Promessi Sposi | Estratti di lingua italiana | 15x
1 Erudizione e Superstizioni nel Contesto Storico del Romanzo
Per la selezione delle frasi più significative dal punto di vista della lingua italiana, mi sono basato sui criteri indicati (linguaggio figurativo, vocabolario e innovazione lessicale, stile narrativo, rilevanza linguistica, evoluzione dei personaggi), integrandoli con un’attenzione alla densità espressiva e alla capacità di condensare descrizioni complesse in strutture sintattiche fluide e ritmate, tipiche del Manzoni. Ho privilegiato frasi che esemplificano un lessico erudito e arcaicizzante, metafore vivide per raffigurare credenze e istituzioni, e uno stile narrativo che intreccia aneddoto e riflessione, delineando l’evoluzione intellettuale o morale dei personaggi attraverso il linguaggio. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma quelle scelte emergono per la loro ricchezza lessicale e per come modellano il discorso indiretto o descrittivo, evitando ridondanze.
“(3903) - Citavano cent’altri autori che hanno trattato dottrinalmente, o parlato incidentemente di veleni, di malìe, d’unti, di polveri: il Cesalpino, il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo Schenchio, lo Zachia e, per finirla, quel funesto Delrio, il quale, se la rinomanza degli autori fosse in ragione del bene e del male prodotto dalle loro opere, dovrebb’essere uno de’ più famosi; quel Delrio, le cui veglie costaron la vita a più uomini che l’imprese di qualche conquistatore: quel Delrio, le cui Disquisizioni Magiche (il ristretto di tutto ciò che gli uomini avevano, fino a’ suoi tempi, sognato in quella materia), divenute il testo più autorevole, più irrefragabile, furono, per più d’un secolo, norma e impulso potente di legali, orribili, non interrotte carnificine. Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.”
Motivazione: Linguaggio figurativo evidente nella metafora delle “veglie” che costano vite come “imprese di conquistatore”, con vocabolario innovativo (es. “irrefragabile”, “carnificine”) che evoca un lessico dottrinale arcaico; stile narrativo ritmato da anacoluti e enumerazioni, rilevante per delineare l’evoluzione delle credenze collettive come “massa enorme e confusa”.“(2816) - Una tale intenzione deve ora parere ad ognuno troppo naturale, e immedesimata con la fondazione d’una biblioteca: allora non era così. E in una storia dell’ambrosiana, scritta (col costrutto e con l’eleganze comuni del secolo) da un Pierpaolo Bosca, che vi fu bibliotecario dopo la morte di Federigo, vien notato espressamente, come cosa singolare, che in questa libreria, eretta da un privato, quasi tutta a sue spese, i libri fossero esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che gli potessero bisognare; mentre in qualche altra insigne biblioteca pubblica d’Italia, i libri non erano nemmen visibili, ma chiusi in armadi, whence non si levavano se non per gentilezza de’ bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento; di dare ai concorrenti il comodo di studiare, non se n’aveva neppur l’idea.”
Motivazione: Stile narrativo contrastivo che oppone “allora” e “ora” con perifrasi eleganti (“immedesimata con la fondazione”); vocabolario lessicale ricco (es. “costrutto e con l’eleganze comuni del secolo”) per innovare il registro storico; rilevanza linguistica nel modellare l’evoluzione istituzionale del personaggio di Federigo attraverso descrizioni vivide e comparative.“(22) - Veduta la qual cosa, abbiam messo da parte il pensiero, per due ragioni che il lettore troverà certamente buone: la prima, che un libro impiegato a giustificarne un altro, anzi lo stile d’un altro, potrebbe parer cosa ridicola: la seconda, che di libri basta uno per volta, quando non è d’avanzo. CAPITOLO I Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.”
Motivazione: Linguaggio figurativo nel ritrarre il paesaggio come entità dinamica (“volge a mezzogiorno”, “rallentarsi in nuovi golfi”); stile narrativo immersivo con subordinate fluide che innovano il lessico geografico (es. “seni e a golfi”); rilevante per l’evoluzione narrativa del romanzo, introducendo un tono descrittivo che personifica la natura.“(3445) - Del rimanente, quantunque, nel giudizio de’ dotti, don Ferrante passasse per un peripatetico consumato, non ostante a lui non pareva di saperne abbastanza; e più d’una volta disse, con gran modestia, che l’essenza, gli universali, l’anima del mondo, e la natura delle cose non eran cose tanto chiare, quanto si potrebbe credere. Della filosofia naturale s’era fatto più un passatempo che uno studio; l’opere stesse d’Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le aveva piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura, con le notizie raccolte incidentemente da’ trattati di filosofia generale, con qualche scorsa data alla Magia naturale del Porta, alle tre storie lapidum, animalium, plantarum, del Cardano, al Trattato dell’erbe, delle piante, degli animali, d’Alberto Magno, a qualche altr’opera di minor conto, sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando delle virtù più mirabili e delle curiosità più singolari di molti semplici; descrivendo esattamente le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave; come le gocciole della rugiada diventin perle in seno delle conchiglie; come il cameleonte si cibi d’aria; come dal ghiaccio lentamente indurato, con l’andar de’ secoli, si formi il cristallo; e altri de’ più maravigliosi segreti della natura.”
Motivazione: Vocabolario innovativo e lessicale specialistico (es. “peripatetico consumato”, “storie lapidum, animalium, plantarum”) che delinea l’evoluzione intellettuale del personaggio; stile narrativo enciclopedico con enumerazioni ritmate e figurazioni vivide (es. “gocciole della rugiada diventin perle”); rilevanza linguistica nel bilanciare modestia e erudizione attraverso subordinate asindetiche.“(3747) - Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste; sicché l’idea che se ne ha generalmente, dev’essere, di necessità, molto incerta, e un po’ confusa: un’idea indeterminata di gran mali e di grand’errori (e per verità ci fu dell’uno e dell’altro, al di là di quel che si possa immaginare), un’idea composta più di giudizi che di fatti, alcuni fatti dispersi, non di rado scompagnati dalle circostanze più caratteristiche, senza distinzion di tempo, cioè senza intelligenza di causa e d’effetto, di corso, di progressione. Noi, esaminando e confrontando, con molta diligenza se non altro, tutte le relazioni stampate, più d’una inedita, molti (in ragione del poco che ne rimane) documenti, come dicono, ufiziali, abbiam cercato di farne non già quel che si vorrebbe, ma qualche cosa che non è stato ancor fatto.”
Motivazione: Stile narrativo meta-riflessivo con incisi parentetici che innovano il lessico storiografico (es. “serie concatenata”, “intelligenza di causa e d’effetto”); linguaggio figurativo nell’idea “confusa” come “fatti dispersi”; rilevante per l’evoluzione del narratore come figura analitica, modellata su strutture complesse e dialogiche con il lettore.
2 Violenza e miseria nella società seicentesca
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, privilegiando criteri come il linguaggio figurativo (metafore e immagini vivide), lo stile narrativo (flusso descrittivo e ritmo coinvolgente), la rilevanza linguistica (uso di lessico arcaico o innovativo per evocare epoche passate) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione di trasformazioni interiori attraverso espressioni psicologiche). Ho motivato brevemente ciascuna scelta basandomi sulle caratteristiche linguistiche presenti nelle frasi, senza riferimenti esterni. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma queste emergono per la loro capacità di condensare complessità emotive e sociali in costruzioni sintattiche ricche e evocative.
(2523): “Metteva però molta cura a nascondere una tale amicizia, o almeno a non lasciare scorgere quanto stretta, e di che natura fosse. Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico: la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione, sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più facilmente che con l’armi della violenza privata.”
Motivazione: Il linguaggio figurativo spicca con metafore come “tiranno salvatico” e “mano sulle bilance della giustizia”, che innovano lessicalmente per ritrarre ipocrisia sociale; lo stile narrativo è fluido, con incisi che approfondiscono il carattere del personaggio, rivelandone l’evoluzione da despota impulsivo a calcolatore.(3474): “Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che, scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non so quale indizio d’abitudini operose e franche. Mescolati tra la deplorabile turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita pompa di seguito.”
Motivazione: Stile narrativo enumerativo e ritmico, con accumulo di dettagli sensoriali (es. “smunti, spossati, rabbrividiti”) che crea un’immagine figurativa della miseria collettiva; il lessico innovativo come “stentatamente” e “deplorabile turba” evoca rilevanza linguistica per il contrasto tra passato agiato e presente degradazione, delineando l’evoluzione sociale dei personaggi.(453): “Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui, fu nuova e indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del suo nemico, l’alterazione di quel volto, che passava, in un momento, dalla minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu una vista che cambiò, in un punto, l’animo dell’uccisore.”
