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Smith - Ricerca sulle cause ... - 1851 | L | m


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1 Adamo Smith: vita, opere e pensiero economico

“Per studiare e farvi conoscere la vita e gli scritti di Adamo Smith, io m’appoggerò ad una guida certa, a quella di Dugald-Stewart, che gli ha consacrato una estesa notizia, ricca d’interessanti particolarità” - (fr:24)

Il testo riassume la vita, le opere e il pensiero di Adamo Smith, economista e filosofo scozzese del XVIII secolo, noto soprattutto per la sua opera fondamentale “Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776).

1.1 Vita e formazione

Adamo Smith nacque a Kirkcaldy nel Fin da bambino mostrò una straordinaria passione per lo studio e una memoria eccezionale. All’età di 14 anni si iscrisse all’Università di Glasgow, dove fu influenzato dal filosofo Francis Hutcheson, che gli trasmise un profondo interesse per le scienze morali e politiche e per il metodo sperimentale. Successivamente, Smith si trasferì all’Università di Oxford per completare i suoi studi, ma trovò l’ambiente accademico poco stimolante e si dedicò principalmente alla letteratura e alla filosofia.

Dopo gli studi, Smith tornò in Scozia e iniziò a tenere lezioni pubbliche di retorica e belle lettere a Edimburgo. Grazie al suo talento e alla sua erudizione, fu nominato professore di logica e poi di filosofia morale all’Università di Glasgow. Durante questo periodo, strinse una profonda amicizia con il filosofo David Hume, nonostante le loro differenze caratteriali e filosofiche.

1.2 Opere principali

Smith pubblicò due opere fondamentali: 1. “Teoria dei sentimenti morali” (1759), in cui esplora i principi della morale umana basati sulla simpatia e sull’approvazione sociale. 2. “Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” (1776), considerata la pietra miliare dell’economia politica moderna.

1.2.1 Teoria dei sentimenti morali

Nella “Teoria dei sentimenti morali”, Smith sostiene che la morale umana si basa sulla simpatia, ovvero sulla capacità di mettersi nei panni degli altri e di condividere i loro sentimenti. Secondo Smith, i giudizi morali nascono dall’approvazione o disapprovazione che proviamo osservando le azioni altrui. Questo principio di simpatia è alla base della formazione della coscienza individuale e della capacità di giudicare le proprie azioni.

Smith distingue tra virtù amabili (come la benevolenza e l’umanità) e virtù rispettabili (come la giustizia e la moderazione). La simpatia, quindi, non solo ci permette di comprendere e condividere i sentimenti altrui, ma ci guida anche nel giudicare le nostre azioni e quelle degli altri.

1.2.2 Ricerche sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni

Nella sua opera più celebre, Smith analizza le cause della ricchezza delle nazioni e sostiene che il lavoro è la fonte primaria del valore e della ricchezza. Egli introduce il concetto di divisione del lavoro, che aumenta la produttività e favorisce lo sviluppo economico. Smith critica i sistemi mercantilisti e sostiene la necessità della libertà economica, affermando che il libero mercato, guidato dalla “mano invisibile”, porta al benessere generale.

Smith divide la sua opera in cinque libri: 1. Le cause che migliorano le capacità produttive del lavoro e la distribuzione del prodotto tra le diverse classi sociali. 2. La natura del capitale e il modo in cui esso si accumula. 3. Le politiche economiche adottate in Europa a favore delle città rispetto alle campagne. 4. Le diverse teorie di economia politica e i loro effetti. 5. Le entrate dello Stato e le spese pubbliche.

1.3 Pensiero economico

Smith è considerato il padre dell’economia politica moderna. Egli sostiene che il lavoro è la vera misura del valore e che la ricchezza di una nazione dipende dalla produttività del lavoro e dalla libertà economica. Smith critica i monopoli e le restrizioni commerciali, sostenendo che la concorrenza e la libertà di mercato portano a una distribuzione più equa delle risorse e a una maggiore prosperità.

Smith introduce anche il concetto di “mano invisibile”, secondo cui gli individui, perseguendo i propri interessi personali, contribuiscono involontariamente al benessere della società nel suo complesso. Questo principio è alla base della sua difesa del libero mercato e della sua opposizione all’intervento statale nell’economia.

1.4 Critiche e limiti

Nonostante i suoi contributi fondamentali, il pensiero di Smith non è esente da critiche. Ad esempio, la sua teoria della simpatia nella “Teoria dei sentimenti morali” è stata criticata per non spiegare adeguatamente l’origine dei giudizi morali. Inoltre, la sua fiducia nella libertà economica assoluta è stata messa in discussione, soprattutto in relazione alle disuguaglianze e alle crisi economiche che possono derivare da un mercato non regolamentato.

1.5 Conclusione

Adamo Smith ha lasciato un’eredità duratura nel campo dell’economia e della filosofia morale. Le sue opere continuano a essere studiate e discusse per la loro profondità e per l’influenza che hanno avuto sullo sviluppo del pensiero economico moderno. Smith ha saputo combinare una profonda analisi teorica con una chiara visione pratica, offrendo strumenti fondamentali per comprendere i meccanismi economici e sociali.


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2 La divisione del lavoro: vantaggi, limiti e origini

“Il più grande miglioramento nelle forze produttive del lavoro […] sembrano essere stati gli effetti della divisione del lavoro medesimo” - (fr:1396)

La divisione del lavoro moltiplica la produttività. Un operaio non specializzato fa pochi spilli al giorno; in una fabbrica divisa in 18 operazioni, dieci uomini ne producono 000 (“Que’ dieci individui adunque potrebbero insieme fare più di quarantottomila spilli in un giorno” - fr:1411). Tre fattori spiegano questo aumento: destrezza acquisita (“aumento di destrezza in ciascun particolare operaio” - fr:1439), risparmio di tempo (“risparmio del tempo che comunemente si perde dal passare da una specie ad un’altra di opera” - fr:1439) e invenzione di macchine (“l’invenzione d’un gran numero di macchine, che facilitano ed abbreviano il lavoro” - fr:1439).

L’agricoltura, però, non permette la stessa suddivisione: “La natura dell’agricoltura invero non ammette tante suddivisioni del lavoro” (fr:1421). Ne consegue che le nazioni ricche eccellono più nelle manifatture che nei campi (“più distinte per la loro superiorità nelle seconde che nella prima” - fr:1427). La divisione del lavoro nasce dallo scambio: “Questa disposizione medesima […] rende pure utile quella differenza” (fr:1530). Gli uomini barattano per interesse, non per benevolenza (“Non è dalla benevolenza del macellaio […] che noi attendiamo il nostro desinare, ma dalla loro considerazione al loro proprio interesse” - fr:1506-1507). Senza questa tendenza, ognuno dovrebbe produrre tutto da sé (“Tutti avrebbero avuto le medesime funzioni ad esercitare” - fr:1529).

Il mercato limita la divisione: “l’estensione di questa divisione viene sempre ad essere limitata dall’estensione […] del mercato” (fr:1540). In zone isolate, un artigiano deve saper fare di tutto (“Un carpentiere di campagna eseguisce ogni specie d’opera che si fa di legno” - fr:1550). Il trasporto via acqua amplia il mercato (“col mezzo del trasporto per acqua un più esteso mercato è aperto ad ogni specie d’industria” - fr:1555), spiegando perché le prime civiltà sorsero lungo coste e fiumi (“Le nazioni […] che abitarono lungo le coste del mare Mediterraneo” - fr:1571).


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[3.1-153-1679|1831]

3 Prezzo reale e nominale delle merci: lavoro, moneta e valore

“Il lavoro è la reale misura del valore cambiabile di tutte le mercanzie” - (fr:1691)

Il testo distingue tra prezzo reale (lavoro necessario per ottenere una merce) e prezzo nominale (quantità di moneta scambiata). Dopo la divisione del lavoro, la ricchezza di un uomo dipende dalla quantità di lavoro altrui che può acquistare (“La più grande parte di quelli medesimi egli debbe derivare dal lavoro degli altri uomini” - fr:1689). Il lavoro è la misura originaria del valore (“Il lavoro è stato il primo mezzo, l’originaria moneta” - fr:1697), ma nella pratica si usa la moneta per semplificare gli scambi (“Più naturale è adunque di stimare il suo valore cambiabile colla quantità d’alcun’ altra mercanzia” - fr:1715).

La moneta, però, varia nel tempo (es. scoperta delle miniere d’America ne ridusse il valore: “La scoperta delle abbondanti miniere d’America ridusse nel decimoscsto secolo il valore dell’oro e dell’argento in Europa a quasi un terzo” - fr:1727), mentre il lavoro rimane stabile (“Uguale quantità di lavoro in ogni tempo e luogo può dirsi esser d’uguale valore pei lavorante” - fr:1730). Per questo, nelle rendite perpetue (es. affitti dei collegi inglesi), il grano conserva meglio il valore della moneta (“Le rendile che sono state riserbate in grano, hanno conservato il loro valore molto meglio” - fr:1755).

Nelle transazioni quotidiane, invece, si usa il prezzo nominale (“il prezzo nominale […] regola quasi tutti gli affari della vita comune” - fr:1797), mentre per confronti storici si preferisce il lavoro o il grano (“Noi possiamo per le quantità del lavoro stimarlo colla più grande esattezza” - fr:1783). La scelta del metallo come misura (oro, argento, rame) dipende dalla tradizione: i Romani usavano il rame, le nazioni moderne l’argento (“In Inghilterra […] tutti i conti sono tenuti […] in argento” - fr:1820).


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[4.1-85-1834|1918]

4 Il valore dei metalli nella moneta inglese e le sue fluttuazioni

Oro e argento come misure di valore: regole, riforme e squilibri nel sistema monetario inglese

Prima della riforma della moneta d’oro, il sistema inglese privilegiava l’argento nei conti e nei pagamenti (“Questa differenza intanto sarebbe interamente dovuta al costume di tenere i conti e d’esprimere l’ammontare di tutte le grandi e le piccole somme, piuttosto in moneta d’argento che in moneta d’oro” - fr:1834). Tuttavia, l’oro – meno soggetto a usura – divenne la misura più stabile: “L’oro apparirebbe la misura del valore dell’argento, e non l’argento la misura del valore dell’oro” (fr:1839). La riforma del 1774, riportando la moneta d’oro al suo peso legale (“Gli ultimi regolamenti hanno portato la moneta d’oro al peso normale” - fr:1846), ne consolidò il ruolo: “l’oro, e non l’argento, sarebbe considerato come il metallo […] peculiarmente la norma o la misura del valore” (fr:1840).

L’argento, invece, rimase degradato: “La moneta d’argento ancora continua ad essere usata e degradata come era prima della riforma della moneta d’oro” (fr:1847). Nonostante ciò, 21 scellini d’argento usati valevano ancora una ghinea d’oro (“ventuno scellini di questa degradata moneta d’argento sono ancora considerati come valere una ghinea” - fr:1848), segno che il valore dell’argento dipendeva dall’oro. La riforma, infatti, ne alzò il valore relativo (“La riforma della moneta d’oro ha evidentemente alzato il valore della moneta d’argento” - fr:1849), ma non risolse lo squilibrio: l’argento in verghe costava più del prezzo di zecca (“il prezzo del mercato delle verghe d’argento […] non è tanto giù disceso quanto il prezzo della zecca” - fr:1865), mentre l’oro si allineò al valore ufficiale (“dopo quella riforma il prezzo del mercato è stato costantemente inferiore al prezzo della zecca” - fr:1858).

La proporzione tra i metalli era distorta: il rame era sopravvalutato, l’argento sottovalutato (“siccome il rame è stimato molto di più del suo reale valore, così l’argento è stimato qualche cosa di meno” - fr:1866). In Europa, un’oncia d’oro valeva 14 once d’argento, ma in Inghilterra ne valeva 15 (“Un’oncia di fino oro di moneta inglese si cambia per circa quindici once” - fr:1868), riflettendo una valutazione artificiale. Locke attribuiva il prezzo alto delle verghe d’argento alla possibilità di esportarle (“Questa permissione d’esportarne […] fa che la dimanda per le verghe d’argento sia più grande” - fr:1873), ma la domanda interna di moneta superava quella delle verghe (“il numero di coloro che hanno d’uopo della moneta d’argento […] è sicuramente molto più grande” - fr:1874).

Per evitare la fusione della moneta d’argento (più conveniente in verghe), si propose di limitarne il potere liberatorio (“l’argento non sarebbe una offerta legale di pagamento per più d’una ghinea” - fr:1882), proteggendo i creditori ma penalizzando i banchieri, costretti a tenere più riserve (“sarebbero obbligati a tenere […] una più grande quantità di moneta contante” - fr:1887). Un piccolo signoraggio sul conio (“Un piccolo signoreggio […] aumenterebbe ancora di più la superiorità di questi metalli in moneta” - fr:1894) avrebbe scoraggiato la fusione e l’esportazione, come avveniva in Francia (“In Francia un signoraggio di circa l’otto per cento è imposto sul monetaggio” - fr:1901).

Le fluttuazioni dei prezzi delle verghe dipendevano da domanda, usura e importazioni (“Le frequenti perdite di questi metalli […] esigono […] una continua importazione” - fr:1903), ma la stabilità del prezzo di mercato rifletteva lo stato della moneta (“questa stazionarietà […] è l’effetto di qualche cosa nello stato della moneta” - fr:1908). Una moneta conforme al titolo sarebbe stata una misura esatta del valore (“la moneta d’oro d’Inghilterra sarebbe una così esatta misura dell’attuale valore delle mercanzie” - fr:1911), ma l’usura la rendeva incerta (“la misura di valore viene ad essere assoggettata alla stessa specie d’incertezza” - fr:1913). Il prezzo reale delle merci, quindi, si regolava sulla quantità effettiva di metallo contenuta (“il prezzo delle mercanzie […] viene ad essere regolato […] su quella che […] si trova per esperienza che essa attualmente contiene” - fr:1916).


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[5.1-121-1956|2076]

5 Componenti e dinamiche del prezzo delle merci

“Il prezzo di ogni merce si scompone in rendita, salario e profitto, ma la loro proporzione varia con la complessità della produzione.”

