Promessi Sposi | Estratti di lingua italiana | 15m
1 Cultura, potere e superstizione nel Seicento manzoniano
- «Citavano cent’altri autori che hanno trattato
dottrinalmente, o parlato incidentemente di veleni, di malìe, d’unti, di
polveri: il Cesalpino, il Cardano, il Grevino, il Salio, il Pareo, lo
Schenchio, lo Zachia e, per finirla, quel funesto Delrio, il quale, se
la rinomanza degli autori fosse in ragione del bene e del male prodotto
dalle loro opere, dovrebb’essere uno de’ più famosi; quel Delrio, le cui
veglie costaron la vita a più uomini che l’imprese di qualche
conquistatore: quel Delrio, le cui Disquisizioni Magiche (il ristretto
di tutto ciò che gli uomini avevano, fino a’ suoi tempi, sognato in
quella materia), divenute il testo più autorevole, più irrefragabile,
furono, per più d’un secolo, norma e impulso potente di legali,
orribili, non interrotte carnificine.»
(3903)
- Motivazione: Esemplare per linguaggio figurativo (la metafora delle “veglie” che “costano la vita” e la personificazione delle Disquisizioni Magiche come “norma di carnificine”) e per rilevanza linguistica, con la costruzione anaforica (“quel Delrio”) che enfatizza l’orrore della superstizione. La frase condensa una critica feroce alla cultura seicentesca, usando un registro ironico e solenne.
- «Nelle regole che stabilì per l’uso e per il governo della
biblioteca, si vede un intento d’utilità perpetua, non solamente bello
in sé, ma in molte parti sapiente e gentile molto al di là dell’idee e
dell’abitudini comuni di quel tempo. Prescrisse al bibliotecario che
mantenesse commercio con gli uomini più dotti d’Europa, per aver da loro
notizie dello stato delle scienze, e avviso de’ libri migliori che
venissero fuori in ogni genere, e farne acquisto; gli prescrisse
d’indicare agli studiosi i libri che non conoscessero, e potesser loro
esser utili; ordinò che a tutti, fossero cittadini o forestieri, si
desse comodità e tempo di servirsene, secondo il bisogno.»
(2815)
- Motivazione: Stile narrativo limpido e didascalico, con una progressione logica (dall’intento generale alle prescrizioni concrete) che riflette la modernità del progetto culturale di Federigo Borromeo. Il lessico (“sapiente e gentile”, “commercio con gli uomini più dotti”) evidenzia una visione illuminata, rara per l’epoca.
- «Una tale intenzione deve ora parere ad ognuno troppo
naturale, e immedesimata con la fondazione d’una biblioteca: allora non
era così. E in una storia dell’ambrosiana, scritta (col costrutto e con
l’eleganze comuni del secolo) da un Pierpaolo Bosca, che vi fu
bibliotecario dopo la morte di Federigo, vien notato espressamente, come
cosa singolare, che in questa libreria, eretta da un privato, quasi
tutta a sue spese, i libri fossero esposti alla vista del pubblico, dati
a chiunque li chiedesse, e datogli anche da sedere, e carta, penne e
calamaio, per prender gli appunti che gli potessero bisognare; mentre in
qualche altra insigne biblioteca pubblica d’Italia, i libri non erano
nemmen visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano se non per
gentilezza de’ bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un
momento; di dare ai concorrenti il comodo di studiare, non se n’aveva
neppur l’idea.» (2816)
- Motivazione: Contrasto storico reso attraverso un linguaggio antitetico (“troppo naturale” vs. “cosa singolare”; “esposti alla vista” vs. “chiusi in armadi”). La frase rivela la novità rivoluzionaria dell’Ambrosiana, con un tono che oscilla tra il cronachistico e il polemico.
- «Del rimanente, quantunque, nel giudizio de’ dotti, don
Ferrante passasse per un peripatetico consumato, non ostante a lui non
pareva di saperne abbastanza; e più d’una volta disse, con gran
modestia, che l’essenza, gli universali, l’anima del mondo, e la natura
delle cose non eran cose tanto chiare, quanto si potrebbe credere. Della
filosofia naturale s’era fatto più un passatempo che uno studio; l’opere
stesse d’Aristotile su questa materia, e quelle di Plinio le aveva
piuttosto lette che studiate: non di meno, con questa lettura, con le
notizie raccolte incidentemente da’ trattati di filosofia generale, con
qualche scorsa data alla Magia naturale del Porta, alle tre storie
lapidum, animalium, plantarum, del Cardano, al Trattato dell’erbe, delle
piante, degli animali, d’Alberto Magno, a qualche altr’opera di minor
conto, sapeva a tempo trattenere una conversazione ragionando delle
virtù più mirabili e delle curiosità più singolari di molti semplici;
descrivendo esattamente le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica
fenice; spiegando come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare
[…]» (3445)
- Motivazione: Vocabolario e innovazione lessicale (termini come “peripatetico”, “universali”, “anima del mondo”) mescolati a un linguaggio popolare (“passatempo”, “scorsa”). La frase dipinge il ritratto satirico di don Ferrante, erudito superficiale, attraverso un elenco caotico di conoscenze enciclopediche e credenze pseudoscientifiche, tipiche del Seicento.
- «E, una cosa che in noi turba e contrista il sentimento di
stima ispirato da questi meriti, ma che allora doveva renderlo più
generale e più forte, il pover’uomo partecipava de’ pregiudizi più
comuni e più funesti de’ suoi contemporanei: era più avanti di loro, ma
senza allontanarsi dalla schiera, che è quello che attira i guai, e fa
molte volte perdere l’autorità acquistata in altre maniere.»
(3781)
- Motivazione: Stile riflessivo e antitesi (“più avanti” vs. “senza allontanarsi dalla schiera”) che sintetizza la tragedia del progresso parziale. La frase, riferita a un personaggio non nominato (probabilmente Federigo Borromeo), usa un registro morale per criticare la debolezza umana di fronte al conformismo.
- «Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per
stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non
serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad
essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona
parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar
tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è
difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si
faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla.»
(3894)
- Motivazione: Rilevanza linguistica per la struttura argomentativa (causa-effetto) e l’uso di metafore organiche (“tentar tutte l’uscite”, “scorrer per tutti i gradi”). La frase spiega il meccanismo psicologico della superstizione con una prosa razionale, tipica della riflessione manzoniana sulla storia.
1.0.0.1 Criteri aggiuntivi applicati
- Ironia e parodia: La descrizione di don Ferrante (3445) e dei suoi “saperi” è un esempio di satira linguistica, dove l’erudizione diventa grottesca.
- Contrasto tra registro alto e basso: In (2816), il tono solenne (“cosa singolare”) si scontra con la descrizione prosaica delle biblioteche (“chiusi in armadi”).
- Evoluzione dei personaggi: La frase (2754) su Federigo Borromeo mostra un monologo interiore che rivela la complessità psicologica del personaggio, raro nel romanzo storico.
Le frasi scelte coprono superstizione, cultura, potere e critica sociale, temi centrali nel Seicento manzoniano, con una lingua che oscilla tra il cronachistico, il satirico e il riflessivo.
2 Potere, violenza e carità: dinamiche sociali e morali nel Seicento italiano
- «Metteva però molta cura a nascondere una tale amicizia, o
almeno a non lasciare scorgere quanto stretta, e di che natura fosse.
Don Rodrigo voleva bensì fare il tiranno, ma non il tiranno salvatico:
la professione era per lui un mezzo, non uno scopo: voleva dimorar
liberamente in città, godere i comodi, gli spassi, gli onori della vita
civile; e perciò bisognava che usasse certi riguardi, tenesse di conto
parenti, coltivasse l’amicizia di persone alte, avesse una mano sulle
bilance della giustizia, per farle a un bisogno traboccare dalla sua
parte, o per farle sparire, o per darle anche, in qualche occasione,
sulla testa di qualcheduno che in quel modo si potesse servir più
facilmente che con l’armi della violenza privata.» (2523)
- Motivazione: Rappresenta con precisione lessicale e sintattica la corruzione del potere e la sua natura strumentale. Il linguaggio è ricco di metafore (“bilance della giustizia”, “traboccare”, “sparire”) che illustrano la manipolazione sistemica. La frase rivela anche l’ipocrisia sociale (nascondere l’amicizia con un “nemico pubblico”) e la gerarchia del privilegio.
- «Ma questi effetti di carità, che possiamo certamente
chiamar grandiosi, quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai
soli suoi mezzi (giacché Federigo ricusava, per sistema, di farsi
dispensatore delle liberalità altrui); questi, insieme con le liberalità
d’altre mani private, se non così feconde, pur numerose; insieme con le
sovvenzioni che il Consiglio de’ decurioni aveva decretate, dando al
tribunal di provvisione l’incombenza di distribuirle; erano ancor poca
cosa in paragone del bisogno.» (3492)
- Motivazione: Esemplare per stile narrativo e vocabolario (termini come “grandiosi”, “liberalità”, “sovvenzioni” contrapposti a “poca cosa”, “bisogno”). La struttura sintattica complessa (periodo ipotattico) riflette la disproporzione tra sforzo caritatevole e miseria collettiva, tema centrale del passo. La carità individuale emerge come atto eroico ma insufficiente.
- «Garzoni e giovani licenziati da padroni di bottega, che,
scemato o mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano
stentatamente degli avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui
il cessar delle faccende era stato fallimento e rovina; operai, e anche
maestri d’ogni manifattura e d’ogn’arte, delle più comuni come delle più
raffinate, delle più necessarie come di quelle di lusso, vaganti di
porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate,
accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese, chiedendo
pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non
ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla fame ne’
panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano ancora i segni
d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva
non so quale indizio d’abitudini operose e franche.» (3474)
- Motivazione: Linguaggio figurativo e descrittivo di straordinaria forza. L’accumulazione di dettagli (corpi “smunti”, “rabbrividiti”, “panni logori”) e la contrapposizione tra passato e presente (“segni d’un’antica agiatezza” vs. “inerzia”) restituiscono la caduta sociale con pathos. La frase è un affresco realistico della povertà, dove la lingua diventa strumento di denuncia.
- «Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni
fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al castello a
chieder ricovero, l’innominato, tutto contento che quelle sue mura
fossero cercate come asilo da’ deboli, che per tanto tempo le avevan
guardate da lontano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati,
con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fece sparger
la voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque ci si volesse
rifugiare, e pensò subito a mettere, non solo questa, ma anche la valle,
in istato di difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero
provarsi di venirci a far delle loro.» (3645)
- Motivazione: Evoluzione del personaggio (l’Innominato) attraverso un cambiamento lessicale: da “spauracchio” a “asilo”, da “violenza” a “difesa”. La frase mostra come la carità possa ridefinire l’identità di un individuo, usando un tono solenne (“espressioni di riconoscenza”) e un lessico militare (“stato di difesa”, “lanzichenecchi”) che sottolinea la transizione da oppressore a protettore.
- «Chi aveva il modo di far qualche elemosina, doveva però
fare una trista scelta tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena
si vedeva una mano pietosa avvicinarsi alla mano d’un infelice, nasceva
all’intorno una gara d’altri infelici; coloro a cui rimaneva più vigore,
si facevano avanti a chieder con più istanza; gli estenuati, i vecchi, i
fanciulli, alzavano le mani scarne; le madri alzavano e facevan veder da
lontano i bambini piangenti, mal rinvoltati nelle fasce cenciose, e
ripiegati per languore nelle loro mani.» (3502)
- Motivazione: Stile narrativo di forte impatto visivo e emotivo. La ripetizione (“fame e fame”, “urgenze e urgenze”) e la descrizione corporea (“mani scarne”, “bambini piangenti”) creano un effetto di accumulo drammatico. La frase cattura la competizione tra poveri, tema centrale nella rappresentazione della miseria.
- «Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e
forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da
ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici
del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati,
che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla
sinistra.» (2509)
- Motivazione: Lessico del potere (“superiore”, “ridusse”, “subordinati”) e metafora spaziale (“stare alla sinistra”) per descrivere la gerarchia sociale. La frase rivela la logica della sopraffazione e la strumentalizzazione delle relazioni, con un tono asciutto e incisivo che ne accentua la brutalità.