Motivazione: Linguaggio figurativo intenso con antitesi (“minaccia e dal furore” vs. “abbattimento e alla quiete solenne”) e metafora della “rivelazione”; lo stile narrativo psicologico, con ripetizioni enfatiche (“l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui”), evidenzia l’evoluzione interiore del personaggio, rendendo la frase linguisticamente rilevante per la sua capacità di condensare un trauma in espressioni innovative.(3645): “Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al castello a chieder ricovero, l’innominato, tutto contento che quelle sue mura fossero cercate come asilo da’ deboli, che per tanto tempo le avevan guardate da lontano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger la voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse rifugiare, e pensò subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle, in istato di difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di venirci a far delle loro. Radunò i servitori che gli eran rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti; fece loro una parlata sulla buona occasione che Dio dava loro e a lui, d’impiegarsi una volta in aiuto del prossimo, che avevan tanto oppresso e spaventato; e, con quel tono naturale di comando, ch’esprimeva la certezza dell’ubbidienza, annunziò loro in generale ciò che intendeva che facessero, e soprattutto prescrisse come dovessero contenersi, perché la gente che veniva a ricoverarsi lassù, non vedesse in loro che amici e difensori.”
Motivazione: Stile narrativo dinamico, con transizioni fluide da azione a introspezione; linguaggio figurativo in immagini come “mura… come un enorme spauracchio” e lessico innovativo (“lanzichenecchi o cappelletti”), che sottolineano l’evoluzione del personaggio da oppressore a protettore, con rilevanza linguistica nel contrasto lessicale tra passato (“oppresso e spaventato”) e presente redentivo.(3502): “Chi aveva il modo di far qualche elemosina, doveva però fare una trista scelta tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una mano pietosa avvicinarsi alla mano d’un infelice, nasceva all’intorno una gara d’altri infelici; coloro a cui rimaneva più vigore, si facevano avanti a chieder con più istanza; gli estenuati, i vecchi, i fanciulli, alzavano le mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da lontano i bambini piangenti, mal rinvoltati nelle fasce cenciose, e ripiegati per languore nelle loro mani.”
Motivazione: Linguaggio figurativo vivace nelle descrizioni gestuali (“mani scarne”, “ripiegati per languore”), con stile narrativo che accelera il ritmo attraverso enumerazioni; il vocabolario come “estenuati” e “gara d’altri infelici” innova per evocare disperazione collettiva, offrendo rilevanza linguistica alla dinamica sociale dei personaggi in preda alla fame.
3 Movimenti e azioni domestiche
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento dei movimenti e azioni domestiche. La scelta si basa su criteri come lo stile narrativo fluido e descrittivo, che rende dinamiche le sequenze di gesti e spostamenti; il vocabolario espressivo e arcaico (es. “terzetta”, “armacollo”, “scodellare”), che evoca concretezza quotidiana; il linguaggio figurativo in descrizioni sensoriali o gestuali (es. “occhi stralunati”, “trinciando e iscrivendo”); e la rilevanza linguistica nel ritrarre personaggi attraverso azioni evolutive, come preparativi ansiosi o riordini pratici. Ho privilegiato frasi che integrano questi elementi senza ridondanze, motivando brevemente ciascuna per le sue peculiarità linguistiche.
(2783) – “Fatta così in confuso questa
risoluzione, finì in fretta di vestirsi, mettendosi una sua casacca d’un
taglio che aveva qualche cosa del militare; prese la terzetta rimasta
sul letto, e l’attaccò alla cintura da una parte; dall’altra, un’altra
che staccò da un chiodo della parete; mise in quella stessa cintura il
suo pugnale; e staccata pur dalla parete una carabina famosa quasi al
par di lui, se la mise ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera;
e andò prima di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia. Posò fuori la
carabina in un cantuccio vicino all’uscio, e picchiò, facendo insieme
sentir la sua voce.”
Motivazione: Stile narrativo rapido e enumerativo, con vocabolario
lessicale innovativo (“terzetta”, “armacollo”)
che descrive preparativi dinamici, enfatizzando evoluzione del
personaggio attraverso gesti confusi e risoluti.
(3730) – “Agnese fece posare i fagotti in un canto
del cortiletto, ch’era rimasto il luogo più pulito della casa; si mise
poi a spazzarla, a raccogliere e a rigovernare quella poca roba che le
avevan lasciata; fece venire un legnaiolo e un fabbro, per riparare i
guasti più grossi, e guardando poi, capo per capo, la biancheria
regalata, e contando que’ nuovi ruspi, diceva tra sé: ‘son caduta in
piedi; sia ringraziato Iddio e la Madonna e quel buon signore: posso
proprio dire d’esser caduta in piedi’. Don Abbondio e Perpetua entrano
in casa, senza aiuto di chiavi; ogni passo che fanno nell’andito, senton
crescere un tanfo, un veleno, una peste, che li respinge indietro; con
la mano al naso, vanno all’uscio di cucina; entrano in punta di piedi,
studiando dove metterli, per iscansar più che possono la porcheria che
copre il pavimento; e dànno un’occhiata in giro.”
Motivazione: Linguaggio figurativo sensoriale (“tanfo, un veleno,
una peste”) e stile narrativo contrastato tra riordino positivo e
disordine olfattivo, con dialoghi interiori che rivelano evoluzione
pratica del personaggio.
(730) – “Andò direttamente, secondo che aveva
disegnato, alla casetta d’un certo Tonio, ch’era lì poco distante; e lo
trovò in cucina, che, con un ginocchio sullo scalino del focolare, e
tenendo, con una mano, l’orlo d’un paiolo, messo sulle ceneri calde,
dimenava, col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran
saraceno. La madre, un fratello, la moglie di Tonio, erano a tavola; e
tre o quattro ragazzetti, ritti accanto al babbo, stavano aspettando,
con gli occhi fissi al paiolo, che venisse il momento di
scodellare.”
Motivazione: Vocabolario domestico preciso e innovativo
(“matterello ricurvo”, “scodellare”), con
stile narrativo vivace che cattura movimenti collettivi e attesa,
evidenziando dinamiche familiari attraverso gesti quotidiani.
(3338) – “Andò a casa, zitta, zitta; si chiuse in
camera, svoltò il rotolo, e quantunque preparata, vide con ammirazione,
tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que’ ruspi, de’ quali non aveva
forse mai visto più d’uno per volta, e anche di raro; li contò, penò
alquanto a metterli di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, ché ogni
momento facevan pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte;
ricomposto finalmente un rotolo alla meglio, lo mise in un cencio, ne
fece un involto, un batuffoletto, e legatolo bene in giro con della
cordellina, l’andò a ficcare in un cantuccio del suo saccone. Il resto
di quel giorno, non fece altro che mulinare, far disegni sull’avvenire,
e sospirar l’indomani.”
Motivazione: Linguaggio figurativo giocoso (“facevan
pancia”, “batuffoletto”) e stile narrativo intimo,
con evoluzione del personaggio nel gestire oggetti, usando metafore per
tensioni domestiche e aspirazioni.
(1929) – “Lì Renzo, al chiasso de’ saluti che
coloro gli urlavan dietro, si voltò in fretta; e se il suo sostenitore
non fosse stato ben lesto a tenerlo per un braccio, la voltata sarebbe
stata un capitombolo; si voltò dunque, e, con l’altro braccio che gli
rimaneva libero, andava trinciando e iscrivendo nell’aria certi saluti,
a guisa d’un nodo di Salomone. - Andiamo a letto, a letto, - disse
l’oste, strascicandolo; gli fece imboccar l’uscio; e con più fatica
ancora, lo tirò in cima di quella scaletta, e poi nella camera che gli
aveva destinata.”
Motivazione: Stile narrativo comico e gestuale (“trinciando e
iscrivendo”, “nodo di Salomone”), con linguaggio
figurativo che descrive movimenti scoordinati, mostrando evoluzione del
personaggio in stato alterato attraverso azioni fisiche.
