Oresme - Questiones in Meteorologica de ultima lectura | dL
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1 Studio sulla tradizione manoscritta della seconda redazione delle “Questioni sulla Meteorologia” di Oresme
Analisi dei dati editoriali e della descrizione codicologica di un volume accademico.
Il testo fornisce i dati bibliografici, le note editoriali e l’inizio della descrizione della tradizione manoscritta per un volume dedicato alla seconda redazione delle Questiones super Metheora di Nicole Oresme. Il volume è un’edizione critica o uno studio scientifico pubblicato da Brill nel 2021, a cura di Aurora Panzica, e finanziato in accesso aperto dal Fondo Nazionale Svizzero per la Scienza. La peculiarità principale è la dettagliata sezione dedicata alla descrizione dei manoscritti, che costituisce il corpo centrale delle informazioni fornite.
Il testo si apre con i consueti elementi paratestuali di un’opera accademica: il dettaglio dell’illustrazione di copertina, i crediti di finanziamento, i dati catalografici, gli ISBN e le note sul copyright e sulla produzione sostenibile del libro. La frase “Cover illustration: Detail of Uppsala, Universitetsbibliotek, Ms. C 596, f. 2r” - (fr:4) [Illustrazione di copertina: Particolare del manoscritto C 596, f. 2r, della Biblioteca Universitaria di Uppsala] stabilisce immediatamente il legame con la ricerca manoscritta. L’indicazione che “The Open Access publication of this volume was financed by the Swiss National Science Foundation” - (fr:5) [La pubblicazione in accesso aperto di questo volume è stata finanziata dal Fondo Nazionale Svizzero per la Scienza] testimonia un modello contemporaneo di diffusione della ricerca.
Il significato storico e filologico è racchiuso nel titolo del primo capitolo riportato nell’indice: “The Manuscript Tradition of the Second Redaction of Nicole Oresme’s Questions on Meteorology: Manuscript Descriptions and a Study of Their Relationships” - (fr:13) [La tradizione manoscritta della seconda redazione delle Questioni sulla Meteorologia di Nicole Oresme: Descrizioni dei manoscritti e studio delle loro relazioni]. Questo evidenzia l’obiettivo principale del volume: ricostruire la storia testuale di un’opera scientifica medievale attraverso l’analisi codicologica comparata.
La parte più sostanziosa è l’elenco sistematico dei dieci manoscritti identificati, conservati in biblioteche di diverse nazioni europee (Svizzera, Germania, Polonia, Austria). Ogni voce fornisce la segnatura precisa, l’intervallo di fogli pertinenti e un codice identificativo abbreviato tra parentesi. La struttura è rigorosa e ripetitiva, come mostrano le voci consecutive: “Basel, Universitätsbibliothek, lat. F i 11, ff. 4r–85r (Ba)” - (fr:13,14,15) [Basilea, Biblioteca Universitaria, lat. F i 11, ff. 4r–85r (Ba)] e “Berlin, Staatsbibliothek—Preußischer Kulturbesitz, lat. fol. 631, ff. 39r–114r (Be)” - (fr:17,18,19,20) [Berlino, Biblioteca di Stato—Preußischer Kulturbesitz, lat. fol. 631, ff. 39r–114r (Be)]. Questo elenco non è un semplice inventario, ma la base documentale per lo studio delle relazioni filologiche tra i testimoni, fondamentale per stabilire un testo critico affidabile dell’opera di Oresme. Il dato rilevante è la dispersione geografica della tradizione manoscritta, che attesta la circolazione e lo studio di questo testo nel tardo medioevo.
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2 Scoperta e analisi di due redazioni del commento di Nicole Oresme ai “Meteorologici”
Individuazione e datazione di due diverse versioni delle “Questioni sui Meteorologici” di Nicole Oresme, con implicazioni per la ricostruzione del suo pensiero filosofico.
Il testo tratta della scoperta di una nuova, più antica redazione del commento di Nicole Oresme ai Meteorologici di Aristotele, trasmessa in un manoscritto parigino del Questo manoscritto, Darmstadt, Universitäts- und Landesbibliothek, Hs. 2197, è il più antico testimone conosciuto di un’opera di Oresme ed è stato copiato da due suoi studenti sotto la sua diretta supervisione: “This important manuscript, which was copied bytwostudentswritingunderOresme’sdirectsupervision,4istheoldestidentified witness of an Oresmian text” - (fr:86). Contiene sia un commento letterale (ff. 100ra–123ra) che uno per questioni (ff. 58ra–82rb e 125ra–127vb), entrambi esplicitamente attribuiti a Oresme nel codice: “Expliciunt questiones primi Metheororum compilate ante magistrum Nicholaum de Oresme Normannum Deo gratias” - (fr:72).
L’analisi testuale e dottrinale dimostra che questa versione, definita prima lectura o redactio antiqua, precede la redazione delle Questiones già nota agli studiosi, qui chiamata ultima lectura o redactio nova: “Thereistextualanddoctrinalevidencethatthesetwonewlydiscoveredtexts predate the question commentary on Aristotle’s Meteorology by Oresme that was previously known in the literature” - (fr:85). La redazione più antica presenta argomenti ricchi e profondi, ma talvolta meno coerenti e formulati in modo meno chiaro rispetto a quella successiva: “in this text, Oresme’s arguments are rich and profound, but sometimes inconsistent, and not as clearly formulated as in the previously known set of questions” - (fr:87). In essa, Oresme sembra ancora alla ricerca della sua via filosofica, esplorando soluzioni che poi abbandonerà: “Oresme is searching for his own philosophical path, exploring solutions that he would subsequently abandon” - (fr:88).
Un esempio cruciale di questa evoluzione dottrinale riguarda l’influenza astrale. Nella prima lectura, Oresme difende tesi astrologiche, sostenendo che l’influenza astrale agisca anche sulle qualità secondarie, che le congiunzioni planetarie influenzino eventi socio-politici e che l’osservazione delle stelle permetta di prevedere fenomeni atmosferici: “he defends the astrological theses that astral influence acts not only on primary, but also on secondary qualities (question i.3); that planetary conjunctions affect social and political events (question i.5); and that the observation of the stars allows us to predict atmospheric phenomena (question ii.5)” - (fr:89). Nella ultima lectura, invece, tende a sminuire l’importanza delle cause celesti, spiegando i fenomeni naturali principalmente con principi sublunari: “Oresme tends to belittle the importance of celestial causes and to explain natural phenomena mainly on the basis of sublunary principles” - (fr:90).
La datazione della ultima lectura è incerta, ma si colloca probabilmente durante l’insegnamento di Oresme alla Facoltà delle Arti di Parigi, tra l’inizio degli anni 1340 e il 1356, anno in cui divenne Gran Maestro di Teologia al Collegio di Navarra. Alcuni autoreferimenti interni a commenti di altre opere aiutano a stabilire una cronologia relativa. Ad esempio, in una questione, Oresme cita la sua teoria dell’impetus discussa nel primo libro del suo commento al De caelo: “concedo nisi aliud obesset; sed modo in eius descensu acquirit quemdam impetum de quo dicebatur super primum Celi” - (fr:114). Questo riferimento potrebbe indicare l’esistenza di una diversa redazione anche del commento al De caelo, diversa da quella edita da Kren.
La ultima lectura è trasmessa da diciannove manoscritti, quasi tutti di origine centro-europea, specialmente da Praga, dove il commento di Oresme era utilizzato per l’insegnamento universitario: “Almost all of these manuscripts originated in Central and Eastern Europe, particularly in Prague. This situation has precise historical reasons, since Oresme’s commentary was used at Prague University for teaching of Aristotle’s Meteorology” - (fr:129, 130). L’opera ebbe un grande impatto sulla ricezione medievale del testo aristotelico, influenzando direttamente altri maestri parigini del XIV secolo come Alberto di Sassonia e Temo Judeo, che basarono i propri commenti su quello di Oresme: “Oresme’s Questions had a great impact on the medieval reception of this Aristotelian text, starting with other Parisian masters of the fourteenth century, namely Albert of Saxony and Themo Iudeus, who based their commentaries on that of Oresme” - (fr:131).
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3 La tradizione manoscritta e il problema dell’autenticità del commento di Oresme ai Meteorologica
Analisi della trasmissione testuale e del dibattito storiografico sulle Questiones super Meteorologica attribuite a Nicole Oresme.
Il testo fornisce un resoconto dettagliato sulla tradizione manoscritta e sulle problematiche filologiche legate al commento alle opere meteorologiche di Aristotele, attribuito al maestro parigino del XIV secolo Nicole Oresme. Vengono elencati i testimoni manoscritti di due opere: le Questiones di Themo Judeus e quelle di Blasio da Parma. Per Themo, si menzionano manoscritti conservati a Monaco, Venezia e Parigi, oltre alle prime edizioni a stampa di Pavia (1480) e Venezia (fr:156-163). Per Blasio, si indicano cinque manoscritti, tra cui uno a Chicago e diversi nella Biblioteca Apostolica Vaticana, uno dei quali contiene solo poche questioni (fr:164-174). Un recente studio ha identificato l’ultimo di questi testimoni (fr:175-177). In particolare, si segnala che nel commento di Blasio, alla questione iii.6, c’è un riferimento esplicito alla teoria dell’arcobaleno di Oresme: “Prime difficultati respondet Nicholaus Horen et facit hanc ymaginationem ut quod in apparitione iridis sunt ymaginandi plures ordines guttarum aque, quarum alique sunt propinquiores oculo” - (fr:178-180) [“Alla prima difficoltà risponde Niccolò Oresme e fa questa immaginazione, che nell’apparizione dell’iride si devono immaginare molti ordini di gocce d’acqua, alcune delle quali sono più vicine all’occhio”].
Il fulcro del testo è il dibattito storiografico sulla seconda redazione delle Questiones di Oresme sui Meteorologica, la cui influenza in Europa Centrale e Orientale fu “diretta e profonda” (fr:181), come dimostrato dai commenti di maestri polacchi del XV secolo che lo citano esplicitamente (fr:182). Lo storico Alexander Birkenmajer notò un fatto cruciale: gran parte del terzo libro del commento di Oresme è “quasi identico” al corrispondente libro nelle Questiones di Themo Judeus (fr:182). Questa parte presenta “molte incongruenze filosofiche e testuali”, contenendo tesi altrove rifiutate da Oresme e riferimenti interni assenti nel suo testo ma presenti in quello di Themo (fr:183). Considerando che tutti i manoscritti da lui consultati provenivano dall’Europa Centrale, Birkenmajer concluse che la forma trasmessa non è quella originale, ma mostra “evidenza di una contaminazione” tra i testi di Oresme e di Themo, probabilmente operata all’Università di Praga per scopi didattici (fr:184-186).
Questa ricostruzione fu rifiutata da McCluskey, il quale propose che fu lo stesso Oresme, preparando le sue lezioni, a prendere “lunghi passaggi” dalle Questiones di Themo senza armonizzarli pienamente (fr:187, 195). L’autore del testo respinge la spiegazione di McCluskey come “insoddisfacente” (fr:196), sostenendo che la soluzione al puzzle potesse venire solo da una copia parigina del testo di Oresme. Tale copia, il manoscritto Parigi, BnF, lat. 15156, fu scoperta da Thorndike nel 1954 (fr:197-198, 210). Tuttavia, questo testimone si interrompe bruscamente a metà frase alla questione ii.10, per poi riprendere con il commento di Alberto di Sassonia, e quindi non può risolvere il problema dell’autenticità del terzo libro (fr:199-200).
Un collazione del testo del manoscritto parigino con gli altri testimoni ha rivelato “molte importanti differenze”, più sottili che nel terzo libro, che dimostrano “l’esistenza di due diverse tradizioni” del testo di Oresme e “la superiorità della tradizione parigina” (fr:201-203). Questa situazione peculiare della tradizione manoscritta impone l’adozione di diversi principi editoriali. L’autore ha scelto di non produrre un testo composito, ma di pubblicare prima un’edizione basata sul manoscritto parigino, utilizzando le varianti della famiglia centroeuropea solo quando il testimone parigino è difettoso, coprendo così il primo libro e le prime dieci questioni del secondo libro (fr:211-212). Il resto del testo sarà presentato in un’edizione separata. L’intenzione è che questa edizione parziale fornisca “importanti evidenze” per facilitare la valutazione dei problemi posti dal terzo libro nel contesto più ampio del commento di Oresme (fr:213-215).
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4 Descrizione codicologica e contenutistica del manoscritto
Un codice miscellaneo di filosofia naturale tardo-medievale, con opere di Oresme, Buridano e Alberto di Sassonia.
Il manoscritto in esame è un volume rilegato, caratterizzato da “due fibbie sulla copertina anteriore” (fr:371), sebbene “la cinghia e la piastra di chiusura siano mancanti” (fr:372). La legatura è identica a quella di un altro manoscritto indicato come F i ii (fr:373). Una guardia cartacea, numerata 1, contiene una dichiarazione che ne specifica il contenuto acquistato dall’Università: “Hunc librum emebat universitas de libris magistri Petri de Olma et continetur in eo vide signa. Item primo continentur in eo questiones super libris Metheororum magistri N. Orem; secundo questiones Biridani super libris De generatione et corruptione; tertio questiones super libris De anima; quarto questiones super libris De celo et mundo; quinto quedam puncta circa computum manualem” (fr:374) [“L’Università comprò questo libro dai libri del maestro Pietro di Olomouc e in esso si contiene, vedi i segni. In primo luogo, in esso si contengono le questioni sui libri dei Meteorologici del maestro N. Oresme; in secondo luogo le questioni di Buridano sui libri Della generazione e della corruzione; in terzo luogo questioni sui libri Dell’anima; in quarto luogo questioni sui libri Del cielo e del mondo; in quinto luogo alcuni punti sul computo manuale”].
La struttura materiale del codice è organizzata in fascicoli principalmente sestemi (senioni), secondo una formula dettagliata che va dal fascicolo i al xii (fr:378). Il manoscritto “consiste di due parti principali” (fr:379): la prima copre i fascicoli i–v (cc. 2–63) e la seconda i fascicoli vi–xii (cc. 64–140) (fr:380, 381). Segnature medievali nei fascicoli i–v, che recano numerazioni come “nonus”, “decimus” (fr:383), provano che il volume aveva una disposizione diversa nel Medioevo. Altre segnature riflettono l’ordinamento attuale, come “quartus” e “quintus” (fr:385). Questa originaria divisione in due parti è confermata da due foliazioni medievali distinte per ciascuna parte (fr:386). Una terza foliazione moderna estesa a tutto il volume presenta un errore tra la carta 72 e la 73, dove un foglio è stato numerato “72°” (fr:387). Le relazioni numeriche tra le foliazioni medievali e quella moderna sono precisate per ciascuna parte del volume (fr:388, 389).
Il contenuto del codice è “molto simile” a quello del manoscritto F i 11 (fr:391). Esso comprende, in successione: le “Questiones on Meteorology” di Nicole Oresme (cc. 2ra–63va) (fr:392); la “redactio B” delle “Questions on De generatione et corruptione” di Giovanni Buridano (cc. 64ra–86rb) (fr:393); una “versione breve della redactio A” delle “Questions on De anima” di Buridano (cc. 87ra–120ra) (fr:394); e le “Questions on De celo” di Alberto di Sassonia “in una forma abbreviata” (cc. 122ra–139rb) (fr:395). L’incipit di quest’ultima opera è riportato: “Circa librum De celo et mundo Aristotelis queritur primo questio talis: utrum cuilibet corpori simplici naturaliter insit tantum unum motus simplex. Et arguitur quod non” (fr:398) [“Circa il libro Del cielo e del mondo di Aristotele si pone per primo questa questione: se a ciascun corpo semplice insista naturalmente un solo moto semplice. E si argomenta di no”]. Il codice contiene inoltre una questione anonima di logica (120va–121ra) e alcuni “Puncta on the Computum manuale” (cc. 139rb–140va) (fr:399, 400).
