von Guericke - Experimenta Nova de Vacuo Spatio | L
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[1.1-35]
1 Nota dell’autore sui suoi esperimenti e sul trattato sul vuoto
L’autore presenta le ragioni che lo hanno spinto a scrivere un trattato sul vuoto, dopo la diffusione e le diverse reazioni suscitate dai suoi esperimenti.
I suoi esperimenti furono esaminati e approvati dai professori dell’Accademia di Herbipoli e dal Padre Gaspar Schott, che li pubblicò nel 1657 col nome di “Magdeburgica” “hæc Nova Experimenta appendicis loco addiderit , & Magdeburgica vocaverit” (fr:128). Dopo un’ulteriore pubblicazione nel 1664, “reperti sunt quoque alii plures , qui de eodem hoc opere scripserunt” (fr:132), le reazioni furono di grande stupore “propemodum omnes, quibus innotuerunt, in singularem admirationem rapuerunt” (fr:133) e Schott attestò di non aver mai visto nulla di più mirabile “nihil me unquam in eo genere , mirabilius aut vidisse aut audivisse” (fr:137).
Tuttavia, sorsero giudizi molto diversi sul vuoto “illa admodum diversa de Vacuo judicia” (fr:140). Per chiarire le opinioni contrastanti e accontentare chi desiderava conoscere gli esperimenti, l’autore intraprese la stesura di un trattato sul vuoto, completato il 14 marzo 1663 “integrum Tractatum de Vacuo … susciperem edendum. Quem etiam die 14 Martii Anno 1663 ad finem perduxi” (fr:140-141). Decise di non confutare sistematicamente ogni obiezione, ritenendo che l’evidenza sperimentale fosse sufficiente “Ubi enim rerum testimonia ad sunt, non opus est verbis” (fr:146).
Sottolinea che il suo stile non è ricercato “non est illud ad eloquentiam aut verborum elegantiam compositum” (fr:150) e che la pubblicazione fu ritardata per malattia e altri impegni “partim morbo , partim aliis ex aliis subinde obiectis negotiis , ab editione hac fui impeditus” (fr:152). Fu infine persuaso a pubblicare da alcuni illustri personaggi “Magni quidam Viri … me ita cunantem retraxissent” (fr:153).
Prevede che non mancheranno critici “non defuturi sint Adversarii” (fr:154), ma osserva che l’errore è umano “humano modo errat , humanitus errat” (fr:155). Conclude dichiarandosi aperto al giudizio dei saggi e a migliorare il suo lavoro “Censuram … in iis, quæ Experimentis non demonstrantur , expectamus , Sapientum atque Bonorum” (fr:158).
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[2.1-65]
2 Le critiche al sistema tolemaico e l’ipotesi copernicana
Un sistema planetario troppo complesso e contrario alla ragione porta alla ricerca di un modello più semplice e naturale.
Il sistema tolemaico, per spiegare i moti celesti, aveva moltiplicato in modo eccessivo sfere, cerchi, epicicli ed eccentrici, diventando di difficile comprensione e “contrario alla ragione umana” [620]. Da esso derivavano conseguenze assurde, come il fatto che un pianeta potesse essere a volte superiore, a volte inferiore a un altro [621], o che Marte, situato sopra la sfera del Sole, potesse scendere al di sotto di essa, avvicinandosi alla Terra più del Sole stesso, cosa impossibile date le sfere solide [624-625]. Queste e altre “inconvenienze” resero manifesto il bisogno di un altro sistema che spiegasse i fenomeni in modo più conforme alla ragione e alla natura [627].
Fu così che Niccolò Copernico, circa cento anni prima, riprese l’antica idea pitagorica di Aristarco [631, 633]. Nel suo sistema, il Sole è posto al centro del mondo immobile, mentre la Terra è collocata tra i pianeti, tra Marte e Venere, e vi ruota intorno [629, 634, 637]. I pianeti mobili, disposti in ordine crescente di distanza e periodo di rivoluzione, sono: Mercurio, Venere, Terra (con la Luna), Marte, Giove e Saturno [645-655]. Lo spazio oltre Saturno, fino alle stelle fisse, è immenso [656].
Copernico attribuisce alla Terra un doppio movimento: uno diurno, cioè la rotazione sul proprio asse in 24 ore, che causa l’alternarsi del giorno e della notte [660]; e uno annuo, cioè la rivoluzione intorno al Sole attraverso lo zodiaco in un anno [663-664]. A questi si aggiunge un moto di inclinazione dell’asse [669-670]. Questa ipotesi, una volta presupposta, fa sì che molti fenomeni che avevano tormentato gli astronomi si spieghino armoniosamente [674].
Tuttavia, poiché quasi tutti avevano sempre considerato la Terra un corpo grave e immobile al centro del mondo, in accordo con le Sacre Scritture, sorsero molte obiezioni da parte di astronomi, fisici e teologi [676]. Tolomeo, ad esempio, obiettava che se la Terra ruotasse così velocemente, tutto ciò che si trova su di essa sarebbe scagliato via [678-680].
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[3.1-56]
3 Discussione sul miracolo di Giosuè e sul segno di Ezechia
L’autore esamina criticamente i racconti biblici del “sole fermo” e dell’“ombra retrograda”, sostenendo che i miracoli furono fenomeni locali e non una sospensione del sistema cosmico.
Il testo discute i miracoli del sole che si ferma per Giosuè a Gabaon e dell’ombra che retrocede per il re Ezechia. L’argomento principale è che questi eventi non devono essere intesi come un arresto o un moto retrogrado dell’intero sistema celeste, ma come fenomeni ristretti a quelle località e percezioni. “Sed fiquis hæc verba ita simpliciter, uti sonant, vellet intelligere, & miraculum hoc extra Gibeonis vel Ajalonis regionem ad universum Cœlorum Terrarumque orbem extendere, multæ exinde sequerentur inconvenientiae” - (fr:758) [Ma se qualcuno volesse intendere queste parole così semplicemente come suonano, ed estendere questo miracolo oltre la regione di Gabaon o Aialon all’intero globo dei Cieli e della Terra, ne seguirebbero molte inconvenienze].
Si forniscono ragioni dettagliate contro un’interpretazione letterale e globale. Per il miracolo di Giosuè, si osserva che il testo parla specificamente di Gabaon e della valle di Aialon, luoghi molto vicini, il che suggerisce un fenomeno locale: “Ita miraculum intra fines suos continendum” - (fr:764) [Così il miracolo deve essere contenuto entro i suoi confini]. Inoltre, se tutto il cielo si fosse fermato, ne sarebbero derivate conseguenze assurde e catastrofiche per l’intero ordine naturale, non menzionate da nessuna fonte: “Si Sol ipse cum Luna stetisset, tunc aut stetissent cum eis reliqui Planetæ omnes, totaque stellarum Fixarum innumerabilis multitudo” - (fr:766) [Se il Sole stesso con la Luna si fosse fermato, allora o si sarebbero fermati con essi tutti gli altri Pianeti e tutta l’innumerabile moltitudine delle Stelle Fisse].
Per il segno concesso a Ezechia, si argomenta che il miracolo avvenne solo sull’orologio solare di Acaz e non coinvolse il moto reale del sole nell’universo: “fatís elucet, miraculum hoc in Horologio Solari ipso, & quidem folummodo in Horologio Achas accidisse, non in omnibus horologiis totius Terræ” - (fr:792) [risulta abbastanza chiaro che questo miracolo accadde nell’orologio solare stesso, e precisamente solo nell’orologio di Acaz, non in tutti gli orologi di tutta la Terra]. Un moto retrogrado reale del sole avrebbe sconvolto le stagioni e l’ordine celeste, un fatto che sarebbe stato notato in tutto il mondo, mentre invece gli ambasciatori di Babilonia dovettero informarsi sul “prodigio illo quod fuerat in terra” - (fr:794) [quel prodigio che era accaduto nella terra (di Giuda)].
La conclusione è che le Scritture vanno interpretate con ragione e buon senso, limitando la portata dei miracoli a quanto effettivamente narrato: “Miracula itaque intra limites continenda sunt” - (fr:803) [I miracoli dunque devono essere contenuti entro limiti].
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[4.1-155]
4 Parallasse e distanza dei corpi celesti
La parallasse orizzontale e d’altezza sono fondamentali per misurare la distanza di Sole e Luna dalla Terra.
La parallasse è l’angolo usato per determinare la distanza dei corpi celesti. Esistono due tipi: la “Parallaxis Altitudinis”, che è la differenza tra l’altitudine vera di un astro e quella apparente dall’osservatore [1122], e la “Parallaxis Horizontalis”, necessaria per misurare la distanza del Sole dalla Terra [1121]. Quest’ultima è definita come l’angolo al centro dell’astro formato da due linee rette provenienti dal centro della Terra e dall’occhio dell’osservatore in superficie [1123].
La distanza della Luna si calcola “ex altitudine Lunæ meridianá, tam visa quam verà, & semidiametro Terræ” [1132]. Gli astronomi raccolgono diverse parallassi, da 46 a 66 minuti, deducendo che la Luna non è sempre alla stessa distanza [1140-1143]. Le difficoltà di misurazione sono molte: l’angolo parallattico è molto acuto [1153], gli strumenti possono ingannare e l’atmosfera altera la percezione [1153].
Gli astronomi hanno opinioni divergenti su quando la Luna sia più vicina o lontana. Alcuni, come Keplero, pongono la distanza massima e minima nei noviluni e pleniluni [1158]. Altri, come Copernico, Tycho Brahe e Longomontano, la pongono invece nelle quadrature [1161]. Ne risultano stime di distanza molto diverse, come mostra una tabella che compara i valori di Tolomeo, Copernico, Tycho e altri in semidiametri terrestri [1162-1168].
Dalla distanza si ricava la magnitudine della Luna. Con una distanza di 64 semidiametri terrestri (55,040 miglia germaniche) e un suo semidiametro di 15 minuti, si calcola che la Terra sia 46 volte più grande della Luna [1190-1191, 1210, 1216].
La distanza del Sole è ancor più difficile da determinare, poiché la sua parallasse è minima a causa della grande distanza [1218-1219]. Gli astronomi hanno usato vari metodi, spesso basandosi sui dati delle eclissi lunari [1220]. Anche in questo caso le stime variano notevolmente: Tolomeo e altri la pongono a 1210 semidiametri terrestri all’apogeo [1223], mentre Alfragano a 1220 [1247]. Lansbergio critica i calcoli di Albategnio, Copernico, Tycho e Keplero, trovando in essi errori e incoerenze [1233, 1247, 1255, 1263, 1273-1274].
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[5.1-197]
5 Dati astronomici sulle distanze e dimensioni dei corpi celesti
Confronto tra le misure delle distanze e magnitudini dei pianeti secondo diversi astronomi, e dibattito sulla distanza delle stelle fisse.