Il prezzo di una merce si divide in tre parti fondamentali: rendita (per il proprietario della terra), salario (per i lavoratori) e profitto (per chi impiega il capitale). Queste componenti sono presenti in quasi tutte le merci, come nel grano (“una parte paga la rendita del proprietario della terra, un’altra paga il salario o il mantenimento de’ lavoratori” - fr:1960) o nel lino (“Il prezzo del lino si risolve nelle medesime tre parti” - fr:1967).

Man mano che una merce viene trasformata (es. grano → farina → pane), cresce la quota di salari e profitti rispetto alla rendita (“Come una mercanzia viene ad essere più manifatturata, così quella parte del prezzo che si risolve in salario ed in profitto viene ad essere più grande” - fr:1970). I profitti aumentano perché ogni fase richiede capitali maggiori (“Il capitale che impiega i tessitori deve essere più grande che quello che impiega i filatori” - fr:1972).

In alcuni casi, come nella raccolta di selci (“né rendita, né profitto vi fanno alcuna parte” - fr:1978) o nella pesca (“una parte paga il lavoro de’ pescatori, e l’altra i profitti del capitale” - fr:1974), una o due componenti possono mancare. Tuttavia, “l’intiero prezzo di qualunque mercanzia deve sempre finalmente risolversi in una, o in altra, o in tutte e tre quelle parti” (fr:1979).

Il prezzo naturale di una merce è quello che copre esattamente rendita, salario e profitto ai loro livelli medi (“essa si vende per ciò che può chiamarsi il suo prezzo naturale” - fr:2026). Il prezzo di mercato, invece, fluttua in base all’offerta: se la quantità è inferiore alla domanda, sale (“il prezzo del mercato alzerà più o meno sopra il prezzo naturale” - fr:2041); se è eccessiva, scende (“il prezzo del mercato scenderà più o meno al di sotto del prezzo naturale” - fr:2048). Il prezzo naturale agisce come un “centro di gravità” (“il prezzo centrale, al quale i prezzi di tutte le mercanzie continuamente gravitano” - fr:2063).

Le merci agricole (es. grano) subiscono maggiori oscillazioni di prezzo rispetto a quelle manifatturiere (es. tela), perché la loro produzione varia con le stagioni (“il prodotto medio solamente può in alcun modo corrispondere all’effettiva dimanda” - fr:2072).


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[6.1-243-2180|2422]

6 Il salario del lavoro tra combinazioni, domanda e prosperità nazionale

“La ricompensa liberale del lavoro è sintomo e causa della prosperità nazionale, mentre la miseria ne segnala il declino.”

I maestri mantengono i salari bassi attraverso combinazioni tacite (fr:2182), violare le quali è disonorevole (fr:2183). Queste pratiche sono così diffuse da passare inosservate (fr:2184), ma talvolta i lavoratori reagiscono con proteste rumorose e violente (fr:2187, 2190), spesso represse dal magistrato (fr:2194). Tuttavia, esiste un livello minimo sotto cui i salari non possono scendere a lungo: un uomo deve vivere del suo lavoro e mantenere una famiglia (fr:2196-2197). Secondo Cantillon, i lavoratori più poveri devono guadagnare almeno il doppio del loro sostentamento per allevare due figli (fr:2198), considerando l’alta mortalità infantile (fr:2199-2200).

La domanda di lavoro cresce con l’aumento della ricchezza nazionale (fr:2215-2217), rompendo le combinazioni dei maestri (fr:2208). Nei paesi in rapida crescita, come l’America settentrionale, i salari sono più alti che in Inghilterra (fr:2221-2222), nonostante il costo della vita sia inferiore (fr:2224). Qui, una famiglia numerosa è una risorsa (fr:2234-2235), e la popolazione raddoppia in 20-25 anni (fr:2231), grazie a salari che incentivano i matrimoni precoci (fr:2236). Al contrario, in paesi stagnanti come la Cina, i salari sono bassissimi (fr:2253-2254), e la povertà spinge all’infanticidio (fr:2260-2261). In declino, come il Bengala, la carestia e la mortalità riducono la popolazione (fr:2277-2278).

In Gran Bretagna, i salari superano il minimo vitale (fr:2282-2284): variano tra estate e inverno (fr:2286-2288), non seguono l’andamento dei prezzi delle provviste (fr:2296-2299), e sono più alti nelle città che nelle campagne (fr:2306-2307). Anche se il grano era più caro nel secolo precedente, i salari reali sono aumentati (fr:2331-2332), grazie al calo di prezzo di altri beni come patate e ortaggi (fr:2353-2356). Questo miglioramento, sebbene porti a un maggiore “lusso” tra i poveri (fr:2361), è un vantaggio per la società (fr:2365-2367): incentiva la crescita demografica (fr:2386-2388) e l’industria (fr:2409-2412), anche se può portare a eccessi di lavoro (fr:2416-2418). La prosperità, insomma, si misura nella condizione dei lavoratori (fr:2405-2408).


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[7.1-240-2653|2892]

7 Disuguaglianze e compensazioni nei salari e nei profitti

“Come un uomo di civile professione appare balordo in un campo o in una guarnigione, così un uomo sfaccendato appare in mezzo ad uomini d’affari” - (fr:2653)

Il testo analizza come salari e profitti variano a seconda del tipo di lavoro e di capitale impiegato. L’incompetenza in un contesto diverso dal proprio genera disprezzo, così come l’ozio tra chi lavora. I profitti tendono a un livello minimo che assorbe la rendita fondiaria, lasciando al lavoratore solo la sussistenza (“L’operaio deve sempre vivere mentre lavora; ma il proprietario della terra può non essere sempre pagato” - fr:2655). In mercati come il Bengala, i profitti sono vicini a questo limite (fr:2656).

L’interesse sul capitale varia con il profitto: in Gran Bretagna, un “buon profitto” è l’8-10%, con metà destinato all’interesse (fr:2658-2659). Ma se i profitti sono bassi, nemmeno la metà può essere offerta (fr:2662). Nei paesi in crescita, bassi profitti compensano alti salari, permettendo prezzi competitivi (fr:2663). Tuttavia, gli alti profitti incidono più dei salari sull’aumento dei prezzi: un rialzo del 5% nei profitti moltiplica i costi in modo geometrico, mentre un aumento salariale li incrementa solo aritmeticamente (fr:2665-2668). I mercanti si lamentano degli alti salari, ma tacciono sui propri guadagni (fr:2674-2677).

In una stessa area, i vantaggi e gli svantaggi dei diversi impieghi tendono a equilibrarsi (fr:2680). Se un mestiere fosse più vantaggioso, attirerebbe più persone fino a normalizzare i guadagni (fr:2681). Tuttavia, in Europa, salari e profitti variano per due motivi: caratteristiche intrinseche degli impieghi (che compensano piccoli guadagni con vantaggi non monetari) e politiche restrittive (fr:2685).

Cinque fattori influenzano i salari: 1. Piacevolezza/disonore: Un garzone sarto guadagna meno di un tessitore perché il suo lavoro è più facile; un carbonaio guadagna di più per la sporcizia e il pericolo (fr:2692-2694). L’onore riduce i guadagni pecuniari (fr:2695-2696), mentre il disonore li aumenta: un macellaio o un boia guadagnano più di mestieri comuni (fr:2698-2699). 2. Difficoltà di apprendimento: Un apprendista paga con tempo e denaro la formazione, mentre un lavoratore agricolo impara sul campo (fr:2727). I mestieri che richiedono abilità (medici, avvocati) sono meglio retribuiti (fr:2735). 3. Costanza dell’impiego: Un fabbricante di mattoni guadagna di più di un operaio manifatturiero perché il suo lavoro è stagionale (fr:2742-2746). A Londra, i sarti guadagnano di più per l’incostanza dell’impiego (fr:2756-2757). 4. Fiducia richiesta: Orefici e gioiellieri guadagnano di più per la responsabilità sui materiali preziosi (fr:2772). Medici e avvocati devono avere una posizione sociale adeguata alla fiducia riposta in loro (fr:2775). 5. Probabilità di successo: Nelle professioni liberali (legge, medicina), pochi riescono, e i loro guadagni devono compensare anche i fallimenti altrui (fr:2786-2787). L’ottimismo umano porta a sopravvalutare le probabilità di successo (fr:2810-2811), come nei lotti (fr:2814).

I profitti del capitale sono meno influenzati da questi fattori: variano solo per piacevolezza e rischio (fr:2872). In una stessa società, i profitti tendono a livellarsi più dei salari (fr:2874-2875). Apparenti profitti elevati (come quelli degli speziali) spesso nascondono salari per competenze e fiducia (fr:2880-2885). In piccoli centri, un droghiere guadagna di più di un grossista perché il suo lavoro richiede conoscenze ampie ma il mercato è limitato (fr:2886-2891).

Infine, il rischio non sempre aumenta i profitti in proporzione: nei commerci più rischiosi (come il contrabbando), le bancarotte sono frequenti perché la concorrenza riduce i guadagni (fr:2868-2871).


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[8.1-198-2985|3182]

8 Le disuguaglianze nei mestieri tra città e campagna: corporazioni, salari e libertà economica

“La politica d’Europa cagiona ineguaglianze nei vantaggi dei differenti impieghi del lavoro e del capitale, restringendo la concorrenza o forzandola oltre il naturale.”

Il testo analizza le disparità economiche tra città e campagna in Europa, evidenziando come le corporazioni e le leggi limitino la libertà di lavoro. In Scozia, una filatrice guadagna venti danari a settimana (fr:2985), mentre nei paesi poveri è comune svolgere più mestieri per sopravvivere (fr:2986). Londra, nonostante le alte pigioni (fr:2988-2990), offre affitti più bassi per appartamenti ammobiliati rispetto a Parigi o Edimburgo, grazie a usanze che obbligano ad affittare intere case (fr:2990-2992). Gli artigiani londinesi, costretti a prendere in locazione edifici interi, subaffittano i piani intermedi per coprire i costi (fr:2993-2994), mentre a Parigi e Edimburgo chi affitta stanze ammobiliate dipende interamente da quel reddito (fr:2995).

Le corporazioni, con i loro privilegi esclusivi, restringono la concorrenza: per esercitare un mestiere, servono anni di apprendistato (fr:3004-3005), spesso regolati da leggi locali (fr:3008-3010). In Inghilterra, lo Statuto dell’Apprendimento impone sette anni di tirocinio (fr:3021-3022), mentre in Francia e Scozia i termini variano (fr:3030-3031, 3034). Queste norme, nate per garantire qualità, finiscono per proteggere i maestri a scapito dei giovani, che escono dagli apprendistati “pigrissimi e tristissimi” (fr:3061). Smith critica l’inefficacia del sistema: “L’istituzione de’ lunghi apprendimenti non ha vaglia a formare i giovani alla industria” (fr:3052), e propone un’alternativa basata sul lavoro a cottimo, più motivante per l’apprendista (fr:3071-3072).

Le corporazioni, inoltre, creano monopoli locali: a Sheffield un coltellinaio può avere un solo apprendista (fr:3008), a Norwich un tessitore solo due (fr:3009). Questi vincoli artificiali innalzano i prezzi e riducono la qualità, come dimostra la necessità di far arrivare manufatti dai borghi esterni alle città (fr:3173). Smith denuncia l’ipocrisia del sistema: “La reale disciplina che viene esercitata sopra un operaio non è quella della corporazione, ma quella dei suoi avventori” (fr:3169), eppure le leggi favoriscono le associazioni di mestiere, rendendo inevitabili le “cospirazioni contro il pubblico” (fr:3157).

L’agricoltura, pur richiedendo competenze complesse (fr:3118-3121), non ha mai avuto corporazioni: “Nessun apprendimento è stato mai giudicato necessario per l’agricoltura” (fr:3117). Questo ha permesso ai lavoratori rurali di mantenere salari più alti in paesi come Cina e India (fr:3134), mentre in Europa le leggi cittadine li penalizzano. Smith osserva che il capitale, accumulatosi nelle città, finisce per tornare nelle campagne, migliorandole (fr:3152-3153), ma il processo è lento e incerto (fr:3155).

La conclusione è netta: “La proprietà che ogni uomo ha sul suo proprio lavoro è la più sacra e inviolabile” (fr:3041), e le restrizioni imposte dalle corporazioni violano questa libertà, danneggiando sia i lavoratori che i consumatori.


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[9.1-191-3396|3586]

9 Concorrenza, rendita e colture: equilibri tra grano, pascolo e prodotti specializzati

“La libera concorrenza distrugge i monopoli e regola rendite e profitti secondo l’interesse collettivo.”

Le terre più remote, se coltivate, rompono i monopoli locali (fr:3396-3397) e aprono nuovi mercati (fr:3399). La concorrenza, infatti, spinge verso una buona amministrazione (fr:3400) e scoraggia pratiche protezionistiche, come quelle dei contadini londinesi che nel XVIII secolo si opposero all’estensione delle strade verso le campagne più lontane (fr:3401-3402).

La rendita delle terre è determinata dal loro uso principale: grano o pascolo. Il grano, raccolto annualmente, e la carne, che richiede anni, si bilanciano nel prezzo (fr:3404-3405). Se il pascolo rendesse troppo, le terre verrebbero convertite; se troppo poco, tornerebbero a grano (fr:3406). Questo equilibrio vale per la maggior parte delle terre coltivate (fr:3407), ma in aree particolari – come vicino alle città – la domanda di latte e foraggio alza la rendita dei pascoli oltre la norma (fr:3409-3410).

L’introduzione di colture intensive (rape, cavoli) ha ridotto il divario tra prezzo del pane e della carne (fr:3428), come dimostrano i dati storici: nel XVII secolo, la carne costava molto più del grano rispetto al 1764 (fr:3443). Tuttavia, prodotti come luppolo o frutta, pur richiedendo maggiori investimenti, offrono rendite e profitti superiori (fr:3448), compensando i rischi (fr:3454).

