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Promessi Sposi | Estratti di lingua italiana | 15x


1 Erudizione e Superstizioni nel Contesto Storico del Romanzo

Per la selezione delle frasi più significative dal punto di vista della lingua italiana, mi sono basato sui criteri indicati (linguaggio figurativo, vocabolario e innovazione lessicale, stile narrativo, rilevanza linguistica, evoluzione dei personaggi), integrandoli con un’attenzione alla densità espressiva e alla capacità di condensare descrizioni complesse in strutture sintattiche fluide e ritmate, tipiche del Manzoni. Ho privilegiato frasi che esemplificano un lessico erudito e arcaicizzante, metafore vivide per raffigurare credenze e istituzioni, e uno stile narrativo che intreccia aneddoto e riflessione, delineando l’evoluzione intellettuale o morale dei personaggi attraverso il linguaggio. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma quelle scelte emergono per la loro ricchezza lessicale e per come modellano il discorso indiretto o descrittivo, evitando ridondanze.


2 Violenza e miseria nella società seicentesca

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, privilegiando criteri come il linguaggio figurativo (metafore e immagini vivide), lo stile narrativo (flusso descrittivo e ritmo coinvolgente), la rilevanza linguistica (uso di lessico arcaico o innovativo per evocare epoche passate) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione di trasformazioni interiori attraverso espressioni psicologiche). Ho motivato brevemente ciascuna scelta basandomi sulle caratteristiche linguistiche presenti nelle frasi, senza riferimenti esterni. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma queste emergono per la loro capacità di condensare complessità emotive e sociali in costruzioni sintattiche ricche e evocative.


3 Movimenti e azioni domestiche

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento dei movimenti e azioni domestiche. La scelta si basa su criteri come lo stile narrativo fluido e descrittivo, che rende dinamiche le sequenze di gesti e spostamenti; il vocabolario espressivo e arcaico (es. “terzetta”, “armacollo”, “scodellare”), che evoca concretezza quotidiana; il linguaggio figurativo in descrizioni sensoriali o gestuali (es. “occhi stralunati”, “trinciando e iscrivendo”); e la rilevanza linguistica nel ritrarre personaggi attraverso azioni evolutive, come preparativi ansiosi o riordini pratici. Ho privilegiato frasi che integrano questi elementi senza ridondanze, motivando brevemente ciascuna per le sue peculiarità linguistiche.

(2783)“Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi, mettendosi una sua casacca d’un taglio che aveva qualche cosa del militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l’attaccò alla cintura da una parte; dall’altra, un’altra che staccò da un chiodo della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la carabina in un cantuccio vicino all’uscio, e picchiò, facendo insieme sentir la sua voce.”
Motivazione: Stile narrativo rapido e enumerativo, con vocabolario lessicale innovativo (“terzetta”, “armacollo”) che descrive preparativi dinamici, enfatizzando evoluzione del personaggio attraverso gesti confusi e risoluti.

(3730)“Agnese fece posare i fagotti in un canto del cortiletto, ch’era rimasto il luogo più pulito della casa; si mise poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernare quella poca roba che le avevan lasciata; fece venire un legnaiolo e un fabbro, per riparare i guasti più grossi, e guardando poi, capo per capo, la biancheria regalata, e contando que’ nuovi ruspi, diceva tra sé: ‘son caduta in piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso proprio dire d’esser caduta in piedi’. Don Abbondio e Perpetua entrano in casa, senza aiuto di chiavi; ogni passo che fanno nell’andito, senton crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li respinge indietro; con la mano al naso, vanno all’uscio di cucina; entrano in punta di piedi, studiando dove metterli, per iscansar più che possono la porcheria che copre il pavimento; e dànno un’occhiata in giro.”
Motivazione: Linguaggio figurativo sensoriale (“tanfo, un veleno, una peste”) e stile narrativo contrastato tra riordino positivo e disordine olfattivo, con dialoghi interiori che rivelano evoluzione pratica del personaggio.

(730)“Andò direttamente, secondo che aveva disegnato, alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco distante; e lo trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e tenendo, con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle ceneri calde, dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando, con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di scodellare.”
Motivazione: Vocabolario domestico preciso e innovativo (“matterello ricurvo”, “scodellare”), con stile narrativo vivace che cattura movimenti collettivi e attesa, evidenziando dinamiche familiari attraverso gesti quotidiani.

