von Staden - Herophilus | mmL | +
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1 La riedizione di Erofilo: tra prefazione e metodo di un’impresa filologica
L’opera non è solo un’edizione critica, ma un manifesto per il reinserimento della medicina alessandrina nel canone della scienza antica.
Il volume propone un deciso spostamento del baricentro storiografico: “The present work requires a shift of focus from the old citadel of learning to the new, from Athens to Alexandria, from the undisputed centre of philosophy to the burgeoning centre of science” – (fr:53) [«La presente opera richiede un cambiamento di prospettiva dalla vecchia cittadella del sapere alla nuova, da Atene ad Alessandria, dal centro indiscusso della filosofia al nascente centro della scienza»]. In questo quadro, Erofilo – il primo grande rappresentante della medicina scientifica alessandrina – era caduto in un lungo oblio, “Plunged into obscurity in part by the popularity of rival schools, in part by the durability and canonicity of Galen’s subsequent system” – (fr:55) [«Precipitato nell’oscurità in parte per la popolarità di scuole rivali, in parte per la durevolezza e canonicità del successivo sistema di Galeno»]. Solo nel Rinascimento la sua autorità venne recuperata con forza: “ ‘Quando Galenus refutat Herophilum, censeo ipsum refutare Evangelium medicum’ ” – (fr:57) [«Quando Galeno confuta Erofilo, ritengo che egli confuti il Vangelo medico»], esclamava Gabriello Falloppia, che definì l’autorità di Erofilo “ Evangelium ” (fr:57). Erofilo divenne così un nuovo classico per un’epoca che cercava alternative al galenismo.
Nonostante il riconoscimento guadagnato, mancava ancora una raccolta critica completa. “A critical edition and evaluation of the ancient evidence about the methods, theories, and practices of Herophilus and his followers have remained a desideratum” – (fr:60) [«Un’edizione critica e una valutazione delle testimonianze antiche sui metodi, le teorie e le pratiche di Erofilo e dei suoi seguaci sono rimaste un desideratum»]. Già Werner Jaeger aveva profetizzato che “ ‘when a critical collection of the extant remains … has become available, the history of Greek medicine in the period of its greatest scientific progress will have to be rewritten’ ” – (fr:61) [«quando sarà disponibile una raccolta critica dei resti superstiti … la storia della medicina greca nel periodo del suo massimo progresso scientifico dovrà essere riscritta»]. Il presente volume intende colmare proprio questa lacuna, come spiega l’autore: “The Praxagorean gap … has been closed … the present volume will, I hope, accomplish the same for Herophilus” – (fr:62) [«La lacuna prassagorea … è stata colmata … il presente volume spero farà lo stesso per Erofilo»].
L’opera è bipartita e con ambizioni differenziate. “Part i (Herophilus) aims at providing a complete set of texts and translations, along with interpretive essays and comments, but Part 2 (The Herophileans) has been restricted to two complementary purposes” – (fr:64) [«La Parte I (Erofilo) mira a fornire una raccolta completa di testi e traduzioni, insieme a saggi interpretativi e commenti, mentre la Parte II (Gli Erofilei) è stata limitata a due scopi complementari»]: delineare gli sviluppi della scuola e i tratti distintivi dei singoli erofilei, senza però presentare i testi e le traduzioni per esteso. La scelta punta alla fruibilità: “It is hoped that this restrictive approach … will render the book more approachable, especially for the non-specialist” (fr:66). Resta escluso Erasistrato, nonostante le notevoli affinità – dalla pratica della dissezione umana al ruolo centrale del pneuma – perché “a full discussion of the relation will have to await a critical edition of all the testimonia and fragments of Erasistratus” – (fr:74) [«una discussione completa della relazione dovrà attendere un’edizione critica di tutte le testimonianze e i frammenti di Erasistrato»].
L’edizione intende colmare il vuoto più vistoso, lasciando agli studi di Deichgräber il settore già coperto: “Herophilus and his followers; for the Empiricists the reader will have to continue relying on Deichgraber” – (fr:82) [«Erofilo e i suoi seguaci; per gli Empirici il lettore dovrà continuare ad affidarsi a Deichgräber»]. L’impresa ha altresì una ricaduta che oltrepassa la storia della medicina. L’autore osserva che “For most scholars the main avenues of access to the ‘views of human beings’ in a given culture have tended to remain the literary, religious, and philosophical texts” – (fr:84) [«Per la maggior parte degli studiosi le vie principali di accesso alla ‘visione degli esseri umani’ in una data cultura sono rimaste i testi letterari, religiosi e filosofici»], ma le teorie scientifiche plasmano l’autopercezione altrettanto profondamente: “Scientific views … tend to become known outside the scientific community … and sometimes they strongly influence attitudes and views displayed in non-scientific texts” – (fr:86) [«Le concezioni scientifiche … tendono a diffondersi al di fuori della comunità scientifica … e talvolta influenzano fortemente atteggiamenti e vedute espressi in testi non scientifici»]. Perciò l’opera si propone di “contribute to a more balanced and informed assessment of the accomplishments … of … the ‘Hellenistic Age’ ” – (fr:89) [«contribuire a una valutazione più equilibrata e informata delle realizzazioni … dell’età ellenistica»], offrendo ai cultori di ogni disciplina una base documentaria finora frammentaria.
La parte conclusiva del testo espone i criteri editoriali. Il principio guida è netto: “The guiding principle of this volume was to restrict the edition to texts in which Herophilus or his followers are explicitly mentioned by name” – (fr:111) [«Il principio guida di questo volume è stato limitare l’edizione ai testi in cui Erofilo o i suoi seguaci sono menzionati esplicitamente per nome»]. Solo così, argomenta l’autore, si ottiene “the most crucial (and least misleading or confusing) contribution to the study of early Alexandrian medicine” – (fr:115) [«il contributo più cruciale (e meno fuorviante o confusionario) allo studio della medicina proto-alessandrina»]. All’interno del materiale raccolto si distingue tra testimonia e frammenti: “Where there is reason to believe that a literal quotation from an authentic work … is intended … this has been indicated by inverted commas. Such quotations are referred to throughout this volume as ‘fragment’ (Fr)” – (fr:129-130) [«Dove vi è ragione di credere che si intenda una citazione letterale da un’opera autentica … ciò è stato segnalato con virgolette. Tali citazioni sono denominate in tutto il volume ‘frammento’ (Fr)»]. L’avvertenza, tuttavia, mette in guardia dal sopravvalutare i frammenti rispetto alle testimonianze, poiché anche una citazione letterale, sradicata dal contesto, può lasciare il significato originario altrettanto incerto di una parafrasi polemica.
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2 Principi e criteri dell’edizione: organizzazione, traduzione e testo
Una nota introduttiva espone i fondamenti metodologici che guidano l’allestimento del volume, dalla sistemazione cronologica e tematica dei materiali erofilei alle scelte traduttive, fino all’uso delle fonti manoscritte e alla costituzione del testo critico.
L’intera sezione si apre con la dichiarazione d’intenti che giustifica la presenza stessa della nota: “A brief explanation of the principles which guided this edition might therefore be useful.” – (fr:138). L’ordinamento dei medici erofilei segue un criterio cronologico, partendo da Erofilo (inizio III sec. a.C.) e giungendo a Demostene Filalete, probabilmente entro l’età neroniana, come indicato dalle frasi “The Herophileans are introduced in chronological sequence, starting with Herophilus in the early third century b.” – (fr:139) e “and ending in the mid first century a.” – (fr:141) fino a “with Demosthenes Philalethes (probably no later than the Neronian period).” – (fr:143). Tuttavia, l’autore mette in guardia dal considerare tale sequenza come definitiva: “In some cases chronological certainty is impossible, and the particular sequence of Herophileans I have settled on is, therefore, to be understood only as a provisional ordering device and not as a sequence on which one could insist dogmatically.” – (fr:144); “The existing evidence is not always unambiguous, and further evidence might well necessitate a revision.” – (fr:145).
La maggior parte della documentazione antica riguarda il fondatore della scuola, Erofilo (“The bulk of the ancient evidence concerns the founding master of the school, Herophilus.” – (fr:146)). Per lui, le testimonianze sono organizzate dapprima attorno alla vita, agli scritti, alla teoria delle parti della medicina e alle concezioni sul metodo e sulla causalità (fr:147), quindi si passa ai capitoli centrali del suo «sistema» medico: anatomia, fisiologia e patologia (con la dottrina del polso in primo piano) e terapeutica (fr:148). Questa successione – dall’anatomia alla terapeutica – è compatibile con la stessa divisione della medicina proposta da Erofilo, benché non sia certo che egli tenesse rigidamente separati questi ambiti nei suoi scritti (fr:150). Chiudono la sezione i testimonia controversi sul suo interesse per alcuni trattati ippocratici (fr:149).
Una scelta editoriale tra le più dibattute è quella di non isolare i «frammenti» dai «testimonia», diversamente da quanto fece Hermann Diels per i Presocratici. L’autore confessa: “This decision was reached only after much hesitation.” – (fr:152). Le ragioni addotte sono tre: innanzitutto, non è sempre chiaro che il valore probatorio di un frammento sia superiore a quello di un testimonium, e spesso il frammento resta impenetrabile se isolato (fr:153); in secondo luogo, il lettore sarebbe costretto a continui rimandi tra frammenti e testimonianze sullo stesso argomento (fr:154); infine, la soluzione di compromesso adottata – raggruppare in ciascun capitolo tutti i frammenti attribuiti a un libro di Erofilo e poi tutte le altre testimonianze tematicamente affini – “provides the reader with convenient, consecutive access to all evidence on a given subject, without violating the fundamental distinction between fragment and testimonium.” – (fr:155). Ogni capitolo consta di un’Introduzione e di Testi e Traduzione, e talora di una sezione di Commenti su punti minori non coperti nell’introduzione (fr:156-157).
Le traduzioni dall’arabo e dal latino sono opera dell’editore, e molte di esse costituiscono la prima versione inglese di quei testi (“most are the first translations of these texts into English” – (fr:158)). Dove esistevano traduzioni precedenti, l’autore non ha esitato ad apprenderne (fr:159); per i testi arabi medievali si è avvalso di versioni inglesi già pubblicate o, in assenza, di traduzioni tedesche e francesi (fr:160), ringraziando per il supporto gli studiosi Manfred Ullmann, Franz Rosenthal e Dimitri Gutas (fr:161). La resa inglese cerca di restare scrupolosa entro i limiti di un inglese intellegibile, tenendo conto degli slittamenti semantici e stilistici del greco e del latino post-classici (fr:162). L’interpretazione di certe sintassi o frasi potrebbe apparire implausibile a orecchi abituati solo alla prosa attica del V-IV secolo a.C., ma il ricorso ai lessici e alle grammatiche di riferimento – LSJ, Lampe, Kühner-Gerth, Schwyzer, Blomquist, Rydberg – offre spesso paralleli ellenistici che confermano le scelte proposte (fr:163-165).
Un problema serio per il traduttore è costituito da locuzioni ambigue come οἱ περὶ Ἡρόφιλον, οἱ ἀμφὶ τὸν Ἡρόφιλον, οἱ ἀπὸ τῆς Ἡροφίλου οἰκίας, οἱ ἀφ’ Ἡροφίλου (fr:166). La regola seguita è questa: “Whenever one of these phrases unequivocally refers to a view developed by Herophilus’ followers but not by Herophilus himself, it is translated as ‘the followers of Herophilus’, ‘the descendants of Herophilus’ … but when it refers to a view held by both Herophilus and later Herophileans, it is usually translated as ‘Herophilus and his followers’.” – (fr:167). Nei casi dubbi l’autore ricorre deliberatamente a espressioni ambivalenti come “‘those around Herophilus’” – (fr:168), auspicando che ulteriori testimonianze o un esame più approfondito consentano di risolvere le ambiguità (fr:169). Nelle traduzioni si impiegano le parentesi tonde per le osservazioni parentetiche già presenti nell’originale, e le parentesi quadre (o sc.) per le aggiunte esplicative del traduttore, tratte dal contesto immediato (fr:170). La traslitterazione delle parole greche segue la prassi tradizionale, usando y per υ non dittongato, una scelta che ha il vantaggio di rendere immediatamente riconoscibili i cognati terminologici moderni di origine latineggiante, pur non piacendo a certi classicisti (fr:171-172).
Quando un medesimo passo antico serve a più dimensioni della medicina alessandrina, una parte di esso può essere riprodotta in più di un capitolo, con un rinvio alla versione più completa (fr:173-174).
Sul piano testuale, i passi sono tratti da un centinaio di opere di oltre cinquanta autori antichi, per cui è stato fatto ampio uso delle migliori edizioni disponibili (fr:175-176). L’apparato critico è selettivo: omette varianti ortografiche minori ma fornisce al lettore quelle importanti o caratteristiche, in modo da evitare il ricorso alle edizioni standard (fr:177). In diversi casi l’editore è tornato alla lezione dei manoscritti contro le congetture degli editori, e in qualche caso ha proposto congetture proprie (fr:179). Dove possibile, si è ricorsi a testimonianze manoscritte inedite (fr:181). Vengono poi discussi singolarmente alcuni testi fondamentali. Per il De pulsibus di Marcellino, Hermann Schöne aveva utilizzato solo tre manoscritti; l’editore ha integrato la collazione con altri cinque codici, identificando tre distinte tradizioni manoscritte e basando il proprio apparato su sette esemplari (fr:184-199). Per il De semine di Galeno si è potuto beneficiare dell’edizione inedita fornita dal professor De Lacy, fondata sui due principali manoscritti indipendenti e sulla traduzione latina di Niccolò da Reggio (fr:200-205). Per il De venae sectione adversus Erasistratum la base è data da due manoscritti collazionati personalmente (fr:206-210); per il De tremore, palpitatione, convulsione et rigore da altri due (fr:212-215). I due trattati galenici De pulsuum differentiis e De pulsuum dignotione offrono abbondanti informazioni su Erofilo e i suoi seguaci; la collazione ha riguardato cinque manoscritti, tra cui i più antichi e affidabili (fr:216-223). Infine, per l’Introductio sive medicus pseudo-galenica si è proceduto con collazioni-campione di quattro codici, in attesa dell’edizione di F. Kudlien (fr:224-226).
Nei testi greci e latini si applicano le parentesi secondo l’uso corrente, mentre per i papiri si sono mantenute le convenzioni papirologiche; le aggiunte esplicative dell’editore sono introdotte con “sc. …” (fr:230-232). La nota si chiude con un ampio elenco di abbreviazioni che copre edizioni di riferimento, raccolte epigrafiche e sigle degli autori erofilei, testimoniando la vasta base documentaria su cui poggia l’intera edizione (fr:234-255).
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3 Elenco delle abbreviazioni e dei testimoni di un’edizione critica di medicina antica
Il testo riproduce la sezione delle abbreviazioni e dei sigla che apre un’edizione scientifica dedicata ai medici erofilei e agli scritti minori di Galeno. Vi sono elencati gli strumenti bibliografici, le edizioni di riferimento, i manoscritti e gli autori antichi richiamati nell’opera, offrendo uno spaccato della filologia otto-novecentesca applicata alla tradizione medica greca e latina.
Tra le voci più significative compare l’edizione di Galeno che costituisce il nucleo del lavoro: “Galenus, Scripta Minora, ed. J. Marquardt, I. Muller, G. Heimreich, 3 vols. (Leipzig, 1884-93; repr. Amsterdam, 1967)” – (fr:259–261) [Galeno, Scripta Minora, a cura di J. Marquardt, I. Muller, G. Heimreich, 3 voll. (Lipsia 1884‑93; rist. Amsterdam 1967)]. A questa si affiancano le raccolte di frammenti e i commenti della scuola erofilea: si nominano “Gaius, the Herophilean” – (fr:259) [Gaio, l’Erofileo]; “Heraclides of Erythrae, the Herophilean” – (fr:263) [Eraclide di Eritre, l’Erofileo]; “Hegetor, the Herophilean” – (fr:264) [Egetore, l’Erofileo]; “Mantias, the Herophilean” – (fr:280) [Mantia, l’Erofileo]; “Zeno, the Herophilean” e “Zeuxis, the Herophilean” – (fr:288) [Zenone, l’Erofileo; Zeusi, l’Erofileo], tutti rinviati ai rispettivi capitoli del volume.
L’apparato registra anche le edizioni di riferimento per Ippocrate: “L Hippocratis opera, ed. Hugo Kuhlewein, 2 vols. (Leipzig, 1894-1902)” – (fr:273–275) [Ippocrate, Opere, a cura di Hugo Kuhlewein, 2 voll. (Lipsia 1894‑1902)] e “E. Littre (ed. and transl.), Oeuvres completes d’Hippocrate, 10 vols. (Paris, 1839-61)” – (fr:275–277) [E. Littré (ed. e trad.), Opere complete di Ippocrate, 10 voll. (Parigi 1839‑61)]. Accanto compaiono i grandi lessici e repertori: “LSJ H. G. Liddell, R. Scott, H. S. Jones, A Greek-English Lexicon (with Supplement) (Oxford, 1968)” – (fr:279) [LSJ H. G. Liddell, R. Scott, H. S. Jones, Un lessico greco-inglese (con supplemento) (Oxford 1968)]; “Der kleine Pauly, ed. Konrat Ziegler and Walther Sontheimer (Stuttgart, 1964-75)” – (fr:268–269) [Der kleine Pauly, a cura di Konrat Ziegler e Walther Sontheimer (Stoccarda 1964‑75)]; “Lexikon der Alten Welt, ed. Carl Andresen, Hartmut Erbse, Olof Gigon et al. (Zurich/Stuttgart, 1965)” – (fr:277–279) [Lessico del mondo antico, a cura di Carl Andresen, Hartmut Erbse, Olof Gigon e altri (Zurigo/Stoccarda 1965)].
La pagina conserva inoltre la memoria di imprese editoriali di ampio respiro come il Corpus Medicorum Graecorum e i Doxographi Graeci di Hermann Diels: “Aetius Doxographus, De placitis philosophorum, ed. H. Diels, Doxographi Graeci (Berlin, 1879), pp. 267-444” – (fr:309–310) [Aezio Dossografo, Sui placiti dei filosofi, a cura di H. Diels, Dossografi greci (Berlino 1879), pp. 267‑444]. Per la tradizione indiretta si citano gli Anecdota Graeca curati da Bekker, Cramer e Rose, e i commenti latini come quello di Calcidio al Timeo nell’edizione Waszink (fr:341).
La sezione dei sigla elenca minuziosamente i manoscritti greci e latini utilizzati per la costituzione del testo. Tra i codici greci si trovano, ad esempio, “A Athous Laurae Ω.63, s.XV” – (fr:290) [A Athous Laurae Ω.63, sec. XV], “B Parisinus gr. 2192, s.XV” – (fr:292–293) [B Parigino greco 2192, sec. XV], “M ° Marcianus gr. 291, s.XV” – (fr:298) [M° Marciano greco 291, sec. XV] e “S Scorialensis ψ. iv. 14, s. X (Books 1-11. 96); s.XIII (ii.8 i- vi)” – (fr:302–304) [S Scorialense ψ. iv. 14, sec. X (libri 1‑11. 96); sec. XIII (ii.8 i‑vi)], testimoniando la stratificazione cronologica della trasmissione. I testimoni latini comprendono esemplari carolingi e bassomedievali delle Tardae passiones di Celio Aureliano e del commento di Calcidio, come “L Zuiccaviensis lat., s.IX (the only manuscript; contains Tardae passiones 77-91 and 122-8)” – (fr:337) [L Zuiccaviense lat., sec. IX (l’unico manoscritto; contiene Tardae passiones 77‑91 e 122‑8)].
Nel complesso il documento non è un testo argomentativo, ma l’ossatura erudita di un’edizione critica otto-novecentesca. La sua importanza risiede nella testimonianza concreta del metodo filologico applicato alla medicina antica: ogni abbreviazione e ogni segnatura di codice richiama una scelta editoriale, un lavoro di collazione e una stagione di studi in cui la scienza dell’antichità, prevalentemente tedesca e francese, ricostruiva il sapere medico greco-romano mettendo a sistema fonti, manoscritti e lessici. La presenza di rinvii come “= Kommentar” – (fr:257) [= commento] e “F = Fragmente, Komm. = Kommentar” – (fr:256) [F = frammenti, Komm. = commento] mostra la volontà di rendere trasparente l’architettura critica dell’opera, trasformando questa pagina in una mappa dettagliata della memoria testuale della medicina ippocratica, galenica ed erofilea.
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4 L’apparato critico di un’edizione di testi medici antichi: sigle, manoscritti e stampe
Il frammento riporta una porzione dell’elenco di fonti – sigle di manoscritti, edizioni a stampa e traduzioni – impiegate per la costituzione del testo di opere mediche e scientifiche dell’antichità, con predominanza degli scritti di Galeno. Ogni voce è corredata da indicazioni di data, biblioteca e curatore, offrendo così una mappa precisa della trasmissione di questi testi.
Si riconoscono numerosi codici greci di pergamena, come il “San Marco iv.28, s.XI La Florendnus Gaddianus plut.” – (fr:366) [San Marco iv. 28, sec. XI, Laurenziano Gaddiano plut.], che attesta la sopravvivenza in ambito bizantino e poi nelle raccolte medicee. Accanto ai testimoni più antichi compaiono copie umanistiche: il “J Laurendanus 7, s.XV (copied by Nicolaus Niccoli from a lost codex)” – (fr:372) [J Laurenziano 7, sec. XV (copiato da Niccolò Niccoli da un codice perduto)] mostra l’opera di recupero filologico condotta nel Quattrocento fiorentino.
Il passaggio al libro a stampa è documentato con precisione. Per il Galeno De causis procatarcticis si segnala la traduzione latina medievale di Niccolò da Reggio e una edizione veneziana del 1490: “ed. Venice, 1490 (vol. 1, fols. i44ff.)” – (fr:407-409) [edizione Venezia, 1490 (vol. 1, fogli 144 e seguenti)]. Poco dopo, per il De empirica subfiguratione, la stessa traduzione trecentesca approda alla princeps aldina: “Translated (a. d. 1341) by Niccolo da Reggio. pr ed. Aldina [princeps] (Venice, 1502)” – (fr:414-417) [Tradotto (anno 1341) da Niccolò da Reggio. prima edizione Aldina (Venezia, 1502)]. Le edizioni Aldine ritornano come punto di riferimento per quasi tutte le opere galeniche, dal De naturalibus facultatibus (fr:428) al De usu partium (fr:458-468).
L’elenco non si limita a Galeno: include Celso, Censorino, Dioscoride, Diogene Laerzio e persino frammenti di poesia didascalica, a conferma di un’edizione che ambisce a coprire l’intero spettro della medicina antica. Vi si leggono anche tappe editoriali successive, come “Bas ed. Basel (1538) Ch ed. R. Chartier [ = Charterius] (Paris, 1679)” – (fr:466-468) [edizione di Basilea (1538), edizione di R. Chartier (Parigi, 1679)], che mostrano la fortuna critica delle opere fino all’età moderna.
Nel complesso il frammento è una testimonianza densa del lavoro ecdotico: ogni riga condensa secoli di copiatura, traduzione e stampa, rivelando la rete di biblioteche – dalla Laurenziana alla Marciana, dalla Vaticana alla Bodleiana – che ha permesso la sopravvivenza e la diffusione del sapere medico greco in Occidente.
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5 Fonti manoscritte e tradizione editoriale dei testi medici antichi
Un elenco di sigle e codici documenta le fondamenta filologiche delle edizioni critiche moderne, rivelando la complessa trasmissione di opere galeniche, ippocratiche e di altri autori attraverso manoscritti greci, latini e traduzioni arabe.
Il testo costituisce un apparato di sigle e edizioni relativo a un progetto editoriale di ampio respiro sulla letteratura medica antica, principalmente incentrato su Galeno e la tradizione ippocratica. Vi si riconosce la sezione di un’introduzione critica in cui vengono sistematicamente elencati i testimoni manoscritti e le principali edizioni a stampa impiegati per la costituzione del testo. La struttura logica procede per autori e opere, fornendo per ciascuna un elenco di manoscritti con la loro segnatura, datazione e abbreviazione, seguiti dai riferimenti alle edizioni di riferimento, sia quelle storiche sia quelle critiche moderne del Corpus Medicorum Graecorum (CMG).
L’opera di Galeno rappresenta il nucleo centrale della documentazione. Vengono citate le edizioni curate da C. G. Kuhn, che rimangono un punto di riferimento per gli studi galenici: per il De venae sectione adversus Erasistratum si menziona l’edizione in “C. G. Kuhn, Opera omnia, vol. xi” – (fr:479) [C. G. Kuhn, Opera omnia, vol. XI], con il rimando a una nuova edizione critica in preparazione a cura di R. F. Kotrc per il CMG. Lo stesso schema si ripete per l’Explanatio vocum Hippocratis, di cui si registra l’edizione Kuhn (“C. G. Kuhn, Opera omnia, vol. xix (Leipzig, 1830); J. G. F. Franze (Leipzig, 1780)” – fr:482-483) e una costellazione di manoscritti che include un codice ormai perduto ma utilizzato dall’editore Franze: “(apparendy no longer extant, but used by Franze) D Dorvillianus x. 1.3, s.XV ex.” – (fr:486-487) [apparentemente non più esistente, ma usato da Franze] D Dorvillianus x. 1.3, fine XV sec.].
Particolare attenzione è dedicata ai commentari di Galeno a Ippocrate. Per il commento al De natura hominis, dopo l’indicazione dell’edizione di J. Mewaldt per il CMG, sono elencati testimoni come “L Laurentianus 14, s.XIV” – (fr:490) e “R Vaticanus Reginensis gr. 173, s.XV” – (fr:491). Per i commentari al terzo libro delle Epidemie e al sesto libro, la tradizione testuale si fa più ricca e articolata. Nel primo caso, oltre ai manoscritti greci quali “L Laurentianus 25, s.XII” – (fr:493), il testo menziona un tecnicismo filologico: “0 archetypus codd. MQV, fort. s.XIV” – (fr:499-501) [0 archetipo dei codici MQV, forse del XIV sec.], postulando l’esistenza di un capostipite comune per una famiglia di testimoni. Nel secondo, relativo ai commentari al sesto libro delle Epidemie, si segnala la compresenza di una traduzione araba medievale, basilare per la ricostruzione di parti perdute dell’originale greco: “H Scorialensis arab. 805, s.XIII (Hunain’s Arabic version, trans lated by Pfaff)” – (fr:503-504) [H Scorialensis arab. 805, sec. XIII (versione araba di Hunain, tradotta da Pfaff)].
Il documento non si limita a Galeno. Una sezione cospicua è riservata a Oribasio e alle sue Collectiones medicae, la cui edizione critica di riferimento è quella di J. Raeder nel CMG vi. Per quest’opera viene elencata una serie di manoscritti greci datati prevalentemente al XVI secolo, tra cui “P Paladnus gr. 375, s.XII” – (fr:568) e vari codici Parisini (fr:569-573), insieme a un codice parziale: “F Parisinus gr. 2237, s.XIV (contains only Books 52-5; 19- 36; 29-32)” – (fr:576) [contiene solo i libri 52-5; 19-36; 29-32]. L’annotazione “See below, s.v. Oribasius, P F {Orib.)” – (fr:476) [Vedi sotto, s.v. Oribasio, P F {Orib.}] è un tipico rinvio interno che conferma la natura meticolosa di questo apparato.
Vi è poi traccia di una produzione medica tardoantica e bizantina in latino e greco. Appaiono Giovanni Alessandrino, con i suoi commentari al De sectis di Galeno e al sesto libro delle Epidemie ippocratiche, testimoniati da manoscritti come “R Parisinus lat. 6865, s.XIV” – (fr:528); Marcello, detto l’Africano, con il suo De medicamentis; e Marcellino con il trattato De pulsibus, di cui si segnala l’edizione critica in fase di allestimento da parte di H. von Staden per il CMG, oltre a manoscritti come “A Vindobonensis med. gr. 16, s.XIV” – (fr:546-547). La presenza di Marziano Capella con il De nuptiis Philologiae et Mercurii e Nonio Marcello con il De compendiosa doctrina mostra come la griglia filologica si estenda a testi che, pur non essendo strettamente medici, furono rilevanti per la trasmissione del sapere scientifico tardoantico. Di Marziano Capella si elencano codici carolingi del IX secolo, come “A Harleianus 2685, s.IX” – (fr:558) e “D Parisinus lat. 8670, s.IX” – (fr:560-561).
Il significato storico di questo testo risiede nella sua natura di testimonianza diretta del lavoro filologico. Esso documenta lo sforzo di censire e classificare i testimoni superstiti di una tradizione medica millenaria, integrando manoscritti greci, latini e traduzioni arabe, e mostrando il passaggio dalle prime edizioni a stampa – come l’Aldina del 1525 o l’edizione di Basilea del 1538 – alle moderne edizioni critiche. L’insieme di questi dati, dalle segnature di biblioteca alle datazioni, costituisce l’architettura invisibile su cui si fonda ogni edizione moderna e la nostra stessa possibilità di leggere oggi testi che sono alla base del pensiero medico occidentale.
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6 Fonti e Metodo dell’Edizione Critica Medica
Questo testo rappresenta un frammento di apparato critico, verosimilmente estratto dalla prefazione o dalle note introduttive di un’edizione moderna di trattati medici antichi. Esso elenca in modo sistematico le fonti manoscritte e le edizioni a stampa utilizzate per la ricostruzione filologica delle opere di autori come Galeno, Plutarco, Plinio, Rufo d’Efeso, Paolo di Egina e Filumeno.
Il brano non contiene un discorso continuo, ma un conspectus siglorum, ovvero un inventario di abbreviazioni (sigle) che identificano i testimoni principali di una tradizione testuale. La natura del lavoro è quella di fornire le coordinate essenziali per verificare le varianti testuali discusse nell’edizione critica. L’autore sta catalogando e definendo l’insieme degli strumenti, manoscritti e edizioni, su cui si fonda la sua ricostruzione del testo.
L’elenco cita edizioni moderne di riferimento per le opere degli autori antichi, come si vede per Paolo di Egina: “Paulus Aegineta, Pragmateia Iatrike, ed. J. L. Heiberg, CMGi x . 1-2 (Leipzig/ Berlin, 1921-4)” - (fr:585-587) [Paolo di Egina, Pragmateia Iatrike, a cura di J. L. Heiberg, CMG x. 1-2 (Lipsia/Berlino, 1921-4)]. Un altro esempio è l’edizione di Filumeno: “Philumenus, De venenatis animalibus, ed. M. Wellmann, CM G x. 1 (Leipzig/ Berlin, 1908)” - (fr:593-595) [Filumeno, Sugli animali velenosi, a cura di M. Wellmann, CMG x. 1 (Lipsia/Berlino, 1908)]. Queste citazioni definiscono le edizioni standard di riferimento, note con la sigla della collana Corpus Medicorum Graecorum (CMG).
Il testo fornisce poi le sigle dei manoscritti, associandole alla loro collocazione e datazione. Queste sigle costituiscono la base per l’apparato critico vero e proprio. Ad esempio, per gli Scholia in Hippocratem et Galenum, viene menzionato un manoscritto di Milano: “A Ambrosianus B. 113 sup., s.XIV” - (fr:582-583) [A: Ambrosiano B. 113 sup., secolo XIV]. Per lo stesso testo, sono registrati anche un manoscritto di Firenze, “L Laurentianus 75-22, s.XV” - (fr:583) [L: Laurenziano 75-22, secolo XV], e un papiro dalla collezione Goleniscev. La tradizione di Plinio il Vecchio è testimoniata da codici come “D Vaticanus lat. 3861, s.XI” - (fr:603-604) [D: Vaticano latino 3861, secolo XI], “F Leidensis Lipsii 7, s.X” - (fr:604) [F: Leidense Lipsii 7, secolo X], e “E Parisinus lat. 6795, s.IX-X e Parisinus lat. 6796, s.XIII” - (fr:604-606) [E: Parigino lat. 6795, secoli IX-X e Parigino lat. 6796, secolo XIII], mostrando la complessa ramificazione di una tradizione che include manoscritti in latino e l’edizione di un umanista, Pintianus.
Il testo documenta il metodo della critica testuale. Viene esplicitato il processo di ricostruzione attraverso il confronto dei testimoni, culminando nella definizione di archetipi o capostipiti. Per i Quaestiones symposiacae di Plutarco, si afferma l’esistenza di un unico capostipite: “T Vindobonensis phil. gr. 148, s.X-XI in. (the archetype of all the extant MSS)” - (fr:647-650) [T: Viennese phil. gr. 148, inizio secoli X-XI (l’archetipo di tutti i manoscritti esistenti)]. La frase è in inglese, probabile indizio della lingua veicolare del filologo moderno o di una stratificazione di fonti secondarie confluite nell’apparato.
Il significato storico di questo frammento risiede nella sua testimonianza del lavoro scientifico che ha permesso la sopravvivenza e la comprensione della medicina e della scienza antiche. Esso rappresenta la “cassetta degli attrezzi” del filologo. La meticolosa registrazione di manoscritti conservati in biblioteche da Firenze (Laurenziana) a Parigi (Bibliothèque nationale), dal Monte Athos alla Vaticana, e databili dal V secolo (il Moneus rescriptus) al XVI, traccia una mappa della trasmissione del sapere dall’antichità al Rinascimento. L’uso di sigle come “recensio Byzantina, c. 1300 (Laurentianus 3)” - (fr:638) [recensione bizantina, circa 1300 (Laurenziano 3)] per Plutarco, identifica non solo un singolo codice, ma un’intera fase storica di copia e diffusione di un testo, mostrando come la filologia ricostruisca non solo un’opera, ma il contesto culturale della sua ricezione.
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7 Dalla tradizione manoscritta alla fondazione di Alessandria: fonti e prologo di un trattato sulla medicina antica
Il testo, appartenente a un’opera scientifica di impianto filologico-storico, è articolato in due blocchi distinti e complementari: un fitto elenco di sigla, edizioni e manoscritti (frasi 686-775) e l’inizio dell’introduzione dedicata alla medicina alessandrina ed egiziana (776-792). L’insieme documenta, da un lato, l’impalcatura erudita che sorregge lo studio delle fonti mediche antiche e, dall’altro, il quadro storico entro cui si colloca la straordinaria fioritura scientifica di Alessandria.
La sezione d’apertura è un inventario bibliografico, organizzato sotto l’intestazione “SIGLA, EDITIONS” (fr:698), in cui compaiono edizioni critiche moderne e codici che tramandano gli scritti di medici, farmacologi e commentatori greco-latini. Vi figurano, tra gli altri, gli scoli a Nicandro curati da M. Geymonat e A. Crugnola, con i relativi manoscritti: “(Konigsberg, 1834) Scholia in Mcandri Alexipharmaca, ed. M. Geymonat (Milan, 1974) Scholia in JVicandn Theriaka, ed. A. Crugnola (Milan, 1971)” (fr:686-687) [(Königsberg, 1834) Scoli agli Alexipharmaca di Nicandro, ed. M. Geymonat (Milano, 1974); Scoli ai Theriaka di Nicandro, ed. A. Crugnola (Milano, 1971)]. L’elenco prosegue con le edizioni di Scribonio Largo, dello pseudo-Marcello Empirico, di Sorano, di Vindiciano, di Teofilo Protospatario, di Varrone e di molti altri autori. Ogni voce è accompagnata dall’indicazione puntuale dei testimoni manoscritti, spesso datati al secolo: si passa dal IX secolo, come il “Parisinus lat. 6880, s.IX” (fr:690), fino a codici più tardi quali il “Vratislavensis Rehdigeranus 45, s.XV ex.” (fr:699) o il “Marcianus gr. 262 (olim 408), s.XV ex.” (fr:702), rivelando una tradizione copiosa e stratificata. Questa massa di riferimenti costituisce l’ossatura critica del trattato, fondata sulla collazione di manoscritti medievali e sul vaglio delle edizioni umanistiche e moderne.
L’introduzione vera e propria, contrassegnata dalla dicitura “I · INTRO DUCTIO N” e dalla citazione di E. M. Forster “The situation of Alexandria is most curious.” (fr:776) [La situazione di Alessandria è assai singolare], colloca subito il discorso sul piano storico. Rievoca il gesto fondativo con cui il giovane Alessandro Magno, appena conquistato l’Egitto, diede forma politica a un’antica attrazione greca per la terra del Nilo: “Early in 331 b. c. a twenty-five year old Macedonian gave audacious political expression to a long-standing Greek fascination with Egypt.” (fr:777-779) [All’inizio del 331 a.C. un Macedone di venticinque anni diede audace espressione politica a una duratura fascinazione greca per l’Egitto.]. Il sovrano partecipò attivamente alla pianificazione della nuova città eponima, “at the western extremity of the Nile Delta on the Mediterranean shore of Egypt” (fr:780) [all’estremità occidentale del Delta del Nilo, sulla riva mediterranea dell’Egitto], destinata a diventare, nel giro di pochi decenni, il centro di progressi decisivi nella medicina scientifica.
L’autore mette in luce la peculiarità di uno sviluppo medico greco innestato su un suolo che già possedeva una reputazione medica quasi leggendaria. “Hittite and Persian kings employed Egyptians as court physicians, and Greek authors of the archaic and classical periods record the high esteem in which the medicine of the Pharaohs was held.” (fr:783) [Re ittiti e persiani impiegavano Egiziani come medici di corte, e gli autori greci di età arcaica e classica registrano la grande stima di cui godeva la medicina dei faraoni.]. A suggello di questa fama, l’introduzione convoca il celebre farmaco di Elena narrato nell’Odissea (IV, 220-32), sostanza capace di placare ogni dolore e dimenticare ogni lutto. Il passo, che godette di vasta fortuna nella tarda antichità presso autori come Plinio e lo pseudo-Galeno (fr:789-790), è riportato per offrire la testimonianza più antica e immaginifica del prestigio della farmacopea egiziana: “And now she dropped into the wine they were drinking a drug - an anodyne, bile-allaying, causing one to forget all ills. Whoever swallows it […] would not drop tears down his cheeks for a day, not even if his mother has died and his father too, nor if they cut down with bronze his brother or his own son right in front of him, and he saw it with his eyes.” (fr:791-792) [Ella versò nel vino che bevevano un farmaco – un anodino, che placa la bile, fa dimenticare tutti i mali. Chiunque lo inghiotta […] non verserebbe lacrime per un giorno, neppure se sua madre è morta e anche suo padre, né se gli uccidessero con il bronzo il fratello o il suo stesso figlio proprio davanti a lui, e lui vedesse con i suoi occhi.]. L’estratto giustappone così il solido armamentario filologico indispensabile per interrogare le fonti a una densa pagina introduttiva che restituisce il crogiolo storico e culturale da cui nacque la medicina alessandrina.
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8 La medicina egizia e quella alessandrina: una controversia tra antichi elogi e moderne difficoltà
Antiche testimonianze greche e papiri faraonici alimentano il dibattito sull’influenza della medicina egizia su Alessandria, ma lacune cronologiche, ambiguità lessicali e nozioni condivise rendono arduo un verdetto.
Il testo esamina la questione del possibile debito della medicina alessandrina verso la medicina autoctona egizia, un tema che divide gli studiosi. La fama medica dell’Egitto era già celebrata in età arcaica: Omero ricorda che “ciascun medico là è sapiente oltre tutti gli uomini; infatti sono della stirpe di Peana” e che “la figlia di Zeus disponeva di farmaci così abilmente buoni; farmaci che Polidamna, signora di Tone, le aveva fornito in Egitto, dove i campi dispensatori di cibo producono la maggior parte dei tipi di farmaci: molti buoni se miscelati, molti funesti” – (fr:793) [la figlia di Zeus possedeva farmaci ingegnosamente efficaci, fornitile in Egitto da Polidamna, signora di Tone, dove le fertili terre producono ogni sorta di droga, benefica o malefica]. Pochi secoli dopo, “Erodoto descrive l’Egitto come ‘brulicante di medici’ e gli Egiziani come ‘i più sani di tutti gli uomini’ dopo i Libi. La fama medica dell’Egitto resistette fino alla tarda antichità” – (fr:794) [Erodoto descrive l’Egitto «pullulante di medici» e gli Egiziani «i più sani di tutti gli uomini» dopo i Libi; la fama medica dell’Egitto durò fino alla tarda antichità]. Nel I secolo a.C., “Diodoro di Sicilia include nella sua storia universale un resoconto positivo della medicina egizia antica” – (fr:797) [Diodoro Siculo inserisce nella sua storia universale un giudizio favorevole sulla medicina egizia], mentre “Plinio il Vecchio, attingendo in ultima analisi a fonti greche, considera la possibilità che l’arte della medicina sia stata inventata dagli Egiziani” – (fr:799) [Plinio il Vecchio, basandosi su fonti greche, ammette che la medicina poté essere inventata dagli Egiziani]. Una voce dissenziente, benché rara, giunge nel II secolo d.C.: “d ., for example, Galen, who like Herodotus, Diodorus Siculus, and many other Greek intellectuals spent some time in Egypt, criticizes the author of a Greek pharmaco logical treatise for ‘diverting himself to some old wives’ tales, to some silly Egyptian spells with incantations, which the Egyptians [physi cians?] utter while picking their herbal drugs … I don’t consider such tales to be exactly useful, not even for small children, let alone for” – (fr:800) [d.C., per esempio Galeno, che come Erodoto, Diodoro Siculo e molti altri intellettuali greci soggiornò in Egitto, critica l’autore di un trattato farmacologico greco per «essersi divertito con racconti da vecchiette, stupidi incantesimi egizi che gli Egiziani [medici?] pronunciano mentre raccolgono le erbe… Non ritengo che simili racconti siano minimamente utili, neppure per i bambini piccoli, figuriamoci per»]. Tuttavia “On the whole, however, Greeks of the archaic, classical, and Hellenistic periods display considerable appreciation of the achievements of native Egyptian medicine” – (fr:810) [nel complesso i Greci dell’arcaismo, dell’età classica e dell’ellenismo mostrano un notevole apprezzamento per i risultati della medicina egizia indigena].
Questo durevole rispetto, unito alla qualità relativamente alta di alcuni papiri medici faraonici, ha indotto ricercatori moderni a sostenere che il debito della medicina greca verso l’Egitto faraonico fosse considerevole e che la fioritura della medicina scientifica ad Alessandria nel III secolo a.C. vada in larga misura attribuita all’esposizione diretta dei medici alessandrini alla medicina locale. Altri hanno opposto uno scetticismo radicale. L’autore identifica tre fattori che rendono difficile sciogliere la controversia.
Il primo è un iato cronologico: “First, a chronological gap: our main sources for indigenous Egyptian medicine are seven Pharaonic papyri, all of which are roughly 800 or 1,000 to 1,600 years older than the earliest Alexandrian medical fragments” – (fr:814) [Innanzitutto un divario cronologico: le nostre fonti principali per la medicina indigena egiziana sono sette papiri faraonici, tutti più antichi di circa 800, 000 o 600 anni rispetto ai più antichi frammenti medici alessandrini]. Alcuni papiri trasmettono saperi ancora più remoti: “Some Egyptian papyri, such as the Edwin Smith papyrus (written c. 1650 b .” (fr:815) – “c .)” (fr:816) [Alcuni papiri egizi, come il papiro Edwin Smith (scritto intorno al 1650 a.C.)] conservano conoscenze che risalgono forse fino al 2600 a.C. “And the very latest of the extant medical papyri of Pharaonic Egypt, Chester Beatty vi, was written during the New Kingdom, probably between 1300 b .” (fr:818) – “c .” (fr:819) – “and 1085 b .” (fr:820) – “c .” (fr:821) [E il più tardo dei papiri medici superstiti dell’Egitto faraonico, il Chester Beatty VI, fu redatto durante il Nuovo Regno, probabilmente tra il 1300 a.C. e il 1085 a.C.]. Questo iato rende problematico ogni tentativo di dimostrare un’influenza, perché “the state of native Egyptian medicine in the third century b .” (fr:840) – “c .” (fr:841) – “remains shrouded in veils of silence” (fr:842) [lo stato della medicina autoctona egiziana nel III secolo a.C. rimane avvolto nel silenzio]. Qualche esile aiuto può venire dalle caratterizzazioni greche: “the brief reports of Herodotus, Hecataeus, and Diodorus Siculus, as well as the allusions in the Galenic passage cited above, contain nothing that is inconsistent with the content of the extant Pharaonic texts” – (fr:844) [i brevi resoconti di Erodoto, Ecateo e Diodoro Siculo, così come le allusioni nel passo di Galeno sopra citato, non contengono nulla di incompatibile con i testi faraonici superstiti]. I Greci confermerebbero perciò, seppure indirettamente, un consenso congetturale moderno secondo cui la teoria e la pratica medica indigene non mutarono significativamente tra il 1085 a.C. e il 300 a.C. (o anche più tardi). Posta questa premessa, “If this view is correct, it might not be senseless to explore the relation between Alexandrian and indigenous Egyptian medicine through recourse to Pharaonic papyri, despite the chronological gap and despite the lack of significant direct knowledge about Egyptian medicine either of the late period of Pharaonic rule (Dynasties X X I —XXXII, c. 1085—332 b . c .) or of the Ptolemaic period [c. 305-30 b . c .)” – (fr:850-854) [là dove questa visione sia corretta, potrebbe non essere insensato esplorare la relazione tra medicina alessandrina e medicina indigena egiziana ricorrendo ai papiri faraonici, malgrado lo iato cronologico e la mancanza di conoscenze dirette significative sulla medicina egizia del tardo periodo faraonico (dinastie XXI–XXXII, 1085–332 a.C. circa) o del periodo tolemaico].
La straordinaria stabilità della medicina egizia verrebbe parzialmente spiegata dalla sua stessa natura: “The amalgam of magic, law, and empiricism that characterizes the medicine of the Pharaohs might partially account for the extraordinary stability and inertia of Egyptian medicine implied by this view” – (fr:855) [l’amalgama di magia, diritto ed empirismo che contraddistingue la medicina dei faraoni potrebbe in parte spiegare la straordinaria stabilità e inerzia della medicina egizia che questa visione implica]. Ancora nel II secolo d.C., “Egyptian pharmacology is still associated with magic spells and incantations, which indeed are richly represented in Pharaonic medical papyri” – (fr:856-857) [la farmacologia egiziana è ancora associata a formule magiche e incantesimi, che compaiono abbondantemente nei papiri medici faraonici]. “When medical theories and practices are supported and sanctioned by ritual, by belief in magic, and by the priesthood, they can become relatively immune to the revisionary processes that tend to be associated with scientific growth” – (fr:858) [quando teorie e pratiche mediche sono sostenute e sancite dal rituale, dalla credenza nella magia e dal sacerdozio, possono diventare relativamente immuni ai processi di revisione che solitamente accompagnano la crescita scientifica]. Inoltre, “When, in addition, medical practices are frozen and protected through codification and punitive legal sanctions, as they were in Egypt (e.g. by means of the death penalty for physicians who violated codified therapeutic prescrip” (fr:859) – “tions, according to Diodorus13), the odds against significant change rise considerably” (fr:865) [quando inoltre le pratiche mediche vengono cristallizzate e protette dalla codificazione e da sanzioni legali punitive, come avveniva in Egitto (per esempio la pena di morte per i medici che violavano le prescrizioni terapeutiche codificate, secondo Diodoro), le probabilità di un cambiamento significativo aumentano notevolmente].
Il secondo fattore è l’incertezza terminologica: “A second factor which impedes a conclusive answer … is uncertainty about the precise meaning of numerous Egyptian and Greek words; names of diseases, anatomical and pathological nomenclature, measurements, and the names of drug ingredients are sources of scholarly headaches for which there are no easy cures” – (fr:866) [un secondo fattore che ostacola una risposta conclusiva … è l’incertezza sul significato preciso di numerose parole egizie e greche; nomi di malattie, nomenclatura anatomica e patologica, unità di misura e nomi di ingredienti medicinali sono fonte di grattacapi eruditi per i quali non esistono cure facili]. Un esempio eloquente: “Thus one eminent Egyptologist translates a hieroglyphic cluster in the Ebers papyrus ‘acacia thorn’, while another renders it ‘prepuce’” – (fr:867) [così un eminente egittologo traduce un gruppo geroglifico nel papiro Ebers con «spina d’acacia», mentre un altro lo rende con «prepuzio»].
Il terzo ostacolo è la diffusione di nozioni e rimedi comuni: “A third difficulty in tracing influence has its origin in the fact that a number of ideas, insights, and therapeutic or preventive practices are shared by several Mediterranean cultures, and sometimes also by other cultures” – (fr:868) [una terza difficoltà nel rintracciare l’influenza nasce dal fatto che numerose idee, intuizioni e pratiche terapeutiche o preventive sono condivise da varie culture mediterranee, e talvolta anche da altre culture]. “The occurrence of a similar general notion or of a readily available herbal drug in both Alexandrian and Egyptian texts therefore does not in and of itself constitute proof of Egyptian influence” – (fr:869) [la comparsa di una nozione generale simile o di un rimedio erboristico di facile reperibilità tanto nei testi alessandrini quanto in quelli egizi non costituisce di per sé una prova d’influenza egizia]. Così il concetto egiziano di putrefazione patogena (whdw), centrale nella loro patologia umana, non è estraneo alla medicina greca; “But ‘decay’ is a concept also used in the medicine of many other cultures — it even survives in the modern use of ‘sepsis’, an ancient Greek word for ‘putrefaction’, to refer to the presence of pathogenic organisms or their toxins in the blood or the tissues — and it might simply be a fairly obvious concept for explaining or describing diseased conditions” – (fr:870-871) [ma «putrefazione» è un concetto impiegato anche nella medicina di molte altre culture – sopravvive persino nell’uso moderno di «sepsi», antica parola greca per «putrefazione», per designare la presenza di microrganismi patogeni o delle loro tossine nel sangue o nei tessuti – e potrebbe semplicemente essere un’idea abbastanza ovvia per spiegare o descrivere stati morbosi]. Analogamente, l’ampio uso farmacologico della mirra nella medicina egizia è condiviso dai medici ippocratici, alessandrini e greci in genere.
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9 Magia e medicina nell’Egitto faraonico e nell’Alessandria ellenistica: assenza di influenza egizia sulle pratiche magico‑religiose
L’estraneità assoluta di incantesimi e formule magiche nei testi di Erofilo segna uno scarto incolmabile rispetto ai papiri medici egizi, malgrado la coeva medicina greca accogliesse un proprio universo di guarigioni divine.
L’autore prende le mosse da una cautela metodologica: anche un prodotto emblematico come la mirra “non è originario di nessuna delle due culture” (fr:872) [But myrrh is native to neither culture.], poiché “nell’antichità veniva prodotta solo sulla costa meridionale dell’Arabia e nel Corno d’Africa, da dove veniva esportata anche in Persia, India e così via, per usi medici e di altro tipo; anche in questo caso ‘l’influenza egiziana’ sarebbe solo una tra le molteplici possibili spiegazioni di una pratica greca” (fr:873). Pur tra difficoltà di questo genere e le cautele via via espresse, “sembra ragionevole azzardare le generalizzazioni che seguono sul rapporto tra medicina alessandrina e medicina indigena egiziana” (fr:874, 881). Un esempio della natura problematica delle fonti è il “famigerato passo in questione, il papiro Ebers 732” (fr:874 nota 14). La traduzione di Ebbell vi legge “rimedio per un prepuzio [?] che viene tagliato [circonciso] e da cui esce sangue”, mentre von Deines‑Grapow‑Westendorf propongono “rimedio per una spina d’acacia, quando viene estratta, in quanto ne fuoriesce sangue…” (fr:875); nel commento Grapow interpreta ‘spina d’acacia’ come una ferita aperta provocata dalla spina (fr:878).
La dimensione magico‑religiosa pervade la medicina egizia: “in quasi tutti i papiri medici egiziani incantesimi contro una data malattia si alternano a prescrizioni farmacologiche e a una breve descrizione della malattia” (fr:883). Persino i due papiri che contengono le osservazioni cliniche più accurate, il papiro Edwin Smith (c. 1650 a.C.) e il papiro Ebers (c. 1550 a.C.), “non sono privi di scongiuri e formule magiche” (fr:884‑890). Quando si allenta una benda, il medico egizio (swnw) intona tipicamente: “Qualcuno viene sciolto, che viene sciolto da Iside; Horo è sciolto da Iside dal male inflittogli da suo fratello Seth, quando uccise suo padre Osiride.” (fr:892) E prosegue: “O Iside, grande nella stregoneria, che tu possa sciogliermi, che tu possa salvarmi da ogni cosa malvagia, cattiva, rossa … così come tu fosti sciolta, così come tu fosti salvata da tuo figlio Horo.” (fr:893); “Poiché sono entrato nel fuoco, sono uscito dall’acqua; no, non cadrò nella trappola di questo giorno.” (fr:894‑895). Preparando un farmaco per un disturbo oculare – bile di tartaruga con miele – il swnw canta un incantesimo che evoca un fragore nel cielo meridionale, una catasta caduta in acqua e la ricerca di teste: “Io sono colui che le recupererà; io sono colui che le ritroverà. Ho recuperato le vostre teste, ho legato [le teste] ai vostri colli, ho fissato al loro posto le vostre parti tagliate. Ti ho portato per espellere gli effetti di un dio, di un morto, di una morta…” (fr:896‑902). Un altro scongiuro per fermare il sangue prescrive di recitare la formula “su una perla rossa di corniola, posta nell’ano dell’uomo o della donna”, allo scopo di disperdere il sangue (fr:914‑915). Contro il muco l’esorcismo ordina: “Dovresti fluire fuori, muco, figlio del muco, che spezzi le ossa, che distruggi il cervello, che fai a pezzi il midollo osseo … Vedi, ho portato la tua cura contro di te, la tua medicina preventiva contro di te: latte di donna che ha partorito un maschio, gomma aromatica – questo ti elimina, questo ti rimuove, e viceversa. Vieni fuori sulla terra; putrefatti, putrefatti; quattro volte.” (fr:915‑918). A ciò si aggiungono amuleti, nodi di lino, peli animali e piume di avvoltoio, raccomandati dai medici egizi per il loro potere curativo (fr:918).
“Tutto ciò potrebbe aver avuto potenti benefici psicosomatici, ma è completamente estraneo alla medicina di Erofilo e dei suoi seguaci” (fr:919); “sotto questo aspetto centrale non si può dunque parlare di ‘influenza egiziana’ sulla medicina alessandrina” (fr:920). L’autore non nega che anche la cultura greca accogliesse terapie magico‑religiose: vi sono ampie testimonianze, specie in età ellenistica, della fede nell’imposizione delle mani, nel potere di statue e amuleti, e soprattutto nella incubazione presso i templi di Asclepio. I malati che non trovavano aiuto dai medici mortali potevano “ascoltare inni e rilassarsi nei terreni sacri fino a coricarsi di notte nell’a‑baton […] e attendere che il dio concedesse loro consigli o cure in sogno” (fr:941). Il dio appariva “di persona o sotto le spoglie di uno degli animali sacri custoditi nel tempio – spesso un serpente o un cane – che poteva leccare la parte malata del corpo del supplice” (fr:942). Persino il tardo trattato ippocratico Decorum riconosce un posto d’onore agli dèi, e la celebre affermazione di Erofilo “i farmaci sono le mani degli dèi” può rappresentare una concessione al potere divino oppure, più probabilmente, una metafora dell’importanza dei farmaci (fr:943). Tuttavia, “la medicina alessandrina e ippocratica sembra rifuggire gli incantesimi, le formule magiche e gli amuleti che dominano molti – e si insinuano in tutti – i papiri medici faraonici” (fr:944). Nella società greca “sacerdote e medico esercitavano le loro distinte funzioni in modi nettamente diversi, anche se condividevano lo stesso dio; in Egitto molti…” (fr:945) – suggerendo una commistione di ruoli che la medicina alessandrina non conosceva.
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10 Divergenze tra medicina egiziana e alessandrina: teorie vascolari e approcci terapeutici
L’analisi comparativa rivela come lo sviluppo della teoria vascolare e della pratica clinica ad Alessandria, pur non ignorando l’eredità egiziana, abbia tratto un impulso decisivo dalla speculazione e dall’osservazione greca, distaccandosi radicalmente da concezioni fisiopatologiche e terapeutiche indigene incentrate su vasi multifunzionali e su una marcata preoccupazione anale.
Il testo mette a confronto la medicina dell’Egitto faraonico con quella sviluppatasi nella Alessandria ellenistica, evidenziando profonde differenze concettuali e pratiche piuttosto che linee di diretta derivazione. Uno degli ambiti in cui la divergenza è più marcata riguarda la comprensione del sistema vascolare. La scuola erofilea, si sottolinea, operava una distinzione netta tra arterie e vene e non le confondeva con altre strutture tubolari del corpo. “The Herophileans distinguished carefully between veins and arteries, and they did not confuse them with other tube-like structures in the body.” - (fr:1043) [Gli erofilei distinguevano con attenzione tra vene e arterie, e non le confondevano con altre strutture a forma di tubo nel corpo.]
Questo rigore anatomico contrastava radicalmente con la terminologia e la fisiopatologia egiziane. La lingua faraonica utilizzava un unico termine, mtw, per designare in modo indistinto vasi sanguigni, nervi, tratti urinario e riproduttivo, retto, tendini e muscoli. “Unlike the Egyptians, they did not use the same word (in Egyptian, mi) indiscriminately to designate blood vessels, nerves, the urinary tract, the reproductive tract, the rectum, tendons, and sinews.” - (fr:1044) [A differenza degli Egizi, non usavano la stessa parola (in egiziano, mtw) indiscriminatamente per designare vasi sanguigni, nervi, il tratto urinario, il tratto riproduttivo, il retto, tendini e muscoli.] A questa confusione anatomica si accompagnava una peculiare teoria patologica, del tutto assente nel pensiero alessandrino, che affollava i vasi sanguigni con la costante minaccia putrefattiva di una sostanza fecale, in grado di risalire dalla regione anale verso qualsiasi parte del corpo generando malattia. “Nor did the Greek Alexandrians crowd the blood vessels with the constant putrefying threat of a faecal, disease-causing substance that could rise from the anal region to any part of the body.” - (fr:1045) [Né i Greci alessandrini affollavano i vasi sanguigni con la costante minaccia putrefattiva di una sostanza fecale, causa di malattie, che poteva risalire dalla regione anale a qualsiasi parte del corpo.]
Questa “preoccupazione patologica” per l’ano, che l’autore giudica caratterizzante la medicina faraonica, si rifletteva in pratiche terapeutiche e regimi profilattici che non trovarono un impatto significativo sulla medicina alessandrina. “The pathological preoccupation with the anus that seems to characterize Pharaonic medicine had consequences for regimen and therapy, and these, too, do not seem to have made a major impression on Alexandrian medicine.” - (fr:1046) [La preoccupazione patologica per l’ano che sembra caratterizzare la medicina faraonica ebbe conseguenze su regime e terapia, e anche queste non sembrano aver lasciato un’impronta significativa sulla medicina alessandrina.] La cura dell’ano in Egitto era amorevole ma ansiosa, includendo pratiche come lenire, lavare, suffumicare e manipolare per prevenirne lo scivolamento o la torsione. “The Egyptians took loving but very anxious саге of the anus, soothing it, washing it, fumigating it, refreshing it, manipulating it to keep it from slipping or twisting…” - (fr:1047) [Gli Egiziani si prendevano cura amorevole ma molto ansiosa dell’ano, lenendolo, lavandolo, suffumicandolo, rinfrescandolo, manipolandolo per evitare che scivolasse o si torcesse…] Sebbene anche i medici ippocratici e alessandrini facessero uso di clisteri o suffumigi, le loro teorie e la loro pratica versatile non riflettono questa enfasi faraonica.
Un’altra area di netta separazione è la cura delle ferite. Le tecniche egiziane più comuni, considerate “razionali” dagli storici, consistevano nell’applicare una piastra di carne fresca o viva, un unguento di miele e grasso animale o resine aromatiche, e nell’utilizzare nastro adesivo di lino. “But the three most common ‘non-magical’ Egyptian techniques of wound саге - putting a slab of fresh (w a ij) or ‘living’ (ankh) meat (jw f) on a wound; applying a salve made either of honey and animal fat or of honey and aromatic resins; applying adhesive linen tape - are not among the techniques that dominate Greek wound саге.” - (fr:1071) [Ma le tre più comuni tecniche egiziane “non magiche” di cura delle ferite – mettere una piastra di carne fresca o “viva” su una ferita; applicare un unguento fatto di miele e grasso animale o di miele e resine aromatiche; applicare nastro adesivo di lino – non sono tra le tecniche che dominano la cura greca delle ferite.] Al contrario, i Greci lavavano la ferita con vino o aceto, una procedura antisettica di base apparentemente ignorata in Egitto, oppure vi spargevano sopra “enemi”, polveri o liquidi stittici e antisettici spesso a base di ossidi di zinco, piombo o rame. “The Greeks instead washed the wound with wine or vinegar - a basic antiseptic procedure apparently ignored in Egypt - or they sprinkled ‘enhemes’ … on the wound.” - (fr:1072, 1085) [I Greci invece lavavano la ferita con vino o aceto – una procedura antisettica di base apparentemente ignorata in Egitto – o cospargevano la ferita di “enemi”…]
Anche l’approccio diagnostico differiva notevolmente. Il testo evidenzia un uso aggressivo della palpazione nella chirurgia egiziana, dove il medico, lo swnw, usava la sua mano nuda non solo per cercare fratture o sentire il polso, ma anche per raggiungere in profondità una ferita non disinfettata e frugarvi all’interno. “…the physician’s bare hand frequently also is depicted as reaching deeply into a wound, which apparently had not been washed with an antiseptic, and poking around inside it.” - (fr:1118) […la mano nuda del medico è frequentemente anche raffigurata mentre si protende in profondità in una ferita, che apparentemente non era stata lavata con un antisettico, e vi fruga all’interno.] La medicina ippocratica e alessandrina, al contrario, si affidava a sonde chirurgiche per esplorare ferite previamente disinfettate e integrava la palpazione, laddove possibile, con l’auscultazione. “The Hippocratic physician, by contrast, often uses surgical probes to explore wounds which have been disinfected with wine or vinegar…” - (fr:1119) [Il medico ippocratico, al contrario, usa spesso sonde chirurgiche per esplorare ferite che sono state disinfettate con vino o aceto…]
Ciò nonostante, esistono alcune somiglianze terapeutiche. “There are, however, some similarities between the therapeutics of Greek and Egyptian physicians.” - (fr:1087) [Vi sono, tuttavia, alcune somiglianze tra la terapeutica dei medici greci ed egiziani.] Pratiche come le incisioni chirurgiche limitate, l’uso di suture, l’emostasi tramite cauterio o l’antisepsi con sali di rame, così come l’importanza attribuita alle prescrizioni dietetiche e il riconoscimento pubblico della curabilità o incurabilità di certe patologie, erano condivise. L’autore ritiene però impossibile provare che queste pratiche in ambito greco o alessandrino siano il risultato di un’influenza egiziana. “But it seems impossible to prove that such practices, procedures, and attitudes, whether in Cos, Cnidus or Alexandria, were the result of Egyptian influence.” - (fr:1116) [Ma sembra impossibile provare che tali pratiche, procedure e atteggiamenti, sia a Cos, Cnido o Alessandria, siano stati il risultato di un’influenza egiziana.]
L’impulso per lo sviluppo alessandrino della teoria vascolare e della sfigmologia viene ricondotto non a modelli egizi, ma alla tradizione greca di Aristotele e di Prassagora di Cos, che per primo fece una ferma distinzione tra arterie e vene. “The impression seems unavoidable that… the Alexandrian development of vascular theory and, more specifically, of sphygmology received much greater impetus from the speculation and observation of Greeks such as Aristotle and Herophilus’ teacher, Praxagoras of Cos, who was the first to make a firm distinction between arteries and veins, than from Egyptian medicine.” - (fr:1066) [L’impressione sembra inevitabile che… lo sviluppo alessandrino della teoria vascolare e, più specificamente, della sfigmologia ricevette un impulso molto maggiore dalla speculazione e dall’osservazione di Greci come Aristotele e il maestro di Erofilo, Prassagora di Cos, che fu il primo a fare una netta distinzione tra arterie e vene, che dalla medicina egiziana.]
Infine, l’influenza della farmacopea egiziana nel mondo greco è documentata ma precedente alla fondazione di Alessandria, con ingredienti come il natron e l’allume egiziano già presenti in diversi trattati ippocratici. “But for present purposes, i.e. the question of Egyptian influence on Alexandrian medicine, it is more important to recognize that Egyptian drug ingredients entered Greek medicine well before the founding of Alexandria.” - (fr:1134) [Ma per gli scopi attuali, cioè la questione dell’influenza egiziana sulla medicina alessandrina, è più importante riconoscere che ingredienti farmacologici egiziani entrarono nella medicina greca ben prima della fondazione di Alessandria.] Questo commercio di materiali potrebbe aver facilitato il trasferimento di idee, ma le idee natie egiziane, se viaggiarono, lo fecero grazie a questo canale preesistente, senza alterare il nucleo concettuale e pratico della medicina ellenistica.
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11 Farmacologia e oftalmologia alessandrina: il debito verso l’Egitto
L’ingresso di sostanze vegetali e animali egiziane, l’impiego della Dreckapotheke e una nuova attenzione alla quantificazione rivelano il graduale assorbimento di elementi indigeni nella medicina greca d’Alessandria.
Già prima dell’età ellenistica la farmacopea greca aveva accolto ingredienti egiziani. Il testo attesta un impiego di “fruit of Egyptian thistle, and Egyptian acorns in pessaries and douches.” – (fr:1157) [frutto del cardo egiziano e ghiande egiziane in pessari e lavande.] Secondo l’autore si tratta di “an influx of Egyptian ingredients into pre-Alexandrian Greek pharmacology” che “is, therefore, solidly attested” – (fr:1157) [un afflusso di ingredienti egiziani nella farmacologia greca pre-alessandrina… è quindi solidamente attestato] e che “probably reflects an interest in exotica whose use would enhance the physician’s prestige.” – (fr:1158) [probabilmente riflette un interesse per gli esotici, il cui uso poteva accrescere il prestigio del medico.]
A partire da Erofilo e dai primi Empirici, la farmacologia alessandrina si arricchì ulteriormente “by a further assimilation of elements from native Egyptian drug lore, even though it retained its Greek roots” – (fr:1159) [attraverso un’ulteriore assimilazione di elementi dal sapere farmacologico indigeno egiziano, pur conservando le proprie radici greche], anche se “perhaps not always to good therapeutic effect.” – (fr:1159) [forse non sempre con buoni effetti terapeutici.] Tra i nuovi semplici vegetali compaiono achillea del Nilo, foglie di ricino in cataplasmi, aloe, succo di Cirene per infiammazioni dell’ugola, succo di piantaggine, fiore di melograno selvatico, bdellio, radice di malvavisco, salep, rabarbaro, radice di consolida, zenzero, siderite e gomma dragante (fr:1161-1162). Molte di queste sostanze erano disponibili nell’antico Egitto, alcune verosimilmente importate tramite rotte commerciali di spezie e farmaci, ma “the possibility that at least some of them also had become known to the Greeks in the course of the eastern conquests of Alexander the Great cannot be excluded.” – (fr:1178) [non si può escludere la possibilità che almeno alcune siano divenute note ai Greci nel corso delle conquiste orientali di Alessandro Magno.] Il predominio del regno vegetale è spiegato dal fatto che “plants simply were easier to cultivate or obtain than most mineral or animal substances.” – (fr:1179) [le piante erano semplicemente più facili da coltivare o ottenere rispetto alla maggior parte delle sostanze minerali o animali.]
L’apporto egiziano introdusse nella terapia greca anche sostanze animali: “hyena bile, crocodile dung, camel urine, the head of a spotted lizard, and tortoise blood are among the drug ingredients which now make their debut in Greek medicine.” – (fr:1180) [bile di iena, sterco di coccodrillo, urina di cammello, testa di lucertola maculata e sangue di tartaruga sono tra gli ingredienti medicinali che fanno ora il loro debutto nella medicina greca.] L’uso di urina ed escrementi non costituiva però una novità assoluta. I medici ippocratici facevano “fairly liberal use of the excrement of pigeons, poultry, goats, cows, donkeys, and mules” – (fr:1209) [un uso piuttosto libero di escrementi di piccioni, pollame, capre, mucche, asini e muli], prescrivendone l’applicazione esterna e talvolta la somministrazione interna. La cosiddetta Dreckapotheke trovava anzi un consenso trasversale: “Mesopotamian, Egyptian, Indian, Talmudic, Greek, and Roman physicians were in general agreement.” – (fr:1207) [i medici mesopotamici, egiziani, indiani, talmudici, greci e romani erano generalmente d’accordo.] Tuttavia, sensibilità culturali diverse potevano intervenire: “by the second century a.d. Galen expressed his aesthetic and scientific disgust even at the external application of urine by a Herophilean physician to combat dandruff.” – (fr:1212) [nel II secolo d.C. Galeno espresse il proprio disgusto estetico e scientifico persino per l’applicazione esterna di urina praticata da un medico erofileo per combattere la forfora.]
Sul piano formale, la farmacologia alessandrina manifesta un salto di precisione. Le ricette greche pre-alessandrine sono “notoriously vague in their specification of the amount of each ingredient” – (fr:1212) [notoriamente vaghe nell’indicazione della quantità di ciascun ingrediente], mentre già i medici faraonici cercavano di registrare misure esatte nelle circa 800 ricette conservate. Gli Erofilei e gli Empirici, a partire dal III secolo a.C., “become meticulous in their specification of measures - ounce, drachm, obol, ladle, cup - in their prescriptions.” – (fr:1214) [diventano meticolosi nell’indicare le misure – oncia, dracma, obolo, mestolo, tazza – nelle loro prescrizioni.] Anche in questo, “the Egyptian emphasis on measuring and quantifying might have imparted some stimulus to Alexandrian medicine.” – (fr:1215) [l’enfasi egiziana sulla misurazione e quantificazione potrebbe aver fornito uno stimolo alla medicina alessandrina.] Il testo ricorda poi una convergenza di fondo sul potere del farmaco: “The Egyptians of the Pharaonic papyri thought of drugs as an invention of the gods, and Herophilus said that ‘drugs are the hands of the gods’, but both recognized that, whatever the origin of the power of drugs, their preparation required some human science.” – (fr:1216) [Gli Egizi dei papiri faraonici consideravano i farmaci un’invenzione degli dèi, ed Erofilo diceva che ‘i farmaci sono le mani degli dèi’, ma entrambi riconoscevano che, qualunque fosse l’origine del loro potere, la loro preparazione richiedeva una scienza umana.]
L’oftalmologia rappresenta un altro settore in cui la medicina greca alessandrina potrebbe aver ricevuto stimoli dall’Egitto. Erodoto segnala l’esistenza di specialisti oculari egiziani e tre papiri medici faraonici trattano di malattie degli occhi; il solo papiro Ebers tramanda cento ricette contro varie forme di cecità (fr:1239). Se il trattato Sugli occhi attribuito a Erofilo è autentico, “it would be one of the earliest Greek treatises known to have been devoted exclusively to ophthalmology.” – (fr:1240) [sarebbe uno dei primi trattati greci noti consacrati esclusivamente all’oftalmologia.] È forse significativo, osserva il testo, che quell’opera prescriva ingredienti tipicamente egiziani, come “crocodile dung to treat dayblindness” – (fr:1242) [sterco di coccodrillo per trattare la cecità diurna], accanto a rimedi come il fegato – buona fonte di vitamina A – già impiegati tanto in Egitto quanto nella Grecia pre-alessandrina per le affezioni oculari.
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12 L’eredità egizia nella medicina greca: prognosi di nascita, specializzazione e organizzazione nell’Alessandria tolemaica
Il confronto tra fonti egizie e ippocratiche rivela un duraturo travaso di tradizioni faraoniche nella medicina greca, il consapevole rifiuto di Erofilo e la tenace sopravvivenza di un sistema pubblico e specialistico nell’Egitto ellenistico.
Il papiro Carlsberg vm.4 tramanda una prognosi faraonica: «Un’altra, per distinguere una donna che partorirà da una che non partorirà: farai restare un bulbo di cipolla … per tutta la notte (sulla sua vulva?)» – (fr:1287) «fino all’alba» – (fr:1288). Già Erik Iversen, studiando il papiro, «stabilì che esistono stretti parallelismi tra le prognosi egizie di nascita e le prognosi del Corpus Hippocraticum» – (fr:1286). Un confronto illuminante è con il trattato ippocratico Sulle donne sterili (Malattie delle donne III 214): «Un’altra: pulisci uno spicchio d’aglio tutt’intorno, tagliagli la punta e applicalo alla vagina; il giorno seguente verifica se sente odore (d’aglio) attraverso la bocca; se sente odore, concepirà; se no, non concepirà» – (fr:1289; il riferimento a «vm, p. 416L» è in fr:1295). Le Page Renouf, nel 1873, segnalò per primo i paralleli basandosi su «passi del papiro Berlino 3038 (Berl. 193, GM A iv. i, p. 274) e Hp., Sulle donne sterili 214 (vm, p. 414L)» – (fr:1290‑1293; la nota erudita è in fr:1294). Iversen raccolse altri casi, come «papiro Carlsberg vm.5 (Iversen, 1939: 23) e Hp., Aforismi 59 (iv, p. 174 Jones, Loeb; iv, p. 554L)» – (fr:1296‑1297). Lo sviluppo di questi confronti è inquadrato nell’introduzione al capitolo “Alexandrian and Egyptian Medicine”, come attesta il frammento «IALEXANDRIANAND EGYPTIANMEDICINE 21 2 2 IN TRODUCTION developments in Greece and Egypt» – (fr:1298).
Un’altra prognosi egizia di lunga durata, penetrata nel folclore europeo fino all’età moderna, prescriveva un test con cereali: «Metterai grano e orzo in sacchetti di stoffa; la donna vi verserà sopra la sua urina ogni giorno, mescolati con datteri e sabbia» – (fr:1305); «Se entrambi germogliano, partorirà; se germoglia il grano, partorirà un maschio … se germoglia l’orzo, partorirà una femmina; se non germogliano, non partorirà affatto» – (fr:1306). Iversen ne documentò paralleli fino a fonti secentesche e allo pseudo-Galeno, De remediis parabilibus 26.5 (XIV, p. 476K) – (fr:1307‑1308; ulteriori prognosi egizie sono in «GM A iv. i, pp. 272‑6» – fr:1309‑1311). Tali detti, confluiti nella tradizione aforistica ippocratica, mostrarono «una lunga durata e una relativa immunità ai mutamenti sociali, politici e scientifici» – (fr:1299).
Benché ad Alessandria nel III secolo a.C. fossero disponibili copie degli Aforismi e di quasi tutto il Corpus Hippocraticum – (fr:1312, «Vedi infra, specialmente i Capitoli ix, xiv, xv»), «non vi è prova che queste popolari e durature prognosi di nascita siano entrate a far parte della tradizione erofilea» – (fr:1300). Erofilo, che aveva condotto uno studio accurato di anatomia e fisiologia riproduttiva e di ostetricia, «potrebbe essersi convinto dell’assurdità e inutilità di queste intrusioni egizie nella medicina greca, e aver quindi abbandonato quello che è stato salutato come l’elemento egizio più significativo nella medicina greca» – (fr:1301). Il suo interesse per la prognosi ippocratica è attestato – (fr:1313, «Capitolo ix, T261‑T266»), ma fu «più esegetico o filologico» e non si concentrò sulle prognosi di nascita – (fr:1302).
Sul piano organizzativo il contrasto è radicale: «Mentre i medici greci, incluso Erofilo, tendevano a essere generalisti, i medici egizi appartenevano a una considerevole casta di specialisti» – (fr:1303). Le fonti antiche menzionano «medici egizi degli occhi, dei denti, del ventre e delle malattie ‘nascoste’ (interne?), insieme ai famosi Pastori dell’Ano» – (fr:1304‑1305). Questa caratteristica specializzazione faraonica non si estinse nemmeno quando gli Egiziani nativi divennero più numerosi ad Alessandria in epoca tardo-tolemaica – (fr:1314). Un papiro del II secolo a.C. testimonia la pratica alessandrina di «uno specialista indigeno di clisteri – un Pastore dell’Ano di epoca successiva, che aiutava i suoi clienti alessandrini a liberarsi del whdw?» – (fr:1315). Accanto a questi specialisti operavano medici‑scienziati che univano ricerca e clinica, ma «ci doveva essere anche un gran numero di medici generici ad Alessandria e vari specialisti nel resto dell’Egitto, sui quali oggi regna solo il silenzio; non lasciarono testimonianze scritte» – (fr:1316‑1317).
Sotto i Faraoni i medici egizi erano funzionari pubblici retribuiti dallo stato e offrivano cure gratuite. «Sembra probabile che questa pratica sia continuata nel periodo tolemaico, poiché una tassa medica (iatrikon) veniva riscossa anche dai Tolomei» – (fr:1318; cfr. anche i riferimenti in fr:1337‑1340). Le testimonianze papirologiche dell’età ellenistica indicano che il sistema era supervisionato a livello provinciale da un – (fr:1319) «“medico regio”, e che l’intero sistema era a sua volta sotto il controllo centrale di un archiatros o di un funzionario simile. Questa organizzazione di base faraonica della medicina prevalse al di fuori di Alessandria, ma se fosse stata replicata nella capitale stessa è difficile da stabilire in mancanza di prove adeguate» – (fr:1347). Nella polis greca i medici erano invece liberi professionisti, come illustra «un papiro del II secolo a.C.» – (fr:1350‑1351) che «registra che un certo Sosicrate affidò per contratto un tale Philon al medico Theodotus per un periodo di sei anni, per apprendere l’arte della guarigione in cambio di un compenso. Come nella Menfi faraonica e nelle capitali della maggior parte delle monarchie antiche, il medico di corte giocava un ruolo considerevole ad Alessandria» – (fr:1352).
I medici di punta della scienza alessandrina – Empirici, Erasistrato e gli Erofilei – non sembrano essere stati strettamente legati alla corte tolemaica, forse per evitare i rischi della vita politica. Fanno eccezione Andrea (medico di Tolemeo IV Filopatore) e Dioscuride Phacas, emissario al servizio di Cleopatra – (fr:1353‑1354). Anche l’empirico Apollonio di Cizio potrebbe essere stato vicino a Tolemeo XII Aulete, ma i restanti medici di corte «non sembrano essere stati persone di distinzione scientifica» – (fr:1355, 1380). Quanto ai contatti diretti, «più problematica è la questione del contatto sociale e professionale tra medici egizi e greci ad Alessandria come possibile canale di influenza» – (fr:1381). «Nessun Egiziano sembra essere stato attivo come studioso nel Museo e nella Biblioteca o essere stato annoverato tra i primi intellettuali alessandrini» – (fr:1382). L’unica eccezione resta Manetone di Sebennito, «il più antico nativo egiziano noto per aver scritto in greco (ca. 280 a.C.)» – (fr:1383‑1385).
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13 Isolamento culturale e pratica medica nell’Alessandria tolemaica: tra mecenatismo e tabù
L’integrazione tra Greci ed Egiziani nell’Alessandria dei primi Tolomei fu sorprendentemente scarsa, un fenomeno che segnò in profondità anche la vita scientifica e medica. L’opera di Manetone, gli Aegyptiaca, ne è un esempio emblematico: “Manetho’s Aegyptiaca, an account of Egyptian history, chronology, and religious customs, was addressed to Ptolemy II Philadelphus, it apparently made minimal impact on contemporary Alexandrian writers, who were singularly uninterested in Egyptian chronology and customs.” – (fr:1386) [Gli Aegyptiaca di Manetone, un resoconto di storia, cronologia e usanze religiose egiziane, furono dedicati a Tolomeo II Filadelfo, ma ebbero un impatto minimo sugli scrittori alessandrini coevi, singolarmente disinteressati alla cronologia e ai costumi egiziani.] L’autore stesso, del resto, “has been aptly characterized as standing ‘quite apart from the main stream of Alexandrian life’” – (fr:1386) [è stato opportunamente descritto come estraneo «al filone principale della vita alessandrina»]. Solo più tardi, “Not until the Egyptian element predominated over the Greek in later Ptolemaic Alexandria did Greek writers in Egypt begin to show an inclination to read or emulate Manetho.” – (fr:1387) [Soltanto quando l’elemento egiziano prevalse su quello greco nella tarda Alessandria tolemaica, gli scrittori greci in Egitto iniziarono a mostrare interesse per Manetone.]
Questa distanza non è episodica: “In the first century of Alexandrian history the Greek community remained remarkably insulated from the Egyptian population.” – (fr:1388) [Nel primo secolo di storia alessandrina, la comunità greca rimase straordinariamente isolata dalla popolazione egiziana.] Il modello culturale osservato è paragonabile a quello coloniale moderno: “the colonizers import their own culture and, despite frequent contact with indigenous labourers, artisans, religious leaders, and other professionals, preserve the imported culture of their forebears virtually unchanged for generations.” – (fr:1389) [i colonizzatori importano la propria cultura e, malgrado i frequenti contatti con lavoratori, artigiani, guide religiose e altri professionisti indigeni, conservano la cultura d’origine pressoché immutata per generazioni.] E ancora, “They likewise tend to preserve their ignorance of all but some exotic features of the indigenous culture, rarely even bothering to learn the local language.” – (fr:1390) [Tendono ugualmente a mantenere la propria ignoranza di tutto tranne qualche aspetto esotico della cultura indigena, imparando di rado la lingua locale.] La stessa dinastia tolemaica partecipò a questo isolamento: “the last Ptolemy was the first one to learn to speak Egyptian.” – (fr:1391) [l’ultimo Tolomeo fu il primo a imparare l’egiziano.]