Le colture specializzate – come vigneti o orti – seguono dinamiche diverse. Un vigneto pregiato, per esempio, può fruttare rendite altissime grazie alla scarsità e alla moda (fr:3495-3498), ma solo se la domanda supera l’offerta (fr:3486). Allo stesso modo, le colonie dello zucchero (fr:3502) o il tabacco della Virginia (fr:3515) beneficiano di monopoli artificiali, ma con limiti: il tabacco, tassato in Europa, è meno redditizio dello zucchero (fr:3518).

Il riso e le patate, più produttivi del grano (fr:3537, 3546), potrebbero rivoluzionare l’agricoltura: una risaia nutre più persone di un campo a grano (fr:3540), e le patate, se diffuse, aumenterebbero popolazione e rendite (fr:3552-3554). Tuttavia, la loro deperibilità ne limita la coltivazione (fr:3566).

In sintesi, la rendita dipende dall’uso della terra: il grano regola quella delle colture comuni (fr:3529), mentre prodotti specializzati – se rari – generano extraprofitti. Ma ogni equilibrio è fragile: monopoli, tasse e mode possono alterarlo.


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[10.1-395-3694|4088]

9.1 Rendita e valore delle miniere: stagno, argento e oro

Differenze di rendita tra miniere di metalli preziosi e comuni, e il ruolo delle tasse

Le miniere di stagno in Cornovaglia e di piombo in Scozia offrono una rendita media pari a un sesto del prodotto lordo (“Una sesta parte del prodotto lordo può essere calcolata la rèndita media delle miniere di stagno di Cornwell” - fr:3694). In Perù, invece, le miniere d’argento più ricche non garantiscono una rendita fissa: il proprietario spesso si limita a richiedere la macinazione del metallo al suo mulino (“il proprietario sovente non esige altro obbligo dall’imprenditore della miniera se non quello di macinare il metallo al suo mulino” - fr:3697). La tassa reale spagnola, inizialmente fissata a un quinto dell’argento (“la tassa dovuta al re di Spagna ammontava al quinto dell’argento” - fr:3698), ha scoraggiato lo sfruttamento di miniere meno produttive, poiché molte non riuscivano a coprire il costo della tassa stessa (“molte miniere sarebbero state cavate, che allora non potevano esserlo perché non potevano dare da pagare quella tassa” - fr:3700).

La tassa sullo stagno in Cornovaglia, pur essendo nominalmente più bassa (un ventesimo del valore), è più efficace di quella spagnola sull’argento, perché il contrabbando è più difficile per un metallo voluminoso come lo stagno (“questa tassa sopra l’argento anco dà più tentazione a fare il contrabbando che la tassa d’un ventesimo sopra lo stagno” - fr:3704). Di conseguenza, la rendita delle miniere di stagno risulta più stabile e proporzionalmente più alta rispetto a quella delle miniere d’argento (“la rendita fa una più grande parte del prezzo dello stagno alle più fertili miniere del medesimo, di quella che faccia del prezzo dell’argento” - fr:3706). Anche i profitti degli imprenditori delle miniere d’argento peruviane sono modesti, tanto che avviare una nuova miniera è considerato un azzardo simile a una lotteria (“quando alcuno imprende di cavare una nuova miniera al Perù, è universalmente riguardato come un uomo destinato a fare bancarotta” - fr:3709).

Le miniere d’oro, infine, sono ancora meno redditizie: la tassa reale, ridotta a un centesimo del metallo (“sull’oro la tassa del re ammonta solamente ad una centesima parte del metallo” - fr:3718), non è sufficiente a garantire una rendita significativa. Il contrabbando dell’oro è facilitato dalla sua elevata concentrazione di valore in piccoli volumi e dalla semplicità con cui può essere separato da altri materiali (“il contrabbando dell’oro si può fare anco con più facilità che quello dell’argento” - fr:3723). Anche qui, i profitti degli imprenditori sono minimi, e la scoperta di nuove miniere è vista con scetticismo (“se è raro trovare una persona che ha fatto la sua fortuna con una miniera d’argento, è anco molto più raro trovarne una che l’ha fatto con una miniera d’oro” - fr:3721).


9.2 Regolamenti minerari: diritti di proprietà e interessi pubblici

Concessioni minerarie tra incentivi statali e sacrificio della proprietà privata

Sia in Perù che in Cornovaglia, le leggi incoraggiano la scoperta di nuove miniere. In Perù, chi individua una vena ha diritto a una porzione di terreno da sfruttare senza pagare rendite al proprietario terriero (“chiunque scuopra una nuova miniera, ha dritto a misurare duecentoquarantasei piedi in lunghezza […] e può cavarla senza pagare alcuna retribuzione al proprietario” - fr:3712-3713). Un sistema analogo esiste in Cornovaglia, dove chi trova una miniera di stagno in terre incolte può delimitarne i confini e diventarne proprietario, pagando solo una piccola compensazione al proprietario del suolo (“chiunque in terre incolte e non chiuse scuopra una miniera di stagno, può segnarne i limiti […] e può cavarla senza il consenso del proprietario della terra” - fr:3715-3716). Questi regolamenti sacrificano i diritti di proprietà privata in nome dell’interesse pubblico, ovvero l’aumento delle entrate statali (“in ambi i regolamenti i sacri diritti della proprietà privata sono sacrificati a supposti interessi della pubblica entrata” - fr:3717).


9.3 Valore dei metalli preziosi: utilità, bellezza e scarsità

Fattori che determinano il prezzo dell’oro e dell’argento

Il valore dei metalli preziosi dipende da tre fattori principali: utilità, bellezza e scarsità. L’oro e l’argento sono utili perché resistenti alla corrosione (“come essi sono poco assoggettati ad irrugginire e corrompersi, così possono facilmente tenersi puliti” - fr:3737) e sono preferiti per utensili domestici (“una caldaia d’argento è più pulita che una di piombo, di rame o di stagno” - fr:3738). Tuttavia, il loro principale pregio risiede nella bellezza, che li rende ideali per ornamenti e decorazioni (“il loro principale merito intanto proviene dalla loro bellezza che li rende peculiarmente adatti agli ornamenti” - fr:3739). La scarsità amplifica ulteriormente il loro valore, poiché gli oggetti rari sono simboli di status sociale (“il merito della loro bellezza è grandemente incarito dalla loro scarsezza” - fr:3741). Questo spiega perché, anche in società ricche, i metalli preziosi mantengono un valore elevato: la domanda non è solo pratica, ma anche simbolica (“presso la maggiore parte degli uomini ricchi, il principale godimento delle ricchezze consiste nella pompa delle ricchezze” - fr:3744).

Il prezzo minimo dei metalli preziosi è determinato dai costi di produzione (capitale, manodopera, trasporti), mentre il prezzo massimo dipende esclusivamente dalla loro abbondanza o scarsità (“il loro più alto prezzo intanto sembra non essere necessariamente determinato da alcuna cosa se non che dalla scarsezza o abbondanza de’ medesimi metalli” - fr:3732). Ad esempio, in caso di estrema scarsità, anche un piccolo frammento d’oro potrebbe valere più di un diamante (“se la scarsezza dell’oro s’accresca ad un certo grado, il più piccolo pezzo d’esso può divenire più prezioso che un diamante” - fr:3734).


9.4 Confronto tra metalli preziosi e pietre preziose

Rendita e valore delle pietre preziose: un caso estremo di scarsità

Le pietre preziose, come i diamanti, devono il loro valore esclusivamente alla bellezza e alla scarsità. A differenza dei metalli preziosi, non hanno alcuna utilità pratica (“la dimanda delle pietre preziose proviene intieramente dalla loro bellezza” - fr:3750). La loro estrazione è spesso poco redditizia: la rendita è minima o assente, e solo le miniere più fertili garantiscono profitti significativi (“la rendita vi ha una piccolissima porzione, spesso nessuna” - fr:3752). Un esempio emblematico è quello delle miniere di diamanti in India, dove il sovrano ordinava di chiudere tutte le miniere tranne quelle che producevano pietre di eccezionale grandezza e qualità (“il sovrano del paese […] aveva ordinato che tutte si chiudessero eccetto quelle, che offrivano grossissime e finissime pietre” - fr:3753). Questo dimostra che, per le pietre preziose, la rendita dipende dalla fertilità relativa della miniera, ovvero dalla sua superiorità rispetto ad altre miniere dello stesso tipo (“la rendita che una miniera degli uni o dell’altre può apportare al suo proprietario, è in proporzione non della sua assoluta fertilità, ma di ciò che si chiama sua fertilità relativa” - fr:3755).


9.5 Effetti dell’abbondanza di metalli preziosi sulla ricchezza

L’abbondanza di metalli preziosi non aumenta la ricchezza reale

Un aumento eccessivo della produzione di metalli preziosi o pietre preziose non incrementa la ricchezza di una società, perché il loro valore dipende dalla scarsità. Se diventassero abbondanti, il loro prezzo crollerebbe, riducendo il potere d’acquisto di chi li possiede (“abbondantissime miniere sia di metalli preziosi sia di pietre preziose potrebbero pochissimo aggiungere alla ricchezza del mondo” - fr:3760). Ad esempio, se si scoprissero miniere d’argento superiori a quelle del Potosí, il valore dell’argento potrebbe diminuire al punto da rendere non redditizio lo sfruttamento delle miniere esistenti (“se si scoprissero nuove miniere tanto superiori a quelle del Potosí, quanto queste sono superiori a quelle d’Europa, il valore dell’argento allora potrebbe essere così degradato da rendere non proficuo anco lo scavo delle miniere del Potosí” - fr:3756).

Al contrario, i beni prodotti dalla terra (come il grano) aumentano di valore con la fertilità assoluta del suolo, non con quella relativa. Una terra fertile può sostenere una popolazione più numerosa, creando domanda per i prodotti di terre meno fertili (“il valore si del loro prodotto che della loro rendita è in proporzione della loro assoluta e non della loro relativa fertilità” - fr:3764). Questo spiega perché l’abbondanza di cibo è il vero motore della ricchezza: non solo soddisfa i bisogni primari, ma stimola la domanda di beni secondari, inclusi i metalli preziosi (“l’abbondanza di nutrimento […] è la grande cagione della dimanda de’ metalli preziosi e delle pietre preziose” - fr:3771).


9.6 Il grano come misura del valore

Perché il grano è una misura più stabile del valore rispetto ai metalli preziosi

Il grano è una misura più affidabile del valore rispetto ai metalli preziosi perché: 1. È un prodotto dell’industria umana, mentre i metalli preziosi possono essere influenzati da fattori esterni come la scoperta di nuove miniere (“il grano è la produzione dell’umana industria” - fr:3932). 2. La sua produzione richiede una quantità di lavoro relativamente stabile, a differenza di altri prodotti grezzi come il bestiame, il cui valore varia notevolmente a seconda del livello di sviluppo di una società (“uguali quantità di grano […] sarà più ad un di presso il rappresentante o l’equivalente di uguali quantità di lavoro” - fr:3935). 3. Costituisce la base dell’alimentazione in tutte le società, quindi il suo prezzo influenza direttamente il costo del lavoro (“il prezzo del lavoro in denaro adunque dipende molto più dal prezzo medio in denaro del grano” - fr:3943).

Nei paesi poco sviluppati, prodotti come il bestiame o la selvaggina possono sembrare a buon mercato, ma questo riflette la loro bassa utilità marginale, non un alto valore dell’argento. Ad esempio, in Sud America, un bue può costare solo 21 dáneros (circa 16 scellini), ma questo prezzo basso indica che il lavoro necessario per produrlo è minimo, non che l’argento valga di più (“il basso prezzo in moneta […] non è prova che il reale valore dell’argento v’è altissimo, ma che il reale valore di quelle mercanzie è bassissimo” - fr:3927).


9.7 Variazioni del valore dell’argento nel tempo

Tre periodi storici nel rapporto tra argento e grano

  1. Primo periodo (XIV secolo - metà XVI secolo): valore stabile o in aumento
    • Fino al 1570 circa, il prezzo del grano in argento rimase relativamente stabile o diminuì leggermente, suggerendo che il valore dell’argento fosse in aumento. Ad esempio, nel 1350 il prezzo medio del grano era di circa 4 once d’argento per quarter, mentre nel 1570 era sceso a 2 once (“dal principio del decimoterzo secolo sino dopo la metà del decimosexto, il prezzo medio d’ogni dodici anni va gradatamente di più in più ribassando” - fr:3909).
    • Questo aumento del valore dell’argento potrebbe essere dovuto a:
      • Crescita della domanda (miglioramento economico e aumento della circolazione monetaria).
      • Diminuzione dell’offerta (esaurimento delle miniere europee).
  2. Secondo periodo (1570 - 1640): crollo del valore dell’argento
    • Dopo la scoperta delle miniere americane, l’argento divenne molto più abbondante, causando un crollo del suo valore. Il prezzo del grano in argento triplicò o quadruplicò: da 2 once per quarter salì a 6-8 once (“l’argento abbassò nel suo valore reale […] venne ad essere venduto per sei ed otto once d’argento il quarter” - fr:3996).
    • Questo periodo coincide con l’afflusso massiccio di argento dalle colonie spagnole, che saturò il mercato europeo.
  3. Terzo periodo (1640 - XVIII secolo): stabilizzazione e leggero aumento
    • Dopo il 1640, il valore dell’argento si stabilizzò e iniziò a crescere leggermente. Il prezzo del grano in argento diminuì rispetto al periodo precedente, ma rimase più alto che nel primo periodo (“il valore dell’argento perciò sembra essersi d’un po’ innalzato in proporzione a quello del grano durante il corso del presente secolo” - fr:4048).
    • Fattori che influenzarono questo andamento:
      • Guerre civili (come quella inglese) che aumentarono temporaneamente il prezzo del grano.
      • Premi all’esportazione (come quello inglese del 1688) che mantennero artificialmente alti i prezzi interni.
      • Degradazione della moneta (tosatura e logorio delle monete d’argento), che aumentò nominalmente i prezzi.

