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Smith - Ricerca sulle cause ... - 1851 (bis) | L | m


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1 Adam Smith: Vita, Opere e Pensiero Economico e Morale

“La mente giusta ed acuta del giovine Adamo, non poteva mancare di essere colpita dall’eccellenza di un metodo che invece di divagare tra speculazioni pompose ed astratte, si attiene ai fatti certi ed universali” (fr:41).

Si presenta una trattazione sistematica della figura di Adam Smith, focalizzata sulla sua biografia, le sue opere principali e il suo contributo alla filosofia morale e all’economia politica. Il testo si articola in tre sezioni principali: la vita di Smith, la sua Teoria dei sentimenti morali e le Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni.

1.1 Vita di Adam Smith

Si discute la formazione intellettuale di Smith, iniziata con un rapimento da bambino da parte di zingari, episodio che ne segnò l’infanzia. Smith si distinse presto per la sua passione allo studio e la memoria eccezionale. Frequentò l’Università di Glasgow, dove incontrò Francis Hutcheson, il cui insegnamento influenzò profondamente la sua carriera e il suo pensiero. Hutcheson gli trasmise un vivo interesse per le scienze morali e politiche e per il metodo sperimentale.

Smith continuò i suoi studi a Oxford, ma trovò la carriera ecclesiastica non conforme ai suoi gusti, preferendo seguire la propria inclinazione verso l’insegnamento. Tornato in Scozia, iniziò a tenere lezioni pubbliche a Edimburgo e successivamente divenne professore di logica e poi di filosofia morale all’Università di Glasgow. Durante questi anni, raccolse i materiali per le sue opere future.

Nel 1759 pubblicò la Teoria dei sentimenti morali, che diffuse il suo nome in tutta Europa. Nel 1763, rinunciò all’insegnamento per accompagnare il giovane duca di Buccleuch nei suoi viaggi in Europa. Durante questi viaggi, Smith soggiornò a lungo a Parigi, dove conobbe molti filosofi ed economisti, tra cui Turgot, e frequentò la migliore società intellettuale dell’epoca.

Al ritorno in Scozia, Smith si dedicò alla stesura della sua opera più celebre, Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, pubblicata nel Questa opera gli valse una fama duratura e lo consacrò come il padre dell’economia politica moderna.

1.2 Teoria dei sentimenti morali

Si analizza la Teoria dei sentimenti morali, opera in cui Smith esplora i principi che guidano i giudizi morali degli individui. Il testo sottolinea come Smith, seguendo le orme di Hutcheson, basi la sua teoria sul sentimento di simpatia, definito come la capacità di condividere le emozioni altrui.

“Qualunque sia il grado d’amore di sé che si possa supporre nell’uomo, si trova evidentemente nella sua natura un principio d’interesse per ciò che avviene agli altri, che gli rende necessaria la loro felicità, anche quando egli non ne ritrae altro che il piacere di esserne testimone” (fr:249-251).

Smith sostiene che la simpatia è il fondamento della moralità, poiché ci permette di giudicare le azioni altrui e le nostre stesse azioni attraverso gli occhi di uno spettatore imparziale. Tuttavia, il testo critica questa teoria, evidenziando come la simpatia non possa spiegare completamente l’idea del bene e del male, né l’obbligazione morale.

La critica si concentra sul fatto che la simpatia, pur essendo un fenomeno importante, non può costituire il principio ultimo della moralità, poiché essa stessa dipende da una percezione preesistente del bene. La coscienza e la ragione, piuttosto che la simpatia, sono viste come le vere guide dei giudizi morali.

1.3 Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni

Si esamina l’opera principale di Smith, Ricerche sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, che rappresenta il fondamento dell’economia politica moderna. Smith introduce il concetto di lavoro come principio fondamentale del valore e della ricchezza delle nazioni.

“Il lavoro annuo di una nazione è la sorgente primitiva d’onde essa ritrae tutte le cose opportune ai bisogni e alle comodità della vita e che compongono il suo consumo; e queste cose sono sempre o il prodotto immediato di quel lavoro, o quelle comperate dalle altre nazioni con questo prodotto” (fr:825).

Smith esplora vari aspetti dell’economia, tra cui la divisione del lavoro, il ruolo del capitale, il commercio internazionale e le funzioni dello Stato. Egli sostiene che la divisione del lavoro aumenta la produttività e contribuisce alla prosperità economica. Inoltre, critica i monopoli e le restrizioni commerciali, promuovendo la libertà economica come principio fondamentale per lo sviluppo delle nazioni.

Smith discute anche il ruolo dello Stato, limitandolo alla difesa comune, all’amministrazione della giustizia e alla fornitura di infrastrutture pubbliche. Tuttavia, il testo critica Smith per non aver riconosciuto adeguatamente il ruolo dello Stato nell’istruzione e nella beneficenza, sottolineando come la libertà economica debba essere bilanciata con altre responsabilità sociali.

1.4 Giudizio critico

Il testo include un giudizio critico di A. Blanqui sull’opera di Smith, che elogia la chiarezza, la profondità e l’originalità delle sue idee. Blanqui sottolinea come Smith abbia rivoluzionato l’economia politica, introducendo principi che hanno influenzato profondamente il pensiero economico successivo.

“La sola riabilitazione del lavoro basterebbe alla gloria di Smith; ma esso ne ha indicato i vantaggi ed analizzato i metodi, con una tale superiorità di veduto, che le sue teorie possono essere considerate come magnifiche scoperte” (fr:1072-1073).

Blanqui riconosce anche alcuni limiti nell’opera di Smith, come la mancanza di metodo e di ordine, ma conclude che il suo contributo rimane fondamentale per la comprensione dell’economia politica.

In sintesi, il testo offre una visione completa e dettagliata della vita e delle opere di Adam Smith, evidenziando il suo ruolo centrale nello sviluppo della filosofia morale e dell’economia politica.


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[2.1-197-1376|1572]

2 La ricchezza delle nazioni: divisione del lavoro, mercato e progresso sociale

“L’operaio più umile di una società avanzata gode di più beni di quanti ne possa ottenere un selvaggio” (fr:1378).

Si presenta la struttura e i principi fondamentali di un trattato sull’economia politica, articolato in cinque libri. Il primo libro analizza le cause dell’aumento della produttività del lavoro e la distribuzione naturale del suo prodotto tra le classi sociali. Si introduce la divisione del lavoro come fattore chiave del progresso: “Il più grande miglioramento nelle forze produttive del lavoro […] sembrano essere stati gli effetti della divisione del lavoro medesimo” (fr:1396). L’esempio della manifattura di spilli illustra come la suddivisione in operazioni semplici (fino a diciotto fasi distinte) moltiplichi la produzione: dieci operai, specializzati in poche mansioni, producono “più di quarantottomila spilli in un giorno” (fr:1411), mentre un singolo lavoratore non ne realizzerebbe neppure venti.

Si discute come la divisione del lavoro generi tre vantaggi principali: aumento della destrezza (un chiodaio esperto ne produce migliaia al giorno, contro i pochi di un ferraio non specializzato, fr:1443), risparmio di tempo (evitando il passaggio tra attività diverse, fr:1449-1455), e innovazione tecnologica (“l’invenzione di un gran numero di macchine […] sembra essere stata originalmente dovuta alla divisione del lavoro”, fr:1458). Le macchine nascono spesso da operai specializzati (“bellissime macchine […] furono l’invenzione di quei tali operai”, fr:1464) o da filosofi, la cui professione si suddivide anch’essa in rami specifici (fr:1471).

Si osserva che l’agricoltura, a differenza delle manifatture, non permette una suddivisione altrettanto spinta (“la natura dell’agricoltura non ammette tante suddivisioni del lavoro”, fr:1421), limitando la produttività. Tuttavia, le nazioni ricche eccellono sia in agricoltura che nelle manifatture, benché la superiorità sia più marcata in queste ultime (fr:1427). Si nota inoltre che il grano di un paese povero può competere in prezzo con quello di uno ricco, mentre le manifatture no (fr:1435).

Il secondo libro tratta la natura del capitale e la sua accumulazione, mentre il terzo spiega le ragioni storiche della politica europea favorevole alle città rispetto alle campagne (fr:1386-1387). Il quarto libro analizza le teorie economiche che hanno influenzato principi e stati, contrapponendo l’importanza dell’industria urbana a quella rurale (fr:1388-1389). Il quinto libro, infine, esamina le entrate dello Stato, le spese pubbliche, i sistemi di tassazione e gli effetti del debito pubblico sulla ricchezza nazionale (fr:1391-1393).

Si approfondisce il principio che origina la divisione del lavoro: non la saggezza umana, ma la “tendenza a trafficare, barattare e cambiare” (fr:1490), comune solo agli uomini. Questa disposizione, assente negli animali (fr:1496-1497), porta alla specializzazione: “ciascun uomo […] trova il suo interesse in dedicarsi ad una speciale occupazione” (fr:1521). La differenza di talenti tra individui (es. filosofo e facchino) è più effetto che causa della divisione del lavoro (fr:1522-1523), e senza scambio ogni uomo dovrebbe produrre tutto da sé (fr:1527-1529).

Si conclude che la divisione del lavoro è limitata dall’estensione del mercato (fr:1540): in aree remote (es. montagne scozzesi), la scarsa domanda impedisce la specializzazione (fr:1545-1548). Il trasporto per acqua amplia il mercato, favorendo lo sviluppo industriale lungo coste e fiumi (fr:1555-1557), mentre le comunicazioni terrestri sono più costose e limitate (fr:1558-1560). Le prime civiltà sorsero lungo il Mediterraneo, mare navigabile e ricco di isole (fr:1571-1572).


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[3.1-153-1679|1831]

3 Prezzo reale e nominale delle merci: lavoro, moneta e valore

“Il lavoro è la reale misura del valore cambiabile di tutte le mercanzie” (fr:1691).

Si presenta una trattazione sulla natura del prezzo delle merci, distinguendo tra valore reale e nominale. Il testo definisce la ricchezza individuale in relazione alla capacità di disporre dei bisogni e dei piaceri della vita, sottolineando come, con la divisione del lavoro, la maggior parte di questi derivi dal lavoro altrui (“La più grande parte di quelli medesimi egli debbe derivare dal lavoro degli altri uomini” - fr:1689). Il valore di una merce per chi la possiede è determinato dalla quantità di lavoro che essa consente di acquistare (“Il lavoro adunque è la reale misura del valore cambiabile di tutte le mercanzie” - fr:1691), mentre il prezzo reale corrisponde alla fatica necessaria per ottenerla (“Il prezzo reale d’ogni cosa […] è la pena e l’imbarazzo d’acquistarla” - fr:1692).

Si discute poi la difficoltà di misurare il lavoro in modo preciso, data la variabilità della fatica e dell’ingegno impiegati (“Difficile è sovente raccertare la proporzione tra due differenti quantità di lavoro” - fr:1707). Nella pratica, il valore delle merci viene stimato attraverso il baratto o la moneta, considerata un mezzo più immediato e comprensibile (“Più naturale è adunque di stimare il suo valore cambiabile colla quantità d’alcun’ altra mercanzia che colla quantità del lavoro” - fr:1715). Tuttavia, la moneta stessa è soggetta a fluttuazioni di valore, dipendenti dalla disponibilità di oro e argento (“L’oro e l’argento […] variano nel loro valore” - fr:1725), rendendola una misura imperfetta nel lungo periodo.

Si introduce quindi la distinzione tra prezzo reale (lavoro) e nominale (moneta), evidenziando come il primo mantenga una stabilità maggiore nel tempo (“Uguale quantità di lavoro in ogni tempo e luogo può dirsi esser d’uguale valore pei lavorante” - fr:1730). Il grano, come sussistenza del lavorante, viene proposto come misura intermedia più affidabile della moneta (“Uguali quantità di grano […] saranno più ad un di presso del medesimo reale valore” - fr:1766), sebbene anch’esso varii annualmente. Si conclude che il lavoro rimane l’unica misura universale ed esatta del valore (“Il lavoro […] è la sola universale, come la sola esatta misura del valore” - fr:1780), mentre la moneta regola le transazioni quotidiane per praticità (“Il prezzo nominale […] regola quasi tutti gli affari della vita comune” - fr:1797).

Infine, si analizza l’evoluzione storica dei sistemi monetari, con particolare riferimento all’uso di metalli diversi (oro, argento, rame) come misure di valore. Si osserva come la preferenza per un metallo rispetto a un altro sia spesso legata a convenzioni storiche (“Le nazioni […] hanno sempre considerato uno di quei metalli come più peculiarmente la misura dei valore” - fr:1805), e come la fissazione di rapporti legali tra i metalli abbia semplificato le transazioni, pur mantenendo una distinzione non solo nominale tra essi (“La distinzione tra il metallo che era la misura, ed il metallo che non era la misura, era qualche cosa di più che una distinzione nominale” - fr:1826).


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[4.1-85-1834|1918]

4 Sistema monetario inglese: metalli, coniazione e valore

Differenze tra oro e argento, riforme monetarie e meccanismi di mercato

Si presenta una trattazione del sistema monetario inglese, con particolare attenzione al rapporto tra oro, argento e rame, alle riforme della coniazione e alle dinamiche di mercato che ne influenzano il valore. Si discute come il costume di tenere i conti in moneta d’argento anziché d’oro influenzi la percezione del valore: “Questa differenza intanto sarebbe interamente dovuta al costume di tenere i conti e d’esprimere l’ammonlare di tutte le grandi e le piccole somme, piuttosto in moneta d’argento che in moneta d’oro” (fr:1834). Dopo una riforma, l’oro assumerebbe un ruolo di misura più stabile rispetto all’argento: “L’oro apparirebbe la misura del valore dell’argento, e non l’argento la misura del valore dell’oro” (fr:1839).

Si analizza l’impatto delle riforme sulla moneta d’oro e d’argento. La riforma della moneta d’oro, portata al peso normale, ne ha innalzato il valore e, di riflesso, anche quello dell’argento: “La riforma della moneta d’oro ha evidentemente alzato il valore della moneta d’argento, la quale può essere cambiata per quella” (fr:1849). Tuttavia, l’argento continua a essere degradato e valutato al di sotto del suo reale valore: “Nella proporzione tra i differenti metalli della moneta inglese, siccome il rame è stimato molto di più del suo reale valore, cosi l’argento è stimato qualche cosa di meno del suo reale valore” (fr:1866). Il prezzo delle verghe d’argento, pur diminuito dopo la riforma, rimane superiore al prezzo di zecca: “quantunque il prezzo del mercato delle verghe d’argento dopo la riforma della moneta d’oro é considerebil mente disceso, pure non è tanto giù disceso quanto il prezzi} della zecca” (fr:1865).

Si esaminano le proporzioni tra i metalli e le loro oscillazioni di mercato. L’oro inglese è scambiato per una quantità di argento maggiore rispetto alla media europea: “Un’oncia di fino oro di moneta inglese si cambia per circa quindici once, che è per più d’argento che non vale secondo la comune stima d Europa” (fr:1868). Le fluttuazioni dei prezzi delle verghe sono attribuite a cause accidentali, come perdite, consumo e importazioni: “Le accidentali fluttuazioni sul prezzo del mercato delle verghe d’ oro e d’argento provengono dalle medesime cause, che le fluttuazioni nei prezzo del mercato di tutte l’altre mercanzie” (fr:1902). La stabilità dei prezzi nel tempo riflette lo stato della moneta: “questa stazionarietà e costanza, o superiorità, o inferiorità di prezzo è l’effetto di qualche cosa nello stato detta moneta” (fr:1908).

Si propone una soluzione per evitare la fusione della moneta d’argento, suggerendo un’alterazione della proporzione tra oro e argento e limitando la validità legale dell’argento come mezzo di pagamento: “V inconveniente forse sarebbe minore, se l’argento in moneta fosse stimato tanto dì più nella sua propria proporzione coll’ oro, quanto al presente è stimato di meno” (fr:1882). Si evidenzia inoltre il vantaggio pratico della moneta coniata rispetto alle verghe, nonostante i ritardi nella coniazione: “Questo ritardo equivale ad un piccolo diriito, e rende l’oro in moneta d’un poco più di valore, che una uguale quantità d’oro in verghe” (fr:1891). L’introduzione di un signoraggio potrebbe aumentare ulteriormente il valore della moneta rispetto alle verghe: “Un piccolo signoreggio […] probabilmente aumenterebbe ancora di più la superiorità di questi metalli in moneta sopra una uguale quantità d’essi in verghe” (fr:1894).


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[5.1-121-1956|2076]

5 Le componenti del prezzo delle merci e la loro dinamica

Rendita, salario e profitto: le tre fonti del valore e della distribuzione della ricchezza.

Si presenta una trattazione sistematica delle parti che compongono il prezzo delle merci, analizzandone la scomposizione e la ricomposizione in tre elementi fondamentali: rendita, salario e profitto. “Questa porzione, o ciò che torna ad essere lo stesso, il prezzo di questa porzione costituisce la rendita della terra e nel prezzo della più grande parte delle mercanzie entra come una terza parte componente il medesimo” (fr:1956). Il valore di ciascuna componente è misurato dalla quantità di lavoro che può acquistare: “Il lavoro misura il valore non solamente di quella parte del prezzo che si risolve in lavoro, ma ancora di quella che si risolve in rendita, e di quella che si risolve in profitto” (fr:1958).

Si discute come, in ogni società civilizzata, il prezzo di ogni merce si risolva in una o più di queste tre parti. “Nel prezzo del grano, per esempio, una parte paga la rendita del proprietario della terra, un’altra paga il salario o il mantenimento de’ lavoratori e del bestiame da lavoro impiegati in produrle, e la terza paga il profitto del fittaiuolo” (fr:1960). Anche il prezzo degli strumenti agricoli (come un cavallo) è scomposto nelle stesse tre voci: “il prezzo di qualunque istrumento d’agricoltura, come un cavallo che lavori, è compreso nelle medesime tre parti; la rendita della terra, in cui il cavallo si nutrisce, il lavoro di curarlo e nutrirlo, ed i profitti del fittaiuolo” (fr:1963). La stessa logica si applica alle merci lavorate: “Nel prezzo della farina, si deve aggiungere al prezzo del grano, i profitti del mugnaio, e i salari de’ suoi garzoni” (fr:1965).