Tuttavia, non mancarono forme di “turismo intellettuale” e occasionali contatti interculturali in ambito medico. “Yet it seems likely that at least some Alexandrian Greeks engaged in a certain amount of intellectual tourism.” – (fr:1392) [Eppure sembra probabile che almeno alcuni Greci alessandrini praticassero una qualche forma di turismo intellettuale.] I templi, “26 INTRODUCTION their syncretic potential and their social importance might have been more conducive to intercultural contact than the Museum, the Library, or the dissecting rooms of Herophilus.” – (fr:1408) [il loro potenziale sincretico e la loro rilevanza sociale potevano favorire il contatto interculturale più del Museo, della Biblioteca o delle sale di dissezione di Erofilo.] Alcuni pazienti greci del III secolo a.C. “turned to shrines of Egyptian gods of healing – Osiris, Sarapis, Imhotep – much the way Greeks previously had turned to the temples of Asclepius.” – (fr:1411) [si rivolgevano ai santuari di divinità egizie guaritrici – Osiride, Sarapis, Imhotep – proprio come in precedenza i Greci si erano rivolti ai templi di Asclepio.] Un indizio rivelatore viene da un documento del II secolo a.C., in cui uno specialista egiziano di clisteri “employed a well-paid Greek interpreter in his practice, presumably to facilitate communication with Greek-speaking patients.” – (fr:1414) [impiegava un interprete greco ben pagato, presumibilmente per facilitare la comunicazione con i pazienti di lingua greca.] Ma, come avverte il testo, “evidence of this kind is very rare, and the general cultural isolation of the Alexandrian community from indigenous Egyptians might have contributed to the limited nature of the impact Greek and Egyptian medicine had upon one another.” – (fr:1414) [prove di questo tipo sono molto rare, e l’isolamento culturale generale della comunità alessandrina dagli Egiziani autoctoni può aver contribuito alla limitata influenza reciproca tra medicina greca e medicina egiziana.]
L’idea di un nesso causale diretto tra mecenatismo tolemaico, Museo e fioritura della medicina esercita una forte seduzione sullo studioso moderno: “The Alexandrian Museum as a research institute, the massive Alexandrian Library, royal patronage of the sciences and letters, and spectacular advances in medical research: this presents the modern scholar with a tempting causal nexus.” – (fr:1415) [Il Museo alessandrino come istituto di ricerca, la grandiosa Biblioteca, il patronato regio delle scienze e delle lettere e gli spettacolari progressi della ricerca medica offrono allo studioso moderno un suggestivo nesso causale.] Eppure, “there is in fact no evidence that Herophilus (or, for that matter, any of his followers) was a member of the Museum, or that he was a recipient of financial support from the royal court, or that he conducted his dissections and other research at the Museum or under its auspices.” – (fr:1416) [non esiste in realtà alcuna prova che Erofilo (né, del resto, alcuno dei suoi seguaci) fosse membro del Museo, né che ricevesse sostegno finanziario dalla corte, né che conducesse le sue dissezioni e altre ricerche nel Museo o sotto i suoi auspici.] L’unica significativa suggestione di intervento regio – discussa estesamente nel testo – è che “through Ptolemaic intervention human cadavers and possibly live prisoners might have been made available to Herophilus – and, if he practised in Alexandria, to Erasistratus – for dissection and vivisection in contravention of a pristine Greek taboo.” – (fr:1417–1419) [tramite l’intervento tolemaico, cadaveri umani e forse prigionieri vivi potrebbero essere stati messi a disposizione di Erofilo – e, se questi operava ad Alessandria, di Erasistrato – per dissezioni e vivisezioni, violando un antico tabù greco.] Al di fuori di questo indizio, il silenzio delle fonti è assordante: “If any medical research ever was conducted at the Museum or sponsored by it, none of our ancient sources has bothered to record the fact.” – (fr:1433) [Se mai vi fu condotta o patrocinata ricerca medica nel Museo, nessuna fonte antica si è curata di registrarlo.]
L’assenza di un mecenatismo diretto non sorprende se si guarda alle condizioni materiali del lavoro di Erofilo. “Herophilus had apprentices, such as Philinus of Cos, who probably paid him; and for treating patients Herophilus was presumably remunerated either by the state or by his patients themselves.” – (fr:1442) [Erofilo aveva apprendisti, come Filino di Cos, che probabilmente lo pagavano; e per la cura dei pazienti Erofilo era presumibilmente retribuito dallo stato o dai pazienti stessi.] Per la ricerca “he did not need a modern laboratory with sophisticated, expensive equipment but, in addition to his physician’s office (iatreion), only a room or rooms equipped for dissection and for relatively simple experiments.” – (fr:1443) [non aveva bisogno di un laboratorio moderno con apparecchiature costose e sofisticate, ma, oltre al suo studio medico (iatreion), soltanto di una o più stanze attrezzate per la dissezione ed esperimenti relativamente semplici.] Il suo studio poteva contenere “his famous pulse-measuring clepsydra, his ‘embryoslayer’, and the usual tools of the better Greek physicians” – (fr:1454) [la sua celebre clessidra per misurare il polso, il suo “sterminatore di embrioni” e i consueti strumenti dei migliori medici greci] – bacinelle, sonde, bisturi, siringhe, trapani, bende, aghi e una farmacia di base. Istituzionalmente, inoltre, Erofilo appare autonomo: “Ancient sources seem to make pointed reference to the ‘House (oikia) of Herophilus’ when describing his immediate followers: they are ‘Those from the House of Herophilus’” – (fr:1457) [Le fonti antiche sembrano fare esplicito riferimento alla “Casa (oikia) di Erofilo” nel descrivere i suoi seguaci immediati: «Quelli della Casa di Erofilo».] Nonostante la continuità del mecenatismo tolemaico, “the relatively high standard of scientific medicine set by Herophilus – and, wherever he practised, by Erasistratus – does not seem to have been maintained by the next generations of Alexandrian physicians” – (fr:1458) [il livello relativamente alto della medicina scientifica stabilito da Erofilo – e, ovunque egli operasse, da Erasistrato – non sembra essere stato mantenuto dalle generazioni successive di medici alessandrini.] Se ne ricava che, “Even if some form of direct or indirect patronage were a necessary condition of medical progress, it certainly is not a sufficient cause.” – (fr:1459) [Anche se una qualche forma di mecenatismo diretto o indiretto fosse condizione necessaria del progresso medico, non ne è certo causa sufficiente.]
Più determinanti per il primo sviluppo della medicina ad Alessandria furono probabilmente due forme di “mecenatismo indiretto”. La prima fu il clima intellettuale di frontiera creato dai primi Tolomei: “the general intellectual climate encouraged by the early Ptolemies: the sense of scientific and literary frontiersmanship that attracted intellectuals from all over the Greek world to Alexandria… probably stimulated efforts to establish new frontiers in medicine too.” – (fr:1461–1463) [il clima intellettuale generale incoraggiato dai primi Tolomei: il senso di pionierismo scientifico e letterario che attirò intellettuali da tutto il mondo greco ad Alessandria… stimolò probabilmente anche gli sforzi per aprire nuove frontiere nella medicina.] Fondando e nutrendo Biblioteca e Museo, “they ensured the relative security of science within the political and social order for at least a century.” – (fr:1472) [garantirono la relativa sicurezza della scienza entro l’ordine politico e sociale per almeno un secolo.] La seconda forma di mecenatismo indiretto fu l’ambiente di frontiera, che rese più agevole infrangere tabù radicati: “the ‘frontier’ environment apparently made it easier to overcome some inveterate Greek taboos, particularly if their violation could be sanctioned, however tenuously, by appeals to time-honoured Egyptian tradition.” – (fr:1473) [l’ambiente “di frontiera” rese apparentemente più facile superare alcuni inveterati tabù greci, soprattutto se la loro violazione poteva essere sanzionata, sia pure tenuemente, con il richiamo a una tradizione egiziana secolare.] L’esempio più noto è il matrimonio tra fratelli, inaugurato da Tolomeo II Filadelfo, che sfidò il tabù greco dell’incesto facendo appello all’usanza faraonica. Allo stesso modo, “Herophilus’ dissections and possibly vivisections, apparently made possible by the king’s active intervention, violated the Greek taboo against opening a human body, dead or alive, but this violation, too, might have been perceived, however mistakenly, by the Ptolemies and others as sanctioned by an Egyptian tradition: the practice of mummification.” – (fr:1477) [Le dissezioni di Erofilo, e forse le vivisezioni, rese possibili dall’intervento attivo del re, violarono il tabù greco che proibiva di aprire un corpo umano, morto o vivo, ma anche questa violazione potrebbe essere stata percepita, benché erroneamente, dai Tolomei e da altri come sanzionata dalla tradizione egiziana della mummificazione.]
Il testo insiste però sullo scarto tra mummificazione e medicina: “mummification has very little to do with medicine, and Herophilus and Erasistratus probably did not gain any of their anatomical knowledge from Egyptian mummifiers.” – (fr:1480) [la mummificazione ha ben poco a che vedere con la medicina, ed Erofilo ed Erasistrato probabilmente non trassero alcuna conoscenza anatomica dagli imbalsamatori egiziani.] Anzi, “the level of anatomical knowledge required by Egyptian methods of embalming is closer to that of a skilled butcher than of a Hellenistic physician or biologist.” – (fr:1481) [il livello di conoscenza anatomica richiesto dai metodi egizi di imbalsamazione è più vicino a quello di un abile macellaio che a quello di un medico o biologo ellenistico.] L’anatomia scientifica fiorì ad Alessandria non grazie alla ricezione passiva di saperi indigeni, ma nel quadro di una comunità greca culturalmente isolata, animata da un clima di esplorazione intellettuale e capace di sfruttare – in modo selettivo e strumentale – il riferimento a tradizioni egiziane per legittimare pratiche altrimenti impraticabili.
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14 L’eredità contesa: medicina greca ed egizia nell’Alessandria ellenistica e la figura emblematica di Erofilo
L’ascesa della medicina scientifica alessandrina viene ricondotta alla peculiare atmosfera culturale e al mecenatismo regale della nuova capitale, più che a un’influenza diretta della medicina egizia indigena, rimasta fondamentalmente estranea allo spirito greco.
Il testo propone una riflessione articolata sul rapporto tra medicina greca ed egizia nell’Alessandria tolemaica, confutando l’idea che la pratica egiziana della mummificazione abbia direttamente legittimato o agevolato la dissezione umana in ambito greco. Già le fonti antiche, come Erodoto e Diodoro, tenevano distinti i due ambiti. Tuttavia, si riconosce che “Yet the existence in Egypt of a priestly caste whose main task involved opening human corpses might have facilitated justifying a temporary breach of the Greek taboo by Hellenistic king and Hellenistic physician, and this in turn made possible the emergence of human dissection as almost synonymous with early Alexandrian medicine.” – (fr:1488) [Eppure l’esistenza in Egitto di una casta sacerdotale il cui compito principale comportava l’apertura di cadaveri umani potrebbe aver facilitato la giustificazione di una temporanea infrazione del tabù greco da parte di un re ellenistico e di un medico ellenistico, e questo a sua volta rese possibile l’emergere della dissezione umana come quasi sinonimo della prima medicina alessandrina.] Il fulcro della spiegazione storica è però un altro: “On balance it seems reasonable to conclude that the open, restless intellectual climate of a ‘frontier’ capital, Alexandria, and the forms of indirect royal patronage discussed above […] contributed more to the extraordinary Alexandrian advances in scientific medicine than did native Egyptian medicine.” – (fr:1489) [Tutto sommato sembra ragionevole concludere che il clima intellettuale aperto e inquieto di una capitale di frontiera, Alessandria, e le forme di patronato regale indiretto […] contribuirono più alla straordinaria avanzata della medicina scientifica alessandrina di quanto non abbia fatto la medicina egizia nativa.]
La distanza incolmabile tra le due tradizioni mediche è sottolineata con un’immagine efficace: “Egyptian medicine remained a deeply un-Greek amalgam of magic, religion, and science, largely isolated from early Alexandrian culture, and as perennially different from it as a summer breeze on a North Sea island from a sirocco.” – (fr:1490) [La medicina egizia rimase un amalgama profondamente non greco di magia, religione e scienza, in gran parte isolata dalla prima cultura alessandrina, e perennemente diversa da essa come una brezza estiva su un’isola del Mare del Nord da uno scirocco.] Questa separatezza è avvalorata dall’osservazione di E.M. Forster, richiamata con favore: “Alexandria ‘then, as now, . . . belonged not so much to Egypt as to the Mediterranean, and the Ptolemies realised this. Up in Egypt they played the Pharaoh, and built solemn archaistic temples like Edfu and Kom Ombo. Down in Alexandria they were Hellenistic.’” – (fr:1492-1494) [Alessandria “allora, come oggi, … non apparteneva tanto all’Egitto quanto al Mediterraneo, e i Tolomei lo capirono. Su nell’Egitto recitavano la parte del Faraone e costruivano solenni templi arcaistici come Edfu e Kom Ombo. Giù ad Alessandria erano ellenistici.”] Un consenso crescente, esemplificato da N. Lewis, conferma che “in Hellenistic Egypt such mutual influences were minimal.” – (fr:1518-1520) [nell’Egitto ellenistico tali influenze reciproche furono minime.]
La superiorità della medicina greca era del resto un dato percepito già prima della fondazione di Alessandria. L’aneddoto di Democede di Crotone, chiamato a curare Dario dopo il fallimento dei medici egizi di corte, lo dimostra vividamente: “King Darius had previously considered his Egyptian physicians the best physicians in the world, but because ‘they were surpassed by a Greek, they [now] were about to be impaled’ - only to be saved by Democedes’ intervention with the king.” – (fr:1516) [Il re Dario aveva precedentemente considerato i suoi medici egizi i migliori del mondo, ma poiché “erano stati superati da un Greco, [ora] stavano per essere impalati” – salvati solo dall’intervento di Democede presso il re.] Ciononostante, questa superiorità non segnò la fine della medicina egizia, che continuò a esistere parallelamente.
La figura di Erofilo diviene allora emblematica delle dinamiche del mondo ellenistico. La sua origine non da un centro culturale tradizionale ma da Calcedone, città periferica spesso schernita come Oppidum Caecorum, la “Città dei Ciechi”, per aver scelto il sito meno felice rispetto a Bisanzio (fr:1523-1525), mostra l’allargamento degli orizzonti sociali e intellettuali. “Herophilus’ journey from obscurity on the Bithynian periphery to scientific fame in the greatest centre of learning in the Greek world, Alexandria, is accordingly emblematic of its time and indicative of the opportunities afforded by the breakdown of old orders and the establishment of new ones.” – (fr:1542) [Il viaggio di Erofilo dall’oscurità della periferia bitinica alla fama scientifica nel più grande centro di cultura del mondo greco, Alessandria, è di conseguenza emblematico della sua epoca e indicativo delle opportunità offerte dal crollo dei vecchi ordini e dall’instaurazione di nuovi.] La sua datazione probabile, tra il 330/320 e il 260/250 a.C., lo colloca in un periodo di convulse trasformazioni politiche per la sua regione d’origine, che passò dall’appoggio ai Persiani alla conquista macedone fino a un’alleanza con l’Egitto tolemaico: “If Herophilus lived roughly from 330/320 to 260/250 b.c. […] he might in his earlier years have experienced the political vicissitudes that rapidly swept his strategically perched birthplace from active support of the Persian cause through conquest by the expansionist Macedonians to an alliance with the new masters of Egypt.” – (fr:1543) [Se Erofilo visse pressappoco tra il 330/320 e il 260/250 a.C. […] potrebbe nei suoi primi anni aver sperimentato le vicissitudini politiche che rapidamente travolsero la sua città natale, strategicamente arroccata, portandola dall’attivo sostegno alla causa persiana attraverso la conquista da parte degli espansionisti Macedoni fino a un’alleanza con i nuovi padroni dell’Egitto.] Il trattato tra Tolomeo I Soter e Calcedone, seguito all’assedio di Ziboites nel 315 a.C., potrebbe aver facilitato il trasferimento del medico ad Alessandria (fr:1554-1557). I re cui la tradizione attribuisce – in modo controverso – la messa a disposizione di prigionieri per la dissezione a Erofilo ed Erasistrato vengono generalmente identificati con Tolomeo I Soter e Tolomeo II Filadelfo, i grandi promotori della ricerca scientifica presso la Biblioteca e il Museo (fr:1559-1560).
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15 La problematica biografia di Erofilo tra Alessandria e Atene
L’analisi delle testimonianze sulla vita di Erofilo rivela un intreccio di dati certi, ipotesi problematiche e aneddoti la cui storicità rimane in gran parte da verificare.
Il dibattito critico sul contesto in cui operò Erofilo è vivace: “This view has been supported by Fraser, 1969, but countered by Lloyd, 1975b.” – (fr:1588) [Questa visione è stata sostenuta da Fraser, 1969, ma contrastata da Lloyd, 1975b.] Sebbene sia certo il suo legame con la ricerca scientifica alessandrina, testimoniato dall’incoraggiamento energetico che ivi ricevette, esiste una cautela metodologica fondamentale. “One must guard, however, against the relatively common practice of using T 7 itself, in particular ‘regibus’, as adequate evidence that Herophilus conducted his research in Alexandria; this would, of course, entail circular reasoning.” – (fr:1593) [Bisogna tuttavia guardarsi dalla pratica relativamente comune di usare T 7 stesso, in particolare ‘regibus’, come prova adeguata che Erofilo condusse le sue ricerche ad Alessandria; ciò comporterebbe, naturalmente, un ragionamento circolare.]
I dati certi riguardano la sua origine e la sua attività principale. “About Herophilus’ birth in Chalcedon and his practice in Alexandria one can be sure…” – (fr:1594) [Riguardo alla nascita di Erofilo a Calcedone e alla sua pratica ad Alessandria si può essere certi.] Tuttavia, un elemento di potenziale discontinuità è introdotto da una testimonianza che colloca un Erofilo ad Atene. Igino, un mitografo del II secolo d.C., “reports that a young Athenian woman, apparently in reaction against the exclusion of women from the medical profession, disguised herself as a man and completed a medical apprenticeship with ‘a certain Herophilus’.” – (fr:1595) [riferisce che una giovane donna ateniese, apparentemente in reazione all’esclusione delle donne dalla professione medica, si travestì da uomo e completò un apprendistato medico presso ‘un certo Erofilo’.]
L’assenza di altri medici con questo nome nelle fonti antiche rende plausibile l’identificazione con il celebre alessandrino. Tuttavia, l’uso dell’espressione “un certo” (“cuidam”) è stridente, poiché “it deprives Herophilus of his usual celebrity status” – (fr:1597) [priva Erofilo del suo solito status di celebrità]. A questo si può obiettare che per i lettori latini di manuali mitografici del II secolo d.C., Erofilo poteva effettivamente essere un semplice quidam, un signor nessuno, nonostante la sua fama perdurasse tra gli scrittori medici coevi.
Per dissipare ogni confusione, il testo distingue nettamente il medico di Calcedone da un omonimo personaggio storico, un avventuriero del I secolo a.C. Questi, “a fugitive slave, was better known as ‘Amatius’ than as ‘Herophilus’” – (fr:1603) [uno schiavo fuggitivo, era meglio conosciuto come ‘Amazio’ che come ‘Erofilo’], e fu un notorio impostore che si spacciava per nipote di Gaio Mario, guadagnandosi il soprannome di “pseudo-Mario” e la morte in prigione. L’unica fonte che lo qualifica come medico di qualche tipo è Valerio Massimo, una testimonianza isolata. Questa figura è stata erroneamente sdoppiata in due persone distinte nella Realencyclopädie, generando un medico oculista e un veterinario inesistenti.
Tornando all’aneddoto di Igino su Agnodice, il testo insiste sul contesto ateniese dell’episodio. Igino racconta che Agnodice, accusata di seduzione davanti all’Areopago, si rivelò donna e, con il supporto di altre donne, ottenne che “the Athenians amended the law so that free-born women (ingenuae) could learn the science of medicine” – (fr:1631) [gli Ateniesi emendarono la legge affinché le donne nate libere (ingenue) potessero apprendere la scienza medica]. L’idea che Erofilo abbia praticato e insegnato ad Atene non è di per sé assurda. La città, pur non detenendo più un primato scientifico incontrastato, “still had its allures and had not become a scientific wasteland” – (fr:1633) [aveva ancora le sue attrattive e non era diventata una landa desolata scientificamente], con la ricerca biologica aristotelica ancora portata avanti e la presenza indiscussa delle scuole filosofiche interessate alla fisiologia. Erasistrato stesso, ad esempio, studiò lì sotto Teofrasto e Stratone.
Ciononostante, viene messo in guardia dal concedere credito incondizionato alla favola di Igino. Sebbene essa possa contenere un residuo storico — “women were in fact excluded from the medical profession in Athens” – (fr:1651) [le donne erano di fatto escluse dalla professione medica ad Atene] —, il testo appartiene al genere della fabula e alla letteratura eurematistica sugli inventori mitici, il che ne implica probabilmente la schematizzazione e l’abbellimento. Una palese incongruenza storica smonta la pretesa invenzione: “If midwifery was already a recognized part of Athenian society by Plato’s time (and undoubtedly much earlier), it would of course be nonsense to depict Hagnodice as inventing it two or three generations later at the time of Herophilus.” – (fr:1655) [Se l’ostetricia era già una parte riconosciuta della società ateniese al tempo di Platone (e senza dubbio molto prima), sarebbe naturalmente un nonsenso dipingere Agnodice come colei che l’ha inventata due o tre generazioni dopo, al tempo di Erofilo.] Eppure, un nucleo di verità potrebbe celarsi nel fatto che il trattato di Erofilo Ostetricia è il più antico conosciuto dedicato a questo argomento, composto in un’epoca in cui i parti non complicati erano ancora gestiti dalle levatrici.
Poco altro si può dedurre dalle testimonianze sulla sua formazione. L’ipotesi di Marx che Erofilo avesse studiato sotto Aristotele è priva di basi nelle fonti antiche. È invece più probabile che il suo apprendistato presso Prassagora di Cos abbia seguito il modello formativo dell’epoca, che includeva partecipazione clinica attiva, frequenza di lezioni e lo studio di trattati medici, alcuni dei quali composti dallo stesso Prassagora.
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16 Biografia e cronologia di Erofilo: formazione, falsa origine umile e il problema della datazione
Il testo esamina alcuni nodi biografici fondamentali relativi a Erofilo di Calcedone, concentrandosi sulla sua formazione, su un’errata attribuzione di umili origini e sulle difficoltà di datazione, tutte questioni che mettono in luce i metodi e le debolezze della storiografia antica.
Riguardo all’educazione medica, le fonti consentono di individuare tre componenti ricorrenti: l’apprendistato pratico, le lezioni e la trattatistica. Lo si deduce dall’elenco che include “mention of medical lectures (in the Hippocratic Corpus, in medical sources for the Hellenistic period, and in inscriptions); and numerous references to medical treatises by almost every significant leader of a medical school or faction” – (fr:1694) [menzione di lezioni mediche (nel Corpus ippocratico, nelle fonti mediche di età ellenistica e nelle iscrizioni); e numerosi riferimenti a trattati medici di quasi ogni importante caposcuola o fazione medica]. Di conseguenza, “it might therefore be reasonable to conclude that Herophilus’ training included these three ingredients” – (fr:1695) [si potrebbe quindi ragionevolmente concludere che la formazione di Erofilo comprendesse questi tre ingredienti]. L’ubicazione di tale formazione resta incerta: “It is unclear where Herophilus’ training took place” – (fr:1696) [Non è chiaro dove abbia avuto luogo la formazione di Erofilo]. Il suo maestro, Prassagora, era originario di Cos, sede di una celebre scuola ippocratica, e “Herophilus probably went there for his medical education” – (fr:1697) [Erofilo probabilmente vi si recò per la propria educazione medica]. Tuttavia, i contatti fra Cos e Alessandria furono precoci e intensi – Tolomeo II Filadelfo vi nacque nel 309 a.C. – tanto che “it is not inconceivable that Herophilus’ medical education could have taken place under Praxagoras in Alexandria” – (fr:1717) [non è inconcepibile che la formazione medica di Erofilo abbia potuto svolgersi sotto Prassagora ad Alessandria]. In mancanza di prove su un viaggio alessandrino di Prassagora, “it seems more likely that Cos was the location of Herophilus’ training” – (fr:1718) [sembra più probabile che Cos sia stata la sede della formazione di Erofilo], con l’influsso alessandrino veicolato proprio dai forti legami tra le due città.
Un presunto dato sulle origini sociali si rivela privo di fondamento testuale. Si era sostenuto che “Herophilus’ ‘humble origins appear to be indicated by Galen’s description of him … as “he who was reared beside the looms”, i.e. in a weaving establishment” – (fr:1720) [le «umili origini» di Erofilo sembrerebbero indicate dalla descrizione che Galeno fa di lui … come «colui che fu allevato accanto ai telai», cioè in un laboratorio di tessitura]. In realtà, “the person to whom Galen in T 1o refers as ‘nurtured at the looms’ is in fact not Herophilus but a ‘Methodist’ physician of the Neronian period, Thessalus” – (fr:1724) [la persona a cui Galeno in T 1o si riferisce come «nutrito ai telai» non è Erofilo, bensì un medico «metodico» di età neroniana, Tessalo]. L’immagine di un Erofilo di estrazione modesta è dunque priva di appigli nelle fonti.
Il problema più intricato riguarda la cronologia. “Trying to determine with accuracy when Herophilus lived is a frustrating undertaking; there are many tantalizingly suggestive and apparently informative pieces of evidence which, upon closer examination, turn out to be inconclusive” – (fr:1725) [Cercare di determinare con precisione quando visse Erofilo è un’impresa frustrante; vi sono molti indizi allettantemente suggestivi e apparentemente informativi che, a un esame più attento, si rivelano inconcludenti]. La pista principale, il rapporto con il maestro Prassagora, conduce a un vicolo cieco perché la data di Prassagora è a sua volta controversa: le stime variano fra il 340‑320 a.C. e il 300 a.C. o poco dopo. Ancora più problematico è il ragionamento circolare innescato da Werner Jaeger, secondo cui Diocle di Caristo – più anziano di Prassagora – visse fino al 260 a.C. e polemizzò con Erofilo. Jaeger collocava il floruit di Erofilo agli anni 270 o 260, “but without discussing his only evidence (T14; see below) in more than passing fashion” – (fr:1744) [ma senza discutere la sua unica prova (T14) se non di sfuggita]. Se la data di Diocle dipende da quella di Erofilo e quella di Prassagora da Diocle, si crea un cortocircuito. L’autore respinge nettamente la possibilità di usare Erofilo per datare Diocle: “the answer must be largely negative” – (fr:1747) [la risposta deve essere in larga misura negativa].
Il perno dell’argomentazione di Jaeger era la menzione della Galazia in un frammento di Diocle, assunta come prova che Diocle fosse vivo dopo le incursioni celtiche del 278 a.C. e potesse quindi aver replicato a Erofilo. Tuttavia, “Kaibel, in his edition of Athenaeus, had already observed that καϊ Γαλατία (‘and in Galatia’) seems to be a corrupt reading (‘videtur corruptum’), and Felix Jacoby on grounds of both content and style called it ‘obviously a later insertion’ into the text” – (fr:1769) [Kaibel, nella sua edizione di Ateneo, aveva già osservato che καϊ Γαλατία («e in Galazia») sembra essere una lezione corrotta («videtur corruptum»), e Felix Jacoby, per ragioni di contenuto e di stile, la definì «un’inserzione palesemente posteriore» nel testo]. Più in generale, la maggior parte delle testimonianze colloca Diocle saldamente tra Ippocrate e Prassagora, smentendo l’idea di uno scontro diretto con Erofilo. Il testo critica l’intero impianto di Jaeger, fondato su un concetto di “influenza” troppo elastico e su un’indebita trasformazione di affinità teoriche in sequenze cronologiche. La conclusione è un richiamo al rigore: “Jaeger played the dating game – as well as the ‘influence’ and ‘development’ game – with a confidence in general not warranted by his evidence; more scepticism and less assertive certitude is needed in dealing with these questions” – (fr:1787) [Jaeger ha giocato al gioco delle datazioni – così come a quello dell’«influenza» e dello «sviluppo» – con una sicurezza generalmente non giustificata dalle sue prove; nel trattare tali questioni occorrono più scetticismo e meno assertiva certezza].
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17 La cronologia di Erofilo e la critica alle tesi di Jaeger e Wellmann
L’autore sottopone a revisione critica le ipotesi cronologiche che Werner Jaeger ha formulato su Diocle, Prassagora ed Erofilo, mostrando come l’intero impianto dipenda da una datazione di Diocle giudicata non dimostrabile. Senza prove che Diocle sia vissuto oltre la metà del III secolo, sembra ragionevole ricondurlo al IV secolo, forse come contemporaneo di Aristotele:
“In the absence of firm evidence that Diodes’ sun set near the middle of the third century, it seems reasonable to restore him to his traditional doxographic position as a figure belonging to the fourth century b . c ., perhaps a contemporary of Aristotle (384-322 b . c .)” – (fr:1789-1792) [In assenza di prove certe che la vita di Diocle sia tramontata verso la metà del terzo secolo, sembra ragionevole restituirlo alla sua posizione dossografica tradizionale come figura appartenente al quarto secolo a.C., forse contemporaneo di Aristotele (384-322 a.C.)].
Questo spostamento consente di collocare Prassagora nell’ultima metà del IV secolo come contemporaneo più giovane di Diocle, anziché costringerlo, come vorrebbe Jaeger, a essere un esatto contemporaneo di Diocle in palese contrasto con la maggior parte delle fonti antiche: “…rather than rendering Praxagoras – as Jaeger would have us do – an exact contemporary of Diodes, in flagrant contradiction of most of the ancient evidence” – (fr:1793) [piuttosto che rendere Prassagora – come Jaeger vorrebbe farci fare – un esatto contemporaneo di Diocle, in flagrante contraddizione con la maggior parte delle testimonianze antiche].
Ne conseguirebbe che Erofilo, «allievo di Prassagora», potrebbe essere nato tra il 330 e il 320 a.C. e aver completato la formazione sotto Prassagora a cavallo del secolo: “Herophilus ‘the student of Praxagoras’ might well have been born between 330 and 320 b . c . and have completed his medical training under Praxagoras around the turn of the century” – (fr:1794-1796) [Erofilo ‘allievo di Prassagora’ potrebbe benissimo essere nato tra il 330 e il 320 a.C. e aver completato la sua formazione medica sotto Prassagora intorno al volgere del secolo].
Una conferma indiretta che Erofilo appartenga alla generazione successiva a Prassagora viene dalle testimonianze T12 e T13, le quali assegnano il medico Crisippo alla stessa generazione di Prassagora ed Erasistrato a quella seguente, facendo di Erasistrato un contemporaneo di Erofilo. Tuttavia l’utilità cronologica del nome Crisippo è vanificata dalla caotica identità dei diversi medici omonimi: “The chronology and identity of the several physicians called Chrysippus remains chaotic, however, and the name is therefore not of much help” – (fr:1799-1804) [La cronologia e l’identità dei diversi medici chiamati Crisippo rimangono caotiche, e il nome non è perciò di grande aiuto].
Per Erasistrato si dispone di un dato più solido, benché non incontroverso: passi di Plutarco, Valerio Massimo e Appiano indicano che fu attivo come medico di corte presso Seleuco I Nicatore intorno al 293 a.C. Questa data è compatibile con quanto sappiamo della sua vita, ma è inconciliabile con l’influente tesi di Max Wellmann secondo cui Erasistrato sarebbe stato fino a trent’anni più giovane di Erofilo. Wellmann si basava in parte sul floruit assegnato da Eusebio e Girolamo al 258-257 a.C., ma la cronaca di Eusebio è notoriamente inaffidabile: “Eusebius’ chronicle is, however, notoriously unreliable, as its editor Helm emphasizes” – (fr:1810-1811) [La cronaca di Eusebio è però notoriamente inaffidabile, come sottolinea il suo curatore Helm]. Anche gli altri argomenti di Wellmann a favore di una nascita di Erasistrato tra il 310 e il 300 a.C. sono stati dimostrati inconcludenti da un’analisi dettagliata di P. M. Fraser. Resta quindi il 293 a.C. come dato più saldo, rendendo plausibile una vita di Erasistrato dal 330 circa al 255/250 a.C. Se ciò è corretto, la definizione galenica di Erasistrato come contemporaneo di Erofilo (T14) si accorderebbe con la data proposta per Erofilo (330/320–260/250 a.C.), e sarebbe anche coerente con la tradizione dossografica che li colloca nella stessa generazione.
L’autore mette però in guardia da un’accettazione acritica della schematizzazione cronologica dossografica, che sembra essersi fissata precocemente, forse per influsso empirico. I dossografi adottano una sequenza rigida: Ippocrate, Diocle, Prassagora e Crisippo, Erofilo ed Erasistrato (con occasionali varianti che pospongono Erasistrato a Erofilo). Tale sequenza compare in Celso (T12), Plinio (T13), nell’Introductio sive medicus pseudo-galenica, nell’Anonymus Laurentianus e nell’Anonymus Bambergensis. Queste «storie» generazionali, pur non del tutto invalide, non tengono conto delle differenze di età tra contemporanei o della vicinanza anagrafica tra membri di due «generazioni» diverse: una sequenza dossografica di ἀκμαί non garantisce un intervallo netto di venticinque o trent’anni tra un’acme e l’altra.
La prova più forte e concreta rimane perciò quella che attesta l’attività di Erasistrato come medico di corte nel 293 a.C., e questa offre almeno un parziale sostegno alla datazione proposta per Erofilo, sebbene il suo valore possa essere attenuato dalle considerazioni appena esposte sulle liste dossografiche.
Accanto a Erasistrato, sono menzionati come «contemporanei» di Erofilo anche Filotimo (T10, T14), Eudemo (T14) e Diodoro Crono (T15). Eudemo, citato da Galeno in contesti anatomici insieme a Erofilo, non fornisce appigli cronologici solidi. Due iscrizioni di Cos, datate 300-260 a.C., menzionano un Filotimo; se fosse identificabile con il medico – ipotesi plausibile ma non dimostrabile formulata da Rudolf Herzog – ciò corroborerebbe l’idea che l’attività principale di Erofilo si sia svolta nella prima metà del III secolo. Diodoro Crono, il cui floruit si colloca probabilmente tra il 315 e il 285 a.C., sarebbe stato più anziano di Erofilo: il celebre dibattito con Stilpone alla presenza di Tolomeo I Sotere avvenne probabilmente ad Alessandria all’inizio del III secolo. Benché Sesto Empirico (T15) dia l’impressione che entrambi fossero già famosi quando Diodoro si rivolse a Erofilo per un consulto medico ricevendo invece una stoccata dialettica, nulla impedisce che il più anziano dialettico abbia consultato il più giovane «dialettico» (T10) qualche anno dopo il volgere del secolo, quando anche Erofilo si era affermato.
Nessuno dei singoli elementi probatori è da solo decisivo, ma il quadro complessivo invita a non datare Erofilo troppo tardi nel III secolo: “The evidence about this encounter might contain fabricated elements and does not provide decisive chronological help, but it warns against dating Herophilus too late in the third century” – (fr:1881) [La testimonianza su questo incontro potrebbe contenere elementi fittizi e non fornisce un aiuto cronologico decisivo, ma mette in guardia dal datare Erofilo troppo tardi nel terzo secolo].
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18 La collocazione di Antillo e la trasmissione degli scritti erofilei
Il problema delle etichette dossografiche e le tracce della sopravvivenza dei trattati di Erofilo dall’ellenismo all’età bizantina.
Il passo si apre con l’esame della lista degli autori definiti rationales medici: essa è dominata da Pneumatici – Ateneo, Agatino, Archigene, Erodoto, Antillo – e ciò indica una probabile fonte pneumatica per questo sommario dossografico. Tuttavia, gli altri medici inclusi non hanno nulla di significativo in comune tra loro o con i Pneumatici, se non il fatto di essere posteriori alla famiglia ippocratica e di non essere Empirici. “The list is dominated by Pneumatics – Athenaeus, Agathinus, Archigenes, Herodotus, Antyllus – and that probably points to a Pneumatic source for this doxographical summary; but the remaining physicians have nothing of significance in common either with each other or with the Pneumatics, except (a) that they postdate the early Hippocratic family, and (b) that they are not Empiricists.” (fr:2285) [La lista è dominata dai Pneumatici – Ateneo, Agatino, Archigene, Erodoto, Antillo – e ciò indica probabilmente una fonte pneumatica per questa sintesi dossografica; ma i restanti medici non hanno nulla di significativo in comune tra loro o con i Pneumatici, tranne (a) il fatto di essere posteriori alla prima famiglia ippocratica, e (b) di non essere Empirici.] L’analisi conferma così, ancora una volta, la natura potenzialmente fuorviante dell’etichetta di “razionalista”.
In questo gruppo compare Antillo, anch’egli assegnabile al II secolo d.C., posteriore ad Archigene (da lui citato) e, forse ma senza alcuna certezza, anteriore a Galeno: Oribasio, che ne tramanda ampi estratti, non lo mette mai in relazione con Galeno. “The failure of one medical author to mention another rarely constitutes a reliable chronological indicator” (fr:2284) [Il silenzio di un autore medico su un altro costituisce raramente un indicatore cronologico affidabile], tanto più che, come nota il testo, “those who use Antyllus’ silence about Galen to date Antyllus usually fail to add that Galen, in turn, never refers to Antyllus either” (fr:2287) [coloro che usano il silenzio di Antillo su Galeno per datare Antillo solitamente omettono di aggiungere che anche Galeno, a sua volta, non menziona mai Antillo]. Il dibattito è complicato da un falso rinascimentale: il falsario che scrisse il commento pseudo-galenico a Sugli Umori utilizzò ampiamente Antillo, come già notato da Valentin Rose.
La seconda parte del brano introduce il contesto di composizione e le vicende della trasmissione degli scritti di Erofilo. In età ellenistica la scrittura era divenuta uno strumento didattico diffuso, e i medici preparavano manuali per allievi e seguaci; è proprio in questa prospettiva pedagogica che vanno collocate le opere del maestro alessandrino. Erofilo scrisse almeno otto libri, che per secoli superarono le normali sfide della trasmissione, sopravvivendo forse anche grazie alla celebre diaspora seguita all’espulsione degli intellettuali da Alessandria sotto Tolemeo VIII Evergete II. La testimonianza di Ateneo – che attinge allo storico Menecle di Barca – descrive con efficacia gli effetti di quell’editto: “For he slaughtered many of the Alexandrians and exiled not a few who had grown up with his brother, thereby causing the islands and cities to be jammed with philologists, philosophers, mathematicians, musicians, painters, physical educators, as well as physicians and many other professionals. On account of their poverty they taught what they knew and instructed many distinguished men.” (fr:2314-2316) [Infatti massacrò molti Alessandrini e mandò in esilio non pochi di coloro che erano cresciuti con suo fratello, facendo sì che le isole e le città si riempissero di filologi, filosofi, matematici, musicisti, pittori, educatori fisici, nonché medici e molti altri professionisti. A causa della loro povertà, insegnavano ciò che sapevano e istruirono molti uomini illustri.] La dispersione di dotti e testi – e la successiva fondazione di una scuola erofilea in Asia Minore nel I sec. a.C. – poté favorire la conservazione di almeno una parte dei trattati fino a ben oltre l’incendio della Biblioteca di Alessandria.
La questione se gli scritti di Erofilo fossero ancora accessibili in epoca tarda è intricata. Aezio di Amida (VI sec. d.C.) cita un passo dal Sull’Occhio senza menzionare fonti intermedie, il che potrebbe indicare una sopravvivenza diretta fino a Bisanzio. Ma “arguments ex silentio are, however, notoriously insidious” (fr:2348) [gli argomenti ex silentio sono però notoriamente insidiosi]. Molti testi oftalmologici utilizzati da Aezio – come l’Ophthalmicus dell’erofileo Demostene Filalete – sono perduti; Demostene fu una fonte primaria per le discussioni oculistiche successive e proprio Aezio vi attinse abbondantemente, non sempre riconoscendone il debito. Non si può quindi escludere che la citazione erofilea giungesse ad Aezio attraverso un intermediario, ma neppure scartare con certezza l’ipotesi di una conoscenza diretta.
Nel II secolo il terreno è più solido. Galeno mostra di conoscere i libri di Erofilo non solo per titolo: “Thus, in T38, Galen says Herophilus ‘wrote lucidly’ about certain phenomena relating to the pulse, ‘at least for those who don’t have just a cursory encounter with his books’” (fr:2369) [Così, in T38, Galeno dice che Erofilo ‘scrisse con chiarezza’ su certi fenomeni del polso, ‘almeno per chi non ha solo un incontro superficiale con i suoi libri’]; altrove critica chi ignora gli scritti erofilei. Anche Plinio e Sorano sembrano aver avuto accesso diretto ai trattati. Tuttavia, la maggior parte delle informazioni su teorie e osservazioni di Erofilo giunse agli autori più tardi attraverso la mediazione di erofilei successivi, come Aristosseno (pulsologia), Alessandro Filalete (teoria della riproduzione) e Demostene Filalete (oftalmologia). La scuola erofilea coltivò un precoce e forte interesse dossografico, e in questa tradizione il fondatore mantenne un posto d’onore.
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19 Trasmissione e autenticità delle opere di Erofilo: fonti, dispute e testimonianze
La conoscenza delle dottrine di Erofilo ci è pervenuta attraverso una complessa rete di tradizione indiretta, le cui principali linee di trasmissione sono delineate con cautela dalle fonti antiche. L’analisi della dossografia medica rivela diversi prisma attraverso cui le sue idee furono filtrate.
Un primo canale fu la dossografia utilizzata da autori successivi. “Galen and other authors seem to have made extensive use of these doxographic works for their presentations of Herophilus’ views.” - (fr:2379) [Galeno e altri autori sembrano aver fatto ampio uso di queste opere dossografiche per le loro presentazioni delle opinioni di Erofilo.]. In particolare, lo studio di Hermann Schöne sul De pulsuum differentiis di Galeno suggerisce una dipendenza dal libro XIII dell’opera Sulla scuola di Erofilo di Aristosseno per l’analisi delle teorie del polso dei predecessori erofilei.
Un passaggio cruciale fu segnato dalla polemica tra Empirici ed Erofilei. “Ever since a renegade pupil of Herophilus, Philinus of Cos, founded the Empiricist school of medicine in the mid third century b. c ., the Herophileans and Empiricists engaged in a protracted feud in which Herophilus’ views, too, were often at issue.” - (fr:2385) [Da quando un allievo rinnegato di Erofilo, Filino di Cos, fondò la scuola medica empirica a metà del III secolo a.C., gli Erofilei e gli Empirici ingaggiarono una lunga disputa in cui le opinioni di Erofilo erano spesso in discussione.]. Questa faida produsse numerose opere di confutazione, come l’attacco di Filino in sei libri al lessico ippocratico dell’erofileo Bacchio, e i trattati dell’empirico Eraclide di Taranto. “all of these are examples of Empiricist vehicles of transmission which imparted colourations of the feud to some of the testimonia recorded in this volume.” - (fr:2389) [tutti questi sono esempi di veicoli di trasmissione empirici che hanno conferito le coloriture della disputa ad alcune delle testimonianze registrate in questo volume.].
Un altro filtro fu la scuola pneumatica, che mostrava un vivace interesse dossografico. Tra le fonti, un ruolo significativo è giocato da Galeno, che indica esplicitamente un medico pneumatico del I secolo d.C., Archigene, come sua fonte per le dottrine erofilee, specialmente sulla dottrina del polso. Il trattato pseudo-galenico Definitiones medicae, pure sospettato di un’origine pneumatica, ha visto questa ipotesi seriamente messa in dubbio. Al contrario, il contributo peripatetico fu meno significativo, sebbene opere come i Placita philosophorum di Aezio forniscano, pur in una forma spesso schematizzata, alcuni preziosi frammenti.
“A famous papyrus of Peripatetic provenance, the Anonymus Londinensis (British Museum), likewise offers invaluable glimpses especially into some physiological theories of Herophilus” - (fr:2399) [Un famoso papiro di provenienza peripatetica, l’Anonymus Londinensis (British Museum), offre ugualmente squarci inestimabili soprattutto su alcune teorie fisiologiche di Erofilo]. Tuttavia, il peso principale della trasmissione fu sostenuto da altre correnti della dossografia medica, e una schematizzazione grafica di queste linee, pur utile, è presentata con la consapevolezza dei rischi di semplificazione eccessiva che una rappresentazione grafica inevitabilmente comporta.
Per quanto riguarda il corpus degli scritti, undici opere sono esplicitamente attribuite a Erofilo dalle fonti antiche. Di queste, sei sono menzionate per titolo e considerate di indiscutibile autenticità. Vengono elencate con i relativi riferimenti nel testo: Anatomia, Sui polsi, Ostetricia (Gr.: Midwifery), Terapeutica, Dietetica, e Contro le opinioni comuni.
Un settimo trattato, Sugli occhi (Gr.: On Eyes), è oggetto di sospetto a causa della menzione di un altrimenti sconosciuto “Herophilus ocularius medicus” da parte di uno storico romano. Tuttavia, sette considerazioni militerebbero a favore dell’autenticità. Tra queste: autori come Celso, Rufo e Galeno menzionano tutti un “Erofilo” rinomato per l’anatomia dell’occhio senza mai distinguerlo dal celebre anatomista alessandrino; “Herophilus’ speculation about the optic nerve14 is perfectly compatible not only with a larger ophthalmological interest but also with the Alexandrian’s well-attested exploration of the brain and of the nervous system.” - (fr:2428) [La speculazione di Erofilo sul nervo ottico è perfettamente compatibile non solo con un più ampio interesse oftalmologico, ma anche con la ben attestata esplorazione del cervello e del sistema nervoso da parte dell’alessandrino.]. Inoltre, la prescrizione farmacologica conservata nel frammento è coerente con le posizioni farmacologiche erofilee e contiene ingredienti che suggeriscono un contesto egiziano, come lo sterco di coccodrillo.
Un’ottava opera è descritta da Celio Aureliano come “libro quern ad Hippocratis Prognosticum scripsit” - (fr:2450) [il libro che scrisse contro il Prognostico di Ippocrate]. Nonostante i dubbi espressi da Edelstein, che interpretava i riferimenti di Galeno come commenti critici generici e non come il titolo di un libro, la testimonianza esplicita di Celio Aureliano—che dipende da una fonte greca normalmente affidabile come Sorano di Efeso—è difficile da ignorare. “Although the Latin word libro might be more explicit than the Greek original - which might, for example, have been τά ύφ’ Ή ροφίλου ττρός τό Ίπττοκράτους Προγνωστικόν γεγραμμένα - it could equally well be an accu rate translation (e.g. of pragmateia).” - (fr:2451) [Sebbene la parola latina libro possa essere più esplicita dell’originale greco, potrebbe ugualmente essere una traduzione accurata]. Resta il problema che la critica erofilea riportata non trova corrispondenza nel testo del Prognostico come ci è stato trasmesso, suggerendo l’ipotesi che Erofilo possedesse una recensione diversa del trattato ippocratico, oppure che si sia verificata una lacuna nella tradizione testuale successiva.
Infine, vi sono riferimenti a tre ulteriori opere. Galeno, se il testo manoscritto è conservato intatto, annovera Erofilo tra gli autori di commentari agli Aforismi ippocratici. Tuttavia, un intervento emendatore—che elimina Erofilo per fare di “Bacchio” un “Erofileo Bacchio”—è stato sostenuto da molti studiosi per ragioni stilistiche, inclinando verso l’ipotesi che l’autore del commentario fosse in realtà Bacchio di Tanagra. Un caso diverso è posto da alcune fonti che attribuiscono ad Erofilo il trattato ippocratico Sul nutrimento (Gr.: Peri trophes), testimonianza interessante dell’antica critica di autenticità che spesso ruotava attorno alla cosiddetta “questione ippocratica”.
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20 L’opera di Erofilo e la questione del De alimento: una disamina critica
Il testo espone le prove che escludono Erofilo dalla paternità del trattato ippocratico Sul nutrimento, elenca le sue opere autentiche tramandate per via testimoniale e segnala alcuni falsi medievali e problemi testuali, offrendo uno spaccato di come la filologia moderna ricostruisce il corpus erofileo.
Il brano proviene da una sezione dedicata agli scritti di Erofilo. Esso affronta innanzitutto la spinosa attribuzione del De alimento ippocratico, chiarendo che le analisi stilistiche e storico‑culturali costringono a datare l’opuscolo ben oltre la vita del medico alessandrino. “While these factors might have been thought by some critics of later antiquity to render Herophilus a suitable candidate for the author ship of On Nutriment, there can be little doubt that the work in fact postdates Herophilus, probably belonging to the second or first century b.” – (fr:2511) [“Sebbene alcuni critici della tarda antichità potessero considerare questi elementi tali da fare di Erofilo un candidato adatto per la paternità del Sul nutrimento, vi sono pochi dubbi che l’opera sia in realtà posteriore a Erofilo, appartenendo probabilmente al II o I secolo a.C.”]. Il giudizio è avvalorato dalle ricerche di Diller e Deichgraber, e in particolare “Deichgraber’s comments on style and general intellectual background seem to provide conclusive support for this date.” – (fr:2521) [“Le osservazioni di Deichgraber sullo stile e sul contesto intellettuale generale sembrano fornire un sostegno conclusivo a questa datazione.”]. Di conseguenza, “Herophilus can therefore be eliminated safely from candidacy for the authorship of On Nutriment.” – (fr:2525) [“Erofilo può quindi essere eliminato tranquillamente dalla rosa dei candidati per la paternità del Sul nutrimento.”]. Lo scolio al trattato riporta una notizia di Galeno, secondo cui alcuni lo ritenevano composto da Erofilo; Deichgraber emenda però il nome «Erofilo» in «Erodico», segnalando una probabile corruttela manoscritta (cfr. fr:2629‑2631).
Subito dopo il testo passa in rassegna le opere autentiche di Erofilo attraverso le testimonianze antiche. Tra queste spiccano gli scritti anatomici: Galeno attesta che “Herophilus therefore said this correctly and, in addition, … wrote truthfully in this, the second book of his Anatomica” – (fr:2530) [“Erofilo disse dunque questo in modo corretto e, inoltre, … scrisse secondo verità in questo, il secondo libro della sua Anatomica”]; nel terzo libro dell’Anatomia trattava con precisione delle ovaie (fr:2531‑2534). Il catalogo prosegue con i trattati Sugli occhi (fr:2538‑2540), Sui polsi, di cui viene citato l’incipit del primo libro: “First I shall start from the passage they put forward: the one recorded in the first book of Herophilus’ On Pulses, which is also the only passage they seem to me to have read …” – (fr:2562) [“Per prima cosa prenderò le mosse dal passo che essi adducono, quello registrato nel primo libro del Sui polsi di Erofilo, che è anche l’unico passo che mi sembra abbiano letto …”]. Vi sono poi il Maiotico (ostetricia), citato da Sorano (fr:2571‑2574, 2575‑2578), i Therapeutica (fr:2579‑2581), il Regimen richiamato da Sesto Empirico (fr:2584‑2587), lo scritto Contro le opinioni comuni (fr:2588‑2590) e il commento polemico al Prognostico di Ippocrate (fr:2591‑2606). In quest’ultimo caso Galeno rinvia a un’altra trattazione la confutazione delle obiezioni erofilee, giudicandole scritte “so poorly” – (fr:2606) [“in modo tanto scadente”].
Un passaggio filologicamente notevole riguarda l’interpretazione degli Aforismi ippocratici: la tradizione manoscritta di Galeno menziona «Erofilo, Bacchio», ma “Cobet and Klein, probably correctly, emend the text to read ‘Bacchius the Herophilean’ instead of Kuhn’s reading ‘Herophilus, Bacchius’” – (fr:2618‑2620) [“Cobet e Klein, probabilmente a ragione, emendano il testo per leggere ‘Bacchio l’Erofileo’ invece della lezione di Kuhn ‘Erofilo, Bacchio’]. La correzione è significativa perché distingue il medico alessandrino dal suo seguace Bacchio, restituendo coerenza alla tradizione esegetica.
L’ultimo nucleo tematico tocca il fenomeno degli pseudepigrafi. La Epistula Herophili ad regem Antiochum, tràdita in un manoscritto di Bruxelles, “is not a genuine letter but a clear case of a ‘pseudepigraphon’, similar in character to the pseudepigraphic Epistula Paraxagorae” – (fr:2526) [“non è una lettera autentica ma un chiaro caso di ‘pseudepigrafo’, simile per carattere alla pseudepigrafica Epistula Paraxagorae”]. Si tratta di un breve manuale introduttivo di medicina rivestito di una tenue cornice epistolografica, un genere ben noto nella medicina medievale (fr:2527). Questa notazione ribadisce quanto fosse persistente la fortuna del nome di Erofilo, usato come auctoritas fittizia per dare credito a compilazioni seriori.
Nel complesso, il testo mostra il paziente lavoro di vaglio critico con cui la storiografia medica separa il nucleo genuino degli scritti erofilei da attribuzioni infondate, fornendo al contempo uno spoglio ordinato di testimonianze che costituiscono la base per ogni ulteriore studio sul grande anatomista di Alessandria.
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21 La divisione della medicina in Erofilo e il dibattito sull’influenza stoica
Lo studio della classificazione erofilea della medicina svela un quadro teorico raffinato, capace di accogliere funzioni ibride e di dialogare con il pensiero filosofico contemporaneo senza ridursi a sua semplice derivazione. L’analisi ruota attorno alla tripartizione dell’arte medica e al ruolo che in essa giocano i “neutri”, confrontati con le coeve dottrine stoiche.
La dietetica antica non si limitava al mantenimento della salute, ma assolveva funzioni molteplici. Una testimonianza pseudo-galenica del I secolo a.C. ribadisce la funzione igienico-preventiva: «M ost people define medicine this way: it is an art which is capable of providing a diet for the healthy and cures for the ill» (fr:2767-2768) [I più definiscono la medicina in questo modo: è un’arte capace di fornire una dieta per i sani e cure per i malati]. Accanto a essa convivevano un impiego terapeutico e uno volto a prevenire l’aggravarsi di condizioni morbose, come mostra l’enfasi sul trattamento anticipatorio o profilattico del Regime ippocratico (fr:2769-2770). Questa ambivalenza trova fondamento teorico nella concezione relativistica della δύναμις del cibo, per cui «the same food can be ‘strength to the healthy but disease to the ill’» (fr:2771) [lo stesso cibo può essere ‘forza per il sano ma malattia per il malato’].
La caratterizzazione erofilea dei “neutri” come «all the aids applied in diseases» (fr:2772) [tutti gli ausili applicati nelle malattie] colloca il regime – dieta ed esercizio – in una posizione ambivalente: esso ha un piede terapeutico nel campo dei neutri e un piede puramente igienico nel campo delle cose relative al funzionamento armonioso del corpo sano (fr:2772). L’ambivalenza trova un parallelo nella suddivisione empirica dell’igiene, che distingue tra la conservazione della salute perfetta e l’aiuto ai convalescenti per recuperare piena salute (fr:2773).
L’architettura della medicina secondo Erofilo si articola in tre rami. Il primo è «‘Knowledge of things related to disease’», ossia la patologia, conoscenza di ciò che distrugge l’armonia sana del corpo e causa disfunzioni (fr:2774). Il terzo è la «‘Knowledge of the neutrals’», identificata con la conoscenza degli ausili applicati nelle malattie e delle sostanze materiali che li compongono (fr:2784). Data l’enfasi su «all the remedial measures applied in diseases» (fr:2785) [tutte le misure correttive applicate nelle malattie], tale ramo include farmacologia, chirurgia e, per gli usi terapeutici, dietetica. Trattati erofilei come Therapeutics e forse Regimen vi appartengono, mentre On Eyes combinava sezioni anatomiche, fisiologiche, patologiche e terapeutiche (fr:2786-2787). Sebbene restino domande aperte – ad esempio sulla collocazione di prognosi, esegesi ippocratica e dossografia – lo schema fornisce una cornice apparentemente autentica per ordinare le testimonianze (fr:2788).
Una valutazione della posizione storica dello schema richiede il confronto con le divisioni tricotomiche coeve, in particolare due celebri partizioni stoiche. La prima divide la dialettica in conoscenza del vero, del falso e di ciò che non è né vero né falso, con un parallelismo stringente: «‘health-related’ and ‘disease-related’ parallel ‘true’ and ‘false’; ‘knowledge’ and ‘neither’ (‘neutral’) are the same in both definitions» (fr:2807) [‘salute’ e ‘malattia’ sono parallele a ‘vero’ e ‘falso’; ‘conoscenza’ e ‘né’ (‘neutro’) sono identici in entrambe le definizioni]. La seconda tripartizione stoica divide le cose che sono in buone, cattive e neutre (ούδέτερα) (fr:2808-2809). L’analogia tra “buono” e “sano”, “cattivo” e “malato” è evidente, ma una distinzione cruciale incrina la corrispondenza: per gli Stoici salute e malattia sono proprio tra i “neutri” o “indifferenti” morali, mentre Erofilo segue una tradizione più antica che assegna alla salute il rango di bene supremo, senza il quale virtù e ricchezze sono inutili (fr:2811-2812, 2832-2834). La divergenza è netta: «In the Stoic view health and disease are therefore ‘neutrals’ or ‘indifferents’» (fr:2813) [Nella visione stoica salute e malattia sono dunque ‘neutri’ o ‘indifferenti’].
Nonostante ciò, le corrispondenze formali restano notevoli, incluse le suddivisioni ternarie dei neutri. Erofilo distingue: (a) neutri che partecipano equamente di entrambi gli estremi, (b) neutri che non partecipano di nessuno, (c) neutri che partecipano ora dell’uno ora dell’altro (fr:2836). Gli Stoici proponevano varie tripartizioni simili, come neutri che suscitano impulso, repulsione o nessuno dei due (fr:2837), oppure neutri che contribuiscono alla felicità, all’infelicità o a nessuna delle due (fr:2838). La prossimità concettuale ha indotto molti studiosi a postulare una derivazione erofilea dallo Stoicismo, ma il testo mette in guardia da conclusioni affrettate.
L’ipotesi dell’influenza stoica su Erofilo non è l’unica possibile. «While the Stoics might have ‘influenced’ Herophilus’ decision to use ‘neutrals’, as is usually assumed, the reverse is certainly possible too» (fr:2858) [Mentre gli Stoici potrebbero aver ‘influenzato’ la decisione di Erofilo di usare i ‘neutri’, come solitamente si suppone, il contrario è certamente possibile anch’esso]. La medicina ellenistica offriva modelli all’etica, e la cronologia non è dirimente: Zenone ed Erofilo furono contemporanei (fr:2876). Inoltre, la presenza stoica ad Alessandria fu debole; Cleante e Crisippo rifiutarono inviti alla corte tolemaica, e il contatto culturale con Atene fu meno esclusivo di quanto si creda, con un ruolo maggiore giocato da località come Cos, Samo e Cirene (fr:2861, 2871-2872). La genealogia tradizionale, che interpreta la divisione erofilea come figlia di quella stoica, poggia su pregiudizi che «assumes that only a relation of dependence or derivation could exist between Stoic and Herophilean texts» (fr:2856) [presuppone che solo una relazione di dipendenza o derivazione potesse esistere tra testi stoici ed erofilei]. Il testo lascia aperti scenari più complessi di circolazione e scambio, in cui la direzione del debito intellettuale resta incerta.
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22 L’eredità della divisione erofilea nell’arte medica
Il dibattito sulla partizione della medicina tra epoca ellenistica e imperiale rivela un dialogo serrato fra razionalismo e empirismo, con la tripartizione di Erofilo come nucleo destinato a trasformarsi fino a diventare canonico.
Il nucleo del testo ricostruisce la ricezione e le successive rielaborazioni della divisione dell’ars medica proposta da Erofilo. La sua originaria tripartizione in «cose relative alla salute, alla malattia e cose neutre» – che conteneva al proprio interno anatomia, fisiologia e patologia – non divenne il modello ellenistico accettato, ma incontrò una decisa opposizione da parte della scuola empirica. L’empirismo «relativamente passivo» degli Empirici, come viene definito, non lasciava spazio all’anatomia sistematica né alle indagini su «cause nascoste» «anathema to the Empiricists» – (fr:2994) [anatema per gli Empirici]. In opposizione al razionalismo erofileo, gli Empirici divisero comunemente la medicina in parti «semiotica» (σημειωτικόν), «terapeutica» e «igienica», suddividendo ulteriormente la semiotica in diagnosi e prognosi, e la terapeutica in chirurgia, farmacologia e dietetica. Queste branche erano tutte sussunte in una divisione «superiore» in parti «costitutive» (συστατικά) – i metodi riconosciuti come scientificamente validi – e parti «finali» (τελικά, ossia le stesse semiotica, terapeutica e igienica). Tale bipartizione «might have been inspired by a popular distinction between two classes of goods» – (fr:2995) [potrebbe essere stata ispirata da una distinzione popolare tra due classi di beni], distinzione già impiegata da Platone e Aristotele e poi dagli Stoici contemporanei, tra beni strumentali o «causativi» (ποιητικά) e beni «finali».
La divisione erofilea tornò però in auge in epoca antonina, quando venne considerata da alcuni praticamente canonica. Sesto Empirico, senza nominare Erofilo, fornisce un’unica definizione di medicina: «knowledge of things concerning health, of things concerning disease, and of neutrals, ούθετέρων» – (fr:3051) [conoscenza delle cose relative alla salute, delle cose relative alla malattia e dei neutri]. Ben più significativo è l’impiego che ne fa Galeno nell’Ars medica, dove un’elaborazione amplificata della tripartizione erofilea viene presentata come propria, o come acquisizione talmente consolidata da non richiedere né attribuzione né introduzione storica.
Il brano dell’Ars medica tradotto per intero (fr:3057-3080) mostra la griglia concettuale su cui Galeno costruisce. La scienza medica viene definita conoscenza delle cose relative a salute, malattia e neutri, con la precisazione che ciascuno di questi tre ambiti si predica in tre modi: «as body, as cause, and as symptom» – (fr:3058) [come corpo, come causa e come sintomo]. I corpi sono ciò che è recettivo di salute o malattia, le cause ciò che le produce e conserva, i sintomi ciò che le indica. L’intera definizione si articola poi attraverso i parametri di «assoluto» e «al momento presente», e a sua volta l’assoluto si dice «completamente» e «per lo più». Peculiare è la trattazione del neutro, che può essere predicato in tre modi: «qua not participating in either of the opposites, qua participating in both opposites, qua participating now in this one and then in that» – (fr:3073) [in quanto non partecipa di nessuno dei due opposti, in quanto partecipa di entrambi, in quanto partecipa ora dell’uno ora dell’altro]. Questa sottile disambiguazione delle parole è necessaria, come sottolinea lo stesso Galeno, per risolvere l’ambiguità insita nell’enunciato definitorio.
L’origine delle distinzioni aggiuntive – tra corpo, segno e causa, tra elementi recettivi, indicativi e causativi, tra assoluto e contingente – non è mai ricondotta esplicitamente a Erofilo. «While the silence of ancient sources cannot be regarded as conclusive, it seems likely that these distinctions were introduced in a later elaboration of Herophilus’ basic trichotomy» – (fr:3083) [Mentre il silenzio delle fonti antiche non può essere considerato conclusivo, sembra probabile che queste distinzioni siano state introdotte in un’elaborazione successiva della tricotomia di base di Erofilo]. A rafforzare questa impressione è il fatto che Galeno, che in altri tre trattati identifica sempre Erofilo come autore della tripartizione (T44-T46), qui si astiene dal nominarlo anche una sola volta. Se l’ampliamento è posteriore a Erofilo, i candidati alla sua paternità sono diversi. Potrebbe essere stato sviluppato da un Erofileo più tardo, forse attingendo all’opera di Aristosseno, che nella sua Sulla scuola di Erofilo raccoglieva definizioni elaborate da vari membri della setta. La forte tradizione dossografica interna alla scuola – con Alessandro Filalete, Bacchio, Eraclide di Eritre, Apollonio Mys e lo stesso Erofilo autore di Sulle opinioni comuni – fornisce numerosi canali attraverso cui Galeno potrebbe aver recuperato elementi dell’elaborazione. Il testo osserva che Galeno, poco prima del brano ampliato, si riferisce a tentativi di sistematizzare la medicina sviluppati da «Erofilei» e non da «Erofilo», circostanza che «lends further plausibility» – (fr:3093) [conferisce ulteriore plausibilità] all’ipotesi di una rielaborazione scolastica.
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23 L’eredità della tricotomia erofilea: ipotesi sulle fonti e testimonianze antiche
L’analisi delle possibili matrici – erofilea, empirica, pneumatica o puramente galenica – della divisione della medicina in «cose che riguardano la salute, la malattia e le cose neutre» e il valore documentario delle definizioni attribuite a Erofilo.
Nell’Ars medica proemiale Galeno ricorda che «Some of the Herophileans, like Heraclides of Erythrae, tried to produce this kind of instruction» – (fr:3109) [Alcuni Erofilei, come Eraclide di Eritre, cercarono di produrre questo tipo di insegnamento] – e che «the Herophileans themselves, some of the Erasistrateans, and Athenaeus of Attaleia also attempted … and the hypothesis that a later Herophilean source lurks in the background of Ars medica i» – (fr:3110) [gli stessi Erofilei, alcuni Erasistratei e Ateneo di Attaleia tentarono anch’essi … e l’ipotesi che una fonte erofilea più tarda si celi sullo sfondo di Ars medica I]. Per chiarire l’origine della celebre tripartizione della medicina in cose “sane”, “malate” e “neutre” vengono vagliate quattro ipotesi principali.
Una prima possibilità è un’elaborazione erofilea successiva. L’influsso empirico, in secondo luogo, è suggerito dal fatto che «Empiricists such as Philinus of Cos and Heraclides of Tarentum had been pupils of members of Herophilus’ school and, as was indicated above, some Empiricists actually took over the Herophilean division» – (fr:3112) [Empirici come Filino di Coo ed Eraclide di Taranto furono allievi di membri della scuola di Erofilo e, come si è detto, alcuni Empirici adottarono effettivamente la divisione erofilea]. Tuttavia, l’incompatibilità di fondo tra la divisione empirica e quella erofilea, la centralità dell’eziologia nella versione galenica e la postura spesso polemica di Galeno contro gli Empirici fanno sì che «the fundamental incompatibility … render the possibility of an Empiricist influence considerably weaker than my first hypothesis» – (fr:3113) [l’incompatibilità fondamentale … rende la possibilità di un influsso empirico considerevolmente più debole della mia prima ipotesi].
La terza ipotesi, sostenuta da Max Wellmann, chiama in causa la scuola pneumatica: «the Pneumatic school of medicine is a source of Ars medica 1» – (fr:3114) [la scuola medica pneumatica è una fonte di Ars medica 1]. A favore pesano il fatto che «Galen lumps together ‘Herophileans’ and the founder of the Pneumatic school, Athenaeus of Attaleia, at the beginning of his Ars medica, with specific reference to their attempts to systematize medicine on a ‘synthetic’ basis» – (fr:3115-3116) [Galeno accomuna ‘Erofilei’ e il fondatore della scuola pneumatica, Ateneo di Attaleia, all’inizio della sua Ars medica, con specifico riferimento ai loro tentativi di sistematizzare la medicina su base ‘sintetica’], e il carattere eclettico di molti Pneumatici, «who might have tried to (a systematization of medicine) by means of synthesis» – (fr:3117) [che potrebbero aver tentato (una sistematizzazione della medicina) per mezzo della sintesi]. Inoltre, nel Codex Palatinus graecus 297 si attribuisce la tricotomia ad Ateneo: «What is the art of medicine? This is the definition Athenaeus of Attaleia gave: ‘The art of medicine is knowledge of things concerning health, of things concerning disease, and of neutral things.’» – (fr:3145-3146) [Cos’è l’arte medica? Questa è la definizione che diede Ateneo di Attaleia: ‘L’arte medica è conoscenza delle cose che riguardano la salute, delle cose che riguardano la malattia e delle cose neutre.’].
Ciononostante, l’analisi conclude che «it seems more likely that the elaboration did not originate with the Pneumatics but was merely transmitted by them» – (fr:3147) [sembra più probabile che l’elaborazione non abbia avuto origine dai Pneumatici ma sia stata da loro semplicemente trasmessa]. Militano contro un’origine pneumatica diversi elementi: l’Introductio pseudo-galenica identifica esplicitamente Erofilo, non un Pneumatico, come autore della divisione fondamentale (fr:3148); le fonti attribuiscono normalmente ad Ateneo una divisione in cinque branche, il cui «classificatory orientation … is clearly very different from that of the Herophilean trichotomy» – (fr:3160) [orientamento classificatorio … è chiaramente molto diverso da quello della tricotomia erofilea].
Resta infine l’ipotesi che Galeno sia il solo responsabile di tutti gli elementi dell’elaborazione, ipotesi che «seems to vie with the first for the highest degree of probability» – (fr:3162) [sembra competere con la prima per il più alto grado di probabilità]. Tuttavia, il fatto che Galeno menzioni due volte gli Erofilei e le loro sistematizzazioni nel passo che introduce Ars medica I «seem to give an edge to the hypothesis that Galen built upon a later Herophilean elaboration» – (fr:3163) [sembra dare un vantaggio all’ipotesi che Galeno abbia costruito su una rielaborazione erofilea tarda].
A sostegno dell’indagine vengono riportate le testimonianze antiche. Lo Pseudo-Galeno (Introductio sive medicus 6) riferisce che Erofilo ritiene «medical science is the knowledge of things relating to health, of things relating to disease, and of things that are ‘neither of these two’ [neutral]» – (fr:3174-3175) [la scienza medica è conoscenza delle cose relative alla salute, delle cose relative alla malattia e delle cose che non sono ‘nessuna delle due’ [neutre]]; «all the remedies applied in diseases and the substances of which they are made are ‘neutral’» – (fr:3176-3178) [tutti i rimedi applicati nelle malattie e le sostanze di cui sono fatti sono ‘neutri’]. Le pseudo-galeniche Definitiones medicae (9) offrono una variante: «Medical science is the science of things relating to health, things relating to disease and ‘neutral’ things» – (fr:3182-3183) [La scienza medica è la scienza delle cose relative alla salute, delle cose relative alla malattia e delle cose ‘neutre’].
Galeno, nel De simplicium medicamentorum temperamentis (1.23), precisa che Erofilo suddivideva i neutrali in tre modi: «some things being neutral through equal participation in both of their extremes, some through participation in neither extreme, and some through participation now in this then in that» – (fr:3187-3189) [alcune cose essendo neutre per uguale partecipazione a entrambi i loro estremi, altre per partecipazione a nessuno dei due, altre per partecipazione ora a questo ora a quello]. Infine, il De empirica subfiguratione (T45) attesta che «Herophilus too used to make this kind of assumption, saying that the whole of medical science consists of ‘health related’, ‘neutral’, and ‘disease related’ things. But the ‘neutrals’ are also [to be found] both among signs [symptoms] and among causes» – (fr:3197-3199) [Anche Erofilo era solito fare questo genere di assunzione, dicendo che l’intera scienza medica consiste di cose ‘relative alla salute’, ‘neutre’ e ‘relative alla malattia’. Ma i ‘neutri’ si trovano anche sia tra i segni [sintomi] sia tra le cause].
Questo complesso di testimonianze e l’esame delle ipotesi restituiscono la stratificata ricezione della tricotomia erofilea, mostrando come una definizione nata in ambiente alessandrino sia stata rimodellata dalle scuole mediche successive e dallo stesso Galeno, in un intreccio di ecdotica, dossografia e storia delle idee mediche antiche.
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24 Erofilo tra i neutrali, il metodo e le oscillazioni della dossografia
Il frammento discute in modo ravvicinato due nodi della testimonianza su Erofilo: la sua dottrina dei “neutrali” e la fisionomia contraddittoria del suo metodo, restituita da fonti che lo dipingono alternativamente come razionalista, empirista e scettico.
Il testo offre anzitutto un esempio dell’applicazione erofilea dei “neutrali” alla materia medica. La testimonianza T44 è citata per mostrare come Galeno menzioni aceto e olio di rose quali esempi della flessibilità consentita dalla tripartizione erofilea, e “this text provides further evidence of Herophilus’ application of ‘neutrals’ to materia medica, since Galen cites vinegar and rose-oil as examples of the useful flexibility and range permitted by Herophilus’ threefold subdivision of the neutrals” – (fr:3245) [questo testo fornisce un’ulteriore prova dell’applicazione erofilea dei “neutrali” alla materia medica, poiché Galeno cita aceto e olio di rose come esempi della utile flessibilità e ampiezza permesse dalla triplice suddivisione erofilea dei neutrali]. L’aggettivo περιποιητικός (“atto a produrre”), ricordato come caro agli autori medici, viene menzionato di sfuggita (fr:3244), mentre un’espressione introdotta da “ἢ οὕτως” rientrerebbe fra definizioni anonime (fr:3243). La distinzione erofilea è rigorosamente tripartita. Galeno, nell’Ars medica 1, introduce invece una suddivisione più articolata: “Herophilus mentions only neutrals which participate equally in both extremes, Galen introduces ‘neutrals participating in both extremes’ and then further subdivides them into (a) those which participate equally (ἐξ ἴσου) in both and (b) those which, while participating in both extremes, have greater part in one than in the other (πλέον θατέρου)” – (fr:3250) [Erofilo menziona solo i neutrali che partecipano in egual misura ai due estremi, Galeno introduce i “neutrali che partecipano a entrambi gli estremi” e li suddivide poi ulteriormente in (a) quelli che vi partecipano in egual misura (ἐξ ἴσου) e (b) quelli che, pur partecipando a entrambi gli estremi, hanno parte maggiore nell’uno piuttosto che nell’altro (πλέον θατέρου)]. Questa discrepanza rafforza la tesi che la versione galenica sia posteriore alla morte di Erofilo (fr:3251). La pretesa di Deichgräber di attribuire a Erofilo una suddivisione in quattro gruppi – basata sulla combinazione di una dicotomia non attribuita con la tripartizione attestata – viene esplicitamente respinta perché T44 parla senza ambiguità di τριχῶς: “T44 suggests explicitly (τριχώς) that Deichgräber’s quaternary combination is erroneous or at least inapplicable to Herophilus himself” – (fr:3253) [T44 suggerisce esplicitamente (τριχώς) che la combinazione quaternaria di Deichgräber è erronea o quantomeno inapplicabile a Erofilo stesso].
L’analisi si sposta poi su T45, dove l’espressione “ita ponebat” è giudicata ambigua: “it can, of course, either refer to a preceding thought or introduce a thought which follows” – (fr:3254) [può, naturalmente, riferirsi a un pensiero precedente o introdurre un pensiero successivo]. Se riferita a tutto ciò che precede, si potrebbe sostenere che Erofilo abbia già introdotto la distinzione tra corpo, causa e segno, ma la possibilità più probabile è che Galeno dapprima accenni in termini generali a una somiglianza, per poi precisarla con una frase epexegetica (totam medicativam … egrorum) (fr:3256). La divisione per corpora, causa e signa coincide con una delle tripartizioni dell’Ars medica 1 ed è attribuita a alii, non a Galeno: “this text lends further support to the contention developed above that not all parts of the elaborate division in Ars medica 1 were written by Galen” – (fr:3257) [questo testo offre ulteriore sostegno all’idea che non tutte le parti dell’elaborata divisione dell’Ars medica 1 siano state scritte da Galeno]. L’identità degli alii resta oscura e l’incertezza mantiene aperta la possibilità che la distinzione fra corpo, causa e segno sia nata con gli Erofilei posteriori, anche perché gli Empirici erano restii a speculare sulle cause (fr:3260). Il contesto tardo alessandrino è richiamato dalle due testimonianze T46 e T47, nate con i iatrosofisti del VI-VII secolo d.C. nel quadro dei commenti al De sectis di Galeno (fr:3261-3262).
Un secondo asse tematico è l’impiego erofileo di “neutrale” non per l’intero ambito dei rimedi (chirurgia, farmaci, regime) ma per una condizione corporea. “Here ‘neutral’ is not applied to the third main subdivision of medicine comprising all remedial measures (surgery, drugs, regimen), but to a condition of the body” – (fr:3270) [Qui “neutrale” non è applicato alla terza grande suddivisione della medicina comprendente tutti i mezzi curativi (chirurgia, farmaci, regime), bensì a una condizione del corpo]. I neutrali come rimedi sono perciò nettamente distinti dai neutrali come disposizioni fisiche, verosimilmente derivanti da un’altra tricotomia erofilea che impiegava comunque “sano”, “malato” e “neutrale” (fr:3271). La situazione del medico che tenta di classificare queste οὐδέτεραι διαθέσεις è descritta con vivezza da Galeno nel De sanitate tuenda: “εἰδὼς δ’ ἐπιστάμενος μὲν ὡς εἴτ’ ἐν τοῖς ὑγιεινοῖς τις εἴτ’ ἐν τοῖς θεραπευτικοῖς αὐτῶν (sc. τῶν νοσωδῶν συμπτωμάτων) μνημονεύσειεν, ὁμοίως ὑπὸ τῶν σοφιστῶν ἐπηρεασθήσεται, γινώσκων δ’ οὐδὲν ἧττον ὡς εἰ καὶ τρίτης τις αὐτοῖς ἀναθείη γενέσθαι πραγματείας ὑπὲρ τῶν οὐδετέρων διαθέσεων ἐπιγράψας, ἔτι καὶ μᾶλλον ἐπιγελάσονταί τε καὶ τωθάσονται καὶ ἐρήσονται, περὶ τῶν ἀρρενικῶν καὶ θηλυκῶν ἐν ποίᾳ πραγματείᾳ διδάσκομεν, εἱλόμην ἐν τῷ νῦν ἐνεστῶτι λόγῳ διελθεῖν ὑπὲρ αὐτῶν” – (fr:3272-3273) [Io, pur sapendo che, se qualcuno ne farà menzione sia fra i trattati delle cose sane sia fra quelli terapeutici, sarà comunque schernito dai sofisti, e sapendo d’altra parte che, se si pretendesse di dedicare loro un terzo scritto a sé intitolato “sulle disposizioni neutre”, ancor più rideranno, motteggeranno e chiederanno in quale trattato insegniamo le cose maschili e femminili, ho scelto di discorrerne nel presente discorso]. Il lessico tecnico si consolida: διάθεσις designa ormai una condizione corporea soggetta a mutamenti rapidi ed è divenuto un termine tecnico della medicina e della biologia già al tempo di Erofilo (fr:3274), mentre ἀνάληψις e i corradicali (ἀναληπτικὴ ἐπιμέλεια, ἀναληπτικὸς κύκλος, τὸ μέρος τῆς τέχνης ἀναληπτικόν) indicano la convalescenza, la cura restaurativa e il ciclo di trattamenti relativi (fr:3280-3289).
La seconda parte del frammento introduce la teoria del metodo. Dopo aver richiamato l’isomorfismo fra teoria metodologica e pratica nella medicina greca (fr:3290-3292), il testo sottolinea come i pronunciamenti metodologici di Erofilo presentino tre accenti distinti e almeno prima facie non del tutto coerenti (fr:3294). Da un lato alcune testimonianze lo collocano tra i medici “razionalisti” (λογικοί), attribuendogli grande valore alla spiegazione causale e alla costruzione deduttivo-induttiva di teorie. Galeno gli ascrive l’idea che “invisible faculties which control or manage us are discovered, not simply through direct observation of the parts of the body in dissection, but also through inference from (or ‘on the basis of’) other things which appear to us (phainomena)” – (fr:3297) [le facoltà invisibili che ci governano sono scoperte non soltanto mediante l’osservazione diretta delle parti del corpo nella dissezione, ma anche attraverso l’inferenza da altre cose che ci appaiono (phainomena)]. L’anatomia descrittiva è utile ma non basta alla formazione delle nozioni generali (προλήψεις) necessarie per la teoria e per giudizi clinici affidabili; Erofilo stesso aderì a tali nozioni, proponendo ad esempio una patologia umorale (fr:3298-3300).
Un secondo gruppo di testi, invece, lascia trasparire affinità con gli Empirici. Secondo una traduzione araba medievale di un trattato galenico, Erofilo concedeva all’esperienza (empeiria) un ruolo decisivo (T52); altrove Galeno afferma che Erofilo dava peso all’osservazione e all’esperienza a scapito del metodo “razionale” (fr:3306-3308). Una testimonianza descrive Erofilo con i tratti tipici dell’Empirismo: “Herophilus went by what one can see and made ‘the examination of appearances’ (τὴν τῶν φαινομένων ἐξέτασιν), not opinions, the basis of his statements” – (fr:3311) [Erofilo andava dietro a ciò che si può vedere e assumeva come base delle sue affermazioni “l’esame delle apparenze” (τὴν τῶν φαινομένων ἐξέτασιν), non le opinioni].
