Nordenskiold - 1936 | fL | +
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1 Intenti e metodo nella costruzione di una storia culturale della biologia
Dalla prefazione e dall’indice di un’opera del 1928 emerge una concezione della storia della biologia come impresa intellettuale intrecciata con lo sviluppo culturale generale, guidata da precisi – e dichiaratamente soggettivi – criteri di selezione.
L’autore esplicita fin dall’inizio la propria ambizione progettuale: “È intenzione dell’autore presentare un quadro dello sviluppo della scienza biologica attraverso i secoli, osservato in congiunzione con lo sviluppo culturale generale dell’umanità” - (fr:6) [It is the author’s intention to present a picture of the development of biological science throughout the ages, viewed in conjunction with the general cultural development of mankind.]. Questa prospettiva assegna al libro il compito di fungere da “anello nella storia generale della cultura” - (fr:7) [a link in the general history of culture], rivolgendosi primariamente agli studenti universitari ma auspicando un pubblico più vasto.
La trattazione adotta una selettività programmatica, particolarmente evidente nell’approccio alla modernità. Di fronte all’impossibilità di una ricostruzione esaustiva, si sceglie di fornire “un resoconto molto sommario degli sviluppi recenti” - (fr:8) [a very summary account of recent developments], rimandando il lettore alle introduzioni storiche delle opere di biologi professionisti per una conoscenza più approfondita dei risultati specialistici. Al contempo, si dichiara una preferenza per l’analisi in maggiore dettaglio dei “principi teorici su cui il lavoro di ricerca è stato condotto” - (fr:10) [the theoretical principles on which research work has been carried out], giustificata sia dalla minore accessibilità delle fonti in proposito sia dalla loro riconosciuta influenza sulla cultura generale.
Su queste premesse si fonda un processo selettivo che l’autore stesso riconosce come “in una certa misura inevitabilmente soggettivo” - (fr:12) [to a certain extent was bound to be subjective]. Ne consegue un’operazione storiografica dai contorni deliberatamente definiti: vengono presentati “un certo numero di rappresentanti tipici di ciascuna tendenza di pensiero” - (fr:11) [a number of typical representatives of each trend of thought], escludendo specialisti geniali il cui lavoro può avere valore duraturo, ma che rimasero estranei al movimento culturale generale, e includendo invece figure di per sé meno rilevanti ma significative per il ruolo giocato nello sviluppo culturale della loro epoca. Il medesimo principio guida l’attenzione alla dimensione geografica, con l’inclusione, “per quanto lo spazio lo ha consentito” - (fr:13) [as far as space has allowed], di rappresentanti del progresso scientifico di varie nazioni civili, così da offrire un’idea della portata dei contributi dei diversi popoli.
L’apparato materiale del volume ne fissa le coordinate editoriali. Il frontespizio identifica l’opera come “THE HISTORY OF BIOLOGY” di Erik Nordenskiöld, tradotta dallo svedese da Leonard Bucknall Eyre (fr:4). Le note d’edizione riportano la pubblicazione presso Tudor Publishing Co. di New York nel 1936, con copyright di Alfred A. Knopf, Inc. risalente al 1928 e l’informazione che il testo era stato “originariamente pubblicato come BIOLOGINS HISTORIA in tre volumi 1920-24” - (fr:5) [Originally issued as BIOLOGINS HISTORIA in three volumes 1920-24] a Stoccolma. I ringraziamenti sono indirizzati al traduttore e all’editore che ne ha promosso la pubblicazione, datati “Stoccolma, novembre 1927” - (fr:14) [Stockholm, November 1927].
L’ossatura dell’opera, come rivelata dall’indice, segue un impianto cronologico e geografico scandito in tre grandi partizioni: la biologia nell’antichità classica, nel Medioevo e nel Rinascimento; la biologia durante il Rinascimento (con capitoli su nuovi metodi e idee cosmiche); e uno sviluppo ulteriore che, a giudicare dalla scansione tematica interrotta al capitolo XIII, estendeva l’indagine fino all’epoca moderna.
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2 La nascita della biologia tra empirismo primitivo e filosofia greca
Un resoconto delle radici della conoscenza biologica, dalle speculazioni sulla vita e la morte dei popoli primitivi fino ai primi filosofi naturali greci, attraverso le civiltà orientali.
La più antica base di ogni sapere scientifico-naturale risiede, secondo l’autore, nelle osservazioni accumulate per millenni dai popoli preistorici giunti a un livello primitivo di civiltà. “This empirical folk-knowledge… has not only been the starting-point for all scientific thought, but has also, right up to the most recent times, to a certain extent influenced scientific research itself” – (fr:80) [Questa conoscenza popolare empirica… non solo è stata il punto di partenza per ogni pensiero scientifico, ma ha anche, fino ai tempi più recenti, in una certa misura influenzato la stessa ricerca scientifica]. I primi interrogativi sulla vita sarebbero scaturiti ovunque dallo stesso fatto: la morte. “Common to them all, however, would appear to have been the fact that the first thing that has induced man to reflect upon life has been its cessation: death” – (fr:82) [Ciò che sembra essere stato comune a tutti è il fatto che la prima cosa che ha indotto l’uomo a riflettere sulla vita è stata la sua cessazione: la morte]. La morte naturale appariva incomprensibile di fronte a quella violenta, e il ritorno dei defunti nei sogni generava credenze in spettri e potenze spirituali. “These dreams have given rise to a belief in ghosts, spectres, and spiritual powers of various kinds” – (fr:85) [Questi sogni hanno dato origine alla credenza nei fantasmi, negli spettri e in poteri spirituali di vario genere].
I rituali di sepoltura, dalla cremazione all’imbalsamazione, fornirono le prime nozioni anatomiche e fisiologiche. “From these manipulations arose the first knowledge of the anatomy of the human body, while observations of the actual course of death created certain physiological ideas” – (fr:87) [Da queste manipolazioni sorse la prima conoscenza dell’anatomia del corpo umano, mentre le osservazioni del decorso della morte crearono alcune idee fisiologiche]. Si imparò ad associare il battito cardiaco alla vita, e il cuore fu considerato l’organo vitale per eccellenza. L’osservazione del respiro, e in particolare dell’ultimo profondo respiro, portò all’idea che la vita avesse natura aerea e abbandonasse il corpo con l’esalazione: “In medieval church paintings this belief reappears in a particularly naive manner: the soul of the dying is seen to leave the body in the form of a little child creeping out through the mouth” – (fr:90) [Nelle pitture medievali questa credenza riappare in modo particolarmente ingenuo: l’anima del morente si vede lasciare il corpo sotto forma di un bambino che esce strisciando dalla bocca]. Così si consolidava il contrasto tra corpo e spirito, già presente nei primi filosofi naturali.
A queste riflessioni sulla morte si sovrapponevano i rapporti con il mondo animale. Le grandi fiere erano temute ma anche rispettate per qualità come l’astuzia della volpe o la velocità del cerbiatto; da ciò derivò una massa di superstizioni, compresi il totemismo e il culto di animali sacri presso popoli anche altamente civilizzati come Egizi e Romani. “This animal superstition has naturally contributed towards increasing the interest in and knowledge of animals, both as regards the habits of life of those which were worshipped as gods, and the anatomy of those which were offered in sacrifice” – (fr:99) [Questa superstizione animale ha naturalmente contribuito ad accrescere l’interesse e la conoscenza degli animali, sia per quanto riguarda le abitudini di vita di quelli venerati come dèi, sia per l’anatomia di quelli sacrificati]. Accanto a queste fonti, la medicina primitiva – chirurgia d’urgenza e cura delle malattie – incrementò ulteriormente le conoscenze. Di fronte a patologie inspiegabili si ricorreva al soprannaturale: “The belief in enchantments of various kinds… fills one of the darkest chapters in the history of civilization” – (fr:103) [La credenza negli incantesimi di vario genere… riempie uno dei capitoli più oscuri della storia della civiltà]. I rimedi magici convivevano tuttavia con osservazioni regolari dei processi morbosi, da cui nacquero rudimenti di fisiologia, patologia e farmacologia. Questo sapere, segreto e custodito da maghi, stregoni e sacerdoti, si sarebbe poi in parte secolarizzato dividendosi tra sfera rituale e libera indagine, fino a fiorire presso i Greci.
Prima di loro, tuttavia, le civiltà orientali avevano prodotto conoscenze significative. Babilonia, culla della civiltà, sviluppò astronomia, matematica e medicina sotto il controllo di un potente sacerdozio, ma raggiunse comunque risultati notevoli: “The knowledge of anatomy was considerable; preserved clay-models of certain of the viscera of the body prove this and give evidence that the dissection of corpses must have taken place” – (fr:119) [La conoscenza dell’anatomia era notevole; modelli in argilla conservati di alcuni visceri lo provano e testimoniano che doveva aver luogo la dissezione dei cadaveri]. Il cuore era considerato sede dell’intelligenza e il fegato organo della circolazione; il sangue si distingueva in “chiaro” e “scuro”. In Egitto, l’arte medica univa superstizione e osservazione: la pratica dell’imbalsamazione offriva ampie opportunità di studio anatomico, e si esaminavano con cura non solo gli animali sacri, ma anche i vermi parassiti e persino la metamorfosi della rana e della mosca. “The early perfected religious practice of preserving dead bodies from putrefaction by conserving the skeleton and, later, by embalming offered an opportunity of acquiring anatomical knowledge which proved of great benefit to medical science” – (fr:124) [La pratica religiosa, perfezionata precocemente, di preservare i corpi dalla putrefazione conservando lo scheletro e, più tardi, mediante imbalsamazione, offrì un’opportunità di acquisire conoscenze anatomiche che si rivelò di grande beneficio per la scienza medica]. Al contrario, il contributo di Israele fu quasi esclusivamente etico-religioso: “Their material, and thereby also their scientific, culture was borrowed from the earlier developed and powerful neighbouring peoples” – (fr:128) [La loro cultura materiale, e quindi anche scientifica, fu presa in prestito dai popoli vicini più precoci e potenti]. Eppure l’influsso della Genesi e delle leggi mosaiche sugli animali puri e impuri si rivelò durevole: “the well-known problem of the ruminant hare is still today a subject of lively discussion in certain circles” – (fr:131) [il ben noto problema della lepre ruminante è ancora oggi oggetto di vivace discussione in certi ambienti]. Quanto a India e Cina, il contributo biologico rimase modesto: se da un lato un testo medico indù offriva precise – benché astratte – enumerazioni di ossa, tendini e nervi, dall’altro la cultura cinese, pur vantando antichi giardini zoologici imperiali, non si interessò allo studio causale della natura vivente.
L’opera stessa da cui provengono queste pagine conserva traccia della portata storiografica attraverso una List of Illustrations (fr:78) che elenca le effigi di figure capitali della scienza, da Vesalio e Aldrovandi a Leeuwenhoek e Harvey, da Linneo e Lamarck a Cuvier, Bichat, Goethe, Darwin, Mendel, Haeckel e molti altri – quasi una galleria visuale dei protagonisti della biologia.
La svolta decisiva si ebbe con i Greci. “The Babylonians and Egyptians thus succeeded in collecting quite a considerable mass of individual facts of science, it was nevertheless left to the Greek nation to deduce from these facts a consistently realized conception of nature” – (fr:140) [Sebbene Babilonesi ed Egizi fossero riusciti a raccogliere una massa considerevole di singoli fatti scientifici, toccò nondimeno alla nazione greca dedurre da questi fatti una concezione della natura coerente]. L’assenza di un forte sacerdozio centralizzato e il carattere localistico della religione greca consentirono al pensiero di volgersi liberamente alla natura. “It was just on account of this lack of a more highly developed religion… that free thought was able to develop as it did” – (fr:151) [Fu proprio a causa di questa mancanza di una religione più evoluta… che il libero pensiero poté svilupparsi in quel modo]. I primi filosofi, gli Ionici, operarono in condizioni intellettuali e materiali primordiali: l’istruzione pubblica era elementare, la scrittura rara e costosa, e il sapere si trasmetteva per via orale, spesso in versi, grazie all’ospitalità tra dotti. “Learning became the asset of a privileged few; they had to be wealthy in order to be able to undertake the journeys that were essential for the acquiring of knowledge” – (fr:168) [Il sapere divenne patrimonio di pochi privilegiati; dovevano essere ricchi per poter intraprendere i viaggi essenziali per acquisire conoscenza]. Fu proprio il contatto con l’Oriente, facilitato dal commercio ionico, a fornire loro i materiali su cui costruire.
Il problema centrale di questi “fisici” divenne l’individuazione di un principio comune di tutte le cose: “A common primary cause of the variations of existence had to be discovered — a common element out of which everything originated” – (fr:176) [Doveva essere scoperta una comune causa primaria delle variazioni dell’esistenza – un elemento comune da cui tutto ebbe origine]. Nacque così, tra speculazione naturalistica e spesso sconfinamento nella metafisica, la prima filosofia della natura. Tra i primissimi è ricordato Talete di Mileto, vissuto probabilmente tra il 650 e il 580 a.C., di cui già gli antichi sapevano pochissimo; di probabile origine fenicia, si sarebbe formato viaggiando e studiando in Oriente. Iniziava, con questi incerti passi, la tradizione scientifica occidentale.
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3 Eraclito e Democrito: vertici della prima indagine naturalistica e la svolta idealistica
La filosofia ionica giunge al suo culmine con l’atomismo materialistico di Democrito, per poi cedere a una reazione che sposta l’indagine dal cosmo fisico alla sfera spirituale ed etica.
Il percorso della filosofia naturale greca, dopo le origini ioniche, conosce un momento di straordinaria fertilità con Eraclito di Efeso e, quasi contemporaneamente, con l’elaborazione della teoria atomistica da parte di Leucippo e Democrito. Il testo ripercorre questa parabola, mostrando come la ricerca di una spiegazione causale dell’universo raggiunga risultati sorprendentemente moderni per poi arrestarsi di fronte a un mutamento di interessi.
Eraclito, definito “l’oscuro” per “his obscure style of writing and his gloomy view of life” – (fr:343) [il suo stile oscuro e la sua cupa visione della vita], proviene da una famiglia sacerdotale e rinuncia a una carica pubblica per dedicarsi interamente alla filosofia. Sebbene la sua riflessione poggi sulla scuola ionica, specialmente su Anassimandro, “it nevertheless bears an entirely original stamp” – (fr:346) [reca tuttavia un’impronta interamente originale]. Il nucleo del suo pensiero è l’antitesi dell’immutabilità eleatica: “everything is mutable, that mutability is the essence of existence” – (fr:347) [tutto è mutevole, la mutevolezza è l’essenza dell’esistenza]. Ne scaturiscono le celebri formule “Struggle is life” e “All is flux” – (fr:348) [La lotta è vita; Tutto scorre]. Per Eraclito il principio causale del cosmo è il fuoco: “Everything has arisen from a primordial fire, to which everything returns, for worlds arise and perish alternately” – (fr:350) [Tutto è sorto da un fuoco primordiale, a cui tutto ritorna, poiché i mondi nascono e periscono alternativamente]. Anche l’anima è fuoco, inalato con la respirazione, e la sua cessazione equivale alla morte. La malattia deriva da un eccesso di acqua, nemica del fuoco; di qui l’affermazione “The driest soul is the wisest” – (fr:353) [L’anima più secca è la più saggia]. Nonostante scarse notizie biologiche, il suo servizio alla scienza sta nell’aver insistito sulla legge naturale che governa il mutamento, influenzando Platone e, attraverso lui, Aristotele.
Accanto a Eraclito compare una corrente ben più attenta allo studio concreto della natura: la teoria atomica. Fondatore ne è Leucippo, di cui sappiamo solo che fu maestro di Democrito, “one of the foremost natural research-workers and natural philosophers of all time” – (fr:359) [uno dei massimi ricercatori e filosofi naturali di tutti i tempi]. Democrito, nato ad Abdera verso il 470‑460 a.C., impiega la cospicua eredità paterna in lunghi viaggi di conoscenza e, tornato in patria, è sostenuto dai concittadini orgogliosi della sua fama. Autore prolificissimo, i suoi scritti sono però perduti quasi per intero già alla fine dell’età classica; ce ne giunge notizia soprattutto attraverso Aristotele, che lo cita con rispetto.
Democrito diviene cosí il fondatore dell’atomismo, “one of the most fruitful ideas in natural science” – (fr:372) [una delle idee più feconde della scienza naturale]. L’intero suo sistema poggia su pochi principi di sconcertante modernità: “Out of nothing comes nothing; nothing which is can be reduced to nothing. All change is merely an aggregation or separation of parts. Nothing happens by chance or intention, everything through cause and of necessity. There is nothing but the atoms and space; all else is an impression of the senses.” – (fr:376-379) [Nulla viene dal nulla; nulla di ciò che esiste può ridursi al nulla. Ogni cambiamento è mera aggregazione o separazione di parti. Nulla accade per caso o intenzione, tutto per causa e necessità. Non esistono che gli atomi e lo spazio; tutto il resto è impressione dei sensi]. Gli atomi, infiniti per numero e forma, si muovono eternamente, urtandosi e generando vortici da cui nascono mondi destinati a perire. Anche l’anima è composta di atomi sottilissimi e mobilissimi: “they fill the body and give it life; if they leave the body, death ensues” – (fr:384) [riempiono il corpo e gli danno vita; se lo abbandonano, sopravviene la morte]. Il fuoco, similmente, consta di piccoli atomi mobili, e le stelle, pur essendo simili alla terra, appaiono infuocate per la rapidità del moto; Democrito “seems also to have observed the mountains in the moon” – (fr:388) [sembra aver osservato anche le montagne sulla luna].
Sul piano biologico, Democrito compie passi decisivi. Pratica dissezioni di animali superiori e inferiori e introduce la distinzione tra sanguigni (vertebrati) e privi di sangue, “the principle of classification adopted by Aristotle” – (fr:391) [il principio di classificazione adottato da Aristotele]. Contro il futuro maestro, sostiene che persino gli animali minimi possiedono organi completi, benché invisibili per trasparenza, e che nello sviluppo embrionale gli organi esterni compaiono prima di quelli interni. Numerose sue idee ci sono note solo attraverso le polemiche aristoteliche, e “modern research not seldom proves Democritus right” – (fr:394) [la ricerca moderna non di rado dà ragione a Democrito]: cosí, la tela del ragno è prodotta dall’interno del corpo, non è pelle espulsa; la sterilità del mulo è spiegata con una contrazione dell’utero. Il corpo umano è un microcosmo in cui ogni tipo di atomo è rappresentato, e gli organi sono associati a funzioni psichiche: “the brain as the organ of thought, the heart as that of courage, and the liver as that of sensuality” – (fr:399) [il cervello come organo del pensiero, il cuore del coraggio, il fegato della sensualità]. Questa valutazione del cervello pone Democrito davanti ad Aristotele, che lo riteneva semplice refrigerante del sangue. Vita e anima coincidono; gli atomi ignei dell’anima sono continuamente emessi dal corpo e reintegrati con la respirazione: “if respiration ceases, then life departs from the body” – (fr:402) [se la respirazione cessa, la vita abbandona il corpo]. Sonno e asfissia sono dovuti a una perdita ridotta di atomi psichici; l’idrofobia è infiammazione dei nervi; le epidemie sono causate da atomi caduti da altri corpi celesti. Singolare, in un quadro rigidamente materialista, è la credenza in esseri spirituali e rivelazioni, condivisa da altri pensatori come Swedenborg; ma Democrito nega gli dèi popolari, sostituendovi una Necessità impersonale.
Democrito rappresenta “the climax of the endeavour of Greek philosophy to arrive at an explanation of existence based on a natural connexion of causes” – (fr:410) [il culmine dello sforzo della filosofia greca per giungere a una spiegazione dell’esistenza basata su una connessione naturale di cause]. In diversi aspetti – causalità rigorosa, atomismo, primato del cervello, complessità degli organismi inferiori – raggiunge esiti affini a quelli della scienza moderna, sebbene le sue speculazioni di dettaglio restino spesso primitive. Tuttavia, quest’idea feconda non fu proseguita: per ragioni che si chiariranno con Aristotele, poco dopo Democrito la filosofia naturale greca imbocca una via del tutto diversa dall’atomismo. Il testo individua i limiti di questa prima fase: la mancanza di chimica, che privava di una base per spiegare le trasformazioni, l’assenza dei concetti moderni di forza ed energia, e soprattutto “they drew no definite line between objective facts and subjective opinions; they had no idea whatever of hypothesis” – (fr:418) [non tracciavano alcuna linea netta tra fatti oggettivi e opinioni soggettive; non avevano alcuna idea di ipotesi]. La cosmologia democritea, puramente dogmatica, dovette cedere ad altre spiegazioni egualmente dogmatiche ma più attraenti per i contemporanei, con esiti fatali per lo sviluppo della scienza naturale.
Il primo segnale della reazione è la filosofia di Anassagora. Contemporaneo di Democrito, opera ad Atene al tempo di Pericle, in una città dal clima intellettuale vivace ma intollerante. Accusato di empietà, viene imprigionato e poi esiliato. La sua dottrina si distacca dal materialismo: “He conceived that the driving force in the universe is what he calls the cosmic reason or the cosmic soul; a kind of spiritual power to which he ascribes unity, omnipotence, and omniscience” – (fr:427) [Concepì che la forza motrice dell’universo è ciò che chiama la ragione cosmica o l’anima cosmica; una sorta di potenza spirituale a cui attribuisce unità, onnipotenza e onniscienza]. Questa stessa potenza è presente in tutti i viventi e ne rappresenta la vita. Anassagora non sembra aver coltivato indagini biologiche né aver progredito rispetto a Democrito nella scienza naturale, ma la sua influenza fu notevole. Ben più dirompente fu, tuttavia, la scuola dei Sofisti, apparsa nello stesso torno di tempo, che avviò il pensiero greco su binari interamente nuovi, allontanandolo dall’indagine della natura per volgerlo prevalentemente all’uomo e alla società.
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4 Platone e Aristotele: idee, forme e le radici della biologia
Il pensiero biologico occidentale affonda le sue radici nel contrasto tra due visioni del mondo fiorite nell’Atene classica. Platone, discepolo di Socrate, estese la dottrina dei princìpi etici aprendo la strada a una sistematizzazione del sapere, ma nutrì un profondo disinteresse per l’osservazione diretta della natura: “Nature did not interest him in the least; the streets of Athens were his haunt, he said, and neither trees nor stones had anything to teach him” – (fr:527) [La natura non lo interessava minimamente; diceva che le strade di Atene erano il suo ritrovo, e che né gli alberi né le pietre avevano nulla da insegnargli]. Al tempo stesso, come Pitagora, era un abile matematico e univa “an inclination for the conclusive deductions of mathematics with a strong attraction for the mystic” – (fr:532) [un’inclinazione per le deduzioni conclusive della matematica a una forte attrazione per il mistico]. Questa tensione tra rigore deduttivo e slancio mistico emerge nel Timeo, dove la cosmogonia platonica è “poetically very fine, but at the same time purely mystical” – (fr:533) [poeticamente assai bella, ma al contempo puramente mistica], priva di valore come scienza naturale. Il mondo vi appare creato da un dio perfetto, unico e sferico (fr:534), e la materia è composta da particelle corrispondenti ai cinque poligoni regolari: il fuoco ha forma di piramide, la terra di cubo, l’aria di ottaedro, l’acqua di icosaedro, il dodecaedro rappresenta i cieli (fr:535).
Proprio questa geometria atomica rappresenta un punto di svolta: mentre Democrito assumeva gli atomi come unica realtà, Platone colloca la vera esistenza nel mondo delle idee astratte, giudicando il sensibile un’immagine imperfetta dell’ideale divino (fr:537). Da ciò discende una gerarchia di perfezione: gli astri possiedono una vita animata superiore a quella dell’uomo (fr:539); il capo, organo dell’anima razionale, ha forma quasi sferica, e tronco e arti servono a impedirgli di rotolare per terra (fr:540). Nella parte bassa del corpo risiede l’anima mortale, con il diaframma a separare il cuore, sede del coraggio, dall’apparato digerente; il fegato ha il merito di produrre sogni premonitori (fr:541). Le piante nutrono l’uomo, e gli animali derivano da anime degenerate: prima le donne da uomini codardi, poi uccelli e quadrupedi da chi ha trascurato l’intelligenza, infine gli animali acquatici dalle anime più vili, “which may not even breathe pure air” – (fr:542) [che non possono nemmeno respirare aria pura]. Questa migrazione delle anime rimanda a Pitagora, così come la mistica dei numeri (fr:543).
Benché simili fantasie possano sembrare superflue, “they are, however, well worth noting, for their originator has exercised a rare and radical influence on human culture in its entirety and even, as we shall find later on, no small influence upon the development of biological science” – (fr:545) [sono tuttavia degne di nota, perché il loro ideatore ha esercitato un’influenza rara e radicale sull’intera cultura umana e, come vedremo in seguito, un’influenza non piccola sullo sviluppo della scienza biologica]. Il maggior contributo di Platone si colloca nella sfera del pensiero ideale puro (fr:547). Estendendo l’etica socratica, egli concepì leggi immutabili per l’attività intellettuale e sviluppò il mondo delle idee come realtà vera di cui i fenomeni naturali sono mere immagini (fr:550). Ogni cavallo individuale è un’immagine imperfetta dell’idea eterna e perfetta del cavallo; da questo ragionamento “Plato came to be the founder of the system of ideas, which has played an important part in biology; out of the idea horse in contradistinction to the individual has arisen the notion of species, and gradually likewise all higher systematical categories” – (fr:552) [Platone divenne il fondatore del sistema delle idee, che ha avuto una parte importante in biologia; dall’idea del cavallo in contrapposizione all’individuo è sorta la nozione di specie, e gradualmente anche tutte le categorie sistematiche superiori]. Da questa matrice platonica provengono le tavole di classificazione dicotomica di generi e specie (fr:554). Inoltre, da matematico, Platone cercò di rendere le sue inferenze conclusive: per la prima volta nella storia della scienza non si limitò ad asserire, ma fornì prove, benché basate sul ragionamento astratto (fr:555-556).
Proprio la dottrina delle idee, tuttavia, ebbe conseguenze negative per la biologia. L’affermazione del mondo ideale come vera essenza condusse a una sistematica sottovalutazione della natura e dei sensi. “Plato realized the relativity and limitation of observation through the senses, but not the arbitrariness to which abstract thinking may lead if it is not controlled by observations” – (fr:559) [Platone comprese la relatività e i limiti dell’osservazione sensibile, ma non l’arbitrarietà a cui il pensiero astratto può condurre se non è controllato dalle osservazioni]. Nel Timeo afferma esplicitamente che attraverso i sensi non si acquisisce vera conoscenza, ma solo “a pleasure to the eye suitable for a diversion” – (fr:560) [un piacere per l’occhio adatto a un divertimento], un’asserzione ripetuta da innumerevoli filosofi idealisti. Platone, massimo campione della filosofia idealistica, è così anche responsabile del disprezzo con cui questa corrente guardò alla filosofia naturale (fr:561). La storia mostra che “the more the idealistic philosophy governed man’s desire for knowledge, the greater became his indifference to the study of nature” – (fr:562) [quanto più la filosofia idealistica governava il desiderio di conoscenza dell’uomo, tanto maggiore diveniva la sua indifferenza per lo studio della natura]. L’idealismo filosofico si rivelò un antipodo della scienza naturale ancor più delle religioni tradizionali (fr:563).
Già mentre Platone era in vita, tuttavia, un suo discepolo dell’Accademia cominciò a scartarne le idee in punti essenziali: “This man was Aristotle, the greatest biologist of antiquity and one of the most many-sided natural philosophers of all time” – (fr:567) [Quest’uomo era Aristotele, il più grande biologo dell’antichità e uno dei filosofi naturali più versatili di tutti i tempi]. Nato a Stagira nel 384 a.C. da una famiglia di medici (il padre Nicomaco era medico di corte macedone), Aristotele trascorse l’infanzia in un ambiente cortigiano e semi-barbaro, che lo plasmò come “upholder of authority and conservatism” – (fr:572) [sostenitore dell’autorità e del conservatorismo]. Ricevette la prima educazione biologica e medica dai colleghi del padre (fr:574), poi a diciotto anni fu inviato all’Accademia di Platone, dove rimase vent’anni, iniziando presto a opporsi all’autorità del maestro (fr:575-576). Dopo la morte di Platone, non eletto a capo dell’Accademia, si ritirò in Asia Minore; in seguito divenne precettore di Alessandro Magno per tre anni (fr:579) e, tornato ad Atene, fondò il Liceo, dove teneva lezioni scientifiche al mattino e corsi più divulgativi la sera (fr:584-585). La sua produzione scritta fu immensa: logica, metafisica, arte, politica, psicologia e biologia (fr:586). Accusato di empietà dopo la morte di Alessandro, fuggì in Eubea dove morì nel 322 a.C. (fr:591-592).
Aristotele basa il suo sistema su Platone adottando la teoria delle idee, ma cerca di superare la separazione tra idee e cose collocando le idee non fuori ma dentro le cose stesse, e considerando la forma di ogni cosa come la sua vera realtà. “Form is the thing’s reality, matter is a potentiality, to which form gives reality. The bronze of which the statue is made is a potentiality; the form which the sculptor gives it makes of the statue a reality” – (fr:610-611) [La forma è la realtà della cosa, la materia è una potenzialità, a cui la forma dà realtà. Il bronzo di cui è fatta la statua è una potenzialità; la forma che lo scultore le conferisce fa della statua una realtà]. Questo schema viene esteso a tutta la natura: il seme è potenza da cui la pianta sviluppa la realtà; l’uovo e l’embrione sono potenza rispetto all’animale adulto. Si ottiene così una serie di stadi di sviluppo, dalla materia assolutamente informe fino all’animato in cui la forma domina la materia (fr:616). La forma negli esseri viventi è l’anima, che nelle piante è solo vegetativa, negli animali è anche sensitiva e nell’uomo diventa ragione cosciente (fr:617-618). Il moto è il mezzo con cui la forma esprime il suo dominio, e il moto circolare dei corpi celesti rappresenta la perfezione più alta, incapsulati in sfere trasparenti, mentre al di là di tutte sta il mondo della forma pura, Dio, origine di ogni movimento (fr:619-622). Ne deriva una natura teleologica: “everything that happens has an intellectual cause, and everything exists to serve a given purpose” – (fr:623) [tutto ciò che accade ha una causa intellettuale, e ogni cosa esiste per servire uno scopo dato]. Lo scopo è lo sviluppo di una forma superiore, un tendere verso un’esistenza intellettuale più elevata (fr:624).
Per la biologia, questa impostazione segna un progresso assoluto. “Here we find enunciated for the first time a really complete theory of evolution” – (fr:630) [Qui troviamo enunciata per la prima volta una teoria dell’evoluzione veramente completa]. Mentre per i vecchi filosofi naturali l’esistenza era un mutamento casuale di forme, per Aristotele esiste un’evoluzione coerente dal basso verso l’alto: un’idea che, sebbene basata su speculazione metafisica, si è rivelata fertile perché concorda con i fatti (fr:631-632). Egli indagò lo sviluppo animale dall’uovo all’adulto e raccolse tutte le conoscenze disponibili nelle sue opere biologiche: dieci libri Sulla storia degli animali, quattro Sulle parti degli animali, cinque Sulla riproduzione degli animali e tre Sull’anima (fr:635-636). L’imponente sintesi, come osservato da Burckhardt, mostra che “never before or since has a scheme been so completely carried out with a view to incorporating biology in one common science, while at the same time by personal observations and literary notes systematically building it up into one unit out of the phenomena” – (fr:638) [mai prima né dopo un progetto è stato realizzato così compiutamente allo scopo di incorporare la biologia in un’unica scienza comune, costruendola al contempo, mediante osservazioni personali e annotazioni letterarie, in un’unità coerente a partire dai fenomeni].
Aristotele fondò la logica formale e, coerentemente, pose le basi della classificazione biologica determinando le categorie del pensiero e subordinandole alle leggi da lui create (fr:639-640). La sua opera ha spianato la strada a una biologia basata su princìpi fissi e la sua influenza giunge fino a oggi, anche in espressioni terminologiche e nelle idee evoluzionistiche (fr:641-642). Tuttavia, il suo genio formale ebbe anche un lato oscuro: chi vedeva nella forma il contenuto vero dell’esistenza non poteva concepire un mondo infinito, ma solo un cosmo finito e sferico, e dichiarò che il proprio sistema avrebbe risolto ogni problema (fr:643-644). Per questo motivo affronta ogni questione, anche quelle che oggi farebbero sorridere, come il motivo per cui gli uomini diventano calvi e le donne no, o perché la scrofa partorisca molti maialini mentre la mucca un solo vitello (fr:646). Leggendo i suoi scritti si può avere l’impressione di un biologo dalla sensibilità quasi moderna, e subito dopo quella di un maestro di disputa scolastica medievale (fr:647).
Sul piano della classificazione animale, il suo contributo fu essenziale. “Animals may be characterized according to their way of living, their actions, their habits, and their bodily parts” – (fr:653) [Gli animali possono essere caratterizzati secondo il loro modo di vivere, le loro azioni, le loro abitudini e le loro parti corporee]. Su queste basi, li suddivide in animali terrestri e acquatici; “certain of the latter live entirely in the water — the fishes” – (fr:654) [alcuni di questi ultimi vivono interamente nell’acqua — i pesci], mentre “others live most of their time there, but breathe and breed outside it otters, beavers, crocodiles” – (fr:655) [altri vi trascorrono la maggior parte del tempo, ma respirano e si riproducono al di fuori di essa: lontre, castori, coccodrilli]. Così, pur tra la grandiosità di una sintesi cosmica e gli inevitabili limiti speculativi, Aristotele fissò i cardini di una scienza degli esseri viventi che avrebbe attraversato i secoli, testimoniando la tensione perenne tra l’astrazione ideale e l’osservazione della natura.
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5 Sviluppi del pensiero naturalistico dopo Aristotele: tra fedeltà e innovazione
Dopo Aristotele, la ricerca naturalistica si frammenta in specializzazioni e nuove correnti filosofiche, segnando il declino della scuola peripatetica e l’ascesa dell’atomismo come chiave di spiegazione del cosmo e della vita.
Il periodo successivo ad Aristotele è caratterizzato da una progressiva specializzazione del sapere scientifico, che portò a risultati significativi ma anche a un esaurimento della spinta intellettuale originaria. Come osserva il testo, “The exact sciences, again, were divided up more and more into special spheres and the research work carried out during the succeeding centuries gave substantial results, until here, too, the spiritual weariness from which that epoch suffered claimed its due” - (fr:741) [Le scienze esatte, d’altra parte, furono suddivise sempre più in ambiti specialistici e il lavoro di ricerca condotto nei secoli successivi diede risultati sostanziali, finché anche qui la stanchezza spirituale di cui quell’epoca soffriva reclamò il suo tributo]. È in questo contesto che si collocano i tentativi di spiegazione generale dei fenomeni naturali successivi al maestro.
Alla guida del Liceo dopo la fuga di Aristotele da Atene si pose Teofrasto, amico e seguace fedele fin dai tempi dell’Accademia platonica. Nonostante fosse solo dieci anni più giovane del maestro, lo sopravvisse a lungo, dirigendo la scuola con onore per oltre trent’anni. La sua opera scientifica si concentrò prevalentemente sulla botanica, disciplina nella quale produsse i suoi contributi più originali: “His two treatises on plants are to botany what Aristotle’s works were to zoology” - (fr:746) [I suoi due trattati sulle piante stanno alla botanica come le opere di Aristotele stanno alla zoologia]. Di notevole importanza è anche la sua opera di storico del pensiero filosofico, giacché “there is extant a ‘history of physics’ by him, which has always been the main source of our knowledge of the ideas of the ancient natural philosophers” - (fr:747) [esiste una sua “storia della fisica”, che è sempre stata la fonte principale della nostra conoscenza delle idee degli antichi filosofi naturali].
Una svolta decisiva rispetto all’ortodossia aristotelica fu impressa dal successore di Teofrasto, Strato di Lampsaco. Figura di pensatore indipendente, sviluppò la dottrina del maestro lungo linee completamente nuove. La sua originalità, nota oggi solo attraverso riferimenti indiretti, emerge con chiarezza nel rifiuto di un’intelligenza trascendente che governi l’universo: “In contrast to Aristotle he denied the existence of a dominant intelligence outside the universe; he imagined that the forces that govern the course of events dwell in things themselves and operate by natural necessity” - (fr:753) [In contrasto con Aristotele negò l’esistenza di un’intelligenza dominante al di fuori dell’universo; immaginò che le forze che governano il corso degli eventi risiedano nelle cose stesse e operino per necessità naturale]. Coerentemente, anche l’anima umana fu da lui concepita come una forza corporea, “a force inhabiting the body, expressing itself as motion, and having the brain for its organ” - (fr:754) [una forza che abita il corpo, che si esprime come movimento e che ha il cervello come suo organo]. I suoi numerosi scritti, oggi perduti, gli valsero il titolo di “il Fisico”. Dopo Strato, tuttavia, la scuola aristotelica perse progressivamente la sua centralità scientifica, ripiegando su indagini specialistiche di grammatica, letteratura ed etica, mentre “the keen interest in the natural sciences which the founder of the school had evoked disappeared entirely from their circle” - (fr:756) [il vivo interesse per le scienze naturali che il fondatore della scuola aveva suscitato scomparve interamente dalla loro cerchia].
Il vuoto lasciato dal Liceo nella speculazione sulla natura fu colmato da un’altra scuola di pensiero, che fece rivivere la teoria atomistica di Democrito. Questa corrente trovò la sua guida in Epicuro, il quale adottò l’atomismo senza svilupparlo ulteriormente in modo originale. Il suo sistema si fondava su una radicale opposizione alla teleologia aristotelica, affermando invece “that universal space is infinite, that bodies are composed of particles indivisible in themselves, whose motions are the cause of everything that happens and through whose alternate association and dissolution worlds arise and perish” - (fr:761) [che lo spazio universale è infinito, che i corpi sono composti di particelle in sé indivisibili, i cui movimenti sono la causa di tutto ciò che accade e attraverso la cui alterna associazione e dissoluzione i mondi sorgono e periscono]. L’aspetto più caratterizzante del pensiero epicureo, tuttavia, non risiedeva tanto nella coerenza teorica della fisica, quanto nella sua finalità pratica. La ricerca delle cause naturali era subordinata all’obiettivo di liberare l’uomo dalla superstizione: “The main thing was that one assume a natural explanation of the world and the universe; it mattered little what this explanation turned out to be like in detail if only man rid himself of the superstition which always accompanies a belief in supernatural powers” - (fr:766) [La cosa principale era che si assumesse una spiegazione naturale del mondo e dell’universo; poco importava come questa spiegazione risultasse in dettaglio, purché l’uomo si liberasse della superstizione che sempre accompagna la fede in poteri soprannaturali]. Questa posizione, che il testo definisce opportunisticamente mirata a creare un’esistenza piacevole, mostra il suo lato scientificamente debole nell’affermazione per cui “it might well be, he expressly assures us, that the moon borrows light from the sun, but it might equally well be self-illuminating” - (fr:765) [potrebbe ben essere, ci assicura espressamente, che la luna prenda in prestito la luce dal sole, ma potrebbe altrettanto bene essere auto-illuminante]. L’epicureismo conobbe un’ampia diffusione, ma la sua degenerazione a Roma, dove sotto l’Impero si ridusse a un culto sfrenato del piacere, ne compromise la reputazione.
Il più eminente espositore dell’atomismo epicureo fu il romano Tito Lucrezio Caro, la cui opera Sulla natura delle cose rappresenta la più dettagliata enunciazione antica di questa teoria e riveste un interesse biologico particolare. Vissuto in un’epoca di profonde lacerazioni politiche, Lucrezio se ne tenne apparentemente in disparte, dedicandosi interamente agli studi filosofici e letterari. Il testo riferisce la notizia, di fonte patristica, di un suo possibile suicidio, osservando che “in the deeply unhappy age in which he lived, this desperate way out of life was, as is well known, resorted to by many” - (fr:779) [nell’epoca profondamente infelice in cui visse, questa via d’uscita disperata dalla vita era, come è ben noto, praticata da molti]. La sua opera, pubblicata postuma e redatta in versi secondo il modello di Empedocle, è pervasa da una profonda fede nella missione liberatoria della filosofia, capace di opporsi alle tenebre della superstizione generate dal teismo tradizionale.
Sul piano cosmologico, Lucrezio accolse la teoria atomistica nella formulazione epicurea, ma il testo rileva una tensione: si afferma che “It can hardly be said that he contributed anything towards the development of the general principle of that theory” - (fr:786) [Difficilmente si può dire che abbia contribuito allo sviluppo del principio generale di quella teoria], salvo poi precisare che la sua concezione differisce da quella dei predecessori. L’originalità del meccanismo descritto consiste nell’idea che il moto degli atomi sia dovuto alla gravità, configurandosi come una caduta costante, ma che gli urti tra di essi siano causati da una deviazione dalla traiettoria perfettamente perpendicolare, una sorta di clinamen intrinseco alla loro caduta. L’aspetto più rilevante del pensiero lucreziano risiede tuttavia nel tentativo di applicare la teoria atomistica in modo dettagliato ai fenomeni della sensazione e ai processi dell’anima. Seguendo la tripartizione aristotelica, pur dissentendo radicalmente dalla sua dottrina della finalità, distingue animus, mens e anima, vale a dire spirito, intelletto e principio vitale, sebbene non mantenga questa distinzione in modo coerente. L’anima è per lui un organo materiale, “formed of extremely small atoms distributed throughout the body, very mobile, and therefore easily dispersed” - (fr:792) [formato da atomi estremamente piccoli distribuiti in tutto il corpo, molto mobili e quindi facilmente dispersi]. In questa concezione rigorosamente materialista e corporea dell’anima si condensa la distanza incolmabile che separa l’atomismo antico dalla psicologia aristotelica.
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6 Dalla decadenza alessandrina alla scienza pratica romana: l’eredità di Columella e Plinio
Il tramonto del Museo di Alessandria e l’affermazione di una cultura scientifica romana improntata all’utile, culminata nella monumentale Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, la cui opera compilativa segnò per quindici secoli il fondamento della storia naturale, mentre già nell’età imperiale si avvertivano i sintomi del declino intellettuale.
Il resoconto prende le mosse dal deterioramento culturale di Alessandria. Dopo i primi sovrani tolemaici illuminati, “the early enlightened Ptolemaic kings were succeeded by a line of degenerate scoundrels who neglected the interests of learning as they neglected all their other duties” – (fr:864) [ai primi illuminati sovrani tolemaici succedette una stirpe di degenerati furfanti che trascurarono gli interessi del sapere come tutti gli altri loro doveri]. Ciò “was naturally bound to prejudice science, and it was all the more disastrous as the cultural conditions in Alexandria became in time seriously impaired” – (fr:863) [era inevitabilmente destinato a danneggiare la scienza, e fu tanto più disastroso in quanto le condizioni culturali di Alessandria si degradarono col tempo gravemente]. Il Museo vide ridursi le sovvenzioni, e “the learned often fell victims to the tyrants’ whims” – (fr:865) [i dotti caddero spesso vittime dei capricci dei tiranni]. Alessandria divenne una città di provincia dell’Impero romano; il Museo sopravvisse, ma senza l’incoraggiamento dei regnanti indigeni, finché “it was eventually destroyed in a riot the Alexandrine mob was known – as the most unruly in the whole of the Roman Empire and in the end the extremely fanatical Christian Church in Egypt wiped out the last vestiges of pagan scholarship” – (fr:867) [fu infine distrutto in una sommossa – la plebaglia alessandrina era nota come la più turbolenta dell’intero Impero romano – e alla fine la Chiesa cristiana d’Egitto, estremamente fanatica, spazzò via le ultime vestigia della cultura pagana]. A Roma, che assunse il ruolo di Alessandria come capitale suprema, non sorse alcuna istituzione equivalente al Museo (fr:868). “It was not until a later epoch that the Roman people, with their decidedly practical mind, attained to the higher culture, and only in the juridical sphere did they make any independent contribution to the development of intellectual work; – otherwise they appropriated Greek culture, special branches of which they converted to various – mostly practical purposes.” – (fr:869) [Solo in un’epoca successiva il popolo romano, dalla mentalità spiccatamente pratica, giunse a una cultura superiore, e soltanto in ambito giuridico offrì un contributo autonomo allo sviluppo del lavoro intellettuale; per il resto si appropriò della cultura greca, convertendo rami specifici in scopi soprattutto pratici].
Emerge qui l’agricoltura come scienza applicata tipicamente romana. “In contrast to the Greeks they were agriculturists body and soul and early felt the need of having their experiences in this sphere collated and recorded.” – (fr:871) [A differenza dei Greci, erano agricoltori nell’anima e avvertirono presto il bisogno di raccogliere e registrare le proprie esperienze in questo campo]. Catone scrisse un trattato sull’agricoltura e dopo di lui si annoverano numerosi scrittori di materie agricole, tra cui spicca Columella (fr:872-873). Nato in Spagna all’inizio dell’era cristiana, Columella compose a Roma un trattato in dodici libri (fr:874). “Of biological interest is his account of domestic animals, their management and necessities of life, their races and areas of distribution.” – (fr:875) [Di interesse biologico è la sua trattazione degli animali domestici, del loro governo, delle necessità vitali, delle razze e delle aree di distribuzione]. Vi sono descritti tutti gli animali utili del tempo, api comprese, sebbene molte sezioni abbiano carattere prettamente economico (fr:876).
L’interesse per l’applicazione pratica della scienza è marcato anche in Plinio il Vecchio, “the most eminent of Rome’s natural philosophers and, next to Aristotle, the most influential of the biologists of classical antiquity” – (fr:878) [il più eminente filosofo naturale di Roma e, dopo Aristotele, il più influente biologo dell’antichità classica]. La sua Naturalis Historia, in trentasette libri, “has played an important part in the development of science; indeed, it may be said that even in our own day his influence has not entirely waned” – (fr:879) [ha svolto una funzione importante nello sviluppo della scienza; anzi, si può dire che ancora oggi la sua influenza non sia del tutto svanita]. La critica moderna, tuttavia, lo ha spesso giudicato con asprezza perché gli si è chiesto più di quanto intendesse offrire (fr:880). Lo si è tacciato di essere un compilatore senz’anima, “because, more honest than Aristotle, he always quotes his sources” – (fr:881) [perché, più onesto di Aristotele, cita sempre le fonti]; lo si è deriso per la superstizione con cui narra di animali meravigliosi di cui nessuno al suo tempo dubitava. Eppure il confronto con Aristotele è ingiustificato: “the aims and methods of the one were not those of the other” – (fr:882) [gli scopi e i metodi dell’uno non erano quelli dell’altro].
La biografia di Plinio conferma il suo profilo. Gaio Plinio Secondo nacque a Como nel 23 d.C. da famiglia di funzionari pubblici, ebbe un’educazione accurata a Roma, alternò servizio militare e amministrazione civile, comandò una divisione della flotta e perì nel 79 d.C. durante l’eruzione del Vesuvio, mentre si recava a studiare il fenomeno da vicino (fr:884-889). Uomo integerrimo, “brave, honest, and loyal” – (fr:890) [coraggioso, onesto e leale], dedicava ogni momento libero allo studio e alla scrittura, mostrando una capacità di lavoro inesauribile e una straordinaria erudizione (fr:891-892). Compose opere di scienza militare, retorica e linguistica, ma l’unica pervenutaci è la Naturalis Historia, “a veritable encyclopaedia covering the entire knowledge of nature at that time, including its application to medicine, technology, and economy” – (fr:895) [una vera enciclopedia che copriva l’intera conoscenza della natura del tempo, con le sue applicazioni alla medicina, alla tecnologia e all’economia]. I libri VIII-XI trattano degli animali, e note sparse compaiono altrove (fr:897).
Sul piano filosofico, Plinio era uno stoico (fr:898). Lo stoicismo, nato ad Atene ma fondato da pensatori semiti, “found its way to Rome, whose noblest men were attracted by its austere sense of duty and, as was the Roman habit, converted its system to practical uses” – (fr:900) [trovò la via di Roma, i cui uomini più nobili furono attratti dal suo severo senso del dovere e, com’era abitudine romana, ne convertirono il sistema a usi pratici]. Esso dava più peso a un concreto modo di vivere che alla speculazione sulla natura (fr:901), e le idee generali di Plinio sulla natura non sono altro che una compilazione di detti altrui: universo sferico aristotelico, quattro elementi, fuoco causa primaria e origine dell’anima, divinità che governa il mondo ma di cui è follia cercare l’essenza, e ancor più follia il politeismo (fr:902). Al contempo, “oracular utterances and prodigies, on the other hand, are recounted by the score and without any expression of doubt of their value” – (fr:903) [i responsi oracolari e i prodigi, d’altro canto, sono riportati a decine e senza la minima espressione di dubbio sul loro valore].
La sezione zoologica è trattata enciclopedicamente senza un ordine sistematico: si elencano gli animali più grandi e notevoli, descrivendone abitudini, utilità, danni, la prima esposizione a Roma e il rapporto con l’uomo (fr:905). “On the other hand, no attempt whatever is made to give a true description of their external and internal structure” – (fr:906) [Nessun tentativo, per contro, è compiuto di fornire una descrizione esatta della loro struttura esterna e interna]. Plinio raccoglie senza riserve tutte le meraviglie che trova negli autori precedenti, colmando l’opera di favole fantastiche (fr:907-908). Esemplare è la descrizione dell’elefante, il primo animale trattato: “Amongst land-animals the elephant is the largest and the one whose intelligence comes nearest that of man, for he understands the language of his country, obeys commands, has a memory for training, takes delight in love and honour, and also possesses a rare thing even amongst men honesty, self-control, and a sense of justice; he also worships stars and venerates the sun and moon.” – (fr:910) [Tra gli animali terrestri l’elefante è il più grande e quello la cui intelligenza più si avvicina a quella dell’uomo: comprende la lingua del suo paese, obbedisce ai comandi, ricorda l’ammaestramento, prova diletto nell’amore e nell’onore e possiede – cosa rara persino tra gli uomini – onestà, autocontrollo e senso di giustizia; venera inoltre gli astri e onora il sole e la luna]. Seguono notizie di branchi che al novilunio scendono al fiume Amilo per purificarsi, del rifiuto di imbarcarsi senza giuramento del capitano, della modestia negli accoppiamenti e della compassione verso gli animali più deboli (fr:911-914). Accanto a queste ingenuità, Plinio fornisce però osservazioni corrette sull’addomesticamento e dati di storia culturale sull’impiego degli elefanti e sulla loro prima esibizione a Roma (fr:914). Allo stesso modo, le notizie sugli animali domestici sono affidabili e quelle sull’allevamento bovino dell’epoca appaiono esatte (fr:916). La trattazione prosegue con vertebrati a sangue freddo, uccelli, pesci e insetti, verso i quali Plinio nutre una spiccata ammirazione per la perfezione dei loro minuscoli organismi, descrivendone i sistemi organici (fr:918-920). L’ape è illustrata con dovizia di dettagli etologici per lo più corretti, sebbene sfugga ancora il meccanismo riproduttivo (fr:921).
La parte anatomica segue lo stesso schema: ogni organo è considerato in relazione alle sue qualità e alla sua presenza nei vari animali. “Here we clearly find Aristotle to be the pattern and main source of information; but while the latter’s description of the organs is given with a view to tracing the connexion and origin of the forms, Pliny’s account still has the character of a work of reference, in which all the memoranda that he was able to collect out of his vast erudition are cited with no kind of theoretical purpose and without any deeper significance than the word that clothes them; for instance, the horn of the ox, of the horned snake, and of the snail are treated as all one.” – (fr:923) [Qui troviamo chiaramente Aristotele come modello e fonte principale; ma laddove la descrizione aristotelica degli organi mira a rintracciare connessioni e origine delle forme, il resoconto di Plinio conserva il carattere di un’opera di consultazione, in cui tutte le annotazioni che egli poté raccogliere grazie alla sua vasta erudizione sono citate senza alcuno scopo teorico e senza un significato più profondo delle parole che le rivestono; il corno del bue, del serpente cornuto e della lumaca, per esempio, sono trattati come un’unica cosa]. Plinio ha così conservato per i posteri una miniera di appunti anatomici dall’antichità, ma annota anche prodigi senza accennare a possibili frodi sacerdotali (fr:924). La sezione zoologica si chiude con una massa di informazioni sull’uso medicinale di animali o loro parti (fr:925).
Plinio dichiara di aver consultato duemila libri per comporre la sua opera, che rimane dall’inizio alla fine “a confused motley of notes” – (fr:926) [un confuso mosaico di annotazioni]. Questa erudizione enciclopedica, che impressionò le generazioni passate, oggi, in un’epoca in cui si rispetta solo la conoscenza di prima mano, può apparire misera (fr:927). Tuttavia Plinio è stato sottovalutato: “For fifteen hundred years his work was the main source of man’s knowledge of natural history, and when during the Renaissance a Gesner or an Aldrovandi revived the pursuit of zoological research, they at once began where Pliny had left off and carried on the work after his method.” – (fr:929) [Per quindici secoli la sua opera fu la fonte principale della conoscenza umana della storia naturale, e quando durante il Rinascimento un Gesner o un Aldrovandi ripresero la ricerca zoologica, iniziarono esattamente dove Plinio si era fermato, proseguendo il lavoro secondo il suo metodo]. La zoologia moderna, nello studio della fauna e della classificazione, prende le mosse da Plinio, così come l’anatomia comparata e la morfologia si fondano su Aristotele; i meriti dell’uno vanno riconosciuti quanto quelli dell’altro, pur appartenendo a campi di studio interamente diversi (fr:930).
L’ultima parte del testo introduce la questione del declino della scienza antica. Si osserva che la scienza naturale raggiunse l’apice con Aristotele e progredì solo nei dettagli, mentre Roma conquistava e amministrava il mondo civile in un’epoca che avrebbe dovuto favorire il lavoro intellettuale (fr:931-932). La pace universale dei primi due secoli dell’era cristiana, senza precedenti, e la prosperità testimoniano dalle rovine, accompagnarono non un fiorire ma il declino di tutta la cultura antica (fr:933-935). Le migliori menti ne furono consapevoli: Plinio ripete che l’umanità è corrotta e la sua epoca peggiore del passato, attribuendo la causa alla crescente corruzione morale (fr:936-938). Il testo conclude però che “moral corruption is always a symptom and not a cause of cultural decadence” – (fr:939) [la corruzione morale è sempre un sintomo, non una causa della decadenza culturale], lasciando aperta la vera ragione del declino.
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7 Il declino della biologia antica e la trasmissione del sapere attraverso la cultura araba
Il testo ripercorre il processo di dissoluzione interna della scienza naturale antica, il collasso esterno dell’Impero Romano, la fioritura della scienza araba come ponte tra antichità e Medioevo cristiano, e le figure speculative che, pur in un’epoca di decadenza, prepararono il terreno a concezioni più moderne della natura.
Il resoconto prende avvio dalla fine del pensiero biologico classico. Già prima del trionfo del cristianesimo, i neo-platonici rappresentano una concezione puramente medievale, un esempio “of the incorrectness of the frequent assertion that the Christian Church after its victory eradicated the culture of antiquity” – (fr:1034) [dell’inesattezza della frequente affermazione che la Chiesa cristiana, dopo la sua vittoria, abbia sradicato la cultura dell’antichità]. L’interesse per i fenomeni naturali, un tempo vivissimo, “had now entirely disappeared” – (fr:1036) [era ormai del tutto scomparso]. Ciò che restava dello spirito di ricerca “turned to idealistic philosophy, Plato’s creation, which was further developed by thinkers who adopted his name and made his theory of ideas their starting-point, proceeding thence in a curious direction, at the same time speculative and full of religious mysticism” – (fr:1037) [si volse alla filosofia idealistica, creazione di Platone, ulteriormente sviluppata da pensatori che ne adottarono il nome e fecero della teoria delle idee il loro punto di partenza, procedendo in una direzione curiosa, al tempo stesso speculativa e carica di misticismo religioso]. L’opposizione al mondo antico è totale: “Plotinus, was ashamed of possessing a body, while its last great thinker, Proclus (411-485), lived as a hermit; he dwelt in a cave, avoided wine, meat, and women, and saw visions of supernatural things” – (fr:1039) [Plotino provava vergogna di possedere un corpo, mentre l’ultimo grande pensatore della scuola, Proclo (411-485), visse da eremita; dimorava in una grotta, evitava vino, carne e donne e aveva visioni di cose soprannaturali]. Essere innalzati al soprasensibile attraverso l’estasi era per i neo-platonici “not only the whole object of life, but also the very foundation of science” – (fr:1040) [non solo l’intero scopo della vita, ma anche il fondamento stesso della scienza]. Tuttavia, nell’ambito speculativo questa scuola seppe discutere l’idea di infinito come nessun predecessore: per gli antichi atomisti l’infinito era solo un’estensione illimitata, “akin to the custom of children and wild men, who when they are weary of counting, call the remainder ‘much’ or ‘many’” – (fr:1042) [simile all’abitudine dei bambini e dei selvaggi che, quando sono stanchi di contare, chiamano il resto ‘molto’ o ‘tanti’]; per i neo-platonici, invece, l’infinito “was equivalent to the inexpressible and the unknowable, that which exceeds all limitations and measures” – (fr:1043) [era equivalente all’inesprimibile e all’inconoscibile, ciò che supera ogni limite e misura]. Benché il tentativo di raggiungerlo per via estatica fosse privo di valore scientifico, “there was nevertheless an indisputable truth to be gained as a result of their endeavours, seeing that the impotence of the power of knowledge in face of the infinite was established once and for all” – (fr:1044) [si guadagnò comunque una verità indiscutibile, poiché l’impotenza della conoscenza di fronte all’infinito fu stabilita una volta per tutte]. Il lavoro scientifico moderno poggia proprio su “the realization of the limitation of knowledge in face of the infinity of existence” – (fr:1045) [la consapevolezza del limite della conoscenza di fronte all’infinità dell’esistenza].
Queste idee avrebbero potuto svilupparsi in circostanze più felici, ma “as a result of the fall of the Roman Empire the external, purely material preconditions for the continuance of scientific research and for the progress of culture in general no longer existed” – (fr:1048) [in seguito alla caduta dell’Impero Romano cessarono di esistere le precondizioni esterne, puramente materiali, per la prosecuzione della ricerca scientifica e per il progresso della cultura in generale]. Con l’invasione germanica “a state of dire distress, economic, political, and moral, ensued” – (fr:1050) [seguì uno stato di gravissima miseria economica, politica e morale], e i nuovi regni barbarici ebbero enorme difficoltà a stabilizzarsi. Tuttavia, “the inhabitants of western Europe gradually co-operated in reviving culture on a national basis” – (fr:1052) [gli abitanti dell’Europa occidentale cooperarono gradualmente per far rivivere la cultura su base nazionale]. L’Irlanda, rifugio di molti fuggiaschi dalla Gallia, divenne nei secoli VI e VII “the foremost upholder of the classical tradition and one of the starting-points for the future progress of civilization” – (fr:1054) [la principale custode della tradizione classica e uno dei punti di partenza del futuro progresso civile].
Il testimone passò quindi agli Arabi, la cui conquista portò in pochi decenni sotto il loro dominio le antiche civiltà orientali. Essi, “intelligent and susceptible to cultural influence” – (fr:1061) [intelligenti e sensibili all’influenza culturale], colsero gli elementi della cultura del tempo con rapidità straordinaria. La loro scienza si basava sul sapere greco veicolato dalle traduzioni siriache e persiane, e lo svilupparono “creating a science representing at the same time a direct continuation of the Greek and a reconstruction of it to suit the conditions which the peculiar Arabian view of the world required” – (fr:1066) [creando una scienza che rappresentava al tempo stesso una diretta continuazione di quella greca e una sua ricostruzione adatta alle condizioni imposte dalla peculiare visione araba del mondo]. Per timore dell’ortodossia islamica, che considerava il Corano fonte di ogni sapere, gli scienziati “preferred to give their works – even the most independent – the appearance of commentaries on the writings of some famous scientist of antiquity” – (fr:1068) [preferivano dare alle loro opere, anche le più indipendenti, l’apparenza di commentari agli scritti di qualche famoso scienziato dell’antichità]. In filosofia e scienza naturale l’autorità era Aristotele, in medicina Galeno, che fungevano da schermo protettivo.
