuali sono state possibili solo grazie a uomini disposti a difendere ideali e opinioni anche impopolari (fr:2566), mentre oggi un simile coraggio intellettuale latita in modo vistoso (fr:2567). Non è solo il timore di una persecuzione da parte dell’autorità a frenarci (fr:2568); ci inginocchiamo davanti a una paura ancora più grande, quella di “incurring the persecution implicit in being different from other people” (fr:2569) [incorrere nella persecuzione implicita nell’essere diversi dagli altri]. La crudeltà da scolari con cui il dissidente viene ridotto a un modello inerte ha ricevuto l’avallo di autorità che avrebbero dovuto superare da tempo questa fase adolescenziale malata (fr:2570). Se l’epoca presente vuole dare frutto e restare all’altezza della storia, bisogna opporsi alla “psychopathic compulsion to universal likeness” (fr:2571) [compulsione psicopatica all’uniformità universale].

A questa difesa della differenza si intreccia una riflessione sul rapporto tra amore per la verità e amore per la coerenza logica (fr:2572). Wiener riconosce che, a lungo andare, la verità o è coerente o ci resta impenetrabile (fr:2573), ma una visione coerente non caratterizza le prime fasi della penetrazione intellettuale in campi nuovi; essa appartiene semmai alla conquista finale, quando le alternative prima irrisolte vengono integrate in un insieme organizzato (fr:2574). Questo processo è esplicitamente accolto dal marxismo attraverso la dialettica hegeliana di tesi, antitesi e sintesi (fr:2575). L’onestà intellettuale impone di riconoscere ciò che nella scienza rimane ancora irrisolto – come le contraddizioni tra relatività e teoria quantistica (fr:2577) – e al tempo stesso di coltivare l’aspettativa che si possa trovare una conciliazione (fr:2578). Quando invece un movimento intellettuale si trasforma in propaganda religiosa militante, compare la spinta ad abbandonare le posizioni conoscitive imperfettamente difendibili, ritirandosi in un rituale dietro la sicurezza di una logica apparentemente inespugnabile: “This should be recognized as the step backward which it actually is” (fr:2579) [Questo va riconosciuto come il passo indietro che effettivamente è].

Due esempi emblematici di tale ricaduta sono l’Ordine dei Gesuiti e il Partito Comunista (fr:2580). Il cattolicesimo è, secondo Wiener, una religione intrinsecamente totalitaria (fr:2581), perché la pretesa di possedere le chiavi del Cielo e della Terra, ovvero di controllare l’unico accesso alla Salvezza, costituisce una rivendicazione totalitaria (fr:2582) che si fonda su una logica chiusa – nel caso della Chiesa, la logica aristotelica interpretata da san Tommaso d’Aquino (fr:2583-2584). Tuttavia la Chiesa è una casa dalle molte dimore (fr:2585); esistono vasti settori in cui lo slancio propagandistico non è in primo piano (fr:2586). L’Ordine gesuita, invece, è una sorta di Chiesa nella Chiesa (fr:2587), un ordine militare e militante nato in una Spagna ancora sotto la minaccia moresca, segnata dallo spirito della Jihad (fr:2588). La sua peculiarità risiede nella disciplina, nella logica e nell’uso della logica per “make the truth subservient to the will of the Church and of the Order” (fr:2591) [piegare la verità alla volontà della Chiesa e dell’Ordine]. Il suo grande contributo all’educazione è stato soprattutto un’educazione alla casistica – termine che Wiener usa senza intento denigratorio, perché è lo stesso adoperato dai gesuiti (fr:2592-2593). Essa consiste nel trattare i problemi morali attraverso casi singoli, trasformando la legge morale in un campo di combattimento simile al common law nei tribunali (fr:2595), e ha come strumento principale una logica rigorosa (fr:2596). A questo fervore militare, che ha generato eroi della Croce come san Francesco Saverio e Matteo Ricci, si affianca un superbo sistema organizzativo (fr:2597). Le relazioni dei gesuiti – paragonabili ai dispacci degli ambasciatori veneziani – non si limitano alla vita interna dell’ordine, ma coprono ogni fenomeno politico, militare o sociale rilevante per la Chiesa (fr:2598-2599); un dovere di cronaca che non lascia angolo d’immunità, proprio come oggi avviene per i dettagli della bomba atomica (fr:2600). Per l’Ordine e la Chiesa, le leggi ecclesiastiche trascendono e soppiantano quelle dei principi temporali (fr:2601).

