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WB - When Things Fall Apart - 2002 | L


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[1.1-101]

1 Quando le cose vanno in pezzi: studi qualitativi sulla povertà nell’ex Unione Sovietica

Indagine sui vissuti delle persone nei paesi post-sovietici

Si presenta una raccolta di studi qualitativi sulla povertà nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica durante la transizione. Il volume si propone di integrare le analisi quantitative con una prospettiva che consideri “la povertà in termini di esperienza umana” [14], dando voce diretta ai poveri. Si discute l’importanza metodologica di questo approccio, poiché “l’analisi della povertà ha bisogno sia di metodologie quantitative che qualitative” [22] per essere completa. Il libro documenta le storie di “persone reali” [31] in otto paesi, esplorando le cause della povertà e “i motivi per cui la transizione ha avuto effetti così devastanti” [32]. L’obiettivo è che questa analisi qualitativa, combinata con quelle quantitative, possa aiutare i policymaker “a progettare meglio la fase successiva della transizione” [33]. Il volume include capitoli specifici su paesi come la Repubblica del Kirghizistan, il Tagikistan, l’Uzbekistan, l’Armenia, la Georgia, l’Ucraina, la Moldova e la Lettonia.


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[2.1-43]

2 Studi qualitativi sulla povertà nell’ex Unione Sovietica

Raccolta di ricerche su dinamiche, percezioni e politiche della povertà post-sovietica.

Presentazione di una serie di studi qualitativi sulla povertà condotti dalla Banca Mondiale a partire dal 1993 in diverse repubbliche dell’ex Unione Sovietica (FSU), come Armenia, Georgia, Kirghizistan e Ucraina [128]. Il volume risponde all’esigenza di un approccio che possa “illuminare e arricchire i dati derivati da indagini quantitative sulla povertà” utilizzando metodi quali interviste approfondite e discussioni di gruppo [129]. Gli studi evidenziano aspetti dinamici della povertà, la sua interazione con genere, età ed etnia [131], e approfondiscono la comprensione di “come le persone povere in questi paesi vivono, spiegano e affrontano le loro nuove circostanze” [132]. Vengono identificati barriere culturali e amministrative all’accesso ai servizi [132] e si sottolineano le dimensioni psicologiche, incluso “il crollo di valori e credenze che ha accompagnato l’aumento della povertà” [133].

Si discute del contesto storico del crollo delle economie pianificate nel 1991 e delle successive difficoltà, nonostante le iniziali speranze [135]. Il rapido crollo della produzione ha portato a “un drammatico aumento della povertà” [136], trend difficile da invertire [137]. Viene citato un rapporto che stima come nel 1998 “una persona su cinque nei paesi in transizione dell’Europa e dell’Asia centrale sopravvivesse con meno di 2,15 dollari USA al giorno” [142]. La povertà nella FSU presenta caratteristiche insolite, come un legame più debole con la mancanza di istruzione [144] e con la disoccupazione, a causa di salari molto bassi e pagati in ritardo [145].

Si tratta degli effetti del crollo sui servizi e le infrastrutture [148], delle barriere economiche e delle richieste di pagamenti informali per l’accesso ai servizi [149]. La povertà ha contribuito a “un profondo cambiamento nei valori e nelle percezioni delle persone sulla realtà economica e sociale” [150], colpendo individui precedentemente ben integrati nella società [151]. Questo sconvolgimento, unito alla ristrutturazione degli stati-nazione [154] e ai conflitti armati [155], ha generato un enorme stress sociale, con aumenti di “suicidio, alcolismo, abuso di droghe e criminalità” [156]. Infine, l’aumento della povertà e le istituzioni deboli hanno indebolito la coesione sociale, mettendo a rischio di esclusione gruppi come anziani soli, donne capofamiglia e rifugiati [158][159].

Il volume è strutturato in cinque parti, iniziando con capitoli su metodologia e risultati chiave [160][161], seguiti da sezioni dedicate a specifiche regioni della FSU [164].


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[3.1-45]

3 Metodi qualitativi nella ricerca sulla povertà

Uno sguardo contestuale per integrare le misurazioni quantitative

Si presentano le caratteristiche e l’utilità dei metodi di ricerca qualitativa nello studio della povertà, in particolare per integrare i dati quantitativi in contesti di rapido cambiamento. Negli ultimi anni si è affermato un consenso sul fatto che la povertà sia “un fenomeno multidimensionale che non è adeguatamente colto dalle misurazioni del reddito o della spesa” [348]. L’ampliamento del concetto per includere “vulnerabilità, isolamento sociale, insicurezza e mancanza di voce” ha aumentato la domanda di “un più ampio ventaglio di metodi qualitativi e quantitativi” [349]. L’uso di questi strumenti è particolarmente urgente “nelle società in transizione dalla pianificazione centralizzata socialista”, dove la rapidità del cambiamento può minare l’affidabilità delle categorie usate nei sondaggi [353].

Si discute dei vantaggi comparati e dei limiti dei due approcci, di questioni di rappresentatività e validità, e di come i metodi qualitativi siano stati impiegati negli studi del volume [354]. Una loro caratteristica chiave è la “messa a fuoco sulla comprensione del comportamento umano nel suo contesto sociale, culturale, politico ed economico” [357]. Metodi come quelli etnografici e partecipativi possono essere più “contestuali” dei sondaggi su larga scala [358], anche se i risultati possono essere più difficili da generalizzare a un intero paese [359]. Tuttavia, con una selezione accurata, possono produrre “risultati con implicazioni significative per le politiche” [360].

Ci si sofferma sulla questione della validità nella ricerca qualitativa. Sebbene molti ricercatori evitino assunzioni positiviste estreme, presuppongono “una comprensione sociale condivisa della realtà rispetto alla quale la validità descrittiva di un resoconto può essere valutata” [363]. L’obiettivo di rappresentare accuratamente esperienze e percezioni solleva la questione della “validità interpretativa”, che i ricercatori affrontano spesso basando i resoconti sulle “parole e i concetti reali delle persone studiate” [365]. Un’altra riserva frequente riguarda la generalizzabilità: gran parte della ricerca qualitativa non mira a “risultati che possano essere applicati immediatamente a una popolazione più ampia” (generalizzabilità esterna) [366], ma piuttosto a “sviluppare una teoria su come i processi sociali osservati possano spiegare persone o situazioni simili” [367].

[3.2-45]

4 Complementarità dei metodi qualitativi e quantitativi nella ricerca sulla povertà

Strumenti, campionamento e integrazione per politiche informate

Si discute del ruolo complementare dei metodi di ricerca qualitativi e quantitativi nello studio della povertà e nella definizione delle politiche. Si presenta la necessità di strumenti qualitativi per comprendere valori locali, norme sociali e reti, dati essenziali per politiche regionali, mentre i sondaggi su larga scala sono più adatti a livello nazionale [369-370]. Tuttavia, anche a questo livello, gli studi qualitativi possono integrare la ricerca quantitativa generando ipotesi, spiegando anomalie e illustrando casi concreti [371]. Si tratta del campionamento intenzionale (purposive), tipico della ricerca qualitativa, che, se ben condotto, include variazione nei fenomeni studiati, ma può introdurre bias [372-373]. A volte l’analisi si concentra sugli outlier per capire le deviazioni dagli schemi usuali [374]. L’efficacia di entrambi i metodi dipende dalla qualità degli strumenti e delle competenze degli intervistatori, con una dipendenza forse maggiore per i metodi qualitativi data la loro flessibilità intrinseca [375-376].

La complementarità si esplica in diverse sequenze: i metodi qualitativi possono sviluppare ipotesi, affinare i sondaggi quantitativi o spiegare anomalie nei loro risultati, mentre i quantitativi possono determinare l’estensione dei risultati qualitativi a popolazioni più ampie [377-379]. Per influenzare le politiche sociali, l’ideale è combinare numeri, per definire portata e schemi di un problema, e una storia, per illustrarne la manifestazione nella vita quotidiana [380]. Un punto di forza qualitativo è permettere ai soggetti stessi di “sfidare e rivedere le categorie d’indagine” [381], a differenza dei sondaggi quantitativi a domande chiuse che precludono contestualizzazioni [382-383]. Ciò è cruciale in regioni volatili e poco studiate, come l’Europa dell’Est e gli Stati successori dell’URSS (FSU), dove lavori qualitativi preliminari possono fornire formulazioni più sensibili al contesto [384-385]. Ad esempio, hanno mostrato come le strategie locali e gli adattamenti alla povertà abbiano ridefinito il concetto di “famiglia”, rendendo inaffidabili le risposte su reddito e spese, e come la definizione stessa di “occupazione” sia in discussione, poiché molti nel settore informale si dichiarano “disoccupati” equiparando il “vero” lavoro a quello statale [386-388].

I metodi qualitativi permettono ai soggetti di introdurre questioni sconosciute ai ricercatori, come l’aspetto esperienziale della povertà, tra cui “profonda umiliazione e vergogna”, importante per analizzare le risposte delle persone alla loro situazione [389-390]. Danno inoltre libertà di introdurre nuovi temi, fornendo informazioni sulle strategie di coping con la povertà [391]. La loro capacità di far luce sulle relazioni tra comportamenti e sulla causalità è pratica, poiché incoraggiano le persone a spiegare il ragionamento dietro le proprie decisioni, a differenza delle risposte troppo generali alle domande “perché” nei sondaggi quantitativi [392-393]. Sono essenziali per cogliere i processi e i dettagli su come le persone perseguono obiettivi o superano ostacoli [394]. Il campione ridotto e la metodologia di caso studio permettono un sondaggio delicato per raggiungere una realtà complessa sottostante alla risposta iniziale [395]. Nel contesto post-sovietico, interviste approfondite hanno rivelato che la riluttanza a lasciare lavori statali non pagati era legata a benefici non salariali, come status sociale, autostima e supporto informativo del collettivo di lavoro [396]. Forniscono una descrizione contestualizzata di atteggiamenti e comportamenti che aiutano a capire risposte inattese a certi eventi [397]. Ad esempio, in villaggi armeni, interviste aperte hanno rivelato che, nonostante un’etica di reciprocità, gli anziani con figli adulti erano meno assistiti, ritenendosi responsabilità dei figli, e che alcune persone, come una coppia disabile, erano viste come “non meritevoli” di aiuto [398-400].

Possono inoltre ottenere informazioni su comportamenti che violano norme sociali o leggi, come corruzione, prostituzione o contrabbando [401]. Ottenere tali dati dipende dal campionamento intenzionale, che beneficia di introduzioni personali, relazioni di fiducia, scelta accurata di informatori “esperti” e del rapport costruito in interviste poco strutturate e prolungate [402]. Queste hanno prodotto informazioni significative su diverse forme di corruzione, incluso il ruolo delle “connessioni” [403].

I metodi qualitativi si basano sull’assunzione che la realtà sia socialmente costruita attraverso comunicazione e negoziazione continua, e che ogni membro della comunità possieda importante conoscenza locale [404]. Poiché questa conoscenza evolve costantemente, è realistico attendersi un ventaglio di opinioni piuttosto che un accordo completo sulla “realtà” [405]. Questa assunzione plasma fortemente la metodologia. Il campionamento intenzionale permette anche di costruire un quadro migliore delle relazioni sociali locali selezionando ulteriori intervistati sulla base di un’intervista data. Un’altra importante premessa è che le percezioni influenzano il comportamento [406]. Data la natura applicata e a breve termine della ricerca sulla povertà, che non permette osservazione partecipante estesa, gli studi spesso si affidano a team misti di esterni (meno inclini a dare per scontate le pratiche locali) e interni (che condividono preoccupazioni locali, comprendono modi culturalmente appropriati per avvicinare le comunità e porre domande, e possono interpretare le risposte) [406]. Gli intervistatori locali sono in una posizione migliore per sondare, poiché più abili degli esterni nell’identificare risposte incomplete, ambigue, contraddittorie o elusive, e nel condividere le proprie esperienze per stimolare uno scambio più libero di informazioni [406-407]. Possono anche giudicare meglio la posizione sociale relativa di una famiglia, notando dettagli significativi come il marchio di un televisore [408-409].

I metodi principali includono discussioni, in particolare sotto forma di interviste semistrutturate individuali, familiari e con “esperti” [409]. La natura semistrutturata dell’intervista indirizza vagamente la conversazione verso temi centrali della ricerca, ma permette agli informatori di sollevare nuove questioni o sfidare le stesse premesse delle domande [410]. Anche l’ordine in cui un informatore affronta i temi può fornire dati utili sulle sue priorità relative [411]. Le interviste familiari forniscono una ricchezza di dati su come diversi membri sperimentano o affrontano la povertà, mentre le osservazioni delle interazioni tra familiari o vicini offrono informazioni sulle ramificazioni psicologiche o sociali della povertà (come la mancanza di privacy o le tensioni domestiche) che i rispondenti potrebbero non volere o non essere in grado di discutere [412]. Sono anche una fonte ricca di dati sulle dinamiche intra-familiari e interpersonali e sulle norme che governano, ad esempio, le relazioni tra i sessi o tra le generazioni [413].

[3.3-85]

5 Metodi di ricerca qualitativa per lo studio della povertà

Interviste aperte, discussioni di gruppo e osservazione come finestra sulla realtà sociale.

Si presenta l’implementazione di metodi di ricerca qualitativa in una serie di studi sulla povertà nei paesi post-sovietici. Le tecniche principali utilizzate sono state “interviste aperte (con individui, famiglie ed esperti locali o internazionali), discussioni di gruppo a focalizzazione (focus group) e osservazione” [425]. Ogni informante è considerato un esperto della propria realtà, sebbene venga fatta una distinzione con gli “specialisti locali o esperti socialmente riconosciuti” [416] che possono offrire una prospettiva più ampia. I focus group si sono rivelati utili per “valutare e caratterizzare rapidamente interessi, bisogni e preoccupazioni specifici di un gruppo” [417] e per rivelare i parametri di un problema. L’osservazione delle condizioni di vita e delle interazioni sociali durante gli incontri fungeva da controllo di validità, poiché poteva “aggiungere, corroborare o in alcuni casi mettere in dubbio ciò che le persone dicono” [421] sulle loro strategie di sopravvivenza.

Il campionamento è stato di tipo intenzionale (purposive), con l’obiettivo di includere principalmente persone povere, rappresentando “una gamma di tipi di famiglia, una rappresentanza equilibrata di età e di entrambi i sessi, un’ampia gamma di background educativi e professioni” [437] e diversità geografiche. La selezione dei partecipanti combinava varie fonti, inclusi elenchi di assistenza sociale e il metodo “a valanga (snowball sampling)” [443]. Grande importanza è stata data alla competenza linguistica e culturale degli intervistatori per facilitare il rapporto con gli intervistati, ad esempio reclutandoli localmente. Le guide per le interviste, preparate inizialmente dai ricercatori principali e riviste con ricercatori locali, delineavano aree di indagine come “percezioni della povertà, accesso ai servizi sanitari e scolastici, il ruolo delle organizzazioni non governative (ONG)” [427], ma agli intervistatori era lasciata libertà nell’ordine e nell’approfondimento delle domande.

Le interviste individuali si sono dimostrate particolarmente utili per ottenere “resoconti dettagliati e concreti dell’esperienza delle persone, nonché per collegare i loro comportamenti alle particolari strategie che escogitavano” [430]. I focus group, invece, sono stati più efficaci nel “sollecitare atteggiamenti verso certi aspetti della povertà, esperienze generali con la fornitura di servizi sociali e opinioni sulle riforme in corso” [431], soprattutto laddove le persone erano restie a condividere esperienze personali davanti ai pari. I risultati di queste discussioni venivano poi utilizzati per rivedere la guida alle interviste. Gli studi si sono avvalsi ampiamente della conoscenza degli intervistatori locali per la scelta dei siti e per integrare le informazioni. I team di ricerca, provenienti da diverse discipline, hanno ricevuto formazione specifica. La validità dei rapporti finali si basa sulla competenza dei ricercatori e sull’uso di “dati provenienti da una varietà di altre fonti per confermare o smentire ipotesi e conclusioni” [454].


[4]

[4.1-25]

6 Povertà e disoccupazione femminile in Kirghizistan

Impatto della privatizzazione e ricerca di assistenza

Si presenta la situazione delle donne disoccupate nella Repubblica Kirghiza, sia nelle aree rurali che urbane, durante un periodo di crisi economica e transizione. Nelle campagne, la privatizzazione delle fattorie collettive ha lasciato molte donne senza lavoro e senza reti di supporto: “The unemployed rural women seemed the least informed about the economic changes under way in the country” [689]. Esse erano psicologicamente ed economicamente impreparate al cambiamento “how unready they had been, psychologically and economically, for privatization of the collective farms” [692] e preferivano il modello collettivo, poiché “they had worked hard, but many of their daily concerns had been taken саге of” [695]. Un sociologo kirghiso osserva che “The liquidation of collective farms is the reason so many rural women are unemployed” [696].

Nelle aree urbane, come Bishkek, la disoccupazione femminile era dilagante “female unemployment had become rampant” [698] e le donne risultavano più propense a utilizzare i servizi per l’impiego rispetto agli uomini “unemployed urban women seemed… more likely to utilize assistance from employment services” [700]. I dati mostrano un accesso differenziato a tali servizi tra le regioni (oblast’) [705] e una variazione nelle richieste di sussidi di disoccupazione [706]. Il gruppo più colpito era costituito da giovani donne tra i 17 e i 30 anni, spesso prive di esperienza e connessioni “They often lacked experience and connections that might lead them to other jobs” [707], alcune delle quali consideravano attività di piccola impresa o prostituzione “many talked about getting involved in small business ventures, including prostitution” [708]. Una studentessa di sociologia segnala i giovani come “The most vulnerable group” [709]. Vengono citate anche le difficoltà delle giovani madri licenziate durante il congedo di maternità [709] e il fenomeno delle mogli lasciate sole mentre i mariti migrano per lavoro [710].


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[5.1-50]

7 Tra guerra civile e riforma fondiaria: i più poveri dei poveri in Tagikistan

Uno studio sul campo del 1996 sulla povertà estrema e gli effetti della guerra.

Si presenta uno studio di valutazione sociale condotto nel 1996 in Tagikistan per informare un progetto pilota di riduzione della povertà, con l’obiettivo di “scalare i programmi esistenti contro la povertà delle ONG internazionali e istituire un Fondo per gli Investimenti Sociali” [1020]. La ricerca, parte di una valutazione sociale per fornire informazioni ai decisori [1021], coinvolse un team di scienziati sociali locali e operatori addestrati in tecniche di valutazione rapida partecipativa, che operò in nove siti tra maggio e giugno 1996 [1022].