4 La monacazione forzata di Gertrude
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della monacazione forzata di Gertrude. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (es. metafore che evocano ipocrisia e apparenze), lo stile narrativo (descrizioni psicologiche e dialoghi che rivelano tensioni interne ed esterne), la rilevanza linguistica (uso di vocaboli arcaici o innovativi per caratterizzare personaggi e contesti claustrali) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione del conflitto interiore di Gertrude attraverso espressioni che ne mostrano la debolezza e la coercizione). Ho privilegiato frasi che, con la loro struttura sintattica complessa e il lessico evocativo, catturano l’essenza del tema senza ridondanze.
(1382) - Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la sua condotta: divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento felice; lontane com’erano dall’immaginarne il vero motivo, e dal comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta all’antiche magagne. Quell’apparenza però, quella, per dir così, imbiancatura esteriore, non durò gran tempo, almeno con quella continuità e uguaglianza: ben presto tornarono in campo i soliti dispetti e i soliti capricci, tornarono a farsi sentire l’imprecazioni e gli scherni contro la prigione claustrale, e talvolta espressi in un linguaggio insolito in quel luogo, e anche in quella bocca.
Questa frase è significativa per il linguaggio figurativo (“imbiancatura esteriore”, “ipocrisia aggiunta all’antiche magagne”), che metaforicamente illustra l’evoluzione ipocrita del personaggio di Gertrude, e per lo stile narrativo fluido che contrappone apparenza e realtà con un lessico ricco di termini come “brontolìo” e “prigione claustrale”.
(1203) - Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: - bello eh?
Significativa per il vocabolario innovativo e figurativo (“risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro”), che narra l’evoluzione forzata del personaggio fin dall’infanzia attraverso uno stile narrativo ironico e descrittivo, evidenziando la coercizione familiare con espressioni come “interrogare affermativo”.
(1221) - Negl’intervalli in cui questa larva prendeva il primo posto, e grandeggiava nella fantasia di Gertrude, l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri, s’immaginava che la sua ripugnanza al chiostro, e la resistenza all’insinuazioni de’ suoi maggiori, nella scelta dello stato, fossero una colpa; e prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro. Era legge che una giovine non potesse venire accettata monaca, prima d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, o da qualche altro deputato a ciò, affinché fosse certo che ci andava di sua libera scelta: e questo esame non poteva aver luogo, se non un anno dopo ch’ella avesse esposto a quel vicario il suo desiderio, con una supplica in iscritto.
Questa frase eccelle nello stile narrativo psicologico, con termini figurativi come “larva” e “terrori confusi” che delineano l’evoluzione interiore di Gertrude, e per la rilevanza linguistica nel descrivere norme claustrali con un lessico formale (“espiarla”, “supplica in iscritto”) che contrasta la libertà apparente con la coercizione reale.
(1349) - La vera risposta a una tale domanda s’affacciò subito alla mente di Gertrude, con un’evidenza terribile. Per dare quella risposta, bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata minacciata, raccontare una storia… L’infelice rifuggì spaventata da questa idea; cercò in fretta un’altra risposta; ne trovò una sola che potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più contraria al vero.
Significativa per il linguaggio figurativo (“evidenza terribile”, “rifuggì spaventata”) e lo stile narrativo conciso che cattura il momento di crisi del personaggio, usando un vocabolario espressivo (“supplizio”) per mostrare l’evoluzione da resistenza a resa forzata.
(1172) - La grandezza ben formata della persona scompariva in un certo abbandono del portamento, o compariva sfigurata in certe mosse repentine, irregolari e troppo risolute per una donna, non che per una monaca. Nel vestire stesso c’era qua e là qualcosa di studiato o di negletto, che annunziava una monaca singolare: la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva sur una tempia una ciocchettina di neri capelli; cosa che dimostrava o dimenticanza o disprezzo della regola che prescriveva di tenerli sempre corti, da quando erano stati tagliati, nella cerimonia solenne del vestimento.
Questa frase è rilevante per lo stile narrativo descrittivo e il vocabolario innovativo (“abbandono del portamento”, “cura secolaresca”), che figurativamente ritraggono l’evoluzione non conforme di Gertrude come monaca, con dettagli linguistici che enfatizzano il contrasto tra regola e ribellione personale.
5 Scene di caos collettivo e rumori urbani
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento delle scene di caos collettivo e rumori urbani. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore e similitudini che evocano movimento e sensorialità), lo stile narrativo (dinamismo e ritmo che mimano il tumulto), la rilevanza linguistica (uso di onomatopee e vocaboli espressivi per rendere il disordine uditivo e visivo) e il vocabolario innovativo (termini rari o composti che intensificano l’atmosfera caotica). Non tutte le frasi coprono ogni criterio, ma privilegio quelle che catturano l’essenza linguistica del tema attraverso descrizioni vivide e fluide.
“(1609) - Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi, gridando: - aspetta, aspetta, - si china a parare il grembiule, un fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo porta per aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte, rispinte, urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva, e tutto vela e annebbia. Di fuori, una calca composta di due processioni opposte, che si rompono e s’intralciano a vicenda, di chi esce con la preda, e di chi vuol entrare a farne.”
Motivazione: Linguaggio figurativo ricco di metafore (es. “bianco polverìo che vela e annebbia”) e stile narrativo dinamico con elenchi rapidi che mimano il caos del movimento collettivo.“(4151) - Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria, in tanto pubblico lutto. Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: - qua, monatti!”
Motivazione: Similitudine esplicita (“come, in un mercato di granaglie”) che lega il caos alla rilevanza linguistica, con vocabolario espressivo (es. “pennacchi e fiocchi di vari colori”) per contrapporre allegria e lutto nel disordine urbano.“(4144) - Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito di carrozze, ogni grido di venditori, ogni chiacchierìo di passeggieri, era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi, da urli di frenetici, da grida di monatti. All’alba, a mezzogiorno, a sera, una campana del duomo dava il segno di recitar certe preci assegnate dall’arcivescovo: a quel tocco rispondevan le campane dell’altre chiese; e allora avreste veduto persone affacciarsi alle finestre, a pregare in comune; avreste sentito un bisbiglio di voci e di gemiti, che spirava una tristezza mista pure di qualche conforto.”
Motivazione: Stile narrativo contrastivo tra silenzio e rumori (es. elenchi di suoni interrotti), con linguaggio figurativo (“silenzio di morte”) che enfatizza il passaggio dal caos quotidiano al lamento collettivo.“(3537) - La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: - la va via la carestia, va via il sangue de’ poveri, - e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano.”
Motivazione: Vocabolario innovativo (“munizione solita in somma di quelle spedizioni”) e stile narrativo ritmico con verbi di azione (precedeva, circondava, seguiva) che rendono il tumulto della folla in modo vivido e sonoro.“(1655) - Metton la stanga, metton puntelli, corrono a chiuder le finestre, come quando si vede venire avanti un tempo nero, e s’aspetta la grandine, da un momento all’altro. L’urlìo crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel vòto cortile; ogni buco della casa ne rintrona: e di mezzo al vasto e confuso strepito, si senton forti e fitti colpi di pietre alla porta.”
Motivazione: Linguaggio figurativo con similitudini meteorologiche (“come un tempo nero, e s’aspetta la grandine”) e onomatopee implicite (rimbomba, rintrona) che amplificano il rumore del caos assediante.“(3494) - Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzìo confuso di voci supplichevoli; la notte, un susurro di gemiti, rotto di quando in quando da alti lamenti scoppiati all’improvviso, da urli, da accenti profondi d’invocazione, che terminavano in istrida acute. È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta varietà di querele, non si vedesse mai un tentativo, non iscappasse mai un grido di sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno.”
Motivazione: Rilevanza linguistica nei termini onomatopeici (ronzìo, susurro, istrida) e stile narrativo che contrappone suoni caotici a un’assenza di rivolta, creando un ritmo di tensione uditiva.
6 La rivolta per il pane
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della rivolta per il pane. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (es. metafore vivide che evocano caos e fame), lo stile narrativo (es. dialoghi dinamici e descrizioni ritmate che catturano l’urgenza popolare), la rilevanza linguistica (es. uso di espressioni idiomatiche e lessico popolare del Seicento adattato al discorso) e l’evoluzione dei personaggi (es. monologhi interiori che rivelano tensioni morali e sociali). Ho privilegiato frasi che, attraverso un vocabolario innovativo e figurato, condensano il dramma collettivo della carestia e della sommossa, senza ricorrere a ridondanze.
(2176) - si distribuiva il pane agli avventori; c’era de’ cavalieri, e fior di cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e costoro (avevano il diavolo addosso vi dico, e poi c’era chi gli aizzava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch’io: in un batter d’occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco, panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto sottosopra. - E i micheletti?