Un terzo gruppo di testi rivela infine un’enfasi scettica. Galeno riferisce che Erofilo “expressed doubt about every cause [i.e. causal explanation] with many strong arguments” e che avrebbe affermato: “Whether or not a cause exists is by nature undiscoverable …” – (fr:3312-3313) [esprimeva dubbio su ogni causa con molti e solidi argomenti; “se una causa esista o meno è per natura indiscopribile…”]. Un papiro del British Museum conserva un frammento erofileo (Fr50a) in cui si legge: “Let the appearances [phainomena] be described first even if they are not first” – (fr:3314) [Si descrivano prima le apparenze anche se non sono prime], e Galeno cita una versione forse mutila dello stesso imperativo: “Let these things be first even if they are not first” (Fr50b) – (fr:3315). Nel De plenitudine Galeno richiama queste apparenti contraddizioni, notando che il “capo” degli Erofilei “on the one hand was in doubt about many things for which proofs are at hand, and on the other hand made pronouncements in other matters in which proofs were impossible and the hypothesis false” – (fr:3316-3317, cf. T280) [da un lato nutriva dubbi su molte cose per le quali esistono prove a portata di mano, e dall’altro si pronunciava su altre questioni in cui le prove erano impossibili e l’ipotesi falsa].
Di fronte a queste tre anime del metodo erofileo, il testo esclude una spiegazione evolutiva (razionalista → empirista → scettico) per mancanza di appigli nelle fonti antiche, e propone di indagarne la compatibilità interna. Il punto d’avvio suggerito è la risonanza aristotelica dell’enunciato “le apparenze per prime” (Fr50a): nei trattati biologici Aristotele ripete spesso il ritornello “first the phainomena, then the causes or principles” e, nel De partibus animalium, prescrive di afferrare prima i fenomeni e solo in seguito discuterne le cause: “πρῶτον τὰ φαινόμενα ληπτέον …, εἶτα τὰς αἰτίας λεκτέον” – (fr:3324) [bisogna cogliere prima i fenomeni …, poi esporne le cause]. Sebbene Aristotele stesso abbia spesso violato il proprio principio, la sua formulazione metodologica – non l’applicazione – avrebbe influenzato Erofilo; la preminenza dell’osservabile in Erofilo è confermata da Galeno, che tiene distinti i phainomena sensibili dalle opinioni (doxai), e osserva come Erofilo si fidasse dei primi e non delle seconde (fr:3338-3339). Il quadro finale, pur restituendo un Erofilo non immune da apriorismi (come mostra la sua dottrina dei sogni, T226), individua nella priorità accordata ai fenomeni osservabili il filo che lega i diversi volti metodologici del medico alessandrino.
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25 Il metodo erofileo tra fenomeni, cause ipotetiche e cautela pragmatica
L’analisi del dettato metodologico di Erofilo – «prima i fenomeni, anche se non sono primi» – e del suo uso di spiegazioni causali solo ex hypothesi rivela un’originale sintesi fra osservazione attiva, eredità aristotelica e un radicale ipotetismo, in aperta rottura tanto con lo scetticismo pirroniano quanto con l’empirismo alessandrino.
Il fulcro del metodo di Erofilo, medico alessandrino del III secolo a.C., è consegnato a due frammenti che ne riportano il celebre motto. Nell’Anonymus Londinensis si legge: “λεγέσθω δέ τ ά φαινόμενα ττ[ρ]ώτα, και εί μή (εστιν) πρώ τ α .” – (fr:3424) [«Si descrivano per primi i fenomeni, anche se non sono primi»], e Galeno tramanda una formulazione analoga: “έστω τούτα είναι πρώτα εί και μή έστι πρώ τ α.” – (fr:3428) [«Siano queste cose prime, anche se non sono prime»]. Tale asserzione rovescia esplicitamente il binomio aristotelico «prima i fenomeni, poi le cause»: Erofilo, pur mantenendo il primato osservativo, sostituisce il secondo termine con un prudente «anche se non sono primi» (fr:3340). Non nega l’importanza della spiegazione causale per la costruzione teorica, ma è assai meno fiducioso di Aristotele circa la possibilità di conoscere le cause con certezza (fr:3341).
La sua accettazione della causalità si colloca infatti su un piano puramente ipotetico. Galeno riferisce che Erofilo, a differenza di chi nega l’esistenza di cause o ne dubita, “accept it on a suppositional basis (ex hypothesi)” – (fr:3346) [«la accetta su base ipotetica (ex hypothesi)»]. Non si tratta di un’ipotesi provvisoria da verificare empiricamente: Erofilo abbraccia un “radical hypotheticalism which denies that any causal explanation could ever be verified in such a way that it would no longer be purely hypothetical” – (fr:3348) [«ipotetismo radicale che nega che qualsiasi spiegazione causale possa mai essere verificata fino a cessare di essere puramente ipotetica»]. Ciò non gli impedisce di ricorrere ampiamente a spiegazioni causali e affermazioni nomotetiche (fr:3363); semplicemente riconosce a esse uno statuto di provvisorietà insuperabile.
Tale posizione lo distingue nettamente sia dallo scetticismo pirroniano sia dall’empirismo passivo della scuola medica che sorgerà ad Alessandria poco dopo la sua morte. L’accusa che Erofilo fosse un pirroniano è infondata proprio perché egli non sospende il giudizio in modo sistematico, ma costruisce teorie e cause senza esitazioni apparenti (fr:3363). Altrettanto inadeguata è l’identificazione con gli Empirici, i quali rifiutavano la dissezione, la spiegazione causale e ogni teoria attiva, limitandosi all’esperienza involontaria e alla trasmissione di dati (fr:3369-3370). Erofilo, al contrario, praticava sistematicamente l’osservazione anatomica, la generalizzazione e la ricerca di universali, collocandosi sul piano della techne anziché della semplice empeiria (fr:3372-3373). La separazione fra i due metodi è testimoniata dagli «attacchi metodologici ripetuti degli Empirici a Erofilo e ai suoi seguaci dal III al I secolo a.C.» (fr:3374-3376).
Alla base di questa articolazione sta anche una profonda cautela pragmatica, espressa con efficacia nel frammento 51: “ό τά δυνατά, και τά μή δυνατά δυνάμενος διαγινώσκειν.” – (fr:3430) [«colui che è in grado di discernere il possibile dall’impossibile»]. Per Erofilo il medico perfetto è chi sa tracciare con chiarezza il confine fra ciò che è conoscibile e ciò che non lo è (fr:3354). Questo atteggiamento lo accosta, per certi versi, alla cautela di Diocle di Caristo verso le generalizzazioni precipitose (fr:3360), ma se ne distacca per la radicalità con cui fa dell’ipoteticità un principio costitutivo della spiegazione causale.
L’ombra di Aristotele rimane comunque la cornice di riferimento più plausibile. Erofilo «cammina con entusiasmo sulla via dei fenomeni insieme ad Aristotele, ma ha riserve radicali sul procedere verso cause generalizzabili su una base che non sia meramente ipotetica» (fr:3361). Anche la nozione di «necessità ipotetica» elaborata da Aristotele per il mondo sublunare – e specificamente per il corpo umano – potrebbe aver fornito un appiglio teorico all’ipotetismo erofileo (fr:3350-3352). L’impostazione peripatetica è ancora più evidente in Erasistrato, contemporaneo di Erofilo, il quale ribadisce che si deve partire dall’osservazione dei fenomeni per giungere alla comprensione di cause generiche concepibili solo con la ragione (fr:3388-3390). Ma mentre Erasistrato resta più vicino all’ottimismo causale aristotelico, Erofilo introduce la decisiva clausola ex hypothesi, che gli consente di conciliare la massiccia attività empirico-dissettoria con una formazione teorica mai dogmatica.
Grazie a questo approccio, Erofilo poté dare un contributo fondamentale alla nascita della medicina scientifica. Le sue osservazioni anatomiche, condotte con sistematicità e acume, gli valsero l’ammirazione duratura degli anatomisti successivi, e pur nella costruzione di teorie fisiologiche e patologiche egli mantenne fede alle proprie prescrizioni metodologiche: quando la certezza era irraggiungibile sospendeva il giudizio, e per le sue spiegazioni causali non rivendicò mai più di uno statuto ipotetico (fr:3410-3411). L’isomorfismo fra metodo dichiarato e pratica scientifica risulta, in definitiva, considerevole (fr:3412).
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26 La critica di Galeno allo scetticismo causale di Erofilo
Galeno ricostruisce e confuta le argomentazioni di Erofilo, che metteva in dubbio l’esistenza stessa delle cause mediante distinzioni terminologiche e divisioni dicotomiche, rivelando la contraddizione pratica e logica di tale scetticismo.
Nel trattato sulle cause procatarcticche, Galeno delinea un panorama di posizioni contrastanti intorno al concetto di causa. Egli ricorda come “Some people say nothing exists as a cause of anything, while others, like the Empiricists, dispute whether or not there is a cause, and still others, like Herophilus, accept it on a suppositional basis, and others again — whose leader he was - rejected, among the causes, the ‘antecedent initiating causes’ ( procatarcticae) as not very plausible.” – (fr:3492) [Alcuni affermano che nulla esiste come causa di qualcosa, mentre altri, come gli Empirici, discutono se esista o meno una causa, e altri ancora, come Erofilo, l’accettano su base ipotetica, e altri infine – di cui egli era guida – rigettarono, tra le cause, le ‘cause antecedenti iniziatici’ (procatarctiche) in quanto poco plausibili.] Secondo Galeno, il fondamento comune di queste dispute è uno slittamento semantico: “All these authors got the occasion for their arguments by changing the meaning of this word.” – (fr:3493) [Tutti questi autori trassero occasione per le loro argomentazioni alterando il significato di questa parola.] Se infatti si concede che tutti gli uomini chiamano ‘causa’ anche l’utilità di ciò che accade e la causa efficiente da cui scaturisce il principio, e con queste anche la materia e gli strumenti, allora si smaschera facilmente il loro sofisticare (cfr. fr. 3494-3495). Da questa erronea impostazione dipende, per Galeno, l’intero edificio dialettico che nega l’esistenza di qualcosa come causa di un’altra cosa, o l’esistenza delle cause procatarctiche.
L’attenzione si stringe poi su Erofilo, verso cui Galeno riserva un biasimo ancora più marcato che per Erasistrato: “de Erophilo autem et de ea que circa sermones sapientia magis Erasistrato oportet mirari et increpare eum de timore.” – (fr:3496) [Riguardo a Erofilo e alla sapienza da lui esibita nei discorsi, bisogna stupirsi ancor più che per Erasistrato e rimproverarlo per la sua timidezza.] Erofilo, pur dubitando di ogni causa con numerosi e solidi argomenti, viene poi sorpreso a servirsene, appellandosi all’opinione comune: “dubitans enim de omni causa fortibus et multis rationibus postea ipsemet invenitur utens eis dicendo multis hominibus sic videri.” – (fr:3497) [Dubitando infatti di ogni causa con forti e numerosi ragionamenti, in seguito egli stesso si scopre farne uso dicendo che così sembra a molti uomini.] Questo atteggiamento è bollato come il segno estremo della viltà intellettuale: “summe enim timidi est dimittendo rationem, ut hominibus videtur, sic existimare.” – (fr:3498) [È proprio del sommo timido, messo da parte il ragionamento, giudicare le cose secondo come sembra agli uomini.]
La posizione di Erofilo è racchiusa in una celebre citazione riportata da Galeno: “causa vero, utrum sit vel non, natura quidem non est invenibile, existimatione autem puto infrigidari, estuari, cibo et potibus repleri.” – (fr:3500) [Se poi la causa esista o no, per natura non è possibile scoprirlo, ma per supposizione io credo di essere raffreddato, riscaldato e riempito di cibi e bevande.] La realtà oggettiva della causa è dichiarata inconoscibile; solo su un piano ipotetico si può affermare di subire l’azione di agenti esterni.
A generare la perplessità di Erofilo, argomenta Galeno, furono argomenti basati su uno spostamento di significato, che lo condussero a formulare una serie serrata di divisioni dicotomiche. Tali distinzioni mettono in questione la stessa possibilità della causalità chiedendo: «Una causa incorporea è fattiva di un altro incorporeo, o una causa corporea è fattiva di un qualche corpo, o una causa, pur essendo incorporea, è fattiva di un corpo, oppure, essendo corpo, è efficiente di un incorporeo?» (cfr. fr. 3501, 3524). E ancora: «Ciò che è mosso è causa di ciò che è mosso, o lo stazionario dello stazionario, o il mosso dello stazionario, o lo stazionario del mosso?». E: «Il presente è causa del presente, o il presente del passato, o il presente del futuro?» (fr. 3525-3526).
Dopo aver operato queste divisioni, Erofilo non riusciva a confermare singolarmente nessuna delle alternative e ne traeva una conclusione radicale: “manifestum est, quoniam omnino non est causa” – (fr:3503) [È manifesto che una causa non esiste affatto].
Galeno smonta questa argomentazione con un’accusa diretta di sofisma e un’avvertenza sulle sue conseguenze disastrose: “sed, o sophista, cito omnia que secundum vitam evertes sic argumentans.” – (fr:3504) [Ma, o sofista, ragionando così sovvertirai in breve tutto ciò che concerne la vita.] Per dimostrarlo, applica il medesimo metodo scettico al fenomeno percettivo della visione. Se si procedesse con analoghe distinzioni – se il vedente e il veduto sono entrambi corporei, o uno corporeo e l’altro incorporeo, o entrambi incorporei; se la sensazione avviene per qualcosa che si diparte da ciò che vediamo verso i nostri occhi, o da noi verso le cose, o tramite un contatto diretto; e ancora se il vedente in quiete coglie il veduto in quiete o in movimento, e via dicendo – e si mostrasse che nessuna di queste condizioni risulta persuasiva, si dovrebbe inferire che noi non vediamo assolutamente nulla (cfr. fr. 3505-3509). L’assurdità manifesta della conclusione sbugiarda la validità del procedimento e la pretesa di negare la causalità, che collide frontalmente con l’evidenza dell’esperienza quotidiana.
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27 Il progresso scientifico tra ipotesi e ambivalenza: il metodo e l’anatomia di Erofilo
Il testo restituisce un’immagine densa e stratificata dell’opera di Erofilo, calata nel vivo dibattito metodologico e morale della medicina alessandrina. Il principio di fondo ha radici ippocratiche: “Absolute certainty is, of course, impossible” – (fr:3567) [La certezza assoluta è, naturalmente, impossibile], e “The distinction between ‘possible’ and ‘impossible’ is perhaps part of the Hippocratic legacy” – (fr:3568) [La distinzione tra ‘possibile’ e ‘impossibile’ è forse parte dell’eredità ippocratica]. In linea con questa consapevolezza, Erofilo abbraccia un ipoteticismo causale radicale. Le testimonianze antiche, in particolare T58 e T59, mostrano che egli accettava la causa solo su base ipotetica: “It seems clear (a) that Herophilus accepted cause only on a hypothetical basis” – (fr:3603) [È chiaro (a) che Erofilo accettava la causa solo su base ipotetica]. Galeno scorge una contraddizione nel suo procedere – dubitare di ogni spiegazione causale e tuttavia ricorrere alle ‘cause’ –, ma essa si dissolve se si riconosce lo statuto provvisorio che Erofilo attribuiva alla spiegazione causale (fr:3607). Persino il frammento che si chiude con “è evidente che la causa non esiste affatto” va letto entro questa cornice, perché “Proof of the existence of any particular cause, i.e. that a is demonstrably and indubitably the cause of x, is indeed impossible in Herophilus’ view; but Galen here suppresses Herophilus’ further conclusion: that cause can therefore only be stated ex hypothesi” – (fr:3610) [La prova dell’esistenza di una causa particolare, cioè che a sia dimostrabilmente e indubitabilmente la causa di x, è davvero impossibile nella concezione di Erofilo; ma qui Galeno sopprime l’ulteriore conclusione di Erofilo: che la causa può quindi essere formulata solo per ipotesi]. L’importanza che Erofilo annetteva all’osservazione dei fenomeni come punto di partenza di ogni scienza emerge dal fatto che Galeno, per ribattergli, costruisce argomenti volti a ridurre all’assurdo la stessa percezione visiva, tradendo così la centralità dell’osservazione nel suo avversario (fr:3611). D’altronde la fama di Erofilo come osservatore che non indulgeva a opinioni infondate è confermata dal modo in cui Asclepiade cercò di usare una prova logica capziosa contro Erasistrato, richiamandosi al fatto che “Herophilus, a superb anatomical observer, had never seen them”* – (fr:3573-3574) [Erofilo, superbo osservatore anatomico, non li aveva mai visti].
Il cuore della sezione anatomica (capitolo VI) si apre con un’eco darwiniana – “The intimations of higher development among the subordinate species can be understood only after the higher development is already known” – (fr:3616) [Gli indizi di uno sviluppo superiore nelle specie subordinate possono essere compresi solo quando lo sviluppo superiore è già conosciuto] – e subito introduce il conflitto etico. I progressi di Erofilo in anatomia e fisiologia sono un caso vistoso di avanzamento scientifico indiscutibile, che però non può sottrarsi alle ombre dell’ambivalenza morale (fr:3617). Da un lato egli è celebrato quasi universalmente come “the ‘father of scientific anatomy’ and as a pioneer in the systematic, scientific dissection of human bodies” – (fr:3618) [il ‘padre dell’anatomia scientifica’ e un pioniere nella dissezione scientifica sistematica dei corpi umani]; dall’altro la sua rivoluzionaria pratica della vivisezione su esseri umani – criminali condannati – getta un’ombra duratura sui suoi risultati (fr:3618). Erofilo ed Erasistrato restano esempi isolati e inquietanti di medici che – se si presta fede alle fonti antiche – vivisezionarono forzosamente altri uomini in nome della scoperta scientifica e dei benefici che ne sarebbero potuti derivare alle generazioni future (fr:3627). Alcuni studiosi, forse mossi da un’idealizzazione dell’antichità greca, hanno negato credibilità a queste testimonianze; eppure “a dispassionate re-examination of the relevant ancient texts does not help to disabuse one either of the notion that such vivisections took place or of the impression that they contributed to at least some of Herophilus’ remarkable discoveries” – (fr:3628) [un riesame spassionato dei testi antichi pertinenti non aiuta a liberarsi né dell’idea che tali vivisezioni abbiano avuto luogo, né dell’impressione che abbiano contribuito ad almeno alcune delle straordinarie scoperte di Erofilo].
Il gesto erofileo si staglia su uno sfondo in cui la conoscenza dell’anatomia umana era affidata quasi esclusivamente alla dissezione animale: “earlier anatomists without exception seem to have relied mainly on the comparative dissection (and, in some instances, vivisection) of various animals and, like many laymen in cultures with an intimate experience of warfare, on chance observations of wounded or mutilated human bodies” – (fr:3630) [gli anatomisti precedenti sembrano aver fatto affidamento, senza eccezioni, principalmente sulla dissezione comparativa (e in alcuni casi sulla vivisezione) di vari animali e, come molti profani in culture con una profonda esperienza della guerra, su osservazioni fortuite di corpi umani feriti o mutilati]. Aristotele stesso annotava che le parti interne dell’uomo sono in gran parte sconosciute e che bisogna perciò rifarsi agli animali di natura simile (fr:3631). Anche Diocle e Prassagora, due dei medici più illustri del IV secolo a.C., dipendevano dall’anatomia animale (fr:3632-3635). Persino Galeno, benché conoscesse lo scheletro umano, fondò le sue descrizioni principalmente sulla bertuccia e forse sul macaco reso, sovrapponendo i tessuti molli della scimmia allo scheletro umano – procedura da cui nacquero molti errori canonici (fr:3637-3641). Di contro, “Herophilus’ anatomy, by contrast, is largely based on human dissection, even though he continued to be interested in comparative anatomy as well. His anatomical descriptions accordingly exhibit striking instances of superior accuracy” – (fr:3642) [L’anatomia di Erofilo, al contrario, è in gran parte basata sulla dissezione umana, sebbene egli continuasse a interessarsi anche di anatomia comparata. Le sue descrizioni anatomiche mostrano di conseguenza esempi lampanti di accuratezza superiore]. Lo confermano le numerose comparazioni tra organi umani e animali, come il riferimento alla lepre e a “non pochi altri animali” (fr:3659-3661).
Tale scarto fu reso possibile soltanto da una congiuntura eccezionale. Considerazioni religiose, morali ed estetiche, nonché la tenacia dei tabù, avevano sempre inibito l’apertura del corpo umano alla vista dei medici; per i più gli interventi si limitavano a modeste incisioni ed escissioni chirurgiche, e tagliare un cadavere era impensabile, anzi percepito come profanazione punibile (fr:3677-3678). “That the dissection and vivisection of humans finally became possible — though only briefly — at Alexandria in the early third century b.c. clearly was due only to the exceptional situation which prevailed there” – (fr:3678-3680) [Che la dissezione e la vivisezione di esseri umani siano infine diventate possibili – seppure solo per breve tempo – ad Alessandria all’inizio del III secolo a.C. fu chiaramente dovuto soltanto alla situazione eccezionale che vi regnava]. Fu in quella parentesi che Erofilo poté costruire un primato anatomico che avrebbe dovuto attendere il Rinascimento e la messa in discussione dell’autorità galenica per essere pienamente riconosciuto.
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28 La controversia sulla dissezione umana nell’antica Alessandria: Erofilo fra tabù e fonti
Il primo esperimento sistematico di anatomia umana è reso possibile da una confluenza eccezionale di mecenatismo regale, scienziati ambiziosi e un ambiente intellettuale libero da tradizionalismi, ma l’effettiva portata delle pratiche di Erofilo – dissezione e vivisezione su soggetti umani – resta un nodo storiografico fondato su testimonianze antiche divergenti.
L’indagine muove dalla constatazione che ad Alessandria, sotto i primi Tolemei, si verificò una rottura senza precedenti: “The unusual combination of ambitious Macedonian patrons of science (i.e. the Ptolemies), eager scientists like Herophilus, a new city in which traditional values at first were not considered intrinsically superior, and a cosmopolitan intelligentsia committed not only to literary and political, but also to scientific frontiersmanship, apparently made it possible to overcome traditional inhibitions” – (fr:3681) [L’insolita combinazione di ambiziosi patroni macedoni della scienza (i Tolemei), scienziati pieni di zelo come Erofilo, una città nuova in cui i valori tradizionali non erano ancora ritenuti intrinsecamente superiori e un’intelligencija cosmopolita dedita non solo alle frontiere letterarie e politiche ma anche a quelle scientifiche, rese evidentemente possibile superare le inibizioni tradizionali]. Questa parentesi, tuttavia, non ebbe seguito: dopo l’Anathomia di Mondino (1316), l’anatomia restò pressoché dormiente fino a Leonardo e Vesalio. Anzi, la fase tra Mondino e il Cinquecento è descritta come un periodo di stasi tale da far pensare a una regressione, secondo Sarton: “The anatomical revival of which Mondino was the protagonist did not develop as one might have expected. On the contrary, the period between Mondino (1316) and the time of Leonardo da Vinci (d. 1517) and Vesalius (1543) saw so little progress that one would almost think of a kind of regression” – (fr:3684-3686) [La rinascita anatomica di cui Mondino fu protagonista non si sviluppò come ci si sarebbe aspettato. Al contrario, il periodo tra Mondino (1316) e l’epoca di Leonardo da Vinci (m. 1517) e Vesalio (1543) conobbe così pochi progressi da far quasi pensare a una sorta di regressione].
Il cuore del problema riguarda Erofilo. La notizia che egli abbia praticato dissezioni e, in particolare, vivisezioni su esseri umani ha incontrato notevole scetticismo presso quanti sottolineano la persistenza delle inibizioni greche e l’assenza di osservazioni che un vivisettore “inevitabilmente” avrebbe compiuto. Eppure, afferma l’autore, “the evidence seems overwhelmingly in favour of the conclusion that he at least dissected humans” – (fr:3710) [le testimonianze sembrano schiacciantemente a favore della conclusione che egli almeno abbia dissezionato esseri umani]. Tre fonti antiche lo dichiarano senza ambiguità: Tertulliano, Galeno e Vindiciano. Tertulliano, ostile ai ricercatori pagani, caratterizza Erofilo come “the physician, or rather butcher, who cut up (‘exsecuit’) innumerable persons in order to examine nature, who hated man in order to gain knowledge, [who] explored the internal parts of man” – (fr:3731) [il medico, o piuttosto macellaio, che sezionò (‘exsecuit’) innumerevoli persone per esaminare la natura, che odiò l’uomo per acquisire conoscenza, [che] esplorò le parti interne dell’uomo]; e lo definisce “dissector even of adults” – (fr:3732) [dissezionatore persino di adulti]. La veridicità di Tertulliano è stata spesso messa in dubbio, ma il testo osserva che “Tertullian’s polemics cannot be shown to contain fabrications” – (fr:3729) [non si può dimostrare che le polemiche di Tertulliano contengano invenzioni], e la sua descrizione trova conferma indipendente. Galeno, in una fonte non polemica, scrive che Erofilo “attained the highest degree of accuracy in things which become known by dissection, and he obtained the greater part of his new knowledge not, like the majority [sc. of physicians], from irrational animals, but from human beings themselves” – (fr:3734) [raggiunse il più alto grado di accuratezza in ciò che si conosce mediante dissezione, e ottenne la maggior parte delle sue nuove conoscenze non, come la maggioranza [cioè dei medici], da animali irrazionali, ma da esseri umani stessi]. Il terzo testimone, Vindiciano, offre una enumerazione degli anatomisti unica e perciò indipendente, condividendo con Tertulliano il tema patristico di ciò che Dio ha nascosto, ma divergendo nei dettagli. La convergenza di queste voci è ritenuta un forte sostegno all’uso di cadaveri umani da parte di Erofilo.
Più controversa è la vivisezione. La fonte più antica e dibattuta è Celso, il quale riporta che Erofilo ed Erasistrato non solo dissezionarono ma vivisezionarono soggetti umani, ottenuti come criminali incarcerati “from the kings” – (fr:3747) [dai re]. La plausibilità del racconto è rafforzata dall’assenza di polemica settaria e dai dettagli vividi su circostanze, motivazioni e giustificazioni: l’intervento regio fu forse ciò che occorreva per vincere i tabù; lo scopo era osservare nel vivente “the parts which nature previously has concealed” – (fr:3752) [le parti che la natura ha precedentemente nascosto], posizione, forma, dimensione e consistenza; la difesa addotta dai “razionalisti” – senza che Celso l’attribuisca espressamente a Erofilo – era che non è davvero crudele sacrificare pochi criminali per guarire gli innocenti di tutte le età future. Celso, peraltro, non si lascia incasellare in alcuna scuola medica: “None of the traditional school labels – ‘Empiricist’, ‘Methodist’, ‘Pneumatic’, ‘Dogmatic’ – can be pinned on him successfully” – (fr:3769) [Nessuna delle etichette tradizionali di scuola – “Empirico”, “Metodico”, “Pneumatico”, “Dommatico” – gli può essere applicata con successo]. Si ritiene improbabile che un autore indipendente e coscienzioso come Celso abbia inventato quei particolari o accettato acriticamente dicerie polemiche.
L’opposizione di alcuni studiosi si regge spesso sull’argomento dell’inconcepibilità: sarebbe inconcepibile che i Greci avessero mai superato le loro inibizioni. Ma “‘inconceivability’ is an insidious and capricious criterion for reconstructing the past” – (fr:3783) [l’“inconcepibilità” è un criterio insidioso e capriccioso per ricostruire il passato]. La singolare combinazione di fattori nell’Alessandria delle origini poteva rendere possibile ciò che ad Atene o a Cos era stato inconcepibile. Inoltre, come sottolinea G. E. R. Lloyd, “For all the ancients’ respect for the dead, corpses were desecrated often enough by people other than scientists. Moreover, when we reflect that the ancients regularly tortured slaves in public in the law courts in order to extract evidence from them, and that Galen, for example, records cases where new poisons were tried out on convicts to test their effects, it is not too difficult to believe that…” – (fr:3785-3786) [Per tutto il rispetto che gli antichi portavano ai morti, i cadaveri venivano profanati abbastanza spesso da persone diverse dagli scienziati. Inoltre, se si riflette che gli antichi torturavano regolarmente schiavi in pubblico nei tribunali per estorcere loro prove, e che Galeno, per esempio, registra casi in cui nuovi veleni venivano sperimentati su condannati per testarne gli effetti, non è troppo difficile credere che…]. Lo scetticismo basato sulla sola implausibilità culturale appare quindi poco solido. Resta in ogni caso controverso se anche Erasistrato operò analogamente, ma per Erofilo il consenso delle fonti antiche – pur tra polemiche e silenzi – fa propendere con forza per una pratica effettiva di dissezione umana e, con buona probabilità, di vivisezione, sostenuta da un mecenatismo politico che asservì il corpo del condannato alla nascente anatomia scientifica.
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29 La controversa pratica della vivisezione umana nell’antichità e il suo rapido declino
Il passo, tratto da un’opera sulla medicina alessandrina, smonta l’argomento dell’«inconcepibilità» della vivisezione umana attribuita a Erofilo, mostrando come la sperimentazione cruenta su esseri viventi fosse tutt’altro che estranea al pensiero scientifico antico. L’autore osserva che “It should also be remembered that, although Herophi lus’ vivisection of humans might have been revolutionary, vivisectory experiments as such were nothing novel and hence not ‘inconceiv able’.” – (fr:3807) [Va anche ricordato che, per quanto la vivisezione umana di Erofilo potesse essere rivoluzionaria, gli esperimenti di vivisezione in sé non erano affatto nuovi e quindi non ‘inconcepibili’.] A sostegno di questa tesi vengono elencate numerose pratiche anteriori e contemporanee: “Thus Aristotle more than once mentions that he mutilated living animals in order to investigate physiological problems experimentally, and Galen later was to conduct many vivisectory experiments on apes and pigs. In an Hippocratic treatise of the Hellenistic period, On the Heart, a vivisectory experiment on a pig is also recorded.” – (fr:3808) [Così Aristotele menziona più di una volta di aver mutilato animali vivi per indagare sperimentalmente problemi fisiologici, e in seguito Galeno condusse molti esperimenti di vivisezione su scimmie e maiali. In un trattato ippocratico di età ellenistica, Sul cuore, è riportato anche un esperimento di vivisezione su un maiale.] Anche i sovrani ellenistici non esitavano a impiegare condannati per testare sostanze: “Galen, De antidotis 1 (χιν, p. 2K) reports that Mithridates V I and Attalus III (the last king of Pergamon), who were very interested in toxic substances, used to try out antidotes on criminals under sentence.” – (fr:3811) [Galeno, De antidotis 1 (XIV, p. 2 K.), riferisce che Mitridate VI e Attalo III (ultimo re di Pergamo), molto interessati alle sostanze tossiche, erano soliti sperimentare antidoti su criminali condannati.] Di conseguenza, il vero nodo non era la vivisezione in quanto tale, “but only the use of humans – in this case imprisoned criminals.” – (fr:3849) [ma solo l’impiego di esseri umani – in questo caso criminali incarcerati.]
Il testo aggiunge una notazione storiografica polemica: “(Given the extensive medical experimentation with criminals and non-criminals alike in this century, in Western democracies too – and often with fatal consequences – the notion of an ‘inconceivable’ cruelty to prisoners in a Ptolemaic autocracy surely must be revised.)” – (fr:3850) [(Vista la vasta sperimentazione medica su criminali e non criminali in questo secolo, anche nelle democrazie occidentali – spesso con conseguenze fatali – l’idea di una crudeltà ‘inconcepibile’ verso i prigionieri in un’autocrazia tolemaica va certamente rivista.)] Tuttavia, la vera particolarità storica è la breve durata di questa pratica rivoluzionaria. “Another part of the ‘inconceivability’ argument points to what is indeed a striking phenomenon: the short-lived history of this revolutionary practice of dissecting and vivisecting human subjects.” – (fr:3851) [Un’altra parte dell’argomento dell’ ‘inconcepibilità’ indica quello che è davvero un fenomeno sorprendente: la storia effimera di questa pratica rivoluzionaria di dissezione e vivisezione di soggetti umani.] Le antiche inibizioni, mai sconfitte del tutto, si riaffermarono con forza e trovarono una codificazione teorica nel metodo degli Empirici. “Furthermore, they now became codified and made theoretically respectable in the Empiricists’ theory of scientific method, with its emphasis on passive observation and its censure of the search for hidden causes through dissection, experimentation or any other procedure. … it clearly represents a regression from the anatomical standards set by Herophilus, as well as a theoretically articulated and ‘justified’ retreat from the use of both dissection and vivisection.” – (fr:3855) [Inoltre, esse vennero ora codificate e rese teoricamente rispettabili nella teoria del metodo scientifico degli Empirici, con la sua enfasi sull’osservazione passiva e la sua condanna della ricerca di cause nascoste attraverso la dissezione, la sperimentazione o qualsiasi altra procedura. … ciò rappresenta chiaramente un regresso rispetto agli standard anatomici stabiliti da Erofilo, nonché un ritiro teoricamente articolato e ‘giustificato’ dall’uso sia della dissezione sia della vivisezione.]
A questo declino contribuì anche la crescente influenza di atteggiamenti egiziani nativi che rinforzavano i tabù tradizionali greci. “The increasing penetration of Alexandria … by indigenous Egyptian views and attitudes may have helped to seal the fate of human dissection and vivisection in antiquity by reinforcing the reassertion of traditional taboos.” – (fr:3865) [La crescente penetrazione di Alessandria … da parte di vedute e atteggiamenti indigeni egiziani può aver contribuito a sigillare il destino della dissezione e della vivisezione umana nell’antichità, rinforzando la riaffermazione di tabù tradizionali.] Una testimonianza di Diodoro Siculo, benché non necessariamente accurata per l’epoca faraonica, riflette un atteggiamento popolare diffuso in età ellenistica: gli Egiziani “assumed that every person who applied force to the body of someone of the same race (homophylos), and caused wounds in it, was polluted” – (fr:3867, da 3866) [ritenevano che chiunque usasse violenza sul corpo di un appartenente alla stessa stirpe (homophylos) e vi provocasse ferite fosse impuro]. Tale sensibilità rese improbabile un’esplorazione scientifica del corpo umano libera da vincoli religiosi, nonostante la pratica della mummificazione avesse potuto offrire un momentaneo, indiretto stimolo ai primi anatomisti greci di Alessandria.
Il passo lascia tuttavia intravedere delle ambiguità: il possibile riferimento alla dissezione umana contenuto nel trattato Sul cuore (§ 10) viene discusso notando che “the text is ambiguous on several points: first, άττοθανόντος could refer either to a person or an animal; secondly, the hypothetical formulation … leaves open the question whether the experiment actually was performed” – (fr:3858) [il testo è ambiguo su diversi punti: in primo luogo, άττοθανόντος potrebbe riferirsi sia a una persona sia a un animale; in secondo luogo, la formulazione ipotetica … lascia aperta la questione se l’esperimento sia stato realmente eseguito]. Ciò dimostra come la documentazione antica non offra certezze univoche, ma il quadro complessivo delinea un passaggio dalla sperimentazione audace al riflusso teorico e culturale.
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30 Tabù egiziani, politica tolemaica e la breve stagione della dissezione umana: una difesa delle testimonianze su Erofilo ed Erasistrato
Il passo analizza le ragioni che determinarono la rapida scomparsa della dissezione e della vivisezione umana ad Alessandria dopo Erofilo ed Erasistrato, contestando al contempo le obiezioni mosse alle testimonianze di Celso e Tertulliano. Il nucleo dell’argomentazione è che un intreccio di condizionamenti religiosi, culturali e politici — legati in particolare all’influenza egiziana e al mutamento dell’atteggiamento dei sovrani tolemaici — ostacolò il mantenimento di una pratica scientifica che era fiorita sotto i primi Tolemei.
Già dalle fonti greche emerge una differenza sostanziale tra la mummificazione egiziana e la dissezione scientifica. Erodoto, nella sua minuziosa descrizione dell’imbalsamazione, «makes no mention of pollution or vilification» – (fr:3882) [non fa menzione di contaminazione né di denigrazione], ma il suo resoconto rivela una procedura che distrugge l’integrità anatomica: «the Egyptian embalmers scraped and drained out the brain piecemeal through the nostrils of the corpse, mangling it beyond anatomic recognition» – (fr:3893) [gli imbalsamatori egiziani raschiavano e drenavano il cervello a pezzetti attraverso le narici del cadavere, riducendolo a una poltiglia irriconoscibile dal punto di vista anatomico]. Al contrario, Erofilo «dissected the brain meticulously enough to distinguish its ventricles and to differentiate between several of its other parts with stunning and unprecedented accuracy» – (fr:3893) [sezionò il cervello con una meticolosità sufficiente a distinguerne i ventricoli e a differenziare molte altre sue parti con una precisione sorprendente e senza precedenti]. Il contrasto è, per l’autore, pari a quello tra religione e scienza, e dimostra che la mummificazione non costituisce un antecedente della dissezione scientifica.
Il passo insiste poi sul fatto che la società egiziana nativa era soggetta a tabù religiosi e morali altrettanto vincolanti di quelli greci: «native Egyptian society was no less under the constraints of religious and moral taboos than were Greek societies, and that medical progress, both in Egypt and in the Greek cities, was in part impeded by these taboos» – (fr:3892) [la società egiziana nativa era non meno soggetta ai vincoli dei tabù religiosi e morali di quanto lo fossero le società greche, e il progresso medico, sia in Egitto sia nelle città greche, fu in parte ostacolato da questi tabù]. Una delle manifestazioni di tali tabù sarebbe la pratica di espellere o ostracizzare l’imbalsamatore, che Kudlien interpreta come «a reflex of a very ancient rite of purification» – (fr:3889) [un riflesso di un antichissimo rito di purificazione].
Il mutamento del clima politico sotto i Tolemei è indicato come il fattore decisivo che spense l’interesse greco per la ricerca anatomica. I primi sovrani «had tried energetically and successfully to lure members of the Greek intelligentsia to Alexandria and had not made strong attempts to fuse Greek and Egyptian scientific culture» – (fr:3895) [avevano cercato con energia e con successo di attrarre ad Alessandria membri dell’intellighenzia greca e non avevano compiuto forti tentativi di fondere la cultura scientifica greca ed egiziana]. Con i Tolemei successivi, invece, crebbe l’influenza egiziana e alcuni sovrani divennero esplicitamente antigreci. La conseguenza fu che «enlightened Greek interest in scientific discovery that had been allowed to blossom – and that had made human dissection possible – under the early, pro-Greek Ptolemies now gave way to anxiety, to the Egyptian attitudes exemplified in Diodorus’ account, and conceivably in part even to a regressive infusion of the standards of native Egyptian medicine» – (fr:3921) [l’illuminato interesse greco per la scoperta scientifica che era stato permesso di fiorire – e che aveva reso possibile la dissezione umana – sotto i primi Tolemei filo-greci cedette ora il passo all’ansia, agli atteggiamenti egiziani esemplificati nel racconto di Diodoro, e forse in parte persino a un’infusione regressiva degli standard della medicina indigena egiziana]. A riprova di questa egittizzazione, Strabone attesta la compresenza di sepolture greche ed egizie nel sobborgo alessandrino della Necropoli, e Fraser vi legge «a very striking indication of the degree of fusion, both racial and cultural, which some sections at least of the population of Alexandria had undergone» – (fr:3898) [una prova molto evidente del grado di fusione, sia razziale che culturale, che almeno alcuni settori della popolazione di Alessandria avevano raggiunto], mentre molti Greci rimanevano ostili alla mummificazione.
L’autore non attribuisce la scomparsa della dissezione umana soltanto all’egittizzazione e ai tabù: «The Egyptianization of Alexandria, the emergence of the Empiricist school as a dominant force, and the reassertion of traditional taboos need not, however, alone be held accountable for the disappearance of human dissection» – (fr:3922) [L’egittizzazione di Alessandria, l’affermarsi della scuola empirica come forza dominante e la riaffermazione dei tabù tradizionali non devono tuttavia essere ritenuti gli unici responsabili della scomparsa della dissezione umana]. Si aggiungono «the periodic eruption of social and political instability, the fact that science did not always enjoy the security within the social order that it had under the first two Ptolemies, and the development of philology and exegesis rather than scientific research as the dominant and most respected brand of learning in Alexandria» – (fr:3923) [l’erompere periodico dell’instabilità sociale e politica, il fatto che la scienza non godesse sempre della sicurezza entro l’ordine sociale di cui aveva goduto sotto i primi due Tolemei, e lo sviluppo della filologia e dell’esegesi piuttosto che della ricerca scientifica come forma di sapere dominante e più rispettata ad Alessandria]. Quest’ultimo sviluppo fu favorito dalla crescita della Biblioteca e dal prestigio dei bibliotecari-eruditi. Di conseguenza, la breve durata della dissezione umana «is therefore not in itself sufficient or necessary reason to dismiss the testimonies of Celsus and Tertullian» – (fr:3925) [non è quindi di per sé una ragione sufficiente o necessaria per respingere le testimonianze di Celso e Tertulliano].
Contro l’obiezione che Galeno, pur elogiando Erofilo come dissettore, «never in his extant treatises alludes to Herophilus’ vivisection of humans» – (fr:3926) [mai nei suoi trattati esistenti allude alla vivisezione umana da parte di Erofilo], l’autore oppone che Galeno menziona un’opera perduta nella quale affrontava la vivisezione e che «more likely than not, this is the place, if any, where he would have discussed vivisections performed on human beings» – (fr:3927) [è più probabile che no, questo è il luogo, se mai lo fece, dove avrebbe discusso le vivisezioni eseguite su esseri umani]. Anche se il trattato riguardava principalmente animali, «this would surely have been a logical place to mention those vivisectors who had not confined themselves to animals» – (fr:3935) [sarebbe stato sicuramente un luogo logico per menzionare quei vivisettori che non si erano limitati agli animali]. In ogni caso «even if Galen never mentioned Herophilus’ vivisection of humans, an argument from silence would at best be inconclusive» – (fr:3938) [anche se Galeno non avesse mai menzionato la vivisezione umana di Erofilo, un argomento dal silenzio sarebbe al massimo inconcludente], tanto più che tra Celso e Galeno intercorrono circa centocinquant’anni e «much could have been lost in the roughly hundred and fifty years intervening between them – including Celsus’ source or sources» – (fr:3944) [molto potrebbe essere andato perduto nei circa centocinquant’anni che intercorrono tra loro – comprese la fonte o le fonti di Celso].
Un’ultima classe di obiezioni sostiene che Erofilo ed Erasistrato non avrebbero compiuto certi errori se avessero davvero vivisezionato esseri umani. A ciò il testo ribatte che «perceivers in different epochs and cultures do not necessarily always have the same perception when looking at the same object» – (fr:3946) [i percettori in epoche e culture diverse non hanno necessariamente sempre la stessa percezione quando guardano lo stesso oggetto]. L’esempio portato è quello di Erasistrato, che descriveva le arterie come contenenti solo aria, ma «of course acknowledged that blood spurts out when an artery is punctured, and he explained this through the principle of horror vacui … ‘the following up into the vacated space’ … blood rushes in from a vein or veins through synanastomoseis … to fill the potential vacuum» – (fr:3957) [naturalmente riconosceva che il sangue sgorga quando un’arteria viene punta, e lo spiegava mediante il principio dell’horror vacui … ‘il rincorrere nello spazio lasciato vuoto’ … il sangue affluisce da una vena o da vene attraverso sinanastomosi … per riempire il potenziale vuoto]. La sua dottrina fisiologica, per quanto errata, non è incompatibile con la pratica della vivisezione.
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31 L’anatomia del cervello e dei nervi in Erofilo: tappe di una rivoluzione neuroanatomica
Le conoscenze neuroanatomiche pre-erofilee, benché arricchite da osservazioni ippocratiche e aristoteliche, restavano frammentarie; solo con le dissezioni di Erofilo si giunse a una descrizione sistematica di ventricoli, nervi e membrane oculari, consacrando la sua fama di “padre della neuroanatomia”.
Il testo ripercorre lo sviluppo delle conoscenze sul cervello da Ippocrate a Erofilo, insistendo sulla fragilità delle prove anteriori. Già il Corpus Hippocraticum offriva molte osservazioni sulle malattie cerebrali, ma “there is little evidence of any direct knowledge on the anatomy of the brain” – (fr:4014) [vi sono scarse prove di una conoscenza diretta dell’anatomia del cervello]. La descrizione più compiuta, nel trattato Sulla malattia sacra, si limitava a notare che “il cervello degli esseri umani, come quello di tutti gli animali, è doppio, diviso nel mezzo da una sottile membrana…” – (fr:4015) [‘The brain of humans, like that of all animals, is double, being parted down its middle by a thin membrane…’] e vi giungevano due grosse vene da fegato e milza. L’autore conclude che “the anatomical knowledge displayed by Hippocratic authors tends not to extend beyond the level displayed in the preceding quotation” – (fr:4017) [la conoscenza anatomica mostrata dagli autori ippocratici tende a non superare il livello esibito nella citazione precedente].
I riferimenti a presunti precursori (Anassagora, Pitagorici, Filolao) sono giudicati “flimsy and problematic” – (fr:4011) [fragili e problematici]. Neppure Platone e Teofrasto mutarono la situazione: “neither Priscianus’ Metaphrasis of Theophrastus’ On Sense-perception … nor Theophrastus’ De sensibus shows any conclusive sign that Theophrastus moved far from Aristotle’s largely negative assessment … of the cognitive significance of the brain” – (fr:4036) [né la Metafrasi del De sensu di Teofrasto … né il De sensibus di Teofrasto mostra alcun segno conclusivo che Teofrasto si sia allontanato molto dalla valutazione in gran parte negativa di Aristotele sul significato cognitivo del cervello].
Aristotele, pur fornendo “a respectable account of the meninges (dura and pia mater), distinguishes between cerebrum and cerebellum, mentions a cavity in the brain, and discusses three controversial ‘ducts’ (poroi) which lead from the eye” – (fr:4048) [una descrizione rispettabile delle meningi (dura e pia madre), distingue tra cervello e cervelletto, menziona una cavità cerebrale e discute tre controversi «dotti» (poroi) che partono dall’occhio], restò ancorato a una fisiologia fantasiosa: per lui il cervello fungeva da “a sort of refrigerator which counterbalances the heat of the blood and to produce sleep” – (fr:4047) [una sorta di frigorifero che controbilancia il calore del sangue e produce il sonno].
Con Erofilo il quadro cambia radicalmente. Gli anatomisti moderni lo giudicano colui che “may rightfully be regarded as the father … of neuroanatomy” – (fr:4049) [può essere giustamente considerato il padre … della neuroanatomia], benché le fonti antiche abbiano tramandato soprattutto la nomenclatura: “what has survived most clearly and copiously is Herophilus’ innovative anatomical nomenclature rather than his anatomical descriptions or theories” – (fr:4050) [ciò che è sopravvissuto in modo più chiaro e abbondante è la sua nomenclatura anatomica innovativa piuttosto che le sue descrizioni o teorie anatomiche].
Tra i progressi spicca la distinzione dei ventricoli cerebrali: Erofilo “seems to have been the first anatomist to distinguish and describe the main ventricles of the brain” – (fr:4064) [sembra essere stato il primo anatomista a distinguere e descrivere i principali ventricoli del cervello], attribuendo rilievo fisiologico al quarto ventricolo per la vicinanza al midollo spinale. Descrisse per primo il calamus scriptorius, “calling it kalamos, ‘reed pen’, because it resembles the groove of a writing pen” – (fr:4067) [chiamandolo kalamos, «penna di canna», perché somiglia al solco di un calamo]; la Fig. 26 (p. 277 in Singer, 1956) ne mostra l’appropriatezza (fr:4073-4075). Un altro termine giunto fino a noi è torcular Herophili, la confluenza dei quattro seni venosi cranici: “torcular being a Latin translation of Herophilus’ label, lenos, ‘wine vat’ or ‘wine press’” – (fr:4067) [torcular è la traduzione latina del termine erofileo lenos, «tino da vino» o «torchio»]. Poiché una vera confluenza a forma di torchio è la norma nel bue ma rara nell’uomo, si è ipotizzato un uso di encefali bovini; il testo però precisa che “a ‘true’ torcular does, however, also occur in humans, though more rarely” – (fr:4069) [un vero torcular si verifica tuttavia anche nell’uomo, benché più raramente] e che la differenza principale sta nella divisione diseguale del seno sagittale umano (fr:4070), onde non è provato che Erofilo si basasse soltanto sul bue. La descrizione di una rete mirabile alla base del cervello (T121) è invece un indizio più solido dell’impiego di artiodattili (fr:4073).
Il contributo più spettacolare fu la scoperta dei nervi. Lo studio di Solmsen ha stabilito che “Herophilus has to be credited with first discerning the nerves” – (fr:4081) [Erofilo va accreditato come il primo a individuare i nervi]. Galeno lo colloca, insieme a Eudemo, fra “the first persons after Hippocrates to record carefully their dissections of the nerves” – (fr:4083) [le prime persone dopo Ippocrate a registrare con cura le loro dissezioni dei nervi], ma il testo avverte che “‘After Hippocrates’ here is no more than a standard reflex, a genuflection before the putative discoverer of everything a physician might ever wish to know, and it should therefore not be taken at face value” – (fr:4084) [«Dopo Ippocrate» qui non è altro che un riflesso standard, una genuflessione davanti al presunto scopritore di tutto ciò che un medico potrebbe desiderare di sapere, e non va quindi presa alla lettera]. Rufo di Efeso riferisce che Erofilo poneva l’origine dei nervi motori nel cervello e nel midollo spinale, e Galeno gli attribuisce “a detailed knowledge of more than seven pairs of cranial nerves, apparently including the optic, oculomotor, trigeminal, motor root of the trigeminal, facial, auditory, and hypoglossal nerves” – (fr:4085) [una conoscenza dettagliata di più di sette paia di nervi cranici, apparentemente includendo l’ottico, l’oculomotore, il trigemino, la radice motoria del trigemino, il facciale, l’acustico e l’ipoglosso]. Riguardo al sesto paio, Galeno spiega: “In regard to the sixth pair of nerves, neither one of its two units consists of a single nerve springing from either side of the brain, but each of the two consists of three nerves which come off from three roots. … We treat it, however, as a single pair, corresponding to the conception of Marinus…” – (fr:4088-4089) [Quanto al sesto paio di nervi, nessuna delle due unità è formata da un singolo nervo che origina da ciascun lato del cervello, ma ognuna è composta da tre nervi che partono da tre radici. … Lo trattiamo tuttavia come un unico paio, secondo la concezione di Marino…]; questi tre nervi sono stati identificati come glossofaringeo, vago e accessorio (fr:4093). Erofilo chiamò «forame cieco» il canale facciale: “it was Herophilus who first called it a ‘blind’ foramen” – (fr:4094) [fu Erofilo a chiamarlo per primo forame «cieco»]. La minuzia dell’esplorazione nervosa in un’epoca di strumenti limitati suscita profonda ammirazione: “the detailed nature of his exploration of the nervous system in an age of very limited technology deserves a generous measure of admiration” – (fr:4095) [la natura dettagliata della sua esplorazione del sistema nervoso in un’epoca di tecnologia molto limitata merita una generosa misura di ammirazione].
Nell’occhio, Erofilo individuò il nervo ottico e distinse quattro membrane, “possibly the sclera-cornea, iris, retina, and the choroid coat” – (fr:4097) [forse la sclera-cornea, l’iride, la retina e la coroide]. Anche qui le fonti esaltano la nomenclatura: “poros or ‘duct’ for the optic nerve and tract … ‘cobweb-like tunic’ and ‘net-like coat’” – (fr:4098) [poros o «dotto» per il nervo e il tratto ottico … «tunica simile a ragnatela» e «rivestimento a rete»], lasciando intravedere come, pur con la perdita delle descrizioni originali, i termini erofilei abbiano plasmato il lessico anatomico successivo.
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32 L’anatomia di Erofilo: nomenclatura, innovazione e il primo ritratto del fegato umano
Dai processi ossei ribattezzati con similitudini visive alla descrizione epatica che segna una svolta rispetto all’epatoscopia e ad Aristotele, il testo ripercorre il contributo di Erofilo all’anatomia antica.
Il frammento di trattato storico-scientifico analizzato esamina l’opera di Erofilo (IV-III sec. a.C.), mettendo in luce la sua terminologia anatomica creativa e la portata delle sue osservazioni autoptiche, con particolare attenzione al fegato e ad alcune strutture craniche. Già l’approccio alle fonti ne rivela la problematicità: il testimone T86, dal commento di Calcidio al Timeo platonico, accomuna Erofilo ad Alcmeone e allo storico Callistene come scopritori del nervo ottico “without differentiating between their contributions” – (frr. 4105‑4108) [senza distinguere i loro contributi]. L’inclusione di Callistene, “more of an historian than a philosopher or scientist” – (fr. 4109) [più storico che filosofo o scienziato], rende il resoconto poco affidabile e lascia “unclear how much of this description is actually derived from Herophilus” – (fr. 4113) [poco chiaro quanta parte della descrizione provenga effettivamente da Erofilo]. La testimonianza sulla retina è comunque coerente con la tendenza erofilea a coniare immagini folgoranti: la retina è descritta “‘like the skin of a grape’ for the choroid” – (fr. 4112) [“come la buccia di un acino d’uva” per la coroide], e le fonti parlano anche di “‘arachnoid’ or ‘cobweb-like tunic’ (T88), and ‘net-like coat’ (T89)” – (fr. 4120) [“aracnoide” o tunica simile a ragnatela, e rivestimento retiforme].
L’inventiva onomastica emerge con forza a proposito del complesso vago-glossofaringeo. Erofilo coniò il termine ‘styloid process’ (T90), ancora oggi in uso per designare un’apofisi ossea appuntita del temporale (fr. 4114). “As Galen suggests, Herophilus chose this name because the pointed process resembles the pens (called styloi, at least in Alexandria) that were used to write on wax tablets” – (fr. 4115) [Come suggerisce Galeno, Erofilo scelse questo nome perché l’apofisi appuntita somiglia agli stili usati per scrivere su tavolette di cera]. Non pago, lo stesso osso fu paragonato “to the tapering shape of the famous lighthouse on the island of Pharos” – (fr. 4117) [alla forma affusolata del celebre faro dell’isola di Faro], generando la variante ‘processo faroide’. Il testo chiarisce che l’espressione ‘columnar process’ nel testimone T91 non è un ulteriore sinonimo, ma “is due to the Arabic translator’s inconsistency; the Greek in both T90 and T91 would have been stylo-eides apophysis” – (fr. 4118) [dipende dall’incoerenza del traduttore arabo; il greco in entrambi i passi suonerebbe stylo-eides apophysis, processo stiloideo]. Questa terminologia dimostra “a sharp sense of visual similarities to establish an imaginative anatomic nomenclature” – (fr. 4116) [un fine senso delle somiglianze visive per creare una nomenclatura anatomica immaginifica].
Un altro nome erofileo dall’influenza meno duratura è quello dell’osso ioide, detto ‘assistant’ or ‘by-stander’ – (fr. 4119) [‘assistente’ o ‘astante’], dal greco παραστάτης (parastates), letteralmente ‘colui che sta vicino’ ma anche ‘difensore, compagno, aiutante’, impiegato da Erofilo anche per le vescichette seminali e le ampolle dei dotti deferenti (frr. 4133‑4134).
Il fulcro della discussione è però il fegato. Il frammento Fr6o è definito “the first classic description of the liver” – (fr. 4136) [la prima descrizione classica del fegato]. Erofilo per la prima volta descrive con precisione il fegato umano: “the anatomy of the human liver is here described accurately for the first time” – (fr. 4136). Diversamente dalla tradizione greca, che da Omero ad Aristotele si era basata sull’epatoscopia di animali sacrificali o sull’anatomia comparata, Erofilo “describes the shape of the human liver as well as its topographical relations to other organs in the abdominal cavity with admirable accuracy” – (fr. 4138) [descrive la forma del fegato umano e i suoi rapporti topografici con altri organi addominali con ammirevole precisione]. Sebbene resti un anatomista comparato, ad esempio confrontando il fegato umano con quello della lepre, “there can be no doubt that his description of the human liver is the product of meticulous autopsy” – (fr. 4139) [non vi è dubbio che la sua descrizione sia frutto di un’autopsia minuziosa]. Un ulteriore scarto rispetto al passato è la sua concezione dei vasi connessi al fegato, trattata più avanti nel libro (fr. 4140‑4141).
La distanza dai predecessori è resa esplicita: l’epatoscopia, per quanto ricca di terminologia, “relied exclusively on the livers of sacrificial animals, and it focused exclusively on surface features” – (fr. 4143) [si basava esclusivamente su fegati di animali sacrificali e guardava solo ai caratteri superficiali]. Gli autori ippocratici avevano un interesse più clinico che anatomico e una nomenclatura persino più ristretta di quella epatoscopica (fr. 4150); il fatto che lo scritto Sulla natura delle ossa assegni cinque lobi al fegato suggerisce che osservassero animali e non l’uomo (fr. 4151). Rispetto ad Aristotele, il quale riconosceva l’importanza vitale del fegato ma ne lasciava un’anatomia piuttosto limitata e comparativa (fr. 4155), Erofilo spicca. Aristotele “mentions the human liver as being ‘round like that of an ox’” – (frr. 4156, 4173) [menziona il fegato umano come “rotondo come quello di un bue”], un paragone plausibile ma isolato; si devono a lui i primi vaghi accenni all’istologia epatica e la descrizione dei dotti epatico e cistico (fr. 4174). Resta tuttavia Erofilo a offrire la prima descrizione dettagliata di grandezza, posizione, forma e consistenza del fegato umano. Il contemporaneo Erasistrato, più orientato alla fisiologia e alla patologia (produzione di bile, patogenesi dell’idropisia), avrebbe apportato contributi importanti, ma “Herophilus’ anatomical contribution remained unsurpassed until the second century a.d.” – (fr. 4175‑4176) [il contributo anatomico di Erofilo rimase insuperato fino al II secolo d.C.].
Nella cavità addominale Erofilo attirò l’attenzione anche su “some … glands (adenes) which are located there” – (fr. 4178) [alcune ghiandole che vi si trovano], indagate insieme al più giovane Eudemo. Sebbene Galeno non le identifichi, “the pancreas seems a good candidate” – (fr. 4179) [il pancreas sembra un buon candidato]; il contesto galenico discute la secrezione di succo gastrico, bile e un succo «ghiandolare» che rende verosimile tale identificazione (fr. 4180).
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33 Erofilo e l’anatomia: dal pancreas agli organi riproduttivi, con uno sguardo al sistema vascolare
Il testo offre uno spaccato dei contributi anatomici di Erofilo di Calcedonia, delineandone le scoperte su secrezione pancreatica, intestino tenue e apparati riproduttivi maschile e femminile, per poi introdurre il dibattito antico sul sistema vascolare.
Erofilo descrisse la secrezione della ghiandola pancreatica come «the ‘glandular’ secretion, he says, is ‘a viscous fluid, similar to saliva’» – (fr:4193) [la secrezione “ghiandolare”, dice, è “un fluido viscoso, simile alla saliva”]. Tale caratterizzazione appare coerente con il succo pancreatico limpido, acquoso e alcalino oggi noto: «This characterization seems most compatible with the clear, watery, alkaline juice which the pancreas contributes to the digestive process.» – (fr:4194) [Questa caratterizzazione sembra più compatibile con il succo chiaro, acquoso e alcalino che il pancreas contribuisce al processo digestivo].
Un suo lascito duraturo riguarda il nome del duodeno. «One part of the digestive tract – the first, shortest, and widest part of the small intestine – still owes its name, duodenum, to Herophilus: duodenum, ‘twelve each’, is a mutilated Latin version of Herophilus’ Greek name for it, dodekadaktylon or ‘twelve fingers [long]’.» – (fr:4195) [Una parte del tratto digerente – la prima, la più corta e la più larga dell’intestino tenue – deve ancora il nome, duodeno, a Erofilo: duodeno, “dodici ciascuno”, è una versione latina corrotta del nome greco erofileo, dodekadaktylon, ovvero “lungo dodici dita”]. Galeno gli riconosce questo merito in più occasioni, e lo stesso fa il medico bizantino Teofilo Protospatario (fr:4196‑4197).
Il progresso più dettagliato si registra nell’anatomia degli organi riproduttivi, basata sulla dissezione. Nel maschio Erofilo non solo riconobbe il collegamento tra testicoli e sistema dei dotti spermatici, ma ne distinse accuratamente le parti. Identificò e nominò l’epididimo: «he seems to have identified and named the epididymis {lit. ‘on or near the testicle’ (didymos)}» – (fr:4215‑4216) [sembra aver identificato e chiamato epididimo, lett. “sul o vicino al testicolo” (didymos)], termine ancora in uso: «To this day it bears the name Herophilus assigned it.» – (fr:4218) [Ancora oggi porta il nome che Erofilo le assegnò]. Individuò poi le ampolle (dilatazioni dei vasi deferenti), che chiamò «‘varix-like’ or ‘varicose assistants’» – (fr:4220) [“assistenti varicose” o “simili a varici”], perché la loro dilatazione ricorda le vene varicose e perché, nella sua fisiologia, “assistono” sia il trasporto sia la produzione del seme. Separò inoltre le due vescicole seminali indicandole come «glandular assistants» – (fr:4230) [“assistenti ghiandolari”], confinanti con i vasi deferenti e presenti una per lato. L’identificazione di queste formazioni con le vescicole seminali è ritenuta più plausibile rispetto all’ipotesi della prostata: «Some scholars have suggested that ‘glandular assistants’ refers to the prostate gland, but … makes their identification with the seminal vesicles more plausible.» – (fr:4231) [Alcuni studiosi hanno suggerito che “assistenti ghiandolari” si riferisca alla prostata, ma … rende più plausibile la loro identificazione con le vescicole seminali]. Che tale dettaglio anatomico derivi effettivamente dalla dissezione è confermato dall’amico di Agostino, Vindiciano, che afferma: «‘tearing open bodies, which the Greeks called “ dissection” [anatome]’ according to Herophilus is a witness to his views on spermatogenesis» – (fr:4232) [“squarciare corpi, che i Greci chiamavano ‘dissezione’ (anatomia)” secondo Erofilo è testimone delle sue opinioni sulla spermatogenesi].
Nell’anatomia femminile Erofilo abbandonò la tradizionale teoria dell’utero bicamerato, ma rimase prigioniero dell’analogia maschile. Le ovaie furono chiamate «‘twins’ (didymoi)» – (fr:4244) [“gemelli” (didymoi)] e descritte con l’affermazione «‘differ only a little from the testicles of the male’» – (fr:4244) [“differiscono solo un po’ dai testicoli del maschio”]. Pur scoprendo i tubi che partono dalle ovaie, continuò a chiamarli “dotti spermatici” e ritenne che ciascuno di essi «grows into the fleshy part of the neck of the bladder just like the male duct» – (fr:4246‑4247) [cresce nella parte carnosa del collo della vescica, proprio come il dotto maschile]. Questo errore, dovuto all’imposizione del modello maschile, fu ripetuto ancora quattro secoli dopo da Sorano di Efeso e corretto solo da Rufo e Galeno. Tuttavia, la scoperta delle ovaie e dei tubi, le osservazioni sulla cervice uterina e le sue modificazioni, la descrizione dei legamenti larghi, dei vasi sanguigni degli organi riproduttivi femminili e del cordone ombelicale rappresentano un incremento di conoscenza non meno notevole di quello conseguito per l’apparato maschile.
La sezione sull’anatomia vascolare presenta, prima di esaminare il contributo di Erofilo, lo sfondo delle teorie precedenti. «A brief look at some earlier theories might help us to evaluate the nature and magnitude of Herophilus’ contribution.» – (fr:4265) [Un breve sguardo ad alcune teorie precedenti potrebbe aiutarci a valutare la natura e la portata del contributo di Erofilo]. In esse il sistema vascolare aveva il capo come centro. Per Siennesi, i vasi principali partono dal capo e si incrociano nel torace, passando attraverso fegato e reni fino ai testicoli e al pene, senza menzionare il cuore; Diogene di Apollonia aggiunse i vasi degli arti e il concetto di ramificazione, con due grandi vene che conducono al cuore; Polibo descrisse quattro paia di vasi tutti originati dal capo. Queste ricostruzioni preparano il terreno per valutare il salto compiuto da Erofilo.
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34 Progressi e limiti dell’anatomia cardiovascolare da Empedocle a Prassagora
Una cronaca delle concezioni sul cuore e sui vasi sanguigni nel IV secolo a.C., tra intuizioni anticipatorie ed errori duraturi.
Già nel IV secolo a.C., la fisiologia platonica dei vasi come canali di irrigazione del corpo contenuta nel Timeo deriva ampiamente da Diogene di Apollonia: “many details of Plato’s description in the Timaeus of the blood vessels as irrigation channels which carry nutrition throughout the body are derived from Diogenes” – (fr:4279). Nello stesso dialogo Platone, sia pure nel quadro di un “racconto verosimile”, riconosce esplicitamente il cuore come nodo delle vene e sorgente del sangue che scorre in tutte le membra (“explicitly recognizes the heart as a ‘knot of veins and a source of the blood which races through all the limbs’” – fr:4280), segnando un progresso rispetto a chi, come Empedocle, aveva fatto del sangue – o del “sangue intorno al cuore” – il centro fisiologico di sensazione e pensiero (fr:4280, 4294), senza tuttavia descrivere i vasi né la loro connessione con il cuore (fr:4304).
Dai frammenti di Empedocle si deduce soltanto che egli immaginava il sangue in moto alterno, simile a un flusso e riflusso, e i vasi come dotti che sboccano nei pori della pelle, base anatomica della sua teoria della respirazione porale o cutanea, le cui tracce riaffioreranno nella ben più elaborata teoria galenica della respirazione arteriosa (“he conceived of the blood as constantly moving to and fro, like ebb and flow, and of the vessels as opening into the pores of the skin” – fr:4305).
Con Aristotele e Diocle di Caristo si giunge a un primo tentativo di descrizione organica del cuore come centro vascolare e dei vasi sanguigni, benché entrambi ricadano nell’errore di confermare il primato cognitivo e sensoriale del cuore (fr:4305). Aristotele riconosce con chiarezza che il cuore è l’organo da cui si dipartono tutti i vasi – concezione assai più netta del “sangue pericardico” empedocleo o del “nodo di vene” platonico (“clearly recognizes the heart as the organ from which all blood vessels arise” – fr:4306). Sembra anche essere stato il primo a osservare che il cuore consta di più camere, ma commette il singolare errore di affermare che tutti i grandi animali, uomo compreso, possiedono tre ventricoli (“he made the peculiar mistake of claiming that the hearts of all large animals, including humans, have three chambers of ventricles” – fr:4307). Aristotele ripete questa teoria in almeno tre trattati – Historia animalium, De partibus animalium, De somno – e non l’abbandonerà mai (fr:4308). Concepisce il sistema vascolare come un albero a doppio tronco che si diparte da una radice comune, il cuore (“a double-trunked tree springing from a common root” – fr:4309), ma non distingue terminologicamente vene e arterie, usando per entrambe lo stesso termine phlebs (fr:4327). La sua trattazione, seppur non sempre accurata, costituisce il primo ragionevole avvicinamento alla verità anatomica (“the first reasonable approximation of anatomical truth” – fr:4327) ed è illustrata da riferimenti figurativi come quello a Harris, 1973, Fig. 4 (fr:4331-4332).
Se il controverso frammento di Bruxelles attribuito a Vindiciano fornisce dati attendibili su Diocle di Caristo, questi avrebbe corretto l’errore aristotelico sul numero dei ventricoli cardiaci e descritto le due auricole del cuore, utilizzando però tale scoperta anatomica per ribadire il primato cognitivo dell’organo: il cuore è sempre sveglio, ascolta e comprende, “‘quia et aures habet ad audiendum’, ‘because it also has ears [auricles] for listening’” – (fr:4328). Diocle accoglie inoltre la differenziazione tra vena cava e aorta – già adoperata da suo padre Archidamo, da Aristotele e da alcuni scritti ippocratici – ma, come i predecessori, non giunge a una distinzione generale tra vene e arterie (fr:4328).
È Prassagora di Cos, maestro di Erofilo, a operare per primo una distinzione esplicita e complessiva tra arterie e vene, assegnando loro funzioni differenti (“Herophilus’ teacher, Praxagoras of Cos, seems to have been the first to make a general, explicit distinction between arteries and veins and to ascribe different functions to them” – fr:4346). Se Prassagora sostenesse che le arterie contenessero solo pneuma e non sangue è questione dibattuta, ma l’idea che le arterie veicolassero soltanto pneuma divenne assai influente e può aver ostacolato la scoperta della circolazione sanguigna (“the view that the arteries carry only pneuma … may have inhibited the discovery of the circulation of the blood” – fr:4347). Prima di Prassagora erano stati distinti in modo particolare l’aorta e la vena cava. Un notevole esempio di questa distinzione, tratto dal trattato ippocratico Sulle carni(De carnibus), recita: “‘For there are two blood vessels (phlebes) [proceeding] from the heart, the name of one being artery (arterie), of the other hollow vein (koilephlebs)’” – (fr:4348). Il passo colpisce perché impiega arteria nel senso di “arteria”, quando fino all’epoca aristotelica, e nell’uso popolare fino alla tarda antichità, il termine designava esclusivamente la trachea o i bronchi (fr:4348). Con Prassagora la distinzione si estende al riconoscimento di due sistemi vascolari separati: uno arterioso-pneumatico e uno venoso-ematico (“a clear recognition of two vascular systems: an arterial-pneumatic and a venous-haematic” – fr:4365). I frammenti superstiti del suo insegnamento non offrono però descrizioni anatomiche più dettagliate del cuore e dei vasi (fr:4366).
Quanto al Corpus ippocratico, i trattati più antichi tramandano un’informazione eterogenea e non sempre coerente sull’anatomia cardiaca e vascolare; le discussioni e le distinzioni più avanzate compaiono in opere coeve o posteriori a Erofilo (fr:4366). La rassegna documenta così la lenta stratificazione di un sapere che, accanto a intuizioni decisive e prime approssimazioni, porta con sé errori tenaci – dal triplice ventricolo aristotelico al cuore “udente” di Diocle – destinati a essere superati solo dall’anatomia ellenistica successiva.
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35 Conoscenza vascolare pre-alessandrina e il contributo di Erofilo: datazioni incerte e scoperte frammentarie
Il panorama delle conoscenze vascolari prima di Erofilo è segnato da testi di datazione controversa e da teorie fisiologiche disomogenee. Un nodo centrale è la distinzione tra vene e arterie, che compare in modo instabile in vari trattati ippocratici. Già nel Sulle articolazioni, come riportato, “veins (phlebes) and arteries (arteriai) are twice distinguished from one another” – (fr:4388) [vene (phlebes) e arterie (arteriai) sono distinte l’una dall’altra due volte], ma la data dell’opera resta incerta e alcuni la collocano non prima di Prassagora. Ancora più problematica è la compilazione caotica di Sulla natura delle ossa, che attinge a fonti di epoche diverse: un capitolo da Aristotele, uno dal Sulla natura dell’uomo, uno dalle Epidemie II; un capitolo in cui vene e arterie sono distinte “cannot… be earlier than Praxagoras, and might, of course, be much later” – (fr:4389) [non può… essere anteriore a Prassagora, e potrebbe, naturalmente, essere molto più tardo], mentre altri capitoli ignorano del tutto la distinzione, dando un quadro “vague and confused” – (fr:4390) [vago e confuso], nel quale i termini centrali restano spesso ambigui.
Anche laddove la distinzione sembra affermata, permangono dubbi semantici: nei passi di Sulle articolazioni “phlebes could refer to the vascular system, arteriai to the tracheal (or to all other ‘ducts’)” – (fr:4396) [phlebes poteva riferirsi al sistema vascolare, arteriai a quello tracheale (o a tutti gli altri ‘dotti’)]. Due ulteriori opere di data contesa, Sulle malattie IV e il frammento Sull’anatomia, offrono lampi di verità anatomica mescolati a incertezze cronologiche. Il frammento anatomico afferma che “From the heart a wide duct (bronchie) goes down into the liver, and along with the duct a vein (phlebs) called ‘large’, through which the whole body is nourished” – (fr:4409) [Dal cuore un ampio dotto (bronchie) scende nel fegato e, insieme al dotto, una vena (phlebs) detta ‘grande’, attraverso la quale tutto il corpo è nutrito]. Tuttavia, l’uso del termine bronchie e l’enfasi sulla vena come veicolo del nutrimento suggeriscono che l’arteria sia qui concepita come un condotto d’aria, in linea con Prassagora ed Erasistrato, quindi il frammento potrebbe post-datarli.
Anche tra i trattati ippocratici ragionevolmente anteriori a Prassagora ed Erofilo non emerge una teoria uniforme. L’autore di Sulle carni colloca correttamente il cuore come fonte centrale dei vasi sanguigni, tutti confluenti “into the artery and the hollow vein (vena cava), both of which proceed from the heart” – (fr:4414) [nell’arteria e nella vena cava, entrambe procedenti dal cuore]. Per contro, l’autore del Sulla natura dell’uomo (Pòlibo?) fa emanare le quattro paia di vasi principali dalla testa e non menziona il cuore, descrivendo vasi che “communicate with each other, those going from the inside outwards and those going from the outside inwards” – (fr:4416) [comunicano tra loro, quelli che vanno dall’interno verso l’esterno e quelli che vanno dall’esterno verso l’interno]; un’idea che alcuni storici hanno erroneamente scambiato per conoscenza della circolazione sanguigna. Più vicino a una verità anatomica è l’autore di Sui luoghi nell’uomo, che riconosce una libera comunicazione dei vasi, forse identificando perfino i capillari, ma ancora “still clung to the head as the main source of the vascular system” – (fr:4443) [restava ancorato alla testa come fonte principale del sistema vascolare]. Il quadro è completato dal Sul male sacro, dove il cervello è centro del sistema e non si distingue tra sistema tracheale e vascolare.
In questo contesto frammentario e ambiguo si inserisce il contributo di Erofilo. Pur con la cautela metodologica che lo portava a dichiarare “he did not know what to choose as the starting-point for a description of the vascular system” – (fr:4445) [di non sapere cosa scegliere come punto di partenza per una descrizione del sistema vascolare], egli introdusse innovazioni decisive. Aderendo alla distinzione del maestro Prassagora (vene dal ventricolo destro, arterie dal sinistro), Erofilo fu il primo a tentare di sottrarre l’arteria polmonare a uno status meramente venoso, chiamandola “artery-like vein” – (fr:4452) [vena arteriosa]. Inoltre, stabilì una distinzione anatomica, e non solo funzionale, tra vene e arterie, osservando che “the coats of the arteries are thicker than those of the veins (six times as thick)” – (fr:4453) [le tonache delle arterie sono più spesse di quelle delle vene (sei volte più spesse)].
La descrizione erofilea del cuore non è sopravvissuta, ma Galeno attesta una conoscenza, seppur approssimativa, delle valvole cardiache: Erofilo ne scrisse “in a careless way” – (fr:4458) [in modo trascurato], mentre Erasistrato lo fece con accuratezza; Asclepiade sostenne addirittura che Erofilo “did not see” – (fr:4459) [non vide] le valvole. Al tempo stesso, Erofilo commise l’errore di considerare “the auricles as part of the interior of the heart” – (fr:4454) [i padiglioni auricolari come parte dell’interno del cuore], e non semplici camere terminali delle vene cave e polmonari. Il suo inventario vascolare include la vena succlavia, vasi toracici, arterie carotidi, vasi della testa, della cavità addominale e degli organi riproduttivi, come i legamenti larghi e i vasi ovarici, descrivendo una connessione arteriosa e venosa tra utero e ovaia che “must win our undeserved admiration” – (fr:4461) [deve suscitare la nostra immeritata ammirazione].
Tra le descrizioni cefaliche spicca la rete mirabile alla base del cervello, formata dalle carotidi interne e paragonata a una rete. Questo reperto, che ebbe vasta fortuna nell’antichità, suggerisce però che Erofilo si basasse ancora, in parte, su dissezioni animali: “This description cannot readily be reconciled with human anatomy, whereas it is consonant with that of artiodactyls such as the ox, the pig, the sheep, or the goat” – (fr:4463) [Questa descrizione non si concilia facilmente con l’anatomia umana, mentre è in consonanza con quella degli artiodattili come il bue, il maiale, la pecora o la capra]. Al contrario, altre strutture vascolari cefaliche, come il torculare di Erofilo (confluenza dei seni venosi cranici) e i plessi corioidei, appaiono compatibili con l’anatomia umana, testimoniando un quadro conoscitivo composito, in parte conquistato sulla tavola anatomica umana, in parte sull’animale.
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36 L’eredità anatomica di Erofilo: dalle strutture cerebrali al fegato e agli organi femminili
L’indagine erofilea sui vasi cerebrali, sugli organi addominali e sulle gonadi femminili mostra un’anatomia che segnò un progresso radicale. La testimonianza combina frammenti diretti con la ricezione galenica, lasciando emergere sia conquiste terminologiche sia contraddizioni che alimentarono il dibattito.
Per il circolo cerebrale, Galeno riteneva che Erofilo avesse descritto la rete mirabile nel cervello umano, forse per la sua fama di dissettore di uomini: «Galeno sembra aver supposto che la descrizione erofilea della rete mirabile si riferisse al cervello umano, forse a causa della fama di Erofilo come dissettore di umani» – (fr:4476). Erofilo individuò i canali che drenano sangue dal cervello e la cui tonaca esterna è formata dalla dura madre, coniando il termine torcular, “torchio” o “tino”, sopravvissuto nella nomenclatura latina: «ancor oggi il nome datogli da Erofilo, ‘tino da vino’ o ‘torchio’, è sopravvissuto nella nomenclatura anatomica, benché nella sua traduzione latina, torcular» – (fr:4484). A lui si deve anche la prima descrizione dei plessi corioidei: «I plessi corioidei a cui Erofilo si riferisce, e che fu il primo a descrivere, sono porzioni altamente vascolarizzate della pia madre che sporgono nei ventricoli del cervello (T124)» – (fr:4485). La terminologia adottata è rimasta in uso: “corioideo” perché somigliava alla membrana fetale (chorion), plexus perché formato da reti contorte di vasi anastomizzati: «ancora una volta il nome introdotto da Erofilo è durato: ‘corioideo’ per la somiglianza con la membrana fetale, conosciuta fin dall’antichità greca come chorion; ‘plesso’ o ‘qualcosa di attorcigliato’ (systremma) perché sono reti attorte di vasi che si intrecciano o si anastomizzano» – (fr:4486). Erofilo riconobbe correttamente la natura vascolare dei plessi, affermando che sono «plessi di vene e arterie tenuti insieme da membrane sottili» – (fr:4487 / T124), e, secondo l’implicazione di Galeno, la loro sporgenza nei ventricoli.
Lo sguardo di Erofilo si estendeva all’intero sistema vascolare. Galeno nota che «Erofilo scrisse anche sull’anatomia delle vene» (fr:4489) e il contesto suggerisce che intendesse i vasi addominali, perché subito prima aveva implicato che Erofilo acquisì la conoscenza della cavità addominale tramite dissezione. La conferma giunge dal lungo frammento sul fegato (Fr60) e dall’affermazione che «le vene del mesentere terminano nelle ghiandole linfatiche del mesentere» – (fr:4490 / T127). Pur scambiando probabilmente i vasi linfatici per vene, «le ‘vene’ a cui si riferisce sembrerebbero essere i vasi linfatici del mesentere piuttosto che vasi sanguigni, ma anche se Erofilo confuse vasi linfatici per vene, questo passaggio indica un interesse per i vasi della cavità addominale» – (fr:4491, 4497). L’ultima frase della stessa testimonianza – «tutte le altre vene risalgono verso le portae» (la fessura trasversa inferiore del fegato, T127) – costituisce il primo riconoscimento della funzione della vena porta epatica come meccanismo di raccolta per tutte le vene assorbenti dell’intestino: «l’ultima frase nella stessa testimonianza […] indica il primo riconoscimento della funzione della vena porta epatica come meccanismo di ricezione per tutte le vene assorbenti nell’intestino» – (fr:4498). Tale scoperta dirottò la ricerca epatica su binari completamente nuovi: «Con [questa] scoperta… Erofilo diresse la ricerca sulla funzione del fegato su corsi interamente nuovi. Da allora le idee che le persone avevano sui processi di assorbimento formarono il perno su cui ruotavano le loro nozioni sulla funzione del fegato. Tutte le rappresentazioni successive della fisiologia del fegato partirono da questa base.» – (fr:4499-4501).
La descrizione erofilea del fegato, conservata nel De anatomicis administrationibus di Galeno, mostra una notevole attenzione alla variabilità. «Neppure negli esseri umani il fegato è simile in tutti quanto a grandezza e numero di lobi» – (fr:4542). Erofilo scrive: «Il fegato umano è di buona grandezza, più grande che in certi altri animali di pari stazza. E dove tocca il diaframma, è convesso e liscio, ma dove tocca la cavità addominale e la sua convessità, è concavo e disuguale. Qui può essere paragonato a una certa fessura attraverso la quale anche negli embrioni la vena ombelicale si estende naturalmente al suo interno. Il fegato non è simile in tutti, ma diverso in diverse creature, in larghezza, lunghezza, spessore, altezza, numero di lobi, e nell’irregolarità sia anteriormente – dove è più spesso – sia alle parti circolari superiori, dove è sottile. In alcuni non ha nemmeno lobi, ma è completamente rotondo e non articolato, mentre in altri ha due lobi, in altri ancora di più, e in molti anche quattro lobi.» – (fr:4543-4548). Galeno giudica corretta questa descrizione e aggiunge che Erofilo, nel libro II degli Anatomica, aveva osservato come solo in pochi umani, ma in parecchi animali, il fegato occupi parte del lato sinistro, versione che egli stesso verificò: «Erofilo scrisse che in [solo] pochi esseri umani ma in non pochi altri animali il fegato occupa alcune parti del lato sinistro. […] come scrisse Erofilo, massimamente nel caso della lepre» – (fr:4550-4551).