- «Era, fin dall’adolescenza, rimasto privo de’ parenti, ed
esercitava la professione di filatore di seta, ereditaria, per dir così,
nella sua famiglia; professione, negli anni indietro, assai lucrosa;
allora già in decadenza, ma non però a segno che un abile operaio non
potesse cavarne di che vivere onestamente. Il lavoro andava di giorno in
giorno scemando; ma l’emigrazione continua de’ lavoranti, attirati negli
stati vicini da promesse, da privilegi e da grosse paghe, faceva sì che
non ne mancasse ancora a quelli che rimanevano in paese.»
(137)
- Motivazione: Vocabolario economico (“lucrosa”, “decadenza”, “emigrazione”) e stile narrativo che unisce dati oggettivi (“professione ereditaria”) a riflessioni sociali (“lavoro scemando”). La frase illustra il declino di un ceto (gli artigiani) con precisione storica e linguaggio concreto.
- «O che ognun di loro aspettasse di veder gli altri
andarsene, e di rimanere in pochi a goder l’elemosine della città, o
fosse quella natural ripugnanza alla clausura, o quella diffidenza de’
poveri per tutto ciò che vien loro proposto da chi possiede le ricchezze
e il potere (diffidenza sempre proporzionata all’ignoranza comune di chi
la sente e di chi l’ispira, al numero de’ poveri, e al poco giudizio
delle leggi), o il saper di fatto quale fosse in realtà il benefizio
offerto, o fosse tutto questo insieme, o che altro, il fatto sta che la
più parte, non facendo conto dell’invito, continuavano a strascicarsi
stentando per le strade.» (3510)
- Motivazione: Analisi psicologica collettiva attraverso un periodo ipotattico che elenca le cause della diffidenza dei poveri. Il lessico sociologico (“diffidenza”, “ignoranza comune”, “poco giudizio delle leggi”) e la struttura argomentativa rendono la frase un saggio in miniatura sulle dinamiche di classe.
2.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi:
- Ironia tragica: Frasi come la (65) sulle gride (“ampollosamente l’impotenza de’ loro autori”) usano un tono sarcastico per denunciare l’inefficacia delle leggi.
- Contrasto morale: La (2800) sull’educazione religiosa dell’Innominato (“parole d’annegazione e d’umiltà” vs. “vanità de’ piaceri”) mostra come il linguaggio religioso venga rovesciato dalla realtà.
- Dinamiche di massa: La (1558) sulla folla (“l’acqua s’andava intorbidando”) usa una metafora idraulica per descrivere la manipolazione collettiva.
Le frasi scelte coprono potere, povertà, carità e trasformazione morale, con un’attenzione particolare alla precisione lessicale e alla forza espressiva della lingua italiana.
3 Movimenti, gesti e spazi nella tensione narrativa
Le frasi selezionate mettono in luce l’azione fisica e lo spazio come elementi portanti della narrazione, dove i gesti, gli oggetti e gli ambienti diventano veicoli di tensione, caratterizzazione e significato. La lingua italiana qui si fa concreta, dinamica e visiva, con un lessico preciso che restituisce la materialità delle situazioni e la psicologia dei personaggi attraverso il loro agire.
3.0.1 Frasi selezionate e motivazione
“(2783) - ‘Fatta così in confuso questa risoluzione, finì in fretta di vestirsi, mettendosi una sua casacca d’un taglio che aveva qualche cosa del militare; prese la terzetta rimasta sul letto, e l’attaccò alla cintura da una parte; dall’altra, un’altra che staccò da un chiodo della parete; mise in quella stessa cintura il suo pugnale; e staccata pur dalla parete una carabina famosa quasi al par di lui, se la mise ad armacollo; prese il cappello, uscì di camera; e andò prima di tutto a quella dove aveva lasciata Lucia.’”**
- Perché: La sequenza di verbi d’azione (finì, prese, attaccò, staccò, mise, uscì, andò) crea un ritmo incalzante che riflette l’urgenza del personaggio. L’elenco degli oggetti (terzette, pugnale, carabina) e la loro collocazione nello spazio (sul letto, da un chiodo della parete, ad armacollo) danno concretezza all’azione, mentre l’aggettivazione (famoso quasi al par di lui) suggerisce una dimensione quasi mitica del personaggio.
“(2658) - ‘A quella voce, la vecchia fece tre salti; e subito si sentì scorrere il paletto negli anelli, e l’uscio si spalancò. L’innominato, dalla soglia, diede un’occhiata in giro; e, al lume d’una lucerna che ardeva sur un tavolino, vide Lucia rannicchiata in terra, nel canto il più lontano dall’uscio.’”**
- Perché: La fisicità dei movimenti (fece tre salti, scorrere il paletto, spalancò) e la scansione dello spazio (dalla soglia, in giro, sur un tavolino, nel canto il più lontano) creano un’immagine nitida e drammatica. La luce della lucerna funge da elemento rivelatore, mentre la posizione di Lucia (rannicchiata in terra) ne sottolinea la vulnerabilità.
“(967) - ‘La striscia di luce, che uscì d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l’uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l’orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.’”**
- Perché: L’effetto della luce (striscia di luce, si disegnò sul pavimento oscuro) e il silenzio carico di tensione (immobili, tenendo il fiato, martellar del cuore) rendono la scena quasi cinematografica. La lingua qui è sensoria: si percepisce il buio, il respiro trattenuto, il battito amplificato.
“(899) - ‘Quando Renzo, ch’era innanzi agli altri, fu lì per entrare, colui, senza scomodarsi, lo guardò fisso fisso; ma il giovine, intento a schivare ogni questione, come suole ognuno che abbia un’impresa scabrosa alle mani, non fece vista d’accorgersene, non disse neppure: fatevi in là; e, rasentando l’altro stipite, passò per isbieco, col fianco innanzi, per l’apertura lasciata da quella cariatide.’”**
- Perché: Il linguaggio del corpo (guardò fisso fisso, rasentando, passò per isbieco, col fianco innanzi) e la metafora della “cariatide” (per descrivere l’immobilità minacciosa del bravo) restituiscono una tensione palpabile. La frase è un esempio di stile narrativo asciutto ma ricco di sottintesi**, dove ogni gesto conta.
“(3586) - ‘Don Abbondio andò, tornò, di lì a un momento, col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutt’e tre per un usciolino che metteva sulla piazzetta. Perpetua richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in que’ battenti, e mise la chiave in tasca.’”**
- Perché: La ripetizione dei complementi di modo (col breviario, col cappello, col bordone) e la notazione psicologica (più per non trascurare una formalità) rivelano il carattere del personaggio (Don Abbondio) attraverso i suoi gesti meccanici e la sua diffidenza. La chiusura dell’uscio diventa un atto simbolico.
“(1008) - ‘Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina.’”**
- Perché: L’uso di verbi di movimento precisi (trattenne, andò, fece venire, scalar adagino, calati, nascondersi) e la scansione dello spazio (alcuni passi lontano, dietro un folto fico) creano un’atmosfera di suspense. L’avverbio adagino e la specificazione sul quale aveva messo l’occhio aggiungono realismo all’azione.
3.0.2 Criteri aggiuntivi emersi
- Oggetti come simboli: La carabina (2783), il breviario (3586), il fico (1008) non sono semplici dettagli, ma elementi che definiscono i personaggi o la situazione (es. la carabina come estensione dell’innominato).
- Spazio come ostacolo o rifugio: Gli usci (967, 3586), i muri (1008), i cantucci (2658) diventano barriere o nascondigli, amplificando la tensione.
- Luce e buio: La luce (967, 2658) e l’oscurità (967, 899) sono usate per guidare lo sguardo del lettore e sottolineare emozioni (paura, rivelazione).
Le frasi scelte mostrano come la lingua italiana, in queste pagine, sia al servizio dell’azione e della psicologia, con una precisione lessicale che rende ogni scena immediata e visiva. La narrazione procede per gesti, oggetti e spazi, più che per riflessioni astratte.
4 La monacazione forzata di Gertrude: costrizioni, ipocrisie e resistenze
- «Si videro, nello stesso tempo, di gran novità in tutta la
sua condotta: divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla,
smesse gli scherni e il brontolìo, si mostrò anzi carezzevole e
manierosa, dimodoché le suore si rallegravano a vicenda del cambiamento
felice; lontane com’erano dall’immaginarne il vero motivo, e dal
comprendere che quella nuova virtù non era altro che ipocrisia aggiunta
all’antiche magagne.» (1382)**
- Motivazione: Sintetizza il linguaggio figurativo (“imbiancatura esteriore”, “antiche magagne”) e la duplicità psicologica del personaggio, con una prosa che rivela la tensione tra apparenza e realtà. L’ironia sottile (“cambiamento felice”) evidenzia la critica sociale implicita.
- «Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata per
antonomasia la signorina; posto distinto a tavola, nel dormitorio; la
sua condotta proposta all’altre per esemplare; chicche e carezze senza
fine, e condite con quella famigliarità un po’ rispettosa, che tanto
adesca i fanciulli, quando la trovano in coloro che vedon trattare gli
altri fanciulli con un contegno abituale di superiorità.»
(1210)**
- Motivazione: Mostra l’innovazione lessicale (“antonomasia”, “adesca”) e lo stile narrativo che mescola osservazione psicologica e denuncia delle dinamiche di potere. La metafora delle “chicche condite” è un esempio di linguaggio figurativo efficace.
- «Era lei contenta della decisione fatta in quel giorno,
come d’una sua propria fortuna; e Gertrude, per ultimo divertimento,
dovette succiarsi le congratulazioni, le lodi, i consigli della vecchia,
e sentir parlare di certe sue zie e prozie, le quali s’eran trovate ben
contente d’esser monache, perché, essendo di quella casa, avevan sempre
goduto i primi onori, avevan sempre saputo tenere uno zampino di fuori,
e, dal loro parlatorio, avevano ottenuto cose che le più gran dame,
nelle loro sale, non c’eran potute arrivare.» (1297)**
- Motivazione: Rivela la corruzione del sistema claustrale attraverso il discorso indiretto libero (la voce della “vecchia” si sovrappone a quella del narratore). Il lessico (“zampino di fuori”) è popolare e icastico, mentre la struttura sintattica riproduce il flusso di una conversazione manipolatoria.
- «La vera risposta a una tale domanda s’affacciò subito
alla mente di Gertrude, con un’evidenza terribile. Per dare quella
risposta, bisognava venire a una spiegazione, dire di che era stata
minacciata, raccontare una storia… L’infelice rifuggì spaventata da
questa idea; cercò in fretta un’altra risposta; ne trovò una sola che
potesse liberarla presto e sicuramente da quel supplizio, la più
contraria al vero.» (1349)**
- Motivazione: Rilevanza linguistica per la rappresentazione dell’interiorità: il periodo ipotetico (“bisognava venire…”) e i puntini di sospensione mimano l’angoscia del pensiero. La scelta lessicale (“supplizio”, “rifuggì”) enfatizza la violenza psicologica.
- «Quando venne alla luce, il principe suo padre, volendo
darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, e che
fosse stato portato da una santa d’alti natali, la chiamò Gertrude.
Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in
mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre
accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto; come cosa
preziosa, e con quell’interrogare affermativo: - bello eh?»
(1203)**
- Motivazione: Stile narrativo che unisce determinismo sociale e simbolismo: il nome, i giocattoli e la domanda retorica (“bello eh?”) rivelano la costruzione precoce della vocazione forzata. Il lessico è semplice ma incisivo, con un effetto di crescendo emotivo.
- «Che se, non potendo più soffrire una così amara e
umiliante distinzione, insisteva, e tentava di famigliarizzarsi; se
implorava un po’ d’amore, si sentiva subito toccare, in maniera
indiretta ma chiara, quel tasto della scelta dello stato; le si faceva
copertamente sentire che c’era un mezzo di riacquistar l’affetto della
famiglia. Allora Gertrude, che non l’avrebbe voluto a quella condizione,
era costretta di tirarsi indietro, di rifiutar quasi i primi segni di
benevolenza che aveva tanto desiderati, di rimettersi da sé al suo posto
di scomunicata; e per di più, vi rimaneva con una certa apparenza del
torto.» (1236)**
- Motivazione: Analisi psicologica attraverso la sintassi complessa (periodi ipotetici, subordinate) che riproduce il conflitto interiore. Il lessico (“scomunicata”, “apparenza del torto”) è carico di significato sociale e religioso, mentre la ripetizione di “se” enfatizza la trappola in cui è caduta.
4.0.0.1 Criteri aggiuntivi applicati:
- Contrasto tra registro alto e basso: Ad esempio, in (1297) la mescolanza di termini aulici (“antonomasia”) e popolari (“zampino di fuori”) riflette la duplicità del sistema claustrale.