9.8 Conclusione: il valore dell’argento dipende da domanda e offerta

Il valore dell’argento non è determinato unicamente dalla sua quantità, ma dall’equilibrio tra domanda (crescita economica, aumento della circolazione monetaria) e offerta (scoperta di nuove miniere). Nei paesi ricchi, l’argento tende a valere di più perché la domanda di beni di lusso è maggiore (“l’oro e l’argento […] sono naturalmente di grandissimo valore tra le nazioni ricchissime” - fr:3970). Tuttavia, eventi straordinari come la scoperta delle miniere americane possono alterare drasticamente questo equilibrio, causando fluttuazioni di lungo periodo. Il grano, invece, rimane una misura più stabile del valore perché la sua produzione è legata a fattori meno volatili, come il lavoro umano e la fertilità del suolo.


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10 Prezzi e commercio dei metalli preziosi tra Europa e Indie

Differenze di valore tra lavoro, beni e metalli in Europa e Asia. L’argento come merce chiave nel commercio globale.

Il prezzo dei beni di lusso (come i diamanti) e dei beni primari (come i viveri) varia tra paesi in base alla domanda e alla disponibilità. “Il prezzo in moneta de’ diamanti, la più grande di tutte le superfluità, doveva essere un po’ più basso, e quello de’ viveri, il primo di tutti i bisogni, d’assai più basso nell’un paese che nell’altro” - (fr:4195). In Cina e India, ad esempio, il salario reale è più basso che in Europa: “Il salario del lavorante v’acquisterà una più piccola quantità di viveri; e siccome il prezzo in moneta de’ viveri è molto più basso nell’Indie che nell’Europa, così il prezzo in moneta del lavoro v’è più basso per un doppio motivo” - (fr:4197).

Nei paesi con industrie avanzate, i prezzi delle manifatture riflettono quelli del lavoro. “Ma ne’ paesi d’uguale arte ed industria, il prezzo in moneta della più gran parte delle manifatture sarà in proporzione al prezzo in moneta del lavoro” - (fr:4198). Cina e India, pur avendo industrie meno sviluppate, producono manifatture a costi inferiori grazie ai bassi salari e ai trasporti efficienti: “Nella Cina e nell’Indostan l’estensione e la varietà delle navigazioni risparmiano la più gran parte di questo lavoro, e conseguentemente di questo denaro” - (fr:4202). Questo rende i metalli preziosi, soprattutto l’argento, merci vantaggiose da esportare in Asia: “Per tutti questi motivi i metalli preziosi sono una mercanzia che sempre è stato ed ancora continua ad essere sommamente vantaggiosa il portare da Europa all’Indie” - (fr:4203).

L’argento è preferito all’oro per il suo miglior rapporto di scambio in Asia: “Nella Cina e nella più gran parte degli altri mercati delle Indie la proporzione tra l’argento fino e l’oro fino è come dieci o al più come dodici ad uno; mentre in Europa è come quattordici o quindici ad uno” - (fr:4205). Questo ha reso l’argento la merce principale nei traffici tra Europa e Asia: “L’argento del nuovo continente in questa maniera sembra d’essere una delle principali mercanzie, per cui si fa il commercio tra le due estremità dell’antico” - (fr:4209).

L’importazione annuale di metalli preziosi in Europa (circa 6 milioni di sterline) deve coprire sia la domanda crescente che il consumo e lo spreco: “Affine di provvedere un mercato cotanto esteso, la quantità dell’argento annualmente portata dalle miniere deve non solo essere sufficiente a sostenere quel continuo accrescimento di moneta e di vasellame che si richiede in tutti i paesi che prosperano, ma anco a riparare quel continuo sciupio e consumo d’argento” - (fr:4210). Il consumo è elevato: solo a Birmingham, l’oro e l’argento usati per dorature e argentature ammontano a oltre 000 sterline l’anno, senza contare le perdite nei trasporti e i tesori nascosti in Asia: “Nella più gran parte de’ governi d’Asia inoltre, il quasi universale costume di nascondere nelle viscere della terra de’ tesori […] deve cagionare la perdita anco d’una più grande quantità” - (fr:4217).

Nonostante l’abbondanza delle miniere americane, il valore dell’argento potrebbe aumentare a causa della crescente domanda e dei costi di estrazione: “Le miniere d’argento dell’America spagnuola […] diventano gradatamente più dispendiose a scavarsi, a motivo della più grande profondità, a cui è necessario eseguire i lavori” - (fr:4320). La tassa spagnola sull’argento (10%) è più alta di quella sull’oro (5%), il che potrebbe rendere l’oro relativamente più conveniente: “La tassa del re di Spagna sull’ oro è solamente un ventesimo di questo metallo giusta il titolo, o il cinque per cento; mentre la sua tassa sull’argento ammonta ad un decimo di questo metallo, o al dieci per cento” - (fr:4311).

In sintesi, il commercio globale dei metalli preziosi è guidato dalle differenze di valore tra Europa e Asia, dalla domanda crescente e dai costi di produzione. L’argento, pur essendo più abbondante, rimane centrale nei traffici, mentre l’oro potrebbe diventare più conveniente in futuro.


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11 Effetti del progresso sul valore dei prodotti grezzi e delle manifatture

“Il miglioramento sociale altera i prezzi: carne sale, lana e pelli scendono. Le leggi protezioniste distorcono i mercati, mentre l’innovazione riduce i costi delle manifatture.”

Il testo analizza come lo sviluppo economico e demografico influenzi i prezzi dei prodotti grezzi e delle manifatture. Inizialmente, nelle colonie spagnole dell’isola di Hispaniola, il bestiame aveva scarso valore finché l’espansione francese non ne aumentò la domanda (fr:4534). Con il progresso, il prezzo della carne cresce più di quello della lana e delle pelli, poiché il mercato locale per la carne si espande con la popolazione, mentre lana e pelli, commerciate globalmente, risentono meno dei miglioramenti locali (fr:4535-4537). “Il mercato per il carcame […] deve necessariamente estendersi in proporzione al miglioramento ed alla popolazione di quel paese” (fr:4536), mentre “il mercato per la lana e per le pelli […] assai di rado può essere allargato nella medesima proporzione” (fr:4537).

Le politiche protezioniste, come il divieto di esportare lana dall’Inghilterra o l’obbligo per l’Irlanda di venderla solo alla Gran Bretagna, hanno depresso artificialmente i prezzi di lana e pelli, confinando il mercato interno e favorendo la concorrenza straniera (fr:4555-4557). “La perpetua proibizione d’esportare la lana […] sarebbe stata […] il più distruttivo regolamento” (fr:4615), riducendo il valore delle terre e ostacolando lo sviluppo agricolo. In Scozia, l’unione con l’Inghilterra ha escluso la lana dal mercato europeo, abbassandone il prezzo, ma l’aumento della carne ha compensato parzialmente le perdite (fr:4617-4618).

Per le pelli, il prezzo è sceso per l’abolizione di dazi e l’importazione dall’Irlanda, ma la loro natura deperibile e la minore facilità di trasporto rispetto alla lana ne limitano il commercio internazionale (fr:4586-4593). “Una pelle salata è riputata inferiore ad una fresca, e si vende ad un prezzo più basso” (fr:4592), penalizzando i paesi esportatori.

Il testo sottolinea anche come l’innovazione industriale riduca i costi delle manifatture. Miglioramenti tecnici, divisione del lavoro e macchinari più efficienti compensano l’aumento del prezzo delle materie prime (fr:4722-4724). Ad esempio, il prezzo degli orologi e della chincaglieria è crollato dal XVII secolo, mentre i tessuti di lana, meno soggetti a innovazioni, hanno mantenuto prezzi più alti (fr:4730-4740). “Nella manifattura de’ drappi la divisione del lavoro è ora quasi quella stessa che era cento anni fa” (fr:4738), spiegando la minore riduzione dei costi.

Infine, il valore dell’argento e dei metalli preziosi dipende dalla fertilità delle miniere e dalla domanda globale, non dalla ricchezza locale. Paesi come la Cina, ricchi ma con miniere scarse, hanno argento più costoso, mentre Spagna e Portogallo, pur possedendo miniere, rimangono poveri per politiche economiche inefficaci (fr:4662-4675). “L’alto valore de’ metalli preziosi può non essere prova della povertà e della barbarie d’un particolare paese” (fr:4659), ma riflette solo la disponibilità delle risorse.


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12 Fondi, capitali e circolazione della ricchezza

“L’accumulazione di fondi precede la divisione del lavoro, che a sua volta cresce solo se il capitale si espande”

La divisione del lavoro aumenta la produttività, ma richiede capitali preventivi: più materiali, macchine e scorte per impiegare lo stesso numero di operai (“La quantità di materiali che il medesimo numero d’uomini può mettere in opera s’accresce in una gran proporzione come il lavoro viene sempre vieppiù ad esser suddiviso” - fr:4898). Chi investe capitali cerca di massimizzare la produzione, distribuendo il lavoro e adottando macchine (“ella s’ ingegna dunque ed a fare tra i suoi operai la più acconcia distribuzione d’impiego di lavoro ed a fornire loro le migliori macchine” - fr:4904). Il capitale si divide in fisso (macchine, terre migliorate, abilità umane) e circolante (denaro, materie prime, prodotti finiti), con proporzioni variabili a seconda del settore (“Differenti occupazioni esigono molto differenti proporzioni tra i capitali fissi, ed i circolanti” - fr:4932).

Il fondo di una società si articola in tre parti: 1. Consumo immediato (cibo, vestiti, case d’abitazione), che non genera rendita (“non apportare alcuna rendita, o alcun profitto” - fr:4958). 2. Capitale fisso, che produce profitto senza circolare (macchine, edifici produttivi, miglioramenti fondiari, competenze umane) (“apporta una rendita o un profitto senza circolare o cambiare di padroni” - fr:4975). 3. Capitale circolante, che genera rendita solo attraverso lo scambio (denaro, provviste, materiali, opere finite) (“apporta una rendita solamente col circolare, e col cambiare di padroni” - fr:4988).

Il denaro, pur essendo essenziale per la circolazione, non è ricchezza: “La rendita della società consiste intieramente in quelle mercanzie, e non nella ruota che le fa circolare” (fr:5091). La vera ricchezza di un paese è il prodotto netto (ciò che resta dopo aver mantenuto i capitali), non il valore lordo (“La loro reale ricchezza è anco in proporzione non della loro rendita lorda, ma della loro rendita netta” - fr:5052). Risparmiare sui costi di mantenimento dei capitali (es. sostituendo l’oro con la carta moneta) aumenta la rendita netta, liberando risorse per la produzione (“ogni risparmio nella spesa del mantenimento del capitale fisso […] è un miglioramento della rendita netta” - fr:5121).


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L’impatto della carta moneta sull’economia e la circolazione

“La carta non può andar fuori; l’oro e l’argento adunque saranno fuori inviati”

Un sistema bancario che emette carta moneta può ridurre la quantità di oro e argento necessaria per la circolazione interna, liberando risorse per investimenti produttivi. Tuttavia, un eccesso di carta moneta porta a un riflusso di metalli preziosi verso l’estero, con conseguenze negative per le banche e l’economia.


12.1 Effetti della carta moneta

Le banche scozzesi, emettendo biglietti e offrendo crediti flessibili (“conti di cassa”), hanno stimolato il commercio e l’industria. Tuttavia, l’eccessiva emissione di carta moneta ha causato problemi: - Riduzione dell’oro e argento in circolazione (“L’argento assai di rado è comparso eccetto nel cambio di un biglietto di banca di venti scellini” - fr:5188). - Aumento dei costi per le banche, costrette a mantenere riserve maggiori e a sostenere spese per l’importazione di metalli preziosi (“La banca d’Inghilterra fu per molti anni obbligata a coniare moneta d’oro per ottocentomila lire sterline all’anno” - fr:5251). - Speculazioni rischiose, come il meccanismo delle “cambiali circolanti”, che ha permesso a imprenditori poco solidi di ottenere finanziamenti a costi elevati (“L’interesse era del cinque per cento all’anno, e la commissione non mai meno del mezzo per cento per ciascuna tratta” - fr:5345).


12.2 Vantaggi e limiti del credito bancario

Le banche possono sostituire parte del capitale morto (oro/argento) con carta moneta, rendendo più attivi i fondi destinati all’industria (“Le operazioni giudiziose delle banche abilitano il negoziante a convertire questo fondo morto in fondo attivo” - fr:5476). Tuttavia: - Il credito deve essere limitato a operazioni sicure, come lo sconto di cambiali reali o prestiti a breve termine (“Ciò che una banca può senza inconveniente anticipare non è l’intiero capitale, ma quella parte che altrimenti sarebbe tenuta senza impiego” - fr:5272). - I prestiti a lungo termine per progetti rischiosi (es. miglioramenti fondiari) sono pericolosi, poiché i ritorni sono lenti e incerti (“I ritorni del capitale fisso sono molto più lenti di quelli del capitale circolante” - fr:5311).


12.3 Casi storici e lezioni


12.4 Conclusione

La carta moneta, se gestita con prudenza, può accelerare lo sviluppo economico riducendo la dipendenza da metalli preziosi. Tuttavia, un’emissione eccessiva o incontrollata porta a inflazione, fuga di capitali e crisi finanziarie. Le banche devono quindi bilanciare la necessità di stimolare l’economia con la stabilità del sistema monetario.


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13 Lavoro produttivo e improduttivo: capitale, entrate e sviluppo economico

“La proporzione tra capitale e entrata determina se un paese è industrioso o ozioso.”

Il capitale finanzia solo lavoro produttivo, generando profitto e reddito (“Qualunque parte del suo fondo un uomo impieghi come capitale, egli sempre attende che gli sia rimpiazzata con un profitto” - fr:5614). Le entrate (rendite o profitti) possono invece mantenere sia lavoratori produttivi che improduttivi (“Quella che è immediatamente destinata a costituire un’entrata […] può indifferentemente mantenere, o braccia produttive, o improduttive” - fr:5613). Nei paesi ricchi, la maggior parte del prodotto annuale rimpiazza il capitale (fr:5633), mentre in quelli poveri o feudali la rendita assorbe quasi tutto (“Tutto il restante del prodotto propriamente anco a lui apparteneasi, sia come rendita della sua terra, sia come profitto di questo meschino capitale” - fr:5637).