Questa frase è significativa per lo stile narrativo caotico e ritmico, con enumerazioni rapide e l’espressione figurativa “avevano il diavolo addosso” che innovativamente lessicalizza l’agitazione della folla, evocando il tumulto come un’esplosione disordinata.
(1564) - Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. - Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, - dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato.
Qui emerge il linguaggio figurativo sensoriale (“tepida fragranza”) e lo stile narrativo cinematografico, con verbi d’azione sequenziali che ritraggono l’evoluzione di un personaggio dalla fame alla ribellione condivisa, usando un lessico semplice ma innovativo per il contesto popolare.
(1786) - Il mio debol parere è questo: che non è solamente nell’affare del pane che si fanno delle bricconerie: e giacché oggi s’è visto chiaro che, a farsi sentire, s’ottiene quel che è giusto; bisogna andar avanti così, fin che non si sia messo rimedio a tutte quelle altre scelleratezze, e che il mondo vada un po’ più da cristiani. Non è vero, signori miei, che c’è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio de’ dieci comandamenti, e vanno a cercar la gente quieta, che non pensa a loro, per farle ogni male, e poi hanno sempre ragione?
Significativa per la rilevanza linguistica nel discorso oratorio, con metafore bibliche (“rovescio de’ dieci comandamenti”) che innovano il vocabolario etico, mostrando l’evoluzione di un personaggio da osservatore passivo a portavoce della rivolta contro l’ingiustizia.
(1876) - Perché, vi domando io, cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano? - Ma la ragione giusta la dirò io, - soggiunse Renzo: - è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo.
Questa frase spicca per il linguaggio figurativo metaforico (“le infilzan per aria, con quella penna”), che usa un vocabolario innovativo per descrivere l’evoluzione del personaggio Renzo, da contadino impulsivo a critico sociale, enfatizzando lo stile narrativo dialogico e ironico.
(3187) - Chi si rodeva, chi faceva disegni del dove sarebbe andato a cercar ricovero e impiego; chi s’esaminava se avrebbe potuto adattarsi a diventar galantuomo; chi anche, tocco da quelle parole, se ne sentiva una certa inclinazione; chi, senza risolver nulla, proponeva di prometter tutto a buon conto, di rimanere intanto a mangiare quel pane offerto così di buon cuore, e allora così scarso, e d’acquistar tempo: nessuno fiatò. E quando l’innominato, alla fine delle sue parole, alzò di nuovo quella mano imperiosa per accennar che se n’andassero, quatti quatti, come un branco di pecore, tutti insieme se la batterono.
Rilevante per lo stile narrativo corale, con enumerazioni psicologiche che tracciano l’evoluzione multipla dei personaggi (da ribelli a sottomessi), e l’immagine figurativa finale (“come un branco di pecore”) che lessicalizza la sottomissione, legando il tema del pane alla conversione morale.
7 La Guerra del Monferrato
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento storico-politico della guerra per la successione di Mantova e Monferrato. La scelta si basa su criteri come lo stile narrativo ironico e descrittivo, il vocabolario arcaico e burocratico misto a elementi latini per evocare l’ufficialità spagnola, il linguaggio figurativo per caratterizzare figure politiche, e la rilevanza linguistica nel intrecciare eventi storici con personaggi del romanzo, evidenziando evoluzione e contesto senza analisi esterne. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma privilegio quelle che mostrano innovazione lessicale (es. neologismi o ibridi) e un ritmo narrativo vivace.
“(2349) - CAPITOLO XVIII Quello stesso giorno, 13 di novembre, arriva un espresso al signor podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capitano di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze praedicti egregii domini capitanei, sia tornato, palam vel clam, al suo paese, ignotum quale per l’appunto, verum in territorio Leuci: quod si compertum fuerit sic esse, cerchi il detto signor podestà, quanta maxima diligentia fieri poterit, d’averlo nelle mani, e, legato a dovere, videlizet con buone manette, attesa l’esperimentata insufficienza de’ manichini per il nominato soggetto, lo faccia condurre nelle carceri, e lo ritenga lì, sotto buona custodia, per farne consegna a chi sarà spedito a prenderlo; e tanto nel caso del sì, come nel caso del no, accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et complicibus sumatis; e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il non trovato, il preso e il lasciato, diligenter referatis. Il signor podestà, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri.”
Motivazione: Stile narrativo burocratico con ibridazione latino-italiano (es. “palam vel clam”, “videlizet”) che innova il lessico per mimare documenti spagnoli, rilevante per collegare la persecuzione di Tramaglino al contesto oppressivo della guerra.“(607) - Ci vuol altro che invidia; testa vuol esser: e teste come la testa d’un conte duca, ce n’è una sola al mondo. Il conte duca, signori miei, - proseguiva il podestà, sempre col vento in poppa, e un po’ maravigliato anche lui di non incontrar mai uno scoglio: - il conte duca è una volpe vecchia, parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a sinistra: ond’è che nessuno può mai vantarsi di conoscere i suoi disegni; e quegli stessi che devon metterli in esecuzione, quegli stessi che scrivono i dispacci, non ne capiscon niente.”
Motivazione: Linguaggio figurativo vivace (es. “volpe vecchia”, “vento in poppa”) e vocabolario innovativo per ritrarre il conte duca come astuto politico, con ritmo dialogico che evolve il personaggio in chiave storica.“(2457) - Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un giorno a pranzo il padre provinciale, e gli fece trovare una corona di commensali assortiti con un intendimento sopraffino. Oualche parente de’ più titolati, di quelli il cui solo casato era un gran titolo; e che, col solo contegno, con una certa sicurezza nativa, con una sprezzatura signorile, parlando di cose grandi con termini famigliari, riuscivano, anche senza farlo apposta, a imprimere e rinfrescare, ogni momento, l’idea della superiorità e della potenza; e alcuni clienti legati alla casa per una dipendenza ereditaria, e al personaggio per una servitù di tutta la vita; i quali, cominciando dalla minestra a dir di sì, con la bocca, con gli occhi, con gli orecchi, con tutta la testa, con tutto il corpo, con tutta l’anima, alle frutte v’avevan ridotto un uomo a non ricordarsi più come si facesse a dir di no. A tavola, il conte padrone fece cader ben presto il discorso sul tema di Madrid.”
Motivazione: Stile narrativo descrittivo con accumulo lessicale (es. ripetizioni su “sì” e gesti) che innova il vocabolario per figurare il potere nobiliare, rilevante per l’evoluzione dei personaggi nel contesto politico madrileno.“(3392) - Non si creda però che don Gonzalo, un signore di quella sorte, l’avesse proprio davvero col povero filatore di montagna; che informato forse del poco rispetto usato, e delle cattive parole dette da colui al suo re moro incatenato per la gola, volesse fargliela pagare; o che lo credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo anche fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, come il senno romano con Annibale. Don Gonzalo aveva troppe e troppo gran cose in testa, per darsi tanto pensiero de’ fatti di Renzo; e se parre che se ne desse, nacque da un concorso singolare di circostanze, per cui il poveraccio, senza volerlo, e senza saperlo né allora né mai, si trovò, con un sottilissimo e invisibile filo, attaccato a quelle troppe e troppo gran cose.”
Motivazione: Linguaggio figurativo (es. “re moro incatenato per la gola”, “sottilissimo e invisibile filo”) e vocabolario innovativo per intrecciare storia personale e grande politica, con ironia narrativa che evolve il personaggio di don Gonzalo.“(3589) - Dopo aver sospirato e risospirato, e poi lasciato scappar qualche interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più di seguito. Se la prendeva col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; con l’imperatore, che avrebbe dovuto aver giudizio per gli altri, lasciar correr l’acqua all’ingiù, non istar su tutti i puntigli: ché finalmente, lui sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio.”
Motivazione: Stile narrativo colloquiale con espressioni idiomatiche (es. “lasciar correr l’acqua all’ingiù”) e vocabolario popolare che figura l’evoluzione comica di don Abbondio, rilevante per umanizzare il conflitto storico.
8 Intrighi e minacce dei potenti
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento degli intrighi e minacce dei potenti. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore vivide che evocano tensioni e paure), lo stile narrativo (descrizioni immersive e dialoghi dinamici che rendono palpabili le trame), la rilevanza linguistica (uso di lessico arcaico e innovativo per caratterizzare personaggi e ambientazioni) e l’evoluzione dei personaggi (rivelazioni interne che mostrano conflitti morali o timori). Ho privilegiato frasi che esemplificano questi aspetti senza sovrapporsi eccessivamente, motivando brevemente ciascuna.
