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Oresme - Questiones in Meteorologica de prima lectura | L


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[1.1-290-4|293]

1 Analisi del trattato scientifico e della sua edizione critica

Studio della tradizione manoscritta e edizione critica dei primi scritti di Nicole Oresme sui Meteorologica di Aristotele.

Il testo presentato costituisce l’introduzione e i materiali preliminari a un’edizione critica dedicata ai primi commenti di Nicole Oresme (c. 1320-1382) ai Meteorologica di Aristotele. L’opera si focalizza sulla scoperta e l’analisi di una ”prima redazione” (o prima lectura) delle Questiones di Oresme, precedentemente sconosciuta, e del suo commento letterale (Sententia) allo stesso testo aristotelico.

1.1 Elementi peculiari e concetti chiave

Il nucleo del testo è la presentazione di un corpus testuale riscoperto, che modifica la comprensione dell’opera giovanile di Oresme e del suo sviluppo intellettuale. Elementi peculiari includono: 1. La doppia natura del commentario: Oresme produsse sia un commento per domande (Questiones), sia un commento letterale (Sententia), spesso insegnati in parallelo, come evidenziato dai riferimenti incrociati tra i due testi. “Iste dicitur ‘liber Metheororum’, et quare sic vocatur patuit in prima questione” - (fr:247) [Questo è chiamato ‘libro dei Meteorologici’, e il perché sia così chiamato è stato chiarito nella prima questione]. 2. Il carattere “reportato” dei manoscritti: I testimoni principali (specie il ms. Darmstadt 2197) sono reportationes, trascrizioni di lezioni universitarie fatte da studenti. Questo conferisce al testo un’immediatezza storica, ma anche varianti e discontinuità. Un manoscritto è definito “compilate ante magistrum Nicholaum de Oresme” - (fr:237) [compilate davanti al maestro Nicola di Oresme], indicando una revisione sotto la sua supervisione. 3. La rivelazione di un Oresme “astrologico”: Contrariamente alla sua fama successiva di critico dell’astrologia, questa prima redazione mostra un pensatore “profondamente influenzato da essa” - (fr:30). Egli sostiene l’influenza specifica degli astri sulla regione sublunare e difende l’astrometeorologia. 4. L’importanza del Libro I: La struttura del commentario rivela uno squilibrio, con il primo libro che contiene “più questioni degli altri tre libri messi insieme” - (fr:155). Ciò è dovuto sia alla complessità degli argomenti (dalla definizione della scienza meteorologica alle comete), sia all’adozione da parte di Oresme della divisione greca del testo di Aristotele. 5. Riferimenti a trattati perduti o identificati**: Il testo cita opere anonime come il trattato sull’arcobaleno “Inter omnes impressiones”, che recenti studi hanno attribuito a un autore del XIII secolo, escludendo la paternità oresmiana. “Il trattato ‘Inter omnes impressiones’ non deve essere confuso con un altro lavoro anonimo sull’arcobaleno e sull’alone” - (fr:17).

1.2 Significato storico e di testimonianza

Questo lavoro editoriale possiede un duplice valore storico: 1. Testimonianza della prassi accademica parigina del XIV secolo: I manoscritti sono diretta testimonianza dell’attività didattica alla Facoltà delle Arti di Parigi. I nomi degli studenti-copisti (Iohannes Margan, Henricus Iohannis de Dandrediche), la datazione al 1346 dedotta da riferimenti incrociati, e le caratteristiche paleografiche (cambi di inchiostro, scrittura più fitta) permettono di ricostruire la dinamica delle lezioni. “Possiamo quindi ragionevolmente supporre che il testo copiato da Henricus Iohannis de Dandrediche non sia una reportatio originale, ma, possibilmente, una copia corretta di una reportatio” - (fr:231). 2. Documento dello sviluppo intellettuale di un grande pensatore: L’edizione della prima lectura permette di tracciare l’evoluzione del pensiero di Oresme. Essa mostra un filosofo i cui interessi per la matematica (rapporti tra elementi, rifrazione) sono già presenti, ma le cui posizioni su astrologia e determinismo astrale non si sono ancora consolidate nella critica radicale delle opere mature. Questo lo rende un “documento molto importante per lo studio dello sviluppo filosofico di Nicole Oresme” - (fr:28).

1.3 Dati e informazioni rilevanti


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2 Indice dei quesiti e descrizione di manoscritti di una redazione delle Questiones meteorologicae di Nicola di Oresme

Sinossi della trasmissione testuale e storia materiale di un commento universitario medievale.

Il testo fornisce una panoramica sinottica e una descrizione codicologica relativa alla prima redazione delle Questiones meteorologicae di Nicola di Oresme. Il nucleo è costituito da una lista dettagliata di quesiti disputati, trasmessa da tre principali testimoni manoscritti (sigle D, M, C), e dalla descrizione di uno di questi, il manoscritto di Darmstadt.

La lista sinottica (fr:295) ha lo scopo di mostrare la corrispondenza tra le questioni nei diversi manoscritti, poiché la parte di testo trasmessa dagli altri testimoni è troppo esigua per accertare la suddivisione in libri da loro adottata. L’elenco, che si estende dalla frase 296 alla 350, organizza i quesiti filosofico-naturali secondo un ordine logico, spesso indicando il numero del libro (es. i, ii, iii, iv) e la posizione nel manoscritto (es. 58ra, 19ra). I temi spaziano dalla cosmologia e dall’influenza celeste sui fenomeni terrestri (es. “Utrum omnis virtus inferior a superioribus, scilicet supercelestibus, gubernetur” - (fr:298) [Se ogni virtù inferiore sia governata dalle superiori, cioè dalle supercelesti]), alla meteorologia propriamente detta (comete, pioggia, neve, grandine, venti, terremoti, arcobaleno), fino a questioni di fisica generale sulla natura delle qualità e dell’azione a distanza.

Un passaggio peculiare è la dislocazione di una questione: “Utrum quatuor elementa sint continue proportionalia” - (fr:306) [Se i quattro elementi siano continuamente proporzionali] appare come i.10 in D, ma come i.33 in C e addirittura come iii.7 in M, evidenziando una variazione significativa nell’organizzazione del materiale tra i copisti.

La seconda parte del testo (dalla fr:350) è dedicata alla descrizione dei manoscritti, con metodo differenziato a seconda della disponibilità di catalogazioni recenti. Per i codici di Cracovia ci si basa su cataloghi moderni, mentre per il manoscritto di Darmstadt (D) si forniscono informazioni molto dettagliate, essendo assenti descrizioni a stampa particolareggiate. Questo manoscritto, Hs. 2197, è di particolare interesse storico-testimoniale. È un codice cartaceo copiato nel 1346 all’Università di Parigi, come attestano esplicitamente i colofoni: “Expliciunt Questiones supra librum De anima reportate ante magistrum Johannem de Wesalia in vico straminum Parisius per manus Johannis Margan de Yvia, anno Domini M° ccc° 46°” - (fr:357) [Qui finiscono le Questioni sul libro Dell’anima riportate davanti al maestro Giovanni de Wesalia nella via degli Strami a Parigi per mano di Giovanni Margan de Yvia, nell’anno del Signore 1346]. La terminologia dei colofoni (reportationes, compilationes) e le caratteristiche materiali rivelano che si tratta di appunti di corsi presi da studenti sotto dettatura dei maestri, poi rivisti.

Il testo traccia anche la storia successiva del codice: fu copiato da due studenti della diocesi di Liegi (Giovanni de Margan ed Enrico Giovanni de Dandrediche) che, tornati in patria, portarono con sé i testi. Il manoscritto finì così nell’Abbazia di San Giacomo a Liegi, dove nel 1407 fu acquistato dal priore Filippo di Othey, che vi appose note di possesso e annotazioni. Dopo la secolarizzazione dell’abbazia (1788), passò attraverso la collezione del barone Adolf von Hüpsch per entrare infine nella biblioteca di Darmstadt. Questa ricostruzione prosegue idealmente la lista dei quesiti, poiché il manoscritto descritto (D) è proprio uno dei tre testimoni principali della sinossi iniziale, offrendo così un contesto materiale concreto al dato testuale astratto della tabella.


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3 Analisi codicologica e contenutistica del manoscritto Darmstadt, Universitäts- und Landesbibliothek, Hs. 516

Un testimone materiale della vita accademica parigina della metà del Trecento.

Il testo fornisce una descrizione analitica del manoscritto Darmstadt, Universitäts- und Landesbibliothek, Hs. 516, evidenziandone il valore come documento composito della produzione filosofica e scientifica dell’Università di Parigi attorno al 1345-1346. Gli elementi peculiari riguardano principalmente la sua struttura materiale, la provenienza e il contenuto testuale.

La legatura originale, risalente al 1721 o restaurata da frammenti precedenti da Philipp Fiesen, contiene frammenti cartacei con indicazioni cruciali. Uno reca la scritta “Questiones Nicolai de Orem et Iohannis de Vesalia” - (fr:374) [Questioni di Nicola di Oresme e Giovanni di Vesalia], attestando già il contenuto principale. Un foglio di pergamena numerato 197 informa della provenienza: “This leaf informs us that the manuscript belonged to the Abbey of St. James in Liège and that it was bought in 1407 by the prior Philip of Othey” - (fr:377). Questo stesso foglio fornisce “precise indications on the content of the codex” - (fr:378).

Dal punto di vista codicologico, il manoscritto è composto da cinque parti materialmente distinte ma coeve, scritte dagli stessi copisti, con una struttura dei fascicoli “quite irregular” - (fr:391). Lo studio delle filigrane è determinante: esse sono datate per lo più al periodo 1330-1350, mentre due bifogli aggiunti nel 1407 presentano una filigrana con il motivo “P”. La presenza di filigrane identiche in fascicoli non consecutivi indica che “these texts were written concurrently” - (fr:464). Questo dato materiale supporta l’ipotesi che il codice raccolse appunti di corsi tenuti nello stesso periodo.

Il contenuto è una silloge di commenti al corpus aristotelico di maestri attivi alla Facoltà delle Arti di Parigi nell’anno accademico 1345-1346, insieme a testi di logica di Guglielmo di Ockham. L’opera principale qui in esame è “the first redaction of Oresme’s Questions on Meteorology” - (fr:415). Il manoscritto contiene anche commenti letterali e questioni su De generatione et corruptione, la Fisica (attribuite a Buridano), il De anima e gli Analitici di Giovanni di Wezalia, nonché opere logiche di Ockham. La disposizione dei testi, con commenti letterali e questioni copiati sugli stessi blocchi di carta, suggerisce che gli studenti “followed the two types of lecture in parallel, thus studying the three treatises cursorie and ordinarie” - (fr:466).

La fattura del codice conferma la sua natura di reportationes e compilationes. È opera di due studenti: Johannes de Margan e Henricus Iohannis de Dandrediche. Il testo è disposto in due colonne e presenta diverse caratteristiche grafiche che denotano una produzione frettolosa: “the rather hasty and sloppy handwriting” - (fr:473), cambi di inchiostro tra una lezione e l’altra, mancanza di iniziali e “the omission of large portions of text” - (fr:475), verosimilmente perché gli studenti non poterono assistere a quelle lezioni. Sono presenti anche peculiarità ortografiche, come il raddoppiamento di sibilanti e consonanti occlusive.

Il significato storico del manoscritto è duplice. In primo luogo, è una testimonianza materiale diretta delle pratiche di insegnamento e apprendimento nella Parigi del XIV secolo, mostrando come gli studenti raccogliessero e legassero insieme appunti di corsi diversi ma contemporanei. In secondo luogo, conserva versioni “ante” o prime redazioni di opere di figure chiave come Nicola di Oresme, come specificato nel colofone: “Expliciunt questiones super primum Metheororum [a. m.:] compilate ante venerabilem magistrum Nicholaum de Oresme normannum” - (fr:424). Le annotazioni del priore Filippo di Othey, acquirente nel 1407, forniscono un inventario dettagliato e critico, segnalando lacune e attribuzioni: “Hunc librum emit dominus Philippus de Othey, prior huius loci, anno Domini m°cccc°vi°. Orate pro eo” - (fr:488-489). La sua nota a margine “puto quod sunt a Buridano” - (fr:486) riguardo alle questioni sulla Fisica mostra un primo tentativo di attribuzione filologica. Il codice rappresenta quindi un oggetto di studio sia per il suo contenuto filosofico sia come artefatto della storia dell’educazione e della trasmissione del sapere medievale.


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[4.1-395-583|977]

4 Descrizione codicologica e contenutistica del manoscritto Clm 4375

Analisi di un codice composito tardomedievale con testi di filosofia naturale e teologica.

Il testo fornisce una descrizione dettagliata del manoscritto Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 4375, un codice composito di provenienza tedesca, la cui struttura attuale risale alla seconda metà del XV secolo. Il manoscritto appartenne a Narcissus Pfister, che lo acquistò a Colonia nel 1395 e in seguito lo portò con sé quando entrò nell’abbazia benedettina dei Santi Ulrico e Afra ad Augusta, dove è rimasto fino all’epoca moderna.

Il codice è eterogeneo sia nella composizione materiale che nei contenuti, essendo costituito dalla rilegatura insieme di parti distinte, copiate in epoche e luoghi diversi. Lo studio delle filigrane indica che i fascicoli più antichi (iii–viii e xxii–xxiii) risalgono al XIV secolo, in particolare al periodo 1340-1350. I contenuti spaziano dalla filosofia naturale aristotelica alla teologia, comprendendo commenti ai trattati di Aristotele, un testo di logica (De obligationibus) e frammenti di commenti alle Sentenze di Pietro Lombardo.

4.1 Contenuti principali del manoscritto

  1. Commento anonimo alla Politica di Aristotele (ff. 1ra–18va), copiato intorno al
  2. Questiones in Meteorologica (prima redazione) di Nicole Oresme (ff. 19ra–46rb), copiate intorno al 1345-1350. Il testo è trasmesso anonimo, con annotazioni marginali e disegni esplicativi.
  3. Questiones in De caelo et mundo attribuite a Nicole Oresme (ff. 47ra–76va), della stessa epoca (ca. 1340-1350). La copia presenta mani diverse e una correzione/riscrittura di una questione.
  4. Reportata super tractatum De obligationibus anonimo (ff. 78ra–86va), copiato intorno al 1340-1350.
  5. Questiones in De caelo et mundo di Alberto di Sassonia (ff. 88ra–156rb), completate nel 1367 da Ulrich Werder e rubricate nel
  6. Questiones in De generatione et corruptione di Marsilio di Inghen (ff. 157ra–231ra), pronunciate a Heidelberg nel 1389 e copiate a Colonia nel
  7. Frammenti del commento alle Sentenze (libro II) di Durando di San Porziano (ff. 233ra–239vb), della terza redazione, copiati intorno al
  8. Frammento anonimo di commento al libro III delle Sentenze (ff. 240ra–250ra), della stessa epoca.

4.2 Peculiarità codicologiche e significato storico

Il manoscritto è una testimonianza materiale della circolazione e dello studio del pensiero aristotelico e della teologia scolastica nel tardo Medioevo in ambito germanico. La sua storia di possesso, da uno studente e poi docente universitario (Pfister) a un’istituzione monastica, illustra il percorso dei libri di studio nel contesto intellettuale dell’epoca.

Elementi peculiari includono: * La presenza di colofoni che forniscono date, luoghi di copia e nomi di copisti, come in “Expliciunt questiones quatuor librorum, scilicet De celo et mondo, complete per Ulricum dictum Werder anno Domini m°ccc° lxvii” - (fr:583) [Qui finiscono le questioni dei quattro libri, cioè Del cielo e del mondo, completate da Ulrico detto Werder nell’anno del Signore 1367] e “Finite sunt Colonie sub anno Domini 1394, septima idum februarii, hora vesperarum” - (fr:585) [Furono finite a Colonia nell’anno del Signore 1394, sette giorni prima delle idi di febbraio, all’ora dei vespri]. * La nota di possesso di Narcissus Pfister: “Istum librum emi Colonie sub anno Domini 1395 in die sancti Erhardi Episcopi pro 15 albis” - (fr:588) [Questo libro l’ho comprato a Colonia nell’anno del Signore 1395 nel giorno di Sant’Erardo vescovo per 15 albus]. * L’eterogeneità della composizione, confermata dallo studio delle filigrane: “The study of the watermarks indicates that the majority of texts within this manuscript date from the fourteenth century. The watermarks in the guardleaves date back to the second half of the fifteenth century and prove that the volume acquired its current form only at this time” - (fr:615-616) [Lo studio delle filigrane indica che la maggior parte dei testi all’interno di questo manoscritto risale al XIV secolo. Le filigrane nei fogli di guardia risalgono alla seconda metà del XV secolo e dimostrano che il volume acquisì la sua forma attuale solo in questo periodo]. * La trasmissione di opere importanti in forma anonima o con attribuzioni da verificare, come le Questiones di Oresme, sottolineando la pratica comune della copia e della circolazione di testi universitari senza l’esplicita indicazione dell’autore. * La presenza di apparati per lo studio, come segni di richiamo, mani puntate, annotazioni marginali che segnalano la struttura argomentativa, e disegni esplicativi, ad esempio “Drawings help to understand the text (f. 23v; f. 26r, f. 30rb, outer margin)” - (fr:645-646) [Disegni aiutano a comprendere il testo (c. 23v; c. 26r, c. 30rb, margine esterno)].

La descrizione evidenzia il valore del manoscritto come compendio di testi fondamentali per l’insegnamento universitario del XIV secolo, rilegato insieme in un secondo momento per formare una raccolta personale o istituzionale. La sua analisi permette di ricostruire non solo i contenuti filosofici e teologici, ma anche le pratiche di copia, circolazione e conservazione del sapere nell’Europa tardomedievale.


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[5.1-182-1146|1327]

5 Studio di una testimonianza manoscritta del commento di Oresme alla Meteorologia

Analisi filologica e storica di una redazione delle Questiones in Meteorologica di Nicole Oresme e della sua tradizione manoscritta.

Il testo fornito è un estratto di uno studio specialistico che analizza la tradizione manoscritta della prima redazione delle Questiones in Meteorologica del filosofo e scienziato del XIV secolo Nicole Oresme. L’analisi si concentra sull’identificazione, la descrizione e il confronto filologico di diversi codici che tramandano questo commento alle opere di Aristotele.

Un elemento peculiare è la metodologia d’indagine, che combina approcci storici, paleografici e filologici per ricostruire la genesi e la diffusione del testo. Lo studio attribuisce un’importanza fondamentale al manoscritto di Darmstadt (D), considerato una reportatio, ovvero una trascrizione diretta delle lezioni di Oresme. Questa tesi è supportata dall’analisi di errori specifici che rivelano l’origine orale del testo: “Questo è il caso dei seguenti errori” - (fr:1188), come la sostituzione di “de somnio scipionis” con “de summo cribionis” - (fr:1188), chiaro fraintendimento fonetico. L’influenza della lingua parlata (il francese di Oresme) sul latino dello scriba è un altro indizio forte: “In D il sostantivo ‘vapor, vaporis’ è femminile, come in francese, sebbene sia maschile in latino” - (fr:1199), come dimostrato dalla frase “elevatio vaporis, que est gravis” - (fr:1200).

Il significato storico del testo è duplice. In primo luogo, testimonia le pratiche di insegnamento e trasmissione del sapere nelle facoltà delle arti del tardo medioevo, mostrando come i commenti di maestri parigini famosi come Oresme fossero utilizzati in università dell’Europa centrale: “Questo fatto non sorprende, poiché i maestri che insegnavano in queste istituzioni utilizzavano frequentemente nei loro corsi commenti di famosi colleghi parigini” - (fr:1181). In secondo luogo, il manoscritto di Darmstadt è presentato come una testimonianza privilegiata: “rappresenta un testimone privilegiato per la ricostruzione della prima redazione” - (fr:1185), in parte perché il suo colofone suggerisce che la copia fu compilata “sotto la supervisione di Oresme stesso” - (fr:1184).

Lo studio mette in evidenza dati specifici attraverso un minuzioso confronto testuale tra i testimoni completi (D, C, M). Vengono riportati esempi di varianti significative che dimostrano l’indipendenza di C e M da D, come l’errore concettuale in D dove “frigefit” (diventa freddo) è sostituito con “calefit” (diventa caldo) - (fr:1221), contraddicendo la teoria esposta. Allo stesso tempo, errori comuni a tutta la tradizione manoscritta, come un valore numerico errato per il raggio della Luna (“0r; 10, 32” invece del corretto “0r; 17, 33” - fr:1270, 1271), suggeriscono una derivazione comune dalla fonte originaria, ipoteticamente la lezione orale di Oresme. La prova codicologica più intrigante è la presenza in D di parole cancellate che corrispondono a lezioni presenti in C e M, come il “cuiusmodi” cancellato dopo “sicut” - (fr:1282) o l’inizio “circula” cancellato dopo “localiter” - (fr:1292). Questi elementi “potrebbero provare che il copista di D aveva anche iniziato a scrivere” - (fr:1302) le varianti presenti negli altri manoscritti, indicando un legame diretto con la fonte comune.

L’organizzazione logica del resoconto filologico è evidente nella struttura che parte dalla descrizione dei singoli manoscritti, per poi analizzare le loro relazioni, fornendo argomenti storici, errori caratteristici e omissioni condivise o divergenti, costruendo infine un’ipotesi coerente sulla tradizione del testo.


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[6.1-543-1418|1960]

6 Analisi filologica della prima redazione delle Questiones di Nicole Oresme sui Meteorologica

Studio della tradizione manoscritta e dei principi editoriali per l’edizione critica del commento di Oresme.

Il testo costituisce un dettagliato resoconto di analisi filologica finalizzata all’edizione critica della prima redazione delle Questiones super Meteorologica di Nicole Oresme. L’analisi si concentra sulla collazione dei testimoni manoscritti per stabilirne le relazioni genealogiche e definire i criteri editoriali.

Elementi peculiari e concetti chiave Il nucleo del testo è l’indagine sulla tradizione testuale, condotta attraverso il confronto sistematico di varianti, omissioni ed errori comuni o divergenti tra i manoscritti. Un concetto centrale è la distinzione tra reportatio (resoconto stenografico di una lezione) e compilatio (testo rielaborato), entrambe forme testuali tipiche della produzione universitaria medievale. L’analisi identifica famiglie di codici, come il “gruppo di Cracovia” (C, C1, C2, C2a), e ne studia le interdipendenze, escludendo ad esempio che il manoscritto M derivi da C poiché “C contains omissions by homoioteleuton and errors in passages where M has good readings” - (fr:1422). Un metodo peculiare è l’uso di citazioni classiche complesse (es. da Seneca) come “banco di prova” per valutare l’affidabilità degli amanuensi e le relazioni tra i codici.

Significato come testimonianza storica Il testo è una testimonianza diretta delle pratiche didattiche e della circolazione del sapere nella Facoltà delle Arti di Parigi nel XIV secolo. Documenta il processo di fissazione testuale di un corso universitario, mostrando come un singolo insegnamento di Oresme abbia potuto generare diverse redazioni e copie con varianti significative. La scelta di adottare come testo base il manoscritto D (Darmstadt), identificato come una reportatio, è storicamente motivata dal suo status di documento primario: “The availability of an almost complete original reportatio of Oresme’s commentary, D, a document of great historical importance, which generally provides the best text, convinced me to stay as close as possible to its variants” - (fr:1621). Il resoconto testimonia inoltre le difficoltà materiali e intellettuali degli studenti, come evidenziato dalle figure geometriche approssimative in alcuni codici, tracciate “as if the student was not trying to reconstruct the demonstration, but just copying the figure from his model” - (fr:1847).