Si osserva che, all’aumentare della lavorazione di una merce, la proporzione del prezzo attribuibile a salario e profitto cresce rispetto a quella della rendita. “Come una mercanzia viene ad essere più manifatturata, così quella parte del prezzo che si risolve in salario ed in profitto viene ad essere più grande in proporzione a quella che si risolve in rendita” (fr:1970). Inoltre, i profitti aumentano in numero e dimensione con l’avanzare della manifattura, poiché il capitale impiegato deve essere maggiore: “Il capitale, per esempio, che impiega i tessitori deve essere più grande che quello che impiega i filatori, perché esso non solo rimpiazza quel capitale coi profitti del medesimo, ma paga inoltre i salari de’ tessitori” (fr:1972).

Si distingue tra merci il cui prezzo si risolve in due sole parti (salario e profitto) e quelle in cui compare anche la rendita. “Nel prezzo del pesce di mare, per esempio, una parte paga il lavoro de’ pescatori, e l’altra i profitti del capitale impiegato nella pesca” (fr:1974), mentre la rendita è rara, tranne in casi specifici come “una pesca di solinone paga una rendita” (fr:1976). Esistono eccezioni in cui il prezzo si riduce al solo salario, come nel caso delle “piccole pietre variate […] conosciute col nome di selci di Scozia” (fr:1977-1978).

Si afferma che l’intero prezzo di ogni merce si risolve sempre in rendita, salario o profitto, e che queste tre voci rappresentano le fonti originarie di ogni reddito. “Salario, profitto, rendita, sono le tre originarie sorgenti di tutta l’entrata come di tutto il valore cambiabile” (fr:1982). Ogni altra forma di entrata deriva da queste: “Chiunque deriva la sua entrata da un fondo, che gli è proprio, deve trarla o dal suo lavoro, o dal suo capitale, o dalla sua terra” (fr:1985). Si nota come, nel linguaggio comune, queste distinzioni possano confondersi: “Un proprietario il quale da se stesso frutta una parte dei suo proprio podere […] guadagnerà e la rendita del proprietario ed il profitto del fittaiuolo. Egli intanto è uso a denominare tutto il suo guadagno, profitto” (fr:1998-1999).

Si introduce poi il concetto di prezzo naturale e prezzo di mercato. Il prezzo naturale è quello sufficiente a pagare rendita, salario e profitto ai loro livelli medi: “Quando il prezzo d’alcuna mercanzia non è più né meno di quanto è sufficiente a pagare la rendita della terra, i salari del lavoro e i profitti del capitale […] essa si vende per ciò che può chiamarsi il suo prezzo naturale” (fr:2026). Il prezzo di mercato, invece, dipende dalla quantità di merce disponibile e dalla domanda effettiva: “Il prezzo del mercato d’ogni mercanzia è regolato dalla proporzione tra la quantità che ne è attualmente portata al mercato, e la dimanda di coloro che vogliono pagare il prezzo naturale” (fr:2035).

Si descrive come l’eccesso o la scarsità di offerta rispetto alla domanda effettiva influenzi il prezzo di mercato. Se la quantità è insufficiente, “il prezzo del mercato alzerà più o meno sopra il prezzo naturale” (fr:2041); se è eccessiva, “il prezzo del mercato scenderà più o meno al di sotto del prezzo naturale” (fr:2048). Il prezzo naturale agisce come un centro di gravità verso cui tendono i prezzi: “Il naturale prezzo adunque è come se fosse il prezzo centrale, al quale i prezzi di tutte le mercanzie continuamente gravitano” (fr:2063). Si rileva infine che le fluttuazioni sono più marcate nei settori soggetti a variazioni produttive (come l’agricoltura) rispetto a quelli stabili (come la manifattura tessile): “Che il prezzo della tela e del panno non è soggetto a così spesse e così grandi variazioni, come il prezzo del grano, l’esperienza propria l’accerta a ciascuno” (fr:2076).


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6 Dinamiche del salario del lavoro tra combinazioni, domanda e prosperità nazionale

“Il lavoro bene retribuito è sintomo e causa della ricchezza nazionale, mentre la miseria ne segnala il declino o la stagnazione.”

Si presenta una trattazione sistematica dei meccanismi che regolano i salari del lavoro, analizzando le dinamiche tra maestri e operai, l’impatto della domanda di manodopera e le differenze tra paesi in crescita, stazionari o in decadenza.

6.1 Combinazioni tra maestri e operai

Si discute come i maestri mantengano una “tacita, ma costante ed uniforme combinazione di non fare innalzare i salarii del lavoro sopra il loro attuale livello” (fr:2182), mentre il violarla è considerato “una assai discreditante azione” (fr:2183). Queste combinazioni sono talmente radicate da essere “l’ordinario e naturale stato delle cose” (fr:2184). Tuttavia, i maestri ricorrono anche a “particolari combinazioni per abbassare i salarii” (fr:2185), condotte “con estremo silenzio e segretezza” (fr:2186). Gli operai, a loro volta, reagiscono con “contrarie difensive combinazioni” (fr:2187), spesso motivate dal “l’alto prezzo delle provigioni” o dai “gran profitto che i loro maestri ritraggono” (fr:2188). Queste ultime, “o che sieno difensive, o che sieno offensive”, generano “grande rumore” e ricorrono a “alti clamori” e “violenze” (fr:2190-2191), mentre i maestri invocano l’intervento del “magistrato civile” (fr:2193). Il risultato è che “gli operai assai di rado ricavano alcun vantaggio” (fr:2194), poiché le combinazioni si risolvono spesso in “punizione o la ruina de’ capi” (fr:2194).

6.2 Limiti minimi dei salari

Si osserva che esiste un livello minimo sotto il quale i salari non possono scendere a lungo, poiché “un uomo debbo sempre vivere della sua opera” (fr:2196) e “i suoi salarii debbono almeno essere sufficienti a mantenerlo” (fr:2196). Questo livello deve permettere anche di “allevare una famiglia” (fr:2197), altrimenti “la razza di tali operai non potrebbe durare oltre la prima generazione” (fr:2197). Si cita il signor Cantillon, secondo cui “le più basse classi de’ comuni lavoranti debbono guadagnare almeno il doppio del loro proprio mantenimento” (fr:2198), per consentire l’allevamento di almeno due figli su quattro (fr:2200). Tuttavia, si riconosce che “il necessario mantenimento di quattro fanciulli […] possa essere quasi uguale a quello d’un uomo” (fr:2202), e che la proporzione esatta rimanga incerta (fr:2205).

6.3 Domanda di lavoro e prosperità nazionale

Si analizza come l’aumento della domanda di lavoro influenzi i salari. Quando “la dimanda per coloro, i quali vivono di salarii, è continuamente crescente” (fr:2207), la “scarsezza delle braccia cagiona una concorrenza tra’ maestri” (fr:2208), rompendo le combinazioni che limitano i salari. Questa domanda dipende dall’accrescimento dei “fondi destinati per lo pagamento de’ salarii” (fr:2209), ovvero “l’entrata che eccede quello che è necessario per il mantenimento” e “il capitale che eccede quello che è necessario per l’impiego” (fr:2210). L’aumento di questi fondi è definito come “l’accrescimento della ricchezza nazionale” (fr:2216), e “non è l’attuale grandezza della ricchezza nazionale, ma il suo continuo accrescimento che cagiona un innalzamento de’ salarii” (fr:2218). Si confrontano paesi in crescita, come l’America settentrionale, dove i salari sono elevati (fr:2221-2223), con paesi stazionari, come la Cina, dove “i bassi salarii del lavoro” (fr:2253) e la difficoltà di allevare una famiglia sono la norma (fr:2254-2256).

6.4 Esempi comparativi

Si riportano dati concreti sui salari in diverse regioni. In America settentrionale, ad esempio, “i più semplici lavoranti guadagnano tre scellini e sei danari al giorno” (fr:2222), mentre in Cina “un lavorante […] può guadagnare con che comprar una piccola quantità di riso” (fr:2254). Si nota che in Scozia i salari sono inferiori a quelli inglesi (fr:2320), nonostante il costo della vita sia più basso (fr:2316-2319). Si sottolinea che “la liberale rimunerazione del lavoro […] è il naturale sìntomo dell’incremento della nazionale ricchezza” (fr:2280), mentre “lo scarso mantenimento del povero lavorante […] è il naturale sintomo che le cose sono stazionarie” (fr:2281).

6.5 Condizioni di vita e demografia

Si esamina l’impatto dei salari sulla demografia. In paesi prosperi come l’America settentrionale, “una famiglia numerosa di fanciulli […] è una sorgente d’opulenza” (fr:2234), mentre in paesi poveri come la Cina, “il matrimonio è incoraggiato […] dalla libertà di distruggere” i figli (fr:2260). Si osserva che “la povertà […] è sommamente sfavorevole all’allevamento de’ fanciulli” (fr:2373), portando a un’alta mortalità infantile (fr:2379-2380). Al contrario, “la liberale ricompensa del lavoro […] abilita quelle classi a provvedere meglio la sussistenza a’ loro fanciulli” (fr:2386), favorendo la crescita demografica.

6.6 Efficienza del lavoro libero

Si confronta il costo del lavoro libero con quello degli schiavi, concludendo che “l’opera fatta dagli uomini liberi risulta alla fine a più buon patto che quella fatta dagli schiavi” (fr:2401). Questo perché “il fondo destinato a rimpiazzare e riparare il mantenimento ed il logorìo dello schiavo, è ordinariamente amministrato da un negligente padrone” (fr:2397), mentre l’uomo libero gestisce con “stretta frugalità” le proprie risorse (fr:2399).

6.7 Stato progressivo e benessere

Si afferma che “lo stato progressivo è in realtà lo stato di lamento e di contento per tutti i differenti ordini della società” (fr:2407), mentre “lo stazionario è stupido, e quello di decadenza è malinconico” (fr:2408). La “ricompensa liberale del lavoro” non solo incoraggia la propagazione, ma anche “l’industria” (fr:2409), poiché “i salarii del lavoro sono l’incoraggiamento dell’industria” (fr:2410). Tuttavia, salari troppo alti possono portare a un eccesso di lavoro, con conseguenze sulla salute degli operai (fr:2416-2418).


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[7.1-240-2653|2892]

7 Disuguaglianze nei salari e nei profitti: fattori di compensazione e dinamiche di mercato

“Come un uomo di civile professione appare balordo in un campo o in una guarnigione […] così un uomo sfaccendato appare in mezzo ad uomini d’affari” (fr:2653)

Si presenta una trattazione sistematica delle variabili che influenzano i salari e i profitti nei diversi impieghi di lavoro e capitale. Il testo distingue tra le condizioni oggettive degli impieghi e le percezioni soggettive che ne determinano l’attrattività, evidenziando come il mercato tenda a equilibrare vantaggi e svantaggi attraverso meccanismi di compensazione.

7.1 Fattori di compensazione nei salari

Si analizzano cinque circostanze che giustificano differenze retributive: 1. Piacevolezza o spiacevolezza dell’impiego: “I salarii del lavoro variano secondo che l’impiego è lieve o difficile, pulito o sporco, onorevole o disonorevole” (fr:2691). Mestieri sgradevoli (es. minatore, macellaio) o disonorati (es. carnefice) offrono salari più alti per attrarre lavoratori, mentre professioni onorevoli (es. medicina, legge) sono spesso sottopagate in termini pecuniari: “L’onore costituisce una grande parte della ricompensa di tutte le professioni onorevoli” (fr:2695). 2. Costi e difficoltà di apprendimento: “I salarii del lavoro variano colla facilità e poca spesa, o colla difficoltà e molta spesa d’imparare il mestiere” (fr:2712). Impieghi che richiedono lunga formazione (es. avvocati, medici) prevedono salari più alti per ammortizzare l’investimento iniziale: “Un uomo educato a spesa di molto lavoro e molto tempo […] può essere paragonato ad una di quelle dispendiose macchine” (fr:2714). 3. Costanza dell’occupazione: “L’impiego è molto più costante in alcuni mestieri che in altri” (fr:2740). Lavori stagionali o precari (es. muratore, facchino) compensano l’incostanza con salari elevati: “Quel che guadagna, quando è impiegato, debbe essere tanto che non solamente lo mantenga quando è in ozio, ma che anco gli dia qualche compenso per quei momenti d’ansia” (fr:2744). 4. Fiducia richiesta: “I salarii degli orefici e de’ gioiellieri sono ovunque superiori a quelli di molti altri operai […] a motivo de’ preziosi materiali, che vi s’affidano” (fr:2772). Professioni che implicano responsabilità (es. medico, avvocato) prevedono retribuzioni commisurate al rischio di errore: “Noi affidiamo la nostra salute al medico, la nostra fortuna […] all’avvocato” (fr:2773). 5. Probabilità di successo: “I salarii del lavoro ne’ differenti impieghi variano secondo la probabilità o l’improbabilità di riuscirvi” (fr:2781). Professioni con alta competizione (es. legge, arte) offrono guadagni elevati a pochi, mentre mestieri sicuri (es. calzolaio) garantiscono redditi modesti ma stabili: “In un lotto perfettamente uguale coloro che tirano le polizze dei premi debbono guadagnare tutto ciò che perdono coloro che tirano le polizze bianche” (fr:2785).

7.2 Dinamiche dei profitti

Si discute come i profitti del capitale siano meno influenzati dalle variabili soggettive rispetto ai salari, dipendendo principalmente da: - Rischio e sicurezza: “L’ordinario livello del profitto sempre s’innalza più o meno secondo il rischio” (fr:2865), ma non in misura proporzionale: “Sembra che non s’innalzi mai in proporzione a questo, o tanto da compensarlo compiutamente” (fr:2866). Commerci ad alto rischio (es. contrabbando) attraggono avventurieri, riducendo i profitti medi: “La presuntuosa speranza del buon successo […] spinge tanti avventurieri negli arrischiati commerci, che la loro concorrenza riduce i loro profitti” (fr:2869). - Piacevolezza dell’impiego: “In punto di piacevolezza o spiacevolezza v’è poca o nessuna differenza nella massima parte de’ differenti impieghi del capitale” (fr:2873), a differenza del lavoro.

7.3 Equilibrio di mercato e illusioni

Si osserva che, in una società con perfetta libertà, i vantaggi e gli svantaggi degli impieghi tendono a bilanciarsi: “La totalità de’ vantaggi e degli svantaggi […] debbe in una medesima contrada essere o perfettamente uguale, o continuamente tendente ad essere uguale” (fr:2680). Tuttavia, la politica europea e le percezioni distorcono questo equilibrio: “La differenza [nei salari e profitti] proviene in parte da certe circostanze negli impieghi medesimi […] e in parte dalla politica d’Europa” (fr:2685). Un esempio di distorsione è l’apparente profitto elevato di alcuni commerci (es. farmacista), che in realtà nasconde salari mascherati: “La più gran parte dell’apparente profitto è il reale salario tramutato nell’aspetto di profitto” (fr:2885). Allo stesso modo, la presunzione umana spinge molti a intraprendere mestieri rischiosi o improbabili: “Il gonfio concetto che la più parte degli uomini hanno delle loro proprie capacità […] è un antico male” (fr:2808), come dimostrano le lotterie o le professioni artistiche: “Se mai la pubblica opinione […] cambiasse riguardo a tali professioni, la loro pecuniaria ricompensa prestamente diminuirebbe” (fr:2804).

7.4 Eccezioni e casi particolari

Si citano esempi concreti per illustrare le dinamiche descritte: - Lavori pericolosi o insalubri: “Nei mestieri che sono conosciuti essere insalubri, i salari del lavoro sono sempre notabilmente elevati” (fr:2860), come per i minatori o i facchini di carbone. - Professioni liberali: “La professione della legge […] è nel risguardo del guadagno pecuniario evidentemente in modo scarso ricompensata” (fr:2791), ma attrae per prestigio e fiducia nelle proprie capacità. - Mestieri del mare: “I pericoli e i rischi di una vita d’avventure […] sembrano spesso incitarli [i giovani] ad un mestiere” (fr:2856), nonostante salari modesti e condizioni dure.

In sintesi, il testo descrive un sistema in cui le disuguaglianze retributive riflettono compensazioni per svantaggi oggettivi o percezioni soggettive, mentre i profitti del capitale sono più uniformi e legati al rischio. La concorrenza e la libertà di scelta tendono a riequilibrare le disparità, ma fattori culturali e politici introducono distorsioni persistenti.


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[8.1-198-2985|3182]

8 Disuguaglianze economiche e corporazioni in Europa

Lavoro, capitale e regolamenti: come le città dominano le campagne

Si presenta una trattazione delle disuguaglianze nei salari e nei profitti derivanti dai diversi impieghi di lavoro e capitale, con particolare attenzione al ruolo delle corporazioni e delle politiche europee. Si discute come la concentrazione di ricchezza e opportunità nelle città, favorita da regolamenti restrittivi, alteri l’equilibrio tra industria urbana e rurale.

Le città, soprattutto in Inghilterra, mostrano dinamiche peculiari: a Londra, ad esempio, “il caro della pigione delle case è la cagione del buon patto degli appartamenti” (fr:2989), poiché gli artigiani sono costretti ad affittare intere abitazioni e a subaffittare i piani intermedi per sostenere i costi (fr:2992-2993). Questa pratica, assente in Francia o Scozia dove “quella spesso non significa altro che un semplice piano” (fr:2991), riflette una struttura economica che obbliga i lavoratori a dipendere esclusivamente dal proprio mestiere, a differenza di Parigi o Edimburgo dove “il prezzo di quel fitto deve pagare non solo la pigione della casa, ma l’intiera spesa della famiglia” (fr:2995).

Si analizza poi l’impatto delle corporazioni, strumento principale con cui la politica europea “restringe la concorrenza in alcuni impieghi ad un numero più piccolo di quello che altrimenti sarebbe disposto d’entrarvi” (fr:3000). Queste associazioni, dotate di “esclusivi privilegi” (fr:3002), impongono regole come apprendistati di sette anni (fr:3015) o limitazioni al numero di apprendisti (fr:3008-3010), giustificati dalla necessità di garantire qualità ma che in realtà “restringono la concorrenza ad un numero molto più piccolo” (fr:3006). L’effetto è duplice: da un lato, “la limitazione del numero degli apprendisti lo restringe direttamente” (fr:3007); dall’altro, la durata prolungata degli apprendistati “accresce la spesa della educazione” (fr:3007), scoraggiando l’accesso ai mestieri. Esempi concreti includono Sheffield, dove un coltellinaio non può avere più di un apprendista (fr:3008), o l’Inghilterra, dove un cappellaio è limitato a due (fr:3010).