L’ozio prevale dove le entrate superano il capitale: “La spesa di un gran signore nutrisce in generale più gente oziosa che industriosa” (fr:5629). Città come Roma o Versailles, sostenute dalla spesa delle corti, sono povere e dissolute (fr:5662), mentre centri commerciali come Londra o Amsterdam prosperano grazie al capitale impiegato (fr:5660). Anche la prodigalità individuale danneggia l’economia, sottraendo risorse al lavoro produttivo (“il prodigo […] paga i salarii dell’oziosità con quei fondi che l’economia dei suoi avi aveva consacrato al mantenimento dell’industria” - fr:5705). Solo il risparmio aumenta il capitale, moltiplicando la ricchezza (“L’economia e non l’industria è l’immediata cagione dell’aumento del capitale” - fr:5686).

I governi, spesso, aggravano il problema: “Le grandi nazioni non si impoveriscono mai per la prodigalità […] dei privati, ma alle volte per quella del governo” (fr:5752). Tuttavia, lo sforzo individuale per migliorare la propria condizione (fr:5742) può compensare anche gli sprechi pubblici (“L’uniforme costante sforzo di ogni uomo per migliorare la sua condizione […] è spesso potente abbastanza a mantenere il naturale progresso delle cose verso i miglioramenti” - fr:5760). Il progresso, pur lento, è visibile nei paesi stabili: “Il prodotto annuale della terra e del lavoro dell’Inghilterra è certamente ora molto più grande di quel che era un po’ più di un secolo addietro” (fr:5773), nonostante i timori ricorrenti di declino (fr:5774).


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14 Il capitale tra agricoltura, manifatture e commercio: priorità e impatti

“L’agricoltura genera ricchezza più di ogni altro impiego di capitale, ma il suo vantaggio dipende da dove e come il capitale circola.”

Il capitale impiegato in agricoltura produce rendite elevate (“questa rendita può essere considerata come il prodotto di quelle forze della natura” - fr:6017) e supera in valore quello delle manifatture: “nessuna uguale quantità di lavoro produttivo impiegata in manifatture può mai effettuare così grande riproduzione” (fr:6021). La natura qui lavora con l’uomo (“essa è l’opera della natura che rimane, fatta la deduzione di ogni cosa che può essere risguardata come l’opera dell’uomo” - fr:6019), mentre nelle manifatture “la natura non fa cosa alcuna, l’uomo fa tutto” (fr:6022). L’agricoltura è “di tutte le maniere in cui un capitale può essere impiegato questa è d’assai la più vantaggiosa alla società” (fr:6024), perché attiva più lavoro e aumenta il prodotto annuale del paese (fr:6023).

I capitali locali — come quelli agricoli o del commercio al dettaglio — restano ancorati al territorio (“debbono sempre rimanere entro la medesima” - fr:6025), mentre quelli dei mercanti all’ingrosso o dei manifattori possono spostarsi. Le manifatture, pur utili, spesso dipendono da materie prime lontane (“Lione è distantissima dai luoghi che offrono i materiali delle sue manifatture” - fr:6031) o servono mercati esteri (“parte della lana di Spagna è manifatturata nella Gran Bretagna” - fr:6033). Il capitale straniero, se impiegato per esportare il surplus nazionale, non riduce il lavoro locale: “il capitale di uno straniero dà un valore al superfluo prodotto di un paese ugualmente come lo dà il capitale di un nazionale” (fr:6037), sostituendo quello del produttore e permettendogli di continuare (fr:6038).

L’efficacia del capitale varia a seconda dell’impiego: - Commercio interno: rimpiazza due capitali (agricolo e manifatturiero) per ogni operazione (“rimpiazza per ciascuna operazione due distinti capitali” - fr:6080) e sostiene il lavoro locale con ritorni rapidi (fr:6089). - Commercio estero di consumo: rimpiazza un solo capitale nazionale (fr:6084-6085) e ha ritorni lenti (“di rado vengono prima della fine dell’anno” - fr:6090), riducendo l’incentivo all’industria locale (fr:6087). - Commercio di trasporto: non sostiene il lavoro del paese (“è intieramente tolta al sostegno del lavoro produttivo del medesimo paese” - fr:6114), ma solo quello di nazioni straniere (fr:6116).

L’oro e l’argento, per il loro valore concentrato, riducono i costi di trasporto (“il loro nolo è molto minore” - fr:6110) e permettono di acquistare merci estere con meno prodotto nazionale (fr:6111), ma il loro uso prolungato potrebbe impoverire il paese (fr:6113). La ricchezza di una nazione dipende dal valore del suo prodotto annuale (“la ricchezza e la potenza d’un paese […] debbono sempre essere in proporzione al valore del suo annuale prodotto” - fr:6131), e l’economia politica non dovrebbe forzare i capitali verso un settore piuttosto che un altro (fr:6134), ma lasciare che seguano la domanda naturale. Il surplus di produzione — come il grano o le manifatture britanniche — deve essere esportato (“il soprappiù dev’essere inviato fuori” - fr:6139) per mantenere attivo il lavoro e compensare i costi (fr:6140). Le coste e i fiumi navigabili sono vantaggiosi proprio perché facilitano questo scambio (fr:6141).


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15 Restrizioni all’importazione e monopolio del mercato interno

“Restringendo con alti dritti o proibizioni l’importazione di mercanzie prodotte nel paese, il monopolio del mercato interno è assicurato all’industria nazionale” - (fr:7101)

Le restrizioni all’importazione di beni stranieri simili a quelli nazionali (grano, bestiame, lana, seta) garantiscono ai produttori locali il controllo del mercato interno. “La proibizione dell’importazione dei lanificci stranieri è favorevole alle manifatture di lanifici” (fr:7106), mentre “gli alti dritti sul grano danno vantaggio ai produttori” (fr:7104). Questo sistema, diffuso in Gran Bretagna, avvantaggia soprattutto mercanti e manifattori, meno gli allevatori o i fittavoli.

Tuttavia, “la generale industria della società non può eccedere ciò che il capitale può impiegare” (fr:7113). Le restrizioni artificiali deviano risorse verso settori meno efficienti: “un regolamento non può aumentare l’industria oltre ciò che il capitale può mantenere” (fr:7115). Ogni individuo cerca il miglior impiego del proprio capitale, spesso preferendo il commercio interno a quello estero per minori rischi (“il capitale non si allontana mai così spesso dalla sua vista” - fr:7124).

L’atto di navigazione britannico, invece, limita l’importazione via mare per rafforzare la difesa nazionale: “dare ai marinai britannici il monopolio del commercio del loro paese” (fr:7248). Pur penalizzando l’opulenza derivante dal libero scambio (“comprare a buon patto e vendere caro” - fr:7269), è considerato un sacrificio necessario.

Le tasse sulle merci straniere per bilanciare quelle interne sono problematiche: “impossibile proporzionare con esattezza la tassa al rincaro delle merci nazionali” (fr:7293). Inoltre, “le tasse sulle necessità vitali hanno l’effetto di un suolo sterile” (fr:7295), rendendo più costosa la produzione senza benefici reali.

In sintesi, le restrizioni proteggono interessi particolari ma distorcono l’economia, mentre la libertà di commercio favorirebbe una crescita più equilibrata. “Lasciare che ogni individuo trovi l’impiego più vantaggioso per il suo capitale” (fr:7117) rimane il principio più efficace.


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16 Commercio e bilancia commerciale tra Francia e Inghilterra

Vantaggi del libero scambio e inaffidabilità dei criteri di bilancia.

Il libero commercio tra Francia e Inghilterra potrebbe replicare i benefici già visti in Olanda: “lino dei più importanti rami del commercio olandese consiste al presente nel trasportare mercanzie di Francia in altri paesi europei” - (fr:7402). Parte dei vini francesi in Gran Bretagna arriva clandestinamente da Olanda e Zelanda,“Qualche parte anco dei vini di Francia, che si bevono nella Gran Bretagna, vi è clandestinamente importata dall’Olanda e dalla Zelanda” - (fr:7403). Senza dazi, l’Inghilterra potrebbe partecipare a questo commercio vantaggioso: “Se vi fosse libero commercio tra la Francia e l’ Inghilterra […] 1’ Inghilterra potrebbe avere qualche porzione di un commercio che si trova cosi vantaggioso all’Olanda” - (fr:7404).

La bilancia commerciale tra due paesi è difficile da determinare: “non vi ha alcun certo criterio con cui noi possiamo determinare da qual lato penda quel che si è chiamato la bilancia tra due paesi” - (fr:7405). I registri doganali sono inaffidabili per valutazioni imprecise: “I registri della dogana […] sono un incertissimo criterio a cagione della inesattezza della valutazione” - (fr:7409). Anche il cambio non è un indicatore sicuro: “Il corso del cambio è forse un criterio d’indole uguale” - (fr:7410). Quando il cambio è alla pari, debiti e crediti si compensano: “Quando il cambio tra due piazze […] è alla pari, si dice essere un segno che le somme dovute da Londra a Parigi sono compensate da quelle dovute da Parigi a Londra” - (fr:7411). Se un premio è pagato, significa che un paese deve rimettere denaro: “Al contrario quando un premio è pagato a Londra per una cambiale sopra Parigi […] un bilancio in denaro deve essere rimesso da quest’ultima piazza” - (fr:7412).

Il cambio non riflette sempre il reale stato dei debiti e crediti, perché può essere influenzato da transazioni con terze piazze: “L’ordinario stato dei debiti e dei crediti tra due piazze non è sempre intieramente regolato dall’ordinario corso dei negozii che fanno tra di loro” - (fr:7417). Ad esempio, se i mercanti inglesi pagano merci da Amburgo con cambiali su Olanda, il cambio tra Inghilterra e Olanda non riflette solo i loro scambi: “se i mercanti d’ Inghilterra paghino le mercanzie ehe comprano da Amburgo […] con cambiali sopra l’Olanda, l’ordinario stato dei debiti e crediti tra l’Inghilterra e l’Olanda non sarà regolato intieramente dall’ordinario corso dei negozii che fanno tra di loro questi due paesi” - (fr:7419). L’Inghilterra potrebbe dover rimettere denaro in Olanda anche se esporta più di quanto importa: “L’Inghilterra può essere obbligata a rimettere ogni anno denaro in Olanda, quantunque le sue annuali esportazioni per quel paese eccedano assai di molto l’annuale valore delle sue importazioni dal medesimo” - (fr:7420).

Il cambio reale può differire da quello calcolato a causa delle differenze tra le monete: “il reale cambio può essere, ed in fatti spesso è, cosi molto differente da quello che si calcola, che dal corso di questo nessuna certa conclusione può in molte occasioni ritrarsi” - (fr:7425). Ad esempio, prima della riforma della moneta inglese, il cambio calcolato era sfavorevole all’Inghilterra, ma quello reale poteva essere favorevole: “Pria della riforma della moneta di argento al tempo del re Guglielmo […] il reale cambio adunque potea anco in quel tempo essere in favore dell’Inghilterra” - (fr:7434). Dopo la riforma della moneta d’oro, il cambio è stato costantemente favorevole all’Inghilterra: “Dopo la riforma della moneta d’oro, il cambio è stato costantemente in favore dell’ Inghilterra” - (fr:7436).

Le differenze nei costi di monetaggio influenzano il valore delle monete. In Inghilterra, il monetaggio è gratuito: “In Inghilterra, siccome il monetaggio non costa cosa alcuna, la moneta corrente non può mai essere molto più valutata che la quantità di verghe che in atto contiene” - (fr:7440). In Francia, il monetaggio costa l’8%, aumentando il valore della moneta: “In Francia un diritto dell’otto per cento è dedotto per il monetaggio […] la fattura […] aggiunge del valore alla moneta” - (fr:7439). Quindi, una somma di moneta francese ha più valore di una inglese con lo stesso peso in argento puro: “una somma di moneta francese […] ha più valore che una somma di moneta inglese contenente un uguale peso di argento puro” - (fr:7442).

Il cambio calcolato può essere sfavorevole a un paese che paga in moneta corrente, anche se il cambio reale è favorevole: “il cambio calcolato in piazza potrà essere in favore di quello che paga in moneta di banca quantunque il reale cambio sarà in favore di quello che paga nella moneta corrente” - (fr:7452). Prima della riforma della moneta d’oro, il cambio calcolato era sfavorevole a Londra rispetto a piazze come Amsterdam: “Il cambio calcolato in piazza […] era in generale con Amsterdam […] contro di Londra” - (fr:7453). Dopo la riforma, il cambio è stato favorevole a Londra: “Dopo la riforma della moneta d’oro è stato anco con quelle piazze in favore di Londra” - (fr:7455).


17 Il Banco di Amsterdam e il danaro di banca

Funzione, vantaggi e meccanismi del sistema bancario olandese.

Il Banco di Amsterdam fu creato per risolvere l’incertezza del valore della moneta corrente, spesso logora e degradata: “Affine di rimediare all’inconveniente […] le cambiali straniere di un certo valore non sarebbero pagate nella moneta corrente, ma in un ordine o trasferimento sui libri di una banca” - (fr:7464). Il danaro di banca rappresenta moneta esattamente secondo il titolo della zecca, quindi ha valore stabile: “Questo credito si chiamò danaro di banca; il quale […] fu sempre del medesimo reale valore” - (fr:7474).

Il danaro di banca offre vantaggi come sicurezza e facilità di trasferimento: “Esso è sicuro del fuoco, del furto, e di altri accidenti […] si può fare dei pagamenti con esso per mezzo di un semplice trasferimento” - (fr:7481). Per questo, produce un agio (premio) rispetto alla moneta corrente: “Il danaro di Banca […] ha prodotto un agio” - (fr:7482). I depositi originali spesso rimangono nella banca perché ritirare la moneta comporta perdite: “Dimandando il pagamento, il proprietario di un credito contro la banca perderebbe questo premio” - (fr:7483).

La banca accetta anche depositi di verghe d’oro e argento, dando credito e ricevute: “Affine di facilitare il commercio delle verghe, la banca […] ha praticato di dare credito nei suoi libri su depositi di verghe” - (fr:7491). Le ricevute permettono di ritirare le verghe entro sei mesi, pagando una commissione: “dà diritto alla persona che fa il deposito […] di ritirare in una volta tra il termine di sei mesi le verghe depositate” - (fr:7493). Se non ritirate, le verghe diventano proprietà della banca: “in mancanza di tale pagamento […] il deposito si apparterrebbe alla banca” - (fr:7493).