Dati, definizioni e passaggi rilevanti L’analisi è strutturata attorno a dati filologici precisi: elenchi di varianti, identificativi di questioni (es. i.19, par. 9) e riferimenti incrociati tra manoscritti. Vengono definite le tipologie di errori significativi per la costruzione dello stemma codicum, come le omissioni per homoioteleuton o le varianti che alterano il senso. Un passaggio esemplare è l’analisi dell’errore nel manoscritto C riguardante la citazione di Seneca: “C contains an error (1) and three omissions (2, 3, and 4) that render the text unintelligible, and which are not shared by the other Krakow manuscripts” - (fr:1475). Altro dato significativo è la discussione sulla divisione in libri del commento, dove la scelta editoriale di far iniziare il terzo libro con le questioni sui fenomeni luminosi (rifrazione, arcobaleno) piuttosto che con i fenomeni ignei (fulmini) si basa su evidenze testuali e sulla pratica di commentatori contemporanei come Alberto di Sassonia.

Principi editoriali e scelte testuali Il resoconto delinea un approccio editoriale conservativo ma flessibile. Il principio guida è la fedeltà alla tradizione manoscritta condivisa, evitando ipercorrezioni. Ciò comporta, ad esempio, il mantenimento di citazioni classiche errate (es. “impugne” invece di “impune” in Claudiano) quando attestate da tutti i codici, poiché “could help us to identify the text that Oresme had access to” - (fr:1669). Allo stesso tempo, si interviene con integrazioni in casi di ellissi che ostacolerebbero la comprensione. Per l’ortografia, si opta per una normalizzazione moderata, standardizzando le forme oscillanti (es. corusca invece di corrusca) ma mantenendo forme medievali consolidate come correlarium. La gestione delle figure geometriche annunciate nel testo è considerata parte integrante dell’edizione, sebbene la loro qualità vari notevolmente tra i testimoni, offrendo un ulteriore indizio sulla loro relazione: “The comparison of the figures in the three manuscripts complements the results of the collation, confirming D as the best witness… C, as the work of an intelligent, somewhat interventionist scribe, and M as the poorest copy” - (fr:1890). L’apparato critico è selettivo, registrando solo le varianti che incidono sul contenuto, mentre sono tralasciate quelle puramente sinonimiche o formali.


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[7.1-20-2039|2058]

7 L’ordine razionale dell’universo tra regolarità e difformità apparente

Un’indagine filosofico-naturale sulla presenza di un ordine regolare in ogni disposizione cosmica, nonostante le apparenze di difformità.

Il testo costituisce un estratto di un commento o di una questio medievale su argomenti cosmologici e fisici, che intende dimostrare la presenza intrinseca di un ordine razionale in tutto l’universo. L’argomentazione si sviluppa attraverso riferimenti d’autorità (Aristotele, Boezio, Alberto Magno, la teoria planetaria) e deduzioni logiche.

Il punto di partenza è l’osservazione della varietà nei moti celesti, come quello di Mercurio rispetto al Sole: “in motu Mercurii est multo maior varietas quam in motu Solis, et tamen totum est ordinatum” - (fr:2046). Da questa premessa empirica si deduce un principio generale: “Ex istis sequitur correlarie primo quod in omni ordinatione, quantumcumque difformi, aliqua regularitas reperitur” - (fr:2047). Questo è il concetto cardine: anche nella massima difformità si cela un ordine.

La dimostrazione di questo principio poggia su tre pilastri. Primo, l’argomento matematico-musicale di Boezio: “omnis inequalitas rationalis ad equalitatem reducitur et ex equalitate procedit” - (fr:2048). L’ordine stesso è definito come una “quedam inequalitas rationalis sive disparitas, sicut patet in musicis consonantiis” - (fr:2050), dove la dissonanza apparente si risolve in armonia. Secondo, una ragione definitoriale: l’ordine è per essenza una regola (“ordo est regula” - fr:2051), quindi non può esistere ordinazione senza regolarità. Terzo, un argomento estetico: la bellezza risiede in una disposizione regolare (“pulchritudo consistit in regulari dispositione” - fr:2052), e l’universo è bello.

Tuttavia, il testo riconosce che questa regolarità non è sempre immediatamente evidente. Stabilisce infatti che “quanto est maior difformitas, tanto minus apparet ordo et tanto difficilius est ordinem invenire” - (fr:2053). Fornisce un esempio storico-percettivo molto chiaro: mentre il sorgere e il tramontare degli astri sono percepiti come ordinati anche dal volgo (“vulgaribus bene videtur quod ortus et occasus sunt ordinati” - fr:2054), le eclissi sembrano eventi irregolari, poiché il loro ordine è difficile da scoprire (“de eclypsibus apparet quod sint inordinata, quia earum ordo invenitur cum difficultate” - fr:2054).

La trattazione culmina in una conclusione metafisica universale: “universum et omnia que in eo sunt, sunt omnimode ordinata loco, tempore et proportione comparando quodlibet ad omnia” - (fr:2056). La prova ultima di questo ordine totale è teleologica: gli esseri per natura rifuggono una disposizione cattiva (“entia nolunt male disponi” - fr:2058), quindi sono necessariamente disposti in modo dovuto e, per definizione, ordinato.

Il significato storico del brano risiede nella sua testimonianza del pensiero tardo-medievale, che cerca una sintesi razionale fra l’eredità aristotelico-tolemaica, la filosofia naturale e la teologia, affermando la intelligibilità completa del cosmo attraverso la scienza e la metafisica. Le note critiche (frr. 2040-2044) sui riferimenti a Aristotele, Tolomeo e Campano mostrano il lavoro filologico di ricostruzione delle fonti.


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[8.1-26-2146|2171]

8 Analisi di un commento medievale sulla causalità naturale e celeste

Un’interpretazione scolastica della fisica aristotelica, che distingue tra l’ordine perfetto del cielo e la variabilità minore ma non casuale della natura sublunare.

Il testo presenta un commento medievale, attribuibile a Roberto Grosseteste (fr:2148), che analizza e difende la dottrina aristotelica sulla causalità naturale, con particolare attenzione alla distinzione tra il mondo celeste e quello sublunare. L’argomentazione si sviluppa come una risposta a obiezioni o “rationes” (fr:2164), tipica del metodo scolastico.

Il concetto centrale è la difesa dell’idea che i fenomeni terrestri, sebbene soggetti a variazione, non siano privi di un ordine naturale. L’autore precisa un’affermazione di Aristotele secondo cui certi eventi accadono “secundum inordinatiorem naturam” (fr:2161). Egli spiega che questo non significa che la natura sia disordinata, ma piuttosto “minus ordinata quam in celo” (fr:2161, fr:2168). Viene così stabilita una gerarchia di ordine: il cielo, definito “primum elementum” o “primum corpus simplex” (fr:2162, fr:2163), possiede la massima ordinazione, mentre i processi terrestri mostrano una “multiformis variatio” (fr:2160) perché la proporzione tra agente e paziente non è sempre la stessa.

L’analisi chiarisce anche l’uso del termine “elemento”. Sebbene esso si applichi principalmente alla materia e alla forma (fr:2162) e, per consuetudine, ai quattro elementi terrestri, Aristotele può chiamare il cielo “primum elementum” in quanto primo corpo semplice e perfettamente ordinato (fr:2162, fr:2163). I corpi celesti sono quindi descritti come “perornatis astris”, cioè “perfettamente ordinati” (fr:2163).

Nelle risposte alle obiezioni, l’autore articola ulteriormente la dottrina. Afferma che eventi rari non sono necessariamente casuali, poiché accadono “ut pluribus supposita tali applicatione causarum” (fr:2165), e che un evento può essere simultaneamente casuale (“a casu”) e naturale (“a natura”) (fr:2166). Inoltre, fenomeni violenti possono essere detti “naturali” rispetto all’agente naturale che li intende (fr:2167). Infine, riconosce che, sebbene molti effetti terrestri derivino dal cielo ordinato, a esso “concurrunt quedam agentia particularia que non sunt ita ordinata” e che possono essere impediti “per liberum arbitrium” (fr:2169), introducendo così i concetti di causalità concorrente e di impedimento da parte della volontà umana.

Il testo ha un significato storico come testimonianza dell’ermeneutica filosofica medievale, che cerca di armonizzare e sistematizzare il pensiero di Aristotele (citato ripetutamente: fr:2150, fr:2154, fr:2157, fr:2160, fr:2171). L’uso di abbreviazioni come “Auct.” e “Cf.” (fr:2146, fr:2151) e i riferimenti a precise edizioni commentate (fr:2148, fr:2149) lo collocano saldamente nella tradizione accademica scolastica. La presenza di varianti testuali segnalate in nota (fr:2170) indica uno studio filologico attento.


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[9.1-24-2567|2590]

9 Argomomentazione sull’esistenza della sfera del fuoco

Confutazione e affermazione di una regione ignea oltre l’aria.

Il testo presenta una disputa scolastica sulla questione se al di sopra della sfera dell’aria esista una distinta sfera o regione del fuoco. La struttura è dialettica: prima si espongono le ragioni di un anonimo “doctor” che nega tale esistenza, poi si pongono le argomentazioni a favore, attribuite ad Aristotele, e infine si risponde alle obiezioni iniziali.

Argomenti contrari all’esistenza della sfera del fuoco Un primo dottore contesta l’ipotesi con diverse ragioni. In primo luogo, un tale fuoco non si manifesterebbe ai sensi: “ibi non apparet пес lucet, пес videtur necessitas ponendi talem speram magnam” - (fr:2568) [lì non appare né brilla, né si vede la necessità di porre una tale sfera grande]. In secondo luogo, ogni elemento semplice è adornato da esseri viventi, come sulla terra, in acqua e in aria, e secondo Platone anche le stelle sono corpi animati che adornano il cielo; “Modo in igne non sunt aliqua talia viventia” - (fr:2571) [Ma nel fuoco non ci sono tali esseri viventi]. Un’ulteriore citazione da Gerardus Odonis rafforza il punto: un fuoco i cui effetti non appaiono mai non deve essere postulato, e gli effetti di questo fuoco (luce, calore) non si manifestano in quella regione, altrimenti riscalderebbe tutta l’aria e la terra. Infine, ogni elemento ha un proprio ornamento, creato da Dio nei giorni della Genesi, ma “ignis in regione sua nullum habet ornatum” - (fr:2584) [il fuoco nella sua regione non ha alcun ornamento].

Argomenti a favore dell’esistenza della sfera del fuoco L’autore, tuttavia, sostiene la conclusione opposta: “quod ibi est ignis in spera multo maiori quam sit aer” - (fr:2586) [che lì c’è il fuoco in una sfera molto più grande dell’aria]. La prima ragione è di proporzione cosmologica: se tutto fosse un unico elemento (l’aria), gli elementi non sarebbero debitamente proporzionati e l’aria sarebbe troppo grande. La seconda ragione si fonda sulla fisica aristotelica: nel De generatione si prova attraverso le combinazioni delle qualità primarie che ci sono quattro elementi; poiché gli altri tre (terra, acqua, aria) hanno regioni ordinate, anche il fuoco deve averne una. La terza e quarta ragione sono indiziarie (a signo): la fiamma, dove domina il fuoco, tende verso l’alto, segno che lì c’è la sua regione propria, così come l’adamante (magnete) tende verso il polo perché lì sono le sue miniere. Inoltre, “quando exalationes elevantur valde sursum, tunc inflammantur sicut comete, etc.; et ideo signum est quod […] appropinquant ad locum ipsius ignis et calidam regionem” - (fr:2589) [quando le esalazioni si elevano molto in alto, allora si infiammano come le comete, ecc.; e quindi è segno che […] si avvicinano al luogo dello stesso fuoco e alla regione calda].

Significato e peculiarità del testo Il brano è un esempio significativo del metodo della quaestio medievale, che soppesa argomenti pro et contra basandosi sull’autorità (Aristotele, Platone, la Bibbia) e sull’osservazione razionale. È peculiare l’intreccio di argomentazione filosofico-naturale (combinazione di qualità, movimento naturale) con considerazioni di ordine teologico-cosmologico (l’ornamento degli elementi nella Creazione). Il testo testimonia un momento cruciale nella storia del pensiero scientifico: la discussione sulla struttura della regione sublunare e l’accettazione critica del sistema aristotelico dei quattro elementi e delle loro sfere concentriche, in vista anche della spiegazione di fenomeni come le comete. La menzione specifica di Gerardus Odonis e i riferimenti testuali puntuali mostrano un dibattito vivo all’interno della scolastica del XIV secolo.


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[10.1-152-2938|3089]

10 Analisi di un testo scolastico medievale sul calore generato dal moto

Commento medievale alla dottrina aristotelica sul rapporto tra movimento e calore, con distinzioni concettuali e obiezioni risolte.

Il testo è un estratto di un commento universitario medievale, probabilmente una quaestio, che analizza sistematicamente la causa del calore generato dal movimento, basandosi sull’autorità di Aristotele e su altri autori antichi. L’obiettivo è determinare quod aliquis motus causat calorem quia ad aliquem sequitur calor, et patet quis est iste et qualiter et quomodo et in quibus - (fr:3040) [che alcuni movimenti causano calore perché ad alcuni segue il calore, e si chiarisce quale sia questo, e come e in quali cose].

L’analisi si struttura attorno a divisioni concettuali, supposizioni e conclusioni. Vengono stabilite tre divisioni fondamentali dei movimenti, che danno luogo a cinque differenze: regolare/irregolare (rispetto al tempo), uniforme/difforme (rispetto alle parti del mobile), e turbido/tranquillo. La distinzione cruciale è tra moto turbidum e tranquillum. Il primo è definito come un movimento locale misto a violenta rarefazione e condensazione, un’“extrusionem” - (fr:2949) [estrusione], mentre il secondo avviene senza tali perturbazioni interne. Il moto celeste è presentato come l’esempio perfetto di moto regolare e tranquillo: “veterem servant sydera pacem” - (fr:2948) [gli astri conservano l’antica pace].

Sulla base di queste distinzioni e di cinque supposizioni (che collegano, ad esempio, moto turbolento a distensione delle parti e rarefazione, e questa al calore), l’autore formula tre conclusioni. La prima nega che il moto puramente tranquillo e uniforme generi calore: “nichil precise calefit propter motum tranquillum et uniformem” - (fr:2979) [nulla si riscalda precisamente a causa del moto tranquillo e uniforme]. Questo è confermato dall’esempio dell’uomo su una nave veloce che non si scalda, perché le sue parti mantengono la stessa relazione reciproca. La seconda conclusione afferma che il moto turbolento riscalda, attraverso il meccanismo della distrazione delle parti, rarefazione ed eccitazione della forma interna. La terza precisa che il moto tranquillo può riscaldare solo indirettamente, quando provoca attrito con un corpo esterno, generando così un moto turbolento locale: “quod motus tranquillus calefacit, non tamen solus, sed quia ex confricatione cum exteriori continente fit motus turbidus” - (fr:3008) [il moto tranquillo riscalda, non però da solo, ma perché dall’attrito con il corpo esterno contenente nasce un moto turbolento].

La parte successiva del testo è dedicata alla soluzione di dubitationes (obiezioni o casi problematici), rivelando l’applicazione pratica del quadro teorico. Si discute, ad esempio, del perché il ferro di una macina si scaldi (a causa dell’attrito superficiale, non del moto tranquillo dell’intero corpo) o del moto circolare difforme ma non turbolento dei cieli. Vengono anche stabilite regole empiriche: il calore da attrito non si genera tra corpi perfettamente lisci, è maggiore tra corpi duri e ruvidi, e non si produce se due corpi contigui si muovono insieme. Un principio generale è enunciato: “non omnis motus et secundum se est causa caloris, sed solum ubi est confricatio, et etiam in corpore apto nato, et non in celo” - (fr:3038) [non ogni movimento in sé è causa di calore, ma solo dove c’è attrito, e anche in un corpo per sua natura adatto, e non nel cielo].

Il testo è una significativa testimonianza del metodo scolastico tardo-medievale. Mostra l’analisi logica e distinzione concettuale applicata a un problema fisico, il costante riferimento all’autorità di Aristotele (con citazioni precise delle opere) e di altri Antiqui come Boezio, e la integrazione di osservazioni empiriche (l’uomo a cavallo, la macina, la freccia scoccata) in un sistema teorico deduttivo. La struttura argomentativa è rigidamente ordinata (divisioni, supposizioni, conclusioni, risposte alle obiezioni), riflettendo la pratica didattica e disputativa delle università. Il commento non si limita a ripetere la dottrina, ma la sviluppa e precisa attraverso un’attenta discussione dei casi limite, dimostrando uno sforzo di sistematizzazione e coerenza interna della filosofia naturale aristotelica.


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[11.1-250-3456|3705]

11 Analisi di una questione medievale sulle proporzioni e la stabilità degli elementi

Discussione scolastica sulle relazioni quantitative e qualitative tra i quattro elementi, la loro disposizione nel mondo sublunare e le ragioni della perpetuità del cosmo.

Il testo è un estratto di una questio medievale, tipica del commentario universitario del XIII-XIV secolo, che esamina il problema delle proporzioni tra i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) nel mondo sublunare. L’obiettivo principale è conciliare le teorie fisiche e cosmologiche ereditate da Aristotele e Platone con le osservazioni astronomiche e i principi geometrici, per spiegare perché, nonostante la loro contrarietà e disuguaglianza, gli elementi coesistono in un equilibrio perpetuo, garantendo la stabilità del mondo.

Elementi peculiari e concetti chiave Il dibattito si articola attorno a diversi modi dicendi (opinioni) su come gli elementi siano disposti. Un primo modello ipotizza elementi uguali in grandezza e qualità, ma viene confutato con un argomento astronomico: “per demonstrationes astrologicas demonstratum est quod tota spera generabilium et corruptibilium est plus quam in millecuplo maior quam sit spera ipsius terre” - (fr:3465) [È stato dimostrato per dimostrazioni astrologiche che l’intera sfera dei generabili e corruttibili è più di millecupla maggiore della sfera della terra stessa]. Ciò mostra l’integrazione tra fisica terrestre e dati cosmologici.

Una seconda opinione suggerisce elementi disuguali in grandezza ma con qualità attive compensate, mentre una terza, attribuita ad Aristotele, propone una proporzione decupla tra i volumi degli elementi (1:10:100:1000). Quest’ultima si basa su un passo aristotelico: “ex uno pugillo terre fiunt decem aque, et ex uno aque decem aeris, et sic consequenter” - (fr:3480) [da una manciata di terra si fanno dieci [di acqua], e da una [manciata] d’acqua dieci d’aria, e così di seguito]. Tuttavia, anche questa via è messa in discussione da argomenti “dimostrativi” di tipo astronomico e geometrico.

La quarta e più elaborata opinione, presentata come la più probabile, sostiene che gli elementi occupino l’intero spazio sublunare secondo una proporzione geometrica continua, come i numeri 1, 2, 4, La giustificazione attinge alla tradizione platonica: “sicut demonstrat pulchre Plato in Timeo, quia inter quoscumque duos numeros cubicos sunt duo alii medii proportionales” - (fr:3509) [come dimostra splendidamente Platone nel Timeo, perché tra due qualsiasi numeri cubici ci sono altri due medi proporzionali]. Questo modello è combinato con dati tecnici tratti dall’Almagesto di Tolomeo sulla distanza della Luna, per calcolare dimensioni quantitative precise per ciascun elemento, presentate in una tabella dettagliata con parti, minuti e secondi (fr:3548-3561).

Tuttavia, l’autore rigetta anche questo modello geometricamente elegante, perché in conflitto con l’evidenza sensibile. Argomenta, ad esempio, che se l’acqua fosse 33 volte più voluminosa della terra, “sequeretur quod fere deberet esse ita profunda sicut est semidyameter Terre, et per consequens videtur quod ipsa cooperiret totam terram” - (fr:3496) [seguirebbe che dovrebbe essere quasi così profonda come il semidiametro della Terra, e di conseguenza sembra che essa coprirebbe tutta la terra]. L’esperienza contraddice ciò, mostrando terre emerse.

Significato storico e metodologico Il testo è una testimonianza vivida del metodo scolastico e della sintesi tra diverse fonti d’autorità. Si intrecciano citazioni di Ovidio (fr:3458), Aristotele (fisica, meteorologia, generazione), Platone, Boezio, Macrobio e Tolomeo. L’analisi procede per confutazione logica delle opinioni avverse e per l’uso di suppositiones (postulati) per costruire una teoria coerente.

La discussione rivela la tensione tra l’amore per l’armonia matematica (derivato da Platone e dalla tradizione pitagorico-boeziana) e il ricorso all’esperienza e alla dimostrazione (di stampo aristotelico e legato alle scienze “astrologiche”/astronomiche). L’autore critica chi segue ciecamente la geometria: “sicut dicit Aristoteles, tales decipiuntur propter amorem geometrie et scientiarum mathematicarum” - (fr:3599) [come dice Aristotele, tali persone sono ingannate a causa dell’amore per la geometria e le scienze matematiche].

La soluzione finale proposta (dalla quinta via) è fisico-naturale piuttosto che puramente matematica. Si fonda su principi come la quantità fissa di materia prima nel mondo sublunare e la densità naturale di ciascun elemento. La conclusione fondamentale è che, pur essendo disuguali e non in proporzione continua, gli elementi non possono distruggersi a vicenda completamente perché ciò implicherebbe che la materia occupi più o meno spazio del consentito, creando un vuoto o eccedendo il luogo prestabilito: “si omnia converteretur in terram, sequeretur quod tota massa materie prime esset magis condensata quam ante… ergo occuparet minus de loco quam ante, quod est contra quartam [suppositionem], quia aliter oporteret quod in aliqua parte spere esset vacuitas seu vacuum” - (fr:3654) [se tutto si convertisse in terra, seguirebbe che l’intera massa della materia prima sarebbe più condensata di prima… quindi occuperebbe meno spazio di prima, il che è contrario alla quarta supposizione, perché altrimenti bisognerebbe che in qualche parte della sfera ci fosse vacuità o vuoto]. La perpetuità del mondo è così garantita da vincoli fisici e cosmologici, in un equilibrio dinamico ma non matematicamente perfetto.


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[12.1-81-4199|4279]

12 Resoconto di un dibattito scolastico sull’azione a distanza

Analisi di una questio medievale sulle condizioni fisiche e metafisiche necessarie per l’azione di un agente su un paziente distante, con particolare riferimento al ruolo del mezzo interposto.

Il testo è un estratto di una questio (probabilmente da un commento ai Meteorologica) che indaga il problema filosofico-scientifico dell’azione a distanza. Il cuore del dibattito è se un agente possa influire su un paziente lontano senza agire simultaneamente e in modo simile sul mezzo interposto. L’autore struttura la discussione attraverso conclusioni (conclusiones) e risposte a obiezioni (rationes in oppositum), mostrando una dialettica tra posizioni aristotelico-scolastiche e ipotesi alternative.

La terza conclusione afferma che “agens potest inducere qualitatem secundariam in passum distans sine hoc quod agat consimilem in intermedium” - (fr:4215) [l’agente può indurre una qualità secondaria in un paziente distante senza agire in modo simile sul mezzo]. Questa tesi è fondamentale e viene sostenuta con l’esempio del Sole: “Sol agit calorem in inferioribus mediante lumine, ideo oportet quod lumen sit immediatum istis calefactis et quod omnia intermedia sint illuminata, sed non oportet quod sint calefacta” - (fr:4216) [Il Sole agisce calore nelle regioni inferiori mediante la luce, quindi è necessario che la luce sia immediata a quelle cose riscaldate e che tutti i mezzi intermedi siano illuminati, ma non è necessario che siano riscaldati]. Il concetto gerarchico di qualità “primaria” (come la luce) e “secondaria” (come il calore) è cruciale: la prima deve propagarsi nel mezzo, la seconda no.

