Mahan - The influence of sea power - 1890 | L
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1 Prefazione: Il potere marittimo nella storia
La necessità di dimostrare, con analisi concrete, l’impatto decisivo del dominio del mare sugli eventi storici.
È facile riconoscere in generale l’importanza del potere marittimo, ma è più difficile dimostrarne l’esatto peso in un dato frangente. Senza questa analisi concreta, il suo ruolo rimane vago “vague and unsubstantial” [8]. Un esempio di questa tendenza a sottovalutare il fattore marittimo viene da due storici inglesi che, paragonando le guerre di Annibale e Napoleone, trascurano un parallelo cruciale: “in both cases the mastery of the sea rested with the victor” [18]. Il controllo romano delle rotte costrinse Annibale a una marcia disastrosa attraverso la Gallia e permise di intercettare i suoi rifornimenti, mentre “throughout the war the legions passed by water, unmolested and unwearied, between Spain… and Italy” [21]. D’altra parte, gli storici navali si sono spesso limitati a essere cronisti di eventi, senza approfondire il legame con la storia generale. Questo lavoro si propone invece di “putting maritime interests in the foreground” [27], esaminando come modificarono e furono modificati dagli eventi, nel periodo dalla vela (1660) alla fine della Rivoluzione Americana (1783). L’autore, un ufficiale di marina, discute liberamente di politica, strategia e tattica navale in un linguaggio accessibile.
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Sommario e indice dei capitoli sulla storia navale del XVII e XVIII secolo
Conflitti marittimi, alleanze mutevoli e ascesa del potere navale britannico
Il testo presenta un dettagliato sommario di capitoli che trattano le guerre navali e la politica europea dalla seconda metà del Seicento alla fine del Settecento. Si inizia con le battaglie anglo-olandesi, come quella di Lowestoft (1665) e quella dei Quattro Giorni (1666), e la politica espansionistica di Luigi XIV, definito “the leading personality in Europe” [47]. Seguono le guerre di coalizione contro la Francia, con battaglie come Solebay (1672) e il Texel (1673), e l’ascesa di Guglielmo d’Orange.
Si prosegue con la Guerra della Lega di Augusta (1688-1697) e le battaglie di Beachy Head (1690) e La Hougue (1692), per poi passare alla Guerra di Successione Spagnola (1702-1713) e alla battaglia di Malaga (1704). Viene trattato il periodo della Reggenza in Francia e delle politiche di Alberoni in Spagna e di Walpole e Fleuri, fino allo scoppio della guerra tra Gran Bretagna e Spagna nel
Il conflitto si intreccia con la Guerra di Successione Austriaca (1740-1748), con battaglie navali come quella al largo di Toulon (1744). Ampio spazio è dedicato alla Guerra dei Sette Anni (1756-1763), definita come il periodo di “England’s Overwhelming Power and Conquests on the Seas, in North America, Europe, and East and West Indies” [86], con le battaglie di Minorca, Quiberon e quelle nelle Indie Orientali.
La narrazione arriva alla Guerra d’Indipendenza Americana (1778-1783), esaminata come un conflitto marittimo globale. Vengono descritte le campagne nelle Indie Occidentali, con battaglie come quelle di Grenada (1779) e dei Saintes (1782), e nell’Oceano Indiano, dove si distingue l’ammiraglio francese Suffren. Il testo si conclude con una discussione critica sulla “Maritime War of 1778” [126], analizzandone la strategia e l’influenza del potere marittimo sugli esiti.
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2 La natura e il valore dello studio della storia navale
Principi immutabili della guerra in mare, nonostante l’evoluzione delle armi e delle tattiche.
La storia del potere marittimo è in gran parte una narrazione di rivalità e guerre, spesso scatenate dalla competizione per il controllo dei commerci e delle regioni commerciali “per appropriarsi della parte più grande, se non della totalità, dei vantaggi del commercio” [159]. La sua influenza sulla ricchezza e sulla forza delle nazioni è stata chiara da tempo, anche se i principi che ne governano la crescita sono stati compresi più tardi “prima che i veri principi che ne governavano la crescita e la prosperità fossero scoperti” [157].
Sebbene le condizioni e le armi cambino, “ci sono certi insegnamenti nella scuola della storia che rimangono costanti, e, quindi, di applicazione universale, possono essere elevati al rango di principi generali” [164]. Lo studio della storia navale del passato è quindi istruttivo per i principi generali della guerra marittima, nonostante i grandi cambiamenti tecnologici “nonostante i grandi cambiamenti che sono stati apportati nelle armi navali dai progressi scientifici dell’ultimo mezzo secolo” [165].
Nel confrontare navi a vela, galee e moderne navi a vapore, è saggio osservare sia le somiglianze che le differenze. Ad esempio, la galea e il vapore condividono la capacità di muoversi indipendentemente dal vento “l’abilità di muoversi in qualsiasi direzione indipendentemente dal vento” [170], ma differiscono per durata della potenza motrice e portata delle armi. La nave a vela, d’altro canto, condivide con il vapore il potere di manovrare a lungo e di usare armi a lunga gittata “i poteri di danneggiare un nemico da una grande distanza, di manovrare per un tempo illimitato” [190]. Cercare solo analogie superficiali può portare a deduzioni errate “quando l’immaginazione è portata via dalla scoperta di punti di somiglianza… è incline a essere impaziente di qualsiasi divergenza” [173].
Un principio tattico fondamentale è che “una flotta che cerca un risultato decisivo deve avvicinarsi al suo nemico, ma non fino a quando non è stato ottenuto qualche vantaggio per lo scontro” [192]. Un esempio storico è la differenza tra la “posizione di sopravento” e quella “di sottovento” nell’epoca della vela. La prima conferiva il potere di dare o rifiutare battaglia a piacimento “il potere di dare o rifiutare battaglia a piacimento” [207], un vantaggio offensivo scelto dagli inglesi, mentre la seconda, preferita dai francesi, favoriva una posizione difensiva “per economizzare la loro flotta assumendo una posizione difensiva” [214]. Oggi, questo potere non dipende più dal vento, ma dalla velocità maggiore “il potere di assumere l’offensiva, o di rifiutare la battaglia, non dipende più dal vento, ma dalla parte che ha la maggiore velocità” [218].
I principi strategici hanno un valore ancora più duraturo e evidente delle tattiche, poiché le condizioni cambiano meno “gli insegnamenti della storia hanno un valore più evidente e permanente, perché le condizioni rimangono più permanenti” [226]. Domande come la funzione della marina in guerra, il suo vero obiettivo, i punti di concentrazione e la protezione delle linee di comunicazione sono strategiche “tutte queste sono questioni strategiche” [234]. La vittoria di Nelson sul Nilo (1798) ebbe un effetto strategico decisivo distruggendo le comunicazioni tra Francia ed Egitto “distruggendo le comunicazioni tra Francia e l’esercito di Napoleone in Egitto” [255], applicando il principio di colpire le linee di comunicazione nemiche, valido in ogni epoca “lo stesso principio è valido ora, e sarebbe ugualmente così ai tempi della galea come della nave a vela o del vapore” [264].
Anche Trafalgar fu il culmine di un grande dramma strategico, non un evento isolato “l’atto finale in un grande dramma strategico” [268], in cui le combinazioni di Napoleone fallirono e l’attività di Nelson tenne la flotta inglese sulle tracce del nemico “le combinazioni di Napoleone fallirono, e le intuizioni e l’attività di Nelson mantennero la flotta inglese sempre sulle tracce del nemico” [271]. La storia, quindi, suggerisce lo studio strategico e illustra i principi della guerra “la storia suggerisce lo studio strategico e illustra i principi della guerra” [286].
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3 Il dominio del mare nella Seconda Guerra Punica
Il controllo marittimo romano isola Annibale e decide le sorti del conflitto.
La superiorità navale di Roma condizionò fin dall’inizio la campagna di Annibale, costringendolo alla rischiosa marcia via terra attraverso le Alpi, poiché la sua flotta “non era abbastanza forte per contendere con quella di Roma” [309]. Questo controllo, “assoluto” sul bacino tra Italia, Sicilia e Spagna [322], impedì a Cartagine di stabilire “quelle comunicazioni sostenute e sicure di cui Annibale aveva disperato bisogno” [339]. Il dominio romano sul mare “gettò completamente fuori dalla guerra la Macedonia” [342] e, pur consentendo a Cartagine di mantenere una “diversione utile e molesta in Sicilia” [343], le impedì di inviare rinforzi in Italia.
In Spagna, i Romani stabilirono una testa di ponte a nord dell’Ebro [353], “chiudendo completamente la strada tra Annibale e i rinforzi da Asdrubale” [354], mentre le loro comunicazioni con l’Italia “essendo per acqua, erano assicurate dalla loro supremazia navale” [354]. Anche i rinforzi cruciali inviati in Spagna dopo una sconfitta “giunsero via mare, — una via che, sebbene rapidissima e facile, era preclusa ai Cartaginesi dalla marina romana” [358].
La situazione militare critica dei fratelli Barca, separati in Italia, fu dovuta al “controllo romano del mare, che per tutta la guerra limitò il mutuo sostegno dei fratelli cartaginesi alla via attraverso la Gallia” [366]. Il risultato fu la sconfitta di Asdrubale al Metauro, battaglia “generalmente accettata come decisiva per la lotta tra i due Stati” [373]. In sintesi, per attaccare Roma serviva una linea di comunicazioni sicura: “La prima [via diretta per mare] era bloccata dal potere marittimo romano, la seconda [attraverso la Gallia] messa in pericolo e infine intercettata” [379]. Questo “enorme influsso determinante” del potere marittimo “sulla storia di quell’epoca, e di conseguenza sulla storia del mondo, è stato trascurato” [386].
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4 La natura e gli elementi del Potere Marittimo
Il mare come via comune, le nazioni come attori
Il mare è una grande via comune, con percorsi preferiti determinati dalla storia mondiale, il commercio marittimo è sempre stato più facile ed economico di quello terrestre. “Notwithstanding all the familiar and unfamiliar dangers of the sea, both travel and traffic by water have always been easier and cheaper than by land” [435]. La necessità di una marina militare sorge dall’esistenza di un commercio pacifico via mare e scompare con esso, a meno che una nazione non abbia mire aggressive [447].