(267) “E, con voce rotta dal pianto, raccontò
come, pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta
indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in
compagnia d’un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla
con chiacchiere, com’ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli
retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto
aveva sentito quell’altro signore rider forte, e don Rodrigo dire:
scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s’eran trovati ancora sulla strada;
ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l’altro
signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo,
vedremo.”
Motivazione: Stile narrativo fluido e immersivo, con dialoghi diretti
che rendono concreta la minaccia; rilevanza linguistica nel lessico
espressivo (“voce rotta dal pianto”,
“sghignazzava”) per evocare tensione e evoluzione del
personaggio di Lucia come vittima.
(2925) “Intanto, io vo a pregare, e a render
grazie col popolo; e voi a cogliere i primi frutti della misericordia.
Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come un ragazzo pauroso, che
veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio grosso, rabbuffato,
con gli occhi rossi, con un nomaccio famoso per morsi e per ispaventi, e
senta dire al padrone che il suo cane è un buon bestione, quieto,
quieto: guarda il padrone, e non contraddice né approva; guarda il cane,
e non ardisce accostarglisi, per timore che il buon bestione non gli
mostri i denti, fosse anche per fargli le feste; non ardisce
allontanarsi, per non farsi scorgere; e dice in cuor suo: oh se fossi a
casa mia!”
Motivazione: Linguaggio figurativo eccellente con metafora estesa del
“cagnaccio” per simboleggiare paura e sottomissione; stile
narrativo ironico che approfondisce l’evoluzione timorosa del
personaggio di don Abbondio.
(74) “Le forze però di queste varie leghe eran
molto disuguali; e, nelle campagne principalmente, il nobile dovizioso e
violento, con intorno uno stuolo di bravi, e una popolazione di
contadini avvezzi, per tradizione famigliare, e interessati o forzati a
riguardarsi quasi come sudditi e soldati del padrone, esercitava un
potere, a cui difficilmente nessun’altra frazione di lega avrebbe ivi
potuto resistere. Il nostro Abbondio non nobile, non ricco, coraggioso
ancor meno, s’era dunque accorto, prima quasi di toccar gli anni della
discrezione, d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta,
costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di
ferro.”
Motivazione: Vocabolario innovativo e metafora classica dei “vasi
di ferro e terracotta” per illustrare squilibri di potere;
rilevanza linguistica nel ritrarre l’evoluzione sociale del personaggio
di don Abbondio come fragile preda.
(232) “Avrebbe voluto correre alla casa di don
Rodrigo, afferrarlo per il collo, e… ma gli veniva in mente ch’era come
una fortezza, guarnita di bravi al di dentro, e guardata al di fuori;
che i soli amici e servitori ben conosciuti v’entravan liberamente,
senza essere squadrati da capo a piedi; che un artigianello sconosciuto
non vi potrebb’entrare senza un esame, e ch’egli sopra tutto… egli vi
sarebbe forse troppo conosciuto. Si figurava allora di prendere il suo
schioppo, d’appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai
colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in
quell’immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata,
d’alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo
schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti,
gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a
mettersi in salvo.”
Motivazione: Stile narrativo introspettivo con flusso di coscienza che
esplora l’evoluzione rabbiosa del personaggio di Renzo; linguaggio
figurativo (“fortezza guarnita”, “feroce
compiacenza”) per intensificare l’intrigo e la minaccia.
(2736) “Partito, o quasi scappato da Lucia, dato
l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del
castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle
parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in
camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a
trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia,
era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che
in quel momento gli dicesse: tu non dormirai.”
Motivazione: Linguaggio figurativo personificativo
(“quell’immagine… gli dicesse”) per rivelare l’evoluzione
interiore dell’Innominato; stile narrativo conciso e drammatico che lega
minacce esterne a conflitti personali.
9 Conflitti Interiori e Rimorsi
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento dei conflitti interiori e rimorsi. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (metafore e immagini vivide che rendono palpabili gli stati mentali), lo stile narrativo (flusso continuo e introspectivo che immerge nel flusso di coscienza), la rilevanza linguistica (uso di termini arcaici o complessi per esprimere turbe psicologiche, come “torbida vicenda” o “costernazione repentina”) e l’evoluzione dei personaggi (rappresentazione di trasformazioni interiori attraverso opposizioni emotive). Ho privilegiato frasi che innovano lessicalmente con espressioni come “giudizio individuale” o “refrigerio al tormento”, evitando ridondanze e focalizzandomi su quelle che catturano l’essenza tormentata dell’animo senza dilungarsi in descrizioni esterne.
(2726) – “Non era il suo né sonno né veglia, ma una
rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di
spaventi. Ora, più presente a se stessa, e rammentandosi più
distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata,
s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile
realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una
regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati
dall’incertezza e dal terrore.”
Motivazione: Il linguaggio figurativo domina con immagini come
“torbida vicenda” e “regione ancor più
oscura”, creando uno stile narrativo fluido che simula il
dibattersi mentale, rilevante per l’evoluzione del personaggio da
confusione a terrore consapevole.
(2547) – “Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti,
lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta,
dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche
servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli
rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un
giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora,
l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a
tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel
Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava
di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci
fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore
senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono
però.”
Motivazione: Innovazione lessicale in termini come
“emulazione feroce” e “giudizio individuale”,
con uno stile narrativo che oppone passato e presente per tracciare
l’evoluzione del rimorso, culminando in un’esclamazione interiore che
intensifica la rilevanza linguistica del conflitto divino.
(2546) – “l’immagine della morte, che, in un pericolo
vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di
quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa
immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo
castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la
morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva
rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola,
nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni
momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per
allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava.”
Motivazione: Linguaggio figurativo potente con metafore come
“faceva un passo ogni momento” e “nasceva di
dentro”, che innovano il vocabolario (es. “costernazione
repentina”) e narrano l’evoluzione dal coraggio esteriore al
terrore interiore, rendendo il rimorso un processo dinamico e
inarrestabile.
(3325) – “E se non sentiva tutto il rimorso che la
predica voleva produrre (ché quella stessa paura era sempre lì a far
l’ufizio di difensore), ne sentiva però; sentiva un certo dispiacere di
sé, una compassione per gli altri, un misto di tenerezza e di
confusione. Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo
stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma
d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol
saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male,
brucia.”
Motivazione: Il paragone figurativo dello “stoppino
umido” è un’innovazione lessicale vivida che struttura lo stile
narrativo in fasi progressive, evidenziando l’evoluzione del personaggio
dal rifiuto al rimorso parziale, con rilevanza linguistica nel contrasto
tra resistenza e accensione.
(2729) – “L’infelice risvegliata riconobbe la sua
prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i
terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete
stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono
in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un
tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò
che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in
cuore come un’improvvisa speranza.”
Motivazione: Stile narrativo rapido e cumulativo con
espressioni come “l’assalirono in una volta” e
“spuntò in cuore”, che usano un vocabolario emotivo (es.
“affanno”) per figurare il passaggio dal terrore al barlume
di speranza, tracciando un’evoluzione interiore in modo sintetico e
intenso.
10 Descrizioni di volti e aspetti dei personaggi
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, per la loro capacità di combinare linguaggio figurativo (metafore e similitudini vivide), vocabolario ricco e innovativo (termini come “squallido”, “stravolti”, “inanimata gravezza” che evocano texture e stati emotivi), stile narrativo fluido e immersivo (sequenze di azioni e percezioni che costruiscono tensione psicologica), e rilevanza linguistica (uso di subordinate complesse per ritrarre evoluzione interiore dei personaggi attraverso il corpo). Ho privilegiato quelle che mostrano un’evoluzione espressiva dei personaggi via dettagli sensoriali, senza bisogno di criteri aggiuntivi.
(3013) – “Allora, quello di cui si parlava, spinse
l’uscio, e si fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi,
non avendo speranza in altra cosa del mondo, non desiderava che lui,
ora, dopo aver veduti visi, e sentite voci amiche, non poté reprimere un
subitaneo ribrezzo; si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla
buona donna, e le nascose il viso in seno. L’innominato, alla vista di
quell’aspetto sul quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo
lo sguardo, di quell’aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato
dal patire prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi
sull’uscio; nel veder poi quell’atto di terrore, abbassò gli occhi,
stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la
poverina non aveva detto, - è vero, - esclamò: -
perdonatemi!”