Le corporazioni, tuttavia, non garantiscono qualità: “l’istituzione de’ lunghi apprendimenti non può dare alcuna sicurezza che l’opera imperfetta non fosse sovente esposta a pubblica vendita” (fr:3047), poiché la frode, non l’inabilità, è il vero rischio (fr:3048). Inoltre, tali regolamenti ostacolano l’industria: “un apprendista è probabilmente per essere pigro” (fr:3054), mentre un lavoratore a giornata, pagato in base alla produzione, è più motivato (fr:3053). La proposta di sostituire gli apprendistati con un sistema di lavoro retribuito a cottimo (fr:3071) evidenzia come “la sua educazione in questo modo sarebbe in generale di più effetto e sempre meno tediosa e dispendiosa” (fr:3072), benché i maestri perderebbero i salari risparmiati sugli apprendisti (fr:3074).

Le corporazioni, inoltre, creano monopoli locali: “ogni particolare classe di loro [gli artigiani] l’impedire che il mercato fosse sopraccaricato […] il che in realtà è tenerlo sempre scarsissimamente provveduto” (fr:3087). Questo sistema, unito a dazi sulle importazioni (fr:3138), fa sì che “l’industria delle città sia dappertutto in Europa più vantaggiosa che quella della campagna” (fr:3105). La prova è nella disparità di fortune: “in tutti i paesi d’Europa si trova almeno cento che hanno acquistato grandi fortune […] col commercio e colle manifatture […] per uno che l’abbia pure fatto […] col ritrarre i grezzi prodotti della terra” (fr:3106). La concentrazione di capitale nelle città, tuttavia, porta a una saturazione del mercato urbano, spingendo gli investimenti verso l’agricoltura e riducendo gradualmente il divario tra salari rurali e urbani (fr:3148-3152).

Si critica infine la logica stessa delle corporazioni: “gli uomini dello stesso mestiere, di rado s’assembrano […] senza che la conversazione finisca in una cospirazione contro il pubblico” (fr:3157). Sebbene le leggi non possano vietare tali assembramenti, “nulla deve fare […] che li renda necessari” (fr:3159), come i registri pubblici che facilitano le combinazioni (fr:3161) o le tasse per assistenza sociale che creano interessi comuni (fr:3163). Le corporazioni, infatti, indeboliscono la disciplina naturale del mercato, basata sul timore di perdere clienti (fr:3169-3170), e portano a una qualità inferiore dei servizi, costringendo a rivolgersi ai borghi per lavori mediocri (fr:3173).

In sintesi, si delinea un sistema in cui le politiche europee, attraverso restrizioni e privilegi, alterano la libera concorrenza, favorendo le città a scapito delle campagne e creando disuguaglianze strutturali. Tuttavia, la saturazione dei mercati urbani e la redistribuzione del capitale verso l’agricoltura (fr:3154) suggeriscono un riequilibrio lento e incerto, influenzato da “innumerevoli accidenti” (fr:3155).


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9 La rendita della terra e i fattori che ne determinano il valore

Vantaggi della concorrenza, equilibri tra colture, e il ruolo del grano come regolatore delle rendite fondiarie

Si presenta una trattazione sulla rendita della terra, analizzando come la concorrenza, le diverse colture e le condizioni locali influenzino i profitti e i canoni fondiari. Si discute il ruolo centrale del grano come riferimento per la determinazione delle rendite, pur riconoscendo eccezioni legate a prodotti specializzati o a particolari contesti geografici.

9.1 Concorrenza e monopolio

Si osserva come la coltivazione delle aree remote favorisca la società, “distruggendo il monopolio della campagna de’ suoi dintorni” (fr:3397), e come la libera concorrenza sia essenziale per una buona amministrazione. Il monopolio, invece, viene definito “un grande nemico di una buona amministrazione” (fr:3400), poiché impedisce l’equilibrio dei prezzi e la distribuzione efficiente delle risorse. Un esempio storico è la petizione dei contadi intorno a Londra contro l’estensione delle strade a pedaggio verso le aree più remote, temendo che queste ultime, grazie al basso costo del lavoro, potessero vendere grano ed erba a prezzi inferiori (fr:3401-3402).

9.2 Equilibrio tra grano e pascolo

Si analizza il rapporto tra la rendita delle terre coltivate a grano e quelle destinate al pascolo. Il grano, essendo una coltura annuale, richiede meno tempo rispetto alla carne da macello, che necessita di quattro o cinque anni per maturare. Tuttavia, “un acre di terra produrrà una più piccola quantità dell’una specie, che dell’altra di quei viveri, cosicché è d’uopo che l’inferiorità della quantità sia compensata dalla superiorità del prezzo” (fr:3405). Questo equilibrio determina la conversione delle terre tra le due colture: se il prezzo della carne non compensa i costi, parte dei pascoli viene riconvertita a grano (fr:3406). L’uguaglianza tra rendita e profitto di grano e pascolo vale solo per la maggior parte delle terre migliorate, mentre in alcune aree locali (come i dintorni delle città) la domanda di latte e foraggi può far lievitare il valore dell’erba (fr:3409-3410).

9.3 Eccezioni locali e prodotti specializzati

Si evidenzia come in alcune regioni, a causa della densità demografica, la terra sia impiegata principalmente per produrre erba, mentre il grano viene importato. L’Olanda e parte dell’antica Italia sotto i Romani sono citate come esempi di questa dinamica (fr:3414). Anche la chiusura dei terreni (recinzioni) influisce sulle rendite: “Il vantaggio della chiusura è più grande per le praterie che per i seminati di grano” (fr:3425), poiché riduce i costi di sorveglianza del bestiame. Tuttavia, in assenza di vantaggi locali, la rendita del grano regola quella delle altre colture (fr:3427).

9.4 Innovazioni agricole e prezzi relativi

Si menziona l’introduzione di prati artificiali e colture come rape e cavoli, che hanno ridotto la superiorità del prezzo della carne rispetto al pane. A Londra, ad esempio, “il prezzo della carne da macello, in proporzione al prezzo del pane, è di molto più basso nel tempo presente, di quel che era nel principio dell’ultimo secolo” (fr:3429). Un confronto tra i prezzi del XVII e XVIII secolo mostra che, mentre il frumento era più economico nei primi dodici anni del Settecento, la carne era più cara rispetto al periodo precedente al 1764 (fr:3441-3443).

9.5 Prodotti ad alta rendita e limiti della concorrenza

Si discute come alcune colture, pur richiedendo maggiori investimenti, offrano rendite e profitti superiori a quelli del grano e del pascolo. Tuttavia, “questa superiorità raramente sarà trovata più che un ragionevole interesse o compenso di quella spesa superiore” (fr:3448). Esempi includono luppoli, frutteti e ortaggi, la cui coltivazione richiede maggiore cura e abilità (fr:3451-3452). La precarietà delle raccolte di alcuni prodotti (come luppoli e frutta) giustifica prezzi più alti per compensare le perdite (fr:3454).

9.6 Casi storici e geografici

Si citano esempi storici, come l’opinione di Catone il Vecchio, che considerava i pascoli la coltura più redditizia (fr:3415-3416), e la situazione dell’antica Italia, dove le distribuzioni gratuite di grano scoraggiavano la coltivazione locale (fr:3417-3419). In Francia, le restrizioni alla coltivazione della vite (fr:3477) sono interpretate come un tentativo di mantenere alti i profitti, ma anche come un segnale che tali profitti non dureranno senza protezioni legali (fr:3476).

9.7 Prodotti di nicchia e rendite eccezionali

Si analizzano casi in cui la domanda supera l’offerta, permettendo rendite straordinarie. Ad esempio, i vini pregiati, la cui produzione è limitata da particolari condizioni del suolo, possono raggiungere prezzi molto più alti del vino comune (fr:3492-3495). Anche le colonie produttrici di zucchero sono paragonate a vigneti di pregio, poiché il loro prodotto è insufficiente a soddisfare la domanda europea (fr:3502-3503). Tuttavia, in paesi come la Cocincina, dove lo zucchero è prodotto in quantità adeguate alla domanda locale, i prezzi riflettono un equilibrio naturale con grano e riso (fr:3507-3508).

9.8 Tabacco e altre colture

Si esamina il caso del tabacco, la cui coltivazione è preferita in Virginia e Maryland per la sua redditività rispetto al grano (fr:3515). Tuttavia, le restrizioni alla sua coltivazione in Europa hanno creato un monopolio a favore di queste colonie (fr:3517). Nonostante ciò, il tabacco non sembra generare profitti paragonabili a quelli dello zucchero, e i piantatori temono la sovrapproduzione (fr:3521-3524).

9.9 Il ruolo del grano come regolatore delle rendite

Si conclude che “la rendita delle terre coltivate, il cui prodotto è il nutrimento umano, regola la rendita della più grande parte delle altre terre coltivate” (fr:3526). Nessun prodotto può offrire rendite inferiori a quelle del grano, poiché la terra verrebbe riconvertita ad altro uso. Solo quando la quantità di terra adatta a un prodotto è insufficiente a soddisfare la domanda, i prezzi possono superare quelli del grano (fr:3527). In Europa, il grano è il principale nutrimento umano, e la sua rendita regola quella delle altre colture, salvo eccezioni locali (fr:3528-3531).

9.10 Alternative al grano: riso e patate

Si esplorano le potenzialità del riso e delle patate come alternative al grano. Il riso, che produce una quantità di nutrimento superiore al grano (fr:3537-3538), potrebbe generare rendite più elevate se diventasse il principale alimento di una popolazione (fr:3540). Tuttavia, le risaie richiedono condizioni specifiche (terreni paludosi) e non sono adatte ad altre colture (fr:3542-3544). Anche le patate, che producono una quantità di nutrimento tripla rispetto al grano (fr:3549), potrebbero aumentare la popolazione e le rendite se diventassero l’alimento base (fr:3551-3554). Tuttavia, la difficoltà di conservarle ne limita la diffusione (fr:3565-3566).

9.11 Vestiti e alloggi: prodotti non sempre redditizi

Si osserva che, oltre al nutrimento, anche i materiali per vestiti e alloggi possono generare rendite, ma solo in determinate condizioni. In terre non coltivate, questi materiali sono abbondanti e di scarso valore, mentre in terre coltivate possono diventare scarsi e costosi (fr:3577-3580). Ad esempio, le pelli degli animali erano il principale materiale per vestiti nelle società di cacciatori e pastori, ma il loro valore dipendeva dalla domanda (fr:3585-3586). Solo quando la domanda supera l’offerta, i prezzi possono generare rendite per i proprietari terrieri (fr:3584).


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10 Rendita delle miniere e valore dei metalli preziosi tra Europa e Perù

“La rendita delle miniere di stagno e argento: tra tassazione, abbondanza e scarsezza, e il loro impatto sul valore reale dei metalli.”

Si presenta un’analisi comparata delle rendite derivanti dall’estrazione di metalli preziosi e non, con particolare attenzione alle miniere di stagno in Cornovaglia e alle miniere d’argento e oro del Perù. Si discute come la rendita media delle miniere di stagno in Cornovaglia, calcolata come una sesta parte del prodotto lordo, fosse comparabile a quella di molte miniere di piombo in Scozia (“Una sesta parte del prodotto lordo può essere calcolata la rèndita media delle miniere di stagno di Cornwell” - fr:3694; “Una sesta parte del prodotto lordo è anco la rendita di molte fertilissime miniere di piombo in Scozia” - fr:3696). Tuttavia, le miniere d’argento del Perù, nonostante la loro ricchezza, erano gravate da una tassa reale che ammontava a un quinto del prodotto, ridotta poi a un decimo nel 1736 a causa della loro incapacità di sostenere il carico fiscale iniziale (“la tassa dovuta al re di Spagna ammontava al quinto dell’argento secondo il titolo” - fr:3698; “la tassa sopra l’argento fu nel 1736 ridotta da un quinto ad un decimo” - fr:3703).

Si evidenzia come le tasse influenzino la redditività delle miniere e la propensione al contrabbando, più facile per metalli preziosi come l’argento e l’oro rispetto a metalli più voluminosi come lo stagno (“questa tassa sopra l’argento anco dà più tentazione a fare il contrabbando che la tassa d’un ventesimo sopra lo stagno” - fr:3704). La rendita delle miniere di metalli non preziosi, come lo stagno, sembra essere maggiore rispetto a quella delle miniere di metalli preziosi, poiché dopo aver coperto i costi di estrazione e i profitti ordinari, rimane una quota maggiore per il proprietario (“ciò che rimane al proprietario pare essere maggiore ne’ metalli grossolani, che nei preziosi” - fr:3707).

Si tratta inoltre del valore intrinseco dei metalli preziosi, determinato dalla loro utilità, bellezza e scarsezza, e come questi fattori influenzino il loro prezzo sul mercato (“Queste qualità d’utilità, bellezza e scarsezza sono l’originale fondamento dell’alto prezzo di quei metalli” - fr:3747). Si sottolinea come la scoperta di nuove miniere più fertili possa ridurre il valore dei metalli preziosi, rendendo meno profittevole l’estrazione dalle miniere esistenti (“Se si scoprissero nuove miniere tanto superiori a quelle del Potosí, quanto queste sono superiori a quelle d’Europa, il valore dell’argento allora potrebbe essere così degradato da rendere non proficuo anco lo scavo delle miniere del Potosí” - fr:3756).

Infine, si analizza come il valore dei metalli preziosi sia influenzato dalla domanda globale e dall’abbondanza di cibo, che a sua volta determina la domanda di beni di lusso e ornamenti (“Quell’abbondanza di nutrimento […] è la grande cagione della dimanda de’ metalli preziosi e delle pietre preziose” - fr:3771). Si conclude che, nonostante le variazioni di prezzo, il valore reale dei metalli preziosi è strettamente legato alla quantità di lavoro che possono acquistare o rappresentare.


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11 Commercio, valore e dinamiche dei metalli preziosi tra Europa e Indie

“L’argento fluisce verso Oriente, l’oro verso l’Occidente: un equilibrio di scambi che plasma economie e prezzi.”

Si presenta un’analisi delle dinamiche commerciali e dei valori relativi tra metalli preziosi (oro e argento), prodotti agricoli e manifatturieri tra Europa, Cina e Indie. Il testo si articola su tre assi principali: 1) differenze di prezzo e potere d’acquisto, 2) flussi commerciali e consumo dei metalli, 3) effetti del progresso economico sui prezzi delle materie prime.


11.1 Disparità di prezzi e lavoro tra Europa e Indie

Si discute come il prezzo reale del lavoro (quantità di beni acquistabili con il salario) sia significativamente più basso in Cina e nell’Indostan rispetto all’Europa, nonostante la parità tecnologica nelle manifatture. “Il salario del lavorante v’acquisterà una più piccola quantità di viveri; e siccome il prezzo in moneta de’ viveri è molto più basso nell’Indie che nell’Europa, così il prezzo in moneta del lavoro v’è più basso per un doppio motivo” (fr:4197). Questa disparità è attribuita a: - Minor quantità di beni acquistabili con lo stesso salario. - Prezzi inferiori dei viveri nelle Indie, che riducono ulteriormente il costo del lavoro.

Le manifatture, pur essendo di qualità comparabile, risultano più economiche nelle Indie per via dei minori costi di trasporto (navigazione interna vs. trasporto terrestre europeo) e della maggiore efficienza logistica: “Nella Cina e nell’Indostan l’estensione e la varietà delle navigazioni risparmiano la più gran parte di questo lavoro” (fr:4202). Ciò rende i metalli preziosi (specie l’argento) una merce vantaggiosa da esportare verso le Indie, dove ottengono un prezzo superiore rispetto all’Europa: “Difficilmente vi è alcuna mercanzia, che vi ottenga un miglior prezzo” (fr:4204).


11.2 Flussi commerciali e consumo dei metalli preziosi

Si tratta il ruolo centrale dell’argento nel commercio tra Europa e Indie, con un focus su: - Importazioni annuali: L’argento importato a Cadice e Lisbona (da miniere americane) ammonta a circa 6 milioni di sterline annue (fr:4218, fr:4245), con stime che variano tra 5,7 e 6,1 milioni secondo diverse fonti (fr:4226, fr:4233, fr:4244). L’oro, pur meno tassato (5% vs. 10% sull’argento), è meno esportato per via della maggiore stabilità del suo valore (fr:4205). - Destinazioni e perdite: Una parte dell’argento è reinviata verso Manila (fr:4246) o impiegata in contrabbando (fr:4247). Il consumo globale è elevato per: - Logoramento (monete, vasellame). - Perdite accidentali (trasporti, tesori nascosti in Asia: “il quasi universale costume di nascondere nelle viscere della terra de’ tesori” (fr:4217)). - Usi industriali (indoratura, ricami: “nelle manifatture di Birmingham […] la quantità dell’oro e dell’argento annualmente impiegata […] ammonta a più che cinquanta mila lire sterline” (fr:4214)).

Si stima che il consumo annuo (inclusi sprechi) possa eguagliare la produzione mineraria (fr:4251), con un equilibrio dinamico tra domanda e offerta: “Dopo un certo periodo l’annuale consumo di quei metalli deve […] diventare uguale alla loro annuale importazione” (fr:4330). Tuttavia, se l’importazione diminuisse, il valore dei metalli potrebbe aumentare gradualmente (fr:4336).


11.3 Variazioni di valore e progresso economico

Si esaminano le fluttuazioni storiche del rapporto oro/argento e gli effetti del progresso economico sui prezzi: - Rapporto oro/argento: - In Europa, prima delle miniere americane, era 1:10 o 1:12 (fr:4268); nel XVIII secolo diventa 1:14 o 1:15 (fr:4269). - Nelle Indie e Cina rimane 1:10 o 1:12 (fr:4276), mentre in Giappone scende a 1:8 (fr:4277). - La maggiore esportazione di argento verso le Indie riduce la sua disponibilità in Europa, influenzando il rapporto (fr:4280). - Stabilità dei prezzi metallici: I metalli preziosi sono meno soggetti a variazioni annuali rispetto ad altre materie prime (fr:4259), grazie alla loro durabilità (fr:4260). Tuttavia, il loro valore reale può diminuire con l’aumento della ricchezza, poiché “l’oro e l’argento naturalmente affluiscono in un paese ricco […] non perché vi sono a più buon patto, ma perché vi sono più cari” (fr:4341).