L’indagine erofilea sugli organi genitali femminili, riportata da Galeno nel De semine, combina precisione descrittiva con un errore fisiologico che Galeno non manca di rilevare. «Erofilo, tuttavia, dice che il seme delle femmine viene in qualche modo emesso all’esterno, benché abbia scritto con accuratezza dei ‘testicoli’ [ovaie] nelle femmine nel libro III della sua Anatomia» – (fr:4569). La descrizione che segue è la prima chiara individuazione delle ovaie e di parte delle tube di Falloppio: «Due “testicoli” (didymoi [ovaie]) sono attaccati all’utero sui lati, uno per parte, e differiscono solo poco dai testicoli del maschio» (fr:4569). «Nelle femmine i due “testicoli” [ovaie] sono attaccati a ciascuna delle due spalle dell’utero, uno a destra, l’altro a sinistra, non entrambi in un unico scroto ma ciascuno separato, racchiusi in una sottile pelle membranosa. Sono piccoli e piuttosto piatti, simili a ghiandole, fibrosi al loro rivestimento ma facilmente danneggiabili nella carne, proprio come i testicoli dei maschi. Nelle cavalle sono anche piuttosto grandi. E sono attaccati all’utero con un non piccolo numero di membrane e con una vena e un’arteria che dall’utero si innestano in questi “testicoli”.» – (fr:4570-4574). Quanto al dotto spermatico, Erofilo lo descrive come poco evidente, attaccato all’utero dall’esterno e convoluto come quello maschile, ma lo fa terminare erroneamente nel collo della vescica: «Il dotto spermatico da ciascun “testicolo” non è molto evidente, ma è attaccato all’utero dall’esterno, … e il dotto spermatico da ciascun testicolo cresce nella parte carnosa del collo della vescica, proprio come il dotto maschile, … Qui [all’altezza del collo della vescica] termina anche, come il pudendo che penetra all’interno da entrambi i lati. Ma il “assistente varicoso” (parastates kirsoeides) non si osserva nella femmina.» – (fr:4575-4580). Galeno obietta: «Benché avesse descritto con accuratezza la posizione, la grandezza e la natura dei testicoli negli animali femmine …, poi riguardo al dotto spermatico disse correttamente che è attaccato all’utero dall’esterno su entrambi i lati, ma sbagliò dicendo che non è molto evidente (poiché è di dimensioni considerevoli), e dopo ciò commise un errore molto maggiore dicendo che si inserisce nel collo della vescica in modo simile a quello del maschio.» – (fr:4562).
Nonostante le lacune e le contraddizioni, l’insieme delle testimonianze configura un’anatomia radicalmente innovativa. «L’attenta anatomia del cervello, la distinzione dei ventricoli cerebrali, la scoperta dei nervi, la descrizione delle tuniche dell’occhio, la classica descrizione del fegato, l’identificazione del duodeno e l’indagine sulle ghiandole, l’accurata differenziazione delle varie parti del dotto spermatico, la scoperta delle ovaie e di almeno parte delle tube di Falloppio, la prima distinzione anatomica generale tra arterie e vene, la scoperta e l’attribuzione dei nomi a strutture vascolari come il torcular Herophili e i plessi corioidei – tutto questo costituisce un risultato straordinario che, se le opere di Erofilo fossero sopravvissute, avrebbe forse già da tempo reso più salda la designazione, percettiva, di Falloppia, che chiamò Erofilo ‘il Vesalio dell’antichità’.» – (fr:4504).
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37 Erofilo e la nomenclatura anatomica: dallo «scuoiamento» al calamo del quarto ventricolo
Le testimonianze galeniche e tardo-antiche raccolte delineano alcuni aspetti peculiari del vocabolario anatomico introdotto da Erofilo, a partire dal termine δάρσις (scuoiamento) per descrivere i distacchi di membrane unite da legamenti sottilissimi. Galeno spiega che “He derived this noun from the verb ‘I flay’ (dero), the noun being common both to the activity and to the ‘being acted upon’, just as the noun ‘incision’, which arose from ‘I incise’” – (fr:4709) [Egli derivò questo sostantivo dal verbo ‘scuoiare’ (dero); il sostantivo è comune sia all’attività sia all’‘essere subìto’, proprio come ‘incisione’, che da ‘incidere’ indica sia l’atto del chirurgo sia il taglio subìto dal corpo]. Con questa parola Erofilo descriveva la facile separazione, senza bisturi, della membrana che avvolge l’utero: “the uterus] the membrane enveloping it from all sides, there show themselves to you two cavities, of which the one allows itself to be separated from the other with the minimum of effort without the knife, by means of the process which Herophilus calls ‘flaying, excoriat ing’” – (fr:4711) [dalla membrana che avvolge l’utero da ogni lato si mostrano due cavità, la cui separazione avviene con minimo sforzo e senza coltello, mediante il processo che Erofilo chiama ‘scuoiamento, escoriazione’]. Tale distacco è possibile perché i tessuti sono tenuti insieme soltanto da “arachnoid like ligaments” – (fr:4712) [legamenti simili a ragnatele]. Anche l’attacco del diaframma al fegato, sebbene più tenace, rientra nella stessa classe: “By saying that the attachment of the diaphragm to the liver is an attachment in which separation is not easy, Hippocrates has shown that he uses the designation ‘attachment’ of those organs of which, ever since Herophilus, we say that their separation is achieved through ‘skinning’ and ‘flaying’” – (fr:4714) [Dicendo che l’attacco del diaframma al fegato è un attacco la cui separazione non è facile, Ippocrate ha mostrato di usare il termine ‘attacco’ per quegli organi di cui, a partire da Erofilo, affermiamo che la separazione si ottiene per ‘spellamento’ e ‘scuoiamento’]; infatti quell’attacco “consists of thin strands, similar to the threads of a spider’s web” – (fr:4716) [è formato da sottili filamenti, simili a fili di tela di ragno].
Riguardo al cranio, il testo ricorda che “Our head has five angular sutures, one bordering on the next; and only in the female is it, in fact, all the way around, as the anatomists Synanchus and Herophilus wrote” – (fr:4725) [La nostra testa ha cinque suture angolari, ciascuna confinante con la successiva; e soltanto nella femmina le suture sono disposte circolarmente, come scrissero gli anatomisti Synanchus ed Erofilo]. Al di sotto del cranio, che funge da elmo (μηχανή?), si trova una membrana con la cute e i capelli, che non hanno scopo ornamentale ma proteggono il cervello dal caldo e dal freddo (fr:4726-4727). Le tempie, poste sotto il cranio, contengono le vene pneumatiche del cervello; sopra di esse, le sopracciglia, fornite di peli, bloccano il sudore come un «punto di controllo» per impedire che offuschi gli occhi (fr:4728-4729).
La descrizione delle meningi precisa che “There are two membranes which envelop the brain like garments or coverings, one outside the skull, the other inside the skull” – (fr:4746) [Ci sono due membrane che avvolgono il cervello come vesti o coperture, una esterna al cranio e una interna]. Quella esterna (la dura madre) è “hard and thick in its composition” – (fr:4747) [dura e spessa per costituzione] e diventa “as much as four times thicker compared to its other parts at the middle of the suture of the skull, i.e. at the Λ-shaped suture” – (fr:4748) [fino a quattro volte più spessa rispetto alle altre parti in corrispondenza della sutura mediana del cranio, cioè della sutura a forma di lambda]. La piega che ne risulta, simile a un canale, fu chiamata dai seguaci di Erofilo πύελος (“tinozza”) e χώνη (“imbuto”): “This channel the followers of Herophilus called ‘tub’ as well as ‘funnel’ [infundibulum cerebri]. As the cavity which receives the [nerve] passages, it is called ‘tub’ on the basis of its shape, but ‘funnel’ on the basis of its function; for it is pierced downward by a perceptible passage, and consequently represents a funnel” – (fr:4749-4750) [Questo canale i seguaci di Erofilo chiamarono ‘tinozza’ e anche ‘imbuto’ (infundibulum cerebri); come cavità che accoglie i passaggi nervosi, è detta ‘tinozza’ per la forma, ma ‘imbuto’ per la funzione: è infatti perforato verso il basso da un condotto percettibile, rappresentando così un imbuto].
L’organizzazione ventricolare del cervello è collegata alla nomenclatura erofiliana delle sue parti. Poiché tutti i nervi posti sotto il capo originano dal cervelletto (parenkephalis) o dal midollo spinale, il ventricolo del cervelletto doveva essere grande e ricevere lo pneuma psichico preparato nei ventricoli anteriori (laterali): “the passage entering into it from the anterior ventricles is very large indeed; by it alone does a connection between the ‘cerebellum’ (parenkephalis) and ‘cerebrum’ (enkephalos) exist” – (fr:4763) [il passaggio che vi entra dai ventricoli anteriori è molto grande, e per mezzo di esso soltanto esiste una connessione tra ‘cervelletto’ (parenkephalis) e ‘cervello’ (enkephalos)]. Erofilo e i suoi seguaci chiamavano enkephalos la parte anteriore – “anterior part was called by this name of the whole [sc. enkephalos, ‘brain’] on account of its size” – (fr:4765-4766) [la parte anteriore fu chiamata con il nome dell’intero (enkephalos, ‘cervello’) per via della sua grandezza] – e parenkephalis la parte posteriore, perché la parte anteriore si era già appropriata del nome del tutto (fr:4769-4770). Alcuni anatomisti considerano lo spazio in cui confluiscono i due ventricoli laterali come un quarto ventricolo, ritenendolo il più importante; “Herophilus, however, seems to assume that not this ventricle, but the one in the cerebellum (parenkephalis), exercises more control” – (fr:4791) [Erofilo, invece, sembra ritenere che non questo ventricolo, ma quello nel cervelletto (parenkephalis) eserciti un controllo maggiore].
La porzione visibile del quarto ventricolo quando si piega il processo vermiforme fu paragonata da Erofilo al solco scavato di un calamo: “Herophilus likened to the carved out groove of a pen [kalamos] with which we write” – (fr:4797) [Erofilo paragonò quel tratto al solco incavato di una penna (kalamos) con cui scriviamo]. Galeno spiega che la cavità presenta un’incisione mediana e due rilievi laterali, proprio come nelle penne fabbricate ad Alessandria, e che “it is likely that, when he was dissecting, he applied this name [sc. ‘pen’, kalamos], being induced to do so by the similarity of the image” – (fr:4799-4800) [è verosimile che, durante le dissezioni, egli abbia applicato questo nome (‘penna’, kalamos) indotto dalla somiglianza dell’immagine].
Infine, il testo sottolinea il contributo – e al tempo stesso il limite – di Erofilo ed Eudemo nella neurologia. Essi furono i primi dopo Ippocrate a descrivere con cura l’anatomia dei nervi, ma non chiarirono in quali paralisi viene colpita solo la sensibilità, solo la motilità volontaria o entrambe. La conoscenza delle origini nervose, ottenuta con la dissezione, permette invece di “more successfully treat the loss of sensation and movement in each part” – (fr:4802) [curare con maggiore successo la perdita di sensibilità e di movimento di ciascuna parte].
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38 I nervi e l’occhio secondo Erofilo: testimonianze e frammenti
Fin dai primi studi anatomici posteriori a Ippocrate, l’indagine sui nervi pose un problema irrisolto circa l’origine di ciascun nervo e le cause delle diverse forme di paralisi: “the beginning of each nerve?] was left undefined by Herophilus and Eudemus, the first persons after Hippocrates to record carefully their dissection of the nerves, it provided physicians with no small investigation into why some paralyses destroy only sensation, while others destroy voluntary motion, and others again destroy both.” – (fr:4804) [L’origine di ciascun nervo?] rimase indefinita da parte di Erofilo ed Eudemo, i primi dopo Ippocrate a registrare con cura la loro dissezione dei nervi, e ciò fornì ai medici non poca indagine sul perché alcune paralisi distruggano solo la sensibilità, mentre altre distruggano il movimento volontario, e altre ancora entrambi.] Nelle fonti antiche il nervo è definito come un corpo semplice e compatto, responsabile del movimento intenzionale ma pressoché invisibile durante la dissezione: “νευρόν έστιν άπλουν σώμα καί πεπυκνωμένον, προαιρετικής κινήσεως αίτιον, δυσαίσθητον κατά την διαίρεσιν.” – (fr:4806) [Il nervo è un corpo semplice e compatto, causa del movimento volontario, ma difficile da percepire nella dissezione.]
Sulla capacità sensoriale dei nervi si registrarono posizioni contrastanti. “κατά μέν ουν τον Έρασίστρατον καί Ήρόφιλον αισθητικά νεύρα εστιν κατά δέ Άσκληπιάδην ούδέ όλως.” – (fr:4807) [Secondo Erasistrato ed Erofilo esistono nervi capaci di sensazione; secondo Asclepiade, invece, per nulla.] Erasistrato distinse due tipi di nervi – sensoriali e motori – assegnando ai primi una cavità e un’origine nelle meningi, ai secondi l’origine nell’encefalo e nel cervelletto: “κατά μέν ουν τόν Έρασίστρατον … τώ ν μέν αισθητικών ά κεκοίλανται άρχάς εύροις άν έν μήνιγξι, τώ ν δέ κινητικών έν έγκεφάλω καί παρεγκεφαλίδι.” – (fr:4808) [Secondo Erasistrato, dei due tipi di nervi, sensoriali e motori, troveresti le origini di quelli sensoriali, che sono cavi, nelle meningi, e quelle dei motori nell’encefalo e nel cervelletto.] La posizione di Erofilo si concentrava invece sui nervi che rendono possibile il movimento volontario, facendoli derivare dall’encefalo e dal midollo spinale: “κατά δέ τόν Ήρόφιλον ά μέν έστι προαιρετικά, ά καί έχει την έκφυσιν άπό τού έγκεφάλου καί νωτιαίου μυελού, καί ά μέν άπό οστού είς όστούν … έμφύεται, ά δέ άπό μυός είς μύν, ά καί συνδεΐ τά άρθρα …”* – (fr:4809) [Secondo Erofilo, i nervi che permettono il movimento volontario hanno la loro origine dall’encefalo e dal midollo spinale, e alcuni passano da un osso all’altro, altri da un muscolo all’altro, e alcuni legano le articolazioni.]
La distinzione dei nervi cranici fu oggetto di lunga discussione. Galeno, descrivendo la dissezione, nota che dopo alcune paia di nervi se ne incontra un altro composto da due unità distinte. Marino aveva considerato queste quattro formazioni come un unico paio, benché si vedessero chiaramente due nervi per lato: uno anteriore che entra nel canale uditivo, l’altro nel foro della rocca petrosa. “But as the origin of each nerve of the two components of that unit lies close to the place of origin of the others, Marinus came to reckon these four nerves as a single pair, although we clearly see that two nerves come to both sides of the head, the right and the left, opposite the ears, and enter into two foramina, one anterior, that is the auditory canal, and the other in the petrous bone.” – (fr:4822) [Ma poiché l’origine di ciascun nervo delle due componenti di quell’unità si trova vicino al luogo di origine degli altri, Marino giunse a considerare questi quattro nervi come un unico paio, sebbene vediamo chiaramente che due nervi giungono a entrambi i lati del capo, destro e sinistro, all’altezza delle orecchie, ed entrano in due forami: uno anteriore, cioè il canale uditivo, l’altro nella rocca petrosa.] Il nervo posteriore è l’acustico; quello che entra nel foro cieco, il facciale, era ritenuto in precedenza non raggiungesse l’esterno, e proprio per questo Erofilo e i suoi seguaci lo chiamarono “cieco”. “Consequently Herophilus and his supporters named this foramen the ‘blind’ one …” – (fr:4826) [Di conseguenza Erofilo e i suoi sostenitori chiamarono questo forame “cieco”.] Galeno, pur riconoscendo la differenza, invita ad attenersi all’uso dei chirurghi moderni contando le due paia come quinto paio; ricorda inoltre che, mentre Marino enumerava sette paia di nervi cranici, Erofilo ne indicava più di sette. “… Marinus has concluded that there are seven pairs, whereas Herophilus says there are more than seven, regardless of the others.” – (fr:4826) [Marino ha concluso che vi sono sette paia, mentre Erofilo dice che ve ne sono più di sette, a prescindere dagli altri.] Un ulteriore nervo, che da Ippocrate in poi Marinus indicava come sesto paio, suscitava la credenza di un disaccordo tra i due anatomisti; Galeno tuttavia rinvia la questione a una discussione più ampia. “People believe that Marinus and Herophilus disagreed on this. But I do not need to tell you anything about the disagreement here, since the discussion of this pair - i.e. whether one should count it as the sixth, seventh, eighth, ninth, or still another pair of the nerves proceeding from the brain - has to do with another road, which is long.” – (fr:4831-4832) [Si crede che Marino ed Erofilo fossero in disaccordo su questo. Ma non ho bisogno di riferirti nulla del disaccordo qui, poiché la discussione su questo paio – se si debba contarlo come sesto, settimo, ottavo, nono o un altro paio dei nervi che procedono dal cervello – riguarda un’altra strada, che è lunga.]
Un contributo caratteristico di Erofilo è la denominazione dei nervi ottici come “passaggi” (πόροι), nome condiviso con Eudemo. “… the nerves that go to the eyes, which Herophilus as well as Eudemus call ‘passages’ (poroi).” – (fr:4842) [I nervi che vanno agli occhi, che Erofilo come anche Eudemo chiamano “passaggi” (poroi).] La scelta lessicale è giustificata dalla visibilità del loro lume, unico tra i nervi, e dal loro ruolo di via per il pneuma sensoriale: “The nerve which proceeds down from the brain to the e y e - which Herophilus and his followers in fact also call a ‘passage’ (poros), because its perforation [lumen?] alone [sc. unlike that of other nerves] is clearly visible - seems to me to exist as a pathway for sensory pneuma.” – (fr:4847) [Il nervo che discende dal cervello all’occhio – che Erofilo e i suoi seguaci chiamano anch’essi “passaggio” (poros), poiché la sua perforazione [lume?] è l’unica [a differenza degli altri nervi] chiaramente visibile – mi sembra fungere da via per il pneuma sensoriale.]
L’anatomia dell’occhio ricevette da Erofilo descrizioni destinate a restare. Secondo Calcidio, già Alcmeone, Callistene ed Erofilo avevano messo in luce l’esistenza di due stretti dotti che, contenendo pneuma naturale, connettono la sede cerebrale dell’anima alle cavità oculari, decorrendo inizialmente uniti per poi separarsi a mo’ di bivio: “duas esse angustas semitas quae a cerebri sede, in qua est sita potestas animae summa et principalis, ad oculorum cavemas meent naturalem spiritum continentes; quae cum ex uno initio eademque radice progressae aliquantisper coniunctae sint in frontis intimis, separatae bivii specie perveniant ad oculorum concavas sedes” – (fr:4852) [Che vi sono due stretti passaggi che, contenendo pneuma naturale, procedono dalla sede del cervello, dove ha sede la somma e principale potenza dell’anima, fino alle cavità degli occhi; e questi due passaggi, progredendo per un tratto da un unico inizio e dalla stessa radice, uniti nella parte interna della fronte, si separano poi come un bivio per raggiungere le sedi concave degli occhi]. La comune origine è provata dalla dissezione e dal fatto che gli occhi si muovono sempre all’unisono: “quod ex una sede progrediantur luciferae semitae, docet quidem sectio principaliter, nihilo minus tamen intellegitur ex eo quoque, quod uterque oculus moveatur una пес alter sine altero moveri queat.” – (fr:4853) [Che i passaggi portatori di luce procedono da un’unica sede, lo insegna principalmente la dissezione, ma lo si comprende non di meno anche dal fatto che ciascun occhio si muove insieme all’altro, e nessuno dei due potrebbe muoversi senza l’altro.] Intorno all’occhio si riconoscevano quattro tuniche di spessore disuguale: “oculi porro ipsius continentiam in quattuor membranis seu tunicis notaverunt disparili soliditate.” – (fr:4854) [Notarono poi che la struttura contigua all’occhio stesso consta di quattro membrane o tuniche di spessore disuguale.]
La tunica perforata (l’iride) è descritta da Erofilo come liscia esternamente, a contatto con la cornea, e ruvida sulla faccia opposta, “simile alla buccia di un acino d’uva” e ricca di vasi: “The perforated body … is smooth on the outside where it meets with the horn-like [coat …], but rough on the side that is turned away, as Herophilus says, resembling the skin of a grape, being interwoven with blood-vessels.” – (fr:4875) [Il corpo perforato … è liscio all’esterno dove incontra la tunica cornea, ma ruvido sul lato opposto, come dice Erofilo, simile alla buccia di un acino d’uva, intessuto di vasi sanguigni.] Per queste caratteristiche la tunica riceveva più nomi: “This coat … is called the ‘second’ on account of its position, ‘perforated’ on the basis of its structure, ‘grape-like’ on the basis of the resemblance, and ‘chorioid’ on the ground that it is interlaced with blood-vessels like the foetal membrane (chorion).” – (fr:4877) [Questa tunica è chiamata “seconda” per la sua posizione, “perforata” per la sua struttura, “a forma di uva” (ragoeides) per la somiglianza, e “corioidea” perché intrecciata di vasi come la membrana corion.]
Procedendo verso l’interno, le due tuniche esterne (cornea e corioidea) si uniscono posteriormente, attraversano il foro tra le ossa e aderiscono alla membrana cerebrale. Dietro la pupilla si apre uno spazio vuoto, e al di sotto si trova la tunica più sottile, che Erofilo battezzò “aracnoide” per la sua esilità: “sub his autem, qua parte pupilla est, locus vacuus est; deinde infra rursus tenuissima tunica, quam Herophilus arachnoidem nominavit.” – (fr:4880) [Sotto queste due tuniche, nella parte dove si trova la pupilla, vi è uno spazio vuoto; poi, al di sotto, una tunica sottilissima, che Erofilo chiamò aracnoide.] La terza tunica, che racchiude l’umor vitreo, conservava anch’essa il nome antico di “aracnoide” per la sua finezza, ma Erofilo introdusse un’ulteriore immagine: la paragonò a una rete da pesca che viene tirata su, donde l’appellativo di “retiforme”. “The third [coat] encloses vitreous liquid. The ancient name by which it is called is ‘cobweb-like’, on account of its fineness. But since Herophilus likens it to a casting-net that is drawn up, some also call it ‘net-like’.” – (fr:4891-4893) [La terza tunica racchiude il liquido vitreo. L’antico nome con cui è chiamata è “a guisa di ragnatela” (aracnoide), per la sua finezza. Ma poiché Erofilo la paragona a una rete da getto che viene tirata su, alcuni la chiamano anche “retiforme”.]
Infine, la nomenclatura erofilea si estese a strutture ossee. Il processo stiloideo del cranio, chiamato dagli altri “a punta di lesina” o “a punta di ago”, fu detto “stiloideo” da Erofilo perché ad Alessandria e in Oriente si usava la parola στῦλοι per indicare le penne con cui si scriveva sulle tavolette cerate: “Herophilus calls the process of the skull which others call ‘awl-pointed’ or ‘needle-pointed’, and which is a slender cartilaginous process, ‘styloid’. This is because many people in Alexandria … call the pens with which one writes upon waxed tablets ‘styloi’.” – (fr:4895-4896) [Erofilo chiama “stiloideo” il processo cranico che altri chiamano “a punta di lesina” o “a punta di ago”, un sottile processo cartilagineo. Questo perché molti ad Alessandria … chiamano “styloi” le penne con cui si scrive sulle tavolette cerate.] In un altro contesto muscolare, la radice di un muscolo (probabilmente il digastrico) è detta aderire al processo “colonnare” di Erofilo, corrispondente al processo stiloideo, che Galeno chiama a sua volta “a lesina” o “ad ago”: “its root [origin] adjoins the root of that part of the skull which Herophilus calls the ‘columnar’ process [processus styloideus] and which we call ‘awl-like’ or ‘needle-like’.” – (fr:4902) [La sua radice è contigua alla radice di quella parte del cranio che Erofilo chiama processo “colonnare” e che noi chiamiamo “a lesina” o “a ago”.]
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39 La nomenclatura anatomica di Erofilo: osso ioide, duodeno e vasi seminali
Le testimonianze antiche attribuiscono a Erofilo di Calcedonia una serie di termini anatomici pionieristici, fondati sulla dissezione, che segnano l’inizio di una nomenclatura sistematica e che resteranno in uso, con adattamenti, fino all’età moderna.
I frammenti superstiti dell’opera di Erofilo, per lo più mediati da Galeno, Rufo, Polluce e altri autori, consentono di ricostruire una terminologia originale che riguarda in particolare lo scheletro della gola, il primo tratto dell’intestino e gli organi riproduttivi maschili. L’aspetto più peculiare è la scelta di nomi derivati da una somiglianza visiva o da un rapporto di contiguità, spesso in concorrenza con denominazioni comuni di tipo descrittivo.
Per l’osso posto sotto le tonsille, che alcuni chiamavano “a forma di ipsilon” (hyoeidés), Erofilo adottò invece il nome di “assistente” (parastátēs), motivandolo con la sua vicinanza alle strutture circostanti. Rufo di Efeso riferisce:
“τό δέ υπό ταΐς άντιάσιν όστουν … οί μέν υοειδές διά τό σχήμα όνομά^ουσιν, ότι έοικεν τω Υ γράμματι· Ήρόφιλος δέ παραστάτην καλεΐ, ότι παρέστηκε ταΐς άντιάσιν” – (fr:4910) [L’osso sotto le tonsille … alcuni lo chiamano ‘a forma di Y’ per via della figura, poiché somiglia alla lettera Y; Erofilo invece lo chiama ‘assistente’ (parastates), perché sta accanto alle tonsille.]
La stessa informazione è ribadita da Polluce in termini quasi identici, sottolineando che il nome erofiliano sostituisce la designazione fondata sulla lettera.
“But Herophilus calls it ‘assistant’ (parastates), because
it ‘stands by’ (paresteke) the tonsils.” – (fr:4912) [Ma
Erofilo lo chiama ‘assistente’ (parastates), perché ‘sta accanto’
(paresteke) alle tonsille.]
“But Herophilus gave it the name ‘assistant’ (parastates) on
account of the fact that it ‘stands by’ (parestekenai) the
tonsils.” – (fr:4917) [Ma Erofilo gli diede il nome di
‘assistente’ (parastates) per il fatto che ‘sta accanto’ alle
tonsille.]
Alla stessa logica associativa appartiene il termine con cui Erofilo indicò il processo stiloideo, registrato da Galeno:
“In these [latter] animals … a muscle … springs from the cranium near the process which Herophilus calls the ‘pharoid’ (‘light house-like’, i.e., the styloid process).” – (fr:4904) [In questi animali … un muscolo … nasce dal cranio vicino al processo che Erofilo chiama ‘pharoid’ (‘simile a un faro’, cioè il processo stiloideo).]
Nel tratto digerente il contributo più noto riguarda la prima porzione dell’intestino tenue. Più testimonianze concordano sul fatto che Erofilo la denominò “dodekadáktylon” (lunga dodici dita), nome fondato su una misurazione effettiva. Galeno, descrivendo un grosso vaso che dalla vena porta si dirige verso l’intestino, scrive:
“From the portal veins of the liver a large vein grows out
and extends obliquely … along the middle of the growth called ‘twelve
fingers long’ [duodenum] by Herophilus.” – (fr:4926-4927)
[Dalle vene portali del fegato nasce una grossa vena e si estende
obliquamente … lungo il mezzo dell’escrescenza chiamata ‘lunga dodici
dita’ da Erofilo.]
“And he gives this name to the beginning of the intestine,
before it twists into convolutions.” – (fr:4928) [Ed egli dà
questo nome all’inizio dell’intestino, prima che si avvolga in
anse.]
La stessa affermazione ricompare in Oribasio, che precisa come dopo il duodeno l’intestino si pieghi formando numerose circonvoluzioni, porzione che i medici chiamavano “digiuno” (nêstis) perché sempre priva di cibo:
“After this [first part of the intestine], which is twelve fingers long, as Herophilus said correctly, the intestine bends downward into convolutions … This part they call the ‘fasting’ intestine [jejunum] because it is always found to be deprived of food.” – (fr:4936-4938) [Dopo questa [prima parte dell’intestino], che è lunga dodici dita, come Erofilo disse correttamente, l’intestino si piega in anse … Questa parte la chiamano ‘intestino digiuno’ perché si trova sempre privo di cibo.]
La misura erofiliana del duodeno è così radicata che ancora Teofilo Protospatario la ripete, parlando di un processo duodenale che “si estende per la grandezza di dodici dita”.
“Above the ‘fasting part’ [jejunum] lies the duodenal process … extending for the size of twelve fingers. For this reason Herophilus gave it the name ‘twelve fingers long’.” – (fr:4950-4951) [Sopra la ‘parte digiuna’ si trova il processo duodenale … che si estende per la grandezza di dodici dita. Per questo motivo Erofilo gli diede il nome ‘lungo dodici dita’.]
Galeno stesso, in un passo in cui lamenta l’assenza di un nome per il primo abbozzo dell’intestino, ricorda che alcuni anatomici lo chiamano semplicemente “escrescenza” o “escrescenza di dodici dita”, proprio perché Erofilo ne aveva indicato la lunghezza.
“For that reason the anatomists have simply called it ‘outgrowth’, but some speak of it also as ‘the outgrowth measuring twelve fingers’ [duodenum], because Herophilus has said that this is its length.” – (fr:4954) [Per questo motivo gli anatomici lo chiamano semplicemente ‘escrescenza’, ma alcuni parlano anche dell’‘escrescenza che misura dodici dita’, perché Erofilo ha detto che questa è la sua lunghezza.]
Accanto a questa misura puntuale, la tradizione conserva anche due indicazioni contrastanti sulla lunghezza complessiva dell’intestino umano. Teone di Smirne riporta che Erofilo affermava “28 cubiti, ossia quattro ebdomadi”:
“And Herophilus says, ‘The intestines of human beings are twenty-eight cubits long’, i.e., four hebdomads.” – (fr:4958) [Erofilo dice: ‘Gli intestini degli esseri umani sono lunghi ventotto cubiti’, cioè quattro ebdomadi.]
Anatolio, invece, riferisce la misura di “21 cubiti, cioè tre ebdomadi”:
“And Herophilus says, ‘The intestines of a human being are twenty-one cubits long’, which is precisely three hebdomads.” – (fr:4961) [Erofilo dice: ‘Gli intestini di un essere umano sono lunghi ventuno cubiti’, che corrispondono esattamente a tre ebdomadi.]
La divergenza, difficilmente sanabile, è probabilmente frutto di una corruzione nella tradizione manoscritta o di una diversa unità di misura; testimonia in ogni caso l’attenzione di Erofilo per i dati quantitativi, espressi anche attraverso il simbolismo numerico delle “ebdomadi”.
L’indirizzo erofiliano di attribuire nomi coniati sulla base di somiglianze morfologiche e rapporti spaziali ritorna con chiarezza nella descrizione delle vie seminali maschili. Galeno riferisce che Erofilo, notando la dilatazione dei vasi deferenti in prossimità del collo della vescica, simile a una vena varicosa (kirsós), li chiamò “parastátai kirsoeidêis” (assistenti variciformi):
“For the seminal vessels … after they have dilated and enlarged themselves, in the same way in which the veins dilate on which the disease named kirsos breaks out, … Herophilus has named them ‘varix-like parastates’ [ampullae of vasa deferentia].” – (fr:4964) [Poiché i vasi seminali … dopo essersi dilatati e ingrossati, allo stesso modo in cui si dilatano le vene sulle quali scoppia la malattia chiamata kirsos, … Erofilo li ha chiamati ‘parastati variciformi’ (ampolle dei dotti deferenti).]
Due altri dotti, di consistenza spugnosa e a contatto con la vescica, furono invece denominati “adenoeidêis” (ghiandolari), sempre con il termine “parastátai”:
“Bordering upon these two, two other ducts are found … and these two ducts Herophilus has called the ‘gland like’ — ‘glands’ being that ‘spongy flesh’ [vesiculae seminales].” – (fr:4970) [Accanto a questi due si trovano altri due dotti … e questi due dotti Erofilo li ha chiamati ‘a forma di ghiandola’ – essendo le ‘ghiandole’ quella ‘carne spugnosa’ (vescichette seminali).]
In un altro passo Galeno spiega che gli autori più antichi non esitavano a chiamare “vasi seminali” i canali che originano dai corpi ghiandolari, ma fu proprio Erofilo a introdurre l’espressione “parastátai adenoeidêis”, dopo aver per primo parlato di “parastátai kirsoeidêis” per i vasi che nascono dai testicoli:
“Herophilus was in fact the first to call them ‘glandular assistants’ (parastatai adenoeideis), because he had also been the first to call the vessels that grow from the testicles ‘varix-like assistants’ (parastatai kirsoeideis).” – (fr:4978) [Erofilo fu di fatto il primo a chiamarli ‘assistenti ghiandolari’ (parastatai adenoeideis), poiché era stato anche il primo a chiamare i vasi che crescono dai testicoli ‘assistenti variciformi’ (parastatai kirsoeideis).]
La stessa distinzione anatomica è ribadita nel De semine, dove si precisa che la parte del vaso seminale “che confina con l’asta [pene]” fu da Erofilo detta “parastates kirsoeides”:
“To the part of the seminal vessel bordering on the shaft [penis] Herophilus gave the name ‘varicose assistant’ (parastates kirsoeides).” – (fr:4988) [Alla parte del vaso seminale che confina con l’asta [pene] Erofilo diede il nome di ‘assistente varicoso’ (parastates kirsoeides).]
L’importanza attribuita da Erofilo alla dissezione come strumento di verifica della natura del seme è infine documentata da un frammento di Vindiciano, che riferisce come, secondo Erofilo e Erasistrato, il seme sia sangue: la dimostrazione starebbe proprio nello “squarciare i corpi” (anatomê), nella quale l’interno dei vasi seminali appare sanguigno mentre le porzioni più distali assumono via via il colore del seme.
“First, then, as Herophilus says, tearing open bodies, which the Greeks called ‘dissection’ (anatome), is a witness to this. For, the internal parts of those seminal vessels that are also at a more remote distance appear full of blood, whereas … the lower, more accessible ones have the colour of seed.” – (fr:4999-5001) [Per prima cosa, come dice Erofilo, lo squarciare i corpi, che i Greci chiamavano ‘dissezione’ (anatome), è testimone di ciò. Infatti, le parti interne dei vasi seminali che sono anche a maggiore distanza appaiono piene di sangue, mentre … quelle inferiori e più accessibili hanno il colore del seme.]
Oltre agli apparati sopra descritti, le fonti segnalano che Erofilo, insieme a Eudemo, diede impulso allo studio delle ghiandole addominali, in particolare di quelle che riversano un fluido vischioso simile alla saliva nell’intestino:
“About these glands no small investigation arose among anatomists, an investigation that received its first impetus from Herophilus and Eudemus.” – (fr:4921) [Su queste ghiandole sorse tra gli anatomici un’indagine non piccola, indagine che ricevette il suo primo impulso da Erofilo ed Eudemo.]
Nel complesso, i frammenti erofiliani mettono in luce una terminologia anatomica costruita sull’osservazione diretta (dissezione) e su criteri costanti: la forma (hyoeidés vs. parastátēs per l’osso ioide, kirsoeidḗs per la dilatazione varicosa, adenoeidḗs per la struttura spugnosa), la misura (il duodeno di dodici dita) e il rapporto di vicinanza (parastátēs come “chi sta accanto”). Tali denominazioni, penetrate nella tradizione medica attraverso Galeno, costituiscono uno dei primi esempi di nomenclatura specialistica e fondano un lessico che, per il duodeno e per la nozione di “parastati”, resterà a lungo operante.
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40 L’eredità di Erofilo nell’anatomia dell’apparato genitale femminile: testimonianze di Rufo, Sorano e Galeno
I frammenti raccolti illustrano il pensiero di Erofilo sul sistema riproduttivo, con particolare attenzione ai vasi seminali, alla morfologia dell’utero e dei suoi annessi e alla struttura del cordone ombelicale. Le citazioni provengono da Rufo di Efeso, Sorano e Galeno, che spesso confrontano le descrizioni erofilee con osservazioni proprie, mostrando sia la precisione sia i limiti dell’anatomista alessandrino.
Rufo riferisce che i vasi seminali sono quattro, due varicosi e due ghiandolari, e che la porzione dei vasi varicosi adiacente ai testicoli riceve il nome di “assistenti” (parastatai), sebbene per alcuni non vi sia differenza nel chiamare così tutti i vasi seminali: “τὰ δε σπερματικὰ ἀγγεῖα ἐστι μὲν τέσσαρα, δύο μὲν κιρσοειδῆ, δύο δὲ ἀδενοειδῆ· ἐκαλοῦντο δὲ καὶ γόνιμοι φλέβες, καὶ τῶν κιρσοειδῶν τὰ πρὸς τοῖς διδύμοις, παραστάται· ἐνίοις δὲ καὶ πάντα παραστάτας καλεῖν διαφέρει οὐδέν.” - (fr:5005) [I vasi seminali sono quattro in numero, due varicosi e due ghiandolari; erano chiamati anche vene riproduttive, e le parti dei vasi varicosi vicine ai testicoli sono dette parastatai (assistenti); per alcuni non fa differenza chiamare parastatai tutti i vasi seminali.]
Proprio sulla presenza dei parastatai varicosi nella femmina si registra un’aperta divergenza. Erofilo, infatti, negava che la femmina possedesse tali strutture: “σκεπτέον δέ καὶ εἰ τοῖς θήλεσι τὰ αὐτὰ πεποίηται, ὥσπερ καὶ τοῖς ἄρρεσιν· Ἡροφίλῳ μὲν γὰρ οὐ δοκεῖ τὸ θῆλυ κιρσοειδεῖς ἔχειν παραστάτας.” - (fr:5006) [Si deve esaminare se anche nelle femmine gli stessi vasi siano stati costruiti come nei maschi; Erofilo infatti non ritiene che la femmina abbia i parastatai varicosi.]
Tuttavia lo stesso Rufo contesta questa posizione sulla base di un’osservazione diretta su una pecora, in cui vasi divenuti varicosi si dipartivano dalle “testicoli” (le ovaie) e sboccavano nella cavità uterina, emettendo un liquido mucoso quando compressi; era opinione diffusa che tali vasi fossero seminali e appartenessero alla categoria dei varicosi: “ἐν δὲ προβάτου ὑστέρᾳ εἴδομεν ἐκ τῶν διδύμων πεφυκότα τὰ ἀγγεῖα κεκιρσωμένα ἑκατέρωθεν, συνετέτρητο δὲ ταῦτα εἰς τὸ κοίλωμα τῆς ὑστέρας, ἀφ’ ὧν ὑπόμυξον ὑγρὸν πιεζόντων ἀπεκρίνετο· καὶ ἦν πολλὴ δόκησις σπερματικὰ ταῦτα εἶναι, καὶ τοῦ γένους τῶν κιρσοειδῶν.” - (fr:5007) [Nell’utero di una pecora abbiamo visto vasi divenuti varicosi crescere da entrambi i “testicoli”, e questi si aprivano direttamente nella cavità dell’utero; quando venivano compressi, secernevano un liquido alquanto mucoso. Ed era larga convinzione che si trattasse di vasi seminali e appartenessero alla famiglia dei varicosi.]
Anche Galeno conferma che nei “testicoli” femminili si osservano vasi spermatici contenenti seme, simili a quelli maschili. Vicino alle ovaie sono larghi e cavi, poi si restringono per dilatarsi nuovamente in corrispondenza delle “corna” (keraiai), dove penetrano nell’utero: “καὶ μὴν καὶ τὰ ἀποφυόμενα τῶν ὄρχεων (sc. θήλειων) ἀγγεῖα τὰ σπερματικὰ πάλιν ὁμοίως φαίνεται περιέχοντα σπέρμα ὡς καὶ ἐπὶ τῶν ἀρρένων, ἐγγὺς μὲν αὐτῶν τῶν ὄρχεων εὐρέα τε ὄντα καὶ αἰσθητὴν ἔχοντα τὴν κοιλότητα, στενότερα δὲ καὶ οἷον ἀκοίλια γινόμενα μικρὸν ἀπωτέρω, εἶτα πάλιν εὐρυνόμενα παρὰ ταῖς κεραίαις, ἔνθα καὶ εἰς τὴν μήτραν καταφύονται.” - (fr:5031‑5032) [E invero anche i vasi spermatici che si dipartono dai “testicoli” femminili si osservano contenere seme, allo stesso modo che nei maschi: vicino ai testicoli stessi sono larghi e presentano una cavità percettibile, ma poco più lontano diventano più stretti e quasi privi di cavità; poi si dilatano di nuovo presso le “corna”, dove si inseriscono nell’utero.]
Galeno nota però un’importante lacuna negli anatomisti precedenti: né Aristotele né Erofilo né Eurifonte conoscevano gli sbocchi di questi vasi a livello delle corna uterine (dove essi effettivamente si inseriscono nell’utero), sebbene avessero descritto con accuratezza i vasi ghiandolari che raggiungono il collo della vescica: “ταύτας δὲ τὰς ἐμφύσεις οὔτε Ἀριστοτέλης οὔτε Ἡρόφιλος οὔτε Εὐρυφῶν οἶδεν … ἀλλὰ περὶ μὲν τῶν εἰς τὸν τράχηλον τῆς κύστεως ἐμφυομένων ἀκριβῶς εἴρηται αὐτοῖς, ὅτι τε εἰς τὸν αὐτὸν τόπον ἐμβάλλει, εἰς ὃν καὶ ἐπὶ τῶν ἀρρένων, καὶ ὅτι ἀδενοειδῆ ἐστι τὰ ἀγγεῖα ταῦτα καὶ ὅτι ἀπὸ τῶν διδύμων ἐκτείνεται, τῇ μήτρᾳ παραφυόμενα.” - (fr:5033, 5034) [Né Aristotele né Erofilo né Eurifonte conoscono queste inserzioni… Al contrario, riguardo ai vasi che si inseriscono nel collo della vescica, hanno detto con precisione che entrano nello stesso punto che nei maschi, che si tratta di vasi ghiandolari e che si estendono dai “testicoli” correndo lungo l’utero.]
La terminologia erofilea rivela una scelta precisa: Erofilo chiamava le ovaie “gemelli” (didymoi), e le “corna” si dirigono verso i condotti che provengono da esse assottigliandosi fino ad attaccarsi a ciascun “gemello” del proprio lato: “αἱ κεραῖαι … τελευτῶσιν εἰς ἀκριβῶς στενὰ πέρατα, συναπτόμενον ἑκάτερον αὐτῶν τῷ καθ’ ἑαυτὰ διδύμῳ. καλεῖ γὰρ Ἡρόφιλος οὕτω τὸν ὄρχιν.” - (fr:5063‑5064) [Le corna … terminano in estremità estremamente strette, ciascuna attaccata al proprio “gemello”; così infatti Erofilo chiama il testicolo/ovaia.]
Per quanto riguarda la forma dell’utero, esso somiglia nel corpo e nel fondo a una vescica urinaria, ma se ne discosta per la presenza di propaggini laterali mammellonari che si dirigono verso i fianchi: “τὸ δὲ σχῆμα αὐτῆς (sc. τῆς μήτρας) τὸ μὲν ἄλλο πᾶν σῶμα καὶ μάλιστα ὁ πυθμὴν κύστει ἔοικεν· καθ’ ὅσον δὲ ἔτι τῶν πλαγίων ἀποφύσεις ἔχει μαστοειδεῖς, πρὸς τὰς λαγάνας ἀνανευούσας, ταύτῃ οὐκέτι ἔοικεν.” - (fr:5045‑5046) [Quanto alla forma dell’utero, tutto il suo corpo e specialmente il fondo assomiglia alla vescica urinaria; ma nella misura in cui presenta sui lati diramazioni mammellonari che si sollevano verso i fianchi, non le somiglia più.]
Erofilo descriveva queste diramazioni paragonandole alla spirale di un semicerchio, mentre Diocle le assimilava a corna che crescono, coniando il termine “keraiai”: “αὐτῶν δὲ τούτων τὸ σχῆμα ὁ μὲν Ἡρόφιλος ἡμιτόμῳ κύκλου ἕλικι εἰκάζει, Διοκλῆς δὲ κέρασι φυομένοις, διὰ ταῦτα καὶ ὠνόμασε κεραίας παρωνύμως ἀπὸ τοῦ κέρατος.” - (fr:5047) [Erofilo paragona la forma di queste stesse diramazioni alla spirale di un semicerchio, mentre Diocle le paragona a corna che spuntano e per questo le chiamò “a forma di corno” (keraiai), derivando il nome da “corno” (keras).]
Il collo dell’utero è un altro elemento caratterizzato da vivide similitudini. Erofilo ne equiparava la natura all’estremità superiore della trachea: “εἰκάζει δὲ αὐτοῦ (sc. τοῦ τῆς μήτρας αὐχένος) τὴν φύσιν ὁ Ἡρόφιλος βρόγχου τῷ ἄκρῳ.” - (fr:5070) [Erofilo paragona la natura del collo dell’utero all’estremità superiore della trachea.]
Sorano, riprendendo l’immagine, aggiunge che la bocca del pudendo femminile, tenera e carnosa nelle vergini al pari di polmone o lingua, diventa callosa dopo il parto, assumendo l’aspetto di una testa di polpo o, appunto, della parte alta della trachea, proprio come sosteneva Erofilo: “ἐπὶ δὲ τῶν ἀποκεκυηκυιῶν τυλωδέστερον γίνεται, κεφαλῇ πολύποδος ἢ ἄκρῳ βρόγχου, καθώς φησιν Ἡρόφιλος, ὅμοιον.” - (fr:5077) [Nelle donne che hanno partorito diventa più calloso, simile alla testa di un polpo o all’estremità superiore della trachea, come dice Erofilo.]
Galeno osserva inoltre che il collo dell’utero è tortuoso e storto ogni volta che non vi transita né seme né feto, condizione che consegue alla sua costituzione equilibrata tra morbidezza e durezza: “μὴ τοίνυν ἔτι θαυμάζειν … ὡς ὁ τῶν ὑστερῶν αὐχὴν διέστραπταί τε καὶ σκολιός ἐστι κατὰ τὸν λοιπὸν ἅπαντα χρόνον, ἐν ᾧ μήτ’ εἴσω φέρεται τὸ σπέρμα μήτ’ ἔξω τὸ ἔμβρυον.” - (fr:5083‑5085) [Non stupirti più, dunque, se … il collo degli uteri è attorto e storto per tutto il resto del tempo, quando cioè non vi penetra né seme né ne esce il feto.]
Infine, il cordone ombelicale è descritto da Sorano come un insieme di quattro vasi, due venosi e due arteriosi, che convogliano al feto materia ematica e pneumatica. Contro l’opinione comune che voleva le vene inserite nel fegato e le arterie nel cuore, Erofilo sosteneva che le vene raggiungono la vena cava e le arterie l’“arteria spessa” (l’aorta) che decorre lungo le vertebre, dopo aver fiancheggiato lateralmente la vescica: “αὐτὸ δὲ τὸ ἐμβρύων ἐμφυόμενον εἰς σῶμα καλοῦμεν ὀμφαλόν. συγκέκριται δὲ <(ἐκ τεσσάρων)> τὸν ἀριθμὸν ἀγγείων, δύο φλεβωδῶν καὶ δύο ἀρτηριωδῶν, δι’ ὧν εἰς θρέψιν ὕλη αἱματικὴ καὶ πνευματικὴ παρακομίζεται τοῖς ἐμβρύοις … Ἡρόφιλος δὲ τὰς φλέβας μὲν εἰς τὴν κοίλην φλέβα, <τὰς> ἀρτηρίας δὲ εἰς τὴν παχεῖαν ἀρτηρίαν τὴν παρατείνουσαν τοῖς σπονδύλοις, πρὸ δὲ τῆς εἰς αὐτὴν ἐμφύσεως παρὰ τὴν κύστιν αὐτὰς πλαγιοφορεῖσθαι παρ’ ἑκατέρας πλευράς.” - (fr:5091‑5094) [Chiamiamo ombelico ciò che cresce nel corpo degli embrioni. È composto da quattro vasi, due venosi e due arteriosi, attraverso i quali materia ematica e pneumatica viene trasportata agli embrioni per nutrimento… Erofilo invece ritiene che le vene vadano alla vena cava e le arterie alla grossa arteria che si estende lungo le vertebre, e che prima di inserirsi in essa passino lateralmente alla vescica da entrambi i lati.]
L’insieme di queste testimonianze mostra come Erofilo, attraverso la pratica della dissezione, abbia introdotto una nomenclatura originale (parastatai, didymoi, keraiai), proposto paragoni anatomici durevoli e formulato ipotesi funzionali, anche là dove le osservazioni successive – in particolare di Rufo e Galeno – ne abbiano corretto o integrato i risultati.
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41 L’eredità anatomica di Erofilo nelle testimonianze antiche
Le fonti radunate, in gran parte galeniche, delineano il profilo di
Erofilo come il primo anatomista a fondare sistematicamente la
conoscenza sulla dissezione di cadaveri umani, distinguendosi dalla
prassi comune che si limitava agli animali. Questo principio
metodologico emerge con chiarezza là dove Galeno, citandolo a proposito
dell’anatomia uterina, ricorda che
“This I did not find in other living beings, except
occasionally in apes” – (fr:5106) [Questo non lo trovai in
altri esseri viventi, se non occasionalmente nelle scimmie,]
ma subito aggiunge
“I do not, however, disbelieve the fact that Herophilus often
found them in women” – (fr:5117) [Non metto tuttavia in
dubbio il fatto che Erofilo le abbia trovate spesso nelle donne,]
perché, spiega,
“he obtained the greater part of his new knowledge not, like
the majority [of physicians], from irrational animals but from human
beings themselves” – (fr:5118) [egli ottenne la maggior
parte delle sue nuove conoscenze non, come la maggioranza dei medici, da
animali privi di ragione ma dagli esseri umani stessi.]
L’autopsia umana è quindi il marchio di originalità che rende
attendibili descrizioni altrimenti inverificabili.
Nello specifico, Erofilo segnalava l’esistenza di quattro vasi
supplementari che dal peduncolo renale raggiungono l’utero:
“ετερα δε τέτταρα (sc. άγγεΐα) ούκ επί πασών γυναικών, άλλ’
εστιν έφ’ ών” , φησιν Ήρόφιλος, “τώ ν επί τούς νεφρούς ιόντων
άποφυόμενα είς τήν μήτραν εμβάλλει” – (fr:5105) [«Altri
quattro (vasi) – dice Erofilo –, non in tutte le donne ma in alcune, si
staccano da quelli che vanno ai reni e sboccano
nell’utero».]
Galeno precisa di averli osservati solo nelle scimmie, ma riconosce la
fondatezza dell’osservazione erofilea perché fondata sull’indagine
diretta. Lo stesso Erofilo aggiungeva che i vasi nutritizi dell’utero,
dai quali l’organo è sospeso, sono rivestiti da membrane le quali
“again and again become thicker, harder, and more callous in
women who have become pregnant several times” – (fr:5119)
[diventano sempre più spesse, dure e callose nelle donne che hanno avuto
molte gravidanze.]
Sul piano dell’anatomia vascolare sistematica, Erofilo è ricordato
per la sua onestà intellettuale: di fronte al problema del punto di
partenza per descrivere le vene,
“whether he said that he was at a loss concerning a
starting-point, as did Herophilus, or that he had a clear resolution, as
did many others … practically all of them nevertheless established their
instruction, at least, starting from the liver” – (fr:5124)
[sia che dichiarasse di essere in difficoltà sul principio, come fece
Erofilo, sia che avesse una soluzione chiara, come molti altri… quasi
tutti fondavano comunque il loro insegnamento proprio a partire dal
fegato.]
Questa ammissione di incertezza non gli impedì di formulare osservazioni
quantitative di notevole precisione. Galeno riporta infatti che
“Herophilus seems to have conjectured correctly when he stated
that the artery is six times as thick as the vein” –
(fr:5128) [Erofilo sembra aver congetturato correttamente quando affermò
che l’arteria è sei volte più spessa della vena,]
una differenza che egli riscontrava in quasi tutte le parti del corpo.
L’unica eccezione riguardava il polmone, dove il rapporto s’inverte. Lo
stesso Erofilo coniava una nomenclatura specifica:
“Herophilus calls the thickest and largest vein that proceeds
from the heart to the lung ‘artery-like’ (sc. the pulmonary artery);
for, in the lung the situation is the opposite … the veins there are
strong and very close in nature to arteries, whereas the arteries are
weak and very close in nature to veins” – (fr:5131-5132)
[Erofilo chiama la vena più spessa e più grande che dal cuore va al
polmone ‘simile a un’arteria’ (l’arteria polmonare); nel polmone infatti
la situazione è opposta … le vene vi sono robuste e prossime per natura
alle arterie, mentre le arterie sono deboli e prossime alle vene.]
Uno scolio galenico conferma che, proprio a causa di questa
inversione,
“only in the lung … the vein has the thickness of an
artery” – (fr:5141) [solo nel polmone … la vena ha lo
spessore di un’arteria.]
Il cuore stesso fu oggetto di osservazioni che segnarono una
divergenza con la tradizione eristratea e galenica. Galeno critica
Erofilo per aver considerato le orecchiette come parte interna del
cuore, aumentando così il numero degli orifizi:
“But if anyone were to postulate that the auricles are parts
of the interior, as does Herophilus, and thus to increase the number of
orifices, then in this, too, he will seem to differ both from
Erasistratus and from myself, since we have said that the total number
of orifices is four, for the four vessels of the heart” –
(fr:5157) [Se qualcuno postulasse che gli orecchiette sono parte
dell’interno, come fa Erofilo, e quindi accrescesse il numero degli
orifizi, anche in questo sembrerebbe differire da Erasistrato e da me,
poiché noi diciamo che il numero totale degli orifizi è quattro, per i
quattro vasi del cuore.]
Un’ulteriore divergenza terminologica riguardava le corde
valvolari:
“what Herophilus called ‘nerve-like strands’ Aristotle did not
call ‘nerve-like’ but simply ‘nerves’. These are the terminal points of
the membranes [valves] at the openings of the heart” –
(fr:5149-5151) [ciò che Erofilo chiamava ‘cordoncini nerviformi’
Aristotele non definiva ‘nerviformi’ ma semplicemente ‘nervi’. Sono i
punti terminali delle membrane (valvole) agli orifizi cardiaci.]
Galeno rimprovera però a Erofilo di averne scritto con negligenza, a
differenza di Erasistrato.
In ambito encefalico, il nome di Erofilo resta legato a strutture che
egli per primo descrisse e battezzò. Durante la dissezione della teca
cranica,
“try to force it up to the top where the two veins meet, the
area which Herophilus calls a ‘wine vat’ [torcular
Herophili]” – (fr:5175-5176) [cerca di spingerlo fino in
cima, dove le due vene si incontrano, l’area che Erofilo chiama ‘tino’
(torcular Herophili)],
spiega Galeno. La metafora industriale ricorre anche in un altro
passo:
“At the crown of the head the folds of the membrane that
conduct the blood come together into a common space like a cistern, and
for this very reason it was Herophilus’ custom to call it ‘wine vat’
(lenos)” – (fr:5180) [Alla sommità del capo le pieghe della
membrana che conducono il sangue si riuniscono in uno spazio comune
simile a una cisterna, e proprio per questo Erofilo era solito chiamarlo
‘tino’ (lenos).]
Dal torcular i seni venosi si irradiano come acquedotti che portano il
sangue alle strutture sottostanti.
Sempre nei ventricoli cerebrali si trova il plesso coroideo:
“Those around Herophilus call them ‘choroid twisted clusters’,
obviously naming them after the membranes (choria) which are wrapped in
a circle around the outside of foetuses” – (fr:5187) [Quelli
della cerchia di Erofilo li chiamano ‘ammassi coroidei attorcigliati’,
chiamandoli evidentemente dalle membrane (choria) che avvolgono
circolarmente il feto.]
Lo stesso Erofilo impiega l’aggettivo per indicare la meninge
interna:
“Herophilus also calls it ‘chorioid meninx’” –
(fr:5192) [Erofilo la chiama anche ‘meninge corioidea’,]
e identifica le ramificazioni nervose che da essa dipartono come i nervi
sensitivi e motori volontari,
“through which sensation and voluntary motion and all action
of the body are accomplished” – (fr:5194) [attraverso i
quali si compiono la sensazione, il movimento volontario e ogni azione
del corpo.]
Un’altra struttura vascolare che la tradizione connette con la scuola
erofilea è la rete mirabile, descritta come
“the ‘net-like plexus’ [rete mirabile], as it is called by
those around Herophilus” – (fr:5161) [il ‘plesso a forma di
rete’ (rete mirabile), come è chiamato da coloro che appartengono alla
scuola di Erofilo.]
Secondo la descrizione,
“when the carotid arteries ascend toward the brain, this is
where they are divided in many ways by the dura mater … They twist
around in many rows, as they would if you were to conceive of several
nets lying on each other” – (fr:5163-5164) [quando le
carotidi salgono verso il cervello, è qui che vengono divise in molti
modi dalla dura madre… Si attorcigliano in molti strati, come se si
immaginassero più reti sovrapposte,]
andando a occupare un’ampia regione che la scuola chiama
“base” del cervello. Questo plesso era ritenuto
responsabile dell’esaurimento del pneuma psichico durante lo sforzo
prolungato.
Il quadro si completa con il metodo d’indagine che Galeno attribuisce
esplicitamente a Erofilo:
“Just as Hippocrates recognized these things … by making an
incision in the skin … Herophilus later gained knowledge of it. He did
not confine himself to learning this from Hippocrates, but made an
effort to learn things from nature itself” – (fr:5198-5200)
[Come Ippocrate riconobbe queste cose … praticando un’incisione nella
pelle … così anche Erofilo in seguito ne acquisì la conoscenza. Non si
limitò ad apprenderle da Ippocrate, ma fece lo sforzo di imparare le
cose dalla natura stessa.]
Su questa base empirica egli compose, come Ippocrate, un trattato
sull’anatomia delle vene. L’insieme delle testimonianze restituisce
l’immagine di un anatomista che, pur tra incertezze e terminologie poi
criticate, portò la dissezione umana al centro dell’indagine medica e
lasciò un vocabolario descrittivo che la tradizione successiva non poté
più ignorare.
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42 L’eredità anatomica di Erofilo: fegato, vasi chiliferi, terminologia ossea e organi riproduttivi
Il testo raccoglie testimonianze e commenti sull’opera di Erofilo di Calcedonia, anatomista alessandrino del III secolo a.C., mettendo in luce innovazioni descrittive e terminologiche che hanno segnato la medicina antica. Vengono analizzati frammenti relativi al fegato umano, ai vasi del mesentere (precursori dei linfatici), alla denominazione delle ossa della gamba e alla fisiologia riproduttiva femminile, mostrando come Galeno e altri autori posteriori abbiano accolto, discusso o respinto tali acquisizioni.
Il fegato: due lobi, convessità/concavità e posizione
La descrizione del fegato attribuita a Erofilo viene giudicata da Galeno, a distanza di oltre quattro secoli, corretta e molto accurata (T60). “A measure of the anatomical advance represented by this fragment is the fact that Galen, about four and a half centuries later, still accepted Herophilus’ account as correct in all essential respects: ‘This Herophilus said correctly’ and ‘Herophilus writes very accurately [or: most accurately] about it’ (T60).” – (fr:5223) [Misura del progresso anatomico rappresentato da questo frammento è il fatto che Galeno, circa quattro secoli e mezzo dopo, accettava ancora la descrizione di Erofilo come corretta in tutti gli aspetti essenziali.] L’elemento più rilevante è l’individuazione di un fegato umano a due lobi, un dato che la tradizione prealessandrina non aveva mai espresso in modo inequivocabile. “Herophilus’ text is, however, unambiguous in this respect, and it is the first to describe a two-lobed human liver.” – (fr:5229) [Il testo di Erofilo è tuttavia inequivocabile al riguardo, ed è il primo a descrivere un fegato umano a due lobi.] Prima di lui, il numero dei lobi epatici costituiva un problema annoso, complicato dal ricorso a fegati animali: Ippocrate ne menziona cinque nel trattato Sulla natura delle ossa, mentre in Epidemie e nel Timeo platonico compare un solo lobo; Aristotele aveva notato la variabilità interspecifica senza però precisare la situazione umana (fr:5224-5232). Neppure dopo Erofilo la descrizione bilobata fu universalmente accettata: Celso descrive ancora un fegato a quattro lobi, lo pseudo-Rufo quattro o cinque (fr:5234-5235).
La terminologia erofilea per le superfici epatiche – convesso (κυρτός) e concavo (σιμός) – ebbe invece ampia fortuna. “Most other post-Alexandrian authors, including Galen and Pollux (Onomasticon 213), also seem to have adopted Herophilus’ terminology - convex (κυρτός) and concave (σιμός) - to distinguish the two sides of the liver.” – (fr:5249) [La maggior parte degli autori post-alessandrini, tra cui Galeno e Polluce, sembra aver adottato la terminologia di Erofilo – convesso e concavo – per distinguere le due facce del fegato.] La concavità, cui Erofilo fu apparentemente il primo a fare riferimento, corrisponde a depressioni prodotte dagli organi retrostanti e scompare quando il fegato viene rimosso dalla sua sede (fr:5253). Parlando del lato concavo, Erofilo indicava inoltre una «fessura» – verosimilmente la porta hepatis, solco da cui penetra la vena porta – e citava la vena ombelicale, che nell’antichità si credeva entrasse direttamente nel fegato fetale (fr:5254-5257). Quanto alla posizione, Erofilo corregge Aristotele, il quale collocava semplicemente il fegato a destra del diaframma e la milza a sinistra, precisando che “its largest part is on the right” – (fr:5267-5269) [la sua parte più grande è a destra]; la descrizione risulta sostanzialmente corretta perché il lobo epatico destro è il più voluminoso (fr:5270). Lo stesso Galeno confermò, esaminando la lepre – animale dalla lunga tradizione nell’anatomia comparata del fegato – che il fegato si estende nell’ipocondrio sinistro (fr:5271-5276).
I vasi speciali del mesentere e le ghiandole linfatiche
Il frammento di Galeno tratto dal De usu partium attesta che Erofilo aveva descritto sottili vasi mesenterici distinti da quelli che raggiungono il fegato. “First, throughout the mesentery [nature] created special veins [lymphatic vessels] which are devoted to the nourishment of the intestines themselves but which do not pass on into the liver.” – (fr:5206) [In primo luogo, attraverso tutto il mesentere, la natura creò vene speciali (vasi linfatici) destinate alla nutrizione degli intestini stessi, ma che non proseguono verso il fegato.] “For as Herophilus, too, says, these veins terminate in certain glandular bodies [lymphatic glands of the mesentery], although all the other veins proceed upward to the porta.” – (fr:5207-5208) [Come dice anche Erofilo, queste vene terminano in certi corpi ghiandolari (linfonodi mesenterici), mentre tutte le altre vene risalgono verso la porta.] Si tratta di una precocissima identificazione del sistema chilifero, secoli prima della riscoperta moderna dei vasi linfatici.
La tibia come kerkis e altre denominazioni ossee
In ambito osteologico, Erofilo introduce una particolarità terminologica. “One of the bones [of the lower leg], the inner one, is called kneme [tibia], and the part in front of it antiknemion [shin]. Herophilus, however, also calls the tibia kerkis [lit., ‘weaver’s shuttle; taper rod’].” – (fr:5214-5215) [Uno delle ossa della gamba, quello interno, è chiamato kneme (tibia), e la sua parte anteriore antiknemion (stinco). Erofilo, tuttavia, chiama la tibia anche kerkis (letteralmente ‘navetta del tessitore; asta affusolata’).] L’uso di kerkis per l’osso interno della gamba è un’innovazione lessicale che riflette l’attitudine di Erofilo a coniare o riadattare termini anatomici.
Il seme femminile, i parastatai e i didymoi
Sul fronte riproduttivo, Erofilo torna alla dottrina presocratica che attribuiva anche alla femmina l’emissione di seme, dopo il rifiuto aristotelico. “The seed in females is discharged: Herophilus here follows a long tradition, dating back to the Presocratics, that the female - like the male - secretes seed.” – (fr:5277) [Il seme nelle femmine viene emesso: qui Erofilo segue una lunga tradizione risalente ai Presocratici, secondo cui la femmina, al pari del maschio, secerne seme.] Tuttavia, a differenza di quanto lascerebbe credere la dossografia di Aezio (che attribuisce a Democrito e ad altri la presenza di parastatai femminili), Erofilo non applicò mai tale termine agli organi genitali femminili. “But as far as we know, Herophilus never used parastatai of any part of the female reproductive organs - only of the male (e.g. T 1 0 1 -T 103, T 105: Herophilus used parastatai, with different qualifiers, of the seminal vesicles and the ampullae of the vasa deferentia respectively).” – (fr:5288) [Per quanto sappiamo, Erofilo non usò mai parastatai per alcuna parte degli organi riproduttivi femminili – solo per quelli maschili (ad esempio, con diversi qualificatori, per le vescicole seminali e le ampolle dei dotti deferenti).] Anzi, “Herophilus in fact denied that women had what he called parastatai” – (fr:5294) [di fatto Erofilo negava che le donne possedessero ciò che lui chiamava parastatai]; furono Galeno e Rufo di Efeso, in epoca successiva, a immaginare strutture analoghe nelle femmine.
Altra innovazione terminologica erofilea è l’impiego di δίδυμοι (didymoi), «gemelli», per designare sia i testicoli sia le ovaie. “δίδυμοι (didymoi), ‘twins’: Herophilus was apparently the first to use it of the testicles and of the ovaries.” – (fr:5297) [didymoi (gemelli): Erofilo fu apparentemente il primo a usarlo per i testicoli e per le ovaie.] Il termine potrebbe essere penetrato nella traduzione greca della Settanta già durante la vita di Erofilo, come suggerisce Deuteronomio 11, testimoniando la rapida diffusione del lessico anatomico alessandrino (fr:5299-5300).
In sintesi, il materiale documenta un significativo avanzamento dell’anatomia descrittiva: dalla prima caratterizzazione del fegato umano a due lobi e dalla sua topografia precisa, alla scoperta di vasi mesenterici non epatopeti, fino all’originale nomenclatura di ossa e gonadi, Erofilo emerge come figura capace di fondare una terminologia duratura, accolta e discussa per secoli.
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43 Innovazioni anatomiche e pratiche controverse: le scoperte di Erofilo sull’apparato riproduttivo femminile e la vivisezione secondo le fonti antiche
Il brano percorre una serie di testimonianze e discussioni che ruotano attorno all’opera anatomica di Erofilo di Calcedonia, con particolare attenzione all’apparato genitale femminile e alla questione della vivisezione. Emerge un quadro in cui l’innovazione terminologica, il metodo analogico e le successive controversie attributive si intrecciano con valutazioni cliniche e problemi testuali.
Un primo elemento peculiare è il retroterra lessicale giuridico da cui Erofilo avrebbe attinto: un’antica legge assira prescriveva che “if a woman stretches out her hand and grabs him [sc. her husband’s opponent] by his ‘twins’ (didymoi, testicles), you will chop off her hand” – (fr:5302) [se una donna allunga la mano e afferra l’avversario del marito per i suoi “gemelli” (didymoi, testicoli), le si taglierà la mano]. Erofilo introdusse l’uso di δίδυμοι come sinonimo di ἀρχεῖς, estendendolo in particolare alle ovaie femminili, una scelta che trovò accoglienza sia in ambito medico – Galeno, Sorano – sia poetico, come nell’epigramma erotico di Filodemo in cui si minaccia di recidere i didymoi con un’ascia (fr:5303-5304).
La descrizione erofilea di ovaie e tube si fonda sul principio di analogia. Il testo riporta che “They differ only a little from … the male” – (fr:5312) [Differiscono solo un poco … dal maschio] e insiste con la locuzione “just like the testicles of the male” – (fr:5313) [proprio come i testicoli del maschio]. Tale analogismo, già ampiamente impiegato da Aristotele, produsse qui conseguenze notevoli, portando alla scoperta delle ovaie e di porzioni delle tube di Falloppio (fr:5312-5314), sebbene Erofilo commettesse un errore di rilievo sul decorso dei dotti spermatici, che Galeno in seguito biasima con vigore: “Subsequently he was much more mistaken” – (fr:5359) [In seguito si sbagliò molto di più], alludendo alla mancata osservazione dell’imbocco dei dotti stessi nell’utero.
Storicamente rilevante è la polemica sulla priorità della scoperta. La visione diffusa che attribuisce a Diocle di Caristo il ritrovamento di ovaie e tube poggia su un’affermazione ambigua di Wellmann, ma – come sottolinea il testo – nessuno dei frammenti di Diocle (frr. 25-9 Wellmann) regge una simile conclusione. Al contrario, Galeno dichiara senza mezzi termini che “Diocles must be numbered among those who were ignorant of the Fallopian tubes and of their attachment to the uterus” – (fr:5320) [Diocle dev’essere annoverato fra coloro che ignoravano le tube di Falloppio e il loro attacco all’utero], un punto che Wellmann stesso ammise tardivamente in nota. L’uso diocleo di ‘corna’ (κέρατα) per indicare escrescenze uterine è giudicato fittizio, in quanto tali formazioni erano immaginate all’interno della cavità uterina e non corrispondevano alle tube (fr:5321-5322). L’elogio sperticato che Galeno riserva alla precisione descrittiva di Erofilo, lode che solitamente spetta a un πρώτος εὑρετής, rappresenta una conferma indiretta della priorità erofilea (fr:5323).
Quanto ad Aristotele, il testo riconosce che poteva aver intravisto le ovaie, ma in maniera troppo vaga perché si possa parlare di una scoperta generalizzata. Egli conosceva ovidotti in alcuni animali e le gonadi di ricci di mare e ostriche; la menzione della kapria delle scrofe, un’escrescenza che veniva asportata per far ingrassare l’animale e ridurne l’appetito sessuale, potrebbe forse riferirsi a un’ovaia, ma Aristotele non estende mai il termine ad altre specie, né tantomeno all’anatomia umana (fr:5324-5334).
Molti dettagli anatomici della lezione erofilea sono esaminati con attenzione filologica. Una lezione discussa è εύθρυπτοι, letta «easily damageable» – (fr:5335) [facilmente danneggiabili] nel Parisinus, che ben si accorda con il confronto tra ovaie e testicoli maschili, la cui carne molle è protetta dall’epididimo (fr:5337-5338), e con l’uso affine nello pseudo-galenico Definitiones medicae (fr:5339-5340). La citazione di “mares” – (fr:5341) [cavalle] conferma che Erofilo continuò a ricorrere all’anatomia comparata persino dopo aver avviato la dissezione sistematica di corpi umani.
Riguardo alla sospensione delle ovaie, il passo afferma: “And they [the ovaries] are attached to the uterus” – (fr:5342) [Ed esse [le ovaie] sono attaccate all’utero], spiegando che le “membrane” menzionate da Erofilo sono identificabili con i legamenti larghi bilaminari e che in questo contesto l’anatomista descrive una vena e un’arteria. Il “spermatic duct” è chiaramente identificato con la tuba uterina (tuba uterina) – (fr:5344) [Il dotto spermatico: tuba di Falloppio]. Sempre nell’ambito della comparazione con l’apparato maschile, compare il cosiddetto “assistente varicoso” (κρισοειδής παραστάτης), che Erofilo nega esistere nella femmina. Galeno oscilla: in De usu partium attribuisce alla femmina un organo analogo, ma il passo è atetizzato da Helmreich perché assente nei migliori manoscritti e nella versione latina trecentesca (fr:5348-5354). Rufo di Efeso andrà oltre, affermando di aver osservato simili strutture in una pecora, ma rimettendo la certezza soltanto alle dissezioni (fr:5355).
Il problema del presunto errore di Erofilo sul decorso delle tube uterine è ulteriormente discusso con riferimento al giudizio di Galeno in De uteri dissectione e alla possibilità che Rufo di Efeso sia stato il primo a correggerlo, almeno nei vasi che “germogliano dai ‘testicoli’ … su ciascun lato dell’utero di una pecora e si aprono direttamente nella cavità uterina” (fr:5361-5363).
Una sezione finale illumina la prassi vivisettoria. Il brano trascrive parte del commento di Galeno a Epidemie ii.4.1, descrivendo la vena cava come “vena spessa” (Thick vein: vena cava), e passa poi a Celso, il quale riferisce degli medici rationales (fr:5385-5399). Il contrasto è con gli empirici, che respingevano sia la dissezione sia la vivisezione giudicata crudele e inutile. Celso è l’unica fonte che riporti in modo inequivocabile due fatti: “that Herophilus practised vivisection; that he did so on condemned criminals” – (fr:5399) [che Erofilo praticava la vivisezione; che lo faceva su criminali condannati]. I più tardi commenti di Agnello di Ravenna e dello pseudo-Giovanni Alessandrino (T63b-c) dipenderebbero direttamente o indirettamente proprio da Celso, rafforzando la testimonianza di una prassi eccezionale che marca la storia della medicina alessandrina.
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44 Testimonianze su Erofilo: la reticenza di Galeno e la polemica cristiana sulla vivisezione
Il testo analizza le fonti antiche su Erofilo, concentrandosi sulla reticenza di Galeno nel suo De sectis e sulla complessa testimonianza polemica di Tertulliano, che intreccia accuse di vivisezione, empietà e inutilità scientifica della dissezione praticata su esseri umani vivi.
Un primo nucleo di osservazioni riguarda il trattato De sectis di Galeno. Si nota un’assenza significativa: “In De sectis itself no mention is made either of Herophilus or of vivisection practised on criminals (indeed, throughout the treatise Galen is remarkably reticent about identifying individual adherents of the medical ‘schools’ he discusses; Erasistratus and Asclepiades, ch.5, 1 P.75K, are rare exceptions)” - (fr:5400) [Nel De sectis stesso non si fa menzione né di Erofilo né della vivisezione praticata sui criminali (in effetti, in tutto il trattato Galeno è notevolmente reticente nell’identificare i singoli aderenti alle ‘scuole’ mediche che discute; Erasistrato e Asclepiade, cap.5, 1 P.75K, sono rare eccezioni)]. Questa reticenza è messa in relazione con la tradizione manoscritta e i commentari: si cita il codice “Ambros.” - (fr:5402) e “C 108 inf.” - (fr:5403) e il suo legame con i commentari alessandrini al De sectis di Galeno, con un rimando a un capitolo precedente e agli studi di Beccaria (fr:5404, fr:5405). Viene inoltre brevemente discussa l’accuratezza di un’altra testimonianza e l’identità dei medici elencati da Vindiciano (fr:5406).
Il fulcro dell’analisi è però la testimonianza di Tertulliano, un testo di natura polemica che solleva questioni interpretative complesse. L’attacco di Tertulliano prende di mira la pratica anatomica di Erofilo, ma la natura esatta di questa pratica – se vivisezione o dissezione – è oggetto di dibattito. Un termine chiave è il verbo exsecuit: “exsecuit (‘cut up’): Some critics (n. 9) have argued that Tertullian is attacking Herophilus’ use of vivisection, but dissection might well be a target as well” - (fr:5415, fr:5416) [exsecuit (‘tagliò a pezzi’): Alcuni critici (n. 9) hanno sostenuto che Tertulliano stia attaccando l’uso della vivisezione da parte di Erofilo, ma anche la dissezione potrebbe benissimo essere un bersaglio]. L’ambiguità è acuita dal contesto: “‘Exsecuit’, ‘he cut up’, does not necessarily refer to the cutting of living humans, and ‘odiit’, ‘he hated’, could refer to Herophilus’ putative disrespect and irreverence toward the living as well as the dead, i.e. also to his violation of the taboo about desecrating corpses - a taboo that was shared by pagans and Christians alike” - (fr:5417) [‘Exsecuit’, ‘egli tagliò a pezzi’, non si riferisce necessariamente al taglio di esseri umani vivi, e ‘odiit’, ‘egli odiò’, potrebbe riferirsi alla presunta mancanza di rispetto e irriverenza di Erofilo verso i vivi come verso i morti, cioè anche alla sua violazione del tabù sulla profanazione dei cadaveri – un tabù condiviso sia dai pagani che dai cristiani].
Ciononostante, il testo fornisce quella che considera la prova più conclusiva che la vivisezione sia almeno parte del bersaglio polemico: “The most conclusive evidence that vivisection is, however, at least part of the target of Tertullian’s attack is the reference to ‘morte non simplici sed ipsa inter artificia exsectionis errante’, ‘not a simple death but one in the midst of the artificial processes of cutting-[a death] which is an error’” - (fr:5421) [La prova più conclusiva che la vivisezione sia, tuttavia, almeno parte del bersaglio dell’attacco di Tertulliano è il riferimento a ‘morte non simplici sed ipsa inter artificia exsectionis errante’, ‘non una morte semplice ma una che si smarrisce nel mezzo degli artifici del taglio’]. Tertulliano, infatti, suggerisce che il ‘taglio’ di Erofilo fosse non solo sacrilego e crudele, ma anche scientificamente inutile, perché la morte, specialmente se causata dalla vivisezione, altera il corpo, rendendo il cadavere una fonte inaffidabile per conoscere la costituzione e le funzioni del corpo vivente (fr:5422). Un’obiezione simile, si nota, era già stata sollevata dagli Empirici medici (fr:5423).
La polemica di Tertulliano si inserisce in un dibattito più ampio sulla natura del pneuma e dell’anima. “In Chapter 10 Tertullian is trying to refute the view that spintus [pneuma, ‘life-breath’; see next chapter] is a substance responsible only for respiration, and separable from the soul [anima], which is responsible for life” - (fr:5426) [Nel capitolo 10 Tertulliano cerca di confutare la visione secondo cui lo spiritus [pneuma, ‘soffio vitale’] è una sostanza responsabile solo della respirazione, e separabile dall’anima [anima], che è responsabile della vita]. Nel suo ragionamento, l’anatomia, e in particolare quella praticata con la vivisezione da Erofilo, non è in grado di fornire dati conclusivi su questa questione (fr:5427). Il valore di questa testimonianza polemica è discusso altrove nell’introduzione dell’opera (fr:5428, fr:5429), e viene ricordato come la polemica cristiana contro la vivisezione alessandrina trovi un ulteriore esempio in Sant’Agostino (fr:5430, fr:5431).
Altri dettagli emergono dalle note. La critica mossa da Tertulliano proviene da una fonte precisa, Sorano di Efeso, un medico della scuola Metodista. “m ilder Soranus: This probably is intended to imply that Soranus, although he possessed the same ‘foetus slaying’ instrument as Herophilus and Hippocrates, used it only for compelling surgical reasons and, faithful to his Methodist school of medicine, rejected dissection” - (fr:5411) [un Sorano più mite: Questo probabilmente intende implicare che Sorano, sebbene possedesse lo stesso strumento ‘uccisore di feti’ di Erofilo e Ippocrate, lo usasse solo per ragioni chirurgiche impellenti e, fedele alla sua scuola medica Metodista, rifiutasse la dissezione]. Sorano si opponeva non solo all’anatomia ma anche ad alcune forme di chirurgia, come il salasso (fr:5418, fr:5419). Il contrasto riguarda anche l’oggetto della pratica: “maiorum, ‘adults’: The contrast is apparently between Herophilus’ dissection of adults and the slightly more ‘acceptable’ - though, to a physician of the Methodist school, such as Tertullian’s source Soranus, still problematic - abortion of a foetus” - (fr:5408) [maiorum, ‘adulti’: Il contrasto è apparentemente tra la dissezione di adulti praticata da Erofilo e l’aborto di un feto, pratica leggermente più ‘accettabile’ – sebbene, per un medico della scuola Metodista come Sorano, la fonte di Tertulliano, ancora problematica].
Vengono poi discusse delle precisazioni terminologiche. L’enorme numero di vittime attribuito a Erofilo non va preso alla lettera: “T66 sexcentos (‘six hundred’) has been interpreted literally by a number of scholars (e.g. Schneider, 1967-9: vol. 11, p. 411), but it is of course a metonym for ‘innumerable’, ‘an immense number’ - similar to our ‘hundreds’ or ‘thousands’” - (fr:5413, fr:5414) [T66 sexcentos (‘seicento’) è stato interpretato letteralmente da vari studiosi, ma è ovviamente una metonimia per ‘innumerevoli’, ‘un numero immenso’ – simile al nostro ‘centinaia’ o ‘migliaia’]. Si segnala inoltre che il termine usato per dissezionatore, prosector, è un hapax legomenon, sebbene il suo significato base non sia in dubbio (fr:5409, fr:5410). Infine, l’analisi si chiude con un riferimento a Eudemo, contemporaneo di Erofilo, e all’uso dei verbi ίστορησάντων e Ιστορούμενης, che probabilmente rinviano al concetto empirico di historia, intesa come trasmissione di quanto stabilito tramite l’osservazione (fr:5437, fr:5438).
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45 Erofilo e l’innovazione anatomica: terminologia, dissezione e teorie oculari nei testimonia
I testimonia mostrano come Erofilo abbia affrontato l’ambiguità del lessico anatomico, introdotto l’uso specifico di poros per il nervo ottico in base a un lume osservabile, formulato la teoria delle quattro tuniche dell’occhio e praticato per primo la dissezione umana, segnando un salto metodologico rispetto alla tradizione.