Il prezzo delle ricevute varia tra il prezzo della zecca e quello di mercato: “Una ricevuta per verghe vale quasi sempre qualche cosa, e perciò assai di rado avviene che alcuno lasci spirare la sua ricevuta” - (fr:7504). Chi ha danaro di banca e vuole verghe deve comprare ricevute, e viceversa: “Il possessore del danaro di banca non può ritirare deile verghe senza presentare alla banca delle ricevute” - (fr:7529). L’agio del 5% pagato per il danaro di banca riflette il reale valore delle verghe: “L’agio adunque del cinque per cento […] non è pagato per uno immaginario, ma per un reale valore” - (fr:7532).

La banca mantiene un agio fisso tra 4% e 5% per evitare speculazioni: “la banca […] è venuta nella risoluzione di vendere in ogni tempo danaro di banca […] coll’agio del cinque per cento, e di ricomprarlo coll’agio del quattro per cento” - (fr:7565). Prima di questa regola, l’agio variava tra il pari e il 9%: “il prezzo del danaro di banca nel mercato alle volte innalzava tanto da giungere al nove per cento di agio” - (fr:7568).

La banca dichiara di non prestare i depositi, ma di conservarli in moneta o verghe: “La Banca di Amsterdam professa di non prestare alcuna parte di ciò eh’ ella ha in deposito” - (fr:7569). La città di Amsterdam garantisce che per ogni fiorino di danaro di banca ci sia un corrispondente fiorino in oro o argento: “nessun punto di fede è meglio stabilito che quello che per ciascun fiorino […] un corrispondente fiorino in oro o in argento si trovi nel tesoro della banca” - (fr:7572). I borgomastri verificano annualmente il tesoro: “I quattro nuovi borgomastri visitano il tesoro […] lo ricevono sotto giuramento” - (fr:7575).

La banca genera entrate da diritti di apertura conto, trasferimenti e vendita di moneta straniera: “La città di Amsterdam deriva una considerabile entrata dalla banca” - (fr:7586). L’obiettivo originario era pubblico, non il profitto: “l’utilità pubblica e non alcuna entrata fu l’originario oggetto di questa istituzione” - (fr:7594).


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18 Le restituzioni dei dazi e i premi all’esportazione: strumenti del protezionismo britannico

“I mercanti desiderano estendere la vendita delle loro merci all’estero, ma devono accontentarsi di incoraggiamenti come le restituzioni di dritti” - (fr:7741, 7743)

Il testo analizza due meccanismi centrali della politica commerciale britannica del XVIII secolo: le restituzioni dei dazi (rimborsi parziali o totali sulle tasse all’esportazione) e i premi (sussidi diretti per incentivare l’export).

18.1 Restituzioni dei dazi: equilibrio forzato

Le restituzioni nascono per compensare i dazi interni, evitando che questi distorcano il commercio. “Accordandosi al mercante il restituire all’esportazione la totalità o una parte di quel che come assisa o dritto interno è imposto, non può mai cagionare l’esportazione di una quantità maggiore di quella che sarebbe stata esportata senza dazi” - (fr:7745). L’obiettivo non è aumentare l’export, ma preservare la naturale distribuzione del capitale tra i settori produttivi, come spiega la frase: “Tendono non a distruggere quella bilancia che naturalmente si stabilisce tra tutti i varii impieghi della società, ma ad impedire che fosse da quel dritto distrutta” - (fr:7750).

Tuttavia, il sistema si complica con eccezioni. Per merci come tabacco e zucchero (di cui la Gran Bretagna detiene il monopolio coloniale), i dazi vengono rimborsati quasi integralmente per favorire la riesportazione: “Noi ne importavamo circa 000 botti, ma il consumo interno non superava le 000. Per facilitare l’esportazione del surplus, tutti i dritti erano restituiti entro tre anni” - (fr:7760-7761). Al contrario, per prodotti come seterie francesi o tele di cotone, i dazi non vengono mai rimborsati: “I nostri manifattori temono che parte di queste merci possa essere sottratta dai magazzini e concorrere con le loro” - (fr:7768-7769). Qui emerge la logica protezionista: “Non vogliamo essere i vetturali delle merci francesi, preferiamo perdere un profitto piuttosto che permettere ai nostri nemici di trarne vantaggio” - (fr:7771).

Le restituzioni si applicano anche ai vini, ma con regole intricate. Per esempio, i vini francesi subiscono dazi più alti rispetto ad altri (come quelli di Madera), riflettendo la rivalità politica: “Tutti i dazi, eccetto quelli sui vini di Francia, erano restituiti all’esportazione nelle colonie americane” - (fr:7790). Questo favoritismo alimenta il gusto per il vino di Madera nelle colonie, come nota il testo: “Queste circostanze introdussero quel generale gusto per il vino Madera che i nostri ufficiali trovarono nelle colonie al principio della guerra del 1755” - (fr:7787).

18.2 Premi all’esportazione: distorsioni e costi nascosti

I premi sono sussidi diretti per rendere competitive le merci britanniche all’estero. “Si pretende che così i nostri mercanti possano vendere a prezzi più bassi dei rivali, aumentando l’export e migliorando la bilancia commerciale” - (fr:7816-7817). Tuttavia, il testo critica questa pratica: i premi sono giustificati solo per settori strutturalmente in perdita, dove “il mercante è obbligato a vendere per meno di quanto gli costi inviare la merce al mercato” - (fr:7827).

L’esempio del grano è emblematico. Il premio all’export, istituito per sostenere i prezzi interni, ha effetti controproducenti: “Negli anni di abbondanza, il premio tiene il prezzo del grano più alto di quanto sarebbe naturalmente, mentre negli anni di carestia impedisce che l’abbondanza di un anno compensi la scarsità di un altro” - (fr:7845, 7847). L’autore smonta l’argomento secondo cui i premi abbasserebbero i prezzi nel lungo periodo: “Qualunque estensione del mercato straniero causata dal premio avviene a spese del mercato interno. Ogni staio esportato grazie al premio sarebbe rimasto nel paese, aumentando il consumo e abbassando i prezzi” - (fr:7852-7853).

Il costo reale dei premi è sottovalutato. Oltre al sussidio, la società paga “il capitale impiegato dal fittavolo per produrre il grano, che deve essere rimpiazzato insieme ai profitti ordinari” - (fr:7835, 7837). Se il prezzo di vendita non copre questi costi, “il fondo nazionale è diminuito” - (fr:7837). L’autore conclude che i premi, come altri strumenti del sistema mercantile, “conducono il commercio in canali meno vantaggiosi di quelli naturali” - (fr:7831), arricchendo pochi a spese della collettività.

18.3 Conclusione: un sistema di privilegi

Le restituzioni e i premi rivelano una politica commerciale contraddittoria: da un lato, si cerca di correggere le distorsioni dei dazi; dall’altro, si creano nuove distorsioni per proteggere interessi particolari. Il risultato è un labirinto di regole che favorisce alcuni settori (come le colonie) e penalizza altri (come i concorrenti europei), con costi nascosti per la società. Come sintetizza il testo: “Le restituzioni sono utili solo se le merci sono davvero esportate all’estero, non se vengono reimportate clandestinamente” - (fr:7812), un avvertimento contro le frodi che spesso accompagnano questi meccanismi.


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19 Libertà di commercio e prosperità agricola

“Il commercio del grano, se libero, evita carestie e favorisce la produzione.”

Il fittaiuolo, costretto a vendere il grano al dettaglio, trattiene capitale nei granai anziché reinvestirlo nella terra (fr:8160). La legge che limita il commercio all’ingrosso danneggia l’agricoltura, rendendo il grano più scarso e costoso (fr:8161). Il mercante di grano, come il grossista per il manifattore, offre un mercato pronto, anticipa pagamenti e permette di impiegare tutto il capitale nella produzione (fr:8163). Una rete stabile tra fittaiuoli e mercanti li proteggerebbe da crisi, riducendo la dipendenza dai proprietari terrieri (fr:8167).

Lo statuto di Edoardo VI, vietando l’intermediazione, mirava a eliminare un commercio che invece mitiga le carestie (fr:8169). Le leggi successive attenuarono il divieto, permettendo l’accaparramento solo a prezzi bassi (fr:8170-8172), ma mantennero pregiudizi: si teme che l’acquisto all’ingrosso danneggi il popolo quando il prezzo sale (fr:8178), o che l’accaparramento speculi sulla scarsità (fr:8181). In realtà, il mercante che compra grano per rivenderlo regola l’offerta, distribuendo gli effetti della carestia nel tempo (fr:8186-8187). Il suo interesse coincide con quello pubblico: evitare picchi di prezzo e penuria (fr:8188).

Il timore delle incette è paragonabile alla caccia alle streghe: entrambi nascono da sospetti infondati (fr:8189-8190). La legge che liberalizzò il commercio interno del grano, pur imperfetta, migliorò le scorte e la coltivazione (fr:8194-8196). Il commercio interno è 570 volte più importante di quello di importazione per rifornire il mercato (fr:8198) e 30 volte più dell’export per sostenere la produzione (fr:8200).

L’importazione libera abbasserebbe il prezzo in denaro del grano, ma non il suo valore reale (fr:8207). I produttori riceverebbero meno argento, ma questo varrebbe di più, mantenendo inalterata la loro ricchezza (fr:8209-8210). Un prezzo più basso del grano avvantaggerebbe l’industria nazionale sui mercati esteri (fr:8211), ampliando il mercato interno – il più grande e stabile per il grano (fr:8213-8214).


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20 Colonizzazione europea: vantaggi, politiche e prosperità

“La libertà di gestire i propri affari e l’abbondanza di terre fertili a basso costo sono le chiavi della prosperità coloniale.”

Le colonie europee in America si svilupparono con ritmi e modalità diverse a seconda delle politiche delle madrepatrie. Le colonie inglesi, grazie a istituzioni più favorevoli alla coltivazione e al commercio, progredirono più rapidamente di quelle spagnole, portoghesi o francesi. La terra abbondante e poco costosa permise ai coloni di acquisire proprietà estese, ma la difficoltà nel dissodarle spinse a offrire salari elevati per attrarre lavoratori. Questo meccanismo, unito alla libertà di gestione, incentivò la crescita demografica e produttiva: “Ciascun colono acquista più terra che non può coltivare. Egli non ha rendita e difficilmente ha tasse da pagare. Nessun proprietario divide con lui il suo prodotto, e la porzione del sovrano è comunemente una bagatella” - (fr:8619-8621). La ricchezza generata rimase così nelle mani dei coloni, stimolando ulteriori investimenti.

Le colonie greche antiche prosperarono grazie all’indipendenza e all’abbondanza di terre, mentre quelle romane, stabilite in province già popolate, ebbero uno sviluppo più lento. Le colonie europee moderne, pur dipendendo dalle madrepatrie, beneficiarono della distanza geografica, che ne attenuò il controllo: “La loro situazione le ha collocate meno sotto la vista, e meno sotto il potere della madre-patria” - (fr:8655). Questo permise loro di gestire autonomamente molti aspetti economici, sfuggendo alle restrizioni imposte.

Le politiche commerciali delle madrepatrie influenzarono profondamente la prosperità coloniale. L’Inghilterra adottò un approccio meno restrittivo rispetto a Spagna e Portogallo, limitando l’accumulo di terre incolte e favorendo la divisione delle proprietà: “Nella Pennsylvania non è alcun diritto di primogenitura, e le terre come i beni mobili si dividono ugualmente tra tutti i figliuoli di una famiglia” - (fr:8734). Questo evitò la concentrazione della ricchezza e incentivò la coltivazione. Al contrario, le colonie spagnole e portoghesi, soggette a monopoli e tasse elevate, ebbero uno sviluppo più lento, nonostante la ricchezza derivante dalle miniere d’oro e d’argento.

Il commercio esclusivo imposto dalle madrepatrie danneggiò sia le colonie che l’Europa. Le restrizioni ridussero i mercati disponibili, aumentando i prezzi e limitando la concorrenza. L’Inghilterra, pur beneficiando del monopolio sulle sue colonie, sacrificò altri settori commerciali: “Il capitale inglese […] fu allora obbligato a trafficarlo tutto. Ma esso non potè fornire loro il totale, e le mercanzie che esso loro fornì necessariamente erano vendute molto più care” - (fr:9055-9056). Questo squilibrio penalizzò l’industria europea, che perse competitività su altri mercati.

Le colonie contribuirono all’arricchimento dell’Europa attraverso l’importazione di nuovi prodotti (zucchero, tabacco, metalli preziosi) e l’espansione dei mercati. Tuttavia, il commercio esclusivo limitò questi benefici, mantenendo artificialmente alti i prezzi e riducendo la domanda globale. La prosperità delle colonie dipese quindi dalla combinazione di risorse naturali, libertà di gestione e politiche commerciali delle madrepatrie.


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21 Il monopolio coloniale e i suoi effetti distortivi

Quando il commercio diventa un vaso sanguigno innaturale

Il monopolio coloniale non ha creato la potenza navale inglese,come spesso si crede. “La sua superiorità forse difficilmente apparirebbe più grande al presente; almeno se l’armata olandese fosse nella medesima proporzione in cui era allora il commercio del suo paese” - (fr:9075). “Ma quella grande navale potenza non poteva in alcuna di quelle guerre essere dovuta all’ atto di navigazione” - (fr:9076). All’epoca, le colonie erano poco rilevanti: “Colonie e loro commercio erano poco considerabili allora a paragone di cièche sono ora” - (fr:9078). Barbados era l’unica colonia inglese di qualche importanza,mentre le altre erano in mano a olandesi e francesi o non avevano piantagioni. “L’isola della Giammaica era un malsano deserto, poco abitato e meno coltivato” - (fr:9079). “Ne avevano la Virginia, il Maryland e la Nuova Inghilterra; c quantunque queste fossero prosperissime colonie, pure allora non vi era forse un solo uomo in Europa o in America, il quale prevedesse o anco sospettasse il rapido progresso che esse quindi hanno fatto in ricchezza , in popolazione e nella coltura” - (fr:9082).