- Dialogicità implicita: Frasi come (1349) o (1236) simulano un dialogo interiore attraverso la sintassi, rendendo il lettore testimone della lotta interiore del personaggio.
- Ironia e denuncia: In (1382) e (1210), l’ironia è strumento di critica sociale, mentre il lessico morale (“ipocrisia”, “magagne”) svela la corruzione.
Le frasi scelte evitano ridondanze (es. descrizioni fisiche come in 1172) e privilegiano momenti chiave in cui la lingua italiana si fa veicolo di tensione narrativa, psicologica e ideologica.
5 La folla in rivolta: linguaggio, movimento e caos collettivo
- «Metton mano ai sacchi, li strascicano, li rovesciano: chi
se ne caccia uno tra le gambe, gli scioglie la bocca, e, per ridurlo a
un carico da potersi portare, butta via una parte della farina: chi,
gridando: - aspetta, aspetta, - si china a parare il grembiule, un
fazzoletto, il cappello, per ricever quella grazia di Dio; uno corre a
una madia, e prende un pezzo di pasta, che s’allunga, e gli scappa da
ogni parte; un altro, che ha conquistato un burattello, lo porta per
aria: chi va, chi viene: uomini, donne, fanciulli, spinte, rispinte,
urli, e un bianco polverìo che per tutto si posa, per tutto si solleva,
e tutto vela e annebbia.» (1609)
- Motivazione: La frase è un tour de force di linguaggio figurativo e stile narrativo. L’accumulo di verbi d’azione (strascicano, rovesciano, caccia, butta via, corre, porta) e la frammentazione sintattica (chi… chi… uno… un altro) restituiscono il caos fisico e sonoro della folla in rivolta. Il polverìo bianco diventa metafora visiva del disordine, mentre l’ossimoro “grazia di Dio” per la farina rubata sottolinea l’ironia tragica della scena. La proliferazione di dettagli concreti (grembiule, fazzoletto, burattello) rende il movimento collettivo tangibile e quasi cinematografico.
- «La moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di
respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: - la
va via la carestia, va via il sangue de’ poveri, - e peggio. Quando
furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni,
torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle
spedizioni; una parte corse sulle mura, e di là fecero un’ultima scarica
sulle carrozze che uscivano.» (3537)
- Motivazione: Qui emerge la voce corale della folla, con un lessico crudo e popolare (“sangue de’ poveri”, “munizione solita”). La metafora bellica (“scarica”, “spedizioni”) trasforma la protesta in una battaglia, mentre l’elenco caotico degli oggetti lanciati (sassi, mattoni, torsoli, bucce) riflette la povertà materiale e morale dei rivoltosi. La struttura paratattica (frasi brevi, coordinate) riproduce l’impeto irrazionale della massa.
- «Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle
più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo; e come, in un mercato di
granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un
rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti
ch’entran nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e
lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri
senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e
fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno
d’allegria, in tanto pubblico lutto.»
(4151)
- Motivazione: La similitudine iniziale (“come in un mercato di granaglie”) paragona la scena a un mercato della morte, sottolineando l’abitudine al macabro. Il contrasto cromatico (divisa rossa vs. pennacchi variopinti) e l’ossimoro (“segno d’allegria” / “pubblico lutto”) evidenziano la perversione dei monatti, figure liminali tra carnefici e vittime. La ripetizione anaforica (“monatti ch’entran… monatti che n’uscivan”) crea un ritmo ossessivo, quasi una litania funebre.
- «Cessato per tutto ogni rumor di botteghe, ogni strepito
di carrozze, ogni grido di venditori, ogni chiacchierìo di passeggieri,
era ben raro che quel silenzio di morte fosse rotto da altro che da
rumor di carri funebri, da lamenti di poveri, da rammarichìo d’infermi,
da urli di frenetici, da grida di monatti.»
(4144)
- Motivazione: La climax discendente (dal rumore quotidiano al “silenzio di morte”) e l’elenco di suoni lugubri (carri funebri, lamenti, urli, grida) costruiscono un paesaggio sonoro apocalittico. L’anafora (“ogni… ogni… ogni”) enfatizza la sospensione della normalità, mentre la sinestesia (“silenzio di morte”) fonde udito e percezione della fine. La frase è un esempio di stile narrativo che sospende il tempo per immergere il lettore nell’orrore.
- «Erano ammalati che venivan condotti al lazzeretto;
alcuni, spinti a forza, resistevano in vano, in vano gridavano che
volevan morire sul loro letto, e rispondevano con inutili imprecazioni
alle bestemmie e ai comandi de’ monatti che li guidavano; altri
camminavano in silenzio, senza mostrar dolore, né alcun altro
sentimento, come insensati; donne co’ bambini in collo; fanciulli
spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che
dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la
madre e le sue braccia fidate, e la casa loro.»
(4167)
- Motivazione: La polifonia di voci (grida, imprecazioni, pianti, silenzio) restituisce la complessità umana della folla in crisi. L’antitesi (“volevan morire sul loro letto” / “spinti a forza”) evidenzia la violenza istituzionale, mentre la similitudine implicita (“come insensati”) suggerisce la disumanizzazione degli appestati. La progressione emotiva (dalla resistenza alla rassegnazione al terrore infantile) rende la scena universale e straziante.
- «La porta s’apre; Ferrer esce il primo; l’altro dietro,
rannicchiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino
alla sottana della mamma. Quelli che avevan mantenuta la piazza vota,
fanno ora, con un alzar di mani, di cappelli, come una rete, una nuvola,
per sottrarre alla vista pericolosa della moltitudine il vicario; il
quale entra il primo nella carrozza, e vi si rimpiatta in un
angolo.» (1754)
- Motivazione: La metafora infantile (“come un bambino alla sottana della mamma”) e la similitudine visiva (“come una rete, una nuvola”) trasformano la scena in un quadro grottesco. Il lessico del nascondimento (“rannicchiato”, “rimpiatta”) e l’iperbole (“toga salvatrice”) sottolineano la fragilità del potere di fronte alla folla. La dinamica spaziale (dentro/fuori, alto/basso) riflette la tensione tra autorità e popolo.
5.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi:
- Dinamica spaziale: Le frasi spesso descrivono movimenti di massa (entrare/uscire, avanzare/indietreggiare) che strutturano la narrazione come un flusso inarrestabile (es. 1609, 3537).
- Voce corale vs. individuale: Alcune frasi annullano l’individuo nella folla (es. 1578: “spinti come flutti da flutti”), altre isolano singole voci per mostrare la disgregazione umana (es. 4167).
- Lessico della violenza e della pietà: Parole come “sangue”, “lamenti”, “bestemmie” si alternano a termini di compassione (“braccia fidate”, “casa loro”), creando un contrasto emotivo che definisce l’ambivalenza della folla.
Le frasi scelte non sono solo descrittive, ma ricostruiscono linguisticamente l’esperienza collettiva attraverso ritmo, immagini e suoni, rendendo la folla un personaggio vivo e mostruoso.
6 Il pane, la giustizia e la rivolta: linguaggio e tensioni sociali
- «si distribuiva il pane agli avventori; c’era de’
cavalieri, e fior di cavalieri, a invigilare che tutto andasse bene; e
costoro (avevano il diavolo addosso vi dico, e poi c’era chi gli
aizzava), costoro, dentro come disperati; piglia tu, che piglio anch’io:
in un batter d’occhio, cavalieri, fornai, avventori, pani, banco,
panche, madie, casse, sacchi, frulloni, crusca, farina, pasta, tutto
sottosopra.» (2176)
- Motivazione: La frase cattura l’esplosione caotica della rivolta con un linguaggio figurativo (metafore come “il diavolo addosso”, accumulazione caotica di oggetti) e un ritmo incalzante che riproduce l’azione. L’elenco disordinato di elementi (dal pane agli attrezzi) riflette la perdita di controllo, mentre il tono colloquiale (“vi dico”) immerge il lettore nella scena.
- «Non dico che deva andar lui in giro, in carrozza, ad
acchiappar tutti i birboni, prepotenti e tiranni: sì; ci vorrebbe l’arca
di Noè. Bisogna che lui comandi a chi tocca, e non solamente in Milano,
ma per tutto, che faccian le cose conforme dicon le gride; e formare un
buon processo addosso a tutti quelli che hanno commesso di quelle
bricconerie; e dove dice prigione, prigione; dove dice galera, galera; e
dire ai podestà che faccian davvero; se no, mandarli a spasso, e
metterne de’ meglio: e poi, come dico, ci saremo anche noi a dare una
mano.» (1796)
- Motivazione: Qui emerge la voce popolare con un lessico diretto e pragmatico (“bricconerie”, “mandarli a spasso”), ma anche una struttura argomentativa che alterna ironia (“l’arca di Noè”) e concretezza. La ripetizione anaforica (“dove dice… dove dice”) sottolinea la richiesta di giustizia, mentre il “ci saremo anche noi” rivela la partecipazione collettiva.
- «Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta
per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde
all’intorno. - Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche
noi, - dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla
folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si
dice, fu sparecchiato.» (1564)
- Motivazione: La scena è visiva e sensoriale (“tepida fragranza”), con un linguaggio dinamico che passa dall’azione collettiva (“molte mani”) al gesto simbolico (“l’alza, facendolo vedere”). La frase chiave (“Siam cristiani anche noi”) condensa in poche parole la rivendicazione di uguaglianza, mentre il ritmo spezzato (“pani per aria; […] fu sparecchiato”) trasmette l’urgenza.
- «E se chi comanda non fa nulla, tocca alla città a
ricorrere; e se non dànno retta alla prima, ricorrere ancora; ché a
forza di ricorrere s’ottiene; e non metter su un’usanza così scellerata
d’entrar nelle botteghe e ne’ fondachi, a prender la roba a man
salva.» (2216)
- Motivazione: La frase sintetizza la logica della rivolta con un periodo ipotetico che suona come un manifesto (“se… tocca”). Il lessico è politico e morale (“scellerata”, “a man salva”), mentre la ripetizione di “ricorrere” enfatizza la perseveranza. La chiusa (“A Renzo quel poco mangiare era andato in tanto veleno”) aggiunge una nota psicologica, mostrando come la fame si trasformi in rabbia.
- «- esclamò Renzo, ingoiando un boccone dello stufato che
il garzone gli aveva messo davanti, e sorridendo poi con maraviglia,
soggiunse: - è il lenzolo di bucato, codesto? L’oste, senza rispondere,
posò sulla tavola il calamaio e la carta; poi appoggiò sulla tavola
medesima il braccio sinistro e il gomito destro; e, con la penna in
aria, e il viso alzato verso Renzo, gli disse: - fatemi il piacere di
dirmi il vostro nome, cognome e patria.»
(1846)
- Motivazione: Qui lo stile narrativo gioca sul non detto: l’oste ignora la domanda ironica di Renzo sul lenzuolo per passare a una richiesta ufficiale, creando tensione. Il gesto (“penna in aria”) e la formula burocratica (“nome, cognome e patria”) rivelano il potere oppressivo della scrittura, tema ricorrente nel testo.
- «Oggi, a buon conto, s’è fatto tutto in volgare, e senza
carta, penna e calamaio; e domani, se la gente saprà regolarsi, se ne
farà anche delle meglio: senza torcere un capello a nessuno, però; tutto
per via di giustizia.» (1878)
- Motivazione: La frase contrappone oralità vs scrittura (“in volgare, senza carta”) e celebra la giustizia popolare, ma con una nota ambigua (“se ne farà anche delle meglio”). Il lessico è concreto e immediato (“torcere un capello”), mentre la chiusa (“tutto per via di giustizia”) suona come una giustificazione retorica.
6.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi
- Dialogicità e voce collettiva: Le frasi scelte spesso riportano discorsi diretti che riflettono la mentalità popolare (es. 1796, 1878), con un tono ora rabbioso, ora ironico.
- Contrasto tra registro alto e basso: Si passa da termini burocratici (“gride”, “processo”) a espressioni gergali (“bricconerie”, “mandarli a spasso”).
- Simbolismo del pane: Il pane non è solo cibo, ma metafora di giustizia sociale (es. 1564, 2176), e la sua mancanza scatena la violenza.
Le frasi selezionate mostrano come il testo usi la lingua come strumento di denuncia, mescolando realismo crudo e pathos popolare.