Le distanze e le magnitudini dei pianeti non furono osservate dagli antichi astronomi Ipparco e Tolomeo [1339]. I Copernicani pongono il fondamento delle loro misurazioni nel raggio del grande orbe della Terra, che fornisce una parallasse migliore del semidiametro terrestre per i pianeti più vicini [1340]. La disposizione dei pianeti è diversa tra il sistema Copernicano e quello Tolemaico [1341].
Sono riportate tabelle dettagliate delle distanze (perigeo, media, apogeo) e magnitudini di Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno secondo vari astronomi: Albategnius, Alphraganus, Longomontanus, Copernico, Tycho Brahe, Keplero, Lansbergio, Wendelino, Schyrlzus, Ricciolo e altri [1342-1359]. Da questa discrepanza tra gli astronomi risulta chiaro che il loro metodo di misurazione non è soggetto a un’indagine certa [1360].
Per quanto riguarda le stelle fisse, la maggior parte degli astronomi ritiene che giacciano tutte su una sfera con lo stesso centro del Mondo, cioè la Terra [1366]. La loro distanza è unanimemente considerata molto maggiore di quella dei pianeti [1367-1368], al punto da superare la comprensione umana [1369]. L’esperienza mostra che il semidiametro terrestre non causa alcuna parallasse nelle fisse [1370]. Gli antichi, credendo la Terra ferma al centro, non avevano la via della parallasse basata sul diametro del grande orbe [1374].
Alcuni, come Albategnius, Alphraganus e Longomontanus, credono che le distanze delle fisse possano essere definite ipotizzando che il semidiametro terrestre causi una parallasse [1375-1376]. Secondo il calcolo di Alphraganus, la massima distanza del cielo stellato è di 000 o 225 semidiametri terrestri [1378], il che implica una velocità di rotazione enorme se fosse il firmamento a muoversi [1385-1388]. Da questa distanza segue una parallasse di pochi secondi [1389]. Altri attribuiscono alle fisse una parallasse maggiore, fino a 10 secondi, riducendone la distanza minima [1391]. Ricciolo attribuisce alle fisse una parallasse di uno o due secondi [1403-1405], il che porta comunque a distanze e velocità di rotazione astronomiche [1407-1419].
Altri, seguendo Tycho Brahe, ritengono che le stelle fisse distino solo 000 semidiametri terrestri [1424], ma questa misura manca di fondamento geometrico ed è nata da una posizione incerta [1430]. Poiché nessuno può dimostrare una parallasse per le fisse dal semidiametro terrestre, neanche la distanza di Alphraganus (45.225 semidiametri) è sufficiente [1431]. L’assenza di parallasse dimostra che l’altitudine data dai Ticonici è falsa [1442].
P. Antonius Maria Schyrlzus propone un metodo per indagare la distanza delle fisse basato su proporzioni [1448]. Pone il diametro solare dieci volte maggiore di quello terrestre [1449] e, attraverso calcoli trigonometrici e geometrici, conclude che la Terra dista dal Sole 100 diametri solari [1459]. Stabilisce poi che il cubo del diametro solare è la distanza di Saturno dal Sole [1460], e che il quadrato della distanza di Saturno è la distanza del Firmamento [1461], arrivando a una distanza di 000.000 di semidiametri terrestri [1462]. Ciò implicherebbe una velocità di rotazione del cielo stellato del tutto irrazionale e innaturale [1464-1469]. Anche Clavius, pur vedendo l’enormità di questa distanza, è costretto a concedere tale moto rapido alle stelle [1470-1472]. Poiché conclusioni così irrazionali seguono dalle ipotesi Tolemaica e Ticonica, i Copernicani le hanno corrette [1473].
I Pitagorici (o Copernicani), collocando il Sole al centro del Mondo e negando il moto alle stelle fisse [1477-1479], pongono il fondamento della misurazione delle fisse non nel semidiametro terrestre (considerato nulla rispetto all’incredibile distanza del Firmamento) ma nel raggio del grande orbe terrestre, da cui cercano la parallasse [1480]. Il raggio del grande orbe è la distanza Terra-Sole, che secondo Tolomeo è 210 semidiametri terrestri [1481-1482]. Il grande orbe è l’orbita che la Terra descrive annualmente attorno al Sole [1488]. La sfera di questo orbe ha una capacità immensa [1497]. Sebbene il semidiametro del grande orbe sia così grande, l’altezza della sfera stellata secondo i Copernicani è così vasta che persino l’intero diametro del grande orbe svanisce in confronto al semidiametro delle fisse [1500-1502]. Non percepiscono alcuna variazione sensibile nelle fisse nonostante le osservazioni più attente [1503]. Pertanto, i Copernicani suppongono che le stelle fisse abbiano una parallasse non rispetto al semidiametro terrestre, ma rispetto all’intero diametro del grande orbe [1504].
Copernico, Galileo, Keplero ed Herigonus affermano che la distanza delle fisse dalla Terra è tale che, se la loro parallasse annua non eccedesse i 10 secondi, la circonferenza del cielo stellato sarebbe di oltre 55 miliardi di miglia, implicando una velocità di rotazione quotidiana impossibile [1509-1519]. Poiché non trovano parallasse neppure rispetto al grande orbe, Lansbergio conclude in seguito la distanza delle fisse dai tempi periodici: se la Terra compie una rivoluzione in un anno (raggio 000), e le fisse in 000 anni (secondo i suoi principi), allora la distanza delle fisse è di 000 semidiametri del grande orbe terrestre, che, moltiplicati per la distanza media Terra-Sole, dà 958.000 semidiametri terrestri [1520-1527]. Viene anche citato il calcolo di Ricciolo, che porta a distanze ancora maggiori e indefinite [1528-1532].
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[6.1-72]
6 Sull’interpretazione del “Firmamentum” e sulla natura del Cielo Empireo
Diverse interpretazioni teologiche e filosofiche sul Firmamento e sulle acque sovrastanti, con una discussione sulla struttura e le proprietà del Cielo Empireo.
Il testo discute il significato del “Firmamentum” o “Expanfum” menzionato nella Genesi. Si afferma che “Expanum, Firmamentum, Celum, sit unum idemque” - (fr:1759) e che spesso nella Scrittura il termine “Cielo” si riferisce al cielo aereo, dove volano gli uccelli e dove sono le nubi: “nubes vocantur, Nubes Celi” - (fr:1761). Ne consegue che “Aquas istas quae supra firmamentum … esse dicuntur, supra stellas fixas, sed loco competente, hoc est, in coelo nubium esse” - (fr:1771). Si conclude che “hoc loco vocabulum Firmamenti non congrue, sed potius vocabulum Expanfi … poffe usurpari, nullas quoque Aquas supra expanfum Fixarum, sed in Caelo aereo esse, ac per Aquas hoc loco intelligi Nubes & Pluvias” - (fr:1779).
Vengono poi esaminate varie interpretazioni patristiche e scolastiche. Origene, ad esempio, intendeva per acque sovrastanti gli angeli, ma “sententia haec a caeteris Patribus rejecta est” - (fr:1782). Agostino e Girolamo, invece, “per aquas supra caelos, intellexit nubes” - (fr:1782). I filosofi peripatetici collocano queste acque “intra primum Mobile & Caelum Empyreum” - (fr:1785), mentre altri, come Tommaso d’Aquino, le identificano con il “Caelum Crystallinum … ob similitudinem cum aqua” - (fr:1795). L’autore ribadisce la propria posizione: “per Aquas supra Firmamentum, intelligimus Nubes & Pluvias Expanfi” - (fr:1797).
La seconda parte tratta del Cielo Empireo, definito come il “locum Beatorum, curiamque Angelorum & Thronum Maiestatis Dei” - (fr:1800), detto empireo per la sua luce, non per il calore. Se ne discute la figura: mentre la parte concava è ritenuta sferica, “aliquibus congruentius videtur, quadratum quoad partem convexam” - (fr:1808), basandosi sull’Apocalisse. Infine, si pongono questioni sulla sua natura: “An Caelum Empyreum constet Materia & Forma? An corpus sit simplex … An moveatur? An in hunc inferiorem mundum influat?” - (fr:1817-1820).
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[7.1-55]
7 Dello Spazio Immaginario oltre il Mondo
Discussione sulla natura dello spazio al di là del mondo fisico, tra filosofi e teologi.
Secondo la comune opinione di filosofi e teologi, al di là di questo mondo non ve ne sono altri, e il mondo avrà una fine, poiché sarebbe contro Dio e la Natura che qualcosa (eccetto Dio) sia infinitamente esteso [1919]. Aristotele stabilì che oltre il cielo stellato, ultimo corpo naturale, non vi è né luogo, né tempo, né vuoto, ma assolutamente nulla, e che lì non può esserci alcun corpo naturale [1924]. Altri invece ritengono che lì vi sia uno Spazio Immaginario, che chiamano “ubicazioni possibili” [1926].
I Conimbricensi, seguendo Aristotele, stabiliscono che lo spazio diffuso dentro e fuori il cielo non è una vera quantità tridimensionale (altrimenti non potrebbe contenere corpi), né un ente reale e positivo (poiché nulla tranne Dio esiste da eterno), né un ente di ragione (poiché i corpi vi si collocano indipendentemente dall’intelletto) [1935-1939]. In questo spazio immaginario Dio esiste, non come in un ente reale, ma per la sua immensità, che l’universo non può contenere, per cui deve esistere anche oltre il cielo, in spazi infiniti [1940]. Essi confermano che, sebbene oltre il cielo non vi sia corpo, vi è spazio o capacità di ricevere corpi [1945].
Varie sono le definizioni di questo spazio: alcuni dicono che è il Niente stesso [1947], altri lo chiamano vuoto privo di ogni realtà [1948], altri ancora affermano che è la negazione di ogni ente [1949]. A queste posizioni si obietta che il Niente non può essere pensato come esteso [1950], che se è vuoto allora coincide col vuoto [1951], e che una negazione non può essere chiamata spazio [1952]. Alcuni sostengono sia una mera finzione, per cui non esisteva prima della creazione, e Dio non può essere in ciò che non esiste [1954]. Altri lo intendono come un’immensa mole corporea diffusa ovunque all’infinito [1955].
Il filosofo recente Renato Cartesio percepisce invece lo spazio immaginario come qualcosa di veramente reale: ovunque immaginiamo i confini del mondo, percepiamo che oltre vi sono spazi indefinitamente estesi, reali e immaginabili, e che in essi è contenuta una sostanza corporea indefinitamente estesa [1964-1965]. Ne deduce che la materia del cielo e della terra è la stessa, e che se i mondi fossero infiniti, sarebbero tutti fatti della stessa unica natura estesa, costituendo dunque un unico mondo [1966-1967].