(3338)“Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e quantunque preparata, vide con ammirazione, tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que’ ruspi, de’ quali non aveva forse mai visto più d’uno per volta, e anche di raro; li contò, penò alquanto a metterli di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, ché ogni momento facevan pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte; ricomposto finalmente un rotolo alla meglio, lo mise in un cencio, ne fece un involto, un batuffoletto, e legatolo bene in giro con della cordellina, l’andò a ficcare in un cantuccio del suo saccone. Il resto di quel giorno, non fece altro che mulinare, far disegni sull’avvenire, e sospirar l’indomani.”
Motivazione: Linguaggio figurativo giocoso (“facevan pancia”, “batuffoletto”) e stile narrativo intimo, con evoluzione del personaggio nel gestire oggetti, usando metafore per tensioni domestiche e aspirazioni.

(1929)“Lì Renzo, al chiasso de’ saluti che coloro gli urlavan dietro, si voltò in fretta; e se il suo sostenitore non fosse stato ben lesto a tenerlo per un braccio, la voltata sarebbe stata un capitombolo; si voltò dunque, e, con l’altro braccio che gli rimaneva libero, andava trinciando e iscrivendo nell’aria certi saluti, a guisa d’un nodo di Salomone. - Andiamo a letto, a letto, - disse l’oste, strascicandolo; gli fece imboccar l’uscio; e con più fatica ancora, lo tirò in cima di quella scaletta, e poi nella camera che gli aveva destinata.”
Motivazione: Stile narrativo comico e gestuale (“trinciando e iscrivendo”, “nodo di Salomone”), con linguaggio figurativo che descrive movimenti scoordinati, mostrando evoluzione del personaggio in stato alterato attraverso azioni fisiche.


4 La monacazione forzata di Gertrude

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della monacazione forzata di Gertrude. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (es. metafore che evocano ipocrisia e apparenze), lo stile narrativo (descrizioni psicologiche e dialoghi che rivelano tensioni interne ed esterne), la rilevanza linguistica (uso di vocaboli arcaici o innovativi per caratterizzare personaggi e contesti claustrali) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione del conflitto interiore di Gertrude attraverso espressioni che ne mostrano la debolezza e la coercizione). Ho privilegiato frasi che, con la loro struttura sintattica complessa e il lessico evocativo, catturano l’essenza del tema senza ridondanze.

(1382) - Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane com’erano dall’immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all’antiche magagne. Quell’apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l’imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca.

Questa frase è significativa per il linguaggio figurativo (“imbiancatura esteriore”, “ipocrisia aggiunta all’antiche magagne”), che metaforicamente illustra l’evoluzione ipocrita del personaggio di Gertrude, e per lo stile narrativo fluido che contrappone apparenza e realtà con un lessico ricco di termini come “brontolìo” e “prigione claustrale”.

(1203) - Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: - bello eh?

Significativa per il vocabolario innovativo e figurativo (“risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro”), che narra l’evoluzione forzata del personaggio fin dall’infanzia attraverso uno stile narrativo ironico e descrittivo, evidenziando la coercizione familiare con espressioni come “interrogare affermativo”.

(1221) - Negl’intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto, e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s’immaginava che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all’insinuazioni de’ suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro. Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinché fosse certo che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch’ella avesse esposto a quel vicario il suo desiderio, con una supplica in iscritto.

Questa frase eccelle nello stile narrativo psicologico, con termini figurativi come “larva” e “terrori confusi” che delineano l’evoluzione interiore di Gertrude, e per la rilevanza linguistica nel descrivere norme claustrali con un lessico formale (“espiarla”, “supplica in iscritto”) che contrasta la libertà apparente con la coercizione reale.

(1349) - La vera risposta a una tale domanda s’affacciò subito alla mente di Gertrude, con un’evidenza terribile. Per dare quella risposta, bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare una storia… L’infelice rifuggì spaventata da questa idea; cercò in fretta un’altra risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria al vero.

Significativa per il linguaggio figurativo (“evidenza terribile”, “rifuggì spaventata”) e lo stile narrativo conciso che cattura il momento di crisi del personaggio, usando un vocabolario espressivo (“supplizio”) per mostrare l’evoluzione da resistenza a resa forzata.

(1172) - La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.

Questa frase è rilevante per lo stile narrativo descrittivo e il vocabolario innovativo (“abbandono del portamento”, “cura secolaresca”), che figurativamente ritraggono l’evoluzione non conforme di Gertrude come monaca, con dettagli linguistici che enfatizzano il contrasto tra regola e ribellione personale.


5 Scene di caos collettivo e rumori urbani

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento delle scene di caos collettivo e rumori urbani. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore e similitudini che evocano movimento e sensorialità), lo stile narrativo (dinamismo e ritmo che mimano il tumulto), la rilevanza linguistica (uso di onomatopee e vocaboli espressivi per rendere il disordine uditivo e visivo) e il vocabolario innovativo (termini rari o composti che intensificano l’atmosfera caotica). Non tutte le frasi coprono ogni criterio, ma privilegio quelle che catturano l’essenza linguistica del tema attraverso descrizioni vivide e fluide.


6 La rivolta per il pane

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della rivolta per il pane. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (es. metafore vivide che evocano caos e fame), lo stile narrativo (es. dialoghi dinamici e descrizioni ritmate che catturano l’urgenza popolare), la rilevanza linguistica (es. uso di espressioni idiomatiche e lessico popolare del Seicento adattato al discorso) e l’evoluzione dei personaggi (es. monologhi interiori che rivelano tensioni morali e sociali). Ho privilegiato frasi che, attraverso un vocabolario innovativo e figurato, condensano il dramma collettivo della carestia e della sommossa, senza ricorrere a ridondanze.

(2176) - si distribuiva il pane agli avventori; c’era de’ cavalieri, e fior di cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il diavolo addosso vi dico, e poi c’era chi gli aizzava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch’io: in un batter d’occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra. - E i micheletti?

Questa frase è significativa per lo stile narrativo caotico e ritmico, con enumerazioni rapide e l’espressione figurativa “avevano il diavolo addosso” che innovativamente lessicalizza l’agitazione della folla, evocando il tumulto come un’esplosione disordinata.

(1564) - Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. - Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, - dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato.

Qui emerge il linguaggio figurativo sensoriale (“tepida fragranza”) e lo stile narrativo cinematografico, con verbi d’azione sequenziali che ritraggono l’evoluzione di un personaggio dalla fame alla ribellione condivisa, usando un lessico semplice ma innovativo per il contesto popolare.

(1786) - Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell’affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacché oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c’è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de’ dieci comandamenti, e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni male, e poi hanno sempre ragione?

Significativa per la rilevanza linguistica nel discorso oratorio, con metafore bibliche (“rovescio de’ dieci comandamenti”) che innovano il vocabolario etico, mostrando l’evoluzione di un personaggio da osservatore passivo a portavoce della rivolta contro l’ingiustizia.

(1876) - Perché, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? - Ma la ragione giusta la dirò io, - soggiunse Renzo: - è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo.

Questa frase spicca per il linguaggio figurativo metaforico (“le infilzan per aria, con quella penna”), che usa un vocabolario innovativo per descrivere l’evoluzione del personaggio Renzo, da contadino impulsivo a critico sociale, enfatizzando lo stile narrativo dialogico e ironico.

(3187) - Chi si rodeva, chi faceva disegni del dove sarebbe andato a cercar ricovero e impiego; chi s’esaminava se avrebbe potuto adattarsi a diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole, se ne sentiva una certa inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane offerto così di buon cuore, e allora così scarso, e d’acquistar tempo: nessuno fiatò. E quando l’innominato, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n’andassero, quatti quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono.

Rilevante per lo stile narrativo corale, con enumerazioni psicologiche che tracciano l’evoluzione multipla dei personaggi (da ribelli a sottomessi), e l’immagine figurativa finale (“come un branco di pecore”) che lessicalizza la sottomissione, legando il tema del pane alla conversione morale.


7 La Guerra del Monferrato

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento storico-politico della guerra per la successione di Mantova e Monferrato. La scelta si basa su criteri come lo stile narrativo ironico e descrittivo, il vocabolario arcaico e burocratico misto a elementi latini per evocare l’ufficialità spagnola, il linguaggio figurativo per caratterizzare figure politiche, e la rilevanza linguistica nel intrecciare eventi storici con personaggi del romanzo, evidenziando evoluzione e contesto senza analisi esterne. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma privilegio quelle che mostrano innovazione lessicale (es. neologismi o ibridi) e un ritmo narrativo vivace.