Si distinguono tre categorie di prodotti grezzi in relazione al progresso economico: 1. Prodotti non moltiplicabili (es. selvaggina rara, uccelli esotici): il prezzo può salire senza limiti (fr:4351), come nel caso dei romani che pagavano fortune per animali rari (fr:4362). 2. Prodotti moltiplicabili (es. bestiame, pollame): il prezzo aumenta fino a rendere proficua la coltivazione per nutrirli (fr:4385). Ad esempio, il bestiame raggiunge un prezzo tale da giustificare l’uso di terre coltivate per foraggio (fr:4388). 3. Prodotti con efficacia industriale limitata (es. minerali): il prezzo dipende da fattori contingenti (fr:4353).

Un caso emblematico è il bestiame, il cui prezzo in Scozia aumentò dopo l’Unione con l’Inghilterra, incentivando il miglioramento agricolo (fr:4422). Nelle colonie americane, invece, la scarsa popolazione e l’abbondanza di terre incolte mantengono il bestiame a basso prezzo (fr:4424), ritardando lo sviluppo agricolo (fr:4428).


11.4 Prospettive future

Si ipotizza che: - L’argento potrebbe aumentare di valore in Europa se la tassazione sulle miniere americane (attualmente al 10%) venisse ridotta (fr:4325), rendendo profittevoli miniere oggi marginali. - Il consumo crescente di metalli preziosi potrebbe portare a un equilibrio tra importazioni e consumo (fr:4334), con possibili aumenti di prezzo se l’offerta diminuisse (fr:4336). - Il prezzo dei prodotti agricoli (es. grano) tende a salire con il progresso, ma ciò riflette l’aumento del loro valore reale (quantità di lavoro incorporato), non una svalutazione dei metalli (fr:4343).

In sintesi, il testo delinea un sistema economico globale in cui i metalli preziosi fungono da collante commerciale, mentre le differenze di prezzo e produttività tra regioni plasmano i flussi di merci e capitale. Il progresso economico, infine, ridefinisce i valori relativi delle materie prime, con effetti a cascata su agricoltura, manifatture e commercio internazionale.


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12 Effetti del miglioramento sociale sui prezzi dei prodotti grezzi e delle manifatture

“L’evoluzione dei prezzi tra risorse naturali, lavoro e mercato nel passaggio da economie primitive a società avanzate”

Si discute l’impatto del progresso economico e demografico sui prezzi di prodotti grezzi come lana, pelli e metalli preziosi, confrontando epoche storiche e contesti geografici. Si osserva come il miglioramento delle condizioni di un paese influenzi diversamente le merci a seconda della loro natura e del mercato di riferimento.

12.1 Prodotti animali e derivati

Si analizza il prezzo della lana e delle pelli in relazione allo sviluppo delle colonie e delle manifatture. “Questo era quasi di costante uso nella Ispaniola, mentre era infestata da selvatici cacciatori […] prima che lo stabilimento delle colonie francesi avesse dato qualche valore al bestiame degli Spagnuoli” (fr:4534). Il mercato del carcame (carne macellata) si espande con la crescita demografica, mentre quello della lana e delle pelli, già globale, rimane stabile: “Il mercato per il carcame […] deve necessariamente estendersi in proporzione al miglioramento ed alla popolazione di quel paese. Ma il mercato per la lana e per le pelli […] spesso estendendosi all’intero mondo commerciale, assai di rado può essere allargato nella medesima proporzione” (fr:4536-4537). Si cita il caso dell’Inghilterra, dove il prezzo della lana è crollato a causa di restrizioni commerciali: “In Inghilterra […] il prezzo della lana inglese è caduto assai considerevolmente dopo il tempo d’Eduardo III” (fr:4545), attribuendo il calo a “l’assoluta proibizione d’esportare la lana dall’Inghilterra; secondo, dal permesso d’importare quella di Spagna franca di dritto; terzo, dalla proibizione di esportare quella d’Irlanda” (fr:4555).

Per le pelli, si nota un andamento simile: “Il prezzo delle pelli grezze è di molto più basso al presente di quel che era pochi anni fa” (fr:4586), a causa della liberalizzazione delle importazioni. Tuttavia, il loro valore reale (capacità di acquistare beni) è diminuito meno rispetto al passato, come dimostrato dai registri storici: “Una pelle di bue […] avrebbe in que’ tempi comprato tanto grano, quanto al presente ne comprerebbero dieci scellini e tre denari” (fr:4572).

12.2 Metalli preziosi e risorse minerarie

Si tratta l’incertezza legata all’estrazione di metalli preziosi, la cui disponibilità dipende da fattori esterni come la fertilità delle miniere: “La quantità de’ metalli preziosi che si trova in un paese […] sembra dipendere […] dallo stato della sua industria […] e dalla fertilità o sterilità delle miniere” (fr:4636). Si sottolinea come la scoperta di nuove miniere (es. America) abbia ridotto il valore dell’oro e dell’argento, senza necessariamente riflettere un aumento della ricchezza reale: “L’accrescimento della quantità dell’oro e dell’argento in Europa […] è derivato da un puro accidente” (fr:4665). Si critica l’idea che un basso prezzo in moneta dei beni indichi povertà: “L’alto valore de’ metalli preziosi può non essere prova della povertà […] ma solamente della sterilità delle miniere” (fr:4660).

12.3 Manifatture e progresso tecnico

Si esamina la riduzione dei prezzi delle manifatture grazie al miglioramento delle tecniche produttive: “L’effetto naturale del miglioramento sociale è […] diminuire gradatamente il prezzo reale di quasi tutte le manifatture” (fr:4722). Si citano esempi come l’orologeria e la chincaglieria, dove “una più piccola quantità di lavoro viene richiesta per eseguire un particolare pezzo d’opera” (fr:4724). Tuttavia, per alcune lavorazioni (es. legno), l’aumento del prezzo delle materie prime ha compensato i guadagni di efficienza: “Il necessario innalzamento del prezzo reale del legname […] farà più che compensare tutti i vantaggi” (fr:4726).

12.4 Conclusione: distinzione tra prezzo nominale e reale

Si conclude che l’analisi dei prezzi deve distinguere tra variazioni nominali (legate alla moneta) e reali (legate al potere d’acquisto). “Se l’innalzamento del prezzo d’alcune specie di provvisioni sia dovuto ad un decadimento del valore dell’argento […] o all’accresciuto valore della terra […] diventa una materia molto più delicata” (fr:4707). Si evidenzia come il miglioramento agricolo abbia diversificato i prezzi: “L’estensione del miglioramento […] innalza il prezzo del cibo animale e abbassa quello del cibo vegetale” (fr:4709-4710), influenzando le condizioni delle classi sociali.


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[13.1-240-4897|5136]

13 Divisione e accumulazione dei fondi nella produzione economica

“L’accumulazione precede la divisione, il capitale muove il lavoro, il lavoro moltiplica il capitale.”

Si presenta una trattazione sistematica della relazione tra accumulazione dei fondi, divisione del lavoro e crescita produttiva. L’accumulazione di risorse è condizione preliminare per la suddivisione delle mansioni: “Come l’accumulazione d’un fondo deve nella natura delle cose precedere la divisione del lavoro, così il lavoro può essere sempre vie più suddiviso a proporzione solamente, che il fondo preventivamente sempre vieppiù s’accumuli” (fr:4897). La specializzazione incrementa l’efficienza, come evidenziato dall’introduzione di macchine: “una varietà di nuove macchine viene ad essere inventala per facilitare ed abbreviare quelle operazioni” (fr:4898). L’uguaglianza tra fondi e numero di operai è necessaria per mantenere la produttività costante, richiedendo “un uguale fondo di provigioni, ed un più gran fondo di materiali e d’istrumenti” (fr:4899).

Si discute la natura dei fondi, suddivisi in capitale fisso e circolante. Il capitale fisso (“apporta una rendita o un profitto senza cambiare di padroni”) include macchine, edifici produttivi, miglioramenti terrieri e competenze umane (“le abilità utili ed acquisiate di tutti gli abitanti” - fr:4983). Il capitale circolante (“apporta una rendita solamente col circolare”) comprende denaro, materie prime, provviste e prodotti finiti (“le provigioni, dei materiali, e dell’opera compita” - fr:4999). La distinzione tra i due è funzionale: “Il capitale d’un mercatante è intieramente un capitale circolante. […] Un maestro sartore non abbisogna guari d’altri istrumenti di industria che d’una quantità d’aghi” (fr:4933, fr:4936), mentre settori come la metallurgia richiedono investimenti fissi elevati (“la fornace per fondere il minerale, la fucina, il molino a fondere” - fr:4941).

Si analizza il ruolo del denaro come strumento di circolazione, non come parte della rendita netta: “Il danaro è la grande ruota della circolazione, il grande istrumento del commercio, […] ma non forma parte della rendita della società” (fr:5119). La moneta metallica può essere sostituita da carta moneta, riducendo i costi di mantenimento del capitale circolante (“La sostituzione della carta in luogo della moneta d’oro e d’argento, rimpiazza un dispendiosissimo istrumento di commercio con un altro molto meno costoso” - fr:5127). La rendita netta di una società dipende dal fondo destinato al consumo immediato, escludendo le spese per il mantenimento dei capitali: “La loro reale ricchezza è in proporzione non della loro rendita lorda, ma della loro rendita netta” (fr:5052).

Si conclude con una riflessione sulla distribuzione del prodotto annuale tra salari, profitti e rendite terriere, distinguendo tra rendita lorda e netta: “il prezzo della più gran parte delle mercanzie si risolve in tre parti, delle quali una paga i salarii del lavoro, l’altra i profitti del fondo, e la terza la rendita della terra” (fr:5042). La ricchezza reale di un paese è determinata dalla capacità dei capitali di alimentare il fondo di consumo, non dal valore nominale del denaro in circolazione.


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14 Effetti della carta moneta sulla circolazione economica e il credito bancario

“Un milione adunque sarà sufficiente per farlo circolare anche dopo” (fr:5144)

Si presenta un’analisi del funzionamento della carta moneta e del suo impatto sulla circolazione economica, il credito bancario e lo sviluppo industriale. Si parte dall’ipotesi di una moneta circolante iniziale di un milione di sterline, sufficiente a sostenere il prodotto annuale di un paese (“Supponiamo, per esempio, che l’intiera moneta circolante di un paese in un dato tempo ammontasse ad un milione di lire sterline” - fr:5139). L’introduzione di biglietti bancari emessi da banche e banchieri modifica questo equilibrio: “Supponiamo ancora che alcun tempo dopo banche e banchieri diversi emettessero biglietti pagabili al latore per la quantità di un milione conservando nelle loro diverse casse duecentomila lire sterline per rispondere alle dimande che occorrono” (fr:5140). Si evidenzia come la circolazione aumenti a un milione e ottocentomila sterline, di cui un milione in carta e ottocentomila in metallo (“Cosi vi rimarrebbero in circolazione ottocento mila lire sterline in oro ed in argento, ed un milione di biglietti” - fr:5141).

Si discute l’effetto di questa espansione monetaria sul prodotto annuale, che non può aumentare immediatamente (“Ma l’annuale prodotto della terra e del lavoro del paese non richiedeva prima che solamente un milione per esser posto in circolazione […] non può essere immediatamente aumentato da quelle operazioni di banca” - fr:5142-5143). L’eccesso di moneta, non potendo essere impiegato internamente, viene esportato: “Essa perciò sarà fuori inviata affine di cercare quel proficuo impiego, che nell’interno non può trovare” (fr:5152). Tuttavia, la carta moneta non può essere esportata, portando all’esportazione di oro e argento (“Ma la carta non può andar fuori; imperocché lungi dalle banche che la emettono […] non sarà ricevuta nei pagamenti ordinarii” - fr:5153).

Si analizzano gli effetti positivi e negativi dell’impiego dell’oro e argento esportato. Se impiegato per acquistare merci destinate al consumo improduttivo, promuove la prodigalità (“Come viene impiegata in quel primo modo quella moneta, essa promuove la prodigalità, accresce la spesa e il consumo senza accrescere la produzione” - fr:5161). Se impiegato per l’industria, promuove la produzione e la ricchezza nazionale (“Come essa viene impiegata nel secondo modo, promuove l’industria […] il popolo, che consuma, riproducendo con un profitto l’intiero valore del suo annuale consumo” - fr:5162).

Si sottolinea come la maggior parte dell’oro e argento esportato venga probabilmente impiegata in modo produttivo (“Egli sembra non solo probabile, ma quasi certo, che la maggior parte dell’oro e dell’argento […] si impiega in comprare mercanzie forestiere per l’interno consumo, è, e deve essere impiegato in comprare quelle del secondo genere” - fr:5164). Si evidenzia inoltre che la domanda della “gente oziosa” per beni di lusso rimane stabile, limitando l’impiego improduttivo della moneta esportata (“La dimanda della gente oziosa adunque per le mercanzie forestiere sendo la stessa, o quasi la stessa, che pria […] egli è verisimile, che una piccolissima parte della moneta andata via […] venga impiegata in comprare quelle che le sono di uso” - fr:5168).

Si passa poi a discutere il ruolo della moneta nella circolazione e nell’impiego dell’industria. Si afferma che la moneta non è un fattore produttivo in sé, ma uno strumento per facilitare la circolazione di materiali, strumenti e salari (“La moneta non è un materiale, su cui si lavora, nè uno strumento con cui si lavora” - fr:5173). La sostituzione della carta moneta all’oro e argento libera risorse per l’industria: “Quando la carta è sostituita in luogo della moneta di oro e di argento, la quantità dei materiali degli strumenti e del mantenimento […] può essere aumentata dall’intiero valore dell’oro e dell’argento” (fr:5177).

Si riporta l’esempio della Scozia, dove l’introduzione della carta moneta ha portato a un notevole sviluppo economico: “Un’operazione di questo genere tra venticinque o trent’anni si è fatta nella Scozia, con lo stabilimento di nuove compagnie di banche in quasi tutte le città considerabili” (fr:5184). Si evidenzia come il commercio e l’industria siano aumentati significativamente, nonostante la diminuzione della moneta metallica in circolazione (“Il commercio della Scozia sia più che quadruplicato dopo il primo stabilimento delle due pubbliche banche di Edimburgo” - fr:5189).

Si analizzano le pratiche bancarie, come lo sconto delle cambiali e i conti di cassa, che facilitano il credito e riducono la necessità per i commercianti di tenere capitale inutilizzato (“È principalmente collo scontare cambiali […] che la maggior parte delle banche e dei banchieri emettono i loro biglietti” - fr:5200). Si sottolinea come queste pratiche abbiano permesso ai commercianti scozzesi di espandere le loro attività più di quanto avrebbero potuto fare altrimenti (“Il mercante di Edimburgo può senza imprudenza fare un commercio più grande, e dare impiego ad un più gran numero di uomini che non può fare il mercante di Londra” - fr:5218).

Si discute infine i rischi di un’eccessiva emissione di carta moneta, che può portare a un ritorno massiccio di biglietti alle banche per essere convertiti in metallo, causando difficoltà finanziarie (“Se mai la carta circolante eccedesse una volta quella somma […] dovrebbe immediatamente ritornare alle banche per essere cambiato per oro ed argento” - fr:5232). Si riportano esempi di crisi bancarie in Inghilterra e Scozia, causate da un’eccessiva emissione di carta moneta (“Per emettere una troppo grande quantità di carta moneta […] la banca d’Inghilterra fu per molti anni consecutivi obbligata a coniare moneta d’oro” - fr:5251).

Si conclude con una riflessione sull’importanza di una regolamentazione prudente della carta moneta per mantenere la stabilità economica e proteggere il paese da crisi finanziarie (“Un principe desioso di mantenere i suoi domini in tutti i tempi in condizioni da poterli con assai facilità difendere, deve per questo motivo guardarsi […] da quella eccessiva moltiplicazione della carta-moneta” - fr:5487).


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15 Lavoro produttivo e improduttivo: fondi, economia e sviluppo sociale

“La proporzione tra capitale e entrata determina l’industria o l’ozio di una nazione”

Si tratta della distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo, dei meccanismi che regolano l’accumulazione del capitale e degli effetti sulla ricchezza nazionale. Si definisce il capitale come quella parte del fondo impiegata per mantenere “braccia produttive” (fr:5615), ovvero lavoratori il cui operato genera un profitto e riproduce valore (“egli la impiega perciò a mantenere solamente braccia produttive; e così dopo aver fatto la funzione di un capitale a colui, costituisce un’entrata a queste” - fr:5615). Al contrario, le “braccia improduttive” (fr:5616) – servitori, artisti, funzionari – sono sostenute da entrate (rendite o profitti) e non contribuiscono alla crescita del capitale (“qualunque parte del suo fondo un uomo impieghi come capitale, egli sempre attende che gli sia rimpiazzata con un profitto” - fr:5614).

Si discute come la destinazione dei fondi influenzi la struttura sociale. Nei paesi ricchi, la maggior parte del prodotto annuale è destinata a “rimpiazzare un capitale” (fr:5653), favorendo l’industria, mentre nei paesi poveri o in epoche feudali prevale la rendita, che alimenta l’ozio (“la spesa di un gran signore nutrisce in generale più gente oziosa che industriosa” - fr:5629). La proporzione tra capitale e entrata determina così il carattere di una società: “ovunque il capitale predomina, l’industria prevale; ovunque l’entrata predomina, l’oziosità prevale” (fr:5681). Esempi storici illustrano questa dinamica: nelle città manifatturiere (come quelle olandesi o inglesi) le classi inferiori sono “industriose, sobrie e prospere” (fr:5660), mentre in quelle dominate dalla spesa pubblica (Roma, Versailles) sono “oziose, dissolute e povere” (fr:5662).

Si analizza il ruolo dell’economia e della prodigalità. Il risparmio è presentato come l’unico mezzo per aumentare il capitale (“L’economia e non l’industria è l’immediata cagione dell’aumento del capitale” - fr:5686), poiché consente di impiegare fondi aggiuntivi in lavoro produttivo (“con quel che un uomo economico annualmente risparmia, egli non solamente apporta un mantenimento ad un numero addizionale di braccia produttive […] ma stabilisce un perpetuo fondo per il mantenimento di un ugual numero di braccia” - fr:5700). La prodigalità, invece, sottrae risorse al capitale, riducendo la capacità produttiva del paese (“il prodigo […] paga i salarii dell’oziosità con quei fondi che l’economia dei suoi avi aveva consacrato al mantenimento dell’industria” - fr:5705). Anche la cattiva gestione delle imprese (agricole, commerciali o manifatturiere) ha effetti simili, poiché “diminuisce i fondi destinati al mantenimento del lavoro produttivo” (fr:5737).

Si sottolinea come le nazioni non si impoveriscano per la condotta dei privati, ma per quella dei governi, che spesso impiegano la maggior parte delle entrate pubbliche in “braccia improduttive” (fr:5753) – cortigiani, eserciti, clero – consumando risorse senza generare valore (“quando è moltiplicata ad un numero non necessario può in un anno consumare così grande porzione di quel prodotto da non lasciarne a sufficienza per mantenere i lavoranti produttivi” - fr:5756). Tuttavia, si osserva che “l’uniforme costante e non interrotto sforzo di ogni uomo per migliorare la sua condizione” (fr:5760) – un principio naturale e diffuso – è spesso sufficiente a compensare gli sprechi pubblici e a garantire il progresso economico, come dimostrato dalla crescita di nazioni come l’Inghilterra (“il prodotto annuale della terra e del lavoro dell’Inghilterra è certamente ora molto più grande di quel che era un po’ più di un secolo addietro” - fr:5773), nonostante periodi di apparente decadenza.


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[16.1-130-6015|6144]

16 Impiego del capitale: priorità e vantaggi tra agricoltura, manifatture e commercio

“Il capitale impiegato nell’agricoltura non solo attiva più lavoro produttivo di un uguale capitale nelle manifatture, ma aggiunge un valore maggiore al prodotto annuale della terra e del lavoro” (fr:6023).

Si discute la gerarchia di impiego del capitale in una società, confrontando agricoltura, manifatture e commercio. L’agricoltura emerge come settore primario: “essa è l’opera della natura che rimane, fatta la deduzione di ogni cosa che può essere risguardata come l’opera dell’uomo” (fr:6019), con rendite che “sono di rado meno di un quarto, e spesso più di un terzo dell’intiero prodotto” (fr:6020). A differenza delle manifatture, dove “la natura non fa cosa alcuna, l’uomo fa tutto” (fr:6022), l’agricoltura moltiplica il valore del prodotto annuo e sostiene maggiormente il lavoro produttivo.

Si analizza poi la mobilità dei capitali: quelli agricoli e del commercio al dettaglio rimangono localizzati (“debbono sempre rimanere entro la medesima” – fr:6025), mentre il capitale mercantile “vaga da una piazza ad un’altra” (fr:6028) e quello manifatturiero può operare lontano dalle fonti di materie prime (“Lione è distantissima dai luoghi che offrono i materiali delle sue manifatture” – fr:6031). L’origine del capitale (nazionale o straniero) influisce marginalmente: “il capitale di uno straniero dà un valore al superfluo prodotto di un paese ugualmente come lo dà il capitale di un nazionale” (fr:6037), ma un mercante straniero impiega meno lavoratori locali (fr:6035).

Si distingue tra tre forme di commercio all’ingrosso: interno, estero di consumo e di trasporto. Il commercio interno rimpiazza due capitali nazionali per ogni operazione (“rimpiazza per ciascuna operazione due distinti capitali” – fr:6080) e sostiene maggiormente l’industria locale, mentre quello estero di consumo, pur utile, ha ritorni più lenti (“i ritorni del commercio esterno di consumo sono assai di rado così pronti come quelli del commercio interno” – fr:6088). Il commercio di trasporto, infine, “è intieramente tolto al sostegno del lavoro produttivo del medesimo paese” (fr:6114), beneficiando solo i paesi stranieri coinvolti.

Si conclude che la ricchezza di una nazione dipende dal valore del suo prodotto annuale (“la ricchezza e la potenza d’un paese […] debbono sempre essere in proporzione al valore del suo annuale prodotto” – fr:6131) e che l’economia politica non dovrebbe forzare l’afflusso di capitali verso settori meno vantaggiosi (“non deve dare alcuna preferenza o speciale incoraggiamento al commercio esterno di consumo sopra il commercio interno” – fr:6133). Tuttavia, l’esportazione del surplus è necessaria per evitare la stagnazione: “senza tale esportazione una parte del lavoro produttivo del paese dovrà cessare” (fr:6137). Esempi storici come la Cina, l’Egitto e l’India confermano la superiorità dell’agricoltura e delle manifatture locali, mentre il commercio estero è spesso gestito da stranieri (“la più gran parte del prodotto superfluo […] sembra essere stato sempre esportato da stranieri” – fr:6109).


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[17.1-217-7098|7314]

17 Restrizioni all’importazione e monopolio del mercato interno

Dazi, proibizioni e vantaggi artificiali: il conflitto tra protezionismo e libero commercio.

Si presenta una trattazione delle restrizioni all’importazione di merci straniere, con particolare riferimento agli effetti sul mercato interno e sull’industria nazionale. Il testo analizza i meccanismi attraverso cui dazi e proibizioni (“Restringendo con alti dritti o con assolute proibizioni l’importazione di quelle mercanzie da stranieri paesi, le quali possono essere prodotte in un paese, il monopolio dell’Interno mercato è più o meno assicurato all’Industria nazionale impiegata a produrle” - fr:7101) garantiscono un vantaggio competitivo ai produttori locali, come nel caso del bestiame (“la proibizione d’importare bestiame vivo, o carni salate da stranieri paesi assicura a coloro che allevano del bestiame nella Gran Bretagna il monopolio del mercato interno per la carne da macello” - fr:7102) o dei lanifici (“La proibizione dell’importazione dei laniflcii stranieri è ugualmente favorevole alle manifatture di laniflcii” - fr:7106).

Si discute come tali misure, pur incentivando specifici settori (“Che questo monopolio del mercato interno spesso dia grande incoraggiamento a quella particolare specie di industria che ne gode […] non può essere posto in dubbio” - fr:7111), non necessariamente aumentino la ricchezza complessiva della società. Si osserva che il capitale di una nazione è limitato (“La generale industria della società non può mai eccedere ciò che il capitale della società può impiegare” - fr:7113) e che le restrizioni possono deviare risorse verso impieghi meno efficienti (“non è in alcun modo certo che questa artificiale direzione probabilmente riesca alla società più vantaggiosa che quella in cui il capitale di sua propria spontaneità sarebbe andato” - fr:7116). L’autore sottolinea come ogni individuo, perseguendo il proprio interesse, tenda naturalmente a impiegare il capitale nel modo più vantaggioso per sé e, indirettamente, per la società (“Ogni individuo continuamente s’ingegna a trovare il più vantaggioso impiego per qualunque capitale egli possa disporre” - fr:7117; “andando dietro al suo proprio interesse spesso promuove quello della società più efficacemente che quando realmente attendesse a promuoverlo” - fr:7151).

Si evidenzia la preferenza naturale per il commercio interno rispetto a quello estero (“a profitti uguali o quasi uguali ogni mercante all’ingrosso naturalmente preferisce il commercio interno al commercio straniero di consumo” - fr:7123), data la maggiore facilità di controllo e minori rischi (“Nel commercio interno il suo capitale non si allontana mai così spesso dalla sua vista” - fr:7124). Il testo critica l’intervento statale nella direzione dei capitali privati (“Lo statista, il quale tentasse di dirigere i privati nel modo onde dovessero impiegare i loro capitali […] assumerebbe un’autorità che sarebbe non senza pericolo” - fr:7155), paragonando la prudenza individuale a quella di un capo famiglia (“Massima è di ogni prudente capo di famiglia non cercare mai di fare in casa ciò che gli costerà più fare che comprare” - fr:7159).

Si affrontano poi casi specifici in cui le restrizioni possono essere giustificate, come la difesa nazionale (“Il primo è quando alcuna particolare specie di industria è necessaria per la difesa del paese” - fr:7246), citando l’Atto di Navigazione britannico (“L’atto di navigazione adunque assai acconciamente cerca di dare ai marinai ed ai navigli della Gran Bretagna il monopolio del commercio del loro proprio paese” - fr:7248). Tuttavia, si nota come tali misure possano danneggiare il commercio estero (“L’atto di navigazione non è favorevole al commercio straniero, o all’accrescimento di quella opulenza che può derivarne” - fr:7268).

Si analizzano infine gli effetti delle restrizioni su settori come l’agricoltura (“La più libera importazione del bestiame straniero non potrebbe avere alcun considerevole effetto sull’interesse di coloro che allevano bestiame nella Gran Bretagna” - fr:7197) e il grano (“Anche la libera importazione del grano straniero potrebbe pochissimo colpire l’interesse dei fittaiuoli della Gran Bretagna” - fr:7223), sottolineando come i vantaggi naturali di un paese rendano vane certe proibizioni (“I naturali vantaggi che un paese ha sopra di un altro in produrre speciali mercanzie sono alle volte così grandi che da tutto il mondo si conviene esser vano combattere con quelli” - fr:7181). Si conclude che le restrizioni sono spesso promosse da mercanti e manifattori (“I mercanti ed i manifattori sono coloro che derivano i più grandi vantaggi da questo monopolio dell’interno mercato” - fr:7189), mentre proprietari terrieri e fittavoli tendono a favorire il libero scambio (“I proprietarii della campagna ed i fittaiuoli sono […] i meno soggetti al meschino spirito di monopolio” - fr:7234).


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18 Commercio internazionale, bilancia dei pagamenti e funzioni delle banche di deposito

“Il vantaggio del libero scambio tra nazioni e l’inaffidabilità dei criteri per misurare la bilancia commerciale”

Si presenta una trattazione sul commercio tra Francia e Gran Bretagna, evidenziando come le merci francesi importate possano essere riesportate verso altri paesi generando profitti superiori al costo iniziale. “Questo sarebbe il caso anco sulla supposizione che le intiere mercanzie francesi importate fossero consumate nella Gran Bretagna” (fr:7399) e “una gran parte di esse potrebbe essere esportata di nuovo in altri paesi, ove sendo venduta con proQtto porterebbe in ritorno un valore forse uguale al primo costo di tutte le mercanzie francesi importale” (fr:7400). Si cita l’esempio dell’Olanda, che trae profitto dal trasporto di merci francesi verso altri mercati europei (“lino dei più importanti rami del commercio olandese consiste al presente nel trasportare mercanzie di Francia in altri paesi europei” - fr:7402), e si ipotizza che un libero scambio tra Francia e Inghilterra potrebbe estendere all’Inghilterra parte di questi vantaggi (“Se vi fosse libero commercio tra la Francia e l’ Inghilterra […] l’ Inghilterra potrebbe avere qualche porzione di un commercio che si trova cosi vantaggioso all’Olanda” - fr:7404).

Si discute poi l’impossibilità di determinare con certezza la bilancia commerciale tra due paesi. “Non vi ha alcun certo criterio con cui noi possiamo detcr DELLE RESTRIZIONI Sl’LL’ IHPORTAIIOKK” (fr:7405) e “Il pregiudizio e l’animosità nazionale spinti sempre dal privato interesse dei mercanti, sono i principii che in generale dirigono il nostro giudizio intorno a tutte le questioni che concernono questa materia” (fr:7407). Si analizzano due criteri spesso utilizzati: i registri doganali, ritenuti inaffidabili per le valutazioni inesatte (“I registri della dogana […] sono un incertissimo criterio a cagione della inesattezza della valutazione” - fr:7409), e il corso del cambio, che riflette lo stato dei debiti e crediti tra due piazze ma non necessariamente la bilancia commerciale (“L’ordinario corso adunque del cambio […] deve parimenti essere un’ indicazione delfordinario corso delle loro esportazioni ed importazioni” - fr:7415). Tuttavia, si sottolinea come il cambio possa essere influenzato da transazioni con terze piazze (“L’ordinario stato dei debiti e dei crediti tra due piazze non è sempre intieramente regolato dall’ordinario corso dei negozii che fanno tra di loro” - fr:7417) e come il valore reale della moneta possa discostarsi da quello nominale (“il reale cambio può essere, ed in fatti spesso è, cosi molto differente da quello che si calcola” - fr:7425).

Ci si sofferma infine sul funzionamento delle banche di deposito, in particolare quella di Amsterdam, che garantisce stabilità e sicurezza nei pagamenti internazionali. “Le banche di Venèzia, Genova, Amsterdam, Amburgo, Norimberga, sembrano essere state tutte originariamente stabilite a questo oggetto” (fr:7465), ovvero per rimediare all’incertezza del valore della moneta corrente nei piccoli Stati. La Banca di Amsterdam emette “danaro di banca”, un credito di valore stabile e superiore alla moneta corrente (“Ciò che si chiama danaro di banca è sempre di più valore che la medesima somma nominale del danaro corrente” - fr:7449), e gestisce depositi di verghe metalliche rilasciando ricevute negoziabili. Si descrivono i meccanismi di deposito, ritiro e scambio tra crediti di banca e ricevute, nonché i vantaggi offerti dal sistema (“Esso è sicuro del fuoco, del furto, e di altri accidenti; […] si può fare dei pagamenti con esso per mezzo di un semplice trasferimento” - fr:7481). Si evidenzia come la banca mantenga riserve metalliche corrispondenti ai crediti emessi (“per ciascun fiorino, per cui ha dato credito nei suoi libri, il valore di un dorino sia in moneta, sia in verghe” - fr:7569) e come la città di Amsterdam ne garantisca la solvibilità (“La città è garante che vi sia” - fr:7573). Si conclude sottolineando che l’utilità pubblica, e non il profitto, fu l’obiettivo originario dell’istituzione (“Non pertanto l’utilità pubblica e non alcuna entrata fu l’originario oggetto di questa istituzione” - fr:7594).


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[19.1-116-7739|7854]

19 Restituzioni dei dazi e premi all’esportazione: meccanismi e controversie

“I mercanti non si accontentano del monopolio interno, ma ambiscono a espandere le vendite all’estero” (fr:7741)

Si tratta delle politiche commerciali britanniche tra Settecento e Ottocento, con focus su due strumenti: le restituzioni dei dazi (drawbacks) e i premi all’esportazione. Le frasi delineano un sistema articolato in cui lo Stato interviene per regolare i flussi commerciali, bilanciare interessi economici e gestire le tensioni tra mercato interno e internazionale.

19.1 Restituzioni dei dazi: funzioni e limiti

Si discute il ruolo delle restituzioni dei dazi come incentivo all’esportazione, presentate come misura “più ragionevole” (fr:7744) rispetto ad altri strumenti. Il meccanismo prevede il rimborso totale o parziale dei dazi pagati all’importazione, a condizione che le merci siano riesportate entro termini stabiliti. L’obiettivo dichiarato è evitare distorsioni nella “naturale divisione e distribuzione del lavoro nella società” (fr:7751), impedendo che i dazi deviino capitali verso impieghi meno produttivi. Tuttavia, le eccezioni e le complessità normative rendono il sistema “molto meno semplice” (fr:7757) rispetto alle origini.

Le restituzioni sono applicate in modo differenziato: - Per merci straniere come vini, tabacco e zucchero, dove l’importazione supera il consumo interno, si restituiscono “gl’intieri dritti” (fr:7758) per favorire la riesportazione. Ad esempio, per il tabacco della Virginia e del Maryland, di cui si importavano “novantasei mila botti” (fr:7760) contro un consumo interno di “quattordici mila”, si rimborsavano tutti i dazi se l’esportazione avveniva entro tre anni (fr:7761). - Per prodotti come seterie, batiste e tele francesi, invece, “nessuna porzione di quei dritti è restituita” (fr:7767), a causa della “gelosia dei nostri manifattori” (fr:7765) che temono la concorrenza. Qui il protezionismo prevale: “Non vogliamo essere i vetturali delle mercanzie francesi” (fr:7771), e si applicano restrizioni severe, come il mantenimento di “i secondi venticinque per cento” (fr:7772) dei dazi anche all’esportazione.

Il sistema mostra contraddizioni: - Le restituzioni sono giustificate come mezzo per “impedire che il dritto distorni una parte di quel capitale” (fr:7749), ma in pratica possono generare frodi, come nel caso del tabacco, dove “hanno dato opportunità a molte frodi” (fr:7813). - L’applicazione varia a seconda dei rapporti politici: per le colonie americane, ad esempio, si concedono restituzioni “molto più che agli altri paesi” (fr:7792) per vini (eccetto quelli francesi), ma si escludono altre merci europee per proteggere i manifatturieri britannici (fr:7794).

19.2 Premi all’esportazione: logiche e critiche

Si analizzano i premi (bounties) come strumento per sostenere settori in difficoltà, presentati come necessari per “vendere le mercanzie nel mercato straniero a così buon patto” (fr:7816) e migliorare la bilancia commerciale. Tuttavia, le frasi ne evidenziano i limiti strutturali: - I premi sono concessi solo a commerci “in cui il mercante è obbligato a vendere le sue mercanzie per un prezzo che non gli rimpiazza il capitale” (fr:7827), ovvero dove i costi superano i ricavi. Si tratta di un “commercio forzato” (fr:7832) che, se generalizzato, “tosto non rimarrebbe alcun capitale nel paese” (fr:7828). - L’esempio del grano è emblematico: il premio all’esportazione, istituito per sostenere i fittavoli, ha portato a un paradosso. Secondo l’autore dei Trattati sul Commercio del Grano, il valore dell’esportazione ha superato quello dell’importazione di una somma maggiore dei premi pagati (fr:7832), ma ciò ignora i costi reali: “Il capitale che il fittaiuolo ha impiegato per far venire il grano deve parimenti essere messo in calcolo” (fr:7835). Se il prezzo all’estero non copre capitale e profitti, “la società è in perdita” (fr:7837). - I premi non abbassano i prezzi interni: negli anni di abbondanza, l’esportazione forzata “tiene il prezzo del grano al di sopra di quello a cui naturalmente abbasserebbe” (fr:7845); negli anni di carestia, l’effetto è analogo, poiché l’abbondanza di un anno non compensa la scarsità di un altro (fr:7847). L’argomento secondo cui i premi “incoraggiano l’agricoltura” (fr:7850) è confutato: l’estensione del mercato estero avviene “a spese dell’interno” (fr:7852), e ogni staio esportato grazie al premio “sarebbe rimasto nell’interno mercato ad aumentare il consumo” (fr:7853).

19.3 Conclusione: un sistema in bilico

Le frasi restituiscono un quadro di politiche commerciali oscillanti tra protezionismo, incentivi e contraddizioni. Le restituzioni dei dazi mirano a preservare l’equilibrio economico, ma sono soggette a eccezioni dettate da interessi particolari (manifatturieri, colonie). I premi, invece, sono criticati come misure distorsive che, pur sostenendo settori specifici, generano perdite per la collettività e non raggiungono gli obiettivi dichiarati (abbassamento dei prezzi, arricchimento nazionale). Il testo sottolinea come entrambi gli strumenti riflettano la logica del “sistema mercantile” (fr:7822), che cerca di “metter denaro nelle sacche di noi tutti” (fr:7822) attraverso il controllo dei flussi commerciali, ma spesso con effetti opposti a quelli auspicati.


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20 Libertà commerciale e produzione del grano: il ruolo del mercante

“Il commercio del grano, se lasciato interamente libero, è il miglior mezzo per prevenire carestie e promuovere l’abbondanza”

Si discute il rapporto tra regolamentazione statale e libertà di mercato nella produzione e distribuzione del grano. Si presenta il meccanismo con cui l’obbligo di vendita al dettaglio limita la capacità dei fittavoli di reinvestire il capitale nella coltivazione, riducendo la produttività delle terre (“fu obbligato a tenere una gran parte del suo capitale nei suoi granai e nelle sue biche per tutto l’anno” - fr:8160). La legge, ostacolando il commercio all’ingrosso, viene descritta come un freno al miglioramento agricolo (“Questa legge perejà contrariò il miglioramento delle terre” - fr:8161).

Si evidenzia il ruolo del mercante di grano come figura chiave per sostenere la produzione. Analogamente al commerciante all’ingrosso che finanzia i manifattori (“lo abilita a tenere l’intiero suo capitale […] costantemente impiegato in manifalturare” - fr:8163), il mercante di grano permetterebbe ai fittavoli di impiegare interamente i loro capitali nella coltura (“Essi sarebbero abilitali a tenere i loro intieri capitali […] costantemente impiegati nella coltura” - fr:8166). La sua funzione è descritta come un ammortizzatore contro le crisi agricole (“troverebbero nel loro ordinario avventore […] una persona che avrebbe l’interesse di aiutarli” - fr:8167), riducendo la dipendenza dai proprietari terrieri.

Si analizza l’impatto delle restrizioni legislative. Lo statuto di Edoardo VI, vietando l’intermediazione tra produttore e consumatore, viene criticato per aver ostacolato un commercio che “è non solamente il miglior mezzo palliativo degl’inconvenienti di una carestia, ma anche il migliore preventivo di questa calamità” (fr:8169). Le successive mitigazioni (come lo statuto di Carlo II, che legalizzò l’acquisto all’ingrosso sotto certe condizioni di prezzo) sono presentate come passi verso una maggiore libertà, pur mantenendo limiti arbitrari (“Suppone che quando il prezzo del frumento ha innalzato sino a quarantotto scellini il quarter […] le compre all’ingrosso del grano sieno per nuocere al popolo” - fr:8178).

Si confuta il pregiudizio popolare contro incettatori e accaparratori. L’acquisto anticipato di grano è giustificato come un servizio alla collettività: il mercante, anticipando la scarsità, distribuisce gli effetti della carestia nel tempo (“Con farle sentire gl’inconvenienti di una carestia qualche tempo pria […] le impedisce di sentirla quindi così acerbamente” - fr:8186). Il suo interesse coincide con l’equa ripartizione delle risorse (“L’interesse del mercante di grano gli fa studiare di praticare ciò per quanto più esattamente può” - fr:8188), rendendo superflue le restrizioni.

Si quantifica l’importanza del commercio interno rispetto a quello estero. La proporzione tra grano importato e consumato è stimata in 1:570 (“non eccede […] quella di uno a cinquecento settanta” - fr:8197), mentre l’esportazione rappresenta solo 1/31 della produzione annua (“non eccede la trentunesima parte” - fr:8199). Si conclude che il mercato interno è il principale volano per la coltivazione (“le provvisioni dell’interno mercato […] sono molto più efficacemente […] promosse dal commercio interno” - fr:8196).

Infine, si valuta l’impatto dell’importazione libera. Sebbene abbassi il prezzo monetario del grano, non ne riduce il valore reale (“non a diminuire il suo reale valore o la quantità del lavoro che è capace di mantenere” - fr:8207). L’abbassamento del prezzo aumenterebbe il potere d’acquisto dell’argento, favorendo l’industria nazionale (“dà all’industria del paese […] qualche vantaggio su tutti i mercati stranieri” - fr:8211) e ampliando il mercato interno, il più rilevante per la produzione cerealicola (“il più grande ed il più importante mercato per il grano” - fr:8213).


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21 La prosperità delle colonie europee in America e le sue cause

“La colonia di uomini inciviliti che prende possesso di un paese deserto o scarsissimamente abitato avanza più rapidamente verso la ricchezza e la grandezza che alcun’altra umana società” (fr:8611).

Si presenta un’analisi comparata delle dinamiche economiche, sociali e politiche che hanno determinato la prosperità delle colonie europee in America, con particolare attenzione alle differenze tra le potenze coloniali (Inghilterra, Spagna, Portogallo, Francia, Olanda). Il testo si concentra su tre aspetti principali: le condizioni favorevoli allo sviluppo coloniale, le politiche adottate dalle madrepatrie e i vantaggi derivanti dal commercio esclusivo.

21.1 Condizioni di sviluppo delle colonie

Le colonie prosperano quando i coloni portano con sé conoscenze avanzate in agricoltura e arti, abitudini di subordinazione e sistemi giuridici organizzati (“Portano seco l’abitudine della subordinazione, qualche nozione del regolare governo […] e naturalmente istituiscono qualche cosa di simil genere nel nuovo stabilimento” - fr:8617). Tuttavia, il progresso è più rapido in contesti dove la terra è abbondante e a basso costo, come nelle colonie inglesi e greche antiche, rispetto a quelle spagnole o portoghesi, dove la concentrazione fondiaria e i vincoli feudali ne ostacolano lo sviluppo (“La riunione di molte terre incolte […] è il più grande ostacolo al loro miglioramento” - fr:8746).

Nelle colonie inglesi, l’assenza di rendite feudali e la possibilità di possedere terra liberamente (“le terre sendo possedute libere con pagarne solamente un censo” - fr:8738) incentivano la produttività e l’aumento demografico. I salari elevati e la disponibilità di terra attraggono lavoratori, che diventano a loro volta proprietari, creando un ciclo virtuoso di crescita (“La ricompensa liberale del lavoro incoraggia i matrimonii” - fr:8626). Al contrario, nelle colonie spagnole e portoghesi, il sistema del mayorazgo (eredità indivisibile) e la presenza di grandi latifondi nobiliari limitano la mobilità sociale e la produttività (“Tali possessioni vanno tutte ad una persona, e sono in effetto gravati di sostituzione ed inalienabili” - fr:8740).

21.2 Politiche delle madrepatrie

Le politiche coloniali variano significativamente tra le potenze europee. L’Inghilterra adotta un approccio relativamente liberale, permettendo alle colonie di gestire autonomamente i propri affari interni (“la libertà delle colonie inglesi dell’amministrare i loro propri affari a proprio modo è completa” - fr:8917). Le assemblee coloniali, elette dai cittadini, garantiscono una certa rappresentatività e limitano il potere esecutivo (“L’autorità di questa assemblea tiene in rispetto il potere esecutivo” - fr:8920). Inoltre, le tasse sono moderate e destinate principalmente al mantenimento di un governo civile essenziale (“La spesa del loro proprio governo civile è stata sempre moderatissima” - fr:8757).

Al contrario, le colonie spagnole, portoghesi e francesi sono soggette a governi assoluti e arbitrari, dove il potere discrezionale dei funzionari locali spesso degenera in oppressione (“I governi assoluti […] hanno luogo nelle loro colonie; e i poteri discrezionari […] vi sono esercitati con straordinaria violenza” - fr:8930). Le cerimonie sfarzose e le tasse elevate gravano sui coloni, scoraggiando l’iniziativa privata (“Tali cerimonie […] sono gravissime tasse accidentali” - fr:8781). Anche il clero, numeroso e proprietario di vaste terre, contribuisce all’oppressione economica (“il clero presso tutte loro è il grandissimo possessore delle terre” - fr:8786).

21.3 Commercio esclusivo e monopolio

Il commercio esclusivo rappresenta uno degli strumenti principali attraverso cui le madrepatrie esercitano il controllo sulle colonie. L’Inghilterra, ad esempio, impone alle colonie di vendere e acquistare solo attraverso la madrepatria, limitando la loro libertà commerciale (“nessuna parte del diritto chiamato l’antico sussidio potrebbe essere restituito per qualunque mercanzia […] esportata […] ad alcuna colonia” - fr:8903). Questo sistema, sebbene favorisca alcuni settori economici inglesi, danneggia le colonie, costrette a pagare prezzi più alti per le merci importate e a vendere i propri prodotti a prezzi più bassi (“Le colonie furono male approvigionate e furono obbligate a comprare a carissimi prezzi ed a vendere a bassissimi” - fr:8804).

Le compagnie esclusive, come quelle olandesi e danesi, aggravano ulteriormente la situazione, imponendo prezzi monopolistici e soffocando la concorrenza (“Il governo di una compagnia esclusiva di mercanti è forse per qualunque paese il peggiore di tutti i governi” - fr:8701). Anche la Spagna adotta un sistema restrittivo, limitando il commercio coloniale a pochi porti e flotte controllate, con conseguenze negative sulla prosperità delle colonie (“il prezzo di tutte le mercanzie europee in conseguenza è stato enorme nelle Indie Occidentali spagnuole” - fr:8805).

21.4 Vantaggi e svantaggi del commercio coloniale

Il commercio esclusivo offre vantaggi relativi alle madrepatrie, permettendo loro di acquistare prodotti coloniali a prezzi più bassi e di vendere le proprie merci a prezzi più alti (“Il tabacco del Maryland e della Virginia […] viene a più buon patto all’Inghilterra” - fr:9042). Tuttavia, questi vantaggi sono bilanciati da svantaggi assoluti, poiché il monopolio limita la crescita complessiva del commercio e dell’industria europea (“Il commercio esclusivo […] è un peso morto sull’azione di una delle grandi sorgenti che mette in attività una gran parte delle faccende degli uomini” - fr:9013). Inoltre, il capitale mercantile delle madrepatrie viene distolto da altri settori produttivi, causando un aumento dei profitti nel commercio coloniale a scapito di altri rami commerciali (“Questo monopolio continuamente ha ritirato capitali da tutti gli altri commerci” - fr:9064).

21.5 Conclusione

La prosperità delle colonie europee in America è il risultato di una combinazione di fattori: l’abbondanza di terra fertile, la libertà di gestione interna e la capacità dei coloni di adattarsi alle nuove condizioni. Tuttavia, le politiche delle madrepatrie, in particolare il commercio esclusivo, hanno spesso limitato questo sviluppo, privilegiando gli interessi delle élite mercantili a scapito delle colonie e dell’economia europea nel suo complesso. L’Inghilterra, pur adottando politiche meno oppressive rispetto ad altre potenze, non è esente da critiche, poiché il suo sistema di monopolio ha comunque frenato la piena realizzazione del potenziale economico delle colonie.


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22 Il monopolio del commercio coloniale britannico: effetti economici e distorsioni

“Un sistema che forza il capitale verso impieghi lontani e meno produttivi, alterando l’equilibrio naturale dell’industria nazionale”

Si tratta dell’analisi degli effetti del monopolio commerciale britannico sulle colonie, con particolare riferimento all’Atto di Navigazione e alle sue conseguenze economiche. Si discute come tale monopolio, pur avendo contribuito alla crescita iniziale della potenza navale inglese, abbia progressivamente distorto la distribuzione del capitale nazionale, riducendo l’efficienza complessiva del sistema produttivo.

22.1 Distorsione del capitale e riduzione della produttività

Il monopolio ha deviato una quota eccessiva di capitale britannico verso il commercio coloniale, a scapito di altri settori. “Il monopolio del commercio delle colonie […] ha ridotto l’intiera quantità del capitale impiegato nel medesimo commercio al di sotto di quella che naturalmente vi sarebbe stata nel caso di un libero commercio” (fr:9095). Questo ha innalzato artificialmente i profitti nel settore coloniale, attirando risorse da impieghi più vicini e frequenti, come il commercio europeo o mediterraneo. “Un capitale di mille lire sterline […] impiegato in un commercio straniero di consumo, di cui i ritorni si fanno regolarmente una volta all’anno, può ottenere costantemente in impiego […] una quantità di lavoro produttivo uguale a quella che mille lire sterline possono mantenervi per un anno” (fr:9121), mentre i ritorni dal commercio coloniale, più lenti e incerti, riducono la capacità di sostenere lavoro produttivo interno.

22.2 Effetti sul sistema economico nazionale

Il monopolio ha reso l’economia britannica dipendente da un unico grande mercato, rendendola vulnerabile. “L’industria della Gran Bretagna […] è stata principalmente adatta ad un solo gran mercato” (fr:9167), con conseguenze negative sulla stabilità complessiva. “Un piccolo arresto in quel grande vaso sanguigno […] è assai probabilmente per apportare le più pericolose malattie a tutto il corpo politico” (fr:9171). Si evidenzia come la paura di una rottura con le colonie abbia generato timori maggiori di quelli legati a minacce militari tradizionali, come l’Armada spagnola o l’invasione francese (fr:9172).

22.3 Confronto tra libero commercio e monopolio

Si contrappongono gli effetti benefici del libero commercio coloniale a quelli nocivi del monopolio. “I primi [effetti del commercio delle colonie] sono sempre e necessariamente benefici; i secondi sempre e necessariamente nocivi” (fr:9196). In assenza di monopolio, il commercio coloniale avrebbe potuto espandersi senza sottrarre risorse ad altri settori, aumentando la produttività complessiva. “Nel suo stato naturale e libero il commercio delle colonie tende ad aumentare la quantità del lavoro produttivo nella Gran Bretagna, ma senza alterare in alcun rispetto la direzione di quello che pria vi è stato impiegato” (fr:9200). Tuttavia, il monopolio ha impedito questo equilibrio, forzando il capitale verso impieghi meno efficienti.

22.4 Prospettive di riforma

Si suggerisce una graduale liberalizzazione del commercio coloniale per ridurre le distorsioni. “Alcuna moderata e graduale modificazione delle leggi […] sembra essere il solo espediente che possa […] liberare la Gran Bretagna da questo pericolo” (fr:9180). Si riconosce che un’apertura improvvisa potrebbe causare shock economici, ma si sottolinea come eventi contingenti (come la guerra russo-turca o la domanda spagnola di tessuti) abbiano temporaneamente mitigato gli effetti negativi dell’esclusione dal mercato nordamericano (fr:9187-9189).

22.5 Conclusione

Il testo conclude che, nonostante i danni del monopolio, il commercio coloniale rimane vantaggioso per la Gran Bretagna, seppur in misura minore rispetto a un sistema di libero scambio. “I naturali buoni effetti del commercio delle colonie fanno più che controbilanciare per la Gran Bretagna i cattivi effetti del monopolio” (fr:9214), ma si ribadisce la necessità di riforme per ripristinare un equilibrio più sostenibile.


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23 La distinzione tra lavoro produttivo e improduttivo nella teoria economica

“L’opera dei fittavoli e lavoranti di campagna produce rendita; quella di artigiani e mercanti solo rimborsa spese”

Si presenta una trattazione sulla natura produttiva o improduttiva delle diverse forme di lavoro e capitale, con particolare riferimento al loro impatto sull’economia nazionale.

Si distingue tra spese produttive e improduttive: l’impiego di fittavoli e lavoratori agricoli “produce un valore nuovo, la rendita del proprietario” (fr:9957) ed è quindi “una spesa produttiva” (fr:9958). Al contrario, il capitale impiegato nel commercio o nelle manifatture “è ugualmente sterile ed improduttivo” (fr:9959), poiché “continua solamente l’esistenza del suo proprio valore, senza produrre un valore nuovo” (fr:9960). I profitti di mercanti e manifattori sono descritti come mero “rimborso del mantenimento” (fr:9961) e non contribuiscono all’aumento del prodotto lordo annuale: “Il lavoro degli artigiani e dei manifattori non aggiunge mai cosa alcuna al valore dell’intiera annuale somma del prodotto grezzo della terra” (fr:9963), mentre il valore aggiunto a singole parti è compensato dal consumo di altre (fr:9965).

L’esempio del merletto illustra come il lavoro artigianale, pur moltiplicando il valore di una materia prima (“Innalzerà alle volte il valore forse di un denaro di lino a trenta lire sterline” – fr:9966), non incrementi il prodotto complessivo: “Le trenta lire sterline […] non sono altro che il rimborso della sussistenza” (fr:9969). La povertà degli artigiani conferma che il loro guadagno non supera il valore della sussistenza (fr:9972-9973), a differenza dei lavoratori agricoli, la cui opera genera rendita oltre a coprire i costi (fr:9975).

Si discute poi il ruolo delle classi sociali: i proprietari terrieri e i coltivatori possono “godere completamente di tutti i fondi destinati alla loro sussistenza” e al contempo “aumentare l’entrata e la ricchezza della società” (fr:9980-9981), mentre mercanti e manifattori “possono aumentare l’entrata e la ricchezza della società coll’economia solamente” (fr:9976). Questa differenza si riflette nei caratteri nazionali: nazioni agricole come Francia e Inghilterra “possono arricchirsi e lavorando e godendo” (fr:9982), mentre quelle mercantili come Olanda e Amburgo “possono diventare ricche solamente usando di economie e di privazioni” (fr:9983), con conseguenze sul carattere collettivo (“la libertà, la franchezza e il lieto conversare” vs “la grettezza, la meschinità e le tendenze egoiste” – fr:9985).

La classe improduttiva (mercanti, artigiani, manifattori) è definita tale perché “nulla aggiunge al valore della somma totale del prodotto grezzo della terra” (fr:9993) ed è “un peso ed una spesa” (fr:9994), ma è anche “utile sommamente” (fr:9995) in quanto libera i coltivatori da attività estranee alla terra (fr:9997) e consente loro di concentrarsi sulla produzione agricola, il cui surplus paga il mantenimento della classe improduttiva (fr:9998). La libertà di commercio è indicata come il mezzo per massimizzare questa utilità: “Più grande si è la libertà […] più grande sarà la concorrenza […] e a più buon mercato le altre due classi saranno provvedute” (fr:10003).

Si analizza infine il rapporto tra nazioni agricole (“terrene”) e nazioni mercantili: le prime, pur dipendendo inizialmente dai mercanti stranieri, possono sviluppare industrie interne grazie al surplus agricolo (“Il continuo aumento del prodotto superfluo […] creerebbe col tempo un più grande capitale” – fr:10018), fino a competere e soppiantare le seconde nei mercati esteri (fr:10022-10023). La libertà di commercio è presentata come la politica più vantaggiosa per le nazioni agricole (“il più efficace espediente per innalzare il valore di quel prodotto superfluo” – fr:10015), mentre dazi e restrizioni danneggerebbero l’agricoltura abbassando il valore reale dei prodotti e distogliendo capitali (fr:10033-10036). Il sistema proposto mira a “concedere la più intiera libertà di commercio” (fr:10030) per favorire la nascita di artigiani e manifattori interni, riducendo la dipendenza dall’estero.


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24 L’evoluzione della forza militare: dalla milizia all’esercito stanziale

“D’altronde se la campagna cominciasse dopo la seminagione e finisse avanti la messe, l’agricoltore ed i suoi principali lavoratori possono abbandonare il podere senza molta perdita” (fr:10307)

Si presenta l’evoluzione storica e strutturale delle forze militari, dalle società antiche a quelle moderne. Nelle prime fasi, come nell’antica Grecia e a Roma, i cittadini-soldati abbandonavano temporaneamente le attività agricole per combattere, affidando i lavori minori a donne, anziani e fanciulli (“Egli fiderà che il lavoro che deve esser fatto nel frattempo, possa bene essere eseguito dai vecchi, dalle donne e dai fanciulli” - fr:10308). Questo sistema, basato su milizie non professionali, era sostenibile perché l’interruzione del lavoro agricolo non comprometteva gravemente il reddito (“la natura da per se stessa fa la maggior parte dell’opera che rimane a farsi” - fr:10319).

Con il progresso delle manifatture e l’arte della guerra, il modello cambia: gli artigiani, privi di entrate alternative durante le campagne, non possono più autofinanziarsi (“La sola sorgente della sua entrata è completamente inaridita” - fr:10320). Si impone così la necessità di un esercito stanziale, mantenuto dallo Stato (“diventa universalmente necessario che lo Stato mantenga coloro che lo servono nella guerra” - fr:10325). La complessità crescente della guerra richiede specializzazione: “L’arte della guerra […] necessariamente diventa una delle più complicate” (fr:10345), rendendo indispensabile la divisione del lavoro militare (“indispensabile è che diventi la sola o la principale occupazione di una particolare classe di cittadini” - fr:10347).

Si confrontano due modelli: la milizia, dove il soldato è anche lavoratore (“il carattere di lavorante, di artigiano, o di trafficante predomina sopra quello di soldato” - fr:10372), e l’esercito stanziale, dove il mestiere militare prevale (“il carattere di soldato predomina sopra ogni altro” - fr:10372). Le milizie, pur avendo vantaggi in contesti specifici (es. pastori nomadi come Tartari o Arabi), sono inferiori in disciplina e addestramento (“Una milizia […] deve sempre essere molto inferiore ad un’armata stanziale bene disciplinata” - fr:10390). L’efficacia delle truppe stanziali è dimostrata dalla storia: dalle vittorie di Filippo di Macedonia (“vinse e soggiogò le milizie valorose e bene esercitate delle principali repubbliche dell’antica Grecia” - fr:10411) alla caduta di Cartagine (“La caduta delle repubbliche della Grecia e dell’impero di Persia fu l’effetto della irresistibile superiorità che un’armata stanziale ha su ogni specie di milizia” - fr:10412).

L’analisi si estende ai costi: le armi da fuoco, più costose di archi o giavellotti (“Un moschetto è una macchina più cara che un giavellotto” - fr:10489), e le fortificazioni moderne aumentano le spese militari (“è diventato molto più difficile, e per conseguente molto più dispendioso, il fortificare una città” - fr:10493). Tuttavia, un esercito stanziale ben regolato garantisce sicurezza e stabilità, anche in società avanzate (“solo col mezzo di un’armata stanziale, che l’incivilimento di un paese può essere perpetuato” - fr:10467). La sua presenza, se controllata da élite interessate alla stabilità (“quando il sovrano stesso è il generale, e i principali nobili sono gli ufficiali” - fr:10476), può persino favorire la libertà, limitando l’arbitrio dei governanti (“Quel grado di libertà […] può essere tollerata solamente nei paesi in cui il sovrano riposa sicuro su di una armata stanziale” - fr:10483).


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25 Autorità, fortuna e governo civile nelle società umane

“L’autorità delia fortuna è grandissima ancora in una società opulenta ed incivilita” (fr:10542)

Si discute il ruolo della fortuna e della nascita come fondamenti dell’autorità e della subordinazione sociale. Nelle società primitive, come quelle dei cacciatori, l’uguaglianza economica limita le disparità di potere, mentre nei popoli pastori la ricchezza genera gerarchie stabili (“Non ve n’ha però alcuno In cui l’autorità e la snhordiuazione sono più assqlutamente stabilite” - fr:10546). La superiorità della fortuna e della nascita (“La nascita e la fortuna sono evidentemente le due circostanze, le quali principalmente collocano un uomo su di un altro” - fr:10559) si traduce in autorità militare e giudiziaria, soprattutto nelle società pastorali, dove il capo tribù esercita un potere dispotico (“L’autorità di uno sceriffo arabo è grandissima, quella d’un àan tartaro intieramente dispotico” - fr:10547).

Si tratta dell’evoluzione del governo civile come strumento per garantire la sicurezza della proprietà, inizialmente legato alla difesa dei ricchi contro i poveri (“il governo civile, in quanto che sia Istituito per la sicurezza della proprietà, lo è in realtà per la difesa dei ricchi avverso dei poveri” - fr:10577). L’amministrazione della giustizia, inizialmente fonte di entrate per il sovrano (“l’amministrazione della giustizia fu una considerabile sorgente di entrata, sì per il sovrano e si per tutti i capi minori” - fr:10581), degenera in abusi quando i giudici dipendono da doni o multe arbitrarie (“La persona che ricorreva per avere giustizia con un ricco preseute in mano probabilmente otteneva qualche cosa di più che la giustizia” - fr:10587). La separazione tra potere giudiziario ed esecutivo emerge come necessità per evitare che la giustizia sia sacrificata a interessi politici (“Quando il potere giudiziario è unito all’esecutivo, è quasi impossibile che la giustizia non venisse sacrificata a ciò che volgarmente si chiama politica” - fr:10669).

Si analizza il finanziamento delle opere pubbliche, come strade e canali, attraverso tasse proporzionali all’uso (“Quando i carri che passano su di una grande strada o di un ponte […] pagano un diritto a proporzione del loro peso […] pagano per il mantenimento di quelle opere pubbliche esattamente in proporzione all’ uso ed al logorare che ne fanno” - fr:10701). Si evidenziano i rischi di corruzione quando tali fondi sono gestiti da privati o dal potere centrale, come nel caso della Francia, dove le strade principali sono ben mantenute ma quelle secondarie trascurate (“le grandi strade postali […] sono in generale tenute in buono stato […] ma quelle che noi chiamiamo strade trasversali […] sono intieramente trascurate” - fr:10765-10766).

Si esaminano le compagnie commerciali privilegiate e per azioni, evidenziando come le prime tendano a monopolizzare il commercio (“Le compagnie privilegiate […] sempre hanno […] cercato di assoggettare il commercio a molti gravosi regolamenti” - fr:10826), mentre le seconde, pur attirando capitali maggiori, soffrono di negligenza e profusione (“Nulladimeno i direttori di tali compagnie […] inclinano a considerare come non degna dell’onore dei loro padroni il mettere attenzione alle piccole cose” - fr:10931). Esempi come la Compagnia delle Indie Orientali mostrano come l’accumulo di potere e ricchezza porti a disordini e corruzione (“Pare, che il grande aumento delia sua fortuna non abbia servito che a fornire ai suoi agenti un pretesto per fare maggiori profusioni” - fr:11055).

Si conclude con una riflessione sulle istituzioni educative, dove la dipendenza dei maestri dagli onorari degli studenti stimola la diligenza (“gli sforzi dei maggior numero di coloro, i quali la esercitano, sono sempre in proporzione coila necessità, che hanno di farli” - fr:11147), mentre le dotazioni pubbliche possono ridurre l’impegno (“Hanno queste pubbliche dotazioni contribuito ad incoraggiare la diligenza e migliorare la capacità degli insegnanti?” - fr:11144).


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26 Sistemi filosofici e loro evoluzione nelle università europee

Sofismi, logica e teologia: la corruzione della filosofia come strumento educativo

Si presenta una critica ai sistemi di filosofia naturale e morale sviluppati nel corso della storia. Si osserva come gli argomenti a sostegno di tali sistemi siano spesso basati su “scarsissime probabilità” (fr:11252) o “meri sofismi che non hanno avuto altro fondamento che l’inesattezza e l’ambiguità dell’ordinario linguaggio” (fr:11252). La sofistica, pur avendo scarsa influenza su questioni pratiche, ha avuto un impatto significativo nelle materie speculative (“La grossolana sofistica rarissimamente ha avuto alcuna influenza sulle opinioni del genere umano, eccetto nelle materie di filosofia e di speculazione” (fr:11254)).

L’analisi dei sistemi opposti ha portato alla nascita della logica, intesa come scienza dei principi del ragionamento corretto, derivata dall’esame della differenza tra argomenti probabili e dimostrativi (“la logica o la scienza dei principii generali del buono e del cattivo ragionare necessariamente derivò dalle osservazioni, cui un’investigazione di tal fatta aveva dato luogo” (fr:11256)). Nelle antiche scuole, la logica veniva insegnata prima della fisica e dell’etica, ritenendo essenziale comprendere il buon ragionamento prima di affrontare temi di rilievo (“lo scolaro doveva ben comprendere la differenza fra il buono ed il cattivo ragionamento pria di darsi a ragionare intorno a soggetti di sì grande importanza” (fr:11258)).

Si descrive poi la trasformazione della filosofia nelle università europee, dove l’insegnamento, inizialmente suddiviso in tre parti, venne riorganizzato in cinque. Nella filosofia antica, la natura dell’anima e della divinità rientravano nel sistema della fisica (“tutto ciò che era insegnato concernente alla natura dell’anima umana o della divinità faceva parte del sistema della fisica” (fr:11260)), mentre nelle università europee, dove la filosofia era subordinata alla teologia, questi temi assunsero un ruolo predominante. La dottrina degli spiriti, pur essendo poco conoscibile, finì per occupare uno spazio pari a quello dei corpi, oggetto di maggiore indagine (“la dottrina degli spiriti […] venne a tener tanto luogo nel sistema della filosofia, quanto la dottrina dei corpi” (fr:11268)). Ciò portò alla distinzione tra metafisica (o pneumatica) e fisica, con la prima coltivata come scienza più utile e sublime, ma anche come terreno fertile per sofismi (“le sottilità ed i sofismi componevano la maggior parte della metafisica” (fr:11274)).

L’ontologia, scienza degli attributi comuni a metafisica e fisica, divenne anch’essa un campo dominato da sofismi (“essi composero tutto il tessuto di questa scienza dell’ontologia” (fr:11274)). Parallelamente, la filosofia morale subì una trasformazione: dall’indagine sulla felicità umana come individuo e membro della società (“L’oggetto […] era in che consistesse la felicità e la perfezione dell’uomo” (fr:11275)), passò a essere strumentale alla teologia, con i doveri umani finalizzati alla felicità ultraterrena (“i doveri della vita umana furono trattati principalmente come mezzi di pervenire alla felicità di una vita futura” (fr:11277)). La virtù, un tempo associata alla felicità terrena, venne rappresentata come incompatibile con essa, richiedendo penitenza e mortificazione (“il cielo era solo da acquistarsi colla penitenza e colle mortificazioni” (fr:11279)).

Il risultato fu una filosofia corrotta, dominata da casuistica e ascetismo (“La morale dei casuisti e degli ascetici formò la maggior parte della filosofia delle scuole” (fr:11280)), inadatta all’educazione laica e al miglioramento intellettuale. Il corso di studi nelle università europee prevedeva logica, ontologia, pneumatologia (dottrina dell’anima e di Dio) e un sistema morale distorto, concludendosi con una fisica superficiale (“un sistema breve o superficiale di fisica ordinariamente chiudeva il corso” (fr:11285)). Questi cambiamenti, introdotti per formare ecclesiastici, finirono per privilegiare sofismi e sottigliezze, rendendo l’educazione filosofica poco utile per la vita civile (“non la rese più propria all’educazione degli uomini del mondo” (fr:11286)).


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[27.1-266-11541|11806]

27 Tolleranza religiosa, potere ecclesiastico e sistemi morali nella società

L’equilibrio tra fede, autorità civile e ordine sociale si regge su istituzioni che ne temperano gli eccessi.

Si presenta una trattazione sulla dinamica tra potere religioso, struttura sociale e stabilità politica, con particolare attenzione al ruolo delle sette, dei sistemi morali e dell’influenza del clero. Il testo analizza come la competizione tra fedi e la distribuzione del potere ecclesiastico possano influenzare la moderazione dottrinale e la pace civile.

27.1 Pluralismo religioso e moderazione

Si discute l’effetto della frammentazione religiosa sulla condotta dei maestri di setta. In un contesto in cui nessuna confessione gode di sostegno statale, “i maestri di ciascuna setta, vedendosi circondati da ogni lato più da avversari che da amici, sarebbero obbligati ad usare di quel candore e di quella moderazione che di rado si trovano tra quelli delle grandi sette” (fr:11541). L’assenza di un monopolio religioso costringerebbe le comunità a concessioni reciproche, riducendo “la dottrina della maggior parte di esse a quella pura e razionale religione libera da ogni miscuglio di assurdità, di impostura o di fanatismo” (fr:11542). Si cita l’esempio della Pennsylvania, dove “la legge in realtà non favorisce più una setta che un’altra” (fr:11545), e quello degli indipendenti inglesi, il cui progetto – pur “di origine assai poco filosofica” (fr:11544) – avrebbe potuto generare moderazione. La molteplicità delle sette, purché sufficientemente numerose, garantirebbe la stabilità: “l’eccessivo zelo di ciascuna per le sue particolari opinioni non potrebbe essere cagione di effetti nocevolissimi, ma al contrario di molti buoni” (fr:11547).

27.2 Sistemi morali e stratificazione sociale

Si distingue tra due modelli etici paralleli nelle società gerarchizzate: “lo stretto o l’austero” e “il liberale o rilassato” (fr:11548). Il primo, “ammirato e riverito dalla comune del popolo” (fr:11549), condanna “i vizi di leggerezza” (fr:11550) come rovinosi per le classi inferiori, mentre il secondo, adottato dalla “gente galante” (fr:11549), tollera “il lusso, la scostumatezza e anco i disordinati divertimenti” (fr:11551) come privilegi di status. Le sette religiose, originando “tra le masse popolari” (fr:11557), adottano quasi sempre il sistema austero per “raccomandarsi a quella classe del popolo” (fr:11559), spesso esasperandone il rigore fino alla “follia e stravaganza” (fr:11560) per guadagnare venerazione. L’autorità morale del clero presbiteriano, ad esempio, deriva dalla sua vicinanza alle condizioni del popolo: “Niente altro che la morale la più esemplare può dare dignità ad un uomo di piccola fortuna” (fr:11763).

27.3 Potere ecclesiastico e conflitto con lo Stato

Si esamina il rapporto tra sovrani e clero nelle chiese stabilite, dove “il clero costituisce una grande corporazione” (fr:11593) capace di agire “con uno spirito tale, quale se fossero sotto la direzione di un sol uomo” (fr:11594). L’interesse corporativo del clero – “mantenere la loro autorità presso del popolo” (fr:11596) – si scontra spesso con quello del sovrano, portando a conflitti: “Se il sovrano abbia l’imprudenza di mostrare che derida o dubiti del più frivolo articolo della loro dottrina […] il clero viene immediatamente provocato a proscriverlo come un profano” (fr:11597). La storia europea è costellata di esempi in cui “le rivoluzioni […] furono cagionate dalla turbolenza del clero” (fr:11604), come nel caso dell’impero bizantino o della Chiesa romana, definita “la combinazione più formidabile che mai si fosse formata contro l’autorità e la sicurezza del governo civile” (fr:11668). La soluzione proposta è duplice: diffondere “lo studio delle scienze e della filosofia” (fr:11579) per contrastare superstizione ed entusiasmo, e promuovere “la frequenza e l’allegria dei pubblici divertimenti” (fr:11583) per dissipare “quella malinconia e quel cupo umore che è quasi sempre l’alimento delle superstizioni” (fr:11584).

27.4 Declino del potere temporale del clero

Si descrive il processo di indebolimento dell’influenza ecclesiastica con l’avvento delle arti e del commercio. “La ricchezza del clero gli dava la medesima specie d’influenza sulla comune del popolo che la ricchezza dei grandi baroni” (fr:11643), ma con lo sviluppo economico “il clero trovò qualche cosa con cui poter cambiare il prodotto grezzo delle sue terre” (fr:11673), riducendo la sua carità e ospitalità. La perdita di clienti e la frammentazione dei benefici ecclesiastici resero il clero meno formidabile: “Le classi inferiori del popolo non videro più in quell’ordine […] il loro conforto nelle miserie” (fr:11684), ma anzi lo disprezzarono per il suo lusso. I sovrani ne approfittarono per “ricuperare l’influenza che avevano una volta avuto nella disposizione dei grandi benefici” (fr:11686), come avvenne in Francia con la prammatica sanzione e il concordato (fr:11691).

27.5 Riforma protestante e diversificazione delle chiese

Si analizza l’impatto della Riforma, le cui dottrine furono “ricevute con grande favore popolare” (fr:11704) grazie alla “austerità dei costumi” dei suoi maestri (fr:11708) e alle “arti della popolarità” (fr:11709). La frammentazione tra luterani e calvinisti generò modelli ecclesiastici distinti: i primi conservarono “il governo episcopale” (fr:11731) e la subordinazione al sovrano, favorendo “la pace e il buon ordine” (fr:11732); i secondi introdussero “l’uguaglianza nel clero” (fr:11756) e l’elezione popolare dei pastori, con effetti contrastanti. Mentre l’elezione parrocchiale portò a “disordine e confusione” (fr:11740), l’uguaglianza dei benefici promosse una morale austera e un legame più stretto con il popolo: “Il clero presbiteriano ha più influenza sull’animo della comune del popolo” (fr:11772), tanto che “nei paesi presbiteriani […] la comune del popolo [è] completamente convertita alla chiesa stabilita” (fr:11773).

27.6 Ruolo delle università e formazione intellettuale

Si osserva come la mediocrità dei benefici ecclesiastici nei paesi protestanti attiri gli uomini di lettere verso l’insegnamento universitario, migliorandone la preparazione: “Niente altro che lo insegnamento d’una scienza è certamente l’impiego naturale di un vero uomo di lettere” (fr:11793). Al contrario, nelle chiese ricche come quella anglicana o cattolica, “la chiesa non fa che continuamente levare all’università tutti i loro migliori e più abili membri” (fr:11786), impoverendo la qualità dell’istruzione. Si cita Voltaire: “Il P. Porée gesuita […] era il solo professore che mai fosse stato in Francia, le cui opere meritassero d’esser lette” (fr:11779), a dimostrare come la carriera ecclesiastica distolga i talenti dall’accademia.

27.7 Finanziamento della chiesa e risorse dello Stato

Si conclude con una riflessione sul costo delle chiese stabilite per le finanze pubbliche. “L’entrata di una chiesa stabilita è un ramo dell’entrata generale dello Stato” (fr:11796), come le decime, che “toglie ai proprietari delle terre il poter contribuire così largamente […] alla difesa dello Stato” (fr:11797). Nei paesi protestanti, come la Svizzera, “l’entrata che anticamente apparteneva alla chiesa cattolica romana […] è stata trovata un fondo sufficiente […] per fare con poca o nessuna addizione tutte le altre spese dello Stato” (fr:11801), mentre in Inghilterra o Francia la ricchezza ecclesiastica impoverisce sovrani e popolo, indebolendo la capacità difensiva dello Stato.


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[28.1-124-11821|11944]

28 Spese pubbliche e fonti di entrata dello Stato

Dignità del sovrano, spese necessarie e criteri di finanziamento pubblico

Si presenta una trattazione delle spese pubbliche e delle relative fonti di entrata, distinguendo tra oneri generali e locali. Si discute la necessità di sostenere la dignità del sovrano, variabile in base al contesto sociale e politico (“Oltre alle spese necessarie, onde il sovrano possa adempiere i suoi molti doveri, una certa spesa si richiede per sostenere la sua dignità” - fr:11823). Si osserva come, in società opulente, le spese del sovrano debbano adeguarsi agli standard di vita delle classi agiate (“non può mai attendersi, die il sovrano solo si tenga contro l’andamento della moda” - fr:11825), con un costo proporzionale alla sua posizione gerarchica (“una spesa più grande gli ò necessaria per sostenere quella più alta dignità” - fr:11829).

Si elencano le principali voci di spesa pubblica: - Difesa della società e sostegno della dignità del sovrano, finanziate tramite contribuzione generale (“La spesa di difendere la società, e quella di sostenere la dignità del primo magistrato, sono fatte per vantaggio generale di tutta la società” - fr:11832). - Amministrazione della giustizia, considerata un beneficio collettivo ma con possibilità di finanziamento parziale tramite onorari delle parti coinvolte (“La spesa adunque dell’amministrazione della giustizia può assai acconciamente esser fatta da una particolare contribuzione” - fr:11838). - Spese locali (es. polizia, manutenzione strade), da coprire con entrate territoriali per evitare ingiustizie fiscali (“Le spese locali o provinciali […] debbono esser fatte coll’entrata locale o provinciale” - fr:11840). - Educazione e istruzione religiosa, potenzialmente a carico della collettività o dei diretti beneficiari (“può forse con uguale convenienza […] essere intieramente pagata da coloro i quali ricevono l’immediato benefizio” - fr:11846).

Si analizzano poi le fonti di entrata pubblica, suddivise in: 1. Fondi propri dello Stato (capitali o terre): - Profitti da capitali (es. imprese commerciali come banche o poste), con esempi storici (Amburgo, Venezia, Amsterdam) e critiche alla gestione principesca (“I principi intanto si sono spesso impegnati in molte altre imprese commerciali, ed hanno voluto […] immegliare la loro fortuna” - fr:11891; “Non vi sono due caratteri che sembrino essere più incompatibili, quanto quelli di mercante e di sovrano” - fr:11900). - Interessi su prestiti (es. Berna con fondi stranieri, Amburgo con il “Lombardo”), con rischi legati a instabilità politica (“In caso di guerra il primissimo atto di ostilità […] potrebbe essere la confisca dei fondi” - fr:11909). - Rendite fondiarie, storicamente centrali per antiche repubbliche e monarchie (“La rendita delle terre della corona costituì per lungo tempo la maggiore parte dell’entrata degli antichi sovrani di Europa” - fr:11924), ma oggi insufficienti per Stati moderni (“la rendita di tutte le terre del paese […] forse difficilmente ammonterebbe all’entrata ordinaria che si leva sul popolo” - fr:11941).

  1. Contribuzione generale del popolo, necessaria per colmare deficit quando le entrate specifiche non bastano (“la mancanza deve nei più dei casi essere supplita dalla generale contribuzione dell’intiera società” - fr:11848). Si cita il caso della Gran Bretagna, dove l’entrata ordinaria supera i 10 milioni annui, a fronte di una tassa fondiaria che ne copre solo una frazione (“la tassa fondiaria a quattro scellini per lira, risulta minore di due milioni all’anno” - fr:11943).

Si conclude evidenziando come, nelle società avanzate, le spese militari e amministrative abbiano reso obsolete le fonti tradizionali (es. rendite fondiarie), richiedendo sistemi fiscali più articolati.


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[29.1-126-12525|12650]

29 Tassazione sul valore capitale e trasferimento di proprietà

“Imposte che gravano su terre, case, capitali e successioni, con effetti differenziati su venditori, eredi e mutuatari”

Si tratta delle modalità e degli effetti delle imposte sul valore capitale di terre, case e fondi, con particolare attenzione ai meccanismi di trasferimento della proprietà. Si discute l’applicazione di tributi come il “ventesimo danaro” (fr:12526) in Francia, paragonato alla tassa fondiaria inglese, e la sua incidenza sull’interesse del denaro (“Essa in molti casi intieramente cade sopra l’interesse del danaro” - fr:12528). Viene descritta la natura dei contratti di rendita perpetua (“Il danaro è spesso alienato in Francia in ciò che si chiamano contratti per costituzione di rendita” - fr:12529) e l’impatto neutrale del ventesimo su tali rendite (“Il ventesimo non sembra di avere innalzato il livello di quelle annate” - fr:12530).

Si analizzano le imposte sui trasferimenti di proprietà, distinguendo tra passaggi “dal morto al vivo” (fr:12534) e “da un vivo ad un vivo” (fr:12535). I primi, essendo pubblici, sono tassati direttamente (“Essi perciò possono essere imposti direttamente” - fr:12536), mentre i secondi, specie per i capitali mobili, richiedono strumenti indiretti come diritti di bollo e registrazione (“È stato imposto indirettamente in due diverse maniere” - fr:12539). Si citano esempi storici, come la vicesima hereditatum romana (“fu un’imposta sul trasferimento della proprietà dal morto al vivo” - fr:12541) e le aliquote olandesi sulle successioni collaterali (“dal cinque al trenta per cento” - fr:12551).

Si evidenzia come le imposte gravino diversamente a seconda del soggetto: sui venditori di terre (“cadono intieramente sopra il venditore” - fr:12607), sui compratori di case nuove (“gravano in generale sopra il compratore” - fr:12613), o sui mutuatari per i contratti di prestito (“Cadono intieramente sopra il mutuatario” - fr:12621). Si sottolinea l’iniquità di tali tributi, che colpiscono spesso i soggetti più deboli (“gravano quasi sempre sopra la persona bisognosa” - fr:12612), e il loro effetto depressivo sul capitale produttivo (“tendono a diminuire i fondi destinati al mantenimento del lavoro produttivo” - fr:12625).

Si descrivono infine i diritti di bollo e registrazione, diffusi in Europa (“gli uni sono divenuti quasi universali, gli altri estremamente comuni” - fr:12601), con esempi da Inghilterra, Olanda e Francia. In quest’ultima, si critica l’arbitrarietà dei diritti di registrazione (“danno opportunità a molte estorsioni” - fr:12633), pur riconoscendo l’utilità pubblica della registrazione delle ipoteche (“dà grande sicurezza ai creditori e agli acquisitori” - fr:12637). Si conclude con una distinzione tra imposte sul consumo (come i bolli su giornali) e quelle sui trasferimenti, sottolineando la loro natura differente (“sono di natura affatto differente” - fr:12647).


[30]

[30.1-376-12775|13150]

30 Imposte sulle merci di consumo: effetti economici e proposte di riforma

“Le imposte gravano doppiamente sui proprietari: come possessori di rendite e come consumatori” (fr:12775).

Si discute l’impatto delle imposte sulle merci di consumo, con particolare attenzione ai beni di prima necessità e ai meccanismi di tassazione. Vengono analizzati gli effetti distorsivi delle imposte cumulative, come evidenziato da Matteo Decker: “nel prezzo del cuoio, voi dovete pagare non solamente l’imposta sopra il cuoio delle vostre scarpe, ma anco una parte di quella sulle scarpe del calzolaio e del conciatore” (fr:12777). Questo sistema moltiplica il carico fiscale su beni essenziali come sale, cuoio, sapone e candele, aumentando la spesa per i consumatori e i salari dei lavoratori (fr:12788-12789).

Si evidenzia come le imposte sui beni necessari, come il carbone in Gran Bretagna, influenzino il prezzo del lavoro e la localizzazione delle manifatture: “il prezzo de’ combustibili ha tanta importante influenza su quello del lavoro, che tutte le manifatture nella Gran Bretagna sono principalmente stabilite ne’ paesi di carbone fossile” (fr:12791). Tuttavia, politiche protezionistiche, come l’imposta sul carbone trasportato per mare (fr:12794), aggravano i costi senza generare entrate significative.

Il testo critica le misure restrittive sull’importazione di grano e bestiame, definite “cattivi effetti delle imposte sulle cose necessarie alla vita” (fr:12800-12801), e propone la loro abolizione per ridurre la spesa pubblica e migliorare l’efficienza economica. Si confrontano le imposte in diversi paesi europei, come l’Olanda, dove “il prezzo in danaro del pane […] è raddoppiato a cagione di quelle imposte” (fr:12805), e si sottolinea come tali politiche abbiano danneggiato le manifatture locali (fr:12808).

Viene analizzato il sistema di tassazione su beni di consumo, distinguendo tra imposte anticipate dai mercanti e licenze annuali per i consumatori. Si critica il secondo metodo per la sua iniquità: “il consumatore temperante sarebbe […] tassato molto più pesantemente, che il bevitore” (fr:12832-12833). Si propone un sistema simile a quello dell’assisa, con magazzini pubblici e controlli rigorosi, per ridurre il contrabbando e semplificare la riscossione (fr:12942-12949).

Si esamina la storia dei dazi doganali, nati come “pagamenti di costuma” (fr:12851) e poi strumentalizzati per favorire il monopolio interno (fr:12858). Si critica il sistema mercantile per aver ridotto le entrate pubbliche attraverso proibizioni e dazi elevati, incoraggiando il contrabbando (fr:12900-12904). Si suggerisce di limitare i dazi a poche merci di largo consumo, come vini e tabacco, per aumentare l’efficienza e ridurre i costi amministrativi (fr:12928-12934).

Infine, si discute l’impatto delle imposte sulle diverse classi sociali: “la spesa totale delle classi inferiori è molto più grande che quella delle classi superiori” (fr:12977), rendendo le imposte sui beni di lusso meno produttive di quelle sui beni di consumo diffuso. Si propone di riformare il sistema fiscale per ridurre le disuguaglianze e aumentare le entrate pubbliche, come nel caso dell’imposta sull’orzo tallito, che potrebbe sostituire i dazi sulla birra e la cervogia (fr:13017-13023).


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[31.1-161-13484|13644]

31 Il debito pubblico e le sue conseguenze

“L’accumulo dei debiti statali, le imposte crescenti e l’inefficacia dei fondi di ammortamento”

Si presenta una trattazione sul debito pubblico, con particolare riferimento alla Gran Bretagna tra XVII e XVIII secolo. Si discute l’impatto delle imposte e delle guerre sull’accumulo del debito, evidenziando come l’aumento delle tassazioni generi malcontento popolare (“Quanto più le imposte sono state moltiplicate […] tanto più altamente il popolo si lamenta” - fr:13485) e renda difficile individuare nuovi oggetti di tassazione (“tanto più difficile diventa o trovare nuovi oggetti su cui stabilire delle imposte” - fr:13485).

Si osserva che la sospensione temporanea del pagamento del debito non provoca immediate proteste (“Una momentanea sospensione del pagamento del debito non è immediatamente sentita dal popolo” - fr:13486), mentre il ricorso al fondo d’ammortizzazione è descritto come un espediente agevole per fronteggiare difficoltà immediate (“Il prendere a prestito dal fondo d’ammortizzazione è sempre un ovvio ed agevole espediente” - fr:13487). Tuttavia, quanto più il debito si accumula, tanto più rischioso diventa distoglierne risorse (“quanto più è diventato necessario il cercare di diminuirlo, tanto più pericoloso […] sarà il distornarne una parte” - fr:13488). Si rileva che, in assenza di nuove guerre, il fondo d’ammortizzazione viene spesso dirottato per spese straordinarie in tempo di pace (“tanto più probabile si è, che il fondo d’ammortizzazione sarà rivolto a fare tutte le straordinarie spese” - fr:13489), portando al suo “usuale distornamento” (fr:13490).

Viene ricostruita la dinamica storica del debito britannico, partendo dalla guerra del 1688-1697, che ne pose le basi (“furono gettate le fondamenta del presente enorme debito pubblico” - fr:13492). Si riportano dati precisi: nel 1697 il debito ammontava a “21,515,742 lire sterline” (fr:13494), con una riduzione di “5,121,041 lire sterline” (fr:13496) nei quattro anni successivi, la maggiore mai registrata in un periodo così breve. Le guerre successive, come quella del 1702-1713, portarono a un ulteriore accumulo, con il debito che raggiunse “53,681,076 lire sterline” (fr:13504) nel 1714 e “55,282,978 lire sterline” (fr:13507) nel 1722, a causa di operazioni finanziarie come la “soscrizione delle annate lunghe e brevi” (fr:13506). Anche in periodi di pace, la riduzione del debito fu lenta: tra il 1723 e il 1739, in 17 anni, furono pagati solo “8,528,554 lire sterline” (fr:13509).

Le guerre del 1739-1748 e del 1756-1763 causarono nuovi incrementi, con il debito che salì a “78,295,513 lire sterline” (fr:13513) nel 1748 e a “122,605,556 lire sterline” (fr:13525) nel Si sottolinea come, nonostante gli sforzi di amministratori come Pelham – che ridusse gli interessi dal 4% al 3% e aumentò il fondo d’ammortizzazione (fr:13521) –, la pace non bastasse a compensare gli effetti delle guerre: “Durante una pace di circa sette anni […] non potè pagare sei milioni dell’antico debito” (fr:13541), mentre “in una guerra […] un nuovo debito di più di settantacinque milioni fu contrattato” (fr:13542). Nel 1775, il debito consolidato ammontava a “124,960,086 lire sterline” (fr:13544), con un debito non consolidato di “4,150,256 lire sterline” (fr:13546).

Si evidenzia come i risparmi ottenuti in tempo di pace fossero minimi e spesso frutto di entrate straordinarie, come “uno scellino addizionale sulla tassa fondiaria” o i “due milioni ricevuti dalla Compagnia delle Indie Orientali” (fr:13560). In undici anni di pace, furono pagate solo “10,415,474 lire sterline” (fr:13556), di cui gran parte non proveniva da risparmi ordinari. Si conclude che “sarebbe […] chimerico l’attendersi che il debito pubblico fosse mai completamente soddisfatto coi risparmi […] sull’entrata ordinaria” (fr:13575), soprattutto in presenza di nuove guerre, come quella d’America, che aggiunsero “un debito addizionale di più di cento milioni” (fr:13577).

Si analizzano poi gli effetti economici del debito pubblico. Si contesta l’idea che i fondi pubblici rappresentino un capitale aggiuntivo per il paese (“i fondi pubblici […] sono stati da un autore rappresentati come l’accumulazione di un gran capitale” - fr:13576), sostenendo che il capitale prestato allo Stato venga sottratto a impieghi produttivi e speso senza prospettive di riproduzione (“una certa porzione del prodotto annuale […] veniva distornato a servire come entrata […] a mantenere lavoranti improduttivi” - fr:13582). Anche se i creditori ottengono un’annualità che può compensare il capitale anticipato (fr:13583), il nuovo capitale da loro acquisito non è tale per il paese, ma solo “un capitale ritirato da certi impieghi, affine d’essere rivolto ad altri” (fr:13586). Si distingue tra due metodi di finanziamento della spesa pubblica: quello basato su imposte immediate, che limita l’accumulazione di nuovo capitale ma non distrugge quello esistente (fr:13591), e quello basato sulla creazione di fondi pubblici, che distrugge capitale esistente ma ostacola meno l’accumulazione futura (fr:13594). Si rileva che quest’ultimo sistema, pur avendo vantaggi in tempo di guerra (fr:13596), riduce i mezzi dei privati per accumulare anche in tempo di pace (fr:13605), portando a un’entrata pubblica gravata da imposte che, in assenza del debito, sarebbe sufficiente a finanziare anche guerre dispendiose (“L’entrata pubblica della Gran Bretagna in pace ammonta al presente a più che dieci milioni all’anno” - fr:13606).

Si critica infine l’idea che il pagamento degli interessi del debito pubblico non impoverisca il paese, poiché “il danaro non esce dal paese” (fr:13610). Si osserva che, sebbene i creditori abbiano un interesse generale alla prosperità del paese (fr:13627), non hanno alcun interesse specifico alla buona gestione di singole porzioni di terra o capitale (fr:13629), portando nel lungo periodo a “la terra sia negletta, ed il capitale dissipato o rimosso” (fr:13626). Si conclude che la pratica di creare fondi pubblici ha indebolito tutti gli Stati che l’hanno adottata, dalle repubbliche italiane (“Genova e Venezia […] ne sono state debilitate” - fr:13634) alla Spagna (“ne è stata anco di più debilitata” - fr:13635) e alla Francia (fr:13638). Anche le Province Unite sono “tanto affievolite da’ suoi debiti” (fr:13639), e si avverte che, nonostante la presunta superiorità del sistema fiscale britannico, una nuova guerra potrebbe renderlo “così oppressivo come quello d’Olanda, o anco di Spagna” (fr:13643).


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