Galeno suggerisce che Erofilo, al pari di lui, abbia affrontato di petto la natura relativistica e ambigua dei termini “inizio” e “fine” quando impiegati per descrivere inserzioni o origini di strutture anatomiche. “T71 Galen seems to suggest that Herophilus, like himself, squarely faced the problem of the relativistic and ambiguous nature of ‘beginning’ and ‘end’ when used in the description of insertions or origins of some anatomical structures.” – (fr:5451) [T71 Galeno sembra suggerire che Erofilo, come lui, abbia affrontato di petto il problema della natura relativistica e ambigua di ‘inizio’ e ‘fine’ quando usati nella descrizione di inserzioni o origini di alcune strutture anatomiche.] Ciò rappresenta un progresso rispetto alla sicurezza con cui “inizio” e “punto terminale” erano stati utilizzati nelle descrizioni anatomiche precedenti: “This represents an advance on the confidence with which ‘beginning’ and ‘terminal point’ had been used in previous anatomical descriptions.” – (fr:5452) [Ciò rappresenta un progresso rispetto alla sicurezza con cui ‘inizio’ e ‘punto terminale’ erano stati usati nelle precedenti descrizioni anatomiche.]
I testimonia T84–T89 potrebbero appartenere all’opera Sugli occhi di Erofilo, ma sono qui inclusi per il loro significato anatomico. In T85, Solmsen ha utilizzato il passo per concludere che Erofilo avrebbe ripreso la teoria pneumatica del movimento e della sensazione da Aristotele; tuttavia Galeno qui attribuisce a Erofilo soltanto il nome poros per il nervo ottico e la descrizione del suo lume come visibile, riservando a se stesso l’idea che il nervo serva da via per lo pneuma. “T85 This is one of two passages used by Solmsen (1961: i86ff.) as evidence for the conclusion that Herophilus took over the pneumatic theory of motion and sensation from Aristotle (and others), but Galen here is attributing to Herophilus only the name poros for the optic nerve and the description of its lumen as visible, apparently claiming for himself the view that this nerve serves as a pathway for pneuma.” – (fr:5457-5458) [T85 È uno dei due passi usati da Solmsen (1961: i86 sgg.) come prova per concludere che Erofilo avrebbe ripreso la teoria pneumatica del movimento e della sensazione da Aristotele (e altri), ma qui Galeno attribuisce a Erofilo soltanto il nome poros per il nervo ottico e la descrizione del suo lume come visibile, rivendicando apparentemente a sé l’idea che questo nervo serva da via per lo pneuma.] Il successivo T140 confermerebbe però la conclusione di Solmsen. “T 140 (below, Chapter vii) does, however, support Solmsen’s conclusion.” – (fr:5459) [T140 (più sotto, Capitolo vii) avvalora tuttavia la conclusione di Solmsen.]
La parola poros, che significa “dotto”, “passaggio” o “stretto”, era già stata impiegata da scrittori greci prima di Erofilo per i canali sensoriali come il tratto ottico. “Poros, a word meaning ‘duct’, ‘passage’, or ‘strait’, had often been used by Greek writers before Herophilus of the sensory channels such as the optic tract.” – (fr:5460) [Poros, parola che significa ‘dotto’, ‘passaggio’ o ‘stretto’, era stata spesso usata da scrittori greci prima di Erofilo per i canali sensoriali come il tratto ottico.] Nell’introduzione al capitolo si ricorda, per esempio, che Aristotele usò questo termine per il tratto ottico e che, all’inizio del V secolo a.C., il presocratico Alcmeone di Crotone avrebbe affermato: “‘All the senses [sense-organs?] are connected with the brain.’” – (fr:5462) [“Tutti i sensi [organi di senso?] sono collegati al cervello.”] “‘Consequently they are mutilated if the brain is moved or changes its position; for it blocks the ducts (poroi) through which sensations [take place]’” – (fr:5463) [“Di conseguenza essi sono menomati se il cervello viene mosso o cambia posizione; perché blocca i dotti (poroi) attraverso cui le sensazioni [avvengono].”] Anche Platone, o chiunque abbia scritto l’Assioco, usò poros in questa accezione (366a). “Plato, too - or whoever wrote the dialogue Axiochus - used poros in this manner (366a).” – (fr:5464) [Anche Platone – o chiunque abbia scritto il dialogo Assioco – usò poros in questo modo (366a).]
Di fronte a una tradizione così ricca, perché Galeno si preoccupa di segnalare in modo esplicito e puntuale l’uso erofileo di poros per il nervo ottico in ben tre diversi trattati (T84, T85, T140)? “If then, poros had such a rich tradition as a term for sensory (and especially optic) ducts, why does Galen bother to single out Herophilus’ use of poros of the optic nerve for explicit and pointed mention in no less than three different treatises (T84, T85, T140)?” – (fr:5465) [Se dunque poros aveva una tradizione così ricca come termine per i dotti sensoriali (e specialmente ottici), perché Galeno si preoccupa di segnalare in modo esplicito e puntuale l’uso erofileo di poros per il nervo ottico in non meno di tre diversi trattati (T84, T85, T140)?] La risposta starebbe nel fatto che Erofilo riservò poros non a tutti i dotti sensoriali o a tutti i nervi sensoriali, ma specificamente al nervo ottico, e con un riferimento esplicito – e corretto – al suo unico lume. “The answer would seem to lie in Herophilus’ reservation of poros not for all sensory ducts or all sensory nerves, but specifically for the optic nerve, and with explicit - and correct - reference to its unique lumen.” – (fr:5466) [La risposta sembrerebbe stare nella riserva di Erofilo di poros non per tutti i dotti sensoriali o tutti i nervi sensoriali, ma specificamente per il nervo ottico, e con un riferimento esplicito – e corretto – al suo unico lume.] Durante la dissezione egli aveva forse visto che l’arteria e la vena centrali della retina decorrono nella sostanza di quel centimetro di nervo ottico più vicino al bulbo oculare; mai avendo osservato un altro nervo dotato di un simile lume, potrebbe aver introdotto “dotto” o “passaggio” (poros) anziché semplicemente neuron per il nervo ottico. “In dissection he had perhaps seen that the central artery and vein of the retina run through the substance of that centimetre of the optic nerve which is closest to the eyeball.” – (fr:5467) [Nella dissezione egli aveva forse visto che l’arteria e la vena centrali della retina decorrono attraverso la sostanza di quel centimetro di nervo ottico più vicino al bulbo oculare.] “Perhaps never having seen another nerve with such a lumen, he might have introduced ‘duct’ or ‘passage’ (poros) rather than simply neuron for the optic nerve.” – (fr:5468) [Non avendo forse mai visto un altro nervo con un simile lume, potrebbe aver introdotto ‘dotto’ o ‘passaggio’ (poros) anziché semplicemente neuron per il nervo ottico.]
Il testimonium T86, discusso con maggior equilibrio da Lloyd e Mansfeld, attribuisce a Erofilo la descrizione dettagliata dell’occhio e l’implicazione della dissezione, sebbene Alcmeone possa aver “estirpato” l’occhio e osservato un passaggio retrostante. “Both conclude that the detailed description of the eye in this passage, as well as the implication of dissection, is attributable to Herophilus rather than to Alcmeon and Callisthenes, although Alcmeon may have ‘cut out’ the eye and observed a passage behind it.” – (fr:5472) [Entrambi concludono che la descrizione dettagliata dell’occhio in questo passo, così come l’implicazione della dissezione, sia attribuibile a Erofilo piuttosto che ad Alcmeone e Callistene, sebbene Alcmeone possa aver ‘estirpato’ l’occhio e osservato un passaggio dietro di esso.] L’uso del verbo exsecare da parte di Tertulliano (T66, ‘exsecuit’) per designare un’attività di dissezione apparentemente erofilea induce però cautela sull’idea che exectio e i suoi affini non si riferiscano alla dissezione. “But the use of the corresponding verb, exsecare, by Tertullian (T66, ‘exsecuit’) to refer to what appears to be Herophilus’ dissecting activity gives one pause about accepting the view that exectio and its cognates are unlikely to refer to dissection.” – (fr:5475) [Ma l’uso del verbo corrispondente, exsecare, da parte di Tertulliano (T66, ‘exsecuit’) per riferirsi a quella che appare essere l’attività dissezionante di Erofilo fa riflettere prima di accettare l’idea che exectio e i suoi affini difficilmente possano riferirsi alla dissezione.] Pur nell’ambiguità di exectio, rimane poco dubbio che sia stato Erofilo – e non Alcmeone – a inaugurare la dissezione umana come metodo scientifico. “While exectio remains fraught with ambiguity, there cannot be much doubt that Herophilus - and not Alcmeon - initiated dissection of humans as a scientific method.” – (fr:5477) [Sebbene exectio resti carico di ambiguità, non vi può essere molto dubbio che Erofilo – e non Alcmeone – abbia inaugurato la dissezione umana come metodo scientifico.]
Sul fronte della struttura oculare, l’argomento di Opperman secondo cui Erofilo fu il primo a proporre una versione a “quattro tuniche” dell’anatomia dell’occhio, influenzando anche Callimaco, è persuasivo. “Opperman’s (1925) argument that Herophilus was the first to advance a ‘four-coat’ version of the anatomy of the eye, and that Callimachus (Hymn to Artemis 53) was influenced by it, is persuasive.” – (fr:5481) [L’argomento di Opperman (1925) secondo cui Erofilo fu il primo a proporre una versione a ‘quattro tuniche’ dell’anatomia dell’occhio, e che Callimaco (Inno ad Artemide 53) ne fu influenzato, è persuasivo.] Ciononostante, le tre testimonianze di Celso, Rufo e dello ps.-Rufo – tutti sostenitori della teoria delle quattro tuniche – riportano esplicitamente solo che Erofilo: (1) commentò i lati rugoso e liscio della seconda tunica (sotto la cornea) paragonandoli alla buccia dell’uva; (2) chiamò la terza tunica “simile a ragnatela” o “aracnoide”; (3) paragonò questa terza tunica a una rete da pesca tirata a riva (latino rete → retina). “these three testimonia are presented in such a way as to emphasize that Celsus, Rufus, and the author (‘ps.-Rufus’) … explicitly report only the following about Herophilus: (1) that he commented on the rough and smooth sides of the second ‘coat’ or membrane of the eye (under the cornea), comparing them to a grape skin; (2) that he called the third coat ‘cobweb-like’ or ‘arachnoid’; (3) that he compared this third coat to a casting net that has been drawn up (Latin: rete—+retina).” – (fr:5483) [queste tre testimonianze sono presentate in modo da sottolineare che Celso, Rufo e l’autore (‘ps.-Rufo’) … riportano esplicitamente soltanto quanto segue su Erofilo: (1) che commentò i lati rugoso e liscio della seconda ‘tunica’ o membrana dell’occhio (sotto la cornea), paragonandoli a una buccia d’uva; (2) che chiamò la terza tunica ‘simile a ragnatela’ o ‘aracnoide’; (3) che paragonò questa terza tunica a una rete da pesca che è stata tirata su (latino rete → retina).] Soltanto Calcidio (T86) attribuisce esplicitamente a Erofilo una teoria delle quattro tuniche, ma senza offrire né la nomenclatura erofilea né dettagli anatomici sulle tuniche. “Only Calcidius (T86) explicitly ascribes a four-coat theory to Herophilus … but he offers neither Herophilus’ nomenclature nor any anatomical details concerning the coats.” – (fr:5484-5485) [Solo Calcidio (T86) attribuisce esplicitamente una teoria delle quattro tuniche a Erofilo … ma non offre né la nomenclatura erofilea né alcun dettaglio anatomico riguardante le tuniche.] Molti particolari di nomenclatura e anatomia oftalmologica ascritti a Erofilo da Opperman e da altri non sono quindi che inferenze plausibili – e allettanti. “Many details of ophthalmological nomenclature and anatomy ascribed to Herophilus by Opperman and others therefore are no more than plausible - and inviting - inferences.” – (fr:5486) [Molti dettagli di nomenclatura e anatomia oftalmologica ascritti a Erofilo da Opperman e da altri non sono quindi che inferenze plausibili – e allettanti.] Colpisce che Galeno, altrove tutt’altro che restio a registrare le innovazioni nomenclatorie e le scoperte anatomiche di Erofilo, non lo menzioni affatto nella propria anatomia dell’occhio (De anatomicis administrationibus X.2–3). “It is striking that Galen, who elsewhere is not reluctant to record Herophilus’ nomenclative innovations and anatomical discoveries, fails to mention Herophilus at all in his anatomy of the eye: On anatomical procedures x.2—3” – (fr:5487-5488) [È sorprendente che Galeno, il quale altrove non è restio a registrare le innovazioni nomenclatorie e le scoperte anatomiche di Erofilo, non menzioni affatto Erofilo nella sua anatomia dell’occhio: De anatomicis administrationibus X.2–3.] L’anatomia a quattro tuniche originata da Erofilo esercitò comunque una vasta influenza, come mostrano lo ps.-Galeno (Introduzione e Definizioni mediche), Polluce, Aezio di Amida e Oribasio, nel quale molta della stessa terminologia ricorre attingendo in parte dal De usu partium di Galeno.
Infine, il termine parastatai (“assistenti”) per indicare i testicoli compare già nel comico Platone (fr. 13 Kock: «per Conisalo [demone priapico; pene] e i suoi due assistenti [parastatai: testicoli], un piattino di bacche di mirto [clitoride] colte a mano…»), e nell’autore dello scritto ippocratico Sulla natura delle ossa 14, dove indica una parte non chiaramente specificata dei genitali maschili (che Galeno, forse anacronisticamente, identifica con l’epididimo). “The comedian Plato (c. 460-385 b.c.) had already used parastatai of the testicles (fr. 13 Kock: ‘for Conisalus [a Priapic demon; penis] and his two assistants [parastatai: testes], a little platter of myrtleberries [clitoris] plucked by hand . . . ’), and the author of the Hippocratic compilation known as On the Nature of Bones, 14 (ix, p. 188L), used it of a part of the male genitalia which is not clearly specified (and which Galen, perhaps anachronistically, identifies as the epididymis).” – (fr:5503-5507) [Il comico Platone (c. 460-385 a.C.) aveva già usato parastatai per i testicoli (fr. 13 Kock: ‘per Conisalo [un demone priapico; pene] e i suoi due assistenti [parastatai: testicoli], un piattino di bacche di mirto [clitoride] colte a mano…’), e l’autore della compilazione ippocratica nota come Sulla natura delle ossa, 14 (ix, p. 188L), lo usò per una parte dei genitali maschili non chiaramente specificata (e che Galeno, forse anacronisticamente, identifica con l’epididimo).] L’impiego erofileo del termine si inserisce quindi in una tradizione lessicale più antica, pur acquisendo una più precisa connotazione anatomica nel quadro delle sue dissezioni.
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46 Ambivalenze Terminologiche e Innovazioni Anatomiche: il Caso di Erofilo nella Tradizione Medica Antica
Il frammento affronta diversi nodi critici della ricezione dell’anatomia erofilea, mettendo in luce come ambiguità linguistiche, conflationi dossografiche e scelte terminologiche abbiano condizionato la comprensione delle strutture corporee fino all’età moderna. Un primo esempio riguarda le descrizioni uterine: Sorano di Efeso riporta che “Diodes says there are teats for sucking (kotyledones) and tentacles and horn-like projections (keraiai) in the wide area of the uterus, and these are breast-like outgrowths . . . made with forethought by nature, for the sake of giving the embryo preliminary exercise in sucking the nipples of the breasts” – (fr:5520) [Diole afferma che nell’ampia regione dell’utero vi sono capezzoli per la suzione (cotiledoni), tentacoli e proiezioni cornee (keraiai), escrescenze simili a mammelle… create con preveggenza dalla natura per far esercitare precocemente l’embrione alla suzione dei capezzoli]. A ciò Galeno aggiunge, in una discutibile conflatione, che “Praxagoras and Phylotimus called the same offshoots kolpoi (‘bosoms; bays’), while Euenor named them plektanai (‘tentacles’)” – (fr:5525) [Prassagora e Filotimo chiamavano le stesse ramificazioni kolpoi (‘seni; baie’), mentre Evenore le denominava plektanai (‘tentacoli’)]. Il testo osserva che Galeno “seems to have overlooked the homonymy that lurks in keras and keraia and consequently to have conflated, in a misleading manner, the Herophilean-Galenic view with Diodes’ bizarre but more traditional account” – (fr:5524) [sembra non aver colto l’omonimia latente in keras e keraia e perciò ha fuso in modo fuorviante la prospettiva erofileo-galenica con il resoconto bizzarro ma più tradizionale di Diodle]. L’episodio mostra quanta confusione potesse generare la stratificazione dei termini anatomici greci.
Un secondo nucleo è dedicato alla nomenclatura vascolare polmonare. La maggioranza degli studiosi moderni riconduce a Erofilo la primogenitura delle espressioni “vena arteriosa” e “arteria venosa”: “Most modern scholars believe that Herophilus is the culprit who first called the pulmonary artery ‘artery-like vein’ and the pulmonary vein ‘vein like artery’” – (fr:5529) [La maggior parte degli studiosi moderni ritiene che Erofilo sia il responsabile che per primo chiamò l’arteria polmonare ‘vena arteriosa’ e la vena polmonare ‘arteria venosa’]. Galeno adotta questa terminologia, che “prevailed well into the Renaissance (Latin: vena arterialis and arteria venalis)” – (fr:5530) [prevalse fino al Rinascimento (latino: vena arterialis e arteria venalis)]. Alcuni interpreti, tuttavia, concludono dalla testimonianza T 117 che Erofilo si discostò dalla prassi prassagorea ed erasistratea di chiamare ‘arterie’ tutti i vasi originanti dal lato sinistro del cuore e ‘vene’ quelli dal lato destro (fr:5532). La controversia testuale su Rufo (fr:5533–5534) evidenzia l’incertezza delle fonti: “The evidence is explicit on one point only: that Herophilus used ‘artery-like vein’ to refer to the vessel we call ‘pulmonary artery’” – (fr:5536) [Le fonti sono esplicite su un solo punto: che Erofilo usava ‘vena arteriosa’ per indicare il vaso che chiamiamo arteria polmonare]. Nei frammenti superstiti non vi è menzione esplicita di ‘arteria venosa’, né della classica distinzione sinistra-destra per tutte le arterie e vene (fr:5537). Ciononostante l’uso di ‘vena arteriosa’ e l’apprendistato presso Prassagora rendono plausibile che Erofilo accettasse almeno quella distinzione (fr:5538). L’autore ricorda con una punta di scetticismo che “the history of science is replete with retrospectively recognizable – and retrospectively puzzling – inconsistencies, contradictions, and ‘inconceivabilities’ perpetrated by the most esteemed of scientists” – (fr:5535) [la storia della scienza è piena di incongruenze, contraddizioni e ‘inconcepibilità’ riconoscibili – e sconcertanti – col senno di poi, compiute dagli scienziati più stimati].
Un terzo approfondimento riguarda l’impiego erofileo dell’aggettivo “nervoso” (νευρώδης) per le strutture di ancoraggio delle valvole cardiache. Erofilo “did not always distinguish nerves from ligaments, tendons, muscles, and similar fibrous tissues, and ‘nerve like’ seems to be a generic concept under which several kinds of fibrous tissues can be subsumed” – (fr:5541) [non distingueva sempre i nervi da legamenti, tendini, muscoli e simili tessuti fibrosi, e ‘nervoso’ appare un concetto generico capace di sussumere diversi tipi di tessuti fibrosi]. Non è chiaro a quale parte specifica si riferiscano i “cordoni nervosi” (fr:5542); Harris propone “‘papillary muscles, or chordae tendineae, or perhaps the tendon of the infundibulum?’” – (fr:5543) [‘muscoli papillari, o corde tendinee, o forse il tendine dell’infundibolo?’]. La scelta terminologica è illuminante: Erofilo “uses νευρώδεις διαφύσεις (nerve-like strands) because he has discovered the nerves and reserved for them the name neura; hence he does not call the attachments of the cardiac valves neura – as Aristotle had done – but only ‘nerve-like’” – (fr:5547) [usa νευρώδεις διαφύσεις (cordoni nervosi) perché ha scoperto i nervi e ha riservato loro il nome neura; pertanto non chiama gli attacchi delle valvole cardiache neura – come aveva fatto Aristotele – ma solo ‘nervosi’]. Aristotele, in realtà, impiegava neura nel senso di “sinew” o legamento (fr:5551), colpito durante le dissezioni di animali più grandi dagli attacchi tendinei quali i muscoli papillari e le corde tendinee (fr:5552). Erofilo avvia così una distinzione terminologica decisiva, pur conservando echi del significato più antico di “nervo” come “sinew”.
Il confronto con Erasistrato rivela i limiti della cardiologia erofilea. Galeno ritiene, correttamente, che la conoscenza del cuore di Erofilo non fosse avanzata quanto quella di Erasistrato (fr:5556), il quale possedeva una descrizione dettagliata delle valvole tricuspide e bicuspide (fr:5557); al punto che Galeno, nel De usu pulsuum, giudica superflua una propria descrizione poiché la trattazione erasistratea è già perfettamente adeguata (fr:5559). Inoltre Galeno rimprovera a Erofilo di aver considerato le auricole come parte integrante del cuore, anziché come estremità terminali della vena polmonare e della vena cava, “and that this erroneously adds two to the number of the heart’s valves” – (fr:5563) [e che ciò aggiunge erroneamente due unità al numero delle valvole cardiache]; tanto più che, se per la vena cava inferiore si poteva ancora pensare a un orifizio, “there is no similar structure in the pulmonary vein” – (fr:5564) [non esiste una struttura analoga nella vena polmonare].
Altri spunti riguardano la topografia epatica e il sistema portale (fr:5565–5567, 5570–5571), la cui funzione Erofilo potrebbe aver riconosciuto, e l’ipotesi di Mani che la scoperta dei vasi linfatici mesenterici e delle ghiandole linfatiche sia avvenuta durante vivisezioni, sebbene “nothing in this description necessitates such a conclusion” – (fr:5569) [nulla nella descrizione costringa a tale conclusione]. Il brano introduce infine la sezione “Fisiologia e Patologia” con l’epigrafe shakespeariana “Give me your hand, and let me feel your pulse” – (fr:5574) [Dammi la tua mano, e lascia che ti senta il polso], a ricordare che le spettacolari scoperte anatomiche di Erofilo non esaurivano il suo interesse per le cause e la natura delle funzioni e disfunzioni del corpo umano (fr:5575).
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47 Fisiologia e patologia erofilea: tra teoria umorale e centralità del cervello
L’indagine anatomica condotta da Erofilo attraverso la dissezione gli permise di raggiungere una conoscenza dei nervi, del cuore, dei vasi sanguigni e degli organi riproduttivi superiore a quella di ogni predecessore, e tale sapere fu impiegato senza esitazione per costruire teorie fisiopatologiche, come dichiarato da “His dissections provided him with a more accurate knowledge of the brain, the nerves, the heart, the bloodvessels, and the reproductive organs than any of his predecessors had possessed, and he did not hesitate to exploit this anatomical knowledge for the construction of pathophysiological theories.” – (fr:5576) [Le sue dissezioni gli fornirono una conoscenza del cervello, dei nervi, del cuore, dei vasi sanguigni e degli organi riproduttivi più accurata di quanto posseduto da alcun suo predecessore, ed egli non esitò a sfruttare tale conoscenza anatomica per costruire teorie fisiopatologiche.] La discussione moderna sulla sua opera si è concentrata sulla teoria del polso, aspetto meglio documentato e di notevole interesse diagnostico nell’antichità, ma prima di affrontarla occorre esaminare i fondamenti generali della sua fisiologia e patologia.
Il problema più radicale è se Erofilo, come i medici ippocratici precedenti, attribuisse le funzioni normali e gli stati morbosi a un equilibrio o squilibrio dei quattro umori – sangue, bile, flegma e acqua – oppure se fosse riuscito, come il suo illustre contemporaneo Erasistrato, a spezzare il fascino tenace della dottrina umorale. “Was his approach to the entrenched humoral tradition marked by the same audacious frontiermanship, by the same radical innovation that characterized much of his anatomy?” – (fr:5580) [Fu il suo approccio verso la radicata tradizione umorale contraddistinto dalla stessa audace spirito pionieristico e dalla stessa innovazione radicale che caratterizzarono gran parte della sua anatomia?] Le testimonianze antiche appaiono univoche nel collocarlo dentro la tradizione. L’autore pseudo-galenico dell’Introductio sive medicus (I sec. d.C.) afferma che “some people attributed both the constitution of things that are in accordance with nature and the cause of things that are contrary to nature to the humours (χυμοΐς) alone, as did Praxagoras and Herophilus.” – (fr:5583) [Alcuni attribuirono sia la costituzione delle cose conformi a natura sia la causa di quelle contrarie a natura soltanto agli umori (χυμοΐς), come fecero Prassagora ed Erofilo.] Galeno, da parte sua, riferisce che Erofilo parlava di «quattro facoltà (dynameis) che amministrano gli esseri viventi» e aggiunge che i più reputati tra i medici antichi, tra cui Diocle, Prassagora ed Erofilo, tentarono di emulare la teoria ippocratica degli umori (χυμών). Sebbene il termine «emulazione» lasci spazio a un processo di revisione, non suggerisce un rifiuto radicale della dottrina umorale tradizionale.
Tuttavia uno studioso, Fridolf Kudlien, ha sostenuto che l’atteggiamento di Erofilo verso la teoria umorale fu segnato da scetticismo, basandosi su due passi. Nel primo, tratto dalla pseudo-galenica Definitioni mediche, si legge: “The Herophileans say [a chronic disease] is an affection which is difficult to resolve and to change, and its cause lies in moistures (ὑγροΐς).” – (fr:5617) [Gli Erofilei dicono che una malattia cronica è un’affezione difficile da risolvere e da mutare, e la sua causa risiede nelle umidità (ὑγροΐς).] Il secondo passo, di Celso, attribuisce a Erofilo l’opinione che “in umidis omne vitium est” – (fr:5617) [ogni difetto risiede nelle umidità]. Secondo Kudlien, Erofilo, troppo scettico per accettare la teoria umorale, avrebbe preso le distanze adottando un termine più generico e meno specifico, «umidità» (in umidis, ἐν ὑγροῖς), al posto di «umori» (humores, χυμοί), riservando una patologia basata sulle umidità alla sola pratica terapeutica e abbandonando a livello teorico qualsiasi principio patologico generale.
Questa interpretazione, per quanto ingegnosa, non regge a uno scrutinio approfondito. Innanzitutto le testimonianze di Galeno e dello Pseudo-Galeno (T130–T132) indicano inequivocabilmente che Erofilo fece ricorso alla stessa teoria umorale di Diocle e Prassagora. Non vi è motivo di concedere a questi testi meno credito che ai due passi addotti da Kudlien. In secondo luogo, nel passo delle Definitioni il riferimento non è a Erofilo bensì agli «Erofilei». È significativo che nessuno dei diciotto medici erofilei esaminati sembri aver sottoscritto la teoria umorale, sicché è concepibile che lo scetticismo – o il disagio verso la dottrina umorale – si sia sviluppato solo tra i successori, generalmente meno inclini a elaborare teorie. A favore della tesi di un abbandono erofileo della patologia umorale resta solo l’affermazione di Celso, ma un altro passo dello stesso autore mostra come «umore» e «umidità» fossero per lui intercambiabili. Celso, infatti, traducendo un aforisma ippocratico che parla di «umidità» (ὑγρότητες), usa umor; ciò rende inverosimile attribuire una valenza teorica specifica all’impiego di «umidità» anziché «umori» in Erofilo. Infine, l’intercambiabilità tra hygron e chymos è già presente nel Corpus Hippocraticum: l’autore di Sul seme enumera quattro «umidità» innate (sangue, bile, acqua, flegma) come cause delle malattie, e analogamente fa lo scrittore di Sulle malattie IV, che introduce le quattro forme di «umido» (ὑγροῦ) – flegma, sangue, bile e idrope – da cui sorgono le affezioni non traumatiche. “Moisture” and “humour” are, therefore, used in identical ways as early as the Hippocratic Corpus, and the argument that the use of “moisture” for “humour” signals Herophilus’ sceptical retreat from Hippocratic humoral theory seems less enticing.” – (fr:5654) [“Umidità” e “umore” sono quindi usati in modo identico già nel Corpus ippocratico, e l’argomento secondo cui l’uso di “umidità” al posto di “umore” segnalerebbe un ripiegamento scettico di Erofilo rispetto alla teoria umorale ippocratica appare meno allettante.] Entro i limiti del suo insistere sulla natura ipotetica e provvisoria della spiegazione causale, Erofilo accettò dunque la teoria umorale tradizionale: “No matter how hard or how fast we run, Nietzsche said, the chain of the past runs with us, and the Alexandrian physician seems to have been no exception.” – (fr:5659) [Per quanto forte o veloce si corra, diceva Nietzsche, la catena del passato corre con noi, e il medico alessandrino non sembra essere stato un’eccezione.] Ciò nonostante egli andò ben oltre i predecessori in alcuni aspetti della fisiopatologia, tanto da meritare l’elogio di Galeno come autore che “scrisse molto – e scrisse bene – sull’utilità delle parti” – (fr:5661) [“wrote much – and wrote well – about the usefulness of the parts”].
Una delle questioni in cui Erofilo impiegò la sua superiore conoscenza anatomica fu la localizzazione della facoltà governante o «centro di comando» del corpo. A differenza di autori precedenti che avevano proposto soluzioni generiche (la testa, il cervello, il torace, il cuore, il sangue o il pneuma intorno al cuore), Erofilo, come Erasistrato, cercò una risposta precisa basata sui dati anatomici. Avendo accolto la distinzione aristotelica tra cervello e cervelletto, se ne distaccò tuttavia attribuendo al cervello un’importanza fisiopatologica primaria, in contrasto con la tesi di Aristotele che lo riduceva a un agente raffreddante del sangue. “He also proceeded to differentiate the ventricles, and among them he attributed greatest significance to what is identified, first, as ‘that ventricle of the brain which is also its base (basis)’ […] and, secondly, as ‘the ventricle in the cerebellum (parenkephalis)’.” – (fr:5665) [Procedette inoltre a differenziare i ventricoli, e tra essi attribuì la maggiore importanza a quello identificato, in primo luogo, come ‘quel ventricolo del cervello che ne è anche la base (basis)’ […] e, in secondo luogo, come ‘il ventricolo nel cervelletto (parenkephalis)’.] Queste indicazioni assegnano una funzione di controllo principale al romboencefalo, e in particolare o al quarto ventricolo (nel romboencefalo) o alla porzione superiore che oggi chiamiamo cervelletto. La vicinanza del romboencefalo al midollo spinale e ai tratti nervosi, e la probabile scoperta, mediante vivisezione, che il cervelletto è il centro responsabile dell’attività muscolare e del mantenimento dell’equilibrio, possono aver condotto Erofilo alla conclusione che questa parte del cervello esercitasse il controllo più significativo sul corpo. Tale conclusione divenne una delle teorie fisiologiche più influenti di Erofilo, perché Galeno l’accolse come valida in base ai propri esperimenti sugli animali. La precisione con cui Erofilo mira a localizzare il «centro di comando» è un fatto nuovo, e il suo fermo rifiuto della nozione aristotelica del cervello come mero refrigerante rappresenta un deciso passo avanti, benché il ruolo fisiopatologico del cervello fosse stato riconosciuto in termini generali già dai Presocratici e dagli Ippocratici. Alcmeone di Crotone, Diogene di Apollonia, Democrito e Platone avevano variamente collocato nel cervello l’attività sensoriale e cognitiva, ma il predecessore più significativo è l’autore ippocratico del Sul male sacro, il quale attribuì al cervello, e agli umori e vasi sanguigni a esso connessi, un ruolo fisiopatologico complessivo.
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48 Il sistema nervoso di Erofilo: nervi volontari e sensitivi, il ruolo del pneuma e le ambiguità delle testimonianze
Il testo esamina la scoperta erofilea della distinzione tra nervi motori e nervi sensitivi e il tentativo di spiegare il funzionamento del sistema nervoso attraverso il pneuma, mettendo in luce sia le acquisizioni sia le zone d’ombra che le fonti antiche lasciano aperte.
48.1 La distinzione tra nervi aisthētiká e prohairetiká
Nonostante lo scetticismo iniziale, la testimonianza di Rufo di Efeso mostra in modo sufficientemente chiaro che Erofilo distingueva effettivamente due tipi di nervi:
“According to Erasistratus and Herophilus there are nerves capable of sensation . . . (αισθητικά)” – (fr:5719) [Secondo Erasistrato ed Erofilo vi sono nervi capaci di sensazione … (aisthētiká)]
e quelli che rendono possibili i movimenti volontari:
“But according to Herophilus . . . the nerves that make voluntary things possible (προαιρετικά) have their origin in the cerebrum and spinal marrow” – (fr:5720) [Secondo Erofilo … i nervi che rendono possibili le azioni volontarie (prohairetiká) hanno origine nel cervello e nel midollo spinale].
Erofilo chiamò dunque i nervi motori prohairetiká, termine che, come spiega il testo, sottolinea la natura intenzionale dell’atto volontario. Mentre Erasistrato adoperava l’espressione kinētiká neûra (nervi di movimento), prohairetiká – “capaci di scegliere, intenzionali” – segnala che Erofilo riservava i nervi motori ai soli movimenti volontari, escludendo funzioni involontarie come il polso:
“Herophilus’ term is no less felicitous, in so far as prohairetika (‘capable of choosing, purposive’) stresses the fact that Herophilus is resorting to the motor nerves to explain only voluntary motions, not involuntary functions such as the pulse.” – (fr:5731) [Il termine di Erofilo non è meno felice, in quanto prohairetiká (‘capaci di scegliere, intenzionali’) sottolinea che Erofilo ricorre ai nervi motori per spiegare soltanto i movimenti volontari, non funzioni involontarie come il polso].
L’aggettivo richiama l’importanza che la prohaíresis riveste nell’etica aristotelica, suggerendo un possibile influsso del filosofo.
Una critica di Galeno – secondo cui Erofilo ed Eudemo non avrebbero rintracciato tutti i nervi motori e sensitivi dai punti terminali alle origini – non mette in discussione la distinzione in quanto tale, ma lamenta un compito lasciato incompleto, un’indagine sui percorsi nervosi utile a spiegare le varie paralisi (fr:5732).
48.2 Un indizio ambiguo e il metodo esplicativo
Una testimonianza ulteriore di Rufo rimane “tantalizing but more ambiguous” (fr:5733). Rufo, dopo aver detto che Erofilo chiama chorioeidēs mēninx la membrana che riveste i ventricoli cerebrali, aggiunge:
“and the offshoots from the brain, the sensory (aisthetika) and voluntary nerves (prohairetika neura), through which sensation and voluntary motion (prohairetike kinesis) and all action of the body are accomplished.” – (fr:5734) [e le propaggini dal cervello, i nervi sensitivi (aisthētiká) e volontari (prohairetiká neûra), mediante i quali si compiono la sensazione, il movimento volontario (prohairetikḗ kínēsis) e ogni azione del corpo].
Non è chiaro se Rufo intenda attribuire l’intera affermazione a Erofilo, ma l’uso del caratteristico termine prohairetiká neûra rende l’attribuzione “molto suggestiva” (fr:5745).
48.3 Il problema del pneuma nei nervi ottici e negli altri nervi
Erofilo non si limitò ad assegnare funzioni motorie e sensitive a nervi diversi, ma cercò anche di spiegare come essi operassero. L’unica prova relativamente esplicita riguarda i nervi ottici. Insieme all’anatomista ellenistico Eudemo, Erofilo chiamò i nervi che discendono agli occhi póroi (“condotti”):
“Herophilus and the Hellenistic anatomist Eudemus ‘called the nerves which proceed [down from the brain] to the eyes “ passages” (poroi).’” – (fr:5748) [Erofilo e l’anatomista ellenistico Eudemo “chiamarono ‘passaggi’ (póroi) i nervi che discendono [dal cervello] agli occhi”].
In un passo del De usu partium Galeno riferisce che Erofilo li chiama póroi perché soltanto essi mostrano vie chiare e percepibili per il pneuma; in un’altra opera, il De causis symptomatum, l’attribuzione è più ambigua e Galeno parla di “quelli attorno a Erofilo”, riservando a sé l’idea che il nervo ottico sia un percorso per il pneuma sensitivo. Un terzo testo, il commento di Calcidio al Timeo, sembra confermare che Erofilo pensasse i nervi ottici come contenenti pneuma:
“duas esse angustas semitas quae a cerebri sede, in qua est sita potestas animae summa et principalis, ad oculorum cavernas meent naturalem spiritum continentes” – (fr:5764) [vi sono due stretti condotti che contengono pneuma naturale e vanno dalla sede del cervello, nella quale è posta la potenza somma e principale dell’anima, alle cavità degli occhi].
L’enfasi sulla “sede del cervello” (il cervelletto o quarto ventricolo) come centro di comando psicofisico è un tratto singolarmente erofileo. Resta incerto se Erofilo qualificasse questo pneuma come “sensitivo” (come farà Galeno) o come “naturale” (come fa Calcidio). L’uso di “pneuma naturale” sarebbe problematico perché già nel primo Ellenismo la distinzione tra pneuma naturale (nutritivo) e pneuma psichico (responsabile di sensibilità e movimento) cominciava ad affermarsi, e ci si aspetterebbe che Erofilo adoperasse “pneuma psichico” o il suo concetto subordinato “pneuma sensitivo”.
Solmsen osserva che Galeno non dice che Erofilo trovasse condotti di pneuma solo nei nervi ottici, ma che in essi soltanto queste vie erano visibili e chiaramente presenti:
“Galen ‘does not say that Herophilus found οδοί [passages, ducts] of the πνεύμα [pneuma] only in the optic nerves but that here only were these “ ways” visible and clearly present (αίσθηταί, σαφείς) and that here only was the perforation (lumen, τρήμα) to be seen’” – (fr:5783) [Galeno “non dice che Erofilo trovasse vie (hodoí) del pneuma soltanto nei nervi ottici, ma che solo qui queste ‘vie’ erano visibili e chiaramente presenti (aisthētaí, sapheîs) e che solo qui era visibile la perforazione (lume, trêma)”].
Di qui l’ipotesi che per gli altri nervi sensitivi la presenza di pneuma fosse per Erofilo un’inferenza razionale (lógōi theōrētón), non visibile. Tuttavia, il silenzio delle fonti, specialmente di Galeno, sulla domanda se Erofilo estendesse lo pneuma sensitivo a tutti i nervi della sensibilità e li collegasse al centro di comando cerebellare, resta fonte di perplessità.
48.4 I nervi motori, i muscoli e la funzione volontaria
Galeno critica Erofilo per aver attribuito il tremore al “genere nervoso” (tò neurôdes génos), ma gli riconosce di aver correttamente assegnato i movimenti volontari alla stessa classe di parti e non al sistema arterioso. La scelta lessicale (“nervoso” anziché “muscolo” o “tendine”) e l’impiego del caratteristico aggettivo prohairetikós indicano che Erofilo includeva nella categoria nervi, tendini, legamenti e muscoli:
“Herophilus attributes ‘motions by prohairesis’ i.e. voluntary motions, to the ‘nerve-like genus’ of parts.” – (fr:5801) [Erofilo attribuisce i “movimenti secondo prohaíresis”, cioè i movimenti volontari, al “genere nervoso” delle parti].
Un ulteriore testimonium attribuito a Rufo conferma che Erofilo associava nervi e muscoli al movimento volontario, distinguendoli dalle arterie e dal cuore cui riservava la pulsazione involontaria:
“Herophilus says . . . pulse occurs only in the arteries and the heart, whereas palpitation and spasm and tremor occur in muscles as well as nerves . . . And the pulse at all times attends us involuntarily . . . whereas the others are within our power to choose.” – (fr:5817) [Erofilo dice … il polso si verifica solo nelle arterie e nel cuore, mentre palpitazione, spasmo e tremore si verificano nei muscoli come nei nervi … E il polso ci accompagna sempre involontariamente … mentre gli altri sono in nostro potere di scegliere].
Così Erofilo separò nettamente il sistema vascolare (moto involontario) dall’apparato nervo-muscolare (moto volontario), anche se catalogava tremore, palpitazione e spasmo – che oggi giudicheremmo involontari – sotto le affezioni degli organi motori volontari.
Resta l’interrogativo su come il movimento si attuasse. Galeno lo rimprovera di non aver distinto la facoltà (dýnamis) dallo strumento (órganon): Erofilo avrebbe considerato il corpo dei nervi come causa del movimento, anziché come mero strumento di una facoltà che si propaga attraverso di essi. Se la critica è fondata, Erofilo non avrebbe introdotto un pneuma motore come tramite tra il centro di comando (cervelletto/quarto ventricolo) e i nervi motori, ma avrebbe ascritto direttamente a questi la produzione del movimento volontario.
Solmsen, al contrario, basandosi sulla presenza del pneuma nei nervi ottici e sulla continuità delle teorie greche sulla sensazione e sul movimento, giudica “praticamente certo” che Erofilo pensasse lo pneuma operante anche nei nervi motori. Una simile conclusione, pur storicamente plausibile, renderebbe però incomprensibile la critica galenica.
Il quadro erofileo del sistema nervoso emerge così come un edificio di straordinaria originalità – la prima distinzione chiara tra nervi sensitivi e motori, l’identificazione del cervelletto come centro di comando, l’intuizione del pneuma come vettore nelle vie ottiche – ma segnato da silenzi e tensioni che le fonti non permettono di sciogliere.
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49 La fisiologia di Erofilo: nervi, respirazione e sistema vascolare tra innovazione e tradizione
Un’analisi delle teorie erofilee sul movimento volontario e involontario, sulla respirazione e sulla pulsazione arteriosa, tra evidenze frammentarie e interpretazioni contrastanti.
Il resoconto esamina le concezioni fisiologiche attribuite a Erofilo di Calcedonia, quale emergono dalle testimonianze e dai frammenti dell’opera “Herophilus”. La discussione si apre con una valutazione della credibilità di Galeno: benché polemico, questi non sembra aver travisato radicalmente il pensiero di Erofilo. “Though Galen was quick to polemicize, the texts presented in this volume do not reveal him to have been guilty of such radical distortion or misunderstanding of Herophilus’ views.” – (fr:5832) [Sebbene Galeno fosse pronto alla polemica, i testi qui presentati non mostrano che egli si sia reso colpevole di una distorsione o di un fraintendimento così radicali delle vedute di Erofilo.] Anzi, la pronta disponibilità di Galeno a riconoscere a Erofilo l’attribuzione del moto volontario alla “classe delle parti simili ai nervi” conferisce credibilità all’affermazione successiva, secondo cui Erofilo avrebbe indicato nel “corpo dei nervi” – e non in una facoltà o in un pneuma psichico o cinetico – la causa del movimento. “Perhaps more significantly, Galen’s unqualified willingness to give Herophilus credit for attributing voluntary motion to the ‘class of nerve-like parts’ lends his immediately following claim, namely that Herophilus thought of ‘the body of the nerves’ … as the cause of motion, an air of credibility.” – (fr:5833) [Forse in modo ancor più significativo, la pronta disponibilità di Galeno a riconoscere a Erofilo il merito di aver attribuito il moto volontario alla ‘classe delle parti simili ai nervi’ conferisce un’aria di credibilità alla sua affermazione immediatamente successiva, ossia che Erofilo pensava al ‘corpo dei nervi’ … come causa del movimento.]
Sulla questione del feto come essere vivente, le fonti offrono un quadro meno netto. Secondo il dossografo Aezio (e lo ps.-Galeno De historia philosopha, che da lui dipende), Erofilo concedeva ai feti il “movimento naturale” ma non il “movimento pneumatico”. “Herophilus grants foetuses ‘natural motion’ but not ‘pneumatic motion’ (T202).” – (fr:5837-5839) [Erofilo concede ai feti il ‘movimento naturale’ ma non il ‘movimento pneumatico’ (T202).] Se la terminologia rispecchia l’uso erofileo, il movimento naturale indicherebbe le attività involontarie come pulsazione e respirazione, mentre quello pneumatico, distinto, corrisponderebbe al moto volontario (e forse alla sensazione), ovvero il tipo di moto assegnato ai nervi o alla classe di organi “simili ai nervi”. “If this text preserves Herophilus’ terminology, ‘natural motion’ probably refers to involuntary motions such as pulsation and respiration.” – (fr:5840) [Se questo testo conserva la terminologia di Erofilo, ‘movimento naturale’ si riferisce probabilmente a moti involontari quali la pulsazione e la respirazione.] “‘Pneumatic motion’, being distinct from ‘natural motion’, would accordingly have to be voluntary motion (and possibly sensation)…” – (fr:5841) [Il ‘movimento pneumatico’, essendo distinto dal ‘movimento naturale’, dovrebbe di conseguenza essere il movimento volontario (e forse la sensazione)…] Tuttavia, la terminologia di Aezio è spesso anacronistica e non si può escludere che “movimento pneumatico” alluda alla sola respirazione (come movimento d’aria), mentre “movimento naturale” coprirebbe tutti gli altri moti, compresi quelli volontari. “Aetius’ terminology is however, often notoriously anachronistic, and it is not inconceivable that ‘pneumatic motion’ (qua ‘motion of air’) refers to respiration…” – (fr:5844) [La terminologia di Aezio è tuttavia spesso notoriamente anacronistica, e non è inconcepibile che ‘movimento pneumatico’ (in quanto ‘movimento dell’aria’) si riferisca alla respirazione…] Di conseguenza, la testimonianza di Aezio non costituisce una base solida per sostenere che Erofilo concepisse i nervi motori come contenitori di pneuma; né chiarisce il meccanismo con cui il centro di comando nel rombencefalo trasmetterebbe i propri impulsi. “Because of the fundamental uncertainty concerning the provenance and meaning of Aetius’ terminology, it would be inadvisable to build too ambitious an edifice on this single occurrence…” – (fr:5847) [A causa della fondamentale incertezza riguardo alla provenienza e al significato della terminologia di Aezio, sarebbe sconsigliabile edificare un costrutto troppo ambizioso su quest’unica occorrenza…]
Ciò non oscura però la portata rivoluzionaria della scoperta dei nervi. “The limitations of his theory of the nervous system and the fragmentary nature of the extant evidence should not be allowed, however, to obscure the monumental breakthrough that Herophilus’ discovery of the nerves and his attempt to explain their functions represent.” – (fr:5850) [Tuttavia, non si deve permettere che i limiti della sua teoria del sistema nervoso e la natura frammentaria delle testimonianze superstiti offuschino la svolta monumentale rappresentata dalla scoperta dei nervi da parte di Erofilo e dal suo tentativo di spiegarne le funzioni.]
Per la respirazione, Erofilo rifiutò il modello tradizionale che la faceva dipendere dal cuore e dalla temperatura. Attribuì invece ai polmoni e al torace una tendenza naturale a dilatarsi e contrarsi. “Instead of referring the movement of the lungs to the movement and heat of the heart, Herophilus ascribed to the lungs themselves and to the thorax a natural tendency to dilate and contract.” – (fr:5881) [Invece di ricondurre il movimento dei polmoni al movimento e al calore del cuore, Erofilo ascrisse ai polmoni stessi e al torace una tendenza naturale a dilatarsi e contrarsi.] Erofilo descrisse il respiro come un ciclo continuo di quattro fasi: (1) il polmone si dilata e aspira il pneuma dall’esterno; (2) contraendosi il polmone, il torace si dilata e il pneuma passa dal polmone al torace; (3) il torace, ormai pieno, si contrae lasciando rifluire il pneuma in eccesso nel polmone di nuovo dilatato; (4) il polmone si contrae nuovamente espellendo il pneuma all’esterno. In un intero atto respiratorio il polmone si dilata e contrae due volte, il torace una sola. Colpisce, rispetto alle dottrine coeve, l’assenza di ogni riferimento al cuore, al sangue o a meccanismi di raffreddamento/riscaldamento. “Very striking in this theory of respiration, at least when measured by the theories of Herophilus’ predecessors and contemporaries, is not only the absence of any reference to the heart and to the blood, but also to cooling or heating.” – (fr:5892) [Molto colpisce, in questa teoria della respirazione, perlomeno se paragonata alle teorie dei predecessori e dei contemporanei di Erofilo, non solo l’assenza di qualsiasi riferimento al cuore e al sangue, ma anche al raffreddamento o al riscaldamento.] La novità consiste nell’introdurre, in luogo di variazioni termiche sistoliche e diastoliche, il concetto di una tendenza naturale alla dilatazione e contrazione, un moto involontario distinto sia dal movimento volontario mediato dai nervi sia dalla pulsazione arteriosa. “Herophilus’ explanation is therefore novel in so far as it introduces, instead of systolic or diastolic change due to temperatures, the concept of a natural tendency to dilate and contract.” – (fr:5894) [La spiegazione di Erofilo è dunque innovativa in quanto introduce, al posto del cambiamento sistolico o diastolico dovuto alle temperature, il concetto di una tendenza naturale a dilatarsi e contrarsi.]
Sul piano vascolare, Erofilo mantenne la distinzione, già del maestro Prassagora, tra arterie contenenti pneuma e vene contenenti sangue. “Central to Herophilus’ theory is the notion that the arteries contain pneuma … while the veins contain blood.” – (fr:5903) [Centrale nella teoria di Erofilo è la nozione che le arterie contengono pneuma … mentre le vene contengono sangue.] Come il pneuma raggiunga cuore e arterie non è chiarito dalle fonti, ma un passo di Galeno permette di affermare che, per Erofilo, il pneuma non è “inviato” dal cuore bensì “attirato” nelle arterie, e «non (solo) dal cuore ma da ogni dove». “The pneuma is not ‘sent’ [sc. by the heart into the arteries] but ‘drawn’, and not from the heart alone but from everywhere, as Herophilus … thought.” – (fr:5905-5906) [Il pneuma non è ‘inviato’ [dal cuore nelle arterie] ma ‘attirato’, e non dal solo cuore ma da ogni dove, come pensavano Erofilo ….] Tale attrazione sarebbe opera della dilatazione (diastole) arteriosa.
Un papiro londinese (Anonymus Londinensis) fornisce un ulteriore tassello: arterie e vene avrebbero eguale desiderio di nutrimento e eguale capacità assorbente, ma poiché le arterie si dilatano e contraggono, in esse si realizza un assorbimento maggiore, diventando così le principali distributrici di nutrimento ai tessuti. “Herophilus thought the arteries and veins have an equal desire for nourishment and hence an equal power to absorb nutriment. But because the arteries dilate and contract, whereas the veins do not, greater absorption in fact takes place into the arteries than into the veins, and the arteries therefore are the main distributors of nutriment to the tissues.” – (fr:5937-5939) [Erofilo riteneva che le arterie e le vene avessero un uguale desiderio di nutrimento e, quindi, un’uguale capacità di assorbire il nutrimento. Ma poiché le arterie si dilatano e si contraggono, mentre le vene no, si verifica di fatto un assorbimento maggiore nelle arterie rispetto alle vene, e pertanto le arterie sono le principali distributrici di nutrimento ai tessuti.] Poiché nella fisiologia greca il nutrimento raffinato è il sangue, ciò suggerirebbe che Erofilo ammettesse la presenza di sangue anche nelle arterie, accanto al pneuma. Restano tuttavia numerose incognite – sul ruolo degli umori nell’ostruzione dei nervi, sul meccanismo di trasmissione del comando motorio, sulla provenienza ultima del pneuma arterioso – che la documentazione frammentaria non consente di sciogliere.
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50 Erofilo e la duplice questione della distribuzione vascolare: sangue, pneuma e la nascita della teoria del polso
Un percorso tra le testimonianze antiche mostra come Erofilo, pur ereditando la distinzione tra vene e arterie del maestro Prassagora, ne corresse radicalmente la fisiologia, anticipando la sintesi galenica e fondando una dottrina del polso finalmente libera da associazioni patologiche.
Il passo affronta due nodi centrali della fisiologia erofilea: il significato della “distribuzione del nutrimento” (άνάδοσις) attraverso vene e arterie, e la natura del polso come funzione vitale distinta da tremori e spasmi. Il testo mostra come Erofilo operi un ritorno critico ad Aristotele, rigettando le tesi più problematiche di Prassagora.
Per quanto riguarda la distribuzione vascolare, l’Anonimo Londinese (il papiro commentato) afferma che per il suo autore «veins and arteries both contain blood as well as pneuma, but that the veins contain more blood and less pneuma than the arteries; and ‘since in an artery the pneuma is more, but in a vein the reverse is the case, it is more likely that the distribution taking place in the vein is greater than in the artery’» – (fr:5943, 5960) [vene e arterie contengono entrambe sangue e pneuma, ma le vene contengono più sangue e meno pneuma delle arterie; e “poiché in un’arteria lo pneuma è di più, mentre in una vena avviene il contrario, è più probabile che la distribuzione che ha luogo nella vena sia maggiore che nell’arteria”]. Il problema è se anche Erofilo, quando parla di “distribuzione di nutrimento”, intenda distribuzione di sangue. Non vi sono prove esplicite, osserva lo studioso, eppure l’Anonimo non ha dubbi che Erofilo intendesse proprio il sangue, come la maggior parte degli autori che scrissero sulla distribuzione attraverso vene e arterie (fr:5961). Non si può escludere a priori che Erofilo pensasse a una distribuzione di solo pneuma, o di una miscela – ipotesi nutrita dal fatto che già Aristotele descriveva i derivati liquidi del cibo come “pneumatizzati” dal calore connato nel cuore e trasformati in sangue (fr:5963). Una possibilità più radicale, benché meno probabile, è che per Erofilo la distribuzione di nutrimento attraverso le arterie significasse distribuzione del solo pneuma: in tal caso egli non sarebbe stato l’unico medico ellenistico a sostenere una simile dottrina, poiché Prassagora e Filotimo affermavano che respiriamo solo per nutrire lo pneuma psichico nelle arterie, e un certo Aristogene considerava l’aria come nutrimento (fr:5968). Tuttavia, il testo conclude che «there are, however, no reasonable indications that Herophilus shared Aristogenes’ theory, and in all likelihood he followed the example of most of his predecessors, understanding ‘distribution’ to refer to the distribution of blood» – (fr:5977) [non vi sono indicazioni ragionevoli che Erofilo condividesse la teoria di Aristogene, e con ogni probabilità seguì l’esempio della maggior parte dei suoi predecessori, intendendo per “distribuzione” la distribuzione del sangue].
Due considerazioni rafforzano questa interpretazione. La prima è che Erofilo concede la distribuzione di nutrimento tanto alle arterie quanto alle vene, dicendo solo che nelle vene è minore; e poiché non vi è prova che egli pensasse le vene come contenenti altro che sangue, è verosimile che la distribuzione in entrambi i tipi di vaso sia distribuzione di sangue. In tal caso Erofilo accetterebbe la presenza di sangue e pneuma nelle arterie, anticipando la posizione non solo dell’Anonimo e della scuola pneumatica, ma anche dello stesso Galeno (fr:5979-5980). La seconda considerazione è un argumentum e silentio: se Erofilo avesse davvero anticipato la tesi galenica delle arterie contenenti sangue oltre che pneuma, ciò spiegherebbe perché Galeno, nei suoi trattati fisiologici e in particolare nel An in arteriis natura sanguis contineatur, critichi Erasistrato ma mai Erofilo per aver adottato la posizione di Prassagora sulle arterie esangui e piene di solo pneuma (fr:5981). Il silenzio di Galeno, per quanto insidioso, offrirebbe un ulteriore sostegno all’ipotesi che per Erofilo le vene contenessero solo sangue, mentre le arterie contenessero sia sangue sia pneuma. Resta oscuro il rapporto esatto tra le due sostanze, poiché Erofilo si concentrò principalmente sul polso a scapito del contenuto arterioso (fr:5983).
Proprio la teoria del polso costituisce il secondo grande tema. L’autore traccia una breve storia del sapere pre-alessandrino sul polso. Prima della distinzione di Prassagora tra vene e arterie, il battito cardiaco e la pulsazione di certi vasi erano stati commentati da scrittori greci, ma in chiave prevalentemente patologica: nell’Iliade il cuore di Andromaca balza fino alla bocca nell’attesa della morte di Ettore, e nel Fedro di Platone un’anima angosciata pulsa come un polso febbricitante (fr:5989). Anche la scoperta di Prassagora che solo le arterie pulsano non eliminò le connotazioni patologiche; Erasistrato usava ancora “polso” nel vecchio senso, e fino a Cassio Longino (III sec. d.C.) “pulsare” indica un moto violento (fr:5991-5993). Erofilo non fu il primo a riconoscere il polso come funzione fisiologica normale e costante: l’autore ippocratico Sui luoghi nell’uomo, pur facendo derivare il sistema vascolare dalla testa, ammette che due “vene” lungo le tempie pulsano sempre, perché il sangue che rifluisce e quello che scende si scontrano generando la pulsazione (fr:5994-5996). Ma fu Aristotele a descrivere per primo la pulsazione come costante in tutti i vasi sanguigni e a collegarla al cuore: «The blood in animals pulsates (σφίξει) in all the blood vessels throughout [the body] at once» – (fr:6012) [Il sangue negli animali pulsa in tutti i vasi sanguigni di tutto il corpo simultaneamente]. Nel De respiratione Aristotele spiega la pulsazione come effetto del calore che “pneumatizza” l’umidità proveniente dal nutrimento: la dilatazione e contrazione del cuore, prodotta dall’aumento di volume dell’umidità riscaldata, genera il polso in tutti i vasi, legando digestione, pulsazione e respirazione in un’unica teoria coerente (fr:6015-6025). In questo quadro, la pulsazione è definita «Pulsation (σφύξις), then, is the evaporation [volatilization; pneumatization] of the heated moisture» – (fr:6015) [La pulsazione (σφύξις), dunque, è l’evaporazione (volatilizzazione; pneumatizzazione) dell’umidità riscaldata].
Prassagora, pur avendo scoperto la distinzione generalizzabile tra arterie e polso e il fatto che solo le arterie pulsano, introdusse due errori duraturi: insistette che le arterie sono prive di sangue e contengono solo pneuma, e ritenne che la capacità pulsatile delle arterie fosse completamente autonoma, indipendente dal cuore. Cercò di verificarlo con un esperimento: «If a person were to cut some flesh out of a living being and put it on the ground while it is quivering [palpitating], he would clearly see the movement of the arteries» – (fr:6029) [Se si tagliasse della carne da un essere vivente e la si mettesse a terra mentre palpita, si vedrebbe chiaramente il movimento delle arterie]. Erofilo rifiutò nettamente questa parte della dottrina del maestro, tornando al modello aristotelico. Riaffermò la continuità delle arterie con il cuore, ma negò loro una facoltà innata di pulsare: la dynamis che le fa dilatare e contrarre fluisce dal cuore attraverso le tonache arteriose, e il cuore è «like a fountain of the faculty which dilates the arteries» – (fr:6031) [come una fontana della facoltà che dilata le arterie]. Quando le arterie si dilatano, attraggono “ciò che riempirà la loro dilatazione” – probabilmente pneuma e sangue dal cuore – per poi spingerlo con la contrazione. Tutte le arterie si dilatano e contraggono all’unisono con il cuore, come nella teoria aristotelica (fr:6044), anche se a scopo diagnostico e prognostico Erofilo riteneva sufficiente esaminare il polso arterioso senza bisogno di esaminare la pulsazione del cuore (fr:6045).
Un ulteriore avanzamento decisivo riguarda la distinzione del polso da tremore (τρόμος), spasmo (σπασμός) e palpitazione (παλμός). Prassagora considerava tutti e quattro come moti arteriosi diversi solo per “grandezza”: il polso è naturale, lo spasmo un lieve aumento di moto, il tremore un aumento maggiore, la palpitazione il moto più agitato (fr:6046). Erofilo, pur concordando con Prassagora nel dire che «all the motion of the arteries that we see existing in us … is pulse» – (fr:6046) [tutto il movimento delle arterie che vediamo esistere in noi … è polso], spostò tremore e palpitazione fuori dal contesto arterioso: il tremore come affezione patologica della classe “simile ai nervi” (nervi, muscoli, tendini e legamenti), la palpitazione come affezione dei muscoli. Non ci sono informazioni esplicite sullo spasmo, ma è certo che anch’esso venisse classificato tra le affezioni del sistema motorio volontario (fr:6047). Fu probabilmente solo con la scoperta erofilea del sistema nervoso, e in particolare dei nervi motori, che divenne possibile una chiara differenziazione tra un moto vascolare involontario (il polso) e le affezioni patologiche del sistema motorio volontario. A ciò Erofilo aggiunse la distinzione tra il moto vascolare involontario e il moto polmonare involontario, ossia la respirazione (fr:6048), completando un quadro che avrebbe influenzato profondamente la fisiologia successiva.
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51 La dottrina erofilea del polso: sistole, diastole e ritmo
Erofilo definisce il polso come contrazione e dilatazione arteriosa, distingue l’attività dalla condizione naturale e costruisce la prima classificazione per differentiae specie-specifiche, gettando le basi della semiotica pulsologica antica.
Il polso, per Erofilo, si articola in due momenti: “The pulse itself according to Herophilus consists of two phases or parts: contraction (systole) is the activity or energeia of the arteries, while dilation (diastole) is ‘the return to the proper and natural condition of their body’.” – (fr:6059) [Il polso stesso, secondo Erofilo, consiste di due fasi o parti: la contrazione (sistole) è l’attività o energeia delle arterie, mentre la dilatazione (diastole) è “il ritorno alla condizione propria e naturale del loro corpo”.] A sostegno di questa distinzione, l’Alessandrino osservava che nelle arterie dei cadaveri permane un lume percepibile, sicché la parete arteriosa appare distesa; ne deduceva che anche nel vivente la condizione naturale dovesse essere la massima distensione (fr:6059). Tuttavia, come nota Galeno, Erofilo oscillò tra l’attribuire a entrambe le fasi il carattere di attività e il riconoscere soltanto alla contrazione tale prerogativa, senza che le fonti superstiti chiariscano il motivo dell’incertezza (fr:6060-6061).
L’accento posto sulla contrazione aprì un problema che affannò Galeno e che i discepoli erofilei affrontarono con sorprendente unanimità: la percepibilità della sistole. Galeno confessa di non aver mai sviluppato, in molti anni, la capacità di cogliere alcun segmento della contrazione – solo la dilatazione gli risultava accessibile – eppure “Herophilus himself not only talks about the contraction ‘as though it is perceptible’; he left no doubt that he regarded it as being just as perceptible to one’s touch as the diastole.” – (fr:6077) [Erofilo stesso non solo parla della contrazione “come se fosse percepibile”; non lasciò dubbi sul fatto che la ritenesse percepibile al tatto quanto la diastole.] I seguaci erofilei, benché spesso in polemica tra loro, concordarono raramente con tanta coesione sul fatto che la sistole fosse un moto percepibile (fr:6075). Erofilo, per parte sua, aveva chiarito che alcuni movimenti corporei sono percepibili (κίνησις αἰσθητή), altri deducibili soltanto con la ragione (κίνησις θεωρητή), e che tutti i moti percepibili delle arterie vanno chiamati “polso”; poiché il polso è composto da dilatazione e contrazione, la classificazione non esclude che anche la contrazione possa essere percepita (fr:6078-6079).
La descrizione generica del polso e la sua articolazione in diastole e sistole costituiscono un’acquisizione pionieristica, capace di un “enduring impact not only on medical nomenclature” – (fr:6080) [impatto duraturo non solo sulla nomenclatura medica]. Ma Erofilo andò oltre il genere “polso” e costruì una classificazione minuziosa delle specie, dapprima mediante differenze generali, poi secondo le età della vita. Le differentiae primarie sono enumerate due volte nel primo libro del trattato Sui polsi: “In general, then, pulse seems to differ from pulse in volume [mass], in size, in speed, in vehemence [strength], and in rhythm.” – (fr:6081) [In generale, dunque, il polso sembra differire dal polso per volume, grandezza, velocità, veemenza e ritmo.] Poco dopo la lista si ripete quasi identica – “One pulse appears to differ from another, and in general to be recognized [as different], in rhythm, size, speed, and vehemence [strength]” – (fr:6090) [Un polso appare diverso da un altro, e in generale viene riconosciuto come diverso, per ritmo, grandezza, velocità e veemenza] –, ma senza il “volume”. Poiché nessun altro testo conferma l’uso erofileo del “volume” per descrivere un polso, è probabile che si tratti di un’interpolazione successiva, e che le differentiae fondamentali siano quattro: grandezza, velocità, veemenza (o forza) e ritmo (fr:6091-6093). Secondo il medico pneumatico Archigene, Erofilo introdusse anche suddivisioni basate su regolarità/irregolarità e uniformità/disuniformità (fr:6096).
La veemenza (σφοδρότης) rappresenta un punto di particolare interesse dottrinale. “First, the ‘vehemence’ (σφοδρότης) or strength of a pulse, according to Herophilus, is due to the strength (ρώμη) of the vital faculty (ζωτική δύναμις) in the artery.” – (fr:6098) [In primo luogo, la “veemenza” o forza di un polso, secondo Erofilo, è dovuta alla forza della facoltà vitale nell’arteria.] Se l’informazione galenica è fededegna, Erofilo sarebbe il primo ad aver parlato di una “facoltà vitale”. Altrove egli fa riferimento a una facoltà che fluisce dal cuore alle arterie attraverso le tuniche arteriose e consente loro di contrarsi e dilatarsi; è verosimile che proprio questa dynamis, connaturata e permanentemente attiva, fosse qualificata come “vitale” o “sostenitrice della vita”, e che la sua intensità relativa determinasse la veemenza del battito (fr:6108-6109).
L’analisi del ritmo costituisce il capitolo più celebre della dottrina erofilea. “‘Rhythm’, says Herophilus, ‘is a motion which has a defined regulation in time’” – (fr:6127) [“Ritmo”, dice Erofilo, “è un movimento che ha una regolazione definita nel tempo”], e per analizzarlo egli ricorse sistematicamente all’analogia musicale. Ancora in età carolingia, tramite Censorino e Remigio di Auxerre, si ricordava che “the pulsations of the bloodvessels move in musical rhythms” – (fr:6131) [le pulsazioni dei vasi sanguigni si muovono in ritmi musicali]. L’applicazione dell’analogia non fu però esente da critiche: Galeno, nel De differentia pulsuum, lamenta che “just what he means by ‘rhythm’ … is very difficult to discover: is it the ratio of the time of dilation to the time of contraction only, or does he also attribute to ‘rhythm’ the time of the pause …?” – (fr:6132) [proprio cosa intenda per “ritmo” … è difficilissimo scoprirlo: è il rapporto tra il tempo della dilatazione e il tempo della contrazione, oppure attribuisce al “ritmo” anche il tempo della pausa …?] e che “not even among those who are named ‘Herophileans’ after him is there agreement …” – (fr:6133) [neppure tra coloro che da lui prendono il nome di “Erofilei” c’è accordo …]. In realtà, per Erofilo il ritmo è definito esclusivamente nei termini di sistole e diastole, senza includere le pause o gli intervalli di quiete. L’analogia musicale lo conferma: “just as musicians establish rhythms according to certain defined sequences of time-units, comparing up beat (arsis) and down-beat (thesis) with each other, so, too, Herophilus supposes that the dilation of the artery is analogous to the up-beat, while the contraction is analogous to the down-beat” – (fr:6135) [come i musici stabiliscono i ritmi secondo determinate sequenze di unità di tempo, confrontando arsi e tesi tra loro, così anche Erofilo ritiene che la dilatazione dell’arteria sia analoga all’arsi, mentre la contrazione alla tesi]. Poiché nella teoria musicale a lui contemporanea arsi e tesi erano contigue, Erofilo non avvertì la necessità di teorizzare intervalli di inattività tra i due movimenti; saranno Archigene, Galeno e Rufo a introdurre più tardi le pause (ήρεμίαι, διαλείμματα) nell’analisi (fr:6147-6148). Erofilo fissò infine un’unità temporale di base, il “primo tempo percepibile” (πρώτος χρόνος αἰσθητός), definito come l’intervallo in cui di norma egli trovava l’arteria, ancorando così il sistema a un dato empirico (fr:6150).
L’eredità erofilea si misura innanzitutto nella capacità di aver convertito la percezione del battito in un oggetto sistematico di indagine, dove attività fisiologica, facoltà vitale, unità metrico-musicali e differenze classificatorie convergono in un unico quadro – precario nelle sue oscillazioni, ma talmente fertile da alimentare il dibattito della scuola erofilea e delle sette mediche successive per secoli.
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52 La dottrina erofilea del polso tra ritmo musicale, rifiuto della pausa e pratica clinica
Erofilo elabora una fisiologia ritmica del polso fondata su un’«unità di tempo primaria percepibile», rigetta il concetto di pausa o intervallo – avvicinandosi così alla moderna comprensione del polso – e costruisce una classificazione dei ritmi naturali in base all’età, servendosi di un originale orologio ad acqua tarabile.
Il nucleo della teoria pulsologica di Erofilo è l’istituzione di
un’unità di tempo primaria, come sottolinea Galeno:
“It should be noted that T 178 merely attributes the
establishment of ‘primary time units’ to Herophilus; the rest of the
statement, with its reference to intervals, is not attributed to
Herophilus by Galen.” – (fr:6160) [Si noti che T 178
attribuisce a Erofilo soltanto l’istituzione delle «unità di tempo
primarie»; il resto dell’affermazione, con il suo riferimento
agli intervalli, non è attribuito a Erofilo da Galeno.]
Lo stesso Galeno, altrove, mostra incertezza sull’inclusione della
pausa: “In T 174 ‘either the motions only or also the pauses’
reflects Galen’s uncertainty (a product of his own preoccupation with
‘pause’), and again not an attribution of a theory of pause to
Herophilus.” – (fr:6161) [In T 174 «o solo i movimenti
o anche le pause» riflette l’incertezza di Galeno – frutto della
sua personale attenzione alla «pausa» – e ancora una volta
non costituisce l’attribuzione di una teoria della pausa a Erofilo.]
L’unità di tempo primaria è definita a partire dalla dilatazione del polso di un neonato e viene modellata sull’analogia musicale: “This ‘primary perceptible time unit’ is characterized as analogous to the breve or short unit used in the feet of musical metres, and it becomes the basic unit (a) by which the length of each contraction and each dilation is measured (each can consist of one, two, etc. ‘primary perceptible time units’), and (b) by which the rhythm, i.e. the relation of the duration of contraction to the duration of dilation, is established.” – (fr:6169‑6170) [Questa «unità di tempo primaria percepibile» è caratterizzata come analoga alla breve o unità breve usata nei piedi dei metri musicali, e diventa l’unità di base (a) con cui si misura la lunghezza di ogni contrazione e di ogni dilatazione (ciascuna può consistere di una, due, ecc. «unità di tempo primarie percepibili»), e (b) con cui si stabilisce il ritmo, cioè il rapporto tra la durata della contrazione e la durata della dilatazione.]
Proprio il rifiuto esplicito della pausa distingue Erofilo da altri
medici e teorici musicali: “Herophilus’ implicit rejection of
the notion of interval or quiescence or pause (διάλειμμα, ήσνχία,
ήρεμία) of course corresponds more closely to the modern understanding o
f ‘pulse’.” – (fr:6167) [Il rifiuto implicito, da parte di
Erofilo, della nozione di intervallo o quiescenza o pausa (διάλειμμα,
ἡσυχία, ἠρεμία) corrisponde naturalmente in modo più stretto alla
moderna comprensione del «polso».]
La tradizione musicale, in particolare Aristosseno, dedicava ampio
spazio alle pause silenziose tra le unità ritmiche, ma, come osserva il
testo, “the musical theorists’ extensive attention to pauses
or quiescent intervals between units of rhythm did not find a
sympathetic ear in Herophilus (as opposed to Galen and other medical
writers).” – (fr:6173) [L’ampia attenzione dei teorici
musicali alle pause o intervalli quiescenti tra le unità di ritmo non
trovò orecchie favorevoli in Erofilo (a differenza di Galeno e di altri
scrittori medici).]
Sebbene sia stato spesso ipotizzato un debito diretto verso la
metrica di Aristosseno – che elaborò concetti come chronos
prôtos e alogoi podes – la fonte invita alla cautela.
Aristosseno definiva il ritmo come “ ‘time divided in each of
the faculties that are capable of being moved in measures’ (sc. the
faculties lexis, melos, and bodily movement)” –
(fr:6173‑6174) [«tempo diviso in ciascuna delle facoltà che
possono essere mosse secondo misure» (ossia le facoltà della
lexis, del melos e del movimento corporeo)] e aggiungeva che “
‘not every order or defined regulation [taxis] of time possesses rhythm’
” – (fr:6174) [«non ogni ordine o regolazione definita
(taxis) del tempo possiede ritmo»]. Inoltre, “none of
the numerous ancient sources which acknowledge Herophilus’ debt to
musical theory or metrics characterize it as a debt to
Aristoxenus.” – (fr:6196) [Nessuna delle numerose fonti
antiche che riconoscono il debito di Erofilo verso la teoria musicale o
metrica lo caratterizza come un debito verso Aristosseno.]
L’impatto della teoria erofilea, quale che ne sia la provenienza, fu
comunque enorme e l’analogia tra ritmo metrico-musicale e ritmo del
polso divenne un topos della letteratura medica e musicale fino
al Rinascimento (fr:6197).
Sulla base dell’unità di tempo primaria, Erofilo costruì la prima
articolata teoria dei quattro stadi del ritmo del polso in
relazione all’età. Il polso del neonato è pirrichio (due unità
uguali, una per sistole e una per diastole), ma viene detto anche
alogos, “irrazionale”: “The pulse rhythm
of infants is, however, also described as alogos, ‘irrational’ or
‘without definable ratios’, ‘for it has neither a double ratio nor a
ratio of one and a half to one nor any other proportion (logos), but
instead is completely short … like the prick of a needle’.”
– (fr:6228‑6229) [Il ritmo del polso dei neonati è tuttavia descritto
anche come alogos, «irrazionale» o «senza rapporti
definibili», «poiché non ha né un rapporto doppio né un
rapporto di uno e mezzo a uno né alcun’altra proporzione (logos), ma è
invece completamente breve … come la puntura di un ago».]
La ragione di questa apparente contraddizione – un rapporto 1:1 chiamato
alogos mentre lo spondeo (ugualmente 1:1) non lo è –
risiederebbe nel fatto che “there is no operation of real
measurement against minima – no logos – in a sequence of two
minima.” – (fr:6240) [non c’è alcuna operazione di misura
reale rispetto a dei minimi – nessun logos – in una sequenza di due
minimi.]
Con la crescita il rapporto muta: nei bambini e negli adolescenti il
ritmo diventa trocaico (‒ ⏑), con diastole di due unità
e sistole di una: “In ‘growing children’ and adolescents the
natural pulse rhythm has become trochaic (- w). Each cycle of diastole
and systole now consists of three primary units, the dilation lasting
for two units, the contraction for one.” – (fr:6241) [Nei
«bambini in crescita» e negli adolescenti il ritmo naturale
del polso è diventato trocaico (‒ ⏑). Ogni ciclo di diastole e sistole
consiste ora di tre unità primarie, la dilatazione dura due unità, la
contrazione una.]
Nella piena maturità il polso è spondaico (‒ ‒), con
quattro unità equamente ripartite, e non è detto alogos; per
gli anziani, infine, il ritmo è giambico (⏑ ‒), con
diastole di una unità e sistole di due (o anche di più, fino a dieci
unità).
“Nature’s music in our arteries therefore assumes pyrrhic,
trochaic, spondaic, and iambic forms in four successive stages of our
lives; these are the ‘natural’ or normal pulse rhythms in our
arteries.” – (fr:6260) [La musica della natura nelle nostre
arterie assume dunque forme pirrichia, trocaica, spondaica e giambica in
quattro stadi successivi della nostra vita; questi sono i ritmi
«naturali» o normali del polso nelle nostre arterie.]
L’interesse di Erofilo non era soltanto speculativo: il polso
possedeva per lui un enorme valore clinico, diagnostico e prognostico.
Galeno attesta che “ ‘Herophilus himself in many places
mentions rhythms with a view to prognoses’ ” – (fr:6263)
[«Erofilo stesso in molti luoghi menziona i ritmi in vista della
prognosi»].
La testimonianza più vivida di questo impegno pratico è la costruzione
di una clessidra ad acqua portatile: “The
most vivid evidence of Herophilus’ clinical interest in the pulse is his
unique construction of a portable water-clock or clepsydra which he
apparently used on his medical rounds to take the pulse of his
patients.” – (fr:6264) [La prova più vivida dell’interesse
clinico di Erofilo per il polso è la sua originale costruzione di un
orologio ad acqua portatile, o clessidra, che egli evidentemente usava
durante le visite mediche per misurare il polso dei pazienti.]
Secondo Marcellino, “this water-clock could be calibrated to
suit the age of the patient, a feature which strikingly demonstrates
Herophilus’ desire to bridge the gap between theory and
practice.” – (fr:6268) [questa clessidra poteva essere
tarata in base all’età del paziente, caratteristica che dimostra in modo
lampante il desiderio di Erofilo di colmare il divario tra teoria e
pratica.]
La taratura per età rispecchiava esattamente la sua dottrina dei ritmi
naturali, saldando osservazione teorica e strumento clinico.
[24]
[24.1/1-86-6270|6354]
53 La teoria del polso di Erofilo: clepsidra, ritmo e stadi della vita
L’esame delle testimonianze antiche rivela come Erofilo abbia trasformato la pulsologia in una disciplina quantitativa e differenziale, legandola agli stadi della vita e a una strumentazione inedita.
Lo studio dei frammenti mette in luce un aspetto centrale dell’opera erofilea: l’uso della clessidra ad acqua per oggettivare il polso in funzione dell’età. “Herophilus, Marcellinus says explicitly, ‘constructed a water-clock capable of containing a specified amount [sc. of water] for the natural pulse-beats of each age’” – (fr:6269-6270) [Erofilo, dice esplicitamente Marcellino, «costruì una clessidra ad acqua capace di contenere una quantità specifica [s’intende d’acqua] per i battiti naturali del polso di ogni età»]. L’unico caso noto di impiego della clepsidra, benché intrigante, mostra che Erofilo la utilizzò non solo come un cronometro adattabile; “the contraction of an older person’s pulse can last ten primary time units” – (fr:6271) [la contrazione del polso di una persona anziana può durare dieci unità di tempo primarie].
Il dato si salda con la teoria degli stadi di vita e con la loro caratterizzazione ritmica. In vecchiaia il rapporto fra sistole e diastole poteva estendersi da 1:2 (giambico) a 1:10, un’escursione che “seems to reveal the limited applicability of Aristoxenus’ Rhythmics to Herophilus’ theory of pulse rhythm. (1:2 might, however, be the normal ratio, and 1:10 a pathological ratio.)” – (fr:6272-6273) [sembra rivelare la limitata applicabilità della Ritmica di Aristosseno alla teoria erofilea del ritmo del polso. (1:2 potrebbe tuttavia essere il rapporto normale, e 1:10 un rapporto patologico.)]. A supporto di questi passaggi il testo richiama fonti antiche: “148 T173.” – (fr:6274) [Testimonianza 173], “149 T182.” – (fr:6275) [Testimonianza 182], “See also Comments on T182.” – (fr:6276) [Vedi anche Commenti a T182]. La cronologia relativa viene inoltre fissata osservando che “The latest author mentioned by Marcellinus in his On Pulses is a leader of the Pneumatic school, Archigenes, who was at his prime in the early second century A.D. during the reign of Trajan (cf. Suda, s.v. Archigenes = a. 4107 Adler)” – (fr:6277-6281) [L’ultimo autore menzionato da Marcellino nel suo De pulsibus è un caposcuola della scuola Pneumatica, Archigene, che era al suo apice all’inizio del II secolo d.C. durante il regno di Traiano (cfr. Suda, s.v. Archigenes = a. 4107 Adler)]. Poiché Galeno, con la sua amplissima dottrina del polso in almeno otto trattati, non è mai citato, Marcellino sarebbe da collocare nella metà del II secolo d.C., conclusione compatibile anche con lo stile (“Since Galen’s extensive pulse-lore … is not mentioned even once … the latter was probably written in the mid-second century a.d. – a conclusion which is also compatible with Marcellinus’ style” – (fr:6282-6284) [Poiché l’ampia dottrina galenica del polso … non viene menzionata nemmeno una volta … quest’ultimo fu probabilmente scritto a metà del II secolo d.C. – conclusione compatibile anche con lo stile di Marcellino]; “(See my forthcoming edition, C M G.)” – (fr:6285) [(Si veda la mia prossima edizione, CMG)]).
L’impiego della clepsidra non si fermava alla mera misurazione cronometrica: “VII PHYSIOLOGY AND PATHOLOGY 283 but also as a thermometer.” – (fr:6286) [VII FISIOLOGIA E PATOLOGIA 283 ma anche come termometro]. Erofilo riteneva che la frequenza del polso fosse correlata alla temperatura corporea, sicché “he would use his water-clock also when feeling the pulse of feverish patients, and, after adjusting the water-clock to the patient’s age, ‘by as much as the movements of the pulse exceeded the number that is natural for filling up the [adjusted] clock, by that much he also declared the pulse too frequent – i.e. that [the patient] had either more or less of a fever’.” – (fr:6287) [usava la sua clessidra anche quando tastava il polso dei pazienti febbrili e, dopo aver regolato lo strumento sull’età del paziente, «di quanto i movimenti del polso superavano il numero naturale per riempire l’orologio [regolato], di tanto dichiarava il polso troppo frequente – cioè che [il paziente] aveva più o meno febbre»]. Il passo, chiosato da “151 T182, lines 13-16.” – (fr:6289) [151 T182, righe 13-16], chiarisce che in questa procedura non erano in gioco i ritmi interni a ciascuna pulsazione – difficilmente misurabili con la clepsidra – bensì le frequenze con cui quei ritmi si ripetevano nel tempo. L’applicazione della teoria dei quattro stadi di vita alla dottrina del polso si fondava quindi “not only on those different rhythmic patterns within a single pulse-beat that were discussed above (trochee, spondee, etc.), but also on differences in the frequency with which these ‘rhythmic’ beats occur over a longer span of time” – (fr:6288) [non solo su quei diversi schemi ritmici all’interno di un singolo battito del polso discussi sopra (trocheo, spondeo, ecc.), ma anche sulle differenze nella frequenza con cui questi battiti ‘ritmici’ si verificano in un arco di tempo più lungo].