7 Potere, intrighi e strategie politiche nel Seicento italiano
- “(3395) - La corte di Madrid, che voleva a ogni patto
(abbiam detto anche questo) escludere da que’ due feudi il nuovo
principe, e per escluderlo aveva bisogno d’una ragione (perché le guerre
fatte senza una ragione sarebbero ingiuste), s’era dichiarata
sostenitrice di quella che pretendevano avere, su Mantova un altro
Gonzaga, Ferrante, principe di Guastalla; sul Monferrato Carlo Emanuele
I, duca di Savoia, e Margherita Gonzaga, duchessa vedova di
Lorena.”
- Motivazione: La frase esemplifica il linguaggio politico-diplomatico del tempo, con una struttura sintattica complessa e un lessico formale (“feudi”, “pretendevano”, “sostenitrice”). La parentesi ironica (“abbiam detto anche questo”) introduce una nota narrativa che rompe la solennità, tipica dello stile manzoniano.
- “(2429) - - Ora, da qualche tempo, - continuò Attilio, -
s’è cacciato in testa questo frate, che Rodrigo avesse non so che
disegni sopra questa… - S’è cacciato in testa, s’è cacciato in testa: lo
conosco anch’io il signor don Rodrigo; e ci vuol altro avvocato che
vossignoria, per giustificarlo in queste materie.”
- Motivazione: Il dialogo serrato e il linguaggio colloquiale (“s’è cacciato in testa”) rivelano la psicologia dei personaggi e la dinamica sociale (nobiltà vs. clero). La ripetizione enfatica sottolinea l’irritazione di Attilio.
- “(2487) - Per tutto c’è degli aizzatori, de’ mettimale, o
almeno de’ curiosi maligni che, se posson vedere alle prese signori e
religiosi, ci hanno un gusto matto; e fiutano, interpretano, ciarlano…
Ognuno ha il suo decoro da conservare; e io poi, come superiore
(indegno), ho un dovere espresso… L’onor dell’abito… non è cosa mia… è
un deposito del quale…”
- Motivazione: Il lessico moraleggiante (“aizzatori”, “mettimale”, “decoro”) e la reticenza (“…”) riflettono l’ipocrisia istituzionale. La metafora del “deposito” per l’onore dell’abito è un linguaggio figurativo efficace.
- “(3392) - Non si creda però che don Gonzalo, un signore di
quella sorte, l’avesse proprio davvero col povero filatore di montagna;
che informato forse del poco rispetto usato, e delle cattive parole
dette da colui al suo re moro incatenato per la gola, volesse fargliela
pagare; o che lo credesse un soggetto tanto pericoloso, da perseguitarlo
anche fuggitivo, da non lasciarlo vivere anche lontano, come il senato
romano con Annibale.”
- Motivazione: L’ironia pungente (“un signore di quella sorte”) e il paragone storico (Annibale) mostrano lo stile narrativo di Manzoni, che smaschera le dinamiche del potere. La sintassi articolata crea un effetto di sospensione critica.
- “(2457) - Tutto ben ponderato, il conte zio invitò un
giorno a pranzo il padre provinciale, e gli fece trovare una corona di
commensali assortiti con un intendimento sopraffino.”
- Motivazione: Il lessico ricercato (“intendimento sopraffino”, “corona di commensali”) e la metafora (“corona”) rivelano la strategia manipolatoria del conte zio. La frase è un esempio di stile narrativo che descrive il potere attraverso i dettagli.
- “(607) - Il conte duca, signori miei, - proseguiva il
podestà, sempre col vento in poppa, e un po’ maravigliato anche lui di
non incontrar mai uno scoglio: - il conte duca è una volpe vecchia,
parlando col dovuto rispetto, che farebbe perder la traccia a chi si
sia: e, quando accenna a destra, si può esser sicuri che batterà a
sinistra.”
- Motivazione: La metafora animale (“volpe vecchia”) e il linguaggio figurativo (“vento in poppa”) rendono vivida la descrizione del potere. Il tono colloquiale ma reverenziale (“parlando col dovuto rispetto”) è tipico delle dinamiche gerarchiche.
7.0.0.1 Criteri aggiuntivi considerati:
- Dialoghi come specchio del potere: Le frasi scelte spesso riportano interazioni verbali che svelano le gerarchie sociali (es. nobiltà vs. clero, autorità vs. sudditi).
- Lessico politico e giuridico: Termini come “feudi”, “investitura”, “trattato” sono parole-chiave per l’argomento.
- Ironia e reticenza: Manzoni usa spesso pause (“…”) e sottintesi per criticare il potere senza esporsi direttamente.
Le frasi selezionate offrono una panoramica linguistica dell’argomento, combinando stile narrativo, lessico specialistico e figure retoriche.
8 Potere, paura e redenzione: dinamiche di dominio e resistenza
- “(267) - E, con voce rotta dal pianto, raccontò come,
pochi giorni prima, mentre tornava dalla filanda, ed era rimasta
indietro dalle sue compagne, le era passato innanzi don Rodrigo, in
compagnia d’un altro signore; che il primo aveva cercato di trattenerla
con chiacchiere, com’ella diceva, non punto belle; ma essa, senza dargli
retta, aveva affrettato il passo, e raggiunte le compagne; e intanto
aveva sentito quell’altro signore rider forte, e don Rodrigo dire:
scommettiamo. Il giorno dopo, coloro s’eran trovati ancora sulla strada;
ma Lucia era nel mezzo delle compagne, con gli occhi bassi; e l’altro
signore sghignazzava, e don Rodrigo diceva: vedremo,
vedremo.”**
- Motivazione: Esemplare per linguaggio figurativo (la violenza sottesa nelle “chiacchiere non punto belle”, lo sghignazzare come metafora del potere impunito) e stile narrativo (la ripetizione ossessiva di “vedremo, vedremo” come minaccia implicita). La voce di Lucia, “rotta dal pianto”, introduce una prospettiva femminile che smaschera la prepotenza maschile.
- “(2925) - Don Abbondio, a quelle dimostrazioni, stava come
un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza un suo
cagnaccio grosso, rabbuffato, con gli occhi rossi, con un nomaccio
famoso per morsi e per ispaventi, e senta dire al padrone che il suo
cane è un buon bestione, quieto, quieto: guarda il padrone, e non
contraddice né approva; guarda il cane, e non ardisce accostarglisi, per
timore che il buon bestione non gli mostri i denti, fosse anche per
fargli le feste; non ardisce allontanarsi, per non farsi scorgere; e
dice in cuor suo: oh se fossi a casa mia!”**
- Motivazione: Metafora animalesca perfetta per descrivere la psicologia della sottomissione (il “cagnaccio” è il potere, il “ragazzo pauroso” è Don Abbondio). Il lessico (“rabbuffato”, “nomaccio”, “ardisce”) enfatizza la paura come meccanismo di controllo, mentre la ripetizione di “quieto, quieto” ne rivela l’ipocrisia.
- “(3646) - Fece poi portar giù da una stanza a tetto l’armi
da fuoco, da taglio, in asta, che da un pezzo stavan lì ammucchiate, e
gliele distribuì; fece dire a’ suoi contadini e affittuari della valle,
che chiunque si sentiva, venisse con armi al castello; a chi non
n’aveva, ne diede; scelse alcuni, che fossero come ufiziali, e avessero
altri sotto il loro comando; assegnò i posti all’entrature e in altri
luoghi della valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì l’ore
e i modi di dar la muta, come in un campo, o come già s’era costumato in
quel castello medesimo, ne’ tempi della sua vita
disperata.”**
- Motivazione: Stile militare con enumerazione caotica (armi, ruoli, posti) che riflette l’organizzazione del potere violento. Il riferimento ai “tempi della sua vita disperata” introduce una dimensione storica che lega il presente al passato criminale dell’Innominato, mostrando come il linguaggio possa oggettivare la forza.
- “(2529) - E anche d’una grossa compagnia, avrebbe potuto,
con quella guarnigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul
sentiero, o farne ruzzolare al fondo parecchi, prima che uno arrivasse a
toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma neppure nella valle, e
neppur di passaggio, non ardiva metter piede nessuno che non fosse ben
visto dal padrone del castello.”**
- Motivazione: Lessico della violenza (“stenderne”, “ruzzolare”, “non ardiva”) che trasforma il paesaggio in una metafora del terrore. La ripetizione anaforica (“non che… neppure… neppur”) sottolinea l’onnipotenza del padrone, mentre il “ben visto” rivela la soggezione psicologica dei sudditi.
- “(1101) - Renzo raccontò brevemente la sua trista storia;
e tutt’e tre si voltarono al fanciullo, il quale riferì più
espressamente l’avviso del padre, e raccontò quello ch’egli stesso aveva
veduto e rischiato, e che pur troppo confermava l’avviso. Gli
ascoltatori compresero più di quel che Menico avesse saputo dire: a
quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tutt’e tre a un
tratto, si guardarono in viso l’un con l’altro, spaventati; e subito,
con un movimento unanime, tutt’e tre posero una mano, chi sul capo, chi
sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo
tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per
dimostrargli la compassione che sentivano dell’angoscia da lui sofferta,
e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene
scusa.”**
- Motivazione: Linguaggio del corpo (mani sul capo/spalle) e lessico affettivo (“angelo tutelare”, “compassione”) che contrasta con la violenza implicita della situazione. La focalizzazione sul silenzio (“tacitamente”, “quasi per chiedergliene scusa”) rivela una comunicazione non verbale più eloquente delle parole, tipica dello stile manzoniano.
- “(2652) - - Un qualche demonio, o… un qualche angelo che
la protegge… Compassione al Nibbio!… Domattina, domattina di buon’ora,
fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli più, e, -
proseguiva tra sé, con quell’animo con cui si comanda a un ragazzo
indocile, sapendo che non ubbidirà, - e non ci si pensi più.
Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con
ringraziamenti; che… non voglio più sentir parlar di
costei.”**
- Motivazione: Monologo interiore che svela la lotta interiore dell’Innominato. Il lessico contraddittorio (“demonio”/“angelo”, “compassione”/“animale”) e la frase sospesa (“che…”) riflettono la crisi morale in atto. L’ironia amara (“ragazzo indocile”) mostra come il potere si auto-saboti.
- “(3707) - A ogni avviso, l’innominato mandava uomini a
esplorare; e, se faceva bisogno, prendeva con sé della gente che teneva
sempre pronta a ciò, e andava con essa fuor della valle, dalla parte
dov’era indicato il pericolo. Ed era cosa singolare, vedere una schiera
d’uomini armati da capo a piedi, e schierati come una truppa, condotti
da un uomo senz’armi.”**
- Motivazione: Contrasto visivo (uomini armati vs. capo disarmato) che simbolizza la redenzione. Il lessico militare (“schiera”, “truppa”) è ribaltato dalla assenza di armi dell’Innominato, segno di una autorità nuova, non più basata sulla forza. La “cosa singolare” è un commento implicito del narratore che invita alla riflessione.
8.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi:
- Opposizione semantica: Frasi che giocano su antitesi (es. “demonio”/“angelo” in 2652) o paradossi (l’Innominato che comanda senza armi in 3707).
- Voce dei subalterni: La prospettiva delle vittime (Lucia in 267, Menico in 1101) è resa con lessico emotivo (“voce rotta”, “rabbrividire”) che umanizza la narrazione.
- Silenzio come linguaggio: In 1101 e 2925, il non detto (gesti, sospensioni) comunica più delle parole, rivelando paura, rispetto o colpa.
Le frasi scelte non sono solo descrittive, ma performative: il linguaggio agisce (minaccia, redime, sottomette) e rivela le dinamiche di potere attraverso stile, lessico e struttura.
9 Lotta interiore e trasformazione: il tormento dell’animo tra paura, redenzione e speranza
“Non era il suo né sonno né veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a se stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore.” (2726) Motivazione: Rappresenta con efficacia lo stile narrativo e il linguaggio figurativo (la mente come campo di battaglia tra realtà e incubo). La sintassi franta e le antitesi (“sonno né veglia”, “oscura e formidabile”) rendono l’angoscia tangibile.
“Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però.” (2547) Motivazione: Vocabolario innovativo (“emulazione feroce”, “solitudine tremenda”) e evoluzione del personaggio (dal cinismo alla crisi esistenziale). La frase “Io sono però” è un climax linguistico che condensa il conflitto interiore in una rivelazione improvvisa.
“L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza.” (2729) Motivazione: Rilevanza linguistica per l’uso di antitesi (quiete/spavento, affanno/speranza) e metafore corporee (“le spuntò in cuore”). La frase cattura il passaggio dal buio alla luce con una sintassi spezzata che riflette il tumulto interiore.