Quando una nazione si espande, sente il bisogno di punti d’appoggio sicuri per il commercio, il rifugio e i rifornimenti [453]. I mercanti cercavano stazioni commerciali in terre lontane, che spesso si sviluppavano in colonie [457-458]. Sorsero anche posti strategici per la difesa lungo le rotte, come il Capo di Buona Speranza o Gibilterra [465]. In produzione, trasporto marittimo e colonie si trova la chiave della storia e della politica delle nazioni marittime [467].
Il potere marittimo di una nazione è influenzato da condizioni naturali e dall’azione degli uomini [468-469]. Le condizioni principali sono: Posizione Geografica, Conformazione Fisica, Estensione del Territorio, Numero della Popolazione, Carattere del Popolo e Carattere del Governo [470-480].
La Posizione Geografica è fondamentale. Una nazione che non è costretta a difendersi per terra ha un vantaggio, come l’Inghilterra rispetto alla Francia e all’Olanda [482-483]. La posizione può favorire la concentrazione delle forze navali (vantaggio britannico) o necessitarne la dispersione (svantaggio francese, affacciata su due mari) [486-489]. La vicinanza geografica a un nemico facilita operazioni come la guerre de course (guerra al commercio) [502-503, 507]. Una posizione che dà facile accesso al mare aperto e controlla una grande via di traffico mondiale ha un altissimo valore strategico, come quello dell’Inghilterra [516-517].
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5 Posizione geografica e potere marittimo
Come la conformazione fisica di una nazione ne influenza il destino sul mare.
La posizione geografica è un elemento vitale per lo sviluppo del potere marittimo di una nazione. La Spagna, ad esempio, perse il controllo degli stretti e la facile congiunzione della sua flotta quando la Gran Bretagna si impadronì di Gibilterra “Looking at once upon the Atlantic and the Mediterranean, with Cadiz on the one side and Cartagena on the other, the trade to the Levant must have passed under her hands” [521] e “Gibraltar not only deprived her of the control of the Straits, it also imposed an obstacle to the easy junction of the two divisions of her fleet” [522]. Analogamente, il vantaggio strategico dell’Italia è neutralizzato dal possesso francese della Corsica e da quello britannico di Malta “with Malta in the hands of England, and Corsica in those of France, the advantages of her geographical position are largely neutralized” [524].
Il Mediterraneo, per la sua storia commerciale e militare, è un campo di studio privilegiato per comprendere le condizioni del predominio marittimo “Circumstances have caused the Mediterranean Sea to play a greater part in the history of the world, both in a commercial and a military point of view, than any other sheet of water of the same size” [531]. La sua analogia con il Mar dei Caraibi diventerà più stretta con l’apertura di un canale panamense, che trasformerà quest’ultimo in una grande via di comunicazione globale “it has at the present time a very marked analogy in many respects to the Caribbean Sea, — an analogy which will be still closer if a Panama canal-route ever be completed” [534].
In questo scenario, la posizione geografica degli Stati Uniti rispetto a un futuro canale centroamericano è centrale, ma la mancanza di porti adeguati sul Golfo ne indebolisce il potenziale “her geographical nearness to the point of contention loses some of its value by the character of the Gulf coast, which is deficient in ports combining security from an enemy with facility for repairing war-ships of the first class” [543]. Per ottenere il pieno beneficio della loro posizione e garantire il predominio, gli Stati Uniti devono ovviare a queste carenze con una preparazione militare adeguata “To get the full benefit of superior geographical position, these defects must be overcome” [547].
La conformazione fisica della costa, ovvero l’accesso al mare, è la seconda condizione fondamentale. Una costa lunga ma priva di porti non può generare potere marittimo “If a country be imagined having a long seaboard, but entirely without a harbor, such a country can have no sea trade of its own, no shipping, no navy” [556]. Porti numerosi e profondi sono una fonte di forza e ricchezza, ma in guerra diventano un punto debole se non adeguatamente difesi “Numerous and deep harbors are a source of strength and wealth… but by their very accessibility they become a source of weakness in war, if not properly defended” [561].
Le condizioni naturali possono spingere o allontanare un popolo dal mare. La Francia, terra ricca e piacevole, non sviluppò lo stesso ardore marittimo di Inghilterra e Olanda “Frenchmen did not take to the sea with the eagerness and success of the English and Dutch” [574]. L’Inghilterra, al contrario, fu attratta dal mare per necessità e spirito d’impresa “Their needs and genius made them merchants and colonists, then manufacturers and producers ; and between products and colonies shipping is the inevitable link. So their sea power grew” [579-580]. L’Olanda ne fu addirittura spinta, poiché la povertà del suolo la rese dipendente dalla pesca e dal commercio “The poverty of the soil and the exposed nature of the coast drove the Dutch first to fishing” [584], e la sua intera prosperità si basava sul potere marittimo “their whole prosperity stood on the sea power to which their poverty gave birth” [593]. Questa dipendenza da fonti esterne la rese vulnerabile, come dimostrò una guerra con l’Inghilterra che fermò i suoi traffici “when a disastrous war with England… had lasted eighteen months, and their shipping business was stopped… the sources of revenue… were almost dry” [594].
Un parallelismo si osserva per gli Stati Uniti. Le colonie originali, con la loro costa ricca di porti e materiali per la cantieristica, avevano tutti gli incentivi per sviluppare una sana potenza marittima “Almost every one of the original colonies was on the sea or on one of its great tributaries” [605]. Oggi, tuttavia, la ricchezza dell’entroterra ha spostato il centro del potere e dell’interesse, trascurando le frontiere marittime “The centre of power is no longer on the seaboard” [609] e “The frontiers are neglected and politically weak” [612]. Questo eccesso di ricchezza interna porta a trascurare lo strumento del potere marittimo, in un percorso simile a quello della Francia “their own country is being led, by a like redundancy of home wealth, into the same neglect of that great instrument” [614].
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6 L’importanza del controllo del mare per la sicurezza e la potenza nazionale
Quando il mare divide un paese, il suo controllo diventa vitale; la potenza marittima determina forza o debolezza.
Il controllo del mare è vitale per un paese le cui parti sono separate dal mare, come l’Italia con le sue isole, poiché la sicurezza delle linee di comunicazione dipende dalla superiorità navale [619-622]. Storicamente, mari divisori come il Mare d’Irlanda hanno rappresentato un punto debole per le comunicazioni, come dimostrato dalle complicazioni per l’Inghilterra nel XVII secolo [623-630]. La Spagna del Seicento offre una lezione impressionante di debolezza causata dalla separazione delle sue parti (come i Paesi Bassi, Napoli, Sicilia e le colonie) quando non sono tenute insieme da una forte potenza marittima. Il suo potere navale era così decaduto che dipendeva da navi olandesi e il suo flusso di ricchezza dalle Americhe, concentrato in poche navi, era facilmente intercettabile [631-645]. Al contrario, gli Stati Uniti, con un territorio compatto e senza possedimenti remoti, hanno una posizione difensiva più forte, ma potrebbero essere vulnerabili se una nuova rotta commerciale attraverso l’Istmo minacciasse il loro isolamento [646-650].
L’estensione del territorio, in termini di lunghezza della costa e carattere dei porti, è una condizione per lo sviluppo della potenza marittima, ma la sua forza o debolezza dipende dalla proporzione tra estensione costiera e popolazione. Nella Guerra di Secessione americana, l’ampia costa del Sud, con le sue numerose insenature, divenne una fonte di danno perché la popolazione non era proporzionata alla sua difesa e mancava di una marina [652-674]. Il numero di popolazione, specialmente quella dedita al mare o disponibile per il servizio navale, è cruciale. La Francia, pur avendo una popolazione maggiore, era inferiore all’Inghilterra nella potenza marittima perché non poteva mantenere una grande riserva di uomini di mare [676-687]. Una riserva di forza basata su una popolazione abituata al mare costituisce un potere di resistenza, come mostrato dall’Inghilterra, che poteva attingere a mestieri correlati al mare [688-692]. Anche nell’era moderna, dove i colpi iniziali potrebbero essere decisivi, questa riserva rimane importante per guadagnare tempo e mobilitare le risorse nazionali [693-718]. Gli Stati Uniti attualmente mancano di una popolazione marittima adeguata e di una marina mercantile nazionale, che sono le basi per tale potenza [724-729].
Il carattere nazionale influenza fortemente lo sviluppo della potenza marittima. L’attitudine agli affari commerciali è un tratto distintivo delle nazioni grandi sul mare. Spagnoli e Portoghesi, cercando ricchezza principalmente in oro e argento piuttosto che in commercio sano e produzione, videro decadere la loro potenza navale e commerciale [731-757]. Inglesi e Olandesi, invece, erano per natura commercianti, produttori e negozianti; svilupparono le risorse delle loro colonie, incrementando scambi e navigazione, il che li portò al potere sul mare [758-769]. La tendenza al commercio, che implica la produzione di qualcosa con cui commerciare, è la caratteristica nazionale più importante [771-773]. La Francia, nonostante una posizione ammirevole e una marina gloriosa, non ha mai tenuto più di una posizione rispettabile come potenza marittima perché il carattere nazionale cerca ricchezza attraverso parsimonia e risparmio, non attraverso l’avventura commerciale su larga scala [774-787]. I pregiudizi sociali, come il disprezzo della nobiltà per il commercio pacifico in Spagna e Francia, hanno anche ostacolato lo sviluppo marittimo, mentre in Olanda e Inghilterra la ricchezza e le occupazioni che la producevano erano onorate [789-804]. La capacità di fondare colonie sane, che crescono naturalmente quando i coloni identificano i loro interessi con la nuova terra e ne sviluppano le risorse, è un altro asetto del genio nazionale che favorisce il potere marittimo. L’Inghilterra è stata la grande colonizzatrice per questo motivo, a differenza di francesi e spagnoli [805-824]. Gli Olandesi, sebbene avessero molte colonie commerciali, mancavano di ambizione politica per esse, il che limitò la loro crescita [825-830]. Il carattere nazionale americano mostra l’istinto per il commercio e l’impresa audace necessari per una futura potenza marittima, se le circostanze diventano favorevoli [831-833].