La costruzione della clessidra erofilea, non descritta nei particolari, resta plausibile malgrado qualche dubbio tecnico. L’autore dichiara: “I am indebted to the late Derek de Solla Price for some of these suggestions.” – (fr:6290) [Sono debitore al compianto Derek de Solla Price per alcuni di questi suggerimenti]; “For other early models of Greek clepsydrae cf. The Athenian Agora. A Guide, 3rd edn (1976): 17, 21, 59, 168-9, 248-9; H. A. Thompson, 1954: 37-8; Brumbaugh, 1966: 68-73; Diels, 1915; Usher, 1954: 142-6; West, ” – (fr:6293-6295) [Per altri modelli antichi di clessidre greche cfr. …]. L’obiezione secondo cui un simile congegno «dal punto di vista tecnico difficilmente può non destare sospetti» (“153 Harris, 1973: ” – (fr:6296) [Harris, 1973: 191]) è considerata non vincolante, e il resoconto di Marcellino è stato accolto come plausibile da Diels e da altri storici della tecnologia antica (“154 Diels, 1920: ” – (fr:6297) [Diels, 1920: 27]; “See also M. C. P. Schmidt, 1912: vol. 11, pp. 44-5, 102 n. 2; Fraser, 1972: vol. 11 p. 518 n. 113; Gotfredsen, 1942: 191-2. Cf. n. ” – (fr:6298-6303) [Vedi anche …]).
La teoria erofilea degli stadi di vita attribuiva un ruolo centrale non solo al ritmo ma anche agli altri criteri differenziali. “284 HEROPHILUS and the second, rhythm, emerged as a concept of unusual theoretical and clinical consequence in so far as it also serves as a cornerstone of Herophilus’ theory of four stages of life.” – (fr:6304) [284 EROFILO e il secondo, il ritmo, emerse come un concetto di insolita rilevanza teorica e clinica, nella misura in cui funge anche da pietra angolare della teoria erofilea dei quattro stadi della vita]. Un ulteriore elemento, dimostrato dall’uso della clessidra, era “the differentiation of pulses of different ages by reference to the frequency of pulse-beats” – (fr:6305) [la differenziazione dei polsi delle diverse età in riferimento alla frequenza dei battiti]. L’impiego della frequenza come criterio desta tuttavia perplessità, perché nel Libro I del De pulsibus Erofilo elencava la «velocità», e non la frequenza, fra i quattro criteri primari (“His use of frequency as a criterion is puzzling, because ‘speed’ rather than ‘frequency’ was mentioned in Book 1 of Herophilus’ On Pulses as one of the four primary criteria …” – (fr:6306) [Il suo uso della frequenza come criterio lascia perplessi, perché nel Libro I del De pulsibus Erofilo menzionava la «velocità» e non la «frequenza» come uno dei quattro criteri primari …]; “155 T162.” – (fr:6309) [155 T162]). Medici posteriori quali Archigene, Marcellino e Galeno tracceranno una distinzione netta tra velocità e frequenza; nel caso di Erofilo le testimonianze sono troppo scarse per stabilire se le concepisse come caratteristiche separate, ma è certo che la velocità – e non solo la frequenza – fu attivamente adoperata per definire specie di polso (“Thus the pulse known as formicans or ‘ant-like’ (μυρμηκικών, ‘moving like an ant’) is described by Herophilus as not being ‘fast’, i.e. as not having much speed.” – (fr:6308) [Così il polso detto formicans o «simile a formica» (μυρμηκικών, «che si muove come una formica») è descritto da Erofilo come non «veloce», cioè privo di molta velocità], con il rimando “157 T180.” – (fr:6324) [157 T180]).
Plinio conferma che Erofilo applicò la velocità anche alla teoria degli stadi: “Herophilus, he says, ‘divided the pulsation of the arteries into definite measures and metrical laws according to age: regular (stabilis) or fast or slow’.” – (fr:6325) [Erofilo, dice Plinio, «suddivise la pulsazione delle arterie in misure definite e leggi metriche in base all’età: regolare (stabilis) o veloce o lenta»]. Ciò che non viene tramandato è il modo in cui si determinasse una velocità «regolare» o «normale» di riferimento. Plinio soggiunge che ai suoi tempi quella classificazione, giudicata eccessivamente sottile, era stata abbandonata, mentre frequenza e forza rimanevano guida diagnostica (“Pliny adds that by his time this Herophilean classification … had been abandoned ‘on account of its excessive subtlety’, while the observation of pulse frequency and pulse strength still served as ‘a pilot in life’.” – (fr:6331) [Plinio aggiunge che ai suoi tempi questa classificazione erofilea … era stata abbandonata «a causa della sua eccessiva sottigliezza», mentre l’osservazione della frequenza e della forza del polso fungeva ancora da «guida nella vita»]). L’affermazione, tuttavia, riflette una conoscenza imperfetta della rifioritura pulsologica operata dalla scuola Pneumatica, che non solo riprese i quattro criteri erofilei (grandezza, veemenza/forza, velocità, ritmo) e i sussidiari (regolarità/irregolarità, uniformità/non uniformità), ma ne aggiunse almeno altri due: frequenza e pienezza (“The ‘Pneumatics’ not only took over Herophilus’ four primary criteria … and four of his subsidiary criteria … they added at least two more: frequency and fullness.” – (fr:6333) [I «Pneumatici» non solo ripresero i quattro criteri primari erofilei … e quattro dei suoi criteri sussidiari … ma ne aggiunsero almeno altri due: frequenza e pienezza]).
Il quarto criterio primario, la «grandezza», fu anch’esso integrato nella teoria degli stadi. “‘Size’, the fourth and remaining primary differentia of pulse kinds, was also used in Herophilus’ theory of stages of life.” – (fr:6326) [La «grandezza», quarta e ultima differenza primaria dei tipi di polso, fu anch’essa impiegata nella teoria erofilea degli stadi della vita]. Le informazioni antiche sono scarne ma rivelatrici: Galeno concorda con Erofilo nel ritenere che il polso normale dei bambini sia «di buona grandezza» o «adeguato per grandezza», non «piccolo» come sostenevano Archigene e altri. “The reason Galen cites for not calling it ‘small’ reveals much about Herophilus’ (and Galen’s) conception of pulse size: unlike the ‘primary perceptible time unit’, which is an absolute measuring device, ‘size’ (μέγεθος) is a relative concept, because the ‘size’ of a pulse always has to be defined in relation to the circumference of its artery.” – (fr:6328) [La ragione addotta da Galeno per non chiamarlo «piccolo» rivela molto sulla concezione erofilea (e galenica) della grandezza del polso: a differenza dell’«unità di tempo primaria percepibile», che è un misuratore assoluto, la «grandezza» (μέγεθος) è un concetto relativo, poiché va sempre definita in rapporto alla circonferenza dell’arteria]. “Compared to the pulse of an adult, the child’s pulse might be small, but relatively speaking, i.e. in relation to the circumference of a child’s artery, it is as ‘adequate in size’ or ‘good-sized’ as the adult’s pulse.” – (fr:6329) [Paragonato al polso di un adulto, quello del bambino potrebbe essere piccolo, ma in termini relativi, cioè in rapporto alla circonferenza dell’arteria infantile, è tanto «adeguato per grandezza» o «di buona grandezza» quanto lo è il polso dell’adulto]. In questa cornice relativistica, l’adeguatezza di grandezza era considerata caratteristica dei polsi normali a ogni età, e ogni scarto sarebbe stato un sintomo patologico (“Within this relativistic framework, ‘adequacy’ of size apparently was thought of as characteristic of normal or healthy pulses at all ages, and deviations … would consequently be viewed as a pathological symptom.” – (fr:6340) [In questa cornice relativistica, l’«adeguatezza» di grandezza era evidentemente ritenuta caratteristica dei polsi normali o sani di ogni età, e le deviazioni … sarebbero state di conseguenza considerate un sintomo patologico]).
In sintesi, ciascuna delle quattro differenze primarie – grandezza, velocità, veemenza/forza, ritmo – riceve un’applicazione significativa nella pulsologia erofilea, e due di esse sono parte integrante della teoria dei quattro stadi di vita (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia) (“Glancing back, we see that each of the four primary differentiae … is given significant application in his pulse-lore … two of these differentiating devices also are made an integral part of his theory that there are four stages of life …” – (fr:6342-6343) [Volgendo uno sguardo indietro, vediamo che ognuna delle quattro differenze primarie … riceve un’applicazione significativa nella sua dottrina del polso … due di questi dispositivi differenzianti sono anche resi parte integrante della sua teoria secondo cui esistono quattro stadi di vita …]). Le due differenze sussidiarie – regolarità/irregolarità, uniformità/non uniformità – non sono prominenti nella teoria degli stadi, ma la loro presenza è attestata. “But the claim of Archigenes that Herophilus did in fact ‘mention regularity and irregularity, also evenness and unevenness by specific kind’, is borne out by some of Herophilus’ descriptions of abnormal pulses – descriptions which became renowned primarily because of his nomenclatural inventiveness: for example, the gazelle-like pulse (δορκαδίζων, famous in Latin pulse-lore as caprizans) of a certain eunuch, the ant-like pulse (μυρμηκίζων or formicans), and the quivering pulse (τρομώδης or tremulus)” – (fr:6345) [Ma l’affermazione di Archigene secondo cui Erofilo di fatto «menziona regolarità e irregolarità, anche uniformità e non uniformità per tipo specifico» è confermata da alcune descrizioni erofilee di polsi anormali – descrizioni divenute celebri soprattutto per la sua inventività nomenclatoria: per esempio, il polso gazzellante (δορκαδίζων, noto nella pulsologia latina come caprizans) di un certo eunuco, il polso formicante (μυρμηκίζων o formicans) e il polso tremulo (τρομώδης o tremulus)], con i rinvii “161 T168–T170, T180” – (fr:6346) [161 T168–T170, T180]. I termini «polso formicante» e «polso gazzellante» sarebbero stati introdotti proprio da Erofilo (“The terms ‘ant-like’ pulse and ‘gazelle-like’ pulse appear to have been introduced by Herophilus.” – (fr:6347) [I termini polso «formicante» e polso «gazzellante» sembrano essere stati introdotti da Erofilo]), mentre l’attribuzione a lui del polso «vermicolare» è priva di fondamento nelle fonti antiche (“Harris’ implication (1973: 190) that the ‘worming’ pulse also received its name from Herophilus has no basis in the ancient evidence.” – (fr:6351) [L’implicazione di Harris (1973: 190) che anche il polso «vermicolare» abbia ricevuto il nome da Erofilo non ha alcun fondamento nelle testimonianze antiche]).
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[25.1/1-117-6413|6525]
54 Teorie della generazione del seme nell’antichità e la posizione di Erofilo
Il dibattito sull’origine del seme umano nell’antichità vide contrapporsi modelli encefalogenetico, pangenetico ed ematogeno, con Erofilo che, pur abbracciando la tesi aristotelica dell’origine ematica, la difese su basi anatomiche e la modificò attribuendo un ruolo attivo a testicoli e dotti deferenti.
Il testo espone le tre principali teorie spermatologiche dell’antichità e analizza la posizione assunta da Erofilo. La teoria della pangenesi, di probabile origine atomistica, sostiene che il seme provenga da tutte le parti del corpo, o almeno da tutte le sue parti umide: “this theory states that seed originates not in the brain but in all parts of the body (or at least in all its moist parts); the theory hence is known as the ‘pangenesis’ theory” – (fr:6409) [questa teoria afferma che il seme non ha origine nel cervello ma in tutte le parti del corpo (o almeno in tutte le sue parti umide); la teoria è perciò nota come teoria della ‘pangenesi’]. Questa visione domina il Corpus Hippocraticum, comparendo sia in trattati ‘Coan’ come Arie, Acque, Luoghi, sia in quelli tradizionalmente ‘Cnidi’. L’autore del trattato Sul Male Sacro è un aderente di questa teoria, affermando che “‘seed comes from everywhere in the body - sound seed from the sound parts, diseased seed from the diseased parts’” – (fr:6410) [‘il seme proviene da ogni parte del corpo - seme sano dalle parti sane, seme malato dalle parti malate’]. Un’enunciazione ancor più esplicita si trova in Arie, Acque, Luoghi, dove si legge: “‘For the seed comes from all parts of the body, healthy seed from healthy parts, diseased seed from diseased parts . . . Bald parents, therefore, for the most part have bald children, grey-eyed parents grey-eyed children, squinting parents squinting children, and so on . . .’” – (fr:6424) [‘Il seme proviene infatti da tutte le parti del corpo, seme sano da parti sane, seme malato da parti malate… Genitori calvi, perciò, hanno per lo più figli calvi, genitori con occhi grigi figli con occhi grigi, genitori strabici figli strabici, e così via…’]. È caratteristico notare come nello stesso trattato convivano la visione encefalogenetica arcaica e quella pangenetica più recente, senza che l’autore tenti di conciliarle: “The author of this treatise does not even try to reconcile these two spermatological theories with each other” – (fr:6424) [L’autore di questo trattato non tenta nemmeno di riconciliare tra loro queste due teorie spermatologiche].
Una terza teoria, quella ematogena, sostiene che il seme si formi nel sangue attraverso un processo di concozione, come residuo o forma più elaborata del sangue stesso, raggiungendo i genitali tramite il sistema vascolare. Sebbene una formulazione meno elaborata sia attribuita al presocratico Diogene di Apollonia, il suo più celebre sostenitore è Aristotele. Nel De Generatione Animalium, Aristotele descrive un processo in cui il cibo, dopo la masticazione, passa nello stomaco dove viene ‘concotto’ tramite il calore naturale; da lì giunge al cuore in forma liquida e viene trasformato in sangue. Nel cuore il sangue viene caricato di pneuma connato e distribuito attraverso i vasi sanguigni. Poiché viene prodotto più sangue del necessario, il surplus subisce un’ulteriore concozione: “Among the useful kinds of surplus or ‘residue’ are seed in the male, and menstrual ‘moisture’ and mother’s milk in the female” – (fr:6448) [Tra i tipi utili di surplus o ‘residuo’ vi sono il seme nel maschio, e l’‘umidità’ mestruale e il latte materno nella femmina]. Il seme è dunque sangue in eccesso che ha subito un ulteriore stadio di concozione ed è veicolo di anima, contenendo pneuma connato e possedendo già potenzialmente il principio dell’anima senziente. In questa visione, la formazione del seme è completata nei vasi sanguigni prima che questi raggiungano i genitali; i testicoli non contribuiscono in alcun modo alla formazione del seme, ma fungono da pesi da telaio che tengono sospesi i dotti spermatici, rendendo il percorso dello sperma più lungo e convoluto per prevenire l’eiaculazione precoce: “the testes, which are likened to the stone weights which women hang on their looms when weaving, keep the spermatic duct hanging down from the rest of the body and thus, by virtue of making the journey of sperm longer and more convoluted, ‘make the movement of the seminal residue (τὸ σπερματικόν περίττωμα) more stable’” – (fr:6453) [i testicoli, che sono paragonati ai pesi di pietra che le donne appendono ai loro telai quando tessono, mantengono il dotto spermatico sospeso rispetto al resto del corpo e così, rendendo il percorso dello sperma più lungo e convoluto, ‘rendono più stabile il movimento del residuo seminale’].
Erofilo, pur schierandosi con Aristotele contro il Corpus Hippocraticum nell’accettare la teoria ematogena, non ne condivide tutti i dettagli. Secondo un frammento del De semine tramandato da Vindiciano, Erofilo sosteneva che la dissezione dimostra la correttezza della teoria ematogena, poiché i vasi sanguigni che conducono ai genitali contengono più sangue quando sono più distanti da essi, ma meno sangue e più sostanza color seme man mano che si avvicinano: “dissection proves the haematogenous theory of seed to be correct, because the bloodvessels leading into the genitalia contain more blood when they are at a greater distance from the genitalia, but less blood - and more of a seed-coloured substance - the closer they get to the genitalia” – (fr:6459) [la dissezione prova che la teoria ematogena del seme è corretta, perché i vasi sanguigni che portano ai genitali contengono più sangue quando sono a maggiore distanza dai genitali, ma meno sangue – e più di una sostanza color seme – quanto più si avvicinano ai genitali].
Il frammento prosegue con altre quattro prove a difesa della teoria ematogena. La seconda afferma che un rapporto sessuale eccessivo provoca emissione di sangue invece di seme, poiché l’eccessivo svuotamento seminale fa sì che sangue non ancora convertito in seme entri nel sistema dei dotti spermatici. La terza è un sillogismo: ciò che è più importante può sorgere solo da ciò che è più importante; seme e sangue sono quanto di più importante vi sia tra gli umori corporei; quindi il seme è generato dal sangue. La quarta prova osserva che i sintomi successivi al salasso (pallore, perdita di peso, debolezza) sono gli stessi che accompagnano l’esaurimento da rapporto sessuale. La quinta si basa sul fatto che, come il sangue si coagula quando estratto dai vasi, così anche il seme si coagula quando depositato nell’utero, come mostrato dalle dissezioni: “since blood congeals when removed from its own vessels (i.e. from veins and arteries), and since seed does so too - dissections, the author says, show that seed congeals when it has been deposited in the uterus - the essence of seed must come from blood” – (fr:6480) [poiché il sangue si coagula quando viene rimosso dai propri vasi (cioè da vene e arterie), e poiché anche il seme fa lo stesso – le dissezioni, dice l’autore, mostrano che il seme si coagula quando è stato depositato nell’utero – l’essenza del seme deve provenire dal sangue].
L’attribuzione di tutte e cinque le prove a Erofilo, sostenuta con forza da Werner Jaeger, non è tuttavia inequivocabile. Solo la prima è esplicitamente introdotta da “primo igitur ut Herofilus ait” – (fr:6460); nelle successive Erofilo non è più menzionato. L’autore del frammento aveva infatti elencato diversi sostenitori della teoria ematogena – Diogene di Apollonia, Erasistrato, Erofilo, Alessandro Filalete e gli Stoici – aggiungendo che “and different authors explain it by providing different proofs” – (fr:6472) [e diversi autori la spiegano fornendo differenti prove]. La quarta prova, inoltre, fa riferimento al salasso, pratica terapeutica che Erasistrato notoriamente rifiutava, il che restringe la possibile paternità di questa argomentazione a Erofilo, per il quale l’uso del salasso è attestato. La quinta prova coinvolge la dissezione e l’apparato riproduttivo femminile, ambito su cui Erofilo era un’autorità riconosciuta. Appare perciò possibile, se non probabile, che tutte o gran parte delle cinque prove risalgano a Erofilo, sebbene, come ammette il testo, “this tentative conclusion about the authorship of the proofs cannot make the confident claim to certainty with which Werner Jaeger tried to invest it” – (fr:6507) [questa conclusione provvisoria sulla paternità delle prove non può avanzare la pretesa di certezza con cui Werner Jaeger cercò di investirla].
Pur accettando la tesi centrale di Aristotele, Erofilo rivendicò la propria indipendenza su un punto cruciale. Mentre Aristotele negava qualsiasi ruolo ai testicoli nella produzione del seme, Erofilo sostenne che sia i testicoli sia il dotto deferente partecipano alla generazione del seme: “Herophilus maintains that both play a role in the generation of seed” – (fr:6510) [Erofilo sostiene che entrambi giocano un ruolo nella generazione del seme]. Secondo Erofilo, il seme giunge dai vasi sanguigni ai testicoli in forma solo imperfetta; passa poi dai testicoli all’epididimo e da lì viene tratto nei vasi deferenti e nelle vescichette seminali, chiamate entrambe τταρασταταί (‘assistenti’). Galeno criticò Erofilo per non aver attribuito ai testicoli un ruolo maggiore rispetto al dotto seminale, ma riconobbe che almeno “‘was not quite as mistaken as Aristotle, who compared the testicles to loom weights’” – (fr:6510) [‘non era del tutto in errore come Aristotele, che paragonava i testicoli a pesi da telaio’]. Resta tuttavia oscuro il meccanismo con cui il seme passa dai testicoli al pene, al punto che Rufo di Efeso concluse che “‘this provided Herophilus, too, with an insoluble difficulty’” – (fr:6524) [‘ciò fornì anche a Erofilo una difficoltà insolubile’].
[26]
[26.1/2-84-6670|6752]
55 La διαφωνία scettica e la tassonomia erofilea di sintomi e sogni
“As Sigmund Freud acknowledged, Herophilus’ emphasis on the fulfilment of sexual and other wishes or desires in both the ‘natural’ and ‘compound’ dream categories is striking from a modern perspective.” – (fr:6738) [Come riconobbe Sigmund Freud, l’enfasi di Erofilo sulla realizzazione di desideri sessuali e di altro tipo sia nei sogni “naturali” sia in quelli “composti” è sorprendente da una prospettiva moderna.]
L’argomentazione scettica di Sesto Empirico si fonda, come egli stesso illustra, “It is based on either real or hypothetical διαφωνία, disagreement, between ‘dogmatists’ or ‘rationalists’: faced with the same question or with the same set of signs, the ‘dogmatists’ would offer conflicting answers and interpretations; and, he adds, it is impossible to ascribe intrinsic superiority to any of these interpretations - hence one can only suspend judgment.” – (fr:6670) [Si basa su una διαφωνία reale o ipotetica, disaccordo, fra ‘dogmatici’ o ‘razionalisti’: di fronte alla stessa domanda o allo stesso insieme di segni, i ‘dogmatici’ offrirebbero risposte e interpretazioni contrastanti; e, aggiunge, è impossibile attribuire una superiorità intrinseca a una qualsiasi di queste interpretazioni – di qui la sospensione del giudizio.] Per esemplificarla, Sesto mette in scena le divergenze fra tre medici ellenistici: “For example, the very symptoms which Herophilus might interpret as ‘signs of good blood’, says Sextus, Erasistratus would interpret as ‘signs of the transference from the veins into the arteries’, while Asclepiades would interpret them as signs of ‘the impaction of intelligible molecules in intelligible interstices’.” – (fr:6671) [Ad esempio, gli stessi sintomi che Erofilo interpreterebbe come “segni di buon sangue”, dice Sesto, Erasistrato li interpreterebbe come “segni del trasferimento dalle vene alle arterie”, mentre Asclepiade li interpreterebbe come segni “dell’impattamento di molecole intelligibili in interstizi intelligibili”.] Sesto si prende gioco della teoria eristratea delle sinanastomosi e del principio di pletora, così come del modello atomistico asclepiadeo, e la forza delle sue allusioni presuppone che quei medici sostenessero realmente posizioni riconoscibili in tali caricature (fr:6672). Per Erofilo, invece, il riferimento ai “segni di buon sangue” resta un enigma: “But just what Herophilus’ theory was, and what symptoms actually were associated with it, leaves us with yet another tantalizing mystery” – (fr:6673) [Ma quale fosse precisamente la teoria di Erofilo, e quali sintomi vi fossero effettivamente associati, resta un altro mistero allettante].
La stessa passione classificatoria di Erofilo, già manifesta nella tassonomia del polso, si riversa sulla sintomatologia. L’unica testimonianza che potrebbe attribuirgli una sistematica classificazione temporale dei segni è compromessa dall’espressione ambigua οἱ περὶ τὸν Ἡρόφιλον, che può designare Erofilo stesso, i suoi seguaci o entrambi (fr:6694). Galeno, nel Sulla pienezza, riferisce che “those around Herophilus introduced it in a manner similar to the Empiricists” – (fr:6695) [quelli intorno a Erofilo la introdussero in modo simile agli Empirici], alludendo alla τρίχρονος σημείωσις, l’inferenza dai segni a tre tempi. Se davvero questa dottrina risalisse a Erofilo, lo schema adottato sarebbe il seguente: “The interpretation of signs has to be threefold: from present signs or symptoms the physician makes pathological inferences about the current condition of the patient; from past signs he infers the history of the patient’s illness and its proximate causes, while ‘future signs’ refer to the inferences made from what happened to other patients … i.e. ‘future signs’ indicate how a similar cure might be effected by similar measures in the patient currently under treatment.” – (fr:6697) [L’interpretazione dei segni deve essere triplice: dai sintomi presenti il medico trae inferenze patologiche sulla condizione attuale del paziente; dai segni passati deduce la storia della malattia e le sue cause prossime; i “segni futuri” si riferiscono alle inferenze tratte da altri pazienti guariti, indicando come una cura simile possa essere realizzata con misure simili nel paziente in cura.] Mentre gli Empirici, che rifiutavano l’eziologia, utilizzavano la sintomatologia principalmente come criterio terapeutico diretto, Erofilo – qualora la classificazione fosse sua – avrebbe insistito sul potenziale eziologico dell’interpretazione tri-temporale (fr:6698). Tuttavia, “the attribution of this temporal classification of symptoms to Herophilus himself must, however, remain as tentative as the frustrating phrase οἱ περὶ τὸν Ἡρόφιλον is ambiguous” – (fr:6699) [l’attribuzione di questa classificazione temporale a Erofilo stesso deve rimanere tanto incerta quanto l’ambigua frase οἱ περὶ τὸν Ἡρόφιλον].
La medesima tensione tassonomica si applica ai fenomeni psichici, in primo luogo ai sogni. “One of the psychic conditions or activities upon which he brought his taxonomic passion to bear is dreams, which he divided into three general types.” – (fr:6717) [Una delle condizioni o attività psichiche su cui riversò la sua passione tassonomica sono i sogni, che egli suddivise in tre tipi generali.] Il primo tipo, i sogni inviati da un dio, è detto avvenire “inevitabilmente” o “per necessità” (fr:6719): Erofilo respinge così la tesi aristotelica che i sogni non siano mai di origine divina ma solo naturale. Il secondo tipo, i sogni naturali, insorge “when the soul forms for itself an image of what is to its advantage and of what will happen next” – (fr:6721) [quando l’anima forma per se stessa un’immagine di ciò che è a suo vantaggio e di ciò che accadrà in seguito]. Non si tratta di sogni predittivi omerici, bensì di creazioni endogene in cui la psiche immagina il futuro orientandolo al proprio interesse (fr:6724). La terza classe, i sogni misti o composti, è descritta con un accento sorprendentemente moderno: “‘arising spontaneously … according to the impact of the images, whenever we see what we wish to see, as happens in the case of men who in their dreams make love to (or: ‘see’) the women they love’” – (fr:6725) [“sorgenti spontaneamente … secondo l’impatto delle immagini, ogni volta che vediamo ciò che desideriamo vedere, come accade nel caso di uomini che nei loro sogni fanno l’amore con (o: vedono) le donne che amano”]. Questi sogni devono il loro carattere “composto” alla condivisione di elementi con entrambe le categorie precedenti: un agente esterno (l’impatto delle immagini, affine ai sogni divini) e uno stimolo interno (il desiderio, come nei sogni naturali) (fr:6734‑6735).
Come riconobbe lo stesso Freud, l’accento erofileo sulla realizzazione di desideri, compresi quelli sessuali, colpisce il lettore moderno (fr:6738). È però significativo che, per quanto ne sappiamo, Erofilo non abbia attribuito a queste osservazioni un valore patologico o terapeutico; il suo interesse era piuttosto rivolto a una tassonomia dei sogni basata sull’origine, di orientamento eziologico ma priva di immediata applicazione clinica (fr:6739‑6740). Con questa tripartizione, Erofilo inaugurò una ricca tradizione ellenistica e patristica di teoria onirica (fr:6741), lasciando un’eredità in cui la passione classificatoria e il gusto per l’eziologia convivono con l’incertezza attributiva che avvolge gran parte delle fonti.
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56 La dottrina dei sogni e la fisiologia di Erofilo: innovazione e fortuna di un modello
L’opera di Erofilo di Calcedonia getta un ponte tra la classificazione ellenistica dei sogni e la sua rielaborazione stoica e cristiana, mentre la sua fisiologia umorale e neurologica si inserisce nel dibattito antico sulle cause delle malattie e sulla sede dell’egemonico.
L’indagine erofilea sui sogni si distingue per un tentativo di classificazione sistematica fondata sull’origine, giudicato «something novel and unusually influential» (fr:6754) [qualcosa di nuovo e insolitamente influente]. La tripartizione originaria, attribuita a Erofilo da sole tre fonti antiche (fr:6755), viene ripresa e modificata dagli Stoici. Nella versione divulgata da Posidonio (ca. 135-50 a.C.) i sogni si dividono in: (1) quelli in cui l’anima prevede da sé; (2) quelli causati da «anime immortali impresse di verità» che riempiono l’aria; (3) quelli in cui gli dèi stessi conversano con i dormienti (fr:6759). La terza classe posidoniana è «virtually identical with Herophilus’ class of ‘dreams sent by god’» (fr:6759) [virtualmente identica alla classe erofilea dei ‘sogni inviati da un dio’], mentre la prima mostra una forte affinità con i sogni ‘naturali’ di Erofilo, intesi come attività immaginativa autonoma dell’anima (fr:6760). Solo la seconda classe, legata alle anime immortali, a prima vista non corrisponde strettamente a uno dei tipi erofilei (fr:6761). Erofilo distingueva infatti sogni inviati da un dio, sogni naturali e sogni «misti» o «composti», che «attribuiva non a un’agente divino ma all’impatto delle immagini» (fr:6762). Tuttavia, anche in questo caso la funzione è analoga: la classe copre tutti i sogni che non sono né divini né originati da un’attività psichica autonoma (fr:6769).
Il modello conosce un’ampia diffusione. Filone Alessandrino distingue sogni inviati dal «divino», sogni in cui il νοῦς si muove all’unisono con la mente del tutto e sogni in cui l’anima si agita da sé (fr:6771). La letteratura cristiana antica adotta la tripartizione con due differenze: le «anime immortali» posidoniane (o i sogni composti erofilei) sono sostituite dal diavolo o da demoni malvagi, e si perde l’enfasi sui sogni predittivi, tornando all’approccio più comprensivo di Erofilo (fr:6772). Tertulliano, ad esempio, distingue sogni edificanti inviati da Dio, sogni fallaci e confusi inviati dai demoni e sogni in cui l’anima contempla le cose in modo più o meno autonomo, che egli, come Erofilo, chiama «naturali» (fr:6773-6774). Simili distinzioni si ritrovano in Prudenzio, Cassiano e Agostino (fr:6784-6790). Attraverso questa lunga storia due dei tre tipi erofilei restano notevolmente intatti: i sogni inviati direttamente da dio e quelli naturali; «Herophilus’ third type, ‘combined dreams’, … in later literature is replaced by ‘dreams sent by demons or the devil’» (fr:6785) [il terzo tipo, i sogni ‘combinati’, nella letteratura successiva è sostituito da sogni inviati dai demoni o dal diavolo]. Erofilo aveva illustrato questo genere con l’esempio non patologico dell’appagamento sessuale onirico, i cristiani lo illustrano con sogni ingannevoli e confusi (fr:6786). Una traccia di continuità potrebbe celarsi nel termine «composto» (συγκραματικοί), spesso connesso all’idea di confusione (fr:6787).
Sul versante fisiologico, diverse testimonianze collocano Erofilo tra i medici che ricondussero la costituzione del corpo e le cause delle malattie agli umori. Lo Ps.-Galeno riferisce che «some people attributed both the constitution of things that are in accordance with nature and the cause of things that are contrary to nature to the humours alone, as did Praxagoras and Herophilus» (fr:6796) [alcuni attribuirono sia la costituzione delle cose secondo natura sia la causa delle cose contro natura ai soli umori, come fecero Prassagora ed Erofilo]. Galeno ricorda inoltre che «four faculties were said by Herophilus to govern living beings» (fr:6799) [quattro facoltà erano dette da Erofilo governare gli esseri viventi], e inserisce Erofilo nell’elenco dei medici più reputati che emularono Ippocrate nella dottrina degli umori (fr:6801-6806). Celso riporta che, secondo Erofilo, «ogni difetto risiede negli umori» del corpo (fr:6815), posizione alternativa a chi attribuiva la malattia a uno squilibrio dei quattro elementi o allo pneuma. Lo stesso Erofilo compare tra gli autori che trattarono della bile nera (fr:6818-6819) e tra coloro che non si accontentarono delle «qualità comuni» di Tessalo (fr:6822).
Infine, per quanto riguarda la sede del comando dell’anima, Galeno annovera Erofilo di Calcedone tra coloro che scrissero in modo valido sull’utilità delle parti, pur senza eguagliare Aristotele (fr:6828). Le raccolte dossografiche collocano l’egemonico di Erofilo «ἐν τῇ τοῦ ἐγκεφάλου κοιλία, ἥτις ἐστί καί βάσις» (fr:6835) [nella cavità del cervello, che ne è anche la base], distinguendosi da Erasistrato che lo situava nella meninge (l’epicranide).
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57 Il dibattito antico sulla sede del principio vitale e la critica di Galeno a Erofilo
Le testimonianze dossografiche e mediche mostrano un vivace confronto sulla localizzazione dell’egemonico, che viene progressivamente messo in relazione con la struttura dei nervi, del pneuma e degli organi.
Il testo offre uno spaccato del dibattito fisiologico e filosofico antico intorno alla localizzazione della facoltà direttiva dell’anima, il cosiddetto hegemonikon. La varietà di opinioni è sintetizzata in più fonti. Una prima rassegna, attribuita a Eusebio e confluita nelle edizioni moderne di Galeno, riporta che «Concerning the command centre: Plato and Democritus [locate it] in the entire head; Strato in the space between the eyebrows; Erasistratus in the area of the meninx of the brain, which he calls ‘on the skull’ (epikranis); Herophilus in the ventricle of the brain which is also its ‘base’ (basis); Parmenides in the entire thorax, and so too Epicurus; and all the Stoics, in the entire heart or in the pneuma around the heart» – (fr:6849) [Riguardo al centro di comando: Platone e Democrito lo collocano nell’intera testa; Stratone nello spazio tra le sopracciglia; Erasistrato nell’area della meninge del cervello, che chiama ‘epicranide’; Erofilo nel ventricolo del cervello che ne è anche la ‘base’; Parmenide e anche Epicuro nell’intero torace; tutti gli Stoici nell’intero cuore o nel pneuma intorno al cuore].
Un elenco quasi identico ricorre in Teodoreto di Cirro, con alcune varianti significative. Qui Ippocrate si affianca a Democrito e Platone tra i sostenitori della sede encefalica, mentre tra quanti assegnano il primato al cuore compaiono esplicitamente anche Empedocle e Aristotele, accanto alla «compagnia degli Stoici»: «For, while Hippocrates, Democritus and Plato said that it has its seat in the brain, Strato [said] in the space between the eyebrows. But Erasistratus, the physician, [said it is] in the area of the meninx of the brain, which he calls ‘on the skull’ (epikranis); Herophilus, in the ventricle of the brain; Parmenides and Epicurus in the entire thorax; Empedocles, Aristotle, and the Stoic school assigned the heart to it» – (fr:6856-6857) [Ippocrate, Democrito e Platone dissero che ha la sua sede nel cervello, Stratone nello spazio tra le sopracciglia. Ma Erasistrato, il medico, nell’area della meninge del cervello, che chiama ‘epicranide’; Erofilo nel ventricolo del cervello; Parmenide ed Epicuro nell’intero torace; Empedocle, Aristotele e la scuola stoica assegnarono il cuore a esso].
La posizione di Erofilo è precisata da Galeno, che distingue ulteriormente le teorie sulla supremazia dei ventricoli cerebrali. Sebbene alcuni ritenessero che la quarta cavità – il fornice – esercitasse il controllo maggiore, «Herophilus, however, seems to assume that not this ventricle, but the one in the cerebellum (parenkephalis), exercises more control» – (fr:6864) [Erofilo, tuttavia, sembra ritenere che non questo ventricolo, ma quello nel cervelletto, eserciti un controllo maggiore].
La testimonianza di Tertulliano offre un quadro radicalmente diverso, poiché utilizza la disputa per affermare il punto di vista cristiano: contro tutte le teorie pagane, il principio direttivo risiede nel cuore in quanto scrigno del sangue, sede della sapienza e oggetto dello sguardo divino. Dopo aver ricordato le opinioni contrastanti, l’autore conclude con un rifiuto sistematico: «Consequently you should not think, with Heraclitus, that this ruling power is stirred up from outside, nor, with Moschion, that it breezes through the whole body, nor, with Plato, that it is enclosed in the head, nor, with Xenocrates, that it rather sits in command in the crown of the head, nor, with Hippocrates, that it reclines in the brain, nor indeed around the base of the brain, as Herophilus [said], nor in its little membranes, as Strato and Erasistratus [said], nor in the middle, between the eyebrows, as Strato the physicist [said], nor in the entire enclosure of the chest, as Epicurus [said]; but rather, what the Egyptians have declared … ‘For the blood around the heart is a human being’s sense’» – (fr:6877) [Di conseguenza non dovete pensare, con Eraclito, che questa facoltà direttiva sia agitata dall’esterno, né, con Moschione, che aleggi per tutto il corpo, né, con Platone, che sia racchiusa nel capo, né, con Senocrate, che presieda piuttosto nella sommità del capo, né, con Ippocrate, che giaccia nel cervello, né certo intorno alla base del cervello, come disse Erofilo, né nelle sue piccole membrane, come dissero Stratone ed Erasistrato, né nel mezzo, tra le sopracciglia, come disse Stratone il fisico, né nell’intero recinto del petto, come disse Epicuro; ma piuttosto ciò che gli Egizi hanno dichiarato … ‘Poiché il sangue intorno al cuore è il senso per l’uomo’].
Accanto alla localizzazione, il testo esplora la natura della trasmissione del comando. Un frammento relativo ai nervi ottici chiarisce la terminologia erofilea: «As regards the sensory nerves that descend to the eyes from the brain, which Herophilus in fact also calls ‘passages’ (poroi) since they alone have clear, perceptible paths for the pneuma – just as this itself is contrary to expectation and ‘beyond’ the rest of the nerves, so too is the fact that they grow out from different places but, as they proceed forward, are united, and then again go away from each other and are separated» – (fr:6883) [Riguardo ai nervi sensoriali che discendono dal cervello agli occhi, che Erofilo chiama anche ‘passaggi’ (poroi) poiché essi soli hanno percorsi chiari e percepibili per il pneuma – come questo stesso fatto è contrario all’aspettativa e ‘al di là’ del resto dei nervi, così lo è il fatto che crescono da luoghi differenti ma, procedendo in avanti, si uniscono e poi di nuovo si allontanano e si separano].
Il ruolo dei nervi e la necessità di distinguere tra organo e facoltà sono al centro della critica mossa da Galeno a Erofilo e a Prassagora in merito al tremore. Galeno riconosce a Erofilo il merito di aver associato il moto volontario alla classe dei nervi e non delle arterie, ma gli imputa un errore fondamentale: «For, while Herophilus recognized correctly that the nerve-like, and not the arterial, class [of parts] serves the voluntary motions, [he did not recognize that] the body of the nerves is not itself the cause of motion but rather its instrument [organon), whereas its moving cause is the faculty (dynamis) which extends through the nerves.» – (fr:6902) [Mentre Erofilo riconobbe correttamente che la classe dei nervi, e non quella delle arterie, serve i movimenti volontari, non riconobbe che il corpo dei nervi non è esso stesso la causa del movimento, ma piuttosto il suo strumento, mentre la sua causa motrice è la facoltà (dynamis) che si estende attraverso i nervi]. La conseguenza è che, nei cadaveri, mancando l’anima, ogni moto cessa immediatamente, perché «muscles and nerves are just the instruments of the soul» – (fr:6905) [muscoli e nervi sono solo gli strumenti dell’anima].
Sul piano più astratto, Erofilo distingueva due tipi di movimento: «Herophilus [says] that one kind of motion is perceptible by reason, the other by the senses» – (fr:6908) [Erofilo dice che un tipo di movimento è percepibile con la ragione, l’altro con i sensi].
Un’ampia sezione è dedicata alla respirazione, descritta come un processo che non dipende da una facoltà psichica centrale, ma da capacità motorie insite direttamente nei tessuti. «Herophilus admits motor capacities for bodies in the nerves, arteries, and muscles» – (fr:6931) [Erofilo ammette capacità motorie nei corpi, nei nervi, nelle arterie e nei muscoli]. Di conseguenza, «He thinks that the lung alone has a natural tendency to dilate and contract» – (fr:6932) [Egli ritiene che il polmone abbia da solo una tendenza naturale a dilatarsi e contrarsi]. Il meccanismo viene descritto come un ciclo di quattro fasi basato su riempimento e svuotamento reciproco tra polmone e torace, un processo in cui il pneuma esterno viene attirato, trasferito, riaccolto ed espirato senza l’intervento di una spinta volontaria, ma per la semplice successione meccanica di scambi e pressioni.
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58 Erofilo e la fisiologia del pneuma: polso, respirazione e anima
La testimonianza frammentaria mostra come Erofilo abbia ridefinito il polso su base qualitativa, collegato moto polmonare e pneumatica, e attribuito all’anima una sostanza pneumatica diffusa.
Nella ricostruzione delle dottrine fisiologiche di Erofilo attraverso Galeno e altri autori emergono alcuni nuclei originali. Il moto del polmone viene scomposto in quattro fasi: “Of these motions of the lung, he says, two are dilations – the one from outside and the one from the thorax – while two are contractions, namely one when the thorax draws the pneumatic substance to itself, the other when the lung itself excretes pneuma into the external air.” (fr:6937) [Di questi movimenti del polmone, dice, due sono dilatazioni – quella dall’esterno e quella dal torace – mentre due sono contrazioni, ossia una quando il torace attira a sé la sostanza pneumatica, l’altra quando il polmone stesso espelle il pneuma nell’aria esterna]. Al torace competono invece due soli movimenti: “dilation when it draws pneuma from the lung, contraction when it delivers it back again to the lung” (fr:6938) [dilatazione quando attira il pneuma dal polmone, contrazione quando lo restituisce al polmone]. Il principio è ripreso dallo Pseudo-Galeno, che precisa: “Ήρόφιλος δέ δύναμιν άπολείπει περί τά σώματα κινητικήν έν νεύροις καί έν άρτηρίαις καί μυσί· … φυσικήν ένέργειαν μέν ουν είναι τού πνεύμονος τήν έξωθεν τού πνεύματος όλκήν, … είς τον θώρακα τό περιττόν άναπέμπειν, τον δέ είς τον έξωθεν άέρα άπωθεΐν.” (fr:6939) [Erofilo lascia una capacità motoria nei nervi, nelle arterie e nei muscoli; … l’attività naturale del polmone è l’attrazione del pneuma dall’esterno, … invia il superfluo nel torace, e questo lo spinge nell’aria esterna].
La dottrina del polso segna una rottura con il maestro Prassagora. Mentre Prassagora considerava polso, palpitazione, spasmo e tremore differenti solo per quantità, “Herophilus, who had a more accurate knowledge of this topic, found the differences of these affections to lie in quality instead” (fr:7010) [Erofilo, che aveva una conoscenza più precisa dell’argomento, trovò che le differenze risiedessero nella qualità]. Egli colloca il polso esclusivamente in arterie e cuore, mentre “palpitation and spasm and tremor occur in muscles as well as nerves” (fr:7011) [palpitazione, spasmo e tremore insorgono nei muscoli e nei nervi]. Il polso è coestensivo alla vita: “is born with a living being and dies with it, whereas these other motions do not” (fr:7012) [nasce con l’essere vivente e muore con esso, mentre questi altri moti no]; inoltre si produce sia nel riempimento sia nello svuotamento delle arterie ed è involontario. La disputa con Prassagora è ricordata come “no paltry dispute” (fr:7023), poiché Prassagora aveva erroneamente sostenuto che “palpitation, tremor, and spasm are an affection of the arteries, differing not in kind but in size from the pulsating motion in them” (fr:7024) [palpitazione, tremore e spasmo sono un’affezione delle arterie, differenti non per genere ma per grandezza dal movimento pulsante in esse]. Erofilo tentò di ribaltare l’opinione già all’inizio del suo trattato Sui polsi, ma “as is Herophilus’ custom, he does so in an unclear form of expression which his followers clarified” (fr:7029) [com’è sua abitudine, lo fa con una forma espressiva oscura che i suoi seguaci chiarirono].
Sul piano vascolare Erofilo sostiene che le arterie sono continue al cuore e dotate di una facoltà che fluisce attraverso le loro tuniche. “Using this faculty they dilate in a manner similar to the heart itself and draw, from everywhere they can, that which will fill their dilation; but when they contract, they expel it” (fr:6953) [Usando questa facoltà si dilatano in modo simile al cuore stesso e attirano, da ogni parte possibile, ciò che riempirà la loro dilatazione; ma quando si contraggono, lo espellono]. Questa concezione serve a spiegare come il pneuma raggiunga tutto il corpo anche se le arterie sono piene di sangue: il pneuma non è «inviato» ma “‘drawn’, and not from the heart alone but from everywhere, as Herophilus thought” (fr:6962) [«attirato», e non dal solo cuore ma da ogni parte, come pensava Erofilo]. Resta tuttavia fermo che “the heart is something like a source of the faculty which dilates the arteries” (fr:6963) [il cuore è qualcosa come la sorgente della facoltà che dilata le arterie].
Riguardo alla distribuzione del nutrimento l’Anonimo Londinense riferisce che Erofilo riteneva maggiore l’assorbimento nelle arterie rispetto alle vene, perché “the arteries, he says, dilate and contract, and produce a pulse, whereas the veins neither contract nor dilate, and do not move in a pulsating manner” (fr:6984) [le arterie, dice, si dilatano e contraggono e producono un polso, mentre le vene né si contraggono né si dilatano e non si muovono in modo pulsante]. L’autore lo critica osservando che “he did not grasp that the veins have a wider cavity than the arteries and, because they have a wider cavity, will necessarily also have a greater absorption occurring in them” (fr:6988) [non comprese che le vene hanno una cavità più ampia delle arterie e, avendo cavità più ampia, avranno necessariamente anche un maggiore assorbimento in esse].
Quanto all’anima, la testimonianza galenica indica che Erofilo decideva che “the substance of the soul is pneuma” (fr:6969) [la sostanza dell’anima è pneuma] e, a differenza di Erasistrato, non chiariva se fosse contenuta nei ventricoli o diffusa. Piuttosto voleva che lo pneuma psichico fosse diviso in parti minutissime, “in every single part of the parts of the root member, such that there is no part of [these] parts in which it is not” (fr:6970) [in ogni singola parte delle parti del membro radicale, cosicché non c’è parte di queste parti in cui non sia].
Infine, la ricezione antica riconosce a Erofilo un ruolo fondativo nello studio del polso. L’elogio galenico lo presenta come un uomo che “surpassed the great majority of the ancients … by his logos of the pulsation of ‘veins’” (ma il testo originale doveva leggersi «arterie») (fr:6990). La sua terminologia, che chiama “all perceptible motion of the arteries ‘pulse’” (fr:7036), rimaneva ancora in uso al tempo di Galeno, scalzando la nomenclatura di Egimio che impiegava «palpitazione» per ogni moto arterioso.
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59 Erofilo e il polso: attività, passione e la controversia sulle differenze
Galeno, attingendo alla tradizione alessandrina, distingue nettamente la pulsazione cardiaca, intesa come attività conforme a natura, dalla palpitazione, che è un’affezione (pathos) della sola muscolatura, come riteneva Erofilo, oppure anche di pelle e arterie, come supponeva Prassagora. “But whether palpitation is an affection of the muscles only, as Herophilus thought, or also of the skin, or of the arteries, as Praxagoras supposed – this we shall examine again” – (fr:7040) [Ma se la palpitazione sia un’affezione dei soli muscoli, come pensava Erofilo, o anche della pelle o delle arterie, come supponeva Prassagora – lo esamineremo di nuovo]. Il movimento del cuore, chiarisce Galeno, “ἡ μὲν κατὰ τοὺς σφυγμοὺς ἐνέργειά ἐστιν, ἡ δὲ κατὰ τοὺς παλμοὺς πάθος” – (fr:7042) [nel caso del polso è un’attività, mentre nel caso della palpitazione è un’affezione], poiché la palpitazione sorge dal cuore stesso ma non secondo natura, mentre la pulsazione sorge dal cuore ed è secondo natura (fr:7049). Il termine ‘polso’ (σφυγμός) va accolto nell’accezione di Prassagora, Erofilo e di quasi tutti i posteri, dato che l’uso più antico, attestato in Erasistrato e Ippocrate, è diverso e verrà discusso altrove (fr:7050-7051). Poiché si dà il nome di polso al movimento proprio del cuore, la palpitazione è un’affezione nel secondo significato di pathos (moto contro natura), ma non tutto ciò che chiamiamo polso è attività (energheia) (fr:7052-7053).
Sulla genesi del polso esisteva una divergenza antica. “Some, among them also Praxagoras, thought that the arteries pulsate by themselves, possessing – like the heart – an innate faculty of such a kind” – (fr:7066) [Alcuni, tra cui Prassagora, ritenevano che le arterie pulsassero di per sé, possedendo – come il cuore – una facoltà innata di tal genere]. Altri, al contrario, pensavano che la tunica arteriosa si dilatasse e contraesse come il cuore ma non per facoltà propria, bensì perché la riceveva dal cuore, e a questo giudizio “Herophilus, too, adhered” – (fr:7068) [aderì anche Erofilo]. Erasistrato non accettava né l’una né l’altra posizione (fr:7069). Galeno conferma che “this double, compound motion of the arteries, to which, of course, we also give the name ‘pulse’ (sphygmos), is governed by the heart” – (fr:7058) [questo movimento doppio e composto delle arterie, che chiamiamo appunto ‘polso’ (σφυγμός), è governato dal cuore], e non nel modo immaginato da Erasistrato, ma secondo Ippocrate, Erofilo e quasi tutti i migliori medici e filosofi antichi.
La composizione del polso diviene oggetto di analisi serrata. Per i Pneumatici contrazione e dilatazione sono entrambe attività e parti del polso, mentre per i seguaci di Erofilo e di Asclepíade l’opinione non è univoca (fr:7085). Erofilo, dopo una lunga indagine, “for the most part only the contraction” – (fr:7087) [per lo più soltanto la contrazione] viene considerata un’attività, mentre la dilatazione è un ritorno (epanodos) alla condizione naturale del corpo dell’arteria. “The intention of his view is in fact that just as the coat of the artery is seen to be distended in the case of those who are dead, so too in those who are alive it is distended as much as is in its power” – (fr:7082) [L’intento della sua dottrina è che, come la tunica dell’arteria appare distesa nei cadaveri, così nei viventi è distesa quanto le è possibile] – benché Asclepíade sostenesse il contrario.
La questione della percettibilità della sistole oppone Agatino, che la giudica impercettibile, a Erofilo, che ne parla sempre come di un fenomeno avvertibile al tatto. Galeno confessa: “For many years I did not know whether it is even possible to discern the contraction of the artery clearly with one’s touch” – (fr:7089) [Per molti anni non seppi se fosse persino possibile discernere con chiarezza la contrazione dell’arteria con il tatto]. Preferì quindi esercitare il tatto e rileggere gli antichi; trovò che quasi tutti gli Erofilei la dicevano percepibile, mentre i seguaci di Erasistrato e i discendenti di Ateneo di Attalia si dividevano (fr:7095-7096). Alla fine riconobbe che le testimonianze degli autori più antichi non offrivano un guadagno certo (fr:7097). Riconosce comunque che “Praxagoras also does this, and so does Herophilus and almost all [physicians], some more so, some less, and some worse, some better” – (fr:7100) [Anche Prassagora fa così, come Erofilo e quasi tutti i medici, chi più, chi meno, chi peggio, chi meglio], ossia inferire lo stato delle arterie dalle esperienze tattili.
Un’ampia polemica di Galeno è rivolta contro chi invoca l’autorità di Erofilo senza offrire dimostrazioni, traendo conclusioni indebite. “For, it is shameful to contend with witnesses as in a court” – (fr:7138) [È vergognoso contendere con testimoni come in tribunale], ammonisce, e prosegue: “let them not falsify Herophilus, and let them not embarrass – with a revered name – those who are ignorant of Herophilus’ writings, and let them not procure belief in their argument on this basis” – (fr:7137) [non falsifichino Erofilo, non mettano in imbarazzo – con un nome venerato – chi ignora gli scritti di Erofilo, e non procurino credito al loro argomento su questa base].
Il cuore della disputa è il significato del termine πλῆθος nell’elenco erofileo delle differenze del polso. Erofilo avrebbe scritto: “καθόλου μὲν οὖν δοκεῖ διαφέρειν σφυγμὸς σφυγμοῦ πλήθει, μεγέθει, τάχει, σφοδρότητι, ῥυθμῷ” – (fr:7113) [In generale, sembra che un polso differisca da un polso per πλῆθος, grandezza, velocità, veemenza, ritmo]. Alcuni identificano πλῆθος con ‘pienezza’ (πληρότης). Galeno mostra tuttavia che poco dopo, riprendendo il discorso, Erofilo stesso omette il πλῆθος e menziona solo quattro differenze: “φαίνεται δὲ διαφέρειν … ῥυθμῷ, μεγέθει, τάχει, σφοδρότητι” – (fr:7121) [appare che differisca … per ritmo, grandezza, velocità, veemenza]. Inoltre, in tutte le distinzioni successive basate su età, malattie, stagioni e stili di vita, Erofilo non impiega mai la differenza della pienezza, mentre le altre compaiono costantemente (fr:7124). Galeno ne deduce che πλῆθος indichi piuttosto la ‘frequenza’ (πυκνότης) o qualcos’altro, e invita a chiarire il pensiero di Erofilo solo dopo aver letto l’intera sua opera sul polso, non mediante congetture slegate.
Così la testimonianza restituisce il profilo di un Erofilo attento fisiologo, che lega la sistole all’attività e distingue il moto patologico da quello naturale, e al tempo stesso rivela il laboratorio esegetico di Galeno, che rifiuta l’uso dogmatico dell’auctoritas e cerca nella totalità degli scritti la chiave per interpretare la terminologia tecnica del polso.
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60 Esegesi e polemica intorno al ‘polso pieno’ di Erofilo: tra filologia e fisiologia
Un acceso dibattito sulla terminologia del polso in Erofilo mette a nudo i metodi interpretativi e le controversie dottrinali della medicina antica, tra accuse di falsificazione, analisi filologica e una sorprendente classificazione dei polsi.
Il frammento si apre con un serrato confronto dialettico. L’autore – con ogni probabilità Galeno – rimprovera agli avversari di invocare Erofilo e gli Erofilei come testimoni per sottrarsi a un esame diretto. “But calling on Herophilus and Herophileans as one’s witnesses is characteristic of someone who runs away from the direct contest and, for fear of cross-examination, discovers a pretext and evasions and contrivances.” – (fr:7140) [Ma chiamare a testimoni Erofilo e gli Erofilei è tipico di chi fugge il confronto diretto e, per timore del controinterrogatorio, trova pretesti, scappatoie e sotterfugi.] Lo scopo non è indagare la verità bensì procurarsi una “historical sanction” (fr:7141) [sanzione storica]. Il dialogo che ne segue – “‘Does Herophilus say this?’ ‘Of course not.’ ‘But then surely you must be lying,’ ‘Show how I am lying; show how he argues!’” (fr:7142-7144) – mostra come l’appello a un testo ambiguo generi soltanto sterili battaglie esegetiche: “an ambiguous text is put forward and a battle is joined concerning it: what could the text possibly mean?” (fr:7145) [viene prodotto un testo ambiguo e si ingaggia una battaglia attorno ad esso: cosa potrebbe mai significare il testo?].
Il nucleo della contesa è se Erofilo abbia riconosciuto la differenza di “pienezza” (plerotes) tra i polsi. L’autore dichiara di dover “either appear to say the opposite of Archigenes and Herophilus and a host of others, or demonstrate that there is no ‘full pulse’ (pleres sphygmos) according to Herophilus.” (fr:7153) [o apparire in contrasto con Archigene, Erofilo e una schiera di altri, oppure dimostrare che secondo Erofilo non esiste il ‘polso pieno’ (pleres sphygmos).] Per farlo esamina l’unico passo che i critici sembrano aver letto, tratto dal I libro del Sull’impulso di Erofilo: “‘In general, then, pulse is thought to differ from pulse in mass (plethos), in size, in speed, in vehemence, and in rhythm.’” – (fr:7157) [‘In generale, dunque, si ritiene che il polso differisca dal polso per massa (plethos), grandezza, velocità, veemenza e ritmo.’] Il termine plethos (massa) viene interpretato dagli avversari come plerotes (pienezza). Galeno ribatte che plethos può significare “frequenza” (pyknotes) o “veemenza” (sphodrotes), affermando: “I would say everything rather than ‘fullness’, so that they may recognize how great a scope there is for those who wish to speak nonsense.” (fr:7160) [direi qualsiasi cosa piuttosto che ‘pienezza’, affinché riconoscano quanto spazio abbiano coloro che vogliono dire sciocchezze.] Aggiunge poi una sprezzante osservazione sulla somiglianza fonetica: “Or is it because we pronounce the first syllable in both ‘fullness’ (pie-rotes) and ‘mass’ (ple-thos) with the same letters?” (fr:7162) [O forse perché pronunciamo la prima sillaba di ‘pienezza’ (pie-rotes) e di ‘massa’ (ple-thos) con le stesse lettere?]
Il principio ermeneutico di Galeno è enunciato con vigore: “this is also my law of interpretation, to explain clearly each author out of himself and not to spout forth empty conjectures and unproven assertions [about] what any [author] intends to say.” (fr:7168) [questa è anche la mia legge interpretativa: spiegare con chiarezza ciascun autore a partire da se stesso e non vomitare congetture vuote e affermazioni non dimostrate su ciò che un autore intenda dire.] Applicando questa legge, egli dimostra che Erofilo non adopera mai il termine “pieno” (pleres), mentre “frequente” (pyknon) ricorre “ten thousand times” (fr:7170) [diecimila volte]. Ancora più decisiva è l’analisi interna del I libro: quando Erofilo riprende l’elenco delle differenze omette sistematicamente “massa” e menziona solo “ritmo, grandezza, velocità e veemenza”, precisando pure “come è stato detto” (fr:7181-7182). Se plethos fosse davvero una categoria diagnostica, perché Erofilo l’avrebbe tralasciata subito dopo? L’assenza si estende all’intera opera: “Rather, only in Book i, not in all his works [did he add it], although he would not have omitted it if indeed it were a name of a difference between pulses.” (fr:7188) [Piuttosto, lo aggiunse solo nel libro I, non in tutte le sue opere, sebbene non l’avrebbe omesso se fosse stato davvero il nome di una differenza tra i polsi.] La conclusione è che la “pienezza” non fece mai parte del lessico tecnico erofileo.
Alla ricostruzione si aggiunge la testimonianza di Archigene, il quale elenca le differenze generiche del polso secondo Erofilo come “size, speed, vehemence, and rhythm” (fr:7198) [grandezza, velocità, veemenza e ritmo], senza mai includere la massa, e le distingue da quelle specifiche quali regolarità/irregolarità e uniformità/disuniformità. Archigene è tuttavia criticato per la sua confusione terminologica: “he feared … to mention primary genera and primary differences … although all these things were … mentioned countless times by Herophilus” (fr:7215) [temette di menzionare generi primari e differenze primarie … sebbene tutte queste cose fossero state menzionate innumerevoli volte da Erofilo]; invece “scoprì” il termine “qualità”. La sua confusione, afferma Galeno, non è solo verbale ma investe i fatti stessi: “seems to be in a state of confusion not only with reference to names but even much more so with reference to the facts themselves.” (fr:7219) [sembra in uno stato di confusione non solo riguardo ai nomi ma ancor più riguardo ai fatti stessi.] L’ironia è suggellata dalla citazione omerica “He alone understands, and the shades flit around” (fr:7218) [Egli solo capisce, e le ombre svolazzano intorno], che bolla gli epigoni come ombre incapaci di comprendere il maestro.
Il testo offre infine un saggio della classificazione erofilea dei polsi, conservata sia dagli Erofilei sia dagli Archigenei. “One is called a ‘fading’ pulse, another ‘discontinuous’, and others ‘recurrent’, ‘gazelle-like’ [caprizans: capering], ‘quivering’ [‘trembling’], and ‘tapering off’ [‘mouse-tailed’].” (fr:7232) [Uno è chiamato polso ‘evanescente’, un altro ‘discontinuo’, e altri ‘ricorrente’, ‘gazzellante’ (caprizans), ‘tremolante’ e ‘murino’ (a coda di topo).] Il polso “gazzellante” (dorkadizon) è descritto come un polso composto: “whenever the artery in any given single part interrupts its motion, then especially … it occurs. For, this kind of pulse is not ‘gazelle-like’ in its entirety, but only when the second motion after the pause is both faster and more vehement than the first.” (fr:7235-7236) [ogniqualvolta l’arteria in una qualunque singola parte interrompe il movimento, allora specialmente … si manifesta. Infatti questo tipo di polso non è ‘gazzellante’ nella sua totalità, ma solo quando il secondo movimento dopo la pausa è insieme più rapido e più veemente del primo.] Un dato aneddotico di Marcellino ne sottolinea la rarità: “Ήρόφιλος μέν ό ττρώτος όνομάσας δορκαδί^οντα σφυγμόν φησιν άπαξ έωρακέναι, επί τίνος ευνούχου, ήμΐν δέ συνεχών έπι τω ν έργων έπέπεσεν εν τε φρενητικαΐς και καρδιακαις διαθέσεσι.” – (fr:7238) [Erofilo, che per primo diede il nome al polso gazzellante, dice di averlo visto una volta sola, in un eunuco; a noi invece capita di continuo nell’attività pratica in stati frenitici e cardiaci.]
Il brano costituisce una testimonianza di straordinario valore storico. Documenta il vivace dibattito interno alla medicina antica, dove l’esegesi dei testi degli auctores era parte integrante della costruzione del sapere. Mette in luce la sofisticatezza della polso-diagnostica (sfigmologia), dotata di un lessico tecnico ricco e pittoresco. Vi si scorgono i tratti di una filologia scientifica ante litteram, fondata sul principio dell’autore come interprete di se stesso, e la tensione fra fedeltà all’autorità e autonomia dell’osservazione clinica.
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61 Il polso come ritmo: la dottrina erofilea tra definizioni, analogie musicali e critica galenica
Le fonti antiche delineano il contributo di Erofilo alla semeiologia del polso attraverso la nozione di ritmo, l’introduzione di unità temporali discrete e la descrizione delle variazioni legate all’età e alla patologia, restituendo un quadro ricco di osservazioni empiriche ma segnato da ambiguità teoriche.
Erofilo di Calcedonia, attivo nel III secolo a.C., è il primo a dare un nome a polsi specifici. Il polso «caprizzante» (dorkadizon, caprizans), così chiamato per l’analogia con il salto della gazzella, viene ricordato da Marcellino: “Herophilus, who was actually the first to give the ‘gazelle-like’ (dorkadizon (caprizans)) pulse its name, says that he saw it once in the case of a certain eunuch, but it has fallen under our observation continually in actual practice in conditions of delirium and heart disease.” – (fr:7242) [«Erofilo, che effettivamente per primo diede il nome al polso ‘caprizzante’ (dorkadizon/caprizans), dice di averlo visto una volta in un certo eunuco, ma nella pratica reale è caduto sotto la nostra osservazione continuamente in stati di delirio e malattie cardiache.»].
Ancora più caratteristico è il polso «tremolante» (tromodes). Il testo di Marcellino (De pulsibus 35) ne riporta la descrizione attraverso un’analogia erofilea con i flauti: «ώσπερ γάρ, φασί, τρυπήμασιν αύλῶν περιτεθέντων λεπτότατων ἀραχναίων, ἔπειτα ἐμπνευσθέντων ὑπὸ τοῦ μουσουργοῦ τῶν αύλῶν πρὸς τὴν διαδρομήν τε καὶ τὴν ἔμπτωσιν τρομώδης αὐτῶν ὁρᾶται κίνησις ἐπὶ τοῖς τρυπήμασιν, οὐκ ἴσης οὐδὲ ὁμαλῆς γινομένης αὐτῶν τῆς διασαλεύσεως ὅλων, ἀλλὰ μετεωριζομένων κατ’ ἄλλα μὲν μέρη μᾶλλον, κατ’ ἄλλα δ’ ἧττον, καὶ καθ’ ἃ μὲν εὐτονώτερον ἐπανισταμένων, καθ’ ἃ δὲ ἀσθενέστερον, οὕτω δὴ καὶ τὴν ἀρτηρίαν κινεῖσθαι λέγουσιν ἀνωμάλως κατὰ μέν τι διαστελλομένην μέρος ἐπὶ πλέον, κατὰ δέ τι ἔλαττον καὶ πῇ μὲν βιαιότερον, πῇ δὲ ἀσθενέστερον.» – (fr:7246) [«Come, infatti, dicono, quando si pongono sottilissime coperture, simili a ragnatele, sui fori dei flauti e poi il musico soffia nei flauti, si osserva sui fori un movimento tremolante in rapporto al passaggio del fiato e alla sua pressione, né uguale né uniforme nell’insieme delle coperture, bensì sollevate di più in alcune parti, di meno in altre, e dove si innalzano con più vigore, dove con più debolezza – così dicono che anche l’arteria si muova in modo diseguale, dilatandosi di più in una parte, di meno in un’altra, e con più forza qui, con più debolezza là.»]. L’immagine delle membrane vibranti traduce l’idea di un moto arterioso irregolare e privo di uniformità.
Il contributo più originale di Erofilo riguarda la nozione di ritmo (ῥυθμός). Lo Pseudo-Sorano (Quaestiones medicinales) conserva una definizione che risale probabilmente allo stesso Erofilo: «quid est rhythmos pulsus? Herophilus: ‘rhythmos est motio in temporibus ordinationem habens definitam’» – (fr:7266-7267) [«Che cos’è il ritmo del polso? Erofilo: “Il ritmo è un movimento che ha una regolazione definita nel tempo.”»]. La definizione incentra il ritmo sull’ordinamento temporale del moto pulsatile. Tuttavia, Galeno (De pulsuum dignotione 3) segnala un’ambiguità di fondo: «χαλεπὸν μὴν ἐξευρεῖν τί ποτε καὶ λέγει τὸν ῥυθμόν, ἆρά γε τὸν λόγον τοῦ τῆς διαστολῆς μόνον χρόνου πρὸς τὸν τῆς συστολῆς μόνης, ἢ καὶ αὐτὸν τὸν τῆς ἑπομένης ἑκατέρᾳ τῶν κινήσεων ἠρεμίας προσνέμει» – (fr:7277) [«è difficile scoprire che cosa intenda per “ritmo”: il rapporto del tempo della sola dilatazione rispetto a quello della sola contrazione, o attribuisce al ritmo anche il tempo della pausa che segue ciascuno dei due movimenti?»]. Questa incertezza, aggiunge Galeno, impedì che persino gli Erofilei, i discepoli diretti, trovassero un accordo sul reale pensiero del maestro (fr:7278-7286).
Per misurare i ritmi Erofilo introdusse un’unità cronica minima percepibile ai sensi, inaugurando una metrica del polso. Galeno osserva: «πῶς οὖν Ἡρόφιλος πρῶτός τινα πρὸς αἴσθησιν … ὑποτίθεται χρόνον, ᾧ τοὺς ἄλλους μετρῶν ἢ δυοῖν, ἢ καὶ τριῶν ἢ καὶ πλειόνων εἶναι φάσκει, ἤτοι τελέων τε καὶ ὡς αὐτοὶ καλοῦσιν ἀπαραύξων, ἢ καὶ ἀπηυξημένων ἐπ’ ὀλίγον, ἢ ἐπὶ πλεῖον, ἢ ἐπὶ πλεῖστον;» – (fr:7289-7290) [«Perché dunque Erofilo per primo pone un’unità di tempo in rapporto alla sensazione … con la quale misura le altre unità, dicendo che constano di due, o anche di tre o più unità, complete e, come essi stessi le chiamano, “non soggette ad aumento”, oppure diminuite di poco, di più o di moltissimo?»]. Erofilo distingueva così multipli esatti e frazioni dell’unità-base, una procedura che avvicina il polso alla scansione ritmica musicale.
La più estesa applicazione della ritmica erofilea è consegnata allo Pseudo-Rufo (Synopsis de pulsibus 4), che descrive i polsi tipici delle età della vita modellandoli sui piedi della prosodia grammaticale. Il polso dei neonati è «βραχύς παντελῶς καὶ οὐ διωρισμένος ἐν τε τῇ συστολῇ καὶ τῇ διαστολῇ» (fr:7327) [«completamente breve e non distinto nella contrazione e nella dilatazione»], tanto che Erofilo lo definisce ἄλογον (a-logos), privo di rapporti razionali, poiché non possiede né doppio né emiolio né altra proporzione, e viene avvertito simile al pungiglione di un ago (fr:7339). Esso corrisponde a una sillaba breve, di due unità di tempo (δίχρονος). Con la crescita il polso assume il ritmo del trocheo (lunga-breve): «ὁ δὲ τῶν πρὸς αὔξησιν ὄντων ἀναλογεῖ τῷ τε παρ’ ἐκείνοις ποδὶ τροχαίῳ. … τρίχρονος, τὴν μὲν διαστολὴν ἐπὶ δύο χρόνους λαμβάνων, ἐπὶ ἕνα δὲ τὴν συστολήν» (fr:7328-7329) [«quello di coloro che sono in fase di crescita corrisponde al piede trocaico … di tre tempi, con la dilatazione di due tempi e la contrazione di uno»]. Nell’adulto il polso diviene «uguale» (διά ἴσου), paragonato allo spondeo: «ὁ δὲ τῶν ἀκμαζόντων … συγκρινόμενος τῷ καλουμένῳ σπονδείῳ, … συγκείμενος ἐκ χρόνων τεσσάρων, τοῦτον τὸν σφυγμὸν Ἡρόφιλος διά ἴσου καλεῖ» (fr:7329) [«quello degli adulti … confrontato allo spondeo, … composto di quattro tempi; Erofilo lo chiama “per uguale”»]. Nell’età avanzata il rapporto si inverte: «ὁ δὲ τῶν παρακμαζόντων … ἐκ τριῶν σύγκειται χρόνων, τὴν συστολὴν τῆς διαστολῆς διπλῆν παραλαμβάνων» (fr:7330) [«quello dei declinanti … si compone di tre tempi, con la contrazione doppia della dilatazione»].
Galeno (De praesagitione ex pulsibus 3) critica Erofilo per aver confuso contrazione e pausa. Giudica impossibile che una sistole si estenda per dieci unità di tempo e afferma che, al massimo, la sistole può essere solo «un poco» più lunga della diastole: «αὐτὴ γὰρ ἐνίοτε μὲν ὀλιγοχρονιωτέρα τῆς διαστολῆς ἐστιν, … ὁτὲ δέ, ὡς ἐκεῖνος γράφει, πολυχρονιωτέρα μέν, οὐ μήν, ὡς οἴεται, πενταπλασίων, ἀλλὰ βραχεῖ τινι μείζων» (fr:7322) [«talora è di durata minore della dilatazione, … talora, come scrive lui, è di durata maggiore – ma non, come egli crede, cinque volte tanto, bensì solo un poco di più»]. Tuttavia, lo stesso Galeno riconosce l’utilità clinica del confronto tra i tempi di dilatazione e contrazione, proprio come voleva Erofilo. Nella Synopsis egli distingue gradi crescenti di deviazione dal ritmo naturale: «βραχεῖαν μὲν οὖν ἐκτροπὴν οἱ παράρυθμοι δηλοῦσι σφυγμοί, μείζονα δὲ οἱ ἑτερόρρυθμοι, μεγίστην δὲ οἱ ἔκρυθμοι» – (fr:7307) [«una deviazione piccola la indicano i polsi pararitmici, una maggiore gli eteroritmici, la massima gli ecritmici»]. Le grandi deviazioni dai ritmi naturali segnalano un danno grave, quelle minori un danno più lieve (fr:7305-7306).
Le testimonianze restituiscono così l’immagine di Erofilo come fondatore di una semeiotica ritmico-musicale del polso, basata su unità cronico-percettive discrete e su analogie con la prosodia. Pur contestata da Galeno, la sua dottrina rappresenta un precoce tentativo di quantificare e classificare il fenomeno pulsatorio con un lessico e una metrica propri, segnando una tappa fondamentale nella fisiologia alessandrina.
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62 La dottrina erofilea del polso: ritmo, età e diagnosi
Erofilo analizzò il polso arterioso attraverso i ritmi musicali, costruì una «clepsidra» per misurarlo e scatenò un secolare dibattito sulla sua grandezza nei bambini.
Il nucleo della fisiologia erofilea del polso è l’analogia con la metrica: a ogni fase della vita corrisponde un piede ritmico e un preciso rapporto temporale tra dilatazione e contrazione dell’arteria. Il polso del neonato, breve in entrambe le fasi, è un piede bisillabico di due unità minime di tempo: «il primo polso riscontrato nei neonati avrà il ritmo di un piede metrico a sillaba breve, poiché è breve sia nella dilatazione che nella contrazione, ed è quindi concepito come composto da due unità di tempo [brevi]» (fr:7343). Nel bambino che cresce il ritmo diventa trocaico, con «tre unità di tempo, mantenendo la dilatazione per due unità e la contrazione per una» (fr:7344). Nell’adulto nel pieno del vigore il polso è uno spondeo, il più lungo dei piedi bisillabici, composto da quattro unità brevi e con dilatazione e contrazione di pari durata: «questo polso Erofilo lo chiama “in quantità uguale” (dia isou)» (fr:7347). Superata la maturità, il polso diventa giambico, con la contrazione doppia della dilatazione: «il polso di coloro che hanno superato il fiore degli anni, e sono quasi vecchi, è anch’esso composto di tre unità di tempo, mantenendo la contrazione per un tempo doppio rispetto alla dilatazione» (fr:7348).
Questa griglia ritmica non è speculazione astratta ma strumento diagnostico. Galeno attesta che Erofilo spinse la fiducia nella frequenza del polso fino a costruire una macchina: «si racconta che Erofilo avesse tale fiducia nella frequenza del polso, usandola come segno diagnostico affidabile, da costruire una clessidra capace di contenere una quantità determinata per i polsi naturali di ciascuna età» (fr:7390). Entrando dal malato febbrile, posava la clessidra e tastava il polso; «di quanto i movimenti del polso superavano il numero naturale per riempire la clessidra, di tanto dichiarava il polso [del paziente] troppo frequente – cioè che [il paziente] aveva più o meno febbre» (fr:7392). La frequenza (pyknosphyxia) persisteva dall’inizio fino alla remissione completa, mentre la perdita di forza e grandezza segnalava un miglioramento: «se il polso perdeva la sua forza e la sua grandezza, [era] perché la febbre riceveva [un po’ di] sollievo» (fr:7388). Il criterio clinico è nitido: «Erofilo diede il parere che una persona ha la febbre ogni volta che il suo polso diventa più frequente, più grande e più forte, [ed è] accompagnato da un’elevata temperatura interna» (fr:7387).
Sul polso infantile si accese una controversia destinata a durare secoli. Archigene e altri medici giudicavano piccolo il polso dei bambini; Erofilo non lo definì mai tale, ma «a volte lo chiamò “adeguato per grandezza”, a volte “notevole”, o qualcosa di simile» (fr:7423). Il dissenso nasceva da un confronto male impostato: «alcuni dicono che il polso dei bambini è piccolo, ma paragonano la sua dilatazione non alla capacità dell’arteria, bensì alla [dilatazione del polso] delle persone nel fiore degli anni» (fr:7357). Invece, «se uno calcolasse quanto grande sia il polso prodotto dall’arteria dei bambini, data la sua circonferenza, riconoscerebbe che Erofilo disse correttamente che il loro polso è adeguato per grandezza» (fr:7358). Galeno rincara la dose contro i critici superficiali: «per questa ragione non sanno neppure che cosa Erofilo abbia scritto che è non solo in grande disaccordo con i fatti dell’arte, ma anche l’opposto di ciò che costoro dicono» (fr:7414). Il disprezzo è palese: «hanno una mente confusa e sconnessa riguardo a essi [i polsi], hanno tutti seguito la prima persona che è inciampata, e poi hanno discusso aspramente, non solo tra loro, ma anche con Erofilo, su questioni che non apportano alcun danno o beneficio apprezzabile ai compiti effettivi della nostra arte» (fr:7422-7423).
La fisiologia erofilea spiega anche perché il polso senile rovesciato (ritmo da bambino, con dilatazione uguale alla contrazione) fosse pericoloso: «non solo il battito del polso dei bambini è dannoso in un vecchio, ma anche quello dei vecchi in un bambino. Di conseguenza, se mai in un bambino l’intervallo tra i due battiti del polso aumenta fino a dieci “unità di tempo primarie”, come Erofilo usava misurare i polsi, è segno di raffreddamento estremo e quindi anche di mortificazione. Allo stesso modo, al contrario, in un vecchio il polso da bambini, in cui il tempo della dilatazione è uguale a quello della contrazione, significa che la sua natura (physis) è diventata eccessivamente riscaldata» (fr:7352-7354).
Dal punto di vista storico, Plinio il Vecchio colloca Erofilo in una posizione solitaria di condanna verso le scuole mediche concorrenti: «un’altra scuola [di medicina], che si diede il nome di “Empirica” [poiché era] basata sull’esperienza, ebbe inizio in Sicilia con Acrone di Agrigento, che era raccomandato dall’autorità del filosofo naturale Empedocle. E queste scuole erano in disaccordo e furono tutte condannate da Erofilo, che divise il polso dei vasi sanguigni in piedi musicali secondo i diversi stadi della vita» (fr:7436-7437). La sua stessa scuola, tuttavia, non sopravvisse a lungo proprio per l’apparato tecnico-letterario che la sorreggeva: «poi anche questa scuola fu abbandonata, poiché i suoi membri dovevano possedere una cultura letteraria» (fr:7438-7439).
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63 Le osservazioni ginecologiche di Erofilo tra fisiologia e controversia
I frammenti conservati da Sorano, Galeno, Paolo Egineta e altri consentono di ricostruire il pensiero di Erofilo di Calcedone su temi centrali della medicina femminile: l’esistenza di patologie peculiari, le cause della distocia, l’anatomia e la fisiologia dell’utero, il movimento fetale e la valutazione delle mestruazioni. Emerge un approccio che coniuga precisione anatomica, attenzione alla variabilità individuale e confronto critico con le opinioni correnti.
63.1 Malattie femminili e differenze funzionali
Una divergenza dottrinale è attestata da Sorano:
«94-5 Ilberg) ή δέ 3ητησις εύχρηστος ένεκα τού μαθεΐν, εί καί ιδίας τίνος θεραπείας χρή^ουσιν αί γυναίκες, και γεγένηται δέ διαφωνία· τινές μέν γάρ ύπολαμβάνουσιν ίδια ττάθη γίγνεσθαι γυναικών, καθάπερ οΐ άπό τής εμπειρίας καί Διοκλής εν τώ πρώτω τών Γυναικείων και τών Έρασιστρατείων ΆΘηνίων . . . τινές δέ μή γίνεσθαι, καθάπερ κατά τούς πλείστους Έρασίστρατος και Ήρόφιλος, ώς παρασεσημείωται.» – (fr:7558)
[«L’indagine è molto utile per apprendere se anche le donne necessitino di una terapia particolare; ed è sorto un disaccordo: alcuni infatti suppongono che sorgano malattie peculiari delle donne, come gli Empirici, Diocle nel primo libro delle Gynaecia, e tra gli Erasistratei Atenione… Altri invece suppongono che non sorgano malattie peculiari delle donne, come, secondo i più, Erasistrato ed Erofilo, come è stato annotato.»]
Erofilo negava dunque l’esistenza di affezioni esclusive del sesso femminile, distinguendosi dagli Empirici e da Diocle. Tuttavia, la sua posizione non escludeva che le stesse parti potessero manifestare reazioni differenti. Il seguito del testo soraneo, pur nella sua lacunosità, introduce proprio questo argomento:
«4.2-3 (C M G iv, p. 96 Ilberg) καν μή διαφέρη (sc. μέρος τι έπί θηλειών) τών άλλων, ενδέχεται πάσχειν αυτό διαφόρως, ότι και το αυτό μέρος ποτέ μέν στεγνοπαθεΐ, ποτέ δέ ρευματί^εται.» – (fr:7568-7569)
[«Anche se una parte (s’intende nelle femmine) non differisce dalle altre, è possibile che sia affetta in modo diverso, perché la stessa parte talora soffre di costipazione, talora è soggetta a flusso.»]
Il brano prosegue con una critica a Erofilo e Asclepiade, accusati rispettivamente di errori sugli elementi e sulla causa, ma il concetto di variabilità funzionale indipendentemente da differenze anatomiche rappresenta il nucleo della discussione.