Il vero motore della potenza navale era il commercio europeo e mediterraneo. “Il commercio che in quel tempo manteneva la grande potenza navale, era il commercio dell’ Europa e dei paesi che giacciono lungo il mare Mediterraneo” - (fr:9088). Ma il monopolio ha distorto gli investimenti: ha forzato capitali verso le colonie, lontano dai mercati vicini, e ha creato un sistema fragile. “Il monopolio del commercio delle colonie ha in tutti i casi distornato qualche parte del capitale della Gran Bretagna da un commercio straniero di consumo fatto con un paese vicino, verso un commercio fatto con un paese più lontano” - (fr:9124). “Invece di un gran commercio straniero di consumo per circolo, la Gran Bretagna probabilmente avrebbe fatto un gran numero di piccoli commerci stranieri di consumo diretti” - (fr:9158).

Il risultato è un’economia sbilanciata, simile a un corpo malsano. “Nella sua presente condizione la Gran Bretagna rassomiglia ad uno di quei malsani corpi in cui alcuna delle parti vitali si trova in una straordinaria escrescenza” - (fr:9170). La paura di una rottura con le colonie ha generato terrore,superiore a quello per l’Armada spagnola o l’invasione francese. “Ondechè il timore di una rottura colle colonie ha colpito il popolo della Gran Bretagna di maggior terrore che non aveva mai sentito per l’Armada di Spagna , o per l’invasione di Francia” - (fr:9172). Una graduale apertura del commercio coloniale potrebbe ridurre i rischi, ma una liberalizzazione improvvisa causerebbe gravi perdite. “Alcuna moderata e graduale modificazione delle leggi che danno alla Gran Bretagna il commercio esclusivo delle colonie, finché fosse renduto in gran parte libero, sembra essere il solo espediente che possa in tutti i tempi avvenire liberare la Gran Bretagna da questo pericolo” - (fr:9180).

Il monopolio ha anche ridotto la quantità di lavoro produttivo e il prodotto annuale. “Tutto ciò che forza ad andare in un ramo di commercio, di cui i ritorni sono più lenti e più distanti di quelli della maggior parte degli altri commerci, una più grande porzione del capitale di un paese […] necessariamente rende minori, di quel che altrimenti sarebbero stati, l’intiera quantità del lavoro produttivo che annualmente vi si manteneva” - (fr:9206). Tuttavia, i benefici naturali del commercio coloniale superano gli effetti negativi del monopolio. “Nonpertanto i naturali buoni effetti dei commercio delle colonie fanno più che controbilanciare per la Gran Bretagna i cattivi effetti del monopolio” - (fr:9214).


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22 Produttività agricola vs. industria: valore e dipendenza

“La spesa in agricoltori genera rendita; quella in artigiani e mercanti solo rimborsa sé stessa”

L’agricoltura crea valore: il lavoro dei contadini e dei fittavoli non solo mantiene il capitale impiegato, ma produce un prodotto netto — la rendita del proprietario terriero — che aumenta la ricchezza della società (fr:9957, 9975, 9981). Al contrario, l’industria e il commercio sono improduttivi: il capitale investito in manifatture o scambi si limita a riprodurre il proprio valore, senza generare surplus. I profitti degli artigiani e dei mercanti sono solo il rimborso delle spese di mantenimento durante il lavoro (fr:9959-9962, 9969-9971). Ad esempio, un merlettaio che trasforma un denaro di lino in 30 sterline non aumenta il valore complessivo del prodotto grezzo: il guadagno copre solo il suo sostentamento per due anni di lavoro, senza aggiungere nulla alla somma annuale della produzione agricola (fr:9966-9967, 9970-9971).

La povertà diffusa tra gli artigiani conferma che il prezzo del loro lavoro non supera il costo della sussistenza (fr:9972-9973). Mentre i contadini possono godere appieno dei fondi destinati al loro mantenimento e generare ricchezza per la società, mercanti e manifattori arricchiscono la collettività solo attraverso l’economia — cioè privandosi di parte dei propri fondi (fr:9976-9980). Questa differenza si riflette nei caratteri nazionali: paesi a vocazione agricola (come Francia e Inghilterra) prosperano con libertà e benessere, mentre quelli dominati dal commercio (Olanda, Amburgo) dipendono da austerità e privazioni (fr:9982-9985).

Tuttavia, la classe “improduttiva” è indispensabile per le altre due: mercanti e artigiani forniscono beni stranieri e manufatti locali a costi inferiori rispetto all’autoproduzione, liberando i contadini dalle distrazioni e permettendo loro di concentrarsi sulla terra (fr:9996-9998). Il loro lavoro, pur non aumentando il valore del prodotto grezzo, ne aumenta la produttività indirettamente, rendendo più efficiente l’aratro e migliorando i raccolti (fr:10000-10001). Proprietari e coltivatori non hanno interesse a limitare questa classe: maggiore è la libertà di commercio, più bassa sarà la concorrenza e più accessibili i beni per tutti (fr:10002-10003).

Il prodotto superfluo della terra — ciò che resta dopo aver mantenuto contadini e proprietari — sostiene la classe improduttiva (fr:10005-10006). Nei paesi agricoli, l’aumento di questo surplus crea col tempo un capitale che, non potendo essere reinvestito interamente in agricoltura, finanzia la nascita di artigiani e manifattori locali (fr:10018-10019). Questi, trovando materie prime e sussistenza in loco, possono competere con i produttori stranieri, inizialmente anche con minore abilità, e alla fine soppiantarli (fr:10020-10023). Lo stesso meccanismo si applica al commercio estero: con l’aumento della produzione interna, le nazioni agricole esportano i propri surplus, rivaleggiando con gli Stati mercantili e riducendone il dominio (fr:10024-10028).

La libertà di commercio è la chiave per questo sviluppo: favorisce l’aumento del valore del prodotto agricolo, incoraggia la coltivazione e, col tempo, genera fondi per artigiani e mercanti locali (fr:10015-10016, 10030). Al contrario, dazi e proibizioni danneggiano l’agricoltura in due modi: alzano il prezzo dei beni stranieri, riducendo il valore reale del prodotto agricolo, e distolgono capitali dall’agricoltura verso industria e commercio, rendendo questi ultimi più vantaggiosi (fr:10033-10036). Il risultato è un circolo vizioso: meno investimenti in terra, meno surplus, meno ricchezza per tutti.


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[24.1-230-10307|10536]

23 L’evoluzione della forza militare: da milizia ad esercito stanziale

“D’altronde se la campagna cominciasse dopo la seminagione e finisse avanti la messe, l’agricoltore ed i suoi principali lavoratori possono abbandonare il podere senza molta perdita” - (fr:10307)

Nelle società agricole antiche, la guerra era compatibile con i ritmi dei campi. Gli agricoltori greci e romani “lasciavano i campi nell’estate e ritornavano per fare la messe” (fr:10311), mentre “i cittadini di tutti gli Stati dell’antica Grecia servirono come milizie fino alla seconda guerra persiana” (fr:10310). Il modello si basava su cittadini-soldati che si mantenevano da sé: “non fu che all’assedio di Vejo che coloro che restavano nel paese cominciarono a contribuire per il mantenimento di chi andava alla guerra” (fr:10313).

Con l’avanzare delle manifatture e dell’arte bellica, questo sistema divenne insostenibile. “Un artigiano che lasci il suo opificio vede la sua entrata completamente inaridita” (fr:10320), mentre “la natura fa da sé per l’agricoltore” (fr:10319). La guerra si trasformò in una “scienza intricata” (fr:10325), richiedendo eserciti professionali: “le armate d’Atene divennero mercenarie dopo la seconda guerra persiana” (fr:10327), e Roma introdusse la paga “dopo l’assedio di Vejo” (fr:10328).

La superiorità degli eserciti stanziali emerse con chiarezza. “Una milizia, per quanto disciplinata, è sempre inferiore a un’armata stanziale” (fr:10390), come dimostrano le vittorie di Filippo di Macedonia “sulle milizie greche” (fr:10411) o di Roma su Cartagine (fr:10433). Le armi da fuoco accentuarono il divario: “la regolarità e l’obbedienza contano più della destrezza individuale” (fr:10386), rendendo indispensabile l’addestramento costante. Solo le milizie di pastori nomadi, come Tartari o Arabi, “ubbidienti ai capi anche in pace” (fr:10395), si avvicinavano all’efficienza degli eserciti professionali.

L’introduzione degli eserciti stanziali ebbe conseguenze politiche: “Cesare e Cromwell usarono le loro armate per distruggere le repubbliche” (fr:10475), ma quando “il sovrano è il generale” (fr:10476), l’esercito può diventare garante della stabilità, come in Russia sotto Pietro il Grande (fr:10470). La spesa per mantenerli crebbe con la complessità delle armi: “un moschetto costa più di un giavellotto” (fr:10489), ma “solo un paese opulento può permettersi una difesa efficace” (fr:10497). L’invenzione delle armi da fuoco, “apparentemente perniciosa” (fr:10500), finì per favorire le nazioni civilizzate, rovesciando l’antico vantaggio dei popoli barbari.


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[25.1-616-10539|11154]

24 Autorità, ricchezza e nascita: fondamenti della gerarchia sociale

“La nascita e la fortuna sono evidentemente le due circostanze, le quali principalmente collocano un uomo su di un altro” - (fr:10559)

Nelle società primitive, come quelle dei cacciatori, l’uguaglianza economica limita le differenze di status: l’autorità deriva solo dall’età o dalle qualità personali (“L’universale povertà stabilisce un’uguaglianza universale” - fr:10543). Con l’avvento delle società pastorali, invece, la ricchezza accumulata – greggi, terre – crea disuguaglianze profonde e stabili. Un capo tribù, grazie alla sua fortuna e al controllo su migliaia di dipendenti, acquisisce potere militare e giudiziario (“Egli può comandare la forza riunita di un maggior numero di uomini che qualunque altri” - fr:10563), diventando una figura centrale per la sicurezza collettiva.

La nobiltà di nascita nasce proprio da questa disparità: “L’antichità di famiglia significa ovunque l’antichità della ricchezza” (fr:10550). Le dinastie si consolidano dove la ricchezza non viene dissipata, come nelle società di pastori, dove il lusso è assente (“Le quali sono sempre estranee ad ogni specie di lusso” - fr:10556). In Europa, invece, la corruzione della giustizia – finanziata da doni e multe arbitrarie – riflette l’abuso di questo potere, soprattutto quando il sovrano delega l’amministrazione a funzionari interessati (“La giustizia poteva anco sovente essere differita affinchè i doni fossero replicati” - fr:10588).

Il governo civile, nato per proteggere la proprietà, finisce per difendere soprattutto i ricchi (“il governo civile […] è in realtà per la difesa dei ricchi avverso dei poveri” - fr:10577). Tuttavia, quando le entrate dello Stato dipendono da imposte generali, i doni ai giudici vengono aboliti, sostituiti da salari fissi. Questo non elimina i costi della giustizia – avvocati e procuratori restano onerosi – ma riduce la corruzione (“La circostanza di esser questi pagati dalla corona non può molto diminuire la necessaria spesa di un processo” - fr:10617). La separazione tra potere esecutivo e giudiziario diventa essenziale per garantire imparzialità (“Affine di fare che ogni individuo si senta affatto sicuro nel possesso di tutti i diritti che gli appartengono, non solo è necessario che il potere giudiziario fosse separato dall’esecutivo” - fr:10671).

Le opere pubbliche – strade, ponti, canali – dovrebbero essere finanziate da tasse proporzionali al loro utilizzo (“pagano per il mantenimento di quelle opere pubbliche esattamente in proporzione all’uso ed al logorare che ne fanno” - fr:10702), ma spesso diventano strumenti di potere. In Francia, il controllo centralizzato delle strade favorisce quelle “di rappresentanza” a scapito delle vie secondarie (“le grandi strade, le grandi comunicazioni […] sono ben curate e tutte le altre neglette” - fr:10778). In Cina, invece, l’interesse del sovrano per l’agricoltura spinge a mantenere reti di trasporto efficienti, poiché la sua entrata dipende dal prodotto della terra (“Il grande interesse del sovrano […] è necessariamente ed immediatamente connessa colla cultura della terra” - fr:10780).

Le compagnie commerciali privilegiate – come quelle delle Indie Orientali – spesso falliscono per negligenza e corruzione. I direttori, amministrando capitali altrui, mancano della vigilanza dei privati (“i direttori di tali compagnie […] inclinano a considerare come non degna dell’onore dei loro padroni il mettere attenzione alle piccole cose” - fr:10931). Solo in settori con procedure standardizzate – banca, assicurazioni, canali – le società per azioni hanno successo, perché richiedono meno adattabilità (“i soli commerci che sembra possibile ad una compagnia per azioni di praticare con prospero successo […] sono quelli, di cui tutte le operazioni sono capaci di essere composte a ciò che si chiama una rotina” - fr:11103).

L’istruzione, infine, dovrebbe essere finanziata dagli studenti, ma le dotazioni pubbliche spesso riducono l’impegno dei docenti (“In ogni professione gli sforzi dei maggior numero di coloro, i quali la esercitano, sono sempre in proporzione alla necessità, che hanno di farli” - fr:11147). Solo la concorrenza tra insegnanti privati garantisce qualità, mentre le istituzioni pubbliche rischiano di diventare inefficienti.


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[26.1-36-11251|11286]

25 Filosofia tra sofismi e teologia: l’evoluzione dei sistemi speculativi

“Dai sistemi filosofici alle scuole europee: quando la logica diventa strumento di fede, non di ragione”

Le filosofie naturali e morali si sono sviluppate su basi fragili: argomenti spesso ridotti a “scarsissime probabilità” o “sofismi” fondati sull’ambiguità del linguaggio (fr:11252). La sofistica ha influenzato soprattutto la speculazione, mentre nella vita pratica il buon senso ha prevalso (fr:11254). I filosofi, nel confutare le teorie avverse, hanno finito per elaborare la logica – scienza del ragionamento corretto – come disciplina autonoma, insegnata prima di fisica ed etica per educare al discernimento (fr:11256-11258).