“L’innominato, ch’era stato come portato lì per forza da una smania inesplicabile, piuttosto che condotto da un determinato disegno, ci stava anche come per forza, straziato da due passioni opposte, quel desiderio e quella speranza confusa di trovare un refrigerio al tormento interno, e dall’altra parte una stizza, una vergogna di venir lì come un pentito, come un sottomesso, come un miserabile, a confessarsi in colpa, a implorare un uomo: e non trovava parole, né quasi ne cercava.” (2850) Motivazione: Stile narrativo intenso, con enumerazione caotica (“stizza, vergogna, miserabile”) che mima l’agitazione del personaggio. La doppia anima dell’innominato (orgoglio vs. umiltà) è resa attraverso ossimori (“desiderio/vergogna”).
“Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti.” (2749) Motivazione: Linguaggio figurativo potente (la passione paragonata a un cavallo restio) e innovazione lessicale (“desidèri” con accento acuto, raro all’epoca). La frase mostra il crollo psicologico del personaggio attraverso immagini concrete (l’ombra, i passi).
“Era, se ci si lascia passare questo paragone, come lo stoppino umido e ammaccato d’una candela, che presentato alla fiamma d’una gran torcia, da principio fuma, schizza, scoppietta, non ne vuol saper nulla; ma alla fine s’accende e, bene o male, brucia.” (3325) Motivazione: Metafora originale che sintetizza il processo di redenzione con vocabolario sensoriale (“fuma, schizza, scoppietta”). Il paragone è visivo e dinamico, tipico dello stile manzoniano.
“L’animo attirato da quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle commozioni di pietà e di maraviglia, preso dall’entusiasmo medesimo del narratore, si staccava da’ pensieri dolorosi di sé; e anche ritornandoci sopra, si trovava più forte contro di essi. Il pensiero stesso del gran sacrifizio, non già che avesse perduto il suo amaro, ma insiem con esso aveva un non so che d’una gioia austera e solenne.” (3109) Motivazione: Stile elevato con lessico astratto (“gioia austera e solenne”) e antitesi (amaro/gioia). La frase esprime la trasformazione interiore attraverso un linguaggio quasi liturgico.
9.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi:
- Contrasto tra luce e buio (fisico e morale): presente in molte frasi (es. 2726, 2729, 2850).
- Corporeità delle emozioni: le sensazioni sono spesso descritte attraverso metafore fisiche (“spuntò in cuore”, “stretta al cuore”).
- Sintassi spezzata: riflette il disordine interiore (es. 2547, 2749).
Le frasi scelte coprono diverse sfaccettature dell’argomento (paura, pentimento, speranza, redenzione) e mostrano varietà stilistica (dal realismo crudo alle immagini poetiche).
10 Ritratti umani: espressioni, gesti e linguaggio del corpo nella narrazione
- “(3013) - Allora, quello di cui si parlava, spinse
l’uscio, e si fece vedere; Lucia, che poco prima lo desiderava, anzi,
non avendo speranza in altra cosa del mondo, non desiderava che lui,
ora, dopo aver veduti visi, e sentite voci amiche, non poté reprimere un
subitaneo ribrezzo; si riscosse, ritenne il respiro, si strinse alla
buona donna, e le nascose il viso in seno. L’innominato, alla vista di
quell’aspetto sul quale già la sera avanti non aveva potuto tener fermo
lo sguardo, di quell’aspetto reso ora più squallido, sbattuto, affannato
dal patire prolungato e dal digiuno, era rimasto lì fermo, quasi
sull’uscio; nel veder poi quell’atto di terrore, abbassò gli occhi,
stette ancora un momento immobile e muto; indi rispondendo a ciò che la
poverina non aveva detto, - è vero, - esclamò: -
perdonatemi!”**
- Motivazione: La scena è un capolavoro di linguaggio figurativo e stile narrativo. Il contrasto tra il desiderio iniziale di Lucia e il suo “subitaneo ribrezzo” è reso attraverso una progressione di verbi fisici (si riscosse, ritenne il respiro, si strinse, nascose) che traducono l’emozione in gesto. L’innominato, descritto con dettagli somatici (squallido, sbattuto, affannato), incarna la trasformazione interiore attraverso la postura (fermo sull’uscio, abbassò gli occhi) e il dialogo minimo ma devastante (“è vero, perdonatemi!”). La rilevanza linguistica sta nell’uso del silenzio come risposta (l’innominato risponde a ciò che Lucia non dice) e nella sinestesia (il terrore di Lucia è visivo, tattile, quasi udibile nel suo trattenere il respiro).
- “(4188) - Ma la prima, l’unica persona che vide, fu
un’altra donna, distante forse un venti passi; la quale, con un viso
ch’esprimeva terrore, odio, impazienza e malizia, con cert’occhi
stravolti che volevano insieme guardar lui, e guardar lontano,
spalancando la bocca come in atto di gridare a più non posso, ma
rattenendo anche il respiro, alzando due braccia scarne, allungando e
ritirando due mani grinzose e piegate a guisa d’artigli, come se
cercasse d’acchiappar qualcosa, si vedeva che voleva chiamar gente, in
modo che qualcheduno non se n’accorgesse. Quando s’incontrarono a
guardarsi, colei, fattasi ancor più brutta, si riscosse come persona
sorpresa.”**
- Motivazione: Questa frase è un esempio supremo di descrizione psicologica attraverso il corpo. La donna è un groviglio di emozioni contrastanti (terrore, odio, impazienza, malizia), rese visibili da una sequenza di gesti iperbolici (occhi stravolti, bocca spalancata, braccia scarne, mani ad artiglio). L’innovazione lessicale sta in termini come “grinzose” (per le mani) o “stravolti” (per gli occhi), che uniscono concretezza e deformazione grottesca. Il paragone implicito con un animale (le mani “a guisa d’artigli”) e la ripetizione ossessiva dei verbi di movimento (alzando, allungando, ritirando) creano un effetto di dinamismo convulso, quasi cinematografico.
- “(1170) - Ma quella fronte si raggrinzava spesso, come per
una contrazione dolorosa; e allora due sopraccigli neri si
ravvicinavano, con un rapido movimento. Due occhi, neri neri anch’essi,
si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba;
talora si chinavano in fretta, come per cercare un nascondiglio; in
certi momenti, un attento osservatore avrebbe argomentato che
chiedessero affetto, corrispondenza, pietà; altre volte avrebbe creduto
coglierci la rivelazione istantanea d’un odio inveterato e compresso, un
non so che di minaccioso e di feroce: quando restavano immobili e fissi
senza attenzione, chi ci avrebbe immaginata una svogliatezza orgogliosa,
chi avrebbe potuto sospettarci il travaglio d’un pensiero nascosto,
d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli
oggetti circostanti.”**
- Motivazione: Qui il linguaggio figurativo raggiunge la sua massima potenza nel descrivere l’interiorità attraverso il volto. La fronte che “si raggrinzava” e i sopraccigli che “si ravvicinavano” sono metafore fisiche di un conflitto interiore. Gli occhi diventano specchi dell’anima in modo quasi ossessivo: la loro mobilità (si fissavano, si chinavano, restavano immobili) riflette stati d’animo opposti (superbia, paura, odio, svogliatezza). La struttura sintattica (l’uso di “talora… talora… in certi momenti… altre volte”) crea un ritmo frammentato, come se lo sguardo della donna fosse un prisma che si spezza in mille emozioni. Il lessico è preciso e innovativo (“investigazione superba”, “odio inveterato e compresso”), con una tensione tra controllo e abbandono che definisce il personaggio.
- “(2851) - La presenza di Federigo era infatti di quelle
che annunziano una superiorità, e la fanno amare. Il portamento era
naturalmente composto, e quasi involontariamente maestoso, non incurvato
né impigrito punto dagli anni; l’occhio grave e vivace, la fronte serena
e pensierosa; con la canizie, nel pallore, tra i segni dell’astinenza,
della meditazione, della fatica, una specie di floridezza verginale:
tutte le forme del volto indicavano che, in altre età, c’era stata
quella che più propriamente si chiama bellezza; l’abitudine de’ pensieri
solenni e benevoli, la pace interna d’una lunga vita, l’amore degli
uomini, la gioia continua d’una speranza ineffabile, vi avevano
sostituita una, direi quasi, bellezza senile, che spiccava ancor più in
quella magnifica semplicità della porpora.”**
- Motivazione: Questa descrizione è un modello di stile narrativo elevato, dove ogni dettaglio fisico (occhio grave e vivace, fronte serena e pensierosa) è carico di significato morale. L’ossimoro “floridezza verginale” (per un uomo anziano) e la metafora “bellezza senile” sono innovazioni lessicali che sfidano le convenzioni. La progressione logica (dalla giovinezza alla vecchiaia, dalla bellezza esteriore a quella interiore) è resa attraverso aggettivi che si oppongono e si completano (grave/vivace, serena/pensierosa). La porpora cardinalizia diventa simbolo di semplicità magnifica, unendo il sacro e l’umano in un’unica immagine.
- “(4155) - Portava essa in collo una bambina di forse
nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla
fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero
adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la
teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto
appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina
bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata
gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più
forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non
n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due
ch’esprimeva ancora un sentimento.”**
- Motivazione: La forza di questa frase sta nel contrasto tra vita e morte, reso attraverso dettagli fisici e gesti. La bambina è descritta come se fosse viva (capelli divisi, vestito bianchissimo, sorretta a sedere), ma la manina “a guisa di cera” e il capo che “posava con un abbandono più forte del sonno” introducono la realtà della morte con una delicatezza straziante. Il lessico è preciso e poetico (“inanimata gravezza”, “abbandono più forte del sonno”), e la simmetria tra i due corpi (madre e figlia, petto contro petto) crea un effetto di pathos universale. La rilevanza linguistica sta nell’uso dell’ipotassi (frasi lunghe e articolate) per sostenere l’emozione senza cadere nel sentimentalismo.
10.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi dall’analisi:
- Contrasto tra staticità e movimento: Le descrizioni migliori alternano immobilità carica di tensione (l’innominato sull’uscio, la donna con la bambina morta) e gesti convulsi (la donna dagli occhi stravolti, Lucia che si nasconde nel seno della buona donna).
- Sinestesia: Le emozioni sono spesso tradotte in sensazioni fisiche (il sudore freddo di Lucia, la voce che smentisce la parola in Renzo e Lucia).
- Lessico della deformazione: Termini come “grinzose”, “stravolti”, “scarne” non descrivono solo l’aspetto, ma deformano la realtà per esprimere un disagio interiore.
- Dialogo implicito: Spesso i personaggi comunicano senza parole (l’innominato che risponde a ciò che Lucia non dice, la madre che “parla” attraverso il corpo della figlia morta).
Le frasi scelte non sono solo “belle”, ma funzionali all’argomento: mostrano come il corpo, i gesti e le espressioni** diventino linguaggio in un testo narrativo, rivelando carattere, conflitto ed evoluzione dei personaggi.
11 Il potere, la paura e la redenzione: dinamiche linguistiche nei rapporti umani
«Monsignore, - disse don Abbondio, facendosi piccino piccino, - non ho già voluto dire… Ma m’è parso che, essendo cose intralciate, cose vecchie e senza rimedio, fosse inutile di rimestare… Però, però, dico… so che vossignoria illustrissima non vuol tradire un suo povero parroco. Perché vede bene, monsignore; vossignoria illustrissima non può esser per tutto; e io resto qui esposto… Però, quando Lei me lo comanda, dirò, dirò tutto.» (3256) Motivazione: Esemplare per il linguaggio figurativo** (“facendosi piccino piccino”) e per la caratterizzazione psicologica di don Abbondio, che rivela la sua paura e sottomissione attraverso un discorso frammentato, ripetitivo (“però, però”) e pieno di reticenze. La sintassi spezzata riflette l’ansia del personaggio.
«- Come siete venuta… - M’ha mandata il nostro curato, - disse la buona donna: - perché questo signore, Dio gli ha toccato il cuore (sia benedetto!), ed è venuto al nostro paese, per parlare al signor cardinale arcivescovo (che l’abbiamo là in visita, quel sant’uomo), e s’è pentito de’ suoi peccatacci, e vuol mutar vita; e ha detto al cardinale che aveva fatta rubare una povera innocente, che siete voi, d’intesa con un altro senza timor di Dio, che il curato non m’ha detto chi possa essere. Lucia alzò gli occhi al cielo.» (3028) Motivazione: La frase combina stile narrativo popolare** (il discorso diretto della “buona donna”, con esclamazioni come “sia benedetto!”) e simbolismo religioso (“alzò gli occhi al cielo”). Il lessico (“peccatacci”, “senza timor di Dio”) è vivo e concreto, tipico del registro colloquiale, mentre la reazione di Lucia introduce una dimensione spirituale senza bisogno di commenti.