63.2 Il parto difficile: cause e osservazioni
Nel trattato Maeutico Erofilo offriva un dettagliato catalogo delle cause di distocia. La citazione più ampia proviene ancora da Sorano:
«4-5 (C M G iv, pp. 130-1 Ilberg) Ήρόφιλος δέ εν τώ Μαιωτικω λέγει· “ δυστοκεΤται γούν ώς παρά Σίμωνος τού Μάγνητος ώράθη, ότι πολλά τις, <(οΐον> τρεις άνά πέντε, έκύησεν εργωδώς, γίνεται δέ δυστοκία πλαγίου γεννωμένου τού εμβρύου ή τού αύχένος τής μήτρας ή και τού στόματος ούχ ικανώς διεστώτος ή τού ύμένος τού περιέχοντος τό εμβρυον, όπου το ύδωρ συλλέγεται, παχυτέρου δντος και μή δυναμένου προ τού τόκου ραγήναι.” έωράσθαι δέ φησιν έμβρυα προπεπτωκότα άνευ τού τον υμένα ραγήναι, τά δέ τοιαύτα έτι εργωδώς τίκτεσθαι. ίο (γίνεσθαι) δέ δυστοκίαν καί παρά τό άτονεΐν τήν μήτραν ή τό στόμα, άπορία δέ έστιν τό άτονεΐν τήν μήτραν εν τ ώ σώματι. “και παρά τά έξωθεν δέ προσπίπτοντα και προσφερόμενα καί ποιούμενα καί τά έκ τού σώματος έκκρινόμενα αιματώδη πλείονα ύγρά δυστοκία γίνεται, καί παρά τό διαταθήναι υπό ΐ5 τού εμβρύου τήν μήτραν ώδΐσι τού τίκτειν γίνεται δυσέργεια παρά τε ψύχος ή καύμα ή φύμα ή άπόστημα εν τοΐς έντέροις, εν επιγαστρίω. καί τό έν όσφύι δέ καί ράχει γινόμενον κοίλωμα αίτιον δυστοκίας γίνεται, καί διά πιμελώδες έν επιγαστρίω καί έν ίσχίω δυστοκία γίνεται ώς άν άποπιε^ομένης τής μήτρας, καί διά τό τεθνηκέναι τά έμβρυα.”» – (fr:7578-7582)
[«Erofilo nel Maeutico dice: “Il parto difficile si verifica dunque – come fu osservato da Simone di Magnesia – quando una donna ha avuto una gravidanza travagliata con molti feti, per esempio tre fino a cinque; il parto difficile si verifica anche quando il feto viene alla luce in posizione obliqua, o quando il collo dell’utero o il suo orifizio non sono sufficientemente dilatati, o quando la membrana che contiene il feto, nella quale si raccoglie l’acqua, è troppo spessa e non può rompersi prima del parto.” Dice inoltre che sono stati visti feti fuoriuscire senza rottura della membrana; ma tali feti nascono anch’essi con difficoltà. Il parto difficile, dice, si verifica anche per atonia dell’utero o dell’orifizio; e che l’utero sia atonico è un problema del corpo. “Ma anche a causa di fattori esterni – cose che accadono, cose che si ingeriscono, cose che si fanno – e quando dal corpo viene escreta una quantità eccessiva di umore sanguigno, si verifica il parto difficile. La difficoltà sorge anche perché l’utero è disteso dal feto durante le doglie del parto, e a causa del freddo o del caldo o di una tumefazione o di un ascesso negli intestini, nella cavità epigastrica. Anche un incavo che si forma nei lombi e nella spina dorsale diventa causa di parto difficile, e a causa del grasso nell’epigastrio e nell’anca si verifica il parto difficile, come se l’utero venisse schiacciato, e a causa della morte dei feti.”»]
L’attenzione clinica abbraccia condizioni meccaniche (posizione, dilatazione), strutturali (spessore delle membrane, atonia) e sistemiche (secrezioni, temperatura, adiposità). L’osservazione di gravidanze plurime è ricordata anche da Paolo Egineta, che cita Erofilo come fonte per il caso di cinque feti:
«πέντε γάρ Ιστόρησεν Ήρόφιλος» – (fr:7606)
[«Erofilo registrò cinque (feti).»]
63.3 Anatomia e fisiologia dell’utero
La conoscenza anatomica di Erofilo emerge con chiarezza a proposito dell’orifizio uterino. Galeno ne riporta le parole:
«Ήρόφιλος μέν γε καί ώς ούδέ πυρήνα μήλης άν δέχοιτο τών μητρών τό στόμα, πριν άποκυεΐν την γυναίκα, και ώς ουδέ τουλάχιστον ετι διέστηκεν, ήν ύπάρξηται κυεΐν, και ώς επί πλέον άναστομούνται κατά τάς τών έπιμηνίων φοράς, οΰκ ώκνησε γράφειν» – (fr:7628-7630)
[«Erofilo non esitò a scrivere che, prima che una donna partorisca, l’orifizio dell’utero non potrebbe ammettere neppure la capocchia di uno specillo, e che, una volta iniziata la gravidanza, non è più aperto neppure in minima parte, e che si apre maggiormente al momento del flusso mestruale.»]
Galeno aggiunge che tutti, e per primo Ippocrate, concordavano nel ritenere che l’orifizio si chiudesse in gravidanza e nelle infiammazioni. Sul prolasso uterino, invece, la scuola ippocratico-erofilea sosteneva una posizione circoscritta:
«οί δέ περί τον Ίπποκράτην καί Ήρόφιλον μόνον τό στόμιον γνωρίζεται δέ έκ τού τρυφερού προπΐπτον τό σύγκριμα όμοιον κεφαλή πολύποδος, ώς Ήρόφιλος ελεγεν, πόρον εχον ώς παραδέξασθαι διπύρηνον» – (fr:7634)
[«I seguaci di Ippocrate ed Erofilo dicono che prolassa soltanto l’orifizio; la struttura prolassata si riconosce dalla sua mollezza, simile alla testa di un polpo, come diceva Erofilo, con un dotto tale da ammettere uno specillo a due nodi.»]
L’immagine della testa di polpo e il riferimento allo specillo «a due nodi» sono esempi notevoli di come l’indagine anatomica fornisse criteri diagnostici precisi.
63.4 Movimento fetale e animazione
Sulla questione se il feto sia un essere vivente, le testimonianze dossografiche attribuiscono a Erofilo una distinzione chiara:
«Ήρόφιλος κίνησιν άπολείπει φυσικήν τόϊς εμβρύου, ου πνευματικήν τής δε κινήσεως αίτια νεύρα· τότε δέ ζώα γίνεσθαι, όταν προχυθέντα προσλάβη τι του άέρος.» – (fr:7645)
[«Erofilo concede ai feti un movimento naturale, non pneumatico; e i nervi sono causa del movimento; diventano esseri viventi quando, venuti fuori, inspirano un po’ d’aria.»]
La stessa dottrina è ripetuta nello pseudo-Galeno, con la sola variazione che i nervi sono «cause» del moto. Erofilo nega dunque lo pneuma come principio del movimento intrauterino e individua nei nervi la sede dell’attività motoria, riservando la qualifica di «vivente» al momento della nascita con il primo respiro.
63.5 Le mestruazioni tra utile e dannoso
L’opera Contro le opinioni comuni conteneva una valutazione sfumata delle mestruazioni. Sorano riferisce:
«Ήρόφιλος δέ και Μνασέας κατά διαφόρους επιβολάς τισι μέν τών γυναικών προς υγείαν ωφέλιμον λέγουσιν είναι τήν κάθαρσιν, τισι δέ βλαβεράν.» – (fr:7666)
[«Erofilo e Mnasea, con diversi approcci, dicono che la mestruazione è utile per la salute di alcune donne, dannosa per altre.»]
Più avanti lo stesso Sorano precisa che Erofilo affermava che «talora e per alcune donne la mestruazione è dannosa: infatti alcune stanno bene senza mestruazioni e, al contrario, mestruando diventano più pallide, più magre e traggono occasione di malattie; talora invece, per alcune, è utile, giacché donne prima pallide e denutrite dopo la mestruazione riacquistano buon colorito e nutrizione». Questa posizione contrastava con quella di chi, come Temisone, la riteneva vantaggiosa solo per la procreazione, o con chi, come Ippocrate, la giudicava benefica per la salute e per la gravidanza. L’approccio erofileo, improntato all’osservazione individuale, introduce una nozione di variabilità che avrà seguito nella medicina successiva.
63.6 Significato storico
I frammenti mostrano un Erofilo attento a distinguere il piano anatomico da quello funzionale, scettico verso generalizzazioni che attribuivano alla donna patologie esclusive. L’elenco delle cause di distocia riflette un esame sistematico, nel solco dell’empirismo anatomico alessandrino; le descrizioni dell’orifizio uterino e del prolasso testimoniano un’indagine basata sulla dissezione e sull’esame clinico. La presa di posizione sul movimento fetale e sull’animazione segna un passaggio dalla fisiologia pneumatica a una neurologica. Infine, l’analisi differenziata degli effetti delle mestruazioni rivela un metodo che valorizza la pluralità delle esperienze contro il dogmatismo delle scuole. L’eredità di Erofilo si misura nel costante riferimento che ne fanno autori come Galeno e Sorano, e nella sua capacità di innestare nel dibattito medico osservazioni concrete e distinzioni sottili.
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[29.1/1-130-7675|7802]
64 Dottrine fisiopatologiche e definizioni nosologiche di Erofilo nella tradizione dossografica
Frammenti e testimonianze delineano un quadro complesso del pensiero erofileo, in cui la definizione di malattia come pathos radicato negli umori si intreccia con posizioni cliniche specifiche su mestruazione, paralisi cardiaca, pleurite e natura variabile della salute, spesso in aperta polemica con altre scuole mediche.
Il corpus di testimonianze restituisce un’immagine sfaccettata della dottrina di Erofilo e degli Erofilei, articolata attorno a un nucleo patologico coerente e a una serie di prese di posizione su questioni cliniche e fisiologiche dibattute nella medicina antica.
Il concetto centrale che emerge è la definizione di affezione
morbosa, o pathos. Due fonti pseudo-galeniche ne riportano
formulazioni attribuite agli Erofilei. La prima identifica la malattia
cronica come “una costituzione cronica contraria a natura nei
corpi che partecipano del vivere” – (fr:7681), ma specifica
che per gli Erofilei “si tratta di un’affezione (pathos)
difficile da risolvere e da modificare, la cui causa risiede negli umori
[del corpo]” – (fr:7682). Lo Pseudo-Sorano conferma questa
dottrina umorale chiedendosi cosa sia il pathos e riportando la
risposta: “Erofilo disse che è una passione che
Su questa base dottrinale si innestano posizioni fisiopatologiche peculiari. Quanto alla salute, Erofilo si discosta da Asclepiade ed Erasistrato. Contro l’idea che la salute sia uniforme, “secondo Erofilo e i Medici Metodici la salute è variabile, poiché aumenta e diminuisce” – (fr:7702). L’esistenza di un ‘picco’ e di un ‘grado quantitativo’ di salute, negata dagli uni, è dunque implicita nell’idea erofilea di una salute soggetta a incremento e decremento.
Sul piano della patologia specifica, Erofilo prende posizione netta riguardo alla pleurite. I medici antichi si interrogano su quale parte sia affetta nei pazienti pleuritici: “Alcuni dissero che è affetto il polmone, tra cui Eurifonte, Evenore, Prassagora, Erofilo e Filotimo” – (fr:7773). La sua tesi è che l’intero polmone sia coinvolto: “Ma Erofilo dice che tutto il polmone è affetto. Se i pazienti soffrono [anche] di febbre, egli dice, ciò causa la pleurite” – (fr:7755-7756). Coerente con questa visione è la spiegazione che attribuisce la morte improvvisa a un arresto cardiaco centrale: “Erofilo infine dice che la morte improvvisa, che sopraggiunge senza alcuna causa apparente, avviene per una paralisi del cuore” – (fr:7741).
L’attenzione di Erofilo alla ricerca causale è un tratto distintivo che le fonti gli riconoscono. Plinio, parlando di Asclepiade, nota che questi “influenzava le menti [dei pazienti]… e, poiché Erofilo per primo aveva stabilito di indagare le cause delle malattie… Asclepiade preferì essere soprannominato ‘Somministratore d’acqua fredda’” – (fr:7715-7716). La centralità dell’indagine eziologica erofilea è ribadita nella critica mossa ai suoi seguaci: un detrattore nota che Asclepiade “proprio come un seguace di Erofilo, ritiene che l’indigestione e il cibo guasto siano ciò che deve essere esaminato” – (fr:7751). L’insistenza sull’esame delle cause digestive nei disturbi cardiaci conferma un approccio metodologico che ricerca costantemente un antecedente morboso.
Una tensione emerge nel frammento ginecologico sulla mestruazione. La critica comune mossa a Mnasea ed Erofilo sostiene che “riguardo alla salute, la mestruazione è dannosa per tutte le donne, sebbene colpisca maggiormente quelle piuttosto predisposte alla malattia, mentre la sua dannosità passa inosservata nel caso di coloro che possiedono corpi non facilmente influenzabili” – (fr:7679). Erofilo, stando a questa testimonianza indiretta, riconosceva una variabilità individuale: “Erofilo, tuttavia, dice che in certi momenti, e per certe donne, la mestruazione è dannosa. […] Altre volte, invece, e in certi casi, la mestruazione è benefica” – (fr:7676, 7678). L’apparente contraddizione con la critica che vuole la mestruazione universalmente dannosa testimonia la complessità del dibattito e, forse, la compresenza di affermazioni di principio e osservazioni cliniche circostanziate nella dottrina erofilea.
Il pensiero di Erofilo appare infine come un punto di riferimento imprescindibile nella medicina antica, tanto da essere evocato dagli Empirici per dimostrare l’imperscrutabilità della natura attraverso il disaccordo tra i maestri: “Perché qualcuno dovrebbe credere a Ippocrate piuttosto che a Erofilo? Perché a Erofilo piuttosto che ad Asclepiade?” – (fr:7724-7725). La febbre, per Erofilo, poteva insorgere “talvolta senza che alcuna causa [prossima?] l’avesse preceduta” – (fr:7797), ma allo stesso tempo egli confutava l’idea che i segni visibili della febbre (piaghe, foruncoli, ghiandole gonfie) la precedessero, ritenendo invece che “la febbre li precede” – (fr:7799). L’insistenza sull’assenza di una causa apparente in certi casi febbrili non smentisce l’impianto causale, ma ne rivela la profondità e l’irriducibilità all’evidenza immediata.
[30]
[30.1/1-27-8934|8957]
65 L’interpretazione di “infanti” in Erofilo e la polemica con Callimaco: un estratto dall’esegesi ippocratica
Zeuxis difende la scelta di Erofilo di chiamare “infanti” (νέπια) i bambini fino alla pubertà, chiarendo che l’affermazione erofilea — secondo cui negli infanti non si verificano seme, latte, mestruazioni, gravidanza e calvizie — non si riferisce ai soli lattanti, come alcuni detrattori (tra cui Callimaco) avevano interpretato, schernendolo per una presunta banalità.
Il brano tramanda un frammento dell’esegesi ippocratica di Zeuxis, incentrato sul significato del termine νέπια (“infanti”). Già Erofilo, secondo Zeuxis, utilizzava il vocabolo per indicare l’intera fase pre‑puberale e non soltanto i neonati o i bambini fino a cinque‑sei anni, come invece faceva la maggior parte dei contemporanei. La discussione è innescata da una citazione diretta di Erofilo: «In ‘infants’ {nepia) seed, milk [lactation], menstruation, foetus, and baldness do not occur.» – (fr:8940) [Negli “infanti” (nepia) non si verificano seme, latte [lattazione], mestruazione, feto e calvizie.]. L’enunciato aveva suscitato il ridicolo di alcuni, tra cui spicca Callimaco, che lo ritenevano un’ovvietà se applicato ai bambini appena nati. Zeuxis precisa invece che Erofilo intendeva i fanciulli fino all’adolescenza, muovendo da un’interpretazione estensiva già presente in Ippocrate: «Hippocrates seems to call [children] up to puberty “infants”, and not just the newborns up to five or six years, as most people nowadays do.» – (fr:8938) [Ippocrate sembra chiamare “infanti” i bambini fino alla pubertà, e non solo i neonati fino a cinque o sei anni, come fa oggi la maggior parte della gente.].
L’argomentazione di Zeuxis smonta l’accusa di banalità: «For, he [Herophilus] does not mean that these things do not occur in [children] until they reach the aforementioned age, i.e. right from the first moment of their birth, which is exactly the [erroneous] interpretation [of Herophilus’ words] that some people — among them Callimachus, too — accept and for which they ridicule Herophilus, as though he were teaching things that are recognized by all.» – (fr:8941) [Egli [Erofilo] non intende infatti che queste cose non si verifichino nei bambini fino al raggiungimento dell’età suddetta, cioè fin dal primo momento della nascita, che è esattamente l’interpretazione erronea che alcuni – tra cui anche Callimaco – accettano e per la quale deridono Erofilo, come se insegnasse cose riconosciute da tutti.]. La difesa culmina con il vero bersaglio polemico di Erofilo: «But [Herophilus in fact means] children up to puberty, [and he makes this point] because some people assume that these things occur in them, too.» – (fr:8942) [Ma [Erofilo in realtà intende] i bambini fino alla pubertà, e fa questa precisazione perché alcune persone ritengono che queste cose si verifichino anche in loro.]. Dunque l’affermazione erofilea non è affatto ovvia: nega che fenomeni come la produzione di seme, la lattazione, le mestruazioni, il concepimento e la calvizie possano manifestarsi prima della pubertà, confutando opinioni diffuse.
La tradizione del frammento rivela un lavorio filologico sullo stesso testo greco di Erofilo trasmesso da Zeuxis. Le note di apparato segnalano varianti e congetture di rilievo: per il verso 6 si riportano due lezioni alternative, «6 τηλικαϋτα e τηνικαϋτα con.» – (fr:8933) [riga 6, τηλικαῦτα e τηνικαῦτα (congettura)]; al verso 7 un codice (U) trascrive «σττέρμα, γάλα» – (fr:8934) [σττέρμα, γάλα] (una probabile corruzione per σπέρμα, “seme”), mentre l’edizione aldina normalizza in «σπέρματα μεγάλα» – (fr:8935) [σπέρματα μεγάλα]. Sulla forma verbale si contrappongono l’infinito perfetto «ειρήσθαι» – (fr:8932) [essere stato detto] dei codici e delle edizioni, e il perfetto «εΐρηται» – (fr:8931) [è stato detto] preferito da Deichgräber. Queste varianti mostrano come già nella prima età moderna gli editori cercassero di stabilire il dettato originale di un passo la cui esatta formulazione incideva sulla comprensione della dottrina erofilea.
Il frammento è poi ripreso nel commentario latino di Giovanni Alessandrino al VI libro delle Epidemie di Ippocrate. Qui la medesima tesi è ribadita con formulazione stringata: «‘Infantes’ dicit Ypocras non solum qui lactant sed qui sunt usque ad pubertatem.» – (fr:8948) [Ippocrate dice “infanti” non solo quelli che poppano ma quelli che sono fino alla pubertà.]. L’autore latino aggiunge che «Yrofilus et Xeutippus (sc. Zeuxis) dicunt» – (fr:8949) [Erofilo e Xeutippo (Zeuxis) dicono] la stessa cosa, e riporta la citazione erofilea: «‘infantibus’ neque lac fit neque pariunt neque calvi fiunt nisi post pubertatem.» – (fr:8951) [Negli “infanti” non si produce latte, né partoriscono, né diventano calvi se non dopo la pubertà.]. Se non si specificasse “fino alla pubertà”, l’affermazione diventerebbe ridicola, significherebbe che i lattanti non allattano – un’assurdità che, osserva il commentatore, persino i meno avveduti riconoscerebbero: «hoc enim et non intelligentes confitentur» – (fr:8953, da PBVAEU2) [questo infatti lo ammettono anche quelli che non capiscono]. L’intero passo di Giovanni, con le sue varianti manoscritte, conferma la lunga fortuna della querelle.
Storicamente il testo offre una testimonianza precisa della pediatria antica e del rigore terminologico con cui i medici alessandrini, Erofilo in testa, definivano le età della vita. La controversia con Callimaco – verosimilmente il poeta‑erudito alessandrino, noto per le sue polemiche – attesta che la discussione sul significato di νήπιος non era solo accademica, ma coinvolgeva i circoli intellettuali del III secolo a.C. La difesa di Zeuxis, mediata dalla tradizione ippocratica, mostra come l’esegesi dei testi medici servisse a chiarire dottrine fisiologiche e a proteggere l’autorità di un maestro dalle accuse di ingenuità, trasformando una semplice glossa lessicale in un frammento di storia della medicina antica.
[31]
[31.1/2-85-9093|9176]
66 L’eredità erofilea: dalla definizione del polso alla centralità della farmacologia
L’estratto delinea la fisionomia della scuola erofilea attraverso il suo rapporto con l’eredità di Erofilo, mostrando come la definizione del polso – oggetto di incessante revisione – e la fedeltà alla farmacologia costituissero i tratti più tenaci del gruppo, mentre gli altri ambiti fisiologici e patologici furono coltivati in modo solo sporadico.
La definizione erofilea del polso viene presentata in forma composita: «Objectively, the pulse is a dilation of the heart and the arteries, or their natural contrac» – (fr:9093) [Oggettivamente, il polso è una dilatazione del cuore e delle arterie, o la loro contraz…]; il testo prosegue «tion, capable of becoming apparent; subjectively, it is a natural beat of the heart or of the arteries against one’s touch and the interval which occurs after the beat.» – (fr:9106) […ione, capace di rendersi manifesta; soggettivamente, è un battito naturale del cuore o delle arterie al tatto e l’intervallo che segue il battito.]. Questa definizione non è che un esempio della diversità interna alla scuola: ciascun Erofileo, acutamente consapevole delle posizioni altrui, si sforzava di produrre una formulazione più valida, cercando al tempo stesso di rispondere alle obiezioni mosse ai predecessori. Il testo ammonisce a non ridurre questo lavorio a sterile sottigliezza: «What might, from a modern perspective, look like sophistic quibbling over minor differences concerning a definition, to most of the participants in this revisionary process was anything but a mere exercise in patricidal and fratricidal eristic.» – (fr:9108) [Ciò che da una prospettiva moderna potrebbe sembrare un cavillo sofistico su differenze minori nella definizione, per la maggior parte dei partecipanti a questo processo di revisione era tutt’altro che un semplice esercizio di eristica patricida e fratricida.]. Al contrario, «it was a search for a correct understanding of the essential nature of a major diagnostic tool and, simultaneously, a reaffirmation of the value and relevance of theoretical investigations for the clinician.» – (fr:9109) [era una ricerca della corretta comprensione della natura essenziale di un importante strumento diagnostico e, insieme, una riaffermazione del valore e della rilevanza delle indagini teoriche per il clinico.].
Proprio l’interesse per la medicina teorica costituisce il collante dei seguaci di Erofilo e la loro linea di demarcazione rispetto agli Empirici alessandrini, che rigettavano la dissezione e la fisiologia in quanto irrilevanti per la clinica. Ciò emerge con chiarezza nel caso di Andrea, che affrontò il problema della sede del principio direttivo (τὸ ἡγεμονικόν) con un’audacia tipica dei primi Erofilei: «there is no supreme, directing faculty of vitality and intelligence that is identifiable with the soul; rather, the soul is a nonentity and the controlling faculty or what is called ‘soul’ or ‘mind’ is nothing but the senses.» – (fr:9111) [non esiste una facoltà suprema e direttrice di vitalità e intelligenza che sia identificabile con l’anima; piuttosto, l’anima è un non-ente e la facoltà di controllo, ovvero ciò che è chiamato “anima” o “mente”, non è altro che i sensi.]. Se si eccettua la dottrina del polso, tuttavia, le questioni fisiologiche care a Erofilo non occuparono i suoi seguaci in modo continuativo. Il testo lo dichiara senza ambiguità: «The four faculties or humours, the nervous system, the problem of respiration, dream theory — none of these is tackled by any of his followers.» – (fr:9122) [Le quattro facoltà o umori, il sistema nervoso, il problema della respirazione, la teoria dei sogni — nessuno di questi temi è affrontato da alcun suo seguace.]. Del resto le affinità che si riscontrano in fisiologia, patologia e ostetricia (emorragie, ruolo dell’“umidità”, significato patologico del cervello, cause del parto difficile) sono definite «relatively fragile» (fr:9123) e configurano un quadro di «spasmodically emerging affinities» (fr:9124) [affinità che emergono in modo spasmodico], senza vera continuità.
Il ramo della medicina in cui l’insegnamento di Erofilo fu invece coltivato con tenacia dalla maggioranza dei suoi eredi è la farmacologia. Erofilo aveva definito i farmaci «the hands of the gods» (fr:9146) [le mani degli dèi]. La sua competenza si estendeva ai semplici e ai composti, e proprio questo lascito venne onorato da ogni generazione erofilea. Andrea, probabile allievo diretto, diede un contributo monumentale allo studio dei semplici, dei composti e degli effetti tossici, tanto che Dioscuride lo elogiò apertamente: «Crateuas the herbalist and Andreas the physician actually seem to have dwelled on this part [of medicine] with greater accuracy than the rest of them, though they passed over many very useful roots … Yet, to the credit of these ancients it must be attested that, for all the paucity of what they transmitted, they also contributed accuracy, whereas this cannot be conceded to modern authors …» – (fr:9150) [Crateuas l’erborista e Andrea il medico sembrano essersi dedicati a questa parte [della medicina] con maggiore accuratezza degli altri, benché abbiano tralasciato molte radici utilissime … Tuttavia, a merito di questi antichi si deve attestare che, nonostante la scarsità di ciò che trasmisero, portarono anche accuratezza, cosa che non si può concedere agli autori moderni …]. Nel I secolo a.C. e nel II secolo a.C. la tradizione farmacologica fu tenuta viva da Zenone, Demetrio e soprattutto Mantia, che Galeno riconobbe come il vero padre della tradizione dei farmaci composti. Mantia fu il primo a disporre le sue ricette non solo per genere (κατὰ γένη) ma anche per luogo (κατὰ τόπους), «a useful taxonomic principle which was also adopted by Galen in his massive and influential pharmacological treatises, and which hence became entrenched for centuries.» – (fr:9175) [un utile principio tassonomico che fu adottato anche da Galeno nei suoi imponenti e influenti trattati farmacologici, e che perciò rimase radicato per secoli.]. Neppure nel I secolo a.C. gli Erofilei abbandonarono tale eredità.
[31.2/2-84-9177|9260]
67 La trasformazione della scuola erofilea: farmacologia, chirurgia ed esegesi ippocratica
L’eredità di Erofilo si evolve dopo la sua morte attraverso un riorientamento strategico della sua scuola verso discipline clinicamente inoppugnabili, in un dialettico confronto con la scuola Empirica e sotto l’influenza del nuovo clima intellettuale alessandrino.
La tradizione farmacologica all’interno della scuola erofilea rappresenta un forte elemento di continuità, ma con una differenza sostanziale rispetto alla teoria del polso. Mentre quest’ultima non vide progressi spettacolari dopo Erofilo, “pharmacology was an area in which the Herophileans grew in strength and knowledge after Herophilus’ death, advancing well beyond his level of expertise” - (fr:9204) [la farmacologia fu un’area in cui gli Erofilei crebbero in forza e conoscenza dopo la morte di Erofilo, avanzando ben oltre il suo livello di competenza]. Figure come Crisermo, noto per le sue opinioni sui farmaci semplici e le prescrizioni composte, e il suo allievo Apollonio Mys, autore del celebre trattato Euporista (i Rimedi Facilmente Accessibili), testimoniano questa vitalità. L’opera di Apollonio, che Galeno cita abbondantemente, adottava un principio tassonomico di Mantiade, disponendo i rimedi comuni per luogo di applicazione (κατά τόπους); la praticità di questo sistema e l’accessibilità degli ingredienti ne decretarono la popolarità.
Vi è un’ulteriore differenza significativa nel modo in cui questa continuità farmacologica si relazionava con la scuola rivale, gli Empirici alessandrini. Se la teoria del polso di Erofilo fu da loro fermamente respinta in quanto medicina speculativa, “the Empiricists embraced pharmacology as an empirical discipline of unquestionable clinical import” - (fr:9206) [gli Empirici abbracciarono la farmacologia come disciplina empirica di indiscutibile rilevanza clinica]. Dalla fondazione della scuola Empirica ad opera dell’allievo “eretico” di Erofilo, Filino di Cos, fino al I secolo d.C., figure come Eraclide di Taranto e Zopiro di Alessandria si impegnarono attivamente in essa. Avendo in larga parte abbandonato l’anatomia, l’area che aveva reso celebre il maestro, gli Erofilei finirono per enfatizzare una branca del sapere che i rivali trovavano ineccepibile. Questa convergenza si estese ad altri due campi: la chirurgia e l’esegesi ippocratica. Questa specifica costellazione — farmacologia, chirurgia ed esegesi ippocratica — “renders them virtually indistinguishable from their Empiricist rivals” - (fr:9210) [li rende virtualmente indistinguibili dai loro rivali Empirici]. È concepibile che la pressione esercitata dalle polemiche empiriche contro la medicina teorica abbia spinto gli Erofilei a concentrarsi sulla clinica e sul Corpus Ippocratico, forse a scapito dell’esplorazione anatomica.
Il nuovo interesse per la chirurgia è esemplificato da Andrea, uno dei primi allievi di Erofilo, il quale “constructed a famous instrument for reducing dislocations of the larger joints, apparently exploiting the new mechanical technology” - (fr:9215) [costruì un famoso strumento per ridurre le lussazioni delle grandi articolazioni, sfruttando apparentemente la nuova tecnologia meccanica]. Questo dispositivo, noto a Celso, Galeno e Oribasio, simboleggia un allontanamento dall’attitudine piuttosto passiva di Erofilo verso la chirurgia ortopedica. Un ulteriore esempio è Bacchio, il quale nel suo lessico ippocratico assegna un posto di insolita preminenza a lemmi da opere di chirurgia ortopedica come Sulle articolazioni e Strumenti di riduzione.
Altrettanto sorprendente è il crescente interesse per la filologia ippocratica. Se il rapporto di Erofilo con Ippocrate era stato segnato da ambivalenza e polemiche, le generazioni successive, meno gravate dal bisogno di emanciparsi, “could approach Hippocratic texts in a relatively dispassionate, critical manner” - (fr:9250) [poterono approcciare i testi ippocratici in una maniera relativamente spassionata e critica]. Il loro interesse non era motivato da polemiche né da un tentativo di legittimare le proprie idee appellandosi all’autorità del padre della medicina. Esiste però una dimensione ulteriore. L’ascesa della filologia come attività di ricerca di massimo rispetto nell’Alessandria di metà III secolo a.C. va compresa nel più ampio contesto culturale. Le figure che dominavano sempre più la vita intellettuale e la corte tolemaica non erano più scienziati-filosofi come Stratone di Lampsaco o medici-scienziati come Erofilo, “but the philologists and poet-critics like Zenodotus, Apollonius, Aristophanes of Byzantium, and Aristarchus” - (fr:9259) [ma i filologi e poeti-critici come Zenodoto, Apollonio, Aristofane di Bisanzio e Aristarco]. In un mondo in cui il bibliotecario o il poeta erudito, come Callimaco, divennero più riveriti degli scienziati medici, non sorprende che anche i medici si volgessero a nuove fonti di rispetto e status: “exegesis and lexicography” - (fr:9260) [l’esegesi e la lessicografia].
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68 La tradizione dossografica erofilea e l’istituzionalizzazione della scuola in Asia Minore
La scuola di Erofilo, caratterizzata da una lunga tradizione di scritti apologetici e dossografici, seppe sopravvivere a numerose sfide grazie alla propria ambivalenza interna, per poi conoscere una fase istituzionale nuova con la fondazione di un διδασκαλεῖον in Frigia.
Il testo ripercorre la parabola della scuola medica erofilea, mettendone in luce le tensioni interne, la capacità di resistere alle scuole rivali e il passaggio da una fase informale alessandrina a una più strutturata in Asia Minore. La tradizione di scrivere sulle opinioni (δόξαι) dei membri della propria setta fu inaugurata da Bacchio: “Bacchius set in motion a long Herophilean tradition of writing about, or in defence of, the opinions or doxai held by various members of one’s own school” – (fr:9327) [Bacchio avviò una lunga tradizione erofilea di scrivere sulle, o in difesa delle, opinioni o doxai sostenute da vari membri della propria scuola]. Tale produzione culminò, negli ultimi anni di esistenza visibile della scuola, con non meno di tre trattati Sulla scuola di Erofilo ad opera di Apollonius Mys, Heraclides di Eritre e Aristosseno: “This sudden accumulation of works with an apologetic and protreptic purpose in the final stages of the history of the school might well (…) reflect the growing insecurity of the followers of Herophilus in the midst of new challenges” – (fr:9328) [questo improvviso accumularsi di opere con finalità apologetica e protrettica nelle ultime fasi della storia della scuola potrebbe ben riflettere la crescente insicurezza dei seguaci di Erofilo di fronte a nuove sfide].
Queste sfide provenivano anzitutto dall’ascesa delle scuole ‘Pneumatica’ e ‘Metodica’. Sebbene gli Erofilei fossero riusciti a reggere l’urto degli Empirici distinguendosi in farmacologia, chirurgia, semiotica e filologia ippocratica, le ultime generazioni non poterono più contare sul prestigio dell’eccellenza anatomica e fisiologica: “Herophileans no longer had the appeal of novelty or the strength of anatomical and physiological excellence; with the exception of their sphygmological and gynaecological persistence, the concerns of most Herophileans had become virtually indistinguishable from those of their Empiricist rivals” – (fr:9329) [gli Erofilei non avevano più il fascino della novità né la forza dell’eccellenza anatomica e fisiologica; a parte la loro persistenza in campo sfigmologico e ginecologico, gli interessi della maggior parte degli Erofilei erano diventati praticamente indistinguibili da quelli dei loro rivali Empirici].
A questo si aggiungeva una vena ribelle e individualista che percorreva l’intera storia della scuola, da quando Erofilo fu abbandonato da un allievo e deriso da un altro fino alla severa censura che Aristosseno, nel I secolo a.C., rivolse a quasi tutti i suoi predecessori e contemporanei erofilei. Questa tensione, “might paradoxically have hampered its chances of surviving the fresh challenges” – (fr:9331) [potrebbe paradossalmente averne ostacolato le possibilità di sopravvivere alle nuove sfide]. Le polemiche interne divennero “fratricidal in nature – Herophilean pitted against Herophilean – and the self-centred doxography referred to earlier became its vehicle” – (fr:9351) [di natura fratricida – Erofileo contro Erofileo – e la dossografia autoreferenziale già menzionata ne divenne il veicolo].
Eppure, proprio nel momento del suo apparente ultimo sussulto, la scuola mostrava la stessa ambivalenza che ne aveva segnato la storia: mentre Aristosseno muoveva critiche sofistiche ai confratelli, Demostene Philalethes dava contributi duraturi, benché non sempre originali, alla patologia e alla terapia delle affezioni oculari, il cui impatto sulla medicina antica e medievale fu eguagliato solo da Erofilo stesso. “Self-destructive scrutiny and heuristic triumph, looking over one’s shoulder and looking ahead, preoccupation with the words of predecessors and aggressive discovery – these are some of the ambivalent dimensions of the history of Herophilus’ school” – (fr:9352) [Scrutinio autodistruttivo e trionfo euristico, guardarsi alle spalle e guardare avanti, preoccupazione per le parole dei predecessori e scoperta aggressiva – queste sono alcune delle dimensioni ambivalenti della storia della scuola di Erofilo].
Sul piano istituzionale, per i primi due secoli e mezzo non vi è traccia di un’organizzazione formale. L’uso dell’espressione «quelli della casa di Erofilo» da parte di Bacchio indica piuttosto un apprendistato medico informale ma non privo di rigore ad Alessandria, dove peraltro né Erofilo né altri rappresentanti della medicina scientifica risultano legati al Museo. Ciò non impedì tuttavia agli Erofilei di mantenere una presenza ininterrotta nella capitale tolemaica dal III al I secolo a.C., con figure come Andrea, Callimaco e Bacchio nel III secolo a.C., Zenone, Demetrio, Egetore e Mantia nel II, e Dioscuride Phacas, Crisermo, Apollonio Mys ed Eraclide di Eritre nel I.
Una fase inedita si aprì con l’espansione in Asia Minore intorno alla metà o alla fine del I secolo a.C., quando Zeuxis ‘Philalethes’ fondò una scuola presso il celebre tempio del dio lunare Men Karou, nei pressi di Laodicea in Frigia. Questa sede, a differenza di quella alessandrina, mostrava un carattere più istituzionale. Strabone la definisce «διδασκαλεῖον μέγα» – (fr:9377) [grande luogo di istruzione], termine che di norma designava le scuole formali di retorica e grammatica ed era quasi mai applicato all’apprendistato medico di età classica ed ellenistica. Inoltre l’associazione con un centro di culto suggerisce un’istituzionalizzazione analoga a quella del Museo di Alessandria, dove un gruppo di scienziati e studiosi condivideva patronato, pasti comuni ed era inquadrato in un’associazione cultuale presieduta da un sacerdote. La Lex Iulia de collegiis potrebbe aver imposto proprio la promozione del culto quale condizione per costituire associazioni formali, rendendo plausibile che la scuola erofilea di Men Karou fosse organizzata come un collegium.
La scuola asiatica si estese per circa un secolo, dal 40 a.C. al 50 d.C. circa, sotto la guida successiva di Zeuxis Philalethes, Alessandro Philalethes e Demostene Philalethes. Aristosseno, allievo di Alessandro, con le sue aspre critiche agli Erofilei alessandrini, potrebbe essere indizio di una rivalità tra la scuola-madre e la sua filiazione asiatica. Si è inoltre ipotizzato, seppure in modo non conclusivo, che altre due figure di spicco, Menemaco Philalethes e Tiberio Claudio Atenodoto Philalethes, siano stati eminenti Erofilei originari dell’Asia Minore.
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69 Bacchius e il suo lessico ippocratico: cronologia, struttura e dibattito critico
Un’analisi della datazione, dell’opera e del lascito lessicografico di Bacchius di Tanagra, discepolo di Erofilo, nel contesto della filologia alessandrina e della storia della medicina antica.
Il frammento esamina la figura e l’opera di Bacchius, medico della scuola erofilea, concentrandosi sulla questione della sua datazione, sulla natura della sua produzione intellettuale e sull’organizzazione del suo contributo più celebre, il lessico ippocratico (Lexeis). La discussione ruota attorno a un nodo storiografico centrale: la necessità di collocare cronologicamente l’autore per comprenderne i rapporti con altre figure eminenti del mondo ellenistico e, di conseguenza, il significato della sua opera come testimone della tradizione medica e filologica.
La datazione di Bacchius è proposta intorno al 250 a.C. sulla base di due indizi combinati. Il primo è offerto dalla testimonianza di Erotiano, che lo dichiara contemporaneo dell’empirico Filino: “This date is suggested, first by Erotian’s report that the Empiricist Philinus was Bacchius’ contemporary” – (fr:9930) [Questa data è suggerita, in primo luogo, dalla testimonianza di Erotiano secondo cui l’empirico Filino era contemporaneo di Bacchius]. Il secondo indizio è fornito da Galeno, il quale attesta che lo stesso Filino era stato allievo diretto di Erofilo prima di fondare la scuola empirica, collocando così l’acme di Filino, e per estensione di Bacchius, intorno al 250 a.C. (fr:9931). Tuttavia, l’autore stesso riconosce l’esistenza di posizioni discordanti: “Not all scholars accept the date I have assigned to Bacchius. One scholar, for example, believes that Bacchius’ prime lies about 200 b.c.” – (fr:9933-9934) [Non tutti gli studiosi accettano la data che ho assegnato a Bacchius. Uno studioso, per esempio, ritiene che il culmine dell’attività di Bacchius si collochi intorno al 200 a.C.]. Questa datazione più bassa si fonda sul possibile utilizzo, da parte di Bacchius, di una raccolta di parole compilata dal grammatico Aristofane di Bisanzio, che divenne direttore della Biblioteca di Alessandria solo intorno al 194 a.C. (fr:9936-9938). L’obiezione viene respinta argomentando che Aristofane, la cui vita si estende approssimativamente dal 257 al 180 a.C., potrebbe aver composto la sua opera lessicografica maggiore già nel corso del III secolo, consentendo a Bacchius di consultarla ben prima del 194 a.C. (fr:9939-9940).
L’analisi prosegue delineando la poliedrica attività intellettuale di Bacchius. Benché celebrato soprattutto per il suo lessico ippocratico, citato più di sessanta volte nelle fonti antiche, egli fu un medico e studioso versatile: “Although most famous for his Hippocratic lexicon (Lexeis) - it is referred to more than sixty times in ancient texts (Ba. 1 2-76) - Bacchius was a versatile physician and scholar” – (fr:9949-9950). La sua produzione spaziò dalla teoria del polso, all’interesse per Erofilo, alla patologia, alla farmacologia e all’edizione e commento di numerosi trattati ippocratici, tra cui il libro III delle Epidemie, Sulla chirurgia, gli Aforismi ed Epidemie VI, oltre a un’opera dossografica intitolata Memorie su Erofilo e i membri della sua ‘Casa’ (fr:9951-9960). Risulta invece clamorosamente assente dalle testimonianze l’ambito che aveva reso celebre Erofilo: l’anatomia. “Conspicuously absent from the testimonia concerning Bacchius is, however, the area of Herophilus’ greatest scientific achievement, anatomy” – (fr:9961) [Cospicuamente assente dalle testimonianze su Bacchius è, tuttavia, l’area del più grande successo scientifico di Erofilo, l’anatomia]. Quali che siano le cause – gli attacchi degli empirici all’anatomia sistematica, l’abbandono della dissezione umana dopo Erofilo o la crescente attenzione per la filologia – il centro focale della scuola si spostò dall’anatomia all’erudizione ippocratica (fr:9962).
L’enorme rilevanza del lessico di Bacchius risiede nella sua duplice natura di documento di metodo filologico e di testimonianza testuale. “Bacchius’ lexicographic work on Hippocratic words (Lexeis) is of immense significance not only because it is a richly documented sample of the methods and aims of Alexandrian philology, but also because it provides evidence concerning the Hippocratic works accessible to Alexandrians in the third century b.c.” – (fr:9963) [Il lavoro lessicografico di Bacchius sulle parole ippocratiche (Lexeis) è di immenso significato non solo perché è un campione riccamente documentato dei metodi e degli obiettivi della filologia alessandrina, ma anche perché fornisce prove sulle opere ippocratiche accessibili agli Alessandrini nel III secolo a.C.]. Inoltre, esso contiene varianti testuali non attestate altrove, offrendo uno sguardo prezioso sullo stato dei testi ippocratici nell’Alessandria del periodo (fr:9965).
Sul piano strutturale, l’opera era divisa in tre libri o sezioni, e non era ordinata alfabeticamente, compito che sarebbe stato intrapreso solo nel I secolo a.C. da Epicle di Creta nel suo compendio ridotto (fr:9966-9969). La disposizione seguiva invece la sequenza in cui i termini apparivano nei trattati coperti da ciascuna sezione. L’analisi dei contenuti rivela che il primo libro conteneva glosse da Prognostico, Sul morbo sacro, Sulle articolazioni, Strumenti di riduzione ed Epidemie I e VI (fr:9979). Il secondo libro spiegava parole da una serie di trattati tra cui Prognostico, Prorretico I, Sulle articolazioni, Sulla chirurgia, Regime nelle malattie acute ed Epidemie II (fr:9979). Il terzo libro si concentrava su opere come Sulla natura delle ossa, Sulle fratture, Sulle articolazioni, Sulla chirurgia, Sui luoghi nell’uomo e forse Epidemie V (fr:9980). Si nota una chiara preponderanza dei trattati cosiddetti “Coan” rispetto a quelli “Cnidian” (fr:9982-9983), fatto che potrebbe spiegarsi con i contatti tra la scuola erofilea, il regno tolemaico e l’isola di Cos (fr:9983).
L’organizzazione interna del lessico, tuttavia, non è rigida, sfidando l’idea di un principio inviolabile di raggruppamento per opera. L’autore osserva che lemmi provenienti da Prognostico e Strumenti di riduzione sono trattati sia nel Libro I che nel Libro II, e che vocaboli da Sulle articolazioni compaiono in tutte e tre le sezioni. “This suggests that Bacchius did not consider what appears to be his general principle - grouping together the lemmata from each Hippocratic work - inviolable, and that other considerations, for example, thematic or semantic affinities, at times caused him to explain words from one and the same Hippocratic work in different books of his lexicon” – (fr:10005) [Ciò suggerisce che Bacchius non considerasse quello che sembra essere il suo principio generale – raggruppare insieme i lemmi di ciascuna opera ippocratica – come inviolabile, e che altre considerazioni, per esempio affinità tematiche o semantiche, lo portassero a volte a spiegare parole di una stessa opera ippocratica in libri diversi del suo lessico].
Un’ampia parte del testo è dedicata a confutare l’ipotesi di Max Wellmann, il quale sosteneva che Bacchius avesse usato la stessa sequenza di una sua presunta editio princeps del Corpus Ippocratico e che la disposizione dell’opera originaria seguisse lo schema classificatorio riportato da Erotiano nella sua prefazione (opere semiotiche, fisiologico-eziologiche e terapeutiche) (fr:10019, 10026). L’autore smonta questa tesi definendola insostenibile, poiché non vi è prova che Bacchius abbia edito trattati ippocratici diversi dalle Epidemie III e la distribuzione stessa dei lemmi contraddice lo schema. Il primo libro di Bacchius, infatti, tratta non solo opere semiotiche (Prognostico) ma anche terapeutiche (Sulle articolazioni) e miste (Epidemie I e VI), (fr:10028) e il secondo include opere semiotiche, terapeutiche e miste (fr:10028). Di conseguenza, “The exact organizational principles of Bacchius’ lexicon therefore remain considerably more elusive than has generally been thought” – (fr:10029) [Gli esatti princìpi organizzativi del lessico di Bacchius rimangono quindi considerevolmente più elusivi di quanto generalmente si sia pensato]. L’autore concede soltanto che è possibile, sebbene non certo, che Bacchius o un suo predecessore empirico abbia sviluppato lo schema classificatorio semiotico-fisiologico-terapeutico, ma senza poi applicarlo in modo rigoroso e costante a scopo lessicografico (fr:10038-10039).
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70 Bacchius: la tradizione lessicografica ippocratica e la sua fortuna
L’opera di Bacchius, medico e lessicografo alessandrino, emerge come il punto di riferimento centrale per l’interpretazione dei testi ippocratici, nonostante le critiche e i limiti del suo metodo.
I frammenti del lessico ippocratico di Bacchius (III sec. a.C.) sono organizzati in quattro gruppi. I primi tre comprendono glosse attribuite rispettivamente ai libri I e II del Glossario e al libro III, mentre “These are followed by a fourth group of glosses, numbering twenty-eight, which are not explicitly attributed to a specific book of the Glossary (Ba. 49-76)” – (fr:10044) [A queste segue un quarto gruppo di glosse, ventotto in tutto, non esplicitamente attribuite a un libro specifico del Glossario (Ba. 49-76)]. All’interno di ciascun gruppo si osservano raggruppamenti per opera ippocratica, e per ordinare i lemmi si adotta la sequenza classificatoria ricostruibile dalla prefazione di Erotiano, “for want of a closer knowledge of Bacchius’ method” – (fr:10046) [in mancanza di una conoscenza più precisa del metodo di Bacchius].
La distribuzione dei lemmi identificati consente comunque di formulare ipotesi sull’appartenenza di alcune glosse non attribuite: ad esempio, quelle dal Prorretico I e da Epidemie I potrebbero appartenere al Libro II, mentre quelle da Sulle fratture, Sui luoghi nell’uomo ed Epidemie V al Libro III. Tuttavia, poiché Bacchius spiegava parole di uno stesso trattato in più libri del suo glossario, l’autore ha prudentemente lasciato queste glosse nel gruppo separato. L’identificazione dei passi ippocratici da cui provengono i lemmi è descritta come “remains tentative for several reasons” – (fr:10062) [resta ipotetica per diverse ragioni]: non tutti i lemmi di Erotiano hanno un’identificazione certa (si citano λάττει e στερρωθείη), e anche quando Erotiano cita una glossa di Bacchius non è detto che questa si riferisca alla stessa parola o allo stesso passo. Un esempio emblematico è “Ba. 17: in his explanation of ττεριωτειλούται, a word from Instruments of Reduction … Erotian cites Bacchius, but he is in fact using Bacchius’ gloss on ώτειλαί, a word from On Joints” – (fr:10067) [Ba. 17: nella spiegazione di ττεριωτειλούται, termine tratto da Strumenti di riduzione … Erotiano cita Bacchius, ma in realtà sta utilizzando la glossa di Bacchius su ώτειλαί, parola tratta da Sulle articolazioni]. Inoltre, la stessa parola ricorre spesso in più trattati ippocratici, e mentre per Erotiano la sequenza d’uso dei testi è stata ricostruita, per Bacchius l’attribuzione resta più incerta. L’identificazione proposta si fonda quindi sulla probabilità che Erotiano citi Bacchius sugli stessi passi e sulla conoscenza effettiva che Bacchius aveva di determinate opere: per il lemma θράσσει, ad esempio, benché possa provenire dai Gynaecia, è più probabile che Bacchius lo traesse da Sulle articolazioni, opera con cui la sua familiarità è ampiamente attestata.
I principi esegetici di Bacchius sono sfuggenti ma rivelano un approccio originale. Contrariamente a quanto lascerebbe intendere un’affermazione di Galeno, secondo cui Bacchius interpretava solo γλῶτται, il titolo Lexeis riflette un’opera che includeva “any words peculiar in form and significance, or rare in prose usage, and consequently in need of explanation, whether or not they were still in use” – (fr:10074) [qualsiasi parola peculiare per forma e significato, o rara nell’uso prosastico, e di conseguenza bisognosa di spiegazione, fosse o meno ancora in uso]. La scelta dei lemmi era dettata da particolarità morfologiche o semantiche, ambiguità, omonimia, o dall’assenza del termine nella prosa normale. Un caso tipico è ἅλις, “abbastanza”, termine poetico ma rarissimo in prosa: “it is in fact a poetic word only rarely used in Greek prose, and Bacchius refers the reader to two synonyms, ἀρκεόντως and ἱκανῶς, that were widely used by prose authors” – (fr:10094) [è in realtà un termine poetico usato solo raramente nella prosa greca, e Bacchius rinvia il lettore a due sinonimi, ἀρκεόντως e ἱκανῶς, largamente impiegati dagli autori di prosa]. Tale metodo lo avvicina più alle Lexeis di Aristofane di Bisanzio che alle raccolte di glosse rare di Filita, Simia e Zenodoto, o all’Onomastikon di Callimaco.
Un secondo principio è l’uso di altre opere ippocratiche per chiarire un termine oscuro, insieme a numerose citazioni poetiche. Erotiano attesta che Bacchius “cited many pieces of evidence from poets” – (fr:10095) [addusse molte testimonianze dai poeti] (Ba. 13), e Galeno precisa che lo fece dopo che il grammatico Aristofane ebbe raccolto per lui un gran numero di esempi. La difficoltà di distinguere, nel testo di Erotiano, le citazioni provenienti da Bacchius, da altri lessicografi, dallo stesso Aristofane o da Apollodoro ha indotto l’autore a escludere dalla raccolta di frammenti le citazioni non esplicitamente attribuite a Bacchius.
L’opera di Bacchius non fu esente da errori e critiche. “That a medical author of the third century b.c. could sometimes misunderstand texts that were often barely a hundred years old … does not inspire confidence in the modern reader’s ability” – (fr:10118) [Che un medico del III secolo a.C. potesse talvolta fraintendere testi vecchi spesso appena un centinaio d’anni … non infonde fiducia nella capacità del lettore moderno]. Contemporanei e successori lo attaccarono: Filino di Cos scrisse un’opera polemica in sei libri, anche se ironicamente le tre glosse conservate mostrano accordo sostanziale. Più tardi, Eraclide di Taranto e Apollonio di Cizio lo schernirono. Apollonio in particolare lo accusò di raccogliere occorrenze senza contesto e di non aver indagato l’uso specifico di Coo; “Some of their polemics were undoubtedly justified, others were probably inspired by the school rivalry between the Empiricists and the Herophileans” – (fr:10122) [Alcune delle loro polemiche erano senza dubbio giustificate, altre probabilmente ispirate dalla rivalità di scuola tra Empirici ed Erofilei].
Nonostante gli attacchi, l’impatto di Bacchius sulla filologia ippocratica antica fu enorme. Epicle di Creta ne curò un’edizione riveduta e abbreviata, ed Erotiano, grammatico di età neroniana, cita le spiegazioni di Bacchius più di sessanta volte, trovandosi d’accordo in circa la metà dei casi e spesso preferendole a quelle di grammatici e commentatori illustri. La conclusione del passo capovolge un giudizio storiografico consolidato: “the evidence … strongly suggests that Rudolf Pfeiffer’s judgment that the Empiricist Philinus ‘became the most influential medical glossographer’ of Alexandria must be revised in favour of Bacchius” – (fr:10143) [la documentazione … suggerisce con forza che il giudizio di Rudolf Pfeiffer secondo cui l’empirico Filino ‘divenne il più influente glossografo medico’ di Alessandria debba essere rivisto a favore di Bacchius].
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71 La tradizione del Lessico Ippocratico di Bacco di Tanagra: struttura, fonti e testimonianze
Un apparato critico denso di rimandi e citazioni ricostruisce, attraverso frammenti di glossari e commentari antichi, l’ossatura perduta di un’opera fondativa della filologia medica alessandrina, testimoniandone la stratificazione e la trasmissione indiretta.
Il testo si configura come un’intricata tessitura di riferimenti incrociati, il cui scopo principale è documentare i frammenti superstiti del lessico ippocratico compilato da Bacco di Tanagra, un esponente di spicco della scuola medica degli Erofiliani. Non vi è alcuna narrazione lineare, ma piuttosto un meticoloso inventario di prove, organizzato per libri dell’opera originale e per le fonti che ne tramandano i contenuti. La struttura portante è quella del lessico stesso, diviso almeno in tre libri, ciascuno dedicato a un gruppo specifico di trattati del Corpus Hippocraticum.
L’opera, identificata dalla didascalia “BACCHIUS’ HIPPOCRATIC LEXICON” - (fr:10177) [LESSICO IPPOCRATICO DI BACCO], cataloga e spiega termini oscuri o arcaici incontrati nelle letture ippocratiche. Il Libro I copre opere come il Prognostico e Sulla malattia sacra, come attestato dalle glosse: “Erotianus, Vocum Hippocraticarum collectio a. i (p. 10 Nachmanson): άλυσμόν” - (fr:10183-10184) [Eroziano, Raccolta di voci ippocratiche a.1: alysmón (inquietudine/angoscia)], e “Erotianus, a.47 (p. 17 Nachmanson): άλάστορες” - (fr:10188-10189) [Eroziano, a.47: alástores (spiriti vendicatori/criminali)]. Il Libro II si concentra su testi come il Prognostico e Prorretico 1, di cui si cita un esempio: “Erotianus, a.8 (p. 13 Nachmanson): άττολελαμμένοι” - (fr:10214-10215) [Eroziano, a.8: apolelamménoi (che sono ostruiti/bloccati)]. Il Libro III si occupa invece di Sulla natura delle ossa, Sulle fratture e Sulle articolazioni, in cui si trova la glossa: “Erotianus, a. 101 (p. 23 Nachmanson): άνάγκη” - (fr:10242-10244) [Eroziano, a.101: anánke (necessità/vincolo)]. L’esistenza di una sezione finale, “FROM UNIDENTIFIED BOOKS OF BACCHIUS’ LEXICON” - (fr:10267) [DA LIBRI NON IDENTIFICATI DEL LESSICO DI BACCO], conferma la natura frammentaria della tradizione.
La testimonianza storica non si limita al contenuto linguistico, ma include la ricezione del lavoro di Bacco nell’antichità. La fonte principale è Eroziano, con la sua monumentale Raccolta di voci ippocratiche, come dichiarato esplicitamente: “Erotianus, Vocum Hippocraticarum collectio, praefatio (pp. 4-5 Nachmanson)” - (fr:10181-10182) [Eroziano, Raccolta di voci ippocratiche, prefazione]. Altre testimonianze cruciali, che collocano storicamente Bacco nell’ambiente erofiliano e ne mostrano l’influenza, provengono da autori medici successivi. Celio Aureliano è citato per le Tardae passiones: “Caelius Aurelianus, Tardae passiones 1” - (fr:10160) [Celio Aureliano, Malattie croniche 1]. Di particolare rilevanza sono i molteplici rimandi a Galeno, che rappresentano un pilastro per la ricostruzione filologica. Si va dai commentari alle Epidemie: “Galenus, In Hippocratis Epidemiarum 2.8 comment.” - (fr:10163) [Galeno, Commento a Epidemie 2.8 di Ippocrate], a citazioni di autori come Andromaco il Giovane, attinte proprio dalle opere galeniche: “Andromachus Iunior apud Galenum, De compositione medicamentorum per genera 7” - (fr:10162) [Andromaco il Giovane in Galeno, Sulla composizione dei medicamenti per generi 7]. Un caso emblematico di trasmissione complessa è la citazione di Eraclide di Taranto, che Galeno riporta nel suo commento, e il cui originale greco è perduto, ma sopravvive attraverso una versione araba di Hunain: “From Hunain’s Arabic translation of the lost original; CM G v.10.1, pp. 232-3 Pfaff” - (fr:10235-10236) [Dalla traduzione araba di Hunain dell’originale perduto].
Il metodo di lavoro filologico, tipico della scuola alessandrina, emerge da questa selva di note. I lemmi non sono presentati in isolamento, ma sempre in riferimento al loro contesto di origine. Il testo svela così l’esistenza di un fitto sistema di annotazioni, dove le spiegazioni di Bacco forniscono il fondamento per la genesi di ulteriori commenti, come dimostra la glossa al termine “άμβην” (amben, sporgenza orlo) ne Sulle articolazioni, che viene discussa sia da Eroziano: “Erotianus, a. 103 (p. 23 Nachmanson): άμβην” - (fr:10244-10246), sia da Apollonio di Cizio in un commentario dedicato: “Apollonius Citiensis, In Hippocratis De articulis comment. 1 (CM G xi.1.1, p. 28 Kollesch/Kudlien): άμβην” - (fr:10247-10249) [Apollonio di Cizio, Commento al De articulis di Ippocrate: amben]. Questo intreccio di voci rivela il significato storico ultimo del testo: non una semplice lista di parole, ma la mappatura di una stratificazione intellettuale, un palinsesto di letture critiche che hanno plasmato l’esegesi medica per secoli, fissando l’esegesi ippocratica su un lessico tecnico condiviso.
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72 Glosse ippocratiche e la controversia alessandrina sui caratteri di Epidemici III
Dai frammenti lessicografici di Bacchio alla singolare disputa erudita sui simboli acrostici, l’estratto testimonia l’intreccio fra filologia, medicina e memoria nella Alessandria ellenistica.
La prima parte del testo (frr. 10269–10345) è costituita da un elenco
di rinvii al lessico ippocratico di Eroziano, utilizzati dall’erudito
Bacchio. Vi sono registrati lemmi tratti da Prognostico, Prorretico I,
Fratture, Articolazioni, Ferite del capo, Chirurgia, Strumenti di
riduzione, Malattie I, Luoghi nell’uomo, Uso dei liquidi, Aforismi,
Epidemici I, II, III e V, spesso con l’indicazione delle glosse di
Eroziano e dei frammenti degli scoli. Ad esempio, un frammento rimanda
al Prognostico:
“Erotianus, Fragmentum 1 (Scholium RH ad Prognosticum 20;
p. 99 Nachmanson): άλλοφάσσοντες For further lemmata from Prognostic see
Ba. 14-15, ” – (fr:10272) [Eroziano, Frammento 1 (Scolio RH
a Prognostico 20; p. 99 Nachmanson): άλλοφάσσοντες. Per ulteriori lemmi
dal Prognostico vedi Ba. 14-15, ]
Un altro caso, relativo al Prorretico, riporta:
“47-8 Nachmanson): κλαγγώδη ifa.53 Erotianus, α.6 (p. 12
Nachmanson): άραιά For other lemmata from Prorrhetic see
Ba.27-30.” – (fr:10276) [“47-8 Nachmanson): κλαγγώδη …
Eroziano, α.6 (p. 12 Nachmanson): άραιά. Per altri lemmi dal Prorretico
vedi Ba. 27-30.”]
Questa sezione documenta la sistematica attività di glossatura dei testi
ippocratici condotta dai filologi alessandrini, essenziale per la
trasmissione e l’interpretazione del Corpus Hippocraticum.
La seconda parte (frr. 10346–10385) introduce invece una delle
controversie erudite più singolari dell’Alessandria tolemaica, che vide
protagonista l’erofileo Zenone. La disputa riguardava la provenienza e
il significato di segni o simboli (charakteres) che comparivano
nelle copie alessandrine del libro III delle Epidemie:
“One of the more bizarre learned controversies in Ptolemaic
Alexandria concerned the provenance and meaning of certain marks or
symbols (charakteres) in Alexandrian copies of Book III of the
Hippocratic Epidemics.” – (fr:10346) [Una delle più bizzarre
controversie erudite nell’Alessandria tolemaica riguardava la
provenienza e il significato di certi segni o simboli (charakteres)
nelle copie alessandrine del Libro III delle Epidemie
ippocratiche.]
Tali simboli – di solito lettere greche come E, H e Y, o combinazioni
come ΓΠ e A – erano attribuiti da Zenone allo stesso Ippocrate. La sua
presa di posizione innescò una lunga polemica, che coinvolse dapprima
l’empirico Apollonio il Vecchio di Antiochia, poi Apollonio Biblia,
detto “il tarlo dei libri”, e più tardi Eraclide di Taranto
e l’erofileo Eraclide di Eritre, il quale finì per accogliere la tesi
empirica che i simboli fossero interpolati.
Zenone e gli empirici concordavano sul principio acrostico che
reggeva i segni: ognuno rappresentava la lettera o le lettere iniziali
di una parola chiave.
“While Zeno and the Empiricists disagreed both on the
authorship and on the meaning of the symbols, they were in agreement on
the acrostic principles underlying their use: each symbol constitutes
the initial letter or letters of a key word.” – (fr:10364)
[Mentre Zenone e gli Empirici erano in disaccordo sia sulla paternità
sia sul significato dei simboli, concordavano sul principio acrostico
che ne reggeva l’uso: ciascun simbolo costituisce la lettera o le
lettere iniziali di una parola chiave.]
Nell’interpretazione di Zenone, nella Storia clinica 7 la sequenza ΓΠΑΕ
Η Θ veniva sciolta così: ΓΠ per la prima sillaba di πιθανόν, A per la
prima sillaba di διαχωρημάτων, E per ἐπίσχεσις, H per il numero
«otto» e Θ per Θάνατος.
“Thus in Zeno’s decipherment … the sequence ΓΠΑΕ Η Θ means ‘It
is plausible that the patient died on the eighth day because of blockage
of the stool.’” – (fr:10365) [Così nella decifrazione di
Zenone … la sequenza ΓΠΑΕ Η Θ significa “È verosimile che il
paziente sia morto l’ottavo giorno a causa del blocco
dell’evacuazione”.]
Per la Storia clinica 8, la serie ΓΠ 2 Z 0 era spiegata come:
“ΓΠ 2 Z 0 as πιθανόν, ξενόν, 3’ (the ‘seventh’ [day]),
θάνατος, meaning ‘It is plausible that the patient died on the seventh
day because something strange [unaccustomed] had happened to
him.’” – (fr:10384) [ΓΠ 2 Z 0 come πιθανόν, ξενόν, 7°
(giorno), θάνατος, che significa “È verosimile che il paziente sia
morto il settimo giorno perché gli era accaduto qualcosa di
insolito”.]
Lo schema generale prevedeva che il primo segno introducesse una
valutazione di verosimiglianza, l’ultimo indicasse l’esito (morte o
salute), il penultimo il numero dei giorni di malattia, mentre i segni
intermedi esprimevano la causa del male.
Gli avversari empirici opponevano a questa lettura l’ipotesi di un
oscuro medico di Side, Mnemone, che avrebbe inserito i simboli in forma
anonima come sintesi mnemonica di ciascun caso clinico:
“an obscure Pamphylian physician, Mnemon of Side, entered them
anonymously and surreptitiously as a kind of short-hand summary of
essential aspects of each case history, perhaps for mnemotechnical
purposes.” – (fr:10363) [un oscuro medico della Panfilia,
Mnemone di Side, li inserì anonimamente e di nascosto come una sorta di
riassunto stenografico degli aspetti essenziali di ogni storia clinica,
forse a scopo mnemotecnico.]
L’interesse per la memoria si estendeva anche alla collocazione
topografica dei pazienti nelle Epidemie:
“Some ancient authors, for example, interpreted Hippocrates’
mention of the exact location of the residence of each patient discussed
in the Epidemics as a mnemotechnical device resembling the Aristotelian
place system.” – (fr:10381) [Alcuni autori antichi, ad
esempio, interpretavano la menzione ippocratica dell’esatta ubicazione
dell’abitazione di ciascun paziente discusso nelle Epidemie
come un espediente mnemotecnico simile al sistema aristotelico dei
luoghi.]
La controversia, che si trascinò fino al I secolo a.C., si spense quando
un erofileo accettò che i simboli fossero interpolazioni:
“The conflict finally simmered down when an Herophilean,
Heraclides of Erythrae, agreed with the Empiricists’ contention that the
symbols were interpolated.” – (fr:10363) [Il conflitto si
placò infine quando un Erofileo, Eraclide di Eritre, concordò con
l’affermazione degli Empirici che i simboli erano interpolati.]
L’intero frammento mette così in luce due aspetti della medicina ellenistica: da un lato la minuziosa esegesi lessicografica di Bacchio ed Eroziano sulle parole ippocratiche, dall’altro l’acceso dibattito filologico-mnemonico scatenato dai singolari caratteri dell’Epidemie III. Attraverso le posizioni di Zenone e dei suoi critici si tocca con mano come la filologia testuale, la pratica clinica e le tecniche della memoria fossero strettamente intrecciate nella cultura scientifica dell’Alessandria tolemaica.
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73 Dioscuride Phacas e i Crisermi: cronaca di intrighi, medicina e corte tolemaica
La vicenda di Dioscuride, erofileo legato alla corte di Alessandria, si snoda tra un agguato violento, contrasti cronologici e una produzione medica che spazia dall’esegesi ippocratica alla clinica; a essa si affianca la notabile stirpe dei Crisermi, presenza costante nei gangli amministrativi, medici e militari del regno tolemaico.
Il passo indaga anzitutto la figura dell’erofileo Dioscuride (soprannominato Phacas). L’autore osserva che per entrambi i medici in questione “For both physicians it was an association which, however, led to violent – and, at least in one case, successful – attempts on their lives.” – (fr:10797) [Per entrambi i medici fu un’associazione che, tuttavia, portò a tentativi violenti – e, almeno in un caso, riusciti – di ucciderli.] La cronologia resta incerta: benché l’identificazione del ‘Dioscuride’ citato nei testi che seguono con l’erofileo sia soltanto probabile, “the combined weight of the evidence suggests that Dioscurides was active primarily in the first half of the first century b .” – (fr:10797) [il peso complessivo delle testimonianze suggerisce che Dioscuride fu attivo principalmente nella prima metà del I secolo a.C.] e “c .” – (fr:10798).
Un dato di rilievo è che “This makes Dioscurides the only Herophilean besides Andreas for whom an association with the Alexandrian court is explicitly attested.” – (fr:10796) [Ciò rende Dioscuride l’unico erofileo, oltre ad Andrea, per cui sia esplicitamente attestato un legame con la corte alessandrina.] Il testo ricorda come “Auletes, whom Dioscurides had represented in Rome at one time, ruled roughly from 80 to 51 b .” – (fr:10799) [Aulete, che Dioscuride aveva rappresentato a Roma in un certo momento, regnò all’incirca dall’80 al 51 a.C.]; “c ., and the disastrous, perhaps fatal, mission which Dioscurides undertook on behalf of Auletes’ son Ptolemy XIII probably took place in early November 48 b .” – (fr:10800) [e la disastrosa, forse fatale, missione che Dioscuride intraprese per conto del figlio di Aulete, Tolomeo XIII, ebbe probabilmente luogo all’inizio di novembre del 48 a.C.] “c .” – (fr:10801). L’associazione con la corte condusse quindi al celebre episodio narrato da Cesare: “Talking about Dioscurides and Serapion, the two representatives whom Ptolemy XIII sent to Achillas, Caesar says: One of them, after being wounded, was seized by his own people and carried away as if he were dead; the other was killed. It is therefore possible that Dioscurides survived the attempt on his life.” – (fr:10810) [Parlando di Dioscuride e Serapione, i due rappresentanti che Tolomeo XIII inviò ad Achilla, Cesare dice: Uno di loro, dopo essere stato ferito, fu afferrato dai suoi e portato via come fosse morto; l’altro fu ucciso. È dunque possibile che Dioscuride sia sopravvissuto all’attentato.]
Questa possibilità diviene cruciale per armonizzare le fonti. “If Caesar’s account is interpreted – as it usually is – to imply that Dioscurides was killed in November 48 b . c ., while on a mission as Ptolemy XIII’s emissary, the Suda’s apparent claim that he was a close associate of Cleopatra ‘at the time of Antony’ becomes problematic, inasmuch as Cleopatra’s affair with Antony did not start until 41 b .” – (fr:10804, fr:10805) [Se il racconto di Cesare viene interpretato – come di solito avviene – nel senso che Dioscuride fu ucciso nel novembre del 48 a.C., durante una missione come emissario di Tolomeo XIII, l’affermazione della Suda che egli fu uno stretto collaboratore di Cleopatra “al tempo di Antonio” diventa problematica, dato che la relazione di Cleopatra con Antonio non iniziò prima del 41 a.C.] “c .” – (fr:10806). Tuttavia, se Dioscuride sopravvisse, “the man whom Caesar describes as ‘one of the most influential members of Ptolemy’s inner circle’ may well have had the political finesse and instinct to reemerge in an influential role at the court when the relation between Cleopatra and Antony blossomed (41-30 b . c .).” – (fr:10811, fr:10812) [l’uomo che Cesare descrive come “uno dei membri più influenti della cerchia ristretta di Tolomeo” potrebbe aver avuto l’abilità e l’istinto politico per riemergere in un ruolo di peso a corte quando sbocciò la relazione tra Cleopatra e Antonio (41-30 a.C.).] Di conseguenza “Caesar’s evidence would in fact be compatible with the statement in the Suda.” – (fr:10813) [la testimonianza di Cesare sarebbe di fatto compatibile con l’affermazione della Suda.] Tuttavia, questo collegamento “remains predicated, however, upon the uncertain though plausible assumption that Caesar and the Suda are both referring to Dioscurides the Herophilean.” – (fr:10814) [resta subordinato all’incerta, benché plausibile, ipotesi che Cesare e la Suda si riferiscano entrambi a Dioscuride l’erofileo.]
Un altro tentativo di ancorare cronologicamente Dioscuride proviene da Rufo di Efeso: “Rufus of Ephesus reports that a Posidonius and a Dioscurides were contemporaries, and this statement has naturally tantalized those who have sought for clues to the Herophilean’s date.” – (fr:10815) [Rufo di Efeso riferisce che un Posidonio e un Dioscuride furono contemporanei, e questa affermazione ha naturalmente stuzzicato coloro che cercano indizi sulla data dell’erofileo.] Il testo analizza la seduzione di tale accostamento: “Although it would make excellent chronological sense to assert that the Stoic philosopher Posidonius (c. 135-50 b . c .) and the Herophilean physician Dioscurides lived at the same time, Rufus neither identifies Posidonius as the Stoic nor refers to Dioscurides as ‘Phacas’ or ‘the Herophilean’.” – (fr:10826–10829) [Per quanto avrebbe un ottimo senso cronologico affermare che il filosofo stoico Posidonio (ca. 135-50 a.C.) e il medico erofileo Dioscuride vissero nello stesso periodo, Rufo non identifica Posidonio con lo stoico né chiama Dioscuride ‘Phacas’ o ‘l’erofileo’.] Inoltre “no ancient testimonium concerning the Herophilean confirms the rest of Rufus’ statement, i.e. that Dioscurides and Posidonius both wrote on the ‘bubonic’ plague which had struck Libya.” – (fr:10830) [nessuna testimonianza antica relativa all’erofileo conferma il resto dell’affermazione di Rufo, ossia che Dioscuride e Posidonio scrissero entrambi sulla peste ‘bubbonica’ che aveva colpito la Libia.] Ciò rende il dato estremamente fragile: “the uncertainty concerning the identity of both ‘Posidonius’ and ‘Dioscurides’ renders advisable the inclusion of this text among the Dubia.” – (fr:10831) [l’incertezza sull’identità tanto di ‘Posidonio’ quanto di ‘Dioscuride’ rende consigliabile includere questo testo tra i Dubia.]
Sul versante degli interessi medici, l’erudito è noto anzitutto per l’esegesi ippocratica. “With the exception of the Suda’s reference to Dioscurides’ twentyfour books on medicine, all that is known with certainty about the Herophilean’s medical interests is that he, like most Herophileans, engaged in Hippocratic exegesis.” – (fr:10832) [Con l’eccezione del riferimento della Suda ai ventiquattro libri di medicina di Dioscuride, tutto ciò che si sa con certezza degli interessi medici dell’erofileo è che, come la maggior parte degli erofilei, si dedicava all’esegesi ippocratica.] Erotiano, autore neroniano di un glossario ippocratico, “reports that Dioscurides wrote a polemical work in seven books on Hippocratic lexicography and quotes from it one of Dioscurides’ glosses.” – (fr:10833) [riferisce che Dioscuride scrisse un’opera polemica in sette libri sulla lessicografia ippocratica e ne cita una glossa.] Anche Galeno menziona una glossa di ‘Dioscuride di Alessandria’ e Paolo di Egina riporta la spiegazione di un termine ippocratico data da ‘Dioscuride l’Alessandrino’. Ciò non esaurisce la sua attività: “The Suda’s mention of Dioscurides’ ‘twenty-four books, all medical and renowned’ clearly implies, however, that the Herophilean did not merely engage in Hippocratic scholarship.” – (fr:10833) [La menzione nella Suda dei ‘ventiquattro libri, tutti medici e rinomati’ di Dioscuride implica chiaramente, tuttavia, che l’erofileo non si limitò all’erudizione ippocratica.] Il frammento conservato da Paolo di Egina, pur forse derivato da contesto esegetico, “also includes therapeutic measures, and if Rufus’ problematic testimony is in fact about the Herophilean physician, it would indicate an interest in close clinical observation as well.” – (fr:10834) [include anche provvedimenti terapeutici e, se la problematica testimonianza di Rufo riguarda effettivamente il medico erofileo, indicherebbe anche un interesse per l’osservazione clinica ravvicinata.] Questi orientamenti “would be consonant with two of the main emphases which emerged within the Herophilean school soon after Herophilus’ death, as pointed out above: Hippocratic exegesis and clinical medicine.” – (fr:10835) [sarebbero in armonia con due dei principali indirizzi emersi nella scuola erofilea subito dopo la morte di Erofilo, come si è detto sopra: l’esegesi ippocratica e la medicina clinica.]
La seconda parte del testo introduce la famiglia dei Crisermi. “The distinguished upper-class Alexandrian family of the Chrysermi, perhaps of Thracian origin, was close to the Ptolemaic court from the third century b . c . onward. They are found in strikingly diverse and influential roles.” – (fr:10862,10864,10865) [L’illustre famiglia alessandrina di alto ceto dei Crisermi, forse di origine tracia, fu vicina alla corte tolemaica a partire dal III secolo a.C. La si ritrova in ruoli straordinariamente diversificati e influenti.] Plutarco, narrando il soggiorno alessandrino del re spartano Cleomene III nel 222 a.C., “describes Ptolemaeus, son of a certain Chrysermus, as a friend of Ptolemy Euergetes I.” – (fr:10868) [descrive Tolemeo, figlio di un certo Crisermo, come amico di Tolemeo Evergete I.] Un’iscrizione del II secolo a.C. proveniente da Delo elenca un altro membro con un accumulo straordinario di onori tolemaici: “Chrysermus of Alexandria, son of Heraclitus, kinsman of King Ptolemy, Exegete, Superintendent of Physicians, Administrator of the Museum…” – (fr:10891, con testo greco) [Crisermo di Alessandria, figlio di Eraclito, parente del re Tolemeo, Esegeta, Sovrintendente dei medici, Amministratore del Museo…]. Documenti papiracei egiziani menzionano un Crisermo nel 243 a.C. con un’alta carica giuridica, un altro (o forse lo stesso) come comandante eponimo nel 222/1 a.C., e persino un giovane Crisermo vincitore di un incontro di pugilato per ragazzi nel 268/7 a.C. nei giochi. La carica di esegeta, ricordata nell’iscrizione delia, trova una precisa illustrazione in Strabone: “Among the local officials of the city are the exegete, who wears a purple robe and possesses hereditary honours and has the responsibility for the public services in the city; the hypomnematographos; the archidikastes; and in the fourth place the night commander.” – (fr:10896) [Tra i magistrati locali della città vi sono l’esegeta, che indossa una veste purpurea, possiede onori ereditari e ha la responsabilità dei servizi pubblici cittadini; l’ipomnematografo; l’archidicasta; e, al quarto posto, il comandante notturno.]
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74 L’espansione erofilea in Asia Minore: Zeuxis e Alexander Philalethes
L’affermarsi di un centro medico erofileo presso Laodicea, in Frigia, rappresenta una fase nuova e geograficamente decentrata della scuola, favorita da eventi politici e dall’associazione con un culto locale.
Il passaggio dalla concentrazione alessandrina a una scuola situata in Asia Minore segna una svolta nella storia della medicina erofilea. A partire dalla fine del I secolo a.C., la scuola si radica presso il tempio di Men Karou, vicino all’importante nodo commerciale di Laodicea sul fiume Lico. “In the Phrygian region of Asia Minor near the major trading and banking centre Laodicea on the Lycus river, first Zeuxis and later Alexander became leaders of a school apparently associated with (or located at) the temple of Men Karou” – (fr:11058) [Nella regione frigia dell’Asia Minore, vicino al grande centro commerciale e bancario di Laodicea sul fiume Lico, prima Zeuxis e poi Alessandro divennero capi di una scuola apparentemente associata (o situata presso) il tempio di Men Karou]. L’associazione di una scuola medica a un santuario potrebbe essere stata ispirata dall’organizzazione cultuale del Museo di Alessandria e incoraggiata dalle autorità romane nella provincia. L’espulsione violenta degli intellettuali da Alessandria nel 145/144 a.C. a opera di Tolemeo VIII Evergete II potrebbe aver contribuito alla dispersione della scuola erofilea, anche se in seguito altri seguaci di Erofilo avrebbero riaffermato la presenza scientifica del gruppo proprio ad Alessandria.
La scuola presso Men Karou acquisì una notevole importanza. Strabone la descrive come “διδασκαλεΐον Ήροφιλείων Ιατρών μέγα” – (fr:11076) [un grande luogo di istruzione dei medici erofilei]. A conferma di questo rilievo vi è la comparsa della legenda “Zeuxis Philalethes” sul rovescio di due monete di bronzo di Laodicea recanti la testa di Augusto al dritto; una di esse mostra anche un caduceo. Il titolo “Philalethes” (Amante della Verità), tradizionalmente associato ai capi della scuola erofilea di Laodicea – come Alexander Philalethes e Demosthenes Philalethes – rende altamente probabile che lo Zeuxis onorato sulle monete sia proprio il leader del centro. La scuola durò almeno tre generazioni. Non è del tutto chiaro se Zeuxis ne sia stato il fondatore, ma la frase “συνέστη . . . Oiro Ζεύξιδος” – (fr:11079) [fu istituita… sotto Zeuxis] – può essere interpretata in tal senso. Dopo Zeuxis, la guida passò ad Alexander Philalethes e poi a Demosthenes Philalethes, verosimilmente attivo almeno fino alla metà del I secolo d.C.
La datazione di Zeuxis è approssimativa ma fondata su alcune indicazioni convergenti. Strabone (c. 64 a.C.-23 d.C.) si definisce contemporaneo sia di Zeuxis sia di Alexander Philalethes, e al momento in cui scriveva – completando gran parte della sua Geografia entro il 7 a.C. – Alexander era già succeduto a Zeuxis. Le monete di Laodicea sono posteriori al 27 a.C., anno in cui Ottaviano accettò il titolo di Augusto. Combinando questi elementi, si colloca Zeuxis all’incirca tra l’85/75 e il 10 a.C., e la fondazione della scuola forse tra il 45 e il 30 a.C. Delle conoscenze scientifiche e cliniche di Zeuxis non sappiamo nulla. I contributi degli altri erofilei della sua scuola (Alexander e Demosthenes) suggeriscono tuttavia che gli interessi degli erofilei alessandrini – sfigmologia, ginecologia, fisiologia riproduttiva, farmacologia – fossero coltivati anche nell’avamposto frigio. Le fonti antiche più informative su “Zeuxis il medico” rimandano però all’empirico di nome Zeuxis o sono troppo vaghe per essere attribuite all’erofileo: “We are therefore left with one laconic geographer and two four-word bronze coins as our only sources for Zeuxis the Herophilean” – (fr:11125) [Rimaniamo dunque con un laconico geografo e due monete di bronzo di quattro parole come uniche fonti per Zeuxis l’erofileo].
Alexander Philalethes, vissuto all’incirca tra il 50 a.C. e il 25 d.C., succedette a Zeuxis non più tardi del 7 a.C. e attirò allievi destinati a distinguersi, come Aristosseno e Demosthenes Philalethes. Un aspetto peculiare della sua figura è la formazione: a differenza di ogni altro erofileo noto, Alessandro non proveniva dalla scuola erofilea, ma fu dapprima seguace di Asclepiade di Prusa, il medico “atomista” bitinico che esercitava a Roma. “With the obvious exception of Herophilus, who was trained under the Coan physician Praxagoras, no other Herophilean is known to have joined the ranks of the Herophileans, let alone become their leader, after being trained by an outsider” – (fr:11145) [Con l’ovvia eccezione di Erofilo, che fu allievo del medico coo Prassagora, non si conosce nessun altro erofileo che sia entrato nelle file degli erofilei, e tanto meno ne sia divenuto il capo, dopo essere stato formato da un esterno]. Eppure, Alessandro non solo era stato allievo di Asclepiade, ma rimase fortemente sotto la sua influenza anche dopo aver assunto la guida della scuola erofilea. Vindiciano riferisce che Alexander, “amator veri appellatus” – (fr:11168) [chiamato amante della verità], era discipulus di Asclepiade. Celio Aureliano attesta che Alessandro e Asclepiade condividevano le stesse vedute sulla letargia, e l’Anonymus Londinensis riporta che avevano una teoria identica della digestione, parlando di “oi ττερΐ Άσκλη-ττιάδη καί ’Αλέξανδρον τον Φιλαλήθη” – (fr:11187) [i seguaci di Asclepiade e di Alessandro Philalethes] quasi fossero adepti della stessa scuola di pensiero. Questa impronta atomista e corpuscolare, che immaginava gli ὄγκοι come costituenti ultimi dei corpi, innestata sul tronco erofileo, fa di Alexander una delle figure più singolari e intellettualmente composite della tarda medicina erofilea.
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75 L’enigma degli Apolloni nelle fonti farmacologiche: Andromaco, Galeno e Oribasio
La corretta identificazione dell’Apollonio citato da Andromaco il Giovane è ostacolata dall’assenza di epiteti, dalla molteplicità di omonimi e dalla vaghezza nelle citazioni delle opere.
La ricerca erofilea si imbatte in una difficoltà persistente quando tenta di attribuire con sicurezza i frammenti farmacologici a un preciso Apollonio. Un’ipotesi che vorrebbe riconoscere nell’Apollonio di Andromaco il Giovane l’Apollonio Mys (o l’Erofileo) viene messa in dubbio da due considerazioni fondamentali. “Two considerations nevertheless render this hypothesis vulnerable.” – (fr:11578) [Due considerazioni rendono comunque vulnerabile questa ipotesi.]
In primo luogo, Andromaco, a differenza di Galeno e di Asclepiade, non qualifica mai il proprio Apollonio con gli appellativi distintivi. “First, unlike Galen and Asclepiades, Andromachus in the extant excerpts never identifies his ‘Apollonius’ as ‘Apollonius M ys’ or as ‘the Herophilean’.” – (fr:11579) [Innanzitutto, a differenza di Galeno e Asclepiade, Andromaco negli estratti pervenutici non identifica mai il suo ‘Apollonio’ come ‘Apollonio Mys’ o come ‘l’Erofileo’.] L’unica eccezione sembra riguardare proprio la volontà di distinguere un Apollonio diverso: “Only in a single instance, perhaps wishing to make clear that – for once?” – (fr:11580) [Solo in un’unica occasione, forse volendo chiarire che – per una volta? –] “a different Apollonius is being introduced, does Andromachus seem to provide closer identification of his” – (fr:11581) [viene introdotto un Apollonio diverso, Andromaco sembra fornire un’identificazione più precisa del suo], come risulta da un ampio estratto di Asclepiade riportato da Galeno. “47-56K) provides a lengthy excerpt from Asclepiades, in which Asclepiades in turn quotes Andromachus (xm, pp. 53-4K).” – (fr:11582, 11583) [fornisce un lungo estratto da Asclepiade, nel quale Asclepiade a sua volta cita Andromaco (xm, pp. 53-4K).] L’assenza di epiteti erofilei resta quindi la regola.
La confusione è aggravata dal fatto che, negli altri estratti galenici da Asclepiade, compaiono ulteriori Apolloni. “In some of Galen’s other excerpts from Asclepiades further ‘Apollonii’ seem to surface.” – (fr:11588) [In alcuni altri estratti di Galeno da Asclepiade sembrano affiorare ulteriori ‘Apolloni’.] Vengono infatti menzionati “Claudius Apollonius” (fr:11589), un “Apollonius Organicus” (‘il chirurgo’?) (fr:11590-11591) e un Apollonio non identificato che ricorre due volte in AM 70, cioè nel De compositione medicamentorum secundum locos 8 (fr:11591-11592). Questa molteplicità di figure omonime non facilita il riconoscimento dell’Apollonio di Andromaco.
Un ulteriore indizio proviene dal De externorum remediis di Andromaco, citato da Galeno, dove si parla di una pastiglia polivalente inventata da Apollonio. “in his De externorum remediis, quoted by Galen, Andromachus mentions a multi-purpose lozenge invented by Apollonius ‘the chief physician’ (archiatros) – a title that was not very common in Alexandria.” – (fr:11601) [nel suo De externorum remediis, citato da Galeno, Andromaco menziona una pastiglia polivalente inventata da Apollonio ‘il capo medico’ (archiatra) – un titolo che non era molto comune ad Alessandria.] Tuttavia, non esiste alcuna prova indipendente che Apollonio Mys abbia mai detenuto il titolo di archiatra, né si conosce altro su questo ‘Apollonio archiatra’. “This testimonium accordingly does not contribute to a resolution of the problem.” – (fr:11602) [Questa testimonianza di conseguenza non contribuisce a risolvere il problema.]
La seconda considerazione che mina l’ipotesi è di natura bibliografica. Galeno, quando cita Apollonio, ne precisa spesso l’opera come gli Euporista o Farmaci di facile reperibilità; Andromaco, invece, non lo fa mai. “Secondly, and again unlike Galen, Andromachus never identifies Apollonius’ work as the Euporista or Readily Accessible Drugs, but only as τ ά ’Απολλώνιου, ‘the [writings] of Apollonius’.” – (fr:11603) [In secondo luogo, e ancora a differenza di Galeno, Andromaco non identifica mai l’opera di Apollonio come gli Euporista o Farmaci di facile reperibilità, ma solo come ‘τὰ Ἀπολλωνίου’, ‘gli [scritti] di Apollonio’.] Di conseguenza, permane un margine di incertezza e i frammenti farmacologici che dipendono direttamente da Andromaco il Giovane vengono ragionevolmente catalogati tra i Dubia.
Infine, una terza pista (iii) sposta l’attenzione su Oribasio. “The name Apollonius occurs at least seven times in Oribasius’ extant works, and Raeder suggests that Apollonius of Pergamum – an otherwise virtually unknown physician – is meant in each of these instances.” – (fr:11604) [Il nome di Apollonio ricorre almeno sette volte nelle opere superstiti di Oribasio, e Raeder suggerisce che in ciascuna di queste occorrenze si intenda Apollonio di Pergamo – un medico altrimenti quasi sconosciuto.] Ma solo in due casi Oribasio esplicita realmente l’identità dell’Apollonio citato, lasciando aperti anche in questo corpus gli stessi problemi attributivi.
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76 Apollonio Mys e l’intrico delle attribuzioni: tra Oribasio, i frammenti scarificatori e i molti «Apollonio»
Un’indagine filologica che smonta le identificazioni forzate di Wellmann e distingue, attraverso il vaglio delle testimonianze antiche, l’Apollonio erofileo dall’Apollonio di Pergamo e dall’Apollonio di Cizio, mostrando come la cautela attributiva sia l’unica via per restituire i frammenti di un medico dalla dottrina vastissima ma privo di anatomia.
Il passo si inserisce nella discussione sull’Apollonio erofileo detto «Mys» e affronta il nodo cruciale della paternità dei frammenti conservati da Oribasio. L’autore mette subito in chiaro l’incertezza che regna intorno alla figura dell’Apollonio di Pergamo, rigettando le proposte di Max Wellmann: «There is no conclusive support in the ancient evidence for Wellmann’s efforts (1892b, and 1895b: col. 150) to identify him with Claudius Apollonius and to date him before Andromachus and after Alcimion.» – (fr:11618) [Non c’è alcun supporto conclusivo nelle testimonianze antiche per gli sforzi di Wellmann di identificarlo con Claudio Apollonio e di datarlo prima di Andromaco e dopo Alcimione.] L’infondatezza delle tesi wellmanniane viene ribadita anche più avanti, quando si chiarisce che la pretesa di sapere di più su Apollonio di Pergamo «is based (a) on the erroneous identification of the Pergamene with what appears to be Apollonius of Citium in a passage from Alexander of Tralles, and, more plausibly, (b) on a parallel between a short passage on scarification in Galen and A M . 6 8-9.» – (fr:11625) [si basa (a) sull’erronea identificazione del pergameno con quello che sembra essere Apollonio di Cizio in un passo di Alessandro di Tralle e, in modo più plausibile, (b) su un parallelo tra un breve passo sulla scarificazione in Galeno e AM 68-69.]
Proprio i due paragrafi sulla scarificazione (AM 68-69) diventano il banco di prova dell’attribuzione. Oribasio non li assegna esplicitamente all’Apollonio di Pergamo, ma l’analisi interna rende l’ipotesi verosimile. L’autore osserva infatti che «A.Vf.68-9 are not explicitly attributed to the Pergamene Apollonius by Oribasius, but they probably are excerpted from one of his works.» – (fr:11627) [AM 68-69 non sono attribuiti esplicitamente da Oribasio all’Apollonio di Pergamo, ma probabilmente sono tratti da una sua opera.] Vengono poi elencati quattro indizi convergenti: la raccomandazione della scarificazione sulla parte inferiore della gamba attribuita all’Apollonio di Pergamo nell’Ad Eunapium; la citazione di un «Apollonius» sulla scarificazione in due luoghi paralleli di Oribasio; la comune prescrizione di scarificare le gambe; e infine il racconto in prima persona di un’esperienza clinica durante una pestilenza in «Asia», in cui il medico si salva grazie alla scarificazione: «ύττοττεσών κάγώ τῇ νόσῳ … κατακνισθείς τὸ σκέλος ὡς δύο λίτρας αἵματος ἀπέκρουσα καὶ διὰ τοῦτο τὸν κίνδυνον ἀπέφυγον.» – (fr:11655) [Essendo caduto anch’io nella malattia … mi feci scarificare la gamba e buttai fuori circa due libbre di sangue, e per questo scampai al pericolo.] Il richiamo all’Asia, nota l’autore, «would perhaps come more naturally from a Pergamene physician than from an Alexandrian.» – (fr:11656) [sarebbe forse più naturale da parte di un medico pergameno che di un alessandrino.] Tuttavia, poiché anche Oribasio era di Pergamo, resta il dubbio che l’«io» del brano appartenga all’estrattore piuttosto che all’autore originario.
Ciò nonostante, la conclusione attributiva è netta: i due passi sulla scarificazione appartengono con ogni probabilità all’Apollonio di Pergamo e, dal momento che questi non può essere dimostrato identico ad Apollonio Mys, «the fragments on scarification probably do not belong in this chapter.» – (fr:11658) [i frammenti sulla scarificazione probabilmente non appartengono a questo capitolo.] Per prudenza vengono comunque registrati fra i Dubia (AM 68-69). Un destino analogo tocca all’unico estratto di incerta paternità rimasto – un passo sui rimedi per i foruncoli – che pure potrebbe rientrare nell’Euporista dell’erofileo, ma che viene ugualmente collocato fra i Dubia (AM 67). Il rigore metodologico porta anche a escludere un passo sui rimedi per distorsioni e contusioni che Wellmann attribuiva ad Apollonio senza che Oribasio ne faccia menzione alcuna.
La seconda parte del testo esamina le menzioni di «Apollonius» in Alessandro di Tralle, dove compare il termine euporiston tanto legato ad Apollonio Mys. L’analisi mostra però che qui il vocabolo non indica un rimedio ma un problema diagnostico, e che entrambi i passi riguardano l’epilessia. L’autore identifica l’unico Apollonio autore di scritti sull’epilessia: «The only ‘Apollonius’ attested to have written on epilepsy is neither the Herophilean nor (as Wellmann suggested) Apollonius of Pergamum, but the Empiricist, Apollonius of Citium.» – (fr:11666/11677) [L’unico ‘Apollonio’ di cui sia attestato che abbia scritto sull’epilessia non è né l’erofileo né (come suggeriva Wellmann) l’Apollonio di Pergamo, ma l’empirico Apollonio di Cizio.] Tale conclusione viene confermata dalla testimonianza di Celio Aureliano, che nel De morbis chronicis cita «il resoconto dei trattamenti terapeutici di Apollonio di Cizio nel libro XI, dove tratta degli epilettici».
L’ultimo problema attributivo riguarda il papiro di Ossirinco 234, nel quale Wellmann riconobbe due delle sei prescrizioni ascritte da Galeno all’Euporista di Apollonio (AM 17). Tuttavia l’entusiasmo di Wellmann, che voleva l’intera colonna II del papiro tratta dall’Euporista, viene giudicato precipitoso. Per l’autore «the possibility that col. 11 is part of a compilation of remedies for ear aches from several different sources cannot be precluded» – (fr:11685) [non si può escludere la possibilità che la colonna 11 faccia parte di una compilazione di rimedi per il mal d’orecchi da diverse fonti] – sia perché manca una corrispondenza decisiva per le linee successive, sia perché il papiro non nomina mai Apollonio. Di conseguenza il testo papiraceo non viene accolto tra i frammenti.
La fisionomia complessiva di Apollonio Mys che emerge da questo vaglio è caratterizzata da interessi vastissimi: «Physiology, pathology, gynaecology, pharmacology, and medical history: these broad interests of Apollonius Mys are characteristic of the Herophilean school from its earliest beginnings.» – (fr:11687) [Fisiologia, patologia, ginecologia, farmacologia e storia della medicina: questi vasti interessi di Apollonio Mys sono caratteristici della scuola erofilea fin dai suoi esordi.] Al tempo stesso, però, si registra un’assenza clamorosa: «the discipline in which Herophilus himself achieved the greatest distinction – human anatomy – is signally lacking from the substantial list of Apollonius’ contributions.» – (fr:11688) [la disciplina in cui lo stesso Erofilo raggiunse la massima distinzione – l’anatomia umana – manca vistosamente dall’ampio elenco dei contributi di Apollonio.] Un vuoto che, insieme a una catena di attribuzioni dubbie e di frammenti riordinati con scrupolo, restituisce la figura di un medico eruditissimo ma distante dall’eccellenza anatomica del caposcuola, e testimonia al contempo la complessità del lavoro filologico necessario per ricostruire il profilo di un erofileo dalla tradizione confusa.
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77 L’apparato delle fonti erofilee: Apollonio Mys e il profilo di Eraclide di Eritre
L’estratto proviene da un’opera di riferimento sulla scuola medica erofilea e si compone di due blocchi contigui: un fitto elenco di rimandi bibliografici per il capitolo dedicato ad Apollonio Mys (AM) e l’inizio della sezione introduttiva su Eraclide di Eritre. Il testo documenta, con linguaggio tecnico da apparato critico, il metodo con cui la storiografia moderna ricostruisce il pensiero e l’attività di figure mediche antiche attraverso fonti di seconda mano, soprattutto Galeno e i compilatori tardo-antichi.
La prima parte è introdotta dalla sigla “ΧΧΙΙΙAPOLLONIUSMYS 553 AM .” (fr.11770) [XXIII APOLLONIO MYS 553 AM] e raccoglie una sequenza di testimonianze, ognuna siglata AM (Apollonio Mys) o TV/ (verosimilmente un’altra tipologia di testimonium). Il fondamento dell’apparato è rappresentato dalle estese citazioni di opere farmacologiche galeniche: “Galenus, De compositione medicamentorum secundum locos 8 (xii, pp. 475-82K)” (fr.11723-11724) [Galeno, De compositione medicamentorum secundum locos 8 (xii, pp. 475-82 Kühn)] e molti altri rinvii alla stessa opera, assieme a richiami al De simplicium medicamentorum temperamentis ac facultatibus (fr.11718-11719). La presenza di Oribasio, Aezio Amideno, Filumeno, Celio Aureliano e degli estratti di Andromaco (fr.11787-11803) mostra come la tradizione farmacologica erofilea sia stata conservata non solo nell’insegnamento di Galeno ma anche nei prontuari di epoca imperiale e protobizantina.
Spiccano alcuni dettagli che rivelano la stratificazione della trasmissione testuale. Un frammento segnala “From Hunain’s Arabic translation of the lost original (CMG v.10.1, p. 194 Pfaff)” (fr.11769) [Dalla traduzione araba di Hunayn dell’originale perduto], attestando che per il commento galenico a Epidemiè II si utilizza la versione araba di un originale greco scomparso. Un altro gruppo di rimandi rimanda a testimoni manoscritti: “Codex Parisinus graecus 2286 (s.XIV), fol. 94 (Anecdota Graeca e codd. manuscriptis Bibliothecae Regiae Parisiensis, ed. J. A. Cramer, 1, Oxford, 1839, p. 395) AM.” (fr.11760-11764) [Codice Parigino greco 2286 (sec. XIV), foglio 94 (Anecdota Graeca dai codici manoscritti della Biblioteca Regia di Parigi, a cura di J. A. Cramer, 1, Oxford, 1839, p. 395) AM]. I rinvii incrociati del tipo “Cf. Chapter vm, T250” (fr.11740) o “See also above, Chapter xvm, M a.” (fr.11720) mostrano il carattere ipertestuale dell’opera, che intreccia più voci del medesimo repertorio.
La sezione successiva, “XXIV · HERACLIDES OF ERYTHRAE (HE.)” (prima del fr.11811), introduce la figura del medico con una cornice storica e dottrinale. L’autore ne colloca cronologia e formazione: “Heraclides of Erythrae was a contemporary of Strabo and Alexander Philalethes, and a pupil of the Herophilean Chrysermus.” (fr.11812) [Eraclide di Eritre fu contemporaneo di Strabone e di Alessandro Philalethe, e allievo dell’erofileo Crisermo]. Viene poi tracciata la distinzione interna alla scuola erofilea tra il ramo asiatico, stanziatosi a Men Karou presso Laodicea, e quello alessandrino. Mentre la scuola asiatica “continued the tradition of maintaining a broad theoretical and clinical expertise” (fr.11813) [continuò la tradizione di mantenere un’ampia competenza teorica e clinica], senza impegnarsi nella filologia ippocratica, Eraclide, per contro, “energetically continued the Alexandrian tradition of Hippocratic exegesis represented within the Herophilean school above all by Bacchius and Zeno.” (fr.11814) [proseguì con energia la tradizione alessandrina di esegesi ippocratica rappresentata nella scuola erofilea soprattutto da Bacchio e Zenone]. Infine, si chiarisce il suo profilo di commentatore: “Galen explicitly states that Heraclides, unlike the Herophilean Bacchius and the Empiricist Glaucias, did not compose a Hippocratic glossary, but wrote commentaries on Hippocratic works” (fr.11815) [Galeno afferma esplicitamente che Eraclide, a differenza dell’erofileo Bacchio e dell’empirico Glaucias, non compose un glossario ippocratico, ma scrisse commentari a opere ippocratiche]. L’estratto si interrompe sul rinvio a una fonte su Strabone, con l’indicazione cronologica “Strabo lived from about 64 b.c. until at least a.” (fr.11817-11819) [Strabone visse dal 64 a.C. circa almeno fino a…].
Nel suo insieme, il brano esibisce i cardini del Quellenforschung erofileo: una rete di testimoni dossografici e farmacologici organizzati per autore, l’uso di abbreviazioni di comodo (AM, TV/, HE.) e la costante attenzione alla distinzione tra tradizioni locali di pensiero. La densità dei rimandi a Galeno conferma il ruolo imprescindibile del Pergameno come custode e filtro della medicina ellenistica, mentre la comparsa della versione araba di Hunayn e del codice Parigino richiama l’estensione temporale e geografica della sopravvivenza di questi testi. L’introduzione a Eraclide trasforma l’elenco di fonti in un vero e proprio medaglione biografico, mettendo in luce il conflitto di metodo – esegesi filologica versus sapere clinico – che percorreva la scuola fin dall’epoca di Erofilo.
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78 Aristosseno e l’analisi delle definizioni del polso: una testimonianza indiretta tra metodo e congettura
La critica di Aristosseno agli Erofilei alessandrini, filtrata da Galeno, offre uno sguardo sulle dispute tardo-ellenistiche intorno alla definizione del polso; le moderne ricostruzioni del suo trattato, però, restano ipotetiche a causa dell’assenza di attribuzioni esplicite.
Aristosseno, medico erofileo, è noto soprattutto per le critiche mosse agli Erofilei alessandrini: il testo afferma che «XXVARISTOXENUS have been directed mainly at Alexandrian Herophileans» – (fr:12012) [Aristosseno sono state rivolte principalmente agli Erofilei alessandrini]. Tutte le critiche sopravvissute riguardano le teorie del polso e derivano dal libro XIII della sua opera Sulla scuola di Erofilo. La definizione che Aristosseno stesso dà del polso è conservata: «pulse is an activity of the heart and arteries that is peculiar to them» – (fr:12013) [il polso è un’attività del cuore e delle arterie che è loro propria]. Essa coglie felicemente l’esclusività della pulsazione arteriosa e cardiaca, ma non appare di per sé superiore ad alcune delle definizioni che egli critica.
Un tratto metodologico peculiare è l’insistenza sul genere. Viene infatti osservato: «His insistence on starting the definition of any term with its genus before proceeding to its differentiae is also commendable but, as Galen remarks, ‘he wishes to argue dialectically but he does not even observe the laws of dialectic himself’» – (fr:12014) [La sua insistenza nel far iniziare ogni definizione dal genere, prima di passare alle differenze specifiche, è pure lodevole, ma, come osserva Galeno, “egli vuole argomentare dialetticamente, ma non rispetta nemmeno lui le leggi della dialettica”]. Viene così tratteggiato un autore che tenta un approccio logico senza però padroneggiarlo completamente.
La ricostruzione moderna di Hermann Schöne ipotizza che l’opera di Aristosseno fosse bipartita. Nella prima parte sarebbero stati distinti due tipi di definizioni: «In the first part of Aristoxenus’ work, the idea that there are two kinds of definitions is said to have been developed: (a) ‘definitions proper’ or ‘substantial definitions’ (όροι ουσιώδεις), and (b) ‘conceptual’ (εννοηματικοί) or ‘subjective’ (ώς έν έτπσκέψει) definitions, also described as ‘descriptive outlines’ (υποτυπώσεις or inroypatpai)» – (fr:12017) [Nella prima parte dell’opera di Aristosseno si sarebbe sviluppata l’idea che esistano due tipi di definizioni: (a) “definizioni proprie” o “definizioni sostanziali” (ὅροι οὐσιώδεις), e (b) definizioni “concettuali” (ἐννοηματικοί) o “soggettive” (ὡς ἐν ἐπισκέψει), dette anche “abbozzi descrittivi” (ὑποτυπώσεις o ὑπογραφαί)]. Ciascun gruppo sarebbe stato poi suddiviso in quattro, cominciando dagli abbozzi descrittivi, per mostrare come da questi potessero sorgere definizioni. La seconda parte applicava tale tassonomia in chiave dossografica, passando in rassegna critica le definizioni del polso proposte da un erofileo dissidente (l’empirico Eraclide di Taranto) e da otto erofilei fedeli, per classificarle in “abbozzi descrittivi” e “definizioni proprie”.
Tuttavia, lo stesso testo segnala la fragilità di questa ricostruzione. Essa poggia sull’ipotesi che Galeno abbia seguito scrupolosamente i dispositivi classificatori elaborati da Aristosseno. Viene però rilevato: «These conclusions have their appeal, but they rest squarely on an assumption which remains open to doubt: that Galen religiously and unswervingly employed the systematizing devices supposedly developed by Aristoxenus» – (fr:12026) [Queste conclusioni hanno un loro fascino, ma poggiano interamente su un assunto che resta dubbio: che Galeno abbia impiegato in modo scrupoloso e costante i dispositivi sistematizzanti che si suppone Aristosseno avesse elaborato]. La valutazione è netta: «As the testimonia and fragments listed below demonstrate, this is pure, if ingenious, conjecture» – (fr:12027) [Come dimostrano le testimonianze e i frammenti elencati di seguito, si tratta di pura, per quanto ingegnosa, congettura].
In effetti, da nessuna parte la distinzione tra “definizioni proprie” e “abbozzi descrittivi” – che forse risale agli Stoici – viene esplicitamente attribuita ad Aristosseno. Né, peraltro, gli sono mai ascritte altre distinzioni che Galeno impiega nei passi in questione, come quella tra definizioni “concettuali” e “sostanziali”. Persino la distinzione tra definizioni “oggettive” e “soggettive”, introdotta dal maestro Alessandro Filalete e accolta dal contemporaneo Demostene Filalete, non è mai riferita ad Aristosseno, malgrado le implicazioni di Schöne. Schöne identifica con sicurezza le definizioni soggettive con i presunti “abbozzi descrittivi”, ma anche per questo manca ogni base testuale. L’unico punto accertato è l’insistenza sul genere.
Di conseguenza, l’affidabilità della ricostruzione viene ridimensionata: Galeno ha certamente utilizzato il sofisticato lavoro di Aristosseno, ma «any attempt to reconstruct the Herophilean’s treatise in precise detail is forced to place too much faith in the value of hypothetical indirect testimonia – all of which fail to mention Aristoxenus by name» – (fr:12034) [qualsiasi tentativo di ricostruire il trattato dell’erofileo in dettaglio è costretto a riporre troppa fiducia nel valore di testimonianze indirette ipotetiche, nessuna delle quali cita Aristosseno per nome]. La problematicità di simili operazioni è resa con un’efficace immagine: «the veil Galen drew over his own use of source material is often no more penetrable or transparent than the Mayan veils which continue to confound the use of indirect testimonies for reconstructing, for example, aspects of Gnosticism, Stoicism, and Cynicism» – (fr:12035) [il velo che Galeno stese sul proprio uso delle fonti è spesso non più penetrabile o trasparente dei veli maya che continuano a ostacolare l’impiego di testimonianze indirette per ricostruire, ad esempio, aspetti dello gnosticismo, dello stoicismo e del cinismo].
Nonostante l’assillo per le polemiche fratricide e per i problemi del genere e della divisione del termine “polso”, Aristosseno si occupò anche di questioni cliniche. Nella trattazione dell’idrofobia – definita come simultaneo terrore e desiderio dell’acqua – Celio Aureliano (V secolo d.C.) «reports that Aristoxenus prescribed potions and purgative or tempering clysters for all patients» – (fr:12044) [riferisce che Aristosseno prescriveva pozioni e clisteri purgativi o temperanti a tutti i pazienti]. Celio Aureliano lascia intendere che queste prescrizioni fossero motivate da una qualche forma di patologia umorale: Aristosseno «is concerned about decay and excess of liquid» – (fr:12045) [si preoccupa del deterioramento e dell’eccesso di liquido] e ricorre perciò a rimedi purgativi o temperanti (fr:12044-12045). Il termine liquor, tuttavia, è giudicato «too vague and ambivalent» – (fr:12046) [troppo vago e ambiguo] per stabilire con esattezza quanto i principi patologici di Aristosseno si avvicinassero a quelli di Erofilo.
Il bilancio finale è chiaro: benché dobbiamo ad Aristosseno la maggior parte delle nostre conoscenze sulle teorie del polso degli ultimi Erofilei, «his unquestionable significance as a source and his argumentative subtlety should not be allowed to veil his apparent insignificance as a scientist and a physician» – (fr:12046) [il suo indiscutibile rilievo come fonte e la sua sottigliezza argomentativa non devono velare la sua apparente irrilevanza come scienziato e come medico]. Il testo accenna infine a Cidia, un altro erofileo del quale sopravvive una sola testimonianza: essa suggerisce che Cidia, al pari di Bacchio e Zenone, si dedicasse alla lessicografia ippocratica o a qualche forma di critica ippocratica, e menziona un attacco a una sua opera (fr:12067-12068).
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79 Demostene Filalete: ultimo bagliore della scuola erofilea e fondatore dell’oftalmologia antica
Ultimo rappresentante della tradizione erofilea, Demostene Filalete seppe coniugare una raffinata teoria del polso con osservazioni cliniche che fissarono per secoli il canone della medicina oculare.
Il profilo di Demostene Filalete emerge da un intreccio di frammenti dottrinali e testimonianze indirette che ne fanno una figura decisiva per la parabola della scuola erofilea. La sua opera in tre libri sulla dottrina del polso lo mostra in stretta continuità con il maestro Alessandro Filalete, del quale riprende l’impianto teoretico senza tuttavia ridursi a una pedissequa ripetizione. “He also wrote a work in three volumes on pulse theory, aligning himself closely with the sphygmological views of his teacher Alexander Philalethes but without merely repeating Alexander’s definition of the pulse” – (fr:12311) [Scrisse anche un’opera in tre volumi sulla dottrina del polso, allineandosi strettamente alle concezioni sfigmologiche del suo maestro Alessandro Filalete, ma senza limitarsi a ripetere la definizione alessandrina del polso]. Tale fedeltà critica si manifesta nella doppia definizione del polso che Demostene, come Alessandro, formula: “he offers two pulse definitions, one ‘subjective’ or from the point of view of the observer’s experience, the other ‘objective’ or from the view of what ‘actually happens’ in the arteries and in the heart” – (fr:12312) [propone due definizioni del polso, una “soggettiva”, ossia dal punto di vista dell’esperienza dell’osservatore, l’altra “oggettiva”, ossia dal punto di vista di ciò che “realmente accade” nelle arterie e nel cuore].
L’innovazione più sottile, messa in luce già da Galeno, consiste nello slittamento terminologico con cui Demostene sostituisce l’«attività involontaria» di Alessandro con l’«attività naturale»; introduce inoltre lievi varianti lessicali (ττλήξις al posto di ττληγή) e, soprattutto, esplicita che il termine «polso» può legittimamente designare tre attività naturali: “he makes explicit that the word ‘pulse’ can be used legitimately of three natural activities: of the pulsating activity of the heart, of the pulsating activity of the arteries, and of the combined activity of the heart and the arteries” – (fr:12313) [chiarisce che il termine “polso” può essere legittimamente usato per tre attività naturali: l’attività pulsante del cuore, quella delle arterie e l’attività combinata di cuore e arterie]. Questa tripartizione conferisce alla sfigmologia erofilea un fondamento fisiologico più articolato, distinguendo la sorgente cardiaca dalla propagazione arteriosa.
L’attività di Demostene non si esaurisce però nella speculazione sul polso. Il testo ne sottolinea il ruolo di testimone precoce dell’operazione di cataratta: “while the operation itself might antedate Demosthenes, this is the earliest mention of the operation by a Greek author” – (fr:12310) [sebbene l’operazione stessa possa essere anteriore a Demostene, questa è la più antica menzione dell’intervento da parte di un autore greco]. La descrizione più antica dell’intervento si trova in Celso, contemporaneo di Demostene, ma risale probabilmente a un’epoca precedente: “The earliest description of the cataract operation is found in Celsus … a contemporary of Demosthenes Philalethes, but it probably antedates both Celsus and Demosthenes” – (fr:12314) [La più antica descrizione dell’operazione di cataratta si trova in Celso, contemporaneo di Demostene Filalete, ma probabilmente è anteriore sia a Celso sia a Demostene]. Una tradizione eziologica popolare, riportata da Eliano, narra che l’intervento sarebbe nato imitando le capre che, affette da debolezza visiva, si spingono l’occhio malato contro una spina di rovo guarendo la cataratta; da questa osservazione i medici avrebbero trasferito la procedura sugli esseri umani (fr:12315‑12316).
La paternità demostenica dell’ abbassamento della cataratta (couching) è stata discussa perché la fonte più antica, Aezio, non gliela attribuisce, ma la credibilità della fonte seriore, Matteo Silvatico, è comprovata indipendentemente e, poiché la tecnica era già nota al tempo di Celso, “it is not inconceivable that Demosthenes too knew the operation” – (fr:12324) [non è inverosimile che anche Demostene conoscesse l’operazione].
La collocazione storica di Demostene si lega indissolubilmente alla fase declinante della scuola erofilea. Egli fu allievo di Alessandro Filalete, a sua volta successore di Zeuxis, il fondatore del ramo “asiatico” della scuola presso il tempio di Men Karou. L’epiteto onorifico di Filalete (“Amante della Verità”) che Demostene condivide con il maestro suggerisce che egli stesso assunse la guida della scuola, forse come successore di Alessandro (fr:12335). L’acme della sua attività si colloca dunque nella prima metà del I secolo d.C., e comunque non oltre la metà del secolo, in netto anticipo rispetto all’epoca neroniana a lungo ipotizzata. Questa datazione è tanto più significativa perché “Demosthenes’ achievement and historical impact are all the more striking because he lived at a time when the school was in its death throes” – (fr:12340) [Il conseguimento e l’impatto storico di Demostene sono tanto più notevoli perché visse in un momento in cui la scuola era in agonia].
Il confronto con il contemporaneo Aristosseno, l’altro ultimo rappresentante noto della scuola, getta una luce ulteriore sullo statuto intellettuale di Demostene. Mentre Aristosseno dilapidava energie in polemiche fratricide e dossografia polemica, “Demosthenes was recording keen clinical observations and making a remarkably enduring contribution to medicine” – (fr:12344) [Demostene registrava acute osservazioni cliniche e offriva un contributo straordinariamente duraturo alla medicina]. Resistendo alle lusinghe dell’agone sofistico, Demostene descrisse l’operazione di cataratta e definì numerose affezioni patologiche dell’occhio che sono ancora oggi oggetto di studio intenso. Così facendo, “he saw to it that the Herophilean school, even at the moment of its death, produced a new canon which was to determine the course of a branch of medicine (ophthalmology) not only in later antiquity but until the end of the Middle Ages” – (fr:12370) [fece sì che la scuola erofilea, proprio al momento della sua morte, producesse un nuovo canone destinato a determinare il corso di una branca della medicina (l’oftalmologia) non solo nella tarda antichità, ma fino alla fine del Medioevo]. La frase conclusiva del profilo storico lo ritrae come colui che non si ribellò fragorosamente al declino, ma neppure si arrese in silenzio: “Demosthenes might not have ‘burnt and raged against the dying of the light’, but he certainly did not walk silently into the night of the Herophilean movement” – (fr:12371) [Demostene potrebbe non aver “bruciato e infuriato contro il morire della luce”, ma certamente non camminò in silenzio nella notte del movimento erofileo].
Il testo si conclude con un catalogo di testimonianze (da DP 1 a DP 25) tratte da Galeno, Oribasio, Aezio e Simone Ianuense, che raccolgono i frammenti dell’opera oftalmologica di Demostene. Tale inventario costituisce la prova concreta della sopravvivenza e della fortuna medievale del “nuovo canone” erofileo, mostrando come le definizioni cliniche di patologie oculari – dal chemo alla miopia, dall’ambliopia al glaucoma – abbiano attraversato la cultura medica greca, bizantina e latina, confermando il giudizio di un’eredità che giunge fino alla soglia della modernità.
[40.2/2-102-12413|12514]
80 La pseudepigrafia medica e la “Lettera di Erofilo al re Antioco”
Il testo analizzato è un brano di un trattato scientifico che esamina la persistenza del nome di Erofilo nella tarda antichità e nel Medioevo attraverso un esempio di letteratura pseudepigrafica. La fama dell’anatomista alessandrino fu tale che un tardo compilatore latino intitolò una sua breve introduzione all’arte medica Herophilus’ Letter to King Antiochus. “It is an interesting measure of Herophilus’ stature in later antiquity and in the Middle Ages that the late Latin author of a brief introduction to the art of medicine gave his work the title Herophilus’ Letter to King Antiochus” – (fr:12434) [È una misura interessante della statura di Erofilo nella tarda antichità e nel Medioevo che un tardo autore latino di una breve introduzione all’arte medica abbia dato alla sua opera il titolo Lettera di Erofilo al re Antioco]. Le falsificazioni erano diffuse nel mondo classico e medievale: lo stesso Galeno si lamentò più volte di scritti spacciati per suoi mentre era ancora in vita. Erofilo fu probabilmente scelto proprio perché il suo nome avrebbe garantito autorità e circolazione all’opera. “Herophilus probably became the victim of this pseudepigraphic authorial stratagem because the writer of the ‘Letter’ harboured hopes that the Alexandrian’s name would guarantee his work authority (and hence a reasonable circulation)” – (fr:12437) [Erofilo divenne probabilmente vittima di questo stratagemma autoriale pseudepigrafico perché l’autore della ‘Lettera’ nutriva la speranza che il nome dell’alessandrino garantisse alla sua opera autorità (e quindi una discreta circolazione)].
La lettera è tramandata in un manoscritto latino, il Bruxellensis 3701-715, ai fogli 8r‑8v. Il codice, catalogato da Augusto Beccaria, presenta una prima sezione del IX secolo e una seconda (fol. 34‑65) dell’XI secolo, contenente un commento agli Aforismi ippocratici. La parte più antica del manoscritto ospita un estratto dalla Gynaecology di Muscio (Moschione), medico nordafricano del VI secolo, che traduce in forma selettiva e popolareggiante il trattato ginecologico di Sorano. Accanto a esso compaiono testi di Vindiciano, Isidoro di Siviglia, le epistole di Oribasio e numerose compilazioni pseudepigrafiche in forma epistolare: lettere di ‘Platone’, ‘Aristotele’, ‘Ippocrate’, ‘Salomone’, ‘Diocle’, ‘Praxagoras’ e ‘Apollo’. Nessuna di queste rivela una reale affinità con le dottrine degli autori dichiarati e nessuna corrisponde a testi greci conservati. “None of these letters exhibits any consistent or distinctive affinity with the teachings of their putative authors, and none corresponds to any extant Greek texts” – (fr:12470) [Nessuna di queste lettere mostra alcuna affinità coerente o distintiva con gli insegnamenti dei loro presunti autori, e nessuna corrisponde a testi greci esistenti]. L’occasionale pretesa di derivare da originali greci è soltanto una convenzione ben nota nella letteratura medica tardo-antica e medievale, e raramente dimostra l’esistenza di una fonte greca.
La lettera attribuita a Erofilo rientra pienamente in questo genere. Non rispetta nemmeno la finzione epistolare dichiarata; la struttura e i contenuti la collocano piuttosto tra i compendi tardo-antichi e altomedievali che esponevano i fondamenti teorici della medicina in forma riassuntiva e schematizzata, sul modello di Cassio Felice. “Rather, both its structure and its contents suggest that it belongs to a class of late ancient and early medieval compendia that were intended to introduce the barest ‘theoretical’ foundations to medicine in summary, schematized form (Cassius Felix served as a model for many of these introductory compendia)” – (fr:12474) [Piuttosto, sia la sua struttura sia i suoi contenuti suggeriscono che appartiene a una classe di compendi tardo‑antichi e altomedievali destinati a introdurre i più scarni fondamenti ‘teorici’ della medicina in forma riassuntiva e schematizzata (Cassio Felice servì da modello per molti di questi compendi introduttivi)].
Rispetto a lettere mediche più antiche, come quella di ‘Ippocrate’ a re Demetrio o la controversa lettera di Diocle ad Antigono (di probabile origine ellenistica), i testi del codice di Bruxelles segnano una differenza netta: gli autori più antichi cercavano di creare una parvenza di autenticità letteraria e storica inserendo dettagli plausibili e spunti romanzeschi, mentre qui ogni elemento personale e storico è eliminato, lasciando a nudo lo scopo compilativo e didattico. Quanto al destinatario, se la scelta non è arbitraria né anacronistica, il re Antioco andrebbe identificato con Antioco I Sotere (c. 324‑261 a.C.), co‑reggente delle satrapie superiori dal 293 a.C. e unico sovrano dell’impero seleucide dal 281, forse presso la cui corte operò Erasistrato. “No other Antiochus would be plausible chronologically” – (fr:12508) [Nessun altro Antioco sarebbe plausibile cronologicamente]. Tuttavia, “chronological consistency and plausibility rarely played a role in the pseudonymous letters of later antiquity, and these considerations therefore do not merit further examination” – (fr:12509) [la coerenza e la plausibilità cronologica raramente giocavano un ruolo nelle lettere pseudonime della tarda antichità, e queste considerazioni non meritano quindi ulteriore esame].
La porzione sopravvissuta della lettera si apre con una definizione di “essere umano” che isola la razionalità come differenza specifica, quindi enumera le parti del corpo procedendo dal generale al particolare. “After an introductory definition of ‘human being’, which singles out his rationality as a differentia specifica, pseudo‑Herophilus proceeds to an enumeration of bodily parts, moving from the more general to the more specific” – (fr:12510) [Dopo una definizione introduttiva di ‘essere umano’, che individua la sua razionalità come differenza specifica, lo pseudo‑Erofilo procede a un’enumerazione delle parti del corpo, muovendo dal più generale al più specifico]. Segue una divisione quaternaria della medicina, nella quale sorprendentemente la dietetica non è menzionata, nonostante le successive descrizioni della sua base fisiologica (l’autore moderno suggerisce di emendare il testo leggendo diaeteticus al posto di disputatur). “A quaternary division of medicine follows, in which dietetics, despite the subsequent descriptions of its physiological basis, surprisingly is not mentioned (but I suggest diaeteticus for disputatur)” – (fr:12511) [Segue una divisione quaternaria della medicina, nella quale la dietetica, nonostante le successive descrizioni della sua base fisiologica, sorprendentemente non è menzionata (ma suggerisco di leggere diaeteticus al posto di disputatur)]. Vengono poi introdotti gli organi digestivi, il sistema vascolare e l’anatomia dei nervi, e si descrive infine la conversione del nutrimento in sangue. “Next the digestive organs, the vascular system, and the anatomy of the nerves are introduced, and finally the conversion of nourishment into blood is depicted” – (fr:12512) [Quindi vengono introdotti gli organi digestivi, il sistema vascolare e l’anatomia dei nervi, e infine viene descritta la conversione del nutrimento in sangue]. Il resto della lettera non è sopravvissuto: il testo si interrompe tra il foglio 8v e il foglio successivo.
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[41.1/6-94-12618|12708]
81 La ricezione e la critica della dottrina erofilea del polso nei testi galenici
Testimonianze sulla speculazione dei ritmi del polso, le sue successive classificazioni e i limiti teorici degli antichi anatomisti.
Il corpus di frammenti restituisce uno spaccato del dibattito medico antico intorno all’eredità di Erofilo, con particolare attenzione alla dottrina dei ritmi del polso e alle sue successive rielaborazioni. Galeno emerge come voce critica principale, impegnato a valutare e correggere le innovazioni introdotte dai medici post-erofilei.
Alcuni autori si spingono fino a elaborare resoconti sistematici sui ritmi del polso, producendo “resoconti sistematici di tipo erofileo sui ritmi nei polsi” - (fr:12616-12618) [τεχνολογίας δή τινας Ήροφιλείας ύπέρ τω ν έν τοΐς σφυγμοΐς ρυθμών γράφοντες], mentre altri “disprezzano tale speculazione come verbosità oziosa e se ne allontanano completamente” - (fr:12617-12618) [ένιοι δε περιλάλησίν τε την τοιαύτην θεωρίαν άποκαλούσι καί τελέως αυτής άφίστανται]. Questa polarizzazione testimonia quanto la teoria erofilea, già in epoca ellenistica, avesse generato una frattura metodologica.
La disputa clinica sulle qualità del polso durante il sonno illustra concretamente le divergenze. Galeno riporta che “Archigene in aggiunta dice che il polso [nel sonno] è molto pieno, mentre Apollonide dice che è molto vuoto” - (fr:12620-12622). Di fronte a tale contraddizione, egli ritiene superfluo dilungarsi, avendo “adeguatamente dimostrato nelle mie opere precedenti che coloro che vennero dopo Erofilo introdussero questa classe aggiuntiva di polso, come molte altre cose, invano” - (fr:12621-12622) [ίκανώς άποδεδειχότας … ώς μάτην τούτο τό γένος τών σφυγμών οι μεθ’ Ήρόφιλον έπεισήγαγον, ώσπερ καί άλλα πολλά]. La critica galenica non investe solo la molteplicità delle classificazioni, ma anche il metodo: l’introduzione di nuove categorie diagnostiche è bollata come vana proliferazione.
L’influenza erofilea si estende oltre la sfigmologia. Galeno osserva che “la stessa speculazione registrata da Erofilo riguardo ai ritmi nel polso attenderà questa parte [le parti usate nella respirazione]” - (fr:12624-12626) [δήλον δ’ ότι την αύτήν Θεωρίαν ό τόπος … τής άναπνοής εκδέξεται τή περί τώ ν έν τοΐς σφυγμοΐς ρυθμών ύφ’ Ή ροφίλου γεγραμμένη], giustificando il parallelismo con l’analogia tra i “ritmi respiratori di inspirazione ed espirazione” e quelli diastolici e sistolici del polso (fr:12625-12626). L’isomorfismo tra respiro e battito cardiaco costituisce un’estensione teorica del modello erofileo a un diverso dominio fisiologico.
Sul fronte eziologico, Galeno rimprovera ad Archigene di aver omesso “tutte le cause della velocità del polso, eccetto la forza della facoltà pulsatile” - (fr:12630-12632) [τάς άλλας αιτίας τού τών σφυγμών τάχους, πλήν τής (ίκόμης τής δυνάμεως)], un’indagine che era stata “messa in moto precedentemente da Erofilo” - (fr:12629-12632) [πρόσθεν ύφ’ Ήροφίλου κεκινημένον]. Il progetto galenico è dichiaratamente integrativo: “completerò la mia istruzione riguardo alla diagnosi delle cause che producono la velocità del polso aggiungendo ciò che rimane mancante a ciò che Magno — e ancor più Erofilo — scrisse così bene” - (fr:12629-12632). Emerge qui una gerarchia di merito: Erofilo superiore a Magno, ma entrambi superati dalla completezza che Galeno intende raggiungere.
Il frammento più teoricamente denso concerne i limiti della fisiologia ero filea e erasistratea. Galeno descrive un processo patologico in cui “la parte affetta non manca di tono proprio quando si trova nella sua disposizione naturale in riferimento alla propria attività, ma quando una causa del tutto contraria alla natura è insorta in essa e l’ha rilasciata, l’ha abbattuta, e l’ha fatta apparire simile a una parte morta” - (fr:12637-12638). L’incapacità di spiegare questa perdita di tono vitale è imputata a una mancanza di coraggio epistemologico: “Né Erasistrato né Erofilo affermarono questo, né alcuno degli altri medici che non osarono dichiararsi in alcun modo riguardo alla natura dei corpi primari” - (fr:12638-12639). Qui la critica si sposta dal piano clinico a quello fondazionale: la reticenza sulla fisica dei corpi elementari segna il confine invalicabile oltre il quale gli anatomisti alessandrini non seppero, o non vollero, spingersi.
[41.2/6-93-12709|12801]
82 La biblioteca degli studi antichi: una mappa della medicina classica
Questo estratto, proveniente dalla bibliografia di un’opera scientifica di ampio respiro, rappresenta una testimonianza significativa del panorama degli studi sulla medicina antica, in particolare quella greca e romana, così come si era consolidato tra la fine del XIX e la fine del XX secolo. Non si tratta di un testo discorsivo, ma di un elenco di riferimenti che, nella sua densità, rivela gerarchie intellettuali, filoni di ricerca e la natura internazionale e multilingue di questo campo del sapere.
Il nucleo centrale della selezione ruota attorno a contributi fondamentali per la comprensione del Corpus Hippocraticum e della medicina ellenistica. La figura di Hans Diller emerge con chiarezza attraverso la segnalazione di suoi studi seminali e della loro successiva raccolta. Si cita, ad esempio, un suo lavoro che indaga gli influssi filosofici sui testi ippocratici: “‘Eine stoisch-pneumatische Schrift im Corpus Hippocraticum’, Sudhoffs Archiv fur die Geschichte der Medizin 29: 178—95; repr. in Diller, 1973: τ7-3θ” (fr:12713) [‘Uno scritto stoico-pneumatico nel Corpus Hippocraticum’, Archivio Sudhoff per la Storia della Medicina 29: 178-95; ristampato in Diller, 1973: 17-30]. La convergenza dei suoi saggi nel volume del 1973, “Kleine Schriften zur antiken Medizin” (fr:12722) [Scritti minori sulla medicina antica], curato da G. Baader e H. Grensemann per la collana “Ars Medica”, è essa stessa un fatto storiografico, che canonizza l’importanza del suo lavoro.
Un altro asse portante è costituito dall’opera di Ludwig Edelstein, i cui studi appaiono in un dialogo costante e talvolta critico con quelli di Diller, come mostrano le recensioni incrociate (cfr. fr:12712: “Review of L. Edelstein, ΠΕΡΙ ΑΕΡΩΝ und die Sammlung der hippokratischen Schriften (1931), in Gnomon 9: 65-79”). La sua influenza è consolidata dalla pubblicazione postuma dei suoi “Selected Papers” (1967), che raccolgono saggi cardine come “Antike Diatetik” (fr:12738) e “Die Geschichte der Sektion in der Antike” (fr:12739) [La storia della dissezione nell’antichità], un’opera che affronta uno dei temi più dibattuti della medicina antica. L’attenzione di Edelstein per le scuole mediche è testimoniata dalla voce “‘Methodiker’, ibid., cols. 358-73” (fr:12742-12743) [‘Metodici’, ibid., coll. 358-73], un punto di riferimento per lo studio di questa importante corrente.
La ricerca sulla medicina alessandrina, con i suoi grandi anatomisti, è un altro tema dominante. Lo studio di J.F. Dobson del 1925, “‘Herophilus of Alexandria’, Proceedings of the Royal Society of Medicine 18: 19-32” (fr:12725), è affiancato da indagini filologiche più tarde come quella di P.M. Fraser, “‘The career of Erasistratus of Ceos’, Rendiconti del Istituto Lombardo, Classe di lettere e scienze morali e storiche 103: 518—37” (fr:12757). Questi riferimenti non sono isolati; dialogano con edizioni critiche di testi, come il lavoro di W.L.H. Duckworth su Galeno, “Galen on Anatomical Procedures: The Later Books” (fr:12727), e con studi sulla ricezione e la pratica, come il dibattito sulla vivisezione rievocato da G.B. Ferngren: “‘A Roman declamation on vivisection’, Transactions and Studies of the College of Physicians in Philadelphia ser.5, 4: 272—90” (fr:12755).
La bibliografia testimonia anche l’evoluzione degli strumenti della ricerca. Accanto ai classici lessici come la “Pauly-Wissowas Realencyclopadie”, compaiono sillogi epigrafiche fondamentali, quali gli “Orientis Graeci Inscriptions Selectae” di W. Dittenberger (fr:12724) e le “Inscriptions de Delos” (fr:12733), a dimostrazione di come la storia della medicina non possa prescindere dalla documentazione archeologica ed epigrafica per ricostruire il contesto sociale e istituzionale della professione. Allo stesso modo, lo studio dei papiri, con edizioni come gli “Zenon Papyri” di C.C. Edgar (fr:12747) o il fondamentale “The Papyrus Ebers” di B. Ebbell del 1937 (fr:12736), collega la medicina greco-romana alle sue radici egizie, un rapporto esplorato da lavori come quello di P. Ghalioungui, “The House of Life: Per Ankh. Magic and Medical Science in Ancient Egypt” (fr:12776).
Infine, emergono le fondamenta della ricerca più datata ma ancora influente, come la monumentale “Geschichte des Hellenismus” di J.G. Droysen (fr:12725-12726), che fornisce la cornice storica, e gli studi anatomici comparati, quali lo “Handbuch der vergleichenden Anatomie der Haustiere” di W. Ellenberger e H. Baum (fr:12748), usato come ponte interpretativo per comprendere le descrizioni antiche. La fitta rete di edizioni critiche, traduzioni e collane specializzate come il “Corpus Medicorum Graecorum” e “Ars Medica”, citate ripetutamente, mostra la stratificazione di un campo in cui lo studio storico-filologico si intreccia indissolubilmente con la pratica editoriale, creando gli strumenti per ogni successiva interpretazione.
[41.3/6-93-12802|12894]
83 Lo spoglio bibliografico di un trattato scientifico: testimonianze di una stagione erudita
Un elenco di fonti che abbraccia filologia, medicina antica, papirologia e storia della scienza, rivelando la stratificazione della ricerca otto-novecentesca.
Il brano, estratto dalla sezione «BIBLIOGRAPHY» di un’opera di storia della scienza, raccoglie in una fitta successione di riferimenti abbreviati una porzione significativa della letteratura secondaria prodotta tra la fine dell’Ottocento e gli ultimi decenni del Novecento. La lingua dominante è il tedesco, accanto al latino, all’inglese, al francese e a rare occorrenze italiane; le abbreviazioni rispecchiano le consuetudini delle pubblicazioni accademiche di area germanica, come “Abhandlungen der preussischen Akademie der Wissenschaften, Berlin, phil.-hist. Kl.” – (fr:12809) [Trattati dell’Accademia Prussiana delle Scienze, Berlino, Classe storico-filologica] e “Sitzungsberichte der preussischen Akademie der Wissenschaften, Berlin, phil.-hist. Kl.” – (fr:12811) [Rendiconti dell’Accademia Prussiana delle Scienze, Berlino, Classe storico-filologica], indice di un profondo radicamento istituzionale.
I nuclei tematici riguardano prevalentemente la medicina greco-romana, con lavori su Archigene, gli Apollonii medici, Diocle di Caristo, Sorano, Rufo di Efeso e, naturalmente, Galeno e Ippocrate. Lo mostrano titoli come “Analecta historico-critica: De Archigene medico et de Apolloniis medicis eorumque scriptis” – (fr:12802) [Raccolte storico-critiche: sul medico Archigene e sui medici Apollonii e i loro scritti] e le numerose voci dedicate da autori quali J. Ilberg, F. Kind e F. Kudlien alle singole figure mediche. Accanto alla medicina compaiono discipline affini: la papirologia medica egizia, con “Papyrus Carlsberg No. VIII. With some remarks on the Egyptian origin of some popular birth prognoses” – (fr:12835-12837) [Papiro Carlsberg n. VIII. Con alcune osservazioni sull’origine egizia di prognosi popolari della nascita], l’epigrafia con le Inscriptiones Graecae – (fr:12833-12835), la storia della matematica antica con le edizioni di Euclide e Archimede curate da T.L. Heath – (fr:12803-12805), la filologia bizantina, e perfino la filosofia, come testimonia l’inserzione, in apparenza fuori contesto, di “Heidegger, M. (1963) Sein und £eit, 10th edn (Tubingen)” – (fr:12806) [Heidegger, M. (1963) Sein und Zeit, 10a ed. (Tubinga)], probabile errore di scansione per Sein und Zeit.
L’elenco registra sistematicamente tesi di dottorato – “Diss.” –, come “Herbst, W. (1911) Galeni Pergameni de Atticissantium Studiis Testimonia (Diss. Leipzig)” – (fr:12807) [Herbst, W. (1911) Testimonianze sullo studio degli atticisti in Galeno di Pergamo (Diss. Lipsia)], e ristampe – “repr.” –, segnalando la capillare sedimentazione del lavoro specialistico. Dal punto di vista storico, la bibliografia testimonia il peso che la tradizione filologico-erudita tedesca ebbe nel costituire la storia della medicina come disciplina autonoma. Figure come J.L. Heiberg, W. Jaeger, J. Hirschberg, F. Kudlien e R. Herzog compaiono con opere spesso pubblicate nelle collane delle grandi accademie o nei supplementi di riviste come Philologus – cfr. “Herzog, R. (1931) Die Wunderheilungen von Epidauros (Philologus Suppl. 3)” – (fr:12810) [Le guarigioni miracolose di Epidauro]. L’impianto metodologico saldava critica testuale, indagine storica e analisi dottrinale in una rete di rimandi che copriva l’intero arco della Heilkunde classica.
Non mancano voci in lingua inglese, come “Harris, C.R.S. (1973) The Heart and the Vascular System in Ancient Greek Medicine (Oxford)” – (fr:12802), spia di una progressiva internazionalizzazione del campo dopo la metà del secolo. L’inclusione di temi che spaziano dall’oftalmologia antica (“Die Bruchstiicke der Augenheilkunde des Demosthenes” di Hirschberg, 1919a – fr:12815) fino alla musicoterapia ellenistica (“Die Bedeutung des Rhythmus in der Musiktherapie der Griechen von der Fruhzeit bis zum Beginn des Hellenismus”, Huchzermever e H., 1974 – fr:12819) rivela l’ampiezza dell’orizzonte.
Alcuni dettagli materiali tradiscono la natura stratificata del testo. La presenza di stringhe fuori posto come “6 o i 6 θ 2 BIBLIOGRAPHY” – (fr:12822) suggerisce un’impaginazione derivata da un originale tipografico o una conversione digitale imperfetta, offrendo un involontario spaccato delle tecnologie editoriali del tardo Novecento. Così, il frammento non è un mero elenco, ma un documento che condensa oltre un secolo di ricerca erudita, ne rivela i centri propulsori – Berlino, Lipsia, Cambridge, Parigi – e conserva, nei propri accidenti materiali, le tracce della trasmissione del sapere.
[41.4/6-93-12895|12987]
84 Bibliografia di studi sulla medicina antica: un estratto da un’opera accademica
Una sequenza di voci bibliografiche in più lingue, tratte da un volume specialistico, restituisce la stratificazione della ricerca storico-medica tra XIX e XX secolo e illumina il fitto intreccio tra filologia, filosofia e scienza nell’indagine sulla medicina ellenistica e alessandrina.
L’estratto si presenta come una successione compatta di riferimenti bibliografici, inframmezzati dalle parole “BIBLIOGRAPHY” e dai numeri romani o arabi delle pagine, a testimoniare la provenienza da una pubblicazione a stampa. La frase “BIBLIOGRAPHY605 6 o 6 BIBLIOGRAPHY” – (fr:12895) [Bibliografia, pagine 605 e 606] segna il punto in cui si chiude una sezione e se ne apre un’altra, creando un’impaginazione visibile anche nel testo puramente verbale. L’intera porzione copre le pagine 605‑610, come si deduce da successive ricorrenze quali “BIBLIOGRAPHY607 6 o 8 BIBLIOGRAPHY” – (fr:12923) [Bibliografia, pagine 607 e 608] e “BIBLIOGRAPHY609 6 ιο BIBLIOGRAPHY” – (fr:12959) [Bibliografia, pagine 609 e 610].
La bibliografia è plurilingue: accanto a titoli in tedesco, francese, latino e italiano compaiono numerosi lavori in inglese. La traduzione delle voci in lingua straniera permette di cogliere la varietà degli interessi. Si passa da studi anatomici e filologici classici, come “Antike Anatomie und menschlicher Leichnam” – (fr:12895) [Anatomia antica e cadavere umano], a ricerche di carattere istituzionale quali “Der griechische Arzt im Zeitalter des Hellenismus.” – (fr:12896) [Il medico greco nell’età dell’Ellenismo], completata da “Seine Stellung in Staat und Gesellschaft” – (fr:12897) [La sua posizione nello stato e nella società]. Quest’ultimo esempio mostra anche come una singola scheda bibliografica possa essere spezzata su più frasi, con il titolo principale in (12896) e il sottotitolo e i dati editoriali in (12897).
L’arco cronologico delle pubblicazioni citate è ampio: da opere ottocentesche come Kuhn, C.G. (1826) Additamenta ad elenchum medicorum veterum – (fr:12897) [Aggiunte all’elenco dei medici antichi] fino a studi degli anni ’80 del Novecento, per esempio “Greeks in Ptolemaic Egypt (1986)” – (fr:12908). La presenza di classici della storiografia medica, come “Die Lehre von der Heilkraft der Natur” – (fr:12965) [La dottrina della forza curativa della natura] di Neuburger, accanto a interventi su singoli autori – “Herophilos: Ein Beitrag zur Geschichte der Medizin” – (fr:12945) [Erofilo: un contributo alla storia della medicina] – e a edizioni critiche di testi antichi, delinea un panorama in cui la medicina antica è studiata insieme ai suoi supporti filologici, filosofici e papirologici. Ne è conferma il rinvio a collane papirologiche: “Papiri greci e latini” – (fr:12980) [Papiri greci e latini], citato con il suo comitato editoriale.
Non mancano lavori dedicati a singoli organi o a pratiche terapeutiche, come “Geschichte des grauen Staares” – (fr:12932) [Storia della cataratta], oppure studi sulla medicina egizia, ad esempio “La medecine egyptienne au temps des Pharaohs” – (fr:12905) [La medicina egizia al tempo dei faraoni]. Il peso della tradizione ippocratica e galenica è evocato da titoli quali “The Hippocratic Treatises ‘On Generation’, ‘On the Nature of the Child’, ‘Diseases IV’” – (fr:12926), e da “Galen on the Usefulness of the Parts of the Body” – (fr:12947). Si coglie così il duplice valore di testimonianza storica di questa lista: da un lato documenta lo stato delle conoscenze e delle edizioni disponibili a chi scriveva il volume; dall’altro, attraverso la semplice giustapposizione di monografie, articoli e recensioni, ricostruisce la mappa intellettuale di una disciplina che, almeno dagli anni ’60 in poi, ha intensificato il dialogo tra storia della medicina, filosofia della scienza e antropologia, come mostrano i frequenti rimandi a opere di G.E.R. Lloyd, tra cui “Magic, Reason and Experience” – (fr:12912) e “Science, Folklore and Ideology” – (fr:12912).
La presenza di numerose voci dedicate a Erofilo, Erasistrato, Prassagora e agli Alessandrini, affiancate a studi sul Museo e sulle scuole mediche antiche – “Museums and medical schools in antiquity” – (fr:12967) – segnala che il volume di provenienza aveva con ogni probabilità un baricentro ellenistico. L’estratto, in definitiva, non è una mera lista, ma il riflesso di un’officina storiografica in cui la raccolta delle fonti e la loro interpretazione si intrecciano con la storia della filologia stessa.
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85 Testimonianza di un’epoca: la bibliografia come archivio della ricerca classica
Un elenco di riferimenti bibliografici, apparentemente arido, si rivela una mappa dettagliata del sapere e un testimone diretto della storia degli studi sul mondo antico.
Il testo si presenta come una sezione di bibliografia, uno strumento di lavoro accademico che, a uno sguardo attento, rivela molto più di un semplice elenco. Esso cataloga opere fondamentali per lo studio della medicina, della filosofia e della cultura ellenistica, fungendo da vero e proprio archivio stratificato del sapere. La sua natura è segnalata esplicitamente dall’intestazione “612 BIBLIOGRAPHY” – (fr:12993) e dalle successive “6 1 3 BIBLIOGRAPHY” – (fr:13024) e “6 1 4 bibliographyBIBLIOGRAPHY” – (fr:13045), che scandiscono il passaggio da una pagina all’altra.
L’elemento peculiare di questo estratto è la sua natura frammentaria e cumulativa. Le voci, invece di essere unità chiuse, sono spesso spezzate in più frasi consecutive, un dettaglio che tradisce la probabile origine del testo da un processo di scansione o trascrizione automatica. Ne sono un esempio lampante i riferimenti all’opera di M. Rostovtzeff, la cui indicazione di pubblicazione è distribuita su due frasi: > “Rostovtzeff, M. (1953) The Social and Economic History o f the Hellenistic World, 2nd imp., 3 vols.” – (fr:13020) > “(Oxford)” – (fr:13021) [Oxford]. Allo stesso modo, i dettagli su un’edizione di Sorano sono diluiti in più punti: > “Rose, V. (1863) Aristoteles Pseudepigraphus (Leipzig) (1864—70) Anecdota Graeca et Graecolatina, 2 vols.” – (fr:13018) > “(Berlin; repr.” – (fr:13019) [Berlino; rist.] > “1963) (1882) Sorani Gynaeciorum vetus translatio Latina (Leipzig)…” – (fr:13020) [1963) (1882) L’antica traduzione latina della Ginecologia di Sorano (Lipsia)…].
Questa caratteristica materiale non è un mero errore, ma una spia del contesto di produzione del documento originale, che doveva essere un database o un file derivato da un PDF, dove il flusso del testo è stato interrotto da elementi impaginativi come i numeri di pagina o le colonne. La presenza di caratteri isolati come “6 l !” – (fr:12992) o “Kl.” – (fr:12994) [Classe], abbreviazione tedesca per Klasse, in frasi separate, conferma questa ipotesi.
Al di là della forma, il contenuto traccia una mappa precisa della geografia e della cronologia della ricerca. La bibliografia documenta l’attività intellettuale principalmente tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, con alcune propaggini fino agli anni Ottanta. Le case editrici e le collane menzionate rivelano i centri nevralgici di questo sapere: “(Nancy/Paris Strasbourg)” – (fr:12989) per gli studi di filologia orientale, “(Erlanger Beitrage zur Sprach- und Kunstwissenschaft 8)” – (fr:13001) per la musicologia, e la monumentale “(1950-81) Prosopographia Ptolemaica 1—ix ( = Studia Hellenistica 6, 8, 11-13, 17, 20-1, 25 Louvain)” – (fr:12990) [1950-81) Prosopographia Ptolemaica I-IX (= Studia Hellenistica 6, 8, 11-13, 17, 20-1, 25, Lovanio)], che da sola testimonia un progetto di ricerca collettivo e internazionale durato oltre trent’anni, con radici nell’Università di Lovanio.
Il lessico impiegato è un gergo specialistico che definisce la comunità di riferimento. Termini come “Prosopographia” – (fr:12990) [Prosopografia], scienza che studia le biografie e le carriere di persone legate da un contesto comune, o le abbreviazioni di collane come “Diss. phil.” – (fr:13002) [Dissertazione di filosofia] e “Diss. med.” – (fr:13033) [Dissertazione di medicina], sono indicatori precisi di un ambito di studi storico-filologico e storico-medico. La varietà linguistica delle pubblicazioni elencate, con titoli in tedesco, francese e inglese, dipinge un quadro vivido di una ricerca europea poliglotta, dove il tedesco, in particolare, appare come una lingua franca degli studi classici per una parte significativa del XX secolo. Si noti ad esempio: “Pohlenz, M. (1940) Grundfragen der stoischen Philosophie (Abhandlungen der Gesellschaft der Wissenschaften, Gottingen, phil-hist.” – (fr:13003) [Questioni fondamentali della filosofia stoica (Trattati della Società delle Scienze, Gottinga, classe storico-filologica)].
Il valore di testimonianza storica di questa bibliografia è inestimabile. Essa non è solo un elenco, ma un atlante delle idee e delle controversie che hanno animato la ricerca. La voce “Ramsay, W.M. (1895-7) The Cities and Bishoprics o f Phrygia, 2 vols. (Oxford)” – (fr:13008-13009) [Le città e i vescovadi della Frigia, 2 voll. (Oxford)] è un fossile di un’epoca in cui l’archeologia e l’epigrafia andavano a braccetto con la storia ecclesiastica per ricostruire la topografia del mondo antico. Allo stesso modo, studi più recenti come “Scarborough, J. (1976) ‘Celsus on human vivisection at Ptolemaic Alexandria’, Clio Medica 11: 25-38” – (fr:13031) [Celsus sulla vivisezione umana nell’Alessandria tolemaica] mostrano come la riflessione etica sulla medicina antica si sia evoluta e approfondita.
In conclusione, questa sequenza di voci bibliografiche, proprio in virtù della sua asciutta e frammentaria precisione, costituisce una testimonianza potente. Attraverso i suoi frammenti, essa documenta la progressiva costruzione di un campo del sapere, le sue gerarchie interne (dai “Kleine Schriften” – (fr:13016) [Scritti minori] alle grandi opere di sintesi come “A History of Classical Scholarship” – (fr:12993) [Una storia della dottrina classica]), e la sua natura di impresa collettiva che si sviluppa non solo nello spazio ma anche nel tempo, collegando la filologia ottocentesca alle più moderne indagini di storia sociale e della medicina.
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86 Resoconto di una bibliografia e di un indice dei luoghi antichi
Il testo presenta la porzione terminale della bibliografia e l’inizio dell’Index locorum di un’opera erudita dedicata alla medicina, alla filosofia e alla scienza antiche. Si tratta di un documento composito, la cui scansione ottica ha generato caratteristici artefatti, come la resa del numero “618” con “6 ι 8”, ma che conserva intatta la ricchezza del corredo documentario.
La sezione bibliografica elenca autori e studi in ordine alfabetico, coprendo un arco temporale che dal tardo Ottocento giunge fino ai primi anni Ottanta del Novecento. Vi compaiono classici della filologia e della storia della medicina, quali “in Temkin, 1977: 202-22 6 ι 8 BIBLIOGRAPHY (1 973) Galenism (Ithaca, N.Y.)” – (fr:13081) [in Temkin, 1977: 202-226, BIBLIOGRAFIA (1973) Galenism (Ithaca, N.Y.)] e le opere di Wellmann, Theiler, Thesleff e molti altri. L’elenco testimonia l’impiego di una bibliografia plurilingue (inglese, tedesco, francese, italiano) e la centralità di raccolte di frammenti, come i Fragmentsammlung der griechischen Arzte di Wellmann (1901). Accanto alle ricerche su Ippocrate, Galeno e la pneumatica, non mancano strumenti papirologici e archeologici: “Wilcken, U. (1899) Griechische Ostraka aus Agypten undNubien, 2 vols.” – (fr:13128) [Wilcken, U. (1899) Ostraka greci dall’Egitto e dalla Nubia, 2 voll.]. La data più recente individuabile è il 1984, con i contributi di Vegetti, il che permette di collocare l’opera madre nell’ultimo quarto del XX secolo.
L’Index locorum che segue (frasi 13134–13173) registra le citazioni di testi antichi discusse nel volume. Ogni lemma è accompagnato da rinvii puntuali a pagine e note: “Achilles Isag. in Arat. (16) 279 n. 136” – (fr:13134) [Achille, Isagoge in Arato (16) 279 n. 136], “Aetius Amidensis Lib. med. (7.48) 68, 79, 423, 425” – (fr:13142-13143) [Aezio Amideno, Libri medicinali (7.48) 68, 79, 423, 425]. Vi figurano autori medici (Aezio, Alessandro di Tralle, Andromaco il Giovane), filosofi (Alcmeone, Anassagora), tragediografi (Eschilo) e dossografi, a riprova di un’impostazione interdisciplinare che intrecciava storia del pensiero, filologia e scienza antica.
La presenza simultanea di riferimenti bibliografici moderni e di un denso apparato di luoghi antichi rivela la natura di un’opera di sintesi, probabilmente una monografia o un volume collettaneo di storia della medicina antica, il cui schema di note e rimandi costituisce ancora oggi una mappa della ricerca settoriale.
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87 Pagina dall’Index locorum galenico: un frammento di erudizione filologica
Una fitta griglia di abbreviazioni, edizioni di riferimento e rimandi ipertestuali ante litteram restituisce la stratigrafia della ricezione critica di Galeno.
Il frammento tratto dall’Index locorum di un’edizione moderna di Galeno costituisce un oggetto di studio singolare: non un’opera medica vera e propria, ma una mappa dettagliatissima dei passi citati, organizzata per titoli delle opere e corredata dai rinvii alle due grandi edizioni canoniche – quella ottocentesca di Kühn e quella novecentesca del Corpus Medicorum Graecorum – con l’indicazione di libro, capitolo, pagina e, frequentemente, del numero di nota. La voce d’apertura, che sembra riferirsi all’area tematica della medicina, recita: “med. (C M G Suppl. Or. 11) 10 2 n. 5 2 D e plac.” (fr:13765-13768) [medicina, CMG Suppl. Or. 11, 10 2 n. 52, De plac.], mostrando come già il lemma inglobi abbreviazioni editoriali e rimandi a un commento.
Il cuore dell’indice è l’elenco delle opere galeniche, disposto in sequenza compatta. Il De placitis Hippocratis et Platonis è introdotto dall’abbreviazione “H p. Plat.: CMGv.4.1.2 (•5-2-4) 4o; (1.6) 241; (1.6.3) 2 5 4 n. 5 3, 2 7 5 n. 1 2 5; ( 1 .” (fr:13769) [Sulle dottrine di Ippocrate e Platone: CMG vol. 1.2, …], dove i riferimenti si leggono come coordinate che puntano a paragrafi, note e a una serie di luoghi paralleli. La logica ipertestuale è la stessa per il De plenitudine (“D e p len it.: K vn (3; pp. 525-8) 465; (6; 537- 9 ) 243 n- 2”, fr:13772-13773), per il De praesagitione ex pulsibus (“D e praes. ex puls.: K. ix (2.1; p. 275) 586”, fr:13776), o per il De pulsuum differentiis, di cui si fornisce una lunga serie di rinvii del tipo: “De puls, diff.: K vm (1.2; p. 498) 328; (1.6; 509-11) 277 n. 132; (1.7; 512) 277 n. 132; (1.7-8; 512-17) 286 n. 162” (fr:13776) [Sulle differenze dei polsi: Kühn vol. 8 (1.2, p. 498) pag. 328; (1.6, 509-11) pag. 277 n. 132, …], a testimoniare lo spessore della tradizione esegetica di cui l’indice è specchio.
L’elemento più caratteristico è proprio la densità della notazione. Accanto ai semplici rinvii di pagina compaiono simboli editoriali come l’asterisco, il segno di grado e combinazioni di cifre seguite da ‘n.’ (nota), fino a sequenze del tipo “4 ·°; 744) 538,576” (fr:13779) che alludono con ogni probabilità a riferimenti incrociati tra più apparati. Il frammento culmina nell’intestazione di pagina – o di sezione – ”632 IN D E X LO C O RU M GALENUSCOTlt.” (fr:13779) [632 INDICE DEI LUOGHI GALENUSCOTlt.], dove la cifra indica il numero di pagina e la stringa finale, di difficile scioglimento, potrebbe essere parte del titolo dell’opera. La presenza di voci come ”(ps.-Gal.?)“ (fr:13785) denuncia la consapevolezza filologica della paternità dubbia di alcuni scritti, mentre l’inclusione del De septimestri partu* con il rinvio a un’edizione ottocentesca (Walz) mostra la stratificazione degli strumenti critici.
Il significato storico di un simile testo è duplice. In primo luogo è una testimonianza materiale della Galensforschung novecentesca, che ha portato alla sostituzione progressiva della vecchia edizione Kühn con i volumi del CMG, permettendo letture fondate su una recensio critica dei manoscritti. In secondo luogo, l’indice documenta la persistenza del corpus galenico come oggetto di studio scientifico, in cui ogni passo – dalla fisiologia del polso alla dottrina dei medicamenti semplici – è schedato e reso accessibile per una comunità internazionale di storici della medicina. L’estrema abbreviazione, l’uso sistematico del latino e l’accostamento di opere eterogenee (dal De semine al De sanitate tuenda) riflettono un’impresa editoriale che intendeva offrire all’erudito uno strumento di precisione assoluta, un thesaurus di riferimenti che, pur nella sua aridità apparente, disvela il retroterra concreto su cui si è costruita la nostra conoscenza della scienza antica.
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88 Indice analitico dei sintomi e delle funzioni corporee nel Corpus Galenicum
L’estratto costituisce una fitta rete di rimandi interni all’opera di Galeno, un indice analitico che mappa concetti fisiologici e patologici attraverso le principali edizioni delle sue opere.
L’estratto è un indice di riferimenti incrociati, strutturato per voci tematiche e opere di Galeno, che collega specifici luoghi dell’edizione di Kühn (identificata dalla “K”) con pagine di uno studio o edizione moderna (probabilmente un lavoro di Helmreich). La struttura rivela un metodo di lavoro della filologia classica, che stabilisce ponti tra il testo originale e la sua esegesi contemporanea. Le voci principali, spesso troncate o abbreviate, includono “caus.” (cause), “De sympt.” (Sui sintomi), “De temp.” (Sulle temperie), “De trem.” (Sul tremore), “palp.” (palpitazione), “De usu part.” (Sull’utilità delle parti), “De usu puls.” (Sull’utilità del polso), “De usu resp.” (Sull’utilità della respirazione), “De ut. diss.” (Sulla dissezione dell’utero), “De ven. art. diss.” (Sulla dissezione di vene e arterie), “De ven. sect. adv. Erasistrateos” (Sulla flebotomia, contro gli erasistratei), “De ven. sect. adv. Erasistratum” (Sulla flebotomia, contro Erasistrato) e “Def. med.” (Definizioni mediche, opera pseudo-galenica).
L’analisi del testo permette di ricostruire una mappa tematica del
sapere medico galenico, dove i concetti non sono isolati ma collegati in
una rete complessa. Per esempio, la voce per le cause
(caus.) è un rimando frammentario ma densissimo:
“caus.: K vn (1.2; pp.” - (fr:13797) e
“88—9) 203, 318; (2.7; 202) 389; (3.11; 266) 239”
- (fr:13798), mostrando come uno stesso capitolo dell’opera sulle cause
sia stato consultato e correlato a molteplici punti di un altro volume.
Queste stringhe di numeri non sono semplici annotazioni, ma
rappresentano un ipertesto cartaceo, dove ogni rimando è una connessione
di significato tra la fisiologia di Galeno e la sua interpretazione.
La sezione più estesa riguarda il “De usu part.”, elencando un lungo inventario di riferimenti che coprono l’intera anatomia funzionale galenica, dal libro 1 al libro L’annotazione rivela la stratificazione del lavoro critico: un primo blocco di firme proviene da “1 Helmr.” e un secondo, che include il libro 9, da “11 Helmr.”, indicando due volumi o due fasi del lavoro editoriale: “(1.8; p. 15) 51, 313; […] (7.8; 389-92) 260 n. 69” - (fr:13801) “(9.3; p. 8) 196 app.” - (fr:13802) e “crit.; (9.4; pp. ioff.)” - (fr:13803-13804). La frammentarietà di quest’ultimo riferimento, troncato a metà parola (“ioff.”), è essa stessa una testimonianza del carattere provvisorio e di lavoro di un simile indice.
Lo stesso schema si ripete per opere più brevi, come il “De usu puls.” e il “De usu resp.”, dove i riferimenti all’edizione di Furley e Wilkie, oltre a quella classica di Helmreich, dimostrano la stratificazione delle fonti secondarie utilizzate. Il “De usu resp.” contiene persino un simbolo commerciale (&), un dettaglio materiale che tradisce l’origine dattiloscritta dell’elenco: “(5.2-4; 122) & (5.8-9; 132) 171 n. 98” - (fr:13807).
L’indice testimonia anche il dibattito medico antico, focalizzandosi sulla polemica di Galeno contro la scuola di Erasistrato riguardo alla flebotomia. Le voci “De ven. sect. adv. Erasistrateos” e “De ven. sect. adv. Erasistratum” spaziano tra diverse edizioni critiche, tra cui l’importante serie del Corpus Medicorum Graecorum (CMG): “adv. Erasistrateos: K xi (2; P· 197) 479 n. 4 i (5 i 221) 46 n. 28” - (fr:13814). “adv. Erasistratum: K xi (1; pp. i48ff.) 401 n. 25” - (fr:13817-13819).
Infine, l’indice include un’opera pseudoepigrafa, le “Def. med.”, attribuita a Galeno ma ritenuta spuria già dalla critica moderna. L’annotazione conferma questa consapevolezza con la notazione “(ps.-Gal.)”, e rimanda a una serie di definizioni su argomenti disparati che toccano la totalità del sapere medico, dalla prognosi alla farmacologia: “Def. med. (ps.-Gal.): K xix (pr.) 86; (9) 91, 109; […] (450) 299 n. 205” - (fr:13820-13822).
8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AAC6A270F946F1EE8635A128DDCD255AFC692264C5D0C587CCEFBDD9168B716913A9518A54D731FA37CB7B88968D52D5AD04F8725AA9B2D4A084CD75FF2BD1215648729B607B477D3C1119570B02968256CEC1B643DB15EF990D7028D0F4ABEDFF39016B385C832C6A5508CA9A0FAFA3F3E6E9EE29ED4B521AB449C6DE07E18B2A5A2C2747641A33003DDFF9D09F70699C532EF9A1C97CCE7876312EE3FF05690B21153A214D1BB0AE9D3B6C2DB06FAD3A38B3FD2974D0DE4AB43BDE36E477160ED54148AC3F9BC467883ECC4909C521724B3ACC2DB200B81FEEFF02D820B1E29D92DEA825B01E7B2F86B9A7D9DF6FB432B4CEA3FA9A757AA62E5DABC0358935A315CD450C5DCAA4C51513E648E969C818E0DD15FC66BA285885E2605DB5918A6B1245E305A28A41B81C3BBEF150D6E411BF5FAF78F921E8884C38A1D70727AF8FED50495F5376991DBA77ACFD4BB8914B944EF520E5062E3C6828FAF4A4ADD77FE3A61BD0D8A44FBA2E0AA03F9A7E3C7446114B9674EECFE002A602F40089E46B3695E7AA86D8B14FF290AA52B6155DD4E90A87886B27BD17C8124813A3BC90A67ECF494ED668CBDC8F8BF0512B055188B9A4C2608BD8422FA46EFB04FD132A703D3356901F3C831F7212D5A41E1CBF1E6AEA972B95C6BC3FA33AC77EF300216E1