(Motivazione: Il linguaggio figurativo emerge in termini come
“squallido, sbattuto, affannato”, che innovano
lessicalmente per dipingere un’evoluzione dal terrore al pentimento; lo
stile narrativo alterna percezioni interne ed esterne, rilevando la
trasformazione psicologica del personaggio tramite gesti corporei.)
(1169) – “Il suo aspetto, che poteva dimostrar
venticinne anni, faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma
d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta. Un velo
nero, sospeso e stirato orizzontalmente sulla testa, cadeva dalle due
parti, discosto alquanto dal viso; sotto il velo, una bianchissima benda
di lino cingeva, fino al mezzo, una fronte di diversa, ma non
d’inferiore bianchezza; un’altra benda a pieghe circondava il viso, e
terminava sotto il mento in un soggolo, che si stendeva alquanto sul
petto, a coprire lo scollo d’un nero saio.”
(Motivazione: Vocabolario innovativo con aggettivi come “sbattuta,
sfiorita, scomposta” crea un contrasto figurativo tra bellezza e
decadenza; il ritmo narrativo, con enumerazioni precise, evidenzia
l’evoluzione del personaggio da vitalità a oppressione monacale,
linguisticamente rilevante per la sua densità descrittiva.)
(1170) – “Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come
per una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si
ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi,
si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba;
talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in
certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che
chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto
coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un
non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi
senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa,
chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto,
d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli
oggetti circostanti.”
(Motivazione: Similitudini come “come per una contrazione
dolorosa” e il “non so che” introducono figuratività
ambigua; lo stile narrativo usa ipotetiche per tracciare l’evoluzione
interiore del personaggio, con lessico psicologico
(“investigazione superba”, “odio inveterato”)
che ne amplifica la rilevanza linguistica.)
(4188) – “Ma la prima, l’unica persona che vide, fu
un’altra donna, distante forse un venti passi; la quale, con un viso
ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert’occhi
stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano,
spalancando la bocca come in atto di gridare a più non posso, ma
rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e
ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d’artigli, come se
cercasse d’acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in
modo che qualcheduno non se n’accorgesse. Quando s’incontrarono a
guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si riscosse come persona
sorpresa.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo ricco di similitudini
(“piegate a guisa d’artigli”); vocabolario come
“stravolti”, “grinzose” innova per texture
viscerale; il narrativo accumula gesti per mostrare sorpresa evolutiva,
con rilevanza nella tensione sintattica delle subordinate.)
(4155) – “Portava essa in collo una bambina di forse
nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla
fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero
adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la
teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto
appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina
bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata
gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più
forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non
n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due
ch’esprimeva ancora un sentimento.”
(Motivazione: Figuratività in “inanimata gravezza” e
“abbandono più forte del sonno”; lessico innovativo evoca
contrasto vita-morte; stile narrativo evolve il ritratto materno
attraverso dettagli sensoriali, linguisticamente significativo per
l’ironia tragica implicita.)
(4328) – “Stava l’infelice, immoto; spalancati gli
occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere
ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una
contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il
petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la
destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere
adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere.”
(Motivazione: Similitudini come “l’avreste detto il viso d’un
cadavere” creano figuratività drammatica; vocabolario
(“enfiate”, “adunco”) descrive decadenza
fisica; narrativo compatto ritrae lotta interiore evolutiva, con
rilevanza nella ellissi sintattica per intensità emotiva.)
11 Interazioni con il clero e vicissitudini familiari
Per la selezione delle frasi più significative dal punto di vista della lingua italiana, mi sono basato sui criteri proposti, privilegiando il linguaggio figurativo (es. espressioni idiomatiche vivide che rendono i dialoghi espressivi), lo stile narrativo (es. fluidità dei discorsi indiretti e diretti che mimano il parlato quotidiano), la rilevanza linguistica (es. uso di forme arcaiche o colloquiali tipiche del registro manzoniano) e l’evoluzione dei personaggi (es. come il timore o la devozione emergono attraverso il lessico emotivo). Ho anche considerato un criterio aggiuntivo: la densità dialogica, che concentra in poche parole tensioni relazionali e confessioni, rendendo il testo economicamente espressivo. Non tutte le frasi soddisfano ogni criterio, ma quelle scelte evidenziano l’argomento attraverso un italiano ricco di contrasti tra umiltà popolare e autorità ecclesiastica, con un’attenzione al parlato rustico e alle perifrasi devozionali.
“(3256) - - Monsignore, - disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, - non ho già voluto dire… Ma m’è parso che, essendo cose intralciate, cose vecchie e senza rimedio, fosse inutile di rimestare… Però, però, dico… so che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo povero parroco. Perché vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto qui esposto… Però, quando Lei me lo comanda, dirò, dirò tutto.”
Motivazione: Il linguaggio figurativo (“facendosi piccino piccino”, “rimestare”) e lo stile narrativo balbettante mimano il timore del personaggio, con un vocabolario umile (“povero parroco”, “esposto”) che evolve la sua figura da evasivo a sottomesso, rilevante per il tema delle confessioni al clero.“(3028) - Come siete venuta… - M’ha mandata il nostro curato, - disse la buona donna: - perché questo signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!), ed è venuto al nostro paese, per parlare al signor cardinale arcivescovo (che l’abbiamo là in visita, quel sant’uomo), e s’è pentito de’ suoi peccatacci, e vuol mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta rubare una povera innocente, che siete voi, d’intesa con un altro senza timor di Dio, che il curato non m’ha detto chi possa essere. Lucia alzò gli occhi al cielo.”
Motivazione: Lo stile narrativo fluido integra parentesi devozionali (“sia benedetto!”, “quel sant’uomo”) e un vocabolario innovativo per l’epoca (“peccatacci”, “timor di Dio”), evidenziando l’evoluzione redentiva del personaggio attraverso un parlato popolare denso, centrale per le vicissitudini familiari legate al clero.“(3147) - Il cardinale, salutatili cortesemente, continuò a parlar con le donne, mescolando ai conforti qualche domanda, per veder se nelle risposte potesse trovar qualche congiuntura di far del bene a chi aveva tanto patito. - Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un po’ dalla parte de’ poveri, e non aiutassero a metterli in imbroglio, per cavarsene loro, - disse Agnese, animata dal contegno così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri, pretendesse poi anche d’impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n’era venuta l’occasione.”
Motivazione: La rilevanza linguistica emerge nelle perifrasi narrative (“mescolando ai conforti”, “conjuntura di far del bene”) e nel contrasto stilistico tra il registro cortese del cardinale e quello stizzito di Agnese (“tenessero un po’ dalla parte de’ poveri”, “metterli in imbroglio”), che evolve i personaggi mostrando tensioni tra clero e umili.“(3154) - Lucia, malgrado gli occhiacci che la madre cercava di farle alla sfuggita, raccontò la storia del tentativo fatto in casa di don Abbondio; e concluse dicendo: - abbiam fatto male; e Dio ci ha gastigati. - Prendete dalla sua mano i patimenti che avete sofferti, e state di buon animo, - disse Federigo: - perché, chi avrà ragione di rallegrarsi e di sperare, se non chi ha patito, e pensa ad accusar se medesimo?”
Motivazione: Linguaggio figurativo (“occhiacci… alla sfuggita”, “gastigati”) e stile narrativo che intreccia dialoghi diretti con riflessioni morali, con un vocabolario devozionale (“prendete dalla sua mano”, “accusar se medesimo”) che delinea l’evoluzione penitenziale dei personaggi, significativo per il tema delle interazioni con il clero.“(3368) - Agnese, tutta intenerita, assicurò la figlia che ogni cosa si farebbe come desiderava. - Vorrei dirvi un’altra cosa, - riprese questa: - quel poverino, se non avesse avuto la disgrazia di pensare a me, non gli sarebbe accaduto ciò che gli è accaduto.”
Motivazione: Lo stile narrativo intimo e il lessico emotivo (“tutta intenerita”, “quel poverino”, “disgrazia”) catturano l’evoluzione relazionale tra madre e figlia, con una densità dialogica che riflette rimorso familiare, rilevante per le vicissitudini legate al matrimonio interrotto.
12 La peste di Milano e le sue conseguenze
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento della peste e delle sue ripercussioni sociali e sanitarie. La scelta si basa su criteri come il linguaggio figurativo (descrizioni vivide e metaforiche che evocano il caos e il terrore), lo stile narrativo (flusso ritmico e accumulativo che imita il progredire del disastro), la rilevanza linguistica (uso di termini arcaici e lessico specialistico per contestualizzare l’epoca e l’epidemia) e il vocabolario innovativo (espressioni che fondono realismo storico con intensità emotiva). Non tutte le frasi coprono ogni criterio, ma privilegio quelle che, attraverso la struttura sintattica complessa e le immagini sensoriali, catturano l’essenza linguistica del tema senza dilungarsi in analisi esterne.
(3904) “Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il
vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la
peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista
entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale
aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che
non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi,
da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche
e malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste
in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia,
vederlo poi addurre in prova dell’unzioni e della congiura diabolica, un
fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d’aver sentito
raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute
persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto
unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n’erano
andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre
gattoni sopra, ’ che sino al far del giorno vi dimororno ’ (Pag. 123,
).”
(Motivazione: Lo stile narrativo si distingue per la ripetizione
enfatica “dico i medici… dico in ispecie”, che accumula
stupore e ironia; il linguaggio figurativo emerge nelle immagini
surreali del lupo e dei gatti, evocando superstizioni con un lessico
arcaico come “razioni venefiche” e “congiura
diabolica”, rilevante per il tema delle credenze irrazionali
durante l’epidemia.)
(4143) “Serrati, per sospetto e per terrore, tutti
gli usci di strada, salvo quelli che fossero spalancati per esser le
case disabitate, o invase; altri inchiodati e sigillati, per esser nelle
case morta o ammalata gente di peste; altri segnati d’una croce fatta
col carbone, per indizio ai monatti, che c’eran de’ morti da portar via:
il tutto più alla ventura che altro, secondo che si fosse trovato
piuttosto qua che là un qualche commissario della Sanità o altro
impiegato, che avesse voluto eseguir gli ordini, o fare un’angheria. Per
tutto cenci e, più ributtanti de’ cenci, fasce marciose, strame
ammorbato, o lenzoli buttati dalle finestre; talvolta corpi, o di
persone morte all’improvviso, nella strada, e lasciati lì fin che
passasse un carro da portarli via, o cascati da’ carri medesimi, o
buttati anch’essi dalle finestre: tanto l’insistere e l’imperversar del
disastro aveva insalvatichiti gli animi, e fatto dimenticare ogni cura
di pietà, ogni, riguardo sociale!”
(Motivazione: Il linguaggio figurativo domina con accumuli sensoriali
(“fasce marciose, strame ammorbato”) che rendono palpabile
l’orrore; lo stile narrativo è elenchi ritmici e contrasti
(“serrati… spalancati”), con vocabolario come
“imperversar del disastro” e “insalvatichiti gli
animi” che innovano lessicalmente per descrivere la
disumanizzazione, centrale al tema della peste come forza
corrosiva.)
(3516) “A tutte queste cagioni di mortalità, tanto
più attive, che operavano sopra corpi ammalati o ammalazzati, s’aggiunga
una gran perversità della stagione: piogge ostinate, seguite da una
siccità ancor più ostinata, e con essa un caldo anticipato e violento.
Ai mali s’aggiunga il sentimento de’ mali, la noia e la smania della
prigionia, la rimembranza dell’antiche abitudini, il dolore di cari
perduti, la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo
vicendevole, tant’altre passioni d’abbattimento o di rabbia, portate o
nate là dentro; l’apprensione poi e lo spettacolo continuo della morte
resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima una nuova e
potente cagione.”
(Motivazione: Rilevanza linguistica nel lessico medico-morale
(“cagioni di mortalità”, “perversità della
stagione”); stile narrativo progressivo con incisi che
amplificano l’angoscia emotiva; linguaggio figurativo nei parallelismi
(“noia e la smania”, “tormento e il ribrezzo”)
che legano ambiente e psiche, evidenziando l’evoluzione del terrore
individuale durante l’epidemia.)
(3778) “L’odio principale cadeva sui due medici;
il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal
segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere
assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e
merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese,
si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello,
d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove
cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome
di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il
Ripamonti.”
(Motivazione: Stile narrativo ironico e conciso, con climax
(“veder venire… d’affaticarsi… d’incontrare… d’essere”);
vocabolario innovativo nel contrasto tra eroismo
(“stornarlo”) e vilipendio (“pro patriae
hostibus”), che delinea l’evoluzione dei personaggi medici come
figure tragiche, rilevante per il tema della resistenza razionale contro
il panico collettivo.)
(3756) “Quando questi giunsero, il male s’era già
tanto dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne
in cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del
lago di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera
d’Adda; e per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrature,
altri quasi deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna,
o dispersi: ’ et ci parevano, - dice il Tadino, - tante creature
seluatiche, portando in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il
rosmarino et chi una ampolla d’aceto ’.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo nelle similitudini (“creature
seluatiche”) e nei dettagli sensoriali (erbe e aceto come rimedi
popolari); stile narrativo geografico e itinerante che evoca la
diffusione del contagio; lessico arcaico (“seluatiche”,
“herba menta”) che arricchisce la rilevanza linguistica,
mostrando l’evoluzione della paura popolare attraverso immagini
concrete.)
13 Descrizioni di paesaggi e ambientazioni naturali
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, per il loro uso di linguaggio figurativo ricco di metafore e similitudini (es. confronti con elementi umani o animali), vocabolario innovativo e lessico arcaico che evoca vividezza sensoriale (es. termini botanici o topografici rari), e stile narrativo fluido e immersivo che integra movimento e percezione visiva. Ho privilegiato la rilevanza linguistica nel ritrarre la natura come entità dinamica e caotica, senza riferimenti a personaggi o trame esterne. Non ho incluso frasi con enfasi su azioni umane predominanti, per focalizzarmi sull’aspetto descrittivo puro.
(4065): Questa frase eccelle per il linguaggio figurativo che personifica le piante come “marmaglia” in lotta per lo spazio, con un vocabolario lessicale innovativo (es. “pomposi foglioni verdecupi”, “pennacchioli argentei”) che crea un guazzabuglio visivo e tattile, rendendo lo stile narrativo un flusso continuo di dettagli multisensoriali.
“Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle lor foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli: là una zucca salvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avviticchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravan giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendon l’uno con l’altro per appoggio.”(26): Qui il linguaggio figurativo domina con metafore dinamiche (es. “lago… smarrito in un gruppo”, “lucido serpeggiamento”), un vocabolario topografico preciso e innovativo (es. “andirivieni di montagne”, “gioghi”), e uno stile narrativo che simula lo sguardo in movimento, creando un effetto di espansione prospettica.
“Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti, co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi nell’orizzonte. Il luogo stesso da dove contemplate que’ vari spettacoli, vi fa spettacolo da ogni parte: il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge, al di sopra, d’intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili quasi a ogni passo, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v’era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava sulla costa: e l’ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell’altre vedute.”(2274): Significativa per il linguaggio figurativo cromatico e tattile (es. “striscia quasi di fuoco”, “soffici… lumeggiando di mille colori senza nome”), con un vocabolario evocativo che innova nel descrivere transizioni luminose, e uno stile narrativo ritmico che contrappone serenità celeste a movimento terreno.
“Più giù, all’orizzonte, si stendevano, a lunghe falde ineguali, poche nuvole, tra l’azzurro e il bruno, le più basse orlate al di sotto d’una striscia quasi di fuoco, che di mano in mano si faceva più viva e tagliente: da mezzogiorno, altre nuvole ravvolte insieme, leggieri e soffici, per dir così, s’andavan lumeggiando di mille colori senza nome: quel cielo di Lombardia, così bello quand’è bello, così splendido, così in pace. Se Renzo si fosse trovato lì andando a spasso, certo avrebbe guardato in su, e ammirato quell’albeggiare così diverso da quello ch’era solito vedere ne’ suoi monti; ma badava alla sua strada, e camminava a passi lunghi, per riscaldarsi, e per arrivar presto.”(4064): Evidenzia un vocabolario lessicale botanico innovativo e caotico (es. “guazzabuglio di steli”, elenco di “erbacce” con termini dialettali), con linguaggio figurativo che antropomorfizza la vegetazione in “lotta” (es. “a soverchiarsi l’uno con l’altro”), e stile narrativo enumerativo che genera un effetto di confusione visiva immersiva.
“Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette, pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli, azzurri.”(1134): Il linguaggio figurativo è dominato da sinestesie acustico-visive (es. “tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna”, “fiotto morto e lento”), con vocabolario innovativo per suoni e luci (es. “gorgoglìo”, “tonfo misurato”), e stile narrativo ipnotico che evoca immobilità con minimi movimenti, enfatizzando la quiete notturna.
“Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano.”
14 Separazioni, Fughe e Diffusione delle Notizie
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, in relazione all’argomento delle separazioni familiari, delle fughe e della circolazione rapida e incerta delle notizie tra i personaggi. La scelta si basa principalmente su criteri come lo stile narrativo fluido e ironico, che intreccia dialoghi interni e descrizioni dinamiche; il linguaggio figurativo, che evoca movimenti vorticosi e invisibili delle informazioni; la rilevanza linguistica, con un vocabolario arcaico e vivace che rende palpabile l’incertezza e l’evoluzione emotiva dei personaggi; e l’innovazione lessicale in espressioni idiomatiche che catturano l’essenza del caos narrativo. Ho privilegiato frasi che mostrano l’evoluzione dei personaggi attraverso le loro decisioni e reazioni, senza ricorrere a tutti i criteri elencati, ma aggiungendo quello della concisione espressiva, che amplifica il dramma senza prolissità.
(1475) “Ma ci son degli uomini privilegiati che li
contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi
uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più
possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha potuto
accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il Griso aveva
ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui erano state
scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitre, col suo
baroccio, a Pescarenico, s’abbatté, prima d’arrivare a casa, in un amico
fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l’opera buona che aveva
fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso poté, due ore dopo,
correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e sua madre
s’eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva seguitata
la sua strada fino a Milano.”
Questa frase è significativa per il linguaggio figurativo nei
“giri rapidi e moltiplici” del segreto, che simboleggia la
fuga inarrestabile delle notizie, e per lo stile narrativo che alterna
riflessione autoriale e azione concreta, evidenziando l’evoluzione del
personaggio del Griso come messaggero involontario.
(4081) “Certo, nessuno poteva tenere presso di
Renzo il luogo d’Agnese, né consolarlo della di lei assenza, non solo
per quell’antica e speciale affezione, ma anche perché, tra le cose che
a lui premeva di decifrare, ce n’era una di cui essa sola aveva la
chiave. Stette un momento tra due, se dovesse continuare il suo viaggio,
o andar prima in cerca d’Agnese, giacché n’era così poco lontano; ma,
considerato che della salute di Lucia, Agnese non ne saprebbe nulla,
restò nel primo proposito d’andare direttamente a levarsi questo dubbio,
a aver la sua sentenza, e di portar poi lui le nuove alla
madre.”
Eccelle per la rilevanza linguistica nel vocabolario emotivo
(“decifrare”, “chiave”,
“sentenza”), che metaforizza le separazioni come enigmi, e
per lo stile narrativo introspettivo che mostra l’evoluzione di Renzo,
diviso tra affetti e razionalità, con una concisione espressiva che
accelera il ritmo della fuga.
(4273) “Renzo principiò, tra una cucchiaiata e
l’altra, la storia di Lucia: com’era stata ricoverata nel monastero di
Monza, come rapita… All’immagine di tali patimenti e di tali pericoli,
al pensiero d’essere stato lui quello che aveva indirizzata in quel
luogo la povera innocente, il buon frate rimase senza fiato; ma lo
riprese subito, sentendo com’era stata mirabilmente liberata, resa alla
madre, e allogata da questa presso a donna Prassede. - Ora le racconterò
di me, - proseguì Renzo; e raccontò in succinto la giornata di Milano,
la fuga; e come era sempre stato lontano da casa, e ora, essendo ogni
cosa sottosopra, s’era arrischiato d’andarci; come non ci aveva trovato
Agnese; come in Milano aveva saputo che Lucia era al
lazzeretto.”
Significativa per lo stile narrativo dialogico e vivace, che integra
azioni quotidiane (“tra una cucchiaiata e l’altra”) con il
racconto delle separazioni, e per l’evoluzione dei personaggi (Renzo
narratore pentito, frate empatico), usando un vocabolario innovativo
come “sottosopra” per evocare il caos delle fughe e
notizie.
(4605) “Potremmo anche soggiunger subito:
partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con tutta la volontà che
abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti
a quell’intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e,
per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto
male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue
avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse
potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più
espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza,
venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri,
le riempiron l’animo d’una dolorosa e paurosa
maraviglia.”
Questa frase spicca per il linguaggio figurativo (“chiave di molti
misteri”) che lega le notizie alle separazioni passate, e per lo
stile narrativo metaletterario che coinvolge il lettore, mostrando
l’evoluzione di Lucia attraverso una rivelazione linguistica densa di
emozione, con termini come “paurosa maraviglia” che
innovano l’espressione del turbamento.
(2385) “Per Lucia era una faccenda seria il
rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper
qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell’asilo così guardato e
sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro che Agnese
anderebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada il pesciaiolo che
doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia
un posto sul baroccio, per farsi condurre a’ suoi
monti.”
Rilevante per il vocabolario affettuoso e figurativo (“distaccata
dalla gonnella della madre”), che simboleggia la separazione
infantile, e per lo stile narrativo che evolve il personaggio di Lucia
da timorosa a decisa, con una concisione che rende palpabile la tensione
delle fughe mediate da messaggeri umili.
15 Imbrogli legali e consulti tra personaggi
Ho selezionato le seguenti frasi come più significative dal punto di vista della lingua italiana, basandomi sui criteri proposti (linguaggio figurativo, vocabolario e innovazione lessicale, stile narrativo, rilevanza linguistica) e aggiungendo il criterio della vivacità dialogica, che emerge dal ritmo colloquiale e dalle espressioni idiomatiche tipiche del parlato. Queste frasi catturano l’essenza dell’argomento attraverso metafore vivide, lessico colorito e narrazione dinamica che evolve i tratti dei personaggi (come l’ingenuità di Renzo o l’astuzia degli avvocati), senza bisogno di completezza per ogni criterio. La scelta privilegia l’innovazione lessicale (es. neologismi o giri idiomatici) e lo stile narrativo che mescola ironia e realismo.
(288) “A noi poverelli le matasse paion più
imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un
parere, una parolina d’un uomo che abbia studiato… so ben io quel che
voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor
Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del
cielo: è un soprannome.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo con metafora delle “matasse
imbrogliate” e “bandolo”, che evoca complessità
narrative; vocabolario innovativo nel soprannome
“Azzecca-garbugli”, rilevante per lo stile colloquiale che
delinea l’evoluzione ingenua del personaggio.)
(343) “Io vi parlo da amico: le scappate bisogna
pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi
vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. Mentre
il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando
con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza
guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca
stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non
finisce mai.”
(Motivazione: Stile narrativo ricco di similitudine estesa e ripetitiva
sul “giocator di bussolotti”, con lessico popolare
(“materialone”, “stoppa”); figurativo e
rilevante per l’evoluzione psicologica di Renzo, ipnotizzato
dall’astuzia altrui.)
(1493) “intanto che colui pensava al dottore, come
all’uomo più abile a servirlo in questo, un altr’uomo, l’uomo che
nessuno s’immaginerebbe, Renzo medesimo, per dirla, lavorava di cuore a
servirlo, in un modo più certo e più spedito di tutti quelli che il
dottore avrebbe mai saputi trovare. Ho visto più volte un caro
fanciullo, vispo, per dire il vero, più del bisogno, ma che, a tutti i
segnali, mostra di voler riuscire un galantuomo; l’ho visto, dico, più
volte affaccendato sulla sera a mandare al coperto un suo gregge di
porcellini d’India, che aveva lasciati scorrere liberi il giorno, in un
giardinetto.”
(Motivazione: Linguaggio figurativo con similitudine del
“fanciullo” e “porcellini d’India”, innovativa
nel vocabolario (“vispo”, “affaccendato”);
stile narrativo digressivo che approfondisce l’evoluzione ironica del
personaggio di Renzo, da ingenuo a “galantuomo”.)
(341) “Se poi la scappata fosse tutta vostra, via,
non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate
offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi
d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia
l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore
dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le
protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e
mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben
maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è
innocente.”
(Motivazione: Vocabolario lessicale innovativo e giuridico
(“maneggiare le gride”, “mettergli una pulce
nell’orecchio”); rilevanza linguistica nel ritmo dialogico
condizionale, che evolve il personaggio dell’avvocato come astuto
manipolatore, con ironia figurativa sull’ambiguità morale.)
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