Tutta questa descrizione, con puri cambiamenti verbali, si applica al Partito Comunista contemporaneo (fr:2602). I comunisti non si considerano servi di Dio, ma servi di una causa cui sono completamente devoti, ritenuta il dovere ultimo dell’umanità (fr:2603). Sono un ordine militare temprato da anni di rivoluzione sotterranea e guerre straniere, proprio come i gesuiti furono temprati dal conflitto perenne con i Mori (fr:2604). Non conoscono pietà nel perseguire i loro fini più di quanta ne conoscesse il gesuita nella sua opera di salvezza; non risparmiano se stessi e non risparmieranno gli altri (fr:2605-2606). La loro logica rappresenta una fortezza centrale del credo esattamente come la logica di san Tommaso per la Chiesa, ma si tratta della logica di Hegel interpretata da Karl Marx, e non di quella tomista (fr:2607-2608). Anche là dove tale logica suggerisce un’interazione e una modifica delle idee scientifiche nel corso della loro storia interna, essa rimane un punto dottrinale intoccabile (fr:2609). Infine, i comunisti dispongono di un sistema di rapporti e relazioni dettagliato e rigoroso quanto quello dei gesuiti (fr:2610).

Un curioso esempio del desiderio sovietico di coerenza emerge a proposito dello spionaggio e del tradimento (fr:2611). I paesi occidentali hanno una morale molto doppia in materia (fr:2612). Ogni quartier generale militare e ogni ministero degli Esteri, compresi i nostri, fanno abitualmente uso di personaggi squallidi disposti a rivelare segreti altrui per dispetto o denaro (fr:2613); ogni grande nazione mantiene ufficiali all’estero con il compito di riferire proprio le cose che il paese ospitante tiene più nascoste (fr:2614). Tutto ciò è necessario, data la realtà del mondo (fr:2616), ma se ne parla sottovoce per non urtare le suscettibilità del buon cittadino (fr:2617). Si finge che lo spionaggio non esista, o almeno che sia opera solo di stranieri sporchi mentre noi abbiamo le mani pulite (fr:2618). È un’ipocrisia probabilmente indispensabile, senza la quale i cittadini sprofonderebbero in un clima di intrigo e cinismo (fr:2619). La Russia rifiuta questa ipocrisia e non fa mistero della sua politica di spionaggio (fr:2620), pretendendo che i membri del Partito le trasferiscano ogni informazione vitale per la sua sopravvivenza (fr:2621). In fondo, questo non differisce da quanto avviene nelle relazioni di alcuni ordini religiosi; ma nel nostro paese siamo allertati sui pericoli del comunismo e ancora relativamente indifferenti alle possibilità politiche della Chiesa (fr:2622), possibilità che in alcune sedi importanti sono già venute alla luce – Wiener cita la sorte delle leggi sulla contraccezione in Massachusetts e la concentrazione dei «grandi cannoni» ecclesiastici contro la signora Roosevelt, con la conseguente fredda inquisizione (fr:2623-2624). Pur senza voler difendere i traditori e chi vende documenti segreti (fr:2625), egli dichiara di odiare l’intera atmosfera da guardie e ladri che sta cancellando la decenza della vita nazionale, e non crede che tutti gli attacchi contro presunte spie siano fondati sui fatti (fr:2626-2627). In quel paragrafo intende piuttosto liberare la questione dall’atmosfera della caccia che la offusca (fr:2628).

Tornando al confronto tra gli atteggiamenti di gesuiti e comunisti, specialmente in rapporto alla scienza (fr:2629), Wiener ricorda infine che, quando nessun punto dottrinale è in gioco, i gesuiti vantano una lunga e onorevole tradizione di realizzazioni scientifiche (fr:2630). La chiusura totalitaria non è perciò un attributo uniforme, ma dipende dalla pretesa di serrare ogni verità dentro una cittadella logica al servizio di un fine ultimo, che esso sia chiamato Salvezza o Rivoluzione.


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22 Le voci della rigidità: Chiesa, Partito e la deriva totalitaria della scienza

L’analisi di Wiener svela come le istituzioni, nate dalla fede o dalla rivoluzione, degenerino verso il totalitarismo quando scambiano la purezza delle origini con il potere amministrativo, un destino che accomuna Chiesa, Comunismo e, in una forma più sterile, l’America del dopoguerra.

Il testo analizza le dinamiche del totalitarismo ideologico nel secondo dopoguerra, individuando nel dogmatismo un male che affligge tanto il blocco sovietico quanto le democrazie occidentali. Wiener parte dalla constatazione che per uno scienziato russo i contatti con l’estero sono diventati pericolosi, poiché lo Stato ha stabilito un’opinione ortodossa su questioni come la teoria genetica dell’ereditarietà, la teoria quantistica, la relatività e la natura della matematica, deviare dalla quale comporta un rischio personale estremo: “Worst of all, matters such as the gene theory of inheritance, the quantum theory, relativity, and various logical theories as to the nature of mathematics, have come within the cognizance of the Russian Government, as questions concerning which the State has an orthodox opinion, which the individual will fail to follow only at his own peril” – (fr:2643) [La cosa peggiore è che questioni come la teoria genetica dell’ereditarietà, la teoria quantistica, la relatività e varie teorie logiche sulla natura della matematica sono entrate nella sfera di competenza del Governo russo, come questioni sulle quali lo Stato ha un’opinione ortodossa, che l’individuo mancherà di seguire solo a proprio rischio e pericolo].

Spostando lo sguardo sull’Occidente, l’atteggiamento dell’Europa occidentale è descritto come confuso e incline a seguire la guida degli Stati Uniti o della Russia. Esiste un ampio gruppo intermedio di intellettuali socialisti non allineati al comunismo, ma questa via mediana è sotto attacco su entrambi i fronti: “This middle group is at present fighting a losing battle on both fronts: against the antagonism of Russia, and against the American desire to discredit the slightest coloring of socialism” – (fr:2647). I veri centri compatti dell’opposizione all’Unione Sovietica sono identificati negli Stati Uniti e nella Città del Vaticano: “It is only in America and in Vatican City that one meets the compact headquarters of the real forces antagonistic to the Soviet Union of the present day” – (fr:2648).

La Chiesa cattolica è descritta senza ambiguità come una struttura intrinsecamente totalitaria. La sua pretesa di universalità è riassunta dal motto “Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus” – (fr:2651) [Ciò che è stato creduto sempre, dovunque e da tutti], parole che, per Wiener, sopportano solo un’interpretazione totalitaria. La Chiesa è paziente e pronta a compromessi tattici, ma “in the long run the Church will accept nothing less than the whole loaf” – (fr:2653) [alla lunga la Chiesa non accetterà niente di meno che la pagnotta intera]. Essa si considera l’unico canale di accesso alla Salvezza e alla Presenza di Dio, e non rinnegherà mai l’Inquisizione, poiché “when it regards heresy as treason to God, and the greatest of all sins?” – (fr:2658) [quando considera l’eresia come tradimento verso Dio e il più grande di tutti i peccati?]. L’Inquisizione, la Scomunica e l’Interdetto restano frecce nella sua faretra, e solo di recente la freccia della Scomunica è stata incoccata sull’arco.

Wiener precisa che questa analisi non nasce da ostilità specifica verso il cattolicesimo. Piuttosto, la Chiesa di Roma mostra al massimo grado le caratteristiche di ogni organizzazione ecclesiastica con pretese totalitarie. Pochissime chiese cristiane rinunciano in linea di principio alla propria universalità, incompatibilità con altre religioni e alla completa, indiscussa rettitudine dei propri dogmi. Questi tratti non sono però necessari alla religione in sé: essi si dissolvono nel sincretismo orientale, dove un cinese può essere confuciano, buddhista e taoista insieme, e svaniscono nell’Unitarianismo e nella Società degli Amici.

L’analisi si approfondisce con la distinzione cruciale tra la Chiesa dei Santi e la Chiesa dei Vescovi. Finché la Chiesa possiede solo potere morale e l’appartenenza implica la contemplazione della sofferenza personale e del martirio, non ha bisogno di avanzare pretese al di fuori del proprio gruppo. La deriva totalitaria inizia quando il successore di Pietro scende a patti con Cesare, diventando un funzionario di un ordine pubblico parallelo allo Stato e condividendone le funzioni: in quel momento la Chiesa diventa un’organizzazione che offre avanzamento di carriera. Per sopravvivere, deve prendere molto sul serio il proprio dovere di sopravvivenza, e “the path to totalitarianism is short indeed” – (fr:2671) [il cammino verso il totalitarismo è davvero breve]. Il Vescovo deve presumere l’universalità della sua organizzazione e che non ci sia Salvezza al di fuori di essa. Per questo nulla è più fastidioso per un Vescovo di un Santo nella sua diocesi. Il Santo, per sua natura, rivendica una relazione diretta con Dio che scavalca l’autorità della Chiesa: “This relation by-passes the authority of the Church, even when it does not contravene it” – (fr:2675). C’è nella santità personale un atto di scelta, e non a caso “the word heresy is nothing but the Greek word for choice” – (fr:2676) [la parola eresia non è altro che la parola greca per scelta].

Questa dinamica tra purezza originaria e amministrazione del potere viene applicata direttamente alla scienza moderna. Wiener riporta un’osservazione di John von Neumann: nella scienza contemporanea l’era della chiesa primitiva sta passando, e l’era del Vescovo è su di noi. I direttori dei grandi laboratori somigliano a Vescovi, associati con i potenti e soggetti ai peccati carnali dell’orgoglio e della brama di potere. Al contrario, lo scienziato indipendente che meriti la minima considerazione possiede una consacrazione che viene interamente da dentro di sé: una vocazione che richiede la possibilità di un supremo sacrificio di sé. Storicamente, osserva Wiener, il Vescovo non è solo l’uomo del pastorale ma anche l’uomo della mazza. Non dovrebbe versare sangue, ma interpreta questo precetto in modo non così stretto da impedirgli di spargere cervella. Gli esempi storici dell’arcivescovo Turpino nella Chanson de Roland e di Oddone di Bayeux ad Hastings confermano che il Vescovo non è sempre uomo di pace.

Lo stesso schema si applica al Comunismo. I rivoluzionari russi, nonostante la violenza e l’intenzione di rovesciare le istituzioni esistenti, erano uomini di grande coraggio e grande sofferenza. Quasi nessuno dei vecchi comunisti sopravvisse alla rivoluzione per più di un decennio, consumato dalle privazioni. Erano spesso uomini di cultura, anche se con un punto di vista limitato e bigotto. Si era sperato che, dopo un periodo di riorganizzazione, la rigidità comunista si sarebbe dissipata, ma nel mondo di conflitti del dopoguerra il trend verso il liberalismo è apparso invertito. La nuova generazione di leader comunisti ha sostituito l’insurrezione delle origini con la rigidità del grande amministratore.

La somiglianza tra Chiesa e Soviet non sorprende: una lotta espone entrambe le parti allo stesso campo di combattimento e alle stesse durezze, finendo per renderle molto simili, e questa somiglianza è più probabile che appaia nei vizi che nelle virtù. “The Christianity of the Spaniard, as we have said, has much in common with the Islam of the Moor” – (fr:2695) [Il Cristianesimo dello Spagnolo, come abbiamo detto, ha molto in comune con l’Islam del Moro]. Le fiamme dell’Inquisizione bruciano di nuovo nel rogo su cui Calvino condannò Serveto. Il commissario comunista e il superiore gesuita sono fratelli, anche se uno invoca Cristo e l’altro proclama il nuovo Azan: “There is no God, and Marx is His Prophet!” – (fr:2697) [Non c’è Dio, e Marx è il Suo Profeta!].

Wiener conclude che la libertà di opinione viene schiacciata tra le due rigidità della Chiesa e del Partito Comunista, ma negli Stati Uniti si sta sviluppando una nuova rigidità che combina i metodi di entrambi senza il fervore emotivo di nessuno dei due. I conservatori di ogni sfumatura si sono uniti per rendere supremo il capitalismo americano e la quinta libertà dell’uomo d’affari in tutto il mondo. I militari e i grandi mercanti hanno guardato alla tecnica propagandistica russa trovandola buona, e hanno trovato nell’FBI un degno contraltare del GPU nel suo nuovo ruolo di censore politico. Tuttavia, non hanno considerato che queste armi sono fondamentalmente disgustose per l’umanità e richiedono la piena forza di una fede travolgente per essere anche solo tollerabili. Questa fede non hanno mai cercato di sostituirla. Sono così risultati infedeli alla parte più cara delle tradizioni americane, senza offrire alcun principio per cui valga la pena morire, se non un mero odio negativo per il comunismo. “They have succeeded in being un-American without being radical” – (fr:2706) [Sono riusciti a essere antiamericani senza essere radicali]. A questo scopo è stata inventata una nuova inquisizione, quella dei giuramenti per gli insegnanti e delle Commissioni del Congresso. Si è sintetizzata una nuova propaganda a cui manca un solo elemento comune alla Chiesa e al Partito Comunista: l’elemento della Fede. Si sono accettati i metodi, non gli ideali, dei possibili antagonisti, senza rendersi conto che sono gli ideali ad aver dato ai metodi la loro forza. La frase finale è un atto d’accusa fulminante: “Ourselves without faith, we presume to punish heresy” – (fr:2710) [Noi, senza fede, pretendiamo di punire l’eresia].


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