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[8.1-126]
8 Definizioni e dispute sul Tempo e sul Vuoto
Il Tempo è la misura della durata secondo il moto dei corpi celesti; il Vuoto, inteso come spazio privo di corpo, è causa di effetti naturali ed è ammesso da alcuni filosofi.
I filosofi peripatetici definiscono il tempo come “numero del moto secondo il prima e il poi”, ma ammettono che sia concettualmente difficile da spiegare, al punto che Agostino affermava: “Se nessuno me lo chiede, so cos’è il Tempo; se a chi me lo chiede volessi spiegarlo, non lo so” (fr:2062-2064). Nella nostra concezione, “il Tempo è la Misurazione della durata delle Cose, secondo il corso di esse intorno al Sole” (fr:2066). Ad esempio, la durata della Terra si misura col suo corso periodico annuale, distinto in anni; per le cose terrestri, la misurazione avviene anche col moto diurno, da cui derivano giorni e ore (fr:2068-2070). La durata degli altri pianeti si misurerà invece secondo il loro corso specifico (fr:2071).
Aristotele definisce il vuoto come “Luogo non riempito da corpo, atto tuttavia a essere riempito”, ma nega che esista in natura, sostenendo che “il Vuoto non è causa di alcun effetto” e quindi non deve essere postulato (fr:2073-2079). Al contrario, si argomenta che il vuoto, essendo uno spazio non riempito ma atto a esserlo, è qualcosa di rispettivo e “causa di un grandissimo effetto in natura” (fr:2080), perché permette il movimento e la sostituzione dei corpi. Ad esempio, “quando Saturno è in Capricorno, allora il Luogo suo in Cancro è Vuoto, atto tuttavia da lui a essere riempito” (fr:2084). Se non ci fosse vuoto, un corpo non potrebbe entrare nel luogo di un altro e non ci sarebbe moto locale. Gli esperimenti mostrano che aria e acqua irrompono con veemenza in vasi evacuati: se si ammette la “fuga del vuoto”, si deve ammettere il vuoto stesso (fr:2086-2088). Pertanto, “qualunque cosa è causa di un qualche effetto in natura, quella deve essere postulata dal Filosofo. Il Vuoto è causa dell’effetto della fuga del vuoto” e di altri esperimenti, dunque va postulato (fr:2089-2091).
Molti filosofi antichi, da Talete a Platone, concordavano con Aristotele nel negare il vuoto (fr:2092-2094). Altri, come Leucippo, Democrito ed Epicuro, “il Vuoto concessero, e di fatto infinito di grandezza”, ritenendolo esistente fuori dal mondo ma non al suo interno (fr:2095-2097). Alcuni lo consideravano l’anima dell’universo, incorporeo e inattivo (fr:2098). Cartesio lo nega, sostenendo che l’estensione dello spazio non differisce da quella del corpo e che, se Dio togliesse ogni corpo da un vaso, le pareti si toccherebbero senza distanza intermedia (fr:2108-2110). I Peripatetici, tra le affezioni, annoverano la “Fuga del vuoto” e la “Repulsione del vuoto”, sostenendo che nel mondo ci sia una mutua e perpetua successione di corpi, cosicché non ci sia spazio senza corpo, per permettere alla virtù del cielo di agire (fr:2111). Si discute se Dio possa fare il vuoto: Scaligere risponde di no, perché Dio non può creare il nulla, che a Lui è dissimile (fr:2114). I filosofi rispondono inoltre che causa degli effetti non è il vuoto, ma la sua fuga, ossia l’impedire che esista (fr:2115). Esperienze quotidiane, come l’acqua che ascende in una canna o l’azione delle ventose, vengono addotte per dimostrare l’impossibilità del vuoto (fr:2117).
Tuttavia, “in verità che il Vuoto in natura esista, […] con molti dimostreremo Esperimenti” (fr:2125-2127). Non lo intendiamo come una cosa reale, ma come una privazione, “assenza del pieno”, come le tenebre sono assenza di luce (fr:2128-2130). Sia il pieno che il vuoto presuppongono sempre uno spazio o un vaso come contenente (fr:2131). Lo spazio può intendersi in due modi: universalmente, come contenente di tutte le cose, o secondo il concetto volgare, come ampiezza o capacità di una cosa (fr:2133-2134, 2144). “Il Continente dei Corpi Mondani, non è altro che lo Spazio universale, ossia Vaso Universale che tutto contiene”: il suo pieno consiste nei corpi con i loro effluvi, il suo vuoto dove tali corpi mancano (fr:2136-2137). Non parliamo del vuoto semplicemente detto (che è nulla), ma dello spazio vuoto e dell’utilità della sua vera conoscenza per la filosofia (fr:2138-2139). Lo spazio universale, inteso come contenente, è “ciò per cui ogni Corpo o ogni Sostanza, il suo essere o sussistere o ha o (qui o altrove, secondo la vicinanza delle cose) può avere”; è permanente, immobile, indivisibile, presente in tutto (fr:2145-2146). È anche “ciò che per il puro intelletto si concepisce non essere: e che non è questo o quello che può vedersi, toccarsi”, astratto da ogni condizione materiale (fr:2148). È un continuo permeante, “per cui tutte le cose quasi sono una”, che riceve indifferentemente tutti i corpi senza azione o passione (fr:2149-2150).
È certo che “ogni corpo ha bisogno, secondo la sua capacità o tripla dimensione, anche di Spazio interno, senza il quale non può né essere né sussistere” (fr:2152). Ad esempio, in una stanza piena d’aria, se un uomo entra, occupa con il suo corpo quello spazio, espellendo l’aria; se esce, l’aria vi succede di nuovo. Una statua di pietra potrebbe subentrare nello stesso spazio, che rimane fermo (fr:2154-2159). Anche l’aria stessa può essere estratta, rimanendo lo spazio del contenitore (fr:2160). “Se dunque uno stesso Spazio di questo vano, ora con questo, ora con quel corpo può essere riempito, e sempre l’uno nel luogo dell’altro succedere, e lo Spazio tutto, dentro il vano, evacuarsi da ogni corpo, anche dall’aria; Segue” che vi sia una grande estensione (fr:2161). Anche se lo spazio non può essere visto o toccato, è percepito con gli occhi e con la mente: osservando la distanza tra due monti, si comprende che non è l’aria interposta a crearla, ma che essa sussisterebbe anche senza aria (fr:2166-2168). I nostri esperimenti dimostreranno che lo spazio può essere ora vuoto, ora pieno (fr:2169). Bisogna notare che, sebbene spesso si parli di spazio secondo il concetto volgare (come capacità di un edificio), si deve intendere come i dotti: il volgo lo considera separato, non come unico e universale contenente (fr:2170-2173).
Si pone infine la questione dello “Spazio intermedio, tra i Corpi Mondani, che comunemente CIELO è chiamato” (fr:2175). C’è differenza tra spazio e corpo: il corpo riempie o non riempie lo spazio, ma nessun corpo costituisce lo spazio di per sé (fr:2176-2177). È falsa quindi l’opinione di Cartesio che identifica spazio ed estensione corporea (fr:2178-2180). Lo spazio tra i corpi celesti, tra Sole, Terra, pianeti e stelle fisse, è di un’ampiezza, abisso e altitudine incomprensibile (fr:2181-2185). Se si volesse paragonare questa capacità con la grandezza della Terra o di un altro corpo celeste, essa non è meno credibile o comprensibile di qualsiasi grandezza maggiore (fr:2187).
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[9.1-200]
9 Sul problema dello Spazio extra-mundano e della sua natura
Dibattito filosofico e teologico sulla natura del Vuoto e dello Spazio al di là del mondo: se sia Nulla, Creato o l’Increato stesso.
Il Cielo è definito come “Spatium purum & per se ab omni materia Vacuum” [2233]. Si indaga se questa “superba altitudo, aut Expanfum Spatium, fit finitum an infinitum” [2237]. Il problema centrale è: “SPATIUM feu Universale illud omnium rerum Continens, fit Finitum vel Infinitum” [2238]. Molti filosofi considerano lo “SPATIUM extra Mundum IMAGINARIUM” [2257], ma le opinioni divergono: alcuni lo ritengono un mero nulla fittizio, mentre altri lo identificano con un vuoto reale.
Aristotele sostiene che al di là del mondo stellato “neque LOCUM, neque TEMPUS, neque VACUUM, sed prorsus nihil esse” [2246]. Tuttavia, si obietta che se al di là del mondo ci fosse un vero nulla, non si potrebbe estendere un braccio o lanciare un sasso, poiché “quod non est, in id non potest aliquid immitti” [2301]. L’impossibilità di un’azione implica invece che “aliquid obstaret vel esset” [2302], ossia qualcosa di corporeo. Dunque, il nulla aristotelico non può esistere.
La discussione si sposta quindi sul rapporto tra Spazio e Dio. Alcuni, come Leffus, affermano che “Spatium Imaginarium, esse ipsum Deum statuit” [2271]. Se Dio è infinito e immenso, ed è presente ovunque, allora “Deus sit Spatium Imaginarium” [2267]. Anche Athanasius Kircher scrive che lo spazio immaginario extra-mondano non è un nulla, ma “Divinae Substantiae plenitudinem in Infinitum diffusam” [2386].
Si conclude che non esiste un tertium tra Creato e Increato: “Omne quod EST, aut est INCREATUM ALIQUID, aut CREATUM ALIQUID… Tertium non datur” [2329]. Pertanto, il Vuoto o lo Spazio, se sono qualcosa, devono essere o Creati o Increati. Poiché è dimostrato che non possono essere un nulla assoluto, molti autori ritengono che “Spatium extra Mundum… sit Nihili creati, hoc est Increatum” [2389]. In definitiva, “Spatium… non est in substantiali corpore, sed est per se, & quidem immobile quid ac ubique praesens” [2286] e Dio stesso è “sibique ipsi SPATIUM, & VACUUM ab omni Creatura” [2395].
[10]
[10.1-20]
10 Dalle misure della Terra al numero di granelli di papavero nell’universo
Un calcolo dimensionale che, partendo dal piede, arriva a stimare i granelli di papavero contenibili nell’intero universo tolemaico.