L’apporto più notevole della scienza araba fu l’introduzione del metodo sperimentale. “Chemistry, indeed, is experimental science above all others, and with it experimenting as a scientific method was introduced and developed by the Arabs” – (fr:1072) [La chimica è infatti la scienza sperimentale per eccellenza, e con essa la sperimentazione come metodo scientifico fu introdotta e sviluppata dagli Arabi]. Tale contributo, da solo, “is such as to ensure to Arabic science a place of honour in the history of research” – (fr:1073) [basta ad assicurare alla scienza araba un posto d’onore nella storia della ricerca]. L’esperimento, in cui il ricercatore interviene sul corso degli eventi per ottenere risposte a domande specifiche, “was unknown to ancient research” – (fr:1074) [era sconosciuto alla ricerca antica]. Tuttavia, il metodo ha origini antiche nelle pratiche magiche popolari: “the enlightened scientists of antiquity refused to associate themselves with such magical preparations” – (fr:1079) [gli scienziati illuminati dell’antichità rifiutavano di associarsi a tali preparati magici], e fu solo con la decadenza della cultura antica che i metodi della magia popolare iniziarono a interessare gli spiriti indagatori. Non a caso la prima scienza sperimentale compare come alchimia, con i suoi scopi mistici quali la conversione dei metalli vili in preziosi e la scoperta di elisir di lunga vita e immortalità, “aims to which it adhered throughout the Middle Ages, even after its means and methods had become characterized, at least in certain features, by a fair measure of exactness” – (fr:1081) [scopi ai quali rimase fedele per tutto il Medioevo, anche dopo che i suoi mezzi e metodi ebbero acquisito, in alcuni aspetti, una discreta misura di esattezza].
Sul versante speculativo, i filosofi naturali arabi partivano da Aristotele e presentavano come commentari speculazioni spesso audaci. Vivevano senza incarichi ufficiali di insegnamento – “there were colleges only for students of the Koran” – (fr:1089) [c’erano collegi solo per studenti del Corano] – e la loro attività scientifica era un’occupazione privata, esercitata sotto la costante minaccia di persecuzioni e solo grazie al patronato di qualche principe amante della scienza. Due figure spiccano per l’influenza esercitata anche in Occidente. Avicenna (Abu Sina, 980-1037) fu medico, matematico, astronomo e filosofo, la cui fama in Oriente e in Occidente fu dovuta più “for his excellence of form – brilliant style and well-arranged grouping of his subject – than for any original ideas” – (fr:1106) [all’eccellenza della forma – stile brillante e ben organizzata disposizione della materia – che a idee originali]. La sua concezione della natura era governata dalla teoria delle cause finali di Aristotele e Galeno, e la sua anatomia si basava interamente su Galeno, anche perché “the Arabs were in fact even more afraid of dissecting human bodies than were the people of antiquity; it was forbidden in the Koran” – (fr:1104) [gli Arabi avevano in effetti ancor più paura degli antichi di sezionare corpi umani; era proibito dal Corano].
Ben più originale fu Averroè (Ibn-Rushd, 1126-1198), nato a Cordova, che subì la reazione religiosa fanatica, fu accusato di eresia e riabilitato poco prima della morte. Come filosofo naturale, Averroè seguì Aristotele ma “his standpoint is far more than that of his predecessors and even than that of any other mediaeval philosopher, independent of his model” – (fr:1114) [la sua posizione è molto più indipendente dal modello di quella dei suoi predecessori e persino di ogni altro filosofo medievale]. Studiò in particolare il rapporto tra potenza e atto: mentre per Aristotele il marmo è potenza che diventa atto nella statua, e il seme è potenza che diviene pianta, “Averroes argued in opposition to this view that nothing in nature is potential that does not exist in reality, in however undeveloped and therefore disguised a form it may be; the plant already exists in the seed, in however undeveloped a state, just like the animal in the embryo” – (fr:1118) [Averroè argomentò contro questa visione che nulla in natura è potenziale che non esista già in realtà, per quanto in forma non sviluppata e quindi mascherata; la pianta esiste già nel seme, per quanto in uno stato non sviluppato, così come l’animale nell’embrione]. Con questa speculazione, “Averroes has carried science a long step nearer the present-day conception of natural evolution; Aristotle’s purely abstract idea of potentiality is here replaced by something which approaches far nearer to our idea of energy” – (fr:1120) [Averroè ha portato la scienza un lungo passo più vicino alla concezione moderna dell’evoluzione naturale; l’idea puramente astratta di potenza di Aristotele è qui sostituita da qualcosa che si avvicina molto di più alla nostra idea di energia]. Egli fu “the last great Arabic philosopher and the greatest natural philosopher of the Middle Ages; if anyone is worthy to be called the Aristotle of the Middle Ages, it is he” – (fr:1121) [l’ultimo grande filosofo arabo e il più grande filosofo naturale del Medioevo; se qualcuno è degno di essere chiamato l’Aristotele del Medioevo, questi è lui]. Tuttavia, dopo la sua morte la scienza araba soccombette all’intolleranza religiosa, e gli scolastici cristiani videro in lui solo l’interprete di Aristotele, incapaci di cogliere il suo avanzamento verso una concezione più realistica della natura.
La letteratura araba produsse anche opere zoologiche descrittive. Abdallatif (1162-1231) scrisse un resoconto degli animali d’Egitto basato su osservazioni personali, descrivendo tra l’altro l’ippopotamo e il coccodrillo e l’incubazione artificiale delle uova di gallina. Un altro autore, Sakarja ben Muhammed detto el Kasvini (XIII secolo), nella sua opera monumentale The Wonders of Nature descrisse numerosi animali tropicali sconosciuti agli antichi, come l’orangutan, il cane volante e il dugongo, e formulò una teoria curiosa sui fossili: “he believes that they have been petrified by steam arising out of the ground on which they stood” – (fr:1136) [egli crede che siano stati pietrificati dal vapore che saliva dal suolo su cui si trovavano]. Tuttavia, il servizio più profondo reso dagli Arabi all’Occidente fu “having preserved and developed the remains of ancient culture at a period when the West was incapacitated from preserving the inheritance which nevertheless most directly devolved upon its peoples” – (fr:1138) [aver conservato e sviluppato i resti della cultura antica in un periodo in cui l’Occidente era incapace di conservare l’eredità che pure spettava più direttamente ai suoi popoli]. Attraverso i filosofi arabi, gli scarsi eruditi occidentali dell’alto Medioevo acquisirono la conoscenza della cultura classica; Aristotele, ad esempio, fu a lungo letto nelle università medievali in versioni latine di traduzioni arabe, e i commentatori arabi come Avicenna e Averroè furono “the first to act as guides to an understanding of the treatises on nature and to help Europeans to penetrate that world of phenomena whose existence they had entirely forgotten” – (fr:1139) [i primi a fungere da guida per comprendere i trattati sulla natura e ad aiutare gli europei a penetrare quel mondo di fenomeni di cui avevano del tutto dimenticato l’esistenza]. Così, “thanks to Arabian science, the so-called dark centuries of the Middle Ages were at any rate culturally fruitful, and when oriental science, after flourishing for a brief period, died out, the people of the West had already laid the foundations of an entirely new cultural development” – (fr:1140) [grazie alla scienza araba, i cosiddetti secoli bui del Medioevo furono comunque culturalmente fecondi, e quando la scienza orientale si spense dopo un breve periodo di fioritura, i popoli dell’Occidente avevano già gettato le fondamenta di uno sviluppo culturale completamente nuovo].
La dissoluzione del mondo antico ebbe un primo riscontro politico nella divisione dell’Impero nel 395, che separò una metà occidentale da una metà orientale. In quest’ultima, “the old imperial constitution was still to survive for over a thousand years, maintained in power through the people’s being so long accustomed to a despotic form of government, and upheld by an intimate connexion with the strangely established Greek Oriental Church” – (fr:1144) [la vecchia costituzione imperiale sopravvisse ancora per più di mille anni, mantenuta al potere dalla lunga abitudine della popolazione a una forma dispotica di governo e sostenuta da un intimo legame con la singolare Chiesa greco-orientale]. È su questo sfondo che si apre il successivo capitolo della biologia nel Medioevo cristiano.
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8 Cultura bizantina e radici medievali della biologia
La civiltà bizantina mantenne viva la letteratura antica, mentre l’Occidente medievale, tra dissoluzione e rigida ortodossia ecclesiastica, accumulò le condizioni che avrebbero reso possibile la rinascita del pensiero scientifico.
La cultura bizantina, erede diretta del mondo classico in Oriente, si espresse prevalentemente in greco e seppe opporre una straordinaria resistenza alle pressioni esterne: “Greek was the prevailing language here and the medium for a peculiar form of culture, the Byzantine, which displayed extraordinary qualities of resistance to the pressure of hostile forces: the Mohammedans in the East, wild hordes of migratory peoples from the north and ‘Latins’ […] in the West.” – (fr:1145) [Il greco era qui la lingua dominante e il veicolo di una forma peculiare di cultura, quella bizantina, che mostrò straordinarie capacità di resistenza alla pressione delle forze ostili: i maomettani a oriente, le orde selvagge di popoli migratori dal nord e i “Latini” a occidente.]. Questa lotta costante per la supremazia culturale generò un “strict conservatism” (fr:1146) [rigido conservatorismo], sicché il valore della civiltà di Bisanzio risiedette più nella conservazione del patrimonio letterario antico che in un’autonoma produzione creativa. Gli studi nella capitale dell’Impero, dotata di biblioteche preziose e di istituti educativi complessi, vertevano su “theological subtleties, the amplification of ancient authors, and the compilation of histories” (fr:1147) [sottigliezze teologiche, amplificazioni degli autori antichi e compilazioni storiche]; i dotti costantinopolitani “cared little for natural science” (fr:1148) [tenevano in scarsa considerazione la scienza naturale]. I medici bizantini, invece, “were famed for their great ability; they honourably upheld the best traditions of the medical science of antiquity” (fr:1149) [erano celebri per la loro grande abilità e mantennero onorevolmente le migliori tradizioni della scienza medica antica], sebbene la loro formazione fosse “entirely practical” (fr:1150) [interamente pratica] e dessero pochissimo impulso a rami teorici come anatomia e fisiologia. L’opera medica principale dell’epoca, redatta da Paolo di Egina nel VII secolo, “deals only with practical medicine; its surgical section is celebrated for its excellence and has had great influence on the medical science of both Arabia and the Occident” (fr:1152) [tratta solo di medicina pratica; la sua sezione chirurgica è celebrata per l’eccellenza ed esercitò una grande influenza sulla scienza medica araba e occidentale]. Questo mondo bizantino, prima di soccombere ai Turchi, ebbe il tempo di esercitare sull’Occidente un influsso notevole, “especially by spreading a wider knowledge of classical Greek literature and thereby paving the way for the great cultural regeneration of the Renaissance” (fr:1153) [soprattutto diffondendo una conoscenza più ampia della letteratura greca classica e spianando così la via alla grande rinascita culturale del Rinascimento].
A occidente, l’Impero romano subì una sorte diversa: “fell a prey to hordes of migratory peoples and was dissolved by them into a number of minor states with constantly changing frontiers and unsettled internal conditions” (fr:1154) [cadde preda delle orde di popoli migratori e fu da essi dissolto in una pluralità di piccoli Stati, dalle frontiere instabili e con condizioni interne precarie]. Solo il regno dei Franchi conobbe uno sviluppo compiuto e, sotto Carlo Magno, giunse a comprendere gran parte del territorio romano occidentale. Durante i secoli delle migrazioni “both material prosperity and intellectual culture in the western Roman countries were destroyed” (fr:1157) [andarono distrutte sia la prosperità materiale sia la cultura intellettuale nelle regioni romane occidentali]. Gli ultimi resti della cultura classica “found a refuge in Ireland; there in the sixth and seventh centuries were read and copied not only Latin, but Greek authors, and thence culture spread to England” (fr:1158) [trovarono rifugio in Irlanda, dove nel VI e VII secolo furono letti e copiati autori non solo latini ma anche greci, e di là la cultura si diffuse in Inghilterra]. Dopo la morte di Carlo Magno, una nuova invasione barbarica da parte dei Danesi “destroyed culture exactly where it had hitherto been most highly developed — in Ireland, England, and France” (fr:1160) [annientò la cultura proprio là dove fino ad allora era stata più sviluppata, in Irlanda, Inghilterra e Francia]. Il periodo più decadente del Medioevo si colloca fra IX e X secolo, proprio quando la cultura araba conobbe il suo massimo fulgore (fr:1161). L’unica forza capace di tenere insieme gli uomini fu la Chiesa cattolica: “it gave consolation and support in time of trial and was able to induce minds broken down by misfortune to strive after ideals” (fr:1162) [offriva consolazione e sostegno nella prova ed era in grado di indurre le menti prostrate dalla sventura a tendere verso ideali]. Essa prese il posto dell’Impero come potenza culturale unificatrice, ma al tempo stesso impose limiti rigidi allo sviluppo: “it demanded absolute subjection, to the extent that not only did religious sentiment have to choose the paths the Church prescribed, but even the human intelligence had to adhere to its dogmas and doctrines as proved truths” (fr:1164) [esigeva una sottomissione assoluta, al punto che non solo il sentimento religioso doveva seguire i percorsi indicati dalla Chiesa, ma anche l’intelligenza umana doveva aderire ai suoi dogmi e alle sue dottrine come verità dimostrate]. Per secoli, preti e monaci lessero i Padri della Chiesa senza aggiungere nulla di nuovo; soltanto nella seconda metà dell’XI secolo emerse il primo teologo medievale indipendente, Anselmo di Canterbury (fr:1165-1166).
In seguito, una corrente più liberale prese a ispirarsi agli scarsi resti della letteratura classica reperibili nelle biblioteche monastiche. Nel corso del XII secolo le idee di Abelardo e dei suoi discepoli, rafforzate dal contatto con la scienza araba veicolato dai dotti che avevano studiato in Spagna e dai crociati, “won widespread acceptance, in spite of strenuous opposition on the part of the Church” (fr:1168) [ottennero ampia accettazione, nonostante la strenua opposizione della Chiesa]. Così l’Occidente tornò a conoscere Platone, Aristotele, Ippocrate e Galeno, insieme ai loro commentatori arabi. Fu proprio allo scopo di studiare queste fonti che nel XII secolo nacque un nuovo tipo di istituzione educativa, “namely, the university” (fr:1170) [cioè l’università]. L’antichità non aveva conosciuto nulla di simile, perché le università poggiavano su una base ecclesiastica (fr:1171). Carlo Magno aveva fondato scuole cattedrali presso le chiese metropolitane; con l’aumentare degli studenti, i maestri si associarono in corporazioni, formando una universitas magistrorum con un rettore e un ampio corpo studentesco suddiviso per nationes (fr:1173-1174). L’istruzione avveniva tramite lezioni cattedratiche, mutuate dal sermone ecclesiastico; la moltiplicazione delle materie portò alla specializzazione in facoltà, assetto che nelle sue linee fondamentali giunge fino a oggi (fr:1175-1176). Questo sistema comportò anche una “democratization of science, of which classical antiquity had no counterpart” (fr:1177) [democratizzazione della scienza, senza riscontro nell’antichità classica]: mentre i più grandi maestri antichi contavano poche decine o centinaia di allievi, le grandi università medievali – Parigi, Oxford, Lipsia – accoglievano migliaia e addirittura decine di migliaia di studenti (fr:1178). L’istruzione di massa e l’autogoverno portarono però anche pericoli: “reactionary intellectual movements, equally with earnest strivings after knowledge, might, and in fact did at times, gain the mastery at the mediaeval universities” (fr:1179) [movimenti intellettuali reazionari, al pari degli sforzi sinceri verso il sapere, potevano, e di fatto talvolta riuscirono, a impadronirsi delle università medievali].
La scienza insegnata nelle scuole e nelle università medievali – la scolastica – era governata dalla dottrina ecclesiastica (fr:1180). I movimenti ereticali non si fondavano, come avviene oggi, sulla scienza naturale, ma su un terreno puramente speculativo. Nel corso del XIII secolo, mentre si diffondeva nei centri di studio una conoscenza più diretta di Aristotele a partire dall’originale greco e non solo tramite le traduzioni arabe (fr:1183), i teologi di orientamento alto-ecclesiastico si accorsero di avere nel filosofo un alleato formidabile. “Aristotle’s conception of the earth as the centre of the universe and yet as the home of all imperfection in contrast to the perfect heaven might very well be adapted to the Church’s doctrine of sin and salvation” (fr:1185) [La concezione aristotelica della terra come centro dell’universo eppure dimora di ogni imperfezione, in contrasto con la perfezione dei cieli, poteva adattarsi benissimo alla dottrina ecclesiastica del peccato e della salvezza.], e il suo “strictly formalistic cosmic system and mode of thought, with its dominating intelligence and its denial of any material causality, was, like his conservative and authoritative view of human life, well suited to form a scientific basis for the hierarchical aims of the papal power” (fr:1186) [sistema cosmico e modo di pensare rigidamente formalistici, con la loro intelligenza dominante e la negazione di ogni causalità materiale, erano, al pari della sua concezione conservatrice e autoritaria della vita umana, ben adatti a fornire una base scientifica alle mire gerarchiche del papato]. Su iniziativa di Tommaso d’Aquino, canonizzato, venne creato nel Duecento un sistema di pensiero che la Chiesa avrebbe poi sempre ritenuto l’unico vero (fr:1188). Esso suddivideva l’esistenza in tre «regni»: “nature, grace, and blessedness. In the first dwell all men; the two latter are attainable only by members of the Church” (fr:1189-1190) [natura, grazia e beatitudine. Nel primo dimorano tutti gli uomini; i due successivi sono accessibili solo ai membri della Chiesa]. La conoscenza della natura può quindi essere acquisita anche dai pagani, e nessun pagano ebbe mai una penetrazione più profonda di Aristotele in questo campo (fr:1191); il ricercatore cristiano può perciò affidarsi tranquillamente alla sua spiegazione e non deve dedicarvisi troppo, essendo aperti a lui i regni della grazia e della beatitudine (fr:1192). Di conseguenza, i pensatori medievali “devoted but little attention to natural-scientific research; they contented themselves with the writings of Aristotle, which were closely commented upon, even down to the smallest detail, without any effort’s being made to develop their subject-matter by actual investigation” (fr:1193) [dedicarono ben poca attenzione alla ricerca scientifica sulla natura; si accontentarono degli scritti di Aristotele, commentati minuziosamente, senza che fosse fatto alcuno sforzo di sviluppare la materia attraverso un’indagine reale]. Emblematica è la storiella degli ecclesiastici che discutevano su quanti denti dovesse avere un cavallo secondo Aristotele, senza guardare in bocca a un cavallo vivo (fr:1194).
In questo quadro non vi sono veri e propri scritti biologici dell’alto Medioevo (fr:1197). Il Physiologus, raccolta di racconti edificanti sul mondo animale destinati a fornire esempi per i sermoni, “had a surprisingly wide circulation; it was translated into Ethiopian, Icelandic, and most languages existing between these borderlands of Christian culture” (fr:1200) [ebbe una diffusione sorprendentemente ampia; fu tradotto in etiopico, islandese e nella maggior parte delle lingue comprese tra questi confini della cultura cristiana]. Ben diverso è il caso della monaca Ildegarda di Bingen, la cui Physica (circa 1150) “contains notes on animals, plants, and stones and on the benefit that man can derive from them. It is entirely popular in style and without any pretension to learning” (fr:1204-1205) [contiene annotazioni su animali, piante e pietre e sul beneficio che l’uomo può trarne. È del tutto popolare nello stile e senza alcuna pretesa di erudizione], offrendoci un campione delle idee del tempo. Di altro stampo fu l’imperatore Federico II di Svevia, “Italian in his upbringing, half oriental in his habits and mode of thinking” (fr:1207) [italiano nell’educazione, semi-orientale negli abiti e nel modo di pensare]; riunì intorno a sé dotti d’Oriente e d’Occidente, fece tradurre Aristotele dal greco in latino e fondò a Salerno una scuola medica “where for the first time since Alexandrine days human bodies were dissected” (fr:1209) [dove per la prima volta dai tempi alessandrini furono dissezionati corpi umani]. Nel suo libro sulla falconeria, “he gives an account of the anatomy of birds, in which he not only displays a knowledge of Aristotle’s anatomical writings, but is also able to point out inaccuracies in his statements; further, he describes the habits of various birds, the movements of migratory birds, etc.” (fr:1211) [fornisce un resoconto dell’anatomia degli uccelli, nel quale non solo mostra di conoscere gli scritti anatomici aristotelici, ma è anche in grado di segnalarne imprecisioni; descrive inoltre le abitudini di vari uccelli, i movimenti migratori ecc.]. La reazione ecclesiastica dopo la sua morte cancellò gran parte di questi progressi e proibì nuovamente le dissezioni (fr:1212). La traduzione di Aristotele eseguita per suo ordine da Michele Scoto rimase tuttavia il fondamento degli studi scientifici del tardo Medioevo (fr:1213).
Nessuno scienziato del tardo Medioevo ebbe più lunga fama di Alberto Magno, il domenicano Alberto di Bollstadt. Egli credette che la sua missione fosse “to edit the writings of Aristotle — known by him only in the above-mentioned Latin translation — and to harmonize their results with the teaching of the Church” (fr:1218) [curare gli scritti di Aristotele – da lui conosciuti soltanto nella suddetta traduzione latina – e armonizzarne i risultati con l’insegnamento della Chiesa]. Come filosofo naturale fu soprattutto un chimico: “He was the first to produce arsenic in a free form and he made important discoveries in regard to particular combinations of metals; he also introduced into chemical terminology the word ‘affinity’ as denoting chemical relationship” (fr:1221) [Fu il primo a produrre arsenico in forma libera e fece scoperte importanti su particolari combinazioni di metalli; introdusse inoltre nella terminologia chimica la parola “affinità” per indicare la relazione chimica]. Come biologo, invece, seguì Aristotele anche negli errori, sostenendo che le arterie contengono aria e che il cervello è umido e freddo (fr:1222). Il suo maggior servizio fu “having directed the world’s attention to Aristotle’s conception of nature and thereby also indirectly evoking an interest in nature itself – an interest which the succeeding centuries were able to cherish and widen” (fr:1224) [aver richiamato l’attenzione del mondo sulla concezione aristotelica della natura e avere così, indirettamente, suscitato interesse per la natura stessa, un interesse che i secoli successivi poterono coltivare e ampliare]. Accanto a lui operarono altri compilatori: Tommaso di Cantimpré, che nel De naturis rerum intrecciava alle teorie classiche aneddoti morali su animali reali e immaginari (fr:1227-1228), e Vincenzo di Beauvais, il cui Speculum naturae attingeva da Aristotele, Plinio, Avicenna, dalla Bibbia e dai Padri (fr:1231). Tutte queste opere, sebbene talvolta disordinate, nutrirono il pensiero dei secoli successivi.
Già nel Duecento emersero però figure che prefiguravano la liberazione intellettuale. Il francescano Ruggero Bacone (1214-1294) “set himself up in determined opposition to the subtle mode of thinking of the schoolmen and urged that science should rather be based upon experience gained through observing natural phenomena” (fr:1242) [si oppose in modo risoluto al modo di pensare sottile degli scolastici e sostenne che la scienza dovesse piuttosto basarsi sull’esperienza acquisita osservando i fenomeni naturali]. La sua grandezza sta in queste idee generali, non in una singola scoperta epocale (fr:1240-1241). Tuttavia, l’emancipazione dalle autorità fu favorita più dalla conoscenza diretta della natura che dalle tesi di Bacone. Le crociate, i viaggi di Marco Polo nell’interno dell’Asia, le spedizioni portoghesi del Quattrocento e la scoperta dell’America fecero affluire una massa di materiale biologico nuovo, che non poteva più essere affrontato solo con lo studio di Aristotele; “it forced research rather to seek its own paths and research-workers to rely more upon themselves” (fr:1245) [costrinse la ricerca a cercare proprie strade e i ricercatori a fare più affidamento su se stessi]. La biologia dovette così abbandonare la pura compilazione letteraria e sviluppare le proprie osservazioni (fr:1246). Prima di farlo, però, dovette liberarsi dai vincoli che l’autorità ecclesiastica medievale aveva posto sulle attività intellettuali in generale, unendosi a quel grande movimento di affrancamento le cui fasi sono riassunte sotto il nome di Rinascimento (fr:1247).
Il Rinascimento mosse dall’Italia, dove il legame con l’antichità classica non si era mai del tutto interrotto e la scolastica medievale non aveva attecchito con la medesima intensità; “it was therefore natural that the cultural revival in that country should take the form of a close study of ancient literature” (fr:1253) [era perciò naturale che la rinascita culturale in quel paese assumesse la forma di uno studio approfondito della letteratura antica]. In un primo momento, l’interesse si rivolse agli scrittori romani, poi a quelli greci sconosciuti al Medioevo, offrendo “an entirely new and freer idea of existence” (fr:1253) [un’idea dell’esistenza completamente nuova e più libera]. Nel campo della scienza pura, tuttavia, la rivoluzione inizialmente fu meno radicale: gli umanisti trasferirono semplicemente sugli autori antichi quella fiducia nel valore assoluto della verità che gli scolastici avevano riservato alle formule della Chiesa. “the absolute value of truth, which the schoolmen ascribed to the formulas of the Church, the scientists of the Renaissance, the Humanists, made over to the writers of antiquity” (fr:1255) [il valore assoluto della verità che gli scolastici attribuivano alle formule della Chiesa, gli scienziati del Rinascimento, gli umanisti, lo trasferirono agli scrittori dell’antichità.] Su questo nuovo orizzonte si sarebbe innestato il progresso della conoscenza della natura vivente, preludio alla scienza moderna.
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9 Nuove idee cosmiche e nuovi metodi: dal Rinascimento alla scienza moderna
Il testo ripercorre il contributo di pensatori rinascimentali – Cusano, Copernico, Bruno, Bacone e Galileo – allo sgretolamento della cosmologia aristotelico-tolemaica e alla fondazione del metodo scientifico moderno, fino agli albori della ricerca biologica descrittiva.
Niccolò Cusano, cardinale e vescovo, unì all’attività ecclesiastica un’instancabile opera di pensiero che lo colloca, secondo l’autore, “in the first rank among the world’s pioneer spirits” – (fr:1272) [nel primo rango tra gli spiriti pionieristici del mondo]. I suoi scritti, per lo più teologici, toccano il problema del posto dell’uomo nell’esistenza; è qui che egli offre il contributo più importante (fr:1273). Dalle speculazioni mistiche neoplatoniche sull’infinito scaturiscono idee audaci sulla struttura dell’universo: Cusano nega la forma sferica finita sostenuta da Aristotele, perché “it would always be possible to conceive of something existing outside the sphere” – (fr:1275) [sarebbe sempre possibile concepire qualcosa che esiste al di fuori della sfera], mentre l’universo è “infinite; it exceeds all form and all limitations” – (fr:1276) [infinito; eccede ogni forma e ogni limite]. Di conseguenza il cosmo non ha centro: l’uomo sulla Terra si immagina al centro, ma crederebbe lo stesso se si trovasse sul Sole o su qualsiasi altra stella (fr:1277). Cusano sostiene così la relatività dell’osservazione mentale (fr:1278), conoscenza che deriva dalla sua “docta ignorantia” (sapiente ignoranza): la consapevolezza che tutti i contrasti e i mutamenti si assorbono in un massimo assoluto, infinito e imperscrutabile come Dio stesso (fr:1279). Aristotele, privo di questa docta ignorantia, credette in un mondo finito e in osservazioni mentali assolute (fr:1280). Sebbene Cusano impieghi il suo pensiero anche in sottigliezze teologiche ormai dimenticate, le sue idee sulla natura ne fanno “one of the pioneer thinkers of the beginning of the new era, half medieval mystic, half modern natural philosopher” – (fr:1281) [uno dei pensatori pionieri all’inizio della nuova era, per metà mistico medievale, per metà filosofo naturale moderno]. Le sue idee rivoluzionarie circolarono però in silenzio, protette dalla sua alta posizione ecclesiastica (fr:1283), mentre un secolo dopo le vedute di Copernico avrebbero attirato ben altra attenzione (fr:1284).
Niccolò Copernico, nato a Thorn nel 1473 e formatosi a Bologna, dedicò la vita a elaborare un sistema cosmico più conciliabile con le osservazioni dei moti celesti rispetto al modello aristotelico-tolemaico, le cui irregolarità non trovavano spiegazione soddisfacente (fr:1286-1287). La sua soluzione fu porre il Sole, e non la Terra, come centro immobile dell’universo, conservando per il resto l’impianto tradizionale: i pianeti ruotano in circoli e il tutto è racchiuso dalla sfera delle stelle fisse (fr:1288-1289). La teoria era in realtà meno sovvertitrice di quella di Cusano e non priva di precedenti antichi, ma attirò molto più scalpore proprio perché “entirely at variance with what everyone was accustomed to see happening daily before his very eyes” – (fr:1290) [completamente in contrasto con quanto ciascuno era abituato a vedere accadere quotidianamente sotto i propri occhi]. Copernico attese l’anno prima della morte per pubblicare la sua opera, che suscitò violenta opposizione religiosa; le prove a sostegno erano ancora piuttosto deboli (fr:1291-1292).
Poco dopo la sua morte nacque Giordano Bruno (Nola, 1548), che seppe conciliare le idee di Cusano e di Copernico fondando una teoria dell’universo “which in its essentials still holds good today” – (fr:1293) [che nei suoi elementi essenziali è valida ancora oggi]. Ex monaco, esule, perseguitato sia nel mondo cattolico sia in quelli protestanti, Bruno concluse la sua vicenda sul rogo dell’Inquisizione nel 1600 (fr:1295-1297). La sua dottrina partiva dalle speculazioni di Cusano sull’infinito, dalla teoria atomistica di Lucrezio e dal sistema copernicano (fr:1299). Con maggior vigore di Cusano, Bruno afferma la soggettività dell’osservazione: “when a man moves, the horizon goes with him” – (fr:1301) [quando un uomo si muove, l’orizzonte si muove con lui], sicché non esiste un centro universale assoluto. Luogo, movimento e tempo sono relativi e dipendono dalla posizione nello spazio da cui si osservano (fr:1303). Bruno nega l’esistenza di corpi assolutamente pesanti o leggeri e rifiuta l’idea che i pianeti siano incastonati in sfere; essi si muovono invece “freely and by internal force” – (fr:1304) [liberamente e per forza interna]. Anche la concezione aristotelica della materia come potenzialità è respinta: per Bruno la materia è “the essential in every thing, the ‘divine essence’ out of which all is evolved” – (fr:1305) [l’essenziale in ogni cosa, l’‘essenza divina’ da cui tutto si evolve]. La sua visione fonde atomismo e unità neoplatonica della materia in un insieme grandiosamente fantastico (fr:1306). Pur non toccando questioni strettamente biologiche, Bruno per la prima volta “worked out, or perhaps rather guessed, the cosmic theory which has since come to be held in modern natural research” – (fr:1308) [elaborò, o forse piuttosto intuì, la teoria cosmica che da allora è stata accolta dalla moderna ricerca naturalistica].
Se Bruno fu pioniere nella sfera cosmologica, Francesco Bacone (1561-1616) aprì la strada nell’ambito delle pure leggi del pensiero (fr:1310). Accomunato a Bruno dall’irrequieta ricerca del sapere tipica del Rinascimento, Bacone ebbe una carriera pubblica altalenante, culminata con la nomina a Lord Cancelliere e conclusa con una condanna per corruzione (fr:1315-1316). Fin dalla giovinezza progettò una riforma completa del sapere umano, l’Instauratio magna, che rimase frammentaria (fr:1317-1319). La sua fama riposa sul Novum Organum, esplicita sfida all’Organum aristotelico, dove, attraverso una raccolta di aforismi, Bacone critica spietatamente le illusioni in cui il pensiero umano è stato condotto dalla filosofia tradizionale, classificate in quattro categorie: “idols of the tribe” (idoli della tribù, le fallacie insite nella natura umana), “of the cave” (della caverna, la tendenza individuale a giudicare secondo il proprio io), “of the market-place” (del mercato, gli errori derivanti dall’influenza delle parole e della nomenclatura) e “of the theatre” (del teatro, indotti dal potere della tradizione e dei sistemi filosofici ricevuti) (fr:1322-1326). Mette in guardia dal considerare i fenomeni naturali come semplici costruzioni meccaniche: l’idea che le orbite celesti debbano essere circolari nasce proprio da questo errore (fr:1328-1331). Al sapere falso e artificiale Bacone oppone la vera conoscenza della natura, acquisita mediante osservazione ed esperimento: “Man overcomes nature by obeying her laws” – (fr:1334) [l’uomo vince la natura obbedendo alle sue leggi]. Il metodo scientifico autentico consiste nell’osservazione attenta delle peculiarità dell’esistenza e nella loro classificazione per giungere alle leggi generali (fr:1335). Tuttavia Bacone sopravvalutò la propria arte della deduzione schematica, applicandola in modi che condussero a pure assurdità, e la sua conoscenza della natura era limitata e prevenuta – ad esempio, avversò Copernico (fr:1339-1340). Non era matematico e non poté impiegare il ragionamento deduttivo di quella scienza (fr:1341). Ciononostante, rese un servizio imperituro come critico: combatté l’atteggiamento acritico e servile verso l’antichità, dichiarando gli antichi “really children in comparison with his own age” – (fr:1345) [davvero bambini al confronto della sua epoca], e insistette sull’esperienza come unica fonte di conoscenza (fr:1346). Le sue idee, benché espresse con goffaggine, esercitarono un’influenza durevole, tanto che il genetista Johannsen ha riconosciuto il suo debito verso l’Organum baconiano (fr:1347-1348).
Ciò che Bacone concepì teoricamente fu portato a concreta realizzazione, indipendentemente da lui, da Galileo Galilei (1564-1642), creatore della fisica e dell’astronomia moderne (fr:1350). Dopo i brillanti anni di insegnamento a Padova, Galileo costruì il telescopio e fece scoperte astronomiche in rapida successione: la forma globulare della Luna, i satelliti di Giove, le macchie solari, le fasi di Venere e Mercurio (fr:1354). Impossibile conciliare questi dati con il sistema aristotelico-tolemaico, perciò Galileo aderì presto alla concezione copernicana e bruniana (fr:1355). La sua fama lo portò a Firenze, ma anche sotto il pericoloso potere della Chiesa romana; processato dall’Inquisizione, fu costretto all’abiura dell’“errore copernicano” e visse in segregazione fino alla morte (fr:1357-1358).
L’importanza fondamentale di Galileo come filosofo naturale non sta solo nelle scoperte, ma nei princìpi che pose a fondamento della scienza moderna (fr:1359). Secondo Aristotele il firmamento, prossimo all’intelligenza divina, doveva essere immutabilmente regolare; Galileo vi scoprì invece innumerevoli irregolarità (fr:1362-1363). Al contempo, sperimentando su caduta libera, pendoli e piani inclinati, trovò nei moti terrestri regolarità matematiche esprimibili in teoremi euclidei (fr:1365). Fu proprio la combinazione di esperimento e calcolo matematico a creare, come egli stesso dichiarò, una scienza nuova (fr:1366). Al posto della “ragione guida” aristotelica, Galileo portò i fenomeni del moto sotto “one common law, which operates out of mathematical necessity” – (fr:1367) [una legge comune, che opera per necessità matematica]. Pur non arrivando alla gravitazione universale newtoniana, Galileo fissò il principio del trattamento scientifico dei fenomeni terrestri: “To measure what can be measured and to make measurable what cannot be measured” – (fr:1368) [Misurare ciò che è misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è]. Cercò una ragione meccanica per ogni evento, ritenendo inutile appellarsi a Dio come causa, poiché così si potrebbe attribuire qualsiasi cosa alla volontà divina senza vincoli di necessità (fr:1370). La scienza della natura deve confrontare le cose materiali tra loro, non con il soprannaturale, e riconoscere che la natura stessa è un miracolo benché i suoi fenomeni abbiano una spiegazione naturale (fr:1371). Galileo comprese che non serve indagare che cosa siano le forze della natura, ma come operino (fr:1373).
La rivoluzione galileiana non penetrò subito nelle menti; lo stesso Galileo cadde vittima non solo dell’intolleranza ecclesiastica ma anche del superstizioso rispetto rinascimentale per l’antichità e per Aristotele (fr:1375). Occorse un altro secolo perché l’aristotelismo fosse sradicato da ogni campo del sapere, opera che venne compiuta nel Seicento da pensatori sistematici come Descartes, Spinoza e Leibniz (fr:1376-1377).
L’ultima parte del brano introduce la ricerca biologica descrittiva del Rinascimento. Le prime attività in campo biologico furono puramente filologiche, secondo la tendenza generale dell’epoca: si pubblicarono nuove edizioni di Aristotele, Ippocrate, Galeno e altri filosofi naturali antichi, commentandone il linguaggio e tentando di spiegarne i contenuti (fr:1380-1381). Tuttavia, “the actual historical course of events compelled the learned world to carry out independent work in regard to natural objects as well” – (fr:1382) [l’effettivo corso storico degli eventi costrinse il mondo dotto a svolgere un lavoro indipendente anche riguardo agli oggetti naturali].
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10 La nascita della zoologia descrittiva tra Rinascimento e osservazione diretta
L’invenzione della stampa e le scoperte geografiche trasformarono la conoscenza della natura, spingendo i primi zoologi del Rinascimento a coniugare l’eredità aristotelica con l’osservazione diretta e l’uso sistematico dell’illustrazione scientifica.
La fauna e la flora dell’Europa centrale erano già imperfettamente note agli antichi filosofi, e le informazioni su molte specie richiedevano di essere integrate con innumerevoli fatti nuovi, frutto di un ampio lavoro di ricerca indipendente (“Even the fauna and flora of central Europe were very imperfectly known to the ancient philosophers, and the information regarding many of them needed supplementing with innumerable facts, which entailed much independent research work.” – fr:1383 [Persino la fauna e la flora dell’Europa centrale erano conosciute in modo molto imperfetto dagli antichi filosofi, e le informazioni su molte di esse avevano bisogno di essere integrate con innumerevoli fatti, il che comportava un grande lavoro di ricerca indipendente.]). Questa esigenza divenne ancora più pressante quando le grandi scoperte geografiche misero l’umanità a contatto con la natura completamente nuova e straordinariamente ricca dei tropici (“And this became all the more necessary when the great geographical discoveries acquainted mankind with the perfectly new and exceptionally rich nature of the tropics.” – fr:1384 [E ciò divenne tanto più necessario quando le grandi scoperte geografiche fecero conoscere all’umanità la natura perfettamente nuova ed eccezionalmente ricca dei tropici.]). A queste circostanze si aggiunse un fattore tecnico decisivo: la stampa e i metodi di riproduzione delle immagini – la xilografia e l’incisione su rame – resero per la prima volta possibile utilizzare l’illustrazione al servizio della letteratura scientifica, un mezzo di cui oggi possiamo apprezzare l’importanza solo immaginando quali sarebbero le conseguenze se la scienza moderna ne venisse privata (“Further, the methods — of reproducing pictures, discovered in connexion with book-printing — woodcuts and copperplate engraving now for the first time made it pos— sible to utilize the illustration in the service of scientific literature a means of extending human knowledge the importance of which can be appreciated only if we consider what it means in our own day and what would be the consequence if modern science were to be deprived of it.” – fr:1386 [Inoltre, i metodi di riproduzione delle immagini, scoperti in connessione con la stampa – xilografia e incisione su rame – resero ora per la prima volta possibile utilizzare l’illustrazione al servizio della letteratura scientifica, un mezzo per estendere la conoscenza umana la cui importanza può essere apprezzata solo se consideriamo cosa significa ai giorni nostri e quali sarebbero le conseguenze se la scienza moderna ne fosse privata.]). Ne derivò un’abbondante letteratura descrittiva, sia zoologica sia botanica, che grazie alla stampa raggiunse una diffusione impensabile per le opere biologiche dell’antichità.
In questo panorama, Edward Wotton rappresenta ancora il punto di vista della scienza medievale. La sua opera De differentiis animalium, redatta nell’arco di decenni, segue fedelmente Aristotele tanto nel metodo classificatorio quanto nell’anatomia: la divisione del regno animale è interamente aristotelica, tra animali sanguigni e non sanguigni, quadrupedi vivipari e ovipari, e così via. Tuttavia Wotton mostra un certo spirito critico verso i classici, rifiutando di accettare senza riserve la massa di animali favolosi da loro inventati, ma al tempo stesso non dice nulla sulle numerose nuove forme animali che gli esploratori del suo secolo portavano in patria e che suscitavano interesse generale tra i suoi contemporanei (“Nevertheless he criticizes his classical predecessors to the extent that he does not accept without reservation the masses of fabulous animals which they invent, but on the other hand he has nothing to say about the many new animal forms which the explorers in his own century brought home with them and which otherwise excited general interest among his contemporaries, both educated and uneducated.” – fr:1394 [Nondimeno egli critica i suoi predecessori classici nella misura in cui non accetta senza riserve la massa di animali favolosi che essi inventano, ma d’altra parte non ha nulla da dire sulle molte nuove forme animali che gli esploratori del suo secolo portarono con sé e che peraltro suscitarono interesse generale tra i suoi contemporanei, sia colti che incolti.]). La sua influenza fu comunque notevole, specialmente su colui che sarebbe diventato il più raffinato rappresentante zoologico del Rinascimento, Konrad Gesner.
Gesner, nato a Zurigo nel 1516 e morto di peste nel 1565, fu una figura di straordinaria energia e poliedricità. La sua Historia animalium in quattro volumi per un totale di circa 3500 pagine adotta sì i principi aristotelici nella ripartizione (quadrupedi vivipari e ovipari, uccelli, pesci, rettili e insetti), ma l’ordinamento interno è alfabetico, «allo scopo di facilitare l’uso dell’opera», sebbene le forme affini siano raggruppate sotto una stessa voce (“Animals are arranged alphabetically “in order to facilitate the use of the work,” though allied forms are grouped under one heading; all oxen under Bos, all apes under Sitnia, etc.” – fr:1410 [Gli animali sono disposti alfabeticamente “per facilitare l’uso dell’opera”, sebbene le forme affini siano raggruppate sotto un’unica voce; tutti i buoi sotto Bos, tutte le scimmie sotto Simia, ecc.]). Ogni animale è trattato in otto sezioni che ne coprono il nome nelle diverse lingue, l’habitat, l’anatomia, le funzioni naturali, le qualità dell’anima, l’utilità per l’uomo in generale, come cibo e a scopo medicinale, fino alle speculazioni poetiche e filosofiche. L’impianto è enciclopedico, più vicino a Plinio che ad Aristotele, e come in Plinio si cerca invano un’idea della connessione tra le forme viventi o un confronto sistematico di organi e funzioni. Tuttavia Gesner supera Plinio per conoscenze, avendo a disposizione – e padroneggiando – tutta la letteratura intermedia, e soprattutto perché registra i risultati delle proprie ricerche, studiando non solo i libri ma la vita. Il suo contributo più originale fu l’introduzione sistematica dell’illustrazione come ausilio per lo studio della biologia (“His most original contribution to science was his introduction of the illustration as an aid to the study of biology.” – fr:1419 [Il suo contributo più originale alla scienza fu l’introduzione dell’illustrazione come ausilio per lo studio della biologia.]): ogni descrizione doveva, per quanto possibile, essere accompagnata da un’immagine, e a tale scopo egli non badò a fatiche né a spese, collaborando con artisti eminenti; dichiarò persino che l’immagine del rinoceronte era opera nientemeno che di Albrecht Dürer (*“he himself declared that the picture of the rhinoceros was done by no less a person than Albrecht Diirer.” – fr:1421 [egli stesso dichiarò che l’immagine del rinoceronte fu realizzata da nientemeno che Albrecht Dürer.]).
Più giovane di Gesner e in parte suo allievo, Ulisse Aldrovandi ne emulò l’energia e la capacità di lavoro, riuscendo a produrre ancora di più grazie a una vita più lunga e a condizioni più favorevoli. La sua opera completa comprende quattordici grandi volumi in folio, ma solo i quattro sugli uccelli furono pubblicati da lui personalmente; i rimanenti, su altri gruppi animali, piante e pietre, furono editi dopo la sua morte e probabilmente sottoposti a radicali revisioni. Aldrovandi prese a modello proprio Gesner, ma il suo rapporto con il predecessore non è in tutto quello di un miglioratore: è meno critico e meno abile stilisticamente, ammassando nelle descrizioni materiali eterogenei. Buffon arrivò a dire che, estraendo tutto l’inutile e il falso, sarebbe rimasto appena un decimo dei suoi scritti (“one of his most eminent successors, BufFon, was moved to express the opinion that only one-tenth of the whole of Aldrovandi’s works would be left if one extracted all that was useless and untrue from his writings.” – fr:1438 [uno dei suoi più eminenti successori, Buffon, fu indotto a esprimere l’opinione che rimarrebbe soltanto un decimo dell’intera opera di Aldrovandi se si estraesse tutto ciò che era inutile e falso dai suoi scritti.]). D’altro canto, le sue illustrazioni e l’apparato tipografico sono migliori di quelli di Gesner, e sotto alcuni aspetti egli è più avanzato nella classificazione: gli uccelli sono ripartiti in gruppi come rapaci, gallinacei (caratterizzati come pulveratrices, cioè che fanno bagni di sabbia), colombi e passeri, uccelli canori, uccelli che si nutrono di bacche e insetti, e infine uccelli acquatici. Aldrovandi prestò attenzione anche all’anatomia, in particolare all’osteologia, e incluse un numero molto maggiore di forme esotiche e fino ad allora sconosciute. Un contemporaneo scrisse sotto il suo ritratto che, se non nell’aspetto, nel genio somigliava ad Aristotele: un’iperbole, ma la sua opera esercitò un’influenza potente fino a quando, nel Settecento, fu definitivamente superata da Buffon.
Accanto ai grandi compilatori fiorirono ricercatori che si dedicarono a singoli gruppi animali con taglio monografico. In queste monografie si osserva molto più chiaramente quell’attitudine all’osservazione indipendente e all’indagine diretta degli oggetti naturali che caratterizzò la scienza del Rinascimento (“In the best of these monographs there is really far more evidence of independence in research and originality of ideas than in the great collective works; in the former is best seen that power of independent observation and investigation of natural objects which was a feature of the science of the Renaissance.” – fr:1444 [Nelle migliori di queste monografie vi è in realtà molta più evidenza di indipendenza nella ricerca e originalità di idee che nelle grandi opere collettive; nelle prime si vede meglio quel potere di osservazione indipendente e di investigazione degli oggetti naturali che fu una caratteristica della scienza del Rinascimento.]).
Guillaume Rondelet, nato a Montpellier nel 1507 e professore nella stessa città, fondò la sua fama sul De piscibus marinis. Sotto il termine “pesci” egli include non solo foche e balene, ma anche crostacei, molluschi, echinodermi, vermi e altri invertebrati marini. Studiò con particolare attenzione balene, pesci e cefalopodi, dissezionandone un gran numero e fornendo particolari corretti talvolta in contrasto con la grande autorità di Aristotele (“According to his own statement, he dissected a large number of these creatures and he also gives a number of correct particulars which are sometimes at variance with the great authority Aristotle.” – fr:1451 [Secondo quanto egli stesso afferma, dissezionò un gran numero di queste creature e fornisce anche una serie di particolari corretti che talvolta sono in disaccordo con la grande autorità di Aristotele.]). Avviò anche confronti tra gli stessi organi in pesci diversi, descrivendo forme mascellari e dentarie e branchie differenti, ma il lavoro comparativo si arena di fronte all’impossibilità di stabilire somiglianze tra vertebrati e invertebrati. La sua classificazione rimane primitiva (selaci e ossei, divisi in “piatti” e “alti”, più le balene in gruppo a sé) e manca di una nozione moderna di specie, cosicché ogni forma è introdotta elencando il maggior numero possibile di nomi. Rondelet evita però il sovraccarico di erudizione fine a se stessa e, pur illustrando creature meravigliose come un pesce dall’«aspetto di vescovo», lo fa esprimendo riserve sull’irrazionalità di simili racconti (“though he certainly does illustrate a number of mar— vellous creatures reported to have been seen, such as, for instance, a fish having “the appearance of a bishop,” he does so w^ith a reservation as to the irrational nature of stories relating to such phenomena.” – fr:1458 [sebbene illustri certamente un certo numero di creature meravigliose di cui è stata riferita la vista, come ad esempio un pesce dall’“aspetto di vescovo”, lo fa con una riserva quanto alla natura irrazionale delle storie relative a tali fenomeni.]).
Il contemporaneo e connazionale Pierre Belon, nato nel 1517 nei pressi di Le Mans e assassinato da banditi nel 1564, viaggiò a lungo in Grecia, Turchia, Siria ed Egitto raccogliendo materiale naturalistico, archeologico ed etnografico. In soli dieci anni di attività pubblicò idee di grande rilievo per il futuro. Anche lui dedicò due monografie agli animali marini, ma con una definizione di “pesci” ancora più ampia di quella di Rondelet, includendo l’ippopotamo, il castoro, la lontra e, sorprendentemente, il camaleonte e l’uromastice, bestie del deserto che nulla hanno a che fare con l’acqua (“it is hard to understand why the chameleon and the uromastix lizard are catalogued in the book these beasts of the desert which have nothing whatever to do with water.” – fr:1471 [è difficile capire perché il camaleonte e la lucertola uromastice siano catalogati nel libro, queste bestie del deserto che non hanno assolutamente nulla a che fare con l’acqua.]). Al di là di queste incongruenze, Belon introdusse nei pesci veri una divisione sistematica basata non solo sui caratteri esterni ma anche su quelli anatomici interni, come lo scheletro cartilagineo o osseo e la modalità riproduttiva (ovipari e vivipari), criteri che conservano validità ancora oggi. Il suo trattato sugli uccelli, Histoire des oyseaux, è giudicato di gran lunga superiore alle opere sui pesci: gli uccelli sono ordinati in gruppi secondo struttura e abitudini (rapaci, uccelli acquatici, di riva, che beccano a terra, che beccano nel legno, onnivori e piccoli uccelli divisi in insettivori e granivori). La classificazione testimonia acute capacità di osservazione, ulteriormente confermate dall’attenzione alla morfologia e all’anatomia comparata delle singole forme: la struttura di becchi e artigli è studiata e confrontata tra specie diverse, e lo stesso approccio è applicato ai rapporti anatomici interni (“The structure of beaks and claws is closely studied and compared in different forms, while anatomical relations are treated in the same way.” – fr:1483 [La struttura dei becchi e degli artigli è studiata attentamente e confrontata in forme diverse, mentre le relazioni anatomiche sono trattate allo stesso modo.]). In Belon, l’impulso comparativo e l’osservazione diretta prefigurano già sviluppi che andranno ben oltre l’enciclopedismo descrittivo dei suoi contemporanei.
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11 La rivoluzione anatomica di Vesalio: dal dogma alla dissezione
Dall’inerzia di un sapere libresco e dalla sterile contrapposizione di autorità antiche, un uomo irrompe sulla scena con un metodo radicalmente nuovo, restituendo all’anatomia il suo fondamento nella diretta osservazione del corpo umano e creando così le condizioni per la scienza moderna.
La situazione degli studi anatomici all’inizio del Cinquecento era segnata da una profonda sterilità. “Members of the faculty of medicine pursued their studies only on a literary and speculative basis and looked down upon the surgeons as merely a body of artisans” - (fr:1520) [I membri della facoltà di medicina perseguivano i loro studi solo su basi letterarie e speculative e guardavano ai chirurghi come a un mero corpo di artigiani]. L’antagonismo tra medici e chirurghi era tale da rendere difficile lo stesso studio anatomico (fr:1519). Nelle rare dissezioni, vigeva una rigida divisione dei ruoli: “In dissections it was always a surgeon who wielded the knife, while the professor, staff in hand, pointed out and demonstrated what was brought to light” - (fr:1521) [Nelle dissezioni era sempre un chirurgo a maneggiare il coltello, mentre il professore, bastone in mano, indicava e dimostrava ciò che veniva portato alla luce]. I risultati di tale collaborazione erano primitivi: gli strumenti del chirurgo erano i più semplici immaginabili, ignari dell’uso di sega, scalpello, sonda e cannula, e ci si limitava ad aprire addome e torace per esporre gli organi (fr:1522, 1523). L’idea di esporre muscoli, nervi e vasi sanguigni era generalmente troppo ardua per gli operatori, né divertiva gli studenti, che se ne andavano presto se la sessione non sfociava in una delle popolari dispute accademiche (fr:1524). In tali dispute, “The professors of the faculty of philosophy, who were usually invited to attend the proceedings, taking Aristotle as their authority, would attack Galen, who would be courageously defended by all the medical professors present” - (fr:1525) [I professori della facoltà di filosofia, solitamente invitati ad assistere, prendendo Aristotele come loro autorità, attaccavano Galeno, che veniva coraggiosamente difeso da tutti i professori di medicina presenti], generando infinite discussioni e i più assurdi argomenti sofistici (fr:1526). Da un simile impianto non ci si poteva attendere alcuno sviluppo biologico (fr:1527).
In questo contesto irruppe Andrea Vesalio. Nato a Bruxelles nel 1514 o 1515 da una famiglia di medici, si preparò con una solida educazione umanistica, l’unica allora disponibile (fr:1529, 1530). Già da ragazzo soddisfaceva la sua sete di conoscenza biologica studiando le antiche opere anatomiche della biblioteca di famiglia e dissezionando animali che riusciva a procurarsi (fr:1531). A diciotto anni andò a Parigi per studiare medicina seriamente, ma lì dominava il metodo classico-filologico del suo maestro Sylvius, cosicché Vesalio dovette nuovamente contare sulle proprie risorse (fr:1532–1534). Spinto da una notevole forza di volontà, iniziò a raccogliere ossa dai luoghi di esecuzione e proseguì con la dissezione animale (fr:1535, 1536). Acquisì presto una tale reputazione che medici e studenti lo chiamavano a eseguire dissezioni pubbliche su corpi umani in luogo del chirurgo: “he fulfilled his task so well that not only the internal organs of the corpse, but also the muscles, nerves, blood-vessels, and bones were completely demonstrated” - (fr:1537) [assolse il suo compito così bene che non solo gli organi interni del cadavere, ma anche i muscoli, i nervi, i vasi sanguigni e le ossa venivano completamente dimostrati]. Dopo tre anni lasciò Parigi; riuscì, tra l’altro, a mettere insieme uno scheletro completo con ossa provenienti dal patibolo, poi si recò in Italia (fr:1538). A Venezia, in un ambiente di vivo interesse per la medicina, accrebbe sapere e fama, tanto che, appena laureato, a soli ventidue anni e dopo soli quattro anni di studio, fu nominato professore a Padova (fr:1539). Qui trovò un campo d’azione ideale: un governo illuminato, un pubblico interessato e un uditorio colto favorirono il raggiungimento delle sue ambizioni (fr:1540, 1541).
Vesalio superò ogni aspettativa. La sua instancabile passione per la scienza e l’inesauribile entusiasmo nell’impartire il sapere (fr:1543) lo portavano a radunare fino a cinquecento ascoltatori per dimostrazioni che, secondo le idee del tempo, imponevano pretese inaudite: “he kept busy from morning to night for a space of three weeks” - (fr:1544) [li teneva impegnati dalla mattina alla sera per un periodo di tre settimane]. Le lezioni si tenevano in inverno per evitare la putrefazione: si partiva dallo scheletro, le cui ossa venivano esaminate con cura, quindi si preparavano muscoli, vasi sanguigni e nervi di un cadavere per poi passare agli organi interni di addome e torace di un altro corpo, compreso il cervello (fr:1545, 1546). Vesalio eseguiva personalmente il lavoro essenziale di dissezione, assistito dagli studenti, mentre i chirurghi, altrove tanto importanti, erano completamente esclusi (fr:1547). “A mass of new surgical instruments came into use; the models had been partly invented by Vesalius himself and partly borrowed from among the tools owned by a number of artisans whom he visited in order to initiate himself into their technical ideas” - (fr:1548) [Una massa di nuovi strumenti chirurgici entrò in uso; i modelli erano stati in parte inventati da Vesalio stesso e in parte presi in prestito dagli utensili di numerosi artigiani che egli visitava per impadronirsi delle loro idee tecniche].
Sul piano dottrinale, Vesalio fu inizialmente un fedele seguace di Galeno, ma più sezionava, più gli appariva chiaro che le osservazioni del maestro antico erano incomplete, vaghe e contraddittorie (fr:1549, 1550). Sentì allora l’urgenza di fissare in stampa tutte le proprie osservazioni, descrivendo la struttura del corpo umano così com’è realmente, senza il vincolo di alcuna autorità (fr:1551). Nacquero così, nel 1543, i due capolavori: il monumentale De humani corporis fabrica, un volume in folio di oltre settecento pagine, e il compendio Epitome, di trentuno pagine, entrambi ricchi di illustrazioni di artisti eminenti realizzate a partire dalle preparazioni originali di Vesalio (fr:1552, 1553). Con queste opere, “Vesalius created the modern science of anatomy” - (fr:1554) [Vesalio creò la moderna scienza dell’anatomia] e l’impressione sui contemporanei fu enorme (fr:1555).
La reazione dei galenisti fu furiosa, in particolare quella del suo vecchio maestro Sylvius. “Many were the polemical treatises written in opposition to the man of dangerous newfangled ideas” - (fr:1557) [Molti furono i trattati polemici scritti contro l’uomo dalle pericolose idee innovative]. Non ci si limitò a dichiarare l’opera assolutamente inferiore: sul carattere di Vesalio furono accumulate accuse abominevoli e assurde — empietà, sordidezza, dissezione di uomini vivi, mentre la vivisezione che effettivamente praticava su animali non veniva neppure citata, dato che la sensibilità verso gli animali non era allora così profonda (fr:1558). La memoria di Vesalio fu oltraggiata anche dopo la morte, specialmente in Francia, dove i galenisti avrebbero dominato indisturbati per altri cento anni (fr:1559). Non potendo più sperare nella tranquillità di un tempo, Vesalio lasciò la cattedra dopo la pubblicazione delle sue opere e divenne medico di corte dell’imperatore Carlo V; probabilmente cercava protezione dal monarca più potente del mondo contro la persecuzione dei nemici (fr:1561, 1562). Seguì il suo cagionevole signore in numerosi viaggi, con poco tempo per la ricerca, ma nel 1555 pubblicò una nuova edizione migliorata della sua opera maggiore, in cui confutava vigorosamente i calunniatori (fr:1564, 1565). Con l’ascesa di Filippo II, il cui oscurantismo lasciava minimo spazio a idee liberali, Vesalio lasciò la corte (fr:1566, 1567). Nel 1564 si recò a Venezia, apparentemente con la speranza di riprendere la vecchia cattedra, resasi vacante; ma, in attesa della nomina, partì per un pellegrinaggio a Gerusalemme da cui non fece mai più ritorno, scomparendo nell’ignoto (fr:1568–1570).
L’opera anatomica di Vesalio segue l’ordine delle sue dissezioni: ossa, muscoli, vasi e nervi, organi addominali e toracici, cervello e un capitolo finale sul metodo vivisezionatorio (fr:1571). Nelle concezioni generali egli aderisce completamente al punto di vista dell’antichità: la divisione delle parti del corpo in semplici e complesse è presa da Aristotele, così come gran parte della terminologia fisiologica; il cibo viene “cotto” nell’addome, la respirazione serve a raffreddare il sangue, l’embrione nasce dal seme paterno e dal sangue mestruale materno (fr:1572, 1573). Da Galeno deriva la concezione di continuità dell’esistenza e delle sue cause: il Creatore ha reso il corpo umano il più perfetto possibile per il proprio onore e per il bene dell’uomo, ogni parte foggiata per uno scopo specifico (fr:1574, 1575). Anche su dettagli importanti, come la relazione tra cuore, fegato e sistema vascolare, Vesalio conserva la visione tradizionale, pur fornendo una descrizione esaustiva della struttura del cuore (fr:1576). La sua grandezza risiede nel metodo e nella tecnica. “In this he created the conditions necessary for the development of modern anatomy” - (fr:1578) [In ciò creò le condizioni necessarie per lo sviluppo dell’anatomia moderna]. La maggior parte della tecnica praticata oggi in ogni teatro anatomico ha origine da lui: gli strumenti attuali sono essenzialmente gli stessi da lui progettati e introdotti; il corso di istruzione segue le sue opere; gli scheletri didattici sono montati con il suo metodo; le tavole illustrative sono per lo più versioni migliorate delle sue (fr:1579). A ciò si aggiunge una messe di scoperte di dettaglio e la correzione di antiche fallacie in quasi ogni campo dell’anatomia umana (fr:1581). Il suo stile descrittivo, al tempo stesso magistrale, esatto e denso di immaginazione, con una splendida semplicità di organizzazione in mezzo a una ricchezza di particolari, lo colloca, malgrado la mancanza di idee originali sul piano teorico, tra i più grandi biologi mai esistiti (fr:1583).