La valutazione sociale “trovò una povertà profonda e enormi iniquità nella privatizzazione” [1023]. La maggior parte delle famiglie era stata colpita duramente dalla crisi, poiché la guerra “aveva distrutto migliaia di case, bestiame e raccolti e aveva limitato l’accesso ai mercati” [1025]. Le persone affrontavano “insicurezza, drammatiche iniquità e illegalità” mentre i gruppi localisti al potere sfruttavano le loro posizioni [1026]. Il contesto era segnato da una guerra civile che “aveva ucciso 000 persone tra l’ottobre 1992 e il maggio 1993 e creato 000 rifugiati” [1027]. Il Tagikistan era già “il più povero delle ex repubbliche sovietiche” prima del conflitto, e dopo l’indipendenza nel 1991 affrontava il compito di costruire uno stato-nazione in condizioni di povertà diffusa e lotta di potere [1027]. Le rivalità tra clan localisti, emerse dalla strategia del divide et impera degli imperi russo e sovietico, furono cause profonde della guerra [1028].

Il lavoro sul campo, limitato per la regione di Gharm a interviste con viaggiatori a Dushanbe a causa del controllo dell’opposizione e della pericolosità dell’area [1039], rivelò una stratificazione sociale della povertà, “drammatica ma molto variabile a seconda della regione” [1049]. Nelle zone di guerra si menzionavano “bambini morti, sorelle e figlie violentate in stato catatonico nelle stanze sul retro, e mariti che osavano venire nei villaggi solo di notte per paura di essere uccisi dai vicini” [1050]. A Gharm i campi erano incolti a causa delle mine [1051] e le forze sia dell’opposizione che nazionali estorcevano beni e tangenti alle attività locali [1053]. Nell’est del Khatlon, i poveri erano “sistematicamente esclusi dalla privatizzazione della terra a causa delle fedeltà localiste e di leggi confuse sulla privatizzazione” [1054]. Nelle zone colpite, una famiglia tipica, un tempo con bestiame e un orto, era caduta in povertà: “Oggi hanno una mucca e una casa distrutta. Hanno venduto tutto in casa, comprese le assi del pavimento di legno, per comprare farina” [1061].

Lo studio evidenziò come ufficiali e residenti fossero riluttanti ad ammettere la stratificazione sociale, affermando spesso: “Siamo tutti poveri” [1044]. I criteri locali per valutare il benessere includevano la capacità di soddisfare i bisogni di base (cibo, riparo, vestiario, cure sanitarie d’emergenza) [1046] e le risorse lavorative, i beni, l’accesso ad altri asset produttivi, un impiego salariato e i legami con i clan localisti al potere [1047]. I risultati indicavano che i livelli di reddito e patrimonio non erano visti come l’unico indicatore; in un periodo di grave instabilità, si dava valore al “potenziale della famiglia di produrre (grazie alla manodopera disponibile, ai beni, all’occupazione e alle connessioni sociali) come indicatore di una vulnerabilità ridotta e di un miglior benessere futuro” [1048].


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[6.1-64]

8 Tra le frasi 1065 e 1128: Condizioni di vita e stratificazione sociale nel Tagikistan post-bellico

Povertà, clan locali e lotta per le risorse di base

Si presenta un quadro delle condizioni di vita e della stratificazione sociale in Tagikistan dopo la guerra civile, basato su casi studio. Le famiglie a maggior rischio erano quelle “guidate da donne; giovani genitori con figli piccoli; famiglie con molti figli piccoli e senza figli maschi adulti” e altre con redditi bassi o nulli [1068]. Una famiglia media, con almeno due uomini lavoratori e bestiame, riusciva a soddisfare i bisogni primari ma viveva “nella paura della corruzione, dell’insicurezza e delle fluttuazioni del mercato” [1069, 1073]. I benestanti, spesso legati a “clan localisti patriarcali”, controllavano l’accesso a impieghi e risorse [1081, 1083]. Durante le privatizzazioni, “i membri dei clan al governo hanno favorito sé stessi e i loro parenti” [1090], lasciando in svantaggio comunità considerate estranee, come gli abitanti di Galadzor, ai quali furono date solo “poche centesimi di ettaro di vigneti” mentre i leader ottenevano centinaia di ettari [1098, 1095]. I poveri non riuscivano a soddisfare i bisogni di base [1104]. Il cibo scarseggiava in primavera e molte famiglie macinavano “un miscuglio di fieno, crusca e altri semi (compresi i semi di cotone)” per compensare i magri raccolti [1112]. La mancanza di alloggio era un criterio chiave di povertà, con famiglie costrette a costruire case di fango [1113, 1116]. L’accesso alle cure sanitarie era limitato dalla mancanza di medicine e dal costo dei servizi [1124, 1126, 1128].


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[7.1-45]

9 Strategie di sussistenza nel contesto post-bellico

Adattamenti socio-economici tra guerra civile e riforma agraria

Si presentano le strategie di sopravvivenza delle famiglie nel contesto della ricostruzione, della transizione economica e della guerra civile. “Poor households throughout the country resorted to eating smaller quantities of poorer-quality food in order to survive” [1151] e “The use of lower-quality grain in place of wheat flour was widespread” [1152]. L’accesso a cure mediche e istruzione era limitato, “especially for girls and older children” [1153]. Le reti familiari e di vicinato fornivano supporto, con donne che “pooled milk production to make butter” e “worked together to clear each other’s land” [1155], mentre l’assistenza umanitaria era una fonte alimentare primaria in alcune aree [1156].

Si discute della diversificazione del reddito e del cambiamento dei ruoli. “In both rural and urban households, all family members except the youngest and the most infirm were involved in income-generating activities” [1157]. Le donne, specialmente nelle zone colpite dalla guerra, “had become more active in marketing and production” [1159] e “had become the main work force on collective farms” [1161]. Gli uomini lavoravano la terra presidenziale o affittata, o “worked elsewhere in the former Soviet Union for remittances” [1165]. I bambini, in particolare le ragazze, aiutavano nei lavori domestici e agricoli invece di frequentare regolarmente la scuola [1168].

Ci si sofferma sul ruolo cruciale delle rimesse dall’estero, ritenute essenziali per il benessere familiare [1172]. L’emigrazione era facilitata da reti claniche ed etniche preesistenti [1184], sebbene in alcuni villaggi le rimesse fossero rare [1185] e per alcuni gruppi, come i Kuliabi, le reti per lavorare all’estero fossero assenti [1186]. Per molti uzbechi, il lavoro stagionale in Uzbekistan era una fonte di reddito importante, sebbene le opportunità si fossero ridotte dopo la chiusura del confine [1191].

[7.2-45]

10 Sfide di sussistenza e accesso alla terra nel contesto post-bellico

Tra rimesse incerte, riforma agraria e vulnerabilità sociale.

Si presentano le difficoltà di sussistenza economica e le disuguaglianze nell’accesso alla terra in un contesto rurale post-conflitto. Le rimesse dei lavoratori all’estero non erano una fonte di reddito affidabile a causa dell’assenza di un sistema bancario, del rischio di furto durante il trasporto e del fatto che “il loro ammontare e la tempistica non erano affidabili” [1195]. I bisogni immediati di salute potevano rimanere insoddisfatti, come nel caso di un figlio diventato sordo per “un’infezione all’orecchio non trattata” perché la madre “non aveva abbastanza contanti o mobilità” [1198].

La trattazione si concentra poi sul ruolo cruciale della terra per la sopravvivenza, sebbene “l’accesso alla terra non fosse universale e non fornisse una garanzia contro la fame” [1199]. Nella pratica, era determinato dalla “forza lavoro (maschile) disponibile nella famiglia”, dall’appartenenza a un clan locale e dalla qualità del terreno [1201]. I lotti familiari erano generalmente troppo piccoli per garantire il sostentamento annuale [1204]. La produttività e il reddito derivante variarono enormemente in base alla posizione, alla qualità del suolo e all’accesso al mercato, con aree montane svantaggiate dalla “mancanza di input e macchinari” e da “terreni di scarsa qualità” [1208]. Alcune famiglie povere riferivano che “i loro redditi derivanti dal lotto familiare e dalla terra per decreto presidenziale erano minimi” [1209] e dovevano vendere quasi tutti i prodotti per comprare farina, limitando il proprio consumo [1210, 1211].

Si discute delle criticità nella distribuzione della terra tramite il decreto presidenziale del 1995, proceduta “molto più lentamente del previsto” [1219]. Un ostacolo maggiore fu l’esclusione sistematica delle famiglie vulnerabili: i consigli di villaggio “spesso respingevano le domande presentate da famiglie con a capo una donna senza un figlio adulto, citando la mancanza di manodopera” [1224], lasciando che “alcune delle famiglie più vulnerabili fossero respinte” [1225]. Le donne intervistate sottolinearono “l’ironia di essere state respinte anche se la maggior parte della forza lavoro della fattoria collettiva era femminile” [1226]. Questa esclusione colpì anche vedove senza residenza formale [1229], disabili, pensionati [1234] e professionisti come insegnanti e medici [1235]. In generale, “le distribuzioni favorivano la gestione dell’azienda e i clan associati” [1237], e spesso la terra distribuita era di scarsa qualità e non irrigata [1238].

[7.3-80]

11 Transizione economica e sopravvivenza nel post-conflitto

Distribuzione terriera, mercati e strategie di sussistenza in un contesto di crisi.

Si presenta un quadro delle difficoltà nella transizione post-collettivista e post-bellica, con focus su distribuzione della terra, allevamento e attività di mercato. La riforma fondiaria, tramite assegnazione e affitto, ha spesso svantaggiato i comuni lavoratori agricoli. “Most villagers were unsure whether they would cultivate the land they had received, since it would take considerable water, fertilizer, and labor to prepare it” [1239]. L’affitto era teoricamente per migliorare l’efficienza, ma “access was widely recognized as being reserved for the well-to-do within any farm” [1241], con criteri basati su “ability to work the land,” generally interpreted as having money and access to machinery [1242]. In pratica, “converting collective farms into shareholding companies often resulted in the de facto firing and expropriation of farmworkers” [1245]. L’identità clanica locale determinava l’allocazione delle risorse: “Localist clan identity seemed to be a main determinant of resource allocation” [1251], con i Gharmi sistematicamente svantaggiati rispetto ai Kuliabi [1252, 1253]. I contratti d’affitto potevano essere gravosi, imponendo coltivazioni non redditizie come il cotone, considerato “nearly unpaid labor” [1257]. In alcune zone si percepiva una distribuzione più equa [1261], ma con norme di pagamento irrealistiche [1262]. I contadini reagivano con coltivazioni intercalari o su pascoli [1263, 1264, 1265]. “The importance of land in the transition cannot be overstated, nor can the negative impact of a slow and unjust process of land distribution that benefits only a few” [1267].

Parallelamente, il bestiame, un tempo risparmio, divenne fonte critica di reddito per acquistare beni essenziali dopo la chiusura dei negozi di stato [1269, 1270, 1271]. “In many poor households cattle sales represented the sole source of income in the spring, when stored grain was exhausted” [1272]. Il depauperamento del patrimonio zootecnico era rapido e allarmante [1273], privando le famiglie di proteine [1274]. La produttività del bestiame calò anche per la riduzione di pascoli, distribuiti per la coltivazione [1276, 1277]. Nonostante ciò, il bestiame rimase un’importante risorsa [1278], con animali allevati anche in contesti urbani [1279, 1280].

La partecipazione ai mercati era un’importante fonte di reddito integrativo, specialmente per le famiglie urbane [1281]. Tuttavia, le attività commerciali richiedevano capitale iniziale e affrontavano insicurezza, tasse informali e controlli [1282]. L’accesso ai mercati centrali era regolato da tariffe [1285, 1286] e i prezzi erano controllati informalmente tra venditori [1288, 1289]. Con il crollo delle reti di negozi statali, sorsero mercati minori dove si rivendevano beni acquistati altrove [1291, 1292]. Persone di varie professioni, come insegnanti ed ex operai, si dedicavano a questo commercio [1293, 1294]. “The income from this type of activity was not sufficient in itself to cover the needs of a family but was a good supplement” [1296]. Un caso descritto è quello di una famiglia di insegnanti che ricava due terzi del reddito da una bancarella [1302]. Gli intermediari con mezzi di trasporto collegavano villaggi e mercati [1303, 1304]. La mancanza di capitale limitava le opportunità [1306], spingendo alcuni, come un insegnante, ad abbandonare il lavoro per commerciare beni importati [1307]. Le donne più povere producevano beni a valore aggiunto, come borse di carta, con margini di profitto minimi [1310, 1311, 1318].


[8]

[8.1-56]

12 Lavoro, sussistenza e illegalità in un contesto di crisi

Strategie di sopravvivenza tra lavoro salariato, occupazione occasionale e furto di raccolti.

Si presentano le condizioni del mercato del lavoro e le strategie di sussistenza in una regione colpita da conflitto e transizione economica. La carenza di manodopera è dovuta alla coscrizione forzata per la guerra, poiché “The forced draft of men aged 15 to 45 to fight in Charm had an important impact on available labor at the household level” [1345], e alla fuga di giovani “to work in Russia if they could afford to” [1346]. I lavoratori specializzati riescono a vendere le proprie abilità “at a higher price and with more regularity” [1347], mentre il lavoro non specializzato si rivolge a “seasonal work and odd jobs” [1349]. L’aumento del lavoro salariato è legato all’avvento di grandi affittuari e alla difficoltà di accesso alla terra per molti ex-collettivisti [1350]. In molte aree, “Male labor was widely available” [1351] e “Large groups of 40 to 50 men stood around near the bazaars hoping for someone to hire them” [1354].

Per le famiglie urbane, “salaried employment remained the preferred source of income even though salaries were very low and irregularly paid” [1358]. Molti hanno perso il lavoro a causa di “staff reductions, work stoppages due to lack of raw materials, and nonpayment of salaries” [1359]. Alcune fabbriche, pur non producendo, trattengono lavoratori qualificati [1363] e permettono l’uso di locali e attrezzature per ordini privati [1364]. Altre forniscono opportunità di reddito attraverso la vendita di beni prodotti, come olio e sapone [1367, 1368, 1369]. Tuttavia, in molti casi, gli stipendi non vengono pagati per mesi, come riportano le operaie di una fabbrica tessile [1372], che a volte ricevono vestiti da vendere a credito [1373].

Nelle zone rurali, i salari delle fattorie collettive spesso non venivano pagati in denaro da anni [1377], ma solo “in kind” [1379], con distribuzioni irregolari di farina o scarti di cotone [1380]. “Women and unskilled workers were most affected by unemployment or underemployment” [1382] e venivano relegati a lavorare nella fattoria collettiva “for minimal wages” [1383]. In questo contesto di precarietà, attività come la raccolta di erbe medicinali e piante selvatiche diventano “an important supplement to income” [1384] per pensionati e bambini [1385]. In diverse regioni, “women spoke of organizing in small groups to beg in neighboring villages for food” [1388].

Il furto di raccolti è descritto come un fenomeno diffuso e in crescita [1390, 1395], diventato “a consequence of food insecurity and lawlessness” [1391]. Rappresentava “the main source of food for some families” [1391], specialmente per coloro che non avevano accesso alla terra [1392]. Bande organizzate, talvolta di bambini guidati da adulti, saccheggiavano i campi [1392], costringendo i proprietari a sorvegliare di persona o a coinvolgere l’esercito [1392, 1397]. Il furto non era praticato solo dai poveri: “Residents in Vakhsh claimed that armed men had stolen their harvests or their cattle” [1398].


[9]

[9.1-53]

13 Istituzioni locali in Tagikistan nel periodo post-sovietico

Stato, ruolo e influenza di leadership tradizionali e formali.

Si presenta un’analisi dello stato delle istituzioni locali in Tagikistan in un contesto post-conflitto. La rappresentatività della leadership locale era ambigua [1400]. Le istituzioni tradizionali erano state indebolite dalla repressione sovietica [1401] e, sebbene informali, tradizionali, dominate dagli uomini e basate su famiglia, clan o località [1404], la loro recente rinascita era stata legata all’opposizione al regime sovietico e alla violenza della guerra civile [1402]. Poche istituzioni funzionavano efficacemente per supportare le comunità [1403]. Le istituzioni formali di origine sovietica, come i Consigli delle Donne e la Lega della Gioventù, operavano ancora in modo centralizzato e gerarchico [1405], generalmente senza generare partecipazione locale, con rappresentanti che a volte esageravano la propria importanza [1406].

Ci si sofferma in particolare sul ruolo dei leader religiosi e degli anziani. “Religious leaders in Tajikistan occupied an important place between the local community and nationalistic politics” [1407]. La loro diversità di esperienze e relazioni col potere centrale influenzava le percezioni della popolazione [1408]. In regioni colpite dalla guerra civile, come l’occidentale Khatlon, il ruolo dei mullah era visto con cautela [1409], mentre quelli coinvolti nella guerra a Gharm e nel Khatlon nord-orientale erano considerati più estremisti [1410]. Ismailiti e Uzbeki sunniti supportavano i propri leader [1411]. Il sistema di selezione e retribuzione del mullah variava tra città, dove era nominato dal governo [1412] e rispondeva a un Comitato [1413], e villaggi, dove era scelto dagli anziani in base alla sua conoscenza religiosa [1414] e non era salariato [1415]. Gli anziani si riunivano ogni giorno nella moschea per pregare e discutere i problemi del villaggio [1416]. In Gorno-Badakhshan, diversi villaggi eleggevano congiuntamente il khalifa [1417]. Mullah e anziani giocavano un ruolo attivo nei programmi umanitari, diffondendo informazioni, mobilitando risorse e risolvendo conflitti [1418], più comunemente tra coniugi o nuclei familiari [1419]. Il loro ruolo era particolarmente attivo nelle comunità uzbeke omogenee di Shakhistan [1420], ma anche in alcuni villaggi del Khatlon occidentale, dove alcuni mullah unirono la comunità sul sostegno alle famiglie con capofamiglia donna [1421], mostrando una posizione progressista nel riconoscere la povertà [1422]. La controparte femminile, la bibikhalifa, si occupava di cerimonie domestiche e dell’educazione religiosa delle donne [1423][1424], ma il rispetto che riceveva variava molto [1426] e non era salariata [1427].