Supponendo 10 dita per un piede “Supponemus, ro digitos pro pede uno” - (fr:2443) e 5 di tali piedi per un passo geometrico “Talium pedum 5, pro uno paffu Geometrico” - (fr:2445), si stabilisce che 000 passi geometrici formano un miglio tedesco “Paffus Geometricos 10 ooo pro uno milliari Germ.” - (fr:2447). Posto il diametro terrestre pari a 000 di tali miglia “Ponemus Telluris diametrum … continere 10000 milliaria Germ.” - (fr:2449), si risolve in dita, ottenendo un numero enorme: 000.000.004 “200 000 000004 granorum papaveris pro Telluris diametro” - (fr:2452). Poiché i volumi dei globi stanno nel rapporto triplicato dei loro diametri “Globi inter fe unt in triplicata proportione fuarum dimetientium” - (fr:2457), si eleva al cubo il diametro terrestre espresso in granelli di papavero, ottenendo la mole della Terra in quella unità. Moltiplicando questo per 000 granelli di sabbia minima per ogni granello di papavero “multiplicata cum 100oo globulis minimz arenz, unofcilicet papaveris globulo affignatis” - (fr:2458), si ottiene il numero di minuscole arenule che la Terra può contenere. Tuttavia, un numero ancora maggiore, composto da 55 cifre “Numerus $5 B Zipbravum” - (fr:2450), è quello delle arenule minime che l’intera macchina del mondo, fino al Firmamento nel sistema tolemaico o ticonico, può contenere “major eft numerus ; 5 Ziphrarum ordine pofitarum,quam tota , Mundi machina (in Syftemate fcilicet Ptolemaico ac Tychonico) ufque ad Firmamentum capax eft arenularum ejufmodi minimarum” - (fr:2459). Persino dotti hanno risposto che un tale numero non può essere compreso in molte migliaia di cifre “talis vel tantus numerus Arenularum ,non pofle multis millib. Ziphrarum comprehendi” - (fr:2459, 2460).
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[11.1-82]
11 Proprietà dell’aria e suoi esperimenti
L’aria si dilata con il calore e si condensa con il freddo o la compressione; possiede peso e riempie ogni spazio.
L’aria, secondo il grado di calore che assume o depone, occupa uno spazio maggiore o minore: “cond anestit calidus aér majus Spatium occupat , & contra” - (fr:2585) [infatti l’aria calda occupa uno spazio maggiore, e viceversa]. Questo mutamento è comunemente chiamato rarefazione e condensazione. L’aria può essere fortemente compressa, fino a diventare simile a un corpo solido, o dilatarsi in uno spazio vuoto fino a svanire. “Sic aér in vafe metallico & fatis firmo, períxpius iteratas preífioncs , ita poteft comprimi ut denique corpus folidum fimile aquz fiat” - (fr:2596) [Così l’aria in un vaso metallico e abbastanza robusto, per ripetute pressioni, può essere compressa in modo che alla fine diventi un corpo solido simile all’acqua].
Essendo corporea e dotata di peso, l’aria preme su se stessa e su tutto ciò che la circonda. “Aérob gravitatem fuam, feipfum 4ér omia nonfolüm, fed etiam omnia inferio- rapremit” - (fr:2603) [L’aria, per il suo peso, preme non solo su se stessa, ma anche su tutte le cose inferiori]. Il suo peso è tale che “Gravitas aéris fuper T erra tanta efl, quantagravitas aquz, 2o circiter ulnas Magdeburgenfes, altx” - (fr:2605) [Il peso dell’aria sulla Terra è tanto, quanto il peso dell’acqua alta circa 20 braccia di Magdeburgo]. Questo peso non è costante e diminuisce, ad esempio, dopo la pioggia. Senza questa gravità, l’aria volerebbe via abbandonando la Terra.
L’aria è capace di ricevere e trasportare luce, suono, odori, umidità e vapori. “Aér mutat corpora,& poteft deferre calorem & frigus, eft enim aptus adrecipiendum omnia, Lumen fcilicet ut&fonum, odorem” - (fr:2613-2614) [L’aria altera i corpi, e può trasportare caldo e freddo, infatti è atta a ricevere tutto, cioè la Luce, il suono, l’odore]. L’ascesa del fumo o della fiamma non è dovuta a una loro innata leggerezza, ma alla spinta dell’aria ambiente, più pesante. “Aícenfusignis flammz , ut & vaporum & fumorum , non eft eorum propria vel innata levitas , sed gravitas aéri” - (fr:2617) [L’ascesa della fiamma del fuoco, così come dei vapori e dei fumi, non è la loro propria o innata leggerezza, ma il peso dell’aria].
Per dimostrare che l’aria riempie ogni spazio e per creare il vuoto, vengono descritti due esperimenti. Il primo tenta di estrarre l’acqua da un botte sigillato per lasciare uno spazio vuoto. “Aqua per naturalem suam vitatem neceífario fuccedet , ac poft fe in dolio fpatium a&re (proindeque omni corpore) vacuum, relinet” - (fr:2628) [L’acqua per la sua naturale fluidità necessariamente defluirà, e dopo di sé nel botte lascerà uno spazio vuoto d’aria (e quindi di ogni corpo)]. Dopo l’estrazione, si sentiva un suono simile all’acqua che bolle, finché il vaso non si riempiva d’aria. Si scoprì poi che “aquam vehementius preffam , dim trapfire, & propter compreffum ligni tranfirum feu attritum, femper ex aqua generari unà aliquid a&ris” - (fr:2642) [l’acqua fortemente premuta, attraversando, e a causa del passaggio o attrito per la compressione del legno, genera sempre dall’acqua insieme un po’ d’aria].
Il secondo esperimento prevede l’estrazione dell’aria da un globo di rame tramite una siringa. “Principio facilis piftilli erat agitatio ; Paulatim tamen iftam facilitatem difficultas excipiebat” - (fr:2656) [All’inizio era facile muovere il pistone; a poco a poco però quella facilità veniva sostituita dalla difficoltà]. Quando ormai si credeva di aver estratto quasi tutta l’aria, il globo di rame “cum maximo strepitu omniumque primebatur” - (fr:2658) [con grandissimo strepito veniva schiacciato]. La causa fu attribuita a un’imperfezione nella sua rotondità. Un globo perfettamente rotondo, invece, resistette alla pressione esterna. L’avvenuta evacuazione era dimostrata dalla “cessatio ejectionis aéris è supe riori fyringis ventilio” - (fr:2665) [cessazione dell’espulsione dell’aria dalla valvola superiore della siringa]. Questa fu la seconda costruzione del vuoto.
[12]
[12.1-82]
12 Descrizione di esperimenti sul vuoto e proprietà dell’aria
Dimostrazioni con macchine pneumatiche, vasi vitrei e antlie per provare l’esistenza del vuoto e il comportamento dell’aria sotto pressione.
Mediante una macchina, si mostra che si può dare il vuoto e sciogliere il vincolo che altrimenti si ritiene indissolubile [2726-2729]. Se si eleva il manubrio, il pistone raggiunge l’opercolo e l’antlia viene riempita; se si deprime, lo spazio interno dell’antlia resta vuoto e l’aria del vaso applicato vi succede, rendendo infine il vaso stesso vuoto [2730-2731]. Per una dimostrazione più ricca, si utilizza un vaso vitreo da farmacisti, al cui collo si incolla una capsula di ottone con epistema [2733-2737]. Applicando questo vaso al tubo dell’operculo e aprendo la chiave, si fa esaurire l’aria con l’antlia. Poi, osservata la chiave e immerso il vetro nell’acqua, si vede con grande impeto irrompere l’acqua nel vetro fino a riempirlo, lasciando solo uno spazio per una noce, vuoto d’acqua, che si ritenne e si constatò essere aria [2743-2744]. Nonostante i tentativi di riempire d’acqua il collo dell’epistema prima dell’immersione, sempre rimaneva uno spazio, seppur minimo, che un pisello avrebbe potuto contenere, vuoto d’acqua ma non di aria [2747-2748]. Sempre irrompendo l’acqua, si alzavano schiuma e bolle, che causavano quello spazio residuo [2749-2750]. Da dove provenissero non era percepibile, anche immergendo tutto l’epistema con la teca nell’acqua [2751-2753].
Poiché in questo modo sembrava sempre residuare dell’aria sopra l’acqua nel vetro, si escogitò un’altra via di evacuazione, usando un vetro con un globo da una parte e un lungo collo dall’altra (una “Viale”), al quale si fece conglutinare una capsula lamellare con epistema [2757]. Riempito tutto il vetro d’acqua fino all’orifizio dell’epistema e immesso nella macchina, agitando l’antlia si vide l’acqua discendere in essa, ma nel frattempo una bolla d’aria abbastanza grande risalire per il tubo del vetro, proveniente dalla chiave stessa dell’epistema [2760-2761]. In tentativi successivi, benché non irrompessero più tali bolle, se ne originavano comunque parte dalla pece del glutine e parte dall’acqua stessa [2762-2764]. Quando si fece riaprire l’epistema del vetro immerso in un vaso d’acqua, si produsse lo stesso effetto dell’aria che entrava, il che dava occasione di contraddire a chi voleva negare che il vetro fosse stato vuoto [2765-2766].
L’esperienza insegnava che quelle bolle erano occultate nell’acqua [2767]. La stessa ragione vale per le cucurbitule e per le macchine idrauliche (antlie pneumatiche): quando l’embolo si solleva, si fa uno spazio vuoto nell’antlia e, per la pressione dell’aria sull’acqua nel pozzo, questa ascende nel canale fino all’antlia, non per fuga del vuoto, ma per pressione dell’aria [2769-2770]. Se avvenisse per fuga del vuoto, l’acqua ascenderebbe a qualsiasi altezza, cosa che non accade; l’ascensione avviene invece per la gravità dell’aria, che preme l’acqua fino a 19 o 20 ulne [2771-2772].
La natura dell’aria di condensarsi e rarefarsi è dimostrata dai termometri [2774]. Se si raffreddano, l’aria si contrae; se si riscaldano, si estende [2775]. Si può aggiungere la forza dell’uomo, come nelle siringhe pneumatiche per convivi, nelle quali si può insufflare aria fino a farle rompere, o, se non si insuffla nulla ma vi si lascia l’aria che le riempie e si sottopone il tutto al fuoco, similmente si rompono [2776-2778]. Parimenti, l’esperienza insegna che l’aria in uno schioppo pneumatico può essere compressa in uno spazio cinque volte minore [2779]. L’aria ha una forza elastica (elater) di espansione, come si constata in molti esperimenti, ad esempio quando il vento soffia più forte in un vetro esaurito d’aria, o quando, aprendo l’epistema intermedio di una macchina, l’aria irrompe con tale impeto nell’acqua da far temere che l’intera macchina si frantumi [2780]. Se qualcuno non credesse che l’aria abbia questa forza di espandersi, prenda una vescica piena d’aria in una siringa e, estraendo l’aria, vedrà la vescica rompersi [2781, 2790].
L’aria, per una virtù conservativa, si comprime da sé: quanto più è bassa, tanto più è compressa, poiché le parti inferiori sono premute dal peso di quelle superiori [2782-2786]. L’aria nelle regioni inferiori è molto compressa [2787]. Se si sospende una vescica semiginfia in un recipiente e si estrae aria da esso, si vedrà che quanto più aria si estrae, tanto più la vescica si gonfia, fino a lacerarsi del tutto [2791-2792]. Si è anche constatato che l’aria, per la sua forza estensiva, può ascendere in un’antlia pneumatica posta in alto, agitando il pistello [2793-2795].