L’influenza di Vesalio fu di primario beneficio per l’Italia. In Francia i discepoli di Galeno mantenevano l’autorità del maestro; in Germania l’interesse per la natura era soffocato dalle interminabili lotte religiose (fr:1585). L’Italia, grazie all’impulso dato dall’attività anatomica di Vesalio a Padova, divenne per tutto il secolo successivo il centro degli studi anatomici (fr:1586). I suoi allievi ne seguirono le orme ampliando la ricerca di dettaglio. Il prosecutore e successore a Padova, Realdo Colombo (m. 1559), studiò in particolare gli organi dell’udito e i vasi sanguigni dei polmoni, pubblicando un’opera in cui si mostra anatomista ben informato ma personalità poco simpatica e arrogante soprattutto verso il vecchio maestro (fr:1588, 1589). A lui succedette Gabriele Fallopio (1523–1562), uomo di ben più alte qualità, che da una giovinezza in povertà raggiunse giovanissimo la fama e la cattedra a Ferrara e poi a Padova (fr:1591, 1592). Portò avanti con onore la tradizione vesaliana, attirando folto pubblico e svolgendo un’intensa pratica medica (fr:1593). Pubblicò solo un piccolo ma utile lavoro, le Observationes anatomicae, nella cui introduzione parla con somma stima di Vesalio e con massima modestia delle proprie osservazioni, alcune delle quali sono però di fondamentale importanza (fr:1595–1597). “In particular, he increased the knowledge of the sexual organs in this field the Fallopian tube bears his name” - (fr:1598) [In particolare, accrebbe la conoscenza degli organi sessuali – in questo campo la tuba di Falloppio porta il suo nome – mentre il suo contributo alla conoscenza della struttura ossea e dell’organo dell’udito fu di considerevole valore]. Alla cattedra che Vesalio aveva sperato di riprendere fu infine nominato un altro pioniere, Girolamo Fabrizio (Fabricius ab Aquapendente) (fr:1601).
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[11.1/2-97-1782|1877]
12 Dalla concezione vitale antica alla macchina cartesiana: Harvey e il superamento dell’aristotelismo
Il confronto tra la dottrina di Harvey e la vecchia teoria vascolare svela la frattura tra due modi di intendere la vita, mentre la persistenza di idee antiche nello stesso Harvey mostra come la rivoluzione biologica abbia convissuto con il suo opposto.
Il testo mette a fuoco il passaggio dal sapere antico alla biologia moderna attraverso la figura di William Harvey e il successivo affermarsi del meccanicismo cartesiano. Il confronto con la concezione preesistente è immediato: “If we compare Harvey’s account of the circulation of the blood with the old vascular theory, we find fundamental differences in the two conceptions, both anatomically and physiologically” – (fr:1782) [Se confrontiamo la descrizione harveyana della circolazione del sangue con la vecchia teoria vascolare, troviamo differenze fondamentali tra le due concezioni, tanto anatomicamente quanto fisiologicamente]. La vecchia fisiologia non riconosceva al cuore una natura muscolare: “it dilated purely passively and allowed the blood to enter in order to be provided with vital spirit” – (fr:1783) [si dilatava in modo puramente passivo e lasciava entrare il sangue perché ricevesse lo spirito vitale], e il sangue si muoveva per le qualità viventi che lo spiritus gli conferiva (fr:1784). Harvey invece “proves that the movement of the blood is due to the purely mechanical function of the heart: the heart’s muscular contraction propels the blood out into the blood-vessels, through the arteries out into the body, thence back to the heart through the veins, and so farther through the lungs” – (fr:1785) [dimostra che il movimento del sangue è dovuto alla funzione puramente meccanica del cuore: la contrazione muscolare del cuore spinge il sangue nei vasi, attraverso le arterie nel corpo, da lì di nuovo al cuore per mezzo delle vene, e così oltre attraverso i polmoni]. In questa contrapposizione risiede, secondo l’autore, “the great difference between the ancient and the modern biological conception” – (fr:1786) [la grande differenza tra la concezione biologica antica e quella moderna].
Il metodo con cui Harvey giunge a tali risultati è già moderno: egli “propounds a purely mathematical calculus on the volume of the heart and vascular system and continues to prove his thesis by means of observations and experiments on a number of both higher and lower animal forms” – (fr:1787) [avanza un calcolo puramente matematico sul volume del cuore e del sistema vascolare e continua a provare la sua tesi per mezzo di osservazioni ed esperimenti su numerose forme animali superiori e inferiori]. Così facendo realizza in biologia il precetto baconiano di fondare la conoscenza sull’esperienza e sull’esperimento (fr:1788) e applica per la prima volta alla natura vivente il principio galileiano di misurare ciò che è misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è (fr:1789). Eppure, mentre “Harvey does indeed fulfil the first half of this principle; on the other hand, by adhering to the ancient belief in the vital spirits in the blood he remains in his theoretical conceptions entirely on ancient ground” – (fr:1791) [Harvey realizza effettivamente la prima metà di questo principio; d’altro canto, aderendo all’antica credenza negli spiriti vitali nel sangue, resta nelle sue concezioni teoriche interamente sul terreno antico].
Tale conservatorismo si manifesta in modo vistoso nell’opera della vecchiaia, le Exercitationes de generatione animalium (1651), frutto di lunghi anni di lavoro, ma più prolissa e meno perfetta del libro sulla circolazione (fr:1792-1793). In essa offre uno studio comparato dello sviluppo embrionale, riconoscendo con devozione il magistero di Fabrizio d’Acquapendente e soprattutto di Aristotele, di cui fa propria la concezione dell’essenza della vita (fr:1795-1796). “Along Aristotelean lines he endeavours to find a formal unity in the manifold aspects of phenomena, as displayed in the evolution of the embryo, and he believes that he has discovered such unity in the egg, out of which all living creatures are evolved” – (fr:1797) [Lungo linee aristoteliche egli si sforza di trovare un’unità formale nei molteplici aspetti dei fenomeni, quale si mostra nell’evoluzione dell’embrione, e crede di aver scoperto tale unità nell’uovo, a partire dal quale tutti gli esseri viventi sono generati]. Il celebre dettato harveyano “All animals, even those that produce their young alive, including man himself, are evolved out of the egg” – (fr:1798) [Tutti gli animali, anche quelli che partoriscono i piccoli vivi, compreso l’uomo stesso, si sviluppano dall’uovo] viene formulato pur senza aver mai osservato le uova dei mammiferi, che egli postula su basi teoriche in mancanza di un microscopio (fr:1799). Harvey non abbandona del tutto l’idea di generazione spontanea per gli animali infimi (fr:1800); per gli animali superiori ammette un’epigenesi di stampo aristotelico, dove gli organi si formano successivamente dalla materia indifferente dell’uovo, che costituisce la potenzialità da cui l’individuo si realizza (fr:1801). Gli animali inferiori si sviluppano invece per metamorfosi, ossia per riorganizzazione diretta di rudimenti completi, tanto che Harvey condivide la convinzione aristotelica che la pupa sia l’uovo degli insetti (fr:1802). Sul tema della riproduzione le sue idee restano medievali: “the influence of the sperm on the development of the embryo he believes to be due to the vital force it contains, and this he compares with the secret force exerted by the heavenly bodies upon all life on the earth” – (fr:1803) [crede che l’influenza dello sperma sullo sviluppo dell’embrione sia dovuta alla forza vitale che esso contiene, e la paragona alla forza segreta esercitata dai corpi celesti su tutta la vita terrestre]. L’opera racchiude tuttavia una notevole messe di osservazioni minuziose: la descrizione dell’ovaio della gallina, del nutrimento del pulcino nell’uovo, e il confronto degli stadi embrionali tra mammiferi, uccelli e tipi inferiori (fr:1804).
Harvey rappresenta così una figura di straordinaria portata: “His work is the most revolutionary that the development of biology has to show, for it undermines the foundations of the ancient conception of life and its manifestations, and nevertheless he himself retains this very conception as long as he lives” – (fr:1806) [La sua opera è la più rivoluzionaria che lo sviluppo della biologia possa mostrare, poiché mina le fondamenta della concezione antica della vita e delle sue manifestazioni, e tuttavia egli stesso mantiene tale concezione finché vive]. Chiude l’epoca dominata dalla visione antica della natura e, al pari di Galileo nella fisica, apre lo sviluppo moderno in biologia (fr:1807).
Il testo prosegue illustrando il panorama filosofico entro cui matura il superamento dell’aristotelismo. L’antichità aveva offerto due grandi spiegazioni dei fenomeni naturali: l’atomismo di Democrito, che riconduceva tutto a particelle variabili per grandezza, forma e movimento, senza però rendere conto dell’obbedienza a leggi che l’esperienza mostra in natura (fr:1809-1811), e la cosmologia di Aristotele, che fondava proprio tale ordine legale sull’assunzione di un’intelligenza divina ordinatrice della materia informe (fr:1812). Nell’animato questa forza si manifestava come anima o spirito vitale (fr:1813). Il sistema aristotelico, di grande coerenza logica, venne definito dinamico, vitalistico, estetico e teleologico (fr:1814-1815), ma il suo tratto più fatale fu proprio quell’intelligenza divina che, coniugandosi con le aspirazioni pie della tarda antichità e della Chiesa medievale, generò un’idea del mondo apparentemente scientifica ma in realtà basata su miti antichi (fr:1817-1818). L’alleanza con la Chiesa rese l’aristotelismo estremamente difficile da contrastare (fr:1819-1820). Pur colpito dalle scoperte di Cusano, Bruno, Bacone, Galileo e dallo stesso Harvey, esso sopravvisse finché non venne sostituito da un sistema di pensiero interamente nuovo (fr:1821-1823). La concezione moderna della natura non si fonda peraltro soltanto sulle basi meccaniche galileiane, ma contiene elementi consistenti dell’aristotelismo sconfitto e anche componenti mistiche di matrice neoplatonica, il cui esponente più fulgido nel Rinascimento fu Bruno (fr:1824-1827).
Il Seicento fu il secolo dei grandi sistemi di pensiero, in cui si cercò di ordinare e classificare le conoscenze emerse con il Rinascimento (fr:1829-1831). Tra questi il cartesianesimo esercitò un’influenza profonda sulla biologia. Descartes, matematico incline alla speculazione astratta, volle fondare la scienza su basi certe, dubitando di tutto tranne che del pensiero: “Je pense, donc je suis” (fr:1841). A partire da questo principio costruì l’intera concezione dell’esistenza spiegando il complesso a partire dai componenti semplici (fr:1842). Le qualità essenziali della materia sono estensione, divisibilità e mobilità (fr:1845); la forma, che per Aristotele era principio primo, diviene accidentale e secondaria (fr:1846). Descartes respinge l’atomismo proprio perché la materia è divisibile, e nega il vuoto poiché tutto ciò che esiste ha estensione (fr:1847-1848). Su tali fondamenti elabora una teoria della materia inanimata e animata interamente meccanica, rifiutando le cause finali, e considera l’universo come una macchina governata da movimenti vorticosi (fr:1849-1850). Anche i fenomeni della vita, compreso il corpo umano, accadono “purely mechanically, without the intervention of any of the spiritual forces which the Aristoteleans assumed” – (fr:1852) [in modo puramente meccanico, senza l’intervento di alcuna delle forze spirituali che gli aristotelici supponevano]. Descartes trovò conferma del corpo come meccanismo nella scoperta di Harvey, che difese con entusiasmo, traendone conclusioni che lo stesso Harvey, fedele aristotelico, non avrebbe potuto vedere (fr:1853-1855). La spiegazione meccanica del sistema nervoso, con gli “spiriti animali” che dal cervello fluiscono ai muscoli, gli permise di descrivere il fenomeno del moto riflesso: “Thus mental impressions can immediately call forth movements through the nerve currents’ being ‘thrown back’ — that is, reflected” – (fr:1859-1860) [Così le impressioni mentali possono immediatamente provocare movimenti grazie al fatto che le correnti nervose vengono ‘respinte’ – cioè riflesse]. Negli animali tutte le manifestazioni vitali sono riflessi, ed egli nega loro un’anima; l’uomo invece possiede un’anima cosciente, sostanza indipendente dal corpo che interagisce con esso unicamente nella ghiandola pineale (fr:1861-1863).
In tal modo Descartes crea una cosmologia puramente meccanica, senza bisogno di una divinità che mantenga in moto l’universo (fr:1864). Pur tacendo i precursori (con la sola eccezione di Harvey) e dissimulando il potenziale conflitto con la Chiesa – dichiarò che la sua teoria della creazione era solo un gioco del pensiero – riuscì a far accettare il meccanicismo anche da ambienti ecclesiastici, che così permise al sistema aristotelico di essere scalzato (fr:1866-1868). Il cartesianesimo offriva infatti il vantaggio di integrare i nuovi risultati di fisica, astronomia e biologia, ma mostrava un punto debole nella relazione tra coscienza e corpo, problema che lo stesso Descartes risolse in modo insoddisfacente (fr:1870-1874). Proprio su questo terreno la dottrina cartesiana incontrò la più forte opposizione da parte di scienziati come Pierre Gassendi in Francia (fr:1876-1877). La vicenda intellettuale che conduce da Harvey a Descartes getta così le basi di una scienza della vita interamente nuova, segnando il tramonto dell’antica concezione della natura e l’avvio della biologia moderna.
[11.2/2-96-1878|1973]
13 Tra meccanicismo e misticismo: figure e tensioni del pensiero scientifico tra Seicento e Settecento
Il testo ripercorre lo sviluppo delle idee sulla natura in un’epoca di transizione, in cui filosofi e scienziati cercarono di conciliare la nascente visione meccanicistica con eredità teologiche e impulsi mistici.
Il sacerdote Pierre Gassendi incarna già alcune contraddizioni dell’epoca. “He was born of poor parents, but rose to high dignities in the Catholic Church” – (fr:1878) [Nacque da genitori poveri, ma salì ad alte dignità nella Chiesa cattolica.] Al tempo stesso tentò di far rivivere l’atomismo antico e scrisse una difesa di Epicuro. “Against Descartes he argued that his conclusion that thought was a proof of existence was incapable of realization” – (fr:1880) [Contro Descartes sostenne che la conclusione secondo cui il pensiero è prova dell’esistenza era irrealizzabile.] Pur essendo ammiratore di Galileo, “being a priest, however, he was forced to deny the Copernican cosmic system” – (fr:1881) [essendo tuttavia un sacerdote, fu costretto a negare il sistema cosmico copernicano.] Cercò di spiegare il rapporto tra materia e coscienza alla maniera di Lucrezio, ma ammise difficoltà insolubili e mantenne la dottrina dell’anima immortale.
Thomas Hobbes portò un marcato meccanicismo: “He regarded all that happens as motion; mental impressions were in his view motions in the nervous system, which arose as a reaction to motions in the external world” – (fr:1887) [Considerava tutto ciò che accade come movimento; le impressioni mentali erano a suo parere movimenti nel sistema nervoso, sorti come reazione a movimenti del mondo esterno.] Tuttavia il suo interesse era concentrato sull’etica e la politica, non sulla biologia.
Baruch Spinoza, ebreo scomunicato ad Amsterdam e ridotto a sopravvivere levigando lenti, elaborò un sistema che il testo definisce “one of the most magnificent and consummate in human history, one of the most ingenious attempts to reconcile the opposition between consciousness and matter which Cartesianism brought out” – (fr:1893) [uno dei più grandiosi e perfetti della storia umana, uno dei tentativi più ingegnosi di conciliare l’opposizione tra coscienza e materia che il cartesianesimo aveva messo in luce.] Pone alla base una sostanza infinita e immutabile, “that into which all things that exist enter as parts” – (fr:1895) [ciò in cui tutte le cose che esistono entrano come parti.] Di questa sostanza l’uomo può cogliere soltanto due attributi: “the material extension, and the spiritual consciousness” – (fr:1896) [l’estensione materiale e la coscienza spirituale.] Le leggi della ragione valgono per entrambi perché entrambi rinviano all’unica sostanza. Da questa immutabilità segue che lo sviluppo è solo apparente e ogni individuo “reverts to the substance, like a wave that sinks back into the sea” – (fr:1898) [ritorna alla sostanza, come un’onda che ricade nel mare.] La conoscenza della sostanza è il fine sommo, raggiungibile non con il pensiero ma con l’introspezione diretta; Spinoza sfocia così in un misticismo di matrice ebraico-orientale. È singolare che, malgrado la negazione di ogni sviluppo, il suo sistema sia stato ammirato proprio da naturalisti successivi che dello sviluppo fecero il centro delle loro ricerche, come Goethe e Haeckel, forse più per simpatia verso la persecuzione subita che per il contenuto dei suoi scritti.
In netto contrasto con Spinoza si colloca Gottfried Wilhelm Leibniz. “Leibniz was born at Leipzig in 1646, the son of a professor. He was a veritable infant prodigy” – (fr:1904-1905) [Leibniz nacque a Lipsia nel 1646, figlio di un professore. Fu un vero bambino prodigio.] Matematico e giurista, seppe muoversi tra corti e accademie; il suo temperamento pacifico lo spinse sempre a cercare l’unione tra opposti, anche tra le Chiese cristiane. In filosofia naturale volle armonizzare l’onnipotenza divina con la spiegazione meccanica dell’universo. Partito dall’atomismo, si accorse che la coscienza non può nascere dal movimento di atomi morti; l’uso del microscopio gli mostrò che ogni goccia d’acqua brulica di vita e lo condusse a immaginare un universo di unità ideali, le monadi. “The smallest particles of matter are life-principles not dead atoms, but living ‘monads,’ as Leibniz called them” – (fr:1918) [Le particelle più piccole della materia sono principi vitali, non atomi morti, ma “monadi” viventi, come le chiamava Leibniz.] Esistono monadi di grado infinitamente vario: l’anima umana ne è una dotata di coscienza, gli animali ne hanno di inconsce ma percipienti, le piante vivono senza percezione, mentre le monadi della natura inanimata sono in uno stato indifferente simile al sonno senza sogni. L’attività della monade non è movimento – ché il movimento è relativo – bensì una forza, un conatus. Le monadi non interagiscono tra loro, ma sono armonizzate da un ordine cosmico creato da Dio, la monade suprema, cosicché il corpo e l’anima funzionano “like two clocks which go exactly alike” – (fr:1924) [come due orologi che procedono esattamente all’unisono.] Benché astratta, la speculazione leibniziana esercitò un’influenza concreta sulla ricerca naturale, risvegliando l’interesse per la vita in tutte le sue forme e, soprattutto, “insisting upon the idea of force as the basis of natural phenomena instead of movement, which even Descartes believed” – (fr:1927) [insistendo sull’idea di forza come fondamento dei fenomeni naturali invece che sul movimento, nel quale perfino Descartes aveva creduto.]
Il testo evoca poi due figure che, pur senza occuparsi direttamente di biologia, ne influenzarono potentemente lo sviluppo. Robert Boyle, considerato il primo chimico moderno, “definitely broke away from the mystical speculations of alchemy and made the object of chemistry the breaking up of complex substances into their simplest elements” – (fr:1931) [ruppe nettamente con le speculazioni mistiche dell’alchimia e fece della chimica l’arte di scomporre le sostanze complesse nei loro elementi più semplici.] Accettò però senza riserve le vedute cosmologiche della Chiesa.
Isaac Newton, ben più celebre, mostrò una mistura di antico e nuovo che il testo dipinge con efficacia. La sua legge di gravitazione universale – “bodies attract one another with a force directly proportional to the mass and in inverse ratio to the square of the distance” – (fr:1942) [i corpi si attraggono con una forza direttamente proporzionale alla massa e inversamente proporzionale al quadrato della distanza] – unificò i moti celesti e quelli terrestri. Eppure Newton stesso confessava di non formulare ipotesi sulle cause della gravità e restava convinto che le irregolarità dei corpi celesti richiedessero un intervento personale del Creatore. Leibniz paragonò il suo cosmo a un orologio da regolare di tanto in tanto, e il testo riconosce in questa convinzione “that mixture of childlike innocence and intellectual keenness in Newton which gives to the whole of his personality the character of old and new in conjunction” – (fr:1947) [quella mescolanza di innocenza infantile e acutezza intellettuale che conferisce all’intera personalità di Newton il carattere del vecchio e del nuovo congiunti.]
Spettò al Settecento, e in particolare a Voltaire, smantellare definitivamente la concezione tradizionale. Voltaire non fu uno scienziato, ma esercitò un’influenza culturale decisiva. Dopo un soggiorno di tre anni in Inghilterra (1726-1729) ne riportò le scoperte newtoniane, che fuse con idee tratte da Leibniz per costruire una teoria dell’universo puramente meccanica ma fondata su fatti matematicamente calcolabili, e perciò dotata di autorità indiscutibile. “It was mostly thanks to him that Newton’s discovery became known to the world of culture in Europe within a space of a few decades” – (fr:1957) [Fu soprattutto grazie a lui che la scoperta di Newton divenne nota al mondo colto europeo nel giro di pochi decenni.] Nella lotta contro l’autorità ecclesiastica Voltaire fece della scienza lo strumento per ridicolizzare le dottrine della creazione e dei miracoli; da lui “originates the custom of citing ‘natural laws’ as proofs controverting the Church’s traditional cosmic theory” – (fr:1960) [ha origine l’abitudine di citare le “leggi naturali” come prove per confutare la teoria cosmica tradizionale della Chiesa.] Tuttavia il suo deismo non rappresentò una rottura radicale: credette in un Dio personale e in una finalità della natura, il che rese il passaggio alla nuova visione meno traumatico per i più.
L’illuminismo voltairiano non dominò incontrastato. In tutto il periodo discusso, una corrente di misticismo naturalistico continuò ad attrarre sostenitori, radicata in tradizioni antichissime e capace di influenzare anche spiriti critici. Il testo apre qui un capitolo dedicato alla speculazione mistica, facendo notare che già durante il Rinascimento, con il crollo della scolastica, il campo rimase aperto a fantasie sfrenate. “Seldom indeed is it that mystical speculation and magical experiments have gone so far and had such scientific pretensions as during the Renaissance” – (fr:1971) [Raramente la speculazione mistica e gli esperimenti magici sono arrivati così lontano e hanno avanzato simili pretese scientifiche come durante il Rinascimento.] Questa magia attingeva a superstizioni primitive, alla cabala, alla scienza sperimentale araba, e trovò una cornice speculativa unitaria nella filosofia neoplatonica, che mirava a una concezione uniforme dell’intera esistenza, materiale e spirituale. L’intreccio tra istanze razionali, fedi religiose e pulsioni mistiche segna così, secondo il testo, l’intera parabola del pensiero scientifico qui descritta.
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14 Dalla dissezione anatomica al pulpito: Stenone e l’avvento della microscopia con Malpighi
La vicenda di Niccolò Stenone e la figura di Marcello Malpighi delineano, in un unico affresco, la tensione tra meccanicismo, fede e il nuovo sguardo analitico che il microscopio impose alla biologia seicentesca.
Il racconto si apre con la parabola esistenziale di Stenone (Niels Stensen), anatomista danese la cui carriera scientifica fu travolta da una radicale svolta religiosa. Dopo un periodo in patria, dove le autorità «had now learnt too late to estimate him at his true value» – (fr:2321) [avevano ormai imparato troppo tardi a stimarlo al suo vero valore] –, egli tornò in Italia, prese gli ordini sacri e divenne ben presto vescovo e responsabile della propaganda cattolica nella Germania settentrionale. La conversione, tuttavia, non fu indolore: “Under these new conditions, however, Steno underwent a severe spiritual crisis, resulting in his being converted to Catholicism, a step which brought him brilliant worldly advantages, but soon completely upset his intellectual balance” – (fr:2320) [In queste nuove condizioni, tuttavia, Stenone attraversò una grave crisi spirituale che lo portò alla conversione al cattolicesimo, un passo che gli portò brillanti vantaggi mondani ma che presto sconvolse completamente il suo equilibrio intellettuale.]. Lo zelo fanatico lo spinse a scrivere persino a Spinoza per esortarlo a convertirsi, lettera che il filosofo olandese «declined to answer» – (fr:2322) [declinò di rispondere], mentre l’ascetismo violento ne minò rapidamente la salute, conducendolo alla morte a soli quarantotto anni, nel 1686, con solenni funerali a Firenze e un monumento in San Lorenzo.
Prima della frattura, Stenone si era però imposto come anatomista di prim’ordine, dedicandosi in particolare ai sistemi ghiandolare e muscolare. La sua scoperta più nota è lo sbocco della ghiandola parotide, il «diictus stenonianus» – (fr:2326) [dotto di Stenone], ma chiarì anche l’anatomia delle altre ghiandole della bocca e individuò il dotto della ghiandola lacrimale. Per i muscoli, Stenone perseguiva un ambizioso disegno geometrico: “his chief aim was, as he himself says, to apply to anatomy the laws of mathematics and thus to create a geometrical system for the muscles” – (fr:2327) [il suo scopo principale era, come lui stesso diceva, applicare all’anatomia le leggi della matematica e creare così un sistema geometrico per i muscoli]. Il suo lavoro sull’argomento, pubblicato dodici anni prima dell’opera maggiore di Borelli, era tuttavia “more speculative and less experimental than the latter’s, and therefore, though published earlier, it has not the same universal application as the work De motu animalium” – (fr:2330) [più speculativo e meno sperimentale di quest’ultimo, e pertanto, benché pubblicato prima, non ha la stessa applicazione universale del De motu animalium]. La meccanica dei muscoli restava ancora un programma circoscritto.
Il servizio più duraturo reso da Stenone alla biologia è però la fondazione della paleontologia moderna. Nel primo soggiorno fiorentino ebbe modo di esaminare le cosiddette glossopetre, o “lingue di pietra”, e con uno studio comparativo “proved that they must have been the teeth of sharks” – (fr:2334) [dimostrò che dovevano essere denti di squalo]. Più tardi, in Toscana, condusse un’indagine sistematica degli strati geologici, concludendo che “they had been stratified out of water, a fact which he believed to be still further confirmed by the quantity of animals and plants found in them” – (fr:2335) [erano stati stratificati fuori dall’acqua, fatto che egli riteneva ulteriormente confermato dalla quantità di animali e piante in essi rinvenuti]. Su queste basi Stenone abbozzò una teoria dell’origine della crosta terrestre che è “a presage of present-day geological science” – (fr:2336) [un presagio della scienza geologica odierna]. Tuttavia non andò mai oltre un abbozzo: i risultati delle ricerche geologiche “would not, as the times were then, accord with the Church doctrine that he had so zealously embraced” – (fr:2337) [non potevano, dati i tempi, accordarsi con la dottrina della Chiesa che aveva abbracciato con tanto zelo], e questa fu una delle ragioni per cui abbandonò completamente una scienza che aveva egli stesso avviato con esiti magnifici.
L’ultima opera naturalistica di Stenone allarga il quadro ben oltre la geologia. La sua teoria della stratificazione non è che un anello di una teoria generale della transustanziazione in natura, secondo cui “all things that exist have originally been and are still being precipitated out of fluids” – (fr:2340) [tutte le cose che esistono sono state in origine e sono tuttora precipitate da fluidi]. Estendendo l’idea al regno minerale e agli organismi viventi, Stenone considera la formazione degli animali come un processo di stratificazione analogo a quello della materia inanimata, “a precipitation from fluids, of which he distinguishes various kinds in the animal and plant organism” – (fr:2341) [una precipitazione da fluidi, di cui distingue vari tipi nell’organismo animale e vegetale]. Così egli riconcilia il mutamento di sostanza nel mondo animato e inanimato sotto un unico punto di vista, “without giving any idea of the essential difference between the growth of a crystal and that of a living organism” – (fr:2342) [senza dare alcuna idea della differenza essenziale tra la crescita di un cristallo e quella di un organismo vivente]. L’autore del testo vede in ciò il limite della concezione meccanicistica del Seicento, un limite che contribuì al fatto che le idee promettenti di Borelli, Perrault e dello stesso Stenone non vennero proseguite. L’insufficiente progresso della chimica organica rendeva infatti impossibile “the expansion of experimental biology beyond the purely mechanical sphere” – (fr:2344) [l’espansione della biologia sperimentale al di là della sfera puramente meccanica]. La svolta decisiva sarebbe giunta da un’altra direzione: la scoperta e il continuo perfezionamento del microscopio, che schiuse “hitherto unguessed possibilities for biology” – (fr:2345) [possibilità fino ad allora insospettate per la biologia].
La tecnica microscopica aveva radici antiche – le lenti ingrandenti erano note già nell’antichità classica – ma fu nel Seicento che si compì il salto di qualità. I primi microscopi composti, attribuiti agli occhialai olandesi Janssen, erano tubi rudimentali con una lente a un’estremità e un piattino portaoggetti all’altra, “without any adjusting apparatus” – (fr:2350) [senza alcun apparato di regolazione]; ingrandivano non più di dieci volte, eppure suscitavano meraviglia, specie se si osservavano piccole creature striscianti. Il tipo più antico prese il nome di “vitrum pulicare”, o “vetro per pulci”, poiché “it was considered particularly fascinating to watch fleas” – (fr:2352) [era considerato particolarmente affascinante osservare le pulci]. Nel corso del secolo strumenti costruiti da abili artigiani come l’olandese Leeuwenhoek raggiunsero ingrandimenti fino a 270 volte. Tuttavia, per tutto il Settecento e buona parte dell’Ottocento la costruzione dei microscopi subì solo miglioramenti isolati, e fu solo a partire dagli anni Trenta del XIX secolo che ebbe inizio la lunga serie di invenzioni che porterà allo strumento moderno.
Il primo trattato scientifico basato esclusivamente su indagini microscopiche fu lo studio dell’ape dell’italiano Francesco Stelluti, pubblicato a Roma nel Ma il protagonista assoluto dell’adozione sistematica del microscopio in biologia fu un altro italiano: Marcello Malpighi. Nato nel 1628 presso Bologna, formatosi su Aristotele, Malpighi si laureò in medicina nel 1653 e, dopo un periodo a Pisa dove conobbe Borelli — il quale lo iniziò alla critica dell’aristotelismo —, insegnò a Messina e infine a Bologna, dove tenne una cattedra per venticinque anni. Morì a Roma nel 1694, mentre era medico privato del papa.
A differenza della maggior parte dei biologi del periodo, Malpighi pubblicò le proprie osservazioni in brevi comunicazioni, spesso di poche pagine, inviate alla Royal Society di Londra. L’elemento unificante della sua produzione non è un’idea comune, ma la tecnologia microscopica, “which Malpighi with hitherto unrivalled genius applied to every imaginable object in living nature that came within his range” – (fr:2372) [che Malpighi con un genio fino ad allora ineguagliato applicò a ogni oggetto immaginabile della natura vivente che gli capitasse a tiro]. Egli divenne così il fondatore dell’anatomia microscopica animale e vegetale.
L’indagine più importante e precoce è quella sulla struttura dei polmoni, esposta in due lettere a Borelli. Nella prima Malpighi confuta l’opinione che il polmone sia di consistenza “carnosa”, mostrando che è composto da “a network of extremely thin-walled cells, which are connected with the finest ramifications of the windpipe” – (fr:2376) [una rete di cellette a parete estremamente sottile, connesse con le più fini ramificazioni della trachea]. Nella seconda lettera descrive la struttura fine del polmone di rana e vi annuncia la scoperta della circolazione capillare come anello di congiunzione tra arterie e vene. “He himself emphasizes the importance of the fact that the transition between the venous and the arterial blood had been discovered, and posterity has confirmed the truth of his discovery” – (fr:2382) [Egli stesso sottolinea l’importanza del fatto che il passaggio tra il sangue venoso e quello arterioso era stato scoperto, e i posteri hanno confermato la verità della sua scoperta]. Sulle funzioni del polmone Malpighi è invece speculativo: immagina che serva a mantenere il sangue in movimento e a impedirne la coagulazione, e attribuisce la febbre a processi di fermentazione.
Seguono le indagini su una serie di organi classificati come ghiandole. Nel fegato Malpighi segue i vasi fino alle ultime ramificazioni e nota piccole protuberanze nel fegato cotto, deducendone la natura ghiandolare dell’organo — conclusione corretta, anche se le protuberanze osservate sono in realtà artefatti di cottura. Più audace è l’estensione del modello ghiandolare alla corteccia cerebrale: qui osserva le cellule piramidali e ritiene che siano elementi ghiandolari che secernono il “fluidum” – (fr:2388) [fluido] capace di far contrarre i muscoli; i nervi, cavi secondo lui, fungerebbero da condotti. Sono speculazioni poco illuminanti, e solo più tardi Swedenborg, sulla scorta delle osservazioni malpighiane, formulerà ipotesi di localizzazioni corticali che ancora oggi sorprendono. Malpighi dà contributi più solidi nello studio del rene e della milza: descrive il decorso dei vasi e dei tubuli renali, identifica i glomeruli (che ancora portano il suo nome) e i corpuscoli malpighiani della milza. La monografia sulla lingua spiega la muscolatura e i nervi e caratterizza le papille come organi del gusto.
In ambito zoologico, Malpighi studia lo sviluppo dell’uovo di gallina, integrando Fabrizio e Harvey, e analizza struttura e metamorfosi del baco da seta, in cui scopre gli organi escretori tipici dei Tracheati, oggi chiamati tubi malpighiani. “he discovered in this subject the excretal organs characteristic of the Tracheata, which are now called the Malpighian tubes” – (fr:2395) [scoprì in questo soggetto gli organi escretori caratteristici dei Tracheati, oggi chiamati tubi malpighiani].
L’ultimo grande cantiere è l’anatomia vegetale, che Malpighi inaugura quasi da pioniere, condividendo il merito con l’inglese Grew. Dopo dieci anni di preparazione, i risultati vengono pubblicati dalla Royal Society: uno studio comparato della struttura di piante legnose ed erbacee, dalla corteccia al legno, al midollo, fino a gemme, foglie, fiori e frutti. Le diverse parti risultano composte da piccoli “utriculi” – (fr:2406) [utricoli] o cellule, visibili con la lente, che formano gruppi connessi più ampi. Malpighi analizza cuticola e libro della corteccia, il sistema vascolare del legno e le sue fibre, dedicando particolare attenzione ai vasi spirali, il cui ispessimento interno lo induce a un confronto con il sistema tracheale degli insetti, sia per struttura sia per funzione. Su questa somiglianza, in parte casuale, costruisce una teoria universale della respirazione: “He believes that the more perfect the living beings are, the smaller their respiratory organs are” – (fr:2409) [Ritiene che quanto più perfetti sono gli esseri viventi, tanto più piccoli siano i loro organi respiratori], sicché l’uomo e gli animali superiori hanno due polmoni relativamente piccoli, i pesci branchie ramificate, gli insetti trachee diffuse per tutto il corpo e le piante vasi spirali in quantità tali da riempire ogni minima ramificazione. Le piante, a suo avviso, assorbirebbero aria dal suolo tramite le radici; le foglie non avrebbero aperture utili allo scopo. La respirazione servirebbe a favorire la mobilità e la “fermentazione” dei succhi alimentari, concetto che costituisce un progresso rispetto alla “cozione” aristotelica, pur nell’inevitabile indefinitezza dovuta allo stadio della chimica coeva.
Nel descrivere i costituenti elementari delle piante, Malpighi moltiplica i paralleli con gli animali, seguendo una tradizione che risaliva alle speculazioni fisiologiche di Cesalpino. Così paragona le gemme all’ovaio e all’utero, e, non riuscendo a sbrogliare la questione della sessualità vegetale, ipotizza che i fiori servano a purificare i succhi prima della germinazione, “just as menstruation precedes pregnancy” – (fr:2416) [così come la mestruazione precede la gravidanza]. Estende l’analogia fino a riconoscere nelle strutture del seme utero, tuba di Falloppio, cordone ombelicale e amnios, giungendo a conclusioni stravaganti. Anche lo studio delle galle mostra la sua finezza di osservazione: è pienamente convinto che siano prodotte da insetti, ma per i tubercoli delle radici delle leguminose, che non sono causati da insetti, non trova spiegazione. Quanto ai tuberi di riserva, formula la corretta ipotesi che contengano nutrimento di scorta.
La parabola di Stenone e l’opera di Malpighi compendiano così il doppio binario su cui si muove la biologia del Seicento: da un lato, l’ambizione di catturare la vita entro schemi meccanici e matematici, costretta ad arrestarsi di fronte a un sapere chimico ancora inesistente; dall’altro, l’irruzione di una tecnica nuova, il microscopio, che apre territori inattesi. Mentre Stenone, dopo aver fondato di fatto la paleontologia e aver intuito la storia della Terra, sacrifica la scienza sull’altare della dottrina — in un contrasto che il testo definisce “A tragic fate indeed, although by no means without its counterpart in scientific history” – (fr:2338) [Un destino tragico invero, benché non privo di riscontri nella storia della scienza] —, Malpighi, pur con tutti i suoi equivoci fisiologici, consegna alla posterità la prima anatomia microscopica sistematica e il germe della teoria cellulare, fissando un metodo che trasformerà radicalmente la conoscenza del vivente.
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15 I fondatori dell’anatomia vegetale e i pionieri della microscopia nel Seicento
Il Seicento segnò la nascita dell’anatomia vegetale come disciplina autonoma e l’esplosione dell’indagine microscopica sul mondo animale, con l’Olanda quale centro propulsore della ricerca biologica. Due figure diedero fondamento all’anatomia delle piante: Marcello Malpighi, che tuttavia «is again tempted, however, by the theory of the nutriment of plants, with which he closes his work, to make dangerous comparisons with the conditions obtaining in the animal kingdom» – (fr:2419) [è di nuovo tentato, tuttavia, dalla teoria del nutrimento delle piante, con cui chiude la sua opera, di fare pericolosi paragoni con le condizioni che si riscontrano nel regno animale], e Nehemiah Grew, il quale scelse una strada opposta. Grew, medico inglese formatosi a Leida e divenuto segretario della Royal Society, concentrò i suoi studi quasi esclusivamente sull’anatomia vegetale; «as a scientist Grew concentrated almost exclusively upon vegetable anatomy, whereby his investigations at once acquire a different character from those of Malpighi, in that the latter’s constantly repeated comparisons with human and animal anatomy are altogether lacking» – (fr:2427) [come scienziato Grew si concentrò quasi esclusivamente sull’anatomia vegetale, per cui le sue ricerche acquistano subito un carattere diverso da quelle di Malpighi, in quanto mancano del tutto i continui confronti di quest’ultimo con l’anatomia umana e animale]. Grew coniò il termine “parenchima”, descrisse con sobrietà cellule e vasi del fusto, e avanzò l’idea che il pistillo corrisponda all’organo femminile e lo stame con il polline a quello maschile, pur indugiando in speculazioni su “succhi maschili e femminili” di nessun valore attuale. I due scienziati collaborarono con reciproco rispetto: «he voluntarily abandoned in favour of Malpighi any claim to priority in regard to the discovery of the vascular system in plants; on the other hand, Malpighi undertook a Latin translation of Grew’s writings» – (fr:2432) [rinunciò volontariamente a qualsiasi pretesa di priorità sulla scoperta del sistema vascolare nelle piante a favore di Malpighi; d’altra parte Malpighi intraprese una traduzione latina degli scritti di Grew]. I progressi da loro compiuti furono tali che «it was to take more than a century before any important addition could be made to their work» – (fr:2433) [sarebbe passato più di un secolo prima che si potesse aggiungere qualcosa di importante al loro lavoro]. Attraverso di loro la biologia acquisì la nozione di tessuto e vide descritte per la prima volta le cellule come elementi semplici dei tessuti vegetali, benché ciò avvenisse soltanto nel regno vegetale (fr:2434). Tuttavia, «it was to be nearly two centuries before the fundamental value of these achievements was fully appreciated; true, both their contemporaries and the immediately succeeding age admired the exactness of their investigations, but it considered the results more from the point of view of curiosity» – (fr:2435) [sarebbero trascorsi quasi due secoli prima che il valore fondamentale di queste conquiste fosse pienamente apprezzato; è vero che i contemporanei e la generazione immediatamente successiva ammirarono l’esattezza delle loro indagini, ma considerarono i risultati più come curiosità]. Il mancato proseguimento sulla via tracciata fu dovuto in gran parte al fatto che il microscopio aveva aperto nel contempo un campo assai più vasto e di maggiore interesse immediato nell’anatomia animale, in particolare in quella degli animali inferiori (fr:2437‑2438).
In questo panorama si inserisce Antoni van Leeuwenhoek (1631‑1723), autodidatta privo di formazione scientifica e ignaro del latino, che lavorò dapprima nel commercio di tessuti e poi come impiegato municipale a Delft. «He taught himself to grind lenses, and by diligence and having a naturally delicate touch, he developed this art further than any of his contemporaries» – (fr:2443) [imparò da sé a molare le lenti e, con diligenza e un tatto naturalmente delicato, portò quest’arte più avanti di qualsiasi suo contemporaneo]. Geloso delle sue invenzioni, non vendette né prestò mai i suoi migliori strumenti; si dice che possedesse più di quattrocento microscopi. La sua attività di osservatore instancabile coprì qualsiasi oggetto: cristalli, minerali, piante e animali. «He took exact measurements of everything that he examined; unfortunately there was in his time no unit of measure which could have served his purpose, so that he was compelled to select such objects of comparison as he thought suitable — a hair, a grain of sand — and to state his measurements in fractions, often thousandth parts, thereof» – (fr:2453) [prendeva misure esatte di tutto ciò che esaminava; sfortunatamente ai suoi tempi non esisteva un’unità di misura adatta al suo scopo, cosicché era costretto a scegliere oggetti di confronto come un capello o un granello di sabbia ed esprimere le misure in frazioni, spesso millesimi, di essi]. Rifuggendo le speculazioni teoriche, descrisse e illustrò ciò che vedeva, accumulando una lunga serie di fatti fondamentali. Dimostrò la continuità dei capillari tra vene e arterie, completando l’opera di Malpighi, e «for the first time clearly recognized the blood corpuscles and described them, first in the frog and then in man and a number of animal forms» – (fr:2460) [per la prima volta riconobbe chiaramente i corpuscoli del sangue e li descrisse, prima nella rana e poi nell’uomo e in diverse forme animali]. Studiò a fondo gli spermatozoi e la fecondazione; per provare che la vita proviene dal maschio, incrociò conigli di colore diverso: «if a white female is paired with a grey male, all the young will be grey like the father» – (fr:2465) [se una femmina bianca viene accoppiata con un maschio grigio, tutti i piccoli saranno grigi come il padre]. Scoprì gli Infusori e i Rotatori nell’acqua, individuò le vere uova delle formiche e mostrò che quelle che si credevano tali erano in realtà le pupe. «He very definitely opposes the hitherto prevalent view that minute creatures of all kinds arise through putrefaction or fermentation in inanimate matter. Instead he declares that even the smallest animals possess reproductive powers and propagate solely by means of them» – (fr:2470‑2471) [si oppose con molta decisione alla convinzione fino ad allora prevalente che le creature minute di ogni sorta nascano dalla putrefazione o dalla fermentazione della materia inanimata. Dichiarò invece che anche gli animali più piccoli possiedono capacità riproduttive e si propagano esclusivamente per mezzo di esse], portando a prova lo sviluppo di pulci e afidi (fr:2472). Rilevò inoltre la differenza struttura del fusto fra monocotiledoni e dicotiledoni. Sebbene non abbia formulato teorie generali, la sua opera fece progredire la conoscenza della natura in misura elevatissima (fr:2473).
Un’altra figura cardine del periodo fu Jan Swammerdam (1637‑1680). Figlio di uno speziale di Amsterdam, dopo gli studi a Leida e un soggiorno a Parigi, si dedicò all’anatomia degli animali inferiori conseguendo in soli sei anni risultati che «not only left all his predecessors far behind, but actually remained unexcelled for the space of more than a hundred years» – (fr:2486) [non solo lasciarono tutti i predecessori molto indietro, ma rimasero di fatto insuperati per più di cento anni]. Le sue monografie anatomiche – tra cui quelle celeberrime sull’ape, il pidocchio e l’efemera – si fondano su una teoria evolutiva che nega ogni metamorfosi: «Swammerdam declares that the insect does not undergo any transformation, but that merely growth takes place of parts which already existed before» – (fr:2515) [Swammerdam dichiara che l’insetto non subisce alcuna trasformazione, ma che ha luogo soltanto la crescita di parti già esistenti in precedenza]; lo stesso principio di predeterminazione fu esteso allo sviluppo della rana e, sommariamente, a quello dell’uomo (fr:2517). La sua abilità nella dissezione divenne proverbiale: «extraordinary lightness of touch and unique powers of observation enabled him to utilize the methods which he worked out, to which, finally, we must add his love of research, for which he literally gave his life» – (fr:2512) [una straordinaria leggerezza di tocco e capacità di osservazione uniche gli permisero di utilizzare i metodi che aveva messo a punto, a cui bisogna infine aggiungere l’amore per la ricerca per il quale diede letteralmente la vita]. La sua esistenza fu amareggiata da febbri malariche, conflitti familiari e una profonda crisi religiosa che lo spinse ad abbandonare la scienza intorno al 1673 per cercare conforto nel misticismo. Morì a meno di 43 anni. I suoi manoscritti inediti, lasciati all’amico Thévenot, furono pubblicati postumi da Boerhaave nel 1737 con il titolo di Bijbel der Natuure, un’opera che ancora a metà Settecento non era superata nelle descrizioni anatomiche (fr:2505‑2506). Il titolo riflette lo stato d’animo religioso dell’autore, ma l’esposizione vi rimane puramente naturalistica, salvo rare riflessioni moraleggianti come quella sulla breve vita dell’efemera (fr:2507‑2508). Le sue preziose collezioni furono disperse all’asta dopo la morte (fr:2509). Con lui e con i contemporanei Malpighi, Grew e Leeuwenhoek, la biologia pose le fondamenta dell’anatomia microscopica e del concetto di tessuto, anche se la portata di tali conquiste sarebbe stata pienamente compresa solo molti decenni più tardi.
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16 Lo sviluppo della classificazione sistematica prima di Linneo
Il capitolo ripercorre il cammino che, dalle prime rudimentali categorie popolari fino ai sistemi del Seicento, condusse la botanica e la zoologia verso una sistematica scientifica. L’autore prende le mosse dal fallimento degli approcci spiritualistici – esemplificato da Swedenborg, che attraverso «lotte spirituali disperate» giunse soltanto a segreti del mondo soprannaturale, «absolutely useless to science and to humanity at large» – (fr:2756) [assolutamente inutili alla scienza e all’umanità in genere] – per affermare che «On those lines, therefore, it was impossible in the long run to achieve any satisfactory results.» – (fr:2760) [Su quelle linee, dunque, era impossibile alla lunga ottenere risultati soddisfacenti.] Sopravvissero invece opere che comprendevano «a systematic description and classification of living creatures on earth» – (fr:2761) [una descrizione e classificazione sistematiche degli esseri viventi sulla terra], le quali seppero conquistare largo seguito.
La necessità di ordinare il sapere emerge appena l’uomo amplia il proprio orizzonte, perché – come nota F.A. Lange – «no language would suffice to denote everything individually, and since in a language which did so, no understanding, no common knowledge, nor retention of such an infinity of terms would be possible» – (fr:2763‑2764) [nessuna lingua basterebbe a designare ogni cosa singolarmente, e in una lingua che lo facesse non sarebbero possibili comprensione, sapere comune né la ritenzione di una tale infinità di termini]. I popoli primitivi raggruppano perciò gli oggetti naturali in base a qualità facilmente percepibili e praticamente importanti, categorie che ancor oggi utilizza chi ha con la natura un rapporto puramente pratico (fr. 2765). Una classificazione su principi scientifici, invece, si è sviluppata lentamente (fr. 2766): la filosofia greca antica si accontentava della nomenclatura popolare (fr. 2767). Furono Platone e la sua scuola a introdurre il raggruppamento in specie e generi (termini disposti lateralmente e gerarchicamente) nonché le tavole dicotomiche, «which even today play such an important part in plant and animal systematization» – (fr:2769) [che ancor oggi hanno una parte così importante nella sistematica vegetale e animale]. Tuttavia, più la classificazione diventava astratta, più ci si allontanava dagli oggetti di partenza, «a fact which the biological systematicians have not always realized; the practical advantage of systematic categories has led to the zoologist’s and the botanist’s forgetting how artificial their system has really become.» – (fr:2771) [un fatto che i sistematici della biologia non hanno sempre compreso; il vantaggio pratico delle categorie sistematiche ha fatto dimenticare a zoologi e botanici quanto il loro sistema sia divenuto artificiale].
Aristotele non andò oltre l’impostazione platonica: nei suoi scritti biologici compaiono soltanto due termini sistematici, «eidos or species, and genos, the family, in which are included all combinations of forms which come above the notion of species» – (fr:2772) [«eidos» o specie, e «genos», la famiglia, nella quale sono comprese tutte le combinazioni di forme che stanno al di sopra della nozione di specie]. Non diede mai un sistema compiuto (quello attribuitogli fu ricostruito da altri: fr. 2773), e la sua conoscenza delle forme era tanto esigua che la semplice classificazione impiegata non creava difficoltà (fr. 2774). Per secoli non si avvertì il bisogno di una tassonomia più dettagliata, poiché le piante e gli animali noti nell’antichità e nel Medioevo erano ancora coperti dalla filosofia naturale aristotelica (fr. 2775). Solo le grandi scoperte geografiche del Cinque e Seicento resero inevitabile ampliare la classificazione, «if the material collected was not to accumulate into an absolutely intractable mass» – (fr:2776) [se non si voleva che il materiale raccolto si accumulasse in una massa assolutamente ingestibile]. La botanica, in particolare, reclamava una revisione, eppure divenne scienza indipendente molto dopo la zoologia (frr. 2777‑2778). Nell’antichità e nel Medioevo la conoscenza botanica era essenzialmente ancella della farmacologia (fr. 2779). Gli scritti botanici di Aristotele sono quasi interamente perduti (fr. 2780); l’opera di Teofrasto, presa a modello dai posteri, confrontava piante e animali superiori con speculazioni astratte e infruttuose, e vi si ritrova solo l’antica suddivisione in erbe, cespugli e alberi (frr. 2781‑2782). Accanto a Teofrasto circolava il trattato farmacologico di Dioscoride, su cui Plinio basò la parte botanica della sua Storia Naturale (fr. 2783). Nel Medioevo questi testi, creduti contenere tutte le piante esistenti, furono studiati e commentati, ma il tentativo di ritrovare in essi le piante dell’Europa centrale – scritti che riguardavano solo il Mediterraneo – condusse alle più assurde speculazioni (fr. 2784); solo pochi autori arabi osarono descrivere nuove piante (fr. 2785).
Il Rinascimento portò un mutamento. Otto Brunfels, con Herbarum vivae eicones, fu chiamato da Linneo padre della botanica (frr. 2787‑2789). Le sue descrizioni partivano da elenchi di nomi in diverse lingue e dalle opinioni degli antichi, per chiudere con un giudizio personale e l’indicazione delle «virtù» medicinali; la preoccupazione per i poteri curativi restava predominante (frr. 2791‑2794). Più interessante fu Leonhart Fuchs, la cui Historia Stirpum (1541) fornì per la prima volta un glossario dei termini impiegati e aprì ogni descrizione con forma, habitat, stagione di raccolta, «temperamento» e poteri, relegando solo in quest’ultima voce le citazioni degli autori antichi (frr. 2795‑2801). Occasionalmente distingueva anche tra specie e genere (fr. 2802).
Il primo a trattare la botanica come scienza veramente indipendente fu Andrea Cesalpino (1519‑1603), il cui De Plantis segue fedelmente il modello aristotelico: analisi comparativa, definizioni concise, conclusioni astratte, senza alcuna preoccupazione per l’utilità pratica che guidava gli erboristi come Brunfels (frr. 2803‑2806). La sua definizione della differenza tra piante e animali – le piante si nutrono, crescono e si riproducono ma mancano di sensibilità e movimento, e perciò necessitano di organi più piccoli (fr. 2807) – apre un confronto organico condotto con rigida unilateralità: le radici sono gli organi alimentari, corrispondenti a stomaco e intestino; fusto e stelo appartengono al sistema riproduttivo (frr. 2808‑2809). La pianta consta di corteccia, libro, legno e midollo; quest’ultimo, il più interno, è ritenuto fisiologicamente il più importante e omologo agli intestini degli animali (fr. 2810). Cesalpino cerca il «centro della vita» vegetale e lo individua nel colletto della radice, dove convergono i vasi lattiginosi paragonati alle vene animali (frr. 2811‑2813); tuttavia, la propagazione per talea mostra che tale centro non è assoluto come nell’animale, giacché esso si trova «actu (actually) is in the root‑collar, but potentia (potentially) can be everywhere» – (fr:2814) [«actu» (in atto) è nel colletto radicale, ma «potentia» (in potenza) può essere ovunque]. Pone grande attenzione ai frutti, visti come equivalente dell’embrione animale, e interpreta i petali come foglie modificate – idea poi ripresa da Goethe –, ma nega l’esistenza del sesso nelle piante: il frutto si forma da gemme prodotte dal midollo e dal libro (frr. 2815‑2816). La classificazione, pur mantenendo la tradizionale divisione in alberi, arbusti, suffrutici ed erbe, si basa sull’analisi dei frutti (frr. 2817‑2818). Cesalpino, come Aristotele, non offre né un sommario del sistema né una nomenclatura sistematica (fr. 2819); occasionalmente compaiono suddivisioni che hanno il carattere di determinazioni di specie o varietà, come le tre forme di carota – Creticus, Montanus, Campestris – ma le categorie restano poco definite, perché l’autore era più interessato all’anatomia e alla fisiologia che alla sistematica (frr. 2820‑2822). Ciononostante, il suo sistema fu il primo veramente fondato sullo studio comparato delle forme e Linneo, che ne fece un riassunto, lo giudicò il primo a porre una base definita per la classificazione vegetale (fr. 2823). In seguito questa base fu considerata artificiale, poiché poggiava su un solo organo, e le furono contrapposti apporti a un sistema naturale provenienti da «certain of the old, and otherwise not particularly systematic, herbalists» – (frr:2824‑2825) [certi vecchi erboristi, peraltro non particolarmente sistematici].
Una direzione nuova, indipendente da Cesalpino, fu impressa da Caspar Bauhin (1550‑1614). Allievo di Fuchs a Tubinga, pubblicò il Prodromus e il Pinax theatri botanici, primi tentativi di compilazione critica di tutti i nomi e le descrizioni scientifiche di piante allora noti (frr. 2826‑2829). Bauhin, pur rifacendosi agli erboristi semimedicali del Cinquecento, possedeva un occhio acuto per le affinità naturali: raggruppava le piante secondo la somiglianza dell’aspetto esterno, cominciando da Graminacee, Liliacee, Zingiberacee, poi dicotiledoni e infine arbusti e alberi, senza però caratterizzare né nominare questi gruppi (frr. 2830‑2832). Ogni pianta era riunita sotto un nome di genere e caratterizzata con diagnosi brevi e concise, accompagnate da un resoconto delle affermazioni degli autori precedenti; ma né i nomi di genere né i gruppi superiori ricevevano una definizione formale, cosicché non si può sostenere che Bauhin avesse chiaramente colto la distinzione fra genere e specie (frr. 2833‑2835). A maggior ragione è stato definito l’iniziatore della classificazione naturale basata sulla somiglianza complessiva, in opposizione al sistema artificiale fondato su un singolo apparato organico, «a contrast that has proved of great significance in botany, whereas in zoology it has not been of such consequence» – (fr:2836) [un contrasto che si è dimostrato di grande importanza in botanica, mentre in zoologia non ha avuto altrettanta rilevanza]. Soprattutto, come critico della letteratura botanica precedente, Bauhin compì un’opera di valore duraturo (fr. 2837).
Posizione singolare occupa Joachim Jung (Jungius, 1587‑1657). Dopo una giovinezza irrequieta, divenne rettore di un ginnasio ad Amburgo, dove la sua multiforme attività scientifica e didattica fu ostacolata da difficoltà e accuse di eresia; perciò la maggior parte dei suoi scritti rimase inedita e andò in parte dispersa dopo la morte (frr. 2838‑2841). I suoi allievi pubblicarono alcuni trattati, fra cui l’Isagoge phytoscopica («Manuale di studio botanico»), un volume di sole quarantasei pagine in quarto che deve tuttavia essere considerato «one of the pioneer works in botany» – (fr:2842‑2843) [una delle opere pioniere della botanica].
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17 Dalla descrizione astratta della foglia alla variabilità delle specie: tappe della biologia tra Sei e Settecento
Il Seicento botanico si allontana dalle speculazioni aristoteliche, affina definizioni astratte degli organi, costruisce classificazioni artificiali e dimostra sperimentalmente la sessualità vegetale, mentre John Ray pone per la prima volta il problema della specie con rigore, pur ammettendo eccezioni.
Il testo ripercorre alcuni momenti cruciali della sistematica vegetale e, in misura minore, animale, fra XVI e XVIII secolo. Il botanico tedesco Joachim Jung (1587‑1657) offre “un’esposizione concentrata della teoria botanica, sotto l’evidente influsso di Cesalpino, ma senza le sue sterili speculazioni aristoteliche” (“It gives a concentrated account of the theory of botany, under the obvious influence of Cesalpino’s, but without the latter’s profitless Aristotelean speculations” – fr. 2844). La pianta viene caratterizzata dapprima come tale, poi se ne descrivono gli organi uno per uno con diagnosi brevi e astratte, come dimostra la celebre definizione di Jung: “A leaf is that which stretches out from its place of attachment in height and length — so that the surfaces of the third dimension are dissimilar to one another; it is the leaf’s inner surface that is differentiated from the outside.” – (fr. 2845) [Una foglia è ciò che si estende dal suo punto di attacco in altezza e in lunghezza – cosicché le superfici nella terza dimensione sono dissimili tra loro; è la superficie interna della foglia a essere differenziata da quella esterna.] L’intero impianto, con frasi concise e vigorose e analisi disposte in tabelle, “ricorda più l’opera di Linneo che quella di qualsiasi altro dei primi botanici” (“The whole exposition, with its concise, vigorous sentences and its analyses of different parts of the plant drawn up in tabular form, is more reminiscent of Linnaeus’s work than that of any other of the early botanists.” – fr. 2846). Linneo stesso riconoscerà Jung come precursore per la formulazione di regole descrittive dei fiori e riprenderà la caratterizzazione degli organi vegetali proprio là dove Jung l’aveva lasciata, portandola a un livello molto più alto (fr. 2847).
Un passo deciso verso una classificazione artificiale, per quanto poco pratica, lo compie Augustus Quirinus Rivinus (1652‑1713). “He was the first to insist that the old division into trees, bushes, and herbs should be done away with; in its place he would classify plants exclusively according to their corolla, and he thus created an artificial system, which, however, was not very practical.” – (fr. 2851) [Fu il primo a insistere affinché la vecchia divisione in alberi, arbusti ed erbe fosse abolita; al suo posto classificava le piante esclusivamente in base alla corolla, creando così un sistema artificiale, che però non era molto pratico.] Anche la sua spinta verso una nomenclatura semplificata ebbe più successo nella critica al sistema vigente che nelle proposte di riforma (fr. 2852).
Joseph Pitton de Tournefort (1656‑1708), invece, compie un salto qualitativo nella gerarchia delle categorie. Sotto l’influsso di Cesalpino e Malpighi, egli stabilisce che solo fiori e frutti possono fornire caratteri affidabili: “When later it comes to classifying and giving characters to plants, he maintains, under the manifest influence of Cesalpino, that only the flowers and fruits can come into question; he seeks far and wide for proofs as to why root, stalk, and leaf do not provide reliable characters.” – (fr. 2864) [Quando poi si tratta di classificare e dare caratteri alle piante, egli sostiene, sotto l’evidente influenza di Cesalpino, che solo i fiori e i frutti possano venire in questione; cerca ampie prove del perché radice, fusto e foglia non forniscano caratteri affidabili.] Tournefort descrive i generi basandosi su somiglianze nella struttura di fiori e frutti, suddividendoli poi in sottocategorie; le sue diagnosi sono spesso così incisive da essere state accolte dai sistematici fino all’età moderna, mentre le specie ricevono solo poche parole su fusto e foglia, procedendo all’opposto di Bauhin (fr. 2865‑2867). Ancora più innovativo è il fatto che Tournefort elabori per la prima volta una classificazione sistematica di categorie superiori al genere: “he divides the plants into a number of classes, which again are severally divided into sections; each of these is characterized in a few words, but is not given a name.” – (fr. 2868) [suddivide le piante in un numero di classi, che a loro volta sono suddivise in sezioni; ciascuna è caratterizzata con poche parole, ma non riceve un nome.] I caratteri di queste categorie sono tratti dalla conformazione del fiore (corolla presente o assente, gamopetala, cruciforme, unguiculata ecc.), molti dei quali conservano ancora oggi validità. Tournefort non riesce tuttavia ad abbandonare del tutto la distinzione in erbe, arbusti e alberi, sicché il suo sistema conta diciassette classi di erbe e cinque di arbusti e alberi (fr. 2870).
Nel campo della fisiologia, il contributo decisivo arriva da Rudolph Jacob Camerarius (1665‑1721). Sin dall’antichità era nota l’esistenza di piante dioiche come la palma da datteri, ma gli scienziati classici e quelli del Cinque‑Seicento avevano negato o ignorato la sessualità vegetale, soprattutto perché la maggioranza delle piante è ermafrodita (fr. 2878). Grew fu il primo a credere che le piante si riproducessero sessualmente “come le lumache” (anch’esse ermafrodite), basandosi però su speculazioni teoriche (fr. 2880‑2881). Camerarius, invece, nella sua Lettera sul sesso delle piante del 1694, fornisce la prova sperimentale: “He cultivated for this purpose a fairly large number of both monoecious and dioecious plants and found that i^ the male flowers are picked off in time, there will be no fruit, while fruit will certainly develop if the pistils of the female flowers are provided with pollen.” – (fr. 2888) [Coltivò a questo scopo un numero piuttosto elevato di piante sia monoiche sia dioiche e scoprì che, se i fiori maschili venivano rimossi in tempo, non si formava alcun frutto, mentre il frutto si sviluppava certamente se i pistilli dei fiori femminili venivano provvisti di polline.] La dimostrazione ebbe effetto convincente, se non su tutti i contemporanei, certamente sulle generazioni successive, e Linneo ne riconobbe l’importanza per la fisiologia vegetale (fr. 2889‑2890).
Mentre la botanica rinnovava la propria sistematica, la zoologia segnava il passo. La zoografia rinascimentale restava poco sistematica e aderiva ad Aristotele, la cui Historia animalium offriva comunque una base solida, fondata su un acuto senso della forma e su raggruppamenti tuttora validi, specialmente per i vertebrati (fr. 2891‑2894). Tuttavia, l’anatomia e la fisiologia animale attiravano l’attenzione sulla struttura interna complessa, rendendo il confronto zoologico diverso da quello botanico, prevalentemente esteriore. Si avvertiva però la necessità di sviluppare una classificazione formale anche per gli animali e, ancor più, di trovare un terreno comune che permettesse di valutare con gli stessi criteri tutte le forme viventi (fr. 2896‑2897). Il primo a tentare di trattare la classificazione vegetale e animale secondo principi analoghi fu John Ray; il sistema uniforme per tutti gli esseri viventi sarebbe poi stato messo a punto da Linneo (fr. 2898).
La figura di Ray (1627‑1705) domina la parte finale del brano. Dopo aver rinunciato alla carriera ecclesiastica per fedeltà alla propria coscienza, Ray visse da studioso privato grazie all’amicizia con Francis Willughby, con il quale viaggiò a lungo in Europa dedicandosi alla botanica mentre Willughby si occupava di zoologia (fr. 2905‑2906). L’opera maggiore di Ray è la Historia plantarum generalis, un volume di 1860 pagine in folto che riassumeva tutto il sapere botanico dell’epoca, preceduta da un compendio del sistema, il Methodus plantarum (fr. 2912‑2913). Ray cita Aristotele sulla divisione degli organi, utilizza le definizioni di Jung estendendole, e pur richiamando la classificazione di Cesalpino basata su frutti e semi, sottolinea che occorre considerare anche la forma delle foglie e di altre parti per riunire piante simili anche quando i semi differiscono (fr. 2916‑2917). “Above all, he reminds us that nature never makes any jumps; on the contrary, the extremes are connected by middle forms, just as the zoophytes come between the vegetable and animal kingdoms.” – (fr. 2918) [Soprattutto, ci ricorda che la natura non fa mai salti; al contrario, gli estremi sono connessi da forme intermedie, proprio come gli zoofiti si collocano tra il regno vegetale e quello animale.]
Sul piano anatomico Ray segue Malpighi e accetta le idee di Grew sulla sessualità vegetale senza svilupparle, ma compie osservazioni originali di notevole valore sulla germinazione, stabilendo per primo la differenza tra piante con uno e con due cotiledoni (fr. 2919‑2920). Tuttavia il suo contributo più discusso riguarda la nozione di specie. Ray la definisce in termini di riproduzione: “In his view, plants belong to the same species if they give rise through their seed to a new plant similar to themselves, in the same way as bulls and cows are the same species because in mating they produce creatures — which resemble themselves.” – (fr. 2922) [Secondo la sua concezione, le piante appartengono alla stessa specie se danno origine attraverso il loro seme a una nuova pianta simile a sé, allo stesso modo in cui tori e vacche sono la stessa specie perché dall’accoppiamento producono creature che assomigliano a loro stesse.] Il numero delle specie è invariabile perché Dio, dopo il settimo giorno, non ha creato nuove specie (fr. 2923). Ray esclude che le variazioni di colore dei fiori costituiscano specie distinte, poiché non vengono trasmesse per seme ma solo per talea (fr. 2924). Tuttavia l’invariabilità non è assoluta: “The invariability of species is, however, not absolute; plant species can be varied through the ‘degeneration’ of the seeds thus it has certainly occurred that the seed of the cauliflower has produced leaf-cabbage and that from the seed of frimula veris t?iajor has arisen primula fratensis inodora.” – (fr. 2925) [L’invariabilità delle specie, tuttavia, non è assoluta; le specie vegetali possono variare attraverso la ‘degenerazione’ dei semi, così è certamente accaduto che il seme del cavolfiore abbia prodotto cavolo cappuccio e che dal seme di Primula veris major sia nata Primula pratensis inodora.] Ray giunge a prendere in considerazione antiche storie sulla degenerazione del grano in loglio e del mais in altre erbacce; pur dubitando di alcune, ritiene il fenomeno possibile (fr. 2926‑2927). Questa credenza nella variabilità è stata spesso interpretata come prova di uno sguardo libero da pregiudizi, ma gli esempi addotti mostrano piuttosto che Ray non riuscì a liberarsi del tutto di una certa superstizione primitiva (fr. 2928‑2929).
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18 Dalla sistematica di Ray alla sintesi linneana: progressi e limiti della classificazione nei secoli XVII e XVIII
L’indagine naturalistica abbandona le autorità classiche e si incardina sull’osservazione diretta delle forme viventi, preparando il terreno a una concezione unitaria della vita.
Ray esordisce con una definizione chiara dell’animale, inteso come “a body having life and powers of perception and of independent motion” – (fr:2941) [un corpo dotato di vita, di capacità percettive e di moto autonomo], e respinge la tesi cartesiana dell’insensibilità animale. Sul fronte della riproduzione nega la generazione spontanea e passa in rassegna le teorie dell’epigenesi e della preformazione, senza apportare contributi decisivi (fr:2942). Con altrettanta energia demolisce la tradizione delle creature favolose: “The theory of fabulous creatures, which had always up to then been included on the authority of classical authors, is examined and entirely exploded” – (fr:2943) [La teoria delle creature favolose, che fino ad allora era stata sempre accolta sull’autorità degli autori classici, viene esaminata e completamente demolita].
Il cuore del suo lavoro è però la sistematica, ancora largamente aristotelica. Ray segue Aristotele perché la divisione aristotelica dei quadrupedi è “on the whole both natural and well founded” – (fr:2944) [nel complesso sia naturale sia ben fondata]; tuttavia non osa sviluppare le implicazioni del metodo anatomo-comparato e, pur riconoscendo l’affinità anatomica delle balene con i mammiferi, le lascia tra i pesci (fr:2945). Il suo progresso maggiore consiste nell’introduzione del carattere circolatorio: distingue gli animali in sanguigni e senza sangue, pur sapendo che questi ultimi possiedono un fluido incolore ma preferendo la nomenclatura aristotelica (fr:2946). I sanguigni vengono suddivisi in base alla respirazione (polmoni o branchie) e, tra quelli polmonati, in base ai ventricoli cardiaci: “to the last belong oviparous quadrupeds and reptiles; the first is divided into oviparous (birds) and viviparous (partly land animals mammals, partly aquatic animals — whales)” – (fr:2947) [a questi ultimi appartengono i quadrupedi ovipari e i rettili; i primi si dividono in ovipari (uccelli) e vivipari (in parte animali terrestri, mammiferi, in parte acquatici – balene)]. Anche il rivestimento peloso serve da carattere unificante: il lamantino, acquatico, viene incluso tra i terrestri proprio per la sua pelliccia (fr:2948). Gli animali senza sangue sono invece bipartiti in piccoli (insetti) e grandi (molluschi, crostacei) (fr:2949), ma Ray di fatto si concentra solo sui quadrupedi, lasciando gli acquatici a Willughby (fr:2950).
La classificazione dei quadrupedi pelosi segue la morfologia delle estremità: Ungulata (con zoccoli) e Unguiculata (con artigli) (fr:2951). Tra i primi compaiono equidi, ruminanti, suini, rinoceronte e ippopotamo (fr:2952); tra i secondi, una casistica minuziosa distingue cammelli, elefanti, scimmie, carnivori e roditori, affiancati da un gruppo di “anomali” come riccio, talpa, toporagno, armadillo, bradipo e pipistrello (fr:2953–2954). I quadrupedi ovipari sono infine suddivisi in rane (incluse le tartarughe), lucertole e serpenti (fr:2955). Ray si sforza di fornire diagnosi per ogni genere e specie dei mammiferi – “the genus Ovis, the genus Martes” – (fr:2956) [il genere Ovis, il genere Martes] ma trascura di diagnosticare i generi di anfibi e rettili, limitandosi a caratteristiche comuni (fr:2957). Malgrado questi squilibri, “for his age it constitutes an extraordinary advance” – (fr:2959) [per la sua epoca costituisce un progresso straordinario], perché Ray coglie nettamente la differenza tra specie e genere e dimostra un occhio assai sensibile alle somiglianze che fondano l’affinità in senso lato; molti suoi gruppi, sia vegetali sia animali, sono “naturali” nel senso migliore del termine. In botanica, la distinzione tra monocotiledoni e dicotiledoni si rivela di importanza essenziale (fr:2960). Restano nondimeno suddivisioni altamente artificiali, come quella dei mammiferi basata su unghie e artigli (fr:2961), e manca ancora un sistema di categorie comuni a tutti gli esseri viventi. Sarà Linneo, “the founder of modern plant and animal classification” – (fr:2963) [il fondatore della moderna classificazione delle piante e degli animali], a colmare questa lacuna.
La biografia di Linneo è essa stessa una testimonianza di intreccio tra vocazione scientifica e condizioni materiali. Suo padre adottò il cognome da un tiglio sacro della casa natale (fr:2965), e dopo studi irregolari fu ordinato sacerdote (fr:2966), coltivando al contempo un orto ricco di erbe rare (fr:2969). Carl, nato il 23 maggio 1707 (fr:2970), manifestò sin dall’infanzia la stessa passione botanica (fr:2971). A scuola si trovò malissimo: “crude schoolmasters in a crude manner gave the children a mind for sciences enough to make their hair stand on end” – (fr:2972) [maestri rozzi, in modo rozzo, instillavano nei ragazzi una mentalità scientifica da far rizzare i capelli]; andò male nelle discipline umanistiche ma eccelse in quelle fisico-matematiche (fr:2973). Il professore Rothman, riconoscendo il suo talento, lo indirizzò verso la medicina anziché il sacerdozio (fr:2974). A Lund trovò un mentore in Stobaeus (fr:2975), ma su consiglio di Rothman si trasferì a Uppsala, dove l’insegnamento medico non era molto avanzato (fr:2976) e dovette studiare da autodidatta (fr:2977). Sopravvisse alla miseria iniziale grazie alla protezione del decano Celsius, che lo accolse in famiglia (fr:2978); la sua capacità di suscitare ammirazione e simpatia tra chi condivideva i suoi interessi gli aprì la strada a una rapida ascesa (fr:2979–2980). Ancora studente, ottenne il permesso di tenere affollate lezioni di botanica (fr:2981) e con fondi pubblici condusse spedizioni in Lapponia e in Dalecarlia, raccogliendo campioni e dati etnografici (fr:2982). In Dalecarlia conobbe la futura moglie (fr:2983). Poiché in Svezia non si poteva conseguire il dottorato in medicina (fr:2984), si recò a Harderwijk, in Olanda, dove “took his doctor’s degree in a couple of weeks” – (fr:2985) [conseguì il dottorato nel giro di un paio di settimane]. Rimasto senza denaro (fr:2986), si spostò ad Amsterdam e a Leida (fr:2987), dove entrò in contatto con Boerhaave (fr:2988). Con l’aiuto di mecenati pubblicò il Systema naturae, già abbozzato in Svezia, ottenendo fama immediata (fr:2989). Trascorse tre anni in Olanda, sfornando lavori a ritmo straordinario, più volte tentato di stabilirvisi (fr:2990); ma desiderava tornare in patria e, dopo visite in Inghilterra e Francia, rientrò in Svezia con una reputazione europea e pochi mezzi (fr:2991). Riuscì a mantenersi come medico a Stoccolma finché, nel 1741, ottenne la cattedra di botanica a Uppsala (fr:2992). A Stoccolma aveva contribuito a fondare l’Accademia delle Scienze e ne era stato il primo presidente; a Uppsala divenne subito il membro più eminente dell’università (fr:2993). La sua energia si riversava nell’insegnamento, nella ristrutturazione dell’orto botanico ridotto a rovina, nella pubblicazione di opere e in una fitta corrispondenza (fr:2994). Come “founder of schools and an organizer of work he has had few equals in the history of biology” – (fr:2995) [fondatore di scuole e organizzatore del lavoro ha avuto pochi eguali nella storia della biologia]: ogni anno inviava allievi in spedizioni di ricerca, i cui materiali venivano elaborati sotto la sua guida (fr:2996). La sua autorità era riconosciuta in tutto il mondo civile, richiesta da governi e privati (fr:2997). La Svezia lo ripagò con alti onori e la nobilitazione col nome di von Linné (fr:2998). L’apice della sua grandezza si colloca negli anni Cinquanta del Settecento (fr:2999); il quarto di secolo successivo fu un inesorabile declino (fr:3000). Le fatiche giovanili e le preoccupazioni della maturità ne minarono la salute (fr:3001), già gravemente compromessa nei primi anni Cinquanta; riuscì ancora a produrre risultati notevoli ma perdeva progressivamente la mobilità (fr:3002), finché una serie di ictus negli anni Settanta spense la sua intelligenza e lo paralizzò completamente (fr:3003), fino alla morte nel 1778 (fr:3004).
Un’ombra sulla sua eredità fu la nomina del figlio Carl von Linné il giovane, ottenuta dal governo nel 1763 senza prove di capacità (fr:3005). Sebbene all’epoca l’acquisto di una “sopravvivenza” fosse consueto, “this step had the most unfortunate consequences” – (fr:3006) [questo passo ebbe le conseguenze più infelici]. L’inadeguatezza del giovane suscitò vivo risentimento tra gli allievi più competenti (fr:3007) e creò una frattura nella famiglia Linné (fr:3008); alla morte del padre, il figlio rivendicò le collezioni, ma madre e sorelle gliele negarono in forza di un testamento (fr:3009). Dopo un accordo, morì a quarantadue anni, estinguendo il nome (fr:3010). La triste vicenda familiare condusse alla vendita, “ignominious indeed for his country”, dell’erbario, della biblioteca e della corrispondenza all’Inghilterra, dove la Linnean Society tuttora le conserva (fr:3011).
La fama di Linneo oscillò violentemente. Acclamato in gioventù come “princeps botanicorum” (fr:3013) [principe dei botanici], fu poi trasformato dagli oppositori della teoria dell’evoluzione in un baluardo di conservatorismo: “his primitive Christian piety was thrust into the breach by religious and social conservatism against the ‘unbelief’ of the new biology” – (fr:3014) [la sua primitiva pietà cristiana fu gettata nella mischia dal conservatorismo religioso e sociale contro l’“incredulità” della nuova biologia]. I giudizi divennero perciò malevoli e assurdi (fr:3015), fino a quando, con il bicentenario del 1907, si ristabilì una valutazione più serena (fr:3016). In parte le contraddizioni nascono dallo sviluppo interno della sua opera: il Linneo della prima edizione del Systema naturae non è lo stesso delle edizioni finali (fr:3018), e chi cercava sostegno nelle opere giovanili trovava un autore diverso da quello della vecchiaia (fr:3019).
Sul piano teorico, Linneo non elaborò mai una teoria complessiva dei fenomeni vitali come fecero Hoffmann, Stahl o Boerhaave (fr:3020). Rimase ancorato a una concezione ingenua e popolare: “nature is created by God to His honour and for the blessing of mankind, and everything that happens happens at His command and under His guidance” – (fr:3021) [la natura è creata da Dio a Suo onore e per la benedizione del genere umano, e tutto ciò che accade avviene al Suo comando e sotto la Sua guida], senza cercare altre spiegazioni (fr:3022). Coerentemente, ancora nella dodicesima edizione del Systema naturae descrive l’universo con i quattro elementi antichi, ignorando la nuova teoria della combustione di Stahl (fr:3023). Tuttavia, negli ultimi lavori affiorano spunti meccanicistici: definisce la vita animale come “a hydraulic machine which is kept going by an ethereal-electric fire maintained by breathing” – (fr:3025) [una macchina idraulica mantenuta in funzione da un fuoco etereo-elettrico alimentato dalla respirazione], accanto a una poetica professione di fede nella potenza divina, che regge il cosmo e si confonde con Fato, Natura e Provvidenza (fr:3025). Questa concezione semipanteistica riecheggia Seneca e cita Bibbia, Aristotele, Cesalpino e van Helmont, mentre “to Galileo’s physics, Newton’s astronomy, and Stahl’s chemistry, on the other hand, he has paid no attention” – (fr:3027) [alla fisica di Galileo, all’astronomia di Newton e alla chimica di Stahl, invece, non ha prestato alcuna attenzione].
Accusato di aristotelismo in senso spregiativo (fr:3028), Linneo va piuttosto compreso nella sua volontà di ordinare la natura secondo principi formali, esattamente ciò di cui la biologia del tempo aveva bisogno (fr:3029). Piuttosto che inseguire speculazioni improduttive, “devoted himself entirely to ascertaining the relation of forms to one another — an investigation which was so suited to his peculiar gifts” – (fr:3030) [si dedicò interamente a determinare la relazione delle forme le une con le altre – un’indagine che era così adatta alle sue peculiari doti]. L’adesione alla concezione biblica della natura era per lui altrettanto naturale quanto per un sistematico moderno l’accettazione dell’evoluzionismo (fr:3032). Questa libertà da barriere teoriche gli consentì di dispiegare pienamente la sua capacità di osservazione e di sintesi, gettando le basi della biologia moderna (fr:3033).
La sua formazione fu essenzialmente autodidatta: l’istruzione ricevuta era “highly deficient and fragmentary” – (fr:3034) [molto carente e frammentaria], ma le condizioni erano ideali per il suo genio naturale (fr:3035). Nei primi anni, nell’orto paterno, sviluppò un senso della forma fuori dal comune (fr:3036). Gli insegnanti gli fornirono la letteratura biologica esistente senza caricarlo di teorie ingombranti, e ben presto conquistò quella libertà d’azione indispensabile a chiunque voglia creare qualcosa di nuovo (fr:3037). I primi elenchi di piante, compilati durante le escursioni, mostrano che metteva alla prova i sistemi di Tournefort, Ray e Rivinus senza trovarvi soddisfazione (fr:3038); già allora “he felt himself called upon to reform the science of botany, which he considered to have seriously degenerated” – (fr:3039) [si sentiva chiamato a riformare la scienza botanica, che giudicava seriamente degenerata].
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19 Linneo, Artedi e la fondazione della sistematica biologica
La riforma linneana della classificazione, fondata su principi di nomenclatura e sul sistema sessuale delle piante, rappresentò una cesura epocale nella storia della biologia, pur tra ambiguità teoriche e un rapporto complesso con l’idea di specie e di sistema naturale.
Il testo ripercorre la genesi e lo sviluppo dell’opera di Linneo, a partire dalle intuizioni giovanili che portarono alla creazione del sistema sessuale. L’ambizione di Linneo era fin dall’inizio quella di un «sistema generale per gli oggetti naturali» e il sistema sessuale ne costituì il primo passo concreto. La scelta di fondare la classificazione su stami e pistilli nacque dalla consapevolezza che “negli stami e nei pistilli, fino ad allora trascurati, si aveva a che fare con gli organi più vitali del fiore, e solo da questo punto di vista il loro impiego come base per una classificazione sistematica era giustificato” - (fr:3041). Nel Methodus plantarum, Linneo espose principi che sarebbero divenuti patrimonio comune della classificazione di piante e animali, superando i modelli di Jung e Ray “in precisione, sia nell’osservazione che nell’espressione” - (fr:3044) ed elaborando in modo impareggiabile “i principi di nomenclatura, sinonimia e caratteristiche delle varie categorie del sistema” - (fr:3045).
Prima di trattare le opere maggiori, il testo introduce la figura di Peter Artedi, amico e collaboratore di Linneo a Uppsala, dove era considerato “il naturalista più promettente dell’Università” - (fr:3051). La loro collaborazione fu feconda anche per la complementarità caratteriale: “Linneo era vivace ed entusiasta, Artedi calmo e critico” - (fr:3053). Mentre Linneo si dedicava alla botanica, Artedi si specializzò in zoologia, soprattutto ittiologia. Annegato ad Amsterdam nell’autunno del 1735, Artedi lasciò un’opera sui pesci pubblicata poi da Linneo, la cui parte più rilevante è la Philosophia ichthyologica, in cui “sono discusse con acuta critica le varie categorie sistematiche” - (fr:3064). Artedi partiva dal genere, definito come “una collezione di specie che, per forma, posizione, numero e mutua relazione delle parti, concordano tra loro e differiscono da altri generi” - (fr:3065), e basava la specie sulla dissomiglianza in qualche parte del corpo, principio giudicato più debole rispetto a quello di Linneo. Sua è l’intuizione di classi “naturali” fondate su caratteri essenziali: i pesci costituiscono una classe naturale, e gli ordini da lui creati – selaci, acantotterigi e malacotterigi ossei – sono “una prova dell’acume sistematico di Artedi” - (fr:3069). Linneo adottò questo sistema ittiologico senza modifiche nel Systema naturae.
Il Systema naturae (1735), insieme ai Fundamenta botanica e alle Classes plantarum, contiene “tutto ciò che è essenziale nella riforma della classificazione portata avanti da Linneo” - (fr:3073). A differenza di Tournefort e sulla scia di Ray, Linneo assume la specie come punto di partenza, adottandone la teoria come creata fin dall’inizio e immutabile, “stabilendola come principio fondamentale senza limitazioni o eccezioni” - (fr:3075). La sua posizione è netta: “Contiamo tante specie quante ne furono create dal principio; le singole creature si riproducono dalle uova, e ogni uovo produce una progenie in tutto simile ai genitori” - (fr:3076). Di conseguenza, “non c’è spazio per la generazione spontanea, nessuna possibilità che i semi di una pianta diano origine a una pianta di tipo diverso” - (fr:3077). Il genere è definito in base a fiori che differiscono per numero, forma e posizione; la classe come insieme di generi concordanti nella fruttificazione; l’ordine come suddivisione della classe. L’applicazione di questi principi è il sistema sessuale, in cui le classi sono determinate dal numero di stami e gli ordini dal numero di pistilli. La sua utilità pratica è testimoniata dall’uso didattico ancora attuale, “sebbene sia stato abbandonato da tempo nel lavoro scientifico reale” - (fr:3083). Linneo era consapevole dell’unilateralità di un sistema basato su un solo apparato e in alcuni casi se ne discostò per preservare gruppi naturali; sapeva che il vero fine era un “sistema naturale”, una classificazione fondata su “una somiglianza comune, non semplicemente sulle relazioni di certi organi” - (fr:3085).
La classificazione animale di Linneo ebbe meno successo. Egli divise gli animali in sei classi: Quadrupedia, Aves, Amphibia, Pisces, Insecta, Vermes, caratterizzandoli con tratti esterni. Al contrario, il suo precursore Ray aveva basato il sistema su caratteri anatomici come la struttura di cuore e organi respiratori, distinguendo tra vertebrati e invertebrati, questi ultimi divisi in quattro gruppi contro i due di Linneo: “dettagli in cui Linneo era innegabilmente inferiore al suo precursore” - (fr:3091). Per i pesci seguì Artedi; degli animali inferiori lo interessavano solo gli insetti. Non pose principi generali per la classificazione animale come per le piante, e il metodo di Artedi, basato sul genere e non sulla specie, differiva non poco da quello linneano, tanto che “non resta che mostrare che la riforma linneana fu fin dall’inizio più adatta ai vegetali che agli animali” - (fr:3095).
Nonostante i limiti, il contributo di Linneo fu di vitale importanza. Fissando il termine specie, “gettò le fondamenta del sistema di classificazione come esiste oggi” - (fr:3097). Anche se l’immutabilità della specie è stata abbandonata, la specie linneana è ancora usata in pratica perché “non è stato possibile trovare un sostituto migliore; una specie è considerata come la somma totale di quegli individui che si somigliano come se avessero un’origine comune” - (fr:3098). Altrettanto notevole è la sua influenza sul lato tecnico: le sue regole su nomenclatura, descrizione, caratterizzazione e sinonimia “si sono dimostrate così complete che in linea di principio i posteri hanno avuto ben poco da aggiungere” - (fr:3100). Questa riforma radicale fu compiuta in pochi anni da un giovane sconosciuto, grazie a “poteri di osservazione eccezionalmente ben addestrati uniti a un genio naturale senza pari per il lato formale della scienza” - (fr:3102). Linneo aveva una passione per classificare ogni cosa, ma non scadde nella pedanteria per via del suo “straordinario amore per la natura e la sua passione e il suo dono per osservare la vita in tutte le sue manifestazioni” - (fr:3104).
Il miglioramento formale più importante fu la nomenclatura binaria, introdotta nel 1753 per le piante. In precedenza, il genere era indicato da un solo termine e la specie da una breve diagnosi; Linneo introdusse “una sola parola caratterizzante anche per la specie, cosicché ogni pianta o animale riceveva il suo carattere e il suo posto fisso nel sistema per mezzo di due sole parole” - (fr:3109). Questa riforma permise alla biologia di dominare l’enorme quantità di forme raccolte. In zoologia, Linneo associò finalmente le balene ai quadrupedi, che ricevettero il nome di Mammalia, e collocò l’uomo nell’ordine Primates insieme alle scimmie. Tuttavia, il suo trasferimento dei cartilaginei tra gli anfibi nelle ultime edizioni del Systema naturae fu “estremamente infelice, basato com’era su un’errata concezione delle branchie di quei pesci” - (fr:3116). Linneo del resto “detestava gli animali a sangue freddo” - (fr:3117), come attesta il motto scelto per gli anfibi: “Terribili sono le Tue opere, o Signore”.
Sul fronte del sistema naturale delle piante, già nelle Classes plantarum del 1738 Linneo pubblicò “frammenti di un metodo naturale di disposizione” - (fr:3121), un elenco di sessantacinque ordini non caratterizzati. Per creare un sistema naturale non si dovevano usare singole parti come criterio, ma “solo l’accordo comune esistente tra tutte le parti della pianta” - (fr:3123). Gruppi come palme, graminacee, liliacee e ombrellifere sono ancora considerati naturali. Nella Philosophia botanica (1751), Linneo osservò che i gruppi vegetali confinano l’uno con l’altro “come i paesi su una mappa del mondo” - (fr:3126); la sua cautela nel rappresentare le affinità naturali “potrebbe ben essere tenuta a mente da molti biologi del nostro tempo che hanno tracciato avventatamente un albero genealogico per qualche gruppo animale” - (fr:3127).
Col tempo, Linneo divenne più cauto anche sulla questione del confine tra le specie. Aveva osservato varietà che si sovrapponevano e forme ibride, tanto che “le delimitazioni di specie, che un tempo sentiva così certe, cominciarono a essere obliterate” - (fr:3129). Pur non potendo abbandonare la dottrina della creazione originaria, iniziò a considerare la possibilità che fossero stati creati i generi e che nuove specie potessero sorgere dalle vecchie; nell’ultima edizione del Systema naturae omise l’affermazione categorica che non sorgono nuove specie. “Colui che è stato così spesso accusato di dogmatismo era in realtà meno dogmatico di molti scienziati moderni che si sono dimostrati pronti ad accettare ciecamente le teorie dominanti del giorno” - (fr:3132). Infine, sul piano morfologico, Linneo stabilì che “tutte le foglie, sia le foglie della pianta che i petali dei fiori, attraversano un processo comune di sviluppo, una scoperta molto spesso attribuita a Goethe” - (fr:3137).
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20 L’eredità speculativa di Bonnet e le origini del pensiero evoluzionistico e generativo
Dalla teoria dei germi preformati alla scala degli esseri, Bonnet anticipò Cuvier e Lamarck; Spallanzani portò il metodo sperimentale nella rigenerazione, mentre Wolff aprì la strada a una nuova embriologia.
Il pensiero biologico del Settecento ruota attorno alla figura di Charles Bonnet, che attinge ad Aristotele per costruire un sistema dominato dalla causa ultima, da Dio come intelligenza suprema e dall’armonia finalistica dell’universo. “Bonnet, as a matter of fact, draws quite a number of his theories from Aristotle, starting from that of the ultimate cause, God or the supreme intelligence, and of the harmony and finality of the universe.” – (fr:3522) [Bonnet, in effetti, trae molte delle sue teorie da Aristotele, a partire da quella della causa ultima, Dio o intelligenza suprema, e dell’armonia e finalità dell’universo.] Al cuore delle sue speculazioni sta la teoria dei germi, che non si trovano solo nelle ovaie femminili ma, almeno in alcuni animali, sono sparsi per tutto il corpo: “At all events, the germs exist not only in the ovaries of the females, but also, in some animals at any rate, scattered all over the body.” – (fr:3523) [In ogni caso, i germi esistono non solo nelle ovaie delle femmine, ma, almeno in alcuni animali, sono sparsi in tutto il corpo.] Resta tuttavia ambiguo se questi germi, incapsulati l’uno nell’altro in numero infinito, vadano intesi in senso puramente corporeo o come entità ideali di stampo aristotelico. “However, it is never made quite clear whether these germs, which thus exist in infinite numbers incapsulated within one another, are to be regarded purely corporeally or whether they are some kind of ideal entities after the manner of Aristotle.” – (fr:3521) [Non viene mai chiarito del tutto se questi germi, che esistono in numero infinito incapsulati l’uno nell’altro, vadano considerati in modo puramente corporeo o se siano una sorta di entità ideali alla maniera di Aristotele.]
Bonnet utilizza tale dottrina per spiegare fenomeni come la rigenerazione dei lombrichi tagliati: poiché ogni animale possiede un’anima una e indivisibile, i frammenti devono contenere germi dotati di rudimenti dell’anima. “There is, in fact, no other way by which Bonnet can explain how the bits of a cut-up earthworm are regenerated into new individuals; for the earthworm must, like all animals, be assumed to possess a soul, and the soul is always one and indivisible; if, then, the earthworm is to be regenerated, germs possessing soul-rudiments must lie scattered throughout the body.” – (fr:3524) [Non c’è, infatti, altro modo con cui Bonnet possa spiegare come i pezzi di un lombrico tagliato si rigenerino in nuovi individui; perché al lombrico, come a tutti gli animali, si deve attribuire un’anima, e l’anima è sempre una e indivisibile; affinché il lombrico possa rigenerarsi, germi provvisti di rudimenti dell’anima devono trovarsi sparsi in tutto il corpo.] Lo stesso vale per le estremità che si riformano, come nei gamberi, e persino per singoli muscoli e fibre. “Indeed, even a separate extremity that is regenerated, as in the crayfish, for instance, must possess a separate germ which is intended to replace it when it is lost, and the same holds good for individual muscles and fibres, which are capable of growing again even in the highest animal forms.” – (fr:3525) [Anzi, anche un’estremità separata che si rigenera, come nel gambero ad esempio, deve possedere un germe specifico destinato a sostituirla quando viene persa, e lo stesso vale per singoli muscoli e fibre, capaci di ricrescere anche nelle forme animali più elevate.]
La teoria dei germi richiama la monadologia di Leibniz e ha radici comuni con le dottrine delle particelle viventi di Buffon e La Mettrie, ma mentre questi ultimi se ne servivano per sostenere la generazione spontanea abbandonando il creatore personale, il devoto Bonnet la respinge con forza, fornendo ragioni in parte valide ancora oggi. “The whole of this germ theory is clearly reminiscent of Leibniz’s monad theory and thus has its origin in common with both Buffon’s and La Mettrie’s doctrines of living particles filling the universe; but while the two latter sceptics utilized the hypothesis to establish a theory of primal creation (spontaneous generation), thereby abandoning the personal creator, the fervently religious Bonnet strongly repudiates all idea of spontaneous generation and gives a number of reasons against -L^G THE HISTORY OF BIOLOGY it, which are in part valid at the present day — an instance among many of how the scientist’s personal conceptions influence his purely scientific theories.” – (fr:3526) [L’intera teoria dei germi ricorda chiaramente la monadologia di Leibniz e ha quindi un’origine comune con le dottrine delle particelle viventi di Buffon e La Mettrie che riempiono l’universo; ma mentre i due scettici utilizzavano l’ipotesi per fondare una teoria della creazione primordiale (generazione spontanea), abbandonando così il creatore personale, il fervente religioso Bonnet respinge con forza ogni idea di generazione spontanea e adduce una serie di ragioni, in parte valide ancora oggi – un esempio fra i tanti di come le concezioni personali dello scienziato influenzino le sue teorie puramente scientifiche.]
Accanto alla preformazione, Bonnet coltiva l’idea di uno sviluppo progressivo della natura. “One idea that occupies his mind quite as much is the thought of the progressive development going on in nature.” – (fr:3528) [Un’idea che occupa la sua mente altrettanto è quella dello sviluppo progressivo che ha luogo nella natura.] La sua fede nella saggezza del Creatore lo rende un ottimista incorreggibile: immagina corpi celesti in cui lo sviluppo è già compiuto, dove le pietre possiedono struttura organica, le piante sono sensibili, gli animali parlano e gli uomini sono angeli. “His firm conviction as to the wisdom of the Creator has made of him an incorrigible optimist; he is absolutely convinced that nature is advancing towards a high goal; he believes that there are heavenly bodies in which this development, which he expects that the earth will eventually experience, has already been attained in which the stones possess organic structure, the plants are sensible, the animals talk, and men are angels.” – (fr:3529) [La sua ferma convinzione della saggezza del Creatore ne ha fatto un ottimista incorreggibile; è assolutamente persuaso che la natura stia avanzando verso una meta elevata; crede che esistano corpi celesti in cui questo sviluppo, che egli si aspetta che la terra sperimenterà infine, sia già stato raggiunto, e in cui le pietre possiedono struttura organica, le piante sono sensibili, gli animali parlano e gli uomini sono angeli.]
Tale progresso è il risultato di un’evoluzione per tappe, ciascuna interrotta da catastrofi naturali che distruggevano ogni essere vivente ma risparmiavano i germi, dai quali sorgevano nuove forme di vita. “These changes he accounts for by a series of stages of development which the earth has undergone and each of which has been cut short by some vast natural catastrophe, which destroyed all living things, but always spared the germs out of which fresh life-forms arose.” – (fr:3531) [Egli spiega questi mutamenti con una serie di stadi di sviluppo che la terra ha attraversato e ciascuno dei quali è stato troncato da qualche immane catastrofe naturale, che distruggeva tutti gli esseri viventi ma risparmiava sempre i germi dai quali sorgevano nuove forme di vita.] L’ultima catastrofe sarebbe quella prima dei sei giorni della Creazione mosaica, che Bonnet interpreta con una certa libertà. “The last of these catastrophes was the one that destroyed the earth before the six days of the Creation referred to in the Books of Moses, the historical authenticity of which Bonnet was naturally careful to maintain, but which he interprets somewhat freely, according to the orthodox view.” – (fr:3532) [L’ultima di queste catastrofi fu quella che distrusse la terra prima dei sei giorni della Creazione di cui parlano i Libri di Mosè, la cui autenticità storica Bonnet aveva naturalmente cura di mantenere, ma che interpreta con una certa libertà, secondo il punto di vista ortodosso.]
Fondandosi su Buffon, Bonnet è precursore tanto del catastrofismo di Cuvier quanto delle speculazioni trasformiste di Lamarck. “Just as Bonnet manifestly bases this geological theory on Buffon, so he is the precursor of both Cuvier and Lamarck in the same way; Cuvier’s famous catastrophe-theory corresponds too closely with Bonnet’s to justify the assertion that the similarity was accidental, while, on the other hand, Bonnet in his express statements regarding the change that takes place in species has forestalled Lamarck’s descent speculations, though, it is true, both the biologists mentioned succeeded in elaborating their ideas into a far more perfect whole.” – (fr:3534) [Come Bonnet basa manifestamente questa teoria geologica su Buffon, così egli è precursore sia di Cuvier sia di Lamarck nello stesso modo; la famosa teoria delle catastrofi di Cuvier corrisponde troppo strettamente a quella di Bonnet per poter affermare che la somiglianza sia accidentale, mentre, d’altra parte, Bonnet con le sue esplicite affermazioni sul cambiamento che avviene nelle specie ha anticipato le speculazioni discendenti di Lamarck, sebbene entrambi i biologi citati siano riusciti a elaborare le loro idee in un insieme assai più perfetto.]
Bonnet sostiene inoltre che la natura non traccia linee nette tra le specie, e che tutte le forme di vita sulla terra sfumano l’una nell’altra. “But in still another respect Bonnet foreshadows these two great pioneers of biological science: he maintains — an obvious connexion with Buffon — that nature draws no sharply defined lines between the species, but that all life-forms on the earth pass into one another.” – (fr:3535) [Ma per un altro aspetto ancora Bonnet anticipa questi due grandi pionieri della scienza biologica: egli sostiene – con un evidente legame con Buffon – che la natura non traccia linee nettamente definite tra le specie, ma che tutte le forme di vita sulla terra trapassano l’una nell’altra.] A questo scopo stila una “échelle des êtres naturels”, una serie che dagli elementi semplici, attraverso i regni minerale, vegetale e animale, giunge fino all’uomo. “He ’’ draws up what he calls une khelle des etres naturels a series proceeding SEVENTEENTH AND EIGHTEENTH CENTURIES Z^J from the simple elements through the mineral kingdom, vegetable kingdom, and animal kingdom in a long line right up to man.” – (fr:3536) [Egli stila quella che chiama una scala degli esseri naturali, una serie che procede dagli elementi semplici attraverso il regno minerale, il regno vegetale e il regno animale in una lunga linea fino all’uomo.] Le transizioni sono scelte con ingenuità: il pesce volante fa da ponte tra pesci e uccelli, lo struzzo, il pipistrello e lo scoiattolo volante tra uccelli e quadrupedi, il polipo e la sensitiva tra animali e vegetali. “The transitions in the series are, from the modern point of view, ingenuously chosen: the flying fish provides the transition between fishes and birds; the ostrich, the bat, and the flying squirrel between birds and quadrupeds; the polypus and the sensitive plant between animals and vegetables.” – (fr:3537) [I passaggi della serie sono, dal punto di vista moderno, scelti con ingenuità: il pesce volante fornisce la transizione tra pesci e uccelli; lo struzzo, il pipistrello e lo scoiattolo volante tra uccelli e quadrupedi; il polipo e la sensitiva tra animali e vegetali.] Tuttavia Bonnet riconosce che la serie non è uniforme e che molluschi e insetti, lucertole e rane, potrebbero essere collaterali fra loro. “But then he also declares that the whole of this division is only approximate and that perhaps the series is not as uniform as he has made it; that perhaps molluscs and insects, lizards and frogs do not follow one another consecutively, but are in reality collateral with one another.” – (fr:3538) [Ma poi dichiara anche che tutta questa divisione è solo approssimativa e che forse la serie non è così uniforme come l’ha fatta; che forse molluschi e insetti, lucertole e rane non si susseguono consecutivamente, ma sono in realtà collaterali gli uni agli altri.] Così la lunga serie evolutiva prefigura Lamarck, mentre l’ipotesi di gruppi paralleli offre un primo accenno della teoria dei tipi che Cuvier avrebbe fondato, riformando la classificazione zoologica e rendendo possibile la moderna teoria della discendenza. “Just as the long evolutionary series of Bonnet clearly foreshadows Lamarck’s evolutionary theory, so the assumption of parallel evolutionary groups represents a first hint of the type theory that Cuvier founded and whereby he reformed the entire zoological system of classification and rendered possible the approach of the modern descent-theory.” – (fr:3539) [Come la lunga serie evolutiva di Bonnet prefigura chiaramente la teoria evoluzionistica di Lamarck, così l’ipotesi di gruppi evolutivi paralleli rappresenta un primo accenno della teoria dei tipi che Cuvier fondò e con la quale riformò l’intero sistema di classificazione zoologica e rese possibile l’avvicinamento alla moderna teoria della discendenza.] Le concordanze non sono casuali: Bonnet godeva di grande reputazione fra i contemporanei e fu letto con diligenza; Cuvier in particolare espresse per lui viva ammirazione e ne raccomandò lo studio. “And as has already been pointed out, the points of agreement are certainly not accidental; Bonnet enjoyed a great reputation amongst his contemporaries and the immediately succeeding age and was diligently studied. Cuvier in particular has expressed his warm admiration for him and recommended his writings for careful study; and other contemporary biologists certainly knew his works and were to some extent influenced by them.” – (fr:3540, 3541) [E come è già stato fatto notare, le concordanze non sono certo accidentali; Bonnet godeva di grande reputazione fra i suoi contemporanei e l’età immediatamente successiva e fu studiato con diligenza. Cuvier in particolare espresse la sua viva ammirazione per lui e ne raccomandò gli scritti per uno studio attento; e altri biologi contemporanei certamente conoscevano le sue opere e ne furono in qualche misura influenzati.]
Nonostante il fanatismo religioso, Bonnet offre una spiegazione puramente meccanica delle funzioni corporee e muove ai vitalisti, specialmente a Stahl e alla sua scuola, l’obiezione tagliente che le “anime” sono fin troppo comode perché fanno tutto ciò che si chiede loro e la loro inesistenza non può mai essere provata. “In spite of his religious fanaticism he gives a purely mechanical explanation of the bodily functions — and cites the pointed objection to the vitalists mostly Stahl and his school — that “souls” are particularly convenient to have when it is a question of explaining the phenomena of life; they do everything that is asked of them and their non-existence can never be proved.” – (fr:3543) [Malgrado il suo fanatismo religioso, egli dà una spiegazione puramente meccanica delle funzioni corporee e cita l’obiezione incisiva ai vitalisti – per lo più Stahl e la sua scuola – secondo cui le “anime” sono particolarmente comode quando si tratta di spiegare i fenomeni della vita; fanno tutto ciò che si chiede loro e la loro inesistenza non può mai essere provata.] Studia inoltre le dipendenze reciproche tra gli organi e si occupa delle impressioni mentali, anticipando un tema caro a Goethe. “Another time he gives a detailed analysis of the different organs in the same body that are dependent upon one another and shows how a change in one organ must inevitably react upon the others; and on still another occasion he describes his observations regarding different mental impressions a problem which, as is well known, Goethe made the subject of exhaustive study.” – (fr:3544) [Un’altra volta offre un’analisi dettagliata dei diversi organi nello stesso corpo che dipendono gli uni dagli altri e mostra come un cambiamento in un organo debba inevitabilmente ripercuotersi sugli altri; e in un’altra occasione ancora descrive le sue osservazioni riguardo a differenti impressioni mentali, un problema che, com’è noto, Goethe rese oggetto di studio approfondito.] Uomo pieno di idee, Bonnet appare per molti versi lontano dalla nostra epoca, ma molte sue concezioni sono ormai penetrate nella coscienza comune. “Thus Bonnet was a man full of ideas; and though in a great deal he must appear out of accord with our age, yet undoubtedly many of his ideas are nowadays incorporated in the general consciousness.” – (fr:3545) [Così Bonnet fu un uomo pieno di idee; e sebbene per molti aspetti debba apparire in disaccordo con il nostro tempo, senza dubbio molte delle sue idee sono oggi incorporate nella coscienza generale.]
Le ricerche sperimentali che Bonnet pose a fondamento delle sue speculazioni furono proseguite e notevolmente ampliate da Lazzaro Spallanzani (1729‑1799). “The experimental biological investigations that Bonnet made the basis of his speculations were continued and considerably widened by Lazzaro Spallanzani (1729‑99).” – (fr:3546) [Le ricerche biologiche sperimentali che Bonnet pose a base delle sue speculazioni furono continuate e considerevolmente ampliate da Lazzaro Spallanzani (1729‑99).] Nato a Reggio da un avvocato, studiò legge a Bologna e prese gli ordini, per poi dedicarsi alle scienze naturali e diventare professore di filosofia a Modena e successivamente a Pavia. “Born at Reggio, the son of a lawyer, he studied law at Bologna and at the same time took orders. He afterwards devoted himself to natural-scientific studies and became professor of philosophy, first at Modena and later at Pavia.” – (fr:3547, 3548) [Nato a Reggio, figlio di un avvocato, studiò legge a Bologna e contemporaneamente prese gli ordini. In seguito si dedicò agli studi scientifico-naturali e divenne professore di filosofia, prima a Modena e poi a Pavia.] Spallanzani si applicò alla ricerca sperimentale, soprattutto su rigenerazione e fecondazione, superando di gran lunga i predecessori per metodo e risultati. “He applied himself to experimental research, particularly in regard to regeneration and fertilization, and left all his predecessors far behind him, in both method and results.” – (fr:3549) [Si dedicò alla ricerca sperimentale, in particolare per quanto riguarda la rigenerazione e la fecondazione, e lasciò tutti i suoi predecessori molto indietro, sia per metodo sia per risultati.]
Negli anfibi, specialmente salamandre e tritoni, trovò soggetti adatti per studiare la rigenerazione anche fra i vertebrati, e seguì con dissezioni e indagini microscopiche la riformazione di coda, arti, mascelle, muscoli, nervi e ossa. “In the amphibians, especially salamanders and tritons, he found suitable subjects for the study of regeneration even among the vertebrates, and he made as exhaustive a use of them as was possible under the conditions in which he worked; he studied the re-formation of the tail, extremities, and jaws, and this not merely for the purpose of establishing the fact, but by means of dissection and microscopic investigation he followed the re-forming of the various components of the body: muscles, nerves, and bones.” – (fr:3550) [Negli anfibi, specialmente salamandre e tritoni, trovò soggetti adatti per lo studio della rigenerazione anche tra i vertebrati, e ne fece un uso il più esauriente possibile nelle condizioni in cui lavorava; studiò la riformazione della coda, delle estremità e delle mascelle, e non solo per constatare il fatto, ma mediante dissezione e indagine microscopica seguì la riformazione delle diverse componenti del corpo: muscoli, nervi e ossa.] Misurò la durata della rigenerazione e cercò di influenzarla variando cibo e temperatura. “He observed the time that the regeneration lasted and endeavoured to influence the process by means of altering the conditions of food and temperature.” – (fr:3551) [Osservò il tempo che la rigenerazione durava e cercò di influenzare il processo alterando le condizioni di cibo e temperatura.] Quanto alla fecondazione, filtrando lo sperma di certi animali dimostrò che la presenza degli spermatozoi era indispensabile, ma non poté indursi ad ammettere un’influenza diretta di questi sull’uovo: riteneva che fosse il fluido accompagnatore a stimolare lo sviluppo. “He even experimented with the phenomena of fertilization; by filtering the sperm of particular animals he proved that the presence of the spermatozoa was essential if fertilization was to take place; nevertheless he could not be induced to assume a direct influence of these components upon the egg, but believed that the accompanying fluid was the substance that stimulated the egg’s development.” – (fr:3552) [Sperimentò anche sui fenomeni della fecondazione; filtrando lo sperma di determinati animali dimostrò che la presenza degli spermatozoi era essenziale perché la fecondazione avvenisse; tuttavia non poté essere indotto ad ammettere un’influenza diretta di questi componenti sull’uovo, ma credette che il fluido accompagnatore fosse la sostanza che stimolava lo sviluppo dell’uovo.]
Spallanzani restava infatti tenacemente ancorato alla preformazione, come Bonnet. Studiò da vicino lo sviluppo dell’uovo di rana e la formazione del canale vertebrale, ma solo per cercare la prova che l’animale fosse già completamente formato nell’uovo. “For he adhered as stubbornly as Bonnet to the preformation theory: he closely studied the development of the frog’s egg and followed the formation of the backbone channel, but merely for the purpose of seeking evidence of the entire animal’s having been ready-formed in the egg.” – (fr:3553) [Infatti aderiva ostinatamente quanto Bonnet alla teoria della preformazione: studiò attentamente lo sviluppo dell’uovo di rana e seguì la formazione del canale vertebrale, ma soltanto allo scopo di cercare la prova che l’intero animale fosse già pronto nell’uovo.] Credette di aver trovato una prova inconfutabile quando vide l’uovo di rana aumentare di dimensioni dentro il corpo materno prima della fecondazione, e poiché la crescita non è possibile senza organi, ne dedusse che la larva fosse già preformata. “Eventually he believed that he had discovered incontestable proof thereof, when he saw the frog’s egg increasing in size within the body of the mother animal and before it had been fertilized, and as growth is not possible without organs, the larva of the frog must have been ready-made in the egg before fertilization.” – (fr:3554) [Alla fine credette di averne scoperto la prova incontestabile quando vide l’uovo di rana aumentare di dimensioni dentro il corpo dell’animale madre e prima di essere stato fecondato, e poiché la crescita non è possibile senza organi, la larva della rana doveva essere già pronta nell’uovo prima della fecondazione.]
Mentre Spallanzani era così convinto di aver trovato un argomento decisivo a favore della preformazione, un altro scienziato pubblicava un trattato destinato a fondare una nuova concezione dello sviluppo embrionale. “Just as Spallanzani was thus convinced that he had found an undeniable argument in favour of the preformation theory, another scientist published a treatise which was to form the basis of a new conception of embryonic development.” – (fr:3555) [Proprio mentre Spallanzani era così convinto di aver trovato un argomento innegabile a favore della teoria della preformazione, un altro scienziato pubblicava un trattato che avrebbe costituito la base di una nuova concezione dello sviluppo embrionale.] Si trattava di Caspar Friedrich Wolff, nato a Berlino nel 1733, figlio di un sarto. “Caspar Friedrich Wolff was the name of the naturalist who led the science of embryology into fresh paths. He was born in Berlin in 1733, the son of a tailor.” – (fr:3556, 3557) [Caspar Friedrich Wolff era il nome del naturalista che condusse la scienza dell’embriologia su nuove strade. Nacque a Berlino nel 1733, figlio di un sarto.] Wolff studiò medicina al Collegio di Medicina di Berlino e filosofia ad Halle seguendo il sistema di Leibniz e del suo allievo Christian Wolff. “He went through a course of medical training at the College of Medicine there and thence proceeded to Halle, where he studied philosophy after the system of Leibniz and his pupil Christian Wolff.” – (fr:3558) [Seguì un corso di formazione medica presso il Collegio di Medicina di Berlino e di lì si recò a Halle, dove studiò filosofia secondo il sistema di Leibniz e del suo allievo Christian Wolff.] Per il dottorato pubblicò nel 1759 il saggio che lo avrebbe reso celebre: la Theoria generationis. “for his doctor’s degree, he published in 1759 the essay which was to make his name famous.” – (fr:3559) [Per il dottorato pubblicò nel 1759 il saggio che avrebbe reso famoso il suo nome.] Dopo un’esperienza come chirurgo militare, ebbe contrasti con i professori berlinesi e accettò volentieri l’invito a Pietroburgo, dove divenne accademico e trascorse il resto della vita in pace, morendo nel “Having served for a time as an army surgeon, he applied for and obtained permission to hold lectures in medicine in Berlin, which, however, resulted in his coming into serious conflict with the professors at the Collegium Medicum. Being of a peaceful disposition he was much troubled at this and was delighted when he received a summons to St. Petersburg, where he became an academician and spent the rest of his life carrying on his research work in peace. He died in ” – (fr:3560‑3562) [Dopo aver prestato servizio per un certo periodo come chirurgo militare, chiese e ottenne il permesso di tenere lezioni di medicina a Berlino, il che tuttavia lo portò a un serio conflitto con i professori del Collegium Medicum. Essendo di indole pacifica, ne fu molto turbato e fu lieto quando ricevette l’invito a San Pietroburgo, dove divenne accademico e trascorse il resto della vita portando avanti le sue ricerche in pace. Morì nel ]
Wolff non ottenne fama immediata; i contemporanei, compreso Haller a cui aveva dedicato la Theoria generationis, lo trascurarono. “Wolff’s generation theory. Caspar Friedrich Wolff is one of those who did not win fame until after death. His own age paid little attention to him. Haller, to whom he dedicated his afterwards famous treatise Theoria generationis, accepted the honour in a friendly spirit, but paid little attention to the work, as also did other biologists of the period.” – (fr:3563‑3565) [Wolff fu uno di quelli che non ottennero fama se non dopo la morte. La sua epoca gli prestò poca attenzione. Haller, a cui dedicò il suo poi celebre trattato Theoria generationis, accettò l’onore con spirito amichevole, ma prestò poca attenzione all’opera, come pure altri biologi del periodo.] Il motivo del fraintendimento sta nel fatto che Wolff partiva da un programma teorico già bell’e pronto, in netto contrasto con la concezione allora dominante dei fenomeni vitali. “That Wolff was thus misunderstood by his contemporaries was due mostly to the fact that from the very outset he adopted a course directly opposed to the then prevailing conception of the phenomena of life; he began with a ready-made theoretical program, and the facts he presents are collected for the express purpose of proving his already firmly established convictions.” – (fr:3566) [Che Wolff fosse così frainteso dai contemporanei fu dovuto soprattutto al fatto che fin dall’inizio adottò un indirizzo direttamente opposto alla concezione allora dominante dei fenomeni della vita; cominciò con un programma teorico bell’e pronto, e i fatti che presenta sono raccolti con lo scopo espresso di dimostrare le sue convinzioni già saldamente stabilite.]
Egli dichiara guerra alla preformazione: per “generatio” del corpo intende la sua creazione (formatio) in tutte le parti, il cui principio è una forza. “By way of introduction he lays down the plan of his work; by the body’s ‘generatio,’ or, as we should now call it, ‘evolution,’ is meant its creation (‘formatio’) in all its parts, and its principle is the force that brings about this creation.” – (fr:3567) [A modo di introduzione espone il piano della sua opera; per ‘generatio’ del corpo, o come oggi diremmo ‘evoluzione’, si intende la sua creazione (‘formatio’) in tutte le sue parti, e il suo principio è la forza che produce questa creazione.] I sostenitori della “predelineazione”, egli aggiunge, negano che abbia luogo una vera generazione. “The upholders of the doctrine of ‘predelineation’ thus deny, he adds, that any ‘generation’ takes place at all.” – (fr:3568) [I sostenitori della dottrina della ‘predelineazione’, aggiunge, negano quindi che abbia luogo alcuna ‘generazione’.] Wolff non respinge la preformazione sulla base dei fatti osservati, ma per ragioni puramente teoriche desunte dai metodi filosofici di Christian Wolff. “He starts, therefore, by declaring war on the preformation theory; he does not base his rejection of it on the evidence of the facts he has observed, but on purely theoretical reasons adduced by Christian Wolff’s philosophical methods.” – (fr:3569) [Comincia, perciò, col dichiarare guerra alla teoria della preformazione; non basa il suo rifiuto sull’evidenza dei fatti osservati, ma su ragioni puramente teoriche addotte con i metodi filosofici di Christian Wolff.]
La vera spiegazione della generazione, secondo Wolff, deriva le parti del corpo da principi e leggi fissi. “He gives a true explanation of generation who derives the parts of the body and their composition from the fixed principles and laws governing them; . . . and he has perfected a theory of generation who has succeeded in tracing the entire ready-formed body from these principles and laws.” – (fr:3570) [Dà una vera spiegazione della generazione colui che deriva le parti del corpo e la loro composizione dai principi fissi e dalle leggi che le governano; … e ha perfezionato una teoria della generazione colui che è riuscito a ricondurre l’intero corpo già formato a questi principi e leggi.] Tali principi sono il cibo e la crescita: il cibo ricrea le componenti semplici dell’organismo, mentre attraverso la crescita si formano intere parti del corpo o nuovi corpi. “The principles on which the fresh formation of organism takes place are food and growth; food re-creates the simple components of the organism, while through growth are formed entire parts of the body or fresh bodies.” – (fr:3571) [I principi su cui avviene la nuova formazione dell’organismo sono il cibo e la crescita; il cibo ricrea le componenti semplici dell’organismo, mentre attraverso la crescita si formano intere parti del corpo o corpi nuovi.] La riproduzione è in realtà una “crescita indebolita” (vegetatio languescens), mediante la quale il seme o l’embrione neoformato si separa dalla pianta o dall’animale madre. “Reproduction is, in fact, brought about by a ‘weakened growth (vegetatio languescens),’ whereby the newly-formed seed or embryo is separated from the mother plant or animal and is prevented from growing further in union with the latter.” – (fr:3572) [La riproduzione è, in effetti, prodotta da una ‘crescita indebolita (vegetatio languescens)’, per cui il seme o l’embrione neoformato si separa dalla pianta o dall’animale madre e gli viene impedito di crescere ulteriormente in unione con quest’ultimo.] La causa ultima di ogni processo vitale è per Wolff la “forza interna” (vis essentialis), un termine che egli stesso dichiara di aver mutuato da Stahl. “And that which produces all nourishment and growth is, according to Wolff, the ‘inner force (vis essentialis),’ a term which he constantly uses to mean the ultimate cause of all that takes place in the organism, the idea of which he himself states that he borrowed from Stahl.” – (fr:3573, 3575) [E ciò che produce ogni nutrimento e crescita è, secondo Wolff, la ‘forza interna (vis essentialis)’, termine che egli usa costantemente per indicare la causa ultima di tutto ciò che accade nell’organismo, idea che egli stesso dichiara di aver mutuato da Stahl.]
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21 Peter Camper e John Hunter: due figure chiave nell’anatomia del Settecento
Il ritratto di due scienziati che, tra poliedricità, intuizioni geniali e limiti personali, gettarono le basi dell’anatomia comparata moderna.
Peter Camper viene delineato come una personalità straordinaria ma difficile: “Camper is described as a man of an extremely superior personality, brilliantly gifted, but quick-tempered and despotic.” – (fr:3711) [Camper è descritto come un uomo dalla personalità estremamente superiore, brillantemente dotato, ma irascibile e dispotico.] Morì nel 1789 (fr:3710) e, dopo un percorso accademico presso le università di Amsterdam e Groninga, abbandonò l’insegnamento per partecipare alla vita politica dell’Aia come membro del consiglio di Stato (fr:3709). Ai suoi tempi era considerato uno dei principali studiosi d’Europa, raggiungendo una posizione sociale ed economica di rilievo (fr:3712). La sua poliedricità appariva “quasi reminiscente di quella di Olof Rudbeck” (fr:3713) [quasi reminiscente di quella di Olof Rudbeck]: oltre a condurre ricerche anatomiche in molteplici campi, fu chirurgo, ginecologo, igienista, esperto in medicina legale e veterinaria, e diede contributi preziosi in tutte queste discipline (fr:3714). Eccelleva inoltre come disegnatore e come fine conoscitore d’arte (fr:3715).
Uno dei suoi lasciti più celebri è l’angolo facciale, che ancora oggi porta il suo nome. Camper lo misurò su soggetti umani di differenti età e razze e, a confronto, su vertebrati superiori, ottenendo risultati rilevanti sia per la storia dell’arte sia per le scienze naturali (fr:3716). L’angolo è definito da due linee: “This facial angle, which still bears Camper’s name, is formed by two lines, the one extending through the opening of z6o THE HISTORY OF BIOLOGY the ear and the bottom of the nostril, the other at a tangent to the most protuberant part of the forehead and the chin.” – (fr:3717) [Questo angolo facciale, che porta ancora il nome di Camper, è formato da due linee, una che passa attraverso l’apertura dell’orecchio e la base della narice, l’altra tangente alla parte più sporgente della fronte e del mento.] L’idea fu presentata all’Accademia di Pittura di Amsterdam per fornire agli artisti una concezione più precisa della forma umana; Camper non immaginava che così facendo stesse gettando le fondamenta di una branca del tutto nuova, la craniologia moderna (fr:3718).
Strettamente collegati all’interesse per la struttura corporea sono i suoi studi sulle scimmie antropomorfe, in particolare sull’orango, allora rarissimo in Europa. Riuscì a procurarsene il maggior numero possibile di esemplari e, oltre a dissezionare diversi individui, osservò a fondo un esemplare vivo (fr:3720). Attraverso indagini minuziose sulla muscolatura delle estremità e sulla struttura della laringe, dimostrò in modo conclusivo che l’animale non può camminare eretto – come credevano La Mettrie e altri “filosofi” del tempo – né può in alcun modo pronunciare un linguaggio articolato (fr:3721). I filosofi erano però troppo saldi nelle loro convinzioni per lasciarsi convincere da prove anatomiche, anche perché a Camper si poteva rimproverare di essere un uomo conservatore tanto in religione quanto in politica (fr:3722).
L’indagine anatomica sugli animali rari occupò un posto di rilievo nel suo lavoro. Pubblicò monografie sull’elefante, sul rinoceronte e sulla renna, esemplari che riuscì a ottenere grazie ai vasti collegamenti marittimi dell’Olanda (fr:3724). Di interesse più generale sono lo studio della struttura ossea degli uccelli, nel quale descrisse per primo come le ossa siano riempite d’aria per facilitare il volo e in connessione con ciò le sacche aeree corporee che assolvono alla stessa funzione (fr:3725), e le ricerche comparative sugli organi uditivi di pesci, cetacei e rettili, dove discute la riproduzione del suono in diversi mezzi e l’adattabilità dell’orecchio, analizzando nel dettaglio le varie parti dell’apparato uditivo (fr:3726). Un lavoro anatomico del tutto originale è il saggio “Sulla miglior forma di scarpa”, nel quale, dopo una descrizione minuziosa dell’ossatura del piede, condanna severamente le calzature innaturali del suo tempo e delinea quella che ritiene la forma più razionale di scarpa (fr:3727). La presenza in Camper di sforzi di anatomia comparata testimonia la sua lungimiranza, poiché gli zoologi a lui contemporanei si accontentavano generalmente di descrizioni esterne di tipo linneano (fr:3728). Vi furono tuttavia alcune lodevoli eccezioni, fra cui John Hunter e Pallas (fr:3729).
John Hunter (1728-1793) nacque in una zona rurale della Scozia, figlio di un povero agricoltore (fr:3730). Rimasto orfano in tenera età, ricevette un’istruzione molto lacunosa, fatto che segnò l’intera sua vita: non imparò mai a scrivere correttamente nella sua lingua madre né apprese inizialmente una vera professione (fr:3731-3732). A vent’anni raggiunse il fratello maggiore William, medico stimato a Londra incaricato di esaminare i futuri chirurghi militari (fr:3733). John iniziò come assistente alle dissezioni legate a quel corso e lì imparò anatomia da autodidatta, con un successo tale da assumere ben presto la direzione dell’intero corso (fr:3734). Proseguì a formarsi sotto la guida del fratello e di altri dottori, finché ottenne un incarico come chirurgo nella flotta inglese diretta ai Caraibi durante la Guerra dei Sette Anni (fr:3735). Tornato dalla guerra, si stabilì a Londra, si guadagnò fama di abile operatore e ottenne rapidamente un posto remunerativo (fr:3736).
Tutto il tempo libero era dedicato agli studi anatomici e fisiologici; appena la rendita glielo permise, acquistò una casa dove allestì un grande museo anatomico (fr:3737). Vi investì tutte le risorse di tempo e denaro che poté risparmiare, tanto che alla sua morte era senza dubbio il più bel museo del genere esistente (fr:3738). Teneva anche lezioni private di anatomia, ma non era un buon conferenziere (fr:3739); come medico pratico, invece, era considerato il migliore di Londra (fr:3740). Universalmente noto come uomo onesto, benevolo e caritatevole, mostrava però le conseguenze della scarsa educazione e, soprattutto, una mancanza di autocontrollo che gli procurò molti nemici (fr:3741). Una violenta lite con alcuni colleghi gli causò un colpo apoplettico che lo uccise sul colpo (fr:3742). Il suo museo fu acquisito dallo Stato e rimane ancor oggi una delle attrazioni scientifiche di Londra; i suoi manoscritti, invece, furono presi da un cognato che prima li plagiò per proprio tornaconto e poi li bruciò per distruggere le prove del plagio (fr:3743-3744).
L’attività scientifica di Hunter ricade prevalentemente nell’ambito della medicina pratica; le sue ricerche teoriche erano concepite come fondamento per il lavoro medico applicato (fr:3745). Anche il celebre museo rispondeva a uno scopo simile ma su scala più ampia: raccoglieva animali di ogni tipo, dissezionandoli e sperimentando su di essi, e allestiva i preparati secondo princìpi anatomici (fr:3746). Così facendo applicò per la prima volta nella pratica i principi dell’anatomia comparata nel loro insieme, creando un precedente di grandissimo valore per la ricerca futura (fr:3747). Tra i suoi scritti, un trattato sulla storia naturale e le malattie dei denti fu di massima utilità per la biologia: vi espone un’indagine sistematica sull’origine e la crescita dei denti che supera di gran lunga ogni lavoro precedente (fr:3748). In un trattato sull’infiammazione del sangue e sulle ferite da proiettile presenta una singolare teoria del sangue come principio vitale, idea poi sviluppata in lezioni sulla muscolatura (fr:3749-3750). Considerava il sangue come una sorta di materia primaria del corpo da cui ogni altra sostanza corporea deriva; tutte le materie viventi avrebbero natura simile, cosicché persino il sangue di un animale potrebbe essere trasferito in un altro di genere diverso (ipotesi che ricerche successive hanno dimostrato erronea), e la vita sarebbe un principio indipendente nell’organismo che ne impedisce la dissoluzione – teoria che ricorda Stahl (fr:3751). Sebbene Hunter abbia prodotto poche idee geniali isolate, dal punto di vista teorico non contribuì molto allo sviluppo della biologia; il suo genio per l’anatomia comparata fu però probabilmente maggiore di chiunque altro a quel tempo e per molti aspetti ha dato frutti in epoche più recenti (fr:3752).
Infine, a completare il quadro delle eccezioni meritevoli, il testo introduce brevemente Peter Simon Pallas. Nacque a Berlino nel 1741, figlio di un medico, e studiò medicina nella sua città natale, a Gottinga e a Leida (fr:3753).
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22 La filosofia kantiana e la reazione romantica: un crocevia per la biologia
Kant delimita la conoscenza per fare spazio alla fede pratica; i romantici forzano quel limite per fondere spirito e natura, generando una Naturphilosophie che segnerà a lungo lo sviluppo della scienza della vita.
Il punto di partenza è la netta separazione tracciata da Kant. Tutto ciò su cui l’esperienza sensibile non può dare conoscenza – l’anima, il mondo, Dio come sono in sé – “falls outside any rational knowledge” – (fr:3869) [cade al di fuori di ogni conoscenza razionale]. Di queste cose non possiamo affermare né l’esistenza né la non-esistenza (fr:3870). Proprio per questo, tuttavia, se il sentimento lo richiede siamo legittimati a presupporle: “we are justified in believing in God, in the immortality of the soul, and in the free will, and reason has no right to reject any such belief as irrational” – (fr:3871) [siamo giustificati a credere in Dio, nell’immortalità dell’anima e nel libero arbitrio, e la ragione non ha alcun diritto di respingere una simile fede come irrazionale]. Queste verità appartengono alla ragione pratica, al senso del dovere che Kant ritiene innato in ognuno e che non spiega perché agiamo, ma “how we should act in order to obey the dictates of conscience within us” – (fr:3872) [come dobbiamo agire per obbedire ai dettami della coscienza dentro di noi]. Il motto inciso sulla sua tomba condensa il suo ideale: “The starry heavens above me, the sense of duty within me” – (fr:3874) [Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me].
L’effetto sulla biologia fu immediato e liberatorio. Grazie alla critica kantiana, la ricerca biologica poté disinteressarsi dell’annoso problema del rapporto anima-corpo, assumendo come missione esclusiva “to explain the material course of the phenomena of life” – (fr:3877) [spiegare il decorso materiale dei fenomeni vitali], mentre l’indagine del lato spirituale divenne compito della psicologia, con metodi del tutto diversi. Molti biologi di punta del secolo successivo, tra cui Johannes Müller, furono ferventi sostenitori di Kant (fr:3878). Anche la distinzione tra conoscenza e fede ebbe un impatto indiretto ma duraturo: Kant stabilì che la ragione non può né provare né confutare le idee personali di fede e coscienza, per cui “any attempt to influence what the individual holds in high esteem and deep reverence is both unjustifiable and irrational, whether it is done in the name of the Church or in that of science” – (fr:3880) [ogni tentativo di influenzare ciò che l’individuo tiene in alta stima e profonda venerazione è ingiustificabile e irrazionale, sia fatto in nome della Chiesa sia in nome della scienza]. Ciò non impedì che il principio stentasse a imporsi e che le dispute tra “fede e sapere” continuassero fino a oggi (fr:3881), con la Chiesa cattolica romana che mise al bando Kant e la sua filosofia (fr:3882).
L’autocontrollo severo che Kant imponeva al pensiero – il non poter conoscere nulla delle “cose in sé” – irritò tanto i vecchi illuministi quanto i campioni della corrente mistico-romantica, che anelavano a una visione unitaria dell’esistenza (fr:3883). Furono questi ultimi, in particolare, a cercare di superare il dualismo tra coscienza personale e Ding an sich, segnando l’intera cultura primo-ottocentesca e lasciando tracce profonde nella biologia (fr:3884-3885).
Herder, pastore e poeta di temperamento acceso, fu tra i primi a battere questa via. Discepolo di Kant ma assai più attratto da Spinoza, di cui riscoprì gli scritti, cercò una concezione unitaria dell’esistenza. Nella sua opera principale, Ideen zur Philosophie der Geschichte der Menschheit, tentò di dimostrare che un unico spirito domina tutta la natura: gli esseri viventi sono creati secondo un piano comune, le loro caratteristiche corrispondono alla funzione vitale e il tutto raggiunge la perfezione nell’uomo (fr:3891). Herder appare così come un precursore della filosofia romantica che avrebbe impresso un’impronta così profonda sulla storia della biologia (fr:3892).
La stessa tensione verso l’unità si radicalizza in Fichte, considerato il primo filosofo puramente romantico (fr:3893). Partendo da Kant ma negando l’esistenza della cosa in sé, Fichte afferma che solo la coscienza, l’Io (das Ich), è realmente esistente e che, attraverso la sua attività, pone il non-io: “the ego places the non-ego” – (fr:3898) [l’Io pone il non-io]. Al di là dell’Io individuale, Fichte postula un “Io assoluto”, una sorta di anima del mondo raggiungibile solo mediante un’intuizione intellettuale di tipo mistico (fr:3899). Fu Schelling a sviluppare questa idea, facendone uno dei cardini della propria filosofia della natura (fr:3900).
Schelling, il cui carattere alternava egotismo ostentato e fede devota nelle dottrine che esponeva (fr:3915), costruì il suo sistema attingendo a Spinoza e a Fichte, mentre guardò con scarsa simpatia al limite kantiano della ragione, che era l’esatto opposto di ciò che egli desiderava (fr:3919). Da Fichte mutuò il principio dell’Io a fondamento sia del mondo spirituale sia di quello materiale (fr:3921), ma l’influsso maggiore venne da Spinoza, con la sua dottrina di spirito e materia come forme di un’unica sostanza e la validità delle leggi della ragione anche in natura (fr:3922). Quando a Lipsia si accostò alle scienze naturali, specialmente alla chimica in rapido progresso, nacque in lui il desiderio di creare un unico sistema di pensiero che abbracciasse l’intera esistenza, derivando il mondo della natura da quello dello spirito e viceversa (fr:3923). Questo divenne il programma della sua Naturphilosophie, che egli stesso chiamò Spinozismus der Physik (fr:3924).
Da questa filosofia doveva sorgere una scienza nuova, capace non solo di osservare i fenomeni e trarne principi universali, ma di “actually understand the fundamental forces that cause all that happens in nature” – (fr:3925) [comprendere realmente le forze fondamentali che causano tutto ciò che accade nella natura]. Era un programma opposto a quello tracciato teoricamente da Bacone e praticamente da Galileo, eppure Schelling esibiva il più profondo disprezzo per la ricerca naturale fondata sull’esperienza: “in one place he calls Bacon, Newton, and Boyle the bane of natural science, and Lavoisier’s chemistry is treated with no less disdain” – (fr:3927) [in un punto definisce Bacone, Newton e Boyle la rovina della scienza naturale, e la chimica di Lavoisier non è trattata con minore disdegno]. Al suo posto, lo “spinozismo” schellinghiano divenne un sistema dogmatico e, per mancanza di pazienza e coerenza nei dettagli, vago e frammentario (fr:3928). Tuttavia l’influenza sulla biologia fu tale da rendere necessario descriverlo (fr:3929).
Nella Darstellung meines Systems, modellata sull’Etica di Spinoza ma priva della sua ferrea logica, Schelling pone innanzitutto la ragione assoluta come “eine totale Indifferenz des Subjektiven und Objektiven” – (fr:3930) [una totale indifferenza del soggettivo e dell’oggettivo], raggiungibile solo astraendo completamente dal proprio io pensante. Fuori di questa ragione non c’è nulla, e in essa è tutto (fr:3932). La legge suprema che governa l’esistenza della ragione è il principio d’identità, A = A (fr:3933). Da qui scaturisce il contrasto tra soggetto e oggetto: “Die absolute Identität kann nicht unendlich sich selbst erkennen, ohne sich als Subjekt und Objekt unendlich zu setzen” – (fr:3934) [L’identità assoluta non può riconoscersi infinitamente senza porsi infinitamente come soggetto e come oggetto]; proposizione che “ist durch sich selbst klar” – (fr:3935-3936) [è chiara di per sé]. L’identità assoluta corrisponde all’universo, mentre la materia, in cui predomina l’oggettivo, è espressa come A = B (fr:3938). L’identità assoluta viene poi identificata con la luce, occasione per deridere gli studi spettrali di Newton e lodare le teorie ottiche di Goethe (fr:3939). Dalla materia derivano gravità, coesione e magnetismo: “Die Materie im ganzen ist als ein unendlicher Magnet anzusehen” e “Der Magnetismus ist bedingend der Gestaltung”, sicché “alle Körper sind blosse Metamorphosen des Eisens” – (fr:3940) [La materia nel suo insieme va considerata come un magnete infinito; il magnetismo condiziona la configurazione; tutti i corpi sono mere metamorfosi del ferro]. Elettricità e magnetismo vengono identificati, e infine l’organismo è derivato dall’identità assoluta (fr:3941-3942).
Così la parabola che da Kant conduce a Schelling mostra due movimenti complementari: la delimitazione critica che rese la biologia una scienza materiale autonoma, e il romantico anelito a ricucire spirito e natura in un’unica intuizione, generando un sistema che, pur nella sua vaghezza, avrebbe affascinato intere generazioni di naturalisti.
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23 Vicq d’Azyr e Blumenbach: le radici dell’anatomia comparata e dell’antropologia
Il brano delinea due figure chiave nella storia della biologia tra Settecento e Ottocento: il francese Vicq d’Azyr e il tedesco Johann Friedrich Blumenbach, entrambi pionieri dell’anatomia comparata, ma con eredità molto diverse. Vicq d’Azyr viene ricordato come un precursore che seppe cogliere la correlazione tra gli organi e la loro funzione: “He points out the correlation existing between different organs in animals; a certain shape of tooth presupposes a certain type of structure in the extremities and the digestive canal, because all its bodily parts are adapted to the animal’s way of living.” – (fr:4329) [Egli indica la correlazione esistente tra diversi organi negli animali; una certa forma di dente presuppone un certo tipo di struttura nelle estremità e nel canale digerente, perché tutte le parti del corpo sono adattate al modo di vivere dell’animale.] Tuttavia il suo approccio comparativo mostrava un punto debole evidente: “The weakest point of his comparative investigations is the comparison between vertebrates and invertebrates; although he is far more cautious than Geoffroy Saint-Hilaire was later, he nevertheless has no true eye for the difference between the organs in the important main groups in the animal kingdom” – (fr:4331) [Il punto più debole delle sue indagini comparative è il confronto tra vertebrati e invertebrati; sebbene sia molto più cauto di quanto sarà Geoffroy Saint-Hilaire in seguito, non ha tuttavia un vero occhio per la differenza tra gli organi nei principali gruppi del regno animale.] Spinse le sue ricerche anche al mondo vegetale, talvolta con successi che guardavano lontano nel futuro, “as when he crosses white and red tulips and finds that the descendants are white, red, and intermediate” – (fr:4332) [come quando incrocia tulipani bianchi e rossi e trova che i discendenti sono bianchi, rossi e intermedi], e produsse come anatomista descrittivo un’opera sul cervello e il sistema nervoso “a splendid work for his period and in its extent the most considerable of all his productions” – (fr:4333) [un lavoro splendido per il suo periodo e, per estensione, il più considerevole tra le sue produzioni]. In conclusione, “Thus, in more than one respect Vicq d’Azyr has left his mark on the history of biology; he will be especially remembered as a pioneer in the sphere of comparative anatomy.” – (fr:4334) [Così, sotto più di un aspetto, Vicq d’Azyr ha lasciato il segno nella storia della biologia; sarà ricordato soprattutto come un pioniere nel campo dell’anatomia comparata.]
Dopo questa figura di transizione, il testo si sposta in Germania all’inizio dell’Ottocento, dove accanto alla speculazione della Naturphilosophie romantica lavoravano scienziati che proseguivano con metodi esatti, mantenendo vive le tradizioni precedenti e preparando il progresso successivo. Tra questi spicca Blumenbach. Nato a Gotha nel 1752 da un maestro di scuola e da una madre colta, “Even as a child he was interested in natural science; one of his keenest delights was putting together skeletons out of bones that he collected.” – (fr:4338) [Già da bambino era interessato alle scienze naturali; uno dei suoi più vivi piaceri era montare scheletri con le ossa che raccoglieva.] Studiò a Jena e a Gottinga, dove conseguì il dottorato con una dissertazione sulle razze umane che gli valse fama immediata e la cattedra di anatomia già nel La sua lunga carriera di insegnante, quasi sessant’anni, fu interrotta solo da qualche spedizione di raccolta, e nella vecchiaia divenne un personaggio originale, tanto da essere considerato una delle attrazioni di Gottinga. Il suo stile, sia negli scritti sia nelle lezioni, lo caratterizzava: “it is also said that his lectures were interspersed with witty remarks, which recurred year after year in a given context to the delight of generations of undergraduates.” – (fr:4344) [Si dice anche che le sue lezioni fossero intercalate da osservazioni spiritose, che ricorrevano anno dopo anno in un dato contesto con gran diletto di generazioni di studenti.] Grazie alla capacità di attrarre e formare discepoli, e a manuali di alta qualità per l’epoca, Blumenbach stimolò nei suoi connazionali un interesse per lo studio della natura che avrebbe raggiunto vette inaspettate nella generazione successiva; si guadagnò così il titolo di Magister Germaniae già in vita.
Il suo contributo più significativo è l’introduzione in Germania dell’anatomia comparata, “and this at an earlier date than Cuvier introduced it into France.” – (fr:4347) [e ciò in una data anteriore a quando Cuvier la introdusse in Francia.] Sebbene la priorità spetti a Buffon e Daubenton, Blumenbach fu “essentially a comparative anatomist and that he brought that science up to a high state of development.” – (fr:4348) [essenzialmente un anatomista comparato e portò quella scienza a un alto grado di sviluppo.] In particolare, fu pioniere dell’antropologia fisica: “Buffon, with his descriptive and statistical method, and Camper, with his studies of the facial angle, had paved the way, but Blumenbach was the first who systematically worked at the subject, thereby laying the foundations on which all subsequent research has carried on its constructive work.” – (fr:4350) [Buffon, con il suo metodo descrittivo e statistico, e Camper, con i suoi studi sull’angolo facciale, avevano preparato la strada, ma Blumenbach fu il primo a lavorare sistematicamente sull’argomento, gettando così le fondamenta su cui tutta la ricerca successiva ha edificato.] Istituì una collezione di crani, scheletri e illustrazioni di esseri umani di quante più razze possibili, studiandone metodicamente le caratteristiche e giungendo a una divisione in cinque razze – caucasica, mongolica, etiopica, americana e malese – “have been the foundation on which all subsequent racial divisions have been based, just as his postulate that the races are varieties of one and the same species is also regarded as true” – (fr:4353) [sono state la base su cui tutte le suddivisioni razziali successive si sono fondate, così come il suo postulato che le razze siano varietà di un’unica specie è anch’esso considerato vero.] Le sue descrizioni craniometriche, pur superate in seguito da Retzius, Virchow e Broca, ne costituiscono il fondamento.
Blumenbach dedicò grande attenzione anche alla distinzione tra uomo e altri mammiferi, in particolare con le scimmie antropomorfe. Fu lui a suddividere l’ordine linneano dei Primati in Bimana (uomo) e Quadrumana (scimmie), sostenendo con vigore una differenza fondamentale. Raccolse evidenze anatomiche, morfologiche e psicologiche, ma alcune osservazioni – come l’idea che le scimmie abbiano quattro mani mentre l’uomo ne ha due – erano fraintendimenti anatomici. Tale punto di vista, comunque, fu accettato dai biologi successivi e fece di Blumenbach l’involontario ispiratore delle argomentazioni antidarwiniane: “in actual fact Blumenbach was the originator of most of the reasons which eventually were to be adduced against Darwinism by its conservative opponents.” – (fr:4359) [di fatto Blumenbach fu l’originatore della maggior parte delle ragioni che sarebbero poi state addotte contro il darwinismo dai suoi avversari conservatori.] La sua idea che le specie siano state create in una sola coppia (almeno per l’uomo) e che la razza caucasica sia l’originaria, da cui le altre sono degenerate per cause climatiche ed economiche, rassicurò i difensori della dignità umana. Durante le battaglie del darwinismo Blumenbach ricevette poca gratitudine dai progressisti, ma una valutazione storica più equa lo riconosce ora come “the founder of comparative anthropology.” – (fr:4361) [il fondatore dell’antropologia comparata.] La sua versatilità lo portò a occuparsi anche di botanica e mineralogia, sebbene in modo non altrettanto originale, appoggiandosi interamente al sistema linneano.
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24 Cuvier, la teoria dei tipi e la disputa con Geoffroy Saint-Hilaire. Verso la teoria dei tessuti di Bichat
L’immutabilità della specie, l’organizzazione per piani strutturali e lo scontro tra l’empirismo cauto di Cuvier e la ricerca di un’unità ideale di Geoffroy segnano un crocevia della biologia ottocentesca, mentre sullo sfondo prende forma la dottrina tissutale di Bichat.
L’idea che la specie non muti è per Cuvier un dato di fatto assoluto, senza le esitazioni che Linneo manifestò in vecchiaia di fronte alla difficoltà di tracciare un confine netto tra le specie. La sua definizione parla di «those individuals that originate from one another or from common parents and those which resemble them as much as one another» – (fr:4755) [quegli individui che discendono gli uni dagli altri o da genitori comuni e quelli che si somigliano tanto quanto si somigliano fra loro]. In questa definizione, a differenza di Linneo, non compare alcun accenno alla creazione della specie: «no mention is made of the creation of the species, which, it will be remembered, Linnasus took as his starting-point, but which, on the whole, Cuvier does not discuss at all» – (fr:4756) [non si fa menzione della creazione della specie, che, come si ricorderà, Linneo assumeva come punto di partenza, ma di cui Cuvier, nel complesso, non discute affatto].
Per Cuvier il mutamento delle specie è inconcepibile anche perché, se fosse avvenuto, dovremmo incontrare forme di transizione tra animali estinti e attuali, ma «there are none» – (fr:4754) [non ve ne sono]. Contro Lamarck, egli sostiene che i periodi geologici non si sono affatto protratti per un tempo indefinito, «during a fairly limited space of time, and that therefore the assumption that species change through habits and environment is unwarranted» – (fr:4753) [per uno spazio di tempo piuttosto limitato, e che quindi l’ipotesi che le specie mutino per abitudini e ambiente è ingiustificata]. All’idea di creazioni ripetute dopo ogni catastrofe Cuvier non aderisce: «he points out that isolated parts of the earth may have been spared on each occasion when it was laid waste, and that living creatures have propagated their species anew from these oases, which indeed he expressly applies to the human race» – (fr:4757) [sottolinea che parti isolate della terra possono essere state risparmiate in ogni occasione di devastazione, e che gli esseri viventi hanno propagato di nuovo la loro specie a partire da queste oasi, cosa che applica espressamente al genere umano].
L’atteggiamento di Cuvier verso le ipotesi è strettamente critico: «he adheres to what he considers to be definitely proved, leaving hypotheses to the “metaphysician”» – (fr:4758) [si attiene a ciò che considera definitivamente provato, lasciando le ipotesi al “metafisico”]. Né subordina la scienza alla religione; «in his scientific arguments these doctrines play no part whatever; as a matter of fact Lamarck refers to the Creator far more often than Cuvier» – (fr:4759) [nei suoi argomenti scientifici queste dottrine non hanno alcun ruolo; anzi, Lamarck fa riferimento al Creatore molto più spesso di Cuvier]. Se cita il Primo Libro di Mosè per la teoria del diluvio, «Chaldean and Egyptian documents are quoted at the same time and with exactly the same authority» – (fr:4760) [documenti caldei ed egiziani sono citati al contempo e con esattamente la stessa autorità]; attribuire autenticità storica alle leggende popolari era un’illusione condivisa dalla maggior parte degli storici di professione dell’epoca.
Nell’opera Le Règne animal distribué d’après son organisation (1817), Cuvier sviluppa ulteriormente le proprie idee, protestando contro chi vorrebbe disporre tutti i viventi in un’unica serie e dichiarando tale metodo imperdonabile. Il suo contributo più grande è la teoria dei tipi. Il regno animale è diviso in quattro gruppi principali – Vertebrati, Molluschi, Articolati e Radiati – ciascuno dotato di un «piano strutturale» (ground-plan) che si modifica nelle diverse categorie sistematiche interne al tipo. L’essenziale sta nel principio secondo cui «the animals within the same type may be compared with one another, but there is no comparison between the ground-plans of the different types» – (fr:4768) [gli animali appartenenti allo stesso tipo possono essere paragonati tra loro, ma non vi è paragone tra i piani strutturali dei diversi tipi]. Questa teoria rappresenta «the farthest advance in animal classification since Linnasus» e, seppure in forma modificata, «the basis of all subsequent animal classification, and it is thanks to it that modern biology has been able to lay firmer foundations for the theory of descent than Lamarck succeeded in doing with his uniform evolutional series» – (fr:4769) [la base di ogni successiva classificazione animale, ed è grazie ad essa che la biologia moderna ha potuto gettare fondamenta più solide per la teoria della discendenza di quanto Lamarck sia riuscito a fare con la sua serie evolutiva uniforme]. Tuttavia, Cuvier fu troppo restio a trarre le conclusioni più ampie dalle sue stesse osservazioni, e solo in seguito si sarebbe potuto confrontare il piano strutturale anche tra tipi differenti.
In ogni questione mantiene una cautela esemplare: «He is a master in not giving utterance to more than he can stand for, and sometimes it is only in a roundabout way that one can guess his train of thought» – (fr:4773) [È un maestro nel non esprimere più di quanto possa sostenere, e a volte solo in modo indiretto si può intuire il suo filo di pensiero]. Ribadisce che la vita contrasta le affinità chimiche, ma non enuncia una teoria vitalistica compiuta. Quanto alla fecondazione, dichiara che non possiamo sapere come sorga l’embrione, possiamo solo studiarne lo sviluppo successivo. Sull’anima è netto: il materialismo è un’ipotesi arbitraria, «so much the more so as philosophy cannot offer any direct proof of the true existence of matter» – (fr:4777) [tanto più che la filosofia non può offrire alcuna prova diretta della reale esistenza della materia]. Qui ha imparato da Kant; nell’analisi delle percezioni sensoriali sembra invece influenzato da Condillac. L’applicazione della nuova chimica alla zoologia costituisce un progresso notevole, su cui la ricerca successiva ha costruito.
Negli ultimi anni di vita la sua concezione chiara, benché angusta, dell’interrelazione tra i tipi animali emerge con sempre maggiore nitidezza, specialmente nella controversia con Geoffroy Saint-Hilaire. I due erano stati amici e collaboratori, ma le loro strade si divisero: Cuvier insisteva sull’immutabilità della specie e sull’incomparabilità dei tipi, mentre Geoffroy si consacrava al confronto degli organi in forme animali diverse e a speculazioni su un tipo uniforme di vita. Lo scontro aperto scoppiò nel 1830, quando Geoffroy presentò all’Accademia un lavoro in cui la seppia era descritta come un vertebrato riflesso, con apertura anale premuta sul capo e organi corrispondenti a quelli dei vertebrati. Cuvier rispose con una critica cortese ma tagliente, mostrando affiancando gli organi della seppia e di un vertebrato nella posizione riflessa la differenza fondamentale sia nella struttura sia nella posizione, oltre all’assenza, in una forma, di molti organi presenti nell’altra. Rigettò l’intero principio su cui Geoffroy basava la ricerca, pur riconoscendone i brillanti servigi all’anatomia comparata dei vertebrati, e sostenne che il suo metodo non era nuovo ma risaliva ad Aristotele; definì «mere empty words without any real meaning and without any equivalent in nature» – (fr:4792) [mere parole vuote senza alcun significato reale e senza corrispettivo nella natura] il discorso su un piano uniforme per l’intero regno animale.
Geoffroy abbandonò subito il confronto fra seppia e vertebrati, spostò la discussione solo sui vertebrati e sostituì «unité de plan» con «théorie des analogues», dichiarando però che essa era interamente nuova perché confrontava tutte le parti di un organo, non solo forma e funzione. Qui si riferiva a ciò che oggi chiamiamo omologia, ma rimaneva troppo vago; Cuvier rilevò numerosi errori di dettaglio perfino nei confronti dell’osso ioide nei vertebrati e nell’idea che esso fosse presente nei gamberi. Geoffroy indulgeva a speculazioni filosofiche che per il sobrio avversario dovevano apparire assurde. Nella sua introduzione al volume che raccoglieva i contributi alla polemica scriveva: «Il est, il reside — dans V Animalite; etre ahstrait, qui est tangible par nos sens sous des figures diverses» – (fr:4802) [Egli è, risiede — nell’Animalità; essere astratto, che è tangibile ai nostri sensi sotto figure diverse]. Un tale linguaggio era nello stile di Goethe, che prese parte alla disputa come caloroso sostenitore di Geoffroy e vi vide la causa stessa della filosofia della natura. In effetti, nelle speculazioni di Geoffroy si esprimeva quella stessa Naturphilosophie romantica, quella tensione verso un’unità ideale dell’esistenza che dominava in Germania. Cuvier, dal canto suo, rivendicava come oggetto della scienza la conoscenza esatta dei fenomeni naturali, mostrando in questo un angolo visuale ristretto ma coerente.
Un punto della controversia merita attenzione. Cuvier dichiarò delle seppie: «They have not resulted from the development of other animals, nor has their own development produced any animal higher than themselves» – (fr:4809) [Esse non sono il risultato dello sviluppo di altri animali, né il loro sviluppo ha prodotto alcun animale superiore a loro stesse]. Per la moderna teoria dell’evoluzione la prima affermazione è falsa, la seconda è vera. Lamarck e Geoffroy ritenevano false entrambe, e si entusiasmavano ancor più per la seconda, perché cercavano proprio l’anello di congiunzione fra la forma più alta di una classe e il tipo più basso della successiva – seppie e pesci, tartarughe e uccelli. Su questo scoglio naufragavano le prime teorie dell’origine. Lo storico moderno dell’evoluzione ha imparato a cercare all’indietro, tra forme più primitive, i tipi primitivi dei singoli gruppi specializzati, e ciò è stato possibile grazie all’accoglimento della teoria dei tipi di Cuvier, che evita il confronto diretto fra forme altamente evolute di tipi diversi, e grazie all’embriologia, che Geoffroy tentò, senza successo, di porre a fondamento della sua teoria comparativa. Così «both the parties to the dispute of 1830 have contributed to the creation of the modern view of natural evolution» – (fr:4815) [entrambe le parti in causa nella disputa del 1830 hanno contribuito alla creazione della moderna concezione dell’evoluzione naturale].
Il testo che segue introduce il capitolo su Bichat e la teoria dei tessuti. Esso riassume come, all’inizio del Settecento, si contrapponessero la concezione meccanicistica dei fenomeni vitali e quella vitalistica di Stahl, che affidava all’anima il governo del corpo. La dottrina di Stahl, la più spiccatamente vitalistica, attecchì in Francia, in particolare presso la facoltà di medicina di Montpellier, dove si sviluppò l’idea della complessa composizione chimica del corpo e della forza vitale come fattore che ne impedisce la disintegrazione. Questa forma di vitalismo si ritrova sia in Humboldt sia nello stesso Cuvier. Alla fine del secolo la rigida distinzione tra meccanismo e vitalismo si attenuò: i progressi della chimica obbligarono a considerare altre funzioni oltre a quelle puramente motorie, mentre la scoperta di nuove forze naturali – elettrica e magnetica – richiedeva alla biologia un nuovo atteggiamento. Fra gli esempi si citano gli esperimenti di Galvani e gli studi di Mesmer sul magnetismo animale. Solo con la legge dell’indistruttibilità dell’energia la biologia avrebbe trovato una base nuova per una concezione meccanica dei fenomeni vitali. Tra gli scienziati di Montpellier che avversarono la teoria meccanicistica fondata sull’autorità di Boerhaave figura Théophile de Bordeu (1722-1776), figlio di un medico del sud della Francia, il quale, dopo la laurea, esercitò dapprima nel distretto natale e in seguito a Parigi.
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25 La fondazione dell’embriologia moderna tra osservazione e speculazione
Tra la metà del Settecento e l’Ottocento, lo studio dello sviluppo embrionale si trasforma da insieme di ipotesi vaghe a scienza autonoma e comparativa, incardinata sulle ricerche di von Baer e Rathke ma segnata da una tensione irrisolta tra rigore morfologico e filosofie della natura.
Il cammino che conduce all’embriologia moderna muove da un terreno incerto. Fino a Seicento inoltrato, le conoscenze sulle primissime fasi dello sviluppo dei mammiferi restano nebulose, al punto che il testo riconosce a Regnier de Graaf il merito di aver per primo fornito una spiegazione coerente: “Apart from the vague ideas of earlier scientists on this subject, de Graaf (Part II, p. lyz) was the first to explain at all the conditions obtaining at the earliest stages of development of mammals.” – (fr:5067) [A prescindere dalle vaghe idee degli scienziati precedenti su questo argomento, de Graaf fu il primo a spiegare in qualche modo le condizioni che si presentano nelle prime fasi dello sviluppo dei mammiferi.]. De Graaf descrive i follicoli che oggi portano il suo nome credendoli uova, ma quando rinviene nell’utero di una coniglia uova in uno stadio più avanzato, si trova di fronte a una contraddizione: quegli elementi sono più piccoli dei follicoli stessi e questi ultimi si rivelano incostanti. Di qui l’ipotesi alternativa di Albrecht von Haller, secondo cui l’uovo si forma per coagulazione del liquido follicolare.
Il salto decisivo si compie con Karl Ernst von Baer, che rovescia la prospettiva di indagine. Invece di procedere per congetture a ritroso, egli segue minuziosamente lo sviluppo dell’uovo nel cane, familiarizzando con gli stadi più avanzati e solo dopo risalendo verso la fecondazione attraverso una serie di animali sempre più vicini a quello stadio iniziale: “By carefully following the development of the egg in dogs, von Baer learnt to know its later stages, afterwards tracing its origin back by investigating a series of animals approaching nearer and nearer to the fertilization stage.” – (fr:5069) [Seguendo con attenzione lo sviluppo dell’uovo nel cane, von Baer imparò a conoscerne gli stadi più avanzati, risalendo poi alla sua origine indagando una serie di animali sempre più prossimi allo stadio della fecondazione.]. È con questo metodo che individua l’uovo come una minuscola cellula giallastra all’interno del follicolo, potendo così proseguire lo studio del suo sviluppo progressivo.
Il contributo di von Baer non si esaurisce nell’indagine sui mammiferi. Egli si dedica con altrettanta meticolosità all’oggetto classico per eccellenza della storia evolutiva, l’uovo di gallina, e ne pubblica i risultati nella prima sezione della sua opera Über Entwicklungsgeschichte. L’impianto dell’opera è fondativo: “he published the results in the first section of the above-mentioned work […] which, besides, summarizes all the then existing knowledge of the subject, thereby becoming a pioneer work on which all subsequent research has had to be based.” – (fr:5072) [pubblicò i risultati nella prima sezione della suddetta opera, la quale, inoltre, riassume tutta la conoscenza allora esistente sull’argomento, diventando così un’opera pionieristica su cui tutte le ricerche successive hanno dovuto fondarsi.]. La seconda metà del lavoro è una rassegna dello sviluppo embrionale di tutti i vertebrati. Con questo libro, afferma il testo, von Baer crea l’embriologia moderna non solo come campo di ricerca autonomo, ma anche come ramo essenziale dell’anatomia comparata e strumento per provare le affinità tra le diverse forme animali.
Sul piano empirico, le scoperte sono numerose e concatenate. Nell’embrione di pollo von Baer individua il midollo spinale confrontandolo con quello dei selaci; mette nella giusta luce la scoperta delle fessure e degli archi branchiali fatta da Rathke; spiega la causa della formazione dell’amnios, una scoperta giudicata comparabile alle precedenti; e fornisce resoconti sintetici dello sviluppo dell’apparato uro-genitale, dei polmoni, delle diverse fasi del canale digerente e del sistema nervoso.
Queste osservazioni si saldano in una teoria generale dell’evoluzione che, pur restando ancorata a presupposti speculativi, segna un progresso netto rispetto alle rappresentazioni precedenti. Von Baer rigetta l’epigenesi unilaterale di Caspar Friedrich Wolff e sostiene che nell’uovo non si dà mai una neoformazione assoluta, ma solo una trasformazione nel senso di una crescente specializzazione. Il movente di questa trasformazione è però affidato a un’idea di chiara ascendenza metafisica, quella di una forma animale produttrice che guida lo sviluppo dell’embrione. Inoltre, per il processo della fecondazione von Baer non propone una spiegazione cellulare, bensì una dinamica di tipo aristotelico: “Zuerst wird die Moglichkeit eines neuen Tieres durch unmittelhares Wachsthum des mutterlichen Korpers gegeben. Es bleibt aber nur Teil. Durch die Bejruchtung wird aus dem Telle ein Ganges.” – (fr:5079-5081) [In primo luogo la possibilità di un nuovo animale è data dalla crescita immediata del corpo materno. Rimane però soltanto una parte. Con la fecondazione, dalla parte si genera un intero.]. Il testo è tranchant: “This definition of fertilization is pure metaphysics, here closely akin to Aristotle’s.” – (fr:5082) [Questa definizione della fecondazione è pura metafisica, qui strettamente affine a quella di Aristotele.].
Più feconda e duratura è la critica che von Baer muove alla teoria di Johann Friedrich Meckel, secondo cui gli animali superiori durante lo stadio embrionale attraversano le forme degli animali inferiori. L’obiezione è sottile e costruttiva: non esiste un animale inferiore adulto che somigli davvero allo stadio embrionale di uno superiore; piuttosto, l’embrione di un animale superiore e quello di uno inferiore si assomigliano più di quanto non facciano le forme adulte. I tessuti embrionali sono meno differenziati e quindi più simili a quelli degli animali inferiori, ma un embrione di pesce è fin dall’inizio un pesce, come ogni embrione di vertebrato è fin dall’inizio un vertebrato. Da qui il principio secondo cui “the more dissimilar two animal forms are, the further we have to go back in evolutional history to find an agreement.” – (fr:5087) [quanto più due forme animali sono dissimili, tanto più indietro dobbiamo risalire nella storia evolutiva per trovare una concordanza.]. E la forma primordiale comune a tutti gli animali, dichiara von Baer, non è una specie adulta arcaica bensì la semplice forma cellulare, la forma dell’uovo e del primo stadio embrionale.
Su queste basi von Baer respinge con decisione la catena uniforme di sviluppo di Bonnet e Lamarck, schierandosi invece con la teoria dei tipi di Cuvier e sviluppandola ulteriormente. Egli mostra che in una stessa serie animale un organo può essere progressivo mentre un altro è regressivo, e che un animale di un tipo inferiore può raggiungere uno sviluppo altissimo rispetto a una forma collocata in basso in un tipo superiore – sono citati l’ape e il pesce, prendendo l’intelligenza come termine di paragone. Ne consegue un principio metodologico di portata generale: ogni organo va giudicato non solo per la sua forma definitiva, ma anche per la sua storia evolutiva, poiché organi con la medesima funzione possono avere origine del tutto diversa in tipi animali differenti. Il testo riconosce che la previsione di von Baer sull’importanza di un’indagine comparativa condotta su queste basi si è pienamente avverata.
Accanto a queste idee feconde, nell’opera di von Baer – come in quella di molti eminenti biologi del periodo – sopravvive e si intreccia una vena di filosofia naturale che oggi appare grottesca ma che ebbe una sua influenza sulla speculazione biologica successiva. Von Baer fa propria, per esempio, la teoria di Lorenz Oken secondo cui la testa è composta di vertebre e le mascelle possiedono le qualità delle costole; e ne inventa di proprie, come quella che vede i vertebrati costituiti da una serie di tubi disposti l’uno dentro l’altro a forma di Il culmine dello schellinghismo è raggiunto con uno schema in cui i tre tubi sono divisi ciascuno in una metà positiva e una negativa: epidermide, muscoli e membrana nervosa ricevono un segno più, mentre cutide, ossa e fibre nervose un segno meno. Il giudizio dello storico è equilibrato: “It would be quite irrational, however, to accept these confessions of the weakness of the period for more than what they are; they are certainly striking from the point of view of cultural history, but their significance, whether for the activities of the scientists named or for their contribution to the general development of science, should at any rate not be exaggerated.” – (fr:5098) [Sarebbe del tutto irrazionale, tuttavia, prendere queste confessioni della debolezza del periodo per più di quello che sono; esse sono certo notevoli dal punto di vista della storia culturale, ma il loro significato, sia per l’attività degli scienziati nominati sia per il loro contributo allo sviluppo generale della scienza, non dovrebbe in ogni caso essere esagerato.].
Accanto a von Baer, il testo colloca un altro pioniere: Martin Heinrich Rathke. Nativo di Danzica da una ricca famiglia borghese, allievo di Blumenbach a Gottinga, medico a Danzica prima di essere chiamato nel 1829 come professore a Dorpat e poi a Königsberg quale successore di von Baer, Rathke viene descritto come una figura di eccezionale levatura umana e scientifica, instancabile nella ricerca in patria e all’estero, stimato universalmente da colleghi e allievi. Il suo lavoro di biologo, chiosa il testo con efficace asciuttezza, fu “many-sided and important” – (fr:5103) [poliedrico e importante], assicurandogli un posto di primo piano tra i fondatori dell’embriologia.
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26 Il passaggio dalla speculazione al metodo sperimentale nella nascente biologia moderna
Il testo traccia un percorso fondamentale nella storia della biologia, descrivendo il passaggio da un’epoca dominata dalla speculazione filosofica a una fondata sull’osservazione e sull’esperimento. Durante il regno della filosofia naturale romantica, i rappresentanti di quella scuola “deeply scorned experiment, which they considered led to nothing but fruitless artifice” - (fr:5145) [disprezzavano profondamente l’esperimento, che consideravano portatore soltanto di sterili artifici]. Le opere fisiologiche del periodo erano di conseguenza “for the most part purely speculative or else devoted to morphological problems” - (fr:5146) [per la maggior parte puramente speculative oppure dedicate a problemi morfologici].
Gradualmente, però, la ragione si affermò anche in questa sfera: “the immense success which the experimental method brought to contemporary physics and chemistry induced attempts at applying that method also to biology” - (fr:5147) [l’immenso successo che il metodo sperimentale portò alla fisica e alla chimica contemporanee indusse tentativi di applicare quel metodo anche alla biologia]. Questo impulso fu rafforzato dal fatto che eminenti scienziati avevano già iniziato ad applicarsi con notevole successo allo studio della composizione chimica degli organismi viventi (fr:5148).
In questo contesto, Carl Wilhelm Scheele è considerato “the founder also of animal and vegetable chemistry” - (fr:5150) [il fondatore anche della chimica animale e vegetale]. Dopo aver adottato la professione di speziale in Svezia, condusse una vita breve in condizioni di grande povertà, realizzando tuttavia ricerche insolitamente fruttuose (fr:5152, 5153). Sottopose a una revisione chimica più approfondita di chiunque altro elementi del regno animale e vegetale, ottenendo tra i risultati la scoperta di acido lattico, acido cianurico, acido idrocianico, acido urico, glicerina, acido citrico e acido malico (fr:5154).
Un successore di Lavoisier in questo campo fu Antoine François de Fourcroy. Nella sua opera Philosophie chimique, che suscitò notevole attenzione e fu tradotta in diverse lingue, “an account is given of the chemical composition of plants and animals” - (fr:5160) [viene fornito un resoconto della composizione chimica di piante e animali]. Fourcroy individuò una differenza essenziale: “The essential difference between substances derived from the vegetable and the animal kingdom is claimed to be the latter’s azotic content” - (fr:5161) [La differenza essenziale tra le sostanze derivate dal regno vegetale e quello animale si afferma essere il contenuto azotato di queste ultime]. Divise gli elementi vegetali in sedici sostanze separate, tra cui gomma, zucchero, oli grassi e volatili, resina (fr:5162), mentre gli elementi del regno animale formavano tre gruppi: albumina, calce e fibrina (fr:5163).
La figura centrale di questa rivoluzione chimica applicata alla vita è Jöns Jakob Berzelius, il cui servizio a questa scienza fu pienamente riconosciuto. Berzelius “mastered the whole of chemistry as no one else has ever done since his time” - (fr:5174) [padroneggiò l’intera chimica come nessun altro ha mai fatto dopo di lui]. I suoi studi sulla composizione di sangue, bile, latte, ossa e grasso appartengono più alla chimica che alla biologia, ma le sue concezioni sui fenomeni vitali ebbero un’influenza fondamentale.
Ciò che distingue la concezione della natura di Berzelius è la sua severa critica a ogni forma di ipotesi. Mentre la filosofia naturale contemporanea creava brillanti sistemi di pensiero, egli introduce la sua chimica animale con queste parole: “I have everywhere sought to avoid hypothesis, and where I have at any time ventured to make insignificant guesses, they are all of such a nature that they will soon be decided by experience” - (fr:5181) [Ho cercato ovunque di evitare ipotesi, e dove in qualche momento mi sono azzardato a fare congetture insignificanti, sono tutte di natura tale che saranno presto decise dall’esperienza]. Preferisce dichiarare: “This is entirely unknown to us,’ than to try by means of a number of probabilities to gloze over a gap in our knowledge” - (fr:5182) [‘Questo ci è completamente sconosciuto’, piuttosto che cercare di mascherare una lacuna nella nostra conoscenza mediante una serie di probabilità].
Coerentemente con questo principio, rifiuta le teorie vitalistiche: “Life does not lie in any extraneous essence deposited in an organic or living body; its origin must be sought in the common fundamental forces of primal elements” - (fr:5183) [La vita non risiede in alcuna essenza estranea depositata in un corpo organico o vivente; la sua origine deve essere cercata nelle comuni forze fondamentali degli elementi primari]. Tutto ciò che si spiega con la parola ‘vitalità’ rimane inspiegato, e “it is an illusion if they are given any other meaning than that of a still unknown mechanico-chemical process” - (fr:5184) [è un’illusione se si attribuisce loro un significato diverso da quello di un processo meccanico-chimico ancora sconosciuto]. Questa visione si spinge fino alle funzioni dell’anima: giudizio, memoria e riflessione sono processi chimici organici, benché qui la chimica si elevi a un piano superiore, dove la nostra ricerca spirituale non potrà mai raggiungerla (fr:5185). Tuttavia, quando si trattò di applicare nel dettaglio la teoria meccanica alla vita, Berzelius “gives way to the temptation to simplify too much, and in spite of his honest endeavours he is unable to free himself from speculative construction” - (fr:5188) [cede alla tentazione di semplificare troppo e, malgrado i suoi onesti sforzi, non riesce a liberarsi dalla costruzione speculativa]. Ne sono prova l’idea che le piante debbano possedere nervi, sebbene ancora sconosciuti (fr:5192), o la convinzione che i capillari si aprano tra gli organi e che questi ultimi crescano per stratificazione di materia solida attorno all’apertura, “a kind of crystallization” - (fr:5196) [una sorta di cristallizzazione].
Nonostante questi limiti, Berzelius non fu un pensatore profondo come Galileo nel campo della scienza naturale teorica, ma “his honest and modest acknowledgment of the limitations of natural science and his opposition to any kind of hypotheses doubtless to a great extent cleared the atmosphere in a generation that had been befogged by the fantastic ideas of natural-philosophical speculation” - (fr:5199) [il suo onesto e modesto riconoscimento dei limiti della scienza naturale e la sua opposizione a ogni tipo di ipotesi senza dubbio contribuirono grandemente a schiarire l’atmosfera in una generazione che era stata annebbiata dalle idee fantastiche della speculazione natural-filosofica].
Parallelamente, le funzioni degli organi e le loro manifestazioni vitali divennero oggetto di indagini sperimentali radicali. Su questa strada Haller era stato un pioniere, e un numero crescente di scienziati cercò di accertare il corso degli eventi nella vita animale “by means of experiment on live animals — that is, vivisections” - (fr:5202) [per mezzo di esperimenti su animali vivi – cioè, vivisezioni]. Questi esperimenti condussero alla scoperta che i fenomeni della vita erano vincolati da leggi esatte, proprio come i processi chimici e fisici nella natura inanimata (fr:5203).
Tra gli sperimentatori, Charles Bell si distinse per le sue originali ricerche in neurofisiologia. In un breve scritto del 1811, Idea of a New Anatomy of the Brain, descrisse un esperimento cruciale: “he severed the posterior root of a medullary nerve without causing any muscular contraction, whereas the act of touching the anterior root caused convulsions in the muscles” - (fr:5217) [recise la radice posteriore di un nervo midollare senza causare alcuna contrazione muscolare, mentre il tocco della radice anteriore provocò convulsioni nei muscoli]. Da ciò concluse che i nervi midollari hanno una doppia funzione, dovuta alle loro doppie radici (fr:5218). Tuttavia, Bell non seguì subito la strada che aveva aperto, con il risultato che altri, specialmente Magendie a Parigi, lo superarono (fr:5220).
François Magendie incarnò lo spirito del metodo sperimentale applicato alla biologia. Originò sistematicamente il metodo di accertare i fenomeni vitali mediante operazioni su animali vivi, “thereby exciting both admiration and disgust amongst his contemporaries” - (fr:5224) [suscitando con ciò ammirazione e disgusto tra i suoi contemporanei]. Fin dai suoi primi scritti si oppose con vigore al vitalismo di Bichat, insistendo sulla possibilità e necessità di applicare ai fenomeni della vita le leggi della fisica e della chimica (fr:5228). Possedeva tuttavia uno sguardo acuto per i limiti di quel metodo: “he repeatedly declares that it is not possible to explain all life-phenomena merely as physical and chemical processes” - (fr:5229) [dichiara ripetutamente che non è possibile spiegare tutti i fenomeni vitali meramente come processi fisici e chimici]. Le manifestazioni vitali del sistema nervoso in particolare sono da lui definite “vitali” ed escluse da questa modalità di pensiero (fr:5230). Considerava le ipotesi generalmente inutili; “facts alone have any scientific value and what cannot be explained with their aid must for the time being remain unexplained” - (fr:5236) [solo i fatti hanno valore scientifico e ciò che non può essere spiegato con il loro ausilio deve per il momento rimanere inspiegato]. Questo scetticismo, perseguito con assoluta coerenza, rappresentò un utile contrappeso alla speculazione sfrenata delle epoche precedenti.
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27 Dalla scuola di Müller allo sviluppo della citologia: metodo, microscopia e la fondazione della teoria cellulare vegetale
Il testo delinea una fase cruciale della biologia ottocentesca, in cui l’opera di Johannes Müller e il perfezionamento del microscopio aprirono la strada alla citologia moderna. La scelta di Müller di studiare il gruppo più primitivo dei Ciclostomi rispondeva a una precisa logica comparativa: “the boundary forms in a class are the most interesting in that they lose a good deal of the character of the class and thereby show us the type of the class in its most simple form” – (fr:5385). Su questa base egli dedicò quasi un decennio al monumentale lavoro su scheletro, muscoli e nervi dei Missinoidi, descrivendo con accuratezza esemplare Myxine glutinosa e specie affini africane, e da lì estendendo il confronto a tutti i Vertebrati (fr:5384, 5386). Il valore dell’opera non risiedeva soltanto nella precisione, ma nel metodo stesso: “starting from special inquiry, comparing the results with the conditions existing in the related types … was imitated during an entire period and is to this very day by no means exhausted” – (fr:5387). Ciò nonostante, alcune conclusioni, come la teoria vertebrale del cranio, erano già allora giudicate “too far-fetched to be acceptable in modern times” – (fr:5389).
L’interesse per le forme marine spinse Müller a diventare un pioniere della zoologia marina. Durante viaggi a Helgoland, in Scandinavia e nel Mediterraneo fu “irresistibly attracted to the study of the life of marine animals, which had been so very little investigated before” – (fr:5390). A lui si devono innumerevoli scoperte di forme larvali di vermi, echinodermi e molluschi, nonché l’individuazione del curioso mollusco parassita Entoconcha, sebbene non riuscisse a chiarirne l’origine nell’ospite oloturia (fr:5392). È ricordato come “not only a pioneer in marine zoology but also one of the greatest in that field that the world has ever seen” – (fr:5393); promosse attivamente l’idea di stazioni dedicate allo studio di tali forme di vita e diede impulso a gran parte della metodologia del settore (fr:5394).
Altrettanto eccezionale fu la sua figura di maestro. Riunì attorno a sé un numero straordinario di giovani scienziati di altissimo livello perché insegnava soltanto il proprio metodo, non dogmi: “The pupils had themselves to form their own ideas; only the method and the results achieved were common to all” – (fr:5399). Da questa scuola uscirono Schwann, Virchow, Henle, Remak, Kölliker, Du Bois-Reymond e Helmholtz, personalità indipendenti e originali che avrebbero percorso linee di ricerca assai diverse, confermando la versatilità del maestro (fr:5400–5401).
Il progresso della biologia microscopica, che avrebbe portato alla citologia, fu reso possibile dal superamento di un ostacolo tecnico: l’aberrazione cromatica. Per oltre un secolo dopo l’età di Malpighi e Leeuwenhoek, “a colourless object seen under the microscope would shimmer with all the colours of the rainbow, a fact which naturally gave rise to countless misinterpretations” – (fr:5406). Newton stesso aveva dichiarato il problema insolubile (fr:5407). La soluzione giunse dal fisico svedese Samuel Klingenstierna, che indicò il modo di fabbricare vetri acromatici; su sue istruzioni l’ottico inglese Dollond costruì le prime lenti acromatiche (fr:5408). L’italiano Amici dimostrò il proprio sistema acromatico nel 1817 e negli anni Trenta gli istituti biologici più importanti poterono disporre di microscopi perfezionati (fr:5411). Ciò spalancò due campi d’indagine: la struttura degli animali e delle piante superiori, alla ricerca dei costituenti fondamentali, e il mondo dei minuscoli organismi indipendenti (Infusori) prima invisibili (fr:5413). Da queste ricerche scaturì “an entirely new conception of the composition of organisms cytology, or the knowledge of cells” – (fr:5414). Richard Hertwig avrebbe osservato che “the way was paved for the reform of the cell theory through discoveries made in very different spheres and not until late in time concentrated in a focus” – (fr:5415).
In botanica, dove fin dai tempi di Malpighi e Grew si sapeva che il legno è formato da cellette, si accese un vivace dibattito sull’universalità della struttura cellulare. Charles François Mirbel, esaminando la struttura cellulare di certi muschi, “resolutely maintained the cell’s quality as a basis for all structures in the vegetable kingdom” – (fr:5427), mentre Ludolf Christian Treviranus osservò i movimenti del contenuto cellulare e scoprì che i vasi spiralati originano da cellule che si stratificano perdendo le pareti intermedie (fr:5428). Tuttavia il creatore della moderna citologia vegetale è considerato Hugo Mohl (fr:5429). Professore a Tubinga, condusse una vita schiva interamente dedicata al laboratorio, producendo una serie di brevi memorie caratterizzate da osservazione accurata, sobrietà speculativa e coscienziosa attenzione (fr:5431–5433). Il suo contributo decisivo riguardò la riproduzione cellulare: “He upheld clearly and convincingly that the cells in algae and even higher plants arise through partition-walls being formed between previously existing cells” – (fr:5438). Mohl descrisse con grande precisione queste pareti divisorie e stabilì la natura cellulare di elementi a lungo discussi come vasi spiralati, libro, corteccia (fr:5439–5440). Lo studio dello sviluppo delle spore nelle crittogame gli fornì inoltre “both a confirmation and an extension of his theory of cellular division” – (fr:5441), consolidando definitivamente l’edificio della citologia vegetale.
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28 La figura e l’opera di Schleiden tra intuizione e contraddizione
Il profilo di Matthias Jacob Schleiden che emerge da queste pagine è quello di un pensatore inquieto e geniale, la cui parabola scientifica rispecchia un’anima priva di equilibrio. “The life he led fully testifies to a soul without balance, and this is reflected in more ways than one in his scientific work” – (fr:5454) [La vita che condusse testimonia pienamente un’anima senza equilibrio, e ciò si riflette in più modi nella sua opera scientifica]. Il racconto prende avvio da una giovinezza segnata da un tentativo di suicidio: “Finally, in a fit of despondency he shot himself in the forehead, but without the result he intended; he recovered and then resolved to devote himself to natural science” – (fr:5451) [Infine, in un accesso di sconforto si sparò alla fronte, ma senza l’esito che intendeva; si riprese e allora decise di dedicarsi alle scienze naturali]. Dopo una rapida ascesa accademica – dottorato in filosofia e medicina, fama letteraria e la cattedra di botanica a Jena nel 1850 – abbandonò tutto nel giro di dodici anni, rifiutando anche una nomina a Dorpat, per condurre una vita errabonda fino alla morte nel
Il lavoro che gli diede immediata celebrità fu un saggio pubblicato nel 1838 negli archivi di Müller, dal titolo “Beiträge zur Phytogenesis” (fr:5455). La domanda che vi poneva – “How does the cell arise?” – (fr:5456) [Come nasce la cellula?] – apriva un campo d’indagine completamente nuovo. Il suo merito maggiore fu riconoscere l’importanza fondamentale del nucleo cellulare, scoperto in precedenza da Brown, che non ne aveva colto la portata: “Here Schleiden takes as his starting-point Brown’s above-mentioned discovery of the cell-nucleus, and his service to science lies in the fact that he was able to appreciate its fundamental importance, which Brown himself failed to do” – (fr:5457). Partendo dal nucleo, che chiamava citoblasto, Schleiden cercò di ricostruire lo sviluppo della cellula scegliendo come modello le cellule embrionali. Studiò il sacco embrionale di diverse fanerogame, esaminandone i nuclei, e scoprì la struttura oggi chiamata nucleolo: “discovered in them the formation that is now termed the nucleolus or nucleal body” – (fr:5459).
Proprio questa scoperta lo condusse però fuori strada. Egli credette di aver osservato che il nucleolo si formasse per primo, per accumulo di muco granulare, e che attorno a esso si stratificasse il resto del nucleo; solo in seguito, sulla superficie del nucleo completo, si formerebbe una vescicola che crescendo avvolge il tutto e ne ispessisce le pareti fino a completare la cellula. “This discovery, however, led him to continue the investigation along the wrong lines…” – (fr:5460) – una ricostruzione che non corrisponde ai fatti, tanto che lo stesso Schleiden sosteneva, erroneamente, la dissoluzione del nucleo durante lo sviluppo cellulare (fr:5461). L’intera teoria della citogenesi appariva già allora in contrasto con la verità, aggravata dall’uso di una terminologia romantico-filosofica che richiamava Goethe: “expressions such as «potenzierte Zellen», «edlere Säfte», and other similar terms are clearly reminiscent of Goethe” – (fr:5462).
Nonostante l’errore nella descrizione del meccanismo, il saggio ebbe un impatto duraturo per l’idea di fondo che imponeva: l’indipendenza della cellula. La pianta vi era presentata per la prima volta come una comunità di cellule, un Polypstock (letteralmente “ceppo di polipi”), ed è da questo punto di partenza che si mossero gli investigatori successivi, dotati di maggior senso critico (fr:5463).
Un’altra opera fondamentale fu il manuale Grundzüge der wissenschaftlichen Botanik del 1842, che all’epoca suscitò sensazione e aprì un dibattito acceso. Il testo rappresentava un tentativo pionieristico di conciliare la botanica sistematica tradizionale con una concezione filosofico-naturale dei fenomeni vitali (fr:5465). Nella lunga introduzione metodologica, Schleiden esponeva la sua visione della natura, elaborata sotto l’influsso di Jacob Friedrich Fries, uno dei pochi pensatori del periodo romantico a mantenere vivo l’interesse per il pensiero kantiano (fr:5467). L’ideale scientifico che perseguiva era quello di ricondurre ogni teoria fisica a fondamenti puramente matematici: “to relate all physical theories to purely mathematical grounds of explanation” – (fr:5468). Con questo obiettivo, intendeva trasformare la botanica in una scienza comparata delle forme e delle manifestazioni della vita, con particolare attenzione ai fenomeni evolutivi.
Sul piano delle forze naturali, Schleiden assumeva un’unica “forza plasmatrice” (form-building force) valida per l’intera natura, animata e inanimata, negando risolutamente l’esistenza di una specifica forza vitale e assimilando la crescita del cristallo a quella dell’organo (fr:5470). Al tempo stesso, era contrario alla generazione spontanea degli animali superiori e respingeva i principi biogenetici di Meckel (fr:5471). Filosoficamente, mantenendo con Kant la distinzione tra soggetto e oggetto e dunque tra entità spirituali e materiali, liquidava con disprezzo le dottrine dell’unità di spirito e materia di Schelling e Hegel (fr:5472-5473). Questa posizione dualista e libera pensatrice lo mise in urto con i teologi dell’epoca, i quali, seguendo Hegel, erano monisti, mentre i biologi loro avversari abbracciavano il dualismo – una curiosa inversione di schieramenti rispetto ai tempi di Haeckel, a riprova che il nucleo del conflitto era soprattutto uno scontro tra personalità (fr:5474).
Nella parte speciale del manuale, Schleiden esponeva citologia, morfologia e fisiologia vegetale con un impianto che portava il marchio del genio, ma senza offrire novità sostanziali: il contenuto era una sintesi di fatti già noti, esposta con critica spesso aspra verso i botanici contemporanei, risparmiando solo Brown e Mohl (fr:5475). Quanto alla formazione della cellula, vi riproponeva la sua vecchia teoria, sebbene essa avesse ormai perso gran parte della validità iniziale. A quel punto, infatti, un altro scienziato era entrato nel campo con un’idea interamente nuova, destinata a imprimere una svolta allo sviluppo della ricerca (fr:5477).
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29 La microbiologia moderna e il nuovo inquadramento cellulare: dagli Infusori alla batteriologia
Le ricerche sugli Infusori e la disputa sulla generazione spontanea segnano il cuore del rinnovamento biologico ottocentesco, mentre la botanica avvia un percorso di sistemazione naturale dopo Linneo.
Il periodo successivo a O. F. Müller vide un rapido ampliamento delle conoscenze sugli Infusori e i primi tentativi di ordinarli in sistema. Gli anni trenta dell’Ottocento, già decisivi per la nascente teoria cellulare, diedero nuovo impulso alla microbiologia grazie soprattutto a Christian Gottfried Ehrenberg (nato a Lipsia nel 1795), medico e viaggiatore che, dopo una spedizione di sei anni in Oriente e la partecipazione al viaggio asiatico di Humboldt, divenne professore a Berlino e segretario dell’Accademia delle Scienze. La sua opera maggiore, “Die Infusionstiercben als vollkomtnene Organismen” – (fr:5959) [Gli animaletti delle infusioni come organismi compiuti] – pubblicata nel 1838, accrebbe considerevolmente il numero delle specie note e ne affinò la classificazione, escludendo Anguillulidi e cercarie, separando i Rotatori e fornendo diagnosi di genere e specie tuttora in parte valide.
Eppure questo lavoro minuzioso venne piegato a una teoria sterile: partendo dalla convinzione di un unico tipo originario per tutti gli animali, Ehrenberg volle ritrovare negli Infusori gli stessi organi delle forme superiori. I vacuoli visibili nei Ciliati, alcuni dei quali modificano forma, divennero nella sua immaginazione un apparato digerente ramificato con condotti; egli credette di individuare organi sessuali e uova, descrivendoli come “organismi completi”. Una simile posizione lo portava ovviamente a rifiutare la generazione spontanea. La teoria raccolse seguaci, tra cui Owen nei primi lavori, ma quando venne confutata Ehrenberg, dopo anni di difesa vana, si ritirò completamente dalla ricerca.
L’oppositore che fin dall’inizio si impose fu Félix Dujardin (1801‑61), professore a Tolosa e poi a Rennes. Nel 1841 gettò le basi di una concezione nuova degli Infusori, innanzitutto aggregando a essi una categoria di organismi ancor più semplici da lui studiati in modo speciale: i Rizopodi, forme prive di organi esterni e di una sagoma corporea definita. Questi offrivano la migliore prova contro l’idea che gli animali inferiori fossero “organismi completi”. Dujardin trovò che sia i Rizopodi sia gli Infusori superiori constano di una massa omogenea capace di assorbire nutrimento, contrarsi, muoversi e reagire agli stimoli; chiamò questa sostanza “sarcode” – (fr:5970) [sarcode] – termine che, specialmente in Francia, indicò per un certo periodo la sostanza fondamentale dei viventi, prima di essere soppiantato da “protoplasma”. Nella sarcode vedeva vacuoli e granuli, ma nessun organo permanente, e le ciglia del corpo degli Infusori superiori non mostravano, a suo avviso, alcuna affinità con le formazioni pilifere degli animali superiori. Tuttavia, se Dujardin poggiava su un terreno più solido di Ehrenberg, non riuscì a chiarire il carattere di semplici cellule degli Infusori: i loro nuclei, che Ehrenberg scambiava per organi sessuali, egli li considerava semplici concrezioni nella sarcode.
Fu Siebold, nella sua Anatomia comparata del 1845, a collocare gli Infusori nella giusta posizione. Radunò Infusori e Rizopodi sotto il termine comune di Protozoi e li definì come “Tiere, in welchen die verschiedenen Systeme der Organe nicht scharf ausgeschieden sind, und deren unregelmässige Form und einfache Organisation sich auf eine Zelle reduzieren lassen” – (fr:5974) [Animali nei quali i diversi sistemi di organi non sono nettamente distinti, e la cui forma irregolare e organizzazione semplice si lasciano ridurre a una cellula]. Siebold separò nettamente i Rotatori in quanto più altamente organizzati e trasferì nel regno vegetale varie forme pluricellulari ma primitive produttrici di clorofilla, come Closterini e Volvocini. Osservò inoltre che i movimenti cigliari e flagellari esistono anche nei vegetali, mentre ai Protozoi compete una mobilità libera di tipo superiore. Egli esaminò e respinse i vari apparati organici che Ehrenberg attribuiva agli Infusori, riconoscendo la semplice cellula munita di nucleo e vacuoli, capace di vita indipendente e di riprodursi per divisione senza organi sessuali specializzati. Lavori successivi, inclusi quelli di Nägeli sulle alghe unicellulari, consolidarono questa visione, e la microbiologia imboccò la via giusta, esercitando un’influenza profonda sulla biologia. Nei Protozoi, “gli animali primari”, si era trovata una categoria dalla quale si potevano derivare gli organismi superiori; la cellula diventava così non solo l’elemento costitutivo degli organismi, ma un vero organismo elementare capace di vita indipendente e, come transizione, di formare colonie (ad esempio il Volvox citato in precedenza). Su questa scia si collocano le ricerche di Friedrich Stein (1818‑85) sugli Infusori, base di tutti gli studi successivi, e l’attenzione si rivolse infine al gruppo degli Schizomiceti, o batteri, il cui ruolo nella vita umana sarebbe stato riconosciuto come fondamentale.
Il problema della generazione spontanea e dei processi fermentativi dominò la scena teorica. Fin dall’antichità si era creduto che organismi come pulci e zanzare nascessero da materia in putrefazione; persino Harvey e van Helmont vi avevano prestato fede. Francesco Redi dimostrò nel Seicento che i vermi della carne nascono da uova deposte dalle mosche, ma credette ancora nella generazione spontanea di vermi intestinali e di galligene. Swammerdam la negò per ragioni teoriche legate alla preformazione, mentre Buffon e Needham la sostennero mediante “unità vitali” diffuse nell’universo, e Lamarck si associò a questa idea. Spallanzani l’avversò, mostrando che l’ebollizione in recipienti ermetici impediva la comparsa di viventi, principio più tardi sfruttato da Appert per la conservazione dei cibi. Tuttavia un fisico francese obiettò che la sterilità derivava dalla mancanza di ossigeno, e all’inizio dell’Ottocento la generazione spontanea riprese vigore grazie all’epigenesi di Wolff e alle crescenti conoscenze sugli Infusori, tanto che le proteste di Ehrenberg rimasero inascoltate quando le esagerazioni sulla loro organizzazione furono palesi.
L’idea ricevette nuovo sostegno dallo studio delle fermentazioni. Lavoisier e Berzelius avevano interpretato la fermentazione alcolica come un processo puramente chimico; il lievito che affiora era ritenuto sostanza albuminoide che si separava durante la decomposizione del malto. La scoperta della diastasi, capace di convertire l’amido in zucchero, e di simili “fermenti” nella saliva e in molti vegetali, rafforzò la convinzione che la fermentazione fosse chimica e che la formazione di composti albuminoidi come sottoprodotto indicasse la direzione in cui si generavano spontaneamente minuscole creature. Nel 1836 l’ingegnere francese Charles Cagniard de Latour affermò invece che il lievito è costituito da minuscoli organismi la cui attività provoca la fermentazione. Poco dopo Schwann cercò di dimostrare sperimentalmente che putrefazione e fermentazione dipendono da un elemento dell’aria distruttibile col calore, non dall’ossigeno; bollì sostanze organiche deperibili e le mise a contatto con aria passata attraverso un tubo arroventato, constatando l’assenza di alterazioni, a differenza di quanto accadeva con aria comune. I chimici di punta – Berzelius, Wöhler, Liebig – liquidarono queste teorie come chimere e prevalsero facilmente, anche per le carenze tecniche degli esperimenti di Schwann.
In questo stallo irruppe Louis Pasteur (1822‑1895), destinato a cambiare radicalmente il corso della microbiologia. Nato a Dole, figlio di un conciatore, studiò a Parigi tra stenti, si dedicò alla chimica e divenne professore a Strasburgo, poi a Lilla e infine all’École Normale di Parigi. I suoi primi lavori sulla chimica degli zuccheri lo condussero allo studio della fermentazione. Esaminò la superficie del latte acido, trovandovi minute macchie grigiastre che al microscopio apparivano come una massa di minuscole formazioni globulari, più piccole di quelle del lievito comune; poste in soluzione zuccherina, la scomponevano rapidamente in acido lattico. Pasteur sostenne fin da subito che ogni fermentazione è causata da organismi simili: «If we plant out such organisms of a definite type in a saccharine solution, we get a definite form of fermentation …» – (fr:6031) [Se inoculiamo organismi di un tipo definito in una soluzione zuccherina, otteniamo una forma determinata di fermentazione …]. Egli identificò quindi fermentazione alcolica, butirrica e altre come prodotti dell’attività di microrganismi specifici, urtando la vecchia scuola chimica.
Il principale oppositore fu Félix‑Archimède Pouchet (1800‑71), professore a Rouen, il quale cercò di dimostrare che i microrganismi della fermentazione e della putrefazione si generano spontaneamente proprio in virtù di quei processi chimici: la fermentazione sarebbe la fase iniziale del sorgere spontaneo di esseri viventi dalla decomposizione di materia organica. La disputa, combattuta anche davanti all’Accademia delle Scienze di Parigi, si concentrò sull’origine delle forme comparse in soluzioni zuccherine lasciate all’aria. Pasteur, riprendendo l’idea di Schwann, filtrò aria attraverso cotone idrofilo, raccolse le particelle di polvere e le trasferì in una soluzione zuccherina precedentemente bollita e raffreddata, il cui collo era stato poi sigillato alla fiamma. Dopo qualche giorno si manifestava una vegetazione abbondante di microrganismi, dimostrando che essi provenivano dalla polvere atmosferica in stato disseccato. Al contrario, una soluzione bollita in una storta il cui collo veniva fuso durante l’ebollizione si conservava indefinitamente senza alterazioni. Pouchet ribatté che gli organismi non possono sopportare l’essiccamento e non sono diffusi nell’aria come dichiarava Pasteur, e che il latte bollito diventa acido lo stesso. Pasteur dimostrò che certi organismi resistono al riscaldamento fino al punto di ebollizione, ideò ingegnosi apparati per escludere ogni contaminazione e convinse membri influenti dell’Accademia, come Milne‑Edwards, Claude Bernard e Chevreul. Tuttavia Pouchet mantenne sostenitori, specie tra chi considerava la generazione spontanea una “necessità filosofica” per spiegare l’origine della vita in modo naturalistico, contrapponendosi al cattolicesimo fedele di Pasteur.
Il conflitto poté essere risolto soltanto perché Pasteur seppe tradurre le proprie idee in applicazioni pratiche su larga scala: l’invenzione della pastorizzazione per la conservazione del latte, il miglioramento della produzione di vino e birra mediante il controllo della fermentazione, la lotta alla pebrina del baco da seta e al colera dei polli attraverso l’eliminazione dei microrganismi responsabili. Queste scoperte, unitamente al successivo sviluppo dell’antisepsi e dell’asepsi in chirurgia, della disinfezione e del trattamento delle malattie infettive, confermarono splendidamente le vedute di Pasteur e resero la generazione spontanea un’ipotesi non più utilizzabile per spiegare i fenomeni reali. La sua possibilità teorica rimane oggetto di speculazione filosofica, ma nella biologia moderna non viene più presa in seria considerazione.
La sezione si chiude con un breve accenno alla botanica. Per avere una visione completa dello sviluppo della biologia nel periodo descritto è necessario uno sguardo ai progressi della classificazione botanica dopo Linneo. Egli aveva costruito dapprima un sistema artificiale fondato esclusivamente sulla struttura dei fiori – utile per gli esami pratici – e successivamente un sistema naturale basato sulle forme comuni delle piante, al quale lavorò per tutta la vita senza trovare una conclusione soddisfacente. Questa apertura lascia intendere come, accanto alla rivoluzione cellulare e microbiologica, anche la sistematica vegetale si avviasse verso un riordinamento naturale, che troverà compimento nelle epoche successive.
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30 Il Positivismo di Comte e la svolta materialista nel pensiero biologico
La filosofia positiva di Auguste Comte rappresenta un tentativo di rifondare l’intera conoscenza umana su basi «reali e utili», superando le precedenti forme di sapere teologico e metafisico. Il testo ne ripercorre origini, sviluppo e conseguenze nella biologia, mostrando come il suo impianto abbia aperto la strada a dottrine successive pur tra contraddizioni e cadute. L’analisi si estende poi al positivismo inglese di John Stuart Mill e alla peculiare declinazione tedesca del materialismo, incarnata dalla disputa tra Justus Liebig e Jacob Moleschott, che getta luce sui conflitti tra scienza, filosofia e politica della metà dell’Ottocento.
“It is a”positive philosophy” that Comte desires to create; by “philosophy” he means, as did Aristotle, whom he greatly admired, a knowledge of the whole of existence; by “positive” he means “réel et utile.”“ – (fr:6163) [È una ”filosofia positiva” che Comte desidera creare; per ”filosofia” intende, come Aristotele che ammirava molto, una conoscenza dell’intera esistenza; per ”positivo” intende ”reale e utile”.] Tale progetto si fondava sull’idea che l’essenza dell’esistenza risieda nello sviluppo storico, e in particolare nello sviluppo della vita umana: ”He finds the essence of existence to be in the development that has always taken, and is still taking, place; in this instance he paved the way for the explanation of life that has governed human culture since his time.” – (fr:6165) [Egli trova l’essenza dell’esistenza nello sviluppo che è sempre avvenuto e che sta ancora avvenendo; in questo aprì la strada alla spiegazione della vita che ha governato la cultura umana dal suo tempo in poi.] Questa attenzione esclusiva all’ambito umano lo distingue da molti positivisti successivi: “In contrast to so many later positivist thinkers, however, he does not look for this development in nature it is characteristic that geology does not interest him at all but in human life.” – (fr:6166) [A differenza di tanti pensatori positivisti successivi, tuttavia, egli non cerca questo sviluppo nella natura – è caratteristico che la geologia non lo interessi affatto – ma nella vita umana.]
La storia del pensiero umano è scandita, secondo Comte, da tre fasi. “In the history of human thought three successive phases have followed one another: the theological, in which it was believed that personal divine powers were the cause of all that happened; the metaphysical, when for these were substituted impersonal forces; and the positivist, in which men no longer ruminate over the causes of all that takes place, but are content to establish facts and determine their course.” – (fr:6167) [Nella storia del pensiero umano si sono succedute tre fasi: quella teologica, in cui si credeva che potenze divine personali fossero la causa di tutto ciò che accadeva; quella metafisica, quando a queste furono sostituite forze impersonali; e quella positivista, in cui gli uomini non rimuginano più sulle cause di tutto ciò che avviene, ma si accontentano di stabilire fatti e determinarne il corso.] Culmine dello stadio teologico è il cattolicesimo medievale, verso cui Comte nutre simpatia; al contrario, la fase metafisica, avviata da Cartesio e conclusa dalla filosofia romantica, è considerata la peggiore. Come fondatori del positivismo vengono citati Bacone e Galileo: “instead, his explanation of nature is the same as Galileo’s that it is not possible to find out what the forces of nature are, but only how they operate.” – (fr:6171) [La sua spiegazione della natura è invece la stessa di Galileo: non è possibile scoprire cosa sono le forze della natura, ma solo come operano.] Proprio in questo punto si annida la sua debolezza: “he thus forgets Galileo’s second great exhortation: to measure what is measurable and to make measurable what is not.” – (fr:6173) [Egli dimentica così la seconda grande esortazione di Galileo: misurare ciò che è misurabile e rendere misurabile ciò che non lo è.]
Le idee biologiche di Comte si sviluppano in stretto rapporto con quelle del grande zoologo Henri de Blainville, ma senza il freno del lavoro sperimentale. Ne deriva un impianto fortemente dicotomico: “He believes, for instance, that every being, and especially every living being, can be studied from two sides, the static and the dynamic that is to say, as potentially active and as actually active.” – (fr:6174) [Crede, per esempio, che ogni essere, e specialmente ogni essere vivente, possa essere studiato da due lati, quello statico e quello dinamico – vale a dire, come potenzialmente attivo e come effettivamente attivo.] Ne consegue una biologia bipartita in anatomia (statica) e fisiologia (dinamica), divisione che Comte dichiara di aver mutuato da Blainville e che ricomparirà nella Generelle Morphologie di Haeckel. A questa si affianca una rigida classificazione delle scienze: “According to Comte, all science should be classified after the method employed by botanists and zoologists; by this method we get six separate branches of science: mathematics, astronomy, physics, chemistry, biology, and social physics, or, in a single word, invented by Comte and now generally accepted, sociology.” – (fr:6177) [Secondo Comte, tutte le scienze dovrebbero essere classificate secondo il metodo impiegato da botanici e zoologi; con questo metodo otteniamo sei rami distinti della scienza: matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia e fisica sociale, o, in una sola parola, inventata da Comte e ora generalmente accettata, sociologia.] Ogni scienza poggia sulle precedenti e non può essere padroneggiata senza di esse.
La vita è definita come “the relation between organism and environment” – (fr:6183) [la relazione tra organismo e ambiente] e va studiata attraverso tre metodi: osservazione, esperimento e comparazione. L’osservazione è il metodo fondamentale, mentre l’esperimento è condannato senza mezzi termini, in particolare la vivisezione, poiché “disturbs the relation between the organism and its natural environment and thus merely creates abnormal states and, moreover, leads to cruelty” – (fr:6186) [disturba la relazione tra l’organismo e il suo ambiente naturale e così crea semplicemente stati anormali e, per di più, conduce alla crudeltà – Comte non menziona il nome di Magendie, ma vi allude chiaramente]. Il metodo comparativo è considerato il più raffinato, ma rivela qui i limiti di Comte: egli respinge le nascenti teorie cellulari e abbraccia una anatomia comparata tanto idealistica quanto quella di Cuvier. “Comte, indeed, maintains with the latter that the species are invariable, ‘for the idea of species would inevitably cease to represent an exact scientific definition if we were to allow an unlimited modification of different species, the one in the other.’” – (fr:6189) [Comte, infatti, sostiene con quest’ultimo che le specie sono invariabili, “poiché l’idea di specie cesserebbe inevitabilmente di rappresentare una definizione scientifica esatta se permettessimo una modificazione illimitata di specie diverse, l’una nell’altra”.] Questa opposizione all’origine delle specie gli varrà il mancato riconoscimento da parte di Haeckel come precursore del monismo, benché lo fosse più di chiunque altro da lui citato.
La parte più fragile della sua biologia emerge nell’analisi delle funzioni cerebrali. “Still worse, however, is Comte’s attempt to analyse ‘the intellectual and moral cerebral functions,’ for here he becomes infatuated with Gall’s phrenology.” – (fr:6193) [Ancora peggiore, tuttavia, è il tentativo di Comte di analizzare “le funzioni cerebrali intellettuali e morali”, poiché qui si infatua della frenologia di Gall.] Dopo aver criticato con acutezza la psicologia precedente e aver negato la possibilità dell’auto-osservazione psichica, Comte propone una psicologia fondata sulle aree cerebrali di Gall. “Here modern psycho-physical research has proceeded along a line which Comte never dreamt of and which led to the complete acceptance of that idea of ‘self-observation’ which he despised.” – (fr:6198) [Qui la moderna ricerca psicofisica ha proceduto lungo una linea che Comte non avrebbe mai immaginato e che ha portato alla completa accettazione di quell’idea di “auto-osservazione” che egli disprezzava.]
Le ultime sezioni della sua opera maggiore riguardano la sociologia, divisa in statica (organizzazione) e dinamica (progresso). Sebbene l’idea di studiare la vita sociale da un punto di vista biologico abbia trovato in seguito sostenitori, la sua teoria sociale è giudicata una curiosità, anche a causa della vicenda personale dell’autore. Dopo un episodio di infermità mentale in gioventù, Comte sviluppa un pensiero sempre più stravagante, fino a fondare una nuova religione: “a Catholicism without Christianity, as Huxley called it, with catechism, a calendar of saints, comprising great men to whom prayers should be addressed beginning with Moses and ending with Bichat and Gall and a ritual of divine service.” – (fr:6205) [un cattolicesimo senza cristianesimo, come lo chiamò Huxley, con catechismo, un calendario di santi comprendente grandi uomini cui rivolgere preghiere – cominciando con Mosè e finendo con Bichat e Gall – e un rituale di servizio divino.] Gli amici scientificamente formati lo abbandonarono, e attorno a lui rimase solo un piccolo gruppo di seguaci meno colti.
Nonostante questi aspetti, l’influenza di Comte sulle generazioni successive è notevole ma difficile da quantificare. Positivismo, monismo, utilitarismo e altre correnti ne hanno risentito più o meno direttamente. La sua intuizione più feconda riguarda l’evoluzione della cultura umana: “He certainly did not view biological evolution in the same light as modern biology if he had, he would not have rejected Lamarck but he observed with all the keener vision the evolution that is taking place in human culture.” – (fr:6210) [Certamente non vedeva l’evoluzione biologica nella stessa luce della biologia moderna – se l’avesse fatto, non avrebbe respinto Lamarck – ma osservava con uno sguardo tanto più acuto l’evoluzione che ha luogo nella cultura umana.] È proprio questa fede nell’evoluzione dell’umanità ad aver preparato il terreno all’accettazione della teoria dell’origine delle specie: “Comte therefore paved the way for the doctrine of the origin of species more than most others did.” – (fr:6212) [Comte quindi spianò la strada alla dottrina dell’origine delle specie più di quanto fecero molti altri.]
In Inghilterra, culla dell’illuminismo settecentesco, il pensiero realistico assume una forma più pratica, volta a riforme sociali. Nasce l’utilitarismo di Jeremy Bentham e James Mill, basato sulla ricerca della massima felicità per il massimo numero di persone, ma è con John Stuart Mill che queste idee trovano il più autorevole portavoce. Amico per un periodo di Comte, Mill dà un contributo decisivo con il suo System of Logic, opera che ebbe grande impatto sulla generazione influenzata da Darwin. “Mill derives all knowledge from experience, and this in its turn from sense-impressions; of special interest is his analysis of the different ideas of the natural-scientific systems, particularly the idea of species; he considers a well-defined species to be a reality, not merely a conventional term, but, on the other hand, he maintains that the species should be based on characters and not on any imaginary ideal type.” – (fr:6224) [Mill deriva tutta la conoscenza dall’esperienza, e questa a sua volta dalle impressioni sensoriali; di particolare interesse è la sua analisi delle diverse idee dei sistemi scientifico-naturali, specialmente l’idea di specie; egli considera una specie ben definita una realtà, non un mero termine convenzionale, ma, d’altra parte, sostiene che la specie debba basarsi su caratteri e non su un qualche immaginario tipo ideale.] La sua influenza rimane però più filosofica e politica che strettamente biologica.
In Germania il passaggio a una concezione realistica della vita segue un percorso del tutto differente, segnato dalla lunga egemonia della filosofia romantica e hegeliana. L’educazione tedesca era stata dominata per mezzo secolo da tali dottrine, con la teoria della polarità di Schelling prima e il metodo dialettico di Hegel poi, che disprezzava la ricerca empirica. Alla morte del maestro, la scuola si frammentò: alcuni svilupparono posizioni radicali, come Karl Marx e Ludwig Feuerbach, mentre altri tornarono agli studi critici di Kant. Di fronte alle sterili dispute filosofiche, gli scienziati naturali presero coraggio: “why not, then, let scientific research be self-sufficient and solve the riddle of existence on its own account?” – (fr:6234) [perché non lasciare, allora, che la ricerca scientifica sia autosufficiente e risolva l’enigma dell’esistenza per conto proprio?] In questo clima sorse una nuova filosofia naturale realistica, battezzata con vari nomi – positivismo, materialismo, monismo, agnosticismo – ma accomunata dalla pretesa di spiegare l’intera esistenza su basi scientifiche esatte. “Its main characteristic has been the endeavour to build up, on an exact natural-scientific basis, an explanation of the whole of existence that is, to base on the limited results of research an explanation of the illimitable, by means of weights and measures to explain the immeasurable and imponderable.” – (fr:6237) [La sua caratteristica principale è stata il tentativo di costruire, su una base esatta di scienze naturali, una spiegazione dell’intera esistenza – cioè, basare su risultati limitati della ricerca una spiegazione dell’illimitato, per mezzo di pesi e misure spiegare l’incommensurabile e l’imponderabile.] Il difetto di fondo, osserva l’autore, fu la scarsa chiarezza nel distinguere fatti da ipotesi e la tendenza a presentare costruzioni teoriche come risultati accertati, un vizio ereditato proprio da quella filosofia romantica che si intendeva combattere e alimentato dalla rivalità con le dottrine ecclesiastiche e dal contesto politico autoritario segnato dalla repressione del
La cosiddetta disputa materialista dei primi anni Cinquanta dell’Ottocento illumina queste condizioni. Protagonista ne è Justus Liebig, figura imponente della chimica ottocentesca, creatore del primo laboratorio chimico universitario tedesco a Giessen e pioniere in campi come l’analisi elementare organica, la chimica agraria e la zymurgia. Sostenitore della fermentazione chimica e avversario di Pasteur, Liebig diede contributi fondamentali all’agricoltura scientifica, pur commettendo vari errori di fisiologia vegetale. Come fisiologo animale, divise le sostanze alimentari in plastiche e respiratorie, attirandosi le critiche del giovane fisiologo olandese Jacob Moleschott. Questi, studioso di fisiologia sperimentale e al contempo della filosofia hegeliana, attaccò non solo le teorie di Liebig sull’alimentazione, ma l’intera sua concezione del cosmo. Mentre Liebig, negli scritti divulgativi delle Chemische Briefe, esaltava la saggezza del Creatore, Moleschott rispose con il Kreislauf des Lebens, un libro di impianto schiettamente materialistico. “To him life is a magnificent process of metabolism; thought is a product of the activities of the brain.” – (fr:6268) [Per lui la vita è un magnifico processo di metabolismo; il pensiero è un prodotto delle attività del cervello.] Moleschott, tuttavia, finiva per perdersi in speculazioni astratte di stampo hegeliano: “Albert Lange in his Geschichte des Materialismus quotes some amusing instances of Moleschott’s muddled attempts to get away from the contrasts between subjective mental impressions and objective reality, and of his still more confused ideas of matter and energy; after quoting a more than usually vague page of Moleschott’s book, he asks: ‘What part of the philosophical backwoods are we in now?’” – (fr:6270) [Albert Lange nella sua Geschichte des Materialismus cita alcuni esempi divertenti dei tentativi confusi di Moleschott di sfuggire ai contrasti tra impressioni mentali soggettive e realtà oggettiva, e delle sue idee ancor più confuse su materia ed energia; dopo aver citato una pagina particolarmente vaga del libro di Moleschott, chiede: “In quale parte della periferia filosofica ci troviamo ora?”] In lui, come in altri, mancava la consapevolezza dei limiti della scienza, mentre lo stesso Liebig, pur difendendo la religione, mostrava di non saper tracciare un confine netto tra ambiti distinti del sapere.
Una controversia analoga coinvolse Rudolph Wagner, successore di Blumenbach a Gottinga, noto per i suoi studi sulla spermato- e ovogenesi e sui corpuscoli tattili, ma anch’egli invischiato nel dilemma tra risultati empirici e visioni del mondo. La parabola del positivismo comtiano, con le sue ramificazioni e le sue ibridazioni, mostra così come il pensiero biologico dell’Ottocento sia stato un campo di tensione tra istanze scientifiche, eredità filosofiche e spinte ideologiche, un intreccio di cui lo stesso Comte – con tutti i suoi limiti – resta un cardine imprescindibile.
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31 La teoria darwiniana: genesi, controversie e limiti speculativi
L’idea centrale di Darwin nacque dall’incontro tra la lettura di
Malthus e l’osservazione della variabilità degli esseri viventi.
“Then Darwin happened to read Malthus’s above-mentioned work
on population: how both in nature and in human life there are produced
individuals in far greater numbers than there are means for maintaining,
and how the weakest perish in the competition for food.” –
(fr:6470) [Poi Darwin si imbatté nel citato lavoro di Malthus sulla
popolazione: come sia nella natura che nella vita umana si producono
individui in numero di gran lunga superiore ai mezzi di sostentamento, e
come i più deboli periscano nella competizione per il cibo.]
Da questa sovrapproduzione discende la lotta per l’esistenza:
“in the struggle for existence those life-forms are destroyed
that are least capable of adapting themselves to prevailing conditions,
while the strongest individuals survive and reproduce those qualities
that have a greater chance of survival.” – (fr:6471) [nella
lotta per l’esistenza vengono distrutte quelle forme di vita meno capaci
di adattarsi alle condizioni prevalenti, mentre gli individui più forti
sopravvivono e riproducono quelle qualità che hanno maggiori probabilità
di sopravvivenza.]
Le condizioni esterne moltiplicano così le differenze dovute alla
variabilità della prole rispetto ai genitori, “until new
varieties and new species arise.” – (fr:6472) [finché non
sorgono nuove varietà e nuove specie.]
La selezione naturale agisce perciò in modo analogo alla scelta operata
dall’uomo sugli animali domestici, “only with this difference
— that vast expanses of time are available for natural selection, which
justifies the assumption that all the manifold forms of life on the
earth … have been developed through its influence.” –
(fr:6473) [solo con questa differenza – che per la selezione naturale
sono disponibili vastissime estensioni di tempo, il che giustifica
l’ipotesi che tutte le molteplici forme di vita sulla terra … si siano
sviluppate attraverso il suo influsso.]
Variabilità, lotta per l’esistenza e selezione naturale sono dunque i
tre pilastri con cui Darwin spiega l’origine delle specie (fr:6474).
La teoria fu custodita per vent’anni mentre l’autore cercava prove
sempre nuove (fr:6475); vide la luce nel 1859 con On the Origin of
Species by Means of Natural Selection, “one of the most
famous works of natural history that have ever been
written.” – (fr:6476) [una delle più celebri opere di storia
naturale mai scritte.]
Prima di allora Darwin si era già guadagnato un’alta reputazione con
monografie geologiche – tra cui la celebre teoria delle barriere
coralline circolari per sprofondamento del suolo (fr:6478) – e con un
ampio lavoro zoologico sui Cirripedi, nel quale descrisse anche i
peculiari maschi nani da lui scoperti e le forme fossili del gruppo
(fr:6479). Curatore dei risultati scientifici della spedizione del
Beagle (fr:6480), si presentava come “a naturalist
with a good reputation” (fr:6481) [un naturalista di buona
reputazione] quando pubblicò l’opera. La violenta controversia che ne
seguì gli diede immediata fama mondiale (fr:6482).
La teoria reca il segno della personalità del suo fondatore. Darwin
vi portava “a deficient theoretical training, particularly in
the sphere of anatomy, an intense geographical and systematical
interest, and, as a standpoint beyond which he had already advanced some
way, a somewhat ingenuous orthodox-Christian belief in the
creation.” – (fr:6485) [una preparazione teorica carente,
specialmente nell’ambito dell’anatomia, un intenso interesse geografico
e sistematico e, come punto di partenza da cui si era già in parte
allontanato, una fede ortodossa-cristiana alquanto ingenua nella
creazione.]
Da sistematico, vedeva nel problema della specie il punto centrale della
biologia e, al cuore di esso, il problema della creazione (fr:6486). Per
i morfologi della scuola di Cuvier, invece, la specie era una base
pratica per l’anatomia comparata, mentre la questione della creazione
era messa da parte in quanto estranea alla scienza naturale (fr:6488).
Fu proprio la concezione dilettantesca di Darwin a far sì che assumesse
il problema della creazione come punto di partenza; d’altro canto,
“it was his treatment of the problem that caused such a public
sensation over his work.” – (fr:6489) [fu il suo modo di
trattare il problema a suscitare una tale sensazione pubblica intorno
alla sua opera.]
Per Darwin “immutable” e
“created” riferiti alla specie diventano termini
inscindibili: il dubbio sull’immutabilità nasce dal dubbio sulla
creazione, e quest’ultimo è generato dalle condizioni di distribuzione
geografica delle specie, non da obiezioni contro il soprannaturale in sé
(fr:6493). La novità della sua teoria sta nell’affermare che
“the species are nothing but more fully developed varieties,
which selection, resulting from the struggle for existence, has
determined, while the intermediary varieties, as being less capable of
defying competi- tion, have perished.” – (fr:6494) [le
specie non sono altro che varietà più sviluppate, determinate dalla
selezione scaturita dalla lotta per l’esistenza, mentre le varietà
intermedie, meno capaci di sostenere la competizione, sono
perite.]
A sostegno adduce che le specie più diffuse e ricche di individui
producono il maggior numero di varietà, da lui considerate specie
iniziali (fr:6495), e sottolinea quanto vaghi siano i confini tra specie
e varietà nella mente dei sistematici (fr:6496). Il nome di specie viene
dato “arbitrarily and for the sake of convenience to a number
of individuals which highly resemble one another” (fr:6497)
[arbitrariamente e per comodità a un insieme di individui che si
somigliano molto], e non differisce sostanzialmente dal termine
“varietà”, usato per forme meno distinte e più fluttuanti
(fr:6499).
Le variazioni ereditarie costituiscono la base della teoria darwiniana, ma anche uno dei suoi punti più deboli. Darwin riconosce subito che solo le variazioni ereditarie hanno significato e che le loro cause essenziali non sono mai state realmente accertate (fr:6501). Assume un atteggiamento incerto: da un lato raccoglie ampio materiale per mostrare che le condizioni esterne producono variazioni nella prole – posizione che ricorda Lamarck –, dall’altro respinge decisamente ogni idea lamarckiana (fr:6502). La ricerca moderna sull’ereditarietà ha giudicato severamente queste concezioni vaghe, “often indeed unfairly severe, it being forgotten that he had not that accumulation of facts to build upon which is available in modern times” (fr:6503) [spesso in modo ingiustamente severo, dimenticando che non disponeva di quell’accumulo di fatti su cui oggi si può costruire]. Darwin cita condizioni climatiche, alimentari e correlazioni tra organi come fattori che influenzano gli organi riproduttivi e quindi la prole (fr:6504), ma insiste sempre sulla maggiore importanza della selezione naturale rispetto all’influenza diretta dell’ambiente (fr:6505). Esempio classico sono gli insetti delle isole oceaniche, le cui ridotte capacità di volo non derivano dal mancato uso delle ali, bensì dal fatto che gli esemplari migliori volatori sono stati trascinati in mare e sono periti, mentre i volatori più deboli hanno continuato a riprodursi (fr:6506). La correlazione fa sì che, quando un organo viene modificato dalla selezione, altri organi seguano il mutamento (fr:6507). Parti del corpo che in una specie appaiono particolarmente sviluppate rispetto a specie affini sono soggette a variazioni peculiari; così la lunghezza delle braccia dell’orangutan varia, perché ogni carattere fortemente sviluppato indica una forte variazione nella generazione precedente (fr:6508). Al contrario, le ali del pipistrello non variano, per quanto siano anomale rispetto agli arti di altri mammiferi, perché l’intero gruppo possiede ali dello stesso tipo; la legge varrebbe solo se una specie avesse ali più lunghe di altre specie dello stesso genere (fr:6509). Su queste basi Darwin ritiene che i caratteri di specie varino più di quelli di genere, ma che le variazioni delle specie dello stesso genere siano analoghe (fr:6510). Spiega inoltre la “tendenza alla reversione”: la comparsa frequente e inattesa, specialmente negli animali domestici, di forme con caratteri della specie selvatica – piccioni domestici simili al colombo selvatico, cavalli striati come zebre e simili (fr:6511).
Oltre metà dell’Origine delle specie è dedicata ad
affrontare le difficoltà della teoria (fr:6512). “Darwin
acknowledges no limitations to his duty to answer all objections to his
theory, and he always finds some way out of a difficulty, however
desperate it may at first appear.” – (fr:6514) [Darwin non
riconosce alcun limite al suo dovere di rispondere a tutte le obiezioni
alla sua teoria, e trova sempre una via d’uscita a una difficoltà, per
quanto disperata possa apparire a prima vista.]
Il fenomeno che egli stesso giudica più arduo è l’intelligenza delle
formiche operaie, che non si riproducono e quindi non possono
trasmettere variazioni favorevoli. La soluzione consiste nell’assumere
che sia la comunità nel suo insieme a trarre vantaggio dalle variazioni:
gli individui sessuati che hanno prodotto le operaie migliori hanno
vinto la lotta per l’esistenza, dando origine ai tipi di operaie più
evolute e agli istinti di schiavismo e cura degli afidi (fr:6515‑6516).
Un altro compito particolarmente difficile è spiegare la formazione di
un organo complesso come l’occhio; la spiegazione, accolta male dai
critici contemporanei, appare alquanto forzata, non indica una
transizione diretta tra l’occhio dei vertebrati e quello degli Artropodi
e non chiarisce perché non si cerchi un collegamento con i Molluschi,
dove gli organi visivi altamente sviluppati dei cefalopodi avrebbero
potuto fungere da transizione (fr:6517‑6518). Molto più agevole risulta
spiegare l’origine dei polmoni dalla vescica natatoria, perché si
potevano utilizzare precedenti osservazioni anatomo‑comparative
(fr:6520). Darwin affronta anche la vecchia obiezione della sterilità
degli ibridi, spesso invocata a favore della costanza delle specie
(fr:6521). Distingue fra infertilità da incrocio tra specie e sterilità
degli ibridi; quanto all’infertilità tra specie, trova che varia
grandemente e conclude che “accidental and unknown
circumstances” ne sono la causa (fr:6522) [circostanze
accidentali e sconosciute]. La sterilità degli ibridi viene paragonata
all’infertilità degli animali selvatici in cattività, attribuita in
entrambi i casi all’influenza diretta delle condizioni esterne sugli
organi sessuali (fr:6523). La fertilità degli incroci tra varietà è
invece ricondotta a condizioni favorevoli di variazione in caratteri
strettamente affini (fr:6525). Il risultato finale è la prova che
esistono forme di transizione tra specie e varietà (fr:6526).
Il confronto con Mendel è impietoso. “the English scientist
naturally gets left hopelessly behind on his part, widely vacillating
speculations; on the part of Mendel, clearly conceived and exact
experiments.” – (fr:6527) [lo scienziato inglese resta
irrimediabilmente indietro con le sue speculazioni ampiamente
vacillanti; da parte di Mendel, esperimenti chiaramente concepiti ed
esatti.]
La differenza sta già nel punto di partenza: Mendel parte da pochi
caratteri semplici e facilmente determinabili, Darwin dalle idee
astratte e difficilmente definibili di specie e varietà (fr:6528). In
ciò risiede l’intera debolezza del suo lavoro di ricerca e riflessione
(fr:6529). I successori abbandonarono quasi subito questa impostazione e
cercarono prove nella morfologia comparata; fu così che il darwinismo,
specialmente con Gegenbaur e la sua scuola, utilizzò oggetti di natura
definita e concreta (fr:6530‑6531). Darwin stesso aveva poca
inclinazione per l’anatomia comparata, citando prove morfologiche solo
in modo breve e sommario (fr:6532); era più interessato all’embriologia
e, pur senza aver mai lavorato come embriologo, intuì il valore delle
indagini comparative sugli stadi di sviluppo, gettando le basi per un
“principio biogenetico” che Fritz Müller e Haeckel
avrebbero poi integrato (fr:6534).
Ben più a suo agio nella geologia e nella geografia, Darwin respinge fermamente ogni tentativo di usare queste scienze contro la sua teoria (fr:6535). L’incompletezza dei resti paleontologici basta a confutare chi cerca “anelli mancanti”; le condizioni di distribuzione degli esseri viventi gli paiono fin dall’inizio la garanzia più sicura della dottrina (fr:6536). I mutamenti climatici hanno dato impulso a nuove variazioni e alla lotta per l’esistenza, mentre barriere naturali di recente formazione hanno frammentato gruppi uniformi creando aree isolate di sviluppo (fr:6537). C’è in lui una volontà di spiegare qualsiasi cosa che ha pochi precedenti dopo Aristotele (fr:6538). In una lettera a Lyell si stupisce che i pipistrelli della Nuova Zelanda non siano diventati animali terrestri, non avendo concorrenti (fr:6539). E attribuisce alla selezione poteri straordinari: avendo un viaggiatore visto un orso nuotare in un fiume nordamericano afferrando insetti in acqua, Darwin ritiene non impossibile che, se il cibo fosse abbondante e mancassero concorrenti, alcuni orsi diventassero acquatici, sviluppando bocche sempre più grandi fino a diventare mostruosi come balene (fr:6540). Questa conclusione bizzarra, poi modificata nelle edizioni successive, rivela una debolezza profonda: l’assenza del senso di una necessità legata a leggi. “I believe in no law of necessary development” – (fr:6542) [Non credo in alcuna legge di sviluppo necessario], dichiara esplicitamente. Le variazioni sono guidate da leggi, ma non in una direzione data, bensì in tutte le direzioni possibili, e sono influenzate in modo incalcolabile dalla selezione naturale, a seconda del caso (fr:6543). Se la selezione naturale è guidata dal caso, viene esclusa la possibilità di un fenomeno retto da leggi (fr:6544). È qui il punto più debole della dottrina della selezione (fr:6545), criticato in tempi moderni da Oscar Hertwig e da Radl, il quale ha mostrato come Darwin abbia applicato alla natura la concezione sociale del liberalismo contemporaneo, evidente già nel ruolo riconosciuto alla dottrina sociale di Malthus (fr:6546‑6547). L’immagine umano‑sociale traspare nell’esempio dell’orso che può mettersi a nuotare e diventare balena (fr:6548). Anche il linguaggio – “it would be easy”, “it would offer no difficulty to suppose” – ricorda più gli schemi di un riformatore sociale che le conclusioni vincolanti di un ricercatore scientifico (fr:6549) [“sarebbe facile”, “non offrirebbe difficoltà supporre”]. A ciò contribuisce la tendenza a indugiare con il pensiero su ogni tipo di possibilità che, unita alla fiducia nella capacità della teoria di spiegare qualsiasi fenomeno biologico, conduce a conclusioni di vasta portata (fr:6550). L’insistenza sulla massima adattabilità alle condizioni e sulla finalità della natura ha inoltre contribuito non poco a ritardare lo sviluppo della biologia come scienza esatta (fr:6551‑6552).
Dopo l’Origine Darwin non si adagiò sugli allori. L’opera successiva più importante, The Variation of Animals and Plants under Domestication (1868), in due volumi (fr:6555), presenta nel primo volume un resoconto dettagliato di studi di biologia razziale su animali domestici e piante coltivate (fr:6556). La biologia sistematica dei secoli precedenti aveva svalutato questi esseri, considerati un guazzabuglio di varietà; Darwin mostrò l’interesse e i risultati che tale ricerca razziale poteva produrre, ponendo le basi di tutti gli studi successivi (fr:6557‑6559). Le sue indagini non reggono il confronto con la precisione delle contemporanee ricerche di Mendel, ma sono molto più sfaccettate e suscitarono immensa sensazione, specie tra i pratici (fr:6560). Darwin attinse ampiamente ai dati forniti da allevatori ed esperti di giardinaggio, senza vagliarli con grande rigore (fr:6561). Nel secondo volume tornò sulla teoria della discendenza, esponendo una concezione dell’eredità oggi del tutto abbandonata: per lui l’eredità equivale alla trasmissione diretta di qualità dai genitori alla prole, influenzata da un gran numero di circostanze esterne (fr:6563‑6564). Caratterizzò l’atavismo come contrasto tra trasmissione ed evoluzione, elencò fenomeni come la trasmissione limitata a un solo sesso e l’eredità di qualità che compaiono in periodi particolari della vita (fr:6565). Chiamò “prepotenza di trasmissione” ciò che oggi si dice dominanza, trovandola estremamente difficile da spiegare e collegandola all’età dei caratteri in questione (fr:6566‑6567). Osservò anche qualità “latenti”, oggi dette recessive (fr:6568). Dedicò particolare cura all’ibridazione, cercando prove della sovrapposizione tra varietà e specie (fr:6569), e indagò l’auto‑ e la fecondazione incrociata nelle piante (fr:6570). Le sue speculazioni sulla fecondazione non vanno giudicate con criteri moderni; come i contemporanei, ignorava il vero corso della fecondazione e si impigliava in congetture sugli effetti di quantità adeguate o inadeguate di sperma sull’uovo (fr:6571). La teoria delle leggi della variazione venne notevolmente ampliata, con una crescente tendenza al lamarckismo: clima, cibo e perfino l’uso e il non‑uso degli organi vengono indicati esplicitamente come fattori che influenzano le forme di variazione (fr:6572). Anche l’ibridazione e l’atavismo sono citati come cause di variazione, mentre i fenomeni di correlazione vengono analizzati più da vicino (fr:6573).
Per trovare una spiegazione universale dell’eredità e della
variazione Darwin elaborò l’“ipotesi provvisoria della
pangenesi” (fr:6574). In essa diede un’interpretazione nuova e
curiosa della citologia del tempo. “He believes that every
cell, every tissue- or organ-unit in the body, produces and gives off
minute ‘atoms,’ which he calls gemmules, and that these latter,
scattered throughout the body by the currents of blood and other juices,
conjoin as required, and then re-create those ‘units’ from which they
are derived.” – (fr:6576) [Egli crede che ogni cellula, ogni
unità di tessuto o di organo nel corpo, produca e rilasci minuscoli
“atomi”, che chiama gemmule, e che queste ultime, diffuse
in tutto il corpo dalle correnti del sangue e di altri fluidi, si
uniscano a seconda delle necessità e ricreino quelle
“unità” da cui derivano.]
I prodotti sessuali contengono gemmule da tutte le parti del corpo, che,
combinandosi nell’embrione, fanno sì che le sue parti assomiglino a
quelle del padre o della madre a seconda delle gemmule che hanno
costruito quella parte (fr:6577). Le gemmule inutilizzate possono essere
trasmesse alla generazione successiva, spiegando l’atavismo; allo stesso
modo una gemma vegetale si forma per accumulo di gemmule, e la
rigenerazione della zampa di una salamandra avviene perché le gemmule
delle estremità si ammassano all’estremità mutilata; se si verifica una
malformazione, sono entrate in funzione le gemmule sbagliate
(fr:6578‑6579). La teoria è stata fatta a pezzi dalla ricerca moderna
sull’eredità; Darwin stesso la considerava provvisoria, ma la giudicava
la migliore spiegazione possibile e quindi degna di essere mantenuta
(fr:6580). È caratteristico: “the more a theory takes it upon
itself to explain, the more convincing does he consider it to
be.” (fr:6581) [quanto più una teoria si assume il compito
di spiegare, tanto più egli la considera convincente.] La ricerca esatta
e critica, invece, non si è mai spinta oltre i limiti della più stretta
necessità. Qui Darwin appare, come spesso altrove, “a
speculative natural philosopher, not a natural scientist.”
(fr:6582) [un filosofo naturale speculativo, non uno scienziato della
natura.]
Nella successiva The Descent of Man (1871) il carattere speculativo è ancora più spiccato (fr:6583). Già nell’Origine aveva affermato che la selezione naturale avrebbe senza dubbio gettato luce sull’origine dell’uomo, suscitando grande attenzione (fr:6584). L’argomento era stato nel frattempo trattato da Huxley e soprattutto da Haeckel (fr:6585). Gli argomenti a favore di un’evoluzione dell’uomo da una serie di forme animali sono gli stessi usati per gli animali; le prove anatomiche ed embriologiche le mutuò dai suoi predecessori (fr:6587). A differenza di Haeckel, Darwin non insiste sulla parentela con le scimmie antropomorfe, mantenendo per lo più il carattere di mammifero (fr:6588). Di maggiore interesse è la derivazione delle qualità psichiche umane: curiosità, tendenza all’imitazione, memoria, immaginazione, riflessione vengono analizzate e ritrovate anche negli animali (fr:6589). Arriva persino a scorgere un equivalente del sentimento religioso nel timore reverenziale del cane verso il padrone (fr:6590). Cade così nell’errore, poi comune a innumerevoli psicologi animali, di considerare manifestazioni spontanee dell’intelletto qualità che l’uomo ha inculcato negli animali domestici con l’addestramento (fr:6591). Quanto alle qualità morali, richiama lo spirito di sacrificio e il senso sociale presenti in molte specie animali e, riguardo alle formiche, mantiene idee esagerate simili a quelle di molti contemporanei, sostenendo che anche tra le tribù selvagge siano rispettate solo le virtù sociali (fr:6592). Il procedere darwiniano è esemplificato da un passo in cui, pur riconoscendo un problema difficile, lo liquida con disinvoltura: “He maintains that, in spite of natural selection, very simple life-forms have nevertheless been preserved through the ages by adapting themselves to very simple conditions of life: ‘for what would it profit an Infusorial animalcule for instance or an intestinal worm to become highly organized?’” – (fr:6593) [Egli sostiene che, malgrado la selezione naturale, forme di vita molto semplici siano state conservate attraverso le ere adattandosi a condizioni di vita molto semplici: “a che cosa gioverebbe a un animalcolo infusorio, per esempio, o a un verme intestinale diventare altamente organizzato?”] E il commento del critico non lascia dubbi: “It must be admitted that, if the problem is difficult to solve, the answer certainly makes it none the easier.” – (fr:6594) [Bisogna ammettere che, se il problema è difficile da risolvere, la risposta non lo rende certo più facile.]
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32 La reazione al darwinismo: tra idealismo romantico e critica scientifica
L’arrivo della teoria dell’evoluzione scatenò una polemica in cui le vecchie concezioni idealistiche si scontrarono con una nuova biologia, mettendo in luce debolezze reali ma anche resistenze destinate a scomparire.
La comparsa della teoria darwiniana suscitò una reazione vastissima: “Thus reasoned many, and Darwin’s theory was therefore challenged from pulpit and professorial chair, at scientific gatherings, in journals and newspapers.” – (fr:6653) [Così ragionavano in molti, e la teoria di Darwin fu perciò contestata dai pulpiti e dalle cattedre universitarie, nei congressi scientifici, sulle riviste e sui giornali.] Chi guardava al passato e alla tradizione era atterrito da un’immagine dell’umanità come “half-way station along the road from the ape stage” – (fr:6651) [una stazione intermedia lungo la strada che parte dallo stadio scimmiesco], e dalla concorrenza senza freni elevata a creatrice della vita al posto della ragione divina. Questa prima polemica appare “dazed and not particularly keen-sighted, it clings despairingly to the old ideas and as yet lacks orientation as to the exact position adopted by its opponents.” – (fr:6654) [stordita e non particolarmente acuta, si aggrappa disperatamente alle vecchie idee e manca ancora di orientamento circa la posizione esatta degli avversari.] Non tutto il dissenso nasceva però dalla piazza: il testo si concentra sui contributi scientifici più rappresentativi, tralasciando il “miscellaneous mass of protests” – (fr:6655) [miscuglio eterogeneo di proteste] proveniente da altri ambiti.
L’avversario scientificamente più autorevole era Richard Owen. La sua morfologia idealistica non poteva conciliarsi con la dottrina della discendenza, e proprio lui sembrava il più adatto a scoprirne i punti deboli. Tuttavia, la sua influenza fu ridotta dal modo di condursi: “instead of openly defending his views he wrote anonymously, repeatedly referring to ‘Professor Owen’ as his authority in opposition to Darwin.” – (fr:6658) [invece di difendere apertamente le sue idee scriveva in forma anonima, riferendosi ripetutamente al «Professor Owen» come sua autorità contro Darwin.] Questo stratagemma diede al suo intervento “a tinge of lampoonery that detracted from the effect it might otherwise have had.” – (fr:6659) [una sfumatura di libello satirico che ne ridusse l’efficacia.] Nell’articolo apparso sull’Edinburgh Review del 1860, Owen insisteva su quanto fossero scarsi i fatti a sostegno della nuova teoria e su come il problema della formazione delle specie restasse irrisolto. Proponeva in alternativa fattori come la partenogenesi e l’alternanza di generazioni, immaginando che stadi come polipo e medusa, o sporocisti, redie e cercarie, potessero “liberate themselves from the series and begin to give rise to forms similar to themselves” – (fr:6662) [liberarsi dalla serie e iniziare a dare origine a forme simili a sé stesse], disgregando il ciclo in forme di vita molto diverse. Arrivava persino a chiamare in causa gli esperimenti di Pouchet sulla generazione spontanea, chiedendosi come si potesse ipotizzare un’unica serie evolutiva se ogni giorno si formavano spontaneamente infusori. Il punto più debole delle proposte di Owen era il ritorno all’intero apparato della vecchia filosofia naturale idealistica, con il ricorso a una “polarizing force” – (fr:6664) [forza polarizzante] e alla dottrina del “ideal type” – (fr:6665) [tipo ideale] per spiegare le forme viventi. Il testo sentenzia: “But one who has recourse to such empty phrases to explain the origin of life-forms has no right to accuse Darwinism of weak argumentation and of making false hypotheses.” – (fr:6666) [Ma chi ricorre a frasi così vuote per spiegare l’origine delle forme di vita non ha il diritto di accusare il darwinismo di argomentazioni deboli e di ipotesi false.] La controversia con Owen mostra dunque l’enorme progresso rappresentato dal darwinismo e spiega perché persino le obiezioni più autorizzate della vecchia scuola fossero destinate a cadere inascoltate.
La medesima impressione si ricava dalla critica di un altro esponente di spicco, Jean Louis Rodolphe Agassiz, nato nel 1807 a Motier, allievo di Schelling, Oken e Dollinger, studioso di pesci fossili e pioniere delle ricerche glaciali, trasferitosi infine come professore ad Harvard. Agassiz incarna il filosofo naturale romantico; la sua soluzione del problema della specie è di stampo marcatamente idealistico. Non poteva perciò accogliere con entusiasmo il darwinismo, di cui sottolineava la mancanza di osservazioni di transizioni reali, l’assenza di legge nella selezione naturale e le deboli conclusioni tratte dalla somiglianza embrionale. Ma l’errore più grave, ai suoi occhi, era non riconoscere l’idea creatrice che attraversa tutta la natura animata: “The individuals perish, but hand over to their posterity, generation by generation, all that is typical, with the exclusion of what is merely individual; therefore, while the individuals have only a material existence, species, genera, families, and so on upwards exist as the thought-categories of the Supreme Intelligence, and as such possess a truly independent and immutable existence.” – (fr:6683) [Gli individui periscono, ma consegnano alla loro discendenza, generazione dopo generazione, tutto ciò che è tipico, escludendo quanto è solo individuale; perciò, mentre gli individui hanno soltanto un’esistenza materiale, le specie, i generi, le famiglie e così via esistono come categorie del pensiero dell’Intelligenza Suprema, e in quanto tali possiedono un’esistenza veramente indipendente e immutabile.] In una nota, Agassiz paragonava gli organi rudimentali a dettagli architettonici inseriti per simmetria, non per funzione, a completamento del disegno. Questa posizione, che il testo definisce puro idealismo romantico, era una speculazione “inevitably doomed to failure” – (fr:6684) [inevitabilmente destinata al fallimento].
Un caso a parte è la presa di posizione del vescovo di Oxford, S. Wilberforce, che fece scalpore. Con Owen come suggeritore, il vescovo passò in rassegna le debolezze del darwinismo in uno stile facile e fluido, ma “at the end of his treatise he spoils his case completely by sermonizing on the subject of the origin of man, bringing forward all the persons of the Trinity as arguments to prove a special creation in the image of God.” – (fr:6687) [alla fine del suo trattato rovina completamente la sua posizione mettendosi a fare prediche sull’origine dell’uomo e chiamando in causa le persone della Trinità come argomenti per dimostrare una creazione speciale a immagine di Dio.] Da simili oppositori Darwin non aveva nulla da temere.
Ben diversa è la critica avanzata da scienziati dalla mentalità ormai moderna, come Kölliker. Pur riconoscendo l’immenso merito di Darwin nell’aver fondato la conoscenza delle origini su esperimenti e sulla discendenza, Kölliker elencava obiezioni puntuali: la concezione teleologica celata nella teoria, l’assenza di forme di transizione sia fossili sia viventi, la mancanza di prove per l’intera ipotesi selettiva, e il fatto che non si conoscessero ibridi sterili tra varietà – ciò che dovrebbe accadere se le varietà fossero stadi di passaggio verso nuove specie. Riteneva concepibili altre strade evolutive: forme larvali che intraprendono uno sviluppo indipendente oppure uova o embrioni di organismi inferiori che danno origine a tipi superiori. Tuttavia la sua teoria veniva giudicata un semplice concetto basato su ipotesi mai confermate, mentre di valore reale restava la sua critica fondata su basi esattamente scientifiche e non filosofico-naturali.
A questa critica rispose Huxley, negando con veemenza che in Darwin vi fosse una spiegazione teleologica: l’intera teoria si basava sull’assenza di qualsiasi disegno creativo. Il paradosso è che entrambi citavano lo stesso passo dell’Origine delle specie a sostegno delle proprie tesi, segno che si muovevano su terreni concettuali diversi. Huxley aveva in parte ragione, perché Darwin non parlava mai di un disegno creativo in senso romantico, eppure il richiamo costante all’adattamento degli organi a determinate condizioni implicava di fatto una spiegazione finalistica: “not only the entire theory of sexual selection, but also most of the doctrine of natural selection actually rests on this assumption.” – (fr:6701) [non solo l’intera teoria della selezione sessuale, ma anche la maggior parte della dottrina della selezione naturale poggia effettivamente su questo presupposto.] La differenza tra la teleologia romantica e quella darwiniana viene chiarita con un esempio: “Why has a cat claws?” – (fr:6703) [Perché il gatto ha gli artigli?]. Per i romantici, “For the sake of the creative design, say the romanticists, and in order to serve the purposes of the cosmic order.” – (fr:6704) [Per amore del disegno creativo, dicono i romantici, e per servire gli scopi dell’ordine cosmico.] Per Darwin, “For its own sake,—says Darwin, and in order to enable it to survive in the struggle for existence.” – (fr:6705) [Per se stesso – dice Darwin – e per consentirgli di sopravvivere nella lotta per l’esistenza.] Ma il testo osserva che la domanda stessa è assurda, come chiedersi perché una pietra cada o la Terra giri attorno al sole. La biologia può solo cercare le condizioni in cui gli artigli si sviluppano e vengono usati, nulla più: chi interroga oltre, non rispetta il precetto baconiano di porre “fair questions” – (fr:6708) [domande corrette] alla natura. Eppure, conclude il brano, Darwin e i suoi contemporanei continuavano a porre alla natura proprio questo tipo di domande sbagliate.
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[29.1/1-91-6798|6885]
33 Il pensiero evoluzionista e i suoi artefici: Huxley, Spencer e il dibattito sul darwinismo
Il darwinismo non fu un monolite, ma un campo di forze plasmato da menti critiche e interpretazioni divergenti, il cui impatto si estese dalla biologia alla filosofia e alla società.
Il resoconto delinea il contributo di figure chiave alla diffusione e all’interpretazione della teoria darwiniana, a partire da Thomas Henry Huxley. Definito uno scienziato dotato, seppur più critico che creativo, “Huxley was a highly gifted scientist, though critical rather than creative” - (fr:6796) [Huxley era uno scienziato di grande talento, sebbene più critico che creativo.], Huxley si distinse inizialmente per studi pionieristici. Il suo primo lavoro sulle meduse, in cui “he therein demonstrated the connexion between hydroid polypi and hydromedusæ” - (fr:6797) [egli dimostrò la connessione tra polipi idroidi e idromeduse], lo portò a unificarle nell’ordine degli Hydrozoa. Di ancor maggior valore fu la sua idea di confrontare gli strati dermici e intestinali di questi animali con gli strati germinali degli embrioni di animali superiori, intuizione da cui “eventually arose the general theory of germinal layers” - (fr:6798) [sorse infine la teoria generale degli strati germinali], e il suo viaggio per mare produsse studi sui Tunicata.
In anatomia vertebrata, Huxley inferse un colpo severo alla teoria dell’archetipo di Owen. Avvalendosi dei lavori embriologici preparatori di Rathke, “he proved… the absurdity of the Oken-Goethe theory of the cranium’s being composed of vertebræ” - (fr:6800) [dimostrò… l’assurdità della teoria di Oken-Goethe secondo cui il cranio è composto di vertebre], pur ammettendone una struttura metamerica originaria. Questo evento “proved a severe blow to Owen’s archetype theory” - (fr:6801) [si rivelò un duro colpo per la teoria dell’archetipo di Owen], facendo dell’anziano e capzioso anatomista un nemico di Huxley. Lo scontro culminò quando Owen, per rivendicare una posizione speciale per l’umanità, dichiarò che il cervello umano possedeva parti assenti in altri animali. Huxley dimostrò in modo tagliente che “the anatomical details of Owen’s account were entirely inaccurate” - (fr:6802) [i dettagli anatomici del resoconto di Owen erano del tutto inesatti], vanificando il tentativo di isolare l’uomo dal regno animale.
Nonostante in gioventù fosse un sostenitore dell’immutabilità delle specie, “upon the advent of Darwin… he was one of the first to be convinced” - (fr:6804) [all’avvento di Darwin… fu uno dei primi a esserne convinto], divenendo un campione del darwinismo e un abile controversista. La sua adesione non fu però acritica: “he has not Darwin’s blind faith in the absolute dominance of the small variations in nature” - (fr:6806) [non ha la cieca fiducia di Darwin nel dominio assoluto delle piccole variazioni in natura]. Cita come esempi di cambiamenti improvvisi la pecora ancon e la storia di una famiglia con dita sovrannumerarie. Questi casi, oggi leggibili come mutazioni o in chiave mendeliana, allora non attirarono l’attenzione: “small indeed would the variations have to be for the struggle for existence and selection to have any material effect on them, and what interest could be awakened by the story of the inheritance of six fingers?” - (fr:6809) [quanto piccole avrebbero dovuto essere le variazioni perché la lotta per l’esistenza e la selezione avessero un effetto materiale su di esse, e quale interesse poteva suscitare la storia dell’ereditarietà di sei dita?]. In generale, le sue obiezioni non furono numerose né aspre; egli si impegnò piuttosto a difendere il buono che vi trovava.
Lo stile polemico di Huxley, sempre cortese ma caratterizzato da una “ever-wakeful pugnacity” - (fr:6813) [combattività sempre vigile] e da un sorriso sprezzante quanto non sempre amichevole, si esercitò spesso contro esponenti della Chiesa. Memorabile fu la controversia con il teologo Gladstone sul racconto evangelico dei porci di Gadara e quella con il Duca di Argyle sull’opera “The Reign of Law”. La sua onestà intellettuale fu assoluta: dopo aver descritto una sostanza gelatinosa battezzandola Bathybius haeckelii in onore di Haeckel, quando si scoprì che era un precipitato inanimato, “he frankly and boldly acknowledged his mistake” - (fr:6822) [ammise francamente e coraggiosamente il suo errore], al contrario di Haeckel. Sul piano filosofico, Huxley rappresentò il suo agnosticismo come una rigorosa insistenza sull’impossibilità di conoscere alcunché oltre le osservazioni sensibili, riuscendo a “keeping free from the materialistic dogmatism” - (fr:6825) [mantenersi libero dal dogmatismo materialista].
L’interpretazione del darwinismo non fu univoca. Tra i botanici, Asa Gray si prodigò per dimostrare che “Darwinism could be reconciled to the belief in a personal God” - (fr:6830) [il darwinismo poteva essere conciliato con la fede in un Dio personale] e riabilitava la spiegazione teleologica della natura, tesi che Huxley negava. “To such divergent interpretations could Darwin’s theory give rise” - (fr:6831) [A interpretazioni così divergenti poteva dar luogo la teoria di Darwin]. Un altro fedele sostenitore fu Joseph Dalton Hooker, che difese la nuova teoria basandosi su argomenti geografici e sulla difficoltà di classificare generi ricchi di specie e forme intermedie come Rubus, Rosa, Salix, restando “in closest personal contact with its founder” - (fr:6836) [nel più stretto contatto personale con il suo fondatore].
Lo sviluppo del darwinismo seguì due direttrici principali: in Germania si cercarono nuove prove nella morfologia e nell’embriologia comparata, mentre in Inghilterra si preferì il metodo sperimentale e statistico. In questo contesto emerse Herbert Spencer, l’uomo “who was regarded by his contemporaries as the philosopher of evolution above all others” - (fr:6841) [che era considerato dai suoi contemporanei come il filosofo dell’evoluzione per eccellenza]. Ingegnere di formazione, visse in solitudine e in lotta con la povertà, dedicandosi a un imponente sistema filosofico sintetico. La sua idea centrale, già abbozzata prima di Darwin, era che tutta l’esistenza è evoluzione, un processo di differenziazione costante. Partendo dalle teorie di Wolff, Goethe e von Baer, Spencer postulò che “the development of the individual proceeds from the homogeneous to the heterogeneous” - (fr:6866) [lo sviluppo dell’individuo procede dall’omogeneo all’eterogeneo], legge che riteneva valida per il cosmo, la vita e la società umana. La causa di ciò risiederebbe nel fatto che “every cause invariably has more than one effect” - (fr:6869) [ogni causa ha invariabilmente più di un effetto].
Questa speculazione, tuttavia, si scontra con la biologia moderna che vede l’uovo non come indifferenziato, ma come “a tremendously complex structure” - (fr:6873) [una struttura incredibilmente complessa]. Spencer ampliò in seguito la sua teoria vedendo nell’evoluzione anche un processo di consolidamento e una transizione dall’indefinito al definito. La sua ambizione di ricondurre tutti i fenomeni a un’unica definizione si rivelò il suo principale difetto: una definizione di vita come “a continuous adjustment of internal conditions to external conditions” - (fr:6881) [un continuo adattamento delle condizioni interne alle condizioni esterne] risulta troppo astratta e generica, peccando per eccesso di astrazione proprio perché “it says too little because it is meant to embrace too much” - (fr:6879) [dice troppo poco perché intende abbracciare troppo].
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34 La ricezione del darwinismo in Germania: Haeckel tra radicalismo politico, controversie scientifiche e monismo
Il resoconto che segue ripercorre le vicende che legarono Ernst Haeckel, il darwinismo e il pensiero monista al turbolento clima sociale e politico della Germania tra Otto e Novecento. La narrazione mostra come la biologia divenne terreno di scontro ideologico e come le speculazioni haeckeliane, pur scientificamente fragili, conquistarono vasti pubblici grazie alla loro carica politico-culturale.
Negli anni Settanta dell’Ottocento, in una Germania segnata dallo scontro tra Bismarck, i cattolici ultramontani e il nascente movimento operaio internazionale, il darwinismo di Haeckel assunse immediatamente una coloritura politica radicale. ”Political radicalism of the Haeckelians In Germany the seventies were a somewhat restless decade; the recent victories had certainly confirmed Bismarck in his power, but he nevertheless had opponents in two directions: the Catholics, whose ultramontane politics were regarded as a menace to the unity of the Empire, and the international labour movement, which had recently found expression in the com- munal riot in Paris, that had so scared the world, and not least Germany, where some attempts against the lives of distinguished people were placed to its account.” – (fr:7203) [Il radicalismo politico degli haeckeliani. In Germania gli anni Settanta furono un decennio piuttosto inquieto; le recenti vittorie avevano certamente confermato Bismarck nel suo potere, ma egli aveva comunque avversari in due direzioni: i cattolici, la cui politica ultramontana era considerata una minaccia per l’unità dell’Impero, e il movimento operaio internazionale, che si era da poco manifestato nella rivolta comunale di Parigi che aveva terrorizzato il mondo, non da ultimo la Germania, dove alcuni attentati contro personalità illustri venivano messi in conto ad esso.] In questo quadro, i liberali temevano un nuovo regno del terrore e ulteriori sconvolgimenti sociali (fr:7204). Proprio il darwinismo, ”through Haeckel’s boisterous attacks on the authorities of State and Church and through his dogmatic description of the contrast between the doctrine of creation and the theory of evolution, had been suspected by the conservatives and looked upon as a socially dangerous hypothesis, the truth of which, moreover, could be disputed on the grounds of the plastidule theory and similar ideas contained in it.” – (fr:7205) [attraverso i chiassosi attacchi di Haeckel alle autorità dello Stato e della Chiesa e la sua descrizione dogmatica del contrasto tra dottrina della creazione e teoria dell’evoluzione, era stato sospettato dai conservatori e considerato un’ipotesi socialmente pericolosa, la cui verità poteva per di più essere contestata sulla base della teoria delle plastidule e di idee simili in essa contenute.] Attorno a Haeckel si raccolse così un gruppo di giovani naturalisti – tra cui A. Brehm, F. von Hellwald e G. Jäger – che, esclusi per lo più dalle università, diffondevano la nuova dottrina in conferenze popolari e scritti polemici, ”willingly associating their natural-scientific radicalism with a political radicalism, and with this party the old radicals Vogt and Büchner associated themselves.” – (fr:7208) [associando volentieri il loro radicalismo scientifico-naturale a un radicalismo politico, e a questo partito si unirono i vecchi radicali Vogt e Büchner.]
Il fronte non era però monolitico. Vi furono anche aderenti conservatori, come Du Bois-Reymond, che pure aveva abbracciato il darwinismo con entusiasmo ma ”had expressed disapproval of ‘Haeckelism’.” – (fr:7209) [aveva espresso disapprovazione per l’«haeckelismo».] Nella sua celebre conferenza sui limiti della conoscenza della natura, egli aveva messo in guardia dal credere di poter risolvere definitivamente gli enigmi della natura. Haeckel, ”became enraged at the word ‘ignorabimus’, in which he scented political reaction.” – (fr:7211) [si infuriò per la parola «ignorabimus», nella quale fiutava reazione politica.] La tensione crebbe quando il governo prussiano preparò una nuova legge sull’istruzione e Haeckel, nel 1877 a Monaco, tenne un discorso in cui presentava la biologia evoluzionistica come scienza storica e filosofica, capace di fondare una visione unitaria della vita e di ricostruire l’esistenza umana su basi umanitarie (fr:7214‑7215). A ciò si oppose Virchow, che ”points out all that is hypothetical and unproved in Darwinism, and on these grounds he uttered a warning against incorporating it in a scheme of school education, for such a program should only concern itself with indisputable proofs.” – (fr:7216) [indica tutto quanto vi è di ipotetico e di non provato nel darwinismo, e su queste basi metteva in guardia dall’incorporarlo in un programma di istruzione scolastica, giacché un simile programma dovrebbe occuparsi soltanto di prove indiscutibili.] Il discorso di Virchow fu accolto con entusiasmo dai conservatori; la sua critica alle idee fantasiose di Haeckel era giustificata, ma il programma pedagogico appariva dubbio, poiché, come nota l’autore, ”it might reasonably be asked what would be left if all hypothesis were banned in the schools every explanation of nature is fundamentally hypothetical.” – (fr:7217) [ci si potrebbe ragionevolmente chiedere che cosa rimarrebbe se ogni ipotesi fosse bandita dalle scuole: ogni spiegazione della natura è fondamentalmente ipotetica.] Ancora più inaccettabile suonava l’accenno di Virchow all’affinità spirituale tra darwinismo e socialismo, ”a denunciation which at that time was equivalent to an ac- cusation of high treason.” – (fr:7218) [una denuncia che a quel tempo equivaleva a un’accusa di alto tradimento.] Poco dopo, il ministro prussiano dell’istruzione diramò una circolare che vietava tassativamente ai maestri di occuparsi di darwinismo, e la biologia fu esclusa dai programmi delle classi superiori (fr:7219). Haeckel rispose con l’opuscolo Freie Wissenschaft und freie Lehre, in cui riformulava l’antitesi «creazione o evoluzione», portava «prove certe» della teoria della discendenza e rivendicava la libertà d’insegnamento (fr:7220). La replica fu salutata con entusiasmo dai liberi pensatori, mentre, come ammette il testo, ”the outcome proved Haeckel’s justification; Darwinism might be prohibited in the schools, but the idea of evolution and its method penetrated everywhere, in historical research and linguistic studies, and even in the scientific treatment of religious documents and religious history.” – (fr:7222) [l’esito diede ragione a Haeckel; il darwinismo poteva essere proibito nelle scuole, ma l’idea di evoluzione e il suo metodo penetrarono ovunque, nella ricerca storica e negli studi linguistici, e persino nel trattamento scientifico dei documenti e della storia religiosa.]
Negli anni Ottanta la contesa sulla legittimità del darwinismo si spense e la morfologia comparata, modellata sulle idee di Gegenbaur e dello stesso Haeckel, dominò incontrastata la ricerca biologica (fr:7224‑7225). Tuttavia, i risultati non corrisposero alle attese: ”Instead of simple and easily compre- hended proofs of the indisputable validity of Darwinism, the younger generation of scientific students found masses of involved facts, which only contributed to confuse the biogenetical principle, the gastraea theory, and the other ‘natural laws’.” – (fr:7227) [Invece di prove semplici e facilmente comprensibili dell’indiscutibile validità del darwinismo, la giovane generazione di studenti di scienze trovò masse di fatti intricati, che contribuirono soltanto a confondere il principio biogenetico, la teoria della gastrea e le altre «leggi naturali».] Haeckel, sicuro di sé e viziato dai successi giovanili, non seppe reggere questi sviluppi: lo studio intensivo del dettaglio non era mai stato il suo forte, e si oppose con asprezza ai metodi minuti dei giovani morfologi. Quando persino la sua idea prediletta dell’origine dell’uomo dalle scimmie superiori cominciò a essere messa in dubbio, ”it is not to be wondered at that the old master lost patience.” – (fr:7232) [non c’è da stupirsi che il vecchio maestro perdesse la pazienza.] Incapace di controllare gli sviluppi o di ritirarsi, divenne sempre più isolato nel mondo scientifico (fr:7233), ma trovò un nuovo e riconoscente pubblico in un diverso ambito sociale.
Il radicalismo politico ottocentesco si era infatti spento, mentre il movimento operaio socialista, perseguitato da Bismarck, cresceva fino a distruggere il vecchio ordine nel I suoi membri, ostili alla Chiesa di Stato conservatrice, abbracciarono con idealismo giovanile la scienza moderna: ”To them Haeckel’s monism was a welcome ally; that its cosmic view was over-simplified and falsely depicted it was not in their power to control, owing to their lack of special studies, but its founder’s ardent belief in natural science and intense hatred of the State Church, combined with his oppositional attitude in politics, sounded irresistibly attractive.” – (fr:7238) [Per loro il monismo di Haeckel era un alleato gradito; che la sua visione cosmica fosse eccessivamente semplificata e falsamente rappresentata non erano in grado di controllarlo, a causa della loro mancanza di studi specialistici, ma l’ardente fede del suo fondatore nella scienza naturale e l’intenso odio per la Chiesa di Stato, uniti al suo atteggiamento politico di opposizione, apparivano irresistibilmente attraenti.] È su questo sfondo che va collocata l’attività scientifica tarda di Haeckel.
Negli anni Novanta egli tornò alla filosofia naturale con una monumentale «filogenesi sistematica», ma soprattutto con il celebre Die Welträtsel (1899). ”The Riddle of the Universe had extraordinary success; in Germany the book was sold by the hundred thousand and in England by tens of thou- sands; special emphasis has been laid on the fact of its widespread distribu- tion among the working-classes, and in Japan it is said to have been used as a school text-book.” – (fr:7242) [L’enigma dell’universo ebbe uno straordinario successo; in Germania il libro fu venduto a centinaia di migliaia di copie e in Inghilterra a decine di migliaia; è stato sottolineato in particolare il fatto della sua ampia diffusione tra le classi operaie, e in Giappone si dice sia stato utilizzato come libro di testo scolastico.] Scientificamente, tuttavia, l’opera è giudicata priva di valore: la sezione biologica è un rimaneggiamento di lavori precedenti, mentre le parti cosmologica e filosofica rivelano idee confuse sui più semplici fatti fisici e chimici, oltre a una totale mancanza di chiarezza teorica e logica (fr:7244‑7247). Il monismo che vi viene proposto si appoggia in modo maldestro a Spinoza, ”whose purely metaphysical idea of substance is at once placed on a par with the ‘matter’ of physics.” – (fr:7248) [la cui idea puramente metafisica di sostanza è immediatamente posta sullo stesso piano della «materia» della fisica.] La popolarità del libro, conclude l’autore, ”is obviously to be found in the political and social sphere.” – (fr:7251) [va ovviamente cercata nella sfera politica e sociale.] La sua introduzione contrappone il progresso scientifico a un quadro fosco della situazione politica, con la Chiesa dipinta come centro di oscurantismo e tirannia (fr:7252).
Sull’onda del successo sorse la Lega monista, un’associazione capillare che mirava a soppiantare il culto ecclesiastico con riunioni, conferenze ed esercizi devozionali (fr:7254‑7256). Pochi scienziati di peso vi aderirono; dal fronte conservatore il botanico Reincke la denunciò come una minaccia sociale. Per contrastarla fu fondato il Keplerbund, ma il nome stesso si rivelò infelice, perché Keplero, pur grande naturalista e cristiano devoto, ”was so saturated with the grossest superstitions of his time that he cannot by any stretch of the imagination be held up as the ideal seeker after truth in modern times.” – (fr:7261) [era così imbevuto delle più grossolane superstizioni del suo tempo che non può essere in alcun modo elevato a ideale cercatore di verità in epoca moderna.] Entrambe le associazioni non riuscirono ad attrarre scienziati di rilievo, ma molti biologi conservarono simpatia per Haeckel, vedendo nella sua opera una lotta per l’illuminismo e la libertà di dottrina contro la minaccia della reazione (fr:7262). Haeckel mantenne intatto il radicalismo liberale della giovinezza, senza mai misurarsi con i dettagli della politica pratica (fr:7263). La Grande Guerra lo gettò nella disperazione, ma non mutò il suo pensiero: ”A few more works came from his pen, among them one entitled Fünfzigjahre Stammesgeschichte, with which he celebrated the fifty years’ jubilee of Generelle Morphologie, and which testifies to his having learnt nothing and forgotten nothing.” – (fr:7265) [Ancora qualche lavoro uscì dalla sua penna, tra cui uno intitolato Fünfzigjahre Stammesgeschichte, con il quale celebrò il cinquantenario della Generelle Morphologie e che testimonia che non aveva imparato nulla e nulla dimenticato.] L’ultimo scritto, Kristall-Seelen, è sufficientemente caratterizzato dal titolo (fr:7266); morì nel 1919 dopo un incidente.
Una valutazione filosofica del monismo haeckeliano è offerta da Eduard von Hartmann, che lo descrive come un coacervo di posizioni contraddittorie: Haeckel è ”an ontological pluralist in that he conceives nature to be a multi- plicity of separate substances (atoms), a metaphysical dualist in so far as he assumes in every substance two combined metaphysical principles (en- ergy and matter); a phenomenal dualist in that he assumes two distinct spheres of phenomena (external mechanical happening, and internal sensa- tion and will), a hylozoist because he ascribes to all matter the possession of life and soul; further, he is a philosopher of identity, a cosmonomistic monist, and a materialist. Thus the Haeckelian monism, if closely looked into, will be found to contain a little of everything.” – (fr:7268‑7269) [un pluralista ontologico in quanto concepisce la natura come una molteplicità di sostanze separate (atomi), un dualista metafisico nella misura in cui assume in ogni sostanza due principi metafisici combinati (energia e materia); un dualista fenomenico perché presuppone due sfere distinte di fenomeni (accadimenti meccanici esterni e sensazione e volontà interne), un ilozoista poiché attribuisce a ogni materia il possesso di vita e anima; inoltre egli è un filosofo dell’identità, un monista cosmonomistico e un materialista. Così il monismo haeckeliano, se osservato da vicino, si rivela contenere un po’ di tutto.]
Il testo allarga poi lo sguardo ad altre forme di monismo su base scientifica, come quelle di Ernst Mach e Richard Avenarius. Mach, fisico e filosofo viennese, elaborò un metodo di pensiero scientifico che rifiutava ogni sfera trascendente, riducendo tutto a serie di fenomeni interdipendenti descritti da relazioni funzionali matematiche. ”Mach denies the principiant contrast between appearance and reality; the most fantastic dream is just as much a phenomenon as a real event; he like- wise denies the contrast between ego and non-ego, for both are a series of mutually interdependent phenomena.” – (fr:7278) [Mach nega il contrasto di principio tra apparenza e realtà; il sogno più fantastico è fenomeno tanto quanto un evento reale; egli nega altresì il contrasto tra io e non-io, perché entrambi sono una serie di fenomeni reciprocamente interdipendenti.] Tuttavia il suo ragionamento biologico è giudicato antiquato e ingenuo, e anche il suo monismo, analogamente a quello haeckeliano, presenta più interesse filosofico che scientifico (fr:7281‑7284). Avenarius propose a sua volta una teoria funzionale dai tratti materialistici, ma la difficoltà del linguaggio ne limitò l’influenza (fr:7285‑7287).
La conclusione storiografica è netta: simili costruzioni filosofico-naturali possono offrire interesse come esperimenti mentali, ma ”exact scientific research, on the other hand, carves out paths of its own, its progress sometimes hindered, sometimes furthered by the different conceptions of the world, according to how they deal with existing facts.” – (fr:7289) [la ricerca scientifica esatta, d’altro canto, si scava percorsi propri, talvolta ostacolata, talvolta favorita dalle diverse concezioni del mondo, a seconda di come queste trattano i fatti esistenti.] È in questa dialettica tra visioni ideologiche e pratica specialistica che va letta l’intera parabola di Haeckel e del monismo tedesco: una testimonianza di come la scienza possa diventare bandiera politica, ma anche di come il rigore della ricerca finisca per procedere oltre le semplificazioni dogmatiche.
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35 Teorie embriologiche e le loro critiche nel tardo Ottocento: dai foglietti germinativi alla reazione meccanicistica
L’evoluzione del pensiero embriologico tra Ottocento e Novecento, fra l’eredità della morfologia darwiniana, la teoria dei foglietti germinativi e la nascita di un indirizzo fisiologico-meccanico che ne contestava le semplificazioni.
Il testo ripercorre un momento di transizione nella biologia dello sviluppo, quando la cosiddetta “teoria dei foglietti germinativi” — che aveva conosciuto ampia fortuna — inizia a essere messa in discussione. Il principio di base attribuiva un’origine precisa ai diversi sistemi di organi a partire dai tre foglietti embrionali: “The former takes place chiefly in the coral animals, the flat-worms and the molluscs, in which the muscular and nervous systems are formed out of the mesenchyme, whereas in most other animal types, chiefly the Articulata and the Vertebrata, the said tissues are of purely epithelial origin and are formed out of a dual evagination of the entoderm, the inner cavity of which gives rise to the body cavity, or the coelom.” – (fr:7319) [La prima modalità si verifica principalmente nei coralli, nei platelminti e nei molluschi, nei quali i sistemi muscolare e nervoso si formano dal mesenchima, mentre nella maggior parte degli altri tipi animali, specialmente Articolati e Vertebrati, i suddetti tessuti sono di origine puramente epiteliale e si formano da una duplice evaginazione dell’entoderma, la cui cavità interna dà origine alla cavità corporea, o celoma.] La teoria trovò inizialmente larga accoglienza: “The theory was afterwards applied, after a series of special investigations, to the organic formation of different animal forms and won general acceptance at the time.” – (fr:7320) [La teoria fu in seguito applicata, dopo una serie di indagini specifiche, alla formazione organica di diverse forme animali e ottenne all’epoca un’accettazione generale.] La spiegazione alternativa non ebbe invece fortuna: “It is true, His declined to accept it, but did not succeed in substituting any better explanation.” – (fr:7321) [È vero, His rifiutò di accettarla, ma non riuscì a sostituirvi una spiegazione migliore.]
Con il progredire delle ricerche, l’impianto si rivelò eccessivamente rigido: “Later research, however, has found this theory to be far too schematical; students have given up referring the various organs to the three germinal layers and now instead seek their origin, each separately, in so-called primitive rudiments.” – (fr:7322) [Ricerche successive hanno però giudicato questa teoria troppo schematica; gli studiosi hanno smesso di ricondurre i vari organi ai tre foglietti germinativi e cercano ora la loro origine, separatamente, nei cosiddetti abbozzi primitivi.] Anche l’idea di un’invaginazione semplice del celoma fu ridimensionata: “Furthermore, the formation of the coelom through simple invagination has been found upon closer investigation to be far less frequent than the two brothers imagined.” – (fr:7323) [Inoltre, la formazione del celoma per semplice invaginazione è risultata, a un esame più approfondito, molto meno frequente di quanto i due fratelli immaginassero.] Malgrado i limiti, il valore storico di quella stagione resta notevole: “Their theory has nevertheless played its important part and has called forth abundant special research-work of value for all time.” – (fr:7324) [La loro teoria ha comunque svolto un ruolo importante e ha suscitato abbondante lavoro di ricerca specialistica di valore duraturo.]
All’interno di questa parabola si inseriscono diversi protagonisti. Tra gli allievi spiccano Eugen Korschelt e Karl Heider, autori di una sintesi poderosa sull’evoluzione degli invertebrati e in seguito distintisi nell’ambito delle ricerche sperimentali. Sul fronte inglese, Edwin Ray Lankester approfondì proprio la teoria del celoma, spingendola al suo massimo sviluppo e tentando di fondarvi una classificazione dell’intero regno animale. La figura più precoce e tragica è però quella di Francis Maitland Balfour: “During his short life he found time to carry out a number of extremely important works on evolution, including a study of the evolution of the sharks and a Treatise of Comparative Embryology, giving an account of the evolution of the egg and the embryo throughout the animal kingdom, a work that was of unrivalled importance at the time; an application of modern genetical embryology to the whole animal kingdom and at the same time a powerful defence of the Darwinian morphology in its classical form.” – (fr:7332) [Nella sua breve vita trovò il tempo di portare a termine una serie di lavori estremamente importanti sull’evoluzione, tra cui uno studio sull’evoluzione degli squali e un Trattato di embriologia comparata, che rendeva conto dell’evoluzione dell’uovo e dell’embrione nell’intero regno animale, un’opera di impareggiabile importanza all’epoca; un’applicazione dell’embriologia genetica moderna all’intero regno animale e al tempo stesso una potente difesa della morfologia darwiniana nella sua forma classica.] Balfour manteneva ferma la centralità della filogenesi, pur prendendo su punti specifici — come la teoria della formazione delle estremità — una posizione distante dalla scuola di Gegenbaur: “Balfour, in fact, definitely maintains that phylogeny is the goal of evolution, while at the same time in certain details, as, for instance, in the theory of extremity-formation previously mentioned, he adopts a dissentient attitude towards the contemporary Gegenbaur school.” – (fr:7333) [Balfour, infatti, sostiene decisamente che la filogenesi sia lo scopo dell’evoluzione, mentre al contempo in certi dettagli, come ad esempio nella teoria della formazione delle estremità menzionata in precedenza, assume un atteggiamento dissenziente verso la scuola contemporanea di Gegenbaur.]
Proprio in quegli stessi decenni si levavano voci contrarie alla morfologia filogenetica predominante, voci che reclamavano un’attenzione nuova per la funzione e per il meccanismo fisiologico dello sviluppo. “Even by then the morphogenetical embryology had met with decided opposition on the part of the naturalists who desired to substitute for phylogenetical conclusions the study of function in those organs whose evolution was under investigation, and thus to give evolution a more or less physiological direction.” – (fr:7334) [Già allora l’embriologia morfogenetica aveva incontrato una decisa opposizione da parte dei naturalisti che desideravano sostituire alle conclusioni filogenetiche lo studio della funzione negli organi di cui si indagava l’evoluzione, dando così all’evoluzione un indirizzo più o meno fisiologico.] A questo gruppo apparteneva Wilhelm His, per il quale lo sviluppo embrionale andava inteso come processo fisiologico in cui ogni stadio discende necessariamente dal precedente; le trasformazioni che dall’uovo portano all’organismo complesso erano ai suoi occhi puramente meccaniche, frutto di flessioni, piegature e accrescimenti differenziali delle lamine germinali. His rovesciava così l’idea che i foglietti fossero indifferenti, sostenendo che “every organ possesses its given rudiments in the germinal layers and these layers thus consist of a quantity of organbildende Keimbezirke” – (fr:7339) [ogni organo possiede i propri abbozzi determinati negli strati germinativi e questi strati sono quindi costituiti da una quantità di “territori germinali formatori di organi”], vale a dire regioni già predisposte alla costruzione di organi specifici.
Da questa impostazione discendeva una critica serrata al principio biogenetico di Haeckel: “embryos of different animal forms are as easily distinguishable from one another as the fully developed animals; Haeckel’s proofs to the contrary, both verbal and pictorial, are examined and found to be untenable” – (fr:7340) [gli embrioni di forme animali diverse sono distinguibili tra loro tanto facilmente quanto gli animali completamente sviluppati; le prove contrarie di Haeckel, sia verbali che illustrate, vengono esaminate e giudicate insostenibili]. Con un esempio divenuto celebre, His paragona la scoperta di un difetto ereditario alla semplice constatazione filogenetica: sapere che la miopia è ereditaria non dice nulla sulla natura del difetto; per comprenderlo occorre studiare l’accomodazione e le circostanze concomitanti. Allo stesso modo, “the physiological side of embryonic development is more important than any phylogenetical speculation” – (fr:7341) [il lato fisiologico dello sviluppo embrionale è più importante di qualsiasi speculazione filogenetica]. Sebbene ai suoi tempi queste idee raccogliessero scarse adesioni, la posterità avrebbe visto in His un precursore del metodo meccanico dell’evoluzione che più tardi avrebbe conquistato numerosi seguaci.
His non era del tutto isolato. Un altro oppositore della linea esclusivamente filogenetica fu Alexander Wilhelm Goette, il quale, segnato dall’influenza del connazionale von Baer, tentò di fondare una teoria meccanica pura dello sviluppo. Nella sua opera principale, Die Entwicklungsgeschichte der Unke, prendeva a modello l’evoluzione di Bombinator igneus per costruire una spiegazione che si voleva libera tanto dalle “forze formatrici” di Haeckel quanto dalle costruzioni filogenetiche di Gegenbaur. La premessa, peraltro erronea ma allora diffusa, era che il nucleo dell’uovo si dissolvesse prima della fecondazione: su questa base Goette dichiarava l’uovo “an unorganized, inanimate mass” – (fr:7350) [una massa inorganizzata e inanimata], nella quale forze puramente meccaniche — correnti osmotiche e conseguenti variazioni di pressione — producevano i primi solchi di divisione e, con essi, nuovi nuclei come centri per lo sviluppo di nuove cellule. In tal modo egli credeva di spiegare “the origin of life out of lifeless substance” – (fr:7351) [l’origine della vita dalla sostanza inanimata].
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36 La citologia sul finire del XIX secolo: tecniche, protagonisti e la ricerca della sostanza vivente
La ricerca cellulare microscopica ricevette un impulso senza precedenti nell’ultimo decennio dell’Ottocento, trasformando radicalmente la biologia grazie a nuovi metodi e a una serie di scoperte sulla divisione nucleare, le strutture del protoplasma e la fecondazione.
Il testo ripercorre il periodo in cui la citologia conobbe un’accelerazione straordinaria, divenendo il ramo della biologia «che ricevette il maggiore impulso nell’ultimo decennio del secolo scorso, e che vide i risultati più importanti e in molti modi impresse il suo segno sull’intera biologia in generale» – “Microscopical cell-research is undoubtedly the branch of biology that received the greatest stimulus during the last decade of the past century, and that has seen the most important results and in many ways set its mark upon the whole of biology in general.” (fr:7364). La trattazione si innesta su un vivace dibattito morfologico anteriore: già nel 1886 un autore – di cui non viene fatto il nome – sosteneva che la forma di un organo dipende dalla funzione e non dall’origine, affermando che «Un sistema tissutale comprensivo è possibile solo su base fisiologica» – “A comprehensive tissue-system is possible only on a physiological basis.” (fr:7362) e aprendo con la frase «“Es gibt kein mittleres Keimblatt” (non esiste un foglietto germinativo medio)» – “He starts with the sentence: Es gibt kein tnittleres Keiinblatt,” and adduces a number of examples of how various organs that had been supposed to be mesodermal, originate directly or indirectly from the ectoderm or entoderm.” (fr:7361). Tali vedute, allora quasi ignorate, acquistarono rilievo soltanto più tardi con il mutamento del concetto di evoluzione.
L’elemento di rottura che plasmò la citologia fu la sua metodica raffinata: «La sua metodica altamente perfezionata, con la minuziosa preparazione tecnica del materiale da indagare, accuratamente adattata a ogni singolo caso, e lo studio microscopico attento dei più piccoli dettagli, impiegando i massimi ingrandimenti possibili, divenne una caratteristica distintiva del lavoro di ricerca di quel periodo.» – “Its highly perfected methodics, with its minute technical preparation of material for investigation, carefully adapted to suit each particular case, and its careful microscopical study of the smallest details, employing the highest possible magnifications, became a characteristic feature of the research work of that period.” (fr:7365). L’avvento del microtomo mutò il profilo del biologo: «Il lato puramente tecnico della biologia ricevette così un carattere completamente nuovo; mentre prima l’abilità nella dissezione era la qualifica più essenziale del biologo, questa capacità divenne ora in una certa misura superflua, grazie allo sviluppo della tecnica della microtomia.» – “The purely technical side of biology thereby received an entirely new character; whereas formerly skill in dissection was the most essential qualification of the biologist, this ability now became to a certain extent superfluous, thanks to the development of the technique of microtomy.” (fr:7366). Chi voleva produrre risultati originali doveva invece padroneggiare «una conoscenza chimica dei mezzi per fissare i tessuti, nonché una tecnica di colorazione» – (fr:7367), ma nonostante il rischio che il metodo scadesse in «una semplice abilità meccanica priva di intelligenza» – “a mere unintelligent dexterity” (fr:7368) – esso permise di ottenere risultati che trasformarono la concezione dei fenomeni vitali.
Il punto di partenza della narrazione è l’eredità di Max Schultze: «Avevamo lasciato la ricerca cellulare al punto a cui Max Schultze l’aveva portata: la conoscenza della cellula come una quantità limitata di protoplasma dotata di nucleo concomitante.» – “We left cell research at the point to which Max Schultze had brought it the knowledge of the cell as a limited quantity of protoplasm with concomitant nucleus.” (fr:7369). Schultze lavorò ancora senza microtomo e «portò la citologia al punto più lontano possibile con i vecchi metodi» – “he brought cytology to the farthest point possible with the old methods” (fr:7370). Dopo la sua morte la disciplina progredì rapidamente sia per il valore delle scoperte sia per il numero dei ricercatori. Fra i protagonisti vegetali primeggia Eduard Strasburger (1844‑1911), allievo di Haeckel, autore di un’opera capitale: «Nel 1875 fu pubblicata la prima edizione dell’opera pionieristica di Strasburger Zellbildung und Zellteilung; una terza edizione completamente riveduta uscì nel » – “In 1875 published the first edition of Strasburger’s pioneer work Zellbildung und Zellteilung, a third completely revised edition came out in ” (fr:7386). In ambito animale si distinguono i fratelli Hertwig, Walther Flemming, Hermann Fol, Otto Bütschli, Édouard van Beneden e Theodor Boveri, nonché i due Heidenhain, tutti citati come artefici di scoperte e miglioramenti tecnici (fr:7378‑7385).
Il problema centrale della citologia di quegli anni era «quello dell’origine del nucleo cellulare» – “The main problem that occupied cytological research during this period was that of the origin of the cellular nucleus.” (fr:7387). La prima edizione di Strasburger ammetteva ancora la dissoluzione del nucleo dell’uovo dopo la fecondazione e la formazione di nuovi nuclei per concrezione; «Nella terza edizione, invece, si afferma che non si possono più citare esempi di formazione cellulare indipendente nel regno vegetale; i nuovi nuclei sorgono invariabilmente dalla divisione di quelli più vecchi.» – “In the third edition, on the other hand, it is asserted that examples of independent cell-formation can no longer be cited from the vegetable kingdom; fresh nuclei invariably arise through the division of older ones.” (fr:7390). Con ciò veniva stabilito «un ulteriore principio della citologia moderna» – “This established one more of the principles of modern cytology.” (fr:7391). Strasburger chiarì la divisione nucleare indiretta (mitosi o cariocinesi): «Il nucleo, persa la sua membrana, concentra il suo contenuto colorabile intorno al suo piano equatoriale, dopodiché quest’ultimo si divide e le due metà vanno ciascuna per la propria strada e quindi si concentrano nuovamente in due nuclei figli.» – “the nucleus, having lost its membrane, concentrates its colourable contents around its middle plane, after which the latter divides itself and the two halves go each its own way and thereupon again concentrate into two daughter-nuclei.” (fr:7393). In zoologia Flemming studiò in dettaglio il processo e coniò i termini che ancora si usano: «A causa della sua forte colorabilità chiamò la sostanza filamentosa “cromatina” e la sostanza non colorabile, che compare anch’essa durante la divisione, “acromatina”; i nomi delle diverse fasi della divisione – spirema, aster, metachinesi, diaster e dispirema – furono anch’essi inventati da lui.» – “owing to its strong colourability he called the filament substance ‘chromatin’ and non-colourable substance, which also appears upon division, ‘achromatin’; the names of the different phases of division spirem, aster, metakinesis, dyaster, and dispirem were also invented by him.” (fr:7398). Le bacchette di cromatina furono poi battezzate «cromosomi» da Waldeyer, destinati a diventare centrali nella genetica – “These chromatin staves were afterwards called by Waldeyer ‘chromosomes’ and have, as is well known, come to play a decisive part in modern heredity-research.” (fr:7400). Boveri approfondì il ruolo del centrosoma, definendolo «il centro dinamico della cellula, che facilita la divisione nucleare e cellulare» – “the cell’s dynamic centre, which facilitates the nuclear and cellular division” (fr:7403), e dimostrò che il centro dello spermatozoo ne è formato.
Accanto ai progressi sulla divisione nucleare, la natura della sostanza fondamentale della cellula – il protoplasma – alimentò un intenso dibattito. «La sostanza fondamentale effettiva, che ancora deve sopportare il nome goffo e illogico di protoplasma, è stata studiata da un gran numero di studiosi e ha suscitato molti tentativi di interpretazione della sua essenza.» – “The actual basic substance, which still has to bear the clumsy and illogical name of protoplasm, has been investigated by a vast number of students and has called forth many attempts at an interpretation of its essence.” (fr:7406). Emersero tre teorie osservative: la teoria della schiuma di Bütschli, quella dei filamenti di Flemming e quella dei granuli di Altmann (fr:7407).
Bütschli concepiva il protoplasma vivente come «una massa fluida identica nella sua struttura all’emulsione che si ottiene agitando insieme olio e una soluzione di soda» – “a fluid mass identical in its structure with the emulsion that is obtained when oil and soda-solution are shaken together” (fr:7413). La sua scuola imitò con miscele di liquidi molti movimenti e strutture cellulari, ma – secondo l’autore – l’esperimento meccanico trascura la fondamentale reattività chimica della materia vivente: «l’emulsione oleosa mobile rimane chimicamente ciò che era, mentre un’ameba strisciante cambia continuamente la sua composizione chimica, cosicché movimento e reazione chimica sono indissolubilmente dipendenti l’uno dall’altra» – “the mobile oil-emulsion remains chemically what it was, whereas a creeping amoeba is continually changing its chemical composition, so that movement and chemical reaction are indissolubly dependent upon each other” (fr:7416). La teoria del plasma di Flemming, che descriveva il protoplasma come un reticolo di fibre immerse in una sostanza omogenea, «tiene innegabilmente più conto delle condizioni chimiche» – “Flemming’s plasma theory undeniably takes more account of chemical conditions” (fr:7418). Altmann, invece, con colorazioni opportune mise in evidenza formazioni granulari che chiamò bioblasti, considerandoli «i veri organismi elementari di cui sono composte cellule e tessuti, proprio come le colonie batteriche sono composte da vari batteri» – “the true elementary organisms of which cells and tissues are composed, just as bacterial colonies are composed of various bacteria” (fr:7429). L’idea era giudicata fantasiosa, ma Altmann ebbe il merito di sostenere con forza che la sostanza vivente è solida e non liquida (fr:7431). Heidenhain, più tardi, ipotizzò che la struttura comune del plasma consistesse in un sistema di particelle ultra-microscopiche invisibili, i plasomi, dotate della proprietà di moltiplicarsi per scissione (fr:7437‑7438). Tuttavia, nota il testo, «nessuno è riuscito a isolare in questo modo un’unità vitale, e fino ad oggi la cellula, con tutte le sue complicazioni, rimane la forma più piccola sotto la quale la sostanza vivente è stata trovata esistere da sola e indipendentemente da altre entità viventi» – “no one has succeeded in isolating any vital unit in this way, and up till now the cell, with all its complications, remains the smallest form under which the living substance has been found to exist by itself and independently of other living entities” (fr:7440). Si riconosceva così che la sostanza fondamentale restava irrisolta, mentre le ricerche si estendevano ai prodotti cellulari e ai tessuti specializzati.
Nel sistema nervoso, le metodiche di colorazione elettiva – l’impregnazione con sali metallici di Golgi e Cajal, e la colorazione vitale con blu di metilene di Ehrlich – permisero di seguire i singoli elementi per tutta la loro lunghezza (fr:7448‑7449). Si studiarono le modificazioni interne dei neuroni, come i granuli di Nissl (sostanza tigroide), ma il problema più dibattuto fu quello delle connessioni nervose. Da un lato, la teoria dell’indipendenza dei neuroni (Kölliker, Cajal, Retzius) secondo cui il sistema nervoso sarebbe formato da elementi cellulari separati che comunicano per contatto (fr:7455); dall’altro, la concezione di Apathy che vedeva la fibra nervosa formata da più cellule e le ramificazioni estese fin dentro il plasma dei gangli (fr:7457). Il conflitto, pur acceso, rimase senza un chiaro vincitore (fr:7458). Anche nel muscolo striato l’attenzione si concentrò sulla struttura fine: Bowman descrisse fibrille e sarcolemma già nel 1840; Rollett fissò la terminologia a lettere delle strie trasversali, mentre Engelmann ne studiò le proprietà fisiche (fr:7461‑7466). Holmgren, più tardi, interpretò le granulazioni note da Retzius come gli organuli del ricambio chimico durante la contrazione (fr:7468). I tessuti di sostegno – connettivo, cartilagine, osso – furono oggetto di studi tecnici magistrali, con particolare attenzione alla loro origine e alle transizioni reciproche (fr:7469‑7470).
Il culmine della ricerca cellulare moderna è indicato nella scoperta della fecondazione: «Il più grande servizio reso alla biologia dalla moderna ricerca cellulare, tuttavia, è senza dubbio l’averci dato la nostra attuale conoscenza del corso e del significato della fecondazione – una scoperta degna di essere posta accanto alla spiegazione della circolazione del sangue nel XVII secolo.» – “Undoubtedly the greatest service to biology that has been performed by modern cell-research, however, is its having given us our present knowledge of the course and significance of fertilization — a discovery worthy to be placed by the side of the explanation of the circulation of the blood in the seventeenth century.” (fr:7470). Il testo sottolinea il contrasto tra il modo di fare scienza dell’epoca e quello di Harvey: Harvey lavorò per vent’anni in solitudine e presentò l’opera compiuta; invece gli scienziati moderni, pur di alto rango, gareggiavano pubblicando ogni anno risultati parziali e disputandosi la priorità dei dettagli (fr:7471‑7475). La lunga attesa per comprendere la fecondazione fu dovuta anzitutto all’incompleta conoscenza della cellula. Come osserva O. Hertwig, fino agli anni Settanta l’idea del nucleo era ancora vaghissima: «una formazione cistica, omogenea, veniva vista al centro della cellula, e non si otteneva alcuna idea veramente chiara del suo significato» – “a cystic, homogeneous formation was seen in the middle of the cell, and no really clear idea was obtained as to its meaning” (fr:7478). Fu proprio la convergenza tra tecnica microtomica, colorazioni selettive e l’intenso lavoro collettivo dei citologi a rivelare il ruolo centrale del nucleo e dei cromosomi, ponendo le basi della biologia contemporanea.
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37 La fecondazione, la microbiologia e la morfologia vegetale: tappe fondamentali della biologia moderna
Dai vaghi presupposti sulla fecondazione all’individuazione della fusione nucleare, dalla nascita della batteriologia allo studio dei protozoi e dei microrganismi patogeni, fino al superamento del romanticismo nella morfologia vegetale, il periodo qui descritto mostra come la biologia si sia trasformata in una scienza esatta, fondata sull’osservazione diretta, su tecniche ingegnose e su principi unificanti.
Prima del lavoro di Oscar Hertwig, il ruolo degli spermatozoi nella fecondazione era avvolto nell’incertezza. Si riteneva probabile che uno o più spermatozoi penetrassero nell’uovo, ma “the part they played in the process was utterly vague; on the whole, it was deemed sufficient to assume some kind of chemical or physical influence upon the egg-cell” – (fr:7480) [la parte che giocavano nel processo era del tutto vaga; nel complesso si riteneva sufficiente supporre una qualche influenza chimica o fisica sulla cellula uovo]. Inoltre, sulla scorta del principio biogenetico di Haeckel, si immaginava che ogni vivente sorgesse da una massa plasmatica completamente indifferenziata e che la stessa cellula uovo potesse attraversare uno stadio “monera” privo di nucleo (fr:7479, 7486).
La svolta giunse nel 1875, quando O. Hertwig trovò nelle uova trasparenti e a rapido sviluppo del riccio di mare un materiale eccezionale per gli studi di fecondazione (fr:7482). Nella dissertazione con cui ottenne la libera docenza a Jena, egli formulò una tesi destinata a diventare il fondamento della moderna teoria della fecondazione: “Die Befruchtung beruht auf der Verschmelzung von geschlechtlich differenzierten Zellkernen.” – (fr:7484) [La fecondazione si basa sulla fusione di nuclei cellulari differenziati sessualmente]. La stessa dissertazione conteneva un’altra affermazione di grande rilievo, in aperto conflitto con la dottrina del maestro Haeckel: “the assertion that the egg does not pass through any monera stage” – (fr:7486) [l’asserzione che l’uovo non attraversa alcuno stadio monera]. L’opera, peraltro, restava incompleta per diversi aspetti: Hertwig riteneva erroneamente che il pronucleo dell’uovo derivasse dalla macchia germinale dell’ovulo ovarico, mentre il resto della vescicola germinale scompariva; non erano stati osservati corpi polari né era stata dimostrata la penetrazione degli spermatozoi (fr:7487, 7488). Tuttavia egli descrisse e illustrò il graduale avvicinamento e la fusione di due nuclei, uno dei quali proveniente dalla parte estrema della cellula uovo e perciò caratterizzato come nucleo del prodotto sessuale maschile (fr:7489). Benché Bütschli e altri avessero già visto due nuclei unirsi nell’uovo fecondato, non ne avevano tratto un’interpretazione generale; van Beneden, contemporaneamente a Hertwig, aveva osservato due nuclei nell’uovo dei Mammiferi e aveva avanzato l’ipotesi — ma solo “under reserve as being only a hypothesis, ‘which may be accepted or rejected’” – (fr:7490) [con riserva, come semplice ipotesi “che può essere accettata o respinta”]. Il merito di aver compreso per primo il significato del fenomeno e di aver enunciato il principio della fecondazione come unione del nucleo maschile con quello femminile spetta dunque indiscutibilmente a Oscar Hertwig (fr:7491).
La conoscenza della fecondazione progredì poi grazie al concorso di diversi ricercatori. Fol nel 1879 osservò per primo la penetrazione dello spermatozoo nell’uovo, confermando quanto Hertwig aveva già dedotto: un’unica cellula maschile compie l’atto fecondativo (fr:7493). Lo stesso Hertwig, proseguendo gli studi, descrisse l’espulsione dei corpi polari in un lavoro sui vermi, corpi che erano già stati segnalati da Sven Lovén e forse da Carus, e che ora risultavano prodotti da una divisione nucleare indiretta, sebbene Hertwig li considerasse ancora un fenomeno secondario (fr:7494). Fu Flemming, nel 1879, a compiere il successivo grande passo, stabilendo la scissione longitudinale dei cromosomi nella divisione cellulare indiretta, poi confermata da Retzius e Strasburger (fr:7496). Nel 1887 van Beneden, studiando la fecondazione del nematode Ascaris megalocephala, ricco di pochi ma grandi cromosomi, scoprì che “every animal has an equal number of chromosomes in each cell” – (fr:7498) [ogni animale ha un uguale numero di cromosomi in ciascuna cellula] e, insieme a ciò, la riduzione del numero di cromosomi nelle cellule sessuali: durante la divisione di maturazione, il corredo cromosomico degli elementi maschili e femminili si dimezza, per essere poi ripristinato con l’unione dei cromosomi paterni e materni al momento della fecondazione (fr:7499). Poco dopo Karl Rabl rilevò l’individualità dei cromosomi, ovvero che ogni cromosoma cellulare discende da un cromosoma corrispondente per forma e dimensione nella cellula madre (fr:7500); e nel 1901 l’americano W. S. Sutton scoprì il cromosoma accessorio, che nella divisione nucleare occupa una posizione propria (fr:7501). Tutti questi fatti ebbero un ruolo decisivo nella moderna ricerca sull’eredità (fr:7502).
Queste indagini, qui solo brevemente accennate, accrebbero in modo incalcolabile la conoscenza dei fenomeni vitali, anche perché i medesimi processi — unione del nucleo maschile e femminile, riduzione della cromatina, individualità dei cromosomi — furono accertati contemporaneamente nel regno vegetale, pur con alcune modificazioni, in ogni organismo pluricellulare (fr:7503). La vita ricevette così un’uniformità “far more demonstrable and real than the hypothetical common descent of Darwinism” – (fr:7504) [di gran lunga più dimostrabile e reale della ipotetica discendenza comune del darwinismo].
L’attenzione si rivolse quindi agli organismi unicellulari più bassi, sui quali i primi darwinisti, in particolare Haeckel, avevano riposto grandi aspettative per colmare il presunto iato tra sostanza vivente e inanimata. Queste attese, legate al bathybius di Huxley o ai Monera di Haeckel, non si realizzarono: il bathybius si rivelò un deposito calcareo inerte, e nei Monera furono scoperti nuclei e altre strutture organiche tipiche di una normale cellula (fr:7509, 7511). Anzi, la struttura cellulare di questi organismi si dimostrò altamente complessa, tanto da competere con gli elementi fondamentali degli organismi superiori (fr:7512). Rimaneva perciò soltanto la via di una ricerca intensiva, che avrebbe fornito risposte a quesiti di grande interesse teorico e a importanti problemi pratici (fr:7513).
Tra i protozoi, i più a lungo conosciuti, Bütschli e Richard Hertwig furono gli studiosi più eminenti. La ricchezza di forme e strutture del loro protoplasma e dei loro nuclei offrì alla citologia un materiale prezioso (fr:7516). Contrariamente a quanto pensavano i primi naturalisti, i protozoi superiori non sono affatto masse indifferenziate, ma possiedono ciglia, flagelli, vacuoli e fibrille muscolari, e manifestano una irritabilità e una capacità di reazione che aprirono un vasto campo alla biologia sperimentale (fr:7518, 7519). R. Hertwig dimostrò che il nucleo dei protozoi contiene gli stessi costituenti della cellula in generale — cromatina, linina e corpo nucleare — e che talvolta la cromatina è suddivisa in granuli o in una rete citoplasmatica, fenomeno che richiama la distribuzione della cromatina batterica e che spiega in parte i Monera haeckeliani (fr:7522, 7523). La presenza del nucleo è indispensabile per l’assimilazione; un frammento privo di nucleo perisce per mancanza di metabolismo (fr:7524). Di ancor maggior rilievo è il ruolo del nucleo nella moltiplicazione: la divisione è avviata dal nucleo, che mostra fenomeni vari, dalla divisione diretta per intreccio a una mitosi regolare con centrosoma e fuso, fino a numerose forme di transizione (fr:7525). Dopo la divisione, nucleo e plasma crescono a velocità diverse finché non si ristabilisce un determinato rapporto nucleo-plasmatico (la “nucleus-plasma relation” di R. Hertwig), che scatena una nuova divisione; non è, come un tempo si credeva, un semplice superamento di una taglia standard (fr:7526, 7527). Nella coniugazione dei protozoi, R. Hertwig scoprì che accanto al grosso nucleo esiste un micronucleo il quale, prima della fusione, si divide due volte: tre nuclei degenerano, mentre il quarto si unisce con il corrispondente della cellula coniugante; di qui si formano nuovi nuclei, mentre il macronucleo si disintegra (fr:7528, 7529). Egli interpretò i tre nuclei che scompaiono come l’equivalente dei corpi polari delle uova degli animali superiori, e il macronucleo destinato a morire come corrispondente dell’organismo superiore che muore, mentre i micronuclei coniugati rappresenterebbero le cellule sessuali. Se queste comparazioni siano o meno spinte troppo oltre lo deciderà il futuro, ma è certo che esse hanno gettato nuova luce su fenomeni vitali di interesse generale e hanno ulteriormente confermato l’uniformità dei processi fondamentali della vita (fr:7530, 7531).
Progressi ancora maggiori si compirono nel campo della batteriologia. L’idea che minuscoli “semi di malattia” fossero all’origine delle grandi pestilenze era stata affacciata da Fracastoro, Linneo e Henle, che aveva formulato i postulati per dimostrare il nesso causale: presenza costante del parassita, isolamento, riproduzione della malattia mediante il parassita isolato (fr:7533). Ma questi criteri erano difficili da soddisfare; neppure Pasteur era riuscito a ottenere colture pure. Inoltre, se Pasteur era convinto della costanza di specie dei microrganismi, altri illustri ricercatori come Lister e Nägeli sostenevano il pleomorfismo, secondo cui una stessa forma poteva trasformarsi in forme completamente diverse (fr:7534, 7535). In questo contesto si inserì Robert Koch. Nato nel 1843, allievo di Henle a Gottinga, divenuto medico condotto in una cittadina della Posnania, si trovò di fronte a una grave epidemia di carbonchio tra i bovini (fr:7537, 7538). Davaine aveva già scoperto bastoncelli nel sangue degli animali infetti, ma non aveva chiarito il ciclo vitale del microbo. Koch, lottando contro le difficoltà di un medico di provincia che vuole condurre ricerche sperimentali, riuscì a ricostruire l’intera storia evolutiva del bacillo del carbonchio: la sua moltiplicazione per divisione nel sangue, la trasformazione in spore resistenti dopo la morte dell’animale e la capacità di queste, una volta penetrate in un nuovo ospite, di riavviare il processo (fr:7540). Il genio di Koch si rivelò nella tecnica semplice ma efficacissima che mise a punto: dapprima la coltivazione in camera umida con siero, poi l’invenzione del metodo di semina su gelatina, un substrato che poteva essere reso solido o liquido a piacere e che consentiva di isolare i batteri e ottenere colture assolutamente pure (fr:7542). Questo metodo, “which in its simplicity is one of the most brilliant inventions of modern times, has been the foundation on which the whole of present-day microbe-research has since then developed” – (fr:7543) [che nella sua semplicità è una delle invenzioni più brillanti dei tempi moderni, è stato il fondamento su cui si è sviluppata l’intera ricerca microbiologica odierna]. Koch introdusse inoltre la colorazione con coloranti all’anilina nello studio dei batteri, tecnica poi perfezionata in innumerevoli modi, e fece costruire dall’ottico Abbe di Jena un apparato di illuminazione microscopica divenuto strumento indispensabile per le forti amplificazioni (fr:7544). Divenuto membro dell’Ufficio Imperiale di Sanità a Berlino, Koch si dedicò alla scoperta del bacillo della tubercolosi e del vibrione del colera; nel primo caso tentò senza successo una cura specifica con la tubercolina (fr:7546, 7547), ma il suo contributo fu estremamente prezioso nella riforma delle tecniche di disinfezione, sostituendo i vecchi metodi inefficaci con procedimenti sperimentalmente verificati (fr:7548). Tra i suoi allievi si annoverano Löffler, scopritore dei microbi della difterite e della peste suina, e Emil Behring, fondatore della sieroterapia (fr:7550). Koch fu l’autorità indiscussa nelle infezioni, compì numerosi viaggi ai tropici e, sebbene talvolta il suo carattere dispotico e le dispute offuscassero gli ultimi anni, lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1910 (fr:7551, 7552, 7553).
Parallelamente, i lieviti, affini ai batteri, furono oggetto di studio approfondito. Dopo Pasteur, il pioniere fu il danese Emil Kristian Hansen, che, partito da una famiglia operaia e formatosi tardi, divenne il responsabile del laboratorio Karlsberg. Qui creò la tecnologia della fermentazione ancora oggi in uso, perfezionando la coltivazione pura dei lieviti mediante l’isolamento di un singolo esemplare: lasciandolo riprodurre si ottenne una “pure line” di lieviti, con caratteri pienamente controllabili (fr:7558). Questa tecnica riformò l’industria della birra e la fabbricazione del lievito (fr:7559). Una nuova concezione della fermentazione alcolica fu introdotta da Eduard Buchner: egli dimostrò che essa non dipende direttamente dall’azione vitale dei lieviti, ma che questi producono un fermento chimico isolabile e capace di agire anche in assenza dei funghi (fr:7562). La classica teoria di Pasteur venne così modificata e trasferita dall’ambito biologico a quello chimico (fr:7563).
Più tarda è la conoscenza di un altro gruppo di organismi, gli Sporozoi, anch’essi produttori di malattie e rassomiglianti ai batteri. Già Meckel sapeva che la malaria era accompagnata da un oscuramento dei corpuscoli sanguigni, ma la malattia era ritenuta di origine “miasmatica” (fr:7566, 7567). Nel 1880 il chirurgo dell’esercito francese Alphonse Laveran, in servizio in Algeria, scoprì che la pigmentazione è causata da un parassita mobile, ma non spiegò le modalità di diffusione (fr:7568). La risposta venne da Sir Ronald Ross, che scoprì l’alternanza di generazione nel plasmodio malarico: dopo essersi sviluppato nel sangue umano, il parassita viene assorbito da zanzare ematofaghe, passa dall’intestino alle ghiandole salivari dell’insetto e di lì nuovamente nel sangue umano (fr:7571). Un contributo importante venne dall’italiano Giovanni Battista Grassi, che adottò efficaci misure di protezione contro la malaria, escludendo le zanzare dalle abitazioni e distruggendone le larve, rendendo abitabili intere regioni un tempo pericolose; i suoi studi sulla biologia del vettore permisero anche ad altri paesi di intraprendere energiche campagne di eradicazione (fr:7572). Altri parassiti furono scoperti in seguito: i Flagellati responsabili della malattia del sonno nell’Africa tropicale, trasmessa dalle zecche, e il produttore della peste bovina, trasmesso dalla mosca tse-tse; questi parassiti furono studiati specialmente da Koch e dai suoi allievi (fr:7573, 7574). All’inizio del Novecento si colloca la scoperta della Spirochaeta pallida, agente della sifilide, dovuta a Fritz Schaudinn. Nato nel 1871 nella Prussia orientale, studiò a Berlino e lavorò all’Ufficio di Sanità, affrontando continue difficoltà e dispute con l’anziano e dispotico Koch; ottenne solo poco prima della morte la direzione di un istituto di ricerca ad Amburgo (fr:7577, 7578). Schaudinn diede contributi preziosi alla biologia del parassita malarico e studiò su se stesso l’Amoeba histolytica, agente di una grave forma di catarro intestinale, esperimento che gli costò la vita (fr:7580). A lui si devono anche importanti ricerche sulla riproduzione di Foraminiferi ed Eliozoi; la scoperta della Spirochaeta pallida fu compiuta nell’anno precedente la morte (fr:7581, 7582). La sua eredità scientifica fu raccolta da allievi come M. Hartmann e S. Prowazek, che proseguirono gli studi sui Protozoi e sugli Sporozoi patogeni (fr:7583).
Infine, uno sguardo alla morfologia vegetale mostra il passaggio dal romanticismo all’indagine esatta. Prima dell’avvento del darwinismo, la morfologia botanica era dominata dalle visioni spiralistiche e dalla teoria della metamorfosi di Goethe, che produssero una confusione spaventosa di idee. A questo proposito Sachs osservò: “It is remarkable that as soon as there was any mention of the metamorphosis of plants, even gifted and clever men gave way to nonsensical gibberish.” – (fr:7589) [È straordinario che, non appena si parlava della metamorfosi delle piante, anche uomini dotati e intelligenti cadessero in sproloqui senza senso]. Persino i ricercatori più lucidi affrontavano il problema della disposizione fogliare da un punto di vista puramente ideale, cercando di esprimere matematicamente la “tendenza a spirale”. Karl Friedrich Schimper tradusse questa tendenza in una frazione seriale (fr:7591), e le sue idee furono sviluppate da Alexander Braun, allievo anche di Schelling e professore a Berlino, che esercitò una forte influenza romantica su Haeckel (fr:7592, 7593). Braun raccolse le sue speculazioni morfologiche nel trattato “Über die Verjüngung in der Natur”, un curioso amalgama di conoscenze esatte e romanticismo fantastico, che pure conteneva, per l’epoca, eccellenti studi sulle piante inferiori, specialmente sulle alghe unicellulari, di cui descrisse con cura crescita e riproduzione (fr:7594, 7595). La biologia moderna si sarebbe edificata proprio sul superamento di quelle premesse, sostituendo all’immaginazione l’osservazione rigorosa e la tecnica sperimentale qui ampiamente documentata.
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38 Il lungo cammino verso la genetica moderna: pionieri, teorie e metodi della ricerca sull’ereditarietà
Il testo ripercorre le tappe cruciali che, tra Settecento e primo Novecento, hanno trasformato lo studio dell’ereditarietà da riflessione speculativa a scienza esatta, fondata sull’osservazione sperimentale e sulla quantificazione. Dopo i primi lavori di Koelreuter e Gärtner, l’indagine si sposta sul francese Louis Leveque de Vilmorin, il quale, partendo dal principio di mantenere separata la progenie di ogni individuo, ottenne colture di barbabietola da zucchero di qualità eccezionale e giunse a una scoperta capitale: “he discovered that individuals that look alike might have entirely different characters, and he thus came to hold the view that the power of inheriting characters might in itself vary and give rise to heterogeneous offspring” – (fr:8021) [scoprì che individui dall’aspetto simile potevano possedere caratteri del tutto differenti, e giunse così a ritenere che la capacità stessa di ereditare caratteri potesse variare e dare origine a una prole eterogenea]. Questa intuizione rese de Vilmorin un pioniere della moderna ricerca sull’eredità, distinguendo nettamente le sue tesi, fondate su osservazioni esatte, dalle speculazioni filosofiche contemporanee.
Un differente punto di partenza fu adottato da Francis Galton. Dopo un tentativo fallito di confermare la teoria della pangenesi darwiniana – iniettò sangue di coniglio scuro in una coppia grigia senza ottenere macchie nella prole (“but his expectations were not fulfilled, the young of the grey rabbits turning out grey” – fr:8028) – Galton elaborò una propria ipotesi, lo “stirp”, secondo cui le unità organiche non utilizzate per la costruzione del corpo danno origine alle cellule sessuali, negando l’ereditarietà dei caratteri acquisiti già prima di Weismann. In seguito abbandonò questa teoria e si volse a un approccio statistico, cercando la direzione delle variazioni su grandi numeri. L’esempio più celebre riguarda la statura: confrontando genitori e figli adulti, Galton osservò un fenomeno di regressione verso la media. “the children of the tallest groups of parents having become tall, but not so tall as the parents; those of the shortest parents, on the other hand, having become short, but not quite so short as the parents themselves” – (fr:8037). Ne dedusse l’esistenza di una variabilità ereditaria orientata, influenzabile dalla selezione naturale. Se da un lato Galton introdusse misurazioni esatte e rappresentazioni grafiche, dall’altro il suo approccio collettivistico si rivelò la sua più grave debolezza: “it is practically an impossibility to draw conclusions regarding the individual case from statistical mass-calculations” – (fr:8041). La sua fiducia incondizionata nella statistica lo portò persino a tentare di determinare le leggi della “selezione matrimoniale” con risultati giudicati più adatti a un giornale umoristico. Ciononostante, Galton coniò il termine “eugenetica” e lasciò la sua fortuna a un istituto londinese di ricerca sull’eredità, con il dichiarato intento di migliorare la razza umana.
Con Hugo de Vries la ricerca imboccò una nuova fase. Preoccupato dalla costanza delle specie in natura e dall’assenza di transizioni graduali, de Vries si convinse che i cambiamenti avvenissero per salti improvvisi, le “mutazioni”. La prova gli parve offerta da Oenothera lamarckiana, una pianta nordamericana che, coltivata ad Amsterdam, produsse accanto alle forme tipiche alcuni esemplari marcatamente diversi. “a species that suddenly ‘exploded,’ as he expresses it, and gave rise to a number of new species, each with definite characteristic features” – (fr:8064). Secondo de Vries le specie sono entità indipendenti che si disintegrano periodicamente in nuovi tipi, mentre le piccole variazioni quotidiane non sarebbero ereditarie né rilevanti per l’evoluzione. Benché la teoria incontrasse forti resistenze, la sua vera forza risiedeva nell’aver messo in luce il fenomeno della mutazione e nell’insistenza sull’analisi delle unità elementari dei caratteri ereditari, fondata sulla sua teoria dei “pangeni”. “It is not a question,” he says, “of the origin of species, but of the development of the species-characters.” – (fr:8079) [Non si tratta, egli dice, dell’origine delle specie, bensì dello sviluppo dei caratteri specifici]. La successiva critica di Johannsen e di Heribert-Nilsson mostrò che le nuove forme di Oenothera erano semplici ricombinazioni di caratteri preesistenti, ma il contributo di de Vries rimase una pietra miliare verso la concezione moderna.
Wilhelm Ludvig Johannsen, partito da una posizione galtoniana, ne riconobbe presto i limiti. Lavorando su generazioni di fagioli pesati e seminati separatamente, introdusse il concetto di “linea pura”. All’interno di essa esiste un tipo ereditario – il “genotipo” – inalterabile, mentre l’ambiente modifica soltanto l’aspetto esteriore dell’individuo, il “fenotipo”. “There is thus within one and the same pure line a certain hereditary type – a ‘genotype,’ as it is called – that is unalterably the same, whether or not the vital conditions alter the external form of the actual individual – that is, the phenomenon-type, or ‘phenotype’” – (fr:8088). Ciò escludeva l’ereditarietà dei caratteri acquisiti così come la variazione darwiniana entro la linea pura; i caratteri che compongono il genotipo sono fattori ereditari, unità genetiche, che in un omozigote sono identiche, mentre l’incrocio produce un eterozigote, di natura ibrida.
Il fondamento matematico della moderna ibridologia fu posto da Gregor Mendel. Monaco agostiniano a Brünn, dopo studi a Vienna, coltivava piante a scopo scientifico. Incrociò piselli a fiori rossi e bianchi: la prima generazione ibrida risultò tutta rossa; nelle generazioni successive riapparve il bianco in un rapporto costante di tre rossi per ogni bianco. Mendel spiegò il fenomeno con il concetto di dominanza e recessività: “the fact that the flowers of the first hybrid generation are red and acquire no intermediate colour between red and white he accounts for by the red colour’s being dominant over the white, which latter character he calls recessive” – (fr:8110). Egli ipotizzò che nelle cellule sessuali i potenziali per i due colori coesistessero senza fondersi, dando luogo a quattro combinazioni possibili nell’unione. “the two single-coloured combinations no longer vary, but remain constant, while those with the double characters are capable of repeating the same four possibilities” – (fr:8113). La pubblicazione di questi risultati, ignorata dai contemporanei che cercavano variabilità a sostegno della selezione naturale, appariva come un’eresia: “then come these assertions as to absolutely constant or constantly divisible characters from the pen of a monk in a monastery!” – (fr:8123). Solo all’inizio del Novecento le leggi di Mendel furono riscoperte indipendentemente da de Vries, Correns e Tschermak, diventando il pilastro di ogni ricerca sugli ibridi.
L’indagine citologica dell’eredità trovò il suo centro in America, grazie alla scuola di Thomas Hunt Morgan. Utilizzando il moscerino Drosophila melanogaster, un organismo dal ciclo vitale rapidissimo, quattro paia di cromosomi facilmente distinguibili e un’abbondante produzione di mutazioni, Morgan e i suoi allievi costruirono una metodologia sofisticata. Dimostrarono che i fattori ereditari sono localizzati nei cromosomi e che quelli posti sullo stesso cromosoma non segregano liberamente ma sono “concatenati”: “the factors in the same chromosome are not free, but invariably follow one another upon cleavage; they are ‘linked,’ as it is called” – (fr:8141). L’analisi permise di mappare la posizione dei fattori e di collegare l’assenza di porzioni cromosomiche a modificazioni visibili. Anche il ruolo del cromosoma sessuale nella determinazione del sesso e nella trasmissione di malattie come l’emofilia e il daltonismo trovò solide spiegazioni. Con ciò l’ereditarietà divenne una scienza esatta, scalzando le vecchie speculazioni filogenetiche: “heredity research has established the fact that resemblance and affinity are not analogous terms, thus undermining the very foundations of phylogeny” – (fr:8152). La selezione naturale, pur non negata in linea di principio, perse rilevanza pratica, poiché la nuova disciplina si concentrò su fenomeni osservabili e su risultati verificabili, guadagnando in rigore ciò che perdeva in ampiezza speculativa.
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39 Teorie della vita nella biologia moderna: meccanicismo, vitalismo e i loro critici
Il testo offre una rassegna critica delle principali correnti di pensiero che hanno attraversato la biologia a cavallo tra Ottocento e Novecento, contrapponendo le ipotesi meccanicistiche a quelle vitalistiche e mettendo in luce le debolezze di entrambe attraverso l’analisi di figure emblematiche.
39.1 La fisiologia cellulare di Verworn e l’ipotesi del biogeno
L’autore presenta Max Verworn come un sostenitore radicale della dottrina cellulare. La sua “fisiologia cellulare” si fonda sull’idea della cellula come unità della vita, difesa con enfasi contro teorie di entità più piccole come i granula di Altmann: “He calls it ‘cellular physiology’ and bases it, as its name implies, on the doctrine of the cell as the unit of life, which he maintains repeatedly, and with greater emphasis than anyone else has done, against all theories of smaller, independent entities, such as Altmann’s granula.” – (fr:8261) [La chiama “fisiologia cellulare” e la fonda, come dice il nome, sulla dottrina della cellula come unità della vita, che egli sostiene ripetutamente, e con maggiore enfasi di chiunque altro, contro tutte le teorie di entità più piccole e indipendenti, come i granula di Altmann.]
Per Verworn il corpo è esclusivamente uno “stato di cellule”; la formazione e la cooperazione degli organi hanno scarso interesse e figure come Roux o Mendel sono appena menzionate. Il suo interesse è concentrato sulla sostanza vivente. Pur avendo rimosso le ipotetiche unità meccaniche della vita care ai predecessori, Verworn ricade in un sistema di pensiero altrettanto speculativo, immaginando un’unità chimica della vita di natura albuminoide, il biogeno, la cui caratteristica principale è un’estrema labilità chimica: un’alternanza costante di disintegrazione e ricostruzione. “In this chemical change consists, according to Verworn, the true essence of life; there is no difference between animate and inanimate except that which is brought about by the extraordinary metabolistic possibilities of the biogen molecule.” – (fr:8265) [In questo cambiamento chimico consiste, secondo Verworn, la vera essenza della vita; non c’è differenza tra animato e inanimato se non quella determinata dalle straordinarie possibilità metaboliche della molecola di biogeno.]
Il biogeno, tuttavia, è un’ipotesi non conciliabile con la biochimica moderna, i cui rappresentanti l’hanno condannata quasi all’unanimità, sostenendo che non esiste una molecola di albumina “viva” distinta da quella “morta”, così come non esiste zucchero o grasso vivo o morto. La critica è riassunta da una citazione di Höber: “There is no such thing as dead and living albumen any more than there is dead and living sugar or fat, and the reactional powers of the protoplasm depend upon the co-operation of its various component parts in definite proportions” – (fr:8268) [Non esiste albumina morta e viva, così come non esiste zucchero o grasso morto e vivo, e i poteri reattivi del protoplasma dipendono dalla cooperazione delle sue varie parti componenti in proporzioni definite.] Verworn ignorò queste obiezioni, disinteressandosi del tutto ai progressi della biochimica e della chimica dei colloidi.
39.2 Il condizionismo di Verworn
Sul piano filosofico, Verworn elaborò una teoria denominata condizionismo, che mirava a sostituire le vecchie idee di causa ed effetto con una concezione dei fenomeni come risultato di una molteplicità di condizioni simultanee. Il suo scopo ultimo era superare il contrasto tra fisico e psichico con uno “psico-monismo” onnicomprensivo. L’autore del testo è tuttavia severo: “But Verworn was no clearsighted thinker; conditionism is reminiscent of Mach’s phenomenalism, which, however, is far better thought out, and psycho-monism merely leads to a great many far-fetched and unnatural attempts to get away from the actually existing and observed difference between animate and inanimate, in which the hypothetical ‘living’ albumen must play the part of a universal remedy for all difficulties.” – (fr:8273) [Ma Verworn non era un pensatore chiaroveggente; il condizionismo ricorda il fenomenalismo di Mach, che però è pensato molto meglio, e lo psico-monismo conduce soltanto a molti tentativi forzati e innaturali di sfuggire alla differenza realmente esistente e osservata tra animato e inanimato, in cui l’ipotetica albumina “vivente” deve svolgere il ruolo di rimedio universale per tutte le difficoltà.] Nonostante i limiti, l’entusiasmo, lo stile brillante e i contributi alla fisiologia cellulare resero Verworn una personalità importante tra i biologi della sua epoca.
39.3 Il meccanicismo di Loeb e i tropismi
Una spiegazione meccanicistica su basi completamente diverse è quella dello sperimentatore Jacques Loeb, allievo di Sachs. Le sue ricerche sui tropismi delle piante divennero il fondamento della sua concezione della vita. Loeb considera i movimenti animali come tropismi causati da influenze esterne: il movimento verso la luce sarebbe prodotto da un’ossidazione di elementi nell’animale; altri movimenti, come il volo nuziale degli insetti, sarebbero indotti da associazioni chimiche interne. Su questi fatti fonda una “concezione meccanicistica della vita” che, però, “he hardly succeeds in formulating in a very convincing way” – (fr:8280) [non riesce quasi a formulare in modo molto convincente.]
La critica si concentra sulla mancanza di rigore: quando una teoria si adatta a un caso, viene subito generalizzata, mentre i casi contrari sono ignorati. Per esempio, spiega il fototropismo degli afidi con un processo di ossidazione, ma quando si dichiara che le formiche operaie non mostrano tale tropismo, non tenta di spiegare l’eccezione. Lo sviluppo dell’uovo è attribuito a ossidazione, senza considerare la natura dell’uovo stesso. Per Loeb non esistono condizioni strutturali proprie dell’organismo; tutto è risultato di impulsi esterni, senza discriminazione tra un fenomeno vitale e l’altro. “The goal to be attained is, as we have said, a mechanical explanation of life, but just because of this exclusive interest for external influences the explanation proves to be essentially negative — a denial of the existence of any operating forces other than the said external influences.” – (fr:8287) [Lo scopo da raggiungere è, come abbiamo detto, una spiegazione meccanica della vita, ma proprio a causa di questo interesse esclusivo per le influenze esterne, la spiegazione si rivela essenzialmente negativa — una negazione dell’esistenza di qualsiasi forza operante oltre alle suddette influenze esterne.] La sua spregiudicatezza nel trarre conclusioni lo porta ad affermare, per esempio, la possibilità di ottenere un ibrido tra un salmone e una passera. Loeb viene riconosciuto come brillante sperimentatore, ma non come pensatore biologico.
39.4 La reazione vitalista e l’autonomia dei fenomeni vitali
La delusione per le promesse non mantenute delle teorie meccanicistiche generò una reazione vitalista già prima della fine del secolo. Fisiologi come Gustav Bunge e R. Neumeister sostennero che i fenomeni vitali non possono originarsi da sole cause fisico-chimiche. Bunge si appellava alla struttura complessa della cellula e al fatto che la vita può essere studiata solo attraverso l’auto-osservazione, essendo un processo psichico. Neumeister sosteneva che l’origine della vita è un problema trascendente. Questa critica al materialismo è giudicata dall’autore come giustificata ma sostanzialmente negativa, e il tentativo di sostituirla con una forza vitale immaginaria complica solo il problema.
39.5 Driesch e l’entelechia
Il più interessante tra i vitalisti moderni è Hans Driesch, la cui storia mostra “the natural development of the consistent vitalist from biologist to metaphysician” – (fr:8312) [lo sviluppo naturale del vitalista coerente da biologo a metafisico.] Driesch interpretò i suoi esperimenti in chiave epigenetica, contrapponendosi alla teoria della preformazione di Roux, e adottò un atteggiamento aggressivo verso la vecchia scuola biologica. Definisce l’essere vivente come un “sistema armoniosamente equipotenziale”, capace di rigenerarsi da parti separate, cosa che una macchina non può fare. Da questa antitesi tra macchina ed essere vivente trae una prova negativa della derivabilità dell’animato dall’inanimato.
Driesch non si accontenta e cerca di definire cosa sia la vita, ricorrendo al termine aristotelico di entelechia. Per Aristotele indicava la potenzialità insita nella materia che si realizza in forme sempre più elevate; Driesch le attribuisce un significato molto più complesso: “something that carries its purpose within itself” – (fr:8324) [qualcosa che porta il proprio scopo dentro di sé.] La sua analisi sprofonda però in un labirinto di speculazioni astratte dalla terminologia estremamente complicata, al punto che l’autore scrive: “really we have to go back to the heyday of Hegelian philosophy to find the counterpart, in point of difficulty of comprehension, of Driesch’s definitions and characterization of the phenomena of life.” – (fr:8325) [dobbiamo davvero tornare al periodo d’oro della filosofia hegeliana per trovare l’equivalente, in termini di difficoltà di comprensione, delle definizioni e della caratterizzazione dei fenomeni vitali di Driesch.] La prova ultima del suo vitalismo è la coscienza personale, un’argomentazione che appartiene alla metafisica, non alla biologia. Frasi come “Entelechie bezieht sich auf den Raum und gehört daher zur Natur, aber Entelechie ist nicht im Raum” e la spiegazione “Sie wirkt nicht im Raum, sie wirkt in den Raum hinein” – (fr:8328) [L’entelechia si riferisce allo spazio e appartiene quindi alla natura, ma l’entelechia non è nello spazio… Non agisce nello spazio, agisce dentro lo spazio] sono giudicate incomprensibili. Driesch finirà per diventare professore di filosofia a Lipsia.
39.6 Radl e la morfologia ideale
Un altro vitalista discusso è Emanuel Radl, noto per la sua Geschichte der biologischen Theorien der Neuzeit. La sua concezione biologica è esposta nella monografia Neue Lehre vom zentralen Nervensystem, dove rigetta la morfologia darwinistica come una “descrizione senz’anima” e propugna una morfologia ideale, il cui scopo è scoprire le idee secondo cui sono costruite le forme degli organismi viventi. “Many ideas compete at the root of organic life for precedence, and an ideal structure forms the basis of every organism.” – (fr:8340) [Molte idee competono per la precedenza alla radice della vita organica, e una struttura ideale forma la base di ogni organismo.] Questo programma non è altro, secondo l’autore, che la morfologia idealistica di inizio Ottocento. Radl sostiene la teoria fibrillare di Apathy contro la dottrina dei neuroni e descrive “fibrille a cascata” convolute in modo speciale, che però appaiono più come artefatti di fissazione. La sua ambizione è costruire una filosofia che parli come “out of the Pythagoreans’ theory of harmony, out of Plato’s doctrine of ideas, and out of the romantic reveries of the obscure German natural philosophy” – (fr:8347) [dalla teoria pitagorica dell’armonia, dalla dottrina platonica delle idee e dalle fantasticherie romantiche dell’oscura filosofia naturale tedesca.] L’intenzione dichiarata di Radl è suscitare stupore, ma l’opera non ha esercitato alcuna influenza sulla neurologia.
La fama della sua opera storica si basa su meriti innegabili (ampia conoscenza della letteratura, stile vivace, acume) e sull’opposizione al darwinismo originario, nonché sulle numerose digressioni filosofiche bizzarre. Col tempo Radl approda a un soggettivismo radicale: “the world as a Schöpfung des sie betrachtenden Geistes” – (fr:8348) [il mondo come creazione dello spirito che lo contempla], dichiarando in seguito di voler promulgare una visione cosmica realistica ispirata a Dostoevskij. Negando l’esistenza di una scienza oggettiva, Radl abbandona di fatto la scienza naturale esatta.
39.7 L’impasse tra meccanismo e vitalismo
L’autore conclude che, nel complesso, i tentativi dei vitalisti di individuare la differenza tra materia animata e inanimata mediante metodi non fisico-chimici si sono rivelati infruttuosi. La debolezza del meccanicismo non sta nell’idea di limitarsi ai fenomeni chimico-fisici, ma “the stubborn insistence upon the rough comparisons between phenomena in animate and inanimate nature” – (fr:8295) [l’ostinata insistenza su grossolani confronti tra fenomeni della natura animata e inanimata.] La risposta alla domanda se tutti i processi materiali osservabili nell’organismo vivente possano essere derivati da processi noti nella natura inanimata resta negativa.
La via più saggia, afferma l’autore, sarebbe “neither mechanism nor vitalism, but resignation in face of the inexplicable” – (fr:8365) [né meccanismo né vitalismo, ma rassegnazione di fronte all’inspiegabile.] Tuttavia la scienza non ha ancora imboccato questa strada, né è probabile che lo faccia. E per fortuna, aggiunge, perché “had not humanity possessed a belief in the possibility of solving the insoluble riddles of life, there would never have been any science at all. Every delusion that has involved an honest striving after truth has at any rate contributed something to human knowledge, even if it is only negative” – (fr:8367-8368) [se l’umanità non avesse posseduto la fede nella possibilità di risolvere gli enigmi insolubili della vita, non ci sarebbe mai stata alcuna scienza. Ogni illusione che ha comportato un onesto sforzo verso la verità ha comunque contribuito qualcosa alla conoscenza umana, anche se solo in negativo.]
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40 Inventario delle fonti per una storia della biologia
Questo testo si configura come una densa bibliografia, una testimonianza stratificata che elenca le opere fondative della biologia e della medicina tra il XVI e il XVIII secolo. L’estratto è organizzato come una sezione di fonti per capitoli, tracciando una mappa intellettuale che connette anatomia, fisiologia, botanica e filosofia naturale attraverso i loro testi cardine.
L’inventario si apre con un dato sorprendente che associa un’opera di William Harvey sulla circolazione sanguigna a una data precoce: “London, 1551” - (fr:8478) [Londra, 1551], un anno che contrasta nettamente con la biografia dell’autore e con la data canonica del trattato “Harvei, Guilielmi, Exercitatio de motu cordis et sanguinis in animalibus” - (fr:8475) [Harvey, William, Esercitazione sul moto del cuore e del sangue negli animali]. Questa giustapposizione anomala, più che un errore, segnala la complessità filologica della trasmissione delle edizioni. Il percorso anatomico inizia ben prima, con l’opera monumentale di Andrea Vesalio “De humani corporis fabrica, libri VII” - (fr:8485) [La fabbrica del corpo umano, sette libri], pubblicata a “Basel, 1543” - (fr:8486) [Basilea, 1543], che segna un punto di rottura con l’autorità anatomica galenica.
Il nucleo centrale del documento mappa la rivoluzione della scoperta del sistema circolatorio e linfatico attraverso un elenco serrato di pubblicazioni. Appaiono, in successione, Gaspare Aselli con la prima descrizione dei vasi chiliferi “De lactibus sive lacteis venis” - (fr:8499) [Sui vasi lattiferi o vene lattee] del “1618” (fr:8500), Jean Pecquet con i suoi esperimenti anatomici sul ricettacolo del chilo e il dotto toracico in “Experimenta nova anatomica” - (fr:8517) [Nuovi esperimenti anatomici] del “1661” (fr:8518), e Olof Rudbeck, che rivendica la scoperta della circolazione linfatica nella “Nova exercitatio anatomica” - (fr:8522) [Nuova esercitazione anatomica] del “1653” (fr:8523). L’elenco testimonia una competizione scientifica pan-europea, raggruppando accanto a questi nomi anche Thomas Bartholin, con i suoi studi sui vasi lattei toracici in “Opuscula nova de lacteis” - (fr:8502) [Nuove operette sui vasi lattei] del “1670” (fr:8503).
Un altro blocco tematico rilevante è dedicato al salto di scala offerto dalla microscopia e dall’anatomia fine, strumenti che rivelarono la struttura intima degli organismi. Viene registrata l’opera fondativa di Marcello Malpighi, “Opera omnia” - (fr:8514) [Opera completa] del “1687” (fr:8515), accanto a quella del suo contemporaneo Nehemiah Grew, pioniere dell’anatomia vegetale, “The Anatomy of Vegetables” - (fr:8511) [L’anatomia delle verdure] del “1672” (fr:8512). L’elenco prosegue con l’opera di Jan Swammerdam, pubblicata postuma come “Bibel der Natur” - (fr:8532) [Bibbia della natura] nel “1751” (fr:8533), e con l’imponente raccolta di osservazioni di Antoni van Leeuwenhoek, “Opera omnia” - (fr:8512) [Opera completa] del “1721” circa (fr:8513). A questi si aggiungono studi specifici, come la “Adenographia” - (fr:8535) [Adenografia] di Thomas Wharton del “1656” (fr:8536) sulle ghiandole, e l’analisi del cervello di Thomas Willis nella sua “Cerebri anatome” - (fr:8537) [Anatomia del cervello] del “1664” (fr:8538).
Il documento diventa poi una testimonianza della sistematizzazione del mondo naturale e della nascita della biologia come disciplina classificatoria. Per la botanica, l’inventario risale agli erbari illustrati del Rinascimento, come le immagini vive di Otto Brunfels nel “Herbarum vivae eicones” - (fr:8561) [Immagini vive delle erbe] (dal 1530), per culminare nel sistema sessuale e nella nomenclatura binomiale di Carlo Linneo. Vengono enumerate le sue opere canoniche: i “Fundamenta botanica” - (fr:8579) [Fondamenti di botanica] del “1736” (fr:8580), i “Genera plantarum” - (fr:8581) [Generi delle piante] del “1742” (fr:8582), e le molteplici edizioni del “Systema naturae” - (fr:8585) [Sistema della natura], apparse a partire dal “1735” (fr:8590). L’elenco evidenzia, come precursori essenziali del metodo linneano, la “Historia plantarum” - (fr:8593) [Storia delle piante] di John Ray (dal 1686) e le “Institutiones rei herbariae” - (fr:8598) [Istituzioni di botanica] di Joseph Pitton de Tournefort del “1700” (fr:8599), a testimonianza della graduale costruzione di un linguaggio universale per la diversità vivente.
Infine, l’inventario accoglie testi che testimoniano il perdurare e l’evolversi di domande filosofiche sui principi della vita, sulla generazione e sullo sviluppo. Accanto all’“Exercitationes de generatione animalium” - (fr:8477) [Esercitazioni sulla generazione degli animali] di Harvey, il documento registra la presenza della filosofia meccanicista con le “Œuvres philosophiques” - (fr:8488) [Opere filosofiche] di Cartesio e del vitalismo con l’“Ortus medicinae” - (fr:8492) [L’alba della medicina] di Jean-Baptiste van Helmont, pubblicata ad Amsterdam nel “1648” (fr:8493). Il Settecento è rappresentato da Charles Bonnet, con la sua teoria della preformazione e la catena degli esseri esposta nella “Contemplation de la nature” - (fr:8603) [Contemplazione della natura], e dalla monumentale “Histoire naturelle” - (fr:8608) [Storia naturale] di Georges-Louis Leclerc de Buffon, la cui pubblicazione ebbe inizio a Parigi nel “1749” (fr:8609).
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41 Le fonti di un trattato scientifico: botanica, anatomia e filosofia naturale tra Sette e Ottocento
Un elenco bibliografico tratto da un’opera storico-scientifica restituisce il panorama intellettuale su cui si è costruita la biologia moderna, tra osservazione sperimentale e speculazione filosofica.
Il testo si presenta come la sezione delle fonti di un trattato dedicato allo sviluppo delle scienze della vita. Raggruppa, sotto titoli come “SOURCES 1 Oken, Lorenz, Naturphilosophie” (fr:8682) [Fonti 1 Oken, Lorenz, Filosofia della natura] e “PART III Chapters I-III Barthez, P. J., Nouveaux Elements de la science de Vhomme” (fr:8690) [PARTE III Capitoli I-III Barthez, P. J., Nuovi elementi della scienza dell’uomo], un corpo di testi pubblicati tra il 1744 e il Vi compaiono opere fondative della botanica, dell’anatomia comparata, della fisiologia e della filosofia naturale.
L’impianto bibliografico riflette la convergenza, tipica del periodo, fra indagine empirica e riflessione teoretica. La botanica è rappresentata da lavori come “Chapters XII-XIV Agardh, C. A., Text-book on Botany” (fr:8657) [Capitoli XII-XIV Agardh, C. A., Manuale di botanica] e dagli “Experiments upon Vegetables” (fr:8673) [Esperimenti sui vegetali] di Ingenhousz, accanto alle ricerche chimiche di Saussure e al “Handbuch der Botanik” (fr:8678) [Manuale di botanica] di Nees von Esenbeck. La teoria della generazione e l’anatomia sono presenti con la “Theoria generationis” (fr:8656) [Teoria della generazione] di Wolff, i trattati di Bichat, la craniologia di Blumenbach e l’anatomia comparata di Cuvier e Gall.
La sezione include anche le opere di naturalisti-filosofi come Goethe con i suoi “Sdmtliche Werke” (fr:8665) [Opere complete], Herder, Kant (“Gesamyneltc Schriften”, fr:8675) [Scritti raccolti], Schelling, Oken e Carus, che cercarono di unificare i fenomeni viventi in un quadro ideale. Non mancano figure decisive per il pensiero evoluzionistico: Erasmus Darwin con la “Zoonomie” (fr:8663) [Zoonomia] e Lamarck, di cui sono elencati diversi titoli tra cui la “Philosophie zoologique” (fr:8732) [Filosofia zoologica].
L’elenco testimonia la fitta rete di rimandi e traduzioni che caratterizzava la comunità scientifica europea: opere svedesi, tedesche, francesi e inglesi si affiancano senza soluzione di continuità, come nel caso dei saggi di Hwasser, originariamente apparsi in svedese e poi raccolti a Stoccolma. Emerge così il profilo di un sapere in rapida trasformazione, dove l’osservazione della fibra muscolare e nervosa (Humboldt, “Versuche uber die gereixte Muskel- und Nervenfaser”, fr:8725) [Esperimenti sulla fibra muscolare e nervosa stimolata] convive con le grandi sintesi speculative della Naturphilosophie, in un intreccio che ha preparato il terreno alla biologia ottocentesca.
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42 Le fonti di una storia della biologia: una bibliografia scientifica tra Sette e Ottocento
Un estratto dalle fonti dell’opera The History of Biology elenca, in forma talvolta frammentaria, i testi che hanno segnato lo sviluppo di anatomia, fisiologia, embriologia e chimica animale.
Il brano si presenta come una sezione bibliografica (Sources) riferita al capitolo x di un trattato intitolato The History of Biology, come indica l’intestazione “62.x THE HISTORY OF BIOLOGY —Bell, Ch., Die menschlkhe Hand, trans, by HaufF.” (fr:8750) [La storia della biologia — Bell, Ch., La mano umana, trad. di Hauff]. Le frasi, numerate da 8740 a 8823, costituiscono un sommario di riferimenti in cui i singoli elementi bibliografici sono spesso distribuiti su più enunciati consecutivi, a causa dell’impaginazione originale. Così, per esempio, l’opera sull’organo dell’anima appare spezzata in “, Uber das Organ der Seek.” (fr:8741) [Sull’organo dell’anima] e “Konigsberg,” (fr:8742), e i trattati di Vicq d’Azyr si ricompongono attraverso “Paris, 1805 fF.” (fr:8744) e “, Traite d’ anatomie et de physiologie.” (fr:8745).
La lista attraversa l’intero arco delle scienze della vita tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento. Vi compaiono i pilastri della fisiologia sperimentale, da Magendie a Claude Bernard, del quale sono registrate “La Science experimental” (fr:8755) [La scienza sperimentale] e le “Legons de physiologie experimental” (fr:8757) [Lezioni di fisiologia sperimentale]. La chimica animale è rappresentata da Berzelius con le sue “Lectures on Animal Chemistry” (fr:8761) [Lezioni di chimica animale] – pubblicate a Stoccolma nel 1806 e successivamente tradotte in tedesco da Wöhler – e da Scheele, le cui “Letters and Annotations, published by A. E. Nordenskiold” (fr:8800) [Lettere e annotazioni, pubblicate da A. E. Nordenskiöld] (1891) riportano alla luce fonti primarie della chimica settecentesca.
L’embriologia occupa uno spazio considerevole con i lavori di von Baer (“Uber Entwicklungsgeschichte der Tiere”, fr:8747), Pander (“Beitrdge zur Entwicklungsgeschichte des Hiihnchens im Eye”, fr:8784), Purkinje (“Symbols ad ovi avium historiam”, fr:8790) e Rathke. Parallelamente, la lista documenta la nascita dell’istologia moderna e della teoria cellulare attraverso l’“Allgemeine Anatomie” di Henle (fr:8802), il “Handbuch der Geivebelehre des Menschen” di Kölliker (fr:8811) e gli studi sulla cellula vegetale di Mohl (“Grundxiige der Anatomie und Physiologic der vegetabilischen Zcllc”, fr:8816) e Nägeli (“Zur Entivicklungsgeschichte dcs Pollens”, fr:8821). La compresenza di opere in tedesco, francese, svedese e latino, insieme a collane come i “Klassiker de Medizin, published by Sudhoff” (fr:8753) [Classici della medicina, pubblicati da Sudhoff], riflette l’orizzonte transnazionale della ricerca biologica del periodo.
Il valore storico dell’estratto è accresciuto dalla sua probabile provenienza: l’opera complessiva è verosimilmente The History of Biology di Erik Nordenskiöld, lo stesso studioso che curò l’edizione delle lettere di Scheele. La selezione delle fonti testimonia quale fosse, all’inizio del Novecento, il canone delle discipline biologiche: dagli studi sul sistema nervoso e sugli organi di senso di Johannes Müller e Purkinje, all’affermazione del metodo sperimentale in fisiologia, fino alla costituzione della biologia cellulare. L’elenco offre così una mappa della letteratura che uno storico giudicava imprescindibile per comprendere la formazione della biologia come scienza autonoma.
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43 Testimonianze bibliografiche dalla storia della biologia
Un catalogo di opere che attraversa il XVIII e il XIX secolo, tracciando l’evoluzione della biologia dalla sistematica descrittiva alla teoria cellulare, alla fisiologia sperimentale e alla microbiologia, così come emerge dalle fonti di un trattato storico.
Il testo si presenta come una densa sezione bibliografica, verosimilmente estratta da un’opera più ampia, come suggerisce l’intestazione “6z4 THE HISTORY OF BIOLOGY” – (fr:8873) [624 LA STORIA DELLA BIOLOGIA], che accompagna una voce su Leuckart. Le citazioni sono organizzate in capitoli: un Chapter VIII – (fr:8839) [Capitolo VIII] apre una serie dedicata a botanici e fisiologi, mentre un Chapter IX – (fr:8907) [Capitolo IX] introduce l’opera materialistica di Büchner. La successione di autori, titoli, luoghi e date compone un canone che testimonia i passaggi cruciali della biologia moderna, pur presentando qua e là refusi tipici di una traduzione tipografica o di un riconoscimento automatico (si vedano, ad esempio, “Betnerhingen %ur vergleichcnden Naturforschtmg” – (fr:8824) [Osservazioni per la ricerca naturale comparata] o l’anno “i83x” in “Paris, i83x” – (fr:8843) [Parigi, 183x]).
Il nucleo teorico che emerge con maggiore forza è la nascita della teoria cellulare. Vengono elencati i lavori di Schleiden, “Grund^Jige der wissenschaftlichcn Botanik” – (fr:8830) [Fondamenti di botanica scientifica], pubblicati a Lipsia nel 1842 – (fr:8831), e di Schwann con le fondamentali “Mikroskopischc Untcrsuchungen uber die XJhereinstimmung in der Struktur und dem Wachstum der Tiere und Pflanxen” – (fr:8832) [Ricerche microscopiche sulla concordanza nella struttura e nella crescita degli animali e delle piante], Berlino 1839 – (fr:8833), l’opera che estese il principio cellulare agli animali. Il coronamento medico giunge con Virchow, di cui si cita “Die Cellularpathologie” – (fr:8834) [La patologia cellulare], Berlino 1858 – (fr:8835), insieme ai suoi saggi sull’archivio di anatomia patologica – (fr:8838). Completano il quadro i contributi embriologici di Remak, presenti con saggi in varie sedi – (fr:8829).
Un secondo blocco riguarda la trasformazione della fisiologia in scienza fisico-chimica. Du Bois-Reymond compare con le “Untcrsuchungen uber tierische Elektri^itdt” – (fr:8847) [Ricerche sull’elettricità animale], Berlino 1848 e seguenti – (fr:8848), e i suoi discorsi – (fr:8846). Helmholtz è documentato dai “Vortrdge und Reden” – (fr:8861) [Conferenze e discorsi] e dalle “Wisscnschaftliche Abhandlungen” – (fr:8863) [Trattati scientifici], mentre Ludwig con il suo “Lehrbuch der Pbysiologie des Menschen” – (fr:8874) [Manuale di fisiologia umana], Heidelberg 1851 – (fr:8875), codifica la nuova fisiologia sperimentale. L’attenzione all’energetica è ribadita dalla raccolta di saggi di Robert Mayer, “Die Mechanik der Wdrme in Gesammelte Abha^tdlungen” – (fr:8876) [La meccanica del calore in trattati raccolti], pubblicata da Weyrauch nel 1893 – (fr:8877).
La botanica è rappresentata in tutto il suo arco storico. Dal tardo Settecento di Hedwig, “Theoria gencrationis, etc., plantarum cryptogamicarum” – (fr:8859) [Teoria della generazione delle piante crittogame], Lipsia 1798 – (fr:8860), e di Jussieu, “Genera plantarum” – (fr:8865) [I generi delle piante], Parigi 1789 – (fr:8866), si passa ai grandi sistemi ottocenteschi: Candolle con la “Physiologic vegetalc” – (fr:8842) [Fisiologia vegetale] e la “Theorie elementaire de la botanique” – (fr:8844) [Teoria elementare di botanica]; Endlicher, “Genera plantarum” – (fr:8854) e “Enchiridion botanicum” – (fr:8853) [Manuale botanico]; Fries con la “Lichenographia europaa reformata” – (fr:8856) [Lichenografia europea riformata] e il “Systerna mycologicum” – (fr:8857) [Sistema micologico]. A questi si aggiunge Brown con i suoi scritti botanici curati da Nees von Esenbeck – (fr:8839, 8840).
Il microscopico mondo degli infusori e dei parassiti è un altro cardine. Ehrenberg sostiene la complessità degli esseri minuscoli in “Die Infusionstiere als vollkommene Organisfnen” – (fr:8851) [Gli animali infusori come organismi completi], Lipsia 1838 – (fr:8852); Dujardin propone una visione alternativa con la sua “Histoire naturelle des infusoires” – (fr:8849) [Storia naturale degli infusori], Parigi 1841 – (fr:8850). La tradizione settecentesca è evocata da O. F. Müller con “Vermium terrestrium et piviatilium , Animalcula infusoria” – (fr:8878) [Vermi terrestri e fluviali, animaletti infusori] e la relativa “historia” – (fr:8879) [storia], Copenaghen 1773 e 1786 – (fr:8880, 8879). Il culmine applicativo è raggiunto da Pasteur, le cui “Etudes sur le vin” – (fr:8890) [Studi sul vino] e “Etudes sur le vinaigre” – (fr:8892) [Studi sull’aceto] compaiono accanto ai saggi sugli Annales de chimie et de physique e sui Comptes rendus – (fr:8894-8896), documentando la nascita della microbiologia industriale.
L’anatomia comparata e la zoologia medica sono egualmente ben documentate. Owen è citato per “On the Archetype and Homologies of the Vertebrate Skeleton” – (fr:8883) [Sull’archetipo e le omologie dello scheletro dei vertebrati] e per le lezioni di anatomia comparata – (fr:8884, 8886). Leuckart figura con la morfologia degli invertebrati – (fr:8867), il polimorfismo – (fr:8868) e i parassiti umani – (fr:8870). Siebold e Stannius forniscono un manuale di anatomia comparata – (fr:8898) e studi specialistici sui vermi vescicolari – (fr:8900), sulla partenogenesi – (fr:8902, 8903) e sul sistema nervoso periferico dei pesci – (fr:8905).
Chiude la rassegna, sotto il Capitolo IX, il riferimento a Büchner, “Kraft und Stoff” – (fr:8907) [Forza e materia], espressione del materialismo scientifico che da lì a poco avrebbe permeato il dibattito filosofico.
Nel suo insieme, questa sequenza di voci non è un semplice elenco, ma la mappa di una rivoluzione intellettuale: dalla cellula all’evoluzione, dalla descrizione morfologica alla sperimentazione fisico-chimica, dalla storia naturale settecentesca alla biologia unificata del XIX secolo. Gli errori materiali presenti nella trascrizione non ne offuscano il valore di testimonianza, ma anzi certificano il carattere concreto e vissuto di un sapere in costruzione.
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44 La biblioteca di un’epoca: fondamenti della biologia tra Ottocento e Novecento
Un catalogo di fonti scientifiche che, nella sua severa essenzialità, testimonia la costruzione del sapere biologico moderno attraverso le sue opere fondative.
L’insieme di queste citazioni non costituisce un testo discorsivo, ma un elenco bibliografico, verosimilmente tratto dalla sezione “Fonti” o “Riferimenti” di un trattato biologico dei primi del Novecento. La sua analisi rivela la stratificazione del sapere scientifico dell’epoca, mappando i contributi seminali in citologia, embriologia, fisiologia e teoria dell’evoluzione. L’opera che ospita questo apparato critico si configura come una summa, che attinge direttamente ai lavori dei padri fondatori delle discipline biologiche.
Il carattere internazionale della scienza del periodo è attestato dalla geografia editoriale delle opere: compaiono con insistenza i centri di diffusione del sapere in lingua tedesca, come Jena e Leipzig, ma anche Paris, London, Cambridge e Stockholm. La bibliografia è organizzata per capitoli di riferimento, come indicano i marcatori “Chapter XV” (fr:9031) e “Chapters XVI-XVIII” (fr:9123), a suggerire la struttura dell’opera madre.
Il primo nucleo tematico riguarda la morfologia e la fisiologia cellulare, pilastro del pensiero biologico tardo-ottocentesco. Figura centrale è il lavoro di O. Bütschli, “Studien uber die ersten Entwicklungsvorgange der Eizelle” (fr:9042) [Studi sui primi processi di sviluppo della cellula uovo], e il suo trattato “Protozoa” (fr:9043) all’interno delle monumentali “Bronn’s Klassen und Ordnungen” (fr:9044). A questi si affiancano le ricerche pionieristiche di W. Flemming, “Zellsubstanz, Kern und Zellteilung” (fr:9051) [Sostanza cellulare, nucleo e divisione cellulare], che codificò il processo mitotico, e gli studi di E. van Beneden, “Recherches sur la maturation de l’œuf” (fr:9035) [Ricerche sulla maturazione dell’uovo]. La citologia trova una sintesi nell’opera di M. Heidenhain, “Plasma und Zelle” (fr:9060) [Plasma e cellula], pubblicata a Jena a partire dal L’importanza della tecnica istologica è sottolineata dal manuale di E. Holmgren, “Text-book on Histology” (fr:9078).
Un secondo asse portante è l’embriologia e l’anatomia comparata, intese come chiavi per comprendere l’evoluzione. Il trattato di O. Hertwig, “Allgemeine Biologie” (fr:9065) [Biologia generale], giunto alla quarta edizione nel 1912, e il suo “Das Werden der Organismen” (fr:9067) [Il divenire degli organismi], rappresentano il tentativo di una visione unificata. Fondamentali sono i contributi di A. Kowalewsky, apparsi negli Acta dell’Accademia Imperiale di San Pietroburgo (fr:9086), che chiarirono le relazioni evolutive tra invertebrati e vertebrati. La disciplina è sistematizzata nei manuali di R. Wiedersheim, “Vergleichende Anatomie der Wirbeltiere” (fr:9120) [Anatomia comparata dei vertebrati], alla sesta edizione nel 1906, e nel “Lehrbuch der vergleichenden Entwicklungsgeschichte der wirbellosen Tiere” (fr:9084) [Manuale di storia dello sviluppo comparata degli animali invertebrati] di E. Korschelt e K. Heider.
Non mancano i riferimenti alla teoria dell’evoluzione e alle sue implicazioni filosofiche. L’opera di Fritz Müller, sintomaticamente intitolata “Für Darwin” (fr:9029), è un manifesto del 1864 che fornì le prime prove embriologiche a sostegno della selezione naturale. La riflessione sul concetto di specie è affidata a C. Nägeli con “Entstehung des Begriffes der naturhistorischen Art” (fr:9095) [Origine del concetto di specie storico-naturale], mentre la critica al darwinismo etico è testimoniata dal titolo dell’opera di O. Hertwig: “Zur Abwehr des ethischen, etc., Darwinismus” (fr:9069) [A difesa contro il darwinismo etico].
Un terzo insieme documenta la nascita della microbiologia e della parassitologia medica. Vi compaiono i pilastri della teoria infettiva: le “Gesammelte Werke” (fr:9082) di Robert Koch; la scoperta di A. Laveran sul parassita malarico, “Nature parasitaire des accidents de l’impaludisme” (fr:9091) [Natura parassitaria degli accidenti della malaria]; e i “Researches on Malaria” (fr:9104) di Ronald Ross, pubblicati nel A questi si aggiungono i saggi di P. Schaudinn, pioniere della protozoologia, apparsi negli “Arbeiten aus dem Kaiserlichen Gesundheitsamte” (fr:9106).
Infine, la sezione finale introduce i nuovi orizzonti della genetica sperimentale. La riscoperta delle leggi di Mendel è rappresentata dal classico “Mendel’s Principles of Heredity” (fr:9124) di W. Bateson, mentre la formalizzazione della disciplina in ambito tedesco è affidata a E. Baur con la sua “Einführung in die experimentelle Vererbungslehre” (fr:9126) [Introduzione alla dottrina sperimentale dell’ereditarietà], già alla quarta edizione nel Chiude il quadro il riferimento ai moderni “Principles of General Physiology” (fr:9129) di W. Bayliss. In questo elenco di fonti, la scienza biologica si autorappresenta non come un accumulo di nozioni, ma come un cantiere in piena attività, dove le scoperte di pochi decenni stavano ridisegnando la comprensione della vita.
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45 Una bibliografia scientifica d’inizio Novecento: testimone di un’età di trasformazione della biologia
Il testo è la sezione bibliografica finale di un trattato di storia della biologia, probabilmente intitolato The History of Biology come suggerisce l’intestazione a fr. 9140, e raccoglie le fonti utilizzate dall’autore. L’elenco, che copre lavori pubblicati tra la metà dell’Ottocento e il 1919, offre uno spaccato preciso della letteratura biologica del tempo: vi figurano nomi che hanno segnato le discussioni su evoluzione, ereditarietà, sviluppo, fisiologia e psicologia animale, con un chiaro dominio del tedesco quale lingua scientifica egemone.
Molte voci riportano titoli divenuti classici. L’eredità mendeliana vi compare nell’edizione canonica curata da Ostwald: “Versuche uber Pflan^enhybriden” – (fr:9176) [Esperimenti su ibridi di piante], fissando il ruolo fondativo di Mendel appena riscoperto. Il pensiero evolutivo è rappresentato da Weismann, con “Das Keimplasma” – (fr:9223) [Il plasma germinale], e da de Vries con “Die Mutationstheorie” – (fr:9216) [La teoria delle mutazioni], accanto a orientamenti alternativi: l’ortogenesi di Eimer (“Die Entstehung der Arten”, fr:9140), il neolamarckismo di Pauly (“Darwinismus und Lamarckismus”, fr:9188), le controversie trasformiste di Giard (“Contro verses transformistes”, fr:9145). La genetica post-mendeliana è documentata da Johannsen (“Elemente der exakten Erblichkeitslehre”, fr:9160), Morgan (“The Mechanism of Mendelian Heredity”, fr:9179) e Punnett (“Mendelism”, fr:9195).
L’embriologia sperimentale e la meccanica dello sviluppo hanno ampio spazio: Driesch con “Analytische Theorie der organischen Entwicklung” – (fr:9135) [Teoria analitica dello sviluppo organico], Roux con i contributi all’Archiv für Entwicklungsmechanik (fr:9203‑9204), Spemann (fr:9210) e Herbst (fr:9149). Vi si affiancano fisiologi di orientamento meccanicistico come Loeb (“The Mechanistic Conception of Life”, fr:9171‑9172) e autori di sintesi quali Verworn (“Allgemeine Physiologie”, fr:9212). La botanica è presente con Sachs (“Geschichte der Botanik”, fr:9205), Pfeffer (“Pflanzenphysiologie”, fr:9190) e Goebel (“Organographie der Pflanzen”, fr:9147).
Dal punto di vista storico, questa bibliografia testimonia la fase in cui la biologia si stava strutturando in sottodiscipline definite, abbandonando il puro descrittivismo per abbracciare il metodo sperimentale e quantitativo. La datazione conferma lo stato dell’arte subito dopo la Prima guerra mondiale: gli ultimi titoli raggiungono il 1918‑1919 (fr.9153, fr.9166). Colpisce la massiccia presenza di opere in tedesco – da Bethe e Bunge a Weismann, da Roux a Semon – che riflette il primato scientifico dell’area germanofona, affiancata da contributi in inglese (Galton, Romanes, Lubbock), francese (Giard) e olandese (Lotsy, de Vries). La meticolosità dei riferimenti – volumi, annate, città di edizione e spesso il numero dell’edizione – mostra una pratica bibliografica erudita tipica della storiografia scientifica del primo Novecento. La presenza di doppie indicazioni linguistiche, come per Johannsen: “— , Biology in the Nineteenth Century. Copenhagen, (Danish) 1913” – (fr:9165‑9167), segnala attenzione alle edizioni originali e tradotte.
Nel complesso, l’elenco non è solo uno strumento di corredo erudito ma un documento che cristallizza il panorama intellettuale di una biologia in rapida trasformazione, sospesa fra la sistematica storica, la nuova genetica, la fisiologia chimico-fisica e il dibattito sulle forze vitali.
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46 Indice bibliografico e analitico di una storia della biologia del primo Novecento
Un fitto reticolo di voci bibliografiche e tematiche restituisce la mappa intellettuale di un’opera storica sulla scienza della vita, intrecciando fonti internazionali, filosofia naturale e dibattito evoluzionistico.
Il testo si presenta come l’indice – al contempo bibliografico e analitico – di un trattato storico-scientifico dedicato allo sviluppo della biologia. L’impianto è duplice: una prima sezione (frasi 9235–9268) elenca in ordine sparso le opere utilizzate come fonti, mentre una seconda, introdotta dalla parola “INDEX” (fr:9269), dispiega in ordine alfabetico i concetti, gli autori e i luoghi trattati nel volume, ciascuno seguito dai numeri di pagina di riferimento.
La sezione bibliografica mescola titoli, luoghi e date di edizione in diverse lingue, offrendo uno spaccato dell’orizzonte erudito di inizio Novecento. Compaiono classici della storiografia filosofica e scientifica in tedesco, come “Eckermann, J. P., Gesprdche mit Goethe. Leipzig,” (fr:9236-9237) [Eckermann, J. P., Colloqui con Goethe. Lipsia, ], “Gomperz, Griechische Denker. Leipzig,” (fr:9240-9241) [Gomperz, Pensatori Greci. Lipsia, ], “Haeser, Geschichte der Medicin. Jena,” (fr:9242) [Haeser, Storia della Medicina. Jena, ] e “Lange, Geschichte des Materialismus, ed. i, Leipzig,” (fr:9254-9256) [Lange, Storia del materialismo, ed. I, Lipsia, ]. Non mancano riferimenti alla produzione scientifica svedese, spesso segnalati con l’annotazione “(Swedish)” o “(Danish)”, come nel caso di “Fries, Th., Linne. Stockholm,” (fr:9238-9239) [Fries, Th., Linneo. Stoccolma, ], “Lamm, M., Swedenborg. Stockholm,” (fr:9252-9253) [Lamm, M., Swedenborg. Stoccolma, ] e “Hulth, J. M., Bibliographia linneana, I. Upsala.” (fr:9246) [Hulth, J. M., Bibliographia linneana, I. Upsala.]. La presenza di titoli come “Radl, Geschichte der biologischen Theorien, ed. i, ±. Leipzig, 1907, 1909,” (fr:9261-9263) [Radl, Storia delle teorie biologiche, ed. I, Lipsia, 1907, 1909, ] àncora l’opera nel vivo del dibattito storiografico coevo.
L’indice analitico costituisce la porzione più estesa (frasi 9269–9338) e rivela l’architettura tematica del trattato. Le voci spaziano dall’antichità classica – “Airs, Waters, and Places, medical treatise by Hippocrates, 6” (fr:9271) [Arie, acque e luoghi, trattato medico di Ippocrate, 26] – al pensiero medievale e rinascimentale, per giungere ai dibattiti ottocenteschi e primonovecenteschi. Colpisce la centralità assegnata ad alcune figure-chiave: Aristotile, di cui si dettagliano i debiti verso Democrito e Platone e i contributi alla cosmogonia e alla biologia, con una nutrita serie di rimandi (fr:9272-9274); Darwin, la cui voce si dilunga sulla teoria dell’evoluzione, la pangenesi, la selezione sessuale e il lascito filosofico, con rinvii a decine di pagine (fr:9321-9323); e Goethe, menzionato sia come naturalista – con le sue ricerche di anatomia comparata e ottica – sia come personalità letteraria, persino attraverso un romanzo, “Die Wahlverwandtschaften, romance by Goethe, 510” (fr:9329) [Le affinità elettive, romanzo di Goethe, 510]. Tale intreccio segnala la persistente influenza della Naturphilosophie di matrice tedesca sulla storiografia biologica del periodo.
L’indice documenta inoltre la formazione di nuove discipline e il loro lessico. Sotto la voce “Biology” si legge un sintetico tracciato storico: “Biology, development of, 3-7; Greek speculations in, 10-30; […] its debt to Malpighi and Grew, 164; […] modern experimental methods, 574; present position of, 603” (fr:9295-9296) [Biologia, sviluppo della, 3-7; speculazioni greche in, 10-30; […] suo debito verso Malpighi e Grew, 164; […] metodi sperimentali moderni, 574; posizione attuale, 603], e si annota che il termine “Biology” fu “created by Lamarck, 310” (fr:9296) [creato da Lamarck, 310]. Voci come “Cytology, development of, 390-405; progress of, in 19th century, 533-544” (fr:9320) [Citologia, sviluppo della, 390-405; progressi nel XIX secolo, 533-544] o “Chromosomes, named by Waldeyer, 536” (fr:9311) [Cromosomi, nominati da Waldeyer, 536] registrano le conquiste più recenti della morfologia microscopica.
L’insieme dei rimandi restituisce il carattere internazionale e cumulativo dell’impresa scientifica, in cui si affiancano l’anatomista arabo “Abdallatif, Arabian zoologist, 73” (fr:9269), il medico persiano “Abu Sina, Persian physician and philosopher, 71” (fr:9269), i fondatori della scuola medica greca e i padri della microscopia seicentesca, fino agli americani Asa Gray e Cope e al russo Chwolson. L’indice funge così da testimone di un’epoca in cui la storia della biologia, essa stessa disciplina ancora giovane, cercava di ordinare la propria eredità intellettuale all’indomani della rivoluzione darwiniana, senza recidere i ponti con la filosofia della natura e con la cultura letteraria.
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47 Tessuto Connettivo del Sapere: Un Indice come Mappa della Scienza
L’analisi di questo estratto, che costituisce un denso indice analitico di un trattato di storia della scienza, rivela la fitta rete di rimandi che lega pensatori, opere e concetti attraverso i secoli. Il testo, nella sua frammentarietà, non espone una teoria organica ma ne cataloga le fondamenta, offrendo una testimonianza strutturale di come la conoscenza scientifica sia un’impresa cumulativa e interconnessa.
Il percorso intellettuale ha inizio con le radici del pensiero occidentale, dove la speculazione filosofica si intreccia con l’osservazione della natura. Vengono citati i primi naturalisti greci: “Hippo, early Greek naturalist and philosopher, 13” - (fr:9347) e “Heracleitus of Ephesus, early Greek philosopher, 19, II, 18, 44” - (fr:9348) [Eraclito di Efeso, primo filosofo greco]. La scienza emerge come una forma di indagine razionale, come indicato dal riferimento a “On Nature, philosophical poem by Anaximander, 11” (fr:9381), per consolidarsi poi con la scuola medica di Ippocrate e la sistematica osservazione di Aristotele.
L’indice traccia l’evoluzione del metodo scientifico, registrando il passaggio dalla filosofia naturale alla scienza sperimentale. L’invenzione di strumenti segna un punto di svolta epocale: la voce “Microscope, invention of, 158; improved by Leeuwenhoek, 165; development in 19th century, 389” - (fr:9373) testimonia come la tecnologia abbia aperto nuove frontiere percettive. Questo avanzamento si cristallizza in opere fondative, tra cui spicca il contributo di un singolo autore che, insieme a Schleiden, definisce il fondamento della biologia moderna: “Mikroscopische Untersuchutigen iiber die Ubereinstimmung in der Struktur und dem Wachstum der Tiere und Pflanzen, by Schwann, 394” - (fr:9374) [Indagini microscopiche sulla concordanza nella struttura e nella crescita degli animali e delle piante, di Schwann].
Il testo documenta la profonda compenetrazione tra scienza e pensiero filosofico, specialmente nella cultura tedesca dell’Ottocento. Si delinea un dialogo costante tra biologia e metafisica, con figure come Hegel e Schelling che influenzano e sono influenzate dalle scoperte empiriche. Un esempio emblematico è la citazione di un’opera che cerca di conciliare indagine naturale e idealismo: “Natur und Idee, by Carus, 90” (fr:9381) [Natura e Idea, di Carus]. Questo rapporto dialettico è centrale anche nella ricezione delle teorie darwiniane, dove la biologia affronta questioni etiche e sociali, come testimoniato dal trattato polemico “Zur Abwehr des ethischen, des sozialen, des politischen Darwinismus, polemical treatise by O. Hertwig, 569” (fr:9438) [In difesa contro il darwinismo etico, sociale e politico].
La sistematizzazione della vita sulla Terra si intreccia con la sua interpretazione storica. La botanica e la zoologia forniscono i mattoni classificatori, mentre la paleontologia e la geologia aggiungono la dimensione temporale. L’indice registra il contributo di figure come Smith e Lyell, la cui opera è una chiave di volta per comprendere la gradualità dei processi naturali, con Lyell che scrisse i “Principles of Geology, by Lyell, 456” (fr:9391). La convergenza tra la classificazione del vivente e la sua storia geologica crea il terreno fertile per la rivoluzione evoluzionista.
L’indagine sul vivente scende a livelli sempre più fini, seguendo il progredire delle tecniche istologiche e citologiche. La definizione stessa dell’unità biologica fondamentale viene messa a fuoco grazie al lavoro di un singolo ricercatore, menzionato in un saggio dal titolo programmatico: “Uber Muskelkorperchen und was man eine Zelle zu nennen hahe, essay by Schultze, 404” (fr:9428) [Sui corpuscoli muscolari e su ciò che si debba chiamare una cellula]. Nell’ambito della fisiologia, il testo svela lo scontro tra visioni meccanicistiche e vitaliste, documentato dal dibattito sulla generazione spontanea e dalla progressiva affermazione di una concezione chimico-fisica dei fenomeni vitali, un processo in cui pionieri come “Lotze, German philosopher, 450” (fr:9371) e “Moleschott, Jacob, Dutch physiologist, 449, 45^” (fr:9374) giocano ruoli opposti.
Il trattato dedica ampio spazio alla sistematizzazione della materia vivente e alla sua interpretazione storica. La scienza della classificazione, da Linneo a Jussieu, e l’anatomia comparata forniscono le coordinate per mappare la diversità della vita, mentre la paleontologia di Cuvier introduce la variabile del tempo profondo. Queste discipline pongono le basi per la rivoluzione darwiniana, che domina la parte finale dell’indice. Il meccanismo della selezione naturale, discusso da Darwin e Wallace, innesca una vasta riflessione teorica che si articola in correnti come il “Neo-Darwinism, 561-573” (fr:9376) e il “Neo-Lamarckism, 561-573” (fr:9376), e nelle nuove scienze dell’ereditarietà, dove vengono registrate le scoperte di Mendel e lo sviluppo della genetica con “Johanssen, Wilhelm Ludwig, Danish biologist, 89, 461, 565, 568, 571, 588, 589, 591” (fr:9354).
Come singolare suggello, l’estratto include una nota colophon che sposta l’attenzione dalla scienza alla sua trasmissione materiale, descrivendo l’arte tipografica con cui il volume è stato realizzato. Si celebra il carattere Garamond, lodando l’artigiano che lo creò: “He gave to his letters a certain elegance and a feeling of movement which won for their creator an immediate reputation and the patronage of the French King, Francis I” - (fr:9441) [Egli conferì alle sue lettere una certa eleganza e un senso di movimento che guadagnarono al loro creatore un’immediata reputazione e il patrocinio del re francese Francesco I]. Questo dettaglio finale, che cita anche la rilegatura (“MANUFACTURED BY MONTAUK BOOKBINDING CORP.” - fr:9442), ricorda come il sapere scientifico sia indissolubilmente legato alla sua forma fisica di libro, un manufatto che incarna la precisione e l’estetica della conoscenza che contiene.
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