Si discute inoltre della figura del rappresentante del mahallah (quartiere). Questi agiva da collegamento tra i funzionari cittadini e il vicinato [1429]. In città la posizione era formalizzata [1430] e i suoi compiti includevano registrare le famiglie, organizzare assistenza sociale, raccogliere tasse e contributi, e gestire una sala per cerimonie [1431]. Era solitamente un pensionato maschio rispettato, eletto dalla comunità [1433] che riceveva pagamenti informali [1434]. Nei villaggi era selezionato annualmente [1435], spesso anche membro del consiglio villaggio e non pagato [1436]. In quasi tutti i villaggi i rappresentanti continuavano a essere eletti, tranne che nel Khatlon orientale colpito dal conflitto, dove erano nominati [1437]. I suoi compiti includevano mobilitare la gente per lavori pubblici, organizzare assistenza in momenti difficili, mantenere l’ordine e difendere i diritti delle persone davanti al governo [1438][1439]. In Roshqala, il rappresentante lavorava attraverso un consiglio di cinque persone, inclusa una donna incaricata di organizzare attività femminili e vigilare sulla salute [1440][1441].

Per quanto riguarda le organizzazioni formali, sebbene molte dichiarassero di rappresentare una membership attiva, raramente era così [1442][1443]. I leader di brigata e altri funzionari locali erano nominati da autorità superiori [1444] e non rappresentavano le comunità locali [1445]. L’allocazione delle risorse era decisa dalla gestione delle fattorie collettive, a cui il consiglio del villaggio era di fatto subordinato [1446]. Associazioni formali esistevano solo sulla carta, con poco potere e risorse [1447]. Il capo dei Consigli delle Donne con sede a Dushanbe attirava l’attenzione delle agenzie internazionali, ma non c’erano rappresentanti attivi nei siti studiati [1448], e non erano leader rispettati al di fuori delle grandi città [1449]. Anche il Consiglio dei Veterani della Guerra e del Lavoro poteva fare poco senza fondi [1449][1450].

Si accenna infine alle differenze regionali. La distribuzione regionale della povertà rifletteva in gran parte le divisioni ereditate e la lotta per il potere dei clan localisti [1451]. In epoca sovietica, l’allocazione delle risorse era controllata da potenti funzionari originari della regione di Khodjent [1451]. Dopo Dushanbe e Khodjent, il Khatlon occidentale e Gharm erano le aree più agiate, con reti di mercato sviluppate e infrastrutture [1452]. Il Khatlon orientale aveva invece gli stipendi più bassi e l’infrastruttura sociale meno sviluppata [1452].


[10]

[10.1-60]

14 Situazione regionale e povertà in Tagikistan post-conflitto

Conseguenze della guerra civile e dinamiche della povertà nelle diverse regioni.

Si presenta un quadro delle condizioni socioeconomiche in diverse regioni del Tagikistan dopo la guerra civile. La Valle del Gharm era strangolata da combattimenti, corruzione, blocchi e un ambiente che favoriva l’acquisizione illegale di terreni da parte dei potenti [1514]. “Deforestation had accelerated because of the need for heating fuel” [1518] e il mercato del bestiame, una volta fondamentale, era chiuso [1519]. I residenti spiegavano che “there were no more cows to sell: all had been stolen, killed, or sold to buy flour” [1520]. La guerra aveva causato danni diretti, distruggendo case, bestiame e sistemi idrici, e minando pascoli [1521]. L’insicurezza limitava la mobilità [1524] e provocava una fuga di manodopera [1527].

A Dushanbe e nei distretti occidentali, la povertà era legata al calo dei salari, al rallentamento industriale e all’erosione della rete di sicurezza sociale [1529]. Tuttavia, “Markets, industries, bureaucracies, and strong informal networks provided opportunities for households to meet their most basic needs” [1533].

Khodjent rimaneva la regione più ricca, ma anche lì si riscontravano sacche di povertà [1538]. La disoccupazione era visibile [1541] e “Land was being distributed very slowly” [1545]. Le questioni fondiarie erano aggravate dalla carenza d’acqua [1548].

Il Gorno-Badakhshan era in una situazione disperata, sopravvivendo grazie agli aiuti alimentari e di carburante [1554]. La privatizzazione aveva spogliato la maggioranza povera di terra e salari [1556], mentre “a few warlords and their localist clans profited inordinately” [1557]. Per gli intervistati, “the combination of violence and official harassment contributed to a general sense of insecurity, which inhibited reconstruction and growth” [1558].


[11]

[11.1-45]

15 Tra le guerre civili e le riforme agrarie in Tagikistan

Strutture sociali, decreti presidenziali e divisioni religiose in Tagikistan; transizione economica problematica e barriere al settore privato in Uzbekistan.

Si presenta un quadro della società tagika, con riferimento alle potenti “alleanze dei clan Kuliabi” di specifiche località [1565], a un decreto presidenziale del 1995 per la distribuzione di terra arabile e da pascolo alle famiglie rurali [1566] e alla distinzione religiosa tra i distretti Pamiri “primariamente Ismaili” e il resto del Tagikistan “Shiita” [1567]. Segue una trattazione delle difficoltà del settore privato in Uzbekistan durante la transizione economica. “L’approccio graduale adottato nella transizione verso un’economia di libero mercato ha prodotto una bufera di decreti, leggi e regolamenti” [1576] che, uniti a una corruzione dilagante, hanno spinto gli imprenditori nell’illegalità e nell’informalità [1577]. Il settore privato era tenuto “piccolo e informale, in bilico sul limite della redditività e costantemente vulnerabile alle molestie dei funzionari” [1578]. Le eccessive regolamentazioni ridussero la redditività [1579] e l’accesso al finanziamento [1580], rendendo il settore vulnerabile a procedimenti legali [1581]. Un imprenditore descrive la situazione: “Siamo in bilico sul filo del rasoio, sempre vulnerabili alla chiusura da parte dei funzionari” [1583]. Questo clima ostacolò lo sviluppo di un settore imprenditoriale formale [1585]. Si discute quindi delle barriere alla crescita, come la politica di sostituzione delle importazioni del 1996 che penalizzò le piccole imprese concentrate nel commercio [1598, 1599]. “Al di là dei nostri attuali partner, è una foresta oscura”, spiegò un commerciante riguardo alla difficoltà di diversificare [1601]. Infine, si accenna ai ritardi nella privatizzazione, resa complessa da incertezze sui diritti di proprietà [1608] e dalla distinzione “tra proprietà, controllo e gestione delle beni” [1609].

[11.2-45]

16 Privatizzazione condizionata in Uzbekistan

La transizione formale verso il mercato e i vincoli sostanziali della continuità statale.

Si presenta il processo di privatizzazione in Uzbekistan negli anni ’90, caratterizzato da una discrepanza tra definizione formale e controllo effettivo. Per i rispondenti, un’impresa era privatizzata solo quando era “100 percent in private hands and registered as a private enterprise” [1612], mentre per il governo bastava che “25 percent of its stock was held by the employees” [1613]. In realtà, queste imprese continuavano a rispondere a piani di produzione statali finché non erano interamente in mani private [1614], come confermato da un direttore che “received all his orders… from the central government” [1615]. I diritti di proprietà erano descritti come “alienable and conditional” [1617], con il governo che poteva riprendersi le proprietà senza rimborso [1617].

Il libero sviluppo del settore privato era limitato da condizioni imposte alle imprese privatizzate, sebbene gli ufficiali ne negassero l’esistenza [1619]. Le aziende dovevano “continue to provide the same goods or services, for three to five years after privatization” [1619] e “retain the same number of employees” [1621]. Esempi specifici includono farmacie private obbligate a vendere medicine a prezzi governativi [1624] e panifici a Urgench costretti a “sell only bread for five years” e ad acquistare farina dallo stato [1625].

Anche la distribuzione della terra non costituiva una privatizzazione genuina [1626]. I diritti d’uso erano a lungo termine, ma “control and management were restricted by conditionalities set by local officials” [1627] e lo stato poteva riprendersi il terreno in caso di mancato rispetto degli standard [1628]. L’assegnazione era determinata da “political and social forces rather than market forces” [1630] e controllata dagli ufficiali locali, che offrivano terra a persone selezionate [1632, 1633]. Un agricoltore privato spiega che il “hokim requires all leaseholders to plant cotton on their land” [1634] e che, in caso di dissenso, gli aiuti cruciali sarebbero stati negati, concludendo: “I am not the master of [my] land” [1635].

Queste condizioni, che imponevano la continuità produttiva, non tenevano conto delle nuove realtà commerciali post-sovietiche, lasciando alcune imprese senza materie prime accessibili [1636] o con domanda locale bassa [1637]. In risposta alla scarsa redditività di queste aziende, il governo ricreò entità di procurement e distribuzione [1639]. L’adesione era ufficialmente volontaria, ma la pressione era alta poiché i contratti di privatizzazione erano firmati a tre parti [1640. Il loro ruolo ufficiale era fornire accesso a input e mercati essenziali [1641], ma “they provided no essential support” [1642] e, per gli imprenditori, agivano come “an additional intermediary… limiting their choice of partners, dictating prices” [1643].

Un ulteriore ostacolo era la mancanza di finanziamenti. Nonostante fondi governativi e donatori esteri fossero disponibili [1646, 1647], il processo di richiesta era complesso e lento [1649]. La selezione dei beneficiari era spesso fatta da funzionari governativi e non da esperti finanziari, portando ad accuse di corruzione [1650] e a un processo percepito come “random and distrusted” [1652]. Le banche commerciali non concedevano credito ai comuni imprenditori [1653] e una banca per piccoli commercianti si concentrava sul recupero crediti [1654].

[11.3-45]

17 Finanziamento e commercio in Uzbekistan

Difficoltà di accesso al credito e barriere commerciali per le imprese private

Si presentano le criticità nel sistema creditizio e commerciale per le imprese private in Uzbekistan. Le banche di settore erano create per finanziare le aziende governative socie e “mancavano di incentivi a concedere prestiti a nuove startup” [1655]. Le opzioni rimaste erano prestiti a breve termine ad alto interesse, con tassi “dal 40 al 50 percento” annui, non realistici per attività produttive [1659], e l’autofinanziamento [1657]. I requisiti di garanzia, come “il 120 percento del valore del prestito”, costituivano un ostacolo [1660]. Molti imprenditori aggiravano il sistema bancario ricorrendo a “prestiti informali” [1661] o deviando i fondi: quando ottenevano prestiti per la produzione, “li applicavano alle attività commerciali” per ripagare il debito [1662]. Si discute quindi delle restrizioni commerciali, viste come strumenti per “tenere fuori dai mercati controllati dal settore pubblico i concorrenti del settore privato” [1670]. La registrazione per il commercio internazionale era “costosa” e lunga [1671], mentre il controllo sulla convertibilità valutaria, rafforzato dal 1996, aveva creato “una situazione difficile” [1672], riducendo drasticamente le licenze rilasciate [1673][1674]. Questo favoriva le “grandi aziende a capitale azionario” e le “grandi imprese statali” [1676][1677], obbligando i piccoli commercianti a operare tramite intermediari, con aumento dei costi [1679]. Le limitazioni spinsero molti “nell’illegalità” [1683], alimentando un mercato nero della valuta [1687], e resero illegali modalità di pagamento essenziali come il baratto e il consignment, sebbene rimanessero “le principali modalità di pagamento” [1690]. Anche il commercio interno era limitato da divieti di “esportare” prodotti agricoli tra regioni [1697], barriera che “impediva il loro commercio” [1698].

[11.4-45]

18 Le restrizioni monetarie e fiscali nel settore privato in Uzbekistan

Politiche statali, scarsità di liquidità ed evasioni

Si presenta un quadro delle politiche economiche che gravano sul settore privato. I dazi regionali di importazione ed esportazione “forzavano l’aumento del prezzo dei beni importati, proteggendo il mercato per i produttori governativi centrali e mantenendo il monopolio delle imprese di trasformazione controllate dal governo” [1700], rendendo anche non redditizio il commercio legale di certi prodotti per i produttori locali [1701]. Una legislazione “impraticabile e costosa contribuì a indebolire il settore privato” [1703], aumentando i costi, creando mercati neri e opportunità di rendita per i burocrati [1704].

Ci si sofferma in particolare sulle limitazioni ai prelievi di contante. Le imprese private registrate dovevano depositare giornalmente gli incassi, ma potevano prelevare solo una piccola percentuale per acquisti in contanti, restrizione che “negli ultimi due anni era diventata più stretta” [1709] e che, dal gennaio 1997, permetteva prelievi solo per stipendi e spese per il personale [1710]. Questa scarsità di contante faceva sì che “l’impresa perdeva il controllo del contante una volta che era entrato nel sistema bancario” [1711]. Ne derivava un alto sconto per i pagamenti in contanti rispetto a quelli non in contanti (bonifici) [1714], con differenze di prezzo marcate: ad esempio, “il filato che costava 50 sum in contanti sul mercato costava 150 sum con bonifico bancario” [1715], e “anche le imprese statali indicavano prezzi diversi per le auto importate dalla Corea del Sud: 600 dollari in contanti o 800 dollari con bonifico” [1717]. Di conseguenza, “le imprese registrate che rispettavano le regole bancarie non potevano competere con i commercianti autonomi, che non erano obbligati a operare tramite un conto bancario” [1718], poiché “il contante depositato in banca perdeva valore” [1719]. Un farmacista spiega il costo: “Vengo pagato dal paziente in contanti al prezzo di mercato, ma poi devo procurarmi gli stessi medicinali con bonifico [al prezzo più alto]” [1720]. Per ovviare al problema, si poteva comprare contante con denaro non in contanti a un tasso svantaggioso [1721] o stipulare contratti fittizi per scambiare bonifici con contanti [1722], ma queste attività erano rischiose e limitate a grosse somme [1723][1724]. Gli imprenditori quindi evitavano il sistema bancario: “Mai consegnare contanti alla banca! È troppo prezioso” [1726][1727], dichiarando di depositarne una percentuale minima [1728]. Il contante era essenziale per acquistare a prezzi ragionevoli e per ottenere beni scarsi da fonti informali [1729], come nel caso di un libraio che non poteva più permettersi di rifornirsi perché ora doveva pagare il sovrapprezzo per i bonifici [1730] e perché molti libri potevano essere ottenuti solo all’estero o come merce rubata, in entrambi i casi solo per contanti [1731].

Si discute infine del sistema fiscale, “difficile da districarsi” [1740], che offriva forti incentivi all’evasione. Oltre agli alti tassi su profitti e fondi salariali [1742], “le banche agivano come un braccio dell’agenzia delle entrate, segnalando redditi e transazioni a insaputa del titolare del conto” [1743]. Per evitare la tassazione, “gli imprenditori dichiaravano che le aziende registrate preferivano pagamenti in contanti o in baratto” [1744].

[11.5-86]

19 Pratiche informali e dipendenza dalle autorità nel settore privato in Uzbekistan

Strategie di elusione fiscale, negoziazione delle regole e necessità di protezione

Si presenta un quadro delle pratiche economiche informali e delle relazioni con le autorità in Uzbekistan. Le imprese dichiarano prezzi e salari più bassi del reale per ridurre le tasse “I list 400 sum in my official accounts as the price I charge, but the real price for clients is 1,000 sum” [1746] e istituiscono “parallel accounting systems: one for the accountant and the tax department, and one for the partners and management” [1748]. Per evitare la registrazione come impresa privata, alcune attività operano con licenze di lavoro autonomo o senza alcuna licenza, riducendo l’onere fiscale “to well below 10 percent of revenue” [1750]. Anche nel commercio con l’estero, il sistema doganale è caratterizzato da informalità, dove “Bribes were provided to speed up the process” [1760] e “the amount of the bribe was far less than the cost of legal registration” [1762].

L’applicazione delle regolamentazioni è negoziabile e utilizzata per estrarre pagamenti. Ispettori richiedono tangenti in cambio di indulgenza [1766] e confiscano beni [1769], mentre altre norme contribuiscono a “placing enterprises at the mercy of local officials” [1772]. Gli imprenditori riferiscono di ispettori che “would always find problems with a tax report unless they received payment” [1779] e di appropriazioni indebite di merce da parte di funzionari [1780, 1781]. Per operare, le attività profittevoli necessitano di un “roof,” that is, a high-level government official who provided them with protection [1782] in cambio di una percentuale sugli utili [1783]. Un rivenditore afferma: “Today, if you don’t have loyal people in key places, you can’t take a single step in business” [1788].

Anche le procedure amministrative legali richiedono pagamenti una tantum [1791], come per le domande di credito, dove “The cost of a loan was a bribe of 10 percent of the value of the loan in cash” [1793]. I funzionari pubblici, sebbene non possano legalmente dirigere imprese private, aggirano il divieto registrando l’attività a nome di un familiare [1806] e sfruttando la posizione per dirottare fondi pubblici e contratti verso di essa [1807-1813]. Gli interessi governativi vengono difesi creando ostacoli al settore privato, ad esempio nel controllo di risorse essenziali come l’acqua: “The collective farm will let the water flow to the lake rather than give it to private farmers” [1827]. Le conclusioni suggeriscono che questi meccanismi, osservati in due regioni, sono probabilmente validi a livello nazionale [1828].


[12]

[12.1-70]

20 Vulnerabilità e povertà in Armenia e Georgia

Conseguenze dell’illegalità forzata, conflitti post-indipendenza e strategie di sopravvivenza.

Si presenta un’analisi delle difficoltà economiche e sociali in Armenia e Georgia dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Un senso di “vulnerability and instability” affliggeva le imprese costrette all’illegalità, il cui destino dipendeva da “corrupt officials who could demand enough goods or bribes to endanger their profitability” [1833-1834]. Si raccomandava di cambiare gli incentivi per la burocrazia locale per favorire “transparency and universal enforcement of laws” [1835], ma tali sforchi potevano essere vani senza un “clear and unambiguous commitment of the government to support the development of the private sector” [1836].

L’attenzione si sposta poi sulle condizioni specifiche dei due paesi. L’Armenia, diventata indipendente, doveva affrontare le conseguenze del “devastating December 1988 earthquake” e un “military conflict with its neighbor Azerbaijan over the status of… Nagorno-Karabakh” [1841-1842]. Dal 1992 al 1994 il paese soffrì un “catastrophic decline in production, hyperinflation, blockaded borders… and severe shortages of electricity and heating fuel” [1843]. La povertà cronica aumentò e la società divenne “extremely stratified” [1845]. Anche la Georgia, dopo la dissoluzione sovietica, fu coinvolta in “major armed conflicts” nelle regioni di Abkhazia e Ossezia del Sud e in una guerra civile, eventi che “displaced 200,000 people and impoverished large segments of the population” [1848-1849].

La trattazione prosegue approfondendo il caso armeno. La povertà fu aggravata da una “tragic combination of political conflict and natural disaster” [1852]. Il conflitto per il Nagorno-Karabakh e il terremoto del 1988 causarono disoccupazione diffusa [1853]. La popolazione patì “three harsh winters with only a few hours of electricity a day” [1854] e molti professionisti lasciarono il paese [1855]. Nel 1993, “as many as 1 million workers out of a labor force of 7 million were either formally unemployed or on involuntary leave without pay” [1856]. Una strategia di sopravvivenza cruciale divenne l’agricoltura di sussistenza, dopo che il “radical land privatization program broke up the republic’s state and collective farms” [1860-1861]. La risposta alla crisi consistette in gran parte in “individual and family coping strategies and a reliance on strong local and transnational kinship networks” [1869].

Si discute infine di uno studio sulla povertà condotto in Armenia. La ricerca, parte di una “comprehensive poverty assessment carried out by the World Bank” [1871], si basò su interviste con individui di circa “700 poor and low-income households” [1873]. Per gli intervistati, la percezione della povertà era relativa: “There are people who live worse than I do, but there are also those who live better. For some I am poor, for others not, but compared with my own former situation, I am a beggar” [1891-1892]. Il criterio principale per giudicare la povertà era la capacità di una famiglia di provvedere al proprio sostentamento minimo: “That person is poor who for 20 days out of the month eats boiled potatoes without butter, drinks tea without sugar, and doesn’t have enough money to buy subsidized bread” [1901].


[13]

[13.1-75]

21 Commercio informale e piccole imprese nell’Armenia post-sovietica

Strategie di sopravvivenza tra mercati, prestiti e confine.

Si presenta un quadro delle attività economiche informali e di sussistenza. Nel commercio al dettaglio, “Some rented market stalls by the day; others paid the local ‘market mafias’ to rent a permanent place in the market” [2120] e “People who set up sidewalk tables or kiosks generally had to pay the city for a license as well as regular bribes to local police” [2121]. I venditori operavano per lo più individualmente, ma a volte “would occasionally pool their goods, so that each person would sell a particular item” [2123]. Questa attività aiutava i più poveri, dato che “Such petty trade helped many of the poorest to supplement their pensions” [2126] e “people resold bread purchased at subsidized prices, earning several hundred drams a day” [2127], con l’obiettivo di “earn a piece of bread,’ not to get rich” [2128].

Le donne erano particolarmente attive, spesso perché “could travel more openly” [2131] o erano “left without money to support themselves and their children” [2132]. La storia di Nelli, una trader, illustra i rischi e le strategie, come studiare il mercato e “maintains a permanent place at the market” [2135].

Si discute anche del commercio di confine, dove “Considerable trade took place across the Iranian and Georgian borders” [2136] e, nonostante i pericoli, “the benefits of commerce overrode ideological or ethnic differences” [2138]. Un altro settore era quello dei prestiti e del cambio valuta, con “one or two ‘professional’ moneylenders in each small town” [2143]. Il caso di Anna mostra le conseguenze del debito: i creditori “have already seized some furniture” [2152] e la famiglia si è nascosta.

Trattazione dei tentativi di avviare piccole imprese dopo il 1988, spesso falliti per “numerous obstacles” [2157] come la carenza di elettricità e le difficoltà burocratiche. “Of those businesses that had opened… the great majority involved trade rather than production” [2162] e “informants complained that the only businesses that were thriving were those whose owners had connections with officials” [2163]. Le operazioni di successo erano spesso “very small scale, family-based enterprises” [2172] che evitavano la registrazione “to avoid taxes and bureaucratic harassment” [2173]. L’esempio di Marina, che vende prodotti da forno fatti in casa, mostra la dipendenza da “personal connections” [2178] per l’elettricità e gli approvvigionamenti.

Infine, si accenna al lavoro salariato rurale, dove alcuni “had begun to hire themselves out as wage labor to richer farmers” [2188], sebbene vi fosse un’ambivalenza culturale, come espresso dal commento: “He may have become a big farmer, but we are not his serfs!” [2194].


[14]

[14.1-40]

22 Crisi dei servizi e fuga delle élite nell’Armenia post-sovietica

Collasso del sistema sanitario ed emorragia delle competenze

Si presenta una trattazione della grave crisi socio-economica in Armenia, che colpisce due settori fondamentali: l’élite culturale e il sistema sanitario. Per quanto riguarda le professioni intellettuali, si discute di un’“élite [che] include scienziati, studiosi, artisti e performer” [2227], molti dei quali “erano stati costretti ad abbandonare la loro professione” perché non più in grado di vivere dei propri stipendi [2228]. Una fuga di competenze è confermata dal dato che “dei 000 ricercatori che lavoravano per l’Accademia delle Scienze, circa due terzi avevano lasciato il lavoro” [2229], con partenze verso Russia o contratti all’estero [2231], mentre “la maggior parte dei giovani intervistati vedeva lasciare l’Armenia come la loro unica speranza di sopravvivere” [2232]. Il fenomeno è aggravato dalla riluttanza di alcuni ad accettare lavori considerati umilianti o dal timore di affrontare il “criminal underworld” [2236, 2237].

Parallelamente, ci si sofferma sul collasso del sistema sanitario, dove “pagare per le cure mediche era diventato ubiquitario” [2239] e “la medicina preventiva era praticamente inesistente” [2240]. Si riporta un diffuso pessimismo, poiché “la maggior parte delle persone non sentiva più di potersi permettere di vedere un dottore se non nelle emergenze più disperate” [2241], e un medico distrettuale stimava che “solo il 2 o 3 percento dei residenti del distretto bisognosi di cure le cercassero effettivamente” [2242]. Le carenze sono strutturali: “molte città erano prive di specialisti” [2243], le farmacie dei villaggi erano vuote [2245] e “la maggior parte delle medicine che arrivavano in Armenia era distribuita dai donatori agli ospedali”, ma tutti riferivano di dover pagare per i farmaci a prezzi proibitivi [2246]. Le critiche agli ospedali riguardano la difficoltà di accesso, la scarsa attrezzatura e i servizi scadenti [2247], al punto che “nei distretti settentrionali alcuni ospedali chiudevano persino per l’inverno” [2248]. Di conseguenza, “un numero crescente di persone preferiva consultare guaritori popolari, fare affidamento su rimedi casalinghi o erbe medicinali” [2250]. L’accesso alle cure è un problema grave, specialmente per i disabili che necessitano di protesi, dato che “tutti e quattro i centri protesici armeni erano situati a Yerevan” [2258] e i pazienti trovavano difficile e costoso raggiungerli [2259]. Anche il parto è diventato problematico, con un aumento dei “parti in casa… in parte perché erano più economici dei parti in ospedale” [2262], e con la paura che “i dottori avrebbero ordinato cesarei non necessari per fare soldi” [2264], considerato che “anche i normali parti in ospedale erano costosi”, con un totale che “poteva ammontare a diverse centinaia di dollari” [2265, 2266].


[15]

[15.1-46]

23 Condizioni dell’istruzione e dell’assistenza sociale in Armenia post-conflitto

Scuole danneggiate, università a pagamento e mense della sopravvivenza

Si presenta un quadro delle gravi difficoltà nel settore dell’istruzione e dell’assistenza sociale in un’area colpita da conflitto e povertà. Nel sistema scolastico, molti edifici risultano danneggiati: “In border villages near Azerbaijan, many school buildings had been severely damaged during the bombardments” [2320] e “The school in Khoznavar had lost most of the glass from its windows (now covered with plastic) and part of a wall” [2321]. Le condizioni sono precarie, con scuole “cold and barren, without equipment or decoration; electricity and water functioned very sporadically” [2322].

Per l’istruzione superiore, si discute di un accesso sempre più limitato e a pagamento. L’accesso all’università statale era condizionato da grandi pagamenti “to ensure high marks for their children on each of the entrance examinations” [2325], diventando “gradually becoming limited to children of prosperous or well-connected families” [2326]. Per gli studenti delle aree rurali le difficoltà economiche erano un ostacolo insormontabile, tanto che “their parents were often unable to provide for their living expenses” [2328] e “the number of high school graduates coming to Yerevan or other cities for higher education had dropped from three or four to one or none” [2330]. Si registra la proliferazione di università private “cooperative”, non ancora accreditate, dove “Professors were unwilling to fail students, since their salaries depended on attendance” [2336]. La scelta dei percorsi di studio si è spostata verso materie percepite come più lucrative, come “Law, which was always lucrative, and foreign languages and economics, because they opened up possibilities for work abroad” [2342]. Il timore diffuso è che “education, especially quality higher education, will become a privilege of the new elite” [2347].

Nella sezione sull’assistenza, ci si sofferma sulle mense gratuite, definite “a completely new form of institutional assistance” [2353], che fornivano per molti “the only meal of the day” [2355]. Tali strutture, però, affrontavano problemi cronici di fondi e gestione, con liste ufficiali dei beneficiari “so inaccurate” [2358] da richiedere indagini autonome. Queste mense assumevano anche una “social function, especially for elderly women” [2359]. Un problema trasversale era la “Lack of Information” [2361] riguardo alla distribuzione degli aiuti, aggravata dal fatto che “radios only worked when people received electricity, and most televisions were out of commission for lack of parts” [2362].


[16]

[16.1-25]

24 Disabilità e cambiamenti sociali in Armenia post-terremoto e post-sovietica

Atteggiamenti culturali, aiuti esterni e sfide dell’impoverimento.

Si tratta della condizione delle persone con disabilità in Armenia e dei cambiamenti sociali seguiti al terremoto e al conflitto. Inizialmente, “le famiglie armene tendono a considerare i difetti alla nascita e gli handicap mentali o fisici come una vergogna” [2408] e spesso nascondono i familiari disabili “perché non riducano le prospettive di matrimonio dei figli ‘normali’” [2409]. Prima del terremoto, gli armeni “erano disabituati a vedere persone con qualsiasi tipo di deformità e spesso erano repulsi alla vista” [2410]. Dopo il terremoto, gli aiuti internazionali hanno creato quartieri speciali, come l’Austrian Quarter, dove i disabili “occupavano 100 appartamenti progettati per accogliere sedie a rotelle” [2412] e avevano un “patrono” in Europa [2413]. Tuttavia, “sebbene le persone disabili che ricevevano tali aiuti fossero materialmente assistite, si sentivano ghettizzate e isolate” [2414], senza trasporti speciali per Gyumri [2415] e confinate nel loro quartiere [2416]. Si consideravano ancora povere “perché non avevano guadagnato ciò che era stato dato loro e non vedevano alcuna prospettiva di impiego o integrazione nella società più ampia” [2417]. Questo generava risentimento negli altri sfollati, che “sentivano di aver sofferto tanto quanto quelli che erano stati disabili” [2418], portando a “offese e ostilità” quando i disabili si avventuravano in città [2419].

Il contesto più ampio è l’impoverimento in Armenia, “impossibile da vedere separatamente dai drammatici cambiamenti politici, economici e sociali avvenuti dal 1988” [2420], con lo stato che non garantisce più impiego o servizi [2420]. La maggioranza si aspetta ancora un intervento governativo [2421], mentre “i gruppi di auto-aiuto o le strutture indigene di potere non erano ancora emersi” [2422] e contano sulle reti familiari [2423]. La guerra nel Nagorno-Karabakh ha avuto un impatto negativo, causando un blocco [2424], la fuga di giovani [2425], la distruzione di edifici [2426] e la diversione di risorse [2427]. Sebbene l’occupazione di territori abbia portato sicurezza agli agricoltori [2429], “la guerra aveva avuto un costo psicologico” [2430], con “paura e trauma” acuti specialmente tra i rifugiati [2431]. Un ulteriore effetto è che “l’impoverimento tendeva ad abbassare lo status delle donne in famiglia” [2432].


[17]

[17.1-44]

25 Gruppi vulnerabili e transizione critica in Armenia

Disagio economico, frammentazione sociale e rischi per le categorie più deboli.

Si presentano le condizioni di vulnerabilità e le dinamiche sociali in Armenia durante un periodo di transizione. La dipendenza economica rendeva le donne riluttanti al conflitto, poiché “erano così completamente dipendenti dal suo reddito” [2437] e raramente pronte a essere il principale sostegno familiare [2438]. La disoccupazione colpiva in particolare le donne senza esperienza lavorativa esterna [2439], che “costituivano ora la maggioranza di coloro che si registravano come disoccupate” [2440]. L’inversione dei ruoli economici generava tensioni familiari [2441], e il successo femminile, specialmente nel commercio estero, incontrava disapprovazione, mentre le donne sole rischiavano di essere stigmatizzate [2442].

Si discute poi della condizione di anziani e bambini. Gli anziani soli o con familiari non autosufficienti erano “tra le persone più povere intervistate” [2443], a rischio per le pensioni esaurite e l’assenza di risorse in caso di malattia [2444]. I bambini, nonostante le attenzioni alimentari, rimanevano vulnerabili a malnutrizione e malattie, oltre che al “deterioramento del sistema educativo” [2445][2446].

Ci si sofferma sulla situazione dei rifugiati, che “rimanevano mal alloggiati e non erano stati pienamente assorbiti nella società armena” [2447]. Se quelli di origine rurale si adattavano più facilmente, gli urbani incontravano maggiori difficoltà e denunciavano esclusione dalla vita locale [2448][2449]. I rifugiati formavano un gruppo eterogeneo, senza forti legami reciproci e che considerava temporanea la nuova condizione di contadini in Armenia [2450][2451]; molti in età lavorativa cercavano di emigrare [2452].

In conclusione, si tratta delle conseguenze di una serie di colpi subiti dal 1988 [2453]. Le reti di reciprocità parentale hanno aiutato a sopravvivere all’impoverimento [2454], ma le difficoltà e l’emigrazione hanno frammentato le famiglie estese [2455], restringendo tali reti ai soli parenti stretti [2456]. La socializzazione è diminuita per i costi dell’ospitalità e la vergogna di apparire bisognosi [2457], e la migrazione lavorativa ha separato le famiglie [2458]. Sebbene emersa una nuova élite, prevale la nostalgia per l’epoca sovietica [2459]. Gli armeni vivono un “periodo di transizione critica” [2460], mostrando tenacia e speranza in un sistema legale che protegga le libertà e favorisca un mercato libero vitale [2461]. È cruciale evitare che “i gruppi più deboli della società armena non si trasformino in una sottoclasse permanentemente privata dei diritti” [2462].


[18]

[18.1-45]

26 Povertà alimentare ed esclusione sociale in Armenia

Strategie di sopravvivenza e deprivazione nelle aree urbane e rurali

Si presenta un quadro della grave insicurezza alimentare in Armenia, con marcate differenze tra aree urbane e rurali. Nei nuclei familiari, “l’entità della deprivazione alimentare variava all’interno della famiglia” [2524], con i genitori non lavoratori che spesso rinunciavano al cibo a favore di chi lavorava e dei bambini [2525]. Le aree urbane, come Charentzavan, registravano i casi più estremi, specialmente dove le industrie avevano chiuso [2526], mentre “la maggior parte dei poveri delle zone rurali riusciva a procurarsi almeno un po’ di cibo attraverso la coltivazione della terra o le reti informali locali” [2527]. Tuttavia, anche nelle campagne, famiglie senza terra di qualità o mezzi per coltivarla erano a rischio fame [2532], e molte si erano impoverite dopo la privatizzazione, avendo esaurito i beni per finanziare la coltivazione [2529, 2530].

La descrizione di una coppia anziana a Koti illustra una povertà profonda: vivono in una casa fatiscente, con scorte alimentari per l’inverno che consistono in “un mucchio di verdure essiccate e due sacchi di grano raccolti dai campi di altre persone dopo il raccolto” [2537], razionando metà della zuppa per la sera e un pane per due settimane [2538, 2539]. Il razionamento era diffuso: “Molte delle famiglie più povere avevano ridotto il numero dei pasti a due o uno al giorno” [2540], con regimi rigidi come due patate a persona a pasto [2541]. Per ingannare la fame, si bevevano “‘tè’ caldo senza foglie di tè o zucchero” o minestre sottili [2542].

Un caso a Charentzavan mostra un sistema meticoloso di razionamento del pane, tagliato con un righello in pezzi uguali e distribuito con precisione tra adulti e bambini [2544]. La dieta delle famiglie più povere “consisteva principalmente di patate e pane” [2551], con rare integrazioni di verdure o, saltuariamente, olio e pasta grazie ad aiuti o entrate occasionali [2552, 2558]. La qualità del cibo era spesso scadente, con patate “delle dimensioni di una noce” e a volte marce [2555]. “Le famiglie definivano la povertà come l’assenza di pane” [2559], un prodotto culturalmente essenziale la cui mancanza equivaleva a fame anche con altro cibo disponibile [2561].

La scarsità era acuita da fluttuazioni stagionali, con le scorte che tipicamente si esaurivano verso la fine dell’inverno [2547]. I nuclei più poveri non potevano conservare cibo per mancanza di mezzi [2550]. Un ulteriore fattore di stress era il bilancio tra spese per cibo ed elettricità, i cui costi erano aumentati drasticamente, tanto che “gli episodi senza elettricità erano considerati un buon indicatore di povertà” [2567, 2568]. Malattia, emigrazione o morte di un parente avevano poi un “effetto a catena sull’assunzione di cibo in tutta la famiglia allargata” [2557].


[19]

[19.1-98]

27 Povertà rurale, esclusione sociale e strategie di sopravvivenza in Armenia

Indagine sulle cause della vulnerabilità economica nelle campagne post-sovietiche.

Si presenta un’analisi delle condizioni di estrema povertà nelle aree rurali dell’Armenia, focalizzandosi sui vincoli all’agricoltura di sussistenza e sulle strategie di sopravvivenza. Si discute il lavoro all’estero, descritto come soggetto a diversi requisiti: “capitale per il viaggio e le spese iniziali; legami sociali nella città scelta, qualche garanzia che ci sarebbe stato lavoro, buona salute, perché il lavoro in Russia era per lo più fisico; e supporto per far fronte alle responsabilità familiari, come organizzare la cura dei genitori anziani, delle mogli e dei figli lasciati indietro” [2733]. Le famiglie spesso si indebitavano per finanziare la partenza, vendendo “i loro beni più preziosi (i loro mobili o la loro casa) e persino i beni produttivi (bestiame, un’auto o un camion)” [2732].