Il carattere del governo esercita un’influenza marcata sullo sviluppo della potenza marittima. L’Inghilterra, che ha raggiunto la massima altezza, ha avuto un’azione governativa coerente, anche se non sempre lodevole, mirata costantemente al controllo del mare, da Cromwell a Carlo II e oltre [842-887]. Dopo la Pace di Utrecht (1713), l’Inghilterra estese e rafforzò sistematicamente le basi del suo dominio oceanico, acquisendo posizioni chiave come Gibilterra, Port Mahon e territori in Nord America, mentre le potenze navali di Francia, Spagna e Olanda declinavano [888-903]. La sua ricchezza, frutto del potere marittimo, le permise di svolgere un ruolo importante negli affari europei attraverso sussidi e di costruire un vasto impero coloniale [904-918]. La tradizione politica fu mantenuta da una classe dirigente aristocratica, orgogliosa della gloria nazionale e meno sensibile ai costi della preparazione militare, che assicurò la prontezza della marina [929-938]. Con l’avvento di governi più democratici, si pone la questione se la previdenza e la volontà di spendere per la preparazione militare in tempo di pace possano essere mantenute [941-945]. Il governo della Repubblica Olandese, una sorta di aristocrazia commerciale e disorganizzata per gelosie provinciali, era avverso alla guerra e alle spese militari, sebbene mantenesse una marina efficiente finché visse Johan de Witt [946-954]. Sotto la guida monarchica di Guglielmo d’Orange, la politica si concentrò sulla guerra terrestre contro la Francia, trascurando la marina e sacrificando gli interessi marittimi olandesi a quelli inglesi, portando al declino della potenza marittima olandese [955-971]. La pace tra Inghilterra e Olanda era possibile solo con la sottomissione di una delle due, mentre un’alleanza tra Francia e Olanda avrebbe potuto contrastare il potere marittimo inglese [972-977]. La Francia, ben situata per la potenza marittima, ricevette una politica definita da Enrico IV e Richelieu, ma la sua successiva applicazione fu variabile [977-978].
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7 Il ruolo del governo assoluto nello sviluppo e nel declino della potenza navale francese
Dalla visione sistematica di Colbert alla miopia di Luigi XIV: come la politica centralizzata costruì e poi distrusse la marina.
Il Cardinale Richelieu, con la sua “political will”, individuò le opportunità della Francia per il potere marittimo e ne gettò le basi istituzionali, tanto da essere considerato il fondatore virtuale della marina “not merely because he equipped ships, but from the breadth of his views and his measures to insure sound institutions and steady growth” [982]. Dopo la sua morte, la marina appena formata scomparve sotto Mazzarino [983]. Quando Luigi XIV assunse direttamente il governo nel 1661, la flotta era ridotta a sole trenta navi da guerra [984][985].
L’ascesa fu rapida e sistematica sotto l’amministrazione di Colbert, che ereditò e applicò le idee di Richelieu con spirito francese, organizzando tutto dal suo gabinetto [987][988][989]. I suoi obiettivi erano chiari: “To organize producers and merchants as a powerful army… To organize seamen and distant commerce in large bodies… and to give as a support to the commercial power of France a navy established on a firm basis and of dimensions hitherto unknown” [990][991]. Il governo assoluto concentrò tutte le leve per guidare la nazione verso una grande potenza marittima [994]. Colbert agì su tutti i fronti: produzione, navigazione, colonie e mercati, costruendo una potenza marittima integrata [996][997].
I risultati nella marina furono impressionanti: da trenta navi nel 1661 [1002], si passò a settanta nel 1666 e a centonovantasei nel 1671 [1003]. I cantieri navali francesi, sotto un sistema ordinato, divennero molto più efficienti di quelli inglesi [1005]. Un capitano inglese prigioniero testimoniò la straordinaria speditezza delle operazioni a Brest, rimanendo stupito nel vedere venti vascelli pronti in venti giorni [1007][1008].
Tuttavia, questa crescita forzata dipendeva dal favore assoluto del re. La guerra contro l’Olanda, iniziata nel 1672 per volontà di Luigi XIV, segnò l’inizio del declino [1016][1017]. Questo conflitto “undid the greater part of his work” [1020], colpendo classi agricole, manifatture, commercio e colonie [1021]. Luigi “struck at the roots of her sea power, and alienated her best sea ally” [1022]. La sua politica, volta all’espansione territoriale in Europa, trascurò gli interessi marittimi pacifici: “he either could not or would not see that the latter were of little use and uncertain life, if the peaceful shipping and the industries, by which they were supported, perished” [1025]. La marina militare, sebbene mantenuta con splendore per qualche anno, iniziò a ridursi e “by the end of the reign had practically disappeared” [1023].
Il declino continuò nei decenni successivi. Il governo successivo, durante la Reggenza, abbandonò ogni pretesa di mantenere una marina efficace, alleandosi con l’Inghilterra e contribuendo a distruggere la flotta spagnola [1031][1033]. Fino al 1760, la Francia continuò a trascurare i suoi interessi marittimi [1036]. Nel 1756, aveva solo quarantacinque navi di linea contro le centotrenta inglesi, e mancavano materiali, attrezzature e persino artiglieria per equipaggiarle [1038][1039]. Un autore francese descrive il caos dell’epoca: “Lack of system in the government… brought about indifference, and opened the door to disorder and lack of discipline… Money and intrigue took the place of all else” [1041][1043].
La storia mostra con chiarezza, nella semplice forma di una monarchia assoluta, “how great the influence of government can be upon both the growth and the decay of sea power” [1029]. La potenza marittima francese fallì “by the weakening of its foundations, of commerce, and of the wealth that commerce brings” [1030].
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8 La rinascita della marina francese e la guerra d’indipendenza americana
Una nazione umiliata ricostruisce la sua flotta e cambia il corso di una guerra.
Tra il 1760 e il 1763, la Francia subì una profonda umiliazione navale, che offrì “un istruttivo insegnamento per gli Stati Uniti in questo nostro periodo di decadenza commerciale e navale” [1063]. Il popolo francese si sollevò e dichiarò di volere una marina. “Il sentimento popolare, abilmente diretto dal governo, fece risuonare da un capo all’altro della Francia il grido: ‘La marina deve essere restaurata’” [1066]. Nei porti rinacque un’attività prodigiosa, gli arsenali furono riapprovvigionati e gli ufficiali navali, privati di una carriera operativa, si dedicarono allo studio e alla professionalizzazione, mettendo in pratica il detto di Montesquieu: “L’avversità è nostra madre, la prosperità è nostra matrigna” [1074-1075].
Questi sforzi sistematici portarono i loro frutti all’inizio della guerra d’indipendenza americana. La Francia, evitando di cadere nella trappola di una guerra terrestre in Europa e alleandosi con la Spagna, affrontò il conflitto con “una buona marina e un corpo brillante, anche se forse relativamente inesperto, di ufficiali” [1086]. La guerra fu essenzialmente una guerra marittima e gli sforzi combinati delle flotte francese e spagnola “senza dubbio piegarono la forza dell’Inghilterra e la privarono delle sue colonie” [1090].
Tuttavia, la marina francese fu limitata da una politica governativa eccessivamente cauta. Il ministero imponeva agli ammiragli “la ‘massima circospezione’” [1101] e un sistema che “invitava a non usare la forza che si aveva in mano, che lo mandava contro il nemico con lo scopo predeterminato di ricevere piuttosto che fare l’attacco” [1105]. Questa esitazione fece sì che più di una volta “vittorie complete, che avrebbero coronato l’abilità dei nostri ammiragli e il coraggio dei nostri capitani, si cambiarono in successi di poca importanza” [1104].
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9 Influenza del governo sulla potenza marittima
La politica di un governo può favorire o ostacolare la crescita del potere navale di una nazione, sia in pace che in guerra.
Le sconfitte navali francesi del passato non furono dovute solo alla colpa dei comandanti, ma al “sistema di guerra difensiva prescritto dal governo francese” [1114], che “aveva indebolito le nostre braccia e paralizzato la nostra fiducia in noi stessi” [1117]. Anche Napoleone, dopo Trafalgar, ricostruì una flotta ma si rifiutò di “darle l’opportunità di misurare le sue forze con il nemico” [1130], usandola solo per logorare economicamente gli avversari [1131].
L’influenza del governo sulla potenza marittima si esercita in due modi. In pace, può favorire o ostacolare “la crescita naturale delle industrie di un popolo e la sua tendenza a cercare avventure e guadagni per via del mare” [1135]. In guerra, si esprime nel mantenere “una marina armata, di dimensioni commisurate alla crescita della sua marina mercantile” [1137], con istituzioni che favoriscano uno spirito sano e una riserva adeguata [1138]. Fondamentali sono anche le basi navali in terre lontane, la cui protezione dipende dalla forza militare o da “una popolazione amica circostante” [1140].
Per gli Stati Uniti, che non hanno colonie né stazioni militari estere, le navi da guerra in conflitto sarebbero “come uccelli di terra, incapaci di volare lontano dalle proprie coste” [1150]. La nazione possiede solo uno dei tre anelli della potenza marittima: la produzione interna, mancando di una marina mercantile [1156-1157]. Sebbene il commercio possa viaggiare su navi neutrali, un blocco efficace dei principali porti sarebbe possibile e causerebbe gravi disagi [1182, 1184-1187]. Per evitarlo, serve una forza militare che tenga lontano il nemico [1191]. Tuttavia, in un governo rappresentativo, una spesa militare così ingente richiede “un forte interesse rappresentato alle spalle, convinto della sua necessità” [1211], interesse che per la potenza marittima non esiste senza un’azione governativa [1212].
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10 Capitolo II: Lo stato dell’Europa nel 1660
La restaurazione di Carlo II e l’assunzione del potere personale di Luigi XIV segnano l’inizio di una nuova fase per Inghilterra e Francia, mentre la potenza marittima diventa un fattore cruciale negli equilibri europei.