8 Intrighi e minacce dei potenti

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento degli intrighi e minacce dei potenti. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore vivide che evocano tensioni e paure), lo stile narrativo (descrizioni immersive e dialoghi dinamici che rendono palpabili le trame), la rilevanza linguistica (uso di lessico arcaico e innovativo per caratterizzare personaggi e ambientazioni) e l’evoluzione dei personaggi (rivelazioni interne che mostrano conflitti morali o timori). Ho privilegiato frasi che esemplificano questi aspetti senza sovrapporsi eccessivamente, motivando brevemente ciascuna.

(267) “E, con voce rotta dal pianto, raccontò come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in compagnia d’un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla con chiacchiere, com’ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto aveva sentito quell’altro signore rider forte, e don Rodrigo dire: scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s’eran trovati ancora sulla strada; ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l’altro signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo, vedremo.”
Motivazione: Stile narrativo fluido e immersivo, con dialoghi diretti che rendono concreta la minaccia; rilevanza linguistica nel lessico espressivo (“voce rotta dal pianto”, “sghignazzava”) per evocare tensione e evoluzione del personaggio di Lucia come vittima.

(2925) “Intanto, io vo a pregare, e a render grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della misericordia. Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per ispaventi, e senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione, quieto, quieto: guarda il padrone, e non contraddice né approva; guarda il cane, e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione non gli mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a casa mia!”
Motivazione: Linguaggio figurativo eccellente con metafora estesa del “cagnaccio” per simboleggiare paura e sottomissione; stile narrativo ironico che approfondisce l’evoluzione timorosa del personaggio di don Abbondio.

(74) “Le forze però di queste varie leghe eran molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi potuto resistere. Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.”
Motivazione: Vocabolario innovativo e metafora classica dei “vasi di ferro e terracotta” per illustrare squilibri di potere; rilevanza linguistica nel ritrarre l’evoluzione sociale del personaggio di don Abbondio come fragile preda.

(232) “Avrebbe voluto correre alla casa di don Rodrigo, afferrarlo per il collo, e… ma gli veniva in mente ch’era come una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori; che i soli amici e servitori ben conosciuti v’entravan liberamente, senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto non vi potrebb’entrare senza un esame, e ch’egli sopra tutto… egli vi sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo.”
Motivazione: Stile narrativo introspettivo con flusso di coscienza che esplora l’evoluzione rabbiosa del personaggio di Renzo; linguaggio figurativo (“fortezza guarnita”, “feroce compiacenza”) per intensificare l’intrigo e la minaccia.

(2736) “Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai.”
Motivazione: Linguaggio figurativo personificativo (“quell’immagine… gli dicesse”) per rivelare l’evoluzione interiore dell’Innominato; stile narrativo conciso e drammatico che lega minacce esterne a conflitti personali.


9 Conflitti Interiori e Rimorsi

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento dei conflitti interiori e rimorsi. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore e immagini vivide che rendono palpabili gli stati mentali), lo stile narrativo (flusso continuo e introspectivo che immerge nel flusso di coscienza), la rilevanza linguistica (uso di termini arcaici o complessi per esprimere turbe psicologiche, come “torbida vicenda” o “costernazione repentina”) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione di trasformazioni interiori attraverso opposizioni emotive). Ho privilegiato frasi che innovano lessicalmente con espressioni come “giudizio individuale” o “refrigerio al tormento”, evitando ridondanze e focalizzandomi su quelle che catturano l’essenza tormentata dell’animo senza dilungarsi in descrizioni esterne.

(2726)“Non era il suo né sonno né veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a se stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore.”
Motivazione: Il linguaggio figurativo domina con immagini come “torbida vicenda” e “regione ancor più oscura”, creando uno stile narrativo fluido che simula il dibattersi mentale, rilevante per l’evoluzione del personaggio da confusione a terrore consapevole.

(2547)“Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però.”
Motivazione: Innovazione lessicale in termini come “emulazione feroce” e “giudizio individuale”, con uno stile narrativo che oppone passato e presente per tracciare l’evoluzione del rimorso, culminando in un’esclamazione interiore che intensifica la rilevanza linguistica del conflitto divino.

(2546)“l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava.”
Motivazione: Linguaggio figurativo potente con metafore come “faceva un passo ogni momento” e “nasceva di dentro”, che innovano il vocabolario (es. “costernazione repentina”) e narrano l’evoluzione dal coraggio esteriore al terrore interiore, rendendo il rimorso un processo dinamico e inarrestabile.

(3325)“E se non sentiva tutto il rimorso che la predica voleva produrre (ché quella stessa paura era sempre lì a far l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di sé, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.”
Motivazione: Il paragone figurativo dello “stoppino umido” è un’innovazione lessicale vivida che struttura lo stile narrativo in fasi progressive, evidenziando l’evoluzione del personaggio dal rifiuto al rimorso parziale, con rilevanza linguistica nel contrasto tra resistenza e accensione.

(2729)“L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza.”
Motivazione: Stile narrativo rapido e cumulativo con espressioni come “l’assalirono in una volta” e “spuntò in cuore”, che usano un vocabolario emotivo (es. “affanno”) per figurare il passaggio dal terrore al barlume di speranza, tracciando un’evoluzione interiore in modo sintetico e intenso.


10 Descrizioni di volti e aspetti dei personaggi

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, per la loro capacità di combinare linguaggio figurativo (metafore e similitudini vivide), vocabolario ricco e innovativo (termini come “squallido”, “stravolti”, “inanimata gravezza” che evocano texture e stati emotivi), stile narrativo fluido e immersivo (sequenze di azioni e percezioni che costruiscono tensione psicologica), e rilevanza linguistica (uso di subordinate complesse per ritrarre evoluzione interiore dei personaggi attraverso il corpo). Ho privilegiato quelle che mostrano un’evoluzione espressiva dei personaggi via dettagli sensoriali, senza bisogno di criteri aggiuntivi.

(3013)“Allora, quello di cui si parlava, spinse l’uscio, e si fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi, non avendo speranza in altra cosa del mondo, non desiderava che lui, ora, dopo aver veduti visi, e sentite voci amiche, non poté reprimere un subitaneo ribrezzo; si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla buona donna, e le nascose il viso in seno. L’innominato, alla vista di quell’aspetto sul quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo lo sguardo, di quell’aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato dal patire prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi sull’uscio; nel veder poi quell’atto di terrore, abbassò gli occhi, stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la poverina non aveva detto, - è vero, - esclamò: - perdonatemi!”
(Motivazione: Il linguaggio figurativo emerge in termini come “squallido, sbattuto, affannato”, che innovano lessicalmente per dipingere un’evoluzione dal terrore al pentimento; lo stile narrativo alterna percezioni interne ed esterne, rilevando la trasformazione psicologica del personaggio tramite gesti corporei.)

(1169)“Il suo aspetto, che poteva dimostrar venticinne anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul petto, a coprire lo scollo d’un nero saio.”
(Motivazione: Vocabolario innovativo con aggettivi come “sbattuta, sfiorita, scomposta” crea un contrasto figurativo tra bellezza e decadenza; il ritmo narrativo, con enumerazioni precise, evidenzia l’evoluzione del personaggio da vitalità a oppressione monacale, linguisticamente rilevante per la sua densità descrittiva.)

(1170)“Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi, si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa, chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti.”
(Motivazione: Similitudini come “come per una contrazione dolorosa” e il “non so che” introducono figuratività ambigua; lo stile narrativo usa ipotetiche per tracciare l’evoluzione interiore del personaggio, con lessico psicologico (“investigazione superba”, “odio inveterato”) che ne amplifica la rilevanza linguistica.)

(4188)“Ma la prima, l’unica persona che vide, fu un’altra donna, distante forse un venti passi; la quale, con un viso ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert’occhi stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano, spalancando la bocca come in atto di gridare a più non posso, ma rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d’artigli, come se cercasse d’acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in modo che qualcheduno non se n’accorgesse. Quando s’incontrarono a guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si riscosse come persona sorpresa.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo ricco di similitudini (“piegate a guisa d’artigli”); vocabolario come “stravolti”, “grinzose” innova per texture viscerale; il narrativo accumula gesti per mostrare sorpresa evolutiva, con rilevanza nella tensione sintattica delle subordinate.)

(4155)“Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.”
(Motivazione: Figuratività in “inanimata gravezza” e “abbandono più forte del sonno”; lessico innovativo evoca contrasto vita-morte; stile narrativo evolve il ritratto materno attraverso dettagli sensoriali, linguisticamente significativo per l’ironia tragica implicita.)

(4328)“Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere.”
(Motivazione: Similitudini come “l’avreste detto il viso d’un cadavere” creano figuratività drammatica; vocabolario (“enfiate”, “adunco”) descrive decadenza fisica; narrativo compatto ritrae lotta interiore evolutiva, con rilevanza nella ellissi sintattica per intensità emotiva.)


11 Interazioni con il clero e vicissitudini familiari

Per la selezione delle frasi più significative dal punto di vista della lingua italiana, mi sono basato sui criteri proposti, privilegiando il linguaggio figurativo (es. espressioni idiomatiche vivide che rendono i dialoghi espressivi), lo stile narrativo (es. fluidità dei discorsi indiretti e diretti che mimano il parlato quotidiano), la rilevanza linguistica (es. uso di forme arcaiche o colloquiali tipiche del registro manzoniano) e l’evoluzione dei personaggi (es. come il timore o la devozione emergono attraverso il lessico emotivo). Ho anche considerato un criterio aggiuntivo: la densità dialogica, che concentra in poche parole tensioni relazionali e confessioni, rendendo il testo economicamente espressivo. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma quelle scelte evidenziano l’argomento attraverso un italiano ricco di contrasti tra umiltà popolare e autorità ecclesiastica, con un’attenzione al parlato rustico e alle perifrasi devozionali.


12 La peste di Milano e le sue conseguenze

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della peste e delle sue ripercussioni sociali e sanitarie. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (descrizioni vivide e metaforiche che evocano il caos e il terrore), lo stile narrativo (flusso ritmico e accumulativo che imita il progredire del disastro), la rilevanza linguistica (uso di termini arcaici e lessico specialistico per contestualizzare l’epoca e l’epidemia) e il vocabolario innovativo (espressioni che fondono realismo storico con intensità emotiva). Non tutte le frasi coprono ogni criterio, ma privilegio quelle che, attraverso la struttura sintattica complessa e le immagini sensoriali, catturano l’essenza linguistica del tema senza dilungarsi in analisi esterne.

(3904) “Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia, vederlo poi addurre in prova dell’unzioni e della congiura diabolica, un fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d’aver sentito raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n’erano andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre gattoni sopra, ’ che sino al far del giorno vi dimororno ’ (Pag. 123, ).”
(Motivazione: Lo stile narrativo si distingue per la ripetizione enfatica “dico i medici… dico in ispecie”, che accumula stupore e ironia; il linguaggio figurativo emerge nelle immagini surreali del lupo e dei gatti, evocando superstizioni con un lessico arcaico come “razioni venefiche” e “congiura diabolica”, rilevante per il tema delle credenze irrazionali durante l’epidemia.)

(4143) “Serrati, per sospetto e per terrore, tutti gli usci di strada, salvo quelli che fossero spalancati per esser le case disabitate, o invase; altri inchiodati e sigillati, per esser nelle case morta o ammalata gente di peste; altri segnati d’una croce fatta col carbone, per indizio ai monatti, che c’eran de’ morti da portar via: il tutto più alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato piuttosto qua che là un qualche commissario della Sanità o altro impiegato, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un’angheria. Per tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura di pietà, ogni, riguardo sociale!”
(Motivazione: Il linguaggio figurativo domina con accumuli sensoriali (“fasce marciose, strame ammorbato”) che rendono palpabile l’orrore; lo stile narrativo è elenchi ritmici e contrasti (“serrati… spalancati”), con vocabolario come “imperversar del disastro” e “insalvatichiti gli animi” che innovano lessicalmente per descrivere la disumanizzazione, centrale al tema della peste come forza corrosiva.)

(3516) “A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, che operavano sopra corpi ammalati o ammalazzati, s’aggiunga una gran perversità della stagione: piogge ostinate, seguite da una siccità ancor più ostinata, e con essa un caldo anticipato e violento. Ai mali s’aggiunga il sentimento de’ mali, la noia e la smania della prigionia, la rimembranza dell’antiche abitudini, il dolore di cari perduti, la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo vicendevole, tant’altre passioni d’abbattimento o di rabbia, portate o nate là dentro; l’apprensione poi e lo spettacolo continuo della morte resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima una nuova e potente cagione.”
(Motivazione: Rilevanza linguistica nel lessico medico-morale (“cagioni di mortalità”, “perversità della stagione”); stile narrativo progressivo con incisi che amplificano l’angoscia emotiva; linguaggio figurativo nei parallelismi (“noia e la smania”, “tormento e il ribrezzo”) che legano ambiente e psiche, evidenziando l’evoluzione del terrore individuale durante l’epidemia.)

(3778) “L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese, si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello, d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il Ripamonti.”
(Motivazione: Stile narrativo ironico e conciso, con climax (“veder venire… d’affaticarsi… d’incontrare… d’essere”); vocabolario innovativo nel contrasto tra eroismo (“stornarlo”) e vilipendio (“pro patriae hostibus”), che delinea l’evoluzione dei personaggi medici come figure tragiche, rilevante per il tema della resistenza razionale contro il panico collettivo.)

(3756) “Quando questi giunsero, il male s’era già tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature, altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi: ’ et ci parevano, - dice il Tadino, - tante creature seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una ampolla d’aceto ’.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo nelle similitudini (“creature seluatiche”) e nei dettagli sensoriali (erbe e aceto come rimedi popolari); stile narrativo geografico e itinerante che evoca la diffusione del contagio; lessico arcaico (“seluatiche”, “herba menta”) che arricchisce la rilevanza linguistica, mostrando l’evoluzione della paura popolare attraverso immagini concrete.)


13 Descrizioni di paesaggi e ambientazioni naturali

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, per il loro uso di linguaggio figurativo ricco di metafore e similitudini (es. confronti con elementi umani o animali), vocabolario innovativo e lessico arcaico che evoca vividezza sensoriale (es. termini botanici o topografici rari), e stile narrativo fluido e immersivo che integra movimento e percezione visiva. Ho privilegiato la rilevanza linguistica nel ritrarre la natura come entità dinamica e caotica, senza riferimenti a personaggi o trame esterne. Non ho incluso frasi con enfasi su azioni umane predominanti, per focalizzarmi sull’aspetto descrittivo puro.


14 Separazioni, Fughe e Diffusione delle Notizie

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento delle separazioni familiari, delle fughe e della circolazione rapida e incerta delle notizie tra i personaggi. La scelta si basa principalmente su criteri come lo stile narrativo fluido e ironico, che intreccia dialoghi interni e descrizioni dinamiche; il linguaggio figurativo, che evoca movimenti vorticosi e invisibili delle informazioni; la rilevanza linguistica, con un vocabolario arcaico e vivace che rende palpabile l’incertezza e l’evoluzione emotiva dei personaggi; e l’innovazione lessicale in espressioni idiomatiche che catturano l’essenza del caos narrativo. Ho privilegiato frasi che mostrano l’evoluzione dei personaggi attraverso le loro decisioni e reazioni, senza ricorrere a tutti i criteri elencati, ma aggiungendo quello della concisione espressiva, che amplifica il dramma senza prolissità.

(1475) “Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitre, col suo baroccio, a Pescarenico, s’abbatté, prima d’arrivare a casa, in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l’opera buona che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso poté, due ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e sua madre s’eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano.”
Questa frase è significativa per il linguaggio figurativo nei “giri rapidi e moltiplici” del segreto, che simboleggia la fuga inarrestabile delle notizie, e per lo stile narrativo che alterna riflessione autoriale e azione concreta, evidenziando l’evoluzione del personaggio del Griso come messaggero involontario.

(4081) “Certo, nessuno poteva tenere presso di Renzo il luogo d’Agnese, né consolarlo della di lei assenza, non solo per quell’antica e speciale affezione, ma anche perché, tra le cose che a lui premeva di decifrare, ce n’era una di cui essa sola aveva la chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio, o andar prima in cerca d’Agnese, giacché n’era così poco lontano; ma, considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla, restò nel primo proposito d’andare direttamente a levarsi questo dubbio, a aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla madre.”
Eccelle per la rilevanza linguistica nel vocabolario emotivo (“decifrare”, “chiave”, “sentenza”), che metaforizza le separazioni come enigmi, e per lo stile narrativo introspettivo che mostra l’evoluzione di Renzo, diviso tra affetti e razionalità, con una concisione espressiva che accelera il ritmo della fuga.

(4273) “Renzo principiò, tra una cucchiaiata e l’altra, la storia di Lucia: com’era stata ricoverata nel monastero di Monza, come rapita… All’immagine di tali patimenti e di tali pericoli, al pensiero d’essere stato lui quello che aveva indirizzata in quel luogo la povera innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo riprese subito, sentendo com’era stata mirabilmente liberata, resa alla madre, e allogata da questa presso a donna Prassede. - Ora le racconterò di me, - proseguì Renzo; e raccontò in succinto la giornata di Milano, la fuga; e come era sempre stato lontano da casa, e ora, essendo ogni cosa sottosopra, s’era arrischiato d’andarci; come non ci aveva trovato Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era al lazzeretto.”
Significativa per lo stile narrativo dialogico e vivace, che integra azioni quotidiane (“tra una cucchiaiata e l’altra”) con il racconto delle separazioni, e per l’evoluzione dei personaggi (Renzo narratore pentito, frate empatico), usando un vocabolario innovativo come “sottosopra” per evocare il caos delle fughe e notizie.

(4605) “Potremmo anche soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti a quell’intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempiron l’animo d’una dolorosa e paurosa maraviglia.”
Questa frase spicca per il linguaggio figurativo (“chiave di molti misteri”) che lega le notizie alle separazioni passate, e per lo stile narrativo metaletterario che coinvolge il lettore, mostrando l’evoluzione di Lucia attraverso una rivelazione linguistica densa di emozione, con termini come “paurosa maraviglia” che innovano l’espressione del turbamento.

(2385) “Per Lucia era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell’asilo così guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro che Agnese anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a’ suoi monti.”
Rilevante per il vocabolario affettuoso e figurativo (“distaccata dalla gonnella della madre”), che simboleggia la separazione infantile, e per lo stile narrativo che evolve il personaggio di Lucia da timorosa a decisa, con una concisione che rende palpabile la tensione delle fughe mediate da messaggeri umili.


15 Imbrogli legali e consulti tra personaggi

Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, basandomi sui criteri proposti (linguaggio figurativo, vocabolario e innovazione lessicale, stile narrativo, rilevanza linguistica) e aggiungendo il criterio della vivacità dialogica, che emerge dal ritmo colloquiale e dalle espressioni idiomatiche tipiche del parlato. Queste frasi catturano l’essenza dell’argomento attraverso metafore vivide, lessico colorito e narrazione dinamica che evolve i tratti dei personaggi (come l’ingenuità di Renzo o l’astuzia degli avvocati), senza bisogno di completezza per ogni criterio. La scelta privilegia l’innovazione lessicale (es. neologismi o giri idiomatici) e lo stile narrativo che mescola ironia e realismo.

(288) “A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato… so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo con metafora delle “matasse imbrogliate” e “bandolo”, che evoca complessità narrative; vocabolario innovativo nel soprannome “Azzecca-garbugli”, rilevante per lo stile colloquiale che delinea l’evoluzione ingenua del personaggio.)

(343) “Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.”
(Motivazione: Stile narrativo ricco di similitudine estesa e ripetitiva sul “giocator di bussolotti”, con lessico popolare (“materialone”, “stoppa”); figurativo e rilevante per l’evoluzione psicologica di Renzo, ipnotizzato dall’astuzia altrui.)

(1493) “intanto che colui pensava al dottore, come all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di porcellini d’India, che aveva lasciati scorrere liberi il giorno, in un giardinetto.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo con similitudine del “fanciullo” e “porcellini d’India”, innovativa nel vocabolario (“vispo”, “affaccendato”); stile narrativo digressivo che approfondisce l’evoluzione ironica del personaggio di Renzo, da ingenuo a “galantuomo”.)

(341) “Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente.”
(Motivazione: Vocabolario lessicale innovativo e giuridico (“maneggiare le gride”, “mettergli una pulce nell’orecchio”); rilevanza linguistica nel ritmo dialogico condizionale, che evolve il personaggio dell’avvocato come astuto manipolatore, con ironia figurativa sull’ambiguità morale.)


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