Per quanto riguarda le “Questions on Meteorology”, il testo è esplicitamente attribuito a Nicole Oresme da un colophon e da una tabula: “Et sic est finis questionum Oren super Metheororum”, c. 63ra; “et tantum de questionibus Metheororum magistri N. Orem”, c. 63va (fr:401). Il testo è copiato da “mani diverse che usano inchiostri diversi” (fr:402), è disposto su due colonne e presenta segni di paragrafo (pilcrows) in inchiostro marrone evidenziati con un tratto rosso verticale (fr:404). Sono presenti note marginali che fanno riferimento alla struttura del testo (fr:405) e correzioni in inchiostro nero (fr:406). Le prime parole delle questioni iniziali sono in scrittura “textualis” (fr:408), mentre da c. 11va in poi le questioni sono separate solo da uno spazio vuoto (fr:409). In cc. 35v e 43r si trovano “disegni relativi al testo” (fr:410), che è seguito da una tabula dei contenuti (fr:410).
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5 Descrizione e storia del manoscritto Amploniano 7
Un codice composito del XV secolo, testimonianza materiale della trasmissione testuale e dell’attività didattica nella filosofia naturale tardo-medievale.
Il manoscritto è un codice composito, legato in una rilegatura in legno ricoperta di pelle marrone restaurata nel 1974, con due fermagli intatti (fr:522, 523). È costituito da tre parti distinte per dimensioni e tipo di carta (fr:530). La sua storia è ben documentata: una sezione fu copiata a Gottinga nel 1421, come attesta un colofone: “Expliciunt questiones Metheororum reverendi magistri Biridani finite ac peracte in festo sancti Mathie per me, per Petrum filium Francisci de Grinstad… Domo Domini 1421” - (fr:516, 519). Un altro colofone conferma l’origine gotingense: “Explicit liber De sensu et senssato [sic] et dicta per me Henricum Wetter [Wecter or Voecter] in Gottingen” - (fr:520, 560). In seguito, il volume entrò a far parte della biblioteca del Collegium Porta Celi all’Università di Erfurt, fondato da Amplonius Rating de Berka nel 1433, dove ricevette la segnatura “7” (fr:521). Questa provenienza è confermata da note medievali sulle guardie: “liber librarie collegii porte celi” e “septimus naturalis in novis” (fr:526, 528).
L’organizzazione interna è complessa. Un indice medievale elenca i contenuti: “In isto volumine continentur: Questiones Parvorum Naturalium reverendi magistri Marsilii de Inghen; Questiones Meteororum reverendi magistri Biridani; Commentum Parvorum Naturalium reverendi magistri Marsilii; Problemata Aristotelis principis philosophorum; item quod quatuor modis febris cotidiana solet evenire” - (fr:529). La struttura fascicolare è dettagliata, con segnature in inchiostro rosso nei primi quattro fascicoli della seconda parte (fr:534). Presenta una foliazione moderna a matita con una correzione: due fogli furono numerati 196, richiedendo una numerazione aggiuntiva (fr:537). Alcuni fogli (61v–63r) sono lasciati in bianco (fr:536).
Il contenuto è prevalentemente filosofico-scientifico, incentrato su commenti aristotelici. Comprende le Questiones e l’Expositio di Marsilio di Inghen sui Parva naturalia (ad esempio, “Questiones super librum De sensu et sensato”, “Expositio libri De memoria et reminiscentia”) (fr:541-544, 551-559), una raccolta di “Problemata” tratta in parte dall’omonima opera aristotelica (fr:545), e una nota medica sulla febbre quotidiana: “febris cottidiana quattuor modis solet evenire” - (fr:566).
Un elemento di particolare rilievo è il testo delle Questiones on Meteorology (ff. 64ra–167rb). Il colofone le ascrive per intero a Giovanni Buridano (fr:516, 545), ma l’analisi moderna ha corretto questa attribuzione: solo i primi tre libri sono di Buridano, mentre il quarto è opera di Nicole Oresme (fr:547, 572). Questa errata attribuzione ha causato confusione nei cataloghi storici (fr:568). Il testo è disposto in due colonne di circa quarantacinque righe ciascuna, con inchiostro marrone. La decorazione è incompleta: le rubriche si interrompono al f. 68va e gli incipit delle questioni in textualis arrivano solo alla questione i.2 (fr:548). L’incipit del prologo delinea l’importanza dello studio dei fenomeni meteorologici: “Ut habetur in prohemio De anima, constat quod scientiam libri Metheororum valde reputare debemus aliis nobiliorem et super cetera appetibilem; opera namque metheoroloyca inter cetera nobis apparentia sunt mirabiliora” - (fr:573) [Come si afferma nel proemio del De anima, è chiaro che dobbiamo ritenere la scienza del libro dei Meteorologica di gran lunga più nobile delle altre e più desiderabile sopra ogni cosa; infatti, le opere meteorologiche sono più mirabili tra tutte le cose che ci appaiono]. La prima questione si apre con un dubbio metodologico: “Queritur primo utrum de impressionibus metheoroloicis sit tradenda scientia naturalis distincta a scientia De celo et mundo et De generatione et corruptione, De mineralibus et De anima et animatis” - (fr:575) [Si indaga in primo luogo se riguardo alle impressioni meteorologiche debba essere fornita una scienza naturale distinta dalla scienza Del cielo e del mondo, Della generazione e della corruzione, Dei minerali e Dell’anima e degli esseri animati].
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6 Studio di un manoscritto scientifico medievale: provenienza, contenuto e storia
Analisi di un codice del 1406 contenente questioni filosofico-naturali, copiato a Praga da uno studente polacco.
Il testo fornito è un estratto descrittivo di carattere storico-codicologico, incentrato su un manoscritto scientifico medievale (Kraków, Biblioteka Jagiellońska, cod. 2095). L’elemento peculiare è la sua natura di testimonianza diretta della circolazione del sapere e delle pratiche accademiche nell’Europa centrale del primo Quattrocento. Il manoscritto non è solo un veicolo di testi, ma un documento storico che registra attività didattiche, reti intellettuali e percorsi individuali.
Il nucleo informativo riguarda l’origine, la datazione e la composizione materiale del codice. La data precisa è il 1406, e il luogo di copia è lo Studium dell’Università di Praga, come attestato dai colofoni. Il copista e primo proprietario è identificato in “Iohannes Stolle de Glogovia”, uno studente polacco. Il testo evidenzia il suo ruolo attivo nell’ambiente universitario: egli non solo copiò il manoscritto, ma vi registrò di aver “reportate” le questioni sulla Fisica di Aristotele tenute dal maestro scozzese Laurentius Londoriensis e di aver “comparate” le questioni sui Meteorologica di Nicole Oresme. Questo rende il codice una fonte primaria sulle lezioni seguite e sui testi utilizzati a Praga in quel periodo.
La descrizione materiale è dettagliata: si specifica che è di carta, misura mm 210x150, conta 308 fogli (ff. i+308) ed è legato con assi di legno e cartone. Si notano anche segni di usura: “The front cover is detached” - (fr:836) [La copertina anteriore è staccata] e “The first guard-leaf has been torn away” - (fr:837) [Il primo foglio di guardia è stato strappato via].
La storia successiva del manoscritto è tracciata attraverso note di possesso. Dopo essere stato di Iohannes Stolle, il codice entrò a far parte della biblioteca del “Collegii Artistarum” di Praga, come indicato dalla nota “liber comitatis Maioris Collegii Artistarum” - (fr:833). Un’ulteriore nota, aggiunta da un’altra mano, lo identifica come “liber vetustissimus Pragensis Studii” - (fr:834) [libro antichissimo dello Studio di Praga], sottolineandone il valore storico già in epoca antica.
Il profilo biografico del copista viene approfondito: Iohannes Stolle non fu solo uno studente, ma in seguito divenne maestro, insegnando “at Krakow and Vienna” - (fr:839) [a Cracovia e Vienna]. Ciò illustra la mobilità degli intellettuali tra i principali centri universitari dell’Europa centro-orientale (Praga, Cracovia, Vienna) e fa del manoscritto un esempio concreto della trasmissione del sapere lungo queste rotte.
Il contenuto filosofico-scientifico del codice è delineato attraverso l’incipit di una tabella dei contenuti, che elenca: “questiones Phisicorum … problemata collecta de Problematibus Aristotilis … questiones Metheororum” - (fr:841) [questioni sulla Fisica … problemi raccolti dai Problemata di Aristotele … questioni sui Meteorologica]. Ciò colloca il manoscritto nel solco del commentario universitario tardo-medievale alla filosofia naturale aristotelica, con autori di riferimento come Buridano e Alberto di Sassonia, menzionati nelle note bibliografiche iniziali.
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7 Analisi della tradizione manoscritta delle Questioni sulla Meteorologia di Nicola Oresme
Studio filologico e stemmatico della seconda redazione del commento di Oresme, con esempi di varianti testuali e ricostruzione delle famiglie di manoscritti.
Il testo analizzato è un estratto di uno studio filologico che indaga la tradizione manoscritta della seconda redazione delle Questiones super Meteorologica di Nicola Oresme. L’analisi si concentra sulla ricostruzione delle relazioni tra i vari codici, identificando due rami principali: il manoscritto P (di probabile origine parigina) e la famiglia β, che comprende tutti gli altri testimoni, di origine centro-europea, legati in particolare all’Università di Praga.
L’autore sostiene, attraverso un’ampia collazione, la superiorità testuale di P rispetto alla famiglia β. In caso di divergenza, P fornisce generalmente lezioni migliori e più coerenti con il pensiero di Oresme, mentre i manoscritti di β presentano errori, omissioni e lectiones faciliores che sembrano frutto di una corruttela o di una rielaborazione successiva. “Given the differences between manuscript P and all other copies, one might consider it to be corrupted, but following a complete collation of the text, it seems to me that in the majority of cases where P and manuscripts of family β disagree, it is P that provides the better variants” - (fr:1828).
La famiglia β si suddivide a sua volta in due sottogruppi, γ e δ, distinti da omissioni ed errori condivisi. All’interno di γ viene identificata una sottofamiglia η (manoscritti Ba, Ba1, Kr, Kr1, Kr2, Wi), caratterizzata da una sistematica riorganizzazione della struttura argomentativa del testo (ad esempio, l’omissione delle divisiones textus e la riformulazione delle parti metadiscorsive), probabilmente riconducibile a una pronuntiatio praghese. “These variants are not isolated and did not occur by accident during the copying process, but derive from a systematic reworking of the text” - (fr:2001).
Lo studio fornisce numerosi esempi concreti di varianti che dimostrano la superiorità di P. Tra i più significativi: * In i.3, dove Oresme discute di continuità e contiguità, P utilizza l’esempio della Senna (Secana), un fiume, per illustrare come parti di un corpo continuo possano muoversi in direzioni diverse. I manoscritti di β sostituiscono Secana con “lancea mota ad latus” - (fr:1841) [una lancia mossa lateralmente], un esempio meno pertinente perché il moto di una lancia ruotata è omogeneo. * In i.8, sulla relazione tra moto e calore, un argomento contrario afferma che una zuppa calda (poreta) si raffredda se mossa. P mantiene poreta, mentre β la sostituisce con Boreas (il vento del nord), forse per rendere il termine più consono al campo semantico meteorologico, ma rendendo meno comprensibile la risposta di Oresme, che spiega il raffreddamento con il contatto con particelle d’aria fredda. * In i.9, P afferma correttamente che il fuoco è “unum corpus de corporibus lucidis” - (fr:1867) [uno dei corpi luminosi]. La maggior parte dei manoscritti di β riporta erroneamente “minimum corpus de corporibus magnis” - (fr:1868) [il più piccolo dei corpi grandi], errore nato probabilmente da una somiglianza grafica nelle abbreviazioni. * In i.15, riguardo alla natura dei cometi, P riporta correttamente che il loro moto circolare è preter naturam (prenaturale), coerentemente con quanto stabilito in i.8. I manoscritti di β sostituiscono preter naturam con violenter (violento), contraddicendo la dottrina di Oresme. * In ii.1, per descrivere la generazione di fenomeni ignei, P utilizza il termine tecnico extrusio (eiezione), attestato nella traduzione latina della Meteorologica. I manoscritti di β lo sostituiscono con lezioni errate come incensionem (accensione) o intensionem (intensificazione).
Lo studio ha anche un significato storico-culturale, in quanto testimonia la ricezione e l’utilizzo delle opere dei maestri parigini (come Oresme) e oxoniensi nelle università dell’Europa centrale, in particolare a Praga. I manoscritti di β sono collegati a questa area geografica e le modifiche testuali riscontrate, specialmente nella sottofamiglia η, riflettono le pratiche didattiche locali, come la pronuntiatio. “The discovery of a Parisian manuscript provides possible confirmation of Birkenmajer’s assumption, as this codex transmits a slightly different text than the other witnesses of Oresme’s Questions” - (fr:1827).
Sulla base di queste analisi, l’editore decide di adottare P come testo base per l’edizione critica, integrandolo solo laddove presenti errori manifesti, e di utilizzare una selezione di manoscritti di β (Ba, Kl, L, U) come rappresentanti dei vari sottogruppi per l’apparato critico. Viene infine fornito un dettagliato indice della collocazione di ciascuna questione nei vari manoscritti, strumento utile per la consultazione diretta dei codici.
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8 Analisi di una questione sulla scienza e l’opinione riguardo ai fenomeni meteorologici
Confutazione e difesa della possibilità di una conoscenza scientifica e opinabile dei fenomeni atmosferici, con una distinzione fondamentale tra oggetto prossimo e remoto del sapere.
Il testo è un estratto di una questio medievale, probabilmente scolastica, che si interroga se riguardo alle “impressiones metheorologice” (fenomeni meteorologici o atmosferici) sia possibile avere simultaneamente scientia (conoscenza scientifica) e opinio (opinione). La struttura è dialettica: prima si espongono le ragioni contrarie (argomenti 1-5), poi l’opinione autorevole a favore (Aristotele, Alberto Magno), infine la soluzione dettagliata dell’autore, che passa attraverso definizioni e distinzioni concettuali.
Argomenti iniziali contro la possibilità di scienza e opinione Vengono presentati cinque argomenti logici per negare che sui fenomeni meteorologici si possa avere scienza, o che scienza e opinione possano coesistere. Il primo sostiene che la scienza e l’opinione hanno per oggetto proposizioni, mentre i fenomeni naturali non sono proposizioni: “impressiones autem metheorologice non sunt propositiones” - (fr:2161). Il secondo e il quinto argomento fanno leva sulla natura irregolare e contingente di questi fenomeni, citando Aristotele: “hec autem sunt que accidunt secundum naturam quidem inordinatiorem” - (fr:2178) [“queste sono le cose che accadono secondo una natura peraltro più disordinata”]. Il terzo argomento nega che siano “vere” in senso logico-proposizionale. Il quarto, centrale, afferma che di cose corruttibili non si possono formare proposizioni necessarie, presupposto per la scienza: “impressiones metheorologice sunt corruptibiles; de corruptibili autem, ut videtur, non possunt formari propositiones necessarie” - (fr:2175).
La posizione autorevole e la distinzione chiave Contro questi argomenti si schierano l’autorità di Aristotele e di Alberto Magno, “qui tradiderunt nobis scientiam de impressionibus metheorologicis” - (fr:2179). La soluzione dell’autore richiede un’analisi precisa dei termini. Prima definisce scientia come “habitus adhesivus firmus quo aliquis alicui complexo firmiter vero seu necessario assentit sine formidine ad oppositum propter aliquam evidentiam sumptam per principia” - (fr:2195), cioè un’abitudine mentale che aderisce saldamente a un complesso (proposizione) vero e necessario, senza timore del contrario, grazie all’evidenza tratta dai principi. L’opinio è invece un assenso “cum formidine ad oppositum” - (fr:2197), con timore del contrario.
La distinzione cruciale per risolvere la questione è tra ”scibile/opinabile propinquum” e ”remotum”. Il “propinquum” è il complesso proposizionale stesso che è conosciuto o opinato (es. la proposizione “piove”). Il “remotum” è la res, la cosa significata dal soggetto di quella proposizione (es. la pioggia in sé). “‘Scibile remotum’ dicitur res significata per subiectum talis scibili propinqui” - (fr:2216).
Soluzione della questione Alla luce di questa distinzione, l’autore offre una risposta articolata. Riguardo al complesso proposizionale (“scibile propinquum”), uno stesso fatto non può essere nello stesso tempo e dalla stessa persona oggetto di scienza e di opinione: “impossibile est ab aliquo idem complexum simul sciri et opinari” - (fr:2236). Tuttavia, la stessa proposizione può essere oggetto di scienza per uno (es. Socrate) e di opinione per un altro (es. Platone): “idem complexum potest sciri a Sorte et opinari a Platone” - (fr:2223). Inoltre, se l’infirmità dell’opinione dipende dalla natura contingente della proposizione stessa, allora scienza (che richiede necessità) e opinione non possono avere lo stesso oggetto proposizionale.
La risposta definitiva alla questione iniziale è positiva quando si consideri l’oggetto “remoto”. È perfettamente possibile avere scienza e opinione sulle stesse impressioni meteorologiche, perché queste, in quanto res mundi, possono essere significate sia dal soggetto di una proposizione scientifica sia dal soggetto di una proposizione opinabile. “Impressiones simul possunt significari per subiectum conclusionis scite et per subiectum conclusionis opinate” - (fr:2248). L’esempio paradossale del padre vestito con una pelle d’asino (fr:2184) serve a illustrare come si possa avere un’opinione su di lui (crederlo un asino) e simultaneamente una conoscenza scientifica che lo riguarda (sapere che ogni uomo è capace di ridere).
Risposte agli argomenti iniziali Nella parte finale, l’autore riconduce ciascun argomento contrario alla distinzione da lui operata. Il primo, il secondo e il terzo argomento sono validi se si intende “scibile/opinabile” in senso “propinquo”, ma non in senso “remoto”. Al quarto argomento (mancanza di proposizioni necessarie) risponde in due modi: 1) si possono formulare proposizioni ipotetiche necessarie sui fenomeni meteorologici (es. “si tonitruum est, tonitruum est sonus factus in nubibus” - (fr:2265)); 2) si possono formulare proposizioni categoriche necessarie ma triviali (es. “il tuono è qualcosa”). Al quinto argomento (natura disordinata) concede il punto, ma senza che ciò precluda del tutto la scienza.
Significato storico e metodologico Il testo è un eccellente esempio del metodo scolastico di analisi logico-linguistica applicato a un problema epistemologico. Dimostra lo sforzo di conciliare l’autorità degli antichi (Aristotele) con le esigenze di rigore logico, risolvendo le aporie attraverso sottili distinzioni semantiche. La questione tocca il cuore dell’epistemologia medievale: la possibilità di una scienza del contingente e della natura sublunare, e il rapporto tra l’oggetto fisico e la sua espressione proposizionale nella mente. La distinzione tra “propinquum” e “remotum” salvaguarda sia la necessità interna della scienza dimostrativa sia la possibilità di riferirsi scientificamente al mondo naturale sensibile e mutevole.
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[9.1-157-2418|2574]
9 Argomentazione sulla continuità e governo del mondo sublunare da parte dei cieli
Analisi di un dibattito scolastico sulla relazione fisica e causale tra il mondo celeste e quello terrestre.
Il testo presenta una questione filosofico-naturale articolata in due parti principali: se il mondo inferiore (sublunare) sia continuo o contiguo al cielo, e se ogni virtù o azione in esso sia governata dai moti celesti. L’autore espone prima una serie di obiezioni contro il governo celeste, poi l’autorità di Aristotele a favore, e infine fornisce la propria soluzione strutturata in conclusioni.
9.1 La natura della connessione tra mondo inferiore e cielo
Viene preliminarmente definito il “mondo inferiore” come “questa intera massa che è sotto l’orbita della Luna, ossia nella concavità del cielo, la quale massa è aggregata dai misti e dai quattro elementi” - (fr:2442). Si esamina l’ipotesi che tutta la materia sublunare, e persino quella celeste, formino un’unica massa continua, come un muro le cui parti hanno colori diversi. Tuttavia, la posizione comune viene ritenuta più valida: la continuità richiede che gli estremi siano “uno per sé”, ma l’estremo del mondo inferiore e quello del cielo “non sono uno per sé… poiché sono di specie diverse” - (fr:2452). Pertanto, la relazione non è di continuità ma di contiguità: “gli ultimi di essi non sono uno ma insieme, per il fatto che tra essi non c’è mezzo” - (fr:2459). L’autore riconcilia poi la citazione di Aristotele che parla di “continuo” spiegando che va inteso impropriamente, o che forse il testo originale aveva “contiguo”, in un errore di traduzione o copiatura.
9.2 Il governo del mondo inferiore da parte del cielo: obiezioni e risposte
Prima di esporre le proprie conclusioni, l’autore enumera sei obiezioni contro l’idea che i moti celesti governino ogni cosa nel mondo sublunare: 1. Se così fosse, l’ordine negli eventi terrestri sarebbe perfetto come quello celeste, il che è falso. 2. Governare implica cognizione, ma i moti celesti sono accidenti e il cielo è un corpo semplice, quindi non conoscono. 3. Agire sugli inferiori richiederebbe una materia comune, ma la materia celeste non è soggetta a generazione e corruzione come quella terrestre. 4. Molte cose accadono sottoterra, dove la luce celeste non arriva. 5. Anche se il cielo si fermasse, un sasso cadrebbe e il fuoco brucerebbe la stoppa, mostrando cause indipendenti. 6. Ripete il concetto della quinta obiezione.
L’autore risponde sistematicamente a queste nel corso della trattazione, dopo aver stabilito le proprie conclusioni.
9.3 Le conclusioni sul governo celeste
L’analisi procede con una serie di conclusioni che affermano e qualificano l’azione celeste: 1. Il cielo agisce sul mondo inferiore. La prova è empirica: il Sole causa generazione e corruzione con il suo avvicinarsi e allontanarsi; la Luna governa le maree; i pianeti causano caldo e freddo; la generazione di animali e piante avviene in tempi specifici. Gli astrologi addirittura “dicono che il cielo agisce in queste cose inferiori con fortune e sfortune” - (fr:2472). 2. Il cielo agisce con tre strumenti: moto, luce e influsso. Il moto muove la sfera del fuoco e l’aria; la luce causa calore; l’“influsso” è invece “una qualità insensibile, diffusa per tutto il mezzo” - (fr:2493), distinta dalla luce perché non viene impedita dai corpi opachi e proviene da ogni parte del cielo. È necessario per spiegare fenomeni sotterranei (come la formazione dei metalli) o le maree quando la Luna è a mezzanotte e la sua luce non arriva al mare. 3. Ogni virtù naturale di questo mondo inferiore è governata dal cielo. La ragione principale è che il moto celeste è il primo e eterno motore da cui tutti gli altri dipendono. Da ciò segue necessariamente la contiguità tra mondo e cielo: se ci fosse il vuoto, mancherebbe un mezzo recettivo per luce e influsso, poiché “nulla agisce a distanza se non per mezzo di un mezzo” - (fr:2503). 4. Il cielo non agisce sulla volontà umana costringendola, ma solo inclinandola, per salvaguardare la libertà.
9.4 Risposte definitive alle obiezioni iniziali
Alla luce delle conclusioni, l’autore fornisce le risposte finali: * Alle obiezioni 1 e 2: Non tutto è governato dai cieli (es. la volontà). Inoltre, anche se lo fosse, la maggiore difformità della materia sublunare impedisce un ordine apparente pari a quello celeste. Infine, è l’intelligenza motrice del cielo, non il corpo celeste in sé, a possedere la cognizione che fonda il governo. * All’obiezione 3: Si ammette che cielo e terra non condividano la materia, ma proprio per questo il cielo agisce senza che gli inferiori reagiscano su di lui. * All’obiezione 4: Per i fenomeni sotterranei il cielo concorre con il suo influsso, non con la luce. * Alle obiezioni 5 e 6: La risposta è complessa e distingue tra un livello naturale e uno veritativo. “Naturalmente parlando”, se il cielo si fermasse, forse il sasso non cadrebbe e il fuoco non brucerebbe. Tuttavia, “secondo verità”, anche a cielo fermo, se la Prima Causa (Dio) non ritraesse la sua influenza, quei fenomeni continuerebbero. Tutto dipende in ultima istanza dalla Prima Causa, come la luce dipende dal corpo luminoso: “nel momento in cui la prima causa ritraesse tutta la sua influenza, tutte le cose enti cadrebbero di colpo nel nulla” - (fr:2543). Questa è una chiara correzione filosofico-teologica alla posizione puramente naturale (e condannata) secondo cui l’arresto dei cieli sospenderebbe totalmente le leggi naturali.
9.5 Significato storico e dottrinale
Il testo è un esempio emblematico del metodo scolastico: si articola attorno a una quaestio, esponendo argomenti pro et contra prima di giungere a una soluzione mediana e distinta. Riflette il tentativo di integrare la filosofia naturale aristotelica (l’influenza causale dei cieli, la necessità di un mezzo per l’azione a distanza) con la teologia cristiana (la libertà della volontà, la dipendenza ultima di ogni causa seconda da Dio). La discussione sull’influsso come qualità insensibile e la puntuale correzione alla tesi della condanna parigina del 1277 (citata in fr:2437-2439) mostrano un pensiero che opera al confine tra scienza naturale, cosmologia e metafisica, caratteristico del tardo medioevo.
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[10.1-21-2584|2604]
10 Sulla causalità del moto celeste nei processi terrestri
Analisi di una disputa scolastica sull’ipotetico arresto del cielo e la persistenza dei fenomeni sublunari.
Il testo, estratto da un trattato scientifico di matrice scolastica, affronta una questione ipotetica di fisica celeste e la sua influenza sul mondo sublunare, articolandosi in una conclusione e nella relativa obiezione e risposta. La seconda conclusione afferma che, anche se il cielo cessasse il suo moto locale ma mantenesse la sua luce e la sua influentia, i movimenti e le azioni degli esseri inferiori non cesserebbero: “si celum cessaret a motu solum, et non a lumine nec ab influentia, non propter hoc cessarent motus et actiones istorum inferiorum” - (fr:2584). La ragione addotta è che il Sole continuerebbe a riscaldare e alterare le cose terrene con la sua luce e influenza, innescando catene di mutamento. Tuttavia, si precisa che tali processi avverrebbero in modo diverso dall’attuale: “aliter fierent actiones in istis inferioribus quam modo fiant” - (fr:2585), poiché il Sole non si applicherebbe più in modo diversificato alle regioni terrestri come fa grazie al moto di rotazione: “Sol non sic diversimode applicaretur istis inferioribus sicut si celum moveretur” - (fr:2586).
A questa conclusione viene mossa un’obiezione fondata sull’autorità aristotelica, secondo cui il moto locale del cielo è il primo motore di tutti gli altri movimenti sublunari: “motus celi localis est primus omnium motuum istorum inferiorum; igitur videtur quod ipso cessante, omnes alii motus inferiores cessent” - (fr:2587, 2600). La risposta dell’autore distingue tra il ruolo del cielo come causa del modo specifico in cui i moti avvengono attualmente e la possibilità che essi sussistano in forma diversa. Si concede che il moto celeste sia la causa prima dei moti inferiori “qui fiunt isto modo qualiter iam fiunt” - (fr:2601), ma si sostiene che, se esso cessasse, i moti terreni continuerebbero, sebbene in una modalità differente.
Il testo procede quindi a dettagliare le conseguenze concrete di un tale arresto, evidenziando la centralità del moto solare per i cicli vitali complessi. Senza il moto, e quindi senza l’alternarsi di accesso e recesso del Sole, cesserebbe la generazione degli esseri perfetti: “nullum mixtum perfectum generaretur, cum ad generationem mixti perfecti requiritur quod Sol et planete aliter et aliter se habeant secundum accessum et recessum ad ista inferiora” - (fr:2602). A supporto, si portano esempi fisiologici e biologici: il periodo di gestazione determinato dal moto solare e il ciclo vegetativo delle piante che germogliano con l’avvicinarsi del Sole e appassiscono con il suo allontanarsi: “fetus stat in ventre tempore determinato per motum Solis; et etiam, sicut videmus, arbores per accessum Solis pullulant, per recessum vero Solis arescunt” - (fr:2603).
In uno scenario di quiete celeste, si prospetta un processo degenerativo: gli esseri perfetti esistenti durerebbero un tempo, per poi corrompersi in esseri imperfetti e infine dissolversi negli elementi. Ne seguirebbe una continua generazione e corruzione elementare, portando a una separazione statica degli elementi per qualità intrinseca: “ita quod tandem elementa calida essent sub Sole et elementa frigida fluerent ad alia loca ad oppositum” - (fr:2604). Il testo rivela una tensione tra il principio aristotelico della priorità del moto celeste e un’ipotesi meccanicista che isola altre cause agenti (luce e influentia). La peculiare gerarchia causale proposta distingue tra la causa dell’esistenza di un processo e la causa della sua modalità specifica, salvando parzialmente l’autonomia dei fenomeni terrestri. L’argomentazione si fonda su riferimenti d’autorità (Averroè, Aristotele) e su osservazioni empiriche tratte dalla biologia, mostrando un metodo tipico della scienza medievale teso a conciliare il dato filosofico con l’esperienza.
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[11.1-61-2810|2870]
11 Analisi di un ragionamento medievale sulle proporzioni degli elementi
Un esercizio di geometria cosmologica che applica la teoria delle proporzioni euclidea per calcolare le dimensioni relative delle sfere elementari.
Il testo presenta un ragionamento matematico-geometrico finalizzato a determinare le proporzioni di volume tra gli elementi costitutivi del cosmo (terra, acqua, aria, fuoco), partendo da una specifica ipotesi sulla loro disposizione fisica. L’autore imposta un problema ipotetico: “Unde, sumpta veritate opinionis, posset inveniri et geometrice demonstrari in qua proportione se habeat aggregatum ex terra et aqua ad terram solum” - (fr:2810) [Perciò, assunta per vera l’opinione, si potrebbe trovare e dimostrare geometricamente in quale proporzione stia l’aggregato di terra e acqua rispetto alla sola terra]. L’obiettivo è quindi calcolare i rapporti tra le sfere concentriche degli elementi, considerati singolarmente e in combinazione.
Il fondamento geometrico dell’argomentazione è la proposizione euclidea (citata come “penultimam duodecim Elementorum Euclidis” - fr:2811) che stabilisce come il rapporto tra i volumi di due sfere sia il cubo del rapporto tra i loro diametri (o raggi): “quod proportio sperarum est tripla ad proportionem dyametrorum” - (fr:2811) [che la proporzione delle sfere è tripla rispetto alla proporzione dei diametri di quelle sfere]. Questo principio, ribadito come “proportio sperarum est tripla ad proportionem semidyametrorum” - (fr:2869), è l’assioma cardine di tutti i calcoli successivi.
Il ragionamento procede in modo deduttivo, partendo da un’opinione specifica (mai esplicitamente descritta nel brano, ma chiaramente presupposta) sulla dimensione relativa degli strati elementari. La prima dimostrazione assume che il raggio dell’aggregato di terra e acqua sia il doppio del raggio della sola terra: “proportio semidyametri aggregati ex terra et aqua est dupla ad semidyametrum terre” - (fr:2822). Applicando il principio euclideo, se il rapporto lineare è doppio (2:1), il rapporto volumetrico sarà il cubo di quello, cioè ottuplo (8:1): “sequitur proportionem spere aggregate ex terra et aqua ad speram terre esse octupla” - (fr:2822). L’autore conferma matematicamente che 8:1 è il cubo di 2:1 (cioè una “proportio tripla duple”) utilizzando una proporzione continua (1, 2, 4, 8).
Estendendo la logica, se il raggio dell’aggregato di terra, acqua e aria è triplo rispetto a quello della terra (3:1), il volume aggregato sarà 27 volte quello della terra sola (3³): “proportio aggregati ex terra, aqua et aere ad terram solum est tripla triple, qualis est proportio 27 ad 1” - (fr:2838). Analogamente, se il raggio dei quattro elementi è quadruplo (4:1), il volume totale sarà 64 volte quello della terra (4³): “proportio totius aggregati ex quatuor elementis ad terram est proportio que est tripla quadruple, qualis est proportio 64 ad 1” - (fr:2841). L’autore nota con interesse il risultato: “Ecce ergo primos tres numeros cubitos: 8, 27, 64” - (fr:2845) [Ecco dunque i primi tre numeri cubici: 8, 27, 64].
Da questi dati aggregati, l’autore ricava poi i volumi dei singoli elementi per differenza: se la terra vale 1 e terra+acqua vale 8, l’acqua sola vale 7; se terra+acqua+aria vale 27, l’aria sola vale 19 (27 - 8); se il totale vale 64, il fuoco solo vale 37 (64 - 27). Ne conclude che, in base a questa ipotesi, “elementa non essent continue proportionalia, sed disproportionalia” - (fr:2849) [gli elementi non sarebbero continuamente proporzionali, ma disproporzionali].
Il testo passa poi a confutare altre due opinioni sulla proporzionalità degli elementi. La prima vorrebbe che gli elementi fossero “continue proportionalia secundum eorum magnitudinem” - (fr:2859) [continuamente proporzionali secondo la loro grandezza], con un rapporto costante, paragonato a quello osservato nelle trasmutazioni (es. “sicut ex uno pugillo terre fiunt decem pugilla aque” - fr:2860), suggerendo una proporzione decupla. La seconda opinione ipotizza una proporzionalità continua dei raggi secondo il rapporto 33:1. L’autore, tuttavia, rigetta entrambe le teorie con una conclusione netta: “elementa non sunt continue proportionalia secundum eorum magnitudines” - (fr:2870) [gli elementi non sono continuamente proporzionali secondo le loro grandezze].
Il significato storico del brano risiede nella sua testimonianza dell’applicazione della matematica euclidea alla cosmologia e alla fisica qualitative aristotelica nel tardo medioevo. Rappresenta un chiaro esempio di scolastica che tenta di quantificare un modello cosmologico qualitativo attraverso il rigore geometrico. Il riferimento a Giovanni Buridano (fr:2817) colloca il dibattito nel contesto delle università del XIV secolo. Il testo è peculiare per la sua natura ipotetico-deduttiva (“supposita veritate illius opinionis” - fr:2846) e per l’uso sofisticato della teoria delle proporzioni per esplorare e confutare modelli cosmologici rivali, mostrando un pensiero che anticipa un approccio più quantitativo alla scienza naturale.
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[12.1-76-2879|2954]
12 Analisi di una questione sulla proporzione e perpetuazione degli elementi
Discussione scolastica sulla stabilità e mutua relazione dei quattro elementi, con argomentazioni a favore e contro, e soluzioni basate su principi di rarità, densità e azione violenta.
Il testo è un estratto di una quaestio medievale, probabilmente di un commento aristotelico, che indaga se i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) mantengano sempre tra loro una proporzione immutabile. La struttura è dialettica: si presentano prima argomentazioni a favore della proporzione costante, poi obiezioni contrarie, e infine la soluzione dell’autore articolata in conclusioni e risposte alle obiezioni iniziali.
Elementi peculiari e concetti chiave Il dibattito verte su qualità elementari accoppiate: rarità/densità, caldo/freddo, gravità/levità. Un argomento centrale a favore della proporzione costante è la necessità di evitare il vuoto o la contrazione della sfera celeste: “si igitur aliquando raritas et densitas haberent se inequaliter ad invicem quam modo se habent, oporteret vel quod latera celi magis appropinquarentur ad invicem, vel quod fieret vacuum, quorum utrumque est impossibile naturaliter” - (fr:2890). L’idea è che la massa totale dei corruttibili sotto la Luna occupi uno spazio fisso, quindi ogni cambiamento nella densità di un elemento deve essere compensato da un cambiamento opposto in un altro.
La posizione dell’autore, tuttavia, nega che gli elementi mantengano proporzioni fisse. Introduce il concetto di “latitudine” naturale e violenta della rarità/densità: ogni elemento ha un intervallo di rarità-densità che non può superare se non violentemente, e un limite estremo che, se raggiunto, ne causa la corruzione: “est enim aliqua latitudo raritatis sub qua non potest esse aqua de sua natura… Similiter est una raritas maior sub qua aqua non potest esse neque naturaliter neque violenter, sic quod quam cito illam attingit, ipsa corrumpitur” - (fr:2915, 2916). Questo principio spiega come gli elementi contrari, pur essendo “activa et passiva mutuo se corrumpentia” - (fr:2902), possano perpetuarsi: l’azione distruttiva di un elemento (es. il fuoco) si indebolisce man mano che esso, aumentando, si condensa oltre la sua densità naturale, fino a cessare: “continue in actione eius debilitaretur et ante combustionem omnium aliorum a se tantum debilitaretur in eius actione quod non posset plus agere” - (fr:2919).
Significato storico e metodologico Il testo è una testimonianza della fisica qualitativa e cosmologica tardo-medievale, basata su Aristotele ma che sviluppa argomentazioni quantitative (proporzioni) e concetti limite (latitudini). Mostra il metodo scolastico della disputa, con obiezioni (rationes) e risposte (ad rationes). La preoccupazione di evitare il vuoto e di spiegare la stabilità del cosmo sublunare nonostante la mutua corruttibilità degli elementi è centrale. Si nota anche un tentativo di conciliare l’autorità di Aristotele con osservazioni e argomentazioni logiche, come quando si corregge l’affermazione aristotelica sulla crescita infinita del fuoco, limitandola a un luogo dove possa dilatarsi liberamente, condizione non presente sotto la Luna: “Breviter respondetur quod bene hoc verum est cum esset in loco in quo libere ad quamcumque distantiam posset se dilatare; sed sic non est infra orbem Lune” - (fr:2930).
Dati e ambiguità Il testo fornisce esempi concreti (ferro riscaldato, acqua corrente, pianeti) e riferimenti ad autorità (Euclide, Aristotele). Un’ambiguità o tensione è tra la visione di un cosmo sottolunare in equilibrio dinamico e la possibilità di azioni umane o celesti che alterano le proporzioni: “aliquis enim potest comburere multa terrestria et destruere frigiditatem et generare caliditatem” - (fr:2908). La soluzione sta nel fatto che queste alterazioni sono limitate dai vincoli fisici delle “latitudini” e dalla compensazione necessaria tra elementi. Le risposte finali alle obiezioni chiariscono che le qualità correlate (es. caldo e raro) non variano in modo strettamente proporzionale: “cum ferrum ignitur, ipsum non tantum acquirit de levitate sicut de caliditate” - (fr:2935).
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[13.1-80-3005|3084]
13 La causalità del calore nel moto locale e il moto circolare del fuoco secondo un commentatore medievale
Analisi di una disputa scolastica sulle cause del calore e sul moto dei corpi celesti, con riferimenti ad Aristotele, Averroè e Alberto Magno.
Il testo è un estratto di un commento o una questio medievale di argomento fisico e cosmologico. Discute criticamente diverse opinioni sulla generazione del calore attraverso il moto locale e sul modo in cui il fuoco si muove con il cielo. L’autore si confronta con autorità come Aristotele, Averroè e Alberto Magno, utilizzando argomentazioni logiche ed esempi tratti dall’esperienza.
La causa del calore nel moto locale L’autore rigetta le opinioni secondo cui il calore si genera in qualsiasi moto di un grave in discesa o nel moto animale per sola emissione di spiriti. Assume invece la distinzione di Alberto Magno: il moto locale causa calore solo quando avviene “per quem fit distractio et confricatio partium ipsius mobilis” - (fr:3019) [con cui si produce distrazione e frizione delle parti del mobile stesso], non quando avviene senza tali effetti, come nel vuoto. Questa è la conclusione principale: “motus localis qui fit primo modo est causa caloris et calefacit, nisi sit aliquid impediens” - (fr:3020) [il moto locale che avviene nel primo modo è causa del calore e riscalda, a meno che non ci sia qualcosa che lo impedisce].
La prova viene da esperienze comuni: il ferro che si scalda nel mozzo della macina perché friziona con la pietra, il trapano che si riscalda per l’uso, la freccia piombata il cui piombo fonde per il calore da attrito, e il movimento animale, dove c’è frizione di muscoli e membra. Il meccanismo proposto è che dalla frizione “fit quedam rarefactio et quedam partium distractio quam consequitur caliditas” - (fr:3025) [si produce una certa rarefazione e una certa distrazione delle parti, alla quale consegue il calore]. A un’obiezione che ciò renderebbe il calore una qualità secondaria, si risponde che esso rimane una “qualitas prima activa” - (fr:3027) [qualità prima attiva], che può semplicemente seguire un’altra qualità come la rarità, o, più spesso, è la rarità a seguire il calore.
La conclusione negativa è altrettanto chiara: “si aliquis sit motus localis sine confricatione et partium distractione, ille non est causa caloris” - (fr:3046) [se c’è un moto locale senza frizione e distrazione delle parti, quello non è causa del calore]. Esempi sono le parti centrali di un trapano che non si scaldano, o un ipotetico movimento nel vuoto: “si aliquod grave quantumcumque velociter moveretur in vacuo, vel etiam sagitta plumbata, non calefieret, quia ibi non fieret confricatio” - (fr:3049) [se un grave, per quanto veloce, si muovesse nel vuoto, o anche una freccia piombata, non si riscalderebbe, perché lì non ci sarebbe frizione].
Il moto circolare del fuoco e del cielo La seconda parte verte sul moto del fuoco. Si nega che il cielo trascini con sé il fuoco per contatto diretto (raptus), perché il cielo è un corpo “ita politum quod in nulla parte ignis potest sibi adherere” - (fr:3054) [così levigato che in nessuna parte il fuoco può aderirgli]. Si afferma invece che il fuoco si muove circolarmente “per virtutem sibi impressam a celo, eo modo quo ferrum movetur insequendo magnetem” - (fr:3056) [per una virtù impressagli dal cielo, allo stesso modo in cui il ferro si muove seguendo la calamita]. Questo moto non è né naturale né violento per il fuoco, ma viene definito “impertinens” - (fr:3071) [impertinente], termine tecnico che indica qualcosa che non segue né ripugna a una posizione data.
Infine, si spiega perché il fuoco non si scalda per frizione con il cielo (per la levigatezza di quest’ultimo), ma piuttosto perché la virtù celeste, più forte in alto, fa sì che “partes superiores ipsius ignis moventur velocius quam partes inferiores” - (fr:3074) [le parti superiori del fuoco stesso si muovono più velocemente delle parti inferiori]. La differenza di velocità causa una distrazione e rarefazione interne, da cui consegue il calore.
Stile argomentativo e significato storico Il testo è un esempio di disputa scolastica tardo-medievale. L’argomentazione procede per confutazione di opinioni avverse (secunda opinio non valet… tertia opinio non valet), esposizione di una dottrina di riferimento (Alberto Magno), distinzioni concettuali, e conferma attraverso esempi empirici (patet de ferro… expertum est… videmus). Le obiezioni vengono sollevate e risolte (Sed diceret aliquis contra… Respondetur). Il riferimento continuo alle autorità (Aristotele, Averroè, Alberto) e la citazione precisa delle fonti (con libro, capitolo e, nelle note, riga) mostrano il metodo di lavoro intellettuale dell’epoca. Il tentativo di conciliare la teoria fisica (la causalità del calore) con il modello cosmologico aristotelico-tolemaico (il moto del fuoco con il cielo) è peculiare e testimonia l’impegno dei commentatori medievali nel costruire un sistema coerente di spiegazione del mondo naturale.
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[14.1-24-3231|3254]
14 Risposte a obiezioni sulla natura del fuoco e della luce
Repliche a una serie di argomenti filosofico-naturali medievali sulla causalità, le qualità elementari e l’azione celeste.
Il testo costituisce una sezione di risposta a obiezioni (Ad primam, Ad secundam…) all’interno di un trattato scolastico, probabilmente una quaestio. L’autore difende una posizione precisa sulla natura della luce e del calore, distinguendo tra l’azione del Sole e delle stelle, e tra diversi tipi di riceventi. Un concetto cardine è che un agente, per produrre un effetto, richiede una “similitudine virtuale” col paziente, ossia la potenza di causare ciò che il paziente è per natura atto a ricevere: “sufficit similitudo virtualis, ita quod agens sit potens facere quod passum aptum natum est recipere” - (fr:3231). La luce è definita una “qualitas prima” - (fr:3232), ma distinta dalle quattro qualità elementari primarie (caldo, freddo, umido, secco) perché priva di contrario: “qualitates prime sunt quatuor qualitates elementorum… sed sic non est de lumine” - (fr:3233).
L’autore affronta il problema della generazione istantanea del calore. Anche ammettendo che la luce si generi all’istante, non ne consegue lo stesso per il calore, poiché l’inizio di una causa sufficiente non implica l’inizio immediato dell’effetto, ma solo la possibilità di produrlo: “non oportet quod quam cito incipit esse causa sufficiens alicuius effectus, quod ita cito incipiat ille effectus, sed sufficit quod ita cito incipiat posse produci” - (fr:3235). Questo principio è applicato per spiegare la differenza tra l’azione del Sole nei cieli e sulla Terra. Il Sole riceve la sua luce nelle sfere celesti, ma queste, non essendo atto a ricevere calore, non si riscaldano: “orbes celestes non sunt apta nati recipere calorem, inde est quod mediante lumine non generatur in eis calor” - (fr:3236). Il calore si genera solo quando la luce, trasmessa attraverso i cieli, raggiunge i corpi inferiori che sono “receptiva caloris” - (fr:3237). L’azione del Sole sui corpi terreni è quindi mediata e indiretta, dipendente dalla disposizione del ricevente: “Sol non immediate producit calorem, sed mediante lumine, secundum dispositionem recipientis” - (fr:3238).
Questa dipendenza dal ricevente spiega anche perché il Sole possa produrre calore in basso, vicino alla terra, e non nella regione media dell’aria, dove prevale la freddezza: “potest agere calorem hic inferius et non in media regione aeris” - (fr:3239). Per quanto riguarda le stelle, l’autore presenta due opinioni. Una attribuisce ad alcune stelle una “virtutem insensibilem aliam a lumine” - (fr:3241), chiamata “influentia” - (fr:3242), capace di produrre freddo o calore. L’altra opinione, citata come altrui, sostiene che tutte le stelle riscaldino, e che quelle dette raffreddare in realtà “minus calefaciunt” - (fr:3243).
Il testo si conclude con l’inizio di una nuova questione: “Utrum contrarium circumstans suum contrarium fortificet ipsum” - (fr:3246) [Se un contrario che circonda il suo contrario lo rafforzi]. Viene argomentato negativamente: un contrario agisce distruggendo l’altro, come l’acqua sul fuoco, e non rafforzandolo: “contrarium circumstans suum contrarium agit in ipsum destruendo ipsum; ergo non fortificat ipsum” - (fr:3247). Inoltre, se l’acqua raffreddasse l’aria calda intensificandone il calore, ne seguirebbe l’assurdo che “aqua ex aere posset generare ignem” - (fr:3249), cosa impossibile perché “unum contrarium non generat reliquum” - (fr:3250).
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[15.1-80-3289|3368]
15 La dinamica dei contrari e l’intensificazione delle qualità
Un’analisi medievale dell’interazione tra elementi contrari e dei suoi effetti sulla condensazione e l’intensificazione delle qualità.
Il testo, estratto da un trattato scientifico di epoca medievale, esamina approfonditamente i meccanismi di interazione tra qualità o elementi contrari (come caldo/freddo, fuoco/acqua) e le conseguenze di tale interazione, in particolare il fenomeno della condensazione e dell’intensificazione della qualità nel soggetto circondato. Il nucleo teorico è articolato in conclusioni, prove, conferme e risposte a obiezioni (dubitationes), mostrando un metodo scolastico di indagine.
La terza conclusione stabilisce il principio fondamentale: “contrarium circumstans suum contrarium intendit ipsum” - (fr:3290) [Il contrario circostante intensifica il suo contrario]. La prova si basa sul fatto che il contrario circostante condensa l’altro, avvicinandone le parti: “per secundam conclusionem condensat ipsum et facit quod partes eius fiunt propinquiores quam prius erant; sed talem condensationem et approximationem partium sequitur intensio virtutis et qualitatis illius subiecti” - (fr:3291) [per la seconda conclusione lo condensa e fa sì che le sue parti diventino più vicine di quanto non fossero prima; ma a tale condensazione e avvicinamento delle parti segue l’intensificazione della virtù e della qualità di quel soggetto].
Questa tesi è confermata da segni osservabili (experientia): “propter frigus circumstans in hieme aliqui fontes sunt minus frigidi quam in estate; et in estate, propter calorem circumstantem sunt magis frigidi” - (fr:3292) [a causa del freddo circostante in inverno alcune fonti sono meno fredde che in estate; e in estate, a causa del calore circostante, sono più fredde]. Si portano anche esempi fisiologici e geografici: gli uomini nelle regioni fredde sono descritti come “magis audaces quam homines de regionibus calidis” - (fr:3306) [più audaci degli uomini delle regioni calde] a causa di un calore interno più intenso.
Il meccanismo di questo movimento è spiegato con due modelli. Il primo usa l’analogia con la riflessione della luce o di una palla: la qualità del soggetto, tendendo a diffondersi, incontra la resistenza del contrario circostante e “reflectitur versus partem unde venit” - (fr:3307) [si riflette verso la parte da cui è venuta]. Il secondo modello si basa sul principio che ogni essere ama conservarsi: “quodlibet contrariorum ex naturali inclinatione fugit suum contrarium et movetur ab eo” - (fr:3308) [ciascuno dei contrari per naturale inclinazione fugge il suo contrario e si muove da esso]. In questo moto, la forma del soggetto che fugge (es. l’acqua) è il “movens principale”, mentre il contrario circostante (es. il fuoco) è il “movens occasionale” - (fr:3308).
Una questione cruciale è se il moto delle parti dell’acqua verso il centro, causato dal fuoco circostante, sia naturale o violento. La risposta risolve un’apparente contraddizione con Aristotele: il moto è naturale, “recte sicut motus aque sursum ad replendum vacuum est naturalis, quamvis bene presupponat violentiam alicuius corporis” - (fr:3313) [proprio come il moto dell’acqua in alto per riempire il vuoto è naturale, sebbene presupponga certamente la violenza su qualche corpo]. Si afferma quindi che “ex presuppositione, unius corporis simplicis possunt esse plures motus naturales” - (fr:3318) [in base a una presupposizione, di un corpo semplice possono esserci più moti naturali].
Il testo definisce il fenomeno dell’intensificazione risultante da questa dinamica con il termine tecnico ‘antiparistasis’: “intensio contrarii que fit ex tali pulsu partium circumferentialium vel lateralium versus partes centrales per contrarium circumstans vocatur ‘antiparistasis’” - (fr:3327) [l’intensificazione del contrario che avviene per tale spinta delle parti circonferenziali o laterali verso le parti centrali da parte del contrario circostante si chiama ‘antiparistasi’].
Viene poi affrontato il problema se la condensazione intensifichi sia il caldo che il freddo, il che porrebbe la stessa causa per effetti contrari. La soluzione è che “condensatio, quamvis in materia calida non sit causa intensionis caliditatis et frigiditatis, tamen in materia calida est causa intensionis caliditatis, in materia autem frigida est causa intensionis frigiditatis” - (fr:3340) [la condensazione, sebbene nella materia calda non sia causa dell’intensificazione del caldo e del freddo, tuttavia nella materia calda è causa dell’intensificazione del caldo, mentre nella materia fredda è causa dell’intensificazione del freddo]. Nel caso ipotetico (giudicato impossibile) di un soggetto concaldo e freddo in gradi uguali che si condensi, si suggerisce che “nec intenderetur caliditas nec frigiditas” - (fr:3343) [non si intensificherebbe né il caldo né il freddo], oppure che “utrumque intenderetur, sed non posset intendi usque ad summum” - (fr:3343) [entrambi si intensificherebbero, ma non potrebbero intensificarsi fino al massimo].
Infine, si precisa l’origine del grado di qualità intensificato: “occasionaliter generatur a contrario circumstante, principaliter autem a forma intrinseca illius subiecti una cum virtute celesti” - (fr:3346) [in modo occasionale è generato dal contrario circostante, principalmente invece dalla forma intrinseca di quel soggetto insieme con la virtù celeste].
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[16.1-134-3512|3645]
16 Dibattito medievale su vapori ed esalazioni: natura, proprietà e ruolo nei fenomeni atmosferici
Analisi di una questione scolastica sulla natura fisica dei vapori e delle esalazioni, e della loro funzione come materia di tutti i fenomeni meteorologici.
Il testo è un estratto di un commento medievale alle Meteorologiche di Aristotele, strutturato come una questio disputata. Il nucleo del trattato è un dibattito speculativo sulla natura ontologica del vapore (proveniente dall’acqua) e dell’esalazione (proveniente dalla terra), e sul loro ruolo causale nella generazione di tutti i fenomeni atmosferici (impressiones). Vengono presentate e confutate due opinioni opposte sulla natura di questi effluvi, per poi stabilire una dottrina dettagliata sulle loro proprietà e sulla loro relazione con i fenomeni osservati.
Natura specifica di vapore ed esalazione. La questione iniziale verte sulla loro identità sostanziale rispetto agli elementi da cui sono estratti. Una prima opinione, ritenuta più verosimile dall’autore, sostiene che esalazione e vapore siano della stessa specie della loro sorgente (terra e acqua), differendo solo per disposizioni accidentali. La prova addotta è il loro comportamento naturale: “exalatio dimissa nature sue proprie reddit ad naturam terre ex qua extrahebatur” - (fr:3514) [l’esalazione, lasciata alla sua propria natura, ritorna alla natura della terra dalla quale è stata estratta]. La seconda opinione, invece, considera la separazione una vera generazione, producente un “unum mixtum imperfectum habens formam substantialem distinctam a forma elementi” - (fr:3519) [un misto imperfetto avente una forma sostanziale distinta dalla forma dell’elemento]. I sostenitori di questa tesi spiegano l’affermazione aristotelica che l’esalazione è “de natura terre” - (fr:3520) riferendola alla materia prossima, che immediatamente prima stava sotto la forma della terra.
Proprietà comparative e causa del moto. Stabilito che entrambi gli effluvi sono della stessa specie dei loro elementi originari, se ne analizzano le proprietà. Sia il vapore che l’esalazione sono “calidus accidentaliter, videlicet a calore ipsum elevante” - (fr:3532) [caldi accidentalmente, cioè a causa del calore che li solleva], ma l’esalazione è più calda e riceve il calore in modo più intenso perché è “de natura terre” - (fr:3532), elemento più denso dell’acqua. Analogamente, entrambi sono “leve, non a se, sed a calore elevante” - (fr:3533) [leggeri, non di per sé, ma a causa del calore che li solleva], ma l’esalazione lo è di più per il suo calore più potente. Questa leggerezza accidentale spiega come possano salire nonostante la loro natura terrestre o acquosa: “nichilominus hoc potest fieri per calorem elevantem ipsas exalationes” - (fr:3564) [nondimeno questo può avvenire per mezzo del calore che solleva quelle stesse esalazioni]. Si risolve così l’apparente contraddizione per cui l’esalazione, pur essendo specificamente più pesante del vapore come la terra rispetto all’acqua, può risultare più leggera e salire più in alto: “accidentaliter exalatio per calorem elevantem fortius sibi incorporatum quam vapori, potest dici levior” - (fr:3538) [accidentalmente l’esalazione, a causa del calore sollevante più fortemente incorporato in essa che nel vapore, può dirsi più leggera].
Classificazione dei fenomeni atmosferici. La parte più sistematica del testo è la dimostrazione che tutte le impressiones hanno come materia o l’esalazione (secca) o il vapore (umida). L’autore enuncia due conclusioni principali: “omnium impressionum siccarum vel ignitarum exalatio est materia” - (fr:3543) [di tutte le impressioni secche o ignee l’esalazione è la materia] e “omnium impressionum humidarum vel frigidarum vapor est materia” - (fr:3553) [di tutte le impressioni umide o fredde il vapore è la materia]. Segue un catalogo dettagliato che correla ogni fenomeno con lo stato e la posizione della sua materia effluve. Ad esempio, l’esalazione che raggiunge la regione suprema e s’infiamma genera le comete; se s’infiamma nella regione media genera fulmini; se colorata dalla luce celeste genera “hyatus et voragines et colores sanguinei” - (fr:3550). Il vapore, condensandosi in nubi, genera pioggia; congelandosi, grandine o neve; rifrangendo la luce, l’alone o l’arcobaleno.
Fenomeni ignei e metodo di indagine. Il testo prosegue esaminando nello specifico le impressiones ignite, dimostrando che avvengono naturalmente nell’aria nonostante la loro apparente affinità col fuoco. La causa efficiente è il calore, quella formale è una “forma mixti imperfecti, que potest dici quedam flamma” - (fr:3603) [forma di un misto imperfetto, che può dirsi una certa fiamma]. L’analisi si fa minuziosamente descrittiva, classificando questi fenomeni per grandezza, figura, qualità, moto, durata e luogo, e fornendo spiegazioni causali per ognuno: la fiamma fissa sui sepolcri, la candela ambulante, la trave ardente, la stella cadente, il drago volante. La spiegazione meccanica è sempre la stessa: un’esalazione grassa e infiammabile, sollevata dal calore, viene compressa dal freddo notturno o della regione media, il che intensifica il calore interno fino all’incendio. La diversità delle apparenze dipende dalla forma e dal moto dell’esalazione stessa: “ista diversitas provenit ex diversitate figure ipsius exalationis elevate” - (fr:3586).
Significato storico e metodologico. Il brano è una significativa testimonianza della scienza scolastica del tardo medioevo, che applica i principi della filosofia naturale aristotelica (teoria degli elementi, qualità, generazione/corruzione) all’osservazione dei fenomeni atmosferici. L’approccio è rigorosamente deduttivo e sistematico: si parte da un dubbio testuale (il riferimento ad Aristotele in fr:3530 e fr:3597), si esaminano opinioni contrapposte con argomentazioni logiche, si stabilisce una tesi che viene poi utilizzata come principio esplicativo onnicomprensivo. La citazione di autori come Giovanni Buridano e Alberto di Sassonia (fr:3524, fr:3528) colloca il testo in una precisa tradizione commentaristica. La minuziosa catalogazione dei fenomeni e la ricerca di una causa materiale unica (vapore/esalazione) mostrano uno sforzo enciclopedico di razionalizzare l’intero spettro dei meteora, integrando osservazione empirica (come le luci sui cavalli, fr:3611-3612) e spiegazione qualitativa fondata su autorità e sillogismo.
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[17.1-53-3660|3712]
17 Analisi di un trattato medievale su fenomeni atmosferici e illusioni ottiche
Indagine sulle cause di aperture celesti, colori sanguigni e suoni notturni attraverso principi ottici e meteorologici.
Il testo è un estratto di un commentario o trattato scientifico medievale, probabilmente scolastico, che indaga la natura di fenomeni atmosferici insoliti (chiamati hyatus, vorago e colori sanguigni) e acustici notturni, spiegandoli come illusioni percettive o effetti naturali. L’autore utilizza un metodo argomentativo strutturato in supposizioni e conclusioni, fondandosi su principi ottici e sulla fisica aristotelica delle esalazioni.
17.1 Principi ottici fondamentali
L’analisi poggia su due supposizioni ottiche. La prima stabilisce una relazione tra chiarezza del colore e percezione della distanza: “quando aliqua duo equaliter distant a visu, quorum unum est coloratum vel saltem apparens sub colore magis claro, reliquum vero sub colore minus claro, tunc istud quod apparet sub colore clariori apparet esse propinquius” - (fr:3667). Questo principio, noto ai pittori, spiega come si possa ingannare la vista sulla forma di una superficie: colorando il centro in modo chiaro e i bordi in modo scuro, una superficie piana apparirà convessa, e viceversa apparirà concava “Si autem partes versus medium alicuius superficiei plane essent colorate colore obscuro et versus extremum colore claro, tunc illa superficies apparet concava, quamvis esset plana” - (fr:3671). La seconda supposizione riguarda l’interazione luce-colore: “cum lux vel album videtur per nigrum, apparet rubeum” - (fr:3673), come si osserva guardando il sole attraverso il fumo.
17.2 Spiegazione dei fenomeni celesti illusori
Applicando questi principi, l’autore spiega tre fenomeni principali che appaiono nel cielo notturno sereno. La voragine (vorago), un’apparente apertura o concavità, si forma quando un’esalazione terrestre densa e scura si eleva. La luce celeste, filtrando in modo differenziale attraverso di essa (meno chiaramente al centro, più chiaramente ai bordi), induce a giudicare le parti centrali più lontane, creando l’illusione di una profondità: “iudicamus ibi profunditatem in medio, et concavitatem” - (fr:3686). Tuttavia, questa fantasia avviene nell’esalazione, ma “nos iudicamus hoc esse in celo” - (fr:3687). L’hyatus, invece, è un’apparente apertura con oscurità centrale, che si verifica quando l’esalazione è così densa al centro da bloccare completamente la luce, mentre ai bordi, più rarefatti, la luce è visibile: “in medio iudicatur obscuritas et in extremo claritas, et illa apparitio est hyatus” - (fr:3689). I colori sanguigni appaiono quando un’esalazione di densità uniforme si interpone, e la luce, vista attraverso il nero, genera rosso: “cum lux visa per nigrum faciat apparere rubeum, sequitur illam exalationem apparere rubeam” - (fr:3691). Questo spiega anche il colore rossastro del sole all’alba.
17.3 Condizioni e limiti dei fenomeni
Il trattato precisa che queste impressioni “non apparent de die” - (fr:3693) perché la luce solare eccessiva sovrasta l’opacità delle esalazioni. Inoltre, si verificano solo “in tempore sereno et non in tempore nebuloso” - (fr:3695), poiché le nubi impediscono alle esalazioni di elevarsi fino alla regione suprema dell’aria.
17.4 Spiegazione dei suoni notturni
Un fenomeno distinto è quello dei suoni simili a voci umane o animali uditi di notte. La causa primaria è fisica: un’esalazione imprigionata in un vapore, cercando una via d’uscita, genera il suono, “sicut ferrum calidum quando ponitur in aqua” - (fr:3701). La somiglianza a voci specifiche è attribuita all’influenza astrale e alla disposizione della materia: “hoc est ex virtute constellationis et dispositionis materie” - (fr:3703), analogamente alla formazione di chicchi di grandine con forme particolari.
17.5 Risposte alle obiezioni e statuto epistemologico
Nella parte finale, l’autore risponde sistematicamente a obiezioni (rationes). Ribadisce che le impressioni “non sunt in celo” - (fr:3706) ma solo appaiono tali, e che la vista è ingannabile riguardo alla distanza e alla posizione (situs), in quanto sono “sensibile commune” - (fr:3709) e non oggetti propri della vista. Spiega infine che non appaiono colori come il giallo o il verde perché “lux visa per nigrum non est apta nata facere apparere huiusmodi colores” - (fr:3711).
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[18.1-24-3835|3858]
18 La natura delle comete: dibattito tra tradizione aristotelica e opinioni medievali
Analisi delle teorie medievali sulla natura elementare delle comete e confutazione delle ipotesi alternative.
Il testo, estratto da un trattato scientifico medievale, esamina il dibattito sulla natura delle comete, contrapponendo la teoria aristotelica alle opinioni degli “Antiqui”. La struttura è argomentativa: dopo una confutazione delle teorie avverse, si presentano le conclusioni secondo l’opinione di Aristotele.
Una prima opinione elementare considerava la cometa come fuoco condensato, la cui varia forma (barbuta o caudata) derivava dalla diversa condensazione delle sue parti: “ymaginabantur quod aliqua pars ignis supra aliquando condensetur in tantum quod sic lucet ad modum ad quem apparet nobis cometa” - (fr:3843) [Immaginavano che qualche parte del fuoco lassù a volte si condensasse a tal punto che brillasse nel modo in cui a noi appare la cometa]. Questa visione viene rigettata con l’argomento che né il fuoco né l’aria possono raggiungere una densità tale da brillare come una cometa: “ignis non potest stare sub tanta densitate quod sic luceret, immo пес adhuc aer ad modum ad quem cometa apparet lucere” - (fr:3845) [il fuoco non può sussistere sotto una tale densità in modo da brillare così, anzi neppure l’aria (può farlo) nel modo in cui la cometa appare brillare].
Un’altra teoria più sofisticata ipotizzava che la materia della cometa fosse un’esalazione purificata e sottilizzata dalla virtù degli astri, resa luminosa non per infiammazione ma per una natura simile a quella dei pianeti: “ymaginabatur quod cometa est unum corpus valde simile nature stellarum, пес est ibi proprie inflammatio, sed illud corpus fit sic lucidum quia valde declinat ad naturam stellarum” - (fr:3848) [si immaginava che la cometa fosse un corpo molto simile alla natura delle stelle, e non c’è una vera infiammazione, ma quel corpo diventa così luminoso perché declina molto verso la natura delle stelle]. Contro questa ipotesi si argomenta che, se tale corpo brillasse di luce solare riflessa come le altre stelle, dovrebbe eclissarsi quando entra nell’ombra della Terra: “sequitur quodcum illud corpus esset in umbra Terre, quod tunc deficiat a lumine; et si sic, sequitur cometam aliquando eclipsari” - (fr:3849) [ne segue che quando quel corpo fosse nell’ombra della Terra, allora verrebbe a mancare di luce; e se così fosse, ne seguirebbe che la cometa a volte si eclisserebbe]. Il fatto che una cometa non sia mai stata vista eclissarsi (“Hoc tamen numquam visus erat” - fr:3850) dimostra la falsità della premessa.
Un ulteriore argomento contro l’origine da un’esalazione ignita è di tipo fisico: l’esalazione calda non potrebbe attraversare la regione mediana dell’aria, che è fredda, poiché “unum contrarium movet suum contrarium localiter” - (fr:3835) [un contrario muove il suo contrario localmente], cioè la repulsione tra contrari la respingerebbe indietro.
L’autore si schiera infine con la dottrina aristotelica, citata esplicitamente come autorità in opposizione alle teorie precedenti: “In oppositum est Aristoteles, qui opinionibus Antiquorum reprobatis… dicit quod cometa est de natura elementari; et… dicit ipsum esse exalationem calidam et ignitam et inflammatam” - (fr:3840) [Al contrario sta Aristotele, il quale, respinte le opinioni degli Antichi… dice che la cometa è di natura elementare; e… dice che essa è un’esalazione calda, ignita e infiammata]. La conclusione principale è che la cometa non è di natura celeste: “cometa non est de natura celi” - (fr:3857). Se lo fosse, infatti, non perderebbe la sua luce se non per la vicinanza al Sole, come le altre stelle, cosa che non accade.
Il testo è un esempio di metodologia scolastica: confutazione sistematica delle opinioni erronee mediante argomentazioni logiche e osservazioni (la mai vista eclissi), per poi affermare la teoria ritenuta corretta basandosi sull’autorità di Aristotele. Emerge la centralità dei principi della fisica qualitativa (caldo/freddo, azione dei contrari) e la ricerca di una spiegazione all’interno del mondo sublunare (esalazioni) per un fenomeno celeste.
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[19.1-73-4019|4091]
19 La cometa come segno celeste e la natura della Via Lattea in un trattato medievale
Analisi di un testo scientifico medievale che espone il significato presagito delle comete e discute la natura elementare o celeste della Via Lattea.
Il testo, estratto da un trattato scientifico di impostazione scolastica, si articola in due sezioni principali. La prima è dedicata all’esposizione sistematica dei presagi legati all’apparizione di una cometa, presentati sotto forma di nove conclusioni. La seconda affronta una questione di cosmologia fisica, ovvero se la Via Lattea (galaxia) sia di natura celeste o elementare, riportando e confutando varie opinioni.
Le comete come segni di eventi terrestri L’autore attribuisce alla cometa un ruolo di segno indicatore (signativus) di grandi sconvolgimenti naturali e sociali. La sua apparizione è collegata a una precisa catena causale materiale: essa si genera da una “multa exalatio” (fr:4023) [molto vapore] secca e calda che si eleva dalla terra. L’estrazione di questi vapori e umidità dal suolo è alla base dei diversi presagi. La cometa è così segno di sterilità, perché “in elevatione talis exalationis humiditates extrahuntur a terra unde deberent generari fructus terre” (fr:4023) [nell’innalzamento di tale esalazione le umidità vengono estratte dalla terra dove dovrebbero generarsi i frutti della terra]. È anche segno di mortalità ed epidemie, poiché “alique partes illius exalationis sunt venenose et ipse extracte a terra ad aerem reddunt aerem venenosum” (fr:4025) [alcune parti di quella esalazione sono venefiche e esse stesse, estratte dalla terra nell’aria, rendono l’aria venefica]. Sul piano umano, l’esalazione rende gli uomini “quasi colerici” (fr:4027) e li predispone a “guerras et homicidia” (fr:4028). In modo consequenziale, poiché predice guerre, la cometa è anche presagio specifico della “mortem principum” (fr:4030) [morte dei principi], in quanto i principi sono i primi in battaglia o “magis delicate nutriti” (fr:4039) [nutriti in modo più delicato] e quindi più vulnerabili all’aria infetta. L’ultimo presagio è quello delle “mutationum regnorum” (fr:4041) [mutazioni dei regni], causate dalle guerre tra regni. È cruciale una precisazione metodologica: la cometa “non significat ista sic quod sit causa istorum effectuum, sed quia ista quodam ordine fiunt ex consimili causa ex qua fit cometa” (fr:4044) [non significa queste cose in quanto ne è la causa, ma perché queste avvengono in un certo ordine a partire da una causa simile a quella da cui si forma la cometa]. Il rapporto non è di causalità diretta ma di comune origine materiale.
La questione della natura della Via Lattea La seconda parte del testo è una questio sulla natura della galassia. Vengono presentati argomenti a favore della sua natura elementare (simile a quella delle comete) e altri a favore della sua natura celeste. Tra i primi, l’autorità di Aristotele che indicherebbe la stessa materia per cometa e galassia, e la ragione fisica che se una stella può sollevare esalazioni per una cometa, “tunc etiam multe stelle possunt tantam exalationem elevare quod per eius inflammationem fiat galaxia” (fr:4066) [allora anche molte stelle possono sollevare tanta esalazione che per la sua infiammazione si formi la galassia]. Tra gli argomenti contrari, si osserva che la galassia è permanente, mentre “nulla impressio elementaris semper durat” (fr:4078) [nessuna impressione elementare dura per sempre], e che essa “movetur ad motum celi” (fr:4081). Si nota anche una differenza nel significato: la cometa presagisce mali, “galaxia autem non” (fr:4084). L’autore cita e respinge rapidamente l’opinione degli “Antiquorum” che spiegavano la Via Lattea come il segno di un antico incendio causato dal Sole uscito dalla sua via consueta. La trattazione si conclude annunciando un esame della verità sulla causa della galassia, che non è sviluppato nel brano fornito.
Peculiarità e significato storico Il testo è un esempio significativo del pensiero scientifico medievale, che combina l’autorità aristotelica con un’attenzione ai meccanismi fisici materiali (le esalazioni) per spiegare i fenomeni celesti e collegarli al mondo sublunare. La struttura logica a conclusioni e la forma della questio sono tipiche della scolastica. Il contenuto riflette la visione cosmologica pre-moderna, dove i confini tra astronomia, meteorologia, astrologia naturale e medicina sono fluidi: un fenomeno atmosferico-celeste come la cometa ha ripercussioni dirette e spiegabili sulla psicologia umana, sulla fertilità del suolo e sulla stabilità politica. La discussione sulla Via Lattea mostra un dibattito interno sulla coerenza del sistema aristotelico, oscillante tra l’interpretazione come fenomeno atmosferico permanente e quella come parte della struttura del cielo stesso.
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[20.1-36-4182|4217]
20 La natura celeste della Via Lattea: una confutazione medievale delle teorie elementari
Un testo scolastico del XIV secolo argomenta, attraverso un ragionamento logico-deduttivo, che la Via Lattea è una parte intrinseca della sfera celeste e non un fenomeno atmosferico.
Il testo costituisce un estratto di una quaestio medievale, probabilmente di ambito universitario, volta a determinare la natura della galassia (galaxia). L’argomento è trattato con metodo scolastico, articolando conclusioni e confutando obiezioni. La tesi centrale è che la Via Lattea non sia un’impressione o un fenomeno legato agli elementi sublunari (aria, fuoco), ma appartenga alla natura celeste stessa. La dimostrazione procede per esclusione: si confutano le ipotesi alternative per affermare l’unica rimanente.
La prima conclusione stabilita altrove (e qui presupposta) è che la galassia non sia un aggregato di piccole stelle. La seconda conclusione nega che sia un’impressione elementare, ad esempio un’infiammazione nell’aria: “galaxia non est impressio elementaris, nam, si sic, tunc esset in aere, quamvis appareat in celo” - (fr:4184). Questa ipotesi è confutata osservando che, se fosse causata da esalazioni infiammate, la sua chiarezza varierebbe nel tempo al mutare della densità o della virtù elevativa delle stelle: “sequitur quod non semper appareret ita uniformis sicut apparet in sua claritate, sed aliquando eius claritas intenderetur et aliquando remitteretur, cuius oppositum videmus” - (fr:4186). L’argomento si basa sull’evidenza empirica della sua apparenza costante e uniforme.
Viene poi presa in esame un’ipotesi più raffinata: che l’esalazione, elevata, non brilli di luce propria ma rifletta quella delle stelle sottostanti, facendo apparire bianche le parti di cielo interposte. Questa teoria potrebbe eludere una confutazione precedente, ma non salva l’idea dalla seconda conclusione, ossia dall’essere un fenomeno elementare.
La terza conclusione afferma positivamente la natura celeste della galassia: “quod galaxia est de natura celi” - (fr:4191). La prova è un sillogismo disgiuntivo: o è celeste o elementare; non è elementare (per la seconda conclusione); quindi è celeste. Un ulteriore argomento esclude che l’apparenza sia causata dalla riflessione del luce stellare su un’esalazione in cielo, perché anche in tal caso la chiarezza varierebbe con la densità dell’esalazione, contraddicendo l’osservazione di uniformità: “secundum quod illa exalatio aliquando plus vel minus illud lumen reflecteret […] Via lactea appareret magis vel minus clara et alba, cuius oppositum apparet” - (fr:4196). Ne consegue che la Via Lattea è “vere est de natura celi” - (fr:4197).
Il testo propone quindi un modello fisico per spiegare questa natura celeste. Immagina che le parti del cielo abbiano diversa densità: le più dense sono le stelle e brillano; le più rarefatte non brillano; altre hanno una densità intermedia. La Via Lattea corrisponde proprio a queste zone di densità intermedia poste tra le numerosissime stelle di quella regione: “Et propter hoc quia medio modo se habent in densitate et raritate, non omnino lucent sicut stelle nec omnino carent luce sicut alie partes celi, sed medio modo se habent, et propter hoc apparent albe” - (fr:4202). La sua bianchezza è dunque una luminosità intrinseca, attenuata.
In chiusura, l’autore risponde a due obiezioni. Alla prima, basata su un’autorità aristotelica, replica con un’osservazione di critica testuale notevole: il passo contrario non era di Aristotele, ma fu inserito nel suo testo per errore di un copista o traduttore, che avrebbe incorporato una glossa marginale nel corpo dell’opera. Alla seconda obiezione, ammette che molte stelle potrebbero sollevare esalazioni, ma nega che tali esalazioni possano mantenersi uniformi in grandezza e densità in modo continuo, ribadendo il punto cruciale della costanza osservata.
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[21.1-24-4382|4405]
21 Analisi di un trattato medievale su fenomeni atmosferici
Una disamina scientifica sulle differenze tra pioggia, neve e rugiada, basata sulla teoria dei vapori e delle qualità elementari.
Il testo analizzato è un estratto di un trattato scientifico medievale, probabilmente di ambito filosofico-naturale o meteorologico, che indaga le differenze tra pioggia, neve e rugiada. L’approccio è razionale e sistematico, fondato su principi della filosofia naturale aristotelica, come la teoria dei quattro elementi e delle qualità (caldo, freddo, umido, secco), e sulla causalità finale. La struttura procede per differenze numerate, confrontando i fenomeni in base a durata, causa, figura (forma), origine e condizioni di formazione.
Un concetto centrale è la materia vaporosa come origine comune di tutti questi fenomeni. La differenza tra essi è determinata dalla quantità e qualità del vapore e dall’interazione con le influenze celesti (Sole, freddo). Si afferma che “materia roris est vapor modicus et subtilis; materia autem pluvie est vapor multus et grossus” - (fr:4390) [La materia della rugiada è un vapore scarso e sottile; la materia della pioggia invece è un vapore abbondante e grezzo]. Questa distinzione quantitativa e qualitativa spiega la diversa persistenza e comportamento dei fenomeni.
La differenza tra pioggia e neve è esaminata sotto più aspetti. Si sostiene che la pioggia duri più a lungo perché, cadendo, bagna la terra, la quale, riscaldata dal sole, produce nuovo vapore per ulteriore pioggia: “cum pluit, terra magis madefit, et iterum erit apta ad hoc ut per calorem Solis ab ea extrahatur vapor et elevetur, qui iterum est materia nove pluvie” - (fr:4384). Al contrario, la neve, per il freddo, chiude i pori della terra, impedendo una rapida rigenerazione del vapore necessario. A un’obiezione logica—se questo meccanismo fosse valido, pioverebbe sempre—si risponde introducendo la variabile delle influenze astrali e delle disposizioni del mondo: “aliquando, propter aliam et aliam influentiam Solis et alias et alias dispositiones mundi, iste humor diu stat antequam elevetur” - (fr:4387). Una differenza peculiare è quella della figura: la pioggia cade in gocce rotonde, mentre la neve ha forme complesse, a volte simili a stelle, a causa dell’“influentia celi” - (fr:4388), anche se comunemente appare “secundum partes dispositas ad modum lane” - (fr:4389) [in parti disposte a modo di lana].
La differenza tra rugiada e pioggia è particolarmente approfondita. Oltre alla materia, si distingue nettamente il luogo di generazione: la rugiada si forma “inferius”, la pioggia “superius” - (fr:4392). La prova razionale è che un vapore così sottile, se si alzasse, si consumerebbe o formerebbe nuvole. La prova empirica, o “signum”, è osservativa: “aliquando, homine existente in campis, ros cadit super pedes et non super caput” - (fr:4395) [a volte, un uomo stando nei campi, la rugiada cade sui piedi e non sul capo]. Si precisa con un esperimento mentale che la rugiada non esuda dalla terra, ma si condensa dall’aria poco sopra il suolo: ponendo della paglia sulla terra, questa si bagna sopra, non sotto. La formazione delle gocce visibili sulle foglie è spiegata con una teoria dell’antipatia tra gli elementi: le particelle umide della rugiada, fuggendo la siccità della foglia, si aggregano “propter antiparistasim humidi et sicci” - (fr:4402) [a causa dell’antipatia tra l’umido e il secco].
Infine, si definiscono le condizioni climatiche per la rugiada: essa si forma solo in un tempo temperato, “tempore temperato caliditate et frigiditate” - (fr:4403). In un tempo troppo caldo il vapore sottile si consuma; in uno troppo freddo si congela, diventando brina (pruina). Pertanto, non si ha rugiada “in estate, quando tempus est multum calidum, nec hieme, sed in vere” - (fr:4405) [né d’estate, quando il tempo è molto caldo, né d’inverno, ma in primavera].
Il testo ha un significato storico come testimonianza del metodo scientifico pre-moderno. Combina deduzione logica, principi filosofici a priori (come l’antipatia tra qualità contrarie) e osservazione empirica, sebbene quest’ultima sia spesso subordinata alla teoria. Elementi peculiari sono l’attenzione alla forma dei fiocchi di neve, spiegata con l’influsso celeste, e la dettagliata confutazione dell’idea che la rugiada salga dal terreno. Le varianti testuali riportate (es., “figure quarundam stellarum” contro “figure florum” per la neve) mostrano un dibattito o incertezza nella descrizione di questo fenomeno. La spiegazione della persistenza della pioggia attraverso un ciclo di evaporazione mostra un abbozzo di pensiero sistemico, seppur confutato e corretto con il ricorso a influenze esterne variabili.
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[22.1-113-4476|4588]
22 Studio sulla formazione della grandine e sulla congelazione dell’acqua nel pensiero tardo-scolastico
Analisi di un testo scientifico medievale che esamina i fenomeni meteorologici attraverso la lente aristotelica, combinando osservazione empirica e spiegazione teorica.
Il testo, estratto da un trattato scientifico in forma di questiones, si occupa principalmente della formazione della grandine e, in una sezione distinta, del problema se l’acqua calda congeli più rapidamente di quella fredda. L’autore si muove all’interno del paradigma aristotelico, utilizzando concetti come antiparistasis (reazione circostante), vapori, e le qualità caldo/freddo, ma li applica in modo dialettico, rispondendo a obiezioni e fornendo spiegazioni causali multiple. Un elemento peculiare è il ricorso all’esperienza personale diretta come prova, come nell’aneddoto del viaggio verso Avignone (fr:4476). Il testo ha valore di testimonianza storica del metodo scientifico tardo-scolastico, che cerca di conciliare l’autorità di Aristotele e dei commentatori (come Alberto Magno) con l’osservazione e il ragionamento logico.
La prima parte è dedicata alla grandine. L’autore spiega che essa non si forma immediatamente vicino alla terra nonostante il calore sia maggiore, perché il vapore non è ancora sufficientemente alterato per diventare nube: “quia nondum illa materia, sicut est ille vapor, est sufficienter alterata quod ex ea fiat nubes” - (fr:4479). La spiegazione principale fa leva sul meccanismo dell’antiparistasis: il vapore, caldo per accidente ma freddo per natura, viene sollevato. Quando il calore che lo solleva si disperde nell’aria calda circostante, “aliqui gradus frigiditatis qui adhuc erant in illo vapore incipiunt intendi et fortificari” - (fr:4482), portando alla condensazione in acqua e, per una forte antiparistasì, alla successiva congelazione in grandine (fr:4483). Questo chiarisce perché la grandine si generi “in loco altiori, tamen bassiori quam sit media regio aeris” - (fr:4484).
Vengono affrontate sistematicamente varie questioni. La grandine può formarsi anche nella regione media dell’aria per il freddo ivi presente (fr:4486), e il fatto che il vapore sia stato precedentemente riscaldato aiuta una congelazione più rapida, citando Aristotele: “aquam calefactam citius posse congelari quam aquam frigidam” - (fr:4488). La differenza con la neve sta nella materia: il vapore della neve è meno abbondante e meno spesso (“non est ita habundanter humidus nec est ita grossus” - fr:4491), permettendole di congelarsi prima di convertirsi in acqua. Le stagioni influenzano la frequenza: la grandine è più comune in primavera e autunno perché in estate “est defectus vaporis” e in inverno “deficit antiparistasis sufficiens in loco bassiori, et deficit calor potens elevare materiam grandinum” - (fr:4499). Vengono anche discusse le forme delle grandini, talvolta rotonde (da luogo alto), talvolta angolari (da luogo più basso), e persino, raramente, simili ad animali, attribuite a una “specialem virtutem celestem” - (fr:4497).
La seconda questione verte sul paradosso della congelazione più rapida dell’acqua calda. Dopo aver esposto argomenti contrari, l’autore afferma la verità della tesi per esperienza: “Patet ad experientiam si aqua calida et aqua frigida frigori congelanti applicentur” - (fr:4540). Vengono quindi esaminate e criticate varie spiegazioni causali. Quella di Alberto Magno è che il calore rarefà l’acqua, rendendola “paratam ad recipiendum multum frigus et cito” - (fr:4550). Una teoria alternativa distingue tra “calor aereus” (nell’acqua fredda) e “calor igneus” (in quella calda), suggerendo che il secondo, più contrario al freddo, viene espulso più rapidamente, accelerando la congelazione (fr:4559). L’autore propone poi una propria causa complessa: l’acqua calda è più rarefatta e una qualità (senza contrario) moltiplicata dal freddo circostante può meglio “se in aqua calida dilatare et de ea frigiditatem educere et congelationem quam in aqua frigida” - (fr:4582), evitando così il problema filosofico della migrazione di accidenti tra sostanze.
Il testo è un esempio di indagine naturalistica medievale che tenta di dare coerenza sistematica ai fenomeni osservati. L’uso di citazioni autorevoli (Aristotele, Alberto), la struttura dialettica (obiezioni e risposte), la ricerca di cause multiple e il riferimento all’esperienza diretta ne delineano il metodo. La persistenza di concetti come l’antiparistasis e la discussione su qualità senza contrario mostrano un pensiero in tensione tra fisica qualitativa e tentativi di spiegazione meccanicistica.
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[23.1-60-4643|4702]
23 Analisi di un testo meteorologico medievale: segni presagici e limiti dell’astrologia giudiziaria
Un trattato tardo-medievale discute i segni premonitori della pioggia, mettendo in discussione l’astrologia a favore dell’osservazione diretta dei fenomeni atmosferici.
Il testo analizzato, attribuito a Roberto Grossatesta (“Robertus Grossatesta, De impressionibus aeris” - fr:4645), costituisce un estratto di un’opera scientifica che esamina i metodi per prevedere il tempo atmosferico, in particolare la pioggia. Il nucleo centrale è una critica epistemologica all’astrologia giudiziaria, ritenuta inaffidabile, e la proposta di un metodo alternativo basato sull’osservazione di segni nella regione elementare (l’atmosfera terrestre). L’argomentazione si sviluppa prima confutando l’astrologia, poi elencando sistematicamente una serie di segni presagici.
L’autore contesta radicalmente l’affidabilità delle previsioni astrologiche. Egli sostiene che anche se un astrologo giudicasse correttamente una costellazione portatrice di pioggia, potrebbe comunque sbagliare perché “quamvis in illa regione vapores sufficienter elevarentur, tamen, ipsis elevatis, per ventum possent deduci ad aliam regionem; et sic potest contingere quod regio iudicata ab astrologis esse sicca esset pluviosa et regio iudicata pluviosa esset sicca” - (fr:4648) [sebbene in quella regione i vapori si sollevassero sufficientemente, tuttavia, una volta sollevati, potrebbero essere condotti dal vento verso un’altra regione; e così può accadere che la regione giudicata dagli astrologi essere asciutta fosse piovosa e la regione giudicata piovosa fosse asciutta]. La conclusione è che l’astrologo dovrebbe considerare così tanti fattori che una previsione certa non è possibile: “oportet astrologum tot et tanta respicere quod non est bene possibile quod certe iudicaret” - (fr:4649) [è necessario che l’astrologo consideri così tante e tali cose che non è affatto possibile che giudichi con certezza].
In alternativa, l’autore propone di basarsi su segni osservabili nella regione elementare, ritenuti più affidabili: “Per signa autem que fiunt in regione elementari pertinentia ad istam scientiam, quia magis propesignificant suos effectus, possumus certius iudicare” - (fr:4650) [Ma attraverso i segni che si verificano nella regione elementare, pertinenti a questa scienza, poiché preannunciano maggiormente i loro effetti, possiamo giudicare più certamente]. Segue quindi una lista dettagliata e razionalizzata di nove segni premonitori di pioggia o serenità, ciascuno supportato da una spiegazione fisica basata sul comportamento dei vapori (vapores) e sulla rifrazione della luce.
La spiegazione fisica ruota attorno all’interposizione, all’elevazione e alla natura dei vapori tra l’osservatore e il corpo celeste. Ad esempio, un Sole rosso al tramonto (rubedo vespertina) indica serenità perché i vapori sono già discesi a terra (“illi vapores sunt prope terram et descenderunt” - fr:4653), mentre un Sole rosso al mattino (rubedo matutina) indica pioggia perché i vapori, essendo materia della pioggia, saranno sollevati dal Sole ascendente (“Sol continue ascendit super nostrum horizontem, elevat illos vapores secum” - fr:4656). Altri segni includono un Sole che appare più grande del solito all’alba (dovuto alla rifrazione attraverso i vapori: “propter refractionem radiorum” - fr:4668), la comparsa di più soli (parelio), un Sole pallido, un alone (halo) attorno alla Luna o al Sole, corna nere e ottuse della Luna nuova, e stelle che appaiono rade e distanti.
Il testo mostra una metodologia scolastica, con una struttura a questiones e risposte alle obiezioni (Ad rationes). Qui l’autore precisa le sue teorie, distinguendo ad esempio la rubedo serale da quella mattutina (“non est idem de rubedine matutina et serotina” - fr:4686) e spiegando che il Sole rosso al mattino implica la presenza simultanea di vapori acquosi e esalazioni terrestri. Riconosce anche che i segni non sono infallibili (“ista signa non sunt ita certa quin possunt aliquando impediri” - fr:4690), ma ciò accade raramente.
Il frammento si conclude avviando una nuova questio sulla caligine (caligo), citando Aristotele (“caligo est velut nebula sterilis” - fr:4694, 4698) e proponendo di esaminare sia i segni nella regione elementare sia quelli in animali o polveri. Definisce la nebbia (nebula) come “nubes rara” - (fr:4699) [nuvola rada], distinguendo tra nebbia che precede la pioggia (segno di pioggia) e nebbia che segue la pioggia (segno di serenità).
Storicamente, il testo è una testimonianza significativa del pensiero scientifico del XIII secolo, in cui l’autorità di Aristotele si combina con uno sforzo di osservazione razionale e di critica metodologica verso pratiche come l’astrologia giudiziaria. Rappresenta un tentativo di fondare una meteorologia come scienza naturale autonoma, basata su cause materiali (i vapori) e su fenomeni ottici osservabili, sebbene all’interno di un quadro concettuale pre-moderno.
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[24.1-70-4717|4786]
24 Segni premonitori della pioggia e questione sull’ascensione naturale dell’acqua
Un trattato medievale che cataloga i presagi meteorologici e discute il moto naturale dell’acqua verso le sorgenti.
Il testo analizzato è un estratto di un trattato scientifico medievale, strutturato in due parti principali: una lunga sezione dedicata all’enumerazione dei segni premonitori della pioggia e una seconda parte che affronta una questione filosofico-naturale sull’ascensione dell’acqua alle sorgenti. Lo stile è quello della quaestio scolastica, con argomentazioni pro e contra.
La prima parte è un catalogo sistematico di ”signa pluvie future”. L’autore elenca fenomeni atmosferici, comportamenti animali e altre osservazioni empiriche considerate presagi. Un concetto ricorrente è il legame causale tra il calore che solleva vapori densi e la successiva formazione della pioggia: “asperitas radiorum Solis; nam talis significat calorem fortem potentem elevare vaporem multum et grossum, ex quo fiunt pluvie” - (fr:4722). Tra i segni peculiari si annoverano: l’asprezza dei raggi solari, nubi grosse al tramonto, l’apparizione dell’arcobaleno (iride), l’umidità insensibile sulle pietre, la riduzione dei fiumi, l’agitazione del mare, e persino comportamenti animali come il volo basso delle rondini o il morso più intenso delle mosche.
L’analisi dell’arcobaleno è particolarmente significativa, poiché mescola osservazione naturale e tradizione popolare. Si afferma che l’iride “significat pluviam, sed non significat pluvias magnas” - (fr:4726), e si riporta una credenza vulgare secondo cui la sua apparizione garantisce che il mondo “adhuc mundus durabit per triginta annos” - (fr:4728), collegandosi al mito del Diluvio universale. Viene anche descritta una regola prognostica più precisa basata sulla direzione del vento rispetto al sole.
Un passaggio rilevante spiega il fenomeno delle pietre umide con una teoria della condensazione impercettibile: “hoc est signum quod iam cadunt guttule, licet insensibiles, propter quas lapides sic apparent humectati, et quod iam materia pluvie est sursum et preparatur et disponitur statim ad pluviam futuram” - (fr:4732). L’autore ammette poi i limiti della spiegazione razionale per alcuni presagi, come il comportamento degli animali, concludendo: “De hiis enim et consimilibus, nisi fingeremus, satis difficiliter possemus reddere rationem” - (fr:4753).
La seconda parte del testo affronta una questione dibattuta: “Utrum aqua naturaliter ascendat ad orificia fontium” - (fr:4754). Vengono presentati argomenti a favore (l’acqua cerca il suo luogo naturale, le sorgenti scaturiscono a lungo, esistono fonti in alta montagna) e uno principale contro (nullo di grave ascende naturalmente). La soluzione proposta si basa su una distinzione. L’autore distingue quattro modi in cui l’acqua può salire: 1) violentemente (proiettata); 2) naturalmente per compressione di un corpo più grave (come l’acqua che sale attraverso la terra polverizzata in un vaso, perché “graviora appetunt esse sub levibus et leviora appetunt esse supra gravibus” - (fr:4776)); 3) per livellamento (adequatio), quando da una parte è più alta che da un’altra; 4) per alterazione, ossia tramite l’evaporazione e la successiva condensazione (“per alterationem, sicut contingit ex elevatione vaporum” - (fr:4780)). Quest’ultimo meccanismo collega idealmente la discussione teorica alla prima parte pratica sui vapori come materia della pioggia.
Il testo ha un significato storico come testimonianza della scienza tardo-medievale, che combina l’eredità classica (con citazioni di Virgilio e riferimenti ad Aristotele), l’osservazione diretta della natura e il metodo dialettico della Scolastica. Rappresenta un tentativo di sistematizzazione razionale del sapere popolare e meteorologico, pur riconoscendo i confini di tale spiegazione. La trattazione sull’acqua mostra l’applicazione dei principi della fisica aristotelica (luoghi naturali, gravità/leggerezza) a un problema idrogeologico concreto.
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[25.1-38-4788|4825]
25 Analisi di una teoria medievale sull’origine delle fonti e il moto delle acque
Confutazione delle teorie contemporanee e affermazione di un principio idrogeologico basato sulla gravità e l’altitudine.
Il testo, estratto da un trattato scientifico medievale, si presenta come una disputa dialettica strutturata in conclusioni e risposte alle obiezioni. L’autore confuta sistematicamente le teorie coeve sull’ascensione dell’acqua alle sorgenti per proporre una spiegazione basata su principi di gravità e necessità di un’origine in altura. Il nucleo della discussione verte sulla natura del moto dell’acqua (se violento, naturale o per compressione) e sull’origine delle fonti e dei fiumi.
L’argomento principale è introdotto confutando l’idea che l’acqua salga alle sorgenti in modo violento, poiché “non videtur ibi esse aliquid violentans quod violente faciat aquam sic ascendere” - (fr:4788) [non sembra esserci nulla di violento che costringa l’acqua a salire in questo modo alle aperture delle fonti]. Viene poi rigettata con forza la teoria che l’ascensione avvenga per compressione esercitata dalla terra, considerata solida e non fluida: “ex quo terra est solida et non fluxibilis … ipsa non comprimit aquam, sed aqua libere transit per meatus terre quas invenit” - (fr:4790) [poiché la terra è solida e non fluida… essa non comprime l’acqua, ma l’acqua transita liberamente attraverso i passaggi della terra che trova]. L’autore argomenta che, se la terra fosse fluida e “purgata”, scendendo e comprimendo l’acqua, “terra congregaret se in unum in medio aque et circumquaque poneret se aqua et cooperiret terram” - (fr:4792) [la terra si raccoglierebbe tutta insieme in mezzo all’acqua e l’acqua si porrebbe tutt’intorno e coprirebbe la terra], portando a un diluvio universale, cosa che evidentemente non si verifica.
La tesi centrale dell’autore è espressa nella terza conclusione: “aqua ascendit naturaliter ad orificia fontium, sed numquam superius nec altius quam sit locus sue originis” - (fr:4795) [l’acqua sale naturalmente alle aperture delle fonti, ma mai più in alto del luogo della sua origine]. Questo principio, paragonato al funzionamento dei condotti idrici (“patet experimentaliter in conductibus aquarum per canales” - fr:4796), diventa una legge universale: “impossibile est aliquem fontem esse in aliquo loco nisi principium sue originis sit in loco altiori” - (fr:4806) [è impossibile che una fonte sia in un luogo se il principio della sua origine non è in un luogo più alto]. Da ciò deriva che “in terra plana non solent esse fontes scaturientes” - (fr:4807) [in terra pianeggiante di solito non ci sono fonti che sgorgano], perché manca un dislivello. L’autore precisa che questo moto non è un vero ascenso, ma “est magis descensus, ex quo oritur in loco altiori” - (fr:4808) [è piuttosto una discesa, poiché ha origine in un luogo più alto].
Un corollario importante di questa teoria è la negazione della credenza comune che i fiumi provengano dal mare. L’autore afferma: “fontes non veniunt a mari” - (fr:4810) [le fonti non provengono dal mare], perché il mare è in un luogo più basso. Concede solo che alcuni fiumi possano formarsi dall’acqua marina per evaporazione e successiva pioggia. Il testo si chiude risolvendo un’apparente contraddizione con la fisica aristotelica: se il luogo naturale dell’acqua è il centro del mondo, perché essa sta sopra la terra? La risposta è che, “terra existente in medio mundi, non est naturale aque esse in medio mundi, sed est sibi naturale quod sit super terram, cum minus gravia naturaliter sint super magis gravia” - (fr:4818) [essendo la terra al centro del mondo, non è naturale per l’acqua stare al centro del mondo, ma le è naturale stare sopra la terra, poiché i corpi meno pesanti stanno naturalmente sopra quelli più pesanti].
Storicamente, il testo testimonia il tentativo di conciliare l’osservazione empirica (l’esistenza di sorgenti in montagna) con i principi della filosofia naturale aristotelica (la gravità, i luoghi naturali). La rigorosa applicazione del principio del “locus declivior” [luogo in discesa] e l’uso di analogie con opere idrauliche artificiali segnano un approccio razionale alla spiegazione dei fenomeni naturali, pur all’interno di un quadro teorico pre-moderno. La confutazione della teoria della compressione e della paura di un diluvio universale ad essa collegata mostra anche un dibattito scientifico vivo su questioni fondamentali della cosmologia e della geologia del tempo.
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[26.1-88-4829|4916]
26 Sulla generazione delle acque sorgive nella terra
Analisi di una quaestio medievale sulle origini sotterranee di fonti e fiumi.
Il testo costituisce una quaestio scolastica sul problema dell’origine delle acque di sorgente e dei fiumi. La struttura è dialettica: si pongono argomentazioni contrarie alla generazione dell’acqua nella terra, si espongono e confutano opinioni autorevoli del passato, e infine si stabilisce la verità secondo l’autore, supportata da ragioni filosofiche e osservazioni empiriche.
L’oggetto della disputa è formulato nella frase iniziale: “Utrum aque fontium generentur in terra” - (fr:4829) [Se le acque delle sorgenti siano generate nella terra]. Contro questa tesi, l’autore riporta sei argomenti principali. Tra questi, si sostiene che le acque sorgive derivino da pioggia, poiché “quando sunt multe et magne pluvie, sicut in hieme, aque fontium sunt maiores; quando autem sunt pauciores, sicut in estate, aque fontium sunt minores” - (fr:4832) [quando ci sono piogge molte e abbondanti, come in inverno, le acque delle sorgenti sono maggiori; quando invece sono minori, come in estate, le acque delle sorgenti sono minori]. Un altro argomento si basa sulla contrarietà degli elementi: “terra de natura sua est sicca; aqua autem de natura sua est humida; ergo non videtur quod aqua fontium generetur in terra” - (fr:4833) [la terra per sua natura è secca; l’acqua invece per sua natura è umida; dunque non sembra che l’acqua delle sorgenti sia generata nella terra]. Una terza obiezione, di tipo simmetrico, afferma che come la terra non si genera nel luogo dell’acqua, così l’acqua non si dovrebbe generare nel luogo della terra (fr:4834). Un’ulteriore opinione, ritenuta plausibile, è che le sorgenti provengano dal mare, altrimenti il continuo apporto dei fiumi lo farebbe crescere smisuratamente: “mare tantum augeretur quod esset ultra modum magnum nisi e contrario a mari procederent et pervenirent fontes qui sunt principia fluviorum” - (fr:4837) [il mare crescerebbe tanto da essere oltre misura grande se, al contrario, dalle sorgenti che sono i principi dei fiumi non procedessero e non provenissero dal mare].
Prima di esporre la propria dottrina, l’autore confuta sistematicamente due opinioni precedenti. La prima, che immagina la terra piena di “susceptacula aquarum pluvialium” - (fr:4842) [serbatoi di acque piovane], viene rigettata con argomenti quantitativi e sperimentali. Si osserva che da un solo monte in un anno esce più acqua di quanta quel monte potrebbe contenerne (fr:4848). Inoltre, si cita l’autorità di Seneca, il quale “dicit esse visum per experientias aquam pluvialem non intrare terram ultra decem pedes” - (fr:4851) [dice che per esperienze è stato visto che l’acqua piovana non penetra nella terra oltre i dieci piedi]. La seconda opinione confutata è quella che fa derivare le sorgenti dal mare attraverso un processo di imbibizione ed evaporazione. Anche qui si ricorre a Seneca, il quale attesta che “ultra profunditatem trecentarum altitudinum hominis invenitur terra solida sine aqua” - (fr:4871) [oltre la profondità di trecento altezze d’uomo si trova terra solida senza acqua]. Un ulteriore argomento logico è che, se questa teoria fosse vera, “maxime in parvis montibus prope maria deberent esse plures fontes quam in magnis montibus remotis a mari” - (fr:4872) [soprattutto nei piccoli monti vicini al mare dovrebbero esserci più sorgenti che nei grandi monti remoti dal mare], cosa che l’esperienza contraddice.
La dottrina positiva dell’autore si articola in una serie di conclusioni che descrivono il processo di generazione. La prima conclusione afferma che “aqua generatur in terra” - (fr:4885) [l’acqua è generata nella terra], poiché non può provenire né solo dalla pioggia né dal mare. La seconda conclusione stabilisce che “terra usque bene inferius est mixta, et non pura” - (fr:4888) [la terra fino a grande profondità è composta, e non pura], come dimostrano i ritrovamenti nelle escavazioni. La terza conclusione è che “terra versus superficiem est porosa” - (fr:4890) [la terra verso la superficie è porosa], fatto provato dalla capacità del terreno di assorbire l’acqua e dall’esistenza di grandi cavità. La quarta conclusione aggiunge che “in huiusmodi poris terre sunt aliqua corpora que non sunt terra, sicut vapor vel aer” - (fr:4893) [in tali pori della terra ci sono alcuni corpi che non sono terra, come vapore o aria], per evitare l’esistenza del vuoto in natura.
Il meccanismo di generazione viene quindi spiegato: “vapor vel aer existens in huiusmodi poris terre per frigus terre condensatur et in aquam convertitur” - (fr:4896) [il vapore o l’aria esistenti in tali pori della terra per il freddo della terra si condensano e si convertono in acqua]. L’acqua, cercando il luogo più basso, defluisce, e i pori si riempiono di nuovo vapore, in un ciclo continuo. Questo processo è paragonato alla fisiologia umana: “sicut contingit in minori mundo, scilicet in homine; cum enim vapores ascendunt ad caput, convertuntur ibi … propter frigiditatem cerebri in reumata … quod descendens exit per nares” - (fr:4898) [come accade nel mondo minore, cioè nell’uomo; infatti quando i vapori salgono alla testa, lì si convertono … per il freddo del cervello in catarro … che discendendo esce per le narici].
L’autore descrive anche casi particolari: a volte l’acqua generata rimane a lungo sottoterra, al punto che “in eis generantur pisces” - (fr:4905) [in esse si generano pesci], citando ancora Seneca su stagni sotterranei con pesci velenosi per mancanza di sole. Quando invece le gocce d’acqua “possunt habere exitum ad locum decliviorem, exeunt a terra, et sic fiunt fontes et fluvii” - (fr:4906) [possono avere uno sbocco verso un luogo declive, escono dalla terra, e così si formano sorgenti e fiumi], il che spiega perché spesso sgorgano ai piedi dei monti.
Nella parte finale, l’autore risponde sistematicamente alle obiezioni iniziali. All’argomento delle piogge, replica che queste non sono la causa diretta, ma una condizione favorevole: “per casum pluvie terra plus disponitur et habilitatur ad hoc quod in terra possit generari aqua” - (fr:4910) [per la caduta della pioggia la terra è maggiormente disposta e abilitata al fatto che nella terra possa generarsi acqua]. Alla contrarietà degli elementi, risponde che “nichil prohibet unum contrarium in loco alterius posse generari” - (fr:4912) [nulla vieta che un contrario possa generarsi nel luogo dell’altro], se è presente la materia adatta. Riguardo all’argomento del mare, nega la premessa e spiega che l’equilibrio si mantiene perché l’acqua dei fiumi “disperguntur multum late calore Solis, tantum elevatur et consumitur de mari” - (fr:4915) [si disperdono molto lontano per il calore del Sole, tanto si eleva e si consuma del mare].
Il testo è un esempio significativo del metodo scolastico, che combina il riferimento all’autorità di Aristotele e Seneca con la razionalizzazione di osservazioni empiriche (la variazione stagionale delle sorgenti, gli scavi, la posizione delle sorgenti sui monti) e il ragionamento deduttivo, per costruire una teoria causale complessa di un fenomeno naturale.
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[27.1-24-4923|4946]
27 Sulla perpetuità del mare e i processi idrologici in un commento medievale ad Aristotele
Analisi di una questione scolastica sull’eternità del mare, con riferimenti ad Aristotele, meccanismi di evaporazione e il dibattito sul luogo naturale degli elementi.
Il testo è un frammento di un commento o di una quaestio medievale su temi di filosofia naturale, che verte principalmente sulla questione se il mare sia perpetuo o sia stato creato in un tempo determinato. La discussione si struttura secondo il metodo scolastico, presentando argomenti contrapposti (videtur quod non e in oppositum) e proponendo distinzioni concettuali per risolvere il problema.
L’argomento principale contro la perpetuità del mare si fonda sulla sua natura composita e corruttibile. Si sostiene che “Illud quod habet materiam non est perpetuum, sed mare habet materiam” - (fr:4929) e che, non essendo una forma o materia semplice, ma un composto, non possa essere eterno. Un’ulteriore prova della sua corruttibilità è l’osservazione che “calore Solis alique partes maris elevantur et tantum calefiunt quod convertuntur in aliam materiam, puta in aerem vel in ignem” - (fr:4934). Questo passaggio è peculiare perché descrive un processo fisico (l’evaporazione e la trasmutazione degli elementi) come evidenza filosofica. Un altro argomento significativo riguarda il luogo naturale: poiché l’acqua è grave, il suo luogo naturale sarebbe il centro del mondo, non la superficie terrestre; essendo quindi in un luogo violento, “nullum violentum sit perpetuum” - (fr:4936).
La posizione opposta, che difende la perpetuità, si appella all’autorità di Aristotele e alla struttura del cosmo: “mundus est perpetuus et corpora celestia sunt perpetua, et ista inferiora a celo reguntur, et ipsum mare pertinet ad integritatem ipsius mundi” - (fr:4943). Si introduce anche un argomento logico contro una creazione temporale: non ci sarebbe ragione per cui il mare sia stato creato in un tempo piuttosto che in un altro.
Il testo presenta poi una complessa distinzione terminologica chiave per la soluzione: “mare manere vel fuisse perpetuum dupliciter intelligitur: uno modo secundum identitatem specificam; alio modo secundum identitatem naturalem—et hoc dupliciter, nam vel simpliciter vel secundum quid” - (fr:4945). Questa distinzione tra identità specifica (della specie “mare”) e naturale (dell’individuale corpo d’acqua) permette di conciliare la corruzione delle parti con la permanenza della specie.
In un passaggio precedente, relativo forse a una questione diversa, viene discussa la formazione delle acque nelle cavità terrestri. Si risponde a un’obiezione sulla possibile mancanza di un principio elevante (il calore) affermando che “calor Solis bene est tantus quod ab aliquibus partibus terre inferius potest elevare” - (fr:4924). In alternativa, si propone un meccanismo di sostituzione: quando i corpi nei pori della terra si convertono in acqua, “de supra intrat aer ad replendum huiusmodi poros, quibus repletis, iterum generatur aqua, et sic continuando” - (fr:4925). Questo mostra un interesse per i dettagli dei processi geologici e idrologici.
Il significato storico del testo risiede nella sua testimonianza del metodo della filosofia naturale scolastica del XIII-XIV secolo, che applica la logica e le categorie aristoteliche a problemi fisici concreti. Il riferimento esplicito ad “Commentator in octavo Physicorum” - (fr:4944) (Averroè) colloca l’autore nella tradizione dei commenti latini ad Aristotele. Il testo è un esempio di come l’indagine scientifica medievale cercasse di integrare l’autorità dei testi (Aristotele, il Commentatore) con argomentazioni razionali e osservazioni della natura (come l’evaporazione), pur all’interno di un quadro cosmologico qualitativo e finalistico.
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[28.1-120-4987|5106]
28 Resoconto di un dibattito medievale sulla geografia fisica e le maree
Analisi critica di teorie cosmologiche e idrologiche tardo-medievali, con particolare riferimento alla disposizione di terre e mari, alla formazione dei monti e alla causa delle maree.
Il testo è un estratto di un trattato scientifico scolastico, probabilmente un commentario o una quaestio universitaria del tardo medioevo, che discute e confuta teorie sulla forma del mondo, la relazione tra terra e acqua, e il fenomeno delle maree. L’autore esamina e respinge sistematicamente opinioni attribuite ad Alberto Magno e ad altri, per poi proporre una propria spiegazione basata sui principi della filosofia naturale aristotelica.
Teorie sulla disposizione di terra e acqua. Vengono presentate e criticate due opinioni precedenti. La prima, attribuita ad Alberto Magno, immaginava che l’oceano circondasse la terra come una “cintura” (cinctura). Questa idea è confutata con due argomenti principali: l’esperienza storica di navigatori falliti (come quelli che avrebbero lasciato le “colonne d’Ercole”) dimostrerebbe che il mare è troppo vasto per essere attraversato; inoltre, il continuo apporto di terra dai fiumi al fondo marino avrebbe ormai colmato quella presunta cintura d’acqua: “cum continue cum fluviis fluat terra ad fundum maris magni, iam fundus maris esset tantum elevatus quod quasi iam nulla esset profunditas maris magni” - (fr:5001) [Poiché continuamente con i fiumi la terra scorre verso il fondo del grande mare, ormai il fondo del mare sarebbe così elevato che quasi non ci sarebbe più profondità del grande mare]. La seconda teoria respinta è quella che terra e acqua avessero centri eccentrici. L’autore obietta che, se così fosse, terra e acqua abbandonate dallo stesso punto tenderebbero verso luoghi diversi, mentre entrambe tendono al centro del mondo.
La teoria proposta: gravità e disuniformità della terra. L’autore avanza quindi la propria spiegazione. Se la terra fosse uniformemente grave, giacerebbe al centro del mondo, completamente circondata dall’acqua. Tuttavia, la porzione di terra emersa (terra discooperta) è “più leggera” (magis levis). Questa disuniformità fa sì che il centro di gravità della terra non coincida con il suo centro geometrico. Di conseguenza, la superficie dell’acqua si dispone naturalmente attorno al centro di gravità del sistema terra-acqua (che è il centro del mondo), lasciando scoperta la parte più leggera della terra: “Sed quia ipsa non est uniformiter gravis, quia portio terre discooperta aquis est magis levis, propter hoc centrum magnitudinis terre non est idem cum centro gravitatis terre” - (fr:5031) [Ma poiché essa non è uniformemente grave, dato che la porzione di terra scoperta dalle acque è più leggera, per questo il centro della grandezza della terra non è lo stesso del centro di gravità della terra]. Questo modello dinamico spiega anche la formazione dei monti: le parti più solide e lapidose della terra resistono all’erosione fluviale e rimangono, crescendo “insensibilmente” di giorno in giorno (“de die in diem augentur montes, licet insensibiliter” - fr:5040).
La causa del flusso dei fiumi e delle maree. Il testo affronta anche la direzione dei fiumi, spiegando che scorrono prevalentemente da nord (dove il freddo genera abbondanza d’acqua) verso sud (dove il grande caldo la consuma), sebbene ammetta eccezioni in zone torride. La questione principale diventa poi se il mare debba “fluire e rifluire”. Dopo aver respinto l’idea che la causa sia il moto diurno del cielo, l’autore costruisce una spiegazione razionale basata sull’influenza della Luna. Tre supposizioni guidano l’argomento: 1) la Luna ha dominio sulle umidità acquose; 2) un pianeta agisce con più forza quando è sul meridiano locale; 3) un pianeta ha grande virtù anche quando è al punto opposto sotto la terra. La conclusione è che il moto di accesso e recesso del mare è “effettivamente causato dal moto della Luna” (“effective a motu Lune” - fr:5086), perché al sopraggiungere dei suoi raggi sull’emisfero, il mare si gonfia e si diffonde lateralmente, causando il flusso.
Significato storico e metodologico. Il testo è una significativa testimonianza del metodo scolastico: si parte dall’autorità (Alberto Magno, Aristotele citato in fr:5014 e fr:5053), si espongono teorie, si confutano con argomentazioni logiche e richiami all’esperienza (come le colonne d’Ercole o l’osservazione delle maree), e si costruisce una soluzione coerente con i principi filosofici (l’ordine naturale degli elementi, il luogo naturale, il movimento verso il centro). Mostra un pensiero scientifico pre-moderno che cerca di conciliare l’autorità degli antichi, l’osservazione e la deduzione razionale all’interno di un quadro cosmologico aristotelico. La discussione sulla disuniformità della gravità terrestre e il suo ruolo nel determinare la geografia rappresenta un tentativo originale di spiegazione meccanica di fenomeni geologici e idrografici.
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