Da tutto ciò risulta che le parti inferiori della sfera d’aria sono più compresse delle superiori e che l’aria, quanto più spazio le si dà, tanto più si dilata [2796]. La causa di questa compressione non origina dalle superiori stelle, perché se così fosse, il globo terrestre la sosterrerebbe e le parti inferiori dell’aria sarebbero premute al pari delle superiori, il che contraddice gli esperimenti [2799]. Infine, poiché l’aria inferiore è più premuta della superiore (cosa che si sente non solo sulle montagne più alte ma anche sulle torri dei templi), ne segue che l’altezza dell’aria ovunque trasferisce i raggi prementi delle stelle [2800]. Perché dunque non attribuire a ciascuna cosa la gravità o nesso di tendere al centro, e non piuttosto solo alla Terra e alla sua virtù conservativa? [2801].
[13]
[13.1-56]
13 Esperimenti sul vuoto e la pressione atmosferica
Dimostrazioni con siringhe, vasi e pompe che confutano la “fuga del vuoto” a favore del peso dell’aria.
Un esperimento evidente si ha con una siringa pneumatica: “Cujus orificio occluso, pistillum nihilominus cum embolo & quidem subter aqua agitetur & diducatur, quod spatium nullus aer subintrare potest” - (fr:2863). Ciò dimostra l’esistenza del vuoto. Nicolaus Zuchius racconta di una lamina di rame che aderisce fortemente a una lastra di marmo, ma che si stacca facilmente se si permette all’aria di entrare (“facillime laminam diduci” - fr:2867). La spiegazione non è l’orrore del vuoto, ma la pressione dell’aria: “non fuga vacui sustinet aquam, sed gravitas circumstantis aeris in vaso isto illam retinet” - (fr:2890). Se si immerge un vaso pieno d’acqua e poi lo si capovolge mantenendo l’apertura sott’acqua, questa non scende (“aquam illo inclusam sursum intra illud simul attolli” - fr:2870). La colonna d’acqua si ferma a un’altezza di circa venti braccia, lasciando uno spazio vuoto sopra di essa: “aer tunc non potest succedere ad occupandum locum… Ergo vacuum ibi relictum est” - (fr:2873). Lo stesso principio spiega il funzionamento delle annaffiatoie: se si tappa il foro superiore, l’acqua non esce da quelli sul fondo (“aqua per foramina fundi defluere non potest, cum a gravitate aeris sustineatur” - fr:2889). Anche il risucchio prodotto da una siringa o da una ventosa si spiega con la rarefazione e successiva condensazione dell’aria interna, che crea una depressione: “aer, qui prius igne incaluerat, in raritatem abierat, extincta flamma frigiditatem recipit atque in minorem contractus molem inane spatium relinqueret, nisi ad id replendum caro elevaretur” - (fr:2902). Infine, la difficoltà a estrarre lo stantuffo da un cilindro sigillato è dovuta al “gravitas cylindri aeris” (fr:2908), cioè al peso della colonna d’aria che preme su di esso, e non a una presunta fuga della natura dal vuoto.
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[14.1-68]
14 Virtù mondane corporee e incorporee
Effluenze emananti dai corpi del mondo, agenti a distanza e capaci di riflettersi.
Le Virtù non sono sostanze né accidenti, ma “Effluenze dei Corpi Mondani, che sono in quei corpi & da essi escono” (fr:3033). Si distinguono in quanto “originalmente sono in un corpo, e da esso effluiscono” e in quanto “in un altro influiscono e da esso sono ricevute” (fr:3034). Quelle del corpo da cui escono sono “innate”, mentre in quello in cui entrano sono “Accidenti” (fr:3035). Sono dette “Virtù Mondane” perché riguardano principalmente i corpi celesti e la Terra (fr:3036, 3037).
Alcune sono corporee, altre incorporee (fr:3041). La “Virtù Corporea è una tenue estensione virtuosa, che da un corpo Mondano effluisce… e non attraversa corpi duri e solidi” (fr:3043, 3044), come l’odore (fr:3045, 3050). La “Virtù Incorporea… si estende circolarmente fino a una distanza finita e penetra tutti gli altri corpi solidi e duri” (fr:3051, 3052); questa sfera d’azione è chiamata “Orbe della Virtù” (fr:3053). La sua densità è maggiore vicino alla sorgente e diminuisce con la distanza (fr:3055).
Le virtù incorporee sono molteplici. Quelle che percepiamo provengono dalla Terra o dal Sole (fr:3056). Dalla Terra provengono, ad esempio, la Virtù Impulsiva, Conservativa, Direttiva, Sonante e Calefaciente (fr:3057-3069). Dal Sole provengono la Virtù Lucente e Colorante (fr:3070, 3071). Dalla Luna si crede provenga una Virtù Gelificante (fr:3073), e dai Pianeti altre influenze (fr:3074, 3075).
La natura di queste Virtù è di “agire a distanza” (fr:3076). Virtù omogenee si congiungono e percepiscono a vicenda (fr:3076). Se incontrano un corpo inabile a riceverle, vi “urtano contro e si riflettono” (fr:3078). Più un corpo è liscio, più forti e numerose sono le riflessioni (fr:3078). “Quanto più un corpo ha materia, cioè quanto più è solido, tanto più virtù può ricevere” (fr:3079), ma ogni corpo è idoneo solo a ricevere virtù specifiche (fr:3080). Alcune virtù incorporee sono adatte a entrare in tutti i corpi e possono essere eccitate per attrito, collisione o vibrazione (fr:3080, 3083).
La Virtù Impulsiva, incorporea, è eccitata in un corpo duro da un violento movimento (fr:3085). A quel corpo “viene impressa tale virtù Mondana, per la quale la cosa è portata attraverso lo spazio vuoto” (fr:3086). Più è impellato, maggiore è la virtù e la velocità acquisita (fr:3086). “La Virtù Impulsiva impressa in un corpo, cessata la causa, svanisce” (fr:3088) dopo un certo tempo (fr:3089). Ad esempio, a un sasso lanciato in aria è impressa questa virtù, che lo spinge verso l’alto finché non svanisce; poi il sasso cade per un’altra virtù (fr:3090, 3091). Cadendo, riacquista virtù impulsiva che lo spinge verso terra (fr:3094). Se cade su un corpo duro, questa virtù “si riflette nella parte contraria”, facendo rimbalzare il corpo più volte, come una biglia di marmo su una lastra (fr:3095-3097). “Tutte queste virtù hanno natura di Riflettersi” (fr:3097). L’effetto dura finché dura la causa impulsiva (fr:3098).
[15]
[15.1-85]
15 Le virtù della Terra: attrattiva, espulsiva e direttiva
Una discussione sulle forze innate della Terra, con esempi e obiezioni tratte da autori classici e sperimentazioni.
La Terra possiede una “virtutem attrahendi vel uniendi in rerum naturà” (fr:3269) [virtù di attrarre o unire nella natura delle cose], ma non una gravità intrinseca agli oggetti. “Nemo unquam demonftravit, gravitatem aliquam Rebus Terreflrribus à natura ineffe” (fr:3267) [Nessuno ha mai dimostrato che una qualche gravità sia insita per natura nelle cose terrene]. Se un uomo forte strappa un bastone dalle mani di un altro, non per questo è detto grave. Allo stesso modo, “virtus attrahendi omnia terrena, ipfam Terram non poteft facere gravem” (fr:3265) [la virtù di attrarre tutte le cose terrene, non può rendere grave la Terra stessa]. Il peso stesso del globo terrestre è stato calcolato in modi diversi da vari autori.
Questa virtù attrattiva ha dei limiti e non si estende agli altri pianeti. Di conseguenza, “conditio Antipodum facilé cognoscenda; illorum nempe sedem non magis infra nos esse quam nostram infra illos” (fr:3284) [la condizione degli Antipodi è facilmente conoscibile; cioè la loro sede non è più sotto di noi della nostra sotto di loro].
Alla virtù attrattiva si accompagna quella espulsiva: “si enim Tellus virtutem habet attrahendi quae sibi conveniunt: habebit quoque virtutem expellendi ea quae sibi nocent vel non placent” (fr:3287) [se infatti la Terra ha la virtù di attrarre ciò che le conviene: avrà anche la virtù di espellere ciò che le nuoce o non piace]. Un esperimento con un globo di zolfo mostra come esso possa attrarre e poi respingere oggetti leggeri a piacimento.
Esiste infine una “virtus Directiva Telluris” (fr:3301) [virtù Direttrice della Terra], di natura incorporea, che dirige l’intero globo e le sue parti verso i poli. “Exempli gratia: Si Terra inclinaretur à proprià suà statione, rediret statim Virtute Directivà ad illam constitutionem” (fr:3305) [Per esempio: se la Terra si inclinasse dalla sua propria stazione, ritornerebbe subito per Virtù Direttiva a quella costituzione]. Questa virtù, percepibile nell’ago magnetico, è diffusa in tutta la Terra ma “in nullo tamen, nisi in Magnete lapide, qui ferreum corpus habet, radices agit” (fr:3309) [in nessuna cosa tuttavia, eccetto nella pietra Magnete, che ha corpo ferreo, mette radici]. Esperienze mostrano che un filo di ferro battuto secondo la linea meridiana si dispone come un ago magnetico, e che le sbarre di ferro delle finestre acquisiscono col tempo questa proprietà. “Ex quibus & multis aliis experimentis constat, Tellurem ipsam esse praeditam Virtute Directiva” (fr:3326) [Da ciò e da molti altri esperimenti risulta che la Terra stessa è dotata di Virtù Direttiva].
Alcuni ritengono che questa virtù serva a mantenere la Terra immota nella nutazione da nord a sud, poiché il movimento da est a ovest sarebbe impedito dalla gravità. Tuttavia, “concedunt mobilitatem Terrae non esse impossibilem nec contra naturam” (fr:3329) [concedono che la mobilità della Terra non sia impossibile né contro natura]. Il suo movimento deriva infatti dai raggi solari e da una sua “intrinseca virtute Vertente” (fr:3335) [intrinseca virtù Rotante]. La virtù magnetica è più forte nelle parti eminenti della Terra che nelle sue viscere, come si deduce dalla declinazione dell’ago magnetico, che raramente corrisponde perfettamente alla linea meridiana.
[16]
[16.1-42]
16 De Virtute Vertente e Sonante
La forza che fa ruotare i corpi celesti e quella che genera il suono.
La “Virtus Vertens feu Vertiva” è la forza per cui un corpo ruota sul proprio asse o centro (fr:3373). È necessaria perché, senza rotazione, un corpo immobile non avrebbe bisogno di una “Virtute Dirigente” (fr:3376). Questa forza, presente in natura, si osserva nei trottole spinte dai bambini (fr:3378). Un corpo più solido e dotato di maggiore “impulsivæ virtutis” ne avrà un effetto maggiore (fr:3379). Essa non solo fa ruotare l’intera Terra, ma trascina con sé tutto ciò che le sta intorno, dall’aria alla Luna (fr:3380). I corpi più adatti a questo moto rotatorio sono quelli rotondi o globosi, come il Sole e i Pianeti (fr:3391). Senza questa forza, il Sole non trascinerebbe i Pianeti, e questi i loro satelliti, e non esisterebbe alcun moto di rivoluzione dei corpi celesti (fr:3396). La sua azione è naturale e perpetua, e non la percepiamo nonostante l’alta velocità (fr:3400).
Il testo introduce poi il tema del suono. “Sonus oritur ab attritu corporum” (fr:3409). Rumorì, fragori, strepiti, clangori, sibili, voci, ecc., sono manifestazioni della “Virtute Sonante & Resonante” (fr:3407, 3408).
[17]
[17.1-119]
17 Della natura del suono e della luce
Il suono e la luce sono virtù incorporee che si propagano sfericamente, penetrano i corpi e si riflettono secondo la natura degli oggetti che incontrano.
Un corpo che viene applicato a qualcos’altro produce un suono che si diffonde tutt’intorno fino a raggiungere le nostre orecchie. “Malleus 2 campanam , baculus ad menfam , & quicquid fit quod ad aliud aliquid applicetur , fonum aliquem edit, qui diffunditur circumquaque ad certum orbem : intra quem, quando conítituti fumus , pervenit quoque ad aures noftras” - (fr:3417) [Un martello che percuote una campana, un bastone sulla tavola, e qualsiasi cosa che venga applicata a un’altra, produce un suono, che si diffonde tutt’intorno fino a un certo spazio: all’interno del quale, quando ci troviamo, arriva anche alle nostre orecchie]. La virtù sonora varia a seconda della materia, del luogo e della temperatura dei corpi. “Sonabilitas autem feu Sonabilis virtus rerum corporearum varia eft, pro diverfitate materiz , loci & temperiei ipforum” - (fr:3418) [La sonorità o virtù sonora delle cose corporee è varia, a seconda della diversità della materia, del luogo e della temperatura delle stesse]. Il suono propriamente non si trasmette mediante l’aria, come comunemente ritengono i filosofi, ma penetra tutti i corpi. “proprie non fertur mediante aére, ut communiter ftatuunt Philofophi, verum uti virtutes incorporez penetrant (cxteris paribus) omnia, fic quoque Sonus omnia corporea penetrat” - (fr:3422) [propriamente non è portato mediante l’aria, come comunemente stabiliscono i Filosofi, ma come le virtù incorporee penetrano (a parità di altre condizioni) tutte le cose, così anche il Suono penetra tutti i corpi]. Quanto più un corpo è sottile e poroso, tanto più facilmente può essere penetrato dal suono. “Quantó autem tenuius & magis porofum corpuseft, tantó facilius & magisà fono poteft penetrari” - (fr:3426) [Quanto più un corpo è sottile e più poroso, tanto più facilmente e maggiormente dal suono può essere penetrato].
Il suono non si diffonde in un istante, come la luce, ma successivamente, sebbene in modo sferico come la luce, e si riflette anch’esso. “Sonusnon diffunditur in momento, utlux, fedfucceffivé, fphzrice tamen utlux, & refleCtitur etiam ut virtus Lucens” - (fr:3440) [Il suono non si diffonde in un momento, come la luce, ma successivamente, tuttavia in modo sferico come la luce, e si riflette anche come la virtù Lucente]. Questa riflessione è comunemente chiamata Eco, anche se impropriamente. La vera Eco è una virtù sonora ricevuta e ridata da un corpo abile a riceverla con tutte le sue qualità. “Ecbo eft Virtus fonans, in corpore ad recipiendum fonum cum omnibus fuis qualitatibus , habili, recepta , & iterum cum omnibus fuis qualitatibus reddita” - (fr:3451) [L’Eco è una Virtù sonante, ricevuta in un corpo abile a ricevere il suono con tutte le sue qualità, e di nuovo restituita con tutte le sue qualità]. La risonanza, invece, è la riflessione del suono da un corpo non abile.
Allo stesso modo, dal Sole effluisce una virtù lucente, che chiamiamo raggi solari. “Sole … effluit … quoque (& quidem fine interruptione) Virtus aliqua , quz £x feu Lvcens virtus dicitur, quam communiter RadiosSolares vocant” - (fr:3503) [Dal Sole… effluisce… anche (e senza interruzione) una certa Virtù, che è detta virtù Lucente, che comunemente chiamano Raggi Solari]. Questa virtù, quando tocca un corpo, non solo lo riscalda ma lo illumina. “Hzc Virtus , quando corpus atterit veltangit , non folum fimul calefacit… fed &illuminat” - (fr:3504) [Questa Virtù, quando percuote o tocca un corpo, non solo contemporaneamente riscalda… ma anche illumina]. La luce si riflette più volte dai corpi opachi, diventando ogni volta più debole. “Reflexio Luminis écorporeopaco… fit… fecundum obje&orum qualitatem ac pofitionem , ter quater, imó decies, vicies &c. … ita tamen ut femper fiat debilior, donec denique in nihilum abeat” - (fr:3515, 3517) [La riflessione della Luce da un corpo opaco… avviene… secondo la qualità e la posizione degli oggetti, tre, quattro, anzi dieci, venti volte ecc. … in modo tuttavia che diventi sempre più debole, finché alla fine si annienti]. Un corpo diafano è quello abile a ricevere la virtù lucente; un corpo opaco le è impervio. “Corpus diaphanum feu pellucidum aut perfpicuum, dicimus id quod eft habile ad recipiendum virtutem lucentem… orpus opacum dicimus id quod impervium virtuti Lucenti” - (fr:3512) [Corpo diafano o pellucido o perspicuo, diciamo quello che è abile a ricevere la virtù lucente… corpo opaco diciamo quello che è impervio alla virtù Lucente]. Senza occhi, come organi diafani, non si conoscerebbe la luce. “Unde fi animalia non haberent oculos , tanquam corpora diaphana & organa per quz Lux & Lumen recipi vel fentiri poffet, non cognofcerent Lucem” - (fr:3523) [Perciò se gli animali non avessero occhi, in quanto corpi diafani e organi attraverso i quali la Luce e il Lume possono essere ricevuti o percepiti, non conoscerebbero la Luce].
[18]
[18.1-22]
18 Il fenomeno della sfera luminosa e l’apparenza degli astri
La riflessione della luce nell’occhio e la densità dell’atmosfera alterano la percezione della grandezza e della visibilità dei corpi celesti.
La “Ratio” spiega che un corpo luminoso, come Venere o Mercurio, è invisibile finché la sua sfera luminosa non viene costretta e concentrata dalla distanza, diventando così visibile: “constringitur quae alias communiter erat invisibilis, et propter constrictionem, eminus fit visibilis” - (fr:3621) [viene compressa quella che altrimenti era comunemente invisibile, e a causa della compressione, da lontano diventa visibile]. Ciò avviene perché “quanto enim Lucis et Luminis in corpore, tanto fit vividior et apparentior” - (fr:3621) [infatti, quanto più luce e splendore c’è in un corpo, tanto più diventa vivido e appariscente]. Allo stesso modo, le nubi più alte, a causa di questa compressione, appaiono dello stesso colore della Luna. Anche una cometa molto lontana, per la costrizione della luce ricevuta dal Sole, può apparire come una nuova stella: “tandem propter constrictionem luminis a Sole recepti, ut stellae alicuius virtutis Orbis, fit constrictior, iam novam apparere” - (fr:3625) [infine, a causa della costrizione della luce ricevuta dal Sole, come l’orbita di una stella di qualche potenza, diventa più compressa, ormai appare nuova].
A causa della sfera d’aria che circonda la Terra, tutti gli astri ci appaiono più grandi di quanto dovrebbero realmente, specialmente quando sono bassi sull’orizzonte: “omnia Astra majora nobis appareant quam re ipsa debebant, et quidem magis quando humiliora horizontem versus sunt” - (fr:3634, 3635) [tutti gli astri ci appaiono più grandi di quanto dovrebbero in realtà, e certamente di più quando sono più bassi verso l’orizzonte]. Si è scoperto che gli astri non ci appaiono puri, ma circondati da raggi avventizi, brevi e lunghi, che fanno sembrare il loro corpo ingrandito, come si vede nelle candele accese poste lontano: “Astra, oculis nostris non repraesententur simplicia et pura, sed radiis adventitiis… ita ut corpus ipsorum multoties auctius appareat” - (fr:3637) [gli astri non ci si rappresentano semplici e puri, ma con raggi avventizi… così che il loro corpo appaia molte volte ingrandito].
La causa dei raggi più brevi è la riflessione della luce (e anche dello splendore) nelle tuniche poste sopra le pupille dei nostri occhi: “Lux (& etiam Lumen) in tunicarum… supra nostrorum oculorum pupillas sunt, reflectitur” - (fr:3638) [la Luce (e anche lo Splendore) si riflette nelle tuniche… che sono sopra le pupille dei nostri occhi]. Questa riflessione, percepita meglio da lontano, ci appare come quei raggi attorno alle candele o agli astri.
[19]
[19.1-42]
19 Effetti dell’atmosfera sulle osservazioni astronomiche
La rifrazione atmosferica altera la posizione, la grandezza e la forma degli astri.
L’aria, specialmente quando contiene umidità, è un corpo che rifrange la luce delle stelle in modo variabile a seconda della sua altezza e composizione (“aér per se corporeum aliquid… Astrorum lumina non solum recipiat, verum etiam radios eorum pro diversa sua altitudine, diversas refractiones reddat” - (fr:3799)). Dopo la pioggia, l’aria più densa si contrae e scende, rendendo le stelle più chiare e con minore rifrazione (“Post pluvias… Astrum apparent clariora & minora, minoresque habent refractiones” - (fr:3801, 3802)). Anche le variazioni di temperatura o il gelo alterano la costituzione dell’aria e l’aspetto dei corpi celesti (“variatio temperamenti vel calidi vel frigidi… differentiam aliquam aéris, consequenter etiam Aspectus siderum facit” - (fr:3803)).