L’anno 1660, con la restaurazione di Carlo II in Inghilterra, e il 1661, quando Luigi XIV assunse il governo personale in Francia dopo la morte di Mazzarino, segnano l’avvio di una nuova epoca per le due principali potenze marittime “which, amid whatever inequalities, have had the first places in the sea history of modern Europe” [1242]. Il periodo segue la pace di Vestfalia (1648) e dei Pirenei (1659), che stabilirono una pace generale in Europa, presto seguita da guerre quasi universali sotto Luigi XIV, durante le quali “maritime power, directly or indirectly, had a great share” [1250].
La politica estera francese, ereditata da Enrico IV e Richelieu e proseguita da Mazzarino, si basava su linee guida che includevano “The creation and development of a great sea power” [1268], necessaria per contrastare l’Inghilterra. Nel 1660, la Francia era pacificata internamente ma “There was practically no navy ; commerce… was not prosperous ; the finances were in disorder” [1277].
Al contrario, la Spagna, un tempo potenza egemone, era in piena decadenza. La sua marina era debole, come dimostrato dalla disastrosa sconfitta contro gli olandesi nel 1639, quando una flotta spagnola fu quasi distrutta, segno che “all tone and pride must have departed” [1301]. Il governo spagnolo era caratterizzato da una “pompous inertia” [1305].
Le Province Unite olandesi rappresentavano l’eccezione: erano all’apice della loro potenza, interamente basata sul mare. “Mistresses of the Scheldt” [1311], ereditano il potere commerciale di Anversa. La pesca dell’aringa da sola sosteneva un quinto della popolazione dell’Olanda e “The merchant fleet of Holland alone numbered 10,000 sail” [1317]. Il loro successo dimostrava come “the harvest of the sea can lift up to wealth and power a country intrinsically weak” [1310].
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11 La posizione delle potenze marittime e la politica di Luigi XIV nel 1660
Repubblica Olandese potente ma divisa, Inghilterra rivale, Francia in ascesa: l’equilibrio europeo si regge sul potere marittimo.
Nel 1660, la Repubblica Olandese era ancora “nella prima fila delle grandi potenze d’Europa” [1348], con una flotta superiore e un governo prestigioso [1351]. Tuttavia, era indebolita da una struttura confederale, divisioni interne tra repubblicani e orangisti, e uno “spirito commerciale” che danneggiava lo spirito militare della marina [1356-1360]. L’Inghilterra, monarchica ma con un re che doveva fare i conti con il Parlamento, era la sua rivale naturale per il controllo dei mari e del commercio [1377]. Il re Carlo II odiava l’Olanda [1374], ma la popolazione inglese, preoccupata dall’espansionismo francese, spinse poi per l’alleanza con gli olandesi [1382-1388].
La marina inglese era superiore in organizzazione [1389], mentre quella francese, ricostruita sistematicamente da Colbert, vantava scafi meglio progettati [1393-1394]. La politica europea era dominata da Luigi XIV di Francia, la cui “grandezza della Francia era il suo oggetto” [1417]. Egli scelse l’espansione territoriale, puntando alle successioni spagnole, una mossa che avrebbe portato alla “finale distruzione del potere marittimo della Francia” [1423]. La sua azione doveva fare i conti con un’Europa composta da molti stati, tra cui l’Impero Ottomano, una minaccia per l’Austria, e le potenze baltiche in rivalità per il controllo del mare fonte di “naval stores” [1402, 1412].
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12 FIRE-SHIPS, TORPEDO-CRUISERS E TATTICA DI LINEA
Dal disordine della battaglia all’ordine della linea di fila: l’evoluzione degli strumenti e delle formazioni navali.
Nella battaglia del 1665, la flotta olandese, dopo che l’ammiraglio Opdam, “vedendo la battaglia volgere contro di lui, sembra aver ceduto a un sentimento vicino alla disperazione” [1489], fallì un tentativo di abbordaggio e la sua nave “saltò in aria” [1491]. Il panico si diffuse: “tre, o come dice un resoconto quattro, navi olandesi si scontrarono l’una con l’altra, e questo gruppo fu incendiato da una sola brulotto” [1492]. In questa e in altre battaglie dell’epoca, “i brulotti si vedono qui aver giocato una parte molto cospicua” [1494].
L’analisi storica del brulotto, “un tipo ormai obsoleto” [1512], offre paralleli con le armi moderne. “C’è in superficie un’evidente somiglianza tra il ruolo del brulotto e la parte assegnata nella guerra moderna al torpediniere” [1495]. I punti di contatto sono “il carattere terribile dell’attacco, la relativa piccolezza del vascello che lo compie, e le grandi richieste sui nervi dell’assalitore” [1496]. Tuttavia, il brulotto “scomparve dalle flotte ‘la cui velocità ritardava’” [1513], proprio come i piccoli torpediniere rischiano di “ritardare la velocità e complicare le evoluzioni della flotta con cui sono associati” [1521]. La sua scomparsa fu accelerata anche “dall’introduzione del tiro a granata” [1521].
La tattica navale subì una trasformazione fondamentale in quel periodo: “in esso [il 1665] si trova per la prima volta la linea di battaglia bolina stretta indubbiamente adottata come ordine di combattimento delle flotte” [1561]. Questa formazione, imposta dal fatto che “è il fianco che deve necessariamente e sempre essere rivolto verso il nemico” [1575] e che “è necessario che la vista di quest’ultimo non sia mai interrotta da una nave amica” [1576], divenne “la base di tutte le tattiche di flotta” [1579]. La sua adozione fu lenta perché “la necessità della guerra non costrinse gli uomini a decidere, finché gli olandesi alla fine incontrarono negli inglesi i loro pari sul mare” [1567].
La discussione si estende alle formazioni a gruppo, un’idea già sperimentata due secoli fa quando “l’idea di combinare i brulotti con le navi da guerra per formare alcuni gruppi, ciascuno provvisto di tutti i mezzi di attacco e difesa” [1526] fu abbracciata e poi abbandonata. Il problema di fondo è “se debba essere introdotto tra i comandi naturali dell’ammiraglio e dei capitani delle singole navi un terzo congegno artificiale” [1532]. “La formazione a gruppo ebbe il suo giorno di prova nei vecchi tempi, e scomparve davanti al test dell’esperienza” [1535].
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13 La battaglia dei Quattro Giorni e gli errori strategici
Un errore strategico inglese e la disciplina delle flotte a confronto nella battaglia navale del
La decisione del governo inglese di dividere la flotta, inviando una squadra sotto il Principe Rupert a ovest per intercettare i francesi e l’altra sotto Monk a est contro gli olandesi, si rivelò un grave errore strategico che “presenta una delle più sottili tentazioni per un comandante” [1609]. L’impulso di “incontrare entrambe [le minacce] dividendo i propri numeri” è forte, ma “è un errore, esponendo entrambe le divisioni a essere battute separatamente” [1610]. Il risultato dei primi due giorni fu disastroso per la divisione inglese più grande sotto Monk [1611]. Centoquarant’anni dopo, l’ammiraglio inglese Cornwallis commise “precisamente lo stesso errore” [1618], dimostrando che “la lezione è la stessa in tutte le epoche” [1619].
L’11 giugno 1666, Monk attaccò nonostante l’inferiorità numerica, sfruttando il vantaggio del vento [1622]. La sua tattica, “simile a quella di Nelson al Nilo” [1654], fu di “attaccare una forza di gran lunga superiore in modo tale che solo una parte di essa potesse entrare in azione” [1655]. Tuttavia, la linea inglese si estese troppo e si disperse [1658, 1660], permettendo agli olandesi di tagliarne un angolo [1659]. Un testimone oculare descrisse la confusione: “l’azione continuò fino alle dieci di sera, amici e nemici mescolati insieme” [1656].
Il secondo giorno evidenziò la mancanza di disciplina olandese. Mentre l’inglese “era in ordine ammirevole” [1676], tra gli olandesi “ogni squadrone agiva diversamente, senza linea, e tutte le navi ammassate insieme come un gregge di pecore” [1674]. L’ammiraglio olandese De Ruyter rimproverò il suo luogotenente Tromp: “Questo non è tempo di rallegrarsi, ma piuttosto di piangere” [1673]. La condotta di alcuni ufficiali olandesi mostrava “mancanza di subordinazione e di sentimento militare” [1671].
Nei giorni successivi, gli inglesi in ritirata bruciarono navi disabilitate [1683] e persero la grande nave “Royal Prince”, incagliata [1685]. Il quarto giorno, dopo il ricongiungimento con la squadra di Rupert [1688], la battaglia si concluse con gli olandesi che attaccarono il corpo principale inglese da due lati, gettandolo “nella confusione” [1713]. Un resoconto riporta le perdite: gli Stati (Olanda) persero “tre vice-ammiragli, duemila uomini e quattro navi”, mentre gli inglesi persero “cinquemila uccisi e tremila prigionieri; e persero inoltre diciassette navi” [1720, 1721].
La sconfitta inglese fu dovuta “totalmente all’errore originale di indebolire la flotta con un grande distaccamento” [1722]. Una seconda lezione è “la necessità di solide istituzioni militari per impiantare un corretto sentimento, orgoglio e disciplina militare” [1728]. La differenza fu notata dal francese De Guiche, che scrisse: “Niente eguaglia il bell’ordine degli inglesi in mare. Mai fu tracciata una linea più dritta di quella formata dalle loro navi” [1732], mentre gli olandesi avanzavano “come una cavalleria i cui squadroni lasciano i loro ranghi” [1734].
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14 Inferiorità tattica e declino della disciplina nelle marine olandese e inglese
La corruzione di corte e l’indifferenza commerciale minano l’efficienza navale, mentre il predominio dell’abilità marinara su quella militare indebolisce la capacità tattica.