Tuttavia, la quinta conclusione (qui presentata come “ultima”) sembra contraddire parzialmente la terza, stabilendo che “semper impossibile est alterari distans quin intermedium alteratur alteratione simili vel dissimili” - (fr:4221) [è sempre impossibile che una cosa distante sia alterata senza che il mezzo sia alterato da un’alterazione simile o dissimile]. L’argomento è che l’influenza dell’agente si diffonde attraverso tutto il mezzo, in modo tale che “medium taliter se habet quod ibi esset actio si esset passum dispositum” - (fr:4233) [il mezzo si dispone in modo tale che lì vi sarebbe azione se vi fosse un paziente disposto]. Il mezzo, quindi, viene comunque “preparato” o reso idoneo al passaggio dell’azione, anche se non subisce la stessa alterazione finale del paziente.

L’autore considera poi una posizione alternativa (“alia via”), associabile a un approccio più parsimonioso come quello di Ockham (citato in nota): “ad hoc quod agens agat in passum sufficit quod sint sibi invicem presentia absque alio obstaculo. Et ideo non est aliqua actio in intermedium nisi illud medium fuerit passivum” - (fr:4237) [affinché l’agente agisca sul paziente è sufficiente che siano reciprocamente presenti senza altro ostacolo. E quindi non vi è alcuna azione nel mezzo a meno che quel mezzo non sia passivo]. In questa visione, il magnete attira il ferro “nullo modo alterando aerem intermedium” - (fr:4238) [in nessun modo alterando l’aria intermedia].

La parte più ricca di testimonianza storica e di dati peculiari è la serie di risposte a obiezioni specifiche (Ad secundam, Ad aliam…), che offre uno spaccato della filosofia naturale del tempo. Per spiegare l’azione del magnete, si ipotizza che l’aria acquisisca una “qualitatem insensibilem” - (fr:4244) [qualità insensibile] che solo il ferro può tradurre in movimento. Per l’ambra che attira, si suggerisce che la sua qualità agisca solo nei corpi densi, o che essa attiri prima l’aria, rendendola più densa. La spiegazione del basilisco è particolarmente significativa: “dicitur communiter quod tale animal inficit et invenenat totum aerem per oculos suos, non quod visio fiat extramittendo, sed hoc est quia quidam fumus et quidam vapores exeunt per oculos tamquam per partes rariores” - (fr:4262) [si dice comunemente che tale animale infetta e avvelena tutta l’aria attraverso i suoi occhi, non perché la visione avvenga per emissione, ma perché un certo fumo e certi vapori escono attraverso gli occhi come attraverso le parti più rarefatte]. Questo rigetta la teoria dell’estromissione visiva a favore di un meccanismo materiale di effluvio. Anche la credenza della donna che infetta lo specchio è ricondotta allo stesso principio.

Altri fenomeni discussi includono: il suono che si propaga a grande distanza in un tubo di ferro (come un canale); l’azione refrigerante della Luna, che altererebbe la sfera del fuoco con un’influenza che questo non può “ricevere”; i poteri mirabili delle gemme, spiegati da Alberto Magno con l’intermediazione di “virtutibus supercelestibus” - (fr:4269) [virtù supercelesti] che i lapidi possono rifrangere. Emerge un quadro in cui l’azione fisica è concepita come il risultato di una complessa interazione tra la disposizione specifica degli agenti e dei pazienti, la natura dei mezzi e, in alcuni casi, influenze celesti. Il testo è un esempio vivido del tentativo scolastico di sistematizzare, attraverso il ragionamento deduttivo e l’autorità dei philosophi, un universo fenomenologico ricco e in parte leggendario.


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[13.1-33-4869|4901]

13 Analisi di un testo medievale sulla meteorologia celeste

Un dibattito scolastico sulle cause dei fenomeni luminosi notturni, tra autorità antiche e ragionamento fisico.

Il testo analizzato è un estratto di un commento medievale, probabilmente scolastico, che discute le cause dei fenomeni atmosferici luminosi notturni, come forse le aurore boreali o i bagliori crepuscolari. L’autore si confronta criticamente con le teorie di Aristotele e Alberto Magno. La struttura è argomentativa, tipica dei quaestiones, e procede per citazioni d’autorità, obiezioni (videtur quod) e risposte.

Un elemento peculiare è il metodo di indagine, che combina il riferimento alle fonti canoniche (Aristotele, Alberto Magno) con un ragionamento fisico basato sui principi di rarefazione e condensazione. L’autore cita precisamente le opere: “Aristoteles, Meteorologica, i, 4, 342 a 16–17” (fr:4880) e “Albertus Magnus, Meteora, lib. 1, tract. 4, cap. 10” (fr:4882, 4883, 4884). La discussione verte sulla causa efficiente dei fenomeni. Viene riportata la posizione di Alberto Magno, secondo cui concorrono due cause: “una est caliditas elevans talem vaporem sursum; alia est frigiditas medie regionis materiam condensans” (fr:4892). A questa, si aggiunge la causa aristotelica del “lumen aliquarum stellarum refractum a tali materia” (fr:4893).

Tuttavia, l’autore non accetta passivamente le teorie. Solleva un’obiezione fondamentale contro l’idea che la semplice condensazione notturna dell’aria sia causa sufficiente. Argomenta che, secondo i principi fisici accettati, “impossibile est aliquid condensari nisi alterum rarefiat” (fr:4891). Pertanto, se l’aria vicina al suolo si condensa di notte per il freddo, quella superiore dovrebbe rarefarsi. Ma se l’aria superiore è più rarefatta (e quindi meno densa) e meno fredda per “antiparistasim” (contro-passione), la spiegazione data appare insufficiente: “videtur quodista causa secundum non sit sufficiens nec vera” (fr:4890).

Il testo fornisce anche dettagli osservativi e condizioni necessarie. Il fenomeno si verifica solo di notte e in condizioni di sereno: “non fiunt nisi serenitate existente, excludendo multitudinem nubium que impediret ne tales stelle lucerent super talem materiam, et etiam excludendo multitudinem ventorum que illam materiam disgregarentur et dissolverentur” (fr:4894). La loro durata è breve perché la materia si dissolve rapidamente o “in nubem condensatur” (fr:4896). Un punto interessante è la discussione se la luce solare possa mai essere la fonte. La risposta è affermativa, basandosi sull’osservazione che in alta montagna la luce del sole persiste dopo il tramonto: “in quibusdam montibus lucet per tertiam partem noctis; et ideo potest de nocte lucere Sol contra talem materiam” (fr:4900).

Storicamente, il testo è una preziosa testimonianza del dinamismo del pensiero scientifico medievale. Mostra come gli studiosi non si limitassero a compilare conoscenze antiche, ma le sottoponessero a un esame logico e fisico rigoroso, utilizzando strumenti concettuali come l’antiparistasi (la nozione che una qualità si intensifica vicino al suo contrario) e la conservazione della quantità di materia nei processi di rarefazione e condensazione. L’attenzione ai dettagli osservativi (serenità, assenza di vento, fenomeni in montagna) e il tentativo di conciliarli con la teoria fisica rivelano un approccio proto-sperimentale e sistematico alla spiegazione dei fenomeni naturali.


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[14.1-97-5035|5131]

14 La disputa sulla natura delle comete tra Seneca e Aristotele

Un commentatore medievale confronta le teorie di Seneca e Aristotele sull’origine celeste o elementare delle comete, presentando e confutando le argomentazioni senecane a favore della loro natura celeste.

Il testo è un estratto di un commento medievale, probabilmente universitario, che analizza la questione scientifica della natura delle comete, mettendo a confronto due autorità classiche: Aristotele e Seneca. La struttura è quella tipica della quaestio scolastica, in cui si presentano obiezioni (rationes) a una tesi e si forniscono le risposte (responsiones).

L’autore inizia riferendo l’opinione di Seneca, che sostiene la natura celeste della cometa, contrapposta a quella elementare (terrestre) di Aristotele. Viene riportato un passaggio morale di Seneca che invita alla modestia nelle indagini sui corpi celesti: “Egregie Aristoteles ait numquam nos uerecundiores esse debere quam cum de diis agitur. […] quanto hoc magis facere debemus, cum de sideribus de stellis de deorum natura disputamus, ne quid timere, ne quid impudenter aut ignorantes affirmemus, aut scientes mentamur!” - (fr:5059-5060) [“Aristotele dice egregiamente che non dobbiamo mai essere più reverenti di quando trattiamo degli dèi. […] quanto più dobbiamo fare questo, quando discutiamo degli astri, delle stelle, della natura degli dèi, per non affermare nulla per paura, nulla in modo impudente o per ignoranza, o per mentire sapendo!”]. Segue l’ammonimento che “Nec miremur tam tarde erui quae tam alte iacent” - (fr:5061) [“Né ci meravigliamo che siano scoperte così tardi le cose che giacciono così in alto”].

Vengono quindi elencate e confutate, una per una, le cinque principali obiezioni di Seneca contro la teoria elementare di Aristotele, con le relative risposte tratte dalle Naturales quaestiones: 1. Numero dei pianeti: Si obietta che a volte si vedono tutti e cinque i pianeti “et cum hoc videtur illa stella” - (fr:5065). Seneca risponde che la cometa è un altro astro, di cui non si hanno tavole per la variabilità del suo moto. 2. Moto sotto lo zodiaco: Tutti i pianeti erranti si muovono sotto lo zodiaco, mentre la cometa spesso appare fuori. La risposta di Seneca cita poeticamente: “quis enim stellis limitem ponit, quis in angustum divina compellit?” - (fr:5067) [“chi infatti pone un limite alle stelle, chi costringe le cose divine in uno spazio angusto?”]. 3. Irregolarità del moto: Il moto celeste è regolare, quello della cometa no. Seneca risponde che anche i pianeti hanno moto difforme e composto, e che il moto della cometa potrebbe essere “aggregatus ex pluribus certis motibus regularibus” - (fr:5070) [“aggregato da molti moti certi e regolari”], semplicemente non ancora conosciuti. A sostegno della lentezza del progresso scientifico, cita: “nondum sunt anni mille quingenti ex quo Grecia stellis numeros et nomina fecit” - (fr:5071) [“non sono ancora passati millecinquecento anni da quando la Grecia assegnò numeri e nomi alle stelle”] e profetizza: “veniet tempus quo ista, que nunc latent, in lucem dies extrahat […] unde quandoque erit quod posteri nostri tam aperta nos nescisse mirentur” - (fr:5072) [“verrà il tempo in cui il giorno porterà alla luce queste cose che ora sono nascoste […] per cui un giorno accadrà che i nostri posteri si stupiranno che noi non sapessimo cose così evidenti”]. 4. Forma rotonda: I corpi celesti sono rotondi, la cometa no. La risposta è che il nucleo è rotondo, mentre la chioma (coma) è luce diffusa, così come i pianeti hanno aspetti diversi (la Luna è pallida, Marte rossiccio). 5. Incorruttibilità: Le stelle celesti sono incorruttibili, mentre la cometa appare e scompare. Seneca osserva che anche la luminosità dei pianeti varia e che la cometa, come Mercurio, è rara da vedere perché spesso vicina al Sole.

Dopo aver esposto la posizione di Seneca, il commentatore passa a difendere la tesi aristotelica. Afferma che le ragioni di Seneca sono probabili ma non dimostrative, e ne porta due decisive a favore della natura elementare e corruttibile della cometa: 1. La cometa è stata vista “per se ipsam deficere et non per introitum sub radiis Solis, et videbatur corrumpi” - (fr:5111) [“mancare per se stessa e non per l’ingresso sotto i raggi del Sole, e sembrava corrompersi”], il che è impossibile per un corpo celeste. 2. A volte se ne vedono molte insieme, e una fu vista con una coda lunga un terzo del cielo, cosa inverosimile per una stella errante.

L’autore conclude quindi con tre proposizioni aristoteliche: la cometa non è di natura celeste; è di natura elementare, generabile e corruttibile; è composta da un’esalazione calda e secca. Spiega infine che il suo moto apparente è dovuto al “motum continentis, scilicet ignis et aeris superioris, qui movetur circulariter” - (fr:5118) [“moto del contenente, cioè del fuoco e dell’aria superiore, che si muove circolarmente”].

Il testo è una significativa testimonianza del metodo scientifico-scolastico tardo-medievale, che procede per citazione d’autorità, obiezioni e soluzioni logiche. Mostra anche come, nonostante il prevalere del paradigma aristotelico, le argomentazioni di Seneca—con il loro invito alla cautela epistemologica e alla fiducia nel progresso futuro della conoscenza—fossero ancora oggetto di studio serio e di confutazione dettagliata.


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[15.1-143-5394|5536]

15 Analisi di un testo scientifico medievale sulle comete e la Via Lattea

Un’esposizione scolastica tardo-medievale che discute la natura, la classificazione e il significato prognostico delle comete, confrontandole con la Via Lattea.

Il testo è un estratto di un commentario o di una serie di questiones universitarie sui Meteorologica di Aristotele. Il metodo è dialettico: si pongono problemi, si addottano argomenti pro e contro e si giunge a conclusioni attraverso il riferimento ad autorità filosofiche, scientifiche (Aristotele, Averroè, Alberto Magno) e letterarie (Ovidio, Claudiano, Virgilio). L’argomento centrale è duplice: in primo luogo, se le comete siano segni di eventi futuri e come funzioni questa significazione; in secondo luogo, se tutte le comete e la Via Lattea appartengano alla stessa specie naturale.

Per quanto riguarda la prognosi, l’autore sostiene che le comete non causano gli eventi futuri, ma ne sono il segno, in quanto primo effetto di una costellazione celeste che è causa anche di altri eventi successivi: “quedam constellatio celi est causa stelle comate et quorundam effectuum consequentium. Et ideo, cum stella comata apparet, que est primus istorum effectuum, signum est quod effectus alii consequuntur” - (fr:5407, 5408). La significazione può essere di eventi prossimi (come vento o siccità) o più remoti (come guerre o inondazioni), poiché “ad talia requiruntur multe preparationes et dispositiones que non possunt cito fieri” - (fr:5410). Si afferma con forza che il loro influsso e significato si applicano soprattutto ai principi e ai re, in quanto cause universali nella vita politica: “influentia celi quoad illa que possunt immutare politiam est maior super illos” - (fr:5411). A sostegno di questa tesi si citano un manuale astrologico (Liber electionum), il commento di Averroè al De somno di Aristotele—dove si dice che i sogni profetici “magis habent fieri in regibus et principibus, sicut recitat ibidem de somno pharaonis” (fr:5414)—e Macrobio, che riferisce come nell’Iliade Nestore dichiari: “De statu, inquit, publiquo credendum est regio somnio, quo, si alter vidisset, repudiaremus ut futile” - (fr:5416) [Bisogna credere a un sogno regio riguardo allo stato pubblico, che, se visto da un altro, respingeremmo come futile].

La seconda parte del testo affronta il problema dell’unità o pluralità specifica delle comete e della Via Lattea. Gli argomenti iniziali negano l’unità di specie, basandosi sulle differenze di figura, significato, moto e durata: “quedam sunt caudate et alie non” - (fr:5444); “maxime de galaxia, que est perpetua, et comete non” - (fr:5447). Tuttavia, la posizione aristotelica, che fa derivare tutte le comete dalla stessa materia prossima (un’esalazione calda e secca), suggerisce l’unità di specie. La soluzione proposta è che le differenze osservate siano accidentali e non essenziali, e che le comete possano essere classificate in modi diversi. Si rifiuta la teoria di Alberto Magno, che basava la diversità solo sulla “diversitatem materie in subtilitate et grossitie” - (fr:5456). Viene invece presentata con maggiore favore la visione degli astrologi, che collegano i diversi tipi di comete ai pianeti, in base a colore, moto e significato: “quod quelibet stella celi est de natura ⟨planetarum⟩, hoc est habet virtutem consimilem alicui septem planetarum” - (fr:5486). Segue una dettagliata descrizione di questa correlazione: una cometa attribuita a Saturno, di colore tendente al nero, “precipue significat mortalitatem et famem seu sterilitatem terre” - (fr:5490); due a Giove (una chiamata “Argentum” e una “Rosa”, quest’ultima annunciante “mortem regum et principum et mutationes rerum”); tre a Marte, “aspectu terribiles et significant prelia et timores” - (fr:5492); una a Venere e due a Mercurio.

La significazione delle comete è poi spiegata come variabile in quattro modi: rispetto al luogo, alla condizione sociale delle persone, alla religione (“sectas et leges”) e alla specifica inclinazione psicologica o eventi che predicono. Si fa l’esempio di una cometa che “apparuit bene sunt septem anni significavit malum iudeis” - (fr:5514).

Infine, l’autore si distacca nettamente dalla natura delle comete per trattare della Via Lattea (galaxia), dimostrandone con argomenti naturali e matematici la natura celeste e non elementare. Le prove principali sono la sua perpetuità e immutabilità, in contrasto con la corruttibilità della regione elementare, e ragioni geometriche: se fosse nella sfera del fuoco, apparirebbe sotto stelle diverse in luoghi o ore differenti, “cuius oppositum patet experientia” - (fr:5525). La conclusione è perentoria: “ipsa est de natura celi” - (fr:5527).

Il testo è un esempio significativo della scienza scolastica, che combina l’autorità di Aristotele con i dati dell’astrologia pratica, la discussione logica con riferimenti storici e letterari, nel tentativo di sistematizzare la conoscenza naturale e spiegare fenomeni straordinari come le comete all’interno di un quadro cosmologico coerente.


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[16.1-73-5588|5660]

16 Analisi delle Questioni Meteorologiche sulla Generazione delle Nubi e della Pioggia

Un commentario medievale che esamina i processi fisici della formazione meteorologica, integrando osservazione empirica e teoria aristotelica.

Il testo è un estratto di un commentario scolastico (probabilmente del XIV-XV secolo) alle Meteorologiche di Aristotele, strutturato in questiones che affrontano dubbi sulla formazione dei fenomeni atmosferici. L’analisi procede per conclusioni e risposte a obiezioni, tipico del metodo dialettico universitario medievale.

Il nucleo teorico distingue due tipi di esalazioni: il vapore (vapor), umido, e l’esalazione secca (exalatio sicca). Il vapore, elevatosi dall’acqua o da terra umida, è la materia prima delle impressioni acquee: “vapor elevatus… est materia nubis, si elevetur” - (fr:5610). La sua condensazione in nube e poi in pioggia è causata prossimamente dal freddo: “frigidum dicitur esse agens propinquum reducens talem vaporem calefactum ad naturam propriam et condensans in nubem” - (fr:5598). Il caldo ha invece un ruolo accidentale o preparatorio, ad esempio per antiparistasi (intensificando il freddo circostante) o per la sua assenza, come “il marinaio è detto ‘causa dell’affondare della nave’” - (fr:5600).

Viene descritto un ordine di condensazione progressivo: da nebula (poco condensata) a nubes, fino alla pluvia quando “è convertita in acqua per mezzo di grandi gocce” - (fr:5602). Si nota una peculiarità: la formazione delle nubi non avviene solo per evaporazione, ma anche per inspessimento diretto dell’aria nella regione media per virtù degli astri e del freddo locale. Una prova empirica addotta è che “alcune volte, in luoghi molto remoti dal mare e dalle acque… si forma quasi all’improvviso un tempo nuvoloso e molto piovoso” - (fr:5605), anche in assenza di evidenti sorgenti di umidità.

Il commentatore affronta sistematicamente i dubia (obiezioni). Contro l’opinione volgare che tutte le nubi vengano dal mare, sostiene, basandosi sull’osservazione sensibile, che “i vapori si elevano dalla terra stessa, infatti spesso vediamo con i sensi che i campi, i villaggi e i boschi in un certo senso fumano” - (fr:5609). Spiega poi perché l’esalazione secca (terrestre) non ritorna come pioggia ma si trasforma in vento o fuoco: 1) è più leggera e sale oltre la regione fredda; 2) la “freddezza virtuale” nella terra è minore che nell’acqua; 3) la regione media dell’aria è per natura più simile all’acqua; 4) nessuna esalazione è pura, ma sempre mista (“in alcune impressioni umide c’è qualcosa di tale materia [secca]” - (fr:5623)), come si vede nella grandine che a volte contiene polvere.

Un passaggio rilevante mostra l’integrazione tra teoria qualitativa e modelli fisici meccanicistici. Per spiegare come l’influenza celeste possa generare acqua nell’aria fredda, si ricorre all’analogia dello “specchio concavo, nel cui punto di congregazione dei raggi si genera il fuoco… nonostante che l’aria attorno fosse fredda” - (fr:5627). Si precisa infine che aria e fuoco, essendo elementi leggeri, non forniscono materia alle impressioni ma fungono da “luogo o efficiente” - (fr:5629).

La seconda questio affronta brevemente la diversità specifica delle impressioni acquee (pioggia, grandine, rugiada, brina), elencando argomenti basati sulla materia, le qualità, il tempo di generazione e gli effetti diversi (ad esempio, “la rugiada è segno di serenità… e la pioggia no” - (fr:5657)).

Il testo è una testimonianza storica del pensiero scientifico pre-moderno, dove l’osservazione diretta dei fenomeni naturali (il fumo dai campi, la polvere nella grandine, gli esperimenti con l’acqua piovana e la rugiada) viene incasellata e spiegata all’interno del rigido quadro aristotelico delle qualità e degli elementi, utilizzando sofisticati strumenti logici e citando autorevolmente Aristotele e Alberto Magno.


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[17.1-194-5697|5890]

17 Analisi di una questione meteorologica medievale sulla generazione di rugiada, brina, pioggia, neve e grandine

Distinzione e classificazione dei fenomeni meteorologici acquosi in base a materia, causa efficiente e forma, con una trattazione sistematica delle loro condizioni di generazione.

Il testo è un estratto di un commentario medievale alle Meteorologiche di Aristotele, strutturato come una questio scolastica. L’oggetto centrale è la differenziazione specifica tra i vari fenomeni meteorologici che coinvolgono l’acqua: rugiada (ros), pioggia (pluvia), neve (nix), brina (pruina) e grandine (grando). La trattazione procede con un metodo dialettico, esponendo prima argomenti a favore di una differenza specifica, poi obiezioni contrarie, e infine la soluzione dell’autore, articolata in conclusioni distinte.

Vengono stabiliti criteri precisi per distinguere le specie. La diversità specifica si riconosce dalla diversità delle cause efficienti e delle operazioni: “diversitas specifica non potest sciri aut dubitari nisi ex diversitate causarum efficientium et actionum aut operationum” - (fr:5706). Un argomento contrario sostiene invece che, essendo tutti generati dalla stessa materia prossima (il vapore umido), debbano essere della stessa specie: “omnia talia fiunt ex eadem materia propinqua; igitur sunt eiusdem speciei” - (fr:5707).

La soluzione distingue tre gruppi. Il primo comprende rugiada, pioggia e grandine, considerate della stessa specie perché sono essenzialmente acqua, con la sola differenza che la grandine è congelata: “ros et pluvia et grando sunt eiusdem speciei. Patet, quia sunt aqua, nisi quod una est congelata, alia non” - (fr:5736, 5737). Il secondo gruppo è formato da neve e brina, anch’esse della stessa specie tra loro, differendo solo per il grado di densità (secundum magis et minus), analogamente a rugiada e pioggia. Tuttavia, neve e brina costituiscono una specie diversa da rugiada e pioggia perché si generano dal vapore prima che questo si converta in acqua, risultando quindi dei mixta: “nix et pruina fiunt ex vapore antequam convertatur in aquam, et ideo sunt mixta alterius speciei” - (fr:5739).

La causa formale è analizzata attraverso cinque modi di generazione, basati sullo stato del vapore condensato (congelato o meno) e sulla finezza della materia (sottile o grossolana). Questo schema sistematico è attribuito ad Alberto Magno: “modi istarum impressionum sunt quinque, quorum sufficientia est hic secundum Albertum” - (fr:5725). Ne risulta una chiara corrispondenza: la rugiada (vapore non congelato, materia sottile) corrisponde alla brina (vapore congelato, materia sottile); la pioggia (non congelata, materia grossolana) corrisponde alla neve (congelata, materia grossolana). La grandine, che è vapore congelato dopo la conversione in acqua, non ha un perfetto corrispondente, se non forse una “pioggia grossa”: “grandini nichil correspondet proportionale, licet forte posset dici quod sibi correspondet grossa pluvia” - (fr:5732).

La parte più estesa è dedicata a un’analisi in speciali della rugiada e della brina, elencando le condizioni necessarie per la loro formazione in una serie di conclusioni. La rugiada si genera da un “vapore subtili elevato a parvo calido temperato” - (fr:5740), in tempo sereno e spesso con vento australe, perché più temperato. Un’eccezione geografica è registrata per la regione del Ponto, dove la rugiada si forma più spesso con vento aquilone, a causa di un effetto di antiparistasi (reazione contraria) che, con il freddo in alto, trattiene il caldo in basso: “per antiparistasim reprimit inferius vapores calidos” - (fr:5763). Viene confutata la credenza popolare che la rugiada salga dalla terra, con un esperimento mentale: un panno lasciato in campo si bagna solo sulla superficie superiore, provando che l’acqua discende dall’alto: “si aliquod linteamen sit in campis et fiat ros, tunc madefiet in superiori superficie, et non in inferiori” - (fr:5765). La sua generazione avviene nella regione inferiore dell’aria, non in quella superiore delle nubi, e non durante il calore estremo di mezzogiorno o in caso di tempesta imminente.

Un passaggio peculiare descrive un fenomeno correlato: quando il vapore per la rugiada è mescolato a particelle terrestri, la parte acquosa si condensa in rugiada mentre la parte terrosa rimane come una sorta di farina. Se abbondante, questa sostanza è chiamata manna, ed è descritta come dannosa per le coltivazioni e quasi velenosa per gli animali: “oves fiunt morbide quando comedunt illud in herbis, unde est quasi venenosum” - (fr:5801). La brina si differenzia dalla rugiada principalmente per l’intensità del freddo notturno che causa una maggiore condensazione/congelamento, e per la sua aderenza a oggetti compatti e asciutti.

Il testo prosegue poi con una nuova questio (i.25) sulla regione di generazione di neve e pioggia, mettendo in discussione l’affermazione aristotelica che si generino nella regione media dell’aria. Le obiezioni sono di carattere fisico-empirico: se cadessero da così in alto, la neve non conserverebbe i suoi fiocchi grandi a causa dell’attrito, si scioglierebbe per il calore generato dal movimento, e cadrebbe troppo velocemente. La risposta, solo abbozzata in questo estratto, prevede una disamina delle cause e delle varietà della pioggia, citando anche Algazel per l’analogia con i vapori che si riflettono contro un coperchio in una pentola, e di Alberto Magno per la spiegazione della forma rotonda delle gocce e delle differenze nella loro grandezza e qualità (dolce o nociva).

Il significato storico del brano risiede nella sua testimonianza del metodo scientifico scolastico del tardo medioevo, che applica la filosofia naturale aristotelica all’osservazione dei fenomeni atmosferici, cercando una sistematica classificazione causale. Mostra un dialogo critico con le autorità (Aristotele, Alberto Magno, Algazel, Averroè) e un tentativo di conciliare la teoria con l’esperienza sensibile e le obiezioni logiche. La minuziosa descrizione delle condizioni per la formazione della rugiada e la confutazione di credenze popolari attraverso un ragionamento empirico (seppur sotto forma di esperimento mentale) evidenziano uno sforzo verso un’analisi naturalistica razionale.


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[18.1-20-5899|5918]

Riferimenti medievali alla natura e alle cause delle precipitazioni insolite

Analisi di citazioni tratte da commentari scientifici del XIII secolo sul fenomeno delle “piogge di sangue”.

Il testo è composto da una serie di riferimenti bibliografici che riconducono a opere scientifiche e filosofiche del Medioevo, in particolare ai commentari di Alberto Magno sulla meteorologia aristotelica e al trattato De spera mundi di Giovanni di Sacrobosco. L’elemento peculiare è la trattazione di un fenomeno atmosferico ritenuto straordinario: la pioggia di sangue. La frase sostantiva (fr:5918) fornisce la spiegazione causale del fenomeno, basata sulla teoria dei vapori e degli esalazioni: “Item aliquando, sicut narrant historie, visa est pluvia sanguinea500; cuius causa est quia in vapore erat admixtum aliquidsubtileterreumnimisadustum,etideoconvertebaturintalemcolorem, sicut etiam humiditas in vinea convertitur in rubeum vinum.” - (fr:5918) [Allo stesso modo a volte, come narrano le storie, è stata vista una pioggia di sangue; la cui causa è che nel vapore era frammisto qualcosa di terrestre sottile e bruciatissimo, e perciò si convertiva in tale colore, così come anche l’umidità nella vigna si converte in rosso vino.]

Questa spiegazione, attribuita ad Alberto Magno nel suo commento alle Meteorologica di Aristotele, rappresenta il tentativo di conciliare le osservazioni riportate dalle cronache (“sicut narrant historie”) con il quadro naturale aristotelico. Il fenomeno non è miracoloso, ma deriva da una causa materiale precisa: la presenza nell’atmosfera di particelle terrose sottili e fortemente combuste (“subtile terreum nimis adustum”) che, mescolate al vapore, ne alterano il colore. L’analogia con la fermentazione del vino (“sicut etiam humiditas in vinea convertitur in rubeum vinum”) sottolinea l’intento di fornire un processo naturale e comprensibile.

Il significato storico del testo risiede nella sua testimonianza del metodo scolastico: si parte dall’autorità di Aristotele (citato in fr:5910), si procede con il commento e l’approfondimento di un’autorità medievale come Alberto Magno (fr:5904-5909, fr:5911-5916), integrando anche il sapere astronomico di base di Sacrobosco (fr:5902). La struttura stessa delle citazioni, con rimandi precisi a libro, trattato, capitolo e riga (es. “lib. 2, tract. 1, cap. 23”), evidenzia la precisione filologica e il lavoro di esegesi testuale proprio dell’epoca. La menzione di “238 questiones in meteorologica” (fr:5917) conferma la natura disputativa e problematica dell’insegnamento universitario. Il brano è quindi un esempio di come la scienza medievale affrontasse, razionalizzandoli, fenomeni rari e potenzialmente inquietanti, ancorandoli a un sistema causale fisico e rifiutando, in questo contesto, interpretazioni puramente soprannaturali.


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[19.1-23-5921|5943]

18 Resoconto sulle proprietà e i segni della pioggia in un trattato medievale

Analisi di un testo scientifico medievale che tratta gli effetti biologici, la generazione spontanea e il valore presagiente delle precipitazioni.

Il testo esamina il fenomeno della pioggia secondo una prospettiva naturalistica e presagiente tipica del sapere enciclopedico tardo-medievale. L’autore si basa sull’autorità di Alberto Magno, citato esplicitamente, per spiegare le conseguenze delle piogge sulla vegetazione e la loro capacità di generare vita. Si afferma infatti che “tales pluvie propter nimium frigus sunt mortificative fructuum; et ideo pluvie suaves et que cadunt sine vehementia magis conveniunt” - (fr:5921) [piogge di questo tipo, a causa del freddo eccessivo, sono mortifere per i frutti; e perciò sono più adatte piogge lievi e che cadono senza violenza]. La gerarchia tra concetti principali (gli effetti della pioggia) e secondari (le condizioni ottimali) è chiara: l’attenzione è sulle proprietà intrinseche delle precipitazioni.

Un passaggio peculiare riguarda la teoria della generazione spontanea di animali dalla pioggia. Il meccanismo descritto è complesso e si fonda sulla mescolanza di elementi: “ibi est aliquid de subtili terreo permixto cum humido vapore; et ideo… illud terrestre attrahitur ad superficiem et sic convertitur in corium et in pellem; et tunc calidum remanens intus… convertitur in spiritum vitalem et fit animal” - (fr:5922) [lì c’è qualcosa di terroso sottile mescolato con umido vapore; e perciò… quel terrestre è attratto verso la superficie e così convertito in cuoio e in pelle; e allora il calore rimasto dentro… è convertito in spirito vitale e diventa animale]. La causa è attribuita a un principio terrestre sottile presente nel vapore, e l’effetto è la creazione di rane, vermi e piccoli pesci, organismi definiti acquatici “quia generantur ex multo humido” - (fr:5922) [perché sono generati da molto umido]. Questa spiegazione è corroborata da osservazioni empiriche: l’acqua piovana, se fatta sedimentare, mostra un residuo terroso dal quale “generantur vermes” - (fr:5923) [si generano vermi], e se bevuta “habet constipare ventrem, et hoc est propter siccitatem terrestrem admixtam” - (fr:5924) [ha la proprietà di costipare il ventre, e ciò è a causa della siccità terrestre mescolata].

Il testo attribuisce inoltre un significato profetico a certi eventi meteorologici insoliti, classificandoli come segni divini. Le “pluvie insolite, sive in quantitate vel continuatione aut in qualitate—sicut sunt sanguinee” - (fr:5925) [piogge insolite, sia per quantità o durata o per qualità—come sono quelle sanguigne] sono interpretate come presagi di “alicuius mali futuri aut pestilentie” - (fr:5925) [di qualche male futuro o pestilenza]. La giustificazione teorica è che tali piogge sono “quasi quodammodo monstra que signant futura mala” - (fr:5925) [in un certo senso quasi mostri che significano mali futuri], citando a supporto Isidoro di Siviglia. Questo concetto rivela una visione del mondo in cui il naturale e il sovrannaturale, la scienza e la teologia, sono strettamente intrecciati. Infine, si nota una differenziazione geografica delle precipitazioni, maggiori verso i poli, come dato fattuale.


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[20.1-328-5953|6280]

19 Analisi di un trattato meteorologico medievale

Studio comparativo su neve, grandine e segni premonitori delle piogge, basato su autorità classiche e osservazioni naturali.

Il testo è un estratto di un commentario medievale ai Meteorologica di Aristotele, strutturato in questiones che affrontano problemi specifici di meteorologia. L’analisi rivela un metodo scolastico, con argomentazioni pro et contra e soluzioni basate sull’autorità (Aristotele, Alberto Magno, Plinio) integrata con ragionamenti causali ed esperienze osservative.

19.1 Differenze tra neve e pioggia

L’autore stabilisce una distinzione sistematica tra neve (nix) e pioggia (pluvia). La differenza fondamentale è di natura sostanziale: “pluvia est aqua, et nix non” - (fr:5957) [la pioggia è acqua, e la neve no]. La neve si genera per congelamento del vapore prima che questo si converta completamente in acqua. Altre differenze includono la durata: secondo Alberto Magno, la pioggia è più duratura perché “ex una pluvia madefit terra et iterum disponitur ut elevetur ex ea vapor ex quo iterum fiet pluvia” - (fr:5959) [da una pioggia la terra si inumidisce e di nuovo si dispone affinché da essa si elevi il vapore dal quale di nuovo si farà la pioggia], mentre la neve può rimanere a lungo al suolo. La neve è anche definita più secca (magis sicca), pur causando, quando si scioglie rapidamente, piene più improvvise dei fiumi rispetto a una pioggia prolungata. La generazione è legata al freddo: “nix generatur tempore frigido” - (fr:5963) [la neve si genera in tempo freddo], e può trasformarsi in pioggia (pluvia fuit nix) se incontra strati d’aria calida durante la caduta, spiegando perché in valle piova mentre in montagna nevica.

19.2 Natura, varietà e luogo di generazione della neve

Le varietà di neve dipendono dalla materia e dal freddo coagulante (secundum differentiam materie et frigoris congelantis - fr:5965). Viene menzionata una neve intermedia tra neve e grandine, che talvolta presenta “figure rationales, ac si essent artificialiter facte, et similitudines florum” - (fr:5966) [figure razionali, come se fossero fatte artificialmente, e somiglianze di fiori], fenomeno attribuito senza dubbio alla “forti impressione corporum celestium” - (fr:5967) [forte impressione dei corpi celesti]. Il luogo di generazione può essere la regione media dell’aria, se il calore solleva il vapore sufficientemente in alto, oppure più in basso se il freddo reprime l’ascesa del vapore.

19.3 La questione della grandine: luogo, causa e tempo

La discussione sulla grandine (grando) è più complessa e articolata in risposta a obiezioni. Si esaminano due opinioni sul luogo di generazione. Una “moderna”, basata su una nuova traduzione di Aristotele, sostiene che si generi piuttosto in basso, “sub media regione et in loco calido” - (fr:6036), adducendo come prova il fatto che non si forma su monti altissimi, il suono terribile associato ai temporali di grandine, e la forma spesso angolosa dei chicchi, che si arrotonderebbero se cadessero da grande altezza. L’altra opinione, attribuita ad Alberto Magno e ricavata da una traduzione antica, propone invece due luoghi: essenzialmente in alto, nella regione media (dove il freddo è massimo), ma accidentalmente anche più in basso se il vapore incontra prematuramente il freddo. La causa della formazione è duplice: se generata in basso, il vapore, compresso da calore circostante (per antiparistasim), vede il suo freddo interno intensificarsi fino al congelamento. Se generata in alto, la nube calda e porosa congela rapidamente per il freddo intenso della regione media. Un punto cruciale è spiegare perché l’acqua, prima di congelarsi in grandine, non cada semplicemente come pioggia. La risposta è che la conversione in acqua e il congelamento avvengono simultaneamente durante la caduta attraverso uno strato freddo: “dum statim conversa est in aquam, incipit descendere, et quia adhuc descendit per locum frigidum, ideo continue infrigidatur donec sit extra” - (fr:6094) [non appena è convertita in acqua, comincia a scendere, e poiché ancora discende attraverso un luogo freddo, quindi continuamente si raffredda finché ne esce]. Se il raffreddamento è più veloce della discesa, si forma la grandine; altrimenti, si ha pioggia grossa. Riguardo al tempo, si afferma, con Aristotele e l’esperienza, che la grandine si verifica più spesso “temporibus mediis et temperatis” - (fr:6021) [nei tempi intermedi e temperati], come all’inizio della primavera. Ciò perché richiede un calore sufficiente a sollevare vapore spesso, ma non eccessivo da disgregarlo. Può verificarsi d’inverno nelle regioni calde e d’estate in quelle fredde, per un principio di temperamento.

19.4 Segni premonitori delle condizioni atmosferiche

L’ultima sezione è un catalogo enciclopedico di signa pronostica pluviarum [segni premonitori delle piogge], divisi in quattro categorie: segni celesti (costellazioni, aspetti planetari); segni nell’aria ma apparenti in cielo (alone, parelio, pallore del sole); segni nell’aria e ivi apparenti (nebbia, nubi mattutine, colori del cielo); segni in altre cose (comportamento di animali, piante, elementi). L’autore cita frequentemente Virgilio (Georgiche) e altri autori come Al-Kindi. La nebbia (nebula) è analizzata in modo distintivo: quella che precede le piogge ne è segno, mentre quella che segue è “signum serenitatis” - (fr:6209) [segno di serenità], perché costituita dal residuo secco del vapore dopo che la parte umida è già caduta come pioggia. Si discutono fenomeni ottici come l’alone lunare e solare, il parelio (paralelle), e il colore rosso del cielo: la rubiconda mattutina è segno di pioggia perché i vapori sono in ascesa e il sole di giorno li solleverà ulteriormente; quella serale indica serenità perché di notte, mancando il sole, quei vapori si condenseranno in rugiada o brina senza salire a formare pioggia.


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[21.1-300-6358|6657]

20 Analisi di un testo scientifico medievale sull’origine delle fonti e dei fiumi

Resoconto di un’indagine filosofico-naturale sulle cause della formazione delle fonti e dei fiumi, basata su argomentazioni, esperimenti e riferimenti all’autorità di Aristotele, Seneca e Alberto Magno.

Il testo è un trattato scientifico in forma di quaestio, tipica della scolastica medievale, che indaga l’origine delle fonti e dei fiumi. L’autore esamina e confuta sistematicamente diverse teorie contemporanee (come l’ascensione naturale dell’acqua da un abisso centrale detto “Tartaro” o la provenienza diretta dal mare) per poi stabilire una spiegazione complessa, che combina evaporazione, condensazione nel sottosuolo e scorrimento attraverso vene della terra. La struttura è logica e deduttiva: si parte da conclusioni generali sul moto dei fluidi per arrivare a una teoria specifica sulla genesi delle fonti.

Elementi peculiari e concetti chiave Il metodo d’indagine è caratterizzato da una stretta interazione tra autorità filosofica (principalmente Aristotele e Seneca), osservazione empirica e ragionamento logico. Un concetto fondamentale è la distinzione tra moto naturale e violento di un elemento. L’acqua non può raggiungere le fonti per proiezione violenta, poiché “iste motus est violentus nec posset assignari a quo proiceretur” - (fr:6359) [questo moto è violento e non si potrebbe stabilire da cosa sia proiettata]. Viene inoltre introdotta la nozione di ascensione per compressione da parte di un corpo più grave, come nel caso dell’olio sotto l’acqua: “sicut oleum in fundo aque statim ascendit” - (fr:6363). Tuttavia, si precisa che la terra, pur essendo più grave, è solida e quindi “non comprimit ipsam aquam nec facit ascendere” - (fr:6364), confutando l’idea di una risalita per compressione.

L’analisi prosegue esaminando altre possibilità: l’acqua può salire per conduzione in canali tortuosi, dove “aqua poterit ascendere ad tantam altitudinem sicut est origo” - (fr:6367), principio dimostrato sperimentalmente. Può anche salire esalata, cioè in forma di vapore, come avviene per la formazione delle nubi. Questo è il meccanismo chiave per la teoria finale: i vapori, attratti dal calore solare dalle viscere della terra, “per antiparistasim reprimuntur a frigore vel a densitate ipsius terre; tunc ingrossantur et tandem convertuntur in aquam” - (fr:6539) [per antiparistasì sono respinti dal freddo o dalla densità della terra stessa; poi si addensano e infine si convertono in acqua]. La formazione è paragonata alla condensazione del vapore sul coperchio di una pentola “repercussi a coperculo condensantur iterum in guttas aque” - (fr:6540) e ai processi umorali del corpo animale.

Teorie confutate e teoria accettata L’autore rigetta esplicitamente la “prima opinio que ponebat aquam ascendere naturaliter ab illo Tartaro ad fontes” - (fr:6384). Contesta anche l’idea che la terra poggi sulle acque, poiché, essendo più grave, “submergeretur” - (fr:6385). Pur ammettendo l’esistenza di grandi caverne sotterranee come serbatoi (dimostrata con esempi di voragini che inghiottono acqua e di città sprofondate), nega che tutte le fonti ne derivino, poiché alcune sono “perpetui” e richiederebbero cavità di capacità impossibile.

La teoria accettata sintetizza diverse cause. Le fonti “perpetue” e migliori sono generate internamente dal vapore che condensa nelle parti porose e alte della terra, specialmente nei monti. Altre fonti, più variabili, ricevono un contributo diretto dall’“aqua pluvialis”. Infine, in modo mediato, tutte le fonti derivano dal mare, poiché da esso si elevano i vapori che diventano pioggia e poi, infiltrandosi, alimentano il processo di generazione sotterranea: “aliquo modo fontes veniunt a mari, non tamen immediate sed per multas alterationes” - (fr:6580).

Significato storico e metodologico Il testo è una significativa testimonianza del pensiero scientifico tardomedievale, in bilico tra la ricezione critica dell’antichità e l’embrionale ricorso all’esperimento e all’osservazione. L’uso di analogie meccaniche (come la ruota con vasi che sollevano acqua per creare fonti artificiali) e organiche (il corpo umano con vene e arterie) è tipico dell’epoca. Il riferimento a un “tractatu De inani et vacuo” - (fr:6379) per spiegare i movimenti dell’acqua nei condotti mostra l’interesse per le questioni fisiche connesse all’orrore del vuoto. La discussione è profondamente radicata nella filosofia naturale aristotelica, ma mostra anche la volontà di correggerla o integrarla, come nell’argomentare contro l’idea di una risalita naturale dell’acqua verso l’alto. Il trattato rappresenta quindi un esempio di come la scienza scolastica elaborasse sistemi esplicativi complessi, fondati su un quadro teorico dato ma sottoposto a verifica logica e, in misura minore, empirica.


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[22.1-213-7518|7730]

21 Analisi di un testo scientifico medievale sulle proprietà delle acque

Una disputa scolastica sulle cause della salinità del mare e delle proprietà delle fonti, basata sull’autorità di Aristotele e sull’osservazione dei fenomeni naturali.

Il testo è un estratto di una quaestio universitaria medievale, probabilmente parte di un commento ai Meteorologica di Aristotele. La struttura è dialettica: si pone una domanda, si avanzano argomentazioni contrarie (quod non), si cita l’opposto (oppositum) basato sull’autorità o sui sensi, e infine si fornisce una soluzione autorevole seguita dalle risposte alle obiezioni iniziali. Il tema centrale è la natura e l’origine della salinità dell’acqua marina, con una digressione successiva sulle proprietà delle acque sorgive e fluviali.

La questione della salinità del mare La disputa si apre chiedendosi “utrum aqua maris sit salsa” (fr:7532). Vengono esposte sei ragioni per cui non dovrebbe esserlo, tra cui il principio che un elemento nel suo luogo naturale dovrebbe essere purissimo (“omne elementum in suo loco naturali debet esse purissimum” - fr:7535), il fatto che i fiumi dolci sfocino in mare, e che il mare stesso sia il principio di tutte le acque. L’oppositum si fonda semplicemente sull’evidenza sensibile e sull’autorità di Aristotele (fr:7543). Prima di risolvere, l’autore definisce i termini: per “mare” intende “magna multitudo aquarum ad quam decurrunt et congregantur fluvii” (fr:7544), e osserva che tutti i mari potrebbero essere connessi da condotti sotterranei.

La soluzione adotta la teoria aristotelica. La causa materiale della salinità è l’“admixtio sicci terrestris adusti” (fr:7563), cioè la mescolanza con del secco terrestre “arrostito”. Questa tesi è provata per analogia con altri liquidi salati: la liscivia (fatta con ceneri), l’urina e il sudore (fr:7565-7566). Seguono prove specifiche che il mare contenga tale secco terrestre: è più torbido, le navi galleggiano meglio perché l’acqua è più densa (“naves plus portant in mari quam in dulci aqua” - fr:7590), e pesa di più (fr:7591). Un esperimento citato da Aristotele con un vaso di cera dimostra che il sale non può passare attraverso pori sottili (fr:7592).

Tuttavia, la causa materiale non basta. Serve una causa efficiente: il calore che essicca a lungo, principalmente quello del Sole (“ad hoc facit calor Solis” - fr:7598). Nel mare avviene un’evaporazione continua del componente dolce e volatile, lasciando indietro il residuo salato. Il moto delle onde e la vasta superficie del mare favoriscono questo processo (fr:7599-7602). Il meccanismo è descritto in dettaglio: “a terra sub mari virtute caloris Solis et per motum aque maris elevatur et admiscetur aliquid de ipsa terra” (fr:7603). L’esalazione terrestre viene in superficie e viene in un certo senso “bruciata” dai raggi solari. Ne consegue che, se non vi fosse l’apporto continuo di acqua dolce dai fiumi, il mare diventerebbe sempre più salato (fr:7605).

Risposte alle obiezioni e questioni collaterali L’autore risponde sistematicamente alle sei argomentazioni iniziali. Ad esempio, contro il principio di purezza degli elementi, afferma che “nullum elementum est purum” (fr:7630). Spiega perché fiumi e laghi generalmente non sono salati: l’acqua non vi rimane abbastanza a lungo da subire la prolungata evaporazione e concentrazione che avviene nel mare (fr:7622-7624). Tuttavia, ammette l’esistenza di stagni salati e ipotizza che, se un fiume come la Senna smettesse di scorrere, in cento anni potrebbe diventare salmastro (fr:7622). Riguardo alla maggiore salinità nelle regioni calde, concorda in linea di principio (“mare est magis salsum versus meridiem quam versus polum” - fr:7650), ma introduce un fattore correttivo: i venti e il moto ondoso più forti ai poli potrebbero aumentare l’evaporazione del dolce, bilanciando parzialmente l’effetto del minore calore solare (fr:7651).

Proprietà delle acque sorgive e fluviali La seconda parte del testo (a partire da fr:7652) affronta una nuova quaestio: se le fonti e i fiumi debbano essere salati. Dopo le obiezioni, l’autore classifica le differenze tra le acque: calore, colore, sapore, salubrità e altre qualità (fr:7664). Fornisce spiegazioni causali per ognuna. I fonti caldi, ad esempio, non sono riscaldati dal vento intrappolato o dai raggi solari, ma provengono da zone con miniere di zolfo o fuochi sotterranei, come l’Etna (fr:7672). Cita casi mirabili, come la fonte di Giove Ammone in Libia, la cui temperatura cambia radicalmente nell’arco della giornata, spiegandolo forse con il fenomeno dell’antiparistasi (fr:7688-7690). I colori diversi dipendono dalle varie mescolanze con la terra (fr:7691). I sapori salati o amari in alcune sorgenti possono derivare o da una connessione col mare o dal filtraggio attraverso terreni cinerei (fr:7724-7725). Infine, accenna alle proprietà medicinali o miracolose di alcune acque, come quelle che aiutano la memoria o causano oblio (fr:7728).

Significato storico e metodologico Il testo è una significativa testimonianza del metodo scientifico scolastico del XIII-XIV secolo. Mostra un pensiero rigorosamente logico e strutturato, che cerca di conciliare l’autorità dei testi classici (Aristotele, Plinio, Isidoro) con l’osservazione dei fenomeni naturali e la razionalità causale. L’uso di esempi concreti (liscivia, navi, vasi di cera) e di esperimenti mentali (la Senna che ristagna) rivela uno sforzo di ancorare la teoria all’esperienza. La discussione non si limita a ripetere la dottrina, ma la esplora criticamente, valutando opinioni diverse e risolvendo obiezioni complesse. Il riferimento a Roberto Grosseteste (fr:7530) e le varianti testuali indicate (es. fr:7520-7529) suggeriscono che si tratti di un testo erudito, forse una lezione o un commento destinato a un pubblico universitario, attento alla precisione filologica e filosofica. Rappresenta quindi un momento cruciale nella storia della scienza, in cui la spiegazione naturalistica del mondo viene sistematicamente sviluppata all’interno di un quadro aristotelico.


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[23.1-36-7750|7785]

22 Resoconto sulle proprietà mirabili delle acque in fonti antiche

Analisi di un testo medievale che cataloga e discute le qualità straordinarie di fiumi e fonti, attingendo all’autorità di Seneca, Aristotele e Plinio.

Il testo è un estratto di carattere scientifico-naturalistico, probabilmente parte di una questio o di un commentario medievale. Il suo scopo principale è enumerare e discutere casi di acque con proprietà mirabili o fuori dal comune, attingendo all’autorità di autori classici come Seneca, Aristotele e, soprattutto, Plinio il Vecchio. Il nucleo del contenuto è una catalogazione di fenomeni idrici straordinari, seguita da una sezione di risposte a obiezioni teoriche (“Ad rationes”).

Un elemento peculiare è la struttura argomentativa, che combina l’elencazione di mirabilia con una difesa della loro plausibilità all’interno di un quadro filosofico-naturale. L’autore non si limita a riportare le meraviglie, ma le utilizza per confutare una visione troppo semplicistica della formazione delle qualità delle acque. Ad esempio, risponde all’obiezione che la salinità derivi solo dall’azione del sole sul mare, affermando: “aliqui fontes sunt salsi propter aliam causam, quia non immediate propter radios Solis” - (fr:7765) [alcune fonti sono salate per un’altra causa, cioè non immediatamente a causa dei raggi del Sole]. Una nota marginale precisa ulteriormente la causa alternativa: “sed propter transitum ipsius aque per venas terre” - (fr:7776) [ma a causa del passaggio di quell’acqua attraverso le vene della terra].

I fenomeni riportati sono di varia natura: acque medicamentose, punitive e trasformative. Si menziona una fonte acetosa presso i Lingoni (“Est autem et circa Lyngon fons quidam aque acetose” - fr:7754), fonti caldi in Sardegna utili per gli occhi (fr:7759), e una fonte che punisce i ladri accecandoli: “iste fons redarguit fures, ita quod, si latro lavat oculos suos, inde excecabitur” - (fr:7760) [questa fonte smaschera i ladri, in modo tale che, se un ladro si lava gli occhi con essa, ne diventerà cieco]. Altre acque hanno effetti fisici o cromatici: un fiume che rende bianchi i buoi (fr:7761), due fiumi in Tessaglia che tingono le pecore rispettivamente di bianco e di nero (fr:7762), e fiumi che pietrificano il legno: “quedam flumina que convertunt ligna in lapides si diu steterint” - (fr:7763) [alcuni fiumi che convertono i legni in pietre se vi rimangono a lungo].

Storicamente, il testo è una significativa testimonianza della trasmissione e dell’utilizzo della scienza antica nel Medioevo. Mostra come il sapere enciclopedico di Plinio e le teorie di Aristotele fossero fuse e messe al servizio di una discussione scolastica. La presenza di riferimenti precisi (libro, capitolo, paragrafo) e di varianti testuali nelle note (es. “in Tessalia sunt duo flumina” - fr:7762, con la variante “tesalia” in fr:7770) indica un lavoro di compilazione e commento filologicamente attento per l’epoca. Il concetto chiave che emerge dalla sezione conclusiva è che queste acque mirabili non sono elementi puri, ma miscugli imperfetti: “nulle tales aque sunt simplicia elementa, sed sunt quedam mixta” - (fr:7767) [nessuna di tali acque è un elemento semplice, ma sono dei certi miscugli]. Questo serve a conciliare i fenomeni straordinari con la teoria aristotelica degli elementi e della generazione.


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Riferimenti bibliografici su fenomeni naturali e cosmologia antica

Un insieme di citazioni da opere classiche e medievali riguardanti la descrizione del mondo naturale.

Il testo fornito è un estratto costituito esclusivamente da una serie di riferimenti bibliografici, privi di un discorso connettivo esplicativo. La sua funzione è chiaramente quella di una testimonianza erudita, mostrando le fonti utilizzate da un autore (probabilmente in un trattato scientifico o un commentario) per sostenere un’argomentazione. La struttura è quella tipica di un apparato di note, organizzata per identificativi numerici che corrispondono a singole componenti della citazione (autore, opera, libro, capitolo, paragrafo, edizione, pagina).

Gli elementi peculiari risiedono nell’accostamento di autori di epoche diverse, che traccia una linea di trasmissione del sapere. Si citano autori della Naturalis historia come Plinio il Vecchio (“Plinius, Naturalis historia” - fr:7792) e filosofi come Seneca (“Seneca, Questiones naturales” - fr:7797), accanto a compilatori tardo-antichi e medievali quali Isidoro di Siviglia (“Isidorus Hispalensis, Etymologie” - fr:7788) e il filosofo scolastico Alberto Magno (“Albertus Magnus, Meteora” - fr:7803). Un riferimento alla “Historia animalium” di Aristotele (fr:7809) conferma il ricorso all’autorità filosofica per eccellenza. L’uso di abbreviazioni latine come “lib.” (liber, libro), “cap.” (capitulum, capitolo), “par.” (paragrafus, paragrafo), “ed.” (editio, edizione) e “Cf.” (confer, confronta) è tecnico e specifico del genere saggistico accademico.

Il significato storico di questo frammento è duplice. In primo luogo, è una testimonianza del metodo di lavoro erudito pre-moderno, basato sulla collazione e sul commento di auctoritates. In secondo luogo, l’elenco stesso delle fonti delinea una cronologia della scienza da quella antica (Aristotele, Plinio, Seneca) a quella enciclopedica tardo-antica (Isidoro) fino alla rielaborazione medievale (Alberto Magno). La presenza di dettagli editoriali precisi, come “ed. Colon. vi/1, 99765–1003” (fr:7807, 7808) per l’opera di Alberto Magno, indica un lavoro filologico moderno o contemporaneo che ha stabilito e utilizza edizioni critiche di questi testi. L’assenza di qualsiasi testo argomentativo proprio trasforma questo estratto in una traccia, un indice della struttura di supporto di un’opera più ampia, il cui tema principale, deducibile dalle opere citate, verteva su questioni di cosmologia, meteorologia e storia naturale.


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[25.1-167-7831|7997]

23 Analisi di un testo di meteorologia medievale

Un commento scolastico del XIV secolo sulle cause, la natura e la classificazione dei venti, basato sull’opera di Aristotele.

Il testo è un estratto dalle Questiones in Meteorologica de prima lectura, un commento medievale ai Meteorologica di Aristotele. La sezione analizzata si concentra interamente sulla fenomenologia dei venti, trattandone la definizione, la causa del moto, la generazione e la classificazione secondo una metodologia scolastica strutturata in quaestiones.

Definizione e natura fisica del vento L’autore stabilisce con precisione la natura del vento, distinguendolo da teorie considerate errate. La conclusione fondamentale è che “ventus est impressio quedam que est exalatio calida et sicca mota localiter versus latus, et quasi quidam fumus subtilis elevatus a terra” - (fr:7841). Si nega che il vento sia semplicemente aria mossa, poiché ciò richiederebbe una causa per il suo moto laterale, o che sia un vapore umido, dato che esso “desiccat” - (fr:7842). Il vento propriamente detto è quindi un’esalazione secca e calda in movimento orizzontale. L’aria circostante è mossa da questa esalazione, ma “si non esset talis exalatio, iste aer non moveretur” - (fr:7844). Il termine ‘vento’ connota specificamente il moto laterale: “si moveretur deorsum, dicitur ‘enefias’; si circulariter, diceretur ‘tifo’ vel ‘turbo’, et ideo dum quiescit non dicitur ‘ventus’” - (fr:7845).

Causa e meccanismo del moto La causa prima del moto è l’interazione tra calore e freddo. L’esalazione, dotata di una certa “tenacitatem et viscositatem” - (fr:7846), si eleva per virtù del calore fino a raggiungere la “mediam regionem” dell’aria, dove incontra il freddo. Poiché “contrarium fugit suum contrarium” - (fr:7856), l’esalazione fugge dalla zona di maggiore freddo. Non potendo discendere completamente a causa della sua leggerezza, è costretta a muoversi lateralmente “ubi invenit frigiditatem minorem” - (fr:7856). Il moto inizia dalla parte superiore dell’esalazione, come prova l’osservazione che “giratio venti primo apparet sursum in nebulis quam sentiatur deorsum” - (fr:7848).

Risoluzione di obiezioni e specificazioni Il testo affronta obiezioni dettagliate, come il motivo per cui i venti non spirino sempre dal polo freddo verso il sole caldo. La risposta risiede nelle diverse circostanze locali: “propter diversas circumstantias exalationis in subtilitate et grossitie et levitate, virtute corporum celestium aliquando incipit moveri antequam sit ita sursum” - (fr:7860). Il moto del vento è definito come né puramente naturale (che sarebbe solo verso l’alto o il basso) né semplicemente violento, ma “quasi mixtus” - (fr:7889), un compromesso tra la spinta verso il basso data dal freddo e la tendenza al rialzo data dalla sua leggerezza. La generazione dei venti è paragonata a quella dei fiumi: “sicut videmus in principiis fluviorum quod primo est unus fons, deinde congregatur cum aliis et fit magnus fluvius” - (fr:7862). Per questo, un vento non è più forte alla sua origine, ma “aliquantulum longe propter paucitatem exalationum” - (fr:7870), per poi indebolirsi di nuovo a grande distanza perché le esalazioni si consumano.

Cause esterne e cicli stagionali Le cause principali che influenzano i venti sono il Sole e la pioggia. Il Sole, con il suo avvicinarsi e allontanarsi, agisce come un fuoco che arrostisce la terra: “sicut de una re que assatur ad ignem” - (fr:7874). Un calore eccessivo (“in estate”) soffoca le esalazioni, mentre un freddo estremo (“forti hieme”) le impedisce di formarsi. I venti sono quindi più frequenti “temporibus mediis” - (fr:7875). La pioggia, in quanto contraria all’esalazione secca, inizialmente “reprimuntur” i venti, ma in seguito, come “ligna madefacta exposita igni magis habent fumare” - (fr:7877), la terra bagnata produce più esalazioni, spiegando la ventosità primaverile e autunnale.

Classificazione e origine dei venti Una parte significativa del testo è dedicata alla questione se l’Australe (vento del sud) provenga dal polo antartico e il Boreale (vento del nord) da quello artico. Si argomenta che, sebbene i venti contrari debbano venire da luoghi contrari, “iste ventus non pervenit usque ad nos” - (fr:7853) perché, nel suo viaggio, un vento meridionale dovrebbe attraversare la zona torrida sotto il sole (“regionem adustam sub via Solis”), dove il calore eccessivo disgrega le esalazioni. La conclusione è che “Auster non venit ab illo polo” - (fr:7967), ma “a partibus citra et iuxta tropicum estivum” - (fr:7969). La classificazione finale, basata sull’immagine di un cerchio orizzontale, identifica dieci o dodici venti principali, divisi in orientali, occidentali, cinque dalla parte di Borea (nord) e tre dalla parte di Austro (sud). La ragione della disparità è che “ibi est plus de materia” - (fr:7979) per generare venti nelle regioni settentrionali.


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24 Analisi di un testo medievale sulla teoria aristotelica dei terremoti

Commentario scolastico che spiega i terremoti come venti sotterranei, fondandosi sull’autorità di Aristotele e Seneca.

Il testo è un estratto di un commentario o di una quaestio medievale sui Meteorologica di Aristotele, dedicata all’eziologia dei terremoti. L’analisi procede in modo scolastico, stabilendo una conclusione e provandola attraverso argomenti causali e segni premonitori. La teoria centrale, di derivazione aristotelica, identifica la causa del terremoto in uno spiritus inclusus in terra, un vento o esalazione secca imprigionata nel sottosuolo. Questo spirito, cercando una via d’uscita, scuoterebbe violentemente le pareti delle cavità terrestri. La prova è fornita per analogia con i fenomeni atmosferici: “sicut a simili consimilis spiritus inclusus in nube concutit latera nubis et facit eam tremare et facit sonum, scilicet tonitruum” - (fr:8115) [come, per similitudine, uno spirito simile racchiuso in una nube scuote le pareti della nube e la fa tremare e produce un suono, cioè il tuono]. Il terremoto è dunque il tuono della terra.

Il testo è peculiare per la sua struttura argomentativa e il ricorso sistematico all’autorità. Ogni affermazione è sostenuta da riferimenti precisi ad Aristotele (con citazioni del libro, capitolo e riga, come in fr:8107, 8108, 8109) e ad altri auctores come Seneca. Un elemento metodologico rilevante è l’uso di “notabilia” precedenti (fr:8114) per costruire la prova, mostrando come l’argomentazione sia inserita in una lezione più ampia. Il commentatore non si limita a ripetere, ma organizza e applica la dottrina: distingue i casi in cui “tota exalatio… recluditur in terra” da quelli in cui “non tota, sed remanet aliquid quod habet flare super terram” - (fr:8111) [tutta l’esalazione… è racchiusa nella terra; talvolta non tutta, ma ne rimane una parte che soffia sopra la terra], collegando questa distinzione alla forza del sisma.

Una sezione significativa è dedicata ai “signa” premonitori, integrando la teoria causale con osservazioni pratiche. Il primo segno è la “cessatio venti super terram et tranquillitas” - (fr:8117) [cessazione del vento sopra la terra e bonaccia], perché il vento che prima spirava in superficie è ora intrappolato sottoterra. Tuttavia, il testo nota un’ambiguità o eccezione a questa regola, citando Aristotele: “Sed istud signum non est convertibile, quia aliquando est terremotus et tamen est ventus” - (fr:8119) [Ma questo segno non è convertibile, perché talvolta c’è un terremoto e tuttavia c’è vento]. Il secondo segno è un’insolita “infrigidatio… aeris in crepusculo” - (fr:8120) [raffreddamento dell’aria al crepuscolo], che favorirebbe l’imprigionamento e la compressione degli spiriti nella terra.

Storicamente, il testo è una testimonianza della ricezione e della didattica della scienza aristotelica nel tardo medioevo. Mostra come le teorie naturali classiche fossero assimilate, commentate e tramandate in un quadro logico e teologico. La spiegazione fisica dei terremoti come venti sotterranei rimase dominante fino al XVII secolo. La presenza di varianti testuali nelle note (es. fr:8121, 8124, 8125) indica che si tratta di un’edizione critica, attenta alla tradizione manoscritta e alle lezioni alternative, sottolineando il lavoro filologico moderno su questo tipo di fonti scolastiche.


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25 Segni, cause ed effetti dei terremoti nella scienza medievale

Un’esposizione medievale sui fenomeni sismici, che sintetizza le autorità classiche di Aristotele e Plinio con il commento di Alberto Magno.

Il testo è un estratto di un trattato scientifico medievale, probabilmente un commento o una quaestio sulle Meteorologica di Aristotele. Esamina sistematicamente i terremoti, organizzando la discussione in segni premonitori, fenomeni concomitanti, luoghi e tempi in cui si verificano. La trattazione si fonda su un dialogo tra fonti autorevoli: Aristotele è la guida principale, integrata da Plinio il Vecchio (attraverso la sua Naturalis historia) e dal commento di Alberto Magno. L’approccio è enciclopedico e tassonomico, tipico della scolastica, volto a classificare e spiegare i fenomeni naturali alla luce della filosofia naturale aristotelica.

25.1 Segni premonitori

L’autore elenca una serie di segni che presagiscono un terremoto, attingendo da diverse tradizioni. Il terzo segno, derivato da Aristotele, è “quando versus occasum apparent reliquie nigrarum nubium protense in longum” - (fr:8158) [quando verso occidente appaiono i resti di nubi nere distese in lungo]. Ciò indicherebbe che la tranquillità e l’esalazione sono già scese verso terra. Un possibile quarto segno è “quando fluctus maris sunt pacifici et secundum longum protensi” - (fr:8159) [quando i flutti del mare sono pacifici e distesi in lungo]. Plinio aggiunge altri indizi: un tremore del mare senza vento, oggetti nelle navi che tremano e fanno rumore, uccelli che si posano a terra “quasi cum timore” - (fr:8163) [quasi con timore], e l’acqua dei pozzi che diventa torbida e maleodorante. Viene citato anche l’esempio storico di Callistene, che al tempo di Alessandro Magno pronosticò la distruzione di due città dopo che un’isola tremò e “columna ignea apparuit in aere” - (fr:8165) [una colonna di fuoco apparve in aria].

25.2 Fenomeni concomitanti (effetti)

La descrizione degli effetti del terremoto è dettagliata e catastrofica. Il primo e inevitabile fenomeno è il suono, prodotto dal movimento dello spirito (esalazione) nelle cavità terrestri: “numquam est terremotus quin fiat sonus” - (fr:8167) [non c’è mai terremoto senza che si produca un suono]. Questo suono, a volte non udito per lo spessore della terra, era interpretato dagli Antichi come la terra che “gemebat vel mugiebat” - (fr:8167) [gemeva o muggiva]. Seguono altri sette effetti principali: l’oscuramento del Sole a causa dell’esalazione densa che esce dalla terra; la frattura del suolo e la distruzione di città, con il riferimento storico di Plinio al “maximus terremotus de quo sit memoria mortalium” - (fr:8203) [il più grande terremoto di cui ci sia memoria mortale] al tempo di Tiberio, che distrusse dodici città in Asia; l’inondazione e la formazione di nuove sorgenti; la generazione di “novorum montium” - (fr:8205) [di nuovi monti] per il collasso del terreno; il riflusso del mare e dei fiumi; incendi, poiché “per motum violentum et impetum talis exalatio inflammatur” - (fr:8207) [per il moto violento e l’impeto tale esalazione s’infiamma]; infine, l’emersione di nuove isole.

25.3 Luoghi e tempi caratteristici

La trattazione si conclude con considerazioni geografiche e temporali. I terremoti non avvengono ovunque simultaneamente, se non per miracolo. Sono più frequenti vicino al mare, perché “frigiditas maris iuvat ut spiritus sic recludatur” - (fr:8258) [il freddo del mare aiuta affinché lo spirito sia così racchiuso], e in luoghi montuosi più che in pianura. Rari sono invece in Egitto, per la solidità del terreno, e “in septimo climate et ultra, versus polum” - (fr:8259) [nel settimo clima e oltre, verso il polo]. Per quanto riguarda il tempo, seguendo Aristotele, si verificano in stagioni secche, ma anche dopo grandi piogge, poiché “pluvia reprimit spiritum versus terram” - (fr:8262) [la pioggia reprime lo spirito verso terra]. Sono più comuni di notte, all’alba, e se di giorno, a mezzogiorno; nelle stagioni intermedie (primavera e autunno) più che in estate e inverno, e in prossimità delle eclissi.

Il testo ha un significato storico come testimonianza della scienza naturale del tardo medioevo. Mostra il metodo di indagine basato sull’autorità dei testi antichi, sulla loro conciliazione e sull’osservazione finalizzata a una classificazione razionale. La causa dei terremoti è identificata nell’exalatio o spiritus (un vapore secco e caldo) imprigionato in cavità sotterranee, secondo la teoria aristotelica. L’elenco minuzioso di segni ed effetti rivela un tentativo di dominare concettualmente un fenomeno terrificante e imprevedibile, trasformandolo in un oggetto di studio sistematico, sebbene all’interno di un paradigma scientifico pre-moderno.


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[28.1-23-8301|8323]

26 Analisi di una disputa medievale sull’unità naturale dei fenomeni meteorologici

Un’esposizione scolastica che indaga se terremoti, venti e tuoni condividano una natura comune, rivelando il metodo dialettico e le fonti autorevoli del pensiero tardo-medievale.

Il testo presenta una questio scolastica strutturata, tratta da un commento o da una serie di questioni sui Meteorologica di Aristotele. La questione centrale è se fenomeni come il terremoto, il vento, il tuono e simili siano “eiusdem nature” (fr:8314). Il metodo argomentativo è dialettico: si espongono prima le ragioni contrarie (Arguitur quod non), poi l’opinione autorevole a favore (Oppositum patet per Aristotelem), per procedere infine alla determinazione della verità.

Gli argomenti contrari all’unità di natura si basano su tre criteri distintivi: il luogo di generazione, il tipo di moto e gli effetti prodotti. Si sostiene che i luoghi siano diversi: “terremotus fit in terra et deorsum, tonitruum in nube et sursum” (fr:8316). I movimenti sono vari: “exalatio faciens motum terre movetur sursum, et ventus ad latus, et fulgur ad deorsum” (fr:8318). Gli effetti sono dissimili: “quidam effectus sunt soni… alii effectus sunt motus, alii effectus sunt lumen” (fr:8320). La conclusione è che tali differenze implicano una diversità specifica.

L’autorità di Aristotele viene invocata per l’opinione opposta. Si cita esplicitamente che “tonitruum et motus terre sunt eiusdem nature et fiunt ex eisdem causis” (fr:8321) e, più in generale, che “tonitruum, coruscatio, fulgur, incensiones, etc., sunt eiusdem nature” (fr:8322). Questa citazione diretta funge da principio risolutivo della disputa. Il testo mostra anche una prassi esegetica comune, con riferimenti puntuali ad altre autorità come Plinio e Alberto Magno (fr:8302, 8308), sebbene in forma abbreviata e probabilmente come rimandi bibliografici.

Un passaggio peculiare e rilevante è la spiegazione fisica offerta nella frase 8312, che sembra anticipare la soluzione: “verum est quando fit ventus, quia non ita fortiter constringitur; sed in terra, quia fortius constringitur, ideo plus violentatur et fortificatur in movendo”. Questo passo introduce il concetto di costrizione (constringitur) come principio unificante: la stessa esalazione secca e calda (il vento sotterraneo aristotelico) sarebbe all’origine dei diversi fenomeni, che variano per intensità e luogo di manifestazione a seconda del grado di costrizione e di violenza con cui cerca di muoversi. La struttura annunciata alla fine (“Primo videndum est de istis in generali; secundo, magis in speciali de tonitruo; et tertio, de coruscatione” (fr:8323)) indica che il brano qui fornito è solo l’inizio di una trattazione più ampia, che procede dal generale al particolare.

Storicamente, il testo è una testimonianza dell’adozione e dell’elaborazione critica della scienza aristotelica nelle università medievali. Dimostra l’uso del formato della questio per esercitare la logica e risolvere apparenti contraddizioni all’interno del sistema autoritativo. La ricerca di un principio fisico unificante (l’esalazione costretta) per una classe di fenomeni diversi mostra uno sforzo di sistemazione razionale del mondo naturale, caratteristico della filosofia naturale scolastica.


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[29.1-173-8348|8520]

27 Resoconto sulle questioni meteorologiche medievali riguardanti tuoni e fulmini

Analisi di un commentario scolastico del XIV secolo sulla fisica dei fenomeni atmosferici, basato su Aristotele e Alberto Magno.

Il testo è un estratto di questiones medievali, probabilmente parte di una lectura o commentario alle opere scientifiche di Aristotele, nello specifico ai Meteorologica. Si tratta di un esempio di letteratura scientifica scolastica, dove l’autore discute, ordina e critica teorie sulla natura dei fenomeni atmosferici, integrando l’autorità di Aristotele con quella di commentatori come Alberto Magno e fonti classiche come Seneca e Plinio. Il nucleo del testo verte sulla spiegazione fisica del tuono e del fulmine.

Spiegazione fisica del tuono L’autore rigetta l’opinione antica secondo cui il tuono è causato dall’estinzione del fuoco nella nube, un’idea che traeva forza dall’analogia con il suono prodotto immergendo un ferro rovente in acqua. Questa teoria è confutata con argomentazioni aristoteliche: se così fosse, il lampo (corruscatio) precederebbe sempre il tuono, mentre l’esperienza comune mostra che il lampo è visto prima del suono solo a causa della maggiore velocità della luce rispetto al suono. In realtà, l’evento causale (il tuono) avviene prima. Inoltre, il suono da estinzione (chiamato “tizis”) non è così forte da poter essere udito da lontano con tale intensità. La spiegazione corretta, di matrice aristotelica, è che “tonitruum est sonus factus in nube ex tali exalatione concutiente latera nubis” - (fr:8364) [il tuono è un suono prodotto nella nube da un tale vapore che percuote i fianchi della nube]. Più precisamente, si tratta di “ex exalatione calida et sicca inclusa in nube concutiente latera nubis” - (fr:8392) [da un vapore caldo e secco racchiuso nella nube che percuote i fianchi della nube]. Questo vapore secco e caldo, imprigionato in una nube fredda e densa, viene compresso dal freddo circostante (“a forti frigido comprimitur et fortificatur” - (fr:8374)) e, cercando una via d’uscita, si muove violentemente da una parte all’altra, urtando le pareti della nube e generando così il suono. Un esperimento riportato a sostegno prevede di legare dello zolfo in una pergamena, dargli fuoco e gettarlo in acqua: il moto risultante causa “sonus, et est similis tonitruo” - (fr:8391) [un suono, ed è simile al tuono].

Gerarchia e variazione del fenomeno Il suono del tuono può variare in quattro modi, come riportato da Alberto Magno: 1) senza infiammazione e senza divisione della nube, producendo un tumulto prolungato (il cosiddetto “risum Vulcani” - (fr:8394) [riso di Vulcano]); 2) se il vapore esce rompendo la nube senza infiammarsi, il suono è più forte ma più breve; 3) se il vapore si infiamma ma non divide la nube, il suono è grande ma non c’è lampo; 4) se si infiamma e rompe la nube con forza, il suono è grande e improvviso, “ad modum ictus” - (fr:8395) [a modo di un colpo].

Relazione temporale tra tuono e lampo Un punto cruciale è l’ordine causale tra tuono e lampo. L’autore afferma con chiarezza che “tonitruum fit ante coruscationem” - (fr:8424) [il tuono avviene prima del lampo], perché il vapore si muove e percuote la nube prima di uscire e infiammarsi. Tuttavia, il lampo è visto prima del tuono perché “visus anticipat auditum” - (fr:8425) [la vista anticipa l’udito]. Quando il tuono si sente subito dopo il lampo, è segno che l’evento è più vicino.

Natura e tipologie del fulmine Il fulmine (fulgur) è la stessa esalazione calda e secca, ma in uno stato avanzato del processo: quando, cercando di uscire dalla nube, viene spinto violentemente verso il basso e si infiamma. Quindi, “talis exalatio fortiter ignita et fortiter propulsa vocatur ‘fulgur’” - (fr:8463) [un tale vapore fortemente infiammato e fortemente sospinto è chiamato ‘fulmine’]. La stessa materia, a seconda che “sonat, lucet, movetur” - (fr:8471) [suoni, luccichi, si muova], dà origine rispettivamente a tuono, lampo e fulmine. Seguendo Seneca, si distinguono tre generi di fulmine: 1) “penetrans” [penetrante], di materia sottile che passa attraverso i pori dei corpi; 2) “dissipans” [dissipante], più grossolano e viscoso, che frantuma i corpi solidi; 3) “urens” [urente], che brucia a causa di un moto più lento e di una lunga permanenza. Plinio li classifica con nomi diversi, legati alle loro apparenze.

Condizioni geografiche e temporali La trattazione si soffatta anche sulle condizioni ottimali per la formazione dei fulmini. Essi si generano nella regione media dell’aria, nelle nubi, specialmente “in vallibus circumdatis montibus” - (fr:8496) [nelle valli circondate da monti], a causa della forte “antiparistasim” (una reazione di rafforzamento per contrasto con l’ambiente). Sono rari presso i poli o nelle zone torride sotto il percorso del sole. Per quanto riguarda il tempo, “fiunt raro hieme et estate, sed vere et autumno” - (fr:8497) [avvengono raramente d’inverno e d’estate, ma in primavera e autunno], perché il freddo eccessivo o il caldo estremo non sono favorevoli, così come le notti troppo lunghe.

Effetti e peculiarità Gli effetti del fulmine sono vari e dipendono dal suo tipo: può penetrare senza bruciare i corpi molli, ma liquefare il ferro all’interno di una cassa di legno intatta; può uccidere senza lasciare lesioni visibili; può bruciare i capelli ma non la carne. Una nota curiosa riportata da Alberto Magno è che “omnia percussa fulgure quantum est possibile vertunt se versus ictum fulguris” - (fr:8520) [tutte le cose colpite dal fulmine, per quanto possibile, si volgono verso il colpo del fulmine]. Il testo funge da testimonianza storica del metodo scientifico scolastico, che combina l’autorità dei testi classici, la ragione logica e il ricorso ad esperimenti ed osservazioni quotidiane (seppur semplici) per costruire una spiegazione sistematica dei fenomeni naturali. La precisione nel citare le fonti (Aristotele, Alberto, Seneca, Plinio) e nel riferire opinioni contrastanti mostra un rigoroso lavoro esegetico e una volontà di sistematizzazione della conoscenza.


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[30.1-54-8562|8615]

28 Resoconto su un testo medievale riguardante i fulmini e i loro effetti

Analisi di un estratto di commento medievale alle opere meteorologiche di Aristotele, che riporta teorie e osservazioni sui fulmini, i loro effetti su animali, piante e manufatti, e le cause della loro direzione.

Il testo è un estratto di un commento o trattato scientifico medievale, probabilmente scolastico, che discute il fenomeno dei fulmini attingendo a fonti autorevoli come Seneca, Alberto Magno e Plinio. L’obiettivo è indagare le cause e gli effetti del fulmine attraverso l’osservazione sensibile e il ragionamento causale, tipico della scienza naturale del periodo.

Un concetto centrale è il potere essiccante e consumatore del fulmine, visto come un agente di estrema siccità che altera radicalmente la materia. Questo principio spiega effetti opposti su animali velenosi e non velenosi: “si animal venenosum percutiatur fulgure, non amplius est venenosum” - (fr:8569) [se un animale velenoso viene colpito da un fulmine, non è più velenoso] perché “humor malus totaliter consumitur siccitate fulguris” - (fr:8570) [l’umore malvagio viene totalmente consumato dalla siccità del fulmine]. Al contrario, un animale non velenoso può diventare velenoso poiché “bonus humor converitur in malum tali alteratione” - (fr:8571) [il buon umore si converte in malvagio per tale alterazione]. Questa trasformazione degli umori rende pericoloso il consumo delle carni degli animali fulminati.

L’analisi si estende agli effetti su sostanze come il vino. Si riporta il caso di una botte di vino spaccata dal fulmine dove il vino rimase intatto perché “viscositas attrahebatur ad superficiem et generabatur ibi ad modum cuiusdam pellis” - (fr:8572) [la viscosità era attratta alla superficie e lì si generava a modo di una certa pelle]. Tuttavia, si nota una gerarchia di conoscenza: l’osservazione è di Seneca, ma il giudizio sulla pericolosità di quel vino viene attribuito all’autorità più recente: “Et dicit Albertus quod tale vinum est mortiferum” - (fr:8573).

Il testo registra anche fenomeni insoliti che sfidano la comprensione comune, come un fulmine che colpisce senza tuono o in una giornata serena: “unus fuit percussus fulgure die sereno non existente nube” - (fr:8575), o che uccide un feto senza danneggiare la madre. Questi casi sono riportati come testimonianze (da Plinio) che ampliano l’empiria del fenomeno.

Una sezione è dedicata alle caratteristiche degli oggetti colpiti. Si osserva che i fulmini colpiscono preferenzialmente “templa, castra et edificia fortia et alta” - (fr:8576). Le cause ipotizzate sono l’altezza, la concavità degli edifici che li rende più chiusi, o “propter aliquam latentem figuram” - (fr:8612) [a causa di qualche figura nascosta], suggerendo una possibile proprietà geometrica o magnetica che attira il fulmine, il quale “faciliter vertitur ad unam partem vel ad aliam” - (fr:8612).

Infine, il testo elenca eccezioni notevoli, ovvero entità che si credeva fossero immuni ai fulmini. Per le piante, “cortices lauri numquam percutiuntur fulgure” - (fr:8613). Tra gli animali, si cita il “vitulus marinus” (foca o tricheco) la cui pelle era usata per coprire case al fine di renderle sicure, e l’aquila. Queste credenze, attribuite a Plinio, mostrano come il sapere naturale antico fosse mescolato a elementi leggendari e fosse funzionale a pratiche protettive.

Il testo ha valore storico come testimonianza della scienza medievale in azione: un sapere che integra l’osservazione diretta (“sicut sensibiliter apparet” - fr:8568) con il principio di autorità (citando sistematicamente gli “auctores”), e che cerca di sistematizzare fenomeni straordinari all’interno di un quadro causale fondato sulle qualità elementari (caldo/freddo, secco/umido) e sulla disposizione della materia.


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[31.1-24-8983|9006]

29 Analisi di un testo ottico medievale su specchi e rifrazione

Trattazione sulle proprietà degli specchi e sulla rifrazione della luce, con riferimenti all’ottica di Alhazen e Bacone.

Il testo analizzato è un estratto di una lectura o trattato scientifico medievale, probabilmente di ambito scolastico, incentrato sull’ottica (perspectiva). Il nucleo tematico è lo studio del comportamento della luce negli specchi e nei mezzi rifrangenti, con un approccio che combina argomentazione teorica, riferimento a figure illustrative e richiamo all’autorità di testi noti.

L’analisi inizia con lo studio degli specchi. Viene descritto come negli specchi concavi, un oggetto posto vicino al centro appaia per intero, mentre se è più lontano appaia rovesciato: “res posita circa centrum speculi concavi apparet per totum, et ideo, si facies hominis sit remotior a speculo quam centrum speculi, tunc apparet reversa” - (fr:8984) [Un oggetto posto intorno al centro di uno specchio concavo appare per intero, e quindi, se il volto di un uomo è più lontano dallo specchio del centro dello specchio, allora appare rovesciato.]. Si passa poi agli specchi cilindrici (columnaribus), dove gli oggetti appaiono allungati in lunghezza ma ristretti in larghezza a causa della geometria della superficie: “longitudo speculi est linea recta… sed latitudo est linea curva, et ideo apparet ibi minor latitudo quam rei” - (fr:8986) [La lunghezza dello specchio è una linea retta… ma la larghezza è una linea curva, e quindi lì appare una larghezza minore dell’oggetto.]. Da queste osservazioni specifiche, l’autore trae una conclusione generale sulla fedeltà della rappresentazione: “nullum speculum representat vere figuram nisi sit perfecte planum vel perfecte spericum concavum vel convexum” - (fr:8987) [Nessuno specchio rappresenta veramente la figura se non è perfettamente piano o perfettamente sferico concavo o convesso.].

Un concetto peculiare e rilevante è l’estensione del principio di riflessione oltre l’ambito visivo, applicandolo all’azione naturale in generale. Questo viene attribuito esplicitamente a “Lyncolniensis”, cioè Roberto Grossatesta, e illustrato con l’esempio della combustione generata dai raggi solari concentrati da uno specchio concavo: “non solum est talis reflexio ex radiis visualibus, sed etiam in omni actione naturali… videmus quod ignis generatur in centro speculi concavi apposito combustibili ex radiis Solis” - (fr:8989) [Non solo avviene una tale riflessione dai raggi visivi, ma anche in ogni azione naturale… vediamo che il fuoco viene generato nel centro di uno specchio concavo avvicinando un materiale combustibile ai raggi del Sole.].

La sezione successiva affronta il tema della rifrazione (fractio). L’affermazione di principio è che i raggi si frangono sempre al passaggio tra mezzi di diversa densità: “in omni difformitate medii franguntur radii in iunctura” - (fr:8990) [In ogni disomogeneità del mezzo i raggi si frangono nel punto di giunzione.]. Si precisa che il fenomeno è principalmente osservabile tra mezzi come aria e acqua, e la causa è ricondotta alla forma sferica delle superfici di separazione e alla diversa densità dei corpi. Il testo si conclude con riferimenti bibliografici a opere fondamentali dell’ottica medievale, citando Alhazen, Witelo e Ruggero Bacone, a conferma del suo inserimento in una precisa tradizione scientifica.

Il significato storico del testo è quello di una testimonianza del livello di elaborazione teorica e sperimentale raggiunto dall’ottica nel tardo Medioevo. Mostra l’assimilazione critica delle teorie di Alhazen (Ibn al-Haytham) e degli autori della perspectiva latina, come Bacone e Grossatesta. L’attenzione ai dettagli geometrici, l’uso di figure, il riferimento all’esperienza (“probatum est experientiis” - (fr:8991) [È provato dalle esperienze]) e la speculazione sulle potenziali applicazioni artificiali delle riflessioni multiple (“artificialiter posset fieri quod res… apparerent valde prope” - (fr:8988) [artificialmente si potrebbe fare che oggetti… apparissero molto vicini]) rivelano un sapere attivo e proiettato verso la manipolazione dei fenomeni naturali, in un contesto che prepara il terreno agli sviluppi della scienza moderna.


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[32.1-181-9025|9205]

30 La questione dell’alone: natura, cause e differenze con l’arcobaleno

Analisi di una questio medievale sulla formazione e le caratteristiche dell’alone lunare o solare.

Il testo è un estratto di una questio scolastica tratta da un commento ai Meteorologica di Aristotele, dedicata al fenomeno ottico dell’alone (halo). La trattazione segue il metodo dialettico tipico: si pongono obiezioni iniziali, si stabiliscono definizioni e principi, si argomenta attraverso conclusioni e si risolvono i dubbi. Il nucleo del problema è determinare se l’alone si formi per rifrazione o riflessione della luce.

L’autore, dopo aver esaminato le obiezioni, giunge alla conclusione principale: l’alone non è prodotto da rifrazione propriamente detta, ma da riflessione. La prova fondamentale è l’autorità di Aristotele, il quale “dicit quod isti radii refranguntur sicut a speculo” - (fr:9087) [dice che questi raggi si rifrangono come da uno specchio]. Tuttavia, precisa l’autore, lo specchio “non proprie frangit angulos, immo reflectit” - (fr:9088) [non propriamente spezza gli angoli, ma riflette]. Pertanto, il termine “rifrazione” usato da Aristotele va inteso in senso improprio, come una riflessione ad angoli ottusi: “si aliquando halo dicatur fieri per refractionem, ibi capitur ‘refractio’ improprie pro reflexione qui est ad angulos obtusos” - (fr:9089) [e se talvolta si dice che l’alone si forma per rifrazione, qui si intende “rifrazione” impropriamente per riflessione che avviene ad angoli ottusi]. La causa fisica è la presenza di una consistentia (un ammasso di vapore) che funge da insieme di piccoli specchi: “halo fit per reflexionem radiorum Solis ad oculum nostrum” - (fr:9090) [l’alone si forma per riflessione dei raggi del Sole verso il nostro occhio].

Per spiegare le caratteristiche osservate dell’alone, l’autore affronta una serie di dubbi (dubia). Il primo riguarda la forma circolare. La spiegazione è geometrica: l’alone appare circolare perché tutti i punti della circonferenza sono equidistanti dal centro, condizione che garantisce l’uguaglianza degli angoli di incidenza e riflessione. Se così non fosse, “non essent omnes equales” - (fr:9130) [non sarebbero tutti uguali]. L’autore fornisce persino una dimostrazione geometrica, riferendosi agli Elementi di Euclide, per provare che “reflexio est secundum circulum” - (fr:9132) [la riflessione avviene secondo un cerchio].

Un altro gruppo di dubbi chiarisce la differenza fondamentale tra alone (halo) e arcobaleno (iris). Le differenze sono multiple: 1. Colore: Nell’alone, il raggio riflesso “statim intrat aerem clarum, et ideo apparet albus” - (fr:9160) [entra subito nell’aria chiara, e quindi appare bianco], mentre nell’arcobaleno i colori nascono dal passaggio della luce attraverso mezzi più spessi. 2. Posizione: L’alone “apparet inter nos et Solem” - (fr:9161) [appare tra noi e il Sole], mentre l’arcobaleno è sempre opposto al Sole, cosicché “sumus inter centrum iridis et ipsum Solem” - (fr:9161) [noi siamo tra il centro dell’arcobaleno e il Sole stesso]. 3. Dimensione e forma: Si cita un trattato anonimo secondo cui “dyameter halo est subdupla ad dyametrum iridis” - (fr:9162) [il diametro dell’alone è la metà del diametro dell’arcobaleno]. Inoltre, l’alone può essere un cerchio perfetto, mentre l’arcobaleno no, poiché il suo centro è sotto l’orizzonte. 4. Materiale: L’alone si forma in nubi sottili (consistentia), mentre l’arcobaleno richiede nubi più spesse.

Il testo fornisce anche dettagli osservativi e folkloristici. L’alone può formarsi attorno al Sole, alla Luna e alle stelle di prima magnitudine, ma non attorno a stelle più deboli “propter debilitatem radiorum” - (fr:9182) [a causa della debolezza dei raggi]. È più frequente attorno alla Luna perché il calore del Sole “statim dissolvitur materia” - (fr:9177) [dissolve immediatamente la materia]. Inoltre, ha un valore presagiente: se il vapore si oscura e persiste a lungo, è segno di pioggia; se svanisce rapidamente, di sereno; se si disperde, di vento.

Il frammento è una significativa testimonianza della scienza naturale medievale, che combina l’autorità dei testi classici (Aristotele, Euclide) con quella di autori medievali (Witelo, Alhazen) e l’uso della geometria per spiegare fenomeni naturali. Mostra uno sforzo di precisione terminologica nel distinguere tra riflessione e rifrazione, anche se all’interno di un quadro fisico pre-moderno. La struttura argomentativa rigida e il ricorso sistematico alle auctoritates ne fanno un esempio emblematico del metodo scolastico applicato all’indagine della natura.


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[33.1-26-9242|9267]

31 Sulla natura spirituale e materiale degli accidenti e le modalità di apparizione del colore

Analisi di un estratto delle Questiones in De anima di Nicola Oresme sulla distinzione tra qualità materiali e spirituali, e la fenomenologia del colore.

Il testo, tratto dal commento di Nicola Oresme all’De anima di Aristotele, sviluppa una distinzione metafisica fondamentale tra accidenti “materiali” e “spirituali”, per poi applicarla a una fenomenologia dettagliata di come il colore appare ai sensi. La sesta proposizione stabilisce che nessuna qualità prima (come il caldo o il freddo) ha un essere spirituale, a differenza di alcune qualità seconde: “nulla prima qualitas vel sibi similis habet esse spirituale, sed bene alique secunde, sicut colores et odores” - (fr:9252). La settima proposizione chiarisce la differenza sensibile: un accidente materiale è percepibile in qualsiasi posizione, mentre uno spirituale o è insensibile o è percepibile solo in una posizione determinata. L’esempio è: “materiale accidens est sensibile ad quemcumque situm, ut patet de albedine parietis, sed spirituale … solum est sensibile ad situm determinatum, sicut patet de coloribus iridis” - (fr:9253).

Il termine “spirituale” viene quindi definito per analogia con la natura dello spirito, concepito come sottile e privo delle proprietà tipiche della materia: “spiritus est nimis subtilis, non habens condiciones que dicuntur ‘materiales’, sicut sunt durities, densitas et huiusmodi” - (fr:9254). Un accidente spirituale è tale perché “non est multum sensibile et non consequitur accidentia que dicuntur condiciones materie” - (fr:9254). Da questa premessa metafisica segue una conseguenza importante: “accidens potest esse in corpore non habente materiam, sicut lumen est in celo, etc.” - (fr:9255).

La seconda parte del testo classifica le modalità di apparizione del colore in quattro modi. Il primo è diretto, nell’oggetto in cui risiede materialmente. Il secondo è per riflessione, caso che genera una sottile distinzione: se lo specchio non ha colore, il colore appare com’è; se invece ne ha uno, appare una miscela (“apparet quasi mixtus ex colore speculi et colore rei obiecte” - fr:9260). Il terzo modo è la visione attraverso un mezzo diversificante, con esempi aristotelici: “quando Sol videtur mediante fumo nigro, tunc apparet rubeus, et quando videtur mediante vitro rubeo, apparet habere colorem puniceum” - (fr:9261). Il quarto modo, la cui descrizione è troncata dalle note critiche, sembra essere oggetto di dubbi o varianti testuali, come indicato dalle lezioni alternative riportate: “3 secunde] due D | sicut] om.” - (fr:9262).

Il frammento ha un significato storico come testimonianza dello sforzo tardo-medievale di conciliare la fisica e la psicologia aristotelica con problemi ottici e metafisici, utilizzando distinzioni concettuali (materiale/spirituale) per spiegare fenomeni complessi come l’arcobaleno o le immagini riflesse. Le numerose citazioni e riferimenti ad autorità (come in fr:9242) e le note critiche che registrano varianti dei manoscritti (es. fr:9263, 9264, 9265) evidenziano la natura scolastica e filologicamente consapevole del testo.


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[34.1-213-9272|9484]

32 Analisi di un testo medievale sulle cause dell’arcobaleno

Un’esposizione scolastica che indaga la natura dei colori dell’iride, oscillando tra la teoria dei “colori spirituali” e una spiegazione ottica basata su riflessione e mezzi colorati.

Il testo è un estratto di questiones medievali sui Meteorologica di Aristotele, focalizzato sul fenomeno dell’arcobaleno. Il nucleo del dibattito è se i colori osservati nell’iride siano colori reali e materiali presenti sulla nube, o piuttosto un’apparenza generata da meccanismi ottici. L’autore presenta e confuta sistematicamente due vie interpretative principali.

La prima teoria esaminata è quella del colore spirituale. Viene definito come un colore che “causatur in lumine et in presentia luminosi” - (fr:9283) [è causato nella luce e in presenza di un corpo luminoso]. Questa teoria spiega i colori dell’iride come entità non-materiali, esistenti solo in presenza dei raggi solari e per un osservatore specifico. Si argomenta che “tales sunt colores iridis” - (fr:9286) [tali (cioè spirituali) sono i colori dell’iride], perché appaiono solo “presentibus radiis Solis” - (fr:9287) [in presenza dei raggi del Sole] e seguono una precisa geometria. Una conseguenza radicale di questa visione è che “impossibile est duos homines videre eandem iridem” - (fr:9315) [è impossibile che due uomini vedano lo stesso arcobaleno], poiché ciascuno ha una propria linea visuale unica dal sole. Tuttavia, questa teoria solleva paradossi, come la possibilità che “idem esset album … et etiam nigrum” - (fr:9321) [la stessa cosa (ad esempio un muro) fosse bianca… e anche nera] se vi coesistessero un colore materiale e uno spirituale.

La seconda e preferita spiegazione dell’autore è di natura ottica e fisica, che nega l’esistenza di colori spirituali propriamente detti. Qui, l’attenzione si sposta sulle proprietà dei mezzi e sulla riflessione. Si stabilisce che “omne opacum densum potest esse speculum” - (fr:9361) [ogni corpo opaco denso può essere uno specchio] e che “omne luminosum est aliqualiter coloratum” - (fr:9362) [ogni corpo luminoso è in qualche modo colorato]. La visione avviene sempre attraverso un mezzo che altera la percezione: “nullus color istorum inferiorum apparet talis qualis est” - (fr:9385) [nessun colore di queste cose terrene appare tale qual è]. L’autore distingue diversi modi di apparizione: “recte, alio modo per speculum et reflexe, alio modo mediante medio colorato” - (fr:9357) [direttamente, in un altro modo per specchio e per riflessione, in un altro modo mediante un mezzo colorato].

Applicando questi principi all’arcobaleno, l’autore giunge alla conclusione principale: “in iride non sunt colores qui ibi apparent” - (fr:9427) [nell’arcobaleno non ci sono i colori che lì appaiono]. La spiegazione proposta è che le gocce di rugiada o le particelle del vapore sospese agiscano come piccoli specchi sferici (“guttule sunt medie inter Solem et alias guttas” - fr:9427). Il colore percepito è quindi un colore misto, risultante dalla combinazione del colore del Sole visto per riflessione, alterato dalle proprietà del mezzo (la goccia, che funge da prisma naturale) e dalla tinta dello sfondo: “quasi color mixtus ex colore ipsius Solis apparente reflexe et per talia media et ex nigredine nubis” - (fr:9429) [quasi un colore misto dal colore del Sole stesso che appare per riflessione e attraverso tali mezzi e dalla nerezza della nube]. Esperimenti con “vitro rubeo” - (fr:9285) [vetro rosso] o “cristallo exagona” - (fr:9285) [cristallo esagonale] sono addotti come prove analogiche.

Il testo ha un significato storico cruciale come testimonianza della scienza scolastica nel tardo medioevo. Mostra il metodo dialettico delle questiones, che parte dall’autorità di Aristotele e del Commentatore (Averroè) per poi testarla con argomenti razionali e osservazioni empiriche. L’analisi rivela un pensiero che tenta una sintesi tra filosofia naturale aristotelica e le nascenti conoscenze dell’ottica (con riferimenti espliciti a Witelo e alla perspectiva). La discussione sui “colori spirituali” tocca il problema epistemologico della relazione tra apparenza sensibile e realtà fisica, un tema centrale nella filosofia della percezione del periodo. La soluzione ottico-fisica proposta, pur non essendo ancora quantitativa come quella di Descartes o Newton, rappresenta un significativo allontanamento da spiegazioni puramente qualitative e un passo verso una comprensione meccanicistica del fenomeno.


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[35.1-350-9535|9884]

33 Analisi di un commento medievale sulla teoria dell’arcobaleno

Un’esposizione scolastica del XIII secolo che applica l’ottica geometrica di Alhazen e Witelo al fenomeno meteorologico dell’arcobaleno, rivelando il metodo scientifico dell’epoca.

Il testo fornito è un estratto di un commento medievale alle Meteorologiche di Aristotele, specificamente dedicato allo studio scientifico dell’arcobaleno (iris). Si tratta di una questione disputata, un genere letterario scolastico in cui un maestro analizza un problema attraverso argomenti pro e contro, per poi giungere a conclusioni dimostrative. Il nucleo della trattazione è l’applicazione della perspectiva (l’ottica medievale, erede di Alhazen e sviluppata da autori come Witelo) alla spiegazione di un fenomeno naturale.

33.1 Elementi peculiari e concetti chiave

Il commento si distingue per il suo approccio geometrico e sperimentale alla fisica. L’arcobaleno non è più solo un evento meteorologico da descrivere, ma un fenomeno ottico da analizzare matematicamente. Il concetto fondamentale è che i colori nascono dalla rifrazione e riflessione della luce solare all’interno di goccioline d’acqua sferiche (“guttule sperice”) presenti nelle nubi.

“si sumamus uas uitreum spericum plenum aqua clara, radii solares ad illud incidentes franguntur et post fractionem ex alia parte in locum unum conueniunt” - (fr:9550) [se prendiamo un vaso di vetro sferico pieno d’acqua chiara, i raggi solari che vi incidono si frangono e dopo la frangenza convergono dall’altra parte in un unico punto].

La spiegazione procede per supposizioni e conclusioni geometriche. Si stabilisce, ad esempio, che i colori sono visibili solo secondo angoli determinati e che quindi l’arcobaleno deve apparire come un arco di circonferenza. “tales colores in perspicuitate apparent ad angulum determinatum, et per consequens omnes tales anguli sunt equales; ergo ista apparentia est secundum circulum vel circuli portionem” - (fr:9576) [tali colori appaiono nella trasparenza secondo un angolo determinato, e di conseguenza tutti questi angoli sono uguali; dunque questa apparizione è secondo un cerchio o una porzione di cerchio].

Un dato tecnico rilevante è la misurazione dell’arcobaleno: la sua semidiametro (e il diametro dell’alone, halo) è di 42 gradi, una conoscenza presentata come frutto di esperienza con strumenti. “altitudo Solis et iridis simul iuncte sunt quadraginta duorum graduum vel circa, sicut est expertum per instrumenta” - (fr:9723) [l’altezza del Sole e dell’arcobaleno sommate insieme sono di quarantadue gradi circa, come è provato per mezzo di strumenti].

Il testo mostra anche una sofisticata comprensione della relatività dell’osservazione. Afferma che ogni osservatore vede il proprio arcobaleno personale, poiché il centro dell’arco è sulla retta che congiunge il sole al suo occhio. “quilibet videt propriam iridem… impossibile est eiusdem circuli esse plurima centra” - (fr:9729-9730) [ciascuno vede il proprio arcobaleno… è impossibile che uno stesso cerchio abbia più centri].

33.2 Significato storico e di testimonianza

Questo estratto è una testimonianza cruciale della rivoluzione scientifica del XIII secolo. Dimostra come il sapere aristotelico fosse rielaborato alla luce di nuove fonti (l’ottica araba di Alhazen) e di un metodo che combinava ragionamento deduttivo, geometria e riferimenti all’esperienza, anche strumentale.

L’autore cita esplicitamente fonti autorevoli come Alhazen (“Alhazen, Perspectiva” - fr:9540) e Witelo (“Witelo, Perspectiva” - fr:9543), segnalando la ricezione e l’integrazione di queste opere nel curriculum universitario. Una nota marginale è particolarmente rivelatrice dello stato della conoscenza: “Haec autem scientia [scil. perspectiva] non est adhuc lecta Parisius […]; et non sunt tres qui sciant ejus potestatem” - (fr:9539) [Questa scienza (cioè la prospettiva) non è ancora letta a Parigi (…); e non ci sono tre persone che conoscano la sua potenza].

Questa affermazione colloca il testo in un momento di diffusione ancora limitata ma già operativa di un nuovo paradigma scientifico. La “questione” si pone quindi come un tentativo avanzato di applicare questa scienza “potente” e non ancora del tutto assimilata a un problema fisico concreto.

La discussione non è puramente teorica, ma cerca di rendere conto delle osservazioni comuni (le due iridi, la variazione dell’arco) e persino di casi limite o artificiali, come la possibilità di un arcobaleno circolare visto da una montagna o la creazione di un arcobaleno artificiale. “potest fieri iris artificialis, saltem partialiter, et hoc declarat Aristoteles de illis qui spargunt rorationes et guttulas aque per remos” - (fr:9753) [si può fare un arcobaleno artificiale, almeno parzialmente, e questo Aristotele lo spiega riguardo a quelli che spargono spruzzi e goccioline d’acqua per mezzo di remi].

Infine, il testo testimonia il dialogo critico tra gli autori medievali. L’anonimo commentatore non esita a contraddire una tesi di Alberto Magno, affermando che l’arcobaleno si forma non in un vapore sottile ma in gocce di pioggia già formate: “et hoc est contra Albertum” - (fr:9776) [e questo è contro Alberto]. Questo mostra un ambiente intellettuale vivace, dove l’autorità dei maestri è sottoposta al vaglio della ragione e della coerenza con il modello teorico adottato.


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[36.1-123-9938|10060]

34 Appendice: tre questioni anonime sul quarto libro dei Meteorologica di Aristotele

Analisi di un’appendice critica che discute l’attribuzione a Nicole Oresme di tre questioni filosofiche trasmesse in un manoscritto di Darmstadt.

Il testo è un’appendice critica che presenta e analizza tre questioni anonime sul quarto libro dei Meteorologica di Aristotele, copiate nel manoscritto di Darmstadt da Iohannes de Dandrediche. L’autrice, Aurora Panzica, ne esamina il contenuto, la struttura e la possibile attribuzione, confrontandole sistematicamente con l’opera nota del filosofo Nicole Oresme.

Le tre questioni sono: 1) “Utrum sint tantum quatuor qualitates prime”; 2) “Utrum qualitatum primarum due sint active et due passive”; 3) “Utrum caliditas sit magis qualitas activa quam frigiditas” (fr:9951-9952). La terza è incompleta perché “the final leaves have been ripped out” (fr:9953). Sebbene il manoscritto contenga opere di Oresme e le questioni si trovino nello stesso fascicolo del suo commento letterale, l’attribuzione a Oresme è considerata problematica. Un primo argomento è la mancanza di queste domande negli altri testimoni della prima redazione del commentario di Oresme (fr:9963). Inoltre, la forma e il contenuto divergono dal suo stile metodico: mentre Oresme tipicamente sviluppa il ragionamento “gradually by presenting distinctions (distinctiones) and suppositions (suppositiones) to prepare his conclusions (conclusiones)” (fr:9968), in queste due prime questioni i problemi “are not discussed thoroughly and in detail” e presentano “Short conclusions… without demonstration” (fr:9970-9971). La prima questione, ad esempio, riduce un problema di filosofia naturale a uno semantico, “focus on the distinction between two uses of the adverb ‘only’ (tantum)” (fr:9966), una tendenza assente in Oresme.

La terza questione, sulla maggiore attività del caldo rispetto al freddo, è strutturalmente diversa e molto più lunga. Il suo fulcro è un tema centrale della filosofia naturale scolastica: “the increase and decrease of forms (intensio and remissio formarum)” (fr:9984). La fonte principale qui identificata è il trattato De intensione et remissione formarum di Walter Burley (fr:9985). A differenza di Oresme, che integrava le fonti con indipendenza, l’autore di questa questione si limita a “abbreviating the source material, reorganizing its components, and adjusting the content” (fr:10014). Un altro forte argomento contro l’attribuzione è l’assenza del tipico reticolo di riferimenti interni che caratterizza le questioni di Oresme (fr:10016-10017).

L’analisi storica e filologica porta a concludere che queste tre questioni anonime non appartengono al commentario di Oresme sui Meteorologica, nonostante la loro collocazione materiale nel manoscritto. Tuttavia, ciò non prova che Oresme non abbia commentato il quarto libro. I statuti della Facoltà delle Arti di Parigi del 1336 prescrivevano l’insegnamento dei primi tre libri, ma maestri come Alberto di Sassonia e Giovanni Buridano commentarono tutti e quattro i libri, e Oresme fece lo stesso nella sua ultima lectura (fr:10020-10022). La questione dedicata alle qualità prime in quella redazione successiva è “markedly different” da quelle del manoscritto di Darmstadt (fr:10023), il che costituisce un ulteriore elemento di distinzione. L’appendice si chiude annunciando la trascrizione delle tre questioni, pubblicata per facilitare futuri studi comparativi.


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[37.1-121-10063|10183]

35 Analisi di un trattato scolastico sulle qualità elementari

Discussione critica sulla dottrina aristotelica delle quattro qualità prime tangibili e sulla loro attività/passività.

Il testo è un frammento di un commento o una quaestio scolastica medievale, probabilmente del XIII-XIV secolo, incentrato sull’interpretazione della fisica aristotelica. Il nucleo del dibattito verte sulla validità della dottrina delle quattro qualità prime tangibili (caldo, freddo, umido, secco) come cause degli elementi, e sulla loro natura attiva o passiva. La struttura è dialettica, presentando argomenti pro e contro (oppositum) prima di giungere a conclusioni distinte.

L’autore imposta la discussione con una serie di obiezioni (argumenta) contro l’idea che le qualità prime siano solo quattro. Si sostiene, ad esempio, che esistano qualità come la gravità, la levità, la durezza, la mollezza e la luce che non sono riducibili a quelle tradizionali e potrebbero quindi essere esse stesse “prime”. Un argomento recita: “lumen est qualitas prima, et tamen non reducitur ad aliquam istarum; ergo” - (fr:10079) [“La luce è una qualità prima, e tuttavia non si riduce a nessuna di queste; dunque”]. Un altro aggiunge: “durum et molle sunt qualitates, et non reducuntur ad aliquam istarum; ergo sunt prime” - (fr:10082) [“Il duro e il molle sono qualità, e non si riducono a nessuna di queste; dunque sono prime”]. L’oppositum si fonda invece sull’autorità di Aristotele, citato per affermare che “sunt quatuor qualitates prime que sunt cause ipsorum elementorum” - (fr:10084) [“ci sono quattro qualità prime che sono cause degli stessi elementi”].

Prima di risolvere la questione, l’autore compie precise distinzioni terminologiche, segno del metodo scolastico. Definisce il significato della particella “tantum” (solo) in contesto numerico, distinguendo tra un’esclusione assoluta e un’esclusione di una maggiore numerosità. Chiarisce inoltre che il termine “qualità” qui va inteso in senso specifico: “hic accipitur ‘qualitas’ pro qualitate prima tangibili” - (fr:10099) [“qui si intende ‘qualità’ per qualità prima tangibile”]. Definisce infine cosa si intenda per “prima”: “ista qualitas dicitur prima que in modo sue generationis non reducitur ad aliquam aliam” - (fr:10101) [“questa qualità si dice prima che nel modo della sua generazione non si riduce a nessun’altra”].

Sulla base di queste distinzioni, l’autore giunge a conclusioni apparentemente contraddittorie ma logicamente coerenti. Stabilisce che è impossibile sostenere che “non tantum sunt quatuor qualitates tangibiles” - (fr:10106) [“non ci sono solo quattro qualità tangibili”] se “tantum” è preso nel primo senso (esclusione assoluta). Tuttavia, ammette che le qualità prime tangibili sono effettivamente quattro: “omnis qualitas prima tangibilis est caliditas, frigiditas, humiditas vel siccitas” - (fr:10105) [“ogni qualità prima tangibile è calidità, freddezza, umidità o secchezza”]. La soluzione sta nel fatto che altre qualità (come grave, lieve, duro, molle) sono riducibili a quelle fondamentali: “grave reducitur ad frigidum, et leve ad calidum, et durum et molle ad humidum et siccum” - (fr:10114) [“il grave si riduce al freddo, e il lieve al caldo, e il duro e il molle all’umido e al secco”]. La luce è esclusa perché non è una qualità tangibile.

La seconda parte del testo affronta un altro problema: se tra le quattro qualità due siano attive (caldo e secco) e due passive (freddo e umido), come suggerito da Aristotele. Vengono addotte obiezioni che sostengono la reciprocità di azione e passione: “caliditas et frigiditas non solum sunt active, sed passive” - (fr:10146) [“la calidità e la freddezza non sono solo attive, ma passive”] e, simmetricamente, che umido e secco possano essere attivi. La difesa della posizione aristotelica si basa su una sottile distinzione semantica: “aliquid dicitur ‘pati’ dupliciter. Uno modo subiective; alio modo terminative” - (fr:10181) [“qualcosa si dice ‘patire’ in due modi. In un modo soggettivamente; nell’altro modo terminativamente”]. Si spiega che quando l’acqua si riscalda, è l’acqua a patire subiective (come soggetto del cambiamento), mentre la freddezza patisce terminative (in quanto termine che viene perduto). Questa distinzione permette di salvaguardare l’assegnazione di ruoli attivi/passivi fissi alle qualità.

Il testo è una testimonianza del vivace dibattito critico interno alla ricezione medievale di Aristotele. Non si tratta di una mera ripetizione dottrinale, ma di un’analisi logica e semantica che mette alla prova i principi della filosofia naturale aristotelica, utilizzando le sue stesse opere (Categorie, Fisica, De generatione, Meteorologica) come autorità di riferimento. Le numerose citazioni e i riferimenti puntuali (es. fr:10066, 10067, 10068) mostrano uno studio filologico del corpus. La discussione sulla particella “tantum” e sui modi di “pati” evidenzia il rigore logico-linguistico tipico della scolastica, volto a dissolvere le ambiguità per giungere a una precisazione concettuale.


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[38.1-135-10215|10349]

36 Analisi di una questione medievale sulle qualità attive e l’intensione delle forme

Dibattito scolastico sulla gerarchia e natura delle qualità elementari (caldo, freddo, umido, secco) e sul problema filosofico dell’intensione delle forme.

Il testo è un estratto di un commento o di una questio medievale, probabilmente di Nicola Oresme o di un autore della sua scuola, che affronta problemi di filosofia naturale aristotelica. Il nucleo tematico ruota attorno a due questioni interconnesse: la natura attiva o passiva delle qualità elementari e il meccanismo dell’intensione e remissione delle forme qualitative.

La prima parte stabilisce una gerarchia tra le quattro qualità fondamentali. Si afferma l’opinione comune secondo cui “caliditas et frigiditas non sunt qualitates active subiective” (fr:10231), ma sono “qualitates active terminative” (fr:10232). Al contrario, “humiditas et siccitas non sunt qualitates active subiective” (fr:10233) e neppure “ita active sicut caliditas et frigiditas” (fr:10235). La ragione addotta è che il caldo e il freddo non sono soggetto di alterazione (“non sunt subiectum alterationis” (fr:10236)), poiché “caliditas numquam est subiectum frigiditatis, nec e contrario” (fr:10237). Agiscono invece in modo “terminativo”, come cause che espellono la qualità contraria: “illa dicitur pati, sive agere terminative, que est causa expellens qualitatem contrariam” (fr:10238). L’umido e il secco, pur essendo forme e contrarie, non agiscono allo stesso modo distruttivo sul loro opposto, così come “albedo et nigredo sunt contraria, et tamen in se invicem non agunt” (fr:10249).

La seconda e più ampia sezione è dedicata alla questione “utrum caliditas sit magis qualitas activa quam frigiditas” (fr:10252). Vengono presentate argomentazioni sofisticate a favore della superiorità attiva del freddo. Si sostiene, ad esempio, che il freddo, avendo il potere di “congregare” (aggregare), è più forte del caldo che ha il potere di “disgregare” (disperdere) (fr:10253-10254). Inoltre, il freddo risiederebbe in un soggetto più denso e quindi meno passibile (“in subiecto minus passibili” (fr:10256)), mentre il caldo in un soggetto più raro e sensibile. Un argomento significativo è che se una qualità fosse più attiva dell’altra, “una statim corrumperet aliam” (fr:10260), il che non sembra avvenire essendo contrarie.

La discussione si sposta poi sul problema dell’intensione delle qualità, rifiutando la teoria dell’addizione di parti. L’autore sostiene che caldo e freddo siano “indivisibiles intensive” (fr:10268). Una lunga e complessa probatio (fr:10270-10274) argomenta che se una qualità intensa (come il caldo) fosse composta da parti (es. quattro quarti), un agente corruttivo ad essa ugualmente approssimato corromperebbe tutte le parti simultaneamente, il che porta a conclusioni assurde riguardo la resistenza e la corruzione. Questo è supportato con un riferimento ad Aristotele: “non est dare ultimum instans rerum per naturam in esse secundum se et quodlibet sui” (fr:10271). Seguono una serie di confirmationes che mostrano le conseguenze impossibili della teoria avversaria: si arriverebbe a un “lumen infinitum intensive” (fr:10285), o al paradosso per cui “cum caliditate summa staret frigiditas remissa” (fr:10294). Si argomenta anche che, se l’intensione avvenisse per addizione, un calore remissivo potrebbe produrre un calore sommissimo, il che contraddice il principio che “nichil agit ultra gradum proprium” (fr:10319).

L’opposizione alla tesi principale è presentata brevemente alla fine, citando l’autorità di Alberto Magno, il quale affermava che “caliditas est magis activa qualitas quam frigiditas” (fr:10347), e richiamando la definizione aristotelica di moto come “acquisitio partis post partem” (fr:10348) per sostenere la teoria dell’addizione.

Il testo è un esempio di dialettica scolastica avanzata, che combina l’esegesi testuale di Aristotele (con riferimenti al De generatione et corruptione, alla Fisica, ai Meteorologica) con argomentazioni logiche e matematiche sofisticate (uso di esempi su infiniti, parti, istanti). Ha valore storico come testimonianza del vivace dibattito tardomedievale sulla natura delle qualità fisiche e sulla cinematica delle forme, temi cruciali che preparano il terreno alle rivoluzioni scientifiche successive.


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[39.1-232-10398|10629]

37 Analisi di un dibattito scolastico sull’intensione e remissione delle forme

Confutazione sistematica della teoria della “successione di forme” attraverso argomenti logici e fisici, con riferimenti all’autorità di Aristotele e Burleo.

Il testo presenta una serie di argomentazioni (rationes) volte a confutare una specifica teoria sulla natura dell’intensificazione e della remissione (aumento e diminuzione) delle qualità, come il calore o la virtù. La teoria avversaria, oggetto di critica, sostiene che durante un mutamento qualitativo, la forma precedente venga completamente corrotta e sostituita da una nuova forma numericamente distinta in ogni istante. L’autore attacca questa visione, definita illa opinio o via, dimostrandone le conseguenze assurde o contraddittorie attraverso 44 obiezioni logiche.

Elementi peculiari del testo e concetti chiave Il nucleo del dibattito ruota attorno al problema metafisico del mutamento qualitativo. La teoria criticata risolve il problema negando la continuità della forma: “remissio forme est corruptio forme precedentis et generatio sequentis” - (fr:10426) [la remissione della forma è la corruzione della forma precedente e la generazione di quella seguente]. L’autore contesta questa idea, difendendo implicitamente la continuità di un sostrato formale che si modifica in gradi. Un concetto tecnico centrale è quello della ”qualitas symbula”, una qualità intermedia che facilita la trasmutazione tra elementi opposti: “qualitas talis est eadem in generato et corrupto, et ideo in habentibus symbulum facilis est transitus” - (fr:10486) [una tale qualità è la stessa nel generato e nel corrotto, e perciò in coloro che hanno un simbolo è facile il passaggio]. La confutazione mostra come la teoria avversaria distrugga questa identità.

Metodo argomentativo e riferimenti d’autorità La struttura è quella della disputatio scolastica. Ogni obiezione segue lo schema: 1) Enunciazione di una conseguenza assurda (sequitur quod…); 2) Dichiarazione della sua falsità (Consequens est falsum); 3) Dimostrazione logica della conseguenza (Consequentia probatur…). Le argomentazioni attingono a principi fisici e metafisici comuni, come “nihil agit ultra gradum proprium” - (fr:10425) [nulla agisce al di là del proprio grado], o “ex indivisibilibus non fit continuum” - (fr:10481) [dagli indivisibili non si fa il continuo]. L’autore si appoggia costantemente all’autorità di Aristotele (citando la Fisica, il De generatione, le Categorie, l’Etica) e al commentatore Averroè. Il trattato di Gualterus Burleus (De intensione et remissione formarum) funge da riferimento testuale costante, indicando che la discussione avviene nel solco di un preciso dibattito accademico.

Passaggi rilevanti e conseguenze paradossali Le obiezioni spaziano dalla fisica alla psicologia, dimostrando l’inadeguatezza della teoria in molteplici campi. In fisica, si sostiene che porterebbe a conclusioni impossibili: un corpo potrebbe riscaldarsi senza una causa calda (“aliquid calefieret, et tamen per nullam caliditatem calefieret” - (fr:10455)), o che una goccia d’acqua potrebbe distruggere una sfera di fuoco (“gutta aque posset destruere omnem ignem” - (fr:10462)). In psicologia, minerebbe l’identità personale: se l’uomo bianco (Sor) cambiasse gradazione, “in quolibet instanti est alius et alius Sor” - (fr:10533). In etica, renderebbe impossibile l’acquisizione stabile della virtù, poiché ogni nuovo atto corromperebbe l’abito precedente. Una contraddizione particolarmente evidente è segnalata nell’argomento 23: la teoria implicherebbe che “aliquid generaret aliud et generaretur ab eodem” - (fr:10418) [qualcosa genererebbe un’altra cosa e sarebbe generata dalla stessa], un circolo vizioso.

Significato storico e testimonianza dottrinale Il testo è un esempio concreto del vivace dibattito scientifico-filosofico del tardo medioevo sulle categorie aristoteliche. Testimonia il rigore logico applicato a problemi di filosofia naturale e la pratica di confutare teorie attraverso la deduzione di conseguenze inaccettabili (reductio ad absurdum). La frequente citazione di Burleo colloca il discorso nel quadro specifico delle discussioni sul calcolo delle forme e sull’intensionismo, temi centrali nella scolastica del XIV secolo. Il frammento, che sembra essere parte di un’appendice o di un commentario, conserva così la traccia di una controversia tecnica ma fondamentale per la comprensione medievale del mutamento, gettando luce sul metodo dialettico che ha preparato il terreno per gli sviluppi della scienza moderna.


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[40.1-178-10670|10847]

38 Resoconto di un dibattito scolastico sull’intensione e remissione delle forme

Analisi delle obiezioni e soluzioni in un trattato medievale sulla variazione delle qualità.

Il testo presenta una serie di obiezioni (Ad aliam) e relative soluzioni riguardanti la dottrina dell’intensione e remissione delle forme, tratta dall’opera di Gualtero Burleo. Il nucleo del dibattito verte sulla natura del cambiamento qualitativo, sul moto, sulla contrarietà e sulla generazione/corruzione delle forme. Il metodo è dialettico: si espone un argomento avversario e si fornisce una distinzione concettuale per risolverlo.

Un tema centrale è la natura del moto locale e qualitativo. Per esempio, contro l’idea che un corpo possa muoversi simultaneamente verso l’alto e verso il basso, si risolve distinguendo i punti di riferimento: “si ‘motus sursum’ sumatur pro loco simpliciter sursum et ‘locus deorsum’ pro medio mundi, conceditur maior et negatur minor” - (fr:10681) [se ‘moto verso l’alto’ si intende per il luogo semplicemente in alto e ‘luogo in basso’ per il centro del mondo, si concede la premessa maggiore e si nega la minore]. Si analizza poi il caso paradossale di una lancia e una mosca che si muovono l’una contro l’altra, concludendo che il moto reale è determinato dall’approssimazione al centro del mondo, non dalla relazione reciproca.

Un altro concetto peculiare è quello dell’”admixtio contrarii”, ovvero come una qualità possa intensificarsi tramite il suo contrario. La soluzione offre una distinzione fondamentale: “aliquid intendi per admixtionem contrarii potest intendi dupliciter. Uno modo per conpositionem, alio quo ‘admixtio’ vocatur accessus ad aliud contrariorum” - (fr:10685) [che qualcosa si intensifichi per mescolanza del contrario può intendersi in due modi. In un modo per composizione, nell’altro in cui ‘mescolanza’ è chiamato l’avvicinamento all’altro dei contrari]. Si nega che l’intelletto si formi per composizione di contrari, ma si ammette che un contrario possa essere causa dell’altro come “terminus necessario requisitus ad deveniendum ad terminum proprium” - (fr:10713) [termine necessariamente richiesto per pervenire al termine proprio].

Il testo affronta il problema dell’istante nel cambiamento. Si distingue tra l’istante in cui avviene il moto di intensione e il momento in cui si può affermare l’esistenza della nuova qualità: “in illo instanti fit motus intensionis vel remissionis, tamen post istud instans verum erit dicere quod istud est intensum esse et remissum esse” - (fr:10709) [in quell’istante avviene il moto di intensione o remissione, tuttavia dopo quell’istante sarà vero dire che questo è l’essere intenso e l’essere remisso]. Inoltre, si precisa che negli accidenti si può individuare un “ultimum instans secundum individuum, non tamen secundum speciem” - (fr:10739) [ultimo istante secondo l’individuo, ma non secondo la specie].

Viene discussa la generazione di una qualità più perfetta da una meno perfetta. La soluzione stabilisce che una causa meno potente non può generare un effetto superiore a sé se agisce da sola, ma può farlo se agisce in congiunzione con una causa più potente: “impossibile est quod minus calidum generet magis calidum… sed necessarium, secundum istam viam, quod remissum calidum generet magis calidum quam ipsum sit… tamen impossibile est quod aliquis effectus excedat suam causam productivam totalem” - (fr:10717, 10718) [è impossibile che il meno caldo generi il più caldo… ma è necessario, secondo questa via, che il caldo remissio generi un caldo più intenso di quanto esso sia… tuttavia è impossibile che un effetto ecceda la sua causa produttiva totale].

Il passaggio ha un significato storico come testimonianza viva del metodo scolastico del sic et non, in cui la riflessione filosofica progredisce attraverso l’articolazione di distinzioni semantiche e logiche. Mostra l’applicazione della fisica e della metafisica aristotelica a problemi concreti di mutamento, con riferimenti espliciti ad autorità come Aristotele (De celo, Physica, Meteorologica) e alla contemporanea speculazione di autori come Gualtero Burleo e Nicolaus Oresme. La precisione nel riferirsi a manoscritti (es. f. 10ra, f. 13rb) sottolinea la natura erudita e testuale del dibattito. Le soluzioni proposte mirano a salvare sia i fenomeni osservati sia i principi filosofici fondamentali, come l’impossibilità che un effetto superi la sua causa totale o che due corpi occupino lo stesso luogo.


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[41.1-112-10849|10960]

39 Analisi di due questioni anonime interpolate in un manoscritto di Oresme

Un’indagine filologica sull’autenticità e l’origine di due questioni aggiunte in un manoscritto del commento di Nicole Oresme alla Meteorologia di Aristotele.

Il testo è un estratto di un trattato scientifico-filologico che analizza la trasmissione manoscritta del commento di Nicole Oresme alla Meteorologia di Aristotele. Il nucleo della discussione verte sull’autenticità di due questioni interpolate nel manoscritto C: Utrum iris potest fieri a Luna (se l’arcobaleno può essere prodotto dalla Luna) e un’altra anonima sui fenomeni ignei. L’autrice, Aurora Panzica, soppesa elementi stilistici, dottrinali e codicologici per determinare se queste questioni appartengano alla prima redazione del commento oresmiano o siano materiale estraneo.

Il significato storico e di testimonianza del testo è duplice. In primo luogo, offre una finestra sulle pratiche di insegnamento e trasmissione dei testi nella Facoltà delle Arti di Parigi nel XIV secolo, dove “Interpolation and contamination were indeed very common in question-commentaries used for teaching” - (fr:10861) [Interpolazioni e contaminazioni erano infatti molto comuni nei commenti a forma di questione usati per l’insegnamento]. In secondo luogo, costituisce un caso di studio di critica testuale applicata alla filosofia naturale medievale, mostrando come si distingue l’opera di un autore da materiali dubbî attraverso l’analisi comparata di manoscritti, stile e contenuto dottrinale.

Un elemento peculiare è il metodo d’indagine, che combina critica esterna e interna. La critica esterna esamina la posizione fisica delle questioni nel manoscritto C, notando che una di esse è presentata dal copista come la fine del terzo libro: “Et sic est finis tertii libri” - (fr:10881). La critica interna confronta invece dottrine specifiche, come la teoria sulla formazione dell’arcobaleno. L’autrice evidenzia una differenza cruciale: mentre Oresme sostiene che la riflessione avviene “from individual drops in the same cloud” - (fr:10895) [da singole gocce nella stessa nuvola], l’autore della questione dubbia afferma che è necessario “a dark cloud situated on the same line as the Sun and opposite to it” - (fr:10893) [una nuvola scura situata sulla stessa linea del Sole e opposta ad esso]. Questa divergenza teorica è un argomento sostanziale contro l’attribuzione a Oresme.

Il testo mette in evidenza dati e termini specifici della scienza medievale. Oltre alla teoria meteorologica, menziona calcoli ottici degli “perspectivists” - (fr:10899), secondo cui la somma degli angoli del Sole e dell’arcobaleno rispetto all’orizzonte non può superare i “forty-two degrees” - (fr:10899) [quarantadue gradi]. Un altro concetto rilevante è la teoria della “double exhalation” - (fr:10920) [doppia esalazione] umida e secca, materia prima di tutti i fenomeni meteorologici secondo Aristotele.

Un passaggio rilevante mostra come Oresme concluda la sua trattazione fisica con una speculazione teologica, un salto dalla filosofia naturale alla fede che sembrerebbe preclude l’aggiunta di altre questioni tecniche. Egli presenta una “pulchra ymaginatio” - (fr:10905) [bella immaginazione], un’analogia tra la visione dell’arcobaleno e “the beatific vision of the body of Christ” - (fr:10905) [la visione beatifica del corpo di Cristo], concludendo retoricamente il libro con un’apertura a questioni superiori.

L’analisi rivela diverse ambiguità che impediscono una risposta definitiva. Da un lato, argomenti stilistici (come l’uso sistematico di “Philosophus” per Aristotele, contro l’abitudine di Oresme) e dottrinali suggeriscono l’estraneità delle questioni. Dall’altro, la natura frammentaria della tradizione manoscritta lascia spazio al dubbio: “none of the manuscripts … appears to transmit a complete copy of the third book” - (fr:10884) [nessuno dei manoscritti … sembra tramandare una copia completa del terzo libro]. L’autrice, dopo aver valutato pro e contro, giunge a una conclusione prudente: le questioni presentano troppe incongruenze e ripetizioni (“would be nothing more than a repetition” - (fr:10940)) per essere incluse nel corpus oresmiano, e pertanto le pubblica in appendice come materiale anonimo.


[42]

[42.1-83-10962|11044]

40 Analisi di un testo medievale sulla formazione dell’arcobaleno

Un’esposizione scolastica medievale sulle condizioni geometriche e fisiche necessarie per la formazione dell’iride (arcobaleno), con una serie di conclusioni deduttive sulle sue apparizioni solari e lunari.

Il testo è un estratto da un trattato scientifico medievale, probabilmente una questio universitaria, che analizza il fenomeno dell’arcobaleno (iris). L’autore combina l’autorità di Aristotele (citato come Philosophus) con ragionamenti deduttivi e riferimenti all’esperienza comune. La struttura è rigorosa: dopo una serie di premesse (notandum), espone una sequenza di conclusioni logiche (conclusio) sulle condizioni di visibilità dell’arcobaleno.

L’elemento peculiare del testo è il metodo scolastico applicato a un fenomeno naturale. L’analisi procede per definizioni, condizioni necessarie e deduzioni. L’arcobaleno è definito come “apparitio per lumen Solis vel Lune in nube, apparens secundum circumferentiam” - (fr:10989) [apparizione per mezzo della luce del Sole o della Luna in una nube, che appare secondo una circonferenza]. Per la sua generazione concorrono tre elementi: “corpus luminosum causans iridem et nubes clara et rorida per quam eius radii transeunt, et alia nubes obscura ad quam fiat reflexio luminis” - (fr:10990) [un corpo luminoso che causa l’iride, una nube chiara e rugiadosa attraverso cui passano i suoi raggi, e un’altra nube oscura verso cui avviene la riflessione della luce]. La geometria è fondamentale: i quattro punti (corpo luminoso, nube rugiadosa, occhio, nube oscura) devono essere allineati.

Il testo testimonia il livello di conoscenza ottica del periodo, che includeva il concetto di rifrazione (refractio) e riflessione. Si nota uno sforzo di sistematizzazione empirica, come quando si spiega che l’arcobaleno può apparire anche senza nuvole, ad esempio “quando remus percutit super aquam, elevantur guttule aque per quas transit radius Solis qui postea reflectitur ad latus navis madefactum” - (fr:10992) [quando un remo colpisce l’acqua, si sollevano goccioline d’acqua attraverso cui passa il raggio del Sole che poi si riflette sul fianco bagnato della nave], o attraverso un vetro o un cristallo.

La parte più consistente è dedicata a una serie di conclusioni deduttive sulle condizioni di visibilità. Si afferma, ad esempio, che per gli abitanti dell’equatore “numquam potest fieri vere iris in meridie” - (fr:10997) [non può mai formarsi un vero arcobaleno a mezzogiorno] perché la nube oscura dovrebbe essere direttamente sotto i loro piedi. Lo stesso vale per l’arco lunare: “quod habitantibus sub equinotiali non potest fieri iris a Luna, Luna existente in circulo meridierum” - (fr:11017) [che per gli abitanti sotto l’equatore non può formarsi l’iride dalla Luna, quando la Luna è nel meridiano]. Queste conclusioni mostrano un’applicazione astratta del modello geometrico alla sfera celeste.

Un punto di dibattito (dubitatur) riguarda la possibilità di un arcobaleno lunare con la Luna non piena. L’autore si confronta con l’autorità di Aristotele, il quale collegava il raro arcobaleno lunare proprio alla necessità della Luna piena. L’autore del testo propone una mediazione: “Ad Philosophum dicimus quod iste loquitur de iride completa, que est quasi iris Solis vel quasi similis Soli” - (fr:11044) [Riguardo al Filosofo diciamo che egli parla dell’iride completa, che è quasi un iride solare o quasi simile a quello solare], suggerendo che un arco imperfetto potrebbe formarsi anche con fasi diverse.

Storicamente, il testo è una testimonianza della scienza naturale pre-moderna, dove l’osservazione, l’autorità degli antichi e la logica deduttiva si intrecciano. L’uso di riferimenti ad Alhazen, Witelo e Averroè (citati nelle note) colloca l’autore nel solco della tradizione ottica araba e medievale latina. Il rigore formale delle conclusiones e la ricerca delle cause rispecchiano l’ideale di una conoscenza sistematica e razionale della natura, tipica della scolastica universitaria del XIII-XIV secolo.


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[43.1-40-11254|11293]

41 La natura delle qualità sensibili negli elementi puri e nei miscugli secondo Oresme

Una difesa della teoria aristotelica della percezione contro le obiezioni, distinguendo tra proporzioni naturali e alterazioni estranee.

Il testo, tratto dalle Questiones in meteorologica de ultima lectura di Nicola Oresme, affronta una serie di obiezioni alla dottrina aristotelica delle qualità sensibili (colore, sapore, odore) negli elementi puri. La discussione verte su se e come gli elementi puri (terra, acqua, aria, fuoco) possano possedere tali qualità, dato che per Aristotele derivano dalla mescolanza dei contrari. La risposta sistematica di Oresme si fonda sulla distinzione tra una “proportio naturalis qualitatum primarum” (fr:11262) interna a ogni miscuglio e alterazioni estranee (“qualitates innaturales” ab extrinseco).

La prima obiezione citata sostiene che gli elementi puri devono partecipare del colore, poiché Aristotele afferma che “omnia corpora colore participant” (fr:11256). Oresme replica interpretando l’autorità aristotelica in due modi: o si intende il colore in senso lato, esteso alla luce e al lumen, oppure “illa auctoritas Aristotelis intelligitur de corporibus mixtis” (fr:11284), cioè riferita ai corpi composti, non agli elementi puri.

All’obiezione comune che l’acqua è detta bianca, Oresme concede il punto ma precisa che “illa aqua non est elementum purum, quamvis magis declinet ad unum elementum, scilicet ad aquam, quam ad aliud” (fr:11285). Ciò chiarisce che l’acqua di cui abbiamo esperienza sensibile è sempre un miscuglio, seppur dominato dall’elemento acqua. Similmente, risponde all’idea che una terra pura posta davanti agli occhi sarebbe vista: “quantum est de se, illa tria non videntur nisi refrangeretur super ea lumen” (fr:11286). La visibilità dipende dunque dalla rifrazione della luce sull’oggetto, non da un colore intrinseco dell’elemento puro.

Il nucleo teorico della risposta è la relazione tra qualità sensibili e qualità primarie (caldo, freddo, umido, secco). Un’obiezione cruciale nota che le qualità come sapore e odore non mutano con la stessa rapidità con cui cambiano le proporzioni delle qualità primarie, come dimostra il caso di un muro la cui temperatura varia senza che il suo colore cambi: “Hic enim paries aliquando est magis vel minus calidus vel frigidus absque hoc quod alterius sit coloris” (fr:11261). Oresme risolve questa apparente contraddizione introducendo la distinzione chiave: i colori e i sapori “consequuntur naturalem proportionem qualitatum primarum, et non illas alias qualitates extrinsecas innaturales” (fr:11263). Pertanto, “non variatur sapor nec color in aliquo mixto nisi variatur naturalis proportio qualitatum primarum” (fr:11263). Le alterazioni estranee (qualitates extrinseco inductae) modificano le qualità sensibili solo se sono sufficienti a perturbare quella proporzione naturale stabile; altrimenti, le qualità sensibili permangono immutate. Questo principio “pate t ad quartum argumentum” (fr:11283).

Da queste premesse, Oresme deduce due conclusioni importanti riguardo agli elementi puri. La prima è che “in elementis non sunt qualitates virtuales insensibiles” (fr:11287), come quelle che si trovano in alcune pietre ed erbe, perché tali qualità virtuali “consequuntur mixtionem qualitatum contrariarum ad invicem” (fr:11287), assente in un elemento puro. Ne segue che “talia elementa non sunt medicinalia” (fr:11288), poiché mancano delle proprietà attive derivanti dalla complessa mescolanza.

La seconda conclusione, di portata più generale, afferma che “nulla qualitas est agens principale” (fr:11289), perché altrimenti sarebbe un principio di movimento, cioè una natura, mentre “natura solum de materia et forma substantiali dicitur” (fr:11292). Inoltre, “nulla qualitas preter qualitates sensibiles est activa” (fr:11293) rispetto alle azioni che avvengono per contrarietà. Questo delimita rigorosamente il campo d’azione delle qualità, subordinandole ai principi sostanziali della forma e della materia.


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[44.1-54-11401|11454]

42 Indice delle questioni meteorologiche e delle loro fonti

Un elenco strutturato di quesiti scientifici medievali, con riferimenti testuali ai trattati di Aristotele e commentatori come Alberto Magno.

Il testo fornito è un indice tematico, probabilmente tratto da un commentario o una raccolta di quaestiones medievali sui fenomeni naturali. L’argomento centrale è la meteorologia, esplorata attraverso una serie di domande scolastiche (“Utrum…”) che indagano la natura, le cause e le caratteristiche di eventi atmosferici, celesti e geologici. Ogni quesito è sistematicamente collegato a fonti autorevoli, principalmente il Meteorologica di Aristotele e, in misura minore, il commentario di Alberto Magno e altri testi come quello di Witelo. La struttura è quella di un apparato di riferimento accademico, dove ogni numero (es. i.14, ii.1) identifica una questione specifica e le citazioni puntuali (es. “340 a 24–32”) ne indicano la collocazione nelle opere fonte.

Elementi peculiari e concetti chiave L’indice mostra un approccio alla scienza naturale profondamente radicato nel metodo scolastico e nella fisica aristotelica. I fenomeni sono analizzati attraverso coppie di contrari (caldo/freddo, secco/umido) e ricondotti alle qualità elementari e alle esalazioni. Concetti specifici ricorrenti includono le exhalationes (secche e umide) come cause dei fenomeni atmosferici, la regione media dell’aria, e la natura elementare o celeste dei corpi. Emerge una gerarchia di problemi: si parte da questioni generali sull’azione a distanza e il moto dei contrari (i.14, i.15), per poi esaminare nel dettaglio comete, precipitazioni, venti, terremoti e fenomeni ottici come l’arcobaleno. Un passaggio peculiare è la questione sulla possibilità di un “color spiritualis” (iii.3), che tocca il dibattuto confine tra fisica e psicologia della percezione nel medioevo. La presenza di quesiti come “Utrum cometes significent guerras, mortes principum, pestilentias et huiusmodi” (i.21) testimonia la persistente commistione tra indagine naturale e astrologia/divinazione.

Significato storico e testimonianza Questo indice costituisce una preziosa testimonianza della ricezione e dello studio della scienza aristotelica nel tardo medioevo. Il riferimento esplicito a “Oresme Source” in alcune voci (es. i.16, iii.3) suggerisce che il compilatore attingesse al lavoro di Nicole Oresme, un importante filosofo naturale del XIV secolo noto per i suoi commenti critici ad Aristotele. La struttura stessa è un esempio di come il sapere fosse organizzato e consultato in ambienti universitari: non un trattato continuo, ma un repertorio di problemi disputati, ciascuno ancorato a un’autorità testuale precisa. La traduzione dei titoli delle questioni in latino e l’uso delle citazioni standardizzate (libro, capitolo, riga secondo la numerazione di Bekker per Aristotele) rivelano una pratica erudita consolidata. L’opera funge quindi da mappa concettuale dei principali temi della meteorologia antica e medievale, mostrando sia la fedeltà alla tradizione sia i punti in cui essa veniva interrogata (ad esempio, sull’origine dei fiumi o sulla permutazione delle abitazioni terrestri). La precisione dei riferimenti, come “Meteor., i, 3, 340 a 24–32” per la questione i.14, sottolinea l’importanza dell’argomentazione testuale e dell’esegesi nella pratica scientifica del periodo.


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