In generale, a causa della rifrazione, gli astri ci appaiono più elevati sopra l’orizzonte di quanto non siano in realtà, e possono sembrare sopra l’orizzonte mentre sono ancora al di sotto (“propter aérem eiusque refractionem, Sidera nobis elevatiora ab Horizonte apparere, quam revera sunt… videri supra Horizontem elevata, cum humi delitescant infra” - (fr:3804, 3805, 3806)). Questo cambia tutte le loro coordinate osservate. I loro diametri appaiono più grandi all’orizzonte e si restringono salendo; a volte appaiono più Soli o Lune, e il Sole e la Luna vicini all’orizzonte possono assumere una forma ellittica (“Diametros eorum apparen tes in horizonte majores cerni… facere nonnunquam plures Soles ac Lunas apparere… habere ellipticam vel ovalem formam” - (fr:3809, 3810)). Tutti questi fenomeni derivano dalla diversità e profondità dell’aria (“ex diversitate aéris & eius majore vel minore profunditate… proveniunt” - (fr:3811)). Si vede quindi che gli astri sono osservati tramite raggi rifratti, non diretti, il che può introdurre errori se non si considera bene lo stato dell’atmosfera (“astra videri à nobis per radios non directos sed refractos… in astrorum observationes facile errores irrepere posse” - (fr:3811, 3812)).
È certo che, a causa della sfera d’aria, gli astri sono sempre un poco elevati dal loro vero luogo (“certum est astra propter aeris Sphaeram, semper aliquantulum elevari à vero suo loco” - (fr:3813)). Tycho Brahe costruì tavole di rifrazione, ma ritenne superfluo stimare le rifrazioni per stelle molto alte, poiché i loro raggi penetrano i vapori più direttamente (“Tycho Brahe duas construxit Refractionum tabulas… si stellae fuerint sublimiores, superfluum putavit refractiones aestimare” - (fr:3814, 3817)). Tuttavia, secondo le leggi ottiche, la rifrazione delle stelle fisse dovrebbe essere quasi della stessa quantità di quella del Sole a ogni elevazione, non solo fino a 20 o 45 gradi, perché ovunque ci sia l’atmosfera c’è rifrazione (“secundum leges Opticas refractio Fixarum debet esse eiusdem feré quantitatis cum refractione Solis… in omni elevatione, quia ubivis gentium aeris Sphaera est, consequenter refractio” - (fr:3824)). Esperienze successive lo confermarono.
Pertanto, non si può estendere la rifrazione a un certo grado di altezza e fermarla; esiste una rifrazione a ogni altitudine, che varia anche a causa dell’altezza variabile dell’aria stessa (“nulla ratione… refractionem astrorum ad certum gradum altitudinis posse exendi, sed esse refractionem aliquam in omni altitudine, quae insuper etiam ob ipsam aeris variabilem altitudinem, diversas reddit observationes” - (fr:3828, 3829)).
In secondo luogo, riguardo alla diversità di grandezza apparente: quanto più un astro è vicino all’orizzonte, tanto più a lungo lo vediamo attraverso lo spessore dell’aria e tanto maggiore è la rifrazione. Perciò gli astri appaiono più grandi vicino all’orizzonte e più piccoli al meridiano (“quanto pens horizonti Astrum fit, tanto longius… per aerem illud videamus, & tanto maiorem habeamus refractionem, ita ut prope horizontem Astra omnium maiora videantur, & quando ad meridianum perveniant, omnium minora” - (fr:3831, 3832)). Ciò non è perché siano più vicini a noi, ma perché sono osservati attraverso una maggiore profondità d’aria, che rifrange e amplifica gli oggetti (“quod per maiorem aeris profunditatem aspiciantur per quam res apparent maiores in oculis nostris quam res ipsa sunt; multum enim aeris, magis visionem refringit & amplificat objecta quam parum aeris” - (fr:3832)). L’aria, quanto più è bassa e vicina alla terra, tanto più è compressa e densa; conseguentemente, gli astri visti orizzontalmente attraverso una copia d’aria molto maggiore appaiono molto più grandi (“aer, quanto humilior… tanto compressior, quanto autem compressior, tanto copiosior est; consequenter astra quae horizontaliter per longe maiorem copiam aeris adspiciuntur, longe etiam maiora apparent” - (fr:3833)).
[20]
[20.1-39]
20 Dati e calcoli sulla distanza e dimensione della Luna
Determinazione della distanza lunare e del suo diametro apparente attraverso proporzioni geometriche.
La Luna dista dalla Terra 64,8 semidiametri terrestri. Poiché un semidiametro terrestre misura 860 miglia germaniche, la distanza lunare risulta di 040 miglia “Diftat itaque Luna à centro Terræ | Semidiameter Terræ eft 860 millia” - (fr:4350) [Dista dunque la Luna dal centro della Terra. Il semidiametro della Terra è di 860 miglia] e “Diftantia Lunæ ex 64 Semidiametris Terreftribus producta, eft 5 5040 milliarium german.” - (fr:4359) [La distanza della Luna, calcolata da 64 semidiametri terrestri, è di 040 miglia germaniche].
Il diametro apparente della Luna, osservato con strumenti, è comunemente considerato di 36 minuti d’arco, con un semidiametro di 14 minuti “Media itaque via tutiffima, ac proinde Diameter Lunæ apparens 36 min.” - (fr:4366) [La via di mezzo è dunque la più sicura, e perciò il diametro apparente della Luna è di 36 minuti] e “& Semidiam. 14 minut. cenenda.” - (fr:4367, 4368, 4369) [E il semidiametro si deve considerare di 14 minuti]. Sebbene Tolomeo calcolasse il valore reale in 14’25“, tale precisione non è necessaria per evitare calcoli complessi “Effet quidem vera Semidiameter … 14-25 ; fed cum aliàs diameter Lunæ … exacte sciri non possit, ideo … opus habemus inde calculum operosum instituere.” - (fr:4370, 4371, 4372) [Sarebbe infatti il vero semidiametro … 14-25; ma poiché d’altronde il diametro della Luna … non può essere conosciuto così esattamente, perciò … non abbiamo bisogno di istituire da ciò un calcolo laborioso].
Stabilita la distanza in 040 miglia e l’angolo di 14 minuti per il semidiametro, si ricava che il semidiametro reale della Luna è di 240 miglia germaniche “Sic partes Tangentes 4364 (anguli scil. 14 min.) fe habent ad Semidiametrum Lunæ 240 milliar. germ.” - (fr:4375, 4376, 4377, 4378) [Così le parti della Tangente 4364 (cioè dell’angolo di 14 minuti) stanno al Semidiametro della Luna di 240 miglia germaniche]. Infine, le magnitudini dei corpi celesti si ricavano dal rapporto triplicato dei loro diametri o semidiametri “quin untin triplicata ratione suarum iametrorum , ergó triplicatis diametris Terræ & Lunæ, feu … semidiametris , provenient earum magnitudines” - (fr:4382, 4383, 4384, 4385) [poiché stanno nella ragione triplicata dei loro diametri, dunque triplicati i diametri della Terra e della Luna, o … i semidiametri, risulteranno le loro magnitudini].
[21]
[21.1-110]
21 Scambio di lettere tra Stanislao Lubieniecki e Otto von Guericke sulla natura delle comete (1665)
Un dibattito epistolare tra due studiosi del XVII secolo sull’origine delle comete, il moto della Terra e l’esistenza del vuoto.
Stanislao Lubieniecki scrive a Otto von Guericke per chiedere un chiarimento sulla sua teoria dell’origine delle comete, che gli sembra nuova e meritevole di essere discussa con altri dotti. “Sententiam tuam de Cometarum origine cum Viris doctis, Filio tuo & consentiente & idem faciente, communicavi. Quæ quia nova videtur esse, varia eam judicia experiri oportuit” - (fr:4514-4515) [Ho comunicato la tua opinione sull’origine delle comete con uomini dotti, con tuo figlio che acconsentiva e faceva lo stesso. Poiché questa sembra essere nuova, è stato necessario sottoporla a vari giudizi]. Lo esorta a spiegare più chiaramente i principi su cui si fonda, in particolare quelli “de motu terræ & spatio Vacuo” - (fr:4520) [sul moto della Terra e sullo Spazio Vuoto], sostenendoli con esperimenti.
Lubieniecki annuncia la sua intenzione di pubblicare un’opera che raccolga osservazioni e giudizi di molti studiosi, inclusa la teoria di Guericke, per renderla utile e piacevole. “Constitui nempe Deo volente opus quoddam, inque eo varias Virorum Doctissimorum & Præstantissimorum — observationes, narrationes & judicia… cum orbe literato & Christiano communicare” - (fr:4522) [Ho deciso, Dio volendo, di comporre un’opera, e in essa varie osservazioni, narrazioni e giudizi di Uomini Dottissimi e Præstantissimi… da condividere con il mondo letterato e Cristiano]. Chiede anche conferma se abbia citato correttamente, a sostegno della sua tesi, le opinioni di antichi autori come Paracelso, il quale “censet tempestates, ventos, fulmina, grandines, terræque motus excitari à Dæmone” - (fr:4533) [ritiene che le tempeste, i venti, i fulmini, le grandinate e i terremoti siano suscitati da un Demone].
Nella sua risposta, Guericke rimanda a un suo prossimo lavoro sul vuoto, che servirà da risposta esaustiva. “Authoris tradiatus de Spatio Vacuo, posset esse loco responsi” - (fr:4547) [Il trattato dell’Autore sullo Spazio Vuoto, potrebbe essere al posto di una risposta]. Spiega che nel suo sistema, l’universo è uno “Spatium Infinitum, Immensum” - (fr:4558) [Spazio Infinito, Immenso] e che le comete si formano nella regione superiore dell’aria, portatavi dalle tempeste. “Insuper potest hic aër dividi in regiones, quarum mediam vel supremam Cometæ, feu cope, avulsæ tempestates sibi vendicant” - (fr:4562) [Inoltre, quest’aria può essere divisa in regioni, delle quali la media o la suprema le reclamano per sé le comete, o meglio, le tempeste strappate via]. Riguardo alle opinioni citate da Lubieniecki, come quella di Paracelso, le ritiene poco pertinenti e sostiene che questioni così complesse non possono essere trattate brevemente in una lettera.
In una successiva missiva, Lubieniecki informa Guericke che i pareri di altri dotti da lui consultati sono meno favorevoli alla sua teoria. “Horum judicia, quæ Tuæ sententiæ minus favent… accepisse me fateor” - (fr:4579, 4582) [Confesso di aver ricevuto i giudizi di costoro, che favoriscono meno la Tua opinione]. Lo sollecita quindi a difendere la sua posizione con ragioni ed esperimenti più solidi, specialmente riguardo al moto della Terra e contro obiezioni specifiche, come il fatto che “in altissimis montibus nullos ventos dari, nullas procellas sentiri” - (fr:4598) [sulle montagne altissime non ci sono venti, non si percepiscono tempeste]. Lo incoraggia a inviare tutto il materiale di supporto a suo figlio, intermediario della loro corrispondenza.
[22]
[22.1-49]
22 Lettera di Gericke sulle comete
Riflessioni inviate su richiesta, con osservazioni sulle teorie antiche e sulla libertà di giudizio scientifico.