La superiorità dell’ammiraglio olandese Ruyter non poté compensare “the weakness or incapacity of part of the Dutch officers, and the manifest inferiority of the men under their orders” [1744]. In Inghilterra, l’impronta di Cromwell si affievoliva e “Court extravagance cut down the equipment of the navy as did the burgomaster’s parsimony, and court corruption undermined discipline” [1747]. Un problema strutturale era la separazione tra comando militare e governo della nave, affidata a ufficiali di diversa estrazione. Il principio era “a clean division between the direction of the fighting and of the motive power of the ship” [1751], ma la fusione delle due funzioni portò al predominio della marineria sulla scienza militare: “the naval officer came to feel more proud of his dexterity in managing the motive power of his ship than of his skill in developing her military efficiency” [1756]. Questo fu particolarmente evidente nella marina inglese, dove “the pride of the seaman took the place of the pride of the military man” [1758]. Al contrario, in Francia, “the more military spirit of the government, and especially of the nobility” [1760] fece sì che gli ufficiali pensassero più ai cannoni che alle vele. La conseguenza fu che, nonostante carenze nautiche, ufficiali francesi “first of all military men” [1771] incontrarono i loro nemici “on more than equal terms as to tactical skill” [1771]. La Battaglia dei Quattro Giorni segnò un passaggio nelle tattiche di squadra, dove la preoccupazione principale divenne “to keep his fleet in good order and compact as long as possible” [1785], sacrificando anche il vantaggio del vento per riunire la flotta. Tuttavia, dopo questa battaglia, la risoluzione fatale del re d’Inghilterra, spinto dalla povertà, fu “of laying up his great ships and keeping only a few frigates on the cruise” [1801], preferendo una guerra al commercio allo scontro di grandi flotte.
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15 La guerra di corsa e i suoi limiti
Una strategia navale basata solo sulla cattura dei mercantili nemici si rivela inefficace e non decisiva.
La guerra di corsa, o guerre de course, che mira a danneggiare il nemico depredandone i commerci, è una strategia attraente per la sua economicità. Tuttavia, essa “non può reggersi da sola; deve essere sostenuta” [1811] da una potenza navale solida, come una flotta o una base lontana. Senza questo supporto, i corsari possono solo infliggere colpi dolorosi ma non fatali: “il suo operato, sebbene di successo in sé, imbarazzerà molto il governo straniero e affliggerà il suo popolo” [1810], ma non sarà decisivo.
La storia ne fornisce esempi. Dopo la pace di Breda del 1667, l’Inghilterra di Carlo II, che aveva adottato questa politica parsimoniosa, subì l’umiliazione di vedere “le sue coste insultate, il suo naviglio bruciato quasi a vista della sua capitale” [1869-1870]. Al contrario, furono le potenti flotte di Cromwell a paralizzare i commerci olandesi. Anche quando la Francia di Luigi XIV, durante la Guerra di Successione Spagnola, si affidò principalmente ai corsari, le flotte inglesi e olandesi, non contrastate, controllarono il Mediterraneo e supportarono le operazioni militari, mentre “ventimila marinai francesi giacevano nelle prigioni inglesi” [1855].
Nonostante le numerose catture di mercantili, questa strategia non impediva la prosperità della nazione avversaria. Durante la Guerra dei Sette Anni, sebbene i corsari francesi catturassero migliaia di navi inglesi, “il commercio dell’Inghilterra aumentava gradualmente ogni anno” [1852]. Allo stesso modo, nella Guerra Civile Americana, le scorrerie dell’Alabama inflissero un danno “indiscutibile” [1884] all’industria marittima del Nord, ma questo “non influenzò o ritardò in minima misura l’esito della guerra” [1885]. Simili azioni, conclude l’autore, “sono più irritanti che debilitanti” [1886].
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16 Il progetto di Leibnitz e la scelta di Luigi XIV
Un piano alternativo per la supremazia marittima francese viene ignorato a favore di una guerra contro l’Olanda, che avvantaggia l’Inghilterra.
Luigi XIV, dopo aver apparentemente ceduto, decise in segreto di distruggere la repubblica olandese, una politica contraria a quella di Richelieu e al vero interesse della Francia “But, though he dissembled and yielded, from that time he set his mind upon the destruction of the republic” [1916]. Questa scelta avvantaggiava l’Inghilterra, poiché una Francia impigliata nella politica continentale non poteva sperare di “wrest the control of the seas from England without an ally” [1920], alleato che Luigi stesso si proponeva di distruggere.
Prima che questa politica fosse attuata, a Luigi fu proposto un corso diverso: il progetto di Leibnitz. Esso proponeva di “make continental expansion secondary and growth beyond the sea the primary object of France” [1924], basando la grandezza del paese sul controllo del mare e del commercio. L’obiettivo immediato era la conquista dell’Egitto, che avrebbe dato il controllo della grande rotta commerciale e, passo dopo passo, avrebbe portato la Francia a diventare una grande potenza marittima, come successo all’Inghilterra con il possesso dell’India “and France would have been led step by step, as England has been led by the possession of India, to the seizure of points like Malta, Cyprus, Aden, in short, to a great sea power” [1928].
Leibnitz sosteneva che la guerra all’Olanda in Europa avrebbe rovinato il commercio francese e sarebbe stata rischiosa, mentre “In Egypt, on the contrary, a repulse, almost impossible, will be of no great consequence, and victory will give the dominion of the seas, the commerce of the East and of India” [1936]. L’Egitto era la chiave per colpire la prosperità olandese, poiché “It is in Egypt that Holland will be conquered ; it is there she will be despoiled of what alone renders her prosperous, the treasures of the East” [1939].
Tuttavia, “The memorial had no effect” [1942]. Luigi XIV isolò diplomaticamente l’Olanda e strinse un’alleanza offensiva con l’Inghilterra. Per ottenere l’aiuto di Carlo II, Luigi non solo promise denaro, ma anche territori chiave che avrebbero dato all’Inghilterra il controllo delle foci dei fiumi commerciali. Inoltre, acconsentì che il comando supremo della flotta alleata fosse inglese “the officer bearing the admiral’s flag of England should command in chief” [1952]. Era evidente che, nella sua fretta di distruggere l’Olanda, Luigi “was playing directly into England’s hand, as to power on the sea” [1954].
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17 La battaglia del Texel e il fallimento dell’alleanza anglo-francese
Una flotta olandese inferiore di numero, guidata da De Ruyter, sconfigge strategicamente la coalizione anglo-francese, salvando le Province Unite dall’invasione.
Nel 1673, durante la guerra franco-olandese, tre battaglie navali furono combattute vicino alle coste delle Province Unite [2050]. La più decisiva fu la battaglia del Texel, del 21 agosto [2050]. L’ammiraglio olandese De Ruyter attaccò per primo, scegliendo il momento e ritirandosi a piacimento sotto la protezione delle proprie coste [2051]. La sua flotta, numericamente inferiore (70 navi contro 90 alleate), era risoluta a “opporsi ai suoi disegni e distruggere le sue navi” [2053]. Ruyter divise le sue forze, inviando una piccola squadra a tenere impegnati i francesi, mentre con il grosso attaccò gli inglesi [2070]. Questo piano gli permise di “impegnare gli inglesi a condizioni uguali” [2071, 2072].
La condotta francese fu inefficace. Il loro comandante, D’Estrees, non seguì la squadra olandese che, dopo aver attraversato la sua linea, andò a rinforzare Ruyter [2075, 2076]. Nel frattempo, nella retroguardia inglese, l’ammiraglio Spragge fermò la sua intera divisione per un duello personale con l’olandese Tromp, separandosi dal corpo principale [2082, 2084]. Rupert, al centro, si trovò così solo contro Ruyter [2087]. Nonostante la superiorità di fuoco alleata non fosse sfruttata appieno [2088], la battaglia si concluse con le flotte che si separarono [2091]. Il risultato strategico fu però una vittoria olandese: “aprirono i loro porti, che erano completamente bloccati, e misero fine a tutti i pensieri, rimuovendo la possibilità, di un’invasione” [2092].
Le recriminazioni tra gli alleati furono amare [2096]. Un rapporto ufficiale francese suggerisce disonore [2098], e un marinaio olandese commentò sarcasticamente che i francesi erano lì solo per “vedere che [gli inglesi] guadagnassero il loro salario” [2104]. L’intendente navale francese a Brest notò che “in tutte queste battaglie navali Ruyter non si è mai curato di attaccare la squadra francese” [2105]. La battaglia del Texel dimostrò la debolezza intrinseca delle coalizioni marittime, spesso “divise fino al limite dell’odio” [2109], e confermò De Ruyter all’apice della sua gloria militare [2118].
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18 La battaglia di Stromboli e la morte di De Ruyter
Un’analisi tattica dello scontro navale del 1676 tra francesi e olandesi, e le sue conseguenze.
La superiorità marittima olandese aveva ridotto il valore della Svezia come alleata per Luigi XIV. Un altro conflitto navale sorse nel Mediterraneo con la rivolta dei siciliani contro il dominio spagnolo. La Francia aiutò i rivoltosi come diversivo, ma l’impresa siciliana rimase un fatto secondario. Il suo interesse navale deriva dallo scontro tra l’ammiraglio olandese De Ruyter e il francese Duquesne. Messina si ribellò nel luglio 1674 e il re di Francia la prese sotto la sua protezione. La flotta spagnola si comportò male e all’inizio del 1675 i francesi si erano stabiliti in città. La Spagna, incapace di difendere l’isola, chiese aiuto alle Province Unite, che, sebbene esauste dalla guerra, inviarono De Ruyter con una squadra di sole diciotto navi. L’ammiraglio partì dicendo che la forza era troppo piccola. Raggiunse Cadice a settembre, mentre i francesi si rafforzavano catturando Agosta. De Ruyter, ritardato dal governo spagnolo, raggiunse la Sicilia a fine dicembre e incrociò tra Messina e le Isole Lipari.
Il 7 gennaio 1676, la flotta francese di venti navi di linea fu avvistata. Gli olandesi ne avevano diciannove, generalmente inferiori. Il primo giorno fu dedicato a manovre, ma di notte il vento cambiò, dando ai francesi il vantaggio del vento. Duquesne decise di attaccare. “An emotion of surprise must be felt at seeing the great Dutch admiral surrender the choice of attack on the 7th” [2167]. Le sue ragioni non ci sono state tramandate; “it may be that the defensive advantages of the lee-gage had been recognized by this thoughtful seaman, especially when preparing to meet, with inferior forces, an enemy of impetuous gallantry and imperfect seamanship” [2170]. La battaglia di Stromboli anticipa parzialmente le tattiche di un secolo dopo: “in this case it is the French who seek the weather-gage and attack with fury, while the Dutch take the defensive” [2172].
I due schieramenti si disposero in linea di battaglia. “At nine a. m. the French line kept away all together and ran down obliquely upon the Dutch, a manoeuvre difficult to be performed with accuracy, and during which the assailant receives his enemy’s fire at disadvantage” [2175]. Due navi della prima linea francese furono gravemente danneggiate. “M. de la Fayette, in the ‘Prudente,’ began the action ; but having rashly thrown himself into the midst of the enemy’s van, he was dismantled and forced to haul off” [2177]. Ne seguì confusione. “Vice-Admiral de Preuilli, commanding the van, in keeping away took too little room, so that in coming to the wind again, the ships, in too close order, lapped and interfered with one another’s fire” [2181]. I francesi entrarono in azione in successione. “In the midst of a terrible cannonade, Duquesne, commanding the centre, took post on the beam of Ruyter’s division” [2185]. “Langeron and Bethune, commanding leading ships of the French centre, are crushed by superior forces” [2187]. Questo accadde perché “the French had not yet repaired the disorder of the first movement” [2189]. Alla fine, tutti entrarono in azione e Duquesne ripristinò gradualmente l’ordine. Gli olandesi resistettero ovunque. Si dice che Ruyter abbia ceduto terreno con le sue due divisioni di testa, ma non è chiaro se per debolezza o per una mossa tattica. La retroguardia olandese si separò. L’azione principale terminò alle 16:30. La fuga delle navi olandesi danneggiate “shows how injured the French must have been” [2196].
Questa battaglia presenta tutte le caratteristiche descritte da Clerk nel suo lavoro sulle tattiche navale pubblicato intorno al Clerk partiva dal postulato che i marinai inglesi fossero superiori in abilità o spirito, e quindi desiderosi di attaccare, mentre i francesi, consci della loro inferiorità, evitavano gli scontri decisivi. Il loro piano era “to take the lee-gage, the characteristic of which… is that it is a defensive position, and to await attack” [2202]. L’errore inglese, secondo Clerk, era attaccare scendendo in linea parallela, manovra che Duquesne usò a Stromboli con le conseguenze da lui indicate: “confusion in the line, the van arriving first and getting the brunt of the fire of the defence, disabled ships in the van causing confusion in the rear, etc.” [2205]. Clerk sottolineava anche che una conseguenza necessaria della posizione sottovento era “to aim at the assailant’s spars, his motive power” [2208]. A Stromboli, le condizioni dei francesi erano tali che, nonostante la retroguardia olandese fosse separata, questa “was practically unmolested by the French” [2208]. “It is evident that he [Ruyter] reaped all its benefits, and that the character of the French officers of his day, inexperienced as seamen and of impetuous valor, offered just the conditions that gave most advantage to an inferior force standing on the defensive” [2209]. D’altra parte, “the French admiral attacked in a wholly unscientific manner, ship against ship, without an attempt to concentrate on a part of the enemy” [2222]. Tali tattiche non possono essere paragonate a quelle di Solebay o del Texel, ma poiché Duquesne era il miglior ufficiale francese del secolo, questa battaglia ha un suo valore nella storia della tattica.
Dopo lo scontro, De Ruyter salpò per Palermo. Il 22 aprile, De Ruyter e Duquesne si incontrarono di nuovo al largo di Agosta. Duquesne aveva ventinove navi, gli alleati spagnoli e olandesi ventisette. Comandava in capo lo spagnolo, che prese il centro della linea, contro il parere di Ruyter. Ruyter prese la testa e gli alleati, avendo il vento, attaccarono: “but the Spanish centre kept at long cannon range, leaving the brunt of the battle to fall on the Dutch van” [2232]. In questo scontro, “De Ruyter, who never before in his long career had been struck by an enemy’s shot, received a mortal wound” [2234-2235]. Morì una settimana dopo a Siracusa, e con lui svanì l’ultima speranza di resistenza sul mare. Un mese dopo, le flotte spagnola e olandese furono attaccate all’ancora a Palermo e molte distrutte. L’impresa siciliana rimase solo un diversivo, e “the slight importance attached to it shows clearly how entirely Louis XIV. was bent on the continental war” [2238-2239].
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19 Le mosse di Luigi XIV e la risposta europea
L’espansione francese allarma l’Europa, mentre il declino navale inglese e olandese offre un’opportunità.
L’aggressione di Luigi XIV, culminata con la presa di Strasburgo e Casale, allarmò profondamente l’Europa, creando “un’agitazione grandissima; in ogni direzione Luigi, serenamente fiducioso nel suo potere, si stava creando nuovi nemici e alienandosi gli antichi amici” [2324]. Si formò una coalizione segreta, la Lega di Augusta, con “l’oggetto difensivo solo contro la Francia” [2358]. Intanto, “la marina armata della Francia cresceva quotidianamente in forza ed efficienza” [2334], mentre quelle d’Inghilterra e Olanda declinavano [2335].
La svolta avvenne con l’ascesa al trono inglese di Giacomo II, il cui cattolicesimo e simpatia per la Francia “precipitò l’azione dell’Europa contro di lui” [2346]. Sua figlia Maria e suo genero, Guglielmo d’Orange, divennero i punti di riferimento per l’opposizione. La decisione di Luigi di revocare concessioni commerciali olandesi “infliggendo un severo colpo al commercio olandese… mise tutta l’Olanda a disposizione di Guglielmo” [2366]. Quando Luigi dichiarò guerra alla Germania nel settembre 1688, Guglielmo poté finalmente salpare per l’Inghilterra, sbarcando a Torbay e portando alla fuga di Giacomo II. “L’Inghilterra e l’Olanda non solo erano alleate, ma unite sotto lo stesso capo” [2390].
Nonostante la superiorità navale francese, Luigi non riuscì a sfruttarla per sostenere efficacemente Giacomo II in Irlanda, permettendo agli inglesi di mantenere le comunicazioni [2407]. La guerra assunse quindi il carattere di un conflitto continentale, con la flotta francese che gradualmente scomparve dagli oceani [2394], lasciando spazio a una guerra di corsa su larga scala [2395].
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20 La battaglia di Beachy Head e le scelte strategiche francesi
Due strategie navali a confronto per il controllo dell’Irlanda, culminate in una vittoria francese non sfruttata.
La Francia, nella Guerra della Lega di Augusta, doveva scegliere se attaccare direttamente la flotta alleata o sostenere la campagna in Irlanda. Scelse la prima opzione, ma “non c’era motivo di trascurare, come fece, l’importante compito di tagliare le comunicazioni tra le due isole” [2416]. Nonostante un iniziale invio di truppe in Irlanda, le navi francesi rimasero inattive, permettendo a Guglielmo d’Orange di attraversare il Canale con scorta minima e sbarcare a Carrickfergus il 24 giugno [2417, 2418, 2419]. La negligenza nel controllare le comunicazioni fu “particolarmente strana nei francesi” [2420], al punto che “le comunicazioni inglesi non furono minacciate neanche per un’ora” [2422].
La flotta francese di Tourville, composta da 78 navi, salpò il 22 giugno [2423]. Dopo aver sorpreso la flotta inglese, le due formazioni si mossero verso est. In un contesto politico critico per l’Inghilterra, il consiglio ordinò all’ammiraglio Herbert di attaccare [2428, 2430]. Ne seguì la battaglia di Beachy Head (10 luglio) [2432]. La flotta alleata, composta da olandesi in testa e inglesi al centro, eseguì male la manovra d’attacco: “l’avanguardia si trovò sotto il fuoco prima del centro e della retroguardia, e ne sopportò il peso della perdita” [2437]. Herbert “non attaccò vigorosamente con il centro, mantenendolo a lungo raggio” [2439], lasciando un “grande varco” [2446]. I francesi sfruttarono questa disposizione: la loro avanguardia mise gli olandesi “tra due fuochi” [2451], mentre navi fresche del centro francese rafforzarono l’attacco [2453].
Un calo di vento e la marea salvarono gli alleati, che fuggirono verso est dopo aver ancorato [2455, 2457]. Molte navi erano così malconce che “si decise piuttosto di distruggere le navi disabilitate che rischiare un’azione generale per preservarle” [2459]. Tourville inseguì, ma “mantenne la linea di battaglia, riducendo la velocità della flotta a quella delle navi più lente” [2460], invece di ordinare un inseguimento generale. Questa “lentezza dell’inseguimento” fu considerata colpevole, poiché gli alleati fuggirono “incagliando sedici delle loro navi e bruciandole sotto gli occhi del nemico” [2466]. La vittoria, sebbene “la più completa mai ottenuta” secondo Hoste [2464], non fu decisiva.
Tourville è descritto come un tattico abile e coraggioso, con “una conoscenza scientifica della tattica” [2476]. Tuttavia, “sembra essere venuto meno, come molti guerrieri, nella capacità di assumersi una grande responsabilità” [2477]. La cautela dopo Beachy Head e l’obbedienza cieca agli ordini a La Hougue rivelano che “era abbastanza coraggioso per fare qualsiasi cosa, ma non abbastanza forte per sopportare i fardelli più pesanti” [2479].
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21 La decadenza della Francia per isolamento e la successione spagnola
Una nazione, per quanto potente, non può vivere indefinitamente solo delle proprie forze.
La Francia, sebbene ricca di risorse e di un popolo industrioso, si indebolì perché fu tagliata fuori dal commercio e dallo scambio con l’esterno. “Con tutti i suoi doni naturali la Francia deperiva per mancanza di quel vivace scambio tra le diverse parti del suo stesso corpo e del costante commercio con altri popoli” [2640]. Questo isolamento, accentuato dalle guerre di Luigi XIV che la gettarono “indietro su se stessa” [2650], le impedì di attingere forza dall’esterno. La lezione è che “le nazioni, come gli uomini, per quanto forti, decadono quando sono tagliate fuori dalle attività e risorse esterne” [2658]. L’unica via di fuga sarebbe stato il controllo del mare [2651].
Nel frattempo, l’Europa si preparava alla Guerra di Successione Spagnola, prevedendo la morte del re di Spagna. La posta in gioco era l’immenso impero spagnolo, i cui territori in Europa includevano i Paesi Bassi, Napoli, la Sicilia e il nord Italia [2666-2667]. Le potenze marittime, Inghilterra e Olanda, si opponevano a qualsiasi estensione francese nei Paesi Bassi spagnoli e al monopolio francese del commercio con l’America spagnola [2676]. La questione da risolvere era se l’intero impero andasse a un unico erede, o se fosse partizionato per mantenere l’equilibrio di potere in Europa [2663].
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22 La Guerra di Successione Spagnola e il ruolo del potere marittimo
Il conflitto per la successione spagnola e la lotta per il controllo del commercio e delle colonie.
L’accettazione del testamento da parte di Luigi XIV, che univa le corone di Francia e Spagna, allarmò le potenze europee. “The union of the two kingdoms under one family promised important advantages to France” [2687] e “an alliance, the result of family ties, which only the weakness of Spain kept from being dangerous to the rest of Europe” [2688]. Inghilterra e Olanda, le potenze marittime, proposero una spartizione per salvaguardare i loro interessi commerciali, poiché in quel compromesso “is seen the growing sense of the value of extension by sea” [2691]. Luigi XIV non cedette, occupando città nei Paesi Bassi [2692].
La guerra divenne inevitabile dopo che Luigi riconobbe il figlio di Giacomo II come re d’Inghilterra, provocando la reazione inglese [2710]. La coalizione (Inghilterra, Olanda e l’imperatore d’Austria) siglò un trattato segreto i cui termini “safeguarding their commercial interests show” [2701] che la voce delle potenze marittime era preminente. L’obiettivo non era inizialmente contestare il trono a Filippo V, ma “to seize, to the benefit of their commerce and colonial empire, such portions of the Spanish American possessions” [2724] e impedire l’unione delle corone e il controllo francese delle Indie spagnole [2699].
Tuttavia, la proclamazione di un candidato austriaco, Carlo III, e il suo sbarco a Lisbona nel 1704 [2751] cambiarono i piani, legando le flotte alla penisola iberica. Un evento cruciale fu la distruzione dei galeoni spagnoli a Vigo nel 1702, un colpo alle finanze nemiche [2744] che “impressed [the King of Portugal] with a sense of the power of the allied navies” [2748]. Il Portogallo, la cui posizione lo rendeva naturalmente soggetto “to the influence of the power controlling the sea” [2749], divenne l’alleato fedele dell’Inghilterra. La guerra si risolse per l’Inghilterra con il guadagno di basi strategiche come Gibilterra e Port Mahon, diventando una potenza mediterranea [2728], e con il vantaggio commerciale del trattato di Methuen con il Portogallo [2730].
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23 La presa di Gibilterra e le campagne navali nella Guerra di Successione Spagnola
L’occupazione inglese di Gibilterra e le battaglie navali che ne seguirono, mentre la guerra terrestre infuriava in Europa.
La flotta anglo-olandese, non potendo inizialmente agire a Barcellona o contro la flotta francese riunita a Tolone, decise di attaccare Gibilterra, ritenuta scarsamente presidiata e di importanza strategica. “Rooke at last, chafing at the humiliating inaction, and ashamed to go home without doing something, decided to attack Gibraltar” [2777]. Il luogo fu bombardato e preso d’assalto il 4 agosto 1704, data che segna l’inizio del possesso inglese “the key of the Mediterranean” [2779].
Per riconquistarla, una flotta francese al comando del Conte di Tolosa affrontò quella alleata al comando di Rooke nella battaglia di Malaga. Lo scontro, descritto come “wholly unscientific method of attack” [2787], fu lungo ma inconcludente. Il giorno seguente, i francesi non attaccarono nonostante il vento favorevole, mentre gli alleati erano a corto di munizioni “several of the allied ships were towed out of line, because they had not powder and ball for a single broadside” [2798], anche a causa delle munizioni usate per Gibilterra.
La flotta inglese si ritirò a Lisbona, rifornendo Gibilterra, mentre i francesi tornarono a Tolone. I successivi attacchi francesi alla rocca fallirono. Questa sconfitta iniziò una reazione negativa in Francia contro la marina, il cui valore fu dimenticato a favore dell’esercito “The wonders to which it had given birth, its immense services, were forgotten. Its value was no longer believed” [2806-2807].
Nel 1705, la flotta alleata supportò Carlo III in Catalogna, dove Barcellona si arrese. L’anno dopo, un assedio francese alla città fu rotto dall’arrivo della flotta alleata “the French ships retired, and the siege was raised in disorder” [2825]. Contemporaneamente, un’offensiva da Portogallo, base supportata dal potere marittimo, permise agli alleati di raggiungere e occupare Madrid nel giugno Tuttavia, l’ostilità della popolazione e la mancanza di rifornimenti li costrinsero a ritirarsi. Una decisiva sconfitta a Almansa nell’aprile 1707 fece tornare tutta la Spagna, tranne parte della Catalogna, sotto il controllo di Filippo V.
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24 Le conseguenze della Guerra di Successione Spagnola e la Pace di Utrecht
L’egemonia marittima britannica si afferma, mentre Francia e Olanda declinano.
Il conflitto per la successione al trono spagnolo si concluse con la Pace di Utrecht (1713). La Gran Bretagna emerse come potenza marittima dominante, acquisendo “Gibraltar and Port Mahon in the Mediterranean” [2903], “the colonies already mentioned in North America” [2903] come Nova Scotia, e il monopolio del commercio di schiavi con l’America spagnola (Asiento). La sua forza commerciale e navale fu enormemente accresciuta, come confermato dalla crescita di “our shipping employed since the peace, in the fisheries, and in merchandise” [2913].
La Francia, pur avendo posto un Borbone sul trono di Spagna, uscì dalla guerra “worn out” [2897], con la “sea strength… exhausted” [2898]. Dovette cedere territori in Nord America, smantellare il porto di Dunkirk e vedere il proprio commercio americano danneggiato. L’Olanda, pur ottenendo alcune piazzeforti nei Paesi Bassi, “obtained nothing at sea, — no colony, no station” [2915] e il suo declino come potenza navale e commerciale divenne irreversibile: “Holland ceased to be numbered among the great powers of Europe” [2927].
I cambiamenti territoriali furono vasti. La Spagna mantenne le Americhe ma perse i suoi possedimenti europei: “Sardinia being given to Austria, Minorca… to Great Britain, and Sicily to the Duke of Savoy” [2893], oltre a Napoli, Milano e i Paesi Bassi spagnoli (divenuti austriaci). L’Austria guadagnò questi territori, ma l’esito più significativo per l’Europa fu l’ascesa della Prussia come regno militare. La guerra, i cui principali teatri furono terrestri, ridisegnò gli equilibri di potere a favore della potenza navale britannica.
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25 L’ascesa del potere marittimo inglese e il declino francese
La posizione dominante dell’Inghilterra sul mare dopo la Guerra di Successione Spagnola, a discapito della Francia.
L’Inghilterra emerse dalla Guerra di Successione Spagnola come la potenza marittima indiscussa, un potere che “non aveva rivali” e che le permise di “controllare il grande commercio del mare aperto” [2949]. Questo primato non era basato solo su una grande marina, ma sull’unione di questa con un commercio prospero, un vantaggio “grande e solido” acquisito durante quel conflitto [2962, 2966]. Prima della guerra, l’Inghilterra era una delle potenze marittime; dopo, divenne la potenza marittima, “senza un secondo” [2963]. La sua marina superiore proteggeva il commercio, rendendo le navi mercantili britanniche “vettori molto più sicuri” e attirando il traffico mondiale [2954]. La nazione era ricca, pronta a sfruttare la pace, e il suo potere era “completamente nelle sue mani” [2965, 2966].
Al contrario, la Francia, pur avendo avuto una potente marina nel 1688, vide questa “appassire come una foglia nel fuoco” dopo aver scelto nel 1672 l’espansione continentale, abbandonando i piani marittimi di Colbert [2960, 2976, 2979]. Nonostante avesse confini quasi inviolati e condizioni iniziali migliori di altri nemici, alla fine del regno di Luigi XIV la Francia era “miserabile ed esausta”, costretta ad accettare termini di pace dettati dall’Inghilterra “sorridente e prospera” [2985, 2986]. La differenza risiedeva nel controllo del mare: per l’Inghilterra, il suo uso era “l’anello centrale” per accumulare ricchezza, mentre la Francia si era chiusa “al mondo esterno” [2971, 2979].
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26 La guerra anglo-spagnola e le tensioni europee (1715-1739)
La potenza marittima inglese si afferma mentre Francia e Spagna si scontrano per l’equilibrio continentale.
Nel periodo successivo alla Guerra di Successione Spagnola, il quadro politico europeo fu segnato da instabilità e nuove alleanze. In Inghilterra, Giorgio I regnava con un sostegno precario, mentre in Francia la Reggenza di Filippo d’Orléans era minacciata dall’ostilità del re di Spagna Filippo V. “Vi era quindi una sensazione di instabilità, di apprensione, nei governi d’Inghilterra e di Francia, che influenzò la politica di entrambi” [3055]. Il Reggente, consigliato dall’abate Dubois, strinse un’alleanza con l’Inghilterra, offrendo concessioni commerciali e impegnandosi a danneggiare il potere marittimo francese, come colmare il porto di Mardyck. “Queste concessioni, tutte tranne una, si noterà, furono a spese della potenza marittima o degli interessi commerciali della Francia” [3062]. Nacque così la Triplice Alleanza (1717) tra Francia, Inghilterra e, in seguito, Olanda.
Contemporaneamente, la Spagna, guidata dal cardinale Alberoni, cercava di ricostruire la sua potenza navale e militare per riconquistare i possedimenti italiani perduti. “Lavorò duramente per far aumentare le entrate, ricostruire la marina e riorganizzare l’esercito” [3070]. Tuttavia, l’ostilità di Filippo V verso il Reggente francese e le sue mire sul trono di Francia alienarono un potenziale alleato naturale. I negoziati fallirono e il risultato fu che “Inghilterra e Francia furono legate insieme contro la Spagna, — una politica cieca per i due regni borbonici” [3076].
La tensione esplose quando la Spagna, in risposta a un insulto dell’imperatore, invase e conquistò la Sardinia nel “Una spedizione di dodici navi da guerra e ottantaseicento soldati fu inviata contro la Sardegna… e ridusse l’isola in pochi mesi” [3087]. Francia e Inghilterra intervennero per evitare una guerra generale, proponendo lo scambio della Sicilia (al Duca di Savoia) con la Sardegna e offrendo alla Spagna Parma e Toscana. La Spagna rifiutò e l’alleanza anti-spagnola divenne Quadruplice con l’adesione dell’Olanda. Alberoni orchestrò una vasta rete di cospirazioni diplomatiche in tutta Europa, ma la sua sorte fu segnata sul mare.
Nel 1718, una flotta spagnola scortò un esercito di trentamila uomini in Sicilia. L’ammiraglio inglese Byng fu inviato nel Mediterraneo. Dopo un rifiuto di sospendere le armi, Byng cercò e distrusse la flotta spagnola al largo di Capo Passaro. “La marina spagnola fu praticamente annientata” [3111]. Un rapporto asciutto di un capitano inglese riassunse l’azione: “Signore, — Abbiamo preso o distrutto tutte le navi spagnole su questa costa, il numero come a margine” [3117]. L’anno seguente, le forze francesi, in ossequio all’alleanza, invasero il nord della Spagna e distrussero gli arsenali navali, “bruciando nove grandi navi in costruzione, oltre ai materiali per altre sette” [3126]. La Spagna, senza marina, fu costretta a cedere. Alberoni fu dimesso e accettò i termini della Quadruplice Alleanza. “Il potere austriaco, necessariamente amichevole verso l’Inghilterra, fu così saldamente insediato nel Mediterraneo centrale” [3138].
Parallelamente, l’Inghilterra esercitò la sua potenza marittima nel Baltico per preservare l’equilibrio di potere minacciato dalla Russia di Pietro il Grande. “L’Inghilterra… inviò la sua flotta” [3146]. La minaccia della forza navale inglese convinse lo zar a fare pace con la Svezia nel 1721, cedendo le province baltiche orientali.
I dodici anni seguenti furono di pace incerta. Le tre grandi rimostranze della Spagna erano: “la Sicilia e Napoli in possesso dell’Austria, Gibilterra e Mahon nelle mani dell’Inghilterra, e infine, il vasto commercio di contrabbando svolto dai mercanti e dalle navi inglesi in America spagnola” [3158]. Il commercio illecito inglese nelle colonie spagnole divenne la principale fonte di attrito. La Spagna, incapace di fermarlo legalmente, ricorse a perquisizioni violente e illegali di navi inglesi in alto mare. “Le navi da guerra e le guardacoste furono istruite, o almeno autorizzate, a fermare e perquisire le navi inglesi in alto mare, al di fuori della giurisdizione spagnola” [3227]. I resoconti di saccheggi e torture, come il celebre caso del capitano Jenkins a cui fu strappato un orecchio, alimentarono la rabbia popolare in Inghilterra.
I ministri di Francia e Inghilterra, il cardinale Fleuri e Sir Robert Walpole, condividevano il desiderio di pace. Walpole temeva per la successione inglese e per il commercio; Fleuri, anziano, cercava quiete e sviluppo interno. Sotto Fleuri, il commercio marittimo francese fiorì spontaneamente, ma la marina militare fu trascurata. “La marina fu lasciata decadere sempre più… quando la guerra con l’Inghilterra era imminente da cinque anni, la Francia aveva solo quarantacinque navi di linea contro le novanta dell’Inghilterra” [3199]. Walpole, contando sulla cooperazione di Fleuri, cercò di gestire le crisi con dimostrazioni navali, come il blocco di Porto Bello, che però causò migliaia di morti per malattia.
La fiducia di Walpole fu tradita quando Fleuri, durante la Guerra di Successione Polacca (1733-1738), stipulò un’alleanza segreta con la Spagna contro gli interessi commerciali inglesi. “Gli abusi che si sono introdotti nel commercio, specialmente per opera degli inglesi, saranno aboliti; e se gli inglesi faranno obiezioni, la Francia respingerà la loro ostilità con tutte le sue forze per terra e per mare” [3246]. In quella guerra, la Spagna conquistò facilmente Napoli e Sicilia, stabilendo il regno borbonico delle Due Sicilie e alterando l’equilibrio nel Mediterraneo a svantaggio dell’Inghilterra. La Francia, dal canto suo, ottenne con la pace la Lorena.
Le pressioni per la guerra in Inghilterra divennero insostenibili. Walpole, ormai anziano e riluttante, fu travolto dall’ondata popolare. L’Inghilterra presentò un ultimatum alla Spagna chiedendo la rinuncia al diritto di perquisizione e il riconoscimento delle sue pretese in America. Al rifiuto, la guerra fu dichiarata il 19 ottobre Fleuri, suo malgrado, fu costretto a onorare l’alleanza difensiva con la Spagna, inviando una squadra navale a scortare la flotta spagnola, un atto che mantenne una pace solo nominale con l’Inghilterra. “I due ministri avevano tacitamente concordato di seguire linee che apparentemente non potevano incrociarsi… L’uno cercava il potere per mare, l’altro per terra” [3304, 3306]. Lo scoppio della guerra doveva mostrare quale strategia fosse stata più saggia.
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27 Le grandi guerre per il dominio coloniale e marittimo (1739-1763)
Un conflitto globale per il controllo dei mari e delle colonie, deciso dalla potenza navale.
La serie di grandi guerre iniziata nel 1739, destinata a durare mezzo secolo, si distinse per il suo carattere globale. La lotta abbracciò i quattro quartieri del mondo, poiché le grandi questioni da determinare erano “il dominio del mare e il controllo di paesi lontani, il possesso di colonie, e, dipendente da queste, l’aumento della ricchezza” [3319]. L’azione del potere marittimo fu evidente, ma per lungo tempo non ci furono grandi battaglie navali perché “la verità non è riconosciuta dal governo francese” [3321]. L’atteggiamento freddo dei governanti francesi portò alla negligenza della marina, “una conclusione predeterminata della sconfitta sulla questione principale, e la distruzione per il momento della sua potenza marittima” [3322].
In Nord America, l’Inghilterra possedeva le tredici colonie, un popolo “essenzialmente autogovernante e autosufficiente, ancora entusiasticamente leale, e per occupazione insieme agricolo, commerciale e marittimo” [3326], dotato di tutti gli elementi del potere marittimo [3327]. La Francia deteneva il Canada, la cui popolazione nel 1750 era di ottantamila persone contro il milione e duecentomila delle colonie inglesi [3341]. Il sistema coloniale francese, “paterno, militare e monacale scoraggiava lo sviluppo dell’iniziativa individuale” [3334]. La forza del Canada risiedeva nel carattere militare della popolazione, ma la sua unica possibilità risiedeva “nel sostegno della potenza marittima della Francia” [3342].
Nelle Indie Occidentali, le isole minori avevano un doppio valore: come posizioni militari e come valore commerciale, “aggiungendo alle proprie risorse o diminuendo quelle del nemico” [3348-3349]. Esse “cambiavano mano come gettoni” [3351], ma attiravano grandi flotte, e lì “ebbe luogo il maggior numero delle azioni di flotta che illustrarono questa lunga serie di guerre” [3352].
In India, le nazioni rivali erano rappresentate dalle loro Compagnie delle Indie Orientali. La Francia aveva il vantaggio di due uomini di grande abilità, Dupleix e La Bourdonnais, ma tra loro sorse un conflitto di idee. “La mente di Dupleix… era fissa sulla costruzione di un grande impero” basato su alleanze terrestri, mentre La Bourdonnais mirava “al dominio supremo del mare, a un dominio basato sulla libera e certa comunicazione con la madrepatria” [3363-3364]. In India, “tutto dipendeva dal controllare il mare” [3366].
Per quanto riguarda le marine militari, all’inizio delle guerre la marina francese era numericamente inferiore a quella inglese e trascurata. Questa negligenza “durò più o meno per tutto il corso di queste guerre, fino al 1760” [3380]. In generale, “le navi francesi costruite tra il 1740 e il 1800 erano meglio progettate e più grandi, classe per classe, di quelle inglesi” [3383].
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28 Battaglia al largo di Tolone
Una flotta inglese insegue e attacca forze navali franco-spagnole in ritirata, in uno scontro segnato da inadempienze tattiche.
Alla fine del 1743, un tentativo spagnolo di sbarcare in territorio genovese fu frustrato dalla flotta inglese, costringendo le navi spagnole a rifugiarsi a Tolone per quattro mesi “unable to go out on account of the English superiority” [3445]. Per scortarle, la Francia inviò una flotta al comando dell’ottantenne ammiraglio de Court, con l’ordine di “not to fire unless he was attacked” [3452]. La flotta combinata, di ventisette navi, salpò il 19 febbraio Inseguita dagli inglesi, fu raggiunta il 22 febbraio. Nonostante la superiorità numerica inglese, “this advantage was reversed by the failure of the English rear to join” [3457], poiché la retroguardia non supportò l’attacco adducendo una scusa tecnica che “was, however, accepted by the subsequent courtmartial” [3459]. L’ammiraglio inglese Matthews, temendo la fuga del nemico, attaccò comunque con la sua nave ammiraglia la “Royal Philip,” nave dell’ammiraglio spagnolo [3460]. Il momento fu propizio, poiché “five Spanish ships had straggled far to the rear” [3463], isolando la loro ammiraglia. L’attacco inglese si concentrò così sul centro alleato, mentre la sua avanguardia rimase senza avversari diretti [3464].
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29 La lezione della battaglia di Tolone: preparazione e leadership
Un’azione navale fallimentare rivela come l’incompetenