Marie Boas - The scientific renaissance | L | +
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1 La gestazione della scienza moderna tra Umanesimo e rivoluzione
Un’epoca di profonda trasformazione in cui il recupero dell’antico sapere preparò paradossalmente il terreno per un pensiero radicalmente nuovo sulla natura.
Il periodo compreso tra il 1450 e il 1630 rappresenta una fase cruciale e definita nella storia della scienza, un’era di cambiamento profondo ma sorprendentemente coerente. Come afferma l’autrice, tra queste due date “la scienza conobbe una strana ed entusiasmante trasformazione” - (fr:1). Questo lasso di tempo segna una rottura consapevole con il passato, non perché si neghi il contributo medievale, ma perché il tentativo appassionato di far rivivere l’antichità greco-romana, che dominava le menti nel 1450, separò gli scienziati del Cinquecento dai loro predecessori di tre generazioni - (fr:52). Le brillanti innovazioni del XVI secolo dimostrarono che la conoscenza degli antichi, una volta assimilata, portava con sé implicazioni sorprendenti e inaspettate - (fr:53).
Questa fu, senza dubbio, “il periodo del più grande sviluppo intellettuale dell’uomo dai primi vagiti del pensiero astratto” - (fr:2). La Rivoluzione Scientifica non fu un semplice accumulo di scoperte, ma l’effetto di una serie unica di innovazioni nelle idee e nei metodi scientifici, che fornì la chiave per comprendere la struttura e le relazioni delle cose - (fr:18). La sua portata fu epocale: “aprì l’intero universo fisico — e in ultima analisi la natura e il comportamento umano — all’esplorazione cumulativa” - (fr:3), un’impresa considerata la più grande conquista intellettuale dell’umanità - (fr:19). Le teorie rivoluzionarie nate dall’entusiasmo per le nuove idee avrebbero trovato la loro piena giustificazione solo nell’età di Newton - (fr:6), ma le loro fondamenta furono gettate in questo periodo di transizione, in cui scienza, magia e mondo accademico convivevano in un equilibrio precario - (fr:7). L’opera di figure come Copernico, Keplero, Galileo, Harvey e Bacone non rappresenta solo un culmine, ma anche l’inizio di una nuova era, come dimostrato dalla pubblicazione del lavoro di Harvey sulla circolazione del sangue nel 1628 e dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo, completato nel 1630 - (fr:55).
Il percorso che portò a questa trasformazione intellettuale è intriso di un profondo paradosso. Nel XV secolo, gli scienziati erano convinti di non poter superare gli antichi - (fr:4). La scienza non era ancora una branca del sapere indipendente e riconosciuta, e gli scienziati erano per lo più “studiosi, medici o maghi” - (fr:81). Furono proprio questi uomini, nel loro sforzo quasi filologico di recuperare e comprendere la scienza greca, ad attraversare le frontiere del pensiero antico, scoprendo un nuovo mondo intellettuale “ancora più meraviglioso di quello che gli esploratori stavano trovando oltremare” - (fr:5). In ciò furono agevolati da due invenzioni tecniche non concepite da scienziati: la stampa, un prodotto del XV secolo, e la bussola magnetica, introdotta in Europa due secoli prima - (fr:64). Entrambe simboleggiavano il trionfo della “Nuova Era”, insieme alla scoperta di nuovi continenti e al recupero di antichi manoscritti - (fr:60).
Questo paradosso è incarnato dall’Umanesimo, che aveva ormai sottratto alla teologia il primato nella stima intellettuale - (fr:67). Invece di ribellarsi a un’enfasi letteraria e filologica apparentemente più lontana dalla scienza rispetto al curriculum scolastico medievale, “lo scienziato del XV secolo si sottomise allegramente alla rigidità di un approccio intellettuale radicato nel culto del lontano passato” - (fr:70). Così facendo, preparò la via per una forma di pensiero genuinamente nuova. Figure come i medici inglesi Thomas Linacre e John Caius vedevano nel restauro e nella ritraduzione dei testi medici greci un fine in sé, parte integrante della medicina, poiché i greci erano stati medici migliori - (fr:77). Allo stesso modo, gli astronomi tedeschi Peurbach e Regiomontano tenevano lezioni su Virgilio e Cicerone attirando più studenti e compensi di quanti ne potessero sperare come professori di materie scientifiche, pur essendo astronomi influenti e capaci - (fr:78). L’ossessione umanistica per il recupero di testi perduti e per la creazione di traduzioni in un latino classico che sostituissero le versioni medievali, giudicate barbare perché derivate da traduzioni arabe, era pienamente condivisa dagli scienziati - (fr:73). Essi concordavano sulla necessità di testi corretti per comprendere un autore e si gettarono nello studio del greco e dei metodi della filologia classica - (fr:75). Così facendo, paradossalmente, minarono le fondamenta stesse dell’autorità che veneravano.
In questo contesto culturale, il confine tra scienza, magia e professione era labile. La medicina era un’arte ancora quasi del tutto empirica e il successo di un medico, spesso ricchissimo, non aveva nulla a che vedere con la sua conoscenza dell’anatomia - (fr:84). Tuttavia, offriva ampie opportunità per la ricerca, sia letteraria che pratica. Parallelamente, esplose la credenza nell’occulto. L’astrologia, un tempo dominio quasi esclusivo dei principi, fu resa accessibile alle masse proprio grazie alla stampa - (fr:89). Vi era un’enorme richiesta di effemeridi, le tavole delle posizioni planetarie strumento essenziale per l’astrologia, alla cui produzione si dedicò lo stesso Regiomontano - (fr:91). Ogni evento celeste straordinario scatenava un fiume di pubblicazioni che prognosticavano disastri non solo per i potenti, ma anche per il popolo - (fr:92). Nella mentalità popolare, la fusione era completa: “l’astrologo e l’astronomo erano una cosa sola” - (fr:95), tanto che questa scienza mistica era, in quel periodo, la più conosciuta. Anche il sogno dell’alchimista era ampiamente noto, sebbene spesso guardato con un certo scetticismo, sulla scia di quanto già accadeva con i pellegrini di Chaucer - (fr:97). Non meno popolare era la nascente scienza sperimentale, diffusa come “magia naturale”, ossia lo studio delle forze apparentemente inspiegabili della natura, come il magnetismo o l’ingrandimento tramite lenti, spesso confondendosi con le meraviglie della natura e i trucchi dei ciarlatani - (fr:98).
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2 Umanesimo e stampa: i canali della nuova scienza
L’epoca delle scoperte geografiche e della riscoperta dei classici trasformò il sapere scientifico in un patrimonio diffuso, conteso fra astratto rigore filologico e urgenza pratica.
Il rapporto tra scienza e società nel XV e XVI secolo si ridefinì attraverso un intreccio di divulgazione, riscoperta umanistica e innovazioni tecniche. La matematica, ad esempio, aveva già contribuito alla magia con il misticismo dei numeri usato a scopo divinatorio: “Mathematics contributed its share to magic in the form of number mysticism, useful for prognostication.” – (fr:99) [La matematica contribuì al suo modo alla magia nella forma del misticismo numerico, utile per la divinazione.] Accanto a queste pratiche, gli aspetti non mistici della scienza vennero popolarizzati e indirizzati a fini concreti, mentre gli studiosi cominciavano a vantarsi di aver padroneggiato segreti artigianali, convinti che una simile conoscenza non si trovasse nei libri – (fr:100-101). In cambio, gli intellettuali ripagarono il debito diffondendo la scienza applicata – (fr:102). L’astronomia, da sempre familiare a ogni uomo colto nell’aspetto umile della misura del tempo e del calendario – (fr:103), conobbe una svolta quando, nel Quattro e Cinquecento, gli astronomi tentarono con successo di imporre metodi astronomici di navigazione a marinai restii e conservatori – (fr:104). Si affermò così la figura del mathematical practitioner, a metà fra lo scienziato applicato e il costruttore di strumenti – (fr:105).
L’aritmetica conobbe una diffusione analoga. L’algorismo, ossia il calcolo con penna, carta e numeri arabi, era noto fin dal XII secolo, ma solo nel Cinquecento si ebbe una fioritura di manuali elementari in volgare, pensati per mercanti, artigiani e marinai – (fr:108-109): “These, mainly in the various vernaculars, were the contribution of mathematicians to merchants, artisans and sailors.” – (fr:109) [Questi, per lo più nei diversi volgari, furono il contributo dei matematici a mercanti, artigiani e marinai.] Anche il sapere teorico greco riscoperto venne reso accessibile ai non dotti attraverso una seconda ondata di traduzioni, dal latino ai volgari – (fr:110). L’umanesimo ebbe infatti una vocazione divulgativa: “Indeed, one aspect of humanism was the popularisation of ancient learning.” – (fr:111) [In effetti, un aspetto dell’umanesimo fu la divulgazione del sapere antico.] Sebbene il modello educativo umanistico fosse un ideale aristocratico – volto a creare gentiluomini, non solo a istruire chi lo era per nascita – (fr:112), esso riuscì a penetrare nelle roccaforti scolastiche solo grazie a una propaganda accorta che conquistò consensi al di fuori del mondo universitario – (fr:113). Creare un pubblico più ampio divenne necessario, e quel pubblico finì per esigere i frutti dell’umanesimo senza le sue fatiche – (fr:114). Da qui la piena di traduzioni e di manuali semplificati, come quelli del matematico inglese Robert Recorde: The Grounde of Arts (1542) sull’aritmetica, The Pathway to Knowledge (1551) sulla geometria e The Castle of Knowledge (1556) sull’astronomia; nel frattempo, la prosa volgare migliorò sensibilmente – (fr:115-118). Gli scienziati erano prontissimi a imparare dagli artigiani, ma non appena assorbivano quanto potevano, si convincevano di avere molto da insegnare loro; restavano delusi nel constatare quanto fosse difficile, perché l’artigiano non mostrava alcuna fretta di essere istruito – (fr:119-120). Lo scienziato cinquecentesco ardeva dal desiderio, forse prematuro, di insegnare all’artigiano ignorante come migliorare il suo mestiere con una teoria migliore – (fr:117).
La fase eroica dell’umanesimo si colloca prima del Già nel 1397 il diplomatico greco Manuele Crisolora aveva iniziato le lezioni di lingua e letteratura greca che sedussero i giovani fiorentini, e il primo Quattrocento fu un’epoca di avida caccia internazionale ai manoscritti dimenticati di autori greci e latini – (fr:121-122). L’interesse principale degli umanisti era per i classici letterari, ma essi abbracciarono tutto il sapere antico purché non fosse già stato studiato nei secoli precedenti – (fr:123): “… scientific works were cherished equally with literary ones, always providing that they had not been studied in earlier centuries.” – (fr:123) [le opere scientifiche erano apprezzate al pari di quelle letterarie, purché non fossero state studiate nei secoli precedenti.] Così Poggio Bracciolini gioì nel 1417 per un manoscritto di Lucrezio quanto per uno di Cicerone; Guarino Veronese, a caccia di letteratura latina, fu felice di ritrovare nel 1426 il testo medico di Celso, sconosciuto da oltre cinquecento anni – (fr:124). Quando Jacopo Angelo tornò da Costantinopoli con numerosi manoscritti e naufragò al largo di Napoli, uno dei tesori che riuscì a trarre a riva fu la Geografia di Tolomeo, già da lui tradotta in latino nel 1406 e rimasta misteriosamente ignota all’Occidente cristiano che pur venerava l’astronomia tolemaica – (fr:125). Entro la metà del secolo quella grande stagione di scoperte manoscritte era terminata: i monasteri europei erano stati saccheggiati e la caduta di Costantinopoli nel 1453 segnò, agli occhi degli umanisti, la fine della fonte più ricca di testi greci – (fr:126). Contrariamente a un mito storiografico duro a morire, non fu l’arrivo dei dotti profughi con i loro manoscritti ad avviare lo studio del greco; anzi, la caduta della città fu percepita come una tragedia. Il cardinale umanista Enea Silvio Piccolomini scrisse con disperazione: “How many names of mighty men will perish! It is a second death to Homer and to Plato. The fount of the Muses is dried up for evermore.” – (fr:129-131) [Quanti nomi di uomini potenti periranno! È una seconda morte per Omero e per Platone. La fonte delle Muse è prosciugata per sempre.]
Tagliati fuori dalla possibilità di trovare nuovi manoscritti, gli umanisti passarono dalla scoperta materiale a quella intellettuale: edizioni sempre più critiche, traduzioni raffinate, restauro di passi corrotti secondo i canoni grammaticali – (fr:132). Anche in questa fase mostrarono una sorprendente imparzialità a vantaggio della scienza. Nessuno poteva dirsi uscito dall’apprendistato umanistico se non avesse prodotto una traduzione latina credibile da un originale greco, e l’autore scelto poteva essere un medico o uno scienziato, specialmente nel Cinquecento quando l’offerta scarseggiava – (fr:133-134). Giorgio Valla, letterato umanista, possedeva due dei tre più importanti manoscritti di Archimede e tradusse parzialmente testi scientifici, pubblicandoli poi nel suo De Expetendis et Fugiendis Rebus del 1501 – (fr:135-136). Guarino tradusse la Geografia di Strabone, e Thomas Linacre fu ricordato tanto per l’introduzione degli studi greci in Inghilterra quanto per le traduzioni di Galeno – (fr:137-138). Furono dunque gli umanisti a rendere disponibile la «nuova» scienza greca. Il Medioevo aveva conosciuto solo la scienza arcaica o quella tarda, mentre le opere migliori del periodo ellenistico (300-150 a.C.) erano rimaste poco studiate perché ostiche e matematicamente complesse – (fr:140-141). Il ruolo degli umanisti ebbe conseguenze sia su ciò che divenne disponibile, sia sul modo di studiarlo. L’umanesimo, per sua natura, era ossessionato dall’esattezza delle parole dell’autore e dalla correzione degli errori di copiatura – (fr:143). Perciò gli umanisti guardavano con disprezzo e diffidenza le traduzioni greco-arabe del XII e XIII secolo, i cui termini latini erano passati attraverso quattro o più lingue e pullulavano di orribili arabismi – (fr:144). Celso fu apprezzato anche perché offriva equivalenti latini puri per i termini anatomici greci, invece delle forme latinizzate di parole arabizzate – (fr:145). Tale preoccupazione per la purezza verbale contava assai meno per la scienza che per la letteratura, ma non venne fatta alcuna distinzione, il che spiega l’eccessiva ricerca di testi «puri» – (fr:146). Lo scienziato quattro-cinquecentesco, imbevuto di ideali umanistici, condivideva questa impostazione e mirava a «tornare» a Galeno o a Tolomeo epurati dai commenti medievali e islamici, dedicando tempo allo studio degli aspetti puramente verbali degli antichi testi scientifici – (fr:147). Molto tempo fu sprecato, ma il ritorno alle fonti originarie fu benefico: era più utile leggere Galeno o Euclide direttamente piuttosto che la parafrasi araba mediata da un commentatore – (fr:148-149). Soprattutto, costrinse a considerare seriamente che cosa avessero veramente detto Aristotele, Ippocrate, Galeno e Tolomeo, riconoscendo verità, errori, fecondità o futilità dei loro contributi: “This constituted a first step towards scientific advance.” – (fr:151) [Questo costituì un primo passo verso il progresso scientifico.] La scienza greca non aveva esaurito la sua ispirazione; poteva ancora suggerire temi di indagine diversi per ogni epoca e, soprattutto, fornire autorità per allontanarsi dal pensiero ortodosso – (fr:152). L’umanesimo aveva dunque molto da offrire alla scienza – (fr:153).
Come mai, allora, umanisti come Erasmo sembrarono spesso attaccare la scienza? Quando lo facevano, prendevano di mira la scienza delle università, considerata parte della sterilità scolastica. Un’epoca che voleva essere nuova doveva ripudiare il passato immediato; così il «dottore sottile» Duns Scoto divenne lo sciocco del Cinquecento – (fr:155-156). Gli storici moderni, ammirando l’ingegnosità della matematica e della fisica trecentesca, deplorano questa ostilità e giudicano l’umanistica devozione per l’antichità dannosa per il regolare avanzamento della scienza – (fr:157). Tuttavia, per quanto elevati fossero i risultati dei filosofi del Trecento in certe direzioni, occorreva un ingrediente ulteriore per stimolare lo sviluppo della scienza moderna. L’ispirazione medievale era in declino all’inizio del Quattrocento, mentre quella greca aveva, in quel momento, di più da offrire – (fr:158-159). “When the humanist attacked mediaeval science, he was attacking an intellectual attitude that seemed to him over-subtle, and sterile; he was emphatically not attacking science as such.” – (fr:160) [Quando l’umanista attaccava la scienza medievale, attaccava un atteggiamento intellettuale che gli appariva iper-sottile e sterile; non attaccava affatto la scienza in quanto tale.] Ammirava Aristotele critico letterario e biologo, ma ne rifiutava la cosmologia e la filosofia semantica; lodava Platone che rifiutava il mondo materiale e il Platone che esigeva lo studio della geometria come preliminare alle cose più alte – (fr:161-162). Infatti, ovunque sorsero scuole umanistiche, la matematica pura e applicata si affiancò allo studio letterario del latino e del greco – (fr:163). L’infatuazione per tutto ciò che aveva costituito la gloria del passato greco spinse l’umanista a trasmettere un’immagine complessiva di quel passato, mostrando come i Greci avessero contribuito a ogni campo del sapere secolare. Così, pur mettendo temporaneamente in ombra l’apprendimento medievale, portò alla luce molto di fruttuoso e utile allo scienziato contemporaneo – (fr:164).
La scienza non era più una preoccupazione esclusiva degli eruditi, ma parte della cultura popolare del tempo, come mostra l’elenco degli incunaboli stampati prima del Il più antico libro a stampa superstite è del 1447; entro la fine del secolo si contano almeno 000 edizioni pubblicate in tutta l’Europa occidentale – (fr:165-166). Circa il dieci per cento tratta argomenti scientifici, un dato per niente trascurabile: vi si trovano opere di scienza popolare, enciclopedie, classici greci e latini, manuali medievali e contemporanei, specie su medicina, aritmetica e astronomia – (fr:168). Poche edizioni greche di scienziati, perché le traduzioni latine erano più popolari, e pochi testi difficili o avanzati: invece dell’intero Almagesto di Tolomeo, si stampava l’Epitome di Regiomontano, più adatto ai contemporanei – (fr:169-170). La Geografia tolemaica, invece, conobbe numerose edizioni latine prima del 1500, riflettendo il vasto interesse per la cartografia – (fr:172). Le opere specialistiche restavano manoscritte, come oggi gli articoli scientifici restano affidati alle riviste specializzate, mentre il mercato chiedeva esposizioni semipopolari – (fr:173). La stampa esercitò una duplice influenza sulla scienza: da un lato, rendendo i testi più accessibili, “seminava conoscenza”, allargava il pubblico e rafforzava l’autorità della parola scritta – (fr:175). Dall’altro, favorì in modo peculiare le scienze biologiche, perché rese possibile la diffusione di illustrazioni identiche. Molto lavoro anatomico, zoologico, botanico e di storia naturale dipendeva proprio dalle immagini, che aiutavano l’identificazione e la standardizzazione dei termini tecnici; solo la stampa poteva produrre illustrazioni accurate in grande quantità – (fr:176-177). Le copie manoscritte di illustrazioni, al contrario, degeneravano inesorabilmente: i miniatori sapevano disegnare fiori con grazia, ma non avevano nozione di esattezza scientifica – (fr:178). Grazie alla collaborazione degli artisti contemporanei, dalle tipografie uscirono libri di straordinaria bellezza e competenza tecnica, che accrebbero ulteriormente la popolarità della scienza – (fr:179). La stampa rese anche più facile il progresso, perché divenne normale pubblicare le proprie scoperte, assicurando che le nuove idee non andassero perdute e fornissero una base al lavoro altrui – (fr:180). Certo, il progresso non dipendeva dalla stampa: Copernico trattenne il suo lavoro per anni, Maurolico ed Eustachio non pubblicarono in vita testi importanti, ma tale atteggiamento si fece via via più raro – (fr:181). La pubblicazione facilitava enormemente la diffusione, e generalmente il lavoro scientifico non stampato aveva pochissime possibilità di influire su altri, come illustra il caso clamoroso di Leonardo da Vinci – (fr:182). Nel corso del Cinquecento la situazione si stabilizzò, ma la seconda metà del Quattrocento preparò la strada – (fr:183).
La stampa favorì anche l’interesse per le nuove conoscenze nate dalla grande epoca delle esplorazioni. Le scoperte furono compiute con poche tecniche nuove, ma stimolarono progressi nella geografia matematica e nei metodi astronomici di navigazione, diffusi proprio grazie ai libri stampati – (fr:184-185). I marinai del primo Quattrocento, che si avventuravano nell’Atlantico meridionale, suscitarono nei dotti a terra un fremito di sgomento per l’inadeguatezza dei loro metodi – (fr:186). A lungo andare ciò giovò ai marinai, perché furono quasi sempre i terrestri a introdurre miglioramenti: insegnare a trovare la rotta in mari sconosciuti e a rappresentare la superficie terrestre su carte piane. Il primo problema era del tutto nuovo, ignoto all’antichità; il secondo fu un recupero di conoscenze perdute nei secoli in cui la Geografia di Tolomeo non era nota – (fr:187-188). Le pratiche dei marinai e il sapere dei dotti si fusero lentamente, e per tutto il Quattrocento carte nautiche e carte terrestri furono costruite su principi del tutto diversi – (fr:189). In un primo momento i marinai erano in vantaggio, perché le loro carte portolane erano molto più accurate delle mappe degli studiosi – (fr:190). La riscoperta umanistica della Geografia di Tolomeo cambiò il quadro, introducendo una cartografia matematica che i matematici applicati adottarono rapidamente – (fr:191). I marinai continuarono a usare i portolani, sviluppati dopo l’introduzione della bussola nel tardo Duecento. I più antichi riguardano il Mediterraneo; nel Quattrocento appaiono per le coste atlantiche e poi per entrambe le sponde dell’Atlantico settentrionale – (fr:192-193). Il principio era semplice: contorni precisi delle coste, distanze tra punti di riferimento misurate con esattezza, segnalazione solo dei particolari utili al marinaio (porti, ausili alla navigazione); la scrittura era posta sul lato di terra, lasciando sgombro lo spazio marino per la rete di linee (rombiche) che si irradiavano da una serie di rose dei venti, fornendo i punti cardinali mentre venivano standardizzati – (fr:194-195). “This permitted the sailor to work out his approximate course from one place to another by tracing appropriate rhumbs (indicating constant compass heading) from one compass rose to the next.” – (fr:196) [Questo permetteva al marinaio di tracciare la rotta approssimativa da un luogo all’altro seguendo i rombi appropriati (che indicavano una direzione costante di bussola) da una rosa dei venti all’altra.] L’incontro tra l’empiria dei naviganti e il rigore matematico riscoperto dagli umanisti disegnò così un tassello concreto del trionfo della nuova scienza.
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3 Dalla mappa simbolica alla navigazione oceanica: la riscoperta di Tolomeo e il nuovo sapere scientifico
L’incontro fra tradizione cartografica medievale, eredità tolemaica ed esigenze della navigazione atlantica trasforma il modo di rappresentare il mondo e di muoversi in mare aperto.
Le carte nautiche bassomedievali, i portolani, erano strumenti di grande precisione per la navigazione costiera mediterranea, ma la loro natura era limitata. “They are the marine equivalent of the mediaeval road map, a kind of schematic representation of a route or pilot-book.” (fr:198) [Sono l’equivalente marino della mappa stradale medievale, una sorta di rappresentazione schematica di una rotta o di un portolano.] Per quanto accurate nel riportare distanze e direzioni, “they were not intended to represent large areas of the Earth’s surface, and indeed were inadequate to do so.” (fr:197) [non erano concepite per rappresentare vaste porzioni della superficie terrestre ed erano anzi inadeguate a farlo.] Il mondo dei dotti aspirava invece a qualcosa di diverso: “a pictorial representation of the whole spherical surface of the Earth, or at least of its inhabited parts, traditionally a hemisphere.” (fr:199) [una rappresentazione per immagini dell’intera superficie sferica della Terra, o almeno delle sue parti abitate, tradizionalmente un emisfero.] L’idea della sfericità terrestre non era mai andata del tutto perduta, e dopo la riscoperta dell’astronomia tolemaica nel XII secolo ogni uomo colto aveva a portata di mano gli argomenti classici a suo sostegno (fr:199).
Per molti secoli, tuttavia, il sapiente si era accontentato di un metodo puramente simbolico: “he drew a circle, and with two strokes like a T divided it into three separate areas of a roughly triangular shape; these areas represented the three continents, Europe, Asia and Africa, while the spaces between them and around the edge of the circle represented the seas and the all-encircling ocean.” (fr:200) [disegnava un cerchio e con due tratti a forma di T lo divideva in tre aree distinte di sagoma approssimativamente triangolare; queste aree rappresentavano i tre continenti, Europa, Asia e Africa, mentre gli spazi fra di esse e il bordo del cerchio rappresentavano i mari e l’oceano che tutto circonda.] Nelle cosiddette carte T-O, l’Asia occupava la parte superiore e più ampia del cerchio, a riflettere l’importanza della Terra Santa (fr:201). Erano mappe con un orientamento meridiano – “Ancient maps had South at the top; the portolans initiated the modern Northern orientation” (fr:202) [Le carte antiche avevano il Sud in alto; i portolani inaugurarono il moderno orientamento a Nord] – e solo gradualmente, con l’espansione delle conoscenze geografiche, se ne estraevano sezioni ampliate in cui distanze e direzioni cominciavano ad avvicinarsi al vero. La geografia matematica rimase però una scienza sconosciuta fino al recupero della Geografia di Tolomeo, che riassumeva l’intero sapere greco sull’argomento fino al II secolo d.C. (fr:203). L’opera fu resa disponibile dalla traduzione latina di Jacopo Angelo e, dopo il 1410, si moltiplicarono le copie manoscritte; con la prima edizione a stampa del 1475 divenne ancora più popolare e nel Quattrocento se ne contarono ben sette edizioni (fr:204). Il successo fu tale che “there was no demand for new collections of maps; new maps, and maps of new areas, were merely added on to Ptolemy.” (fr:205) [non vi era richiesta di nuove raccolte di carte; le carte nuove, e le carte di nuove aree, venivano semplicemente aggiunte a Tolomeo.]
La Geografia originaria comprendeva carte che però andarono perdute, mentre il testo si era conservato integro. Uno dei primi compiti dei geografi fu ridisegnarle seguendo le indicazioni puntuali di Tolomeo (fr:206-207). Egli aveva lasciato tavole di distanza e regole per costruire carte, ma la loro realizzazione non era affatto semplice perché coinvolgeva fattori matematici con cui nessun matematico del Quattrocento aveva familiarità (fr:210). Il problema fondamentale nasce dalla geometria: “It is impossible to open up a hollow sphere and lay it flat; equally it is impossible to wrap a flat sheet of paper around a sphere and have it fit smoothly.” (fr:211) [È impossibile aprire una sfera cava e distenderla su un piano; allo stesso modo è impossibile avvolgere un foglio piano attorno a una sfera facendolo aderire perfettamente.] Pertanto, “the spherical surface of the Earth cannot be represented properly by direct transference to a continuous two-dimensional surface: even a hemisphere cannot be accurately represented on a plane.” (fr:212) [la superficie sferica della Terra non può essere rappresentata correttamente mediante trasferimento diretto su una superficie bidimensionale continua; neppure un emisfero può essere rappresentato in modo esatto su un piano.] I costruttori di portolani procedevano come se ciò fosse possibile, ma quando le aree diventavano estese si generavano errori pericolosi, come i trattatisti cinquecenteschi della navigazione instancabilmente facevano notare ai marinai restii ad abbandonare la “piana” a cui erano abituati (fr:212). L’unica strada per il cartografo è accettare un margine di errore e cercare di ridurlo al minimo, rappresentando distanza, direzione, dimensione e forma con la massima precisione possibile (fr:213). Prima di leggere Tolomeo, i cartografi europei non avevano consapevolezza del problema (fr:214).
Tolomeo aveva discusso due metodi di proiezione. Il primo, da lui più utilizzato, immaginava la superficie sferica terrestre come la porzione inferiore di un cono, poiché i coni possono essere rappresentati come superfici piane: “This gave straight lines for equator and meridians, and gave good results for regions not very far from the equator, though increasing distortion in the northern regions of interest to a fifteenth-century European.” (fr:215-216) [Dava linee rette per l’equatore e i meridiani e forniva buoni risultati per regioni non molto lontane dall’equatore, con distorsione crescente nelle regioni settentrionali che interessavano un europeo del Quattrocento.] La seconda proiezione (spesso chiamata proiezione di Donis dal nome del benedettino tedesco che disegnò carte per un’edizione quattrocentesca della Geografia) era una modifica della prima, in cui meridiani e paralleli erano curve e la geometria risultava più complessa (fr:219-220). Una volta padroneggiati i metodi tolemaici, i cartografi sarebbero stati pronti a inventare proiezioni nuove e migliori, ma ciò apparteneva al futuro, come la rideterminazione della lunghezza del grado terrestre a diverse latitudini (fr:220).
L’unico metodo nuovo di rappresentazione effettivamente utilizzato nel Quattrocento fu il globo terrestre (fr:221). I globi celesti con le costellazioni e le posizioni delle stelle principali esistevano già da tempo, ma i primi globi terrestri sopravvissuti compaiono solo alla fine del secolo (fr:222). Erano disegnati a mano; il più celebre è quello che Martin Behaim (1459-1507) realizzò su richiesta dei governanti di Norimberga. “Behaim was a native of that city, so famous for its astronomical instrument-makers; but he was interested in the navigational aspects of astronomy, rather than in its astrological aspects and therefore chose to spend most of his life in Portugal.” (fr:224) [Behaim era nativo di quella città, tanto celebre per i suoi costruttori di strumenti astronomici; ma era interessato agli aspetti nautici dell’astronomia piuttosto che a quelli astrologici e scelse perciò di trascorrere gran parte della vita in Portogallo.] Terminò il suo globo nel 1492 e vi figurano le importanti scoperte portoghesi lungo la costa occidentale dell’Africa, ma non le più recenti imprese di Vasco da Gama a Oriente né quelle di Colombo a Occidente (fr:225). Finché i globi dovettero essere disegnati a mano rimasero rari; verso la fine del secolo furono però inventati metodi per stampare i fusi da incollare sulla sfera, benché restassero da risolvere vari problemi di rappresentazione (fr:226). Per essere utili in mare i globi dovevano avere dimensioni scomodamente grandi e, nonostante i tentativi cinquecenteschi di persuadere i marinai a servirsene, “they tended to remain, as they have done ever since, mainly decorative objects.” (fr:227) [tendevano a rimanere, come hanno fatto da allora, principalmente oggetti decorativi.]
I cartografi quattrocenteschi, assorbiti dai problemi della cartografia terrestre scientifica, non ebbero il tempo di chiedersi come potessero esser utili ai naviganti; riuscivano a stento a registrare le nuove scoperte prodotte dai viaggi di esplorazione (fr:228). L’applicazione della cartografia scientifica alle carte nautiche dovette attendere fino al secolo successivo (fr:232). Eppure astronomi e matematici potevano aiutare gli esploratori in un altro modo: sviluppando nuovi metodi di navigazione (fr:233), e la necessità era impellente. “These were sorely needed. They necessarily came from the scholar, who understood the problem in theoretical terms, rather than from the practical navigator, highly skilled in traditional methods but at a loss when these methods failed, as they were bound to do as ships sailed out of the well-known waters of the Mediterranean and northern Europe.” (fr:234-235) [Erano disperatamente necessari e giunsero inevitabilmente dallo studioso, che comprendeva il problema in termini teorici, piuttosto che dal pratico navigatore, abilissimo nei metodi tradizionali ma smarrito quando questi venivano meno, come fatalmente accadeva non appena le navi uscivano dalle acque ben note del Mediterraneo e dell’Europa settentrionale.] In Atlantico non bastavano più la bussola, la carta e le tavole di rotta del Mediterraneo, né lo scandaglio, la lenza e il routier dei mari bassi nordici (fr:236-237). Servivano metodi di navigazione astronomica, mentre il marinaio conosceva soltanto la Stella Polare e l’Orsa Minore, di cui usava le “Guardie” per leggere l’ora di notte con un complesso sistema mnemonico legato alle stagioni. L’orientamento celeste del marinaio era ancora di straordinaria rudimentalità: doveva immaginare una figura umana in cui la testa era il Nord, i piedi il Sud e le braccia indicavano Est e Ovest, posizioni poi ulteriormente suddivise in otto o sedici punti (fr:242). Una didascalia di figura lo mostra chiaramente: “The RIGHT ARM IEFT ARM FIG. I. THE SAILOR S GUIDE TO CELESTIAL DIRECTION When the Guards pointed to ‘ten o’clock’ fifteenth-century sailors said they pointed to ‘two hours beneath the head’, while ‘five o’clock’ was ‘one hour above the feet’.” (fr:229-231) [Il braccio destro, il braccio sinistro, Fig. I. La guida del marinaio alla direzione celeste: quando le Guardie indicavano le «dieci in punto», i marinai del Quattrocento dicevano che puntavano a «due ore sotto la testa», mentre le «cinque» erano «un’ora sopra i piedi».]
L’impulso a servirsi delle conoscenze astronomiche per migliorare la navigazione venne, come quello per l’esplorazione atlantica, dal principe portoghese Enrico il Navigatore (fr:238). Pur avendo partecipato in gioventù a una sola spedizione, la presa di Ceuta nel 1415, fino alla morte nel 1460 egli fu il principale sostenitore europeo del valore dell’esplorazione lungo le coste africane e degli ausili astronomici alla navigazione (fr:239-240). A questo duplice scopo creò un vero e proprio istituto di ricerca a Sagres, sulla punta sud-occidentale del Portogallo; anche se l’istituzione si spense con lui, l’impulso a migliorare i metodi di navigazione continuò forte (fr:244-245). Il Portogallo divenne così celebre per i suoi interessi nautici che, sul finire del Quattrocento, studiosi forestieri come Abraham Zacuto di Salamanca e lo stesso Martin Behaim trovarono in Lisbona il centro più attivo e interessante per gli astronomi pratici (fr:246).
Per insegnare al marinaio a navigare oceani sconosciuti nel Quattrocento occorrevano due sviluppi: metodi semplificati per determinare la posizione sul globo – in pratica la latitudine ricavata dall’altezza del Sole o di una stella – e strumenti capaci di funzionare sul ponte instabile di un piccolo veliero, in mano a un uomo non addestrato (fr:247-249). Gli strumenti astronomici tradizionali non erano più adatti alla vita di mare di quanto lo fossero i metodi osservativi dei dotti (fr:250). L’astrolabio, il prediletto dagli astronomi, era un meccanismo complicato pensato per fornire dati astrologici, e solo marginalmente dotato di un traguardo (l’alidada) per misurare distanze angolari tra due oggetti (fr:251). Una sua versione semplificata, l’astrolabio nautico – un pesante anello graduato con l’alidada come indice mobile – si sarebbe sviluppata solo nel secolo successivo (fr:252). Lo strumento più comune era invece il quadrante, anch’esso carico di informazioni, ma privo di parti mobili, e facilmente semplificabile sostituendo le tavole astronomiche incise sul retro con tavole nautiche; in questa forma fu lo strumento più usato nel Quattrocento (fr:253). Esisteva poi il bastone di Giacobbe (cross-staff), che il marinaio poteva usare come una balestra per “tirare” una stella: “it was little else than a long narrow piece of wood or bone, fitted with a short movable crosspiece; to use it, one held the end of the staff to the eye, and slid the crosspiece to and fro until its ends just covered the two objects whose angular distance apart was sought.” (fr:254) [non era altro che un lungo e stretto pezzo di legno o d’osso, munito di un corto traversino mobile; per usarlo si teneva l’estremità del bastone all’occhio e si faceva scorrere il traversino avanti e indietro finché le sue estremità coprivano esattamente i due oggetti di cui si voleva la distanza angolare.] Il bastone poteva essere calibrato in vari modi per fornire le informazioni desiderate (fr:255).
La latitudine poteva essere determinata misurando l’altezza del Sole sull’orizzonte e aggiungendo o sottraendo l’angolo di declinazione del giorno, ma questo metodo fu poco usato nel Quattrocento perché era più semplice rilevare l’altezza della Stella Polare e confrontarla con l’altezza misurata in un luogo noto (fr:256). In pratica, però, né l’astronomo né il marinaio ragionavano in termini di latitudine, concetto ancora confinato ai cosmografi dotti: “the seaman was taught to take an altitude by means of his quadrant, and to compare it with the altitude of his home port by means of a simple rule (regiment was the more usual contemporary term) devised by the astronomers.” (fr:258) [al marinaio si insegnava a prendere un’altezza col quadrante e a confrontarla con l’altezza del suo porto d’origine mediante una semplice regola – regimen era il termine più comune all’epoca – escogitata dagli astronomi.] Un esploratore portoghese che navigava verso la Guinea nel 1462 annotava: “I had a quadrant when I went to those parts, and I marked on the table of the quadrant the altitude of the arctic pole.” (fr:259) [Avevo un quadrante quando andai da quelle parti, e segnai sulla tavoletta del quadrante l’altezza del polo artico.] Da dati del genere, accumulati lentamente nel corso del secolo, gli astronomi elaborarono tavole delle altezze celesti che divennero parte essenziale delle regole per i naviganti. Al marinaio si insegnava a osservare la Polare e a correggere la misura in base alla posizione delle Guardie nell’Orsa Minore, le stesse che già utilizzava per leggere l’ora notturna (fr:261). Riceveva inoltre regole per calcolare, a partire da una determinazione di altezza, come navigare di vento e bussola in modo da raggiungere la latitudine della meta, lungo la quale poteva poi procedere verso Est o Ovest fino a destinazione, assenza di correnti permettendo: era il metodo che nel Cinquecento sarebbe stato chiamato “running down the latitude” (fr:262). Quando i manuali provavano a insegnare al marinaio a ricavare la latitudine “puntando” il Sole, l’operazione diventava una fatica laboriosa, piena di tavole e calcoli, come ben mostrano i testi che utilizzavano l’Almanach perpetuum di Abraham Zacuto (scritto intorno al 1473) (fr:263). In quel periodo, i Portoghesi erano all’avanguardia tanto nella navigazione astronomica quanto nell’esplorazione geografica, sebbene gli Spagnoli fossero ormai sul punto di contenerne il primato (fr:264).
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4 Il trionfo della nuova era: l’astronomia in cerca di realtà e ordine
Tra Quattro e Cinquecento l’astronomia non è più solo calcolo, ma esige di rappresentare corpi fisici reali; le crescenti discrepanze osservative, l’inadeguatezza delle tavole e il richiamo umanistico a Platone preparano il terreno alla rivoluzione copernicana.
Il clima intellettuale che precede Copernico è racchiuso in una sezione apertasi con «THE TRIUMPH OF OUR NEW AGE Ptolemy had held in his less mathematical moments, the solid, material crystalline spheres of Aristotelian cosmology» – (fr:286) [IL TRIONFO DELLA NOSTRA NUOVA ERA Tolomeo, nei suoi momenti meno matematici, aveva sostenuto le solide, materiali sfere cristalline della cosmologia aristotelica]. Gli astronomi del XV secolo condividevano quell’esigenza di concretezza: «increasingly astronomers were to demand reality, in the sense that they wanted astronomy to be a science of representation rather than one of calculation, a science dealing with real physical bodies rather than with mere mathematical magnitudes» – (fr:287) [sempre più gli astronomi pretendevano la realtà, nel senso che volevano un’astronomia come scienza della rappresentazione anziché del calcolo, una scienza che trattasse corpi fisici reali e non semplici grandezze matematiche]. La condizione della disciplina era tuttavia insoddisfacente anche da un punto di vista strettamente matematico.
Quasi millecinquecento anni di osservazioni avevano accumulato discrepanze tra teoria e osservazione; alcune, come l’immaginaria trepidazione “scoperta” da Thābit ibn Qurra nel IX secolo, potevano essere gestite aggiungendo sfere o artifici matematici (fr:289-290). Ben più inquietanti erano gli errori nel calcolo delle posizioni planetarie. La necessità di riformare il calendario, un problema religioso legato alla data della Pasqua, si scontrava proprio con queste incertezze: Copernico avrebbe ricordato a papa Paolo III che il Concilio Lateranense del 1512 fu costretto a rinviare ogni correzione «“for the sole cause that the lengths of the years and months and the motions of the Sun and Moon were not held to have been determined with sufficient exactness”» – (fr:292) [per la sola ragione che le durate degli anni e dei mesi e i moti del Sole e della Luna non erano ritenuti determinati con sufficiente esattezza]. Ancora più grave, le tavole alfonsine del XIII secolo erano ormai così inaccurate da rendere difficile il lavoro degli astrologi. L’inquietudine era tale che «it is almost fair to say that the Copernican revolution was predicted a century before Copernicus published his great work» – (fr:293) [è quasi giusto dire che la rivoluzione copernicana fu predetta un secolo prima che Copernico pubblicasse la sua grande opera]. Anche un laico come Pico della Mirandola, nel suo attacco all’astrologia, osservava che la base astronomica di quest’ultima sarebbe crollata quando gli astronomi avessero mutato sistema, cosa che egli riteneva inevitabile (fr:294).
Imbevuti di umanesimo, gli studiosi del Quattrocento si rivolsero agli antichi per uscire dal labirinto astronomico, tanto più che uno dei motivi principali di disagio era il mancato rispetto dei criteri stabiliti da Platone e proseguiti dalla tradizione greca (fr:295-296). Platone aveva proposto di interpretare i moti planetari con una legge matematica precisa, ma aveva anche imposto che essa esprimesse quei moti mediante «uniform circular motion about a unique centre» – (fr:297) [moto circolare uniforme intorno a un unico centro]. In aperta ribellione contro il passato aristotelico, gli umanisti si volsero alle dottrine platoniche e neoplatoniche, sottolineando l’importanza di ordine, armonia e uniformità del moto circolare in tutto l’universo astronomico (fr:298). Di fronte a questa filosofia, nessuno poteva affermare che l’astronomia tolemaica fosse davvero conforme (fr:299).
Gli strumenti impiegati per descrivere i cieli erano ormai lontani dall’ideale platonico. Gli eccentrici, nati per rendere conto della varia luminosità dei pianeti come cerchi non centrati sulla Terra, erano diventati nel XV secolo le superfici di sfere cristalline dal guscio di spessore variabile, incastrate l’una nell’altra per evitare spazi vuoti (fr:300-301). L’eccentrico si combinava con il dispositivo geometrico dell’epiciclo e del deferente: «the epicycle a small circle carrying the planet, itself travelling around the larger circle, the deferent» – (fr:306) [l’epiciclo, un piccolo cerchio che porta il pianeta, viaggiando esso stesso lungo il cerchio maggiore, il deferente]. Si aggiungeva poi l’equante, un punto matematico introdotto per salvare l’uniformità del moto quando la velocità del pianeta non è effettivamente costante; ma proprio l’equante introduceva «a purely mathematical point into a physical system» – (fr:310) [un punto puramente matematico in un sistema fisico].
Come epiciclo, deferente ed equante fossero concretamente integrati nel sistema delle sfere planetarie è mostrato dalla figura 3, tratta dalla New Theory of the Planets di Peuerbach: «THE MATHEMATICAL SYSTEM OF THE WORLD ACCORDING TO PEURBACH M is the centre of the world, A of the equant, c of the small circle, B of the eccentric which is movable and describes P, the epicycle. The two dotted spheres, F,F, carry the apogee of the equant; the two spheres s,s, carry the apogee of the eccentric. The deferent is the white sphere lying between s and s; its eccentric circle is OPHR» – (fr:304-305) [IL SISTEMA MATEMATICO DEL MONDO SECONDO PEURBACH M è il centro del mondo, A quello dell’equante, c del piccolo cerchio, B dell’eccentrico che è mobile e descrive P, l’epiciclo. Le due sfere punteggiate F,F portano l’apogeo dell’equante; le due sfere s,s portano l’apogeo dell’eccentrico. Il deferente è la sfera bianca compresa tra s e s; il suo cerchio eccentrico è OPHR]. L’immagine – fr:311 – mostra come la complessa architettura di sfere cristalline offrisse un simulacro di realtà fisica e spiegasse la regolarità delle rivoluzioni celesti, concepite come meccanismi messi in moto da Dio all’inizio del mondo e mai più mutati (fr:312-313). Eppure lo scarto dalla perfetta circolarità e uniformità tormentava gli astronomi del XV secolo quanto le divergenze tra teoria e osservazione (fr:314).
Era necessaria un’azione drastica. Pochi osarono però spingersi tanto in là quanto Nicola Cusano (1401-1464), che arrivò a rifiutare del tutto le idee convenzionali. Ecclesiastico di spicco, divenuto cardinale nonostante una carriera tempestosa spesa a invocare riforme radicali nella Chiesa, nel calendario e nella filosofia, Cusano pubblicò nel 1440 la Dotta ignoranza: «learned ignorance is the recognition of the inability of the human mind to conceive the absolute or the infinite» – (fr:317) [la dotta ignoranza è il riconoscimento dell’incapacità della mente umana di concepire l’assoluto o l’infinito]. Mentre la maggior parte dei contemporanei cercava ancora di sanare il sistema tolemaico con nuovi cerchi e nuove sfere, Cusano indicava una via diversa, che avrebbe trovato pieno sviluppo solo con la rivoluzione astronomica di Copernico.
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5 Il lungo cammino dell’illustrazione naturalistica tra autorità e osservazione diretta
Dalle copie degradate dei manoscritti antichi alla nascita di un nuovo sguardo sulla natura, il Rinascimento ridisegna il rapporto tra testo, immagine e realtà.
L’evoluzione dei libri di botanica e zoologia nel Quattro e Cinquecento è segnata da una tensione profonda tra la fedeltà alla tradizione e l’impulso a osservare direttamente la natura. Le prime edizioni a stampa dell’opera di Dioscoride, benché diffuse in latino, italiano, tedesco, spagnolo, francese e greco (“Dioscorides was also printed frequently in Latin, Italian, German, Spanish, French and Greek” - fr:370 [Dioscoride fu stampato frequentemente anche in latino, italiano, tedesco, spagnolo, francese e greco]), accentuarono l’aspetto medico della botanica a scapito di interessi più ampi e, soprattutto, ereditarono illustrazioni ormai irriconoscibili: “these editions were naturally illustrated with the traditional drawings, now direfully debased copies of successive copies of the delightful and accurate originals” (fr:371) [queste edizioni erano naturalmente illustrate con i disegni tradizionali, ormai copie terribilmente degradate di successive copie degli originali deliziosi e accurati]. Che la forza delle prime raffigurazioni fosse notevole è testimoniato dal fatto che in una copia del 512 d.C. le illustrazioni “preserve a considerable degree of freshness and verisimilitude” (fr:372) [conservano un notevole grado di freschezza e verosimiglianza].
Colpisce il contrasto, che ha lasciato perplessi gli storici, tra le rozze xilografie degli erbari quattrocenteschi e l’accuratezza di pittori e miniatori coevi. La spiegazione è che nel XV secolo non si avvertiva alcuna contraddizione: “the woodcuts were copied from the illustrations of the manuscript whose text was also faithfully copied ; the illustrations illustrated the text, not nature” (fr:374) [le xilografie erano copiate dalle illustrazioni del manoscritto il cui testo veniva parimenti copiato fedelmente; le illustrazioni illustravano il testo, non la natura]. Si trattava di una concezione per noi peculiare, ma in assenza di uno studio biologico davvero autonomo non poteva essere altrimenti. Il mutamento arrivò nel Cinquecento, quando erboristi e zoologi smisero di dipendere esclusivamente da Dioscoride e Teofrasto, da Aristotele e Plinio, e gli studiosi di storia naturale “began to believe that they could work on their own” (fr:375) [cominciarono a credere di poter lavorare per conto proprio], un percorso analogo a quello che si sarebbe ripetuto nello studio dell’anatomia umana.
Il processo passò attraverso fasi scandite: dapprima un’accettazione acritica di testi nuovi o poco sfruttati, poi la valutazione critica, infine l’emancipazione e l’originalità. Per le opere più note i tempi si accorciarono: l’umanista Ermolao Barbaro, curatore di Dioscoride e Plinio, “claimed to have found no less than five thousand errors in the standard Latin text, errors both of transcription and of fact” (fr:377) [sostenne di aver trovato non meno di cinquemila errori nel testo latino standard, errori sia di trascrizione sia di fatto], pubblicando le sue Castigationes Pliniane (1492-1493). Nonostante qualche difensore, Plinio ne uscì con la reputazione assai compromessa. Lo stesso rischio corse Aristotele e persino Teofrasto, finché non si comprese che “the Greek scientists described the Mediterranean flora and fauna which they saw around them” (fr:379) [gli scienziati greci descrivevano la flora e la fauna mediterranee che vedevano intorno a loro], perciò le loro descrizioni non potevano adattarsi sempre alle specie del Nord Europa. Questa scoperta non solo evitò lo sforzo sterile di vedere con gli occhi di Aristotele, ma suggerì che “it might be profitable to study the variations in flora and fauna in different parts of the globe” (fr:380) [potesse essere fruttuoso studiare le variazioni di flora e fauna nelle diverse parti del globo].
Sul piano visivo, i libri rinascimentali di botanica e zoologia colpiscono per la ricchezza di immagini, che li rende ancor oggi una delizia per il lettore. Nel Quattrocento i libri illustrati servivano a raggiungere un pubblico illetterato o poco alfabetizzato; il Cinquecento affinò le tecniche e produsse “handsome volumes accurately illustrated by admirable artists” (fr:382) [bei volumi illustrati con accuratezza da artisti mirabili]. In botanica e anatomia l’immagine faceva però molto più che integrare il testo: “they could convey what words, as yet insufficiently subordinated to technical needs, could not” (fr:384) [potevano comunicare ciò che le parole, non ancora sufficientemente piegate alle esigenze tecniche, non riuscivano a esprimere]. Mancava infatti un linguaggio tecnico preciso e universalmente noto; quando, nel Settecento, esso fu sviluppato, la botanica poté fare a meno delle figure. Negli erbari l’immagine era spesso l’unico mezzo per identificare una pianta descritta in modo vago o inaccurato, e per questo motivo si verificò una rivoluzione: gli autori, disperando dell’inadeguatezza delle descrizioni verbali, si rivolsero a disegnatori e artisti capaci di osservare con cura.
Resta difficile stabilire quanto merito spetti allo scrittore e quanto all’artista, poiché quando si loda un erbario “it is more often than not the illustrations that are really being judged” (fr:388) [il più delle volte sono davvero le illustrazioni a essere giudicate]. Sono rarissime le testimonianze di una stretta collaborazione: Fuchs fece in modo che disegnatori, copisti su legno e intagliatori ricevessero credito, elogiandoli nella prefazione e inserendo i loro ritratti, ma non indicò “how far, if at all, he directed the artist” (fr:390) [fino a che punto, ammesso che lo facesse, guidasse l’artista]. Anche Brunfels, la cui opera si intitolava Herbarum Vivae Eicones (1530) e le cui tavole di Hans Weiditz erano di gran lunga superiori al testo, non offrì indicazioni sul proprio ruolo direttivo. L’impiego di veri artisti comportò anzi un inconveniente: Weiditz disegnava esattamente ciò che vedeva, “warts and all” (fr:391) [verruche e tutto], foglie spezzate, fiori appassiti, danni da insetti. Solo gradualmente, man mano che i botanici impararono l’importanza di fornire indicazioni e scelsero illustratori invece che artisti indipendenti, i disegni cominciarono a raffigurare tipi ideali anziché singoli individui.
In zoologia il problema non si pose quasi. Gli animali comuni dovevano comunque risultare verosimili nei tratti essenziali, mentre per le creature esotiche di regioni tropicali o artiche “no one could tell whether the portrayal … were accurate or not” (fr:393) [nessuno poteva dire se la raffigurazione fosse accurata o meno]. L’esattezza della rappresentazione era meno importante e la descrizione verbale risultava più semplice che per le piante. Di conseguenza, “the artistic calibre of most zoological illustration is low” (fr:395) [il calibro artistico della maggior parte delle illustrazioni zoologiche è basso] e per tutto il Cinquecento è il testo, non l’immagine, a catturare l’attenzione del lettore.
L’erbario rimase a lungo il terreno su cui si esercitò il dominio di Dioscoride, un dominio che si allentò solo quando i naturalisti impararono ad aggiungere e a sostituire osservazioni proprie. Subito dopo la prima edizione a stampa dell’opera (1483) apparvero i primi di una serie di rifacimenti, forse basati su una versione del V o VI secolo. Queste opere, in latino e nelle lingue volgari, ebbero titoli come Herbarius o Hortus Sanitatis e “were immensely popular” (fr:398) [furono immensamente popolari]. Esse testimoniano, nel bene e nel male, il lento ma inesorabile passaggio da un sapere libresco a una scienza che torna a guardare il mondo con occhi nuovi.
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6 La genesi tormentata del De Revolutionibus e la strategia del disvelamento
L’arrivo di Rheticus sblocca decenni di esitazioni, ma la paura del ridicolo, più che della censura, plasma la pubblicazione dell’opera che rivoluzionò la cosmologia.
L’ingresso di Joachim Rheticus nella vita di Copernico segnò una svolta decisiva. Nonostante fosse protestante, Rheticus ottenne pieno accesso alle carte astronomiche e in soli due mesi preparò la pubblicazione di un resoconto del sistema eliocentrico, la Narratio Prima, data alle stampe nel “Copernicus did not scruple to let the young man, Protestant though he was, have full access to his astronomical papers ; and barely two months later he permitted Rheticus to prepare for publication a brief account of the system, the Narratio Prima, published in” - (fr:558). Questo testo, sebbene brevissimo, ebbe una diffusione ben maggiore del precedente Commentariolus, con due edizioni in due anni. In esso, Copernico impose l’anonimato: Rheticus non lo nominò mai, limitandosi a indicarlo come “my teacher” (“il mio maestro”). “No doubt Copernicus had stipulated anonymity ; very probably he wished to see what reception would be accorded to the theory by a general audience before he acknowledged it.” - (fr:561). Era una mossa cauta, un sondaggio dell’opinione pubblica prima di esporsi.
L’accoglienza favorevole della Prima Narrazione convinse Rheticus a insistere per la pubblicazione del lavoro accumulato in decenni, e Copernico cedette. “Copernicus yielded; and though Rheticus defected, handing his job over to a Lutheran pastor named Andreas Osiander, Copernicus let the printers continue.” - (fr:563). L’opera vide la luce nel 1543 con il titolo De Revolutionibus Orbium Coelestium Libri Sex, ma con un apparato introduttivo anomalo. Mentre la dedica era rivolta a Papa Paolo III, Osiander inserì di sua iniziativa una nota al lettore non firmata, in cui esprimeva una sua personale interpretazione strumentalista del sistema, negandone la realtà fisica. “The De Revolutionibus thus appeared in a curiously if anonymously Catholic-Protestant guise.” - (fr:566). La tradizione vuole che Copernico abbia visto il libro finito solo sul letto di morte.
La critica ha a lungo dibattuto sulla riluttanza di Copernico a pubblicare tra il 1512 e il 1539, chiedendosi se temesse la censura ufficiale o fosse geloso del suo sapere. “Why the hesitation, when he was prepared to give way in the end ? Was he afraid of official censure ? Was he jealous of his superior knowledge ?” - (fr:568-570). La dedica a Paolo III esclude di per sé il terrore della disapprovazione ecclesiastica. La vera ragione, suggerita da una lettura attenta, affonda in una convinzione di matrice pitagorica e in un timore più umano: il ridicolo. “Careful reading of the prefatory letter of dedication to Pope Paul III… suggests that the reasons were derived from what he believed to be Pythagorean doctrine : that advanced scientific ideas should be discussed only among scientists, because non-scientists, misunderstanding, always travestied them.” - (fr:575).
Copernico paventava non tanto le applicazioni filosofiche improprie della sua teoria, quanto l’incredulità e lo scherno con cui le idee nuove vengono sempre accolte. “He knew his theory was both novel and strange ; he feared lest it should be regarded as absurd as well, and he himself, as he put it, ‘hissed off the stage … Reflecting thus, the thought of the scorn I had to fear on account of the novelty and incongruity of my theory, nearly induced me to abandon my project.’” - (fr:579). La paura della derisione, per quanto possa apparire un movente poco nobile, era concretissima — lo stesso Galileo l’avrebbe provata mezzo secolo dopo — e va calata nel contesto dell’epoca. Pubblicare un libro significava esporre le proprie idee al giudizio di un’audience vasta e variegata. “Actual publication of the De Revolutionibus exposed the Copernican system… to comment and criticism by all and sundry — humanists, scholastics, astrologers, mathematicians, crackpots, ecclesiastics — for any educated man in the sixteenth century when astronomy was the most widely studied of the natural sciences fancied himself competent to pass judgement on astronomical theories.” - (fr:583). Già anni prima Copernicus aveva scelto la circolazione manoscritta del Commentariolus, una forma di comunicazione tra specialisti, proprio per evitare il verdetto dei dilettanti. E del resto, un commento sprezzante come quello di Lutero — che bollava come un folle chiunque cercasse di rovesciare la scienza tradizionale — dimostrava quanto il pericolo di scherno fosse fondato.
Nella dedica, Copernico confidò che l’autorità e il giudizio del Pontefice avrebbero potuto “readily hold the slanderers from biting” (“trattenere facilmente i calunniatori dal mordere”). “But, as he remarked disarmingly in his dedication, the Pope, by his ‘influence and judgement can readily hold the slanderers from biting.’” - (fr:586). Desiderava solo un’equa valutazione e, ironicamente, il libro fu effettivamente ben accolto in ambito ecclesiastico, venendo usato per la riforma del calendario. “All he wanted was a fair hearing ; though he did not live to see it, his book was indeed well received in the Church and used, as he had hoped, to further calendar reform.” - (fr:587). Eppure, l’ironia della sorte volle che inizialmente proprio il cuore dell’opera, la nuova teoria, ricevesse scarsa attenzione critica. In ultima analisi, sfogliando il De Revolutionibus, emerge con chiarezza la fedeltà di Copernico alla sua formazione: egli aveva studiato l’Almagesto di Tolomeo con estrema, minuziosa attenzione, al punto che la struttura e l’impianto della sua opera rivoluzionaria restavano profondamente debitori al trattato che ambiva a sostituire.
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7 L’eliocentrismo copernicano: rompere le barriere del cosmo aristotelico
Nel Cinquecento supporre il moto della Terra appariva un’assurdità contro l’evidenza sensibile e la fisica aristotelica. Copernico, temendo il ridicolo, offrì argomenti di probabilità, armonia e semplicità matematica, avviando il superamento del dualismo celeste-terrestre e ponendo le basi della cosmologia moderna.
Nel XVI secolo, ammettere che la Terra si muovesse significava forzare fatti solidamente accertati fino al limite dell’assurdo: “For to assume that the Earth moved, in the sixteenth century, required such a straining of well-assured fact as to amount to an absurdity of the degree that would be provoked by the contrary argument to-day” – (fr:627) [Perché supporre che la Terra si muovesse, nel XVI secolo, richiedeva una tale forzatura di fatti ben accertati da equivalere a un’assurdità del grado che oggi susciterebbe l’argomento contrario]. Proprio questa attribuzione di moto faceva temere a Copernico il ridicolo degli astronomi: “It was this attribution that caused Copernicus to fear that astronomers would laugh and refuse to take him seriously” – (fr:626) [Fu questa attribuzione a far temere a Copernico che gli astronomi ridessero e si rifiutassero di prenderlo sul serio]. Nel XX secolo comprendiamo la difficoltà solo a fatica, perché siamo stati educati fin dall’infanzia a credere che la Terra si muova, benché pochi sappiano offrire una prova immediata (fr:628); nel Cinquecento, invece, tutti “sapevano”, per ragioni analoghe, che la Terra stava ferma, e nessuno sentiva il bisogno di dimostrare ciò che i sensi confermavano (fr:629). Scienziati e filosofi offrivano comunque prove logiche e scientifiche, quasi tutte derivate da Aristotele e Tolomeo (fr:630).
Gli argomenti aristotelici contro il moto terrestre erano molteplici: la Terra, composta prevalentemente dall’elemento pesante “terra”, doveva trovarsi al centro dell’universo, suo luogo naturale; un oggetto naturalmente pesante e pigro non poteva muoversi; il moto naturale degli elementi terrestri era rettilineo, mentre quello celeste era circolare; infine, se la Terra ruotasse su sé stessa, l’atmosfera, gli uccelli e i proiettili resterebbero indietro e un sasso caduto da una torre non toccherebbe il suolo alla sua base (fr:631). Copernico confutò tali obiezioni con fermezza e ingegnosità, servendosi ovunque possibile di argomenti aristotelici (fr:632): “Thus, to the argument that the Earth should not be assumed to move, because to move was contrary to its nature, Copernicus retorted that it was easier to imagine that the relatively small Earth moved, than that the great heavens hurled themselves around every twenty-four hours, a feat that must require truly enormous speed” – (fr:633, 634) [Così, all’argomento che non si doveva supporre che la Terra si muovesse, perché muoversi era contrario alla sua natura, Copernico ribatté che era più facile immaginare che la Terra, relativamente piccola, si muovesse, piuttosto che i grandi cieli si precipitassero attorno ogni ventiquattr’ore, un’impresa che doveva richiedere una velocità davvero enorme]. Rispetto ai timori di Tolomeo sull’atmosfera, sostenne che essa, in quanto parte della regione terrestre, condivideva il moto del suo corpo centrale, la Terra (fr:637).
Difendere la mobilità terrestre costrinse Copernico a modificare la rigida separazione aristotelica fra fisica celeste e terrestre. Non potendo negare che il moto circolare fosse naturale per i cieli e quello rettilineo per la Terra (fr:638), dovette anzitutto ammettere che i due tipi di moto potevano coesistere nello stesso corpo, così che l’intero potesse ruotare mentre le parti si muovevano in linea retta (fr:639), e in secondo luogo affermare che la forma sferica della Terra la rendeva adatta al moto circolare quanto i corpi celesti (fr:640). In questo modo, del tutto inconsapevolmente, negando una differenza essenziale fra sfera celeste e terrestre, Copernico diede inizio a quell’erosione del dualismo cosmico destinata a concludersi in modo irreversibile (fr:641): “Once astronomers began to consider heavens and Earth as one, there was logically a need to treat their dynamical problems as one” – (fr:642) [Una volta che gli astronomi cominciarono a considerare cielo e Terra come un tutt’uno, vi era logicamente la necessità di trattare i loro problemi dinamici come un unico problema]. Fu il primo cosmologo moderno ad abbattere le antiche barriere; una dopo l’altra esse caddero fino a che, con Newton, si tornò a un cosmo unificato e uniforme, simile alla concezione presocratica originaria (fr:643).
Tuttavia Copernico non argomentava in questo modo; il suo metodo restava aristotelico nello spirito, se non nel contenuto (fr:644). Faceva appello alla nobiltà dell’immobilità: “We conceive immobility to be nobler and more divine than change and constancy” – (fr:645) [Concepiamo l’immobilità come più nobile e più divina del mutamento e dell’incostanza], e poiché i cieli sono più nobili, dovevano stare in quiete mentre la Terra, più vile, si muoveva. Per Copernico era sufficiente mostrare che la nuova ipotesi era possibile, probabile, ragionevole e appropriata; un argomento probabile era tutto ciò che ci si poteva aspettare (fr:646‑647).
La riorganizzazione del sistema tolemaico richiedeva ben più che assegnare il moto alla Terra (fr:648). Nel Commentariolus Copernico elencò sette assunzioni preliminari (fr:649). La prima negava l’esistenza di un unico centro di moto per tutti i corpi celesti (fr:650): sebbene i pianeti ruotassero attorno al Sole, la Luna continuava chiaramente a girare attorno alla Terra, introducendo una dicotomia che all’epoca era considerata uno svantaggio rispetto all’eleganza tolemaica del centro unico (fr:651‑652). La seconda assunzione rimuoveva la Terra dal centro dell’universo, pur mantenendola come centro della sfera lunare, perché i corpi pesanti continuavano a cadervi e la Luna le orbitava attorno (fr:653‑654). Qui il sistema copernicano incontrava un altro svantaggio: la fisica e la cosmologia non si sostenevano più a vicenda. Secondo Aristotele i gravi cadevano verso la Terra proprio perché essa era il centro dell’universo; Copernico, rendendo impossibile tale spiegazione, lasciava la gravità come una forza misteriosa o occulta, bisognosa di una spiegazione che prima non era necessaria (fr:655‑657). Il risultato fu un problema nuovo e fecondo per i cosmologi successivi (fr:658).
La terza assunzione collocava il centro del sistema planetario nel Sole, vero centro dell’universo, conclusione che Copernico dichiarava suggerita «dalla processione sistematica degli eventi e dall’armonia dell’intero universo» (fr:659). La posizione speciale del Sole spiegava perché, pur essendo un pianeta come Venere o Marte, fosse l’unico a diffondere luce e calore, apparendo di gran lunga più importante; ora le sue proprietà uniche corrispondevano a una posizione unica: “In the middle of all sits the Sun enthroned. How could we place this luminary in any better position in this most beautiful temple from which to illuminate the whole at once? He is rightly called the Lamp, the Mind, the Ruler of the Universe … So the Sun sits as upon a royal throne ruling his children the planets which circle around him” – (fr:662‑665) [In mezzo a tutto siede il Sole in trono. Come potremmo collocare questo luminare in una posizione migliore in questo bellissimo tempio, da cui illuminare il tutto in una volta? Egli è giustamente chiamato Lampada, Mente, Reggitore dell’Universo … Così il Sole siede come su un trono regale governando i suoi figli, i pianeti, che gli girano attorno]. La quarta assunzione richiedeva un universo immenso: la distanza Terra‑Sole doveva essere trascurabile rispetto a quella del Sole dalla sfera delle stelle fisse (fr:666). Solo così si poteva aggirare il problema della parallasse: nel sistema copernicano le stelle fisse avrebbero dovuto mostrare un leggero spostamento apparente durante l’anno, ma nessuna parallasse era osservabile – fatto non sorprendente, poiché sfuggì alla rilevazione telescopica fino al 1838‑39 (fr:669). Copernico poteva soltanto insistere che la parallasse esisteva ma era troppo piccola per essere rilevata, a causa dell’enorme distanza delle stelle (fr:670). Le ultime tre assunzioni riguardavano direttamente i moti della Terra (fr:671): la rotazione diurna produceva il sorgere e il tramontare apparenti del Sole, dei pianeti e delle stelle fisse, mentre la rivoluzione annuale attorno al Sole causava il moto annuale apparente del Sole e le retrogradazioni apparenti di alcuni pianeti (fr:672‑673).
Grazie a questi accorgimenti, Copernico accrebbe l’ordine e l’armonia del sistema planetario (fr:674). Il moto diurno della Terra spiegava da solo l’alternarsi del giorno e della notte (fr:677), ma il vantaggio più rilevante era la regolarizzazione dei moti planetari (fr:678). I moti retrogradi dei pianeti diventavano semplici apparenze: il moto reale di ciascun pianeta avveniva sempre nella stessa direzione attorno al Sole, anche se a causa del moto terrestre non sembrava così (fr:681). La figura 4 mostra il caso di Giove: mentre la Terra compie una rivoluzione completa in un anno, Giove percorre solo circa 30° della sua orbita (fr:688). Il risultato è che, vista dalla Terra, la posizione di Giove sulla sfera delle stelle fisse descrive una serie di anelli, indicati dai punti 1’ a 12’ nel diagramma (fr:689). “The apparent path of Jupiter is thus the result of neglecting to differentiate between relative and absolute motion; in fact its orbit is as smooth a curve as that of the Earth, and its motion always in the same direction” – (fr:690) [Il percorso apparente di Giove è quindi il risultato del trascurare di distinguere tra moto relativo e assoluto; in realtà la sua orbita è una curva liscia come quella della Terra, e il suo moto è sempre nella stessa direzione]. La figura 5 mette a confronto i sistemi copernicano e tolemaico: in entrambi la linea dalla Terra al pianeta risulta parallela e l’angolo con la linea Terra‑Sole è identico, cosicché la posizione apparente del pianeta è la stessa (fr:685‑687). Per Copernico questa scoperta rappresentava una semplificazione profondamente soddisfacente (fr:691), sebbene separasse in modo curioso apparenza e realtà. Tentava di spiegare il moto relativo con l’immagine virgiliana della nave che salpa: “It is but as the saying of Aeneas in Virgil — ‘We sail forth from the harbour, and lands and cities retire.’ As the ship floats along in the calm, all external things seem to have the motion that is really that of the ship, while those within the ship feel that they and all its contents are at rest” – (fr:692‑693) [È proprio come il detto di Enea in Virgilio: “Salpiamo dal porto, e terre e città si allontanano”. Mentre la nave galleggia nella bonaccia, tutte le cose esterne sembrano avere il moto che in realtà è della nave, mentre quelli all’interno sentono che essi e tutto il suo contenuto sono in quiete]. Eppure, se i moti apparenti sono intercambiabili, sorgeva la domanda: perché cambiare sistema? Chi poteva essere certo che Copernico sapesse veramente quale fosse la nave e quale la riva? (fr:694‑695).
Pur tra questi dubbi, Copernico era certo di aver rovesciato Tolomeo in modo convincente, rimuovendo la Terra dal centro (pur lasciandola abbastanza vicina, rispetto all’immensa distanza delle stelle fisse), collocandovi il Sole, rendendo le stelle fisse veramente fisse e usando il moto terrestre per spiegare più fenomeni contemporaneamente (fr:697). Con tali mezzi, il sistema copernicano introduceva maggiore semplicità, ordine, armonia e uniformità, corrispondendo all’ideale platonico di un universo esprimibile mediante moti circolari (fr:699). È vero che conservava eccentrici, epicicli e deferenti, la cui manipolazione era comunque familiare agli astronomi del Cinquecento (fr:700, 703), ma aveva eliminato l’equante, un espediente fisicamente privo di significato, e aveva spiegato i moti retrogradi come meri effetti prospettici (fr:701). Conservava inoltre le sfere cristalline, preservando l’immagine aristotelica di un universo a sfere concentriche, ora più grande ma ancora racchiuso dalla sfera immobile delle stelle fisse (fr:704‑705). La matematica del sistema copernicano era leggermente più semplice da maneggiare di quella tolemaica (fr:706); vi era un’eleganza matematica che doveva attrarre gli astronomi teorici, un sistema pitagorico fatto per i matematici (fr:702).
Restava la domanda cruciale: “Were these advantages enough? Could one readily accept a system so reasonable, but so unprovable? Was it, in fact, really so reasonable?” – (fr:707‑709) [Erano sufficienti questi vantaggi? Si poteva accettare con facilità un sistema così ragionevole, ma così indimostrabile? Era, di fatto, davvero così ragionevole?]. I vantaggi esistevano, ma erano abbastanza grandi da spingere a distruggere il lavoro di secoli e a sostituire Aristotele e Tolomeo con Pitagora e Copernico? (fr:710). Perfino i guadagni in uniformità non erano ottenuti senza corrispondenti svantaggi (fr:711): il sistema presentava due centri (Sole e Terra per la Luna), rendeva la gravità una forza occulta e non risolveva il problema della parallasse. Tuttavia, proprio iniziando a negare la differenza essenziale fra cielo e Terra, Copernico aveva avviato quel processo che condusse, attraverso la fisica newtoniana, a un cosmo unificato. La sua rivoluzione, più che offrire prove inconfutabili, aprì la strada a una nuova maniera di pensare l’universo.
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8 La rivoluzione celeste di Tycho Brahe: dalle sfere solide agli orbi fluidi
Con la dissoluzione delle sfere cristalline, Tycho Brahe aprì la strada a un cosmo fluido e a traiettorie non circolari.
Il dibattito sulla natura delle comete condusse a una scelta drastica: “THE GREAT DEBATE that since comets were indubitably located above the Moon, there could be no crystalline spheres supporting and moving the planets.” – (fr:977) [La grande disputa per cui, essendo le comete indiscutibilmente situate al di sopra della Luna, non potevano esistere sfere cristalline a sostenere e muovere i pianeti.] Tycho Brahe prese questa decisione rivoluzionaria con assoluta serenità (fr:978). Nel suo scritto del 1588 sul fenomeno celeste del 1577 dichiarò: “There are not really any Orbs [spheres] in the Heaven . . . those which Authors have invented to save the appearances exist only in imagination, in order that the motions of the planets in their courses may be understood by the mind, and may be (after a geometrical interpretation) resolved by arithmetic into numbers.” – (fr:979) [Non esistono realmente Orbi [sfere] nel Cielo… quelli che gli Autori hanno inventato per salvare le apparenze esistono solo nell’immaginazione, affinché i moti dei pianeti nei loro percorsi possano essere compresi dalla mente e, dopo un’interpretazione geometrica, risolti aritmeticamente in numeri.] Di conseguenza, appariva vano cercare di agganciare la cometa a un orbita reale (fr:980). I filosofi moderni, osserva Tycho, concordavano con l’antica credenza in sfere dure e impervie (fr:981), ma “the comets themselves would most lucidly convince us that this opinion does not correspond with the truth.” – (fr:982) [le comete stesse ci convincerebbero con la massima chiarezza che questa opinione non corrisponde al vero.] Le osservazioni dimostravano che le comete percorrevano l’etere più alto senza essere trascinate da alcuna sfera (fr:983). Questo gesto – “So blandly to deny the reality of the crystalline spheres — to change the meaning of the word ‘orb’ from ‘sphere’ to ‘circular path’ or ‘orbit’ — was a most revolutionary measure, as revolutionary in its own way as the displacement of the Earth from the centre of the universe.” – (fr:983) [Negare così tranquillamente la realtà delle sfere cristalline – cambiare il significato della parola ‘orbe’ da ‘sfera’ a ‘percorso circolare’ o ‘orbita’ – fu una misura quanto mai rivoluzionaria, tanto rivoluzionaria a suo modo quanto lo spostamento della Terra dal centro dell’universo.] Dal IV secolo a.C. gli astronomi avevano accettato senza esitazione la realtà di sfere solide in cui i pianeti erano incastonati (fr:984); esse erano la risposta fisica alla rappresentazione matematica dei moti celesti (fr:985). L’abbandono delle sfere cristalline rese urgente cercare qualcos’altro che trattenesse i pianeti, anche se Tycho stesso non affrontò mai il problema (fr:986). Eliminate le sfere, bastava riorganizzare il sistema tolemaico per fare spazio alle comete intorno al Sole (fr:987). Tycho descrive con linguaggio ornato la necessità di collocare la cometa entro confini più precisi dell’etere, “next to which orbs of the Planets [the comet] traces its path, and by what course it accomplishes this.” – (fr:988) [accanto a quali orbi dei Pianeti la cometa traccia il suo percorso, e secondo quale corso lo compie.] Il sistema tolemaico era ingombrante, carico di equanti ed epicicli superflui, e troppo pieno per accogliere le comete (fr:988). L’innovazione copernicana era elegante dal punto di vista matematico, ma presentava difficoltà ancora maggiori (fr:989). Tycho la respingeva perché “the body of the Earth, large, sluggish and inapt for motion, is not to be disturbed by movement (especially three movements), any more than the Aetherial Lights [stars] are to be shifted, so that such ideas are opposed both to physical principles and to the authority of Holy Writ.” – (fr:990) [il corpo della Terra, grande, pigro e inadatto al movimento, non deve essere turbato dal moto (specialmente tre movimenti), così come i Lumi Eterei [stelle] non devono essere spostati, cosicché tali idee sono opposte sia ai princìpi fisici sia all’autorità della Sacra Scrittura.] Altre obiezioni riguardavano l’enorme spazio tra l’orbe di Saturno e le stelle fisse, l’assenza di parallasse e le dimensioni stellari dedotte dai diametri apparenti; inoltre un sasso lasciato cadere da una torre non avrebbe mai raggiunto il suolo ai piedi della torre se la Terra si muovesse (fr:991). Erano argomenti convincenti, benché fondati su una fisica errata, la cui falsità sarebbe stata dimostrata solo da Galileo (fr:992-993).
Di fronte a questi problemi, Tycho si immerse nella ricerca di un’ipotesi che conciliasse matematica, fisica, assenso teologico e apparenze celesti (fr:994). “And at length almost against hope there occurred to me that arrangement of the celestial revolutions by which their order becomes most conveniently disposed, so that none of these incongruities can arise.” – (fr:995) [E alla fine, quasi contro ogni speranza, mi venne in mente quella disposizione delle rivoluzioni celesti per cui il loro ordine diventa disposto nel modo più conveniente, così che nessuna di queste incongruenze possa sorgere.] Il suo sistema puntava a conservare i vantaggi del copernicanesimo senza gli svantaggi di una Terra in moto, eliminando al contempo le complicazioni tolemaiche (fr:996). Come Copernico, Tycho attinse agli antichi – ma non dichiarò che il suo schema ricalcava essenzialmente quello di Eraclide Pontico (fr:997-998). La struttura è semplice: la Terra resta immobile al centro dell’universo, mentre ogni ventiquattro ore ruota “the most remote Eighth sphere, containing within itself all others” – (fr:1000) [la più remota Ottava sfera, che contiene in sé tutte le altre], l’unica sfera solida che Tycho conservò per spiegare il moto diurno delle stelle. Il Sole compie un giro annuo intorno alla Terra, e i pianeti ruotano attorno al Sole, accompagnandolo (fr:1001-1002). Tycho stesso affermò: “I shall assert that the other circles guide the five Planets about the Sun itself, as their Leader and King and that in their courses they always observe him as their centre of revolution.” – (fr:1003) [Affermerò che gli altri cerchi guidano i cinque Pianeti attorno al Sole stesso, come loro Guida e Re, e che nei loro percorsi osservano sempre lui come centro di rivoluzione.]
Questo modello spiegava, con lo stesso successo del copernicanesimo, la prossimità di Venere e Mercurio al Sole, i moti retrogradi, le variazioni di luminosità e la commistione del moto solare con quello planetario (fr:1004). Aboliva la necessità degli equanti e riduceva eccentrici ed epicicli, sebbene Tycho non sviluppò mai la rappresentazione matematica completa (fr:1005). L’unica complicazione, evidente dal diagramma, è che l’orbita di Marte interseca l’orbita del Sole intorno alla Terra (fr:1006). Se gli orbi fossero sfere solide, l’incrocio sarebbe impossibile (fr:1007); ma Tycho aveva già rinunciato alle sfere reali. “The machine of Heaven is not a hard and impervious body full of various real spheres, as up to now has been believed by most people.” – (fr:1008) [La macchina del Cielo non è un corpo duro e impervio pieno di varie sfere reali, come finora è stato creduto dai più.] “It will be proved that it extends everywhere, most fluid and simple, and nowhere presents obstacles … the circuits of the Planets being wholly free and without the labour and whirling round of any real spheres at all, being divinely governed under a given law.” – (fr:1009) [Si dimostrerà che si estende ovunque, fluidissimo e semplice, e non presenta ostacoli in alcun luogo … i circuiti dei Pianeti essendo del tutto liberi e senza la fatica e il vorticoso girare di alcuna sfera reale, essendo governati divinamente secondo una data legge.] Le intersezioni apparenti – effetto della rappresentazione bidimensionale – erano irrilevanti (fr:1010). Anzi, il nuovo schema offriva il vantaggio di spiegare perché Marte in opposizione appare più luminoso: in quel momento è più vicino alla Terra che al Sole (fr:1011).
Poiché tutto ciò costituiva una digressione nel libro sulle comete, Tycho si limitò a delineare la sua “macchina della natura” e tornò al moto cometario (fr:1012). Nell’universo riorganizzato c’era spazio per una cometa che orbitasse attorno al Sole tra Venere e Marte, comportandosi come “an adventitious and extraordinary planet” – (fr:1013) [un pianeta avventizio e straordinario] con una traiettoria non del tutto dissimile da quella dei pianeti. La sua velocità variabile e il percorso curioso erano prevedibili, poiché “Comets, just as they do not have bodies as perfect and perfectly made for perpetual duration as do the other stars … so also they do not observe so absolute and constant a course of equality … it is as though they mimic to a certain extent the uniform regularity of the Planets, but do not follow it altogether.” – (fr:1014) [Le comete, così come non hanno corpi tanto perfetti e perfettamente fatti per una durata perpetua quanto le altre stelle … così anche non osservano un corso di uguaglianza tanto assoluto e costante … è come se imitassero in una certa misura la regolarità uniforme dei pianeti, ma non la seguissero del tutto.] Le comete future avrebbero confermato questa collocazione (fr:1015). Tycho propose quindi due possibilità per il moto della cometa del 1577: “either the revolution of this our Comet about the Sun will not be at all points exquisitely circular, but somewhat oblong, in the manner of the figure commonly called ovoid ; or else it proceeds in a perfectly circular course, but with a motion slower at the beginning, and then gradually augmented.” – (fr:1016) [o la rivoluzione di questa nostra Cometa attorno al Sole non sarà in tutti i punti squisitamente circolare, ma alquanto oblunga, al modo della figura comunemente detta ovoidale; oppure procede in un corso perfettamente circolare, ma con un moto più lento all’inizio, e poi gradualmente accelerato.] È la prima proposta seria che un corpo celeste possa seguire una traiettoria né circolare né composta di cerchi, anche se Tycho non pensava a un percorso chiuso (fr:1017). In tal modo, la negazione delle sfere cristalline si rivelò non solo la premessa del sistema tychonico, ma anche il germe di una nuova cinematica celeste.
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9 L’ostilità religiosa verso il copernicanesimo: dalla scolastica alla condanna di Bruno
La reazione delle Chiese all’astronomia eliocentrica non fu uniforme né immediata; prese forma attraverso dispute dottrinali, casi esemplari e una crescente consapevolezza delle implicazioni filosofiche dell’ipotesi copernicana.
Il testo ricostruisce il mutamento dell’atteggiamento religioso verso il sistema copernicano tra XVI e XVII secolo. Inizialmente, la tradizione scolastica offriva strumenti per conciliare passi scritturali contraddittori: “And it was a well-established scholastic tradition that when Scriptural passages appeared to contradict each other, reason might be applied to the resolution.” (fr:1083) [“Ed era una ben consolidata tradizione scolastica che quando passi della Scrittura sembravano contraddirsi, si potesse applicare la ragione per risolverli.”]. Su questa base, un autore non meglio identificato poté concludere che la dottrina pitagorica del moto terrestre non fosse contraria alla Bibbia, conclusione che la Chiesa non respinse ufficialmente fino al
Dopo il 1600 nuovi elementi incrinarono questa tolleranza, e tra essi spicca l’adozione di alcune tesi copernicane da parte di Giordano Bruno. L’episodio bruniano mostrò pericoli filosofici prima non percepiti: “this certainly suggested, what had not been apparent before, the philosophical dangers inherent in the Pythagorean hypothesis.” (fr:1085) [“ciò suggerì certamente, cosa che prima non era stata evidente, i pericoli filosofici insiti nell’ipotesi pitagorica.”]. Bruno, imprigionato dall’Inquisizione veneta e poi romana dopo il suo avventato ritorno in Italia nel 1591, non fu incriminato per copernicanesimo. Le accuse erano altre: “he was an apostate monk ; he had espoused atheistic Epicurean doctrines ; he appeared to have taken an Arian stand on the nature of the Trinity ; he was a magician of sorts.” (fr:1087) [“era un monaco apostata; aveva abbracciato dottrine epicuree atee; sembrava aver assunto una posizione ariana sulla natura della Trinità; era una sorta di mago.”]. Anche sotto pressione, Bruno rimase ostinato, “insisting that there was nothing to recant, and trying instead to show his judges the beauties of his mystic pantheism.” (fr:1088) [“insistendo che non c’era nulla da ritrattare, e cercando invece di mostrare ai suoi giudici le bellezze del suo panteismo mistico.”].
La stranezza del caso, nota l’autore, fu la riluttanza dell’Inquisizione a dichiararlo “an impenitent and pertinacious heretic” (fr:1089) [“un eretico impenitente e pertinace”]; occorsero otto anni per la condanna al rogo. In tutto il procedimento, “there is no mention of Copernicanism, nor did it occur to anyone that there should be.” (fr:1090) [“non vi è menzione del copernicanesimo, né venne in mente a qualcuno che dovesse esserci.”]. Tuttavia, una volta giustiziato Bruno, divenne difficile dimenticare che quell’ipotesi astronomica “could be used for dangerous purposes if its physical truth were upheld.” (fr:1091) [“poteva essere usata per scopi pericolosi se la sua verità fisica fosse stata sostenuta.”]. E di lì a poco gli astronomi avrebbero rivendicato la validità fisica del sistema in modo più forte e pubblico.
L’attacco protestante, specialmente luterano, fu più tempestivo. Melantone, discepolo di Lutero, venne a conoscenza della nuova teoria da Retico ancor prima che questi si recasse a Frauenburg. Lutero stesso nel 1539 ne sapeva abbastanza da denunciarla: in uno dei suoi Discorsi a tavola derise l’astronomo che vuole provare il moto della Terra, “just as if someone sitting in a moving waggon or ship were to suppose that he was at rest, and that the Earth and the trees were moving past him.” (fr:1096) [“proprio come se qualcuno seduto su un carro o una nave in movimento credesse di essere fermo, e che la Terra e gli alberi gli si muovessero accanto.”]. Bolla la pretesa come stoltezza che sovvertirà l’intera astronomia, aggiungendo che “as Holy Writ declares, it was the Sun and not the Earth which Joshua commanded to stand still.” (fr:1099) [“come dichiara la Sacra Scrittura, fu il Sole e non la Terra che Giosuè comandò di fermarsi.”]. Melantone, nei suoi Elementi di fisica del 1549, ribadisce che sostenere pubblicamente il moto terrestre è “a want of honesty and decency” (fr:1100) [“una mancanza di onestà e decenza”] e un esempio pernicioso, poiché è dovere di una mente retta “to accept the truth as revealed by God and to acquiesce in it.” (fr:1101) [“accettare la verità rivelata da Dio e acquietarsi in essa.”]. Calvino non menziona mai Copernico ma la sua fede nella verità letterale della Scrittura è altrettanto assoluta. Per questi motivi, alcuni come Tycho Brahe giudicarono il moto della Terra troppo ostile alla fede per essere preso in seria considerazione.
Eppure, sebbene il riconoscimento graduale dei pericoli dogmatici sembrasse rendere inevitabile un conflitto tra scienza e religione, “the issue was not often faced publicly.” (fr:1103) [“la questione non veniva spesso affrontata pubblicamente.”]. Molti scienziati accettavano il sistema copernicano in privato, altri placavano la coscienza con un’adesione parziale, altri ancora negavano recisamente il conflitto tra Scrittura e astronomia. Il paradosso storico è che “the Protestant restriction was strongest in the early years, when there was least evidence for the truth of the Copernican system ; whereas the Catholic attack was fiercest when, for the first time, it began to appear that there might be physical, as well as mathematical and aesthetic grounds for adopting the heliostatic system.” (fr:1107) [“la restrizione protestante fu più forte nei primi anni, quando c’erano meno prove a favore del sistema copernicano; mentre l’attacco cattolico fu più aspro quando, per la prima volta, cominciarono ad apparire ragioni fisiche, oltre che matematiche ed estetiche, per adottare il sistema eliostatico.”]. Nonostante le riserve individuali, alla fine del secolo il copernicanesimo, modificato nel corso di sessant’anni, era assai più vitale che negli anni Quaranta del Cinquecento. E ciò avvenne, nota il testo, benché nella seconda metà del Cinquecento non fossero emerse grandi scoperte nuove che rendessero il sistema più probabile di quanto non fosse nel
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10 Il rinnovamento anatomico del Cinquecento tra Galeno, arte e illustrazione
“In the early years of the sixteenth century anatomy was undoubtedly regarded as far more important than had been the case before, and anatomical studies were pursued with great vigour, and in a new way.” — (fr:1164) [Nei primi anni del Cinquecento l’anatomia era senza dubbio considerata molto più importante di quanto non fosse stato in precedenza, e gli studi anatomici erano condotti con grande vigore e in modo nuovo.]
Ancora alle soglie del XVI secolo il testo ufficiale per l’insegnamento rimaneva l’anatomia di Mondino, imposta dalla stampa con una prima edizione nel 1476 e oltre venti ristampe nel Cinquecento (fr:1156). Gli studenti potevano assistere a dissezioni post mortem; i docenti, anziché rivolgersi direttamente a Galeno, producevano commentari su Mondino (fr:1154, 1157). Un caso emblematico è quello di Alessandro Achillini (1463-1512), professore di filosofia e medicina, le cui Anatomical Annotations, pubblicate postume nel 1520, mostrano lezioni ancora ancorate a Mondino, benché la tradizione gli attribuisca qualche piccola scoperta, segno che l’indagine autonoma cominciava lentamente ad attecchire (fr:1161-1163). Non tutte le università furono precoci: Tubinga introdusse gli studi anatomici solo nel 1485, prescrivendo una dissezione ogni tre o quattro anni (fr:1158-1159).
Il vero impulso al mutamento giunse dall’umanesimo che, subito dopo aver denigrato la tradizione araba incarnata da Mondino, rese accessibile la superiore tradizione greca di Galeno (fr:1165). Come in astronomia si tentava un ritorno a Tolomeo contro i testi medievali, così in medicina si cercava di restaurare la disciplina attraverso una riconsiderazione delle opere galeniche (fr:1166). Nuove traduzioni si moltiplicarono: Thomas Linacre (ca 1460-1524) curò testi medici e il trattato fisiologico On the Natural Faculties (1523); l’opera più influente fu però On the Use of Parts, disponibile in diverse versioni dal greco già prima del 1500, che imponeva di discutere la funzione di ogni organo durante la dissezione (fr:1167-1168). Il suo prestigio era accresciuto dal fatto che Mondino non la conosceva, in sintonia con il clima anti-medievale e anti-arabo (fr:1169). Nel 1528 apparve a Parigi una serie di quattro testi tascabili per studenti, tra cui lo stesso On the Use of Parts (fr:1170). L’ascesa della facoltà medica parigina coincise con questo rinnovato fervore, culminato con la traduzione latina, ad opera di Johannes Guinther di Andernach (1487-1574), del trattato appena riscoperto De Anatomicis Administrationibus (1531) (fr:1171-1172). Guinther fu un umanista prima ancora che un anatomista pratico, ma eseguì dissezioni e fu maestro di Vesalio, che lo assistette nella stesura del manuale del 1536 (fr:1173-1174).
La riscoperta delle Procedure Anatomiche segnò l’inizio di un vero culto di Galeno. L’ordine della dissezione fu stravolto: non più i visceri come in Mondino, ma lo scheletro. Galeno avvertiva: “as poles to tents and walls to houses, so are bones to living creatures, for other features naturally take form from them and change with them” — (fr:1180) [come i pali per le tende e le mura per le case, così sono le ossa per gli esseri viventi, poiché le altre parti prendono naturalmente forma da esse e con esse mutano]. Lo scheletro era poco conosciuto, e l’ingiunzione era necessaria (fr:1181). Galeno procedeva poi con muscoli, nervi, vene e arterie degli arti, riservando gli organi interni a una trattazione per funzioni – alimentare, respiratoria (incluso il cuore) e cerebrale – (fr:1184-1185). Questo metodo, ripreso da Vesalio, rovesciava il procedimento mondiniano e ne rendeva palese la superiorità (fr:1186, 1188). Eppure il culto di Galeno generò anche ambiguità: da un lato uomini come John Caius dedicarono la vita a curarne le edizioni e considerarono ogni dissenso come superficialità accademica (fr:1191-1192); dall’altro, proprio mentre fioriva la venerazione, vi furono anatomisti che, seguendo l’esempio e le esortazioni di Galeno, sezionarono con occhio fresco e scoprirono che Galeno descriveva anatomia animale, non umana (fr:1193-1194). Lo stesso Galeno, che lamentava l’impossibilità di studiare cadaveri umani a Roma e spiegava il ricorso a scimmie e altri animali, avrebbe disprezzato chi, pur avendo accesso a corpi umani, si rifiutava di credere ai propri occhi (fr:1182-1183, 1194).
Parallelamente, l’arte esercitava un’influenza di tutt’altro segno. Ogni bottega nutriva un interesse per l’anatomia di superficie e muscolare ai fini del ritratto naturalistico (fr:1199). L’esempio più alto fu Leonardo da Vinci (1452-1519), introdotto allo studio anatomico nella bottega del Verrocchio, dove gli allievi osservavano anche corpi scorticati per comprendere il gioco dei muscoli (fr:1201). Dopo i primi disegni anatomici (1497-1499), in cui si coglie una profonda comprensione dell’anatomia di superficie ma una conoscenza solo superficiale della dissezione, Leonardo progettò un libro On the Human Figure dedicato all’anatomia artistica (fr:1203-1204). Dopo il 1503, con maggior accesso a materiale anatomico e con la lettura del On the Use of Parts galenico (1506 circa), il suo approccio mutò radicalmente: studiò ossa e muscoli, si interessò alla funzione fisiologica e divenne sarcastico verso le affermazioni di Mondino quanto qualsiasi umanista medico (fr:1205-1208). A questo periodo appartengono i lavori migliori, come lo studio del centenario confrontato con un feto di sette mesi (fr:1209). Leonardo sezionava anche animali, sia perché con Galeno presupponeva un’identità fondamentale tra uomo e animale, sia per necessità artistiche come il monumento equestre a Ludovico Sforza (fr:1210-1211). Le sue doti di osservatore e il talento meccanico nell’ideare tecniche di indagine produssero tavole di altissima accuratezza, sebbene non manchino errori; il tutto è trasfigurato da disegni che riempiono ogni pagina, perché Leonardo fu un illustratore anatomico senza pari, capace di cercare la «bellezza nascosta» che credeva pervadere quasi tutta la struttura del corpo (fr:1212-1216). Tuttavia lavorò in segreto e non pubblicò nulla: la sua influenza sull’illustrazione anatomica poté essere reale, ma sull’anatomia fu nulla (fr:1218-1220).
Proprio l’illustrazione anatomica conobbe uno sviluppo straordinario nei primi decenni del Cinquecento. Prima di allora i libri di anatomia contenevano scene di dissezione, operazioni chirurgiche, i cosiddetti “wound men” per localizzare i colpi di spada e rozze figure astrologiche del corpo (fr:1226). L’Anatomical Bundle (Fasciculus Medicinae, 1493), che includeva il testo di Mondino, recava una figura femminile seduta con il corpo aperto a mostrare gli organi riproduttivi: il disegno era naturalistico, ma l’anatomia non lo era affatto (fr:1227). Il primo ad avvalersi delle potenzialità dell’illustrazione fu Berengario da Carpi (ca 1460-1530), legato all’Università di Bologna. Nel 1521 pubblicò un commento a Mondino e l’anno seguente la Short but very Clear and Fruitful Introduction to the Anatomy of the Human Body; entrambe le opere contengono vere tavole anatomiche (fr:1231). Le figure che illustrano i muscoli mostrano corpi con espressioni vivaci nell’atto di sollevare lembi di pelle per esibire la struttura sottostante: questo modo di rappresentare l’anatomia viva si sarebbe sviluppato nei completi “uomini muscolari” e negli scheletri (fr:1232-1233). Berengario collocava le figure in un paesaggio spoglio, che divenne lo sfondo quasi desolato e in rovina delle illustrazioni di Vesalio, culmine di questo genere (fr:1234).
L’illustrazione aveva un indubbio valore, specialmente in assenza di un lessico tecnico consolidato, e produsse libri magnifici, ma ebbe anche svantaggi (fr:1235-1237). Tendeva a distrarre dal testo, che non sempre veniva rappresentato fedelmente; alcuni anatomisti lamentavano che gli studenti, avendo le immagini, sentissero meno il bisogno di sezionare con le proprie mani (fr:1238-1240). Lo stesso Vesalio ammoniva: “I am convinced that it is very hard— nay, futile and impossible— to obtain real anatomical or therapeutic knowledge from mere figures or formulae, though no one will deny them to be capital aids to memory” — (fr:1241) [Sono convinto che sia molto difficile – anzi, vano e impossibile – ottenere una vera conoscenza anatomica o terapeutica da semplici figure o formule, benché nessuno negherà che siano eccellenti sussidi per la memoria]. Valutare l’opera degli anatomisti cinquecenteschi solo dalle illustrazioni è dunque fuorviante: è il testo, molto più delle immagini, a costituire la misura autentica del loro conseguimento scientifico (fr:1242).
Dietro l’atteggiamento comune degli anatomisti del periodo si cela una contraddizione rivelatrice. Ognuno dichiarava che l’anatomia necessitava di chiarimenti a causa dell’incompetenza dei professori e vantava di aver sezionato innumerevoli cadaveri; ma ciascuno finiva per tradire il fatto che le proprie ricerche si basavano su pochi corpi umani, integrati da autopsie e da numerose dissezioni animali (fr:1245-1246). Ciò spiega molte anomalie. A lungo ci si è chiesti perché gli anatomisti cinquecenteschi “vedessero” nell’uomo ciò che Galeno aveva descritto per gli animali; la risposta non sta solo nella cecità volontaria, ma nel fatto che essi spesso usavano lo stesso materiale animale di Galeno, più facilmente reperibile e più conforme alle sue descrizioni (fr:1248-1249). Così il fegato “a cinque lobi”, presente in cani e scimmie ma non nell’uomo, compariva nelle illustrazioni anatomiche, compresi i primi disegni di Vesalio; la rete mirabile era data per presente nell’uomo benché difficile da trovare in un cadavere non fresco; e il rene destro veniva regolarmente disegnato più in alto del sinistro, mentre nell’uomo è più basso, segno che le idee fissate dalle prime dissezioni animali erano così tenaci da impedire di riordinare la visione perfino di fronte al corpo umano (fr:1250-1251). In questo intrico di fedeltà alla lettera e lenta conquista dello sguardo autonomo, tutte le opere che si susseguirono a partire dal 1520 circa, variamente influenzate da Galeno, composero nel loro insieme quella che fu chiamata la «nuova anatomia» (fr:1252-1253).
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11 Il primato dell’osservazione: da Berengario a Vesalio e la fondazione dell’anatomia moderna
Un percorso che, dai primi trattati rinascimentali, conduce al “De Humani Corporis Fabrica” e al superamento di Galeno, ridefinendo il metodo anatomico e il rapporto tra forma e funzione.
Le prime opere anatomiche di tipo nuovo nascono con Berengario da Carpi, autore del Commento a Mondino e della Breve Introduzione. Sebbene seguisse l’impianto del suo modello, la sua trattazione «è incommensurabilmente superiore a quella di Mondino» (fr:1256). Berengario era mosso da un’esigenza di chiarezza: “There are many books which discuss anatomy, but they are not well arranged for the reader’s comfort” (fr:1257) [«Ci sono molti libri che trattano di anatomia, ma non sono ben disposti per la comodità del lettore»]. A differenza dei predecessori che attingevano a favole, egli mirava a un’anatomia genuina, costruita sull’osservazione diretta in dissezione (fr:1264-1265). Il suo testo era limpido, indicava nomi, posizioni e precauzioni da adottare, tanto che “reading his account, anyone would feel almost capable of picking up a dissecting knife and going to work” (fr:1267) [«leggendo il suo resoconto, chiunque si sentirebbe quasi in grado di impugnare un bisturi e mettersi al lavoro»].
Berengario non fu sorprendentemente originale, ma osservava con buona accuratezza. Un esempio è il suo atteggiamento verso la rete mirabile, rete di vasi alla base del cervello presente nei bovini ma non nell’uomo (fr:1258). Alcuni, come Niccolò Massa nella sua Introduzione all’anatomia (1536), giuravano di averla vista e mostrata, sebbene talvolta molto ridotta (fr:1260). Lo stesso Vesalio teneva a portata di mano una testa di bue o di agnello per dimostrarla (fr:1261). Berengario invece la derideva con arguzia: “I have never seen this net, and I believe that nature does not accomplish by many means that which she can accomplish by few means” (fr:1269) [«Non ho mai visto questa rete, e credo che la natura non compia con molti mezzi ciò che può compiere con pochi mezzi»]. Non essendo necessaria, non c’era ragione di immaginarla.
In quegli stessi decenni apparvero altre opere di pregio — l’Introduzione all’anatomia di Massa, il De dissectione partium corporis humani del francese Charles Estienne (pubblicato nel 1545 ma avviato attorno al 1530, con illustrazioni ottenute inserendo dettagli anatomici in figure di artisti contemporanei), l’Anatomia di Mondino di Johannes Dryander (1541) — ciascuna con nuove denominazioni e nuovi dati (fr:1270). Tuttavia «nessuna è significativamente superiore alle altre» (fr:1271). La svolta giunse con Andrea Vesalio, che produsse un’opera superiore a tutte “anatomically, pictorially and physiologically, so far superior as almost to eclipse the work of his contemporaries” (fr:1272) [«anatomicamente, pittoricamente e fisiologicamente, tanto superiore da eclissare quasi il lavoro dei contemporanei»].
Vesalio ebbe il vantaggio di essere stato formato nella nuova anatomia. Nato nel 1514, studiò a Lovanio, dove assorbì l’amore umanistico per le lingue e prese a dissezionare animali (fr:1274). A Parigi, sotto Guinther di Andernach, conobbe le Procedure anatomiche di Galeno e ne fu profondamente influenzato (fr:1276). Il disprezzo che in seguito riversò sui suoi maestri fu in parte la misura di quanto gli avevano insegnato: essi, insieme a Galeno, gli mostrarono un’anatomia intesa come ricerca, non come materia libresca, e il valore dell’osservazione diretta nonché lo stretto legame tra anatomia e fisiologia (fr:1277-1278). Rientrato a Lovanio dopo la chiusura della scuola parigina nel 1536, si trasferì in Italia e a Padova conseguì il dottorato e, giovanissimo, la nomina a lettore di chirurgia (fr:1279-1280).
Il primo frutto del suo insegnamento furono le Tabulae sex (1538), fogli di grande formato, pensati forse per essere affissi, che univano testo e immagini. La dedica iniziale dichiara che l’opera rispondeva alle richieste di studenti e professori (fr:1282-1283). I primi tre fogli, disegnati dallo stesso Vesalio, mostravano fegato, vasi sanguigni, organi riproduttivi e sistemi venoso e arterioso, con errori tradizionali sulla forma del fegato, dell’utero e sulla posizione relativa dei reni (fr:1284). Gli ultimi tre, opera di Jan Stephen van Calcar, allievo di Tiziano, raffiguravano lo scheletro in postura viva (fr:1285). Le Tabulae avviarono una moda e moltiplicarono i fogli anatomici per gli studenti (fr:1286).
Dopo anni di lezioni e dissezioni febbrili, Vesalio si sentì pronto, e nel 1543 pubblicò non uno ma due volumi: il monumentale De Humani Corporis Fabrica e il compendio tascabile Epitome (fr:1288). Fu un’impresa straordinaria anche perché nello stesso periodo collaborò all’edizione Giuntina di Galeno e curò le Institutiones anatomicae di Guinther (fr:1289). Portati i libri a Basilea per la stampa, li presentò alla corte imperiale ottenendo il posto di medico di Carlo V. Da quel momento l’attività anatomica quasi cessò; la seconda edizione del Fabrica (1555) contiene comunque materiale rivisto (fr:1291). Dopo il servizio presso Filippo II di Spagna, lasciò l’incarico e morì nel 1564 durante un pellegrinaggio, con l’intenzione di tornare all’insegnamento padovano (fr:1292).
A rendere il Fabrica superiore non furono soltanto le drammatiche e artistiche illustrazioni — per le quali, dopo van Calcar, si ipotizza un anonimo della bottega di Tiziano, anche se stupisce che Vesalio non abbia mai citato l’autore (fr:1301-1303) — ma la struttura e l’ampiezza. L’opera non è un semplice manuale e il titolo già annuncia qualcosa di più della sola anatomia strutturale (fr:1294). L’impianto segue il piano di Galeno, non quello mondiniano, e nell’ultimo libro Vesalio riprende esperimenti di vivisezione galenici sul taglio e la legatura dei nervi (fr:1295). I sei libri trattano rispettivamente scheletro, muscoli, sistemi venoso e arterioso, sistema nervoso, organi delle cavità toracica e addominale, cervello (fr:1296).
Vesalio scriveva anche una polemica anti-galenica, godendo nel contraddire Galeno, per esempio sostenendo che l’origine della vena cava è nel cuore e non nel fegato (fr:1297-1298). Tuttavia “there is a real sense in which Vesalius began with Galen rather than the human body, in the same way in which Copernicus began with Ptolemy rather than with the physical world” (fr:1299) [«c’è un senso reale in cui Vesalio partì da Galeno piuttosto che dal corpo umano, allo stesso modo in cui Copernico partì da Tolomeo piuttosto che dal mondo fisico»]. L’originalità non ne risulta sminuita (fr:1300). Come ogni anatomista del Cinquecento, anche Vesalio cercava qualcosa che fosse sfuggito a Galeno per affermarsi come ricercatore indipendente (fr:1301). E se da un lato accumulò una mole eccezionale di materiale nuovo con un commento vivace e dettagliato (fr:1308), dall’altro non fu immune all’errore: si ostinò, per esempio, a ritenere il rene destro più alto del sinistro (fr:1306-1307). Le stesse splendide illustrazioni non sono sempre accurate quanto il testo, e talvolta fondono anatomia umana e animale in una sola figura, non per confusione ma per praticità nella discussione comparativa (fr:1309-1310).
L’aspetto forse più sorprendente è la cura con cui Vesalio collegò i singoli organi all’intero organismo. Lo scheletro completo diventa via via pochi frammenti; la figura umana scorticata mostra gli strati muscolari fino a ridursi a singoli muscoli; la cavità corporea è considerata nel suo insieme prima delle singole parti. Non è il metodo di un libro di testo elementare, ma quello di una monografia concepita per sostituire Galeno (fr:1312-1313). Perciò Vesalio, come Galeno, non separa anatomia e fisiologia: la struttura è messa in relazione con la funzione (fr:1314). Lo mostra bene la descrizione delle fibre venose: “Nature gave straight fibres to the vein; by means of these it draws blood into its cavity. Then since it has to propel the blood into the next part of the vein, as though through a water-course, she gave it transverse fibres. Lest the whole blood should be taken at once into the next part of the vein from the first without any pause, and be propelled, she also wrapped the body of the vein with oblique fibres” (fr:1316-1317) [«La natura ha dato fibre diritte alla vena; per mezzo di esse attira il sangue nella sua cavità. Poi, dovendo spingere il sangue nella parte successiva della vena come attraverso un corso d’acqua, le ha fornito fibre trasversali. Affinché tutto il sangue non passasse subito dalla prima alla seconda senza sosta, ha avvolto il corpo della vena anche con fibre oblique»]. La vena è un canale per portare nutrimento; le arterie distribuiscono lo spirito vitale. La funzione corporea è concepita in termini meccanici: attrazione ed espulsione, corsi d’acqua, un’analogia che settantacinque anni dopo servirà a Harvey (fr:1319-1320).
Nel trattare la nutrizione, Vesalio espone con chiarezza il processo galenico: cibo e bevande passano dalla bocca nello stomaco e quindi in quella fucina comune che comprime, mescola, cuoce e spinge il concoctus nell’intestino; i rami della vena porta succhiano la parte migliore del succo per portarla al fegato, che aggiunge il tocco necessario per produrre sangue perfetto ed espelle due tipi di scarto: bile gialla e succo atrabiliare. Il sangue viene poi condotto attraverso la vena cava alle diverse parti del corpo, che attraggono ciò che è loro simile e lo assimilano (fr:1323-1328).
Più complessa e controversa è la discussione sul cuore. Vesalio colloca l’origine della grande arteria nel ventricolo sinistro, osservando che i disaccordi tra filosofi e medici su questo punto nascono dalla diversa interpretazione dei ventricoli (fr:1331-1332). Ma la questione più delicata riguarda il setto interventricolare. La sua superficie è costellata di fossette che Galeno interpretava come pori, attraverso cui una piccola quantità di sangue poteva filtrare dalla parte destra a quella sinistra (fr:1333-1334). Vesalio, pur incline ad accettare l’idea, dopo accurato esame non rilevò alcun passaggio: “Conspicuous as these pits are, none (as far as can be detected by the senses) permeate from the right ventricle into the left through the septum between the ventricles; nor did any passages, even the most obscure, appear to my eyes, by which the septum would be made pervious, although these are described by the professors of dissection because they have a most strong persuasion that the blood is carried from the right ventricle to the left” (fr:1337) [«Per quanto queste fossette siano evidenti, nessuna (per quanto si possa percepire con i sensi) passa dal ventricolo destro al sinistro attraverso il setto; né ai miei occhi apparve alcun passaggio, neppure il più oscuro, che rendesse pervio il setto, sebbene i professori di dissezione li descrivano perché sono fermamente persuasi che il sangue passi dal ventricolo destro al sinistro»]. Concludeva così di essere non poco dubbioso sulla funzione cardiaca (fr:1338).
Dall’anatomia del cuore e dei polmoni Vesalio scivolò nel problema dell’anima, convinto che anche questo fosse un tema medico oltre che teologico. Pur premettendo di voler evitare accuse di eresia — specialmente in Italia, dove bastava bisbigliare qualcosa sulle opinioni di Platone, Aristotele o Galeno per essere sospettati di dubbi sull’immortalità dell’anima (fr:1340-1341) — rivendicò per i medici il diritto di esaminare le facoltà che governano il corpo, la loro sede e il loro medicamento, e persino la sostanza e l’essenza dell’anima (fr:1342-1343). La conclusione, tuttavia, fu cautamente ortodossa: il fegato produce il sangue più denso e lo spirito naturale, il cuore il sangue con spirito vitale, il cervello lo spirito animale (fr:1344). Vesalio proclamò così la propria indipendenza, sebbene poi ne facesse poco uso.
L’imponenza del Fabrica mette in ombra i contemporanei, ma la generazione era ricca. Quando Vesalio lasciò Padova, l’ateneo trovò degni successori. Bartolomeo Eustachio (1520-1574), medico a Roma e unico grande anatomista non legato a un’università, fu spesso più accurato di Vesalio, anche se pubblicò molto meno. Il suo Opuscula anatomica (1563) confrontava organi umani e animali, mostrando che Vesalio e altri avevano descritto reni animali anziché umani, e segnalava differenze nei sistemi venosi del braccio di uomo, scimmia e cane; studiò inoltre l’anatomia dell’orecchio (fr:1348-1349). Di un’ampia opera progettata sopravvivono solo le tavole, pubblicate nel Settecento (fr:1350). A Padova insegnò anche Gabriele Falloppio (1523-1562), le cui Observationes anatomicae sono pregevoli soprattutto per la descrizione degli organi riproduttivi femminili (fr:1351). La scuola padovana, con figure come Realdo Colombo, continuò ad arricchire l’anatomia cinquecentesca, ciascuno con i propri contributi.
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12 Chirurgia e medicina nel Cinquecento: dai campi di battaglia ai rimedi chimici
La separazione tra medicina e chirurgia, le nuove malattie epidemiche e l’avvento dei farmaci chimici ridisegnarono il rapporto tra cura e conoscenza.
La pratica medica del XVI secolo era segnata da una netta divisione tra chirurgia e medicina, sebbene i confini fossero spesso valicati. I chirurghi – in origine tenuti a occuparsi di “ferite, fratture, parto” e di interventi come il taglio della pietra e le amputazioni – tendevano a prescrivere farmaci di propria iniziativa, sostenendo che “la febbre derivante dalle ferite ricadesse nel dominio del chirurgo” e che a questi spettasse somministrare le purghe preparatorie agli interventi (fr:1380). Una malattia, in particolare, restò quasi sempre affidata alle loro cure: la lues venerea, o sifilide, chiamata anche “‘la nuova malattia delle forze armate’, ‘mal francese’” (fr:1382). Divenuta epidemica durante l’assedio di Napoli del 1495, si diffuse in tutta Europa con spaventosa rapidità, e ogni chirurgo che scriveva si misurava con la sua cura, proprio come con le ferite da arma da fuoco (fr:1383).
L’addestramento dei chirurghi avveniva in buona parte negli ospedali, dove tra i poveri si offrivano ampie occasioni di osservazione e pratica; ma fu il campo di battaglia a rivelarsi “una scuola persino migliore dell’ospedale per formare uomini illustri” (fr:1378-1379). Giovanni da Vigo (1460-1525), chirurgo di papa Giulio II, fu tra i primi a scrivere sui problemi chirurgici dell’esercito. La sua fama è offuscata dalla difesa della cauterizzazione delle ferite da arma da fuoco, che riteneva avvelenate dal piombo dei proiettili – forse influenzato “dall’alta incidenza del tetano” –, ma egli scrisse anche sulla legatura delle arterie, su nuovi strumenti e sulla sifilide, per la quale proponeva l’assunzione di mercurio (fr:1389-1392). La sua opera, corredata da una breve introduzione anatomica, fu tradotta in tutte le lingue volgari ed esercitò grande influenza (fr:1393).
La fama di Ambroise Paré (1510-1590) poggia proprio sulla condanna della cauterizzazione di Vigo, che sostituì con blande medicazioni. Dopo un apprendistato come barbiere-chirurgo e un servizio all’Hôtel-Dieu di Parigi, Paré partecipò alla campagna del 1536 come chirurgo privato del comandante di fanteria; da lì costruì un’esperienza che lo portò a ideare nuove cure e a diventare chirurgo dei re di Francia (fr:1395-1396). Scrisse copiosamente su ferite da arma da fuoco, amputazioni – estendendo l’uso della legatura – ostetricia e ustioni, avendo cura di “proclamare la manifesta superiorità dei suoi metodi su quelli dei contemporanei e degli avversari” (fr:1397). Il chirurgo inglese William Clowes (1544-1604) ebbe una carriera analoga e lasciò un casebook chirurgico, A Profitable and Necessary Book of Observations, che descrive “le difficoltà e i successi di un chirurgo di successo” con vivacità e competenza, restituendo un quadro in cui le ferite “erano lente a guarire ed eccessivamente dolorose”, ma almeno il chirurgo affrontava mali che era in grado di curare (fr:1398-1399).
La situazione del medico contemporaneo era ben più desolante: egli poteva talvolta diagnosticare la malattia, ma “c’era poco o nulla che potesse fare per alleviarla o curarla, e la maggior parte dei suoi metodi di cura sembrava piuttosto aggravare che mitigare il disagio” (fr:1400). Pur mantenendo la fiducia dei pazienti, i medici prescrivevano inevitabilmente “purghe, salassi e una varietà di farmaci complessi e nauseanti” (fr:1401-1402). Quasi l’unico trattamento positivo, da un punto di vista moderno, era l’isolamento dei contagiosi, una quarantena sviluppata già nel tardo Medioevo per lebbra e peste (fr:1403). In questo panorama, il medico e astronomo Girolamo Fracastoro offrì una delle rare trattazioni puramente mediche con Contagion, Contagious Diseases and their Treatment (1546). Fracastoro distinse tre tipi fondamentali di contagio: per contatto diretto; per contatto diretto e tramite fomites, cioè “vesti, oggetti di legno e cose simili che, pur non essendo corrotte, possono conservare i germi originari del contagio e infettare per mezzo loro”; e infine contagio che si trasmette anche a distanza, come nelle “febbri pestilenziali, tisi, certe oftalmie” (fr:1406-1409). Credeva nei “semi del contagio”, particelle impercettibili trasmesse meccanicamente dal malato al sano; una teoria atomica della malattia che, per quanto coerente con l’esperienza, “non era davvero utile” e non consentiva applicazioni costruttive se non per confermare i vantaggi dell’isolamento (fr:1410-1412). L’ironia volle che Fracastoro, medico, fuggisse da Verona durante la peste del 1510 per rifugiarsi nella sua tenuta di campagna: “La conoscenza può rendere codardi” (fr:1413-1414).
La classificazione delle malattie cominciò a includere anche le patologie professionali e regionali. Paracelso (c.1493-1541) scrisse un libro sulle malattie dei minatori (1533-34) in cui trattò l’avvelenamento da mercurio e arsenico, sebbene diminuisse il valore delle osservazioni riconducendo ogni male connesso ai metalli a un’origine “mercuriale” (fr:1416-1417). Pochi anni dopo Agricola (1490-1555), medico in una città mineraria, inserì nel suo De Re Metallica una breve sezione sulle malattie tipiche dei minatori (fr:1418). Allo stesso modo, i viaggiatori erano soggetti allo scorbuto e al rischio di incontrare malattie del tutto nuove, specie ai tropici. Nel 1598 apparve The Cures of the Diseased in Remote Regions di George Wateson, che Hakluyt avrebbe voluto includere nei suoi Voyages, ma William Gilbert, al quale era stato chiesto un parere, lo sconsigliò promettendo invano un’opera più completa di medicina tropicale e artica (fr:1419-1421).
La fiducia dei medici del Cinquecento nei propri rimedi era piena, malgrado l’inefficacia sostanziale. La maggior parte delle cure era tradizionale, spesso di origine greca, ma tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento si verificarono sviluppi nuovi ed entusiasmanti nell’impiego dei rimedi chimici (fr:1422-1424). La controversia sui farmaci chimici ruotava attorno a Paracelso, sebbene l’uso di sostanze non erbali fosse anteriore. I cordiali, o acque distillate, erano stati introdotti in Europa nel Trecento come medicine: il medico tedesco Michael Puff von Schrick, autore del primo libro a stampa sulla distillazione (1478), assicurava che “chi beve mezzo cucchiaio di acquavite ogni mattina non sarà mai malato” e che l’acquavite avrebbe rianimato persino i morenti (fr:1427-1428). Il chirurgo Hieronymus Brunschwygk (c.1450-1512) descrisse nei suoi libri sull’arte distillatoria come ottenere l’“essenza” di una sostanza, mostrando come il trattamento chimico dei rimedi erbali si stesse già diffondendo in Europa (fr:1431-1432).
Sul fronte della sifilide, Vigo aveva proposto già nel 1514 di somministrare mercurio per via interna, non solo come unguento, rivendicando un successo infallibile (fr:1434). Le dosi erano massicce – si diceva che alcuni chirurghi ne prescrivessero tanto che “le ossa dei pazienti si trovavano piene di mercurio invece che di midollo” – e la sostanza era costosa, tanto che molti preferivano il guaiaco, il “Legno Santo” del Nuovo Mondo, nella convinzione che “il rimedio per una malattia del Nuovo Mondo dovesse trovarsi lì” (fr:1438-1440). Il guaiaco era del tutto privo di valore medico, sicché le numerose guarigioni attestate dovevano essere immaginarie o frutto di diagnosi errate, ma anche i fallimenti non mancavano (fr:1441). La paura di un uso sconsiderato del mercurio spinse il Senato di Augusta a proibire nel 1582 “sostanze notoriamente dannose o velenose, come … Turpethum minerale e altri mercuriali purganti” (fr:1442). Paracelso si schierò dalla parte del mercurio in nome del principio che “il simile deve combattere il simile e malattie violente richiedevano cure violente” (fr:1443). Abbracciò anche l’antimonio, un emetico ancor più violento, spesso assunto facendo riposare vino in una coppa di antimonio e bevendolo al risveglio – una procedura che di per sé testimonia l’efficacia del farmaco (fr:1445-1446). Gli acidi minerali, come l’olio di vetriolo, e i composti del mercurio e dell’antimonio, dai nomi suggestivi quali Mercurius vitae, balsamo e regulus di antimonio, entrarono così nell’uso medico (fr:1447-1449). Il più celebre rimedio paracelsiano, il Laudanum, elogiato come quasi miracoloso, era invece una blanda mistura erbale simile a farmaci noti a Galeno e priva di oppio; furono i paracelsiani successivi a preparare il laudanum a base di oppio (fr:1450).
Queste novità, che fossero dovute all’attrazione per la violenza in un’epoca di epidemie, guerre e conflitti religiosi, oppure alla disperazione, si diffusero rapidamente, solo in parte sotto l’egida della mistica medica paracelsiana (fr:1451-1453). I cosiddetti iatrochimici accolsero l’idea della medicina chimica rifiutando però gli estremismi mistici. Joseph Du Chesne (Quercetanus), pur dichiarando cautamente di non voler difendere Paracelso in tutto, affermava: “Oso dire e difendere che egli insegna molte cose, quasi divinamente, in Fisica, che la grata posterità non potrà mai lodare e raccomandare a sufficienza”, e lodava soprattutto l’uso di metalli e sali come farmaci (fr:1456-1457). Oswald Croll (1580-1609), nella sua Basilica Chymica, dichiarava: “Senza questa filosofia chimica, tutta la Fisica non è che cosa morta” (fr:1458). L’opera più singolare in materia fu The Triumphal Chariot of Antimony di Basil Valentine (in realtà probabilmente Johann Tholde), un’indagine approfondita delle proprietà chimiche e mediche dell’antimonio sotto mentite spoglie alchemiche, che argomentava come i veleni, opportunamente preparati, potessero agire da antidoti e che ebbe un’influenza profonda sull’accettazione dei composti antimoniali e sullo studio chimico dei metalli (fr:1459-1461).
Alla fine del secolo, la medicina nuova non si distingueva più per la conoscenza anatomica ma per la chimica. I medici tradizionali difendevano i “Galenici” (preparati erboristici), mentre i nuovi campioni sostenevano i farmaci “Spagirici” (chimici) (fr:1463-1464). Ci fu chi tentò di conciliare le due posizioni, come Daniel Sennert con il suo De Chymicorum cum Aristotelicis et Galenicis Consensu ac Dissensu (1619), ma la controversia infuriò a lungo, e le forze conservatrici cedettero terreno solo lentamente (fr:1465-1466). L’uso dell’antimonio era talmente esteso nella Parigi del primo Seicento che un editto regio contrario fu presto revocato (fr:1467). Ancora nel 1665, durante la Grande Peste, un gruppo di medici londinesi fondava una “Society of Chymical Physicians” in opposizione al Collegio conservatore, convinta che solo la medicina chimica violenta potesse far fronte al morbo, anche se l’assenza di nomi illustri nella società suggeriva che la riluttanza verso i rimedi chimici fosse alimentata tanto dal riconoscimento dei danni quanto dall’attaccamento alla tradizione (fr:1468).
L’influsso della medicina chimica sulla medicina fu ambiguo; sulla pratica della chimica fu interamente benefico. La crescente domanda di nuovi farmaci generò una richiesta di istruzioni. Speziali e farmacisti avevano bisogno di insegnamento e comparve una nuova figura, il docente di chimica. Il francese Jean Beguin (c.1550-1620) fu tra i primi a organizzare corsi per speziali e pubblicò nel 1610 il Tyrocinium Chymicum, un manuale semplice, preciso e dettagliato volto a insegnare “l’Arte di sciogliere i corpi misti naturali e di coagularli una volta sciolti, riducendoli in medicamenti salubri, sicuri e gradevoli”, un’opera che rimase popolare per quasi tutto il secolo (fr:1474-1475).
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13 L’eredità di Seton e Sendivogius, la complessità di Paracelso e l’alchimia pratica del Carro Trionfale dell’Antimonio
Dalla polvere segreta e dalle particelle nitro‑aeree alla definizione dell’alchimia come arte del fuoco e alla nascita di una chimica medica.
Il racconto si apre con una vicenda quasi romanzesca: Alexander Seton, dopo essere stato liberato da una prigionia inflittagli da un Elettore che voleva conoscere la composizione di una polvere straordinaria, muore poco dopo, lasciando al suo salvatore Michael Sendivogius il resto della sostanza ma non il segreto per prepararla. “Seton died soon after his rescue, bequeathing his remaining supply of powder to Sendivogius, but not the secret of its composition.” – (fr:1558) [“Seton morì poco dopo il suo salvataggio, lasciando in eredità a Sendivogius la scorta rimanente di polvere, ma non il segreto della sua composizione.”] L’Elettore aveva fatto torturare Seton perché rifiutava di rivelare il segreto; solo l’intervento di Sendivogius, “a sympathetic and clever fellow practitioner” – (fr:1557) [“un collega praticante comprensivo e abile”], lo aveva sottratto alla prigionia. Entrambi erano convinti della realtà della trasmutazione, ma al tempo stesso possedevano qualche idea di teoria chimica, tanto che Seton fu tra i primi a discutere l’ipotesi di particelle di nitro o nitro‑aeree nell’aria, essenziali per la combustione: “Indeed Seton was one of the first to discuss the theory that there are nitre or nitrous particles in the air which play an essential role in combustion.” – (fr:1560) [“Seton fu effettivamente uno dei primi a discutere la teoria secondo cui nell’aria vi sono particelle di nitro o nitro‑aeree che svolgono un ruolo essenziale nella combustione.”] Le loro idee, impossibili da separare, confluirono in un’opera molto popolare, il Novum Lumen Chymicum del 1604, attribuito a Sendivogius ma probabilmente scritto da Seton. “The ideas of Seton and Sendivogius (it is impossible to separate them) were set out at large in a very popular work, New Light on Chemistry (Novum Lumen Chymicum, 1604), which purported to be by Sendivogius, but is probably really by Seton.” – (fr:1561) [“Le idee di Seton e Sendivogius (è impossibile separarle) furono esposte ampiamente in un’opera molto popolare, Nuova Luce sulla Chimica (Novum Lumen Chymicum, 1604), che pretendeva di essere di Sendivogius ma è probabilmente in realtà di Seton.”] Il libro è un buon esempio della nuova alchimia teorica del primo Seicento: contiene molto più contenuto chimico delle opere più antiche, pur restando deliberatamente oscuro e semi‑mistico. “The book is a fair enough example of the new theoretical alchemy that developed in the early seventeenth century; it has far more chemical content than the older works, but was still deliberately obscure and semi-mystic.” – (fr:1562) [“Il libro è un esempio abbastanza rappresentativo della nuova alchimia teorica che si sviluppò all’inizio del XVII secolo; ha un contenuto chimico di gran lunga maggiore rispetto alle opere più antiche, ma era ancora deliberatamente oscuro e semi‑mistico.”]
La figura più nota e sconcertante dell’alchimia cinquecentesca è però Paracelso. “The most famous — and most baffling — figure of sixteenth‑century alchemy, as well as the best known, is Paracelsus (1493‑1541).” – (fr:1563) [“La figura più famosa – e più sconcertante – dell’alchimia del XVI secolo, nonché la più nota, è Paracelso (1493‑1541).”] La sua personalità divide: alcuni lo giudicano un grande sistematizzatore, naturalista e filosofo mistico; altri trovano i suoi scritti oscuri, superstiziosi e scientificamente privi di valore. “There are many who, painstakingly searching through his enormous collection of writings, claim to have found much of philosophical and scientific import … Others have been violently repelled, and found his writings obscure, unduly superstitious, and scientifically worthless.” – (fr:1564) [“Ci sono molti che, frugando faticosamente nella sua enorme raccolta di scritti, affermano di avervi trovato molta importanza filosofica e scientifica … Altri sono stati violentemente respinti e hanno trovato i suoi scritti oscuri, indebitamente superstiziosi e scientificamente privi di valore.”] Tutto di lui è così complesso e difficile che quasi ogni interpretazione appare giustificata. “Everything about him is so complex and difficult that almost any interpretation is justified.” – (fr:1565) [“Tutto in lui è così complesso e difficile che quasi ogni interpretazione è giustificata.”] Persino il nome è avvolto nell’oscurità: alla fine della vita si faceva chiamare Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim Paracelsus, mentre all’inizio compariva solo Bombast von Hohenheim. Le sue origini familiari sono dubbie, la madre probabilmente di estrazione contadina, e la sua vita un continuo vagabondaggio, segnato da gesti clamorosi come il rogo dei libri di Galeno e Avicenna a Basilea la vigilia di San Giovanni del 1527, che lo costringeva a spostarsi continuamente. “His whole life is obscurely full of wandering; whenever he settled down his violent actions and prejudices soon aroused equally violent opposition — as when he burned the books of Galen and Avicenna in a students’ bonfire at Basle on St. John’s Eve, 1527 — and he was forced to move on.” – (fr:1570‑1571) [“Tutta la sua vita è oscuramente piena di vagabondaggio; ogni volta che si stabiliva, le sue azioni violente e i suoi pregiudizi suscitavano presto un’opposizione altrettanto violenta – come quando bruciò i libri di Galeno e Avicenna in un falò studentesco a Basilea la vigilia di San Giovanni del 1527 – ed era costretto a rimettersi in marcia.”] Simile a Giordano Bruno, Paracelso sapeva attrarre discepoli e respingere colleghi. “Like the philosopher Giordano Bruno, he was equally adept at attracting disciples and repelling colleagues.” – (fr:1572) [“Come il filosofo Giordano Bruno, era altrettanto abile nell’attrarre discepoli e nel respingere i colleghi.”]
Paracelso scrisse moltissimo e non sempre coerentemente, animato dalla passione rinascimentale per la novità e l’universalità. All’iconoclastia univa un appello all’“esperienza”, intesa soprattutto come esperienza mistica, e attaccava la ragione perché contraria alla magia, da lui considerata la migliore chiave per penetrare la realtà: “Magic has power to experience and fathom things which are inaccessible to human reason. For magic is a great secret wisdom, just as reason is a great public folly.” – (fr:1575‑1576) [“La magia ha il potere di sperimentare e scandagliare cose che sono inaccessibili alla ragione umana. Poiché la magia è una grande sapienza segreta, così come la ragione è una grande follia pubblica.”] Il suo atteggiamento verso l’alchimia è complesso: da un lato riteneva che l’alchimista dovesse occuparsi più della preparazione di farmaci che della trasmutazione, dall’altro definiva l’alchimia come “an adequate explanation of the properties of all the four elements — that is to say of the whole cosmos — and an introduction into the art of their transformation.” – (fr:1578) [“una spiegazione adeguata delle proprietà di tutti e quattro gli elementi – vale a dire dell’intero cosmo – e un’introduzione all’arte della loro trasformazione.”]
Entrambe, alchimia e medicina, erano governate da un archeus e da un vulcanus, associati agli arcani. “Vulcanus and archeus together effect all chemical and medical operations; they work together, but separately, and the archeus is an inner vulcanus.” – (fr:1580) [“Vulcanus e archeus insieme effettuano tutte le operazioni chimiche e mediche; lavorano insieme, ma separatamente, e l’archeus è un vulcanus interiore.”] Nel Labyrinth of Errant Physicians spiega che nulla viene creato già nella sua forma ultima; tutto è dapprima materia prima, poi il vulcanus la trasforma in materia ultima mediante l’arte alchemica. “Instead all things are made as prime matter and subsequently the vulcanus goes over it and makes it into ultimate matter through the art of alchemy.” – (fr:1583) [“Invece tutte le cose sono fatte come materia prima e successivamente il vulcanus la percorre e la trasforma in materia ultima attraverso l’arte dell’alchimia.”] L’archeus interiore circola e prepara proprio come l’alchimia esteriore fa con sublimazione, distillazione, riverberazione. “The archeus, the inner vulcanus, proceeds in the same way, for he knows how to circulate and prepare according to the pieces and the distribution, as the art itself [alchemy] does with sublimation, distillation, reverberation, etc.” – (fr:1584) [“L’archeus, il vulcanus interiore, procede allo stesso modo, poiché sa come circolare e preparare secondo le parti e la distribuzione, come fa l’arte stessa [l’alchimia] con la sublimazione, la distillazione, la riverberazione, ecc.”] In questa prospettiva l’alchimia è ciò che porta a compimento ciò che non lo è ancora, estraendo il piombo dal suo minerale e lavorandolo fino a ottenere piombo; così esistono alchimisti dei metalli, dei minerali, che fanno antimonio dall’antimonio, zolfo dallo zolfo, vetriolo dal vetriolo, sale in sale. “That is alchemy, which brings to its end that which has not come to its end, which extracts lead from its ore and works it up to lead, that is the task of alchemy.” – (fr:1587) [“Questa è l’alchimia, che porta a compimento ciò che non ha raggiunto il suo fine, che estrae il piombo dal suo minerale e lo lavora fino a ottenere piombo, questo è il compito dell’alchimia.”] Paracelso, tuttavia, più che comprendere i processi tecnici, mescolava costantemente microcosmo e macrocosmo; la sua opera più importante, l’Archidoxis, ne è la prova. Subì l’influenza della distillazione tardo‑quattrocentesca e combinò la tecnica con la teoria alchemica degli elementi, convinto che per ottenere la quintessenza occorresse separare gli elementi mediante il fuoco. “For all things must go through fire in order to attain to a new birth, in which they are useful to man.” – (fr:1591) [“Poiché tutte le cose devono passare attraverso il fuoco per giungere a una nuova nascita, nella quale sono utili all’uomo.”] Parlava confusamente sia degli elementi aristotelici (terra, aria, fuoco, acqua) sia dei tre princìpi chimici: sale (solidità), zolfo (infiammabilità, malleabilità, giallo) e mercurio (fluidità, densità, natura metallica). “Paracelsus spoke both of the Aristotelian elements — earth, air, fire and water — and the three chemical principles — salt (solidity), sulphur (inflammability, malleability, yellowness) and mercury (fluidity, density and metallic nature).” – (fr:1592) [“Paracelso parlava sia degli elementi aristotelici – terra, aria, fuoco e acqua – sia dei tre princìpi chimici – sale (solidità), zolfo (infiammabilità, malleabilità, colore giallo) e mercurio (fluidità, densità e natura metallica).”]
Pur non avendo al suo attivo una sola scoperta chimica originale, il vero risultato di Paracelso fu quello di spingere i discepoli a modificare l’alchimia tradizionale, sostituendo il simbolismo medievale con un simbolismo rinascimentale e lo storico interesse per i metalli con un nuovo interesse medico. “His real achievement was to excite disciples to turn to a modification of traditional alchemy, replacing mediaeval symbolism with Renaissance symbolism, and traditional alchemical interest in metals with a new medical interest.” – (fr:1596) [“Il suo vero risultato fu di entusiasmare i discepoli a volgersi a una modificazione dell’alchimia tradizionale, sostituendo il simbolismo medievale con un simbolismo rinascimentale, e il tradizionale interesse alchemico per i metalli con un nuovo interesse medico.”] I paracelsiani posero l’accento sull’alchimia come chiave per la medicina, sia attraverso la preparazione di farmaci sia attraverso l’interpretazione chimica della fisiologia. In questa direzione si moltiplicarono i tentativi di convertire metalli e minerali – come l’antimonio, al tempo sempre il minerale solforato e non il metallo – in forme «passive» più facilmente aggredibili dall’archeus, mediante calcinazione e azione del fuoco. “This involved the conversion of metals (and metallic minerals like antimony, always in the sixteenth and seventeenth centuries the sulphide ore, not the metal) from their natural forms by calcination and the action of fire into ‘passive’ forms in which they might more easily be acted upon by the archeus.” – (fr:1598) [“Ciò comportava la conversione dei metalli (e dei minerali metallici come l’antimonio, che nel XVI e XVII secolo era sempre il minerale solforato, non il metallo) dalle loro forme naturali, mediante calcinazione e azione del fuoco, in forme ‘passive’ in cui potessero essere più facilmente aggrediti dall’archeus.”]
L’opera più interessante e influente di questo filone è il Triumphal Chariot of Antimony di “Basil Valentine”. Sebbene spesso oscuro, il libro è ricco di informazioni sull’antimonio e i suoi composti e descrive numerosi processi nuovi; vi è molto meno misticismo rodomontesco di Paracelso e gran parte del testo è riconoscibile come chimica. “Though it displays much alchemical symbolism of a fairly obvious sort, there is none of the rhodomontade mysticism of Paracelsus, and much of the book is recognisably about chemistry.” – (fr:1601) [“Sebbene esibisca molto simbolismo alchemico di tipo abbastanza ovvio, non c’è nulla del misticismo rodomontesco di Paracelso, e gran parte del libro tratta riconoscibilmente di chimica.”] Anche la riflessione sugli elementi vi appare più chiara: il mercurio è fuoco puro, non può essere distrutto dal fuoco, fugge da esso e si risolve in un olio incombustibile; una volta fissato, nessuna arte umana può volatilizzarlo di nuovo. “Mercury is both inwardly and outwardly pure fire; therefore no fire can destroy it, no fire can change its essence. It flees from the fire, and resolves itself spiritually into an incombustible oil; but when it is once fixed no cunning of man can volatilize it again.” – (fr:1602‑1603) [“Il mercurio è fuoco puro sia interiormente che esteriormente; perciò nessun fuoco può distruggerlo, nessun fuoco può cambiare la sua essenza. Fugge dal fuoco e si risolve spiritualmente in un olio incombustibile; ma una volta fissato, nessuna astuzia umana può volatilizzarlo di nuovo.”] La generazione dei metalli è vista come un processo naturale: un vapore estratto dalla terra elementare per opera dei pianeti, una sorta di distillazione siderale del macrocosmo, che infonde una virtù aero‑sulfurea e si condensa poi in un’acqua minerale da cui tutti i metalli sono generati e perfezionati. “The first principle is a mere vapour extracted from the elementary earth through the heavenly planets, and, as it were, divided by the sidereal distillation of the Macrocosmus. This sidereal infusion, descending from on high into those things which are below, with the aero‑sulphureous property, so acts and works as to engraft on them in a spiritual and invisible manner a certain strength and virtue. This vapour afterwards resolves itself in the earth into a kind of water, and out of this mineral water all metals are generated and perfected.” – (fr:1603‑1605) [“Il primo principio è un mero vapore estratto dalla terra elementare per mezzo dei pianeti celesti e, per così dire, diviso dalla distillazione siderale del Macrocosmo. Questa infusione siderale, discendendo dall’alto nelle cose che stanno in basso, con la proprietà aero‑sulfurea, agisce e opera in modo da innestare in esse, in maniera spirituale e invisibile, una certa forza e virtù. Questo vapore si risolve poi nella terra in una specie di acqua, e da quest’acqua minerale tutti i metalli sono generati e perfezionati.”] Nonostante l’avvio cosmico, lo spirito è più vicino alle teorie di chi scriveva di estrazione e fusione dei metalli che a quelle dei trasmutatori.
Gran parte del Triumphal Chariot è dedicata alla descrizione della preparazione di innumerevoli composti di antimonio – vetro, fegato, regolo, fiori, arcano, mercurio e, soprattutto, la stella – tutti facilmente identificabili. “Most of the Triumphal Chariot of Antimony is devoted to describing the preparation of innumerable antimony compounds — glass, liver, regulus, flowers, arcanum, mercury, and best of all, the star — each readily identifiable.” – (fr:1606) [“La maggior parte del Carro Trionfale dell’Antimonio è dedicata a descrivere la preparazione di innumerevoli composti di antimonio – vetro, fegato, regolo, fiori, arcano, mercurio e, migliore di tutti, la stella – ciascuno facilmente identificabile.”] L’arcano si rivela in realtà sal ammoniaco distillato con spirito di vetriolo e spirito di vino, dopo aver gettato via l’antimonio originario nella prima «operazione»; il risultato fu probabilmente etere, di cui questa è la prima attestazione. “The arcanum turns out to be merely sal ammoniac (ammonium chloride) distilled with spirit of vitriol (sulphuric acid) and spirit of wine (alcohol), the original antimony having been thrown away in the first ‘operation’; the final result was (probably) ether. (This is the first record of its preparation.)” – (fr:1607‑1608) [“L’arcano si rivela essere semplicemente sal ammoniaco (cloruro di ammonio) distillato con spirito di vetriolo (acido solforico) e spirito di vino (alcol), dopo che l’antimonio originario era stato gettato via nella prima ‘operazione’; il risultato finale fu (probabilmente) etere. (Questa è la prima testimonianza della sua preparazione).”] La «stella» di antimonio si otteneva fondendo il regolo (il metallo) e lasciandolo raffreddare lentamente, specie in presenza di ferro, per formare una caratteristica struttura cristallina; il fenomeno era interpretato come segno che l’alchimista era sulla buona strada e i metodi per produrla furono discussi per tutto il Seicento. L’autore del Triumphal Chariot commenta: “Antimony is a mineral made of a terrestrial vapour changed into water, which sidereal change is the true Star of Antimony.” – (fr:1610) [“L’antimonio è un minerale fatto di un vapore terrestre mutato in acqua, e questo mutamento siderale è la vera Stella dell’Antimonio.”] – e aggiunge, con un pizzico di ironia, “No doubt he knew.” – (fr:1611) [“Senza dubbio lui lo sapeva.”] Tutte queste operazioni sui metalli richiedevano quantità enormi di acidi minerali forti, che per la prima volta divennero reagenti essenziali della pratica chimica. “All such operations upon metals as here described involved prodigious quantities of strong mineral acids, and for the first time these became essential reagents in chemical practice.” – (fr:1612) [“Tutte queste operazioni sui metalli qui descritte comportavano quantità prodigiose di acidi minerali forti, e per la prima volta questi divennero reagenti essenziali nella pratica chimica.”]
L’ingresso dell’alchimia nella medicina non era poi così strano, perché anche la medicina aveva, per certi aspetti, una dimensione occulta; la previsione astrologica giocava un ruolo importante nella prognosi e la vera magia aveva parte nella terapeutica. A questo proposito Fernel, nel suo trattato On the Hidden Causes of Things, sentì il bisogno di puntualizzare: “No magic can create the real thing as it is; it can only produce a semblance or ghost of a thing, which deceives the mind as does a conjurer’s trick.” – (fr:1615) [“Nessuna magia può creare la cosa reale così com’è; può solo produrre una parvenza o un fantasma della cosa, che inganna la mente come fa il gioco di un prestigiatore.”] Questa distinzione tra magia illusoria e conoscenza operativa riflette il clima di un’epoca in cui, proprio attraverso figure come Seton, Sendivogius, Paracelso e l’anonimo Basilio Valentino, l’alchimia si stava lentamente trasformando in una disciplina capace di descrivere sostanze, operazioni e reazioni con un linguaggio che, pur ancora carico di simboli, iniziava a farsi riconoscibilmente chimico.
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14 L’arte dell’arcimaestro: magia naturale, simpatia e magnetismo fino a Gilbert
L’indagine sperimentale delle forze nascoste, coltivata dalla magia naturale del Cinquecento, prepara il terreno al moderno metodo scientifico, culminando nell’opera magnetica di William Gilbert.
Nel XVI secolo la magia naturale si distingueva tanto dall’astrologia quanto dall’alchimia per il suo carattere empirico. “It was, besides, a far more truly empirical art than astrology or even alchemy” – (fr:1633) [“Era, per di più, un’arte molto più genuinamente empirica dell’astrologia o persino dell’alchimia”]. In superficie appariva subordinata alla filosofia naturale, proprio come l’astrologia lo era all’astronomia, eppure “in fact it dealt with problems with which natural philosophy had failed to cope” – (fr:1632) [“di fatto affrontava problemi che la filosofia naturale non era riuscita a risolvere”]. I difensori delle scienze occulte, facendo derivare il termine “mago” dal persiano con il significato di uomo saggio o filosofo, sostenevano che la magia comprendesse sia la magia naturale sia le matematiche (fr:1634). Questa pretesa trovava il suo fondamento proprio nella magia naturale.
La portata di tale disciplina fu sintetizzata da Agrippa von Nettesheim (1486-1534 circa), il quale nell’opera De incertitudine et vanitate scientiarum e in numerosi libri sull’occulto considerava la Magia Naturale come “the chief power of all the natural sciences; which therefore they call the top and perfection of Natural Philosophy, and which is indeed the active part of the same, which by the assistance of natural forces and faculties, through their mutual and opportune application, performs those things that are above Humane Reason” – (fr:1637) [“il sommo potere di tutte le scienze naturali; che essi chiamano dunque il culmine e la perfezione della Filosofia Naturale, e che è invero la sua parte attiva, la quale con l’ausilio di forze e facoltà naturali, mediante la loro mutua e opportuna applicazione, compie cose che superano la Ragione Umana”]. Agrippa sottolineava così che la magia naturale studiava le forze occulte della natura con mezzi naturali, non soprannaturali, perseguendo fini benigni e non demonici.
Pochi decenni dopo Giovan Battista della Porta (†1615) distingueva nettamente: “There are two sorts of Magick: the one is infamous, and unhappy, because it hath to do with foul spirits, and consists of Enchantments and wicked Curiosity; and this is called Sorcery The other Magic is natural; which all excellent wise men do admit and embrace, and worship with great applause; neither is there any more highly esteemed, or better thought of, by men of learning” – (fr:1639) [“Vi sono due specie di Magia: l’una è infame e infelice, poiché ha a che fare con spiriti immondi, e consta di Incantamenti e perversa Curiosità; e questa è chiamata Stregoneria. L’altra Magia è naturale, che tutti gli uomini eccellenti e saggi ammettono e abbracciano, e onorano con grande plauso; né ve n’è alcuna più altamente stimata, o meglio considerata, dagli uomini di cultura”]. Le forze che la magia naturale si proponeva di esplorare erano simpatie e antipatie, segnature, attrazioni magnetiche, virtù di pietre ed erbe, arti meccaniche e illusioni ottiche: tutti quei sentieri nascosti della natura sui quali soltanto il mago naturale poteva esercitare il controllo.
Proprio questa sovranità su molteplici arti e scienze ispirò l’appellativo inglese di Archemaster (fr:1640). Il matematico John Dee, nella prefazione alla prima traduzione inglese di Euclide (1570), lodava l’Archemastria in termini che già prefigurano la scienza sperimentale: “This Art, teacheth to bring to actual experience sensible, all worthy conclusions by all the Arts Mathematical proposed, and by true Natural Philosophy concluded: and both addeth to them a farther scope … to the performance of complete Experiences, which of no particular Art, are able (formally) to be challenged” – (fr:1642) [“Quest’Arte insegna a portare a esperienza sensibile e reale tutte le degne conclusioni proposte da tutte le Arti Matematiche, e concluse dalla vera Filosofia Naturale: e aggiunge loro una più ampia portata … alla realizzazione di Esperienze complete, che nessuna arte particolare può (formalmente) rivendicare”]. Dee aggiungeva: “And because it proceedeth by Experiences, and searcheth forth the causes of Conclusions, by Experiences: and also putteth the Conclusions themselves, in Experience, it is named of some Scientia Experimentalis” – (fr:1644) [“E poiché procede per Esperienze, e ricerca le cause delle Conclusioni mediante Esperienze: e inoltre mette le Conclusioni stesse in Esperienza, è chiamata da alcuni Scientia Experimentalis”]. Sebbene il termine “esperienza” nel Cinquecento potesse indicare anche esperienze occulte (fr:1645), Dee intendeva un’osservazione genuina della natura: la magia naturale si avvicinava così alla scienza sperimentale (fr:1646).
La contiguità tra i due ambiti fu colta da Francis Bacon, il quale descrisse la magia naturale come “The science which applies the knowledge of hidden forms to the production of wonderful operations; and by uniting (as they say) actives with passives, displays the wonderful works of nature” – (fr:1653) [“La scienza che applica la conoscenza delle forme nascoste alla produzione di operazioni meravigliose; e unendo (come dicono) attivi e passivi, mostra le meravigliose opere della natura”]. Bacon riconosceva però anche un lato degenerato, ciarlatanesco, che “flutters about so many books, embracing certain credulous and superstitious traditions and observations concerning sympathies and antipathies” – (fr:1654) [“svolazza su tanti libri, abbracciando certe tradizioni e osservazioni credulone e superstiziose intorno a simpatie e antipatie”]. La compresenza di un aspetto serio e di uno popolare e mistico caratterizzò la magia naturale per tutto il secolo (fr:1655).
Opere come il De subtilitate di Cardano (1551) e il De sympathia et antipathia di Fracastoro (1546) testimoniano il tentativo di sistematizzare le forze simpatiche. Cardano, combinando matematica, misticismo e medicina, discuteva non solo le cause elementari ma anche congegni meccanici, sospensioni cardaniche, fuochi d’artificio, meteorologia, ottica e le virtù delle gemme (fr:1660–1661); il risultato fu una versione sperimentalmente orientata della summa medievale, incentrata più su simpatia e antipatia che sulle spiegazioni della filosofia scolastica (fr:1662). Dare vita a queste forze era la chiave della magia naturale, poiché il mago le considerava le forze dominanti della natura (fr:1663). Fracastoro, dal canto suo, si interrogava su questioni come l’orientamento della calamita, la capacità della remora di fermare una nave e la diffusione dei semi di contagio, con un piglio ancora più teorico ma ugualmente affascinato da forze mistiche (fr:1665–1666).
Il versante divulgativo trovò la sua espressione più popolare nel Magia naturalis di della Porta (1558, riedito e ampliato nel 1589). Pur scritta in latino, l’opera rispondeva al gusto del prestigiatore da salotto che inganna la vista per poi svelare il trucco (fr:1668). Porta trattava gli stessi temi di Cardano ma con minore interesse per la filosofia naturale e maggiore attenzione per gli artifici: come far apparire lontane le cose vicine, rendere bella una donna brutta o riconoscere i cosmetici femminili (fr:1669). La biologia diventa produzione di piante e animali strani, la metallurgia studio di apparenti trasmutazioni, il capitolo sulle gemme tratta di contraffazioni; eppure non mancano sezioni su magnetismo, ottica e pneumatica superiori a quelle di Cardano (fr:1670–1671). Sullo sfondo permaneva la convinzione che, osservando le simpatie e antipatie degli oggetti naturali, si potesse giungere alla comprensione e al controllo delle loro virtù nascoste (fr:1672).
Porta coltivava un genuino interesse per la verifica sperimentale. Lo dimostra il suo scetticismo verso la leggenda secondo cui strofinare una bussola con aglio ne distruggeva la virtù: “But when I tried all these things, I found them to be false: for not onely breathing and belching upon the Loadstone after eating of Garlick, did not stop its vertues: but when it was all anoynted over with the juice of Garlick, it did perform its office as well as if it had never been touched with it” – (fr:1678) [“Ma quando provai tutte queste cose, le trovai false: poiché non solo respirare e ruttare sulla calamita dopo aver mangiato aglio non ne fermò le virtù, ma anche quando fu interamente cosparsa di succo d’aglio, compì il suo ufficio come se non fosse mai stata toccata”]. Le sue meraviglie ottiche includevano esperimenti perfettamente rispettabili con lenti come vetri ustori, lenti d’ingrandimento e camere oscure (fr:1679); gli esperimenti pneumatici derivavano dalla Pneumatica di Erone d’Alessandria, tradotta in latino da Commandino nel 1575 e divenuta il modello per una serie di opere su giocattoli meccanici e meraviglie, ormai prive di una seria componente mistica (fr:1680–1684).
La parabola della magia naturale raggiunge il suo apice e, insieme, il suo punto di svolta con il De Magnete di William Gilbert (1600), la prima monografia completa sul magnetismo, spesso considerata la prima grande opera della scienza sperimentale moderna (fr:1689). In realtà essa costituisce anche l’ultimo importante lavoro di magia naturale, il più vicino all’archemastria di Dee (fr:1690). Gilbert si rivolgeva al lettore promettendo “Clearer proofs, in the discovery of secrets, and in the investigations of the hidden causes of things, being afforded by trustworthy experiments and by demonstrated arguments, than by the probable guesses and opinions of the ordinary professors of philosophy” – (fr:1688) [“Prove più chiare, nella scoperta dei segreti e nell’investigazione delle cause nascoste delle cose, sono fornite da esperimenti affidabili e da argomenti dimostrati, piuttosto che dalle probabili congetture e opinioni dei comuni professori di filosofia”].
Il metodo di Gilbert non era radicalmente diverso da quello di Porta; molti suoi esperimenti somigliavano a quelli di maestri precedenti e, da medico, egli coltivava un interesse per le proprietà medicinali della calamita (fr:1693). Fu però più ingegnoso, più accurato e più capace di valutare i risultati sperimentali (fr:1694). La sua prima grande conclusione fu che la Terra stessa è un magnete (fr:1697): le calamite non sono altro che minerale ferroso magnetizzato dall’essere rimasto orientato verso i poli terrestri, e il ferro battuto si magnetizza quando giace lungo la linea Nord-Sud (fr:1698). L’ago della bussola punta a Nord perché attratto dal polo terrestre, non da quello celeste; la variazione dalla direzione del Nord vero veniva imputata “by the inequality of the projecting parts of the Earth” – (fr:1700) [“alla disuguaglianza delle parti sporgenti della Terra”], spiegazione razionalistica quanto affascinante.
Tra i contributi più duraturi vi è la chiara distinzione tra magnetismo ed elettricità. Gilbert non usò il termine electricity, ma coniò electrics per quei corpi che, sottoposti a strofinio, acquisivano la capacità di attrarre oggetti leggeri (fr:1701, nota): “attraction after rubbing of hard translucent objects like amber, jet, some gems, glass, resin, sulphur for any small, light bodies” – (fr:1702) [“l’attrazione, dopo strofinio, di oggetti duri e traslucidi come ambra, giaietto, alcune gemme, vetro, resina, zolfo verso corpi piccoli e leggeri”]. Per studiare il fenomeno costruì il primo versorium (elettroscopio), un ago metallico leggermente bilanciato, con cui indagò come variazioni di stato fisico influissero sul potere attrattivo (fr:1703).
Gran parte degli esperimenti descritti nel De Magnete ruota attorno alla terrella, una calamita sferica che Gilbert immaginava davvero come la Terra in miniatura (fr:1706). Con essa estese gli studi sull’inclinazione magnetica (dip), fenomeno già descritto dal costruttore di strumenti londinese Robert Norman nel suo The Newe Attractive (1581). Norman, avendo difficoltà con aghi lunghi che si inclinavano così violentemente da toccare la bussola, studiò il fenomeno e costruì un declinometro per misurarlo (fr:1713–1714). Gilbert sviluppò tali misure con l’ausilio della terrella e progettò un elaborato reticolo e un quadrante speciale per determinare la latitudine in mare misurando il dip (fr:1715). Il vantaggio, rispetto ai metodi astronomici, era l’utilizzabilità anche con tempo nuvoloso; con orgoglio affermava: “Sailors when tossed about on the waves with continuous cloudy weather, and unable by means of the celestial luminaries to learn anything about the place or region in which they are, with a very slight effort and with a small instrument are comforted, and learn the latitude of the place” – (fr:1718) [“I marinai, sballottati dalle onde in tempo perennemente coperto e incapaci di apprendere alcunché sulla località o regione in cui si trovano per mezzo dei luminari celesti, con uno sforzo lievissimo e un piccolo strumento sono confortati e apprendono la latitudine del luogo”]. Sebbene non potesse sapere che il dip, come la variazione magnetica, muta nel tempo e non consente una determinazione esatta della latitudine, il suo tentativo rappresenta il primo contributo della scienza sperimentale all’arte della navigazione (fr:1717, 1718b).
Per quasi tre quarti del libro Gilbert mantenne un saldo atteggiamento sperimentale (fr:1719). Solo un breve capitolo affronta le cause dell’attrazione magnetica ed elettrica, derivando l’elettricità dalla materia e il magnetismo dalla forma, in termini aristotelici ma con un netto rifiuto dell’occulto (fr:1721). Gilbert era convinto che la forza magnetica terrestre fosse una virtù naturale e “is neither derived nor produced from the whole heaven by sympathy or influence or more occult qualities, nor from any particular star” – (fr:1722) [“non è derivata né prodotta dall’intero cielo per simpatia o influenza o qualità più occulte, né da alcuna stella particolare”]. Tuttavia, pur essendo lo sperimentatore più acuto della tradizione magico-naturale, Gilbert restava un mago naturale, non un filosofo meccanico, e qua e là la speculazione sulle forze tornava a fare capolino (fr:1723). La magia naturale e la scienza sperimentale si separeranno definitivamente soltanto verso la metà del Seicento, quando il magnetismo potrà essere spiegato in termini di orientazione delle particelle e l’arcobaleno con la riflessione e rifrazione della luce: allora l’archemastria lascerà il posto alla pura prestidigitazione (fr:1649–1650).
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[13.1/1-76-1783|1858]
15 Matematica, mare e carte: il lungo cammino verso la proiezione di Mercatore
Le proposte ingegnose dei matematici cozzarono a lungo contro le esigenze e lo scetticismo degli uomini di mare, finché una intuizione geometrica trasformata in tavole e regole pratiche non cambiò per sempre il modo di tracciare rotte.
I matematici del Cinquecento affrontarono con ambizione il problema della longitudine, rimasto intatto nel secolo precedente. “Boldly they tackled the problem of longitude, untouched in the fifteenth century” – (fr:1785) [Audacemente affrontarono il problema della longitudine, non toccato nel Quattrocento]. Mentre Peter Apian e Oronce Fine proponevano il metodo delle distanze lunari, che esigeva misure angolari fra la Luna e stelle fisse e tavole più accurate, Gemma Frisius suggerì l’impiego di orologi per determinare la longitudine: una proposta “fantastically optimistic” – (fr:1787) [fantasticamente ottimistica] vista l’imprecisione degli strumenti del tempo. Jacques Besson descrisse un «Cosmolabio», strumento universale, e fornì persino l’immagine di un osservatore seduto su una sedia girevole montata su sospensioni cardaniche per smorzare rollio e beccheggio, “he did not say how the sailors would find room on deck for their work” – (fr:1788) [non disse come i marinai avrebbero trovato spazio in coperta per lavorare]. Tutti questi metodi, possibili a terra, restavano “too complex and uncertain for use at sea” – (fr:1789) [troppo complessi e incerti per l’uso in mare].
Lo scetticismo dei pratici era profondo. Robert Hues, che aveva circumnavigato il globo con Thomas Cavendish, bollò il calcolo della longitudine dal moto lunare come “an uncertaine and ticklish way, and subject to many difficulties” – (fr:1791) [un modo incerto e delicato, soggetto a molte difficoltà]. L’idea di misurare il tempo con meridiane, clessidre ad acqua o sabbia venne giudicata e scartata: “these conceits long since devised, … have been disallowed and rejected by all learned men (at least those of riper judgements)” – (fr:1793) [questi espedienti escogitati tempo addietro … sono stati respinti da tutte le persone colte (almeno quelle dal giudizio più maturo)]. Di fatto, alla fine del Cinquecento i marinai continuarono a preferire la navigazione stimata, con qualche aiuto astronomico solo quando risultava praticabile.
La stima si avvaleva ora del ‘log’, un’invenzione inglese a lungo monopolio nazionale. Il marinaio gettava a poppa un pezzo di legno legato a una sagola con nodi a intervalli fissi e contava i nodi che filavano in un tempo misurato da una clessidra a sabbia. “Hence the practice of giving a ship’s speed in knots, since the distance between each knot was designed to measure a speed of one nautical mile per hour” – (fr:1801) [Di qui l’uso di esprimere la velocità in nodi, poiché la distanza tra i nodi era pensata per misurare una velocità di un miglio nautico all’ora]. Tuttavia, la corretta spaziatura dei nodi e la calibrazione della clessidra erano controllate raramente, e finché la lunghezza del grado di arco terrestre restava incerta, i marinai preferivano errare per eccesso di cautela. Il matematico Edward Wright, dopo una spedizione alle Azzorre, fu il primo a sottolineare la necessità di misurare la superficie terrestre con esattezza; la prima misurazione inglese fu poi compiuta da Richard Norwood, che percorse a passi la distanza Londra–York e pubblicò i risultati nel
L’innovazione più decisiva riguardò le carte nautiche. Fino agli inizi del Cinquecento dominava la “carta piana”, nella quale la distanza fra i meridiani restava identica a ogni latitudine, generando forti errori alle alte latitudini. Il portoghese Pedro Nunez scoprì che su una sfera la lossodromia non è una retta, bensì una spirale che termina al polo, e notò che i meridiani convergono: “a true sea chart should not have its meridians everywhere equally spaced” – (fr:1813) [una vera carta nautica non dovrebbe avere i meridiani ovunque equidistanti]. Non riuscì tuttavia a trovare una proiezione che rendesse rettilinee le lossodromie e rispettasse la convergenza. Mercatore, che aveva studiato con Gemma Frisius e conosceva l’opera di Nunez, incise la spirale lossodromica su alcuni globi e pubblicò nel 1569 un mappamondo con meridiani spaziati verso i poli in modo empirico: “apparently by guess-work, though he may have used trigonometric methods” – (fr:1821) [apparentemente a occhio, benché possa aver usato metodi trigonometrici]. Non spiegò mai come ottenne le cifre; così altri potevano ammirare ma non riprodurre la carta.
La soluzione matematica venne dagli inglesi, ispirati da John Dee, che aveva incontrato Frisius, Mercator e Fine. Thomas Hariot e soprattutto Edward Wright rivendicarono il successo. Wright pubblicò nel 1599 Certaine Errors in Navigation, in cui analizzava gli errori della carta piana e forniva tavole delle lossodromie e istruzioni per costruire carte sulla nuova proiezione. Per illustrare il problema geometrico usò un’immagine potente:
“Suppose a spherical superficies with meridians, parallels and the whole hydrographical description drawn thereupon to be inscribed into a concave cylinder, their axes agreeing in one. Let this spherical superficies swell like a bladder (whilst it is in blowing) equally always in every part thereof … till it apply, and join itself … unto the concave superficies of the cylinder” – (fr:1841-1842) [Si supponga una superficie sferica con meridiani, paralleli e l’intera descrizione idrografica ivi tracciata, inscritta in un cilindro concavo, con gli assi coincidenti. Si lasci che questa superficie sferica si gonfi come una vescica (mentre viene soffiata) uniformemente in ogni sua parte … finché non aderisca alla superficie concava del cilindro]. Così si poteva comprendere come una superficie sferica, per estensione, diventasse cilindrica e quindi un parallelogramma piano. Wright fornì anche le tavole indispensabili: dopo la pubblicazione “any map-maker could draw a map on the now familiar Mercator projection” – (fr:1845) [qualsiasi cartografo poteva disegnare una carta sulla proiezione ora familiare di Mercatore], sulla quale la lossodromia è una linea retta.
L’adozione non fu immediata. Le carte erano spesso acquistate da gentiluomini per abbellire sale e biblioteche, come osservava Dee, e i marinai si affidavano al “Waggoner”, il Mariners Mirror di Lucas Janszoon Waghenaer, un manuale pratico con metodi superati che gli stampatori continuarono a riprodurre senza aggiornamenti. Solo nel 1612, con The Light of Navigation di Willem Blaeu, allievo di Tycho Brahe, si ebbe un manuale moderno dotato di tavole astronomiche corrette e carte disegnate sulla proiezione di Mercatore. Fu così che gli strumenti e i metodi messi a punto nel tardo Cinquecento – il log, il backstaff e la proiezione chiarita da Wright – “all came into use throughout European practice in the first half of the seventeenth century” – (fr:1857) [entrarono tutti nell’uso comune in Europa nella prima metà del Seicento]. In questo percorso i matematici inglesi restituirono il debito contratto prima con la scienza applicata portoghese e olandese, mostrando che, quando la teoria trovava la via della pratica, poteva davvero guidare tanto il costruttore di strumenti quanto l’ingegnere.
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[14.1/1-91-1907|1996]
16 Dalla dinamica dell’impetus alla nuova scienza: il travaglio intellettuale di Galileo
Il fallimento cinquecentesco nel matematizzare l’impetus costrinse Galileo a cercare una dinamica nuova, in grado di conciliare l’astrazione geometrica con la fisica dei corpi reali.
Il testo ripercorre il cammino accidentato che conduce dal mondo aristotelico alla fisica galileiana, mettendo a fuoco la lunga crisi della teoria dell’impetus. I tentativi del XVI secolo di rendere tale dinamica matematicamente rigorosa erano “doomed to failure” – (fr:1907) [destinati al fallimento] – poiché l’impetus restava una forza qualitativa. Fu proprio “the very impossibility of the attempt” – (fr:1908) [l’impossibilità stessa del tentativo] – a far comprendere a Galileo la necessità di una dinamica capace di soddisfare insieme l’esigenza archimedea di descrivere grandezze astratte nello spazio geometrico e il comportamento di corpi reali su piani inclinati.
Nessuno nel Cinquecento poteva scrivere sul moto senza misurarsi con Aristotele. Lo Stagirita legava ogni movimento al mezzo e alla posizione nel cosmo. Il moto “naturale” – come la caduta – non richiedeva una causa oltre allo spostamento iniziale, perché scaturiva dalla tendenza intrinseca del corpo a raggiungere il proprio luogo naturale: “Natural motion was the result of a body’s intrinsic tendency to seek its natural place in the universe” – (fr:1911). Un corpo pesante cadeva verso il centro, uno leggero saliva; entrambi “accelerates as it approaches its destination” – (fr:1914) [accelera man mano che si avvicina alla sua meta], quasi “conoscesse” la propria destinazione. In questa fisica il mezzo era decisivo: la velocità era “inversely proportional to the density of the medium” – (fr:1916) [inversamente proporzionale alla densità del mezzo] e direttamente proporzionale al peso. Di conseguenza nel vuoto – privo di resistenza – la velocità diventerebbe infinita, assurdo che per Aristotele dimostrava l’impossibilità del vuoto.
Anche il moto dei proiettili, essendo forzato, esigeva una causa continua. Aristotele lo spiegava con la spinta impressa dall’aria e progressivamente esaurita, finché, esaurita la spinta, prevaleva il moto naturale di caduta. Poiché moto forzato e moto naturale non potevano mescolarsi, le traiettorie erano ritenute spezzate e mai curve.
Simili teorie, pur fornendo risposte apparentemente esaustive, mostrarono presto crepe. Già nel VI secolo alcuni commentatori abbozzarono la teoria dell’impetus, che conservava il quadro aristotelico (luoghi naturali, impossibilità del moto misto) ma respingeva la spinta dell’aria: l’aria oppone naturalmente resistenza e “the motion of heavy bodies lasts longer than that of light bodies, although air moves light objects more easily than heavy ones” – (fr:1927) [il moto dei corpi pesanti dura più a lungo di quello dei corpi leggeri, sebbene l’aria muova più facilmente gli oggetti leggeri]. Al posto della spinta del mezzo veniva postulata una qualità inerente al corpo in movimento: “just as heat gradually wears off after the fire is removed, so impetus must do when the moving force is removed” – (fr:1930) [come il calore svanisce gradualmente una volta tolto il fuoco, così fa l’impetus quando la forza motrice viene rimossa].
Nel XIV secolo l’impetus raggiunse la massima sofisticazione con i matematici di Merton e dell’Università di Parigi, che lo usarono per spiegare l’aumento di velocità della caduta (poiché a ogni istante l’impetus si somma alla tendenza a cadere) e perfino il moto eterno delle sfere celesti. Soprattutto, essi riconobbero che la velocità stessa poteva essere trattata come una qualità, applicandovi un calcolo delle qualità. Nicole Oresme sviluppò il metodo più fecondo: rappresentava l’“intensione” di una qualità come un segmento verticale eretto su una “estensione” costante (per esempio il tempo). Come spiega il testo riproducendo la configurazione della figura 7, “the quantity of any linear quality at all is to be imagined by a surface whose longitude or base is a line protracted in some way in the subject … and whose latitude or altitude is designated by a line erected perpendicularly upon the protracted base line” – (fr:1946) [la quantità di una qualsiasi qualità lineare va immaginata come una superficie la cui longitudine o base è una linea tracciata in qualche modo nel soggetto … e la cui latitudine o altezza è designata da una linea eretta perpendicolarmente sulla linea di base]. Con questa geometria Oresme dimostrò che la quantità di una qualità uniformemente variabile (un triangolo) eguaglia quella di una qualità costante pari al suo valor medio (il rettangolo corrispondente); è la cosiddetta “regola di Merton” per la velocità. Tuttavia, “the only problem is the meaning of ‘quantity’ in this context” – (fr:1951) [l’unico problema è il significato di “quantità” in questo contesto] – che la geometria suggeriva essere la distanza.
Nel Cinquecento la teoria dell’impetus era ormai un soggetto confuso. Serviva ad attaccare Aristotele, ma la tacita convinzione di poterla trattare in modo archimedeo introduceva inevitabili contraddizioni. Tartaglia, occupandosi di balistica, a lungo ritenne con Aristotele che moto naturale e forzato non si mescolassero, salvo poi ammettere che la gravità curvava la traiettoria. Fu Benedetti a liberarsi per primo dal concetto di “meta”, guardando solo alla storia passata del corpo in caduta.
Il De Motu galileiano si colloca in questa tradizione. Pur essendo superiore ai lavori di Tartaglia e Benedetti, mostra che nemmeno una mente come quella di Galileo poteva dipanare il problema di caduta e proiettili entro la cornice dell’impetus. Galileo vi nega l’esistenza di corpi assolutamente leggeri (la leggerezza è solo relativa) e imposta la caduta su base idrostatica: la velocità è “measured by the difference between the weight of a volume of the medium equal to the volume of the body, and the weight of the body itself” – (fr:1972) [misurata dalla differenza tra il peso di un volume di mezzo uguale al volume del corpo e il peso del corpo stesso]. Oggetti dello stesso materiale cadono così con la stessa velocità, indipendentemente dal peso. Nel vuoto la caduta sarebbe possibile – contro Aristotele – anche se materiali diversi manterrebbero velocità diverse proporzionali alle densità. Tuttavia Galileo restava invischiato in conseguenze stravaganti: “a constant force must produce a constant speed” – (fr:1981) [una forza costante deve produrre una velocità costante], sicché il grave, vinta la resistenza iniziale, mantiene una velocità caratteristica senza ulteriore accelerazione. Sfiorava l’inerzia – affermando che su un piano perfettamente liscio e orizzontale un corpo verrebbe mosso da forze piccolissime – ma continuava a negare un vero moto inerziale.
Come Galileo sia approdato a una dinamica totalmente nuova non è chiaro. La testimonianza più celebre è una lettera a Paolo Sarpi del 16 ottobre 1604: “Reflecting on the problems of motion … I arrived at a proposition which seemed reasonably natural and self-evident: … that the spaces passed over in natural motion are as the squares of the time and that consequently, the spaces passed over in equal times are as the series of odd numbers. And the principle is this: That the speed of a body falling in natural motion is proportional to its distance from its point of origin.” – (fr:1992-1993) [Riflettendo sui problemi del moto … sono giunto a una proposizione che mi pareva ragionevolmente naturale ed evidente: ossia che gli spazi percorsi nel moto naturale stanno come i quadrati dei tempi … E il principio è questo: che la velocità del corpo in moto naturale è proporzionale alla sua distanza dal punto di partenza]. L’esito è la legge di caduta libera s=½at², ma il principio da cui Galileo credeva di derivarla – la velocità proporzionale allo spazio percorso – è falso. Eppure considerare la velocità legata alla distanza anziché al tempo era un’ipotesi “eminently natural” – (fr:1995) [eminentemente naturale], condivisa da Leonardo, Benedetti e Cartesio, e quasi inevitabile finché la matematica restava principalmente geometria dello spazio. La strada verso la scienza moderna passò anche attraverso questo errore fecondo.
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[15.1/1-42-2149|2190]
17 Circoli, accademie e cattedre: la geografia del sapere scientifico prima delle società formali
Gruppi sospetti, accademie letterarie, «intelligencer» e lezioni pubbliche disegnano il paesaggio frammentato in cui la scienza cercava uno spazio proprio tra magia, mecenatismo e città.
Il resoconto parte dai circoli informali dell’Inghilterra elisabettiana, come il gruppo riunito attorno a Sir Walter Raleigh, spesso identificato con la “Scuola della Notte” shakespeariana. “Most of these men were poets and ply wrights ; but one was the mathematician Thomas Hariot wl taught Raleigh and the occult-loving Earls of Northumberlan and Derby a good deal of astronomy and mathematics, and thej were one or two minor mathematicians in the group” – (fr:2150) [La maggior parte di questi uomini erano poeti e drammaturghi; ma uno era il matematico Thomas Hariot che insegnò a Raleigh e ai conti, amanti dell’occulto, di Northumberland e Derby una buona dose di astronomia e matematica, e nel gruppo c’erano anche uno o due matematici minori]. Le discussioni vertevano su temi filosofici, ma la loro fama era fosca perché “they were said to dabble in both magic an atheism” – (fr:2151) [si diceva si dilettassero tanto di magia quanto di ateismo]. In realtà, tranne l’interesse per la chimica – Raleigh possedeva un famoso cordiale segreto, provato sul principe Enrico morente –, i loro interessi erano probabilmente abbastanza razionali (fr.2152). Esistevano molti altri gruppi analoghi, poco noti a meno che non includessero qualche figura scientifica di spicco (fr.2153).
L’Accademia dei Lincei, di cui Galileo andava fiero, era un cenacolo dello stesso genere, assai più vicino a queste riunioni che alle successive società scientifiche. “In effect tt Accademia dei Lincei, to which Galileo was so proud to belong was much the same sort of group : in origin and activity it w; far closer to such gatherings than to the later scientific societie The Accademia dei Lincei began in 1603 when Duke Federig Cesi (1585-1630) began studying natural history at his home i Rome with three minor scientists ; the best known is Francesc Stelluti (1577-1653) who is associated with the publication of tt first microscopical figures, a couple of plates of bees printed b the Academy in 1625, and later reissued in 1630” – (fr:2154) [In effetti l’Accademia dei Lincei, alla quale Galileo era tanto orgoglioso di appartenere, era più o meno lo stesso tipo di gruppo: per origine e attività era molto più vicina a tali riunioni che alle successive società scientifiche. L’Accademia dei Lincei cominciò nel 1603 quando il duca Federico Cesi (1585-1630) iniziò a studiare storia naturale nella sua casa a Roma con tre scienziati minori; il più noto è Francesco Stelluti (1577-1653), legato alla pubblicazione delle prime figure microscopiche, un paio di tavole di api stampate dall’Accademia nel 1625 e poi ripubblicate nel 1630]. Come il gruppo di Raleigh, Cesi e i suoi amici furono sospettati di studi occulti – “the were reputed to communicate in cipher” – (fr:2155) [avevano fama di comunicare in cifra] – e pare abbiano sospeso le riunioni fino al 1610, quando si organizzarono più formalmente con trentadue membri, tra cui Galileo e della Porta (fr.2156). Fu proprio durante una seduta dell’Accademia che “the name telescope was first applied to it” – (fr:2157) [il nome telescopio fu applicato per la prima volta] al nuovo strumento ottico di Galileo. Molti membri non risiedevano a Roma e il progetto di una vita comune studiosa, quasi monastica ma anticlericale, venne presto abbandonato (fr.2158). Forse servì da monito la cattiva reputazione che essi si erano fatta, rafforzata dall’ingresso di della Porta: costui aveva già tentato di organizzare un’Accademia dei Segreti della Natura che, “not surprisingly if its members pursued his favourite studies, soon foundered on the rock of suspected witchcraft” – (fr.2159) [se i suoi membri coltivavano i suoi studi prediletti, non sorprende che sia presto naufragata sullo scoglio del sospetto di stregoneria]. Ciononostante i Lincei continuarono a esistere, a riunirsi di tanto in tanto e a pubblicare libri – inclusi alcuni scritti controversi di Galileo – fino alla morte di Cesi nel 1630; Galileo esibì sempre con orgoglio l’appartenenza all’Accademia sul frontespizio delle sue opere (fr.2160).
La vera forma di accademia, organizzata e gestita interamente dai membri, comparve nel Cinquecento, ma poche erano scientifiche (fr.2161). Prevalevano le iniziative letterarie come l’Accademia della Crusca, nata per giudicare la purezza della lingua italiana (fr.2162). Alcune avevano legami tenui con la scienza: è il caso dell’accademia (o piuttosto della serie di accademie) formata dalla Pléiade dopo il 1550 (fr.2163). Sebbene nominalmente sotto il patronato di re Enrico, la sua fine alla morte del re fu conseguenza del caos politico in Francia (fr.2164). Gli accademici erano interessati principalmente a letteratura e arti, ma “its especial emphasis on music gave room for mathematics and physical acoustics” – (fr.2165) [la sua particolare enfasi sulla musica dava spazio alla matematica e all’acustica fisica]. Nella generazione successiva al 1589, in Francia si levavano molte richieste di un rinnovato patrocinio regio per un’accademia dedicata al sapere e alle arti (fr.2166). Un’eco degli interessi estetici e scientifici per la musica propri della Pléiade si ritrova nell’opera di Marin Mersenne (1588-1648), la cui Harmonie Universelle (1627) somiglia molto a ciò che quel circolo aveva cercato di sviluppare (fr.2167). Giunto a Parigi nel 1619, Mersenne lamentava l’assenza di un’organizzazione formale per i dotti e “wistfully remarked that there seemed in 1623 no chance for forming such centres as the earlier academies, though he hoped that some day something better might be organised” – (fr:2168) [osservava con rammarico che nel 1623 non sembrava esserci alcuna possibilità di formare centri come le accademie precedenti, pur sperando che un giorno si potesse organizzare qualcosa di meglio]. Nel frattempo suppliva di persona, sia invitando studiosi nella sua cella monastica, sia diventando un intelligencer, “a man who made it his business to know and correspond with the leading scientists of the day, to whom he dispensed news in return for more news” – (fr:2169) [un uomo che faceva della conoscenza e della corrispondenza con i principali scienziati del tempo il proprio mestiere, dispensando notizie in cambio di altre notizie].
Accanto a Mersenne operavano altri patroni individuali. Un suo corrispondente era Peiresc (1580-1637), ricco amatore del Sud della Francia, amico di della Porta e membro dei Lincei, e perciò “an early telescopic astronomer, and others besides himself made use of his instruments” – (fr:2171) [un precoce astronomo telescopico, e oltre a lui altri utilizzavano i suoi strumenti]. Singolare il caso di John Dee: nella sua casa a Mortlake aveva raccolto una biblioteca immensa e molti strumenti scientifici adoperati anche da altri (fr.2172). Dee sperava che la regina, che spesso si fermava a Mortlake per interrogare le stelle, gli concedesse un vitalizio in campagna dove poter organizzare un centro scientifico condiviso con gli amici (fr.2173), ma non se ne fece nulla, se non un lungo e ricco appello di Dee alla sovrana (fr.2174).
Nonostante questi tentativi abortiti di organizzazione scientifica formale, i luoghi migliori per raccogliere notizie e scambiare idee restavano le città in cui gli scienziati, attratti dalle prospettive di impiego, si addensavano (fr.2175). In generale non si trattava di città universitarie (fr.2176). “Nuremberg, centre of the astro- logical, instrument-making and printing trades was more of a genuine scientific centre than any of the university cities” – (fr:2177) [Norimberga, centro dei commerci astrologici, della costruzione di strumenti e della stampa, era un centro scientifico più genuino di qualsiasi città universitaria]. Altre città attiravano scienziati perché possedevano lettorati matematici, spesso pensati per uomini pratici (fr.2178). A Parigi, come riferiva Dee per esperienza diretta, nonostante l’università vi era molto interesse per le lezioni di matematica. Invitato da «alcuni gentiluomini inglesi», Dee ricordava che le sue lezioni su Euclide attirarono così tanti uditori “that the mathematicall schooles could not hold them ; for many were faine, without the schooles at the windowes, to be auditors and spec- tators, asthey best could helpe themselves thereto” – (fr:2180) [che le scuole matematiche non potevano contenerli; molti infatti erano costretti, fuori dalle aule, alle finestre, ad ascoltare e osservare come meglio potevano]. Il re gli offrì un buono stipendio per restare come lettore regolare, e questo nonostante esistesse già una cattedra di matematica al Collège Royal, dove le lezioni erano tenute due volte, in latino e in francese (fr.2181-2182): evidentemente la domanda restava insoddisfatta (fr.2183). A Londra non c’erano lettorati universitari né pubblici, ma abbondavano lezioni private di matematica (fr.2184). Le prime lezioni scientifiche pubbliche furono quelle di anatomia tenute dal lettore nominato dalla Compagnia dei Barbieri e Chirurghi; dopo il 1583 si aggiunsero le Lumleian lectures in chirurgia al Royal College of Physicians (fr.2185). Vari progetti di cattedre e accademie promosse dalla Corona non andarono in porto (fr.2186).
Il primo lettorato di successo nelle scienze matematiche fu istituito da un gruppo di cittadini londinesi nel 1588: “the lectures were to be for the instruction of the captains of the trained bands, though they were open to the public” – (fr:2187) [le lezioni erano destinate all’istruzione dei capitani delle milizie, sebbene aperte al pubblico]. L’unico titolare, Thomas Hood, tenne fede all’incarico per quattro o cinque anni, traducendo e scrivendo opere di matematica elementare, ma quando l’emergenza diminuì l’interesse sembrò affievolirsi; forse perché si era già annunciata una dotazione ben più munifica, destinata a prendere presto effetto (fr.2188). Nel 1575 Sir Thomas Gresham aveva disposto per testamento che, dopo la sua morte e quella della moglie, le rendite sostenessero sette professori – Retorica, Divinità, Musica, Fisica, Geometria, Astronomia e Diritto – i quali avrebbero vissuto e insegnato nella sua casa. “The lectures began in 1598 in what was soon to be known as Gresham Col- lege ;the geometrical and astronomical professors were especially notable” – (fr:2189) [Le lezioni iniziarono nel 1598 in quello che presto sarebbe stato chiamato Gresham College; i professori di geometria e astronomia furono particolarmente notevoli]. Il primo professore di geometria fu Henry Briggs, che tenne la cattedra fino al 1619 per poi passare alla cattedra saviliana di geometria a Oxford – una progressione seguita da altri docenti del Gresham, incluso Wren (fr.2190).
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18 Francis Bacon e la riforma del sapere: tra metodo, esperimento e la ricerca delle forme
Un ritratto dell’uomo, del suo progetto filosofico e dei suoi limiti: l’ideatore di una nuova logica che, pur tra ingenuità e lungimiranza, gettò le basi dell’impresa scientifica moderna.
Bacone perseguiva con tenacia un programma di rinnovamento totale del sapere: “Bacon’s aim— to reform all knowledge and create a ‘new learning’ in place of the old— was one which he shared with Galileo (his contemporary) and Descartes (a generation younger, 1596-1650); and like them, he believed that in the reform of scientific method lay the possibility of improving all learning.” – (fr:2205) [“Lo scopo di Bacone — riformare tutto il sapere e creare un ‘nuovo apprendimento’ al posto del vecchio — era condiviso con Galileo (suo contemporaneo) e Cartesio (di una generazione più giovane, 1596-1650); e come loro, credeva che nella riforma del metodo scientifico risiedesse la possibilità di migliorare ogni forma di sapere.”] Diversamente dai due grandi contemporanei, tuttavia, non era né uno scienziato di professione né un matematico o filosofo astratto: “Unlike Galileo, he was no professional or even serious original scientist; indeed his knowledge of contemporary science was curiously uneven, and his ideas of scientific experiment were naive and over-simple.” – (fr:2206) [“A differenza di Galileo, non era uno scienziato professionista e nemmeno un serio scienziato originale; anzi, la sua conoscenza della scienza contemporanea era curiosamente diseguale, e le sue idee sull’esperimento scientifico erano ingenue e troppo semplici.”] “Unlike Descartes, he was no mathematician or profound abstract philosopher, nor was he a gentleman of leisure.” – (fr:2207) [“A differenza di Cartesio, non era un matematico né un profondo filosofo astratto, né un gentiluomo di svago.”] Uomo di legge di formazione e professione, Bacone fu una figura pubblica indaffarata, sempre alla ricerca di cariche, finché raggiunse la carica di Lord Cancelliere (fr:2208). Soltanto la disgrazia e il ritiro forzato gli concessero il tempo per portare a compimento quasi tutte le opere progettate: gli ultimi cinque anni della sua vita furono colmi di scrittura e di esperimenti (fr:2209‑2210). A suggellare il suo profilo intellettuale fu proprio l’amore per l’esperimento: “It was love of experiment which occasioned his death in 1626: he stopped one snowy day near Highgate to buy a hen from a housewife, which he had killed and then stuffed with snow, the object being to test the action of cold on the preservation of food; inadvertently, he tested the action of cold on the human body, and died of pneumonia.” – (fr:2211) [“Fu l‘amore per l’esperimento a causare la sua morte nel 1626: si fermò un giorno nevoso vicino a Highgate per comprare una gallina da una massaia, la uccise e la riempì di neve, con l’obiettivo di testare l’azione del freddo sulla conservazione degli alimenti; inavvertitamente, testò l’azione del freddo sul corpo umano e morì di polmonite.”] Il tratto è curiosamente caratteristico: “a good idea in advance of its time, investigated spontaneously, unsystematically, inconclusively, but ardently.” – (fr:2212) [“una buona idea in anticipo sui tempi, indagata spontaneamente, asistematicamente, in modo inconcludente, ma con ardore.”]
La prima esposizione delle sue idee sull’insufficienza della scienza e sulla necessità di un nuovo approccio si rivolse a Giacomo I e fu pubblicata nel 1605 come The Two Books of Francis Bacon, of the Proficience and Advancement of Learning, Divine and Human (fr:2213). Dopo un iniziale appello al patronato regio, Bacone passò al tema che più gli stava a cuore: la valutazione del sapere corrente e la proposta di rimedi per migliorarlo (fr:2214). Desideroso di criticare gli scolastici ma attento a evitare ogni deriva anti-intellettualistica, dosò con cura lode e biasimo: lode per l’apprendimento perseguito correttamente, biasimo per i metodi del suo tempo (fr:2215‑2216). Il sapere mal praticato risulta inutile perché soggetto ad abusi, pedanteria, eccessivo affidamento all’autorità, ignoranza, presunzione dei suoi cultori, trabocchetti della mente, misticismo e ristrettezza di orizzonti (fr:2217). Proprio le trappole della mente, che Bacone avrebbe poi drammatizzato come Idoli, lo affascinavano: tendenze innate come l’amore per la costruzione di sistemi, il peso della consuetudine e l’inganno delle parole male impiegate, contro cui le uniche armi erano il riconoscimento e la vigilanza (fr:2218).
Il difetto più grave, per Bacone, era la motivazione sbagliata della ricerca: “Men have entered into a desire of learning and knowledge, sometimes upon a natural curiosity and inquisitive appetite; sometimes to entertain their minds with variety and delight; sometimes for ornament and reputation; and sometimes to enable them to victory of wit and contradiction; and most times for lucre and profession; and seldom sincerely to give a true account of their gift of reason, to the benefit and use of men.3” – (fr:2219) [“Gli uomini sono entrati nel desiderio di apprendimento e conoscenza, talvolta per una curiosità naturale e un appetito inquisitivo; talvolta per intrattenere le loro menti con varietà e diletto; talvolta per ornamento e reputazione; talvolta per abilitarsi alla vittoria dell‘ingegno e della contraddizione; e il più delle volte per lucro e professione; e raramente sinceramente per rendere un vero conto del loro dono della ragione, a beneficio e uso degli uomini.”] Il “beneficio e uso degli uomini” racchiudeva per Bacone molte cose: potere, in quanto sinonimo di comprensione, verità, controllo della natura e “sollievo della condizione umana” attraverso l’applicazione della scienza alle arti utili (fr:2219). Proprio perché si trattava di un’idea nuova, “it has apdevrahanpcsemebneten oftosociemnucec,hwhsitcrhessietdemapshaBtaiccoall’ysc wahsiefnoati.m in No the one ever inveighed more firmly than Bacon against the evils of purely ‘lucriferous’ (money-grubbing) knowledge; what he sought was ‘luciferous’ (enlightening) knowledge.” – (fr:2220) [Il testo presenta corruzioni; il senso è: è stato spesso sottolineato che la classificazione baconiana delle scienze non era sistematica. Nessuno mai inveì con più forza di Bacone contro i mali del sapere puramente “lucriferi” (avido di denaro); ciò che cercava era il sapere “lucifero” (portatore di luce).] Egli credeva fermamente che la conoscenza desse il potere di migliorare la sorte dell’umanità e di accrescere la felicità complessiva, tanto da poter essere considerato il vero progenitore dell’Illuminismo settecentesco (fr:2221). La sua critica più profonda era rivolta a chi cercava il sapere per ragioni private e futili, mentre lo studio autentico esigeva uno spirito serio e quasi solenne (fr:2222).
Fra tutte le branche del sapere, la scienza appariva a Bacone la meno progredita, priva com’era di un metodo coerente (fr:2223). A differenza delle arti meccaniche, che si accumulano e migliorano di generazione in generazione, le scienze stagnavano: “The sciences stand where they did and remain almost in the same condition, receiving no noticeable increase, but on the contrary, thriving most under their first founder, and then declining.” – (fr:2225) [“Le scienze stanno dove stavano e rimangono quasi nella stessa condizione, non ricevendo alcun aumento notevole, ma al contrario, fiorendo soprattutto sotto il loro primo fondatore, per poi declinare.”] Le arti meccaniche, invece, “which are founded on nature and the light of experience, we see the contrary happen, for these (as long as they are popular) are continually thriving and growing, as having in them a breath of life; at first rude, then convenient, afterwards adorned, and at all times advancing.4 So the sciences should copy the mechanical arts in two respects: they should be ‘founded on nature’ and they should learn to be cumulative.” – (fr:2226) [“che sono fondate sulla natura e sulla luce dell’esperienza, vediamo accadere il contrario, poiché queste (finché sono popolari) prosperano e crescono continuamente, come se avessero in sé un soffio di vita; dapprima rozze, poi convenienti, in seguito adornate, e in ogni tempo progredendo. Così le scienze dovrebbero imitare le arti meccaniche in due aspetti: dovrebbero essere ‘fondate sulla natura’ e dovrebbero imparare a essere cumulative.”] La necessità primaria era l’organizzazione del metodo scientifico (fr:2227‑2228). Bacone ammoniva: “Let no man look for much progress in the sciences — especially in the practical part of them — unless natural philosophy be carried on and applied to particular sciences, and particular sciences be carried back again to natural philosophy.5” – (fr:2229) [“Nessuno si aspetti molto progresso nelle scienze – specialmente nella loro parte pratica – a meno che la filosofia naturale non sia portata avanti e applicata alle scienze particolari, e le scienze particolari siano ricondotte di nuovo alla filosofia naturale.”] Imbevuto di nozioni giuridiche, gli parve naturale cominciare classificando le grandi divisioni del sapere.
La tripartizione baconiana articola il sapere in Storia, Poesia e Filosofia, ciascuna affidata a una facoltà esclusiva: Memoria, Immaginazione, Ragione (fr:2230). L’immaginazione, già fin troppo stimolata nel mondo elisabettiano, non doveva avere parte nell’avanzamento della conoscenza (fr:2231). Storia e filosofia erano state coltivate, ma non a sufficienza e non rettamente; occorreva separare la storia naturale e la filosofia naturale dagli altri aspetti di queste due voci (fr:2232‑2233). La filosofia naturale andava tenuta distinta dalla teologia – perché fede e filosofia naturale non hanno alcun legame – e dalla metafisica, che si occupava esclusivamente di cause finali, definite “those ‘barren virgins’ who had no place in natural philosophy” – (fr:2235) [“quelle ‘vergini sterili’ che non avevano posto nella filosofia naturale”]. Bacone non classificava per descrivere, ma per mostrare la struttura piramidale del sapere: “knowledges are as pyramids, whereof history is the basis: so of Natural Philosophy the basis is Natural History; the stage next the basis is Physic; the stage next the vertical point is Metaphysic,” – (fr:2237) [“le conoscenze sono come piramidi, di cui la storia è la base: così della Filosofia Naturale la base è la Storia Naturale; il gradino successivo alla base è la Fisica; il gradino successivo verso il punto verticale è la Metafisica”]. Tale piramide attribuiva un ruolo fondante alla storia naturale, intesa come raccolta di fatti su tre tipi di natura: “nature in course, … nature erring or varying, and … nature altered or wrought” – (fr:2238) [“natura in corso, … natura che erra o varia, e … natura alterata o lavorata”]. La “natura in corso” è la natura che si offre spontaneamente all’occhio attento; la “natura che erra o varia” è quella dei prodigi e dei mostri, che avrebbe affascinato anche la Royal Society; la “natura alterata o lavorata” includeva da un lato le scoperte delle arti e dei mestieri, dall’altro i fatti prodotti artificialmente attraverso l’esperimento (fr:2238‑2239). Sebbene nel tardo Cinquecento fosse già riconosciuto il valore delle arti meccaniche, nessuno aveva mai fatto della sperimentazione deliberata un principio, tanto meno con la sistematicità proposta da Bacone (fr:2240).
L’esperimento rappresentava per Bacone l’unico vero ingrediente della ricerca scientifica; senza di esso la filosofia naturale non era che speculazione metafisica, e lo scienziato un tessitore di ipotesi a priori (fr:2241). Con l’esperimento lo scienziato otteneva la chiave per svelare i segreti della natura, e una filosofia naturale “such as shall not vanish in the fume of subtle, sublime or delectable speculation, but such as shall be operative to the endowment and benefit of man’s life” – (fr:2242) [“tale che non svanisca nel fumo della speculazione sottile, sublime o dilettevole, ma tale che sia operativa per il miglioramento e il beneficio della vita umana”]. Bacone ricorreva a un’immagine barocca ma efficace: come l’indole di un uomo si rivela solo quando viene contrastato, e Proteo muta forma solo quando è tratto in catene, così “the passages and variation of nature cannot appear so fully in the liberty of nature, as in the trials and vexations of art” – (fr:2243) [“i percorsi e le variazioni della natura non possono apparire così pienamente nella libertà della natura, come nelle prove e vessazioni dell’arte”].
Il metodo sperimentale offriva anche un vantaggio organizzativo: permetteva lo sforzo cooperativo e consentiva a menti diverse di contribuire equamente al progresso della scienza (fr:2244). Raccogliere fatti e adoperarli non richiede lo stesso tipo di ingegno; la compilazione enciclopedica diventava un preliminare alla teoria, e chi accumulava fatti sentiva di dare un contributo genuino all’avanzamento del sapere (fr:2245‑2246). Si trattava di una sorta di democratizzazione della conoscenza, perché “the course I propose for the discovery of sciences is such as leaves but little to the acuteness and strength of wits, but places all wits and understandings nearly on a level” – (fr:2247) [“il corso che propongo per la scoperta delle scienze lascia ben poco all’acutezza e alla forza degli ingegni, ma pone tutti gli ingegni e le intelligenze quasi sullo stesso piano”]. Bacone sapeva che era un’esagerazione; nel suo abbozzo di Utopia scientifica, The New Atlantis, la Casa di Salomone ospitava sia chi osservava e eseguiva esperimenti, sia chi pensava, progettava esperimenti, analizzava risultati e traeva conclusioni (fr:2247). Pur eccessivamente ottimista, Bacone intravide con ingegnosità alcune possibilità di impiegare menti minori che di fatto si sarebbero realizzate con il progredire della scienza moderna (fr:2248).
Bacone non intendeva affatto la sua via sperimentale come puro empirismo (fr:2249). Non aveva alcuna stima per la sperimentazione casuale e senza principio guida, anche se a volte cadde nell’errore di accumulare esperimenti eterogenei come nella postuma Sylva Sylvarum (fr:2250). Non approvava nemmeno l’indagine settoriale condotta esaurendo tutti gli esperimenti possibili su un singolo oggetto, “as Gilbert with the magnet, and the chemist with gold”, che considerava “blind and stupid” – (fr:2251) [“come Gilbert con la calamita, e il chimico con l’oro”, “cieco e stupido”]. L’indagine doveva allargarsi per diventare più generale (fr:2252). Gli sperimentatori dovevano anzitutto ideare «esperimenti di luce», dai quali trarre per induzione assiomi generali, e ciò significava pianificare gli esperimenti in anticipo (fr:2253).
Il metodo dell’induzione costituisce la proposta baconiana di una nuova logica in sostituzione di quella aristotelica. Per questo l’opera in cui la discute è intitolata Novum Organum (1620) (fr:2254). Il libro è la più ambiziosa pretesa filosofica di Bacone; il fatto che generazioni di filosofi lo abbiano giudicato ingenuo, inconsistente e fallimentare prova che riuscì almeno a essere preso sul serio (fr:2255). L’opera era la seconda parte della Grande Instaurazione, il piano per restituire alle scienze dignità e utilità: la prima parte ne spiegava la necessità, il Novum Organum esponeva il metodo, e ulteriori lavori avrebbero dovuto illustrare il passaggio dal fatto alla teoria (fr:2256‑2257). L’induzione è quel ragionamento che “derives axioms from the senses and particulars, rising by a gradual and unbroken ascent, so that it arrives at the most general axioms last of all” – (fr:2258) [“deriva assiomi dai sensi e dai particolari, salendo con un’ascesa graduale e ininterrotta, così da giungere agli assiomi più generali solo alla fine”]. Si tratta di un metodo fondato sull’esperimento, in cui ragione ed esperienza sensibile si sostengono a vicenda (fr:2260).
La debolezza delle proposte baconiane sta nel fatto che, pur ammirevoli, non convincono, perché ci si accorge presto che Bacone “could not judge the worth of any individual experiment or experimental discovery, even while proclaiming the value of experiment” – (fr:2261) [“non sapeva giudicare il valore di alcun singolo esperimento o scoperta sperimentale, pur proclamando il valore dell‘esperimento”]. Si aspettava troppo e, convinto della bontà della via sperimentale, non poteva credere che fosse stata applicata correttamente se non dava risposte subito soddisfacenti (fr:2262). Così, già nel 1620, dubitava che il microscopio potesse rivelarsi uno strumento permanentemente utile, perché era stato impiegato solo su soggetti futili; nondimeno, ammetteva che “great advantages might doubtless be derived from the discovery” se solo “it could be extended to larger bodies, or to the minutiae of larger bodies, so that the texture of a linen cloth could be seen like network, and thus the latent minutiae and inequalities of gems, liquors, urine, blood, wounds &c. could be distinguished” – (fr:2264) [“grandi vantaggi potrebbero senza dubbio derivare dalla scoperta”, “potesse essere esteso a corpi più grandi, o alle minuzie di corpi più grandi, così che la trama di un panno di lino potesse essere vista come una rete, e così le minute particelle e irregolarità nascoste di gemme, liquidi, urina, sangue, ferite ecc. potessero essere distinte”]. Nutrí analoghi sospetti sul telescopio, perché non produceva altre scoperte oltre a quelle galileiane, e guardò con diffidenza anche quelle prime, “with suspicion chiefly because the experiment stops with these few discoveries, and many other things equally worthy of investigation are not discovered by the same means” – (fr:2265) [“con sospetto soprattutto perché l‘esperimento si ferma a queste poche scoperte, e molte altre cose ugualmente degne di indagine non vengono scoperte con gli stessi mezzi”]. Non aveva senso della pazienza nell’indagine scientifica né consapevolezza dei tempi necessari a una scoperta autentica (fr:2266). Allo stesso modo, deplorava Gilbert perché dopo molti esperimenti “made a philosophy out of the loadstone” e indulgeva a speculazioni stravaganti che gettavano ombra sulla credibilità dei suoi resoconti sperimentali (fr:2266). Se fosse vissuto abbastanza per leggere le opere maggiori di Galileo, avrebbe deplorato la sua inclinazione per l’esperimento mentale a scapito di quello fisico (fr:2267).
La diffidenza verso il ragionamento astratto non fondato sull’esperienza lo rendeva particolarmente sospettoso verso una scienza puramente teoretica come l’astronomia copernicana (fr:2269). Dalle sue letture, che verosimilmente includevano Tycho Brahe, aveva tratto la convinzione che Copernico avesse attribuito alla Terra un moto extra e non necessario, e che alcuni astronomi ritenessero possibile un sistema del mondo privo di epicicli matematici e fisicamente costruito (fr:2270). L’argomento più forte contro Copernico era l’assenza di evidenza osservativa: “It is easy to see, that both they who think the Earth revolves, and they who hold the primum mobile … are about equally and indifferently supported by the phenomena” – (fr:2271) [“È facile vedere che sia coloro che pensano che la Terra ruoti, sia coloro che sostengono il primum mobile … sono quasi ugualmente e indifferentemente sostenuti dai fenomeni”]. Preferiva perciò il sistema di Tycho, per la sua maggiore insistenza sull’osservazione piuttosto che sul calcolo (fr:2271). Bacone si univa a Tycho e ad altri astronomi nel negare il carattere speciale dei cieli e si spingeva oltre, affermando l’identità fisica delle sfere celesti e terrestri: “For those supposed divorces between ethereal and sublunary things seem to me but figments, superstitions mixed with rashness; seeing it is most certain that very many effects, as of expansion, contraction, impression, cession, collection into masses, attraction, repulsion, assimilation, union and the like, have place not only here with us, but also in the heights of the heaven and the depths of the earth” – (fr:2273) [“Perché quei presunti divorzi tra cose eteree e sublunari mi sembrano solo finzioni, superstizioni mescolate a temerarietà; visto che è certissimo che moltissimi effetti, come espansione, contrazione, impressione, cessione, raccolta in masse, attrazione, repulsione, assimilazione, unione e simili, hanno luogo non solo qui con noi, ma anche nelle altezze del cielo e nelle profondità della terra”]. La sua nozione dei problemi astronomici è varia e complessa, utile antidoto alla nuova sicurezza degli astronomi, anche se le sue stime su quali problemi affrontare subito erano spesso errate e segnate da un ottimismo eccessivo sulla rapidità con cui un metodo corretto avrebbe portato a risposte immediate (fr:2274‑2276).
La parte più importante – e meno studiata – della filosofia naturale era per Bacone «la scoperta delle forme», “of all other parts of knowledge the worthiest to be sought” – (fr:2277) [“di tutte le altre parti del sapere la più degna di essere ricercata”]. Pur adoperando la terminologia della causalità aristotelica – l’unica a disposizione – Bacone la modificava profondamente (fr:2279). I corpi sono composti di forma e materia, perciò esistono cause formali e materiali (fr:2280); la scienza doveva occuparsi di causa ed effetto, ma la causa formale andava chiarita (fr:2281). Mentre per Aristotele la forma era l’insieme degli attributi che rendevano un oggetto riconoscibile come appartenente a una categoria, Bacone attribuì al termine un significato radicalmente diverso: “For though in nature nothing really exists besides individual bodies, performing pure individual acts according to a fixed law, yet in philosophy this very law, and the investigation, discovery, and explanation of it, is the foundation as well of knowledge as of operation. And it is this law, with its clauses, that I mean when I speak of Forms” – (fr:2287‑2288) [“Infatti, sebbene in natura non esista realmente nulla oltre ai corpi individuali, che compiono puri atti individuali secondo una legge fissa, tuttavia in filosofia proprio questa legge, e la sua investigazione, scoperta e spiegazione, è il fondamento sia della conoscenza che dell’operazione. Ed è questa legge, con le sue clausole, che intendo quando parlo di Forme”]. Ciò mostra che Bacone cercava effettivamente principi generali della natura (fr:2289). Attribuiva alla scoperta delle leggi delle forme un’importanza quasi eccessiva, perché da essa sola pensava scaturisse “truth in speculation and freedom in operation” – (fr:2290‑2291) [“verità nella speculazione e libertà nell’operazione”]. Le forme riguardano lo studio delle proprietà fisiche della materia: calore, colore, densità, attrazione e repulsione, che non dovevano essere attributi accidentali, ma il risultato dell’obbedienza della materia a determinate leggi (fr:2292).
Gran parte del Libro II del Novum Organum è dedicata, in un dettaglio quasi penoso, al modo di indagare e scoprire tali leggi per via induttiva (fr:2293). Il metodo prevedeva dapprima un’elaborata compilazione della storia naturale della forma in esame, quindi un confronto, un controllo e un’eliminazione tanto rigorosi da consegnare, quasi meccanicamente, la risposta corretta (fr:2294). Bacone illustrò il procedimento per la forma del calore, con quattro tavole di “istanze” faticosamente confrontate e incrociate (fr:2295). È difficile credere che qualcuno potesse immaginare questo come il giusto modo di procedere nell’indagine scientifica; eppure il risultato a cui giunse fu esattamente lo stesso dei migliori scienziati del Seicento, che vi arrivarono per tutt’altra via: “Heat is a motion, expansive, restrained, and acting in its strife upon the smaller particles of bodies” – (fr:2296) [“Il calore è un moto, espansivo, trattenuto, e che agisce nella sua lotta sulle particelle più piccole dei corpi”]. E predisse che altre proprietà, come colore, bianchezza e azione chimica, sarebbero risultate dal moto delle piccole parti dei corpi (fr:2297). Nonostante l’oscurità e il tono quasi mistico del suo linguaggio, Bacone stava in realtà formulando le premesse di quella che sarebbe diventata la filosofia meccanica, un principio quasi universalmente accettato dalla scienza successiva (fr:2298). La natura di questo risultato è però offuscata dalla tediosità dell’esposizione (fr:2299), in buona parte dovuta al fatto che Bacone discusse a lungo le forme solo come esempi del metodo induttivo (fr:2300). Lui stesso avvertiva: “It must be remembered however that in this Organum of mine I am handling logic, not philosophy” – (fr:2301) [“Bisogna però ricordare che in questo mio Organum sto trattando logica, non filosofia”]. Proprio perché intendeva restare fedele a quel proposito, non esplicitò mai il suo tacito convincimento che il metodo generale di spiegazione delle forme risiedesse nello studio della materia e del moto, una visione che scienziati come Robert Boyle avrebbero poi derivato da lui (fr:2302). Se i filosofi – e i suoi editori ottocenteschi – hanno spesso giudicato estranea la dottrina delle forme, è perché ciò che essi chiamano filosofia Bacone chiamava logica (fr:2303).
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19 Il percorso tortuoso della circolazione polmonare: Serveto, Colombo e le ombre di Cesalpino
Un’eresia teologica diviene involontariamente la culla della prima descrizione moderna del passaggio del sangue attraverso i polmoni, mentre la ricezione e la paternità dell’idea si disperdono tra roghi, rivalità accademiche e ambiguità aristoteliche.
La disputa che nel XVI secolo oppose due medici galenisti e anti-arabisti resta di origine oscura, ma “fornì molto materiale per gli stampatori” – (fr:2361) [“provided much material for the printers”]. Fu forse questo clima ad attrarre Michele Serveto verso la medicina. Nel 1536 seguiva a Parigi le lezioni di Guinther e l’anno successivo pubblicava un trattato sugli sciroppi come coadiuvanti della digestione (fr:2362). Dopo essersi immatricolato ufficialmente, rischiò la censura per la pratica dell’astrologia giudiziaria (fr:2363); si ritirò quindi per la seconda volta in una cittadina lontana da Lione esercitando come medico, per poi trasferirsi a Vienne e riprendere i contatti con gli editori lionesi (fr:2364-2365). L’assistenza a una nuova edizione della Bibbia riaccese il suo interesse per la controversia teologica (fr:2366), culminando nel 1546 con la stesura della Restitutio Christianismi.
L’opera, pubblicata sotto il nome di Serveto nel 1553, “portò a un immediato tumulto negli ambienti sia cattolici sia protestanti” – (fr:2367) [“led to an immediate uproar in both Catholic and Protestant circles”]. In fuga dalla Francia cattolica, Serveto fu riconosciuto a Ginevra, arrestato, processato e giustiziato come eretico (fr:2368). I sette libri della Restitutio erano “indubbiamente radicalmente unitari e selvaggiamente eretici” – (fr:2369) [“indubitably radically Unitarian and wildly heretical”], eppure proprio nel V libro, dedicato alla Trinità, compare una digressione fisiologica. Serveto vi discute la natura dello Spirito Santo e il modo in cui Dio impartisce lo spirito divino all’uomo, stabilendo un legame filologico: poiché in ebraico la parola per “respiro” è la stessa che per “spirito”, egli sostenne che “i due erano una cosa sola” – (fr:2372) [“the two were one”]. Da qui l’invito al lettore: “Affinché tu, lettore, possa avere l’intera dottrina dello spirito divino e dello spirito, aggiungerò qui la filosofia divina che comprenderai facilmente se sei stato istruito nell’anatomia” – (fr:2373) [“So that you, reader, may have the whole doctrine of the divine spirit and the spirit, I shall add here the divine philosophy which you will easily understand if you have been trained in anatomy”].
Serveto concepiva lo “spirito” come una fusione dei tre spiriti galenici, originariamente unico. Riteneva che lo spirito vitale, “quando comunicato attraverso anastomosi dalle arterie alle vene” diventasse spirito naturale, differendo da quello animale solo per la sede (fr:2374). Questa amalgama gli permise di conciliare il primato del cuore, la necessità dell’aria per la vita e l’identificazione biblica del sangue con la vita con la fisiologia medica ortodossa (fr:2375). Per sviluppare la sua tesi, Serveto doveva chiarire come e dove nascesse lo spirito vitale, “composto da un sangue molto sottile nutrito dall’aria inspirata” – (fr:2376) [“which is composed of a very subtle blood nourished by the inspired air”]. La visione tradizionale lo faceva produrre nel ventricolo sinistro; Serveto dapprima l’accettò, per poi contraddirsi (fr:2377). Definì lo spirito vitale come “uno spirito rarefatto, elaborato dalla forza del calore, di colore giallo-rossastro e di potenza ignea” – (fr:2378) [“a rarefied spirit, elaborated by the force of heat, reddish-yellow and of fiery potency”] e dichiarò che “il colore giallo-rossastro è dato al sangue spirituale dai polmoni; non proviene dal cuore” – (fr:2378) [“the reddish-yellow colour is given to the spirituous blood by the lungs ; it is not from the heart”], poiché il cuore non ha organi adatti a mescolare aria e sangue. Lo spirito igneo doveva generarsi nei polmoni dalla miscela di aria inspirata con il sangue sottile che il ventricolo destro comunica al sinistro.
Questa comunicazione, tuttavia, “non avviene attraverso la parete mediana del cuore, come comunemente si crede, ma mediante un ingegnosissimo accorgimento il sangue sottile è spinto per un lungo percorso attraverso i polmoni” – (fr:2379) [“this communication is not made through the middle wall of the heart, as is commonly believed, but by a very ingenious arrangement the subtle blood is urged forward by a long course through the lungs”]. Viene elaborato dai polmoni, assume il colore giallo-rossastro ed è versato dall’arteria polmonare nella vena polmonare, dove si mescola con l’aria inspirata e si purifica delle fuliggini tramite l’espirazione, prima di essere attirato nel ventricolo sinistro durante la diastole (fr:2379-2382). Si tratta della “più chiara dichiarazione che ci si potesse aspettare della circolazione polmonare o minore” – (fr:2383) [“This is as clear a statement as one could expect of the pulmonary or lesser circulation”] e della prima pubblicata in epoca moderna (fr:2383, con la nota che un commentatore persiano del XIII secolo, Ibn al-Nafīs, aveva già suggerito questa via, ma la sua opera rimase sconosciuta in Europa fino al XX secolo). Come Serveto sia giunto alla conclusione corretta è impossibile congetturare (fr:2383). È vero che molti anatomisti, oltre a Vesalio, dubitavano che il sangue attraversasse il setto cardiaco tramite pori visibili, ma non offrivano percorsi alternativi (fr:2384). Ironia vuole che Serveto stesso fosse incline a pensare che “qualcosa possa eventualmente trasudare attraverso” – (fr:2385) [“something may possibly sweat through”].
Serveto era consapevole della novità: chiunque confrontasse le sue affermazioni con quelle di Galeno nel De usu partium avrebbe, si vantava, “compreso a fondo una verità che era sconosciuta a Galeno” – (fr:2386) [“thoroughly understand a truth which was unknown to Galen”]. È probabile che vi sia giunto per pura razionalizzazione (fr:2387). Il suo interesse primario era dove e come l’aria (contenente lo spirito) si mescolasse al sangue arterioso; era naturale supporre che i polmoni, organo della respirazione, svolgessero un ruolo centrale (fr:2388). Inoltre, notava acutamente che non c’era motivo di assegnare al ventricolo sinistro, simile nell’aspetto al destro, una funzione più complessa (fr:2389). Presupporre una via polmonare era “più facile e più semplice (oltre che più consono alla sua teologia)” – (fr:2390) [“It was easier and simpler (as well as more consonant with his theology)”]. Tutti i vasi in questione erano ben noti anche a chi, come Serveto, aveva una conoscenza anatomica più galenica che empirica, e nessun altro sapere era necessario per formulare la circolazione polmonare (fr:2391-2392). Esposto il punto, Serveto proseguì con la fisiologia dell’anima (fr:2393).
Le circostanze dell’enunciazione e il successivo martirio hanno attirato su Serveto una forte simpatia tra gli storici della scienza sin dal 1694, quando William Wotton riferì che un amico possedeva una trascrizione del passo rilevante (fr:2394). Tuttavia, sebbene Serveto sia stato il primo a scriverne, “è dubbio se gli anatomisti successivi che fecero lo stesso debbano essere giustamente accusati di plagio e mancanza di originalità” – (fr:2395) [“whether later anatomists who also did so should rightly be accused of plagiarism and lack of originality is questionable”]. Come potessero conoscerne gli scritti non è chiaro: è improbabile che si interessassero abbastanza di controversie teologiche da rischiare la lettura di un libro eretico e unitariano, firmato peraltro da un autore sconosciuto come teologo (il nome noto in medicina era Villanovus, non Serveto) (fr:2396). La maggior parte delle copie fu distrutta o bruciata con l’autore, tanto che ne sopravvivono solo una manciata (fr:2397). È probabile, perciò, che “non si debba considerare Serveto il propagatore della dottrina della circolazione polmonare, sebbene possa esserne stato il progenitore” – (fr:2398) [“one ought not to count Servetus as the propagator of the doctrine of the pulmonary circulation, though he may have been its progenitor”].
La via polmonare si affermò piuttosto attraverso la diffusione dell’opera di Realdo Colombo. La sua De Re Anatomica libri XV (1559), pubblicata postuma, fu il testo anatomico più letto del secolo sull’argomento (fr:2403). Colombo, rivale di Vesalio a Padova e poi professore a Pisa e a Roma, non perdeva occasione per sottolineare gli errori altrui. Dopo aver descritto l’anatomia dei ventricoli, affermava: “Tra questi ventricoli è posto il setto attraverso il quale quasi tutti gli autori pensano vi sia una via aperta dal ventricolo destro al sinistro; e secondo loro il sangue in transito viene reso sottile dalla generazione degli spiriti vitali affinché il passaggio possa avvenire più facilmente. Ma costoro commettono un grande errore; il sangue infatti è portato dall’arteria venosa [vena arteriosa] ai polmoni e lì reso sottile viene riportato indietro insieme all’aria dall’arteria venosa [arteria venosa] al ventricolo sinistro del cuore” – (fr:2406-2407) [“Between these ventricles there is placed the septum… But these make a great mistake ; for the blood is carried by the artery-like vein to the lungs and being there made thin is brought back thence together with air by the vein-like artery to the left ventricle of the heart.”]. E aggiungeva: “Questo fatto nessuno finora lo ha osservato o registrato per iscritto; eppure può essere osservato da chiunque con la massima facilità” – (fr:2408) [“This fact no one has hitherto observed or recorded in writing ; yet it may be most readily observed by anyone.”]. La somiglianza con la descrizione di Serveto non sorprende, poiché entrambi descrivono lo stesso flusso (fr:2409), ma Colombo non aveva interessi teologici: per lui l’anima era distinta dall’aria, e lo scopo della vena polmonare era stato frainteso da Galeno e dai suoi seguaci (fr:2410). Con tono polemico, irrideva l’idea che il cuore funzionasse come un camino con ceppi verdi che fumano (fr:2412-2413), e sosteneva che la vena polmonare era fatta per “portare il sangue mescolato con l’aria dai polmoni al ventricolo sinistro del cuore. E questo non solo è assai probabile, ma è effettivamente così” – (fr:2415) [“that this vein-like artery was made to carry blood mixed with air from the lungs to the left ventricle of the heart. And this is not only most probable, but is actually the case.”]. I polmoni, nella sua visione, non servivano solo alla termoregolazione ma elaboravano e trattenevano gli spiriti vitali tratti dall’aria, mentre il ventricolo sinistro era un semplice ricettacolo (fr:2416). Il libro di Colombo ebbe ampia diffusione e portò all’adozione generale del meccanismo della circolazione polmonare (fr:2417). Esso offriva inoltre un argomento anti-galenico congeniale ai peripatetici, come il botanico aristotelico Andrea Cesalpino, che vide nella nuova dottrina un sostegno al primato del cuore secondo Aristotele (fr:2418).
Cesalpino, studente a Pisa quando Colombo vi insegnava, ascoltò probabilmente da lui la novità (fr:2419). La tradizione nazionale italiana ha voluto vedervi un precursore della circolazione sistemica, ma le sue affermazioni sono “tutt’altro che chiare e spesso contraddittorie” – (fr:2420) [“are far from clear, and are often contradictory”]. Sviluppò argomenti che avrebbero potuto suggerire il “movimento del sangue in un cerchio”, osservando ad esempio che una vena legata si gonfia a valle, deducendo che il movimento del sangue non è tutto centrifugo dai visceri (fr:2421). Tuttavia, da ciò trasse solo una spiegazione del sonno aristotelico, citando il passo in cui Aristotele paragona il moto del calore all’Euripo (fr:2423-2424). Nella veglia il calore nativo si muoverebbe verso l’esterno, ai sensi cerebrali; nel sonno rifluirebbe verso il cuore, non solo attraverso le arterie ma anche attraverso le vene (fr:2426-2429). La prova sarebbe nei polsi, pieni e veementi da svegli, piccoli e lenti nel sonno, mentre le vene si gonfiano nel sonno e si restringono nella veglia (fr:2431-2433). Dalle sue parole “sembra difficile concludere che Cesalpino comprendesse chiaramente qualcosa della fisiologia del sistema venoso e arterioso” – (fr:2433) [“It seems hard to conclude from this that Cesalpino clearly understood anything about the physiology of the venous and arterial system”]. Egli non chiariva se il flusso del “calore nativo” coincidesse con quello del sangue, e riteneva che sangue e calore si comportassero in modo opposto tra sonno e veglia (fr:2434). Né rinnegò l’importanza del sistema venoso per la digestione, ribadendo che la vena cava era fisiologicamente importante quanto l’aorta (fr:2435). La discussione di Cesalpino, come altre del periodo, va letta piuttosto come un tentativo di spiegare come il sangue potesse passare dal lato destro a quello sinistro del cuore se gli anatomisti avevano ragione a negare il passaggio attraverso il setto, non come una salda affermazione di come ciò avvenisse. “Né la soluzione proposta da Cesalpino, né quella di alcun altro anatomista cinquecentesco, suscitò il minimo interesse tra i contemporanei” – (fr:2436) [“Neither the suggested solution of Cesalpino, nor that of any other sixteenth-century anatomist, aroused the least interest among contemporaries”].
Così il percorso del sangue attraverso i polmoni, nato in un contesto di speculazione teologico-filologica sul respiro e lo spirito, si impose grazie a un manuale anatomico polemico e fruibile, mentre le prime, confuse intuizioni su un possibile moto circolare del sangue rimasero lettera morta fino alla sintesi harveyana. La vicenda mostra come la priorità di una scoperta non ne garantisca la diffusione e come la medicina del Rinascimento fosse un campo in cui teologia, rivalità personali e fedeltà ai testi classici si intrecciavano indissolubilmente.
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20 Dalle valvole venose alla circolazione: il metodo di Harvey tra meccanica, anatomia e calcolo
Come una metafora idraulica e un argomento quantitativo trasformarono una membrana anatomica in un ingranaggio della macchina cardiaca, spostando per sempre il centro della fisiologia dal fegato al cuore.
La scoperta della circolazione sanguigna affonda le sue radici nell’osservazione di piccole membrane, le valvole venose, il cui vero significato rimase a lungo sfuggente. Lo stesso William Harvey, ormai anziano, confidò a Robert Boyle che l’idea gli era venuta proprio “from a consideration of the action of the valves in the veins in sending all the venous blood to the heart” (fr:2439) [«dalla considerazione dell’azione delle valvole nelle vene nel mandare tutto il sangue venoso al cuore»]. Tuttavia, quando Harvey giunse a questa intuizione, le valvole erano note già da decenni, descritte da diversi anatomisti del Cinquecento: “they described little membranes found in a number of veins, although they did not speculate successfully on their function” (fr:2441) [«descrivevano piccole membrane rinvenute in svariate vene, senza però avanzare ipotesi efficaci sulla loro funzione»]. Tra questi, il più completo era stato Fabricius d’Acquapendente, maestro di Harvey a Padova, che nel 1603 pubblicò il libello De Venarum Ostiolis, offrendo un resoconto minuzioso di struttura e funzione (fr:2442-2443). A differenza dei predecessori, Fabricius non si limitò a segnalare l’esistenza delle membrane: “he investigated all the veins, to find out which possessed these membranes ; he provided anatomical illustration of their structure and action ; and he attempted to explain their function” (fr:2449) [«esaminò tutte le vene per stabilire quali ne fossero provviste; fornì illustrazioni anatomiche della loro struttura e del loro funzionamento; e cercò di spiegarne la funzione»].
La spiegazione di Fabricius si fondava su un’analogia idraulica con i mulini: “The mechanism which Nature has here devised is strangely like that which artificial means have produced in the machinery of mills” (fr:2450) [«il meccanismo qui escogitato dalla Natura somiglia in modo sorprendente a quello che i mezzi artificiali hanno prodotto nei macchinari dei mulini»]. Le membrane venivano paragonate a chiuse e paratoie (sluices, dams) che accumulano l’acqua per l’uso dei macchinari (fr:2451-2453). Così, “Nature works in just the same way in the veins (which are just like the channels of rivers) by means of floodgates, either singly or in pairs” (fr:2454) [«la Natura opera esattamente allo stesso modo nelle vene (che sono proprio come i canali dei fiumi) per mezzo di saracinesche, singole o appaiate»]. Questa concezione del sistema venoso e arterioso in termini idraulici gli consentiva di percepire un controllo sulla quantità di sangue, ma non sulla direzione del flusso: Fabricius, infatti, non pensava a valvole, bensì a ostiola intesi come «chiuse», il cui scopo era “to delay the blood to some extent, and to prevent the whole mass of it flooding into the feet, or hands and fingers, and collecting there” (fr:2458) [«ritardare in una certa misura il sangue e impedire che l’intera massa si riversasse nei piedi, o nelle mani e dita, accumulandovisi»], assicurando così una distribuzione uniforme per la nutrizione. Inoltre, non stabilì alcun rapporto tra le valvole e l’azione cardiaca, anche perché le membrane si trovavano nelle vene e il sistema venoso era ancora centrato sul fegato, non sul cuore (fr:2462). Come nota il testo, “Fabricius did not see that he should have chosen a pump, rather than a mill, as his model” (fr:2459) [«Fabricius non vide che avrebbe dovuto scegliere una pompa, anziché un mulino, come suo modello»].
Harvey ereditò da Fabricius l’approccio meccanico alla fisiologia e la tendenza, allora in voga, a sostituire il primato galenico del fegato con quello aristotelico del cuore (fr:2464). Ma il suo interesse per la struttura cardiaca e per problemi come la diversa funzione dei due ventricoli, morfologicamente identici, era del tutto originale, e lo condusse a interrogarsi sulle cause finali con risultati sperimentali fecondi (fr:2465-2466). Nel 1616, come professore lumleiano al Royal College of Physicians, Harvey espose per la prima volta la sua nuova teoria in termini netti: “It is plain from the structure of the heart that the blood is passed continuously through the lungs to the aorta as by the two clacks of a water bellows to raise water” (fr:2469) [«È evidente dalla struttura del cuore che il sangue viene spinto in modo continuo attraverso i polmoni fino all’aorta, come per mezzo delle due valvole di un mantice ad acqua per sollevare l’acqua»]. Aveva intuito che le membrane agivano da valvole a battente, aprendosi per consentire il passaggio del sangue dai polmoni al lato sinistro del cuore e impedendo il reflusso (fr:2472). Di conseguenza, il moto del sangue avveniva «in un cerchio», dalle arterie alle vene e di nuovo al cuore (fr:2473). Per questo, sostiene il testo, “Harvey, rather than any earlier anatomist, is the true”discoverer” of the valves in the veins, since he was the first who truly understood that they were valves” (fr:2474) [«Harvey, più di ogni anatomista precedente, è il vero “scopritore” delle valvole nelle vene, poiché fu il primo a comprendere autenticamente che si trattava di valvole»].
Dieci anni di studi sugli animali culminarono nel 1628 con il De Motu Cordis, un libro costruito su un serrato ragionamento anatomico e sperimentale. Pur professando di voler apprendere l’anatomia non dai libri ma dalle dissezioni, “not from the tenets of philosophers but from the fabric of nature” (fr:2476) [«non dai dogmi dei filosofi ma dalla fabbrica della natura»], Harvey seppe reinterpretare Galeno in modo da guadagnare sostegno alla sua dottrina, senza cercare deliberatamente la rottura (fr:2478-2479). Servendosi di animali a sangue freddo, ideali per gli esperimenti di vivisezione, poté studiare il cuore in azione con modalità mai tentate prima (fr:2483-2484). Dimostrò che il cuore è un muscolo, che la sua fase attiva è la sistole – il momento in cui il sangue viene espulso – e non la diastole come si era sempre creduto, e correlò dilatazione delle arterie, sistole cardiaca e battito del polso (fr:2487-2489). Descrisse il cuore come una macchina che “the transmission of the blood and its propulsion, by means of the arteries, to the extremities everywhere” (fr:2490) [«la trasmissione del sangue e la sua propulsione, per mezzo delle arterie, verso le estremità ovunque»].
Per provare la circolazione sistemica, Harvey fece ricorso a una ricchezza di prove anatomiche e a ragionamenti teleologici, ma introdusse anche un tipo di argomentazione allora rarissimo nelle scienze naturali: quella quantitativa. Considerò le dimensioni del ventricolo, la quantità espulsa a ogni contrazione e la frequenza del battito, concludendo che “the amount of blood sent by the heart into the arteries in half an hour is greater than the amount of blood in the whole body ; and that in a day the heart would eject a greater weight of blood than the weight of the whole body” (fr:2497) [«la quantità di sangue immessa dal cuore nelle arterie in mezz’ora è maggiore della quantità di sangue nell’intero corpo; e che in un giorno il cuore espellerebbe un peso di sangue superiore al peso dell’intero corpo»]. L’impossibilità di tale produzione costringeva ad ammettere la circolazione (fr:2498). “Quantitative arguments are rare in the seventeenth century, even in physical science ; it is even rarer to find them used in so appropriate a connection” (fr:2499) [«Gli argomenti quantitativi sono rari nel XVII secolo, perfino nelle scienze fisiche; è ancora più raro trovarli usati in una connessione tanto appropriata»].
Dimostrato il circolo, le valvole venose trovarono finalmente la loro spiegazione: “they completely prevent any backflow from the root of the veins into the branches, or from the larger into the smaller vessels” (fr:2500) [«impediscono completamente qualsiasi reflusso dalla radice delle vene verso i rami, o dai vasi più grandi a quelli più piccoli»], facendo sì che tutto il sangue defluisca verso il cuore. L’unica lacuna rimase il passaggio dalle piccolissime arterie alle piccolissime vene, per il quale Harvey fu costretto a ipotizzare una zona di tessuto spugnoso intermedio (fr:2502-2503).
La solidità della dimostrazione è suggellata dalla convinzione di Harvey che “calculations and visual demonstrations [had] confirmed all [his] suppositions” (fr:2504) [«calcoli e dimostrazioni visive avevano confermato tutte le sue supposizioni»] e che il sangue fosse sospinto in un circuito incessante dalla pulsazione cardiaca. Sul piano filosofico, egli trovò in Aristotele un potente alleato, celebrando il cuore come “the sun of our microcosm, just as much as the sun deserves to be styled the heart of the world” (fr:2509) [«il sole del nostro microcosmo, tanto quanto il sole merita di essere chiamato il cuore del mondo»]. L’analogia tra il moto circolare del sangue e i cicli meteorologici – l’evaporazione e la pioggia che richiamano il movimento circolare dei corpi celesti (fr:2510-2512) – offriva a Harvey una cornice cosmologica con cui legittimare la propria scoperta. In tal modo, l’indagine di un anatomista sull’azione di minuscole membrane venose, passata attraverso l’illustrazione anatomica di Fabricius e il suo modello idraulico imperfetto, divenne una delle prime e più limpide dimostrazioni sistematiche nella fisiologia moderna.
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21 Keplero, erede di Tycho: l’armonia matematica, l’ossessione del “perché” e la scomparsa dei cerchi dall’astronomia
L’incontro con Tycho Brahe e l’uso dei suoi dati trasformarono Keplero nell’artefice di un’astronomia nuova, fondata sulla ricerca di un’armonia insieme mistica e matematica, che rifiutava i cerchi cristallini e pretendeva cause fisiche per ogni moto celeste.
Keplero decise di verificare se fosse ancora valida l’offerta di Tycho Brahe, nel frattempo lasciata la Danimarca per diventare Matematico Imperiale in Boemia, un ruolo che gli avrebbe permesso di assumere assistenti. “Besides, Tycho had now left Denmark to settle in Bohemia as Imperial Mathematician, a post which would enable him to employ assistants.” – (fr:2575) [Inoltre, Tycho aveva ormai lasciato la Danimarca per stabilirsi in Boemia come Matematico Imperiale, un incarico che gli avrebbe consentito di assumere assistenti.]. Keplero si recò a Praga e, dopo lunghe trattative in cui cercava una sistemazione soddisfacente per il suo orgoglio e le sue finanze, raggiunse un accordo con Tycho. “Kepler decided to see if Tycho’s original offer still stood, and whether things could be arranged on a basis satisfactory both to his pride and his pocket ; he went to Prague, and after much negotiation the situation was resolved in a manner acceptable to both astronomers.” – (fr:2576) [Keplero decise di verificare se l’offerta originale di Tycho fosse ancora valida e se le cose si potessero sistemare in modo soddisfacente sia per il suo orgoglio sia per le sue finanze; andò a Praga e, dopo molte trattative, la situazione fu risolta in modo accettabile per entrambi gli astronomi.]. Ben presto si immerse nello studio dell’orbita di Marte sulla base dei dati raccolti da Tycho per molti anni, un’indagine che lo avrebbe condotto a scoperte così notevoli da fargli ritenere di aver creato una nuova astronomia. “Kepler was soon settled, and busily investigating the orbit of Mars on the basis of data collected over many years, an investigation destined to lead him to such remarkable discoveries that he was quite justified in considering that he had created a new astronomy.” – (fr:2577) [Keplero si sistemò presto e indagava alacremente l’orbita di Marte sulla base di dati raccolti in molti anni, un’indagine destinata a portarlo a scoperte così straordinarie da giustificare pienamente la sua convinzione di aver creato una nuova astronomia.].
La morte di Tycho nel 1601 creò solo qualche intoppo legato alle trattative con l’imperatore e con gli eredi; Keplero conservò l’accesso ai documenti di Tycho e gli succedette come Matematico Imperiale. “Tycho’s death in 1601 produced little disturbance, except for time lost in negotiation with the Emperor and with Tycho’s heirs.” – (fr:2578) e “In the end, Kepler retained access to Tycho’s papers, and continued his work, at the same time succeeding to Tycho’s post as Imperial Mathematician.” – (fr:2579). L’incarico era poco gravoso, se non per l’energia necessaria a ottenere una parte sostanziale dello stipendio promesso; Keplero redasse qualche oroscopo per l’imperatore, ma il suo compito principale era completare le tavole planetarie fondate sul lavoro di Tycho, promesse già prima della sua morte. “This was not an onerous position except for the amount of energy required to secure any substantial part of the promised salary ; Kepler cast a few horoscopes for the Emperor, but he was chiefly intended to complete the planetary tables based on Tycho’s work which had been promised long before Tycho’s death.” – (fr:2580) [Non era un incarico gravoso, se non per l’energia necessaria a ottenere una parte sostanziale dello stipendio promesso; Keplero redasse qualche oroscopo per l’imperatore, ma era destinato principalmente a completare le tavole planetarie basate sul lavoro di Tycho, promesse molto prima della morte di quest’ultimo.]. Vi lavorò in modo intermittente per anni, senza mai trascurarle del tutto ma deviando spesso verso altri interessi; furono ultimate nel 1623, ma la loro pubblicazione subì un ritardo di cinque anni a causa del caos della guerra. “Kepler worked on these fitfully through the years, never wholly neglecting them, but always turning aside to pursue other interests ; they were finally completed in 1623, only to be delayed for five more years as a result of the chaos of war.” – (fr:2581) [Keplero vi lavorò in modo discontinuo nel corso degli anni, senza mai trascurarle completamente ma distogliendosi spesso per seguire altri interessi; furono infine completate nel 1623, salvo subire un ulteriore ritardo di cinque anni a causa del caos della guerra.]. Uscite nel 1627, le Tavole Rudolphine costituirono un degno monumento a Tycho da parte del suo più valido discepolo. “When they appeared in 1627, the Rudolphine Tables were a fitting monument to Tycho from his worthiest disciple.” – (fr:2582) [Quando apparvero nel 1627, le Tavole Rudolphine furono un monumento degno di Tycho da parte del suo discepolo più degno.].
Nel frattempo Keplero si occupò di una moltitudine di problemi: l’orbita di Marte, l’ottica della rifrazione, la nova del 1604, la matematica, le osservazioni astronomiche di Galileo e la corrispondenza scientifica. “Meanwhile, without totally neglecting his official work, Kepler busied himself with a multitude of problems : with work on the orbit of Mars, with the optics of refraction, with the new star (nova) of 1604, with mathematics, with consideration of Galileo’s new astronomical observations, with scientific correspondence.” – (fr:2583). Praga divenne però un ambiente sempre meno adatto agli studi: l’imperatore invecchiava (morì nel 1612) e i disordini politici che precedettero la Guerra dei Trent’anni indicavano che la città non era più sicura. “But Kepler was not entirely happy at Prague ; the Emperor was growing old (he died in 1612), and the political disturbances which preceded the outbreak of the Thirty Years’ War indicated that Prague was no longer a suitable environment for scholarly pursuits.” – (fr:2584) [Ma Keplero non era del tutto felice a Praga; l’imperatore stava invecchiando (morì nel 1612) e i disordini politici che precedettero lo scoppio della Guerra dei Trent’anni indicavano che Praga non era più un ambiente adatto alle attività accademiche.]. Allarmato, cercò un posto più sicuro e lo trovò come matematico distrettuale a Linz, in Austria, una posizione meglio retribuita di quella di Graz e più vicina alla Germania meridionale, dove sperò invano di poter rientrare. “Alarmed, he sought a more secure post, which he found as district mathematician in the Austrian city of Linz, a better paid job than his earlier position at Graz, and near South Germany, to which he always hoped — in vain — to be able to return.” – (fr:2585) [Allarmato, cercò un incarico più sicuro, che trovò come matematico distrettuale nella città austriaca di Linz, un lavoro meglio pagato della sua precedente posizione a Graz e vicino alla Germania meridionale, dove sperò sempre – invano – di poter tornare.]. Vi rimase quattordici anni, finché la guerra stessa lo spinse a cercare un luogo adatto per pubblicare le Tavole Rudolphine ormai complete e una residenza per sé e la famiglia. “Kepler remained at Linz for fourteen years, until the actual presence of war drove him to search for a suitable place of publication for the Rudolphine Tables, now complete, and of residence for himself and his family.” – (fr:2586). Le Tavole furono stampate a Ulm nel 1627; Keplero divenne libero di cercare nuovi patroni – Wallenstein lo fu brevemente – e di reclamare beni e stipendi arretrati da più fonti. Ancora in cerca di questi, morì a Ratisbona nel “The Rudolphine Tables were published at Ulm in 1627, after which Kepler was free to search for new patrons — Wallenstein was briefly one of them — for the restoration of property and his long-overdue salary from various sources ; still searching, he died at Regentburg in ” – (fr:2587) [Le Tavole Rudolphine furono pubblicate a Ulm nel 1627, dopodiché Keplero fu libero di cercare nuovi patroni – Wallenstein fu brevemente uno di essi – per la restituzione di proprietà e del suo stipendio a lungo arretrato da varie fonti; ancora in cerca, morì a Ratisbona nel ].
Alla morte Keplero era ampiamente noto come erede scientifico di Tycho Brahe, tanto per i suoi scritti sulla nova del 1604 quanto per i profondi calcoli basati sulle osservazioni di Tycho. “When he died, Kepler was widely known as a scientific heir to Tycho Brahe — as much on the strength of his writing on the nova of 1604 as on account of his profound calculations based on Tycho’s observations.” – (fr:2588). Già nel 1610 il poeta John Donne poteva scrivere, nel satirico Ignatius his Conclave, di “Keppler, who (as himselfe testifies of himselfe) ever since Tycho Brahe’s death hath received it into his care, that no new thing should be done in heaven without his knowledge.” – (fr:2589) [Keplero, che (come egli stesso testimonia di sé) fin dalla morte di Tycho Brahe ha preso a cuore che nulla di nuovo accadesse in cielo a sua insaputa.]. Questa era la visione del profano; gli astronomi sapevano che Keplero aveva composto quattro opere di astronomia teorica – il Mysterium Cosmographicum (1596), l’Astronomia nova (1609, dedicata al moto di Marte), l’Epitome astronomiae Copernicanae (1617-21) e l’Harmonices Mundi (1619) – tutte intensamente copernicane e tutte imperniate su una teoria astronomica nuova, audace e decisamente oscura, fondata sulla matematica. “This was the view of the non-scientist ; astronomers knew that Kepler had written four works on theoretical astronomy — the Cosmographical Mystery (1596), the New Astronomy (1609, Astronomia nova or commentaries on the motion of Mars), the Epitome of Copernican Astronomy (1617-21), and the Harmony of the World (1619 Harmonices Mundi) — all intensely Copernican, and all concerned with a new, daring and decidedly obscure form of mathematically based astronomical theory.” – (fr:2590). Proprio su queste opere si sarebbe fondata la sua fama, ma al momento della morte erano probabilmente le meno apprezzate. “It was on these that Kepler’s reputation was ultimately to rest ; but they were probably the least appreciated of his works when he died.” – (fr:2591).
L’armonia del cosmo e l’ossessione del “perché”. Ad affascinare Keplero del sistema copernicano era l’ordine e l’armonia superiori che esso sembrava esibire. “What fascinated Kepler about the Copernican system was the superior order and harmony which it appeared to him to display.” – (fr:2592). Fin dai primi anni era convinto che nell’universo vi fosse più ordine e armonia di quanto i metodi astronomici consueti potessero mostrare. “From his earliest years as an astronomical speculator, Kepler had been convinced that there was more order and harmony in the universe than customary astronomical methods could display.” – (fr:2593). Per ordine e armonia intendeva due aspetti leggermente diversi: da un lato un riflesso delle proprietà del creatore divino, dall’altro un insieme di relazioni matematico-fisiche: un’armonia mistica e un’armonia matematica. “By order and harmony Kepler meant two slightly different aspects of the cosmos : one, a reflection of the properties of the divine creator, the other, a set of mathematico-physical relationships : a mystic harmony and a mathematical one.” – (fr:2594) [Per ordine e armonia Keplero intendeva due aspetti leggermente diversi del cosmo: uno, un riflesso delle proprietà del creatore divino, l’altro, un insieme di relazioni matematico-fisiche: un’armonia mistica e una matematica.]. Fu questa visione a spingerlo a inseguire gli attributi di Dio attraverso le osservazioni di Tycho Brahe, senza mai abbandonare né la visione mistica né il dato osservativo, finché i due divennero una cosa sola. “It was this concept and vision that led Kepler to pursue the attributes of God through the observations of Tycho Brahe, never relinquishing either the mystic vision or the observational fact, but labouring unceasingly until the two were one.” – (fr:2595).
Nel Mysterium Cosmographicum Keplero dichiarava di essersi ostinatamente interrogato sulle cause per cui il numero, la dimensione e i moti degli orbi fossero proprio quelli e non altri. “As he informed the reader of the Cosmographical Mystery, there were three things of which I pertinaciously inquired the causes of their being as they are, and not otherwise : the Number, Size, and Motions of the Orbs.” – (fr:2596) [Come comunicò al lettore del Mysterium Cosmographicum, c’erano tre cose di cui indagavo con pertinacia le cause del loro essere come sono e non altrimenti: il Numero, la Dimensione e i Moto degli Orbi.]. E spiegava di aver osato farlo a causa della meravigliosa corrispondenza tra le realtà immobili – il Sole, le stelle fisse e lo spazio intermedio – e Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, un’analogia che avrebbe sviluppato ulteriormente; oltre vent’anni dopo, nell’Epitome, paragonò nuovamente il centro del mondo al Padre, la sfera delle stelle fisse al Figlio e il sistema planetario allo Spirito Santo. “This I ventured to do because of the wonderful correspondence of things at rest — the Sun, the fixed stars, and the intermediate space — with God the Father and the Son and the Holy Ghost : an analogy which I shall pursue further in my Cosmography.” – (fr:2597). Non si trattava di un misticismo panteistico come per Giordano Bruno; era al tempo stesso conforto religioso e potente stimolo all’indagine fisica, poiché le armonie del mondo erano prive di significato per Keplero se non concordavano con l’osservazione accurata. “This was not a pantheistic mysticism alone, as for Giordano Bruno ; it was at once religious comfort and a powerful stimulus to investigation— physical investigation ; for the harmonies of the world were meaningless to Kepler unless they conformed to accurate observation.” – (fr:2598). Anche nel suo primo tentativo, prima di lavorare con Tycho, Keplero ripeté i calcoli per tutta un’estate finché trovò una rappresentazione matematica sufficientemente vicina ai migliori dati disponibili. “Even in his first attempt, before he had worked with Tycho, Kepler repeated his computations over and over, all during a whole summer, until at last he found a mathematical representation sufficiently close to the best data he could obtain.” – (fr:2599). Fu proprio perché sperava che dati ancora più precisi gli permettessero di scoprire relazioni ancora più meravigliose che volle unirsi a Tycho; in seguito osservò che, poiché Dio aveva concesso un osservatore accuratissimo come Tycho, era doveroso riconoscere con gratitudine e sfruttare quel dono. “It was because he hoped that even more accurate data would permit him to discover even more wonderful relationships that he wanted to work with Tycho ; as he was to remark some years later, ‘since, with divine goodness, God has granted a supremely careful observer like Tycho Brahe … it is only proper for us gratefully to recognise and benefit from this gift of God.’” – (fr:2600) [Fu perché sperava che dati ancora più precisi gli consentissero di scoprire relazioni ancora più meravigliose che volle lavorare con Tycho; come avrebbe osservato alcuni anni dopo, ‘poiché, con bontà divina, Dio ci ha concesso un osservatore supremamente accurato come Tycho Brahe … è solo giusto che noi riconosciamo con gratitudine e beneficiamo di questo dono di Dio’.].
Osservazioni come pietra di paragone. Keplero riconobbe che erano proprio le osservazioni di Tycho a rendere percepibili gli errori delle teorie precedenti. “Kepler recognised that it was Tycho’s observations which made the errors of earlier theories perceptible.” – (fr:2601). Accettò lealmente il lavoro di Tycho come base esatta su cui costruire, gettando via serenamente mesi di fatica se i calcoli mostravano che la sua teoria non era esatta quanto le osservazioni richiedevano. “And whether it helped or hindered him, Kepler loyally accepted Tycho’s work as the exact basis on which he must build, cheerfully throwing away the labour of months if the calculations showed that his theory was not as exact as the observations required.” – (fr:2602). Mai prima d’allora un astronomo aveva preteso una concordanza così rigida tra osservazione e teoria, né mai alcun calcolatore aveva avuto a disposizione osservazioni così accurate e coerenti. “Never before had an astronomer taken such a rigid view of the concord necessary between observation and theory ; equally, never before had any calculator had such accurate and consistently reliable observations from which to work.” – (fr:2603). Fu una fortuna per Keplero poter accedere a quel corpus imponente di dati, ma fu parte del suo genio saper sfruttare la loro precisione. “It was Kepler’s good fortune to have access to such an extensive body of observations ; it was a part of his genius that he took advantage of their precision.” – (fr:2604). Solo Keplero avrebbe potuto trarre pieno vantaggio dal lavoro di Tycho, come egli stesso riconobbe con gratitudine; ma nemmeno la lealtà lo spinse ad adottare il sistema ticonico al posto di quello copernicano. Nell’Astronomia nova calcolò tutti gli elementi dell’orbita di Marte secondo i sistemi tolemaico, ticonico e copernicano. “No one but Kepler could have drawn the full advantage from Tycho’s work, as he gratefully acknowledged ; but not even loyalty could persuade him to accept the Tychonic system rather than the Copernican. Devout Copernican that he was, Kepler obeyed Tycho’s injunctions and justified his use of Tycho’s work by increasing his computational labours : in the New Astronomy (his first publication using Tycho’s data) he calculated all the elements of the orbit of Mars for three systems, the Ptolemaic, the Tychonic and the Copernican.” – (fr:2605). Ancora nel 1619 dichiarava di derivare le armonie celesti sia dal sistema ticonico sia da quello copernicano, mentre ormai trascurava quello tolemaico. “As late as 1619 he noted that he derived his study of ‘the most perfect harmony of the celestial motions and their origin from the same cause of the Eccentricities, Semidiameters and periodic times’ according to both the Tychonic and the Copernican systems.” – (fr:2606) e “(By the time he came to draw up the title page for the fifth book of the Harmony of the World he no longer felt it worth while to bother with the Ptolemaic system.)” – (fr:2607). In tal modo Keplero si metteva la coscienza in pace restando copernicano, ma per altri versi fu più vicino a Tycho che a Copernico. “He thus salved his conscience while remaining a Copernican ; but in other ways he was more nearly a follower of Tycho than of Copernicus.” – (fr:2608). Come Tycho, rifiutò le sfere cristalline (pur conservando, come lui, la sfera che racchiudeva le stelle fisse) e accolse la teoria delle comete come corpi celesti che viaggiano in orbite possibilmente chiuse. “Like Tycho, he rejected the notion of crystalline spheres (though, again like Tycho, he retained the enclosing sphere beyond the fixed stars, which gave the world boundary and limit) ; this permitted him to accept Tycho’s theory of comets as being bodies situated in the heavens, travelling in a possibly closed orbit between the orbits of Venus and Mars.” – (fr:2609). Inoltre, trasformò gli orbi planetari da sfere in orbite, ma a differenza di Tycho vide che ciò imponeva di trovare una causa fisica per la loro persistenza in quelle orbite. “Like Tycho, he transformed the planetary orbs from spheres into orbits ; but, unlike Tycho, he saw that this led to the necessity of finding a physical cause for their persisting in these orbits.” – (fr:2610). Non bastava constatare che i pianeti ruotano in orbite fisse: per Keplero era indispensabile cercare il perché. “For it was not enough to find that the planets did revolve in fixed and continuous orbits, of constant size and determinate shape, located in space at fixed distances from the centre of the universe : Kepler thought it essential to search for the reason why they did this, and he was prepared to search until he found the reason out.” – (fr:2611). Keplero, quasi come un bambino, era ossessionato dalle possibilità racchiuse nella parola “perché”. “Indeed Kepler, like a small boy, was obsessed with the possibilities inherent in the word why.” – (fr:2612). Perché metà dell’universo è in quiete e l’altra metà in moto? “Why was half the universe (the centre and circumference) at rest and the other half in motion?” – (fr:2613). Perché i pianeti esterni si muovono più lentamente di quelli interni? “Why did the outer planets move more slowly than the inner ones?” – (fr:2614). Perché i pianeti hanno orbite di certe dimensioni e non di altre? “Why did the planets have orbits of certain sizes and not others?” – (fr:2615). Perché esistono esattamente sei pianeti, né più né meno? “Why were there just six planets, no more and no less?” – (fr:2616). A tutte queste domande doveva esserci una risposta, e per Keplero tale risposta doveva esprimersi in termini fisici oltre che matematici. “To all these questions there must be an answer ; and for Kepler this answer must be expressed in physical as well as in mathematical terms.” – (fr:2617). Non bastava dire che il sei è un numero “perfetto”; Keplero chiese ancora perché e quale significato fisico avesse quel fatto matematico. “To say that six is a ‘perfect’ number (as the Greeks had called numbers which were the sum of their factors) was not enough ; once again, Kepler asked why ?” – (fr:2618) e “What was the physical significance of this mathematical fact ?” – (fr:2619). Era questa curiosità ossessiva a fondare il Mysterium Cosmographicum: ci si poteva servire di figure geometriche per dare realtà concreta a una relazione numerica? “It was this obsessive curiosity which was the basis of his first book, the Cosmographical Mystery.” – (fr:2620) e “Could geometrical figures be employed to give concrete reality to a numerical relationship ?” – (fr:2621) [Ci si poteva servire di figure geometriche per conferire realtà concreta a una relazione numerica?]. Qui si radica l’intero programma kepleriano, in cui la geometria diviene lo strumento per tradurre le armonie numeriche in disposizioni reali del cosmo, mentre l’osservazione ticonica fornisce il vincolo insostituibile che impedisce alla speculazione di perdersi.
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22 Dai cerchi alle ellissi: la scoperta della legge delle aree e la spiegazione magnetica del moto planetario
Il passaggio dalla perfezione circolare all’ellisse, guidato dall’ostinata precisione delle osservazioni di Tycho Brahe, portò Keplero a fondare su basi matematiche e fisiche una nuova astronomia.
Keplero non poteva più accettare che i pianeti si muovessero di moto uniforme. Il moto “non era affatto uniforme rispetto al Sole; né rispetto al centro della sua orbita (un cerchio eccentrico al Sole); né rispetto a un qualunque punto fisso all’interno dell’orbita” – (fr:2649) [“It was certainly not uniform with respect to the Sun; nor with respect to the centre of its orbit (a circle eccentric to the Sun); nor with respect to any fixed point within the orbit.”]. L’errore che si commetteva accettando l’uniformità era di appena otto minuti d’arco, una quantità “che non avrebbe turbato Copernico” – (fr:2650) [“an error that would not have troubled Copernicus”], ma Keplero sapeva che le misure di Tycho erano esatte a meno di quell’errore e non riusciva a sentirsi tranquillo. Verificò allora il comportamento della Terra, “scoprendo solo che la Terra si comportava nella stessa stancante maniera” – (fr:2651) [“he tried computing the velocity of the Earth, only to find that the Earth behaved in the same tiresome fashion”]. In entrambi i casi “i pianeti si muovevano più velocemente avvicinandosi al Sole e più lentamente allontanandosene, ma in nessun caso vi era uniformità in questa variazione del moto” – (fr:2652) [“the planets moved faster when approaching the Sun, and slower when receding from it, but in neither case was there any uniformity in this change of motion”].
Si ponevano quindi due problemi: “come trovare un’espressione matematica per questa variazione e come spiegarne l’esistenza” – (fr:2653) [“how to find a mathematical expression for this variation, and how to explain its existence”]. La soluzione del primo richiese una matematica complessa, che fece ricorso all’integrazione archimedea per sommatoria di linee e aree. Il risultato – benché Keplero non l’abbia mai enunciato esattamente in questa forma – fu la sua seconda legge: “il raggio vettore tracciato dal Sole al pianeta descrive aree uguali in tempi uguali (cf. figura 9)” – (fr:2659) [“the radius vector drawn from the Sun to the planet sweeps out equal areas in equal times (cf. figure 9)”]. La figura 9 mostra l’uguaglianza delle aree di triangoli come SP₁P₂ e SP₃P₄, dove S è il Sole e i punti rappresentano posizioni del pianeta; la curva tratteggiata è quella di un cerchio eccentrico rispetto a S, ottima approssimazione dell’orbita ellittica reale. La derivazione matematica, “insieme a diverse dimostrazioni dettagliate, occupa gran parte della Parte III della Astronomia Nova” – (fr:2662) [“The mathematical derivation, together with several detailed proofs, occupies most of Part III of the New Astronomy”]. Era “una meravigliosa nuova scoperta matematica sui pianeti; e, cosa più importante, era suscettibile di un significato fisico” – (fr:2663) [“a wonderful new mathematical discovery about the planets; and best of all, it was susceptible of physical meaning”].
La causa della variazione di velocità andava cercata nelle proprietà intrinseche del pianeta o in quelle del centro del mondo. Keplero aveva già fantasticato su uno spirito motore (anima) nel Sole, legato in qualche modo alla luce. Ma “dopo le sue prime speculazioni aveva conosciuto il concetto di forza magnetica, leggendo Gilbert” – (fr:2666) [“since his first speculations he had become acquainted with the concept of magnetic force, through reading Gilbert”]. Anni dopo, nell’Epitome dell’astronomia copernicana, rivendicò apertamente i propri debiti: “Le mie dottrine – la maggior parte delle quali ho preso da altri – dicono se mi appartenga l’amore per la verità o la gloria: io ho costruito tutta l’Astronomia sull’Ipotesi Copernicana del Mondo; sulle Osservazioni di Tycho Brahe; e sulla Filosofia Magnetica dell’inglese William Gilbert” – (fr:2667) [“My doctrines — most of which I have taken from others — say whether love of truth or glory is mine: for I have built all Astronomy on the Copernican Hypothesis of the World; the Observations of Tycho Brahe; and the Magnetic Philosophy of the Englishman William Gilbert”].
La filosofia magnetica offriva a Keplero esattamente ciò che gli serviva per spiegare le variazioni di velocità calcolate. Sviluppò l’idea di una forza (o meglio “virtù”) simile al magnetismo, dotata di potere attrattivo. “L’attrazione magnetica era manifesta negli esperimenti terrestri e si sapeva che poteva estendersi su grandi distanze; poteva essere invocata per spiegare perché il moto del pianeta attratto dal Sole era massimo quando il pianeta si avvicinava al Sole, minimo quando i due corpi erano più lontani” – (fr:2670) [“Magnetic attraction was manifest from terrestrial experiments, and known to be capable of extending over large distances; it could be invoked to explain why the motion of a planet being attracted to the Sun was greatest when the planet approached the Sun, least when the two bodies were farthest apart”]. L’attrazione prodotta da questa virtù non era una semplice forza, ma un autentico “tirare verso” – un moto, di fatto. Ma questo moto non era senza vincoli: “tutti i corpi dovevano possedere una resistenza al moto, altrimenti non sarebbe stato necessario spiegare perché si muovono; e tutti i pianeti, Terra compresa, possedevano, secondo Keplero, una virtù motrice quasi-magnetica” – (fr:2672) [“all bodies must have a resistance to motion, or it would not be necessary to explain why they move; and all the planets, as well as the Earth, also possessed, in Kepler’s view a quasi-magnetical moving virtue”]. La virtù motrice del Sole, combinata con quella dei pianeti, produceva la peculiare variazione di velocità caratteristica del moto orbitale. L’esistenza di forze magnetiche interne a ciascun pianeta, variabili con le sue dimensioni, dava ragione anche del misterioso fenomeno della gravità: “i corpi pesanti cercano la Terra non per desiderio di raggiungere il loro luogo naturale, ma in conseguenza dell’attrazione magnetica” – (fr:2674) [“heavy bodies seek the Earth not through desire to achieve their natural place, but as a result of magnetic attraction”]. Già nel 1609, nell’Astronomia Nova, Keplero affermava che il Sole, ruotando su sé stesso, emetteva la sua virtù magnetica come faceva con la luce, generando una sorta di vortice. Più tardi, nell’Epitome, divenne più preciso e fornì un diagramma (figura 10) che mostrava come l’orientamento dei poli magnetici di un pianeta che ruota intorno al Sole spiegasse necessariamente tanto la traiettoria quanto la velocità orbitale. La figura 10 illustra: mentre il pianeta ruota in senso antiorario, i suoi poli magnetici mantengono lo stesso orientamento rispetto all’orbita; quando il polo attrattivo è più vicino al Sole il pianeta tende ad avvicinarsi, quando lo è il polo repulsivo tende ad allontanarsi, generando così l’ellisse. Keplero era ormai al sicuro con una spiegazione fisica delle sue leggi matematiche; al tempo stesso, però, la sua virtù magnetica restava una forza occulta e i pianeti, come in Gilbert, erano ancora considerati corpi animati e vere e proprie calamite.
Rimaneva da definire la forma dell’orbita. “Anche dopo aver trovato la legge matematica del moto planetario e una spiegazione fisica della sua esistenza, restava molto da fare sulla forma dell’orbita planetaria. Più indagava, più Keplero si convinceva che i pianeti non potevano percorrere cerchi perfetti eccentrici al Sole” – (fr:2678-2679) [“Even after finding the mathematical law of planetary motion, and a physical explanation for its existence, much remained to be done on the shape of the planetary orbit. The more he investigated, the more certain Kepler became that the planets could not be travelling in perfect circles eccentric to the Sun”]. Quei percorsi, pur metafisicamente ineccepibili, non erano coerenti con i fatti fisici. Nell’Astronomia Nova Keplero dedicò l’intera Parte IV a un resoconto dettagliato delle ragioni che lo avevano portato a questa conclusione, ai calcoli matematici che la confermavano e ai metodi impiegati per ideare un’ipotesi alternativa e dimostrarla. A un certo punto “pensò persino di abbandonare la legge delle aree, ma ulteriori tediosi calcoli mostrarono sia che essa reggeva realmente, sia che era incompatibile con l’assunzione di un’orbita perfettamente circolare” – (fr:2687) [“he even thought of abandoning the law of areas, but further tedious computation showed both that it really did hold, and that it was inconsistent with the assumption of a perfectly circular orbit”]. La via verso l’ellisse era definitivamente aperta.
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23 La terza legge di Keplero e l’armonia del mondo: tra misticismo matematico e rigore osservativo
Dalla fiducia in un cosmo governato da proporzioni divine nasce una legge esatta che trasformerà la fisica celeste, mentre Keplero rimane una figura inafferrabile, sospesa fra passione mistica e fedeltà implacabile al dato osservato.
Keplero era certo che una relazione nascosta fra i moti planetari e le dimensioni delle orbite avrebbe finito per rivelare “ancora una volta la divina armonia e proporzione dell’universo” (fr:2710) [“And surely this relationship, when found, would once more confirm and elucidate the divine harmony and proportion of the universe.”]. Tutte le sue successive ricerche su questo tema confluirono nei Cinque libri dell’armonia del mondo, dove l’autore, secondo la propria abitudine, ripercorreva faticosamente i passi compiuti e richiamava le scoperte già fatte (fr:2711). L’opera si apre con un primo libro quasi interamente geometrico, dedicato alle proporzioni armoniche delle figure piane senza alcun legame con l’astronomia (fr:2712). Il secondo, che Keplero chiamò “architettonico”, tratta di figure solide e resta anch’esso prevalentemente geometrico (fr:2713). Il terzo è una disquisizione pitagorica sull’armonia, che spiega le proporzioni matematiche all’origine dell’armonia musicale (fr:2714). Con il quarto libro entra in scena il mondo fisico: è un libro “metafisico, psicologico e astrologico” che si occupa delle anime e dei corpi celesti e terrestri (fr:2715). Solo il quinto, “astronomico e metafisico”, contiene i temi che avevano assillato Keplero per tanto tempo: “le armonie dei moti celesti, fondate sulla matematica e sulla metafisica dei libri precedenti” (fr:2716) [“the harmonies of celestial motions, based upon the mathematics and metaphysics of the preceding books.”].
Qui Keplero ricapitola la dottrina centrale del Mysterium Cosmographicum in rapporto ai sistemi copernicano e ticonico (fr:2717), ma introduce anche dottrina nuova: nel capitolo III presenta “una sintesi delle dottrine astronomiche necessarie per la contemplazione delle armonie dei cieli” (fr:2718) [“a summary of the astronomical doctrines necessary for the contemplation of the nheawremsotnieosf hoifs tdhieschoevaevreiness/.”]. Nel testo egli ripercorre tutto il faticoso esame delle relazioni tra i periodi planetari e le dimensioni delle orbite; era stato lento a scorgere la verità, ma infine essa giunse e Keplero poté affermare con sicurezza: “Ma è un fatto assolutamente certo ed esatto che la proporzione tra i tempi periodici di due pianeti qualsiasi è esattamente la potenza tre mezzi del rapporto delle loro distanze medie, cioè delle orbite stesse” (fr:2719) [“Hwehicdhescirsibeedalltyhea wseuemkmsaryof olfabotuhre spent on examining the relations between planetary motions and the size of their orbits ; he had been slow to see the truth, but at last it came and he could insist, But it is an absolutely certain and exact fact, that the proportion between the periodic times of any two Planets, is precisely as the three-halves power of that of their mean distances, that is, of the orbits themselves.1”*], ovvero, nell’espressione moderna, i quadrati dei periodi sono proporzionali ai cubi delle distanze medie dal Sole.
Keplero comprese pienamente di trovarsi davanti a una rivelazione meravigliosa, benché non potesse coglierne l’intera portata (fr:2720). Ne vide il significato metafisico assai più chiaramente di quello fisico, e questo lo spinse subito a nuovi voli di calcolo (fr:2721). Con elaborazione instancabile confrontò le varie proporzioni degli elementi orbitali, costruendo tavole di armonie che poi paragonava ai rapporti numerici delle note musicali o alle proporzioni geometriche delle corde che emettono suoni diversi (fr:2722). Mettendo così a confronto rapporti astronomici, numerici e geometrici, produsse quella che considerava una vera e propria “musica delle sfere”, esposta con amorevole dovizia in notazione sia matematica sia musicale (fr:2723). In questo modo Keplero risolveva trionfalmente l’antico problema pitagorico e “rendeva manifesta l’armonia del mondo” (fr:2724) [“Thus triumphantly Kepler solved the ancient Pythagorean problem, and made manifest the harmony of the world.”].
Si poteva pretendere che gli astronomi cogliessero quella che sarebbe diventata la terza legge in mezzo a un simile dedalo di calcoli pitagorici? Probabilmente no; nel Proemio al libro V Keplero ammise di dover forse aspettare cent’anni per un lettore capace di comprenderlo (fr:2726). Si consolava però pensando che era poco, se Dio aveva atteso seimila anni per qualcuno che contemplasse le Sue meraviglie con mente e occhio riconoscenti (fr:2727). Più concretamente, si adoperò affinché le sue idee avessero lettori, anche se le sue opere risultavano troppo difficili per un pubblico ampio (fr:2728). Nelle parti successive dell’Epitome di astronomia copernicana, quella singolare mescolanza di domande e risposte elementari e di astronomia kepleriana avanzata, la terza legge fu esposta in modo chiaro e discussa a fondo, senza le complicazioni dell’armonia celeste, proprio perché era destinata a un pubblico di principianti (fr:2729). Non perché Keplero ritenesse la discussione dell’armonia “non scientifica” come farebbe un critico moderno, ma perché la considerava basata su una matematica complessa, che il lettore dell’Epitome normalmente non possedeva; del resto, aveva già lamentato, all’inizio dell’Astronomia nova, quanto fossero pochi, ai suoi tempi, coloro in grado di seguire uno sviluppo matematico avanzato (fr:2730). Per l’autore, persino il ditirambo al Sole che chiude l’Armonia del mondo era un’espressione delle leggi matematico-fisiche dell’universo, e come tale comprensibile solo a chi fosse capace di percorrere la complessa via matematica che lo aveva condotto alla verità (fr:2731).
Keplero resta inevitabilmente estraneo al mondo moderno, uno degli scienziati più difficili da ritrarre con esattezza e da apprezzare per ciò che fu veramente (fr:2732). Non si tratta del fatto che mescolasse audaci idee nuove con residui del passato – nessuno scienziato ha mai evitato di farlo, e per molti versi Galileo, più anziano di soli sette anni, conservava molto più del passato pur rimanendo più facilmente comprensibile (fr:2733). Keplero fu certamente un vero scienziato rinascimentale, che invocava il remoto passato per far progredire il presente, adottava l’approccio cosmologico dei primi filosofi greci e teneva in gran conto il fatto che Tolomeo avesse scritto sulle armonie celesti (fr:2734). Eppure gli aspetti più strani del suo pensiero non provenivano dal passato, né erano del tutto del presente (fr:2735). C’è in lui qualcosa del mago naturale, ma è più vicino alla magia naturale di Gilbert che a quella di Porta: un impasto singolare di misticismo numerico e passione per il dato di fatto empirico (fr:2736). Neppure Gilbert fu così inflessibile come Keplero nel ritenere che una teoria mistica meritasse considerazione solo quando poggiava su osservazioni inconfutabili ed era compatibile con un’interpretazione fisica (fr:2737). In Keplero c’è ben poco del vacuo numerologismo neoplatonico tardo-quattrocentesco – del tutto autosufficiente – o del panteismo filosofico-religioso di Giordano Bruno (fr:2738). Per Keplero le armonie matematiche appena scoperte erano altrettante leggi che rivelavano la meraviglia e l’ordine del mondo di Dio; un mondo governato da leggi matematiche, a loro volta accessibili grazie all’osservazione astronomica (fr:2739). Sotto molti aspetti, anzi, Keplero era meno disposto di tanti suoi contemporanei ad accettare una metafisica matematica a priori, perché la sua nozione di armonia somigliava ben poco a quella della maggior parte dei copernicani come Digges e Dee (fr:2740).
Sotto l’influsso di Tycho Brahe, Keplero rifiutò totalmente l’esistenza delle sfere solide, fatta eccezione per quella che racchiudeva e teneva insieme l’universo rendendolo uno (fr:2741). Sotto la spinta dei dati ticonici abbandonò il venerando concetto della necessità del moto circolare perfetto, che fin dai tempi di Platone aveva fornito la metafisica su cui fondare il calcolo fisico delle orbite planetarie (fr:2742). L’universo kepleriano era perciò un universo strano, assai più distante dall’astronomia tradizionale di quello copernicano (fr:2743). Al suo centro stava il Sole, fisso nella sua posizione ma ruotante sul proprio asse, emettitore di luce e di virtù magnetica; alla periferia esterna, la regione delle stelle fisse, veramente in quiete e racchiusa da una sfera avvolgente (fr:2744). In mezzo erano sparsi i pianeti, trattenuti nelle loro sedi non da orbite materiali, ma dall’equilibrio di virtù motrici e attrazioni magnetiche, ruotanti incessantemente intorno al Sole su ellissi (che strane forme!) (fr:2745), con velocità descritte dalle relazioni matematiche della legge delle aree e della legge delle armonie, mentre le dimensioni delle ellissi erano funzioni predeterminate dei periodi e delle proporzioni essenziali e armoniche fra tutte le parti dell’universo (fr:2746). La chiave per comprendere queste novità erano stati i dati di Tycho Brahe, interpretati dall’intensa e appassionata convinzione kepleriana che armonie matematiche governassero il mondo e che valesse la pena di affrontare immani fatiche di calcolo per trovare quelle espressioni mistiche, ma fisiche, che svelassero con esattezza quali fossero tali armonie (fr:2747). Esse erano un riflesso dell’opera di Dio non meno di quanto la tripartizione dell’universo lo fosse delle tre persone della Trinità (fr:2748).
Non ultima meraviglia del lavoro di Keplero è che, con questi presupposti, le sue scoperte si dimostrarono esattamente ciò di cui i filosofi naturali posteriori avevano bisogno per trasformare le sue mistiche armonie in un ragionamento fisico freddamente razionale e “meccanico” (fr:2749). Ci volle, tuttavia, del tempo prima che questo fosse compreso; poiché nel suo misticismo e nella sua audacia Keplero si situava egualmente al di fuori della corrente principale dello sviluppo scientifico, che già insisteva sul razionalismo come principio guida (fr:2750). I suoi contemporanei scienziati lo lessero poco (fr:2751).
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24 Tra telescopio e microscopio: la difesa galileiana del copernicanesimo e lo scontro con l’autorità ecclesiastica
Un percorso di scoperte, polemiche e condanne che segnò il rapporto tra scienza e fede nel primo Seicento.
Dopo i trionfi osservativi, Galileo tornò a Firenze per trovarsi “impelagato in una controversia, una controversia che minacciava di diventare infinita” – (fr:2879) [“embroiled in controversy, a controversy which threatened to become endless.”]. Nel frattempo l’Accademia dei Lincei, apertamente anti-clericale, lo accolse e battezzò il suo cannocchiale come “telescopio”; Galileo ne fu immensamente orgoglioso e da allora si definì “Accademico Linceo” (fr:2878). La controversia non era solo una difesa della reputazione scientifica: era, soprattutto, una disputa cosmologica (fr:2880).
Prima ancora di schierarsi pubblicamente per Copernico, Galileo aveva avviato l’attacco ad Aristotele, e i due fronti del dibattito si avvicinarono rapidamente (fr:2881). Il primo scontro anti-aristotelico riguardò i corpi galleggianti, nato da una discussione a tavola del Granduca sul ghiaccio che galleggia in una bevanda fresca (fr:2882). Il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua (1612) proseguì con rinnovata asprezza proprio perché Galileo scriveva in italiano, cercando di “appellarsi alle classi colte scavalcando i tradizionali uomini di scienza” – (fr:2882) [“so that he could appeal to the educated classes over the heads of the traditional men of learning.”].
Seguì nel 1613 la Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari, scritta in forma di lettere contro un gesuita tedesco, Christoph Scheiner, che rivendicava la scoperta delle macchie (fr:2883). Galileo reclamò la priorità, pur ammettendo che macchie solari erano state osservate a occhio nudo già da secoli e che Johannes Fabricius ne aveva pubblicato un primo resoconto telescopico nel 1611 (fr:2884). La vera contesa, tuttavia, riguardò l’interpretazione: Scheiner, per evitare implicazioni anti-copernicane, sosteneva che le macchie fossero piccoli corpi orbitanti attorno al Sole, quasi satelliti (fr:2885). Galileo lo negò e “insistette (correttamente) che le macchie erano sul Sole, corroborando la sua affermazione con calcoli basati sulle leggi dell’ottica matematica” – (fr:2886) [“insisted (correctly) that the spots were on the Sun, substantiating his claim by computations based upon the laws of mathematical optics.”]. Pur senza intuirne l’esatta natura, vide nelle macchie una prova contro il dogma aristotelico della perfezione celeste (fr:2887) e utilizzò il loro moto apparente come argomento a favore della rotazione solare (fr:2888). Ancora una volta, le sue armi erano efficaci contro Aristotele – o meglio contro i suoi seguaci, poiché Galileo osservò che “Aristotele stesso era troppo intelligente per aver potuto accettare le idee proposte in suo nome!” – (fr:2889) [“Aristotle himself was too intelligent to have been capable of accepting the ideas put forward in his name !”].
Esaltato dalla forza delle sue argomentazioni, Galileo scelse proprio quel contesto per annunciare le scoperte su Venere e Saturno, concludendo che “forse anche questo pianeta, non meno della cornuta Venere, si armonizza mirabilmente con il grande sistema copernicano, verso la cui rivelazione universale sembrano ora dirigersi brezze propizie” – (fr:2890) [“And perhaps this planet also, no less than horned Venus, harmonizes to perfection with the great Copernican system…”]. Galileo era determinato a discutere il sistema copernicano a modo suo: argomentare a partire dall’osservazione e fare appello all’intelligenza e al senso comune del pubblico italiano colto (fr:2890). Se inoltre poteva screditare gli anti-copernicani con il ridicolo e il ragionamento, il compito diventava ancora più agevole (fr:2891). Per il momento la strada sembrava sicura: i gesuiti romani accettavano le scoperte, pur rifiutandone l’interpretazione, e gli attacchi non facevano che suscitare interesse (fr:2892-2894).
Il dibattito si estese inevitabilmente al rapporto tra copernicanesimo e Bibbia (fr:2895). Dopo che un suo allievo venne coinvolto in una disputa a Corte, Galileo fornì una lunga analisi e una difesa dell’indipendenza della ricerca scientifica, poi ampliata nella Lettera alla granduchessa Cristina (fr:2896). Scrisse con convinzione, appoggiandosi all’epigramma del cardinale Baronio: “l’intenzione dello Spirito Santo è insegnarci come si vada al cielo, non come vada il cielo” – (fr:2897) [“the intention of the Holy Ghost is to teach us how to go to heaven, not how heaven goes.”]. Sostenne che la Bibbia non è un testo scientifico e che non occorre prendere le sue affermazioni casuali come enunciati scientifici (fr:2898). Aggiunse che “se una teoria scientifica è falsa, la si può confutare per via dimostrativa; e se la si può confutare per via dimostrativa, non può essere pericolosa” – (fr:2899) [“if a scientific theory is false, it may be refuted by demonstration ; and if it can be refuted by demonstration, ict annot be dangerous.”]. Tuttavia, «Galileo non vide che l’incapacità dello scienziato di immaginare un’ipotesi contraria non dimostra la verità della sua spiegazione iniziale» – (fr:2900) [“(But Galileo failed to see that the inability of the scientist to imagine a contrary hypothesis need not argue the truth of his initial explanation.)”]. Infine, si servì dell’argomento ortodosso che natura e Scrittura, in quanto due testi divini, devono accordarsi, ma preferì sempre l’evidenza dei sensi a quella delle Scritture (fr:2901).
L’elaborato piacque a corte, ma fu imprudente anche solo per una circolazione privata: Galileo entrava su un terreno teologico in cui la sua reputazione scientifica non gli dava diritto di competere con l’autorità clericale costituita (fr:2902-2903). Anche a causa della Lettera, gli attacchi si fecero più duri (fr:2904). Un predicatore domenicano, commentando il libro di Giosuè, attaccò Galileo e tutti i matematici come nemici della fede cristiana e sovversivi dello Stato (fr:2905). Poco dopo una copia della lettera galileiana su scienza e religione fu inviata al Sant’Uffizio (fr:2906). Galileo reagì migliorando la prima versione, apparentemente incurante di essere divenuto il principale e più pericoloso portavoce copernicano (fr:2907). Gli amici romani lo esortavano a una minore belligeranza; il principe Cesi, patrono dei Lincei, gli scrisse che i nemici della conoscenza erano “esseri tanto perfidi e rabbiosi che non possono mai placarsi, e il modo migliore per annientarli è non badare a loro e prendersi cura della propria salute” – (fr:2908) [“Those enemies of knowledge … are such perfidious and rabid beings as can never rest, and the best way to demolish them altogether is to pay no heed to them and to attend to your health, so that you may complete all your books…”]. Era un modo cortese per ricordare a Galileo che il grande trattato promesso restava incompiuto. Cesi ricordò inoltre che il cardinale Bellarmino, pur ricettivo, aveva sempre sostenuto che il copernicanesimo era contrario alla Scrittura, quantunque ipotesi matematica interessante (fr:2909). Troppa audacia poteva far credere che la discussione aperta fin allora tollerata minacciasse la fede (fr:2910). Lo stesso cardinale Barberini aveva fatto sapere che era meglio trattare l’astronomia in modo matematico piuttosto che tentare di convertire i teologi (fr:2911), tanto più che le argomentazioni scientifiche, nel processo di divulgazione, si deformavano (fr:2912). Proprio lo scrivere in italiano rendeva Galileo particolarmente temibile, perché i non dotti non sapevano fino a che punto fosse lecito spingere le conclusioni scientifiche (fr:2913).
La pubblicazione di un saggio del carmelitano Foscarini, che usava le osservazioni di Galileo per comprovare il copernicanesimo e affermava la compatibilità con la Scrittura, confermò che l’opera galileiana forniva i migliori argomenti a favore di Copernico, rendendo così lo scienziato il copernicano più pericoloso dal punto di vista clericale (fr:2914). Bellarmino, interpellato, rispose che discutere in termini ipotetici e matematici era accettabile, ma “affermare che il Sole è realmente fisso nel centro dei cieli e che la Terra vi orbita intorno è cosa pericolosissima, non solo perché irrita tutti i teologi e i filosofi scolastici, ma perché lede la nostra santa fede e rende falsa la Sacra Scrittura” – (fr:2915-2917) [“to seek to affirm that the Sun is really fixed in the centre of the heavens … is a very dangerous thing, not only because it irritates all the theologians and scholastic philosophers, but because it injures our holy faith and makes sacred Scripture false.”]. Se però l’ipotesi copernicana potesse essere dimostrata, allora la Scrittura andrebbe reinterpretata; “ma – dichiarò – non credo esista una tale dimostrazione, poiché non me n’è stata mostrata alcuna” – (fr:2918-2919) [“I do not think there is any such demonstration, since none has been shown to me.”]. Per Galileo, nulla di nuovo: si stupì che qualcuno lo accusasse di occuparsi di teologia (fr:2921). Replicò dicendo di aver solo seguito dottrine contenute in libri accettati dalla Chiesa e chiedeva se fosse giusto che venisse “accusato da ‘filosofi ignoranti’ e da predicatori di dire cose contrarie alla fede” – (fr:2922) [“be accused by ‘ignorant philosophers’ and preachers of saying things contrary to the faith?”].
Deciso a procedere su una via che non vedeva pericolosa, andò a Roma dove, tra dibattiti godibili e successi, vide crollare ogni argomento contrario di fronte alla sua perizia polemica (fr:2924). Ma non era questo il modo di compiacere le autorità: papa Paolo V non amava gli scienziati né i letterati, e pensava che le opinioni di Galileo dovessero essere perniciose ed eretiche proprio perché scientifiche, letterarie e ingegnose (fr:2927). Bellarmino e Barberini non approvavano che Galileo ignorasse i loro avvertimenti (fr:2928). La sua stessa abilità gli procurava amici ma anche nemici (fr:2929), e molti ecclesiastici erano preoccupati che i suoi lettori spingessero le sue argomentazioni all’estremo (fr:2930). Nel marzo 1616 la Congregazione dell’Indice dichiarò l’opinione eliocentrica “stolta e assurda, filosoficamente falsa e formalmente eretica”, e quella del moto terrestre “almeno erronea nella fede” – (fr:2932) [“foolish and absurd, philosophically false and formally heretical … at least erroneous in faith.”]. Il libro di Foscarini fu proibito; Copernico e Didacus a Stunica furono messi all’Indice donec corrigantur (fr:2933). Bellarmino ricevette l’incarico di ammonire Galileo a non sostenere né difendere le opinioni copernicane; lo scienziato chiese una dichiarazione che lo scagionasse e scrisse a casa: “Come si può vedere dalla natura stessa della faccenda, non sono minimamente preoccupato, né ci sarei stato coinvolto se non fosse stato per i miei nemici” – (fr:2934-2935) [“As may be seen from the very nature of the business, I am not in the least concerned…”]. Aggiunse che la sua condotta era stata tale “che neppure un santo avrebbe potuto trattare con più riverenza o zelo verso la santa Chiesa” – (fr:2936) [“that not even a saint could have dealt more reverently or more zealously with the holy Church than I.”]. Parole audaci: molti nella Chiesa si rammaricarono, ma la condanna era grave. Galileo si sentiva ancora ribelle e, anni dopo, annotò a margine del Dialogo: “Chi può dubitare che ciò porti ai peggiori disordini quando menti create libere da Dio sono costrette a sottomettersi servilmente a una volontà esterna? Quando ci viene detto di negare i nostri sensi e di sottoporli al capriccio altrui? Quando persone prive di ogni competenza vengono fatte giudici di esperti e hanno l’autorità di trattarli a loro piacimento? Queste sono le novità atte a rovinare gli Stati e sovvertire lo stato” – (fr:2938-2941) [“And who can doubt that it will lead to the worst disorders … Those are the novelties which are apt to bring about the ruin of commonwealths and the subversion of the state.”]. Per il momento, con la salute malferma, non restava che attendere (fr:2941).
Sebbene non potesse presentarsi come copernicano, nulla gli impediva di agire da anti-aristotelico, e la comparsa di comete nel 1618 riaccese subito la polemica (fr:2942). L’ironia volle che, essendo a letto malato, Galileo non poté osservare direttamente e le sue tesi risultarono scientificamente deboli (fr:2943). Un opuscolo anonimo, presto attribuito al gesuita Orazio Grassi, sosteneva l’idea ticonica che le comete fossero corpi celesti oltre la Luna, utilizzando argomenti di parallasse (fr:2944-2945). Galileo, mai tenero con le idee di Tycho anche perché offrivano un’alternativa valida a Copernico, trattò il testo come un attacco al sistema copernicano (fr:2946). Non potendo parlare apertamente, screditò Grassi con una contro-teoria ingegnosa, esposta nel Discorso sulle comete pubblicato a nome di Mario Guiducci ma in realtà scritto da lui (fr:2947-2948). Lo scritto attaccava la teoria aristotelica delle comete, benché Grassi non ne avesse parlato, proprio per provocare una risposta (fr:2949-2950). Galileo sostenne che le comete fossero esalazioni terrestri che brillavano per luce rifratta, così da vanificare gli argomenti ottici e di parallasse (fr:2951). La replica di Grassi, Libra astronomica ac philosophica, difese Aristotele e mostrò che le comete erano corpi solidi in orbita circolare – una teoria più vicina al vero (fr:2952-2953). L’analisi del calore che caratterizzerà la parte migliore del Saggiatore (1623) portò Galileo a un “impietoso massacro” dell’avversario, nascondendo però i punti deboli delle proprie argomentazioni (fr:2954) [“the merciless drubbing Galileo gave his hapless adversary, in the course of which the weak side of his own argument was obscured.”].
Oltre alla gioia della battaglia, Galileo avvertì di aver guadagnato terreno nella campagna per il libero dibattito scientifico (fr:2955). Poté dedicare il Saggiatore al nuovo papa Urbano VIII, quel cardinale Barberini che lo aveva sempre favorito e che “si dichiarò deliziato dall’arguzia con cui Galileo aveva sopraffatto l’avversario gesuita” – (fr:2956) [“expressed himself as delighted at the wit with which Galileo overcame his Jesuit opponent.”]. La situazione pareva promettente: un papa intellettuale, amico personale e poco amante dell’ortodossia gretta. Nella primavera del 1624 Galileo tornò a Roma per ottenere maggiore libertà di discussione sul copernicanesimo (fr:2957-2958). Come tredici anni prima, portò un nuovo strumento: un microscopio composto, con cui rivelava meraviglie nel mondo vivente, proprio come il telescopio aveva fatto con il cielo (fr:2959). L’interesse suscitato dimostrò che era ancora uno scienziato creativo, e ciò rafforzava la sua posizione (fr:2959). L’ottimismo sembrava pienamente giustificato (fr:2960): Galileo vide il papa, e tutto lasciava credere che la scienza avrebbe potuto esprimersi con più respiro.
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25 Il Dialogo e la condanna: la testimonianza di un’astuzia scientifica e di un’autorità offesa
La vicenda del Dialogo sopra i due massimi sistemi e del processo a Galileo mostra quanto sottile fosse il confine tra la dimostrazione fisica, l’ipotesi matematica e il vincolo teologico imposto dalla Chiesa del Seicento.
Nelle udienze romane il Papa aveva ammonito Galileo a non dimenticare “che il debole e fallibile intelletto dell’uomo non poteva sempre comprendere i modi in cui Dio sceglieva di operare” (fr:2974) [“the weak and fallible intellect of man could not always understand the ways in which God chose to work”] e che “Dio non poteva essere costretto dai limiti della ragione umana” (fr:2976) [“God could not be constrained by the limits of human reason”]; un’argomentazione sofisticata che rendeva ogni dimostrazione scientifica subordinata all’onnipotenza divina. Galileo, tuttavia, tornò a Firenze convinto di poter riprendere la difesa del sistema copernicano (fr:2981) e chiese quale effetto avrebbero avuto ulteriori prove fisiche, per esempio mostrare che “se si assumeva che la Terra si muovesse, ciò spiegherebbe le maree senza ricorrere ad attrazioni ‘occulte’ tra la Luna e il mare” (fr:2972) [“if the Earth were assumed to move, this would explain the tides without recourse to ‘occult’ attractions between the Moon and the sea”]. L’assenso pontificio fu condizionato: “il Papa fu amichevole e gli assicurò che era libero di discutere il sistema copernicano a condizione di evitare controversie teologiche e di non pretendere di aver dimostrato la verità di ciò che era solo un’ipotesi” (fr:2994) [“the Pope was friendly, and assured him he was free to discuss the Copernican system provided he avoided theological controversy, and provided he did not claim to have proved the truth of what was only an hypothesis”]. Proprio per questo il titolo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano fu scelto in modo da dare un’indicazione sicura del contenuto (fr:2995), e “ci doveva essere una prefazione in cui il carattere ipotetico degli argomenti pro-copernicani fosse chiaramente dichiarato” (fr:2996) [“there must be a preface in which the hypothetical character of the pro-Copernican arguments must be clearly stated”].
Galileo adottò consapevolmente la forma dialogica perché “gli dava maggiore libertà di esprimere ciò che credeva vero senza annunciarlo come propria convinzione” (fr:2985) [“gave him greater freedom to express what he believed to be true without announcing it as his own conviction”]. La sua ambizione rimaneva però dimostrativa: “doveva provare la verità del sistema copernicano oltre ogni dubbio, poiché, come aveva scritto molto tempo prima, ‘Il modo più rapido e sicuro per dimostrare che la posizione copernicana non è contraria alla Scrittura sarà dimostrare con mille verità che è vera, e che il contrario non può essere sostenuto in alcun modo’” (fr:2986) [“he must prove the truth of the Copernican system beyond doubt, for, as he had written long before, ‘The most expeditious and safe way for me to prove that the Copernican position is not contrary to Scripture will be to demonstrate by a thousand truths that it is true, and that the contrary cannot be sustained in any way’”]. A questo scopo il Dialogo metteva in scena tre personaggi – Salviati il copernicano, Sagredo lo scettico convertito e Simplicio l’aristotelico – e offriva “tutti gli argomenti sperimentali a favore della mobilità della Terra; in secondo luogo, tutti gli argomenti celesti; e in terzo luogo, come ‘un’ingegnosa speculazione’, la sua teoria del moto della Terra come causa delle maree” (fr:3004) [“all the experimental arguments in favour of the Earth’s mobility; secondly, all the celestial arguments; and thirdly, as ‘an ingenious speculation’, his theory of the motion of the Earth as a cause of the tides”]. La discussione piegava ogni conoscenza – logica, telescopio, dinamica galileiana, fisica antiaristotelica – a sostegno del copernicanesimo, mentre Simplicio veniva inesorabilmente condotto a smascherare la propria ignoranza (fr:3008-3009).
Proprio sull’ultima pagina, però, Simplicio formula il cuore dell’obiezione autorizzata dal Pontefice: “So che se vi chiedessero se Dio nella sua infinita potenza e sapienza avrebbe potuto conferire all’elemento acquoso il suo moto di marea osservato usando altri mezzi che muovere i recipienti che lo contengono, entrambi rispondereste che avrebbe potuto… sarebbe un’audacia eccessiva per chiunque limitare e restringere la potenza e sapienza divina a qualche suo particolare capriccio” (fr:3012) [“I know that if asked whether God in His infinite power and wisdom could have conferred upon the watery element its observed reciprocating motion using some other means than moving its containing vessels, both of you would reply that He could have… it would be excessive boldness for anyone to limit and restrict the Divine power and wisdom to some particular fancy of his own”]. Salviati risponde con un garbato ossequio – “Una dottrina ammirevole e angelica, ben in accordo con un’altra, anch’essa divina, la quale, mentre ci concede il diritto di discutere sulla costituzione dell’universo… aggiunge che non possiamo scoprire l’opera delle Sue mani” (fr:3013) [“An admirable and angelic doctrine, and well in accord with another one, also Divine, which, while it grants to us the right to argue about the constitution of the universe… adds that we cannot discover the work of His hands”] – ma la scena è priva di fervore. Il testo stesso commenta: “è doveroso; è corretto; è ciò che il Papa aveva detto a Galileo di dire; ma manca di convinzione” (fr:3014) [“It is dutiful; it is correct; it is what the Pope had told Galileo to say; but it lacks conviction”]; “calore e zelo furono profusi sul lato copernicano dell’argomento; solo l’obbedienza segnò la conclusione” (fr:3015) [“Warmth and zeal were expended on the Copernican side of the argument; obedience alone marked the conclusion”].
La reazione non si fece attendere. “Il Papa fu ferito e costernato: aveva permesso, anzi incoraggiato Galileo a scrivere, a certe condizioni; e la sua benevolenza era stata abusata” (fr:3017) [“the Pope was hurt and dismayed: he had allowed, even encouraged Galileo to write, under certain conditions; and his benevolence had been abused”]. L’argomento sull’onnipotenza divina, caro al Pontefice, era stato messo “in bocca a Simplicio, il sempliciotto, che in tutto il resto del libro aveva sempre la peggio nell’argomentazione” (fr:3018) [“put into the mouth of Simplicio, the simpleton, who throughout the rest of the book continually got the worst of the argument”]. Il Papa non poté che condividere il sospetto che Galileo si stesse facendo beffe dell’argomento e del Pontefice stesso (fr:3019). La vendita del Dialogo fu sospesa e Galileo convocato a Roma; l’accusa principale divenne la disobbedienza all’ingiunzione del “Gli Inquisitori sembravano sostenere che gli era stato detto di non difendere, sostenere, insegnare o discutere il sistema copernicano, mentre il suo ricordo era che gli era stato detto soltanto di non sostenerlo o difenderlo, il che gli avrebbe lasciato la libertà di discuterlo” (fr:3034) [“the Inquisitors seemed to claim that he had been told that he must not defend, hold, teach or discuss the Copernican system, when his recollection was that he had merely been told not to hold or defend it, which would leave him free to discuss it”]. A complicare la difesa c’era un verbale non firmato e non ufficiale che sembrava registrare un divieto più ampio (fr:3037-3038).
La sentenza, emessa nel giugno 1633, “lo censurò per disobbedienza; il Dialogo fu proibito; dovette abiurare i suoi errori… e fu condannato a essere detenuto nelle carceri del Sant’Uffizio a beneplacito del Papa” (fr:3043) [“He was censured for disobedience; the Dialogue was prohibited; he was to abjure his errors… was to be detained in the prisons of the Holy Office during the Pope’s pleasure”], pena subito commutata in arresti domiciliari presso i Medici (fr:3044). Galileo accettò l’abiura senza ledere la propria coscienza di cattolico leale (fr:3046), ma soffrì la vergogna sociale più della proibizione del libro. Storicamente, il processo sortì l’effetto opposto a quello sperato: “Ironicamente, il decreto della Chiesa e il processo e la condanna di Galileo fecero più per promuovere il copernicanesimo che per scoraggiarlo” (fr:3055) [“Ironically, the decree of the Church and the trial and conviction of Galileo did more to promote Copernicanism than to discourage it”]. Un’edizione latina del Dialogo apparve a Strasburgo già nel 1635, e scienziati cattolici francesi come Mersenne ignorarono serenamente il decreto, traducendo e diffondendo la meccanica galileiana (fr:3056, 3059). La vicenda rimane una testimonianza del tentativo di separare il sapere ipotetico dalla verità di fede e di come l’autorità ecclesiastica, volendo arginare un’idea, ne accelerò inavvertitamente l’affermazione.
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