In risposta alle lettere ricevute, l’autore (Gericke) invia le sue considerazioni sulle comete, elaborate su richiesta del destinatario, pur dichiarando di non essere uno specialista in materia: “Hæc sunt , quæ pro meà tenuitate, de Cometis nunc consignare, & ad petitum Tuum, Prænobilis Vir, transmittere volui” (fr:4671). Esprime gratitudine per la benevolenza ricevuta e riconosce l’ampia erudizione del corrispondente.
Sostiene il principio della libertà di giudizio nella ricerca scientifica, affermando che a ciascuno spetta il diritto di esporre le proprie convinzioni: “In hoc autem studiorum genere judicandi, & sua quæ vel certa, vel saltem probabilia crediderit proferendi, & quantulibet, asserendi libertas cuique integra est” (fr:4689). Riguardo alla teoria delle comete del destinatario, che le vorrebbe “tempestose”, promette di esaminarla.
La lettera si conclude con un riferimento alle teorie antiche, citando Aristotele, Epigene e altri. Viene riportata, ad esempio, l’idea che “materiam Cometis assignat ex halitibus terrae natam , motu vel Solis radiis accensam” (fr:4708). L’autore chiede infine che gli vengano restituiti alcuni estratti del proprio lavoro inviati in precedenza.
[23]
[23.1-72]
23 Lettera di Lubienietzki su tempeste, vuoto e comete
Un omuncolo nel barometro segnala tempeste lontane, mentre si discute dell’origine delle comete e si sollecita una risposta.
“Illum abs Te affabré ex ligno fa- Dv Le &um homullum, in vitro aéris vacuo vidit… homullo illo inferiora petente… maximas tempeftates ad C, vel C C, milliaria in diffitis à nobis locis fzvire” - (fr:4794-4795) [Quell’omuncolo abilmente fatto di legno da te, l’ho visto nel vaso vuoto d’aria… quell’omuncolo, andando verso il basso… segnala grandi tempeste a 100 o 200 miglia di distanza da noi]. L’esperienza mostra che le tempeste variano con la disposizione del suolo e del cielo “Vatiare tempeftatem pro varia foli & coeli dif… dispositione docet experientia” - (fr:4796). Non solo le alte vette, ma anche le località marittime sono soggette a venti forti, mentre le zone paludose hanno piogge frequenti, ma l’Egitto, pur pieno di paludi, è privo di piogge e irrigato solo dal Nilo “Illa paluftria… frequentibus rigari pluviis videmus. ZEgyptum autem… pluviarum tamen expertem” - (fr:4798-4799). Le tempeste, come tutte le cose, si alternano tristi e liete ovunque “Tempeftates zqué ut aliz res triftes & lzetz ubique terrarum alternis fuccedunt” - (fr:4801). Si può quindi essere certi che, mentre in un luogo c’è il sereno, altrove infuriano tempeste “Nec dubitandum videtur… alibi tamen ingentes dominari ventos & procellas” - (fr:4802).
L’autore si rivolge all’“Amplissimo Signore” confidando nella sua umanità e in quella del suo Nobilissimo Figlio, pur scusandosi per l’insistenza “Ignofce, Ampliffime Domine, quod tantum humanitati Tuz… fidam” - (fr:4810). Lo prega quindi di rispondere alle sue precedenti lettere, poiché il tempo stringe e l’opera che contiene il loro scambio sta per essere stampata “Nihil aliud in przfentia à Te… poftulo & peto, quam ut aliquid refponfi… des ad illas meas literas… Nam illa Tua meaque fimul intra menfem certo fubjicientur przlo” - (fr:4820-4823). Ricorda una discussione privata sullo spazio vuoto, in cui un dotto sosteneva che lo spazio fosse un corpo perché ha tre dimensioni, ma l’autore non ne è convinto “Vir qw«tioem ille Do&iffimus voluit nobis persuadere , ipfum quoque fpatium effe corpus , cum trinam dimenfionem habeat. Sed nondum id nobis perfuafi” - (fr:4830-4832).
Allega una lettera del professor Johann Müller che critica l’opinione del destinatario sul moto delle comete derivante dal moto della Terra “Facit enim in ea mentionem Tux demotu Cometz ex motu Terrz proveniente fententiz, idque ita, uteinon pauca opponat” - (fr:4839). Espone quindi la propria teoria sull’origine delle comete: non nascono da esalazioni terrestri accese dal Sole, ma da un turbine (un “orcano”) generato sottoterra che, eruttando, trascina aria e sale fino a dove l’aria è rarefatta; lì, per uno spirito turbolento innato, si muove come un proiettile e viene illuminato e poi consumato dal Sole “non eam effe mcam opinionem , quod materia Cometarum ex halitibus Terra nafcatur… sed materiam eam conftare .ex turbine quodam in locis fubterraneis generato… qui ex cavernis terrx aut montium erumpens , particulam a&ris… attrahit… furfum fertur… ibidemque ex innato fpiritu turbido… illuminetur, tandemque ab eo abumatur” - (fr:4850, 4863-4864). Si congratula infine con il destinatario per il titolo nobiliare conferitogli dall’Imperatore Leopoldo e per il miglioramento della sua salute “collatum à Serenissimo… Imperatore… nobilitatis honorem… Gratulor Tibi cumprimis confirmatam… valetudinem” - (fr:4858-4860).
La lettera è firmata da Lubienietzki e datata Amburgo-Magdeburgo, 17 marzo 1666 (stile giuliano) e 2 aprile 1666 (stile nuovo).
[24]
[24.1-36]
24 Risposta di Otto von Guericke alla lettera del Prof. Müller sulla natura delle comete
Ringrazio per la risposta benevola e discuto le nostre opinioni sulle comete, distinguendo tra quelle caudate e quelle crinite, mentre mi dedico alla pubblicazione della mia opera maggiore.
In ringraziamento per la risposta umana, espongo la mia opinione sulle comete: ricordo di aver scritto che quelle caudate si muovono per beneficio dell’aria, mentre quelle crinite o “rose” probabilmente stanno ferme, apparendo in moto solo per il movimento annuale della Terra, a meno che il Sole non attribuisca loro un altro moto per attrazione “cum experimentis ad oculum demonstrari possit, quod ignis attrahat acrem eumque absumat” - (fr:4915) [poiché si può dimostrare visibilmente con esperimenti che il fuoco attrae l’aria e la consuma]. Sottopongo questo giudizio agli studiosi “in praestantium judicio submisi” - (fr:4932). Ammetto che le occupazioni e gli amici mi hanno impedito di rispondere prima. Ora, sciolti gli impegni pasquali, adempio al mio dovere. Non mi stupisco che si insegni che le comete siano sia mobili che immobili “Cometas esse tum mobiles, tum immobiles” - (fr:4928). Quanto alle argomentazioni sul vuoto e sul cambiamento dell’aria nel tuo tubo di vetro, troveranno credito. Apprezzo il tuo studio e la benevolenza verso di me “Tuum studium & erga me benevolentiam […] non tantum boni & aequi consulo” - (fr:4945). Tutto il mio tempo è richiesto dalla pubblicazione della mia grande opera, alla quale devo dedicarmi diligentemente.
[25]
[25.1-82]
25 Determinazione della distanza e grandezza del Sole
Dati osservativi fondamentali portano al calcolo della distanza e delle dimensioni solari.
Basandosi su quattro dati fondamentali, ritenuti validi e spesso confermati, si procede al calcolo della distanza e della grandezza del Sole “Ex quibus quatuor datis, quz à nemine rejicienda erunt, … inquiremus Solis diftantiam & magnitudinem” - (fr:5247). I dati di partenza sono: il semidiametro apparente del Sole e della Luna di 15 minuti “Semidiametris … apparentibus, r4 minut” - (fr:5242); la distanza della Luna dalla Terra di 64 semidiametri terrestri “Lunz diíta|tia à centro Terrz 64 femidiametrorum Terrz” - (fr:5243); e il semidiametro apparente della Terra durante un’eclissi lunare di 46 minuti “Terrz apparentein Luna tempore alicu|s eclipfeos Lunaris, 46min” - (fr:5243).
Attraverso una serie di calcoli geometrici e trigonometrici che coinvolgono triangoli e la lunghezza del cono d’ombra terrestre, si giunge ai risultati. La parallasse solare risulta essere di 1 minuto e 18 secondi “Acpakn Solis Parallaxeos , 1– 1$” - (fr:5316). La distanza del Sole è calcolata in 2644 semidiametri terrestri “Distantia Solis, femidiametrorum Terrz” - (fr:5317), equivalenti a 274.184 miglia germaniche “qua conftituunt 2 274 184 milliaria germanica” - (fr:5293). Il semidiametro reale del Sole è pari a 11,5 semidiametri terrestri “Exorientur 11,5 (1 Semidiametri Terre pro Semidiametro Solis” - (fr:5297). Di conseguenza, il volume del Sole è 1521 volte quello della Terra “Sol eft x 521 vicibus major Terrà” - (fr:5310) “Magnitudo Solis, 1 521 Terrenorum corporum” - (fr:5318).
L’autore attribuisce le grandi discrepanze nelle stime di altri astronomi al loro attaccamento a concetti di apogeo e perigeo e alla mancata correzione per gli effetti dell’atmosfera “Quamdiu veró Aftronomi, in fis Apogzis ac Perigzis hzrent , … ejusmodi inveniunt magnas difcrepantias” - (fr:5319), citando stime che vanno da 1000 a 14000 semidiametri terrestri per la distanza e da 166 a 262144 volte per la grandezza “unus diftantiam Solis 1ooo, alter 14000 … Alter illum 262144 vicibus majorem Terr ftatuat” - (fr:5319, 5321).
8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AACF46BF0D20E7256F65167653C1727B4D38D55DD45C55C0057F10E5C72D102500C75732B6D0F312A0CA03CC58D790A91B4AC64067C0618DF636FC16E94F1033D0A4BE3E8D2C56FF7D3E1B12047AE7E8FE7DBFDDCEF0F817C131B497F4447534C0B5E19189DE93270E87E1D94563C268501D61AE916CC00A93055F35E8C85B2834BD03A69AB4A9FFC01852A9939B1376E22B08BCCB0DED568B054D424334562A033A1AE710FB89B426A5E5EF817382C09568556778860346FA1379C0D421FFE5C3ABC16658F366E53FC2E1E2AF82790EF971710699154C5792176DAFD0FF73AC3D5EB190E491DB1915D2EB252292FBC991409910A4572AF439C65EE1B3A818F8FC5EE764FC6E14ABF2253E8F1B2CA2B928E7C087002E10E900D385C608D23332DEF15615518E77751D0292CA7C5C121153CA37DB6DACC9D5353F99337A3C05EFBBB70D4DCDAB2AB6D15F0FF26649EB68500A3D5E507818B48879BA7CD0C58685C11