«- Finché s’era trattato di gente alla buona che cercava di conoscer la giovine del miracolo, il sarto le aveva reso volentieri un tal servizio; ma in questo caso, il rifiuto gli pareva una specie di ribellione. Fece tanti versi, tant’esclamazioni, disse tante cose: e che non si faceva così, e ch’era una casa grande, e che ai signori non si dice di no, e che poteva esser la loro fortuna, e che la signora donna Prassede, oltre il resto, era anche una santa; tante cose insomma, che Lucia si dovette arrendere: molto più che Agnese confermava tutte quelle ragioni con altrettanti - sicuro, sicuro.» (3230) Motivazione: Rilevanza linguistica** per la rappresentazione del potere attraverso il discorso del sarto: la ripetizione ossessiva (“tanti versi, tant’esclamazioni, tante cose”) e l’elenco di motivazioni (sociali, economiche, religiose) mostrano come il linguaggio possa essere usato per manipolare e opprimere. Il contrasto tra il registro formale (“casa grande”, “signori”) e quello popolare (“sicuro, sicuro”) è efficace.
«- Lo saprete forse voi, - continuò la buona donna: - basta; dunque il signor cardinale ha pensato che, trattandosi d’una giovine, ci voleva una donna per venire in compagnia, e ha detto al curato che ne cercasse una; e il curato, per sua bontà, è venuto da me… - Oh! il Signore vi ricompensi della vostra carità!» (3029) Motivazione: Vocabolario e innovazione lessicale** nel termine “carità”, che qui assume un valore concreto (aiuto materiale) e spirituale (grazia divina). La struttura dialogica, con la risposta di Lucia, crea un effetto di immediatezza e sottolinea la semplicità devota dei personaggi.
«- Bisognerebbe che tutti i preti fossero come vossignoria, che tenessero un po’ dalla parte de’ poveri, e non aiutassero a metterli in imbroglio, per cavarsene loro, - disse Agnese, animata dal contegno così famigliare e amorevole di Federigo, e stizzita dal pensare che il signor don Abbondio, dopo aver sempre sacrificati gli altri, pretendesse poi anche d’impedir loro un piccolo sfogo, un lamento con chi era al di sopra di lui, quando, per un caso raro, n’era venuta l’occasione.» (3147) Motivazione: Stile narrativo** e critica sociale: Agnese usa un linguaggio diretto e polemico (“metterli in imbroglio”, “cavarsene loro”), che rivela la frustrazione dei deboli di fronte all’autorità. La contrapposizione tra Federigo (amorevole) e don Abbondio (egoista) è resa attraverso antitesi lessicali (“famigliare” vs. “sacrificati gli altri”).
«- Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio… - Dio, Dio, - interruppe l’innominato: - sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sé, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato.» (2668) Motivazione: Conflitto ideologico** espresso attraverso il dialogo serrato. L’innominato usa un linguaggio cinico e sprezzante (“sempre Dio”), mentre Lucia ricorre a una formula di supplica (“In nome di Dio”) che rivela la sua fede come unica arma. La ripetizione di “Dio” diventa un simbolo di scontro tra potere terreno e speranza spirituale.
«- E pensa e ripensa, aveva trovato che gli avrebbe potuto dire: non mi sarei mai aspettato questa fortuna d’incontrarmi in una così rispettabile compagnia; e stava per aprir bocca, quando entrò l’aiutante di camera, col curato del paese, il quale annunziò che la donna era pronta nella lettiga; e poi si voltò a don Abbondio, per ricevere da lui l’altra commissione del cardinale. Don Abbondio se ne sbrigò come poté, in quella confusione di mente; e accostatosi poi all’aiutante, gli disse: - mi dia almeno una bestia quieta; perché, dico la verità, sono un povero cavalcatore.» (2942) Motivazione: Ironia e caratterizzazione: don Abbondio è colto in un momento di inadeguatezza sociale** (il tentativo di un complimento formale interrotto) e paura fisica (“bestia quieta”, “povero cavalcatore”). Il linguaggio figurativo (“confusione di mente”) e il registro dimesso (“dico la verità”) lo rendono comicamente umano.
«- Ma i congedi con la madre non eran gli ultimi; perché donna Prassede aveva detto che si starebbe ancor qualche giorno in quella sua villa, la quale non era molto lontana; e Agnese promise alla figlia d’andar là a trovarla, a dare e a ricevere un più doloroso addio. Il cardinale era anche lui sulle mosse per continuar la sua visita, quando arrivò, e chiese di parlargli il curato della parrocchia, in cui era il castello dell’innominato.» (3335) Motivazione: Stile narrativo** e tensione emotiva: la frase unisce dettagli concreti (“villa”, “castello dell’innominato”) a sfumature psicologiche (“più doloroso addio”). L’uso del discorso indiretto libero (“si starebbe ancor qualche giorno”) immerge il lettore nella prospettiva dei personaggi.
11.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi
- Contrasto tra registri linguistici: Le frasi mostrano spesso l’opposizione tra linguaggio popolare (Agnese, Lucia) e formale/ecclesiastico (cardinale, don Abbondio), che riflette le gerarchie sociali.
- Silenzio e reticenza: Alcune frasi (es. 3256) usano pause, ripetizioni e omissioni per comunicare paura o vergogna, senza bisogno di spiegazioni esplicite.
- Simboli ricorrenti: Termini come “Dio”, “carità”, “povero” assumono valori polisemici (religiosi, sociali, morali) a seconda del contesto.
12 La peste a Milano: tra ignoranza, superstizione e resistenza umana
- “(3904) - Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere
i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste,
dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare,
tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e
predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non
mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da
questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e
malefiche; lui che in quel Carlo Colonna, il secondo che morì di peste
in Milano, aveva notato il delirio come un accidente della malattia,
vederlo poi addurre in prova dell’unzioni e della congiura diabolica, un
fatto di questa sorte: che due testimoni deponevano d’aver sentito
raccontare da un loro amico infermo, come, una notte, gli eran venute
persone in camera, a esibirgli la guarigione e danari, se avesse voluto
unger le case del contorno; e come al suo rifiuto quelli se n’erano
andati, e in loro vece, era rimasto un lupo sotto il letto, e tre
gattoni sopra, ‘che sino al far del giorno vi dimororno’ (Pag. 123,
)”**
- Motivazione: Esempio lampante di linguaggio figurativo e stile narrativo ironico-sarcastico. La ripetizione enfatica (“dico i medici… dico in ispecie il Tadino”) e la descrizione grottesca del lupo e dei gatti sottolineano l’assurdità della superstizione, contrapposta alla razionalità iniziale. La citazione in dialetto lombardo (“dimororno”) aggiunge realismo e immediatezza.
- “(3778) - L’odio principale cadeva sui due medici; il
suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal
segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere
assaliti da parolacce, quando non eran sassi. E certo fu singolare, e
merita che ne sia fatta memoria, la condizione in cui, per qualche mese,
si trovaron quegli uomini, di veder venire avanti un orribile flagello,
d’affaticarsi in ogni maniera a stornarlo, d’incontrare ostacoli dove
cercavano aiuti, e d’essere insieme bersaglio delle grida, avere il nome
di nemici della patria: pro patriae hostibus, dice il
Ripamonti.”**
- Motivazione: Stile narrativo incisivo e vocabolario ricco di pathos. La contrapposizione tra l’impegno dei medici e l’ingratitudine popolare è resa con frasi brevi e ritmate (“veder venire avanti… d’affaticarsi… d’incontrare ostacoli”). L’uso del latino (“pro patriae hostibus”) conferisce autorevolezza storica e drammaticità.
- “(3477) - Alcuni che, invase e spogliate le loro case
dalla soldatesca, alloggiata lì o di passaggio, n’eran fuggiti
disperatamente; e tra questi ce n’era di quelli che, per far più
compassione, e come per distinzione di miseria, facevan vedere i lividi
e le margini de’ colpi ricevuti nel difendere quelle loro poche ultime
provvisioni, o scappando da una sfrenatezza cieca e
brutale.”**
- Motivazione: Linguaggio figurativo e innovazione lessicale (“distinzione di miseria”, “sfrenatezza cieca e brutale”). La descrizione dei corpi martoriati e la scelta di termini come “provisioni” (anziché “cibo”) evidenziano la rilevanza linguistica nel restituire la crudezza della realtà.
- “(3756) - Quando questi giunsero, il male s’era già tanto
dilatato, che le prove si offrivano, senza che bisognasse andarne in
cerca. Scorsero il territorio di Lecco, la Valsassina, le coste del lago
di Como, i distretti denominati il Monte di Brianza, e la Gera d’Adda; e
per tutto trovarono paesi chiusi da cancelli all’entrate, altri quasi
deserti, e gli abitanti scappati e attendati alla campagna, o dispersi:
‘et ci parevano, - dice il Tadino, - tante creature seluatiche, portando
in mano chi l’herba menta, chi la ruta, chi il rosmarino et chi una
ampolla d’aceto’.”**
- Motivazione: Stile narrativo vivido e linguaggio figurativo (“creature seluatiche”). La citazione in italiano antico (“herba”, “ampolla”) e la lista di erbe profilattiche (menta, ruta, rosmarino) creano un effetto di realismo storico e poesia popolare.
- “(3867) - Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno
aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori,
commissari. I primi erano addetti ai servizi più penosi e pericolosi
della pestilenza: levar dalle case, dalle strade, dal lazzeretto, i
cadaveri; condurli sui carri alle fosse, e sotterrarli; portare o
guidare al lazzeretto gl’infermi, e governarli; bruciare, purgare la
roba infetta e sospetta.”**
- Motivazione: Vocabolario tecnico e innovazione lessicale (“monatti”, “apparitori”). La ripetizione anaforica (“ogni giorno”) e l’elenco asindetico delle mansioni trasmettono l’urgenza e l’orrore del lavoro durante la peste, con un stile narrativo quasi cinematografico.
- “(3913) - I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più
smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui
eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. Tra le carte del
tempo della peste, che si conservano nell’archivio nominato di sopra,
c’è una lettera (senza alcun altro documento relativo) in cui il gran
cancelliere informa, sul serio e con gran premura, il governatore d’aver
ricevuto un avviso che, in una casa di campagna de’ fratelli Girolamo e
Giulio Monti, gentiluomini milanesi, si componeva veleno in tanta
quantità, che quaranta uomini erano occupati en este exercicio, con
l’assistenza di quattro cavalieri bresciani, i quali facevano venir
materiali dal veneziano, para la fàbrica del veneno.”**
- Motivazione: Linguaggio figurativo e stile narrativo grottesco. L’uso dello spagnolo (“en este exercicio”, “para la fàbrica”) e la descrizione iperbolica della “fabbrica del veleno” evidenziano la paranoia collettiva e la decadenza istituzionale, con un effetto comico-drammatico.
12.0.0.1 Criteri aggiuntivi considerati
- Contrasto tra razionalità e superstizione: Le frasi scelte mettono in luce la tensione tra scienza e credenze popolari, con un lessico che oscilla tra termini medici (“contagio”, “pestilenza”) e metafore demoniache (“unzioni venefiche”, “congiura diabolica”).
- Realismo storico: L’uso di termini arcaici o dialettali (“maraviglia”, “dimororno”, “seluatiche”) e la citazione di fonti coeve (Tadino, Ripamonti) rafforzano l’autenticità linguistica.
- Drammatizzazione: Le descrizioni di corpi, malattie e paure collettive sono rese con aggettivazione intensa (“orribile flagello”, “sfrenatezza cieca e brutale”) e ritmo incalzante (frasi brevi, elenchi).
Le frasi selezionate offrono una panoramica multidimensionale dell’argomento, combinando analisi linguistica, stile narrativo e contesto storico senza cadere in interpretazioni letterarie esterne al testo.
13 Paesaggi e ambienti nella lingua descrittiva
Le frasi selezionate si distinguono per la loro capacità di evocare ambienti naturali, urbani o simbolici attraverso un uso ricco della lingua italiana, con particolare attenzione a: - Linguaggio figurativo (metafore, similitudini, personificazioni); - Precisione lessicale (termini specifici per flora, geografia, architettura); - Stile narrativo (ritmo, dettagli sensoriali, prospettiva); - Atmosfera e simbolismo (luoghi che riflettono stati d’animo o tensioni narrative).