Ci si sofferma sul problema della terra. Nonostante la privatizzazione, “solo 65,8 per cento delle famiglie rurali molto povere aveva terra, rispetto all’82,7 per cento dei poveri e al 90 per cento dei non poveri” [2741]. Il possesso del terreno non garantiva l’uscita dalla povertà, poiché molte famiglie “erano incapaci di coltivare più di una piccola parte della loro terra perché non potevano permettersi di pagare i costi delle attrezzature (spese per il trattore, costi del carburante e simili) o l’acqua, per non parlare di altri input” [2750]. La produttività era molto bassa e fluttuava con le condizioni meteorologiche [2765, 2766]. “L’ostacolo più comunemente segnalato per una coltivazione efficace era la mancanza di irrigazione dovuta alla scarsa fornitura d’acqua o all’alto costo” [2771], al punto che in alcuni villaggi “l’80 per cento degli abitanti non coltivava la propria terra per mancanza d’acqua” [2773].

Si tratta delle conseguenze sulla vita quotidiana: famiglie ridotte alla fame, che “sono rimaste due settimane senza cibo” [2780] e sopravvivono vendendo beni e proprietà. “Gli asset fornivano il capitale iniziale necessario per impegnarsi in attività produttive come il commercio, per mandare un marito o un figlio in Russia, o per mantenere in salute i lavoratori della famiglia” [2800]. L’assistenza da parenti e vicini era cruciale ma insufficiente e regolata da norme sociali rigide. “Per la maggior parte delle famiglie intervistate, tuttavia, questo aiuto era insufficiente per sollevare la famiglia dall’estrema povertà” [2810]. La dipendenza era vista “come un segno di estrema povertà, non di sollievo da essa” [2811].


[20]

[20.1-45]

28 Povertà ed esclusione nel sistema di assistenza armeno

Famiglie in difficoltà tra debiti, aiuti informali e barriere burocratiche.

Si presenta la condizione di famiglie povere in Armenia, strette tra l’accumulo di debiti e la dipendenza da reti di sostegno informali. Durante l’assenza del marito, “la famiglia ha accumulato debiti presso i negozi e la compagnia elettrica” e, al suo ritorno, “i creditori si sono presentati alla sua porta tutta la mattina” [2858]. L’elettricità viene staccata per incentivare il pagamento e la famiglia si affida al cibo fornito dalla madre della moglie [2859]. La moglie, incinta, non ha potuto coltivare il terreno e, con tre figli piccoli e un neonato, non è riuscita a fare la fila per registrarsi per l’assistenza umanitaria [2862, 2863].

Si discute delle norme sociali che limitano la richiesta di aiuto, equiparata all’elemosinare, specialmente se in casa ci sono uomini abili al lavoro [2864, 2865]. Una madre afferma: Preferirei morire che chiedere aiuto ogni giorno ai miei vicini [2866]. Altri sistemi informali di supporto includevano la vendita a credito da parte di negozi di alimentari e la tolleranza della compagnia elettrica locale [2870]. Tuttavia, il credito veniva negato quando si riteneva che la famiglia non potesse più pagare [2871].

Ci si sofferma sulle carenze del sistema di trasferimenti statali (assegni familiari, pensioni), fonte importante ma insufficiente e inaffidabile, spesso pagata in ritardo [2872, 2873]. L’assistenza era destinata a gruppi vulnerabili, escludendo i poveri abili al lavoro e i proprietari terrieri [2875]. Ottenere lo status di disabile era difficile e costoso, richiedendo visite mediche, test e certificazioni, con costi di trasporto e tangenti [2878]. I sussidi di disoccupazione erano limitati a chi aveva avuto un impiego formale ed era senza terra [2879], per una durata massima di cinque mesi nel primo anno [2880].

Si tratta del sistema di welfare statale Paros, che utilizzava una formula basata su età, handicap e status (divorziato, vedovo, orfano, rifugiato) per identificare i vulnerabili, ma “mancava della flessibilità per riflettere l’attuale situazione in cui la maggioranza della popolazione armena era povera” [2887]. Se in una famiglia c’erano adulti abili al lavoro, questa non era idonea all’assistenza [2886]. Le famiglie intervistate non erano a conoscenza della formula di calcolo, il che limitava la loro capacità di fare ricorso [2889, 2890]. I livelli di registrazione erano bassi in alcuni villaggi [2892], come in uno della regione di Kotaik, dove “solo 12 delle 357 famiglie erano registrate presso il Paros” [2893]. La registrazione era problematica per donne incinte, persone con problemi di salute e residenti rurali, che dovevano recarsi in città [2895].

Viene raccontato il caso di due fratelli divorziati di Yerevan, non registrati al Paros, che vivono di ciò che portano i vicini e la sorella, vendendo effetti personali e raccogliendo bottiglie dalla spazzatura [2896, 2897, 2898, 2899]. “Entrambi i fratelli sono stati sull’orlo della fame dall’incidente” e non hanno elettricità da un anno [2900]. Uno dei due rifiuta di ri-registrarsi al Paros [2902]. Un altro caso riguarda il rifiuto della commissione sanitaria locale di concedere lo status di disabilità a un uomo con grave malattia mentale, i cui genitori non riescono a portarlo in visita perché lui “va nel panico per qualsiasi pressione” [2883, 2884].

[20.2-45]

29 Sistema di assistenza sociale e povertà in Armenia

Registrazione, targeting e strategie di sopravvivenza negli anni ’90

Si discute del sistema di assistenza sociale in Armenia, evidenziando le criticità nei meccanismi di registrazione e di distribuzione degli aiuti. Il sistema Paros, usato raramente, presentava liste con informazioni inesatte e procedure di aggiornamento complesse, dove “interpretazioni contrastanti dei requisiti documentali impedivano una registrazione accurata” [2908]. La discrezionalità locale nella selezione dei beneficiari escludeva nuclei vulnerabili, come dimostra il caso di Charentzavan [2915]. Un’alternativa per alcune famiglie erano gli istituti residenziali, visti come mezzo per ottenere assistenza di base, nonostante i gravi problemi di supervisione e abusi segnalati da un ex bambino di strada [2928]. Parallelamente, si presenta il fenomeno del targeting impreciso degli aiuti umanitari, poiché “fino al 70 percento dell’assistenza umanitaria andava a famiglie non povere” [2931]. Infine, si tratta delle strategie di sopravvivenza dei più poveri, che includevano la raccolta di avanzi nei campi o nella spazzatura, attività “difficile” e “umiliante” [2941], e la mendicità, per lo più limitata a Yerevan [2945].

[20.3-83]

30 Dinamiche e cause dell’esclusione sociale in Armenia

Povertà, isolamento e reti di sostegno compromesse.

Si discute della natura dinamica della povertà in Armenia, caratterizzata da frequenti transizioni delle famiglie dentro e fuori dalla condizione di indigenza a causa di fluttuazioni di reddito e spese, come “poor harvests, unpaid salaries or pensions” o “a crisis in the extended family” [2955]. La differenza cruciale tra poveri transitori e cronici risiede nel mantenimento dei legami sociali: “the former had retained crucial links to society” mentre i più poveri spesso avevano “weak connections to their kinship network” [2959], un “isolamento… sociale, geografico, fisico e psicologico” [2960]. Questo isolamento, unito a cattiva salute o handicap, limitava mobilità, occupabilità e accesso a beni e servizi determinato dalle “traditional social network” [2963].

Si presentano casi estremi di povertà legati al fallimento di queste reti, come single pensioners in villaggi [2972] o il caso di una donna morta di fame perché “both kinship and social ties had failed to support her” [2973]. Il fenomeno dei bambini di strada è indicato come simbolo del “weakening of the informal and governmental support system” [2976]. Le loro storie familiari includono “alcoholism and physical abuse” [2988] e isolamento. Per questi bambini, le istituzioni offrono un miglioramento materiale ma presentano “isolation from their parents, physical abuse from other children, and harsh discipline” [3000].

L’isolamento fisico e geografico “eroded kinship networks, limited access to work… and complicated access to social services” [3001], con la povertà rurale legata all’isolamento dai mercati [3002]. Lo stigma della povertà spingeva i capaci di lavorare a nascondere la propria condizione, poiché “Shame and the fear of loss of social status prevented the skilled… from accepting work… seen as demeaning” [3007]. La cattiva salute e l’handicap limitavano ulteriormente le opportunità di lavoro e matrimonio [3008, 3011], mentre la mancanza di beni lasciava le famiglie senza “buffer against emergencies” [3015].

Si conclude che la povertà si autoalimenta in un contesto dove “access to basic goods and services was increasingly determined by wealth and social connections” [3017], con i poveri esclusi dalle reti sociali orizzontali del passato [3018]. Una caratteristica marcata dei poveri armeni è “the extent of their inactivity” [3023], con famiglie con molti dipendenti e pochi percettori di reddito, salari insufficienti e sottoccupazione diffusa [3025, 3026].


[21]

[21.1-118]

31 Accesso alle cure e sistema di assistenza sociale in Armenia negli anni ’90

Crisi del sistema sanitario e implementazione del programma di aiuti “Paros”

Si presentano le criticità del sistema sanitario armeno e la successiva implementazione di un programma di assistenza sociale. Per quanto riguarda la sanità, i farmaci erano scarsi, specialmente nei villaggi, e quelli gratuiti per i gruppi vulnerabili raramente disponibili [3254, 3256]. I pazienti riducevano i costi evitando le cure o consultando conoscenti nel settore medico [3263, 3264]. Nei villaggi ci si rivolgeva anche a guaritori tradizionali [3265]. Sebbene il sistema formale fosse il più affidabile, sussistevano insoddisfazione per la disponibilità di medicine e condizioni delle strutture, e sfiducia verso i medici, percepiti come mossi dal profitto [3267, 3268, 3270]. Un paziente ricordò: “I am pleased with the medical personnel. But if I had not just given them money and presents, I would not have received adequate care” [3273]. I principali problemi identificati erano l’alto costo delle cure e dei farmaci, la scarsa responsabilità dei medici e il minore accesso per la popolazione rurale [3274]. I pazienti rurali avevano minore accesso alle diagnosi, ai medici e ai farmaci, con priorità di assistenza diverse da quelle urbane [3275, 3277].

In seguito, per migliorare il targeting degli aiuti umanitari e sociali, il governo armeno, con supporto internazionale, implementò il sistema “Paros” [3281, 3282]. Uno studio del 1998 ne valutò l’efficacia [3284, 3285]. Il sistema, sebbene riducesse il nepotismo centralizzando le decisioni, “had failed to make use of the flexibility inherent in its own rules and regulations to seek out and include the poor” [3287, 3288]. Di conseguenza, “Paros was good at excluding the rich, but not as good at including the poor” [3290]. Il sistema si basava su dati documentali delle famiglie per generare, tramite una formula, punteggi di povertà [3291, 3295, 3297]. L’iscrizione era volontaria, ma ostacolata da ruoli di genere, costi per ottenere documenti e mancanza di informazioni [3310, 3313, 3314]. La raccolta dati era problematica: documentare composizione familiare o redditi rurali era difficile e incentivava falsificazioni [3319, 3324, 3325]. La formula, poco compresa, privilegiava gruppi tradizionalmente vulnerabili ed escludeva i working poor [3328, 3329]. Le “liste aggiuntive”, gestite localmente, introducevano soggettività e rischiavano di perpetuare clientelismi [3301, 3336, 3337]. I beneficiari criticavano il sistema, percependo una perdita di voce e rigidità [3340, 3343]. Le conclusioni dello studio raccomandavano di cercare attivamente i più poveri, basarsi su assistenti sociali dedicati e visite domiciliari, e chiarire il processo di ricorso [3349].


[22]

[22.1-69]

32 Povertà e frammentazione sociale in Georgia post-sovietica

Indigenza, debiti e perdita di dignità durante la transizione.

Si presentano le condizioni di grave povertà e le sue conseguenze sociali e psicologiche in Georgia dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Un caso emblematico è quello di una madre che, per un debito, “ha venduto i suoi beni di casa, e infine il suo appartamento” diventando, nelle sue parole, “un cane randagio che piagnucola alla porta chiusa dei parenti” [3469]. L’accesso all’acqua era critico: “Nel 1989 solo il 40% delle famiglie rurali aveva acqua corrente” [3472] e i sistemi erano danneggiati o contaminati [3473, 3474, 3476]. Le famiglie non potevano soddisfare i bisogni di base, inclusi vestiti e calzature, al punto che “i bambini perdevano la scuola perché non avevano cappotti e stivali” [3479] e subivano derisioni [3481]. Anche insegnanti e studenti provavano umiliazione per l’aspetto trascurato [3482, 3484].

Si discute dell’isolamento culturale: i professionisti non potevano più acquistare libri specialistici [3487] e “i musicisti e le compagnie teatrali non facevano più tournée nelle zone rurali” [3489]. In molte aree mancavano giornali, televisione e telefoni funzionanti [3490, 3491, 3493]. Un aspetto cruciale era la perdita di status e la vergogna, poiché le famiglie non potevano più sostenere i rituali sociali, come l’ospitalità e i funerali, fondamentali per l’autostima e la solidarietà comunitaria [3497, 3500]. Un esempio estremo è quello di una donna costretta a “noleggiare” una bara e a seppellire la madre “avvolta solo nella cellophane” per vergogna del confronto con un funerale tradizionale vicino [3504].

Ci si sofferma sulle cause della povertà attribuite dalla popolazione: iperinflazione, che distrusse i risparmi [3517, 3518], disoccupazione, pensioni basse e il collasso delle banche [3507]. La transizione al mercato fu criticata, con accuse di indifferenza e incompetenza contro le autorità [3509]. Molti rimpiangevano la stabilità sovietica, ritenendo che “il governo dovrebbe fornire posti di lavoro” [3506] e risarcire i risparmi perduti [3519]. Il crollo del sistema pensionistico simboleggiava l’indifferenza statale [3521]. Il passaggio a un’economia informale era difficile per chi considerava il lavoro statale come l’unico rispettabile [3531, 3535], portando molti a definirsi disoccupati pur lavorando nel settore informale [3533].


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[23.1-20]

33 Strategie di sopravvivenza e frammentazione sociale in Georgia

Il peso del debito e le tattiche per affrontare la povertà.

Si presentano le difficoltà imprenditoriali e le strategie di sussistenza della popolazione povera in Georgia. L’attività imprenditoriale è ostacolata da tasse informali e un quadro legale incerto: “In some cases entrepreneurs found it cheaper to pay the tax inspector 20 lari a month under the table than to pay the required registration fee” [3585]. Ketino, dopo un prestito, dovette pagare racket e polizia, sottovalutando la concorrenza, e “ended up owing the equivalent of $5,000” [3587]. Anche i trasportatori affrontavano multe e margini minimi, come l’autista che “paid 65 percent of his revenue to rent his bus” [3590]. Storie di fallimento, debiti e perdita dei beni sono comuni, come per l’uomo di Gldani che “had to sell the family furniture, car, and apartment” [3592] o per Zaal, il cui socio “absconded with their joint earnings” [3594]. “The lack of a clear legal framework caused disaster for other would-be entrepreneurs” [3593].

La risposta alla povertà e alla mancanza di contante avviene attraverso strategie di sopravvivenza. “Reducing or avoiding expenditure was the most effective and widely practiced means of survival for all poor families” [3598], il che implica comprare meno cibo, risparmiare sulle cure mediche e “abstained from social occasions and even schooling” [3600]. Le riparazioni domestiche sono approssimative e spesso “their electricity and telephone service were often disconnected” [3601]. Per il trasporto, “often walked long distances, even in very bad weather, to avoid paying bus fare” [3602]. Un’altra strategia cruciale è il giardinaggio di sussistenza: “residents had garden plots where they grew greens, potatoes, cabbage… selling what they could not eat” [3604], integrando il reddito tramite baratto.


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[24.1-55]

34 Le conseguenze della privatizzazione agricola e le strategie di sopravvivenza in Georgia

Transizione, frammentazione e adattamento nell’agricoltura post-collettivista.

Si presenta un quadro delle condizioni agricole e di sopravvivenza in diverse regioni della Georgia dopo la riforma fondiaria. La distribuzione della terra ha assunto in alcune aree una connotazione etnica e la privatizzazione non è stata uniforme “Privatization had not occurred in some areas” [3672]. L’accesso alle risorse è risultato diseguale: “The cost of access to equipment and inputs limited farm profits” [3660] e molti piccoli agricoltori, non potendo permettersi di noleggiare macchinari, “left part of their land unworked” [3661]. Gli ex lavoratori delle fattorie collettive sostengono le proprie famiglie attraverso “a combination of subsistence farming, sale of farm produce, and off-farm employment” [3676], ma i raccolti si sono ridotti drasticamente per la mancanza di accesso a mezzi tecnici [3677].

Le strategie di adattamento includono il passaggio a colture di sussistenza o più redditizie, come frutta e verdura [3679, 3680], e il baratto nei mercati locali, poiché “most farmers could not afford the transportation costs” [3689]. Il marketing è dominato da intermediari, con gli agricoltori che “lacked the resources to organize marketing” [3693] e alcuni temono il controllo della “local mafia” [3694]. Il lavoro salariato stagionale, spesso pagato con “slave wages” [3705] o in natura [3699], rappresenta una fonte di reddito cruciale nonostante le condizioni difficili. In conclusione, l’agricoltura, “especially for farmers with poor-quality land and no machinery, involved much heavier labor than ever before and no guarantees” [3710], mentre i benefici sociali statali sono bassi e fonte di confusione e scetticismo [3711, 3712].


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[25.1-80]

35 Crisi sanitaria e frammentazione sociale in Georgia

Collasso del sistema sanitario, corruzione negli aiuti e impatto sulla popolazione vulnerabile.

Si presenta un quadro del deterioramento del sistema sanitario e degli aiuti umanitari in Georgia durante un periodo di transizione. Si discute della corruzione nella distribuzione degli aiuti, per cui, nonostante il riconoscimento della loro utilità, molti erano “addolorati nel vederli venduti nei mercati” [3727] e si credeva vi fosse “una collusione su larga scala tra distributori di aiuti e aziende corrotte” [3729]. Ci si sofferma poi sul sistema sanitario, definito da un operatore internazionale come “un nuovo disastro causato dall’uomo” [3742]. Si tratta dell’inaccessibilità delle cure per i poveri, a causa delle tariffe ufficiali e delle richieste informali: i medici di distretto “richiedono non ufficialmente il doppio” [3743]. Si descrivono le conseguenze sulla salute: l’aumento di tubercolosi, attribuito a “cattiva alimentazione e sovraffollamento estremo” [3751], e di “condizioni legate allo stress” [3760], con molti intervistati che si descrivevano “ansiosi per il presente, timorosi per il futuro e pronti a esplodere” [3761].

L’analisi si estende alla salute materno-infantile, dove il parto “era diventato così costoso da spingere spesso le famiglie povere a indebitarsi” [3772] e molte donne ricorrevano al parto in casa perché gli ospedali erano “freddi e sporchi” [3780]. Si riferisce di casi tragici, come quello di un bambino di 10 giorni senza nome, che la famiglia sperava “di trovare qualcuno che lo adottasse in modo che non morisse di fame e di freddo” [3777]. La popolazione povera affrontava i problemi di salute “semplicemente ignorandoli” [3787] o stabilendo priorità, usando i soldi disponibili per i figli piuttosto che per le proprie cure [3789]. La necessità di pagare le cure portava le famiglie a “vendere importanti beni domestici, persino le loro case” [3791]. In conclusione, le famiglie povere ritenevano che “l’assistenza medica fosse diventata inaccessibile” [3792] e si era diffuso “un marcato senso di indifferenza verso la propria salute e persino verso quella dei propri figli” [3793].

L’ultima parte si concentra sui bambini, “particolarmente vulnerabili alla transizione” [3794], la cui salute ed educazione ne hanno risentito. Si menziona l’aumento dell’“abbandono di neonati e bambini, insieme a negligenza e abusi” [3798], con storie di vendita di bambini. Infine, si tratta del fenomeno dei bambini di strada a Tbilisi, che “rappresentavano ogni gruppo etnico” [3801] e il cui numero era stimato tra “1.000 e 200 in un dato momento” [3806].


[26]

[26.1-25]

36 Confini, minoranze e sfollati nella Georgia post-sovietica

Dinamiche socioeconomiche e tensioni etniche nelle regioni di frontiera

Si presenta una trattazione delle condizioni nelle regioni di frontiera della Georgia, influenzate da topografia, legami transnazionali e tensioni post-conflitto. “A causa della topografia montuosa della Georgia e delle nevicate abbondanti, frane e valanghe chiudono alcune strade almeno cinque mesi all’anno, costringendo i residenti delle aree di confine montane come Kazbegi a guardare alla Russia (in particolare, all’Ossezia del Nord) come al luogo più vicino per vendere i loro prodotti” [3943]. La prossimità alla Russia rendeva i viaggi più economici rispetto a quelli verso la capitale [3944]. I confini meridionali con Azerbaijan e Armenia non erano ancora chiaramente definiti [3946].

Si discute delle relazioni interetniche, dove legami di parentela, etnia e questioni pratiche come la lingua influenzano scelte educative e matrimoniali [3947], con la prospettiva che la nazionalizzazione linguistica spingerà le minoranze non georgiofone a spostarsi [3948]. Le popolazioni di confine godono comunque di vantaggi commerciali [3949]. I rapporti tra georgiani e armeni nella regione di Samtskhe-Javakheti erano particolarmente tesi durante il periodo Gamsakhurdia [3950], con accuse di esclusione dal mercato del lavoro pubblico [3951], percepita come frutto di pregiudizio e della non conoscenza del georgiano [3953], precedentemente sopperita dal russo [3954]. Al tempo dello studio, le relazioni erano più calme [3955]. La minoranza azera a Marneuli mantiene affiliazioni linguistiche e culturali con l’Azerbaijan [3956], parla prevalentemente azero a casa [3957] e ha forti legami con quel paese. L’economia è largamente agricola [3958]. Il distretto si distingueva per un maggiore senso di paura verso le autorità, minori risultati educativi e una posizione subordinata di donne e ragazze [3959].

Ci si sofferma sulle zone di conflitto. Gli sfollati interni (IDP) dall’Abkhazia nei centri di raccolta formavano comunità chiuse, con relazioni distanti o ostili verso le popolazioni locali, oppressi psicologicamente dal sospetto e risentimento delle comunità ospitanti [3961]. Molti desideravano fortemente tornare alle loro case [3962], altri volevano andare in Russia [3963], e alcuni insistevano sull’uso della forza per garantire il ritorno [3964]. Le popolazioni locali vicino al confine con l’Abkhazia si lamentavano del comportamento dei peacekeeper della CSI (russi), accusati di furti di bestiame ed estorsioni [3965], denunce rimaste senza risposta [3966]. “Nel frattempo il confine rimaneva poroso” [3967].


[27]

[27.1-65]

37 Povertà in Georgia, Ucraina e Moldova

Vulnerabilità, privazione e sfide post-sovietiche

Si presentano le condizioni di povertà in Georgia, Ucraina e Moldova nel periodo post-sovietico. In Georgia, i gruppi vulnerabili includono “gli anziani, i malati cronici e i disabili, le madri con molti figli e senza opzioni di assistenza all’infanzia, e i giovani che abbandonano la scuola senza esperienza lavorativa” [4078]. Le minoranze etniche affrontano ulteriori svantaggi. Per i poveri, le difficoltà maggiori riguardano “la privazione fisica (mancanza di cibo, riscaldamento, alloggio dignitoso e acqua potabile) e la deprivazione sociale e culturale (vestiario presentabile, esclusione dalla vita sociale e culturale)” [4079]. La causa della loro condizione è attribuita a “mancanza di posti di lavoro, salari bassi e pagati in ritardo, benefici inadeguati, perdita dei risparmi, indebitamento e altri fattori contingenti” [4080].

Il testo si sposta poi su Ucraina e Moldova. L’Ucraina, dopo il crollo dell’URSS, ha visto rompersi i legami economici, subire un’iperinflazione che “aveva spazzato via i risparmi delle famiglie” [4096] e un crollo della produzione. “Entro il 1996 quasi il 30% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà” [4097]. Un fattore chiave per far fronte alla povertà sono “le forti reti di reciprocità che legano parenti, vicini stretti, amici e colleghi” [4112]. Uno studio qualitativo sulla povertà in Ucraina, condotto tra il 1995 e il 1996, ha coinvolto 500 famiglie povere in cinque siti diversi (Kyiv, Kharkiv, Donbas, Crimea e Ivano-Frankivsk) per esplorarne le dimensioni. “La maggior parte ha descritto le proprie famiglie come povere (bednyt) in opposizione a indigenti (nishchii)” [4141].

La Moldova, a seguito della perdita dei mercati sovietici e dell’accesso a risorse energetiche sussidiate, ha sofferto “uno dei cali più ripidi del tenore di vita tra i paesi dell’ex Unione Sovietica” [4106]. “Circa un terzo della popolazione era considerata povera nel 1997” [4107]. I nuovi poveri includono sia i tradizionalmente vulnerabili sia “molti che in precedenza godevano di posizioni professionali ben retribuite” [4108].


[28]

[28.1-97]

38 Povertà e mercato del lavoro in Ucraina negli anni ’90

Sopravvivenza, esclusione e nuove strategie in un’economia in contrazione.

Si tratta della condizione di povertà e delle dinamiche del mercato del lavoro in Ucraina durante un periodo di crisi economica. Si discute delle strategie di sopravvivenza, come il furto di materiali dallo stato, praticato “senza vergogna in tutta l’Ucraina” [4349], o il fatto che lavoratori come Petia integrassero lo stipendio “prendendo parti elettriche e forniture dalla brigata e vendendole al bazaar” [4350]. Un numero elevato di persone continuava a recarsi al lavoro “anche se non avevano ricevuto uno stipendio da mesi” [4350], motivato dalla ricerca di stabilità, dai benefici sociali e dal timore che “un nuovo impiego non garantisse un lavoro stabile” [4353]. La ricerca di un nuovo lavoro era vincolata alle “connessioni”, essenziali e spesso riservate a “parenti e amici stretti” [4357, 4359].

Ci si sofferma sulle forme di discriminazione che scoraggiavano la mobilità lavorativa: per età (con soglie di esclusione a 40 o addirittura 35 anni) [4364, 4365], per sesso (con donne giovani temute per una possibile maternità e soggette a molestie) [4368, 4369], e per disabilità [4374]. I Servizi per l’Impiego, spesso descritti come una “specie di racket” [4387], offrivano per lo più “lavori manuali, poco pagati” e un processo di applicazione “eccessivamente complicato” e umiliante [4378, 4380]. La testimonianza di Vika, un ingegnere edile, illustra come le offerte fossero spesso finte e che per un vero lavoro “avrebbe dovuto pagare una tangente” [4382].

Si presentano casi individuali che esemplificano l’adattamento a un’economia informale e pericolosa. Nikolai Andreevich, dopo aver perso il lavoro in fabbrica, si dedicò al commercio al mercato, affrontando rischi e minacce da “gang o organizzazioni criminali che controllano il mercato” [4391]. Trovò poi lavoro in edilizia solo “grazie a un amico di un amico” [4394] e, dopo essersi rivolto ai Servizi per l’Impiego, intraprese una riqualificazione come saldatore con la speranza di emigrare in Siberia per lavoro [4396, 4398].

Le conclusioni delineano un mercato del lavoro in contrazione, dove gli stipendi nel settore statale sono bassi e pagati in ritardo [4400], e che esclude intere categorie di persone, diventando “un dominio esclusivo” accessibile solo tramite raccomandazioni [4402, 4403]. La povertà ha profonde implicazioni sociali: cambia la struttura familiare, rendendo i figli un “lusso” [4408, 4414], limita l’ospitalità per costi e umiliazione [4420, 4425], e commercializza l’istruzione, dove “ciò che è più importante non è la conoscenza, ma il denaro” [4433]. Anche il sistema sanitario sta sviluppando un doppio binario, pubblico e privato a pagamento, in cui i poveri “soffrono in modo sproporzionato” [4442].


[29]

[29.1-20]

39 La crisi sanitaria e l’aumento della criminalità in Ucraina

Misure restrittive e timori quotidiani

Si presenta la difficile situazione sanitaria e di sicurezza in Ucraina, in particolare in Crimea. Le misure economiche costringono i poveri a ricorrere a “rimedi casalinghi se non in caso di emergenze gravissime” [4447]. L’assistenza d’emergenza è gratuita, ma gli ospedali chiedono il pagamento della benzina per l’ambulanza, quindi “molti pazienti aspettavano che le loro condizioni diventassero molto serie prima di chiamare un’ambulanza” [4449]. Viene descritto il caso di Raya, la cui famiglia sopravvive con 47 dollari al mese e deve affrontare spese mediche per il marito malato di tubercolosi e i figli, non potendo permettersi medicine o trasporti nonostante i diritti teorici: “Raya ha dovuto ricorrere a rimedi casalinghi perché non poteva permettersi le medicine prescritte” [4455]. Nelle aree rurali, i pazienti denunciano “trattamento incompetente, mancanza di medicinali appropriati e mancanza di trasporto per le strutture mediche” [4458].

Parallelamente, si discute dell’impatto della criminalità sulla vita quotidiana. “In tutta l’Ucraina la gente esprimeva paura per l’aumento della criminalità” [4459]. Molti, specialmente anziani e donne, “non uscivano più di casa dopo il tramonto” [4460]. I media riportano più crimini rispetto all’era sovietica, spaventando i cittadini. In Crimea, si ritiene che “il crimine fosse completamente fuori controllo e che i criminali stessero diventando sempre più audaci” [4462]. Viene citato il caso di Pavel a Simferopol, con furti e aggressioni, incluso un vicino rapinato di “barattoli di frutta conservata” [4464]. Un tentativo di furto fu sventato da un “bambino di sei anni che era a casa da solo” che chiamò la polizia [4466].


[30]

[30.1-65]

40 Polizia, Servizi e Tensioni Regionali nell’Ucraina Post-Sovietica

Controllo, paura e povertà in un periodo di transizione.

Si presenta un quadro del deterioramento della sicurezza e dei servizi pubblici in un contesto di rilassamento del controllo statale. Le funzioni di polizia si erano ridotte, ma era diminuito anche il controllo statale sulla polizia stessa, lasciando i cittadini, “specialmente i poveri e i senza potere”, a sentirsi indifesi e senza alcun ricorso se non la sottomissione a richieste di tangenti o minacce di brutalità [4472-4473]. La percezione di insicurezza, alimentata da storie che circolavano tra vicini e amici, portava la gente a rimanere in casa dopo il tramonto, intensificando il senso di isolamento [4474-4475]. Parallelamente, la commercializzazione dei servizi sanitari ed educativi li aveva resi inaccessibili ai poveri, costituendo un potente disincentivo ad avere figli [4476-4478]. L’aumento della criminalità colpiva i più indifesi, generando una paura pervasiva: i mezzi pubblici erano considerati pericolosi per i borseggiatori, le strade per le gang e le autorità governative ritenute influenzate dalla criminalità organizzata [4479-4481].

La trattazione si sposta quindi sulle forti diversità regionali dell’Ucraina, con particolare attenzione alla Crimea e al Donbass, regioni politicamente volatili, afflitte da povertà acuta e fortemente infiltrate dal crimine organizzato [4482-4485]. Ci si sofferma sulla comunità dei Tatari di Crimea, deportata in massa in Asia Centrale nel 1944 con un tasso di mortalità stimato del 42% durante il trasferimento forzato [4488, 4491]. Il loro ritorno in massa, reso possibile dopo il 1989, avvenne in un periodo di collasso statale e crisi economica [4486, 4492]. Al loro rientro, i Tatari dovettero affrontare una Crimea popolata per il 65% da russi e con un’economia militarizzata, trovando un “blocco conservatore e filo-russo” [4497-4498]. La loro organizzazione politica, il Mejlis, sosteneva le rivendicazioni dell’Ucraina sulla Crimea, poiché “non fu l’Ucraina a deportarli, e … ora l’Ucraina era l’unico governo a fornire loro qualsiasi assistenza” [4499-4500]. Molti Tatari esprimevano un cauto desiderio di autonomia politica, cosa che spaventava gli abitanti russi e ucraini [4501].

Le difficoltà del ritorno furono aggravate dalla povertà. Le famiglie tatare, oltre a subire la contrazione del mercato del lavoro e l’inflazione galoppante come il resto della popolazione, vedevano nella migrazione la causa principale della loro indigenza [4512-4513]. Molti si impoverirono perché convertirono le loro proprietà in Asia Centrale in contanti proprio quando una riforma monetaria e l’iperinflazione resero il denaro praticamente senza valore [4514]. Incontrarono inoltre enormi ostacoli nell’ottenere alloggi e terra, spesso dovendo occupare terreni o accontentarsi di lotti senza infrastrutture di base [4523, 4526]. La maggior parte viveva in condizioni abitative precarie, in “piccoli edifici temporanei costruiti in modo rozzo e difficili da riscaldare”, o in costruzioni incomplete [4527-4528]. Ottenere elettricità, carburante e acqua rappresentava un grosso problema [4531].


[31]

[31.1-85]

41 L’esclusione sociale dei Tatari di Crimea dopo il ritorno dall’esilio

Uno studio partecipativo sulle condizioni dei rimpatriati

Presentazione di uno studio commissionato dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sulla situazione dei Tatari di Crimea ritornati in patria dopo la deportazione sovietica. Si discute l’esperienza di esclusione sociale multiforme vissuta da questa comunità, utilizzando le loro stesse parole per descrivere priorità e bisogni [4816]. Lo studio, condotto nell’estate del 1997 in nove siti della penisola [4822][4823], mirava a far luce su una situazione su cui circolavano poche informazioni imparziali [4814] e i cui risultati furono utilizzati per un appello di fondi delle Nazioni Unite [4817].

I risultati si concentrano sull’esclusione sociale, ritenuta importante per la stabilità regionale poiché in essa “giacciono i semi del conflitto civile ed etnico” [4819]. “Dal punto di vista dei Tatari di Crimea, le loro comunità sono escluse, persino ghettizzate” [4820]. Nell’indagine descrissero molteplici forme di esclusione: geografica, sociale, linguistica, culturale, religiosa, politico-amministrativa ed economica [4821]. Le autorità locali erano spesso sprezzanti, sostenendo che “altri ucraini si trovavano in una posizione altrettanto difficile” [4813].

Si fornisce il contesto storico della deportazione forzata di circa 000 persone nella notte del 18 maggio 1944 [4840], un evento raccontato tramite testimonianze dirette che descrivono viaggi disumani e perdite elevate [4845-4850]. Dopo la riabilitazione nel 1967, il diritto al ritorno fu concesso solo nel 1989 [4857], portando al rimpatrio di circa 000 persone su 000 [4858]. Il ritorno avvenne in un contesto sfavorevole: la leadership tatara rinunciò a rivendicare le case originali [4866], furono soggetti a limitazioni geografiche agli insediamenti [4867] e si concentrarono in aree rurali povere [4869], nonostante molti provenissero da città in Asia Centrale [4885]. I programmi di reinsediamento finanziati dall’Ucraina dopo il 1991 non raggiunsero gli obiettivi [4889] e furono drasticamente ridotti [4890-4892].

Le relazioni interetniche restano tese. I Tatari di Crimea si sentono esclusi su molti fronti [4894] e sono sottorappresentati politicamente [4895]. Il loro organo rappresentativo, il Mejlis, ha usato “metodi conflittuali come la chiusura delle ferrovie, dimostrazioni di massa e atti di auto-insediamento” [4896] per attirare l’attenzione sui loro bisogni [4821]. Molti ucraini e russi temono che i Tatari, in quanto percentuale crescente della popolazione, possano un giorno “rivendicare le loro case e stabilire un proprio governo in Crimea” [4897]. Alcuni intervistati tatari avvertirono che queste rivendicazioni “potrebbero diventare più insistenti con il continuo declino della situazione economica e la percepita indifferenza dei funzionari locali” [4897].


[32]

[32.1-40]

42 Povertà e sfide dei rimpatriati tatari di Crimea

Condizioni di vita estreme e strategie di sopravvivenza nel periodo post-sovietico.

Si presenta la difficile situazione economica e abitativa delle famiglie tatare di Crimea rimpatriate, con un focus sulle strategie di sopravvivenza e sulla precarietà del reddito. “In rural areas, poor families often had access to limited amounts of milk” (4957) e “Purchases of clothing, basic health саге, and education often required forgoing other basic needs” (4959). La storia di Selite illustra il percorso comune: fuga da un conflitto, vita in un ostello, lavori umili e dipendenza dagli aiuti familiari. “Selite is a professional dancer but took a job as a housecleaner at a salary of 70 grivnas a month” (4962). La sua dieta segna la progressione della povertà: “they lived very poorly from 1992 until 1994, eating only bread. From 1994 until 1996 they were slightly less poor, eating bread and potatoes” (4968).

La povertà estrema portava a misure drastiche: “Poor rural families routinely ate animal feed (otrub…)” (4970) e “Some stole for survival” (4970). Le condizioni abitative nei nuovi insediamenti erano critiche: “They had little infrastructure: no piped drinking water, electricity, roads, heating, drainage, or sewers” (4976) e molti vivevano in “temporary housing: hostels or converted classrooms” (4977). L’alloggio, un potenziale bene, era inaccessibile per la maggior parte a causa dei divieti e della carenza di case (4983).

I gruppi sociali più vulnerabili includevano “refugees, pensioners, large families with young children, and single and divorced mothers” (4984). Un esempio è una madre single a Kerch la cui “gas has been cut off because she cannot pay” (4984). Anche i lavoratori edili, reclutati con promesse di alloggio e salario, furono abbandonati quando i fondi statali cessarono (4987-4988). La crisi inflazionistica del 1992-93 colpì duramente tutti: “hyperinflation eliminated cash savings and the budgetary crisis reduced the value of salaries and pensions” (4993). Anche famiglie meno povere subirono periodi di difficoltà a causa dell’instabilità del reddito (4991). La priorità assoluta per le famiglie era “to meet basic food needs and cover educational costs” (4990), mentre il completamento delle case rimaneva un’impresa irraggiungibile (4991, 4995-4996).


[33]

[33.1-45]

43 Condizioni di vita nei nuovi insediamenti dopo il ritorno

Sovraccarico di lavoro, isolamento sociale e degrado delle infrastrutture di base.

Si presenta la difficile situazione nei cosiddetti “insediamenti compatti” abitati dalle popolazioni di ritorno. La vita quotidiana è caratterizzata da un eccessivo carico di lavoro per uomini e donne, con i primi impegnati nella costruzione delle case la sera e nei fine settimana [5025] e le seconde costrette a lavorare sia in un lavoro salariato… che al mercato [5026]. Questo sforzo, unito alla totale assenza di tempo libero, e… centri ricreativi, negozi o servizi sociali [5028], lascia poche opportunità ai vicini di incontrarsi [5027].

La povertà conseguente al reinsediamento ha logorato l’integrità familiare [5029], portando a un numero considerevole di madri single e divorziate [5030] poiché, come spiegato dalle donne, l’incapacità degli uomini di provvedere alle necessità della famiglia li aveva spinti ad abbandonare le loro famiglie impoverite [5031]. Il degrado sociale è testimoniato dall’aumento di furti, racket e prostituzione [5034], con i giovani esposti alla tentazione di vandalismo, alcolismo e abuso di droghe [5035] a causa della mancanza di opportunità di lavoro e di attività ricreative [5035].

La priorità assoluta a livello comunitario è la fornitura di infrastrutture di base [5041]. La carenza di servizi essenziali come acqua, elettricità e strade [5041] crea condizioni di vita precarie. “Al 1997 solo il 20 per cento degli insediamenti compatti e dei quartieri residenziali aveva l’elettricità, il 30 per cento aveva l’acqua, il 15 per cento aveva strade asfaltate, solo il 4 per cento aveva il riscaldamento a gas, e nessuno aveva fognature” [5043]. La mancanza di infrastrutture impediva il ritorno di altri tatari di Crimea dall’Asia centrale e la normalizzazione della vita [5046].

L’inverno acuisce le difficoltà: le strade si trasformavano in fiumi fangosi, per poi coprirsi di lastre di ghiaccio, rendendole impraticabili [5048]. I problemi idrici peggiorano a causa di tubi ghiacciati, pozzi secchi e strade impraticabili [5052], e l’acqua, spesso distribuita con autocisterne e razionata, presentava contaminazioni come elementi fecali e ammoniaca [5057]. Per il riscaldamento, molte famiglie si sono rivolte alla legna, con un notevole impatto ambientale sulle aree boschive della Crimea [5046], arrivando a tagliare 12 ettari di frutteti per la legna da ardere [5067] in soli sette anni in alcuni insediamenti.

[33.2-45]

44 Le condizioni abitative dei Tatari di Crimea dopo il ritorno

Crisi alloggi, soluzioni temporanee e strategie familiari in un contesto di carenza infrastrutturale.

Si presenta la grave situazione abitativa e infrastrutturale affrontata dai Tatari di Crimea dopo il loro rimpatrio. In un contesto di carenza cronica di alloggi in Ucraina, aggravata dalla crisi di bilancio, migliaia di famiglie vivevano in condizioni precarie. “Housing Upon their arrival, the returning Crimean Tatars faced an already tight housing and infrastructure situation” [5072]. Molti risiedevano in “unfinished homes or vremianki (small temporary homes)” [5076], in container da trasloco [5078] o in “the basements of their unfinished homes” [5079], con costruzioni spesso bloccate per anni [5080]. Un esempio estremo è quello di Evpatoria, dove famiglie vivevano in scantinati malsani, con “the smell of mold mixed with that of cooking and the unmistakable stink of broken toilets” [5083] e una densità abitativa paragonata a “0.3 square meter more than a grave” [5085].

La mancanza di sistemi fognari era un ulteriore problema, considerato normale dalle comunità ma critico secondo standard occidentali, “especially where the water table is high and well water is used for drinking” [5071]. Le strategie di sopravvivenza includevano il pooling di risorse familiari per costruire [5099] e il ricorso a lavori saltuari. La crisi economica rendeva i salari insufficienti [5107] e i rimpatriati, spesso vittime di discriminazione, erano confinati a “physical labor” [5108]. L’autocostruzione e la produzione di cibo in piccoli appezzamenti diventavano risorse vitali per affrontare l’insicurezza finanziaria [5104, 5105].

[33.3-45]

45 Occupazione e autoimpiego dei Tatari di Crimea dopo il ritorno

Salati non pagati, disoccupazione diffusa e discriminazione sistematica spingono verso l’economia informale.

Si presenta la situazione occupazionale dei Tatari di Crimea dopo il loro ritorno, caratterizzata da un’alta disoccupazione reale, discriminazione e pagamenti irregolari. “In all three collective farms the management was unable to pay salaries in full” [5114] e gli stipendi venivano talvolta corrisposti in beni, come mattoni [5119]. Il tasso ufficiale di disoccupazione era basso, ma quello reale si avvicinava al 45% [5120], colpendo in particolare i Tatari di Crimea [5121]. Secondo fonti tatare, solo il 60% delle persone abili al lavoro era occupato [5122]. “Crimean Tatars were seldom offered jobs that matched their qualifications and experience” [5124] ed erano sottorappresentati nelle istituzioni pubbliche [5125] e assenti nelle forze di sicurezza [5126]. La “discrimination was perceived as the most important obstacle to employment” [5129], con offerte ritirate alla vista del passaporto [5130]. Per ottenere un lavoro, “Personal ties and nepotism were the predominant means” [5141]. Molti, esclusi dal mercato del lavoro regolare, “turned to self-employment” [5132]. Il settore privato offriva redditi attraverso la vendita di beni locali o importati, il trasporto o la produzione di cibi etnici [5144]. Micro-imprese e autoimpiego richiedevano poco capitale iniziale [5145] e potevano essere un primo passo per attività più ambiziose [5146], come nel caso di Lutfie, che iniziò a friggere e vendere tchibureki dopo aver subito discriminazioni [5147]. Tuttavia, queste attività erano vulnerabili a fluttuazioni di prezzo e costi [5148-5151] e dipendevano dall’accesso a mercati e trasporti [5152]. Nei villaggi isolati, solo chi possedeva un’auto poteva commercializzare i prodotti con profitto [5153-5155], mentre altri erano esclusi a causa dei costi di trasporto [5156]. L’attività di trasporto, come quella di Marlen che noleggia un camion, era soggetta a guadagni variabili e dipendeva dalla disponibilità di clienti [5157].

[33.4-49]

46 Ostacoli economici e legali dei Tatari di Crimea dopo il ritorno

Tra sopravvivenza informale, barriere burocratiche e discriminazione sistemica.

Si presenta un quadro delle difficoltà economiche e giuridiche incontrate dai Tatari di Crimea rientrati dall’esilio. L’attività di piccolo commercio e impresa, sebbene fonte di reddito cruciale per molti disoccupati, è gravata da una combinazione di costi formali e informali che ne riducono la redditività, come “una combinazione di costi formali e informali rese le attività commerciali difficilmente redditizie senza legami con funzionari locali” [5158]. Le tasse ufficiali sono elevate e si aggiungono pagamenti informali, tra cui tangenti a ispettori e possibili estorsioni della mafia, stimate tra “il 10 e il 20 percento dei profitti” [5161]. La mancanza di capitale iniziale, idee imprenditoriali e competenze gestionali ostacola ulteriormente lo sviluppo [5162].

Il processo di privatizzazione delle imprese escludeva di fatto molti Tatari di Crimea, poiché “probabilmente erano in una posizione meno favorevole per la privatizzazione perché più di loro erano impiegati part-time ed esclusi da posizioni dirigenziali” [5174]. Le maggiori difficoltà legali riguardano l’ottenimento del permesso di soggiorno permanente, necessario per l’impiego formale e per evitare multe. I requisiti sono stringenti e spesso impossibili da soddisfare per chi vive in alloggi non finiti, poiché “molte delle case negli insediamenti compatti erano incomplete… e non avrebbero superato tale ispezione” [5180]. La procedura è arbitraria e soggetta a discriminazione, come testimoniato dal caso di un uomo a cui fu detto apertamente “che ai Tatari di Crimea è vietato vivere a Bakhchisarai” [5188] e a cui fu annullata una compravendita immobiliare dopo l’intervento della polizia [5197]. Le molestie della polizia persistono anni dopo il rimpatrio, con controlli basati su profilazione etnica, come confermato dalla spiegazione di un agente su “un contingente giornaliero da rispettare per raccogliere ‘persone con tratti caucasici’” [5203].

La questione linguistica e culturale è centrale per l’identità collettiva. Un intervistato afferma: Senza la nostra lingua nazionale, non siamo Tatari di Crimea. Se non siamo Tatari di Crimea, non siamo nulla [5204]. Tuttavia, la maggior parte delle famiglie parla russo in casa, segno delle conseguenze dell’esilio [5206].


[34]

[34.1-35]

47 Sopravvivenza quotidiana nella Moldova post-sovietica

Strategie di adattamento in condizioni di estrema penuria

Si presentano le difficoltà materiali e le strategie di sopravvivenza delle famiglie, con particolare riguardo a pensionati e bambini, nella Moldova degli anni Novanta. La gestione delle scarse risorse economiche è centrale: i pensionati sostengono di poter cavarsela solo se ricevono l’assegno in tempo, ma una maestra in pensione, dopo le bollette, ha solo 65 lei per il cibo e consuma tea without sugar and one piece of bread [5336]. Anche coltivare un orto è problematico per gli anziani a causa dei costi dei trasporti e della mancanza di attrezzi [5337]. In famiglia, il cibo viene distribuito con priorità precise: women fed their husbands first, then their children, and ate the leftovers [5339]. Un padre descrive i pasti: All the children eat from one pot… My wife and I eat the leftovers [5340, 5342], e a volte si mangia solo bread or mamaliga with onions [5343]. Nonostante gli sforzi, many children went to school hungry [5344] e gli insegnanti notano chi è senza colazione [5345].

Si discute poi delle condizioni abitative. In campagna, le case spesso restano incompiute e si deteriorano, con leaking roofs, moldy and smoke-blackened walls, rotten floors [5348], e si tappano le falle con teli di plastica [5349]. In città, il sovraffollamento è un problema, con famiglie che vivono in una sola stanza per decenni [5351, 5352]. Molte abitazioni sono spoglie: Large families might have one bed and one couch and keep their food in the neighbor’s refrigerator [5354], e i bambini dormono in un letto singolo o per terra [5355].

Ci si sofferma infine sulla crisi dei servizi e del riscaldamento. Many houses had no gas or water connections [5356] e l’acqua calda non esiste più [5358]. Un pensionato commenta: The mayor promised… he was going to give us gas and hot water, but since the whole town has been privatized, we don’t have anything [5359]. Il carbone è troppo costoso e quello fornito ai pensionati spesso non può essere ritirato per le spese di trasporto [5361, 5362]. Le famiglie si adattano installando stufe a legna, sebbene pericolose [5363], o riducendo gli spazi vissuti in inverno [5365]. In campagna si raccolgono rametti, steli di girasole, pannocchie e si usa dung mixed with straw (k1zyak), an effective but foul-smelling alternative [5367], mentre in città si raccoglie legna dai parchi [5368].


[35]

[35.1-27]

48 Sopravvivenza e degrado dei servizi essenziali in Moldova

La lotta quotidiana per luce, acqua e igiene di fronte al collasso dei servizi pubblici.

Si presentano le condizioni di estrema precarietà materiale in Moldova, che coinvolgono l’accesso all’energia, all’acqua potabile e allo smaltimento dei rifiuti, con gravi ripercussioni sulla salute e sulla vita quotidiana. Per l’elettricità, molte famiglie, nonostante i costi elevati, vi facevano ricorso per riscaldarsi e cucinare, ma “Families unable to pay their bills had their service cut” [5373]. Alcuni aggiravano il problema facendosi allacciare illegalmente alla rete, pagando un elettricista “10 lei a month” per avere “free electricity” [5375].

L’accesso all’acqua potabile era problematico in tutto il paese, con tubature arrugginite negli appartamenti e uffici che “would not undertake capital repairs” [5379]. In molte zone l’acqua era disponibile solo poche ore al giorno, costringendo la gente a “lugging heavy containers” da pozzi [5380], spesso considerati contaminati. I residenti collegavano “contaminated wells to outbreaks of hepatitis and cholera” [5384], mentre la cronica mancanza d’acqua per l’igiene personale causava epidemie di scabbia e pidocchi. Una famiglia riferì di essere stata “unable to wash themselves for three weeks” senza sapone o carburante per scaldare l’acqua [5385, 5386].

Lo smaltimento dei rifiuti era inefficiente: in città la spazzatura “piled up in apartment chutes, where it attracted rats” [5388], mentre nei villaggi veniva scaricata in burroni o vicino alle case, formando cumuli che attiravano animali randagi [5389]. La gente temeva che ciò stesse “polluting the water supply” [5390].

La povertà materiale condizionava ogni aspetto della vita, dalla nutrizione alla salute. La lotta per cibo e carburante era accompagnata dalla “constant fear of falling ill” [5394], poiché la malattia minacciava il lavoro e prosciugava le scarse risorse [5396]. In questo contesto, la sopravvivenza imponeva scelte drastiche, come quella di una madre che teneva i figli fuori da scuola per raccogliere cartone, spiegando: “We simply have to survive… My children can’t go to school because, without them, I wouldn’t be able to gather enough cardboard every day” [5370, 5371].


[36]

[36.1-105]

49 Strategie di sopravvivenza nell’agricoltura moldava post-collettivista

Privatizzazione contrastata, agricoltura di sussistenza e strategie informali

Si presenta un quadro delle strategie adottate in Moldova per far fronte alla transizione post-collettivista. Un caso descrive la creazione di un’associazione di agricoltori dopo che 400 membri presentarono domanda di recesso dall’azienda collettiva [5724]. L’amministrazione collettiva cercò di scoraggiare i richiedenti, prevedendo carestia [5725], e creò numerose difficoltà, con tentativi di fermare la privatizzazione [5729]. L’associazione, strutturata su base di aziende individuali [5728], riuscì comunque a distribuire terra arabile, vigneti e pascoli ai membri tramite sorteggio [5732][5733]. Nonostante problemi come macchinari in disuso, debiti della cantina sociale e membri indolenti [5735][5736][5737], i rendimenti medi superarono di gran lunga quelli dell’azienda collettiva [5739] e il gruppo fu complessivamente soddisfatto dei risultati [5738].

Si discute delle difficoltà dell’agricoltura privata: appezzamenti lontani e di scarsa qualità [5744], alti costi degli input [5746], mancanza di liquidità [5747], tasse onerose [5748] e il rischio di indebitamento, come per un’agricoltora costretta a vendere una mucca dopo un cattivo raccolto [5750][5751][5752]. Le famiglie con redditi extra-agricoli avevano più chance di successo [5754]. I direttori delle aziende collettive potevano impedire l’assistenza ai privati [5763] e lo stato acquistava prima dalle aziende collettive a prezzi più alti [5765]. Nonostante ciò, i raccolti privati erano spesso migliori [5766]. Gli agricoltori auspicavano misure di sostegno come accesso a macchinari, moratoria fiscale, prestiti agevolati e una politica statale attiva [5769].

Ci si sofferma sull’agricoltura di sussistenza basata sui lotti familiari di 3 ettari distribuiti nel 1992 [5770], spesso di scarsa qualità [5774] e ridistribuiti annualmente [5773]. L’allevamento di animali integrava il reddito [5782], sebbene i più poveri non potessero permetterseli [5789]. Il marketing dei prodotti ortofrutticoli, anche attraverso viaggi in Ucraina o Russia [5795][5796], e il baratto con intermediari [5798] erano strategie comuni. In molte regioni, la raccolta illegale dei raccolti altrui era una strategia di sopravvivenza importante [5801]. Anche in ambito urbano, l’orticoltura su piccoli appezzamenti giocava un ruolo cruciale per la sussistenza [5808][5809].

In conclusione, si tratta del considerevole potere di manager e funzionari locali nell’ostacolare la privatizzazione [5820], minacciando di ritirare l’accesso alle attrezzature [5821]. Le famiglie che resistevano erano spesso quelle con maggiori informazioni, legami strategici o competenze specializzate [5822]. I lotti familiari fornivano la sussistenza di base [5823], fungendo per alcuni da transizione verso l’indipendenza [5824]. Lo studio si concentra su coloro meno capaci di adattarsi a causa della mancanza di competenze, opportunità, risorse o per motivi di salute e responsabilità familiari [5827].


[37]

[37.1-59]

50 Conseguenze sociali e regionali della transizione in Moldova

Aumento della criminalità, tensioni sociali e differenze regionali in un paese post-indipendenza.

Si presentano le condizioni sociali ed economiche in Moldova dopo l’indipendenza. Si discute dell’aumento della criminalità, con reati legati alla droga in città come Balti [6009], una percezione di aumento dei furti dopo la riduzione dell’illuminazione pubblica [6010], un incremento delle aggressioni sessuali [6011] e furti di beni dalle case e dalle fattorie [6013], lasciando i poveri in uno stato di estrema vulnerabilità [6014]. Ci si sofferma sulla crescente differenziazione sociale, caratterizzata da risentimento verso i nuovi ricchi [6016], da invidia per chi ha mantenuto il lavoro [6017] e da paura per il futuro economico [6018][6019], mentre tra i poveri cresceva la solidarietà [6020].

Si tratta poi delle variazioni etniche e regionali. Si menzionano i movimenti separatisti in Gagauzia e Transnistria [6021], quest’ultima teatro di un conflitto armato che ha causato una crisi economica e un flusso di rifugiati [6024], tanto da essere esclusa dallo studio [6025]. Vengono descritti i modelli migratori, con l’emigrazione di gruppi minoritari e l’immigrazione di moldavi etnici, portando a una popolazione più omogenea ma con una significativa minoranza russofona [6027-6031]. Si affrontano le questioni linguistiche, dove la primazia del rumeno come lingua di stato [6034] costituisce un impedimento economico per i russofoni [6035] e causa problemi reciproci nell’istruzione superiore [6036-6038].

L’analisi si concentra infine sulle variazioni regionali come fattore chiave della povertà, più che l’esclusione etnica [6040][6048]. Si evidenzia il divario nord-sud, con il sud più agricolo, conservatore e svantaggiato [6041-6042], e si notano differenze anche all’interno delle stesse regioni, spesso basate sulla connettività infrastrutturale [6045]. Nei villaggi isolati, come Mihailovca, gli abitanti mostravano un maggiore senso di dipendenza dalle autorità locali [6046-6047]. Le conclusioni ribadiscono che la povertà è legata a variazioni regionali e opportunità [6048], con differenze intraregionali in infrastrutture, risorse e integrazione con la capitale [6049], sebbene gli svantaggi siano spesso attribuiti all’etnia [6050].


[38]

[38.1-45]

51 Condizioni abitative e debiti nella Lettonia post-sovietica

La lotta quotidiana per servizi di base e il peso degli arretrati

Si presenta un quadro delle difficoltà abitative e di sussistenza in Lettonia negli anni ’90. La carenza di servizi di base era diffusa: “Many houses had outdoor toilets or latrines, and residents had to get their water from a well” [6278] e “Wells were often several hundred meters from the houses” [6281]. Per l’acqua calda, “The respondents coped with the lack of hot water by washing at the public sauna, ‘like our fathers’ fathers did,’” [6283]. I costi dei servizi erano problematici: “The cost of heat and hot water was reckoned according to the number of registered occupants and the apartment’s square footage” [6286], e le bollette telefoniche potevano essere elevate, tanto che “The telephone company cut off service after one month of nonpayment” [6285].

La gestione delle risorse era una costante. Famiglie e pensionati adottavano strategie di economizzazione: “People economized in various ways” [6291], ad esempio “most poor households he visited used only a few lightbulbs in their apartments” [6292] o “heated the entire apartment with the gas oven” [6293]. Alcuni tagliavano servizi: “Poor families limited their telephone calls, shared a single telephone line, or cut off their telephone service” [6298]. Tuttavia, i debiti si accumulavano, specialmente per le famiglie con figli, mentre “pensioners were more likely to cut back on heat or food to avoid going into debt” [6288]. Una madre disoccupata dichiarava: “I am unemployed and have five children Do you think we can live without food? I cannot pay anything for the apartment” [6290-6291].

Il debito abitativo portava a sfratti. “Under a new law, people could be evicted from rented premises when their debts for rent and utilities exceeded 300 lats” [6310]. Le cifre erano rilevanti: “About 9,000 Riga families faced possible eviction in the winter of 1998 for nonpayment” [6314] e “The courts ordered the eviction of about 1,500 families” [6315]. Gli sfrattati potevano finire in alloggi sociali condivisi, descritti come luoghi dove mancavano “both hot water and gas” [6314], o diventare senzatetto, come Eduards, che “now lives in the attic of a building” [6318]. Alcuni cercavano soluzioni informali: “In Pale several residents of Aloja municipality reduced their housing debt by making payments in firewood” [6303] o “used a large magnet to slow down the electric and gas meters” [6309].

La privatizzazione degli alloggi era limitata. “Few respondents had privatized their apartments in municipal housing” [6319] a causa di debiti pregressi, dell’impossibilità di pagare “the 50-lat fee” [6321], o perché “Some had sold their privatization vouchers because they needed the money for food or medicine” [6320].

[38.2-84]

52 Privatizzazione, degrado e strategie di sopravvivenza in Lettonia post-indipendenza

Le conseguenze sociali della transizione economica attraverso le testimonianze dei cittadini.

Si presentano le difficoltà materiali e sociali seguite all’indipendenza della Lettonia, attraverso resoconti di vita quotidiana. La privatizzazione degli alloggi ha imposto costi gravosi ai residenti, senza garantire miglioramenti: “All private owners of houses and land had to resurvey and reregister these assets after independence, at considerable expense” [6324] e “I have a feeling that we gave someone a gift… I had to spend a lot of money” [6325]. Le condizioni abitative sono spesso precarie, con edifici degradati e servizi carenti, sia in città che in campagna. Il tema della sicurezza personale emerge come critico, con un percepito aumento della criminalità e del vandalismo: “vandals had broken windows, forced open mailboxes, covered walls with graffiti… Fights frequently took place near the apartments” [6342].

La trattazione prosegue illustrando le strategie di sopravvivenza economica adottate dalla popolazione di fronte al collasso del mercato del lavoro formale. Si ricorre a lavori saltuari, piccoli commerci e impiego nel settore informale: “Urban and rural respondents tried to piece together incomes from a variety of poorly paid salaried jobs… through temporary or seasonal jobs, and through small-scale entrepreneurial activities” [6361]. Lavorare all’estero rappresenta un’opportunità rischiosa: “Illegal workers had little protection against unsafe working conditions, unscrupulous employers, and unpredictable bankruptcies” [6386]. In ambito rurale, l’autosussistenza attraverso l’agricoltura e l’allevamento diventa fondamentale, sebbene gravata da costi: “Cultivating the land, they complain, demands large investments” [6392]. Molti integrano il reddito raccogliendo e vendendo prodotti del bosco.


[39]

[39.1-20]

53 Lavoro stagionale e strategie di sopravvivenza nelle campagne lettoni

Impieghi estivi, lavoro forestale e aiuti informali in un’economia rurale precaria.

Si presentano diverse forme di lavoro stagionale e informale nelle aree rurali della Lettonia, insieme a strategie di assistenza familiare. I bambini lavoravano in fabbrica durante l’estate, ad esempio “In Pale children worked in a factory stacking peat briquettes” [6410], trovando facilmente impiego perché “it was considered so difficult and poorly paid that the factory always had vacancies” [6412]. Anche gli studenti cercavano lavori estivi: “During the summer Liene, 24, a student in Liepāja, manages to earn about 70 lats and potatoes for the winter, plus free room and board, working for a local farmer” [6413]. I contadini lamentavano difficoltà nel trovare manodopera, affermando che “It is not advantageous to hire workers because I have to pay social tax for them, and people have become lazy in the countryside” [6414] e che “farms spoiled people-they want to get paid and do nothing” [6415].

Nelle regioni forestali, il taglio del legname per le segherie locali offriva “short-term, sporadic work for which they received 1 or 2 lats a day” [6417]. In un comune del distretto di Cesu, “Men work in the sawmills, in two shifts, or in the forests The average age of workers is 17 to 22 years” [6420]. Questi giovani “are not protected against industrial accidents They are paid in cash, and their employers do not pay the social tax” [6421]. Altri, come un rispondente di Daugavpils, svolgevano lavoretti saltuari: “in the spring he helps by splitting wood, transporting manure, repainng greenhouses, and doing other odd jobs He is paid with a meal and a bottle of -chnapps” [6423].

Parallelamente al lavoro precario, un’ampia rete di assistenza informale sosteneva le famiglie: “A great deal of assistance, in the form of money, agricultural products, other goods, different services, and favors, flowed between relatives” [6424], spesso “without expectation of precise repayment” [6425]. Una parte consistente consisteva in “farm produce that rural inhabitants supplied to their town or city relatives, often in exchange for labor” [6426]. Anche i vicini si aiutavano reciprocamente “with babysitting, or with agricultural tasks such as weeding and gathering hay” [6427].


[40]

[40.1-90]

54 Strategie di sopravvivenza e ostacoli al lavoro nella Lettonia post-sovietica

Baratto, espedienti e ricerca disperata di un’occupazione

Si presenta un quadro delle difficoltà economiche e delle strategie informali di sopravvivenza, seguito da un’analisi degli ostacoli sistematici nella ricerca di lavoro e delle carenze del sistema di protezione sociale. La narrazione si basa su testimonianze dirette che descrivono come “qualcuno che lavorava in una panetteria portava a casa farina, latte e uova per barattare con i vicini altri prodotti o servizi” [6443] e come una madre single “convivesse con un macellaio per la sua sopravvivenza e per nutrire il figlio” [6444]. Viene menzionata la prostituzione, percepita come “semilegale” [6446], e accordi intergenerazionali dove “alcuni anziani registravano persone più giovani come residenti nel loro appartamento… così ci sarebbe stato qualcuno ad aiutarli nelle faccende domestiche” [6448].

La ricerca di occupazione avveniva attraverso annunci, servizi pubblici e agenzie private, ma “molti intervistati sentivano che l’unico modo affidabile per trovare un lavoro… era attraverso conoscenze personali” [6451]. Gli ostacoli includevano genere, età e disabilità: alle donne veniva rifiutato il lavoro “perché erano troppo anziane (oltre i 35, o addirittura 30 in alcuni casi) o avevano figli piccoli” [6453], come confermato da un annuncio che cercava una “giovane, bella lavoratrice, ben proporzionata, con gambe lunghe” [6454]. Anche gli uomini vicini alla pensione affrontavano difficoltà, come un padre di famiglia che “rimase disoccupato” [6456] prima del pensionamento. Per le persone con disabilità, come Vjaceslavs, la diagnosi di epilessia portò al licenziamento poiché “nessuno vuole assumere qualcuno che soffre di epilessia” [6462].

L’etnia e la lingua costituivano ulteriori barriere. Alcuni sostenevano che “la disoccupazione in Lettonia colpisse cittadini e non cittadini allo stesso modo” [6463], mentre altri “sostenevano di essere stati rifiutati per un’occupazione in quanto non lettoni” [6464], con leggi che limitavano l’accesso a certi settori. La “mancanza di padronanza del lettone limitava le possibilità dei non lettoni di trovare lavoro” [6468], nonostante l’esame di lingua fosse considerato accessibile. La storia di Galina, un’infermiera russa, illustra la battaglia per ottenere la certificazione linguistica di secondo livello, fallendo inizialmente un colloquio perché “la sua conoscenza della lingua non era sufficiente per il lavoro” [6473].

La povertà stessa diventava un impedimento, poiché i disoccupati “spesso non erano in grado di mantenere il loro aspetto perché non avevano soldi da investire in cure mediche e dentistiche o vestiti” [6476]. Una madre single riassume: “Appena mi guardano, vecchia, affamata, sdentata, e tre bambini scritti nel passaporto…” [6477]. Anche trovare un lavoro poteva essere precario, con datori di lavoro che assumevano “per una settimana di prova, senza paga” [6480] o pagavano “regolarmente ‘in una busta’, ma senza un contratto” [6482].

Il sistema di protezione sociale, sebbene vitale, era criticato. Le pensioni erano pagate regolarmente, ma i pensionati esprimevano “rabbia per il fatto che le pensioni fossero praticamente le stesse per quelli che avevano lavorato sodo tutta la vita come per gli ‘ubriaconi’” [6508]. Il Servizio Nazionale per l’Impiego (NES) era visto negativamente, considerato “un’altra istituzione statale che non era in grado di fornire una reale assistenza” [6492]. I criteri per i benefici erano stringenti e molti non vi avevano diritto perché “il loro datore di lavoro più recente non aveva pagato le tasse sociali per loro” [6496]. L’accesso ai corsi di riqualificazione era limitato.

L’assistenza municipale variava notevolmente per entità e criteri, generando incertezza e sospetti tra i richiedenti. I procedimenti “spesso non erano chiari e apparivano arbitrari” [6525]. Mentre in alcune città il personale era scortese, in altre era rispettoso. Tuttavia, per molti, “chiedere aiuto alle istituzioni governative era umiliante e lo percepivano come una forma di mendicità” [6529], al punto che alcuni, pur in difficoltà, non facevano domanda “perché sentivano che altri stavano anche peggio di loro” [6531].


[41]

[41.1-44]

55 Disparità nell’accesso alle cure sanitarie in Lettonia post-indipendenza

Un sistema tra miglioramenti, costi proibitivi e pagamenti informali.

Si presenta un quadro del sistema sanitario lettone dopo l’indipendenza, caratterizzato da miglioramenti qualitativi nelle aree urbane ma da gravi barriere economiche e disparità territoriali. Secondo un esperto, “Latvians were entitled to a tax exemption if they had particularly high medical fees” [6589], ma “Poor people got no benefit from this exemption… because they do not pay taxes” [6590]. La difficoltà economica è centrale: “Few of the families had purchased health insurance” [6592] a causa dell’“high cost and the chaos they saw in the health system” [6593], e “Not everyone could afford insurance, it was especially costly for large families” [6596].

La pratica dei pagamenti informali era pervasiva: “most respondents made additional payments to doctors, nurses, and other medical personnel… a significant hardship for unemployed families” [6599] e “it was necessary to pay hospital personnel to ensure they received attention” [6600]. Il caso di Volodja, operato per cancro allo stomaco, lo illustra: “officially, cancer treatment and surgery in Latvia are free” ma il chirurgo chiese “300 lats” e durante la degenza furono spesi “another 200 lats on gifts for doctors and unofficial payments” [6602].

Si discute del divario tra città e campagna: “Most respondents concurred that the quality of medical services had improved since independence, at least in urban areas” [6608], mentre “In some rural areas medical services had deteriorated” [6610] e “Hospitals had closed in a number of small towns” [6611]. Le cure dentistiche rappresentavano un problema comune: “All respondents had problems with dental саге” [6614], con costi insostenibili che portavano alla perdita dei denti, con gravi ripercussioni sociali soprattutto per le donne: “potential employers had pointed out their teeth as a reason not to hire them” [6619].

Ci si sofferma infine sulla salute materno-infantile, evidenziando differenze geografiche nell’accesso ai controlli prenatali [6623-6624] e nelle strutture per il parto [6625], e sul deterioramento della salute dei bambini poveri, attribuito a “poor nutrition” [6628]. Un pediatra notava alti tassi di problemi alla nascita, in alcuni casi “related to parental alcoholism or smoking” [6630].


[42]

[42.1-53]

56 Effetti della crisi economica su alcolismo e istruzione in Lettonia

Povertà, alcol e barriere scolastiche nel periodo post-sovietico.

Si presenta un quadro delle conseguenze sociali della crisi economica in Lettonia, incentrandosi su due aspetti principali: l’alcolismo e l’istruzione. Per quanto riguarda il primo, si discute di come la disoccupazione e lo stress finanziario abbiano portato a un aumento del consumo di alcol, il quale a sua volta ha ridotto l’occupabilità, aggravato i debiti e condotto a sfratti e senzatetto. “Whether they were fired for consuming alcohol at work or had lost jobs during mass redundancies, respondents reported that difficulties in finding new employment and the whole nexus of financial and family stress led to increased alcohol use” [6664]. Questo ciclo ha reso anche genitori “unable to meet even such modest requirements because of heavy alcohol use” [6667]. Si osserva una differenza di genere nella reazione alle difficoltà: “Men crumbled more easily and responded to economic difficulties by retreating into alcoholism and suicidal depression” [6670]. La percezione dell’aumento del fenomeno è diffusa, sebbene “They never spoke about their own alcohol use as a cause of poverty but instead focused on related reasons such as job loss” [6672].

Ci si sofferma poi sul sistema educativo, dove la questione della lingua di istruzione (lettone o russo) è cruciale [6677], causando preoccupazioni per le famiglie e perdite di tempo in classe [6679]. L’istruzione è vista da molti come un valore essenziale per trovare un buon lavoro [6682], mentre altri, in contesti di grave disagio, ne dubitano il valore, come Svetlana, che conclude: “If you’re too smart, you won’t get a job” [6686]. Si tratta delle spese scolastiche, che gravano sui bilanci familiari nonostante l’istruzione statale sia ufficialmente gratuita, a causa di donazioni “volontarie” [6692], acquisto di libri di testo [6696] e costi per attività extracurriculari [6699]. Queste barriere economiche riducono l’accesso a un’istruzione di qualità e fanno temere l’introduzione di tasse universitarie [6700]. L’evasione scolastica è comune tra i figli di genitori alcolisti o con bassa istruzione [6703], tra chi non è registrato nel comune di residenza [6704] e tra i ragazzi oltre i 15 anni non più obbligati a frequentare, spesso con problemi di apprendimento o disciplinari [6708]. Senza un’istruzione di base, questi giovani “could not be employed or apply for unemployment benefits” [6714].


[43]

[43.1-31]

57 Monitoraggio della povertà e sfide istituzionali nelle società in transizione

Ricerca qualitativa, esclusione sociale e integrazione nelle politiche

Si presenta un’analisi delle sfide nel monitoraggio e nella risposta alla povertà nelle società post-sovietiche in transizione. Si discute della limitata capacità degli governi nel monitorare le complesse manifestazioni della povertà, poiché gli strumenti esistenti “consistono di strumenti strettamente quantitativi come le indagini sulle spese delle famiglie” [6755]. Si rileva che le “valutazioni qualitative del tipo presentato in questo volume sono state per lo più supportate da donatori esterni e ONG internazionali” [6756] e che, nonostante una recente formazione, “le strutture governative non sono necessariamente attrezzate o interessate a integrare questi metodi” [6758], con la conseguenza che “l’accesso dei policymaker a questi dati informativi rimane limitato” [6759]. Per i paesi seriamente intenzionati a contrastare la povertà, si indica come priorità l’introduzione di “meccanismi qualitativi e quantitativi per monitorare gli standard di vita” e “l’istituzionalizzazione dei risultati nella formulazione delle politiche” [6760]. Si sottolinea la necessità di futuri studi che esaminino “i meccanismi di esclusione sociale” e “la situazione specifica di gruppi sociali e regioni isolate” [6761], richiedendo “studi altamente focalizzati che tengano conto della natura multidimensionale della povertà” [6762]. Si conclude affermando che “studiare la povertà non è sufficiente” e che “integrare la comprensione fornita da queste analisi nelle politiche e garantire che i cambiamenti istituzionali funzionino a favore dei poveri rappresenta un’enorme sfida” [6763, 6764]. Il riassunto menziona anche la metodologia di ricerca, condotta da team locali “che conoscevano le tradizioni e i problemi locali” ed erano “etnicamente e linguisticamente diversificati” [6764], e fornisce un elenco dettagliato dei ricercatori coinvolti nei vari paesi [6765, 6766, 6767, 6768, 6769, 6770]. Vengono infine citati estratti da un indice tematico che tocca questioni come alcolismo, occupazione informale, reti sociali e strategie di sopravvivenza in diversi contesti nazionali [6771, 6772, 6773, 6774, 6775, 6776, 6777, 6778, 6779, 6780, 6781, 6782].


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