Nelle università europee, la filosofia si è adattata alle esigenze della teologia: l’anima e Dio, un tempo parti della fisica, sono diventati oggetto di una nuova scienza, la “pneumatica” (o metafisica), contrapposta alla fisica e coltivata con priorità (fr:11260, 11270). L’attenzione si è spostata dalle osservazioni empiriche – “soggetto in cui una diligente attenzione è capace di fare utili scoperte” – alle speculazioni su entità inafferrabili, generando “oscurità e incertezza” e un proliferare di “sottilità e sofismi” (fr:11271-11272). Da qui l’emergere dell’ontologia, scienza degli attributi comuni a fisica e metafisica, anch’essa dominata da sofismi (fr:11273-11274).

L’etica antica cercava la felicità umana nella vita terrena, mentre quella moderna, subordinata alla teologia, l’ha legata alla salvezza ultraterrena: la virtù è diventata “incompatibile con alcun grado di felicità in questa vita”, premiata solo con “penitenza e mortificazioni” (fr:11275, 11279). Il risultato? Una morale corrotta, dominata dai casuisti e dagli ascetici, che ha trasformato la filosofia – un tempo “la più importante di tutti i rami” – nella “più corrotta” (fr:11280-11282).

Nelle università, l’ordine degli studi rifletteva questa deriva: logica, ontologia, pneumatologia (anima e Dio) e un’etica distorta, “immediatamente connessa alle dottrine della pneumatologia”, chiudevano il corso. Un sistema pensato per formare ecclesiastici, non “uomini del mondo”, che ha sacrificato la chiarezza alla sofisticazione (fr:11284-11286).


[27]

[27.1-266-11541|11806]

26 Libertà religiosa, morale sociale e potere del clero

“La tolleranza tra sette minori genera moderazione; il clero dominante minaccia lo Stato.”

La competizione tra piccole sette religiose, prive di sostegno statale, costringe i loro maestri a moderazione e rispetto reciproco. Senza privilegi, le dottrine tendono a purificarsi da fanatismo e superstizione, come accaduto in Pennsylvania (“vi abbia partorito di quella temperanza e moderazione che sono filosofiche” - fr:11545). Al contrario, una religione dominante – sostenuta dal potere civile – diventa una corporazione compatta (“i suoi membri possono agire di concerto” - fr:11594), il cui interesse è mantenere l’autorità dottrinale anche a costo di destabilizzare lo Stato. Il clero, indipendente dal sovrano, può usare “i terrori della religione” (fr:11597) per rovesciare principi eretici o ribelli, come dimostrano le rivolte del clero greco e romano (“le convulsioni […] in ogni parte d’Europa” - fr:11604-11606).

La morale sociale si divide in due sistemi: quello “austero”, adottato dalle masse e dalle sette religiose (“il sistema con cui le sette potevano meglio raccomandarsi” - fr:11559), che condanna vizi come lussuria e dissipazione (“rovinosi alla comune del popolo” - fr:11553); e quello “liberale”, delle élite, che tollera gli eccessi purché non sfocino in ingiustizia (“trattati con moltissima indulgenza” - fr:11551). Le classi inferiori, prive di reputazione da perdere, trovano nelle sette un’identità e una disciplina che le redime (“la morale della comune del popolo è stata quasi sempre notabilmente regolare” - fr:11576), mentre i ricchi, sorvegliati dalla società, devono conformarsi alle aspettative del loro rango (“obbligato ad una strettissima osservanza di quella specie di morale […] prescritta alle persone del suo grado” - fr:11567).

La decadenza del potere clericale inizia con l’ascesa di arti e commercio: il clero, come i baroni, scopre di poter spendere le rendite per sé (“scoprì il mezzo di spendere tutte le sue entrate a godimento suo proprio” - fr:11673), perdendo influenza sulle masse. La Riforma sfrutta questo vuoto: le nuove dottrine, diffuse con zelo e austerità (“l’austerità dei loro costumi dava loro autorità” - fr:11708), conquistano il favore popolare, mentre i principi ostili a Roma le usano per rovesciare la Chiesa (“facilmente poterono […] rovesciare la chiesa” - fr:11711). Le divisioni tra riformati – luterani (gerarchici) e calvinisti (paritari) – generano però nuovi conflitti: i primi, legati al potere civile, garantiscono ordine ma trascurano le masse (“incapace di difendere efficacemente le sue savie e moderate dottrine” - fr:11738); i secondi, con benefici modesti e uguali, mantengono un clero “istruito, decente, indipendente e rispettabile” (fr:11761), ma le elezioni parrocchiali possono degenerare in fazioni (“violenta contestazione” - fr:11743).

Le risorse della Chiesa, come le decime, indeboliscono lo Stato: “quanto più la chiesa è ricca, tanto più necessariamente devono essere poveri o il sovrano, o il popolo” (fr:11800). Nei paesi protestanti, però, i fondi ecclesiastici sono stati spesso reindirizzati a spese pubbliche (“un fondo sufficiente […] per fare tutte le altre spese dello Stato” - fr:11801), mentre le università, prive di ingenti benefici, attirano i migliori intellettuali (“le università hanno continuamente levato alla chiesa tutti i suoi eminentissimi uomini di lettere” - fr:11788). L’insegnamento, infine, è il miglior metodo per padroneggiare una disciplina (“il più efficace mezzo onde rendere alcuno completamente maestro” - fr:11791).


[28]

[28.1-124-11821|11944]

27 Spese pubbliche e fonti di entrata dello Stato

Sovrano e società: spese necessarie e fonti di finanziamento.

Il sovrano deve sostenere spese per la sua dignità, che aumentano con il progresso sociale e variano secondo la forma di governo. In una società opulenta, “non può mai attendersi, die il sovrano solo si tenga contro l’andamento della moda” - (fr:11825), poiché “una spesa più grande gli ò necessaria per sostenere quella più alta dignità” - (fr:11829). Queste spese, insieme a quelle per la difesa e la giustizia, sono a vantaggio dell’intera società e vanno coperte con contributi proporzionali alle facoltà di ciascuno (“tutti i varii membri contribuendo per quanto più è possibile in proporzione delle rispettive facoltà” - fr:11833).

Le spese locali (come la polizia) devono essere finanziate con entrate locali, mentre quelle utili a tutta la società (strade, educazione) possono essere coperte da contributi generali o da chi ne beneficia direttamente (“I diritti delle barriere in Inghilterra […] mettono quella spesa intieramente su quelle due diverse classi di uomini” - fr:11844). Quando le entrate specifiche non bastano, interviene il bilancio pubblico (“la mancanza deve nei più dei casi essere supplita dalla generale contribuzione dell’intiera società” - fr:11848).

Le fonti di entrata pubblica includono capitali (profitti o interessi) e terre. I sovrani possono trarre profitto da imprese commerciali (come banche o poste), ma spesso con risultati deludenti: “Non vi sono due caratteri che sembrino essere più incompatibili, quanto quelli di mercante e di sovrano” - (fr:11900). Esempi storici mostrano che “la profusione con cui gli affari dei principi sono sempre condotti, lo rende quasi impossibile” - (fr:11893). Le rendite fondiarie, invece, sono state a lungo la principale fonte di entrata per molti Stati (“la rendita delle terre pubbliche è stata la principale sorgente della pubblica entrata di molte grandi nazioni” - fr:11922), mentre oggi le spese militari e amministrative richiedono entrate ben più consistenti (“L’ entrata ordinaria della Gran Bretagna […] ammonta a più di dieci milioni all’anno” - fr:11942).


[29]

[29.1-126-12525|12650]

28 Tassazione sui trasferimenti di proprietà e capitali

“Le imposte sul capitale gravano spesso su chi è in difficoltà, non su chi ne trae vantaggio.”

Le tasse sul valore dei terreni, case e capitali colpiscono le rendite, non il capitale stesso finché la proprietà resta invariata (“qualunque sieno le imposte permanenti che possano su di essa gravare, non hanno mai per oggetto di diminuire o di togliere alcuna parte dal suo valore capitale” - fr:12533). Ma al cambio di proprietà – per successione o vendita – l’imposta riduce il valore capitale (“quando la proprietà cambia di mani […] le imposte […] necessariamente hanno tolto via alcuna parte del suo valore capitale” - fr:12534).

Imposte dirette e indirette - Successioni: In Francia il “ventesimo danaro” (5%) tassa rendite fondiarie e capitali, spesso gravando sull’interesse del denaro (“in molti casi intieramente cade sopra l’interesse del danaro” - fr:12528). In Olanda le aliquote variano dal 5% al 30% per parenti collaterali, mentre le successioni dirette (genitori-figli) sono esenti (“La luttuosa hereditas […] al ventesimo danaro solamente” - fr:12554). - Vendite: In Svizzera (Berna) si paga fino al 10% del prezzo di vendita dei terreni (“la sesta parte del prezzo di tutti i feudi nobili” - fr:12571). In Francia e Olanda, diritti di bollo e registrazione colpiscono atti pubblici e segreti (prestiti, ipoteche), con aliquote fisse o proporzionali (“Tutti i testamenti debbono essere scritti su carta bollata […] sino a trecento fiorini” - fr:12590).

Effetti economici Le imposte sui trasferimenti penalizzano chi vende per necessità (venditori di terre o case vecchie) e riducono i fondi per il lavoro produttivo (“diminuiscono il valore capitale della medesima, tendono a diminuire i fondi destinati al mantenimento del lavoro produttivo” - fr:12625). Anche se chiare e poco costose da riscuotere (“levate con pochissima spesa” - fr:12631), sono spesso inique: colpiscono di più chi trasferisce frequentemente proprietà di pari valore (“la frequenza del trasferimenti non essendo sempre uguale” - fr:12627).

Eccezioni e abusi In Francia, i diritti di registrazione (“controllo”) sono criticati per arbitrarietà e corruzione (“danno opportunità a molte estorsioni” - fr:12633). Tuttavia, la registrazione delle ipoteche è utile per la sicurezza dei creditori (“dà grande sicurezza ai creditori e agli acquisitori” - fr:12637). Le imposte su beni di consumo (carta bollata, licenze) gravano invece sui consumatori finali (“il pagamento finale cade sopra le persone che usano o consumano” - fr:12645).


[30]

[30.1-376-12775|13150]

29 Le imposte sulle merci di consumo: effetti economici e distorsioni

“Le imposte gravano doppiamente sui proprietari: come possessori di rendite e come consumatori” - (fr:12775)

Il testo analizza l’impatto delle imposte sulle merci di prima necessità e di lusso, evidenziando come queste incidano in modo sproporzionato sulle classi sociali. Le tasse sul sale, cuoio, sapone e candele (fr:12777, 12788) aumentano i costi per i lavoratori poveri, innalzando i salari e riducendo la competitività delle manifatture (fr:12789, 12791). In Olanda, imposte simili hanno danneggiato interi settori produttivi (fr:12808).

Il sistema doganale britannico, originato da pregiudizi verso i mercanti (fr:12853), è inefficiente: proibizioni e dazi elevati favoriscono il contrabbando (fr:12900, 12903), riducendo le entrate statali (fr:12904). Le restituzioni dei dazi all’esportazione generano frodi (fr:12905), mentre la complessità delle tariffe crea incertezze e costi amministrativi (fr:12922-12925).

Proposte di riforma, come quella di tassare solo poche merci di largo consumo (fr:12928), mirano a semplificare il sistema e aumentare le entrate senza penalizzare i poveri. Tuttavia, interessi particolari (fr:13076) hanno finora bloccato ogni cambiamento, nonostante i potenziali benefici per commercio e manifatture (fr:12952-12968). Le imposte sui beni di lusso gravano soprattutto sui ricchi, ma quelle sui beni primari colpiscono maggiormente i poveri, che spendono una quota maggiore del loro reddito (fr:12976-12986). Il testo conclude che un sistema più equo e semplice potrebbe migliorare sia le finanze pubbliche che l’economia reale.


[31]

[31.1-161-13484|13644]

30 Il debito pubblico: crescita, gestione e conseguenze

“Quanto più le imposte sono state moltiplicate, tanto più il popolo si lamenta di una nuova imposta” - (fr:13485)

Il debito pubblico britannico cresce in modo esponenziale, soprattutto durante le guerre. Dopo il 1688, la guerra contro la Francia (1688-1697) porta il debito a 21,5 milioni di sterline (fr:13493-13495). La riduzione in tempo di pace è minima: tra il 1697 e il 1701 si estinguono solo 5,1 milioni (fr:13496-13497). La guerra di successione spagnola (1702-1713) lo fa salire a 53,6 milioni (fr:13503-13505), e ulteriori operazioni finanziarie lo portano a 55,2 milioni nel 1722 (fr:13507-13508). La pace tra il 1723 e il 1739 riduce il debito di soli 8,5 milioni (fr:13509-13510).

Le guerre successive aggravano la situazione: quella di Spagna (1739-1748) lo porta a 78,2 milioni (fr:13513-13514), mentre la guerra dei Sette Anni (1756-1763) lo fa esplodere a 122,6 milioni (fr:13525-13526). Anche in pace, la riduzione è irrisoria: tra il 1763 e il 1775 si estinguono solo 10,4 milioni, grazie a entrate straordinarie come i proventi delle prede di guerra (sterline) o i rimborsi della Compagnia delle Indie (2 milioni) (fr:13556-13570).

Il sistema dei fondi pubblici, pur offrendo flessibilità in guerra, indebolisce l’economia. “Il capitale anticipato al governo viene distolto dal mantenere lavoro produttivo” (fr:13582), riducendo la capacità di accumulazione dei privati. Le imposte, sempre più gravose, scoraggiano investimenti e migliorie agricole (fr:13620-13622). La Gran Bretagna, nonostante un sistema fiscale più efficiente di altri paesi, rischia di seguire il declino di Spagna, Olanda e repubbliche italiane, dove il debito ha “indebolito ciascuno Stato” (fr:13632-13635). Una nuova guerra potrebbe rendere il sistema insostenibile, come avvenne con la guerra d’America, che aggiunse 100 milioni di debito (fr:13577). “Sarebbe chimerico attendersi che il debito pubblico fosse mai completamente soddisfatto” (fr:13575).


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