- «Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più
rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca,
più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi
pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi
grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di
porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso
barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto
all’aria, e le lunghe spighe sparse e come stellate di vivi fiori
gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano
ciuffetti di fiori bianchi o porporini, ovvero si staccavano, portati
via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri.»**
(4065)
- Motivazione: Esempio supremo di descrizione botanica con un lessico preciso e innovativo (“foglioni verdecupi”, “pennacchioli argentei”). La personificazione delle piante (“marmaglia”, “pomposi”) e la tavolozza cromatica (“paonazze”, “porporine”, “biancastri”) creano un effetto visivo vivido. Lo stile è barocco per accumulazione di dettagli, ma senza ridondanza.
- «Dove un pezzo, dove un altro, dove una lunga distesa di
quel vasto e variato specchio dell’acqua; di qua lago, chiuso
all’estremità o piùttosto smarrito in un gruppo, in un andirivieni di
montagne, e di mano in mano più allargato tra altri monti che si
spiegano, a uno a uno, allo sguardo, e che l’acqua riflette capovolti,
co’ paesetti posti sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi
fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur tra’ monti
che l’accompagnano, degradando via via, e perdendosi quasi anch’essi
nell’orizzonte.»** (26)
- Motivazione: Prospettiva panoramica che gioca con la metafora dello “specchio” e la dinamicità del paesaggio** (“andirivieni di montagne”, “lucido serpeggiamento”). Il lessico è geograficamente accurato (“braccio di fiume”, “degradando”) e la sintassi sinuosa riflette il movimento dell’acqua. L’effetto è cinematografico.
- «La strada era allora tutta sepolta tra due alte rive,
fangosa, sassosa, solcata da rotaie profonde, che, dopo una pioggia,
divenivan rigagnoli; e in certe parti più basse, s’allagava tutta, che
si sarebbe potuto andarci in barca. A que’ passi, un piccol sentiero
erto, a scalini, sulla riva, indicava che altri passeggieri s’eran fatta
una strada ne’ campi.»** (1497)
- Motivazione: Descrizione realistica e sensoriale di un ambiente ostile, con lessico concreto (“rotaie profonde”, “rigagnoli”) e immagini forti (“sepolta”, “s’allagava”). La personificazione implicita (“altri passeggieri s’eran fatta una strada”) suggerisce la resilienza umana. Lo stile è asciutto ma evocativo.
- «Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e
piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e
l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo.
S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del
lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e
il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra
del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si
rituffavano.»** (1134)
- Motivazione: Atmosfera notturna resa attraverso sinestesie (udito: “fiotto morto”, “gorgoglìo”; vista: “tremolare della luna”). Il lessico è poetico (“grondanti”, “rituffavano”) e la ripetizione ritmica (“uscivano… si rituffavano”) mima il movimento dei remi. Simbolismo del lago come specchio di pace/angoscia.
- «Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole
s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle sommità de’ monti
opposti, scendere, come spiegandosi rapidamente, giù per i pendìi, e
nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie
appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante
dall’albero.»** (401)
- Motivazione: Dinamica della luce descritta con metafora tattile (“spiegandosi rapidamente”). Il lessico stagionale (“venticello d’autunno”, “foglie appassite”) e la precisione spaziale (“qualche passo distante”) creano un quadro impressionista. La natura è viva e partecipativa.
- «Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di
gramigne, di farinelli, d’avene salvatiche, d’amaranti verdi, di
radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle e d’altrettali piante; di
quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran
classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un
guazzabuglio di steli, che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro
nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi in
somma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di fiori, di
frutti, di cento colori, di cento forme, di cento grandezze: spighette,
pannocchiette, ciocche, mazzetti, capolini bianchi, rossi, gialli,
azzurri.»** (4064)
- Motivazione: Contrasto tra precisione botanica e disordine naturale. Il termine ”marmaglia” (già usato in 4065) e ”guazzabuglio” danno voce al punto di vista contadino, mentre l’elenco caotico di piante riflette la biodiversità incontrollata. Lessico tecnico (“spighette”, “pannocchiette”) mescolato a linguaggio popolare (“erbacce”).
- «La cappella ottangolare che sorge, elevata d’alcuni
scalini, nel mezzo del lazzeretto, era, nella sua costruzione primitiva,
aperta da tutti i lati, senz’altro sostegno che di pilastri e di
colonne, una fabbrica, per dir così, traforata: in ogni facciata un arco
tra due intercolunni; dentro girava un portico intorno a quella che si
direbbe più propriamente chiesa, non composta che d’otto archi,
rispondenti a quelli delle facciate, con sopra una cupola; di maniera
che l’altare eretto nel centro, poteva esser veduto da ogni finestra
delle stanze del recinto, e quasi da ogni punto del
campo.»** (4337)
- Motivazione: Descrizione architettonica con lessico specialistico (“ottangolare”, “intercolunni”, “cupola”) e prospettiva funzionale (“poteva esser veduto da ogni finestra”). La metafora della “fabbrica traforata” è visiva e innovativa. Lo stile è geometrico e preciso**, ma non arido.
- «La strada che Renzo aveva presa, andava allora, come
adesso, diritta fino al canale detto il Naviglio: i lati erano siepi o
muri d’orti, chiese e conventi, e poche case. In cima a questa strada, e
nel mezzo di quella che costeggia il canale, c’era una colonna, con una
croce detta la croce di sant’Eusebio.»**
(4102)
- Motivazione: Topografia urbana con elementi simbolici (la croce). Il lessico è semplice ma evocativo (“siepi o muri d’orti”), e la struttura sintattica riflette la linearità della strada. Contrasto tra sacro e quotidiano.
13.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi
- Simbolismo dei luoghi: Paesaggi che riflettono stati d’animo (es. il lago “liscio e piano” in 1134 vs. il “guazzabuglio” di erbacce in 4064).
- Prospettiva dinamica: Descrizioni che seguono il movimento del personaggio (es. 26, 1497).
- Lessico ibrido: Mescolanza di termini tecnici (botanici, architettonici) e linguaggio popolare (“marmaglia”, “erbacce”).
Le frasi scelte rappresentano l’eccellenza della lingua descrittiva italiana, combinando precisione, poesia e funzione narrativa.
14 La circolazione delle informazioni e i suoi effetti nella rete umana
Le frasi selezionate mettono in luce la dinamica della trasmissione delle notizie – come si diffondono, si deformano, si bloccano o si sfruttano – e il loro impatto sulle vicende e sulle decisioni dei personaggi. La lingua qui assume una funzione narrativa centrale: non è solo veicolo di contenuti, ma strumento di potere, incertezza, inganno o salvezza. Di seguito le frasi più significative, scelte per la loro rilevanza linguistica e stilistica, con motivazioni basate esclusivamente sulle caratteristiche testuali.
14.0.1 1. La velocità e l’inafferrabilità delle voci
Frase (1475): «Ma ci son degli uomini privilegiati che li contano a centinaia; e quando il segreto è venuto a uno di questi uomini, i giri divengon sì rapidi e sì moltiplici, che non è più possibile di seguirne la traccia. Il nostro autore non ha potuto accertarsi per quante bocche fosse passato il segreto che il Griso aveva ordine di scovare: il fatto sta che il buon uomo da cui erano state scortate le donne a Monza, tornando, verso le ventitre, col suo baroccio, a Pescarenico, s’abbatté, prima d’arrivare a casa, in un amico fidato, al quale raccontò, in gran confidenza, l’opera buona che aveva fatta, e il rimanente; e il fatto sta che il Griso poté, due ore dopo, correre al palazzotto, a riferire a don Rodrigo che Lucia e sua madre s’eran ricoverate in un convento di Monza, e che Renzo aveva seguitata la sua strada fino a Milano.»
Motivazione: - Linguaggio figurativo: La metafora dei “giri” (come anelli di una catena) e l’iperbole degli “uomini privilegiati che li contano a centinaia” rendono visivamente l’idea di una rete di comunicazione incontrollabile. - Stile narrativo: La ripetizione di “il fatto sta che” (anafora) crea un effetto di certezza paradossale: si sottolinea l’inevitabilità della diffusione, nonostante l’impossibilità di ricostruirne il percorso. La lingua qui mima il caos informativo con una sintassi franta, che passa dal generale (“non è più possibile”) al particolare (“due ore dopo”). - Rilevanza linguistica: Il lessico è concreto (“bocche”, “baroccio”, “palazzotto”), ma la struttura logica è labirintica, come il percorso delle voci. La frase mostra come la lingua sia un meccanismo di potere: don Rodrigo sfrutta la velocità della comunicazione per i suoi fini, mentre il narratore ne denuncia l’opacità.
14.0.2 2. Notizie come moneta di scambio (e di controllo)
Frase (3391): «Per mandar poi in pace i più insistenti, senza dar loro sospetto di quel che n’era davvero, aveva creduto bene di regalar loro, a chi l’una, a chi l’altra delle notizie da noi riferite di sopra: però, come cose incerte, che aveva sentite dire anche lui, senza averne un riscontro positivo. Ma quando la domanda gli venne fatta per commission del cardinale, senza nominarlo, e con un certo apparato d’importanza e di mistero, lasciando capire ch’era in nome d’un gran personaggio, tanto più Bortolo s’insospettì, e credé necessario di risponder secondo il solito; anzi, trattandosi d’un gran personaggio, diede in una volta tutte le notizie che aveva stampate a una a una, in quelle diverse occorrenze.»
Motivazione: - Vocabolario e innovazione lessicale: Il verbo “regalar” (usato in senso metaforico per “concedere notizie”) è un esempio di lessico economico applicato alla comunicazione: le informazioni sono beni da distribuire, dosare o nascondere. L’aggettivo “stampate” (per “raccontate ripetutamente”) suggerisce un’idea di notizia come prodotto seriale, quasi industriale. - Stile narrativo: La struttura è dialettica: Bortolo passa da una strategia di frammentazione (“a chi l’una, a chi l’altra”) a una di sovrabbondanza (“diede in una volta tutte le notizie”), a seconda del potere del richiedente. La lingua riflette la gerarchia sociale: le notizie si dosano in base al rango di chi le chiede. - Rilevanza linguistica: La frase rivela come la lingua sia uno strumento di manipolazione. Bortolo usa il tono vago (“cose incerte”) per proteggersi, ma quando percepisce un’autorità superiore (“gran personaggio”), abbandona la prudenza. Il lessico burocratico (“commission”, “riscontro positivo”) contrasta con il registro colloquiale (“insospettì”), creando un effetto di doppio registro che smaschera l’ipocrisia.
14.0.3 3. La notizia come trauma e rivelazione
Frase (4605): «Potremmo anche soggiunger subito: partirono, arrivarono, e quel che segue; ma, con tutta la volontà che abbiamo di secondar la fretta del lettore, ci son tre cose appartenenti a quell’intervallo di tempo, che non vorremmo passar sotto silenzio; e, per due almeno, crediamo che il lettore stesso dirà che avremmo fatto male. La prima, che, quando Lucia tornò a parlare alla vedova delle sue avventure, più in particolare, e più ordinatamente di quel che avesse potuto in quell’agitazione della prima confidenza, e fece menzione più espressa della signora che l’aveva ricoverata nel monastero di Monza, venne a sapere di costei cose che, dandole la chiave di molti misteri, le riempiron l’animo d’una dolorosa e paurosa maraviglia.»
Motivazione: - Linguaggio figurativo: La metafora della “chiave di molti misteri” trasforma la notizia in un oggetto fisico capace di aprire porte (letterali e simboliche). L’ossimoro “dolorosa e paurosa maraviglia” cattura la complessità emotiva di una rivelazione che è insieme illuminazione e ferita. - Stile narrativo: Il narratore interrompe il flusso temporale (“Potremmo anche soggiunger subito”) per sottolineare l’importanza di ciò che sta per dire. La reticenza (“tre cose… per due almeno”) crea suspense, mentre la ripetizione (“più in particolare, e più ordinatamente”) mima il processo di ricostruzione mnemonica di Lucia. - Rilevanza linguistica: La frase mostra come la lingua possa essere terapeutica o distruttiva. Lucia passa da un racconto frammentario (“in quell’agitazione”) a uno strutturato (“più ordinatamente”), ma la chiarezza non porta sollievo: la notizia è un trauma che si organizza, non che si risolve. Il lessico è psicologico (“animo”, “maraviglia”), ma anche concreto (“chiave”, “misteri”).
14.0.4 4. La notizia come arma (e come condanna)
Frase (2351): «La voce di quella spedizione si sparge immediatamente per tutto il contorno; viene agli orecchi del padre Cristoforo; il quale, attonito non meno che afflitto, domanda al terzo e al quarto, per aver qualche lume intorno alla cagione d’un fatto così inaspettato; ma non raccoglie altro che congetture in aria, e scrive subito al padre Bonaventura, dal quale spera di poter ricevere qualche notizia più precisa. Intanto i parenti e gli amici di Renzo vengono citati a deporre ciò che posson sapere della sua prava qualità: aver nome Tramaglino è una disgrazia, una vergogna, un delitto: il paese è sottosopra.»
Motivazione: - Vocabolario e innovazione lessicale: Il termine “prava” (per “cattiva”) è un arcaísmo che conferisce alla frase un tono giuridico-morale: Renzo è già condannato prima di essere giudicato. La triade “disgrazia, vergogna, delitto” è una climax ascendente che trasforma un nome (Tramaglino) in una colpa collettiva. - Stile narrativo: La frase è costruita su due movimenti opposti: La ricerca di verità (padre Cristoforo che “domanda al terzo e al quarto”), con un lessico della precarietà (“congetture in aria”, “qualche lume”). La condanna preventiva (il paese “sottosopra”), con un lessico della violenza istituzionale (“citati a deporre”). La lingua qui mima la polarizzazione sociale: da una parte la voce ufficiale (che condanna), dall’altra la voce popolare (che diffonde e deforma). - Rilevanza linguistica: La frase rivela come la notizia possa essere un dispositivo di controllo. Il nome di Renzo diventa un marchio, e la sua storia viene riscritta prima ancora che lui possa difendersi. Il lessico è giudiziario (“deporre”, “cagione”), ma anche epidemico (“si sparge immediatamente”): la voce si diffonde come un contagio.
14.0.5 5. L’informazione come merce rara (e come salvezza)
Frase (2385): «Per Lucia era una faccenda seria il rimanere distaccata dalla gonnella della madre; ma la smania di saper qualche cosa, e la sicurezza che trovava in quell’asilo così guardato e sacro, vinsero le sue ripugnanze. E fu deciso tra loro che Agnese andarebbe il giorno seguente ad aspettar sulla strada il pesciaiolo che doveva passar di lì, tornando da Milano; e gli chiederebbe in cortesia un posto sul baroccio, per farsi condurre a’ suoi monti.»
Motivazione: - Linguaggio figurativo: La “gonnella della madre” è una sineddoche che rappresenta il legame affettivo, ma anche la protezione fisica (la gonna come rifugio). La “smania di saper qualche cosa” è un hunger informativo descritto come bisogno primario, quasi fisiologico. - Stile narrativo: La frase è costruita su un conflitto interno (“vinsero le sue ripugnanze”), risolto da una decisione pratica (“fu deciso tra loro”). Il lessico è minimalista (“faccenda seria”, “in cortesia”), ma la sintassi è dinamica: il periodo si chiude con un’azione concreta (“per farsi condurre a’ suoi monti”), che trasforma l’informazione in movimento. - Rilevanza linguistica: Qui la lingua registra la scarsità di notizie come condizione esistenziale. Il pesciaiolo diventa un messaggero occasionale, e la sua mercanzia (il pesce) è meno importante della sua funzione di tramite. Il lessico è economico (“in cortesia” = scambio non monetario), ma anche geografico (“a’ suoi monti”): l’informazione è legata al territorio e alla sopravvivenza.
14.0.5.1 Criteri aggiuntivi emersi dall’analisi
Oltre a quelli proposti, sono emersi altri due criteri rilevanti: 1. Linguaggio come specchio delle gerarchie sociali: - Le notizie si diffondono in modo diverso a seconda di chi le riceve (es. Bortolo in (3391) dosa le informazioni in base al potere dell’interlocutore). - Il lessico burocratico (“commission”, “riscontro positivo”) o giuridico (“deporre”, “prava qualità”) segnala l’asimmetria tra chi detiene il potere e chi ne è vittima.
- La notizia come oggetto fisico:
- Le informazioni vengono maneggiate come oggetti: “regalate” (3391), “stampate” (3391), “chiave” (4605), “merce” (2385).
- Questo materializza l’astrazione della comunicazione, rendendola tangibile e vulnerabile (può essere nascosta, deformata, scambiata).
e frasi selezionate mostrano come la circolazione delle notizie sia un motore narrativo che plasma destini, crea tensioni e rivela le dinamiche di potere. La lingua, in questi passaggi, non è mai neutra: velocizza, inganna, illumina o condanna, a seconda di chi la controlla e di chi la subisce. Il titolo proposto (La circolazione delle informazioni e i suoi effetti nella rete umana) cattura questa doppia natura della comunicazione: strumento di connessione e arma di divisione.
15 L’arte della mediazione: parole, potere e strategie linguistiche
«A noi poverelli le matasse paion più imbrogliate, perché non sappiam trovarne il bandolo; ma alle volte un parere, una parolin d’un uomo che abbia studiato… so ben io quel che voglio dire. Fate a mio modo, Renzo; andate a Lecco; cercate del dottor Azzecca-garbugli, raccontategli… Ma non lo chiamate così, per amor del cielo: è un soprannome.» (288) Motivazione: Esemplifica il linguaggio figurativo** (“matasse imbrogliate”, “bandolo”) e la gerarchia sociale veicolata attraverso il lessico (il “poverello” vs. l’“uomo che ha studiato”). Il soprannome “Azzecca-garbugli” rivela una ironia popolare che smaschera l’inefficacia del potere, ma anche la necessità di adattare il linguaggio al contesto (non chiamarlo così “per amor del cielo”).
«Io vi parlo da amico: le scappate bisogna pagarle: se volete passarvela liscia, danari e sincerità, fidarvi di chi vi vuol bene, ubbidire, far tutto quello che vi sarà suggerito. Mentre il dottore mandava fuori tutte queste parole, Renzo lo stava guardando con un’attenzione estatica, come un materialone sta sulla piazza guardando al giocator di bussolotti, che, dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro, che non finisce mai.» (343) Motivazione: Stile narrativo** e linguaggio figurativo si fondono in una metafora teatrale (il “giocator di bussolotti”) che descrive l’inganno verbale. Il lessico è ambivalente: “amico”, “vi vuol bene” suonano come falsi segnali di complicità, mentre “ubbidire” e “sincerità” sono parole-chiave di un discorso manipolatorio. La ripetizione di “stoppa” e “nastro” crea un effetto ipnotico, specchio della fascinazione di Renzo.
«Se poi la scappata fosse tutta vostra, via, non mi ritiro: ho cavato altri da peggio imbrogli… Purché non abbiate offeso persona di riguardo, intendiamoci, m’impegno a togliervi d’impiccio: con un po’ di spesa, intendiamoci. Dovete dirmi chi sia l’offeso, come si dice: e, secondo la condizione, la qualità e l’umore dell’amico, si vedrà se convenga più di tenerlo a segno con le protezioni, o trovar qualche modo d’attaccarlo noi in criminale, e mettergli una pulce nell’orecchio; perché, vedete, a saper ben maneggiare le gride, nessuno è reo, e nessuno è innocente.» (341) Motivazione: Rilevanza linguistica** per la strategia retorica del potere. Il lessico è tecnico-giuridico (“gride”, “criminale”, “reo”) ma usato in modo cinico e strumentale (“nessuno è reo, e nessuno è innocente”). La ripetizione di “intendiamoci” segnala una negoziazione implicita, mentre “pulce nell’orecchio” è una metafora animalesca che riduce la giustizia a un gioco di pressioni.
«- E in quella febbre di passioni, volle che il segretario mettesse subito mano alla penna, e rispondesse. Dopo l’espressioni più forti che si possano immaginare di pietà e di terrore per i casi di Lucia, - scrivete, - proseguiva dettando, - che io il cuore in pace non lo voglio mettere, e non lo metterò mai; e che non son pareri da darsi a un figliuolo par mio; e che i danari non li toccherò; che li ripongo, e li tengo in deposito, per la dote della giovine; che già la giovine dev’esser mia; che io non so di promessa; e che ho ben sempre sentito dire che la Madonna c’entra per aiutare i tribolati, e per ottener delle grazie, ma per far dispetto e per mancar di parola, non l’ho sentito mai; e che codesto non può stare; e che, con questi danari, abbiamo a metter su casa qui; e che, se ora sono un po’ imbrogliato, l’è una burrasca che passerà presto -; e cose simili.» (3421) Motivazione: Stile narrativo** e innovazione lessicale nel flusso di coscienza del personaggio. Il discorso è frammentato, ossessivo, ripetitivo (“e che… e che…”), con incisi popolari (“l’è una burrasca”) e contraddizioni logiche (la Madonna invocata per giustificare un sopruso). La retorica della prepotenza si maschera da linguaggio emotivo (“febbre di passioni”), rivelando come il potere distorca anche la pietà religiosa.
«- Ve n’andate per i fatti vostri; e nessuno saprà che siete stato nelle mani della giustizia. E voi altri, - continuò poi, voltandosi a’ birri, con un viso severo: - guardate bene di non fargli male, perché lo proteggo io: il vostro dovere bisogna che lo facciate; ma ricordatevi che è un galantuomo, un giovine civile, il quale, di qui a poco, sarà in libertà; e che gli deve premere il suo onore.» (2059) Motivazione: Linguaggio del potere istituzionale** che gioca su registri opposti: la minaccia velata (“guardate bene di non fargli male”) si alterna alla lusinga (“galantuomo”, “giovine civile”). L’ossimoro tra “dovere” e “protezione” rivela la doppia morale della giustizia: si obbedisce alla legge, ma si tutela chi conta. La frase è un esempio di come il linguaggio crei gerarchie (il “galantuomo” vs. i birri).
«- Io voglio esser vostra moglie, - e non c’era verso che potesse proferir quella parola, e spiegar quell’intenzione, senza fare il viso rosso: - io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all’altare. Lasciamo fare a Quello lassù.» (775) Motivazione: Stile narrativo** e linguaggio dei personaggi si intrecciano. Lucia usa un lessico semplice ma carico di significato morale (“strada diritta”, “timore di Dio”, “Quello lassù”), che contrasta con la retorica manipolatoria degli altri personaggi. L’imbarazzo fisico (“viso rosso”) è reso attraverso la ripetizione (“vostra moglie”) e la correzione (“ma per la strada diritta”), mostrando come la lingua rifletta la psicologia.
«- so io quel che dico, - riprese Renzo: - non è quel latino lì che mi fa paura: quello è un latino sincero, sacrosanto, come quel della messa: anche loro, lì, bisogna che leggano quel che c’è sul libro. Parlo di quel latino birbone, fuor di chiesa, che viene addosso a tradimento, nel buono d’un discorso.» (4703) Motivazione: Innovazione lessicale** e linguaggio figurativo nella distinzione tra latino “sincero” e “birbone”. Renzo demistifica il potere** attraverso una metafora spaziale (“fuor di chiesa”) e morale (“tradimento”). Il lessico è popolare ma preciso: “sacrosanto” vs. “birbone” crea un antitesi che rivela la sfiducia nelle istituzioni.
15.0.0.1 Criteri aggiuntivi emersi
- Linguaggio come arma di classe: Le frasi mostrano come il potere (giuridico, ecclesiastico, nobiliare) usi il lessico tecnico o formale per intimidire o confondere (es. 341, 2059), mentre i personaggi subalterni ricorrono a metafore concrete (288, 343) o ripetizioni ossessive (3421) per esprimere frustrazione.
- Silenzio e omissioni: In alcune frasi (es. 352: “Che volete ch’io faccia de’ vostri giuramenti?”), il non detto è più eloquente delle parole, rivelando sfiducia o rifiuto della mediazione.
- Linguaggio religioso vs. linguaggio del potere: Il contrasto tra formule devozionali (4438: “preghi per me, che n’ho bisogno tanto”) e discorsi cinici (3421: la Madonna usata come scusa) mostra come la stessa lingua possa essere piegata a fini opposti.
Nota finale: Le frasi scelte non esauriscono l’argomento, ma ne colgono i nodi linguistici cruciali: la mediazione come negoziazione di potere, l’uso strumentale del lessico, e la tensione tra registro popolare e istituzionale. La selezione privilegia esempi in cui la lingua è protagonista, non mero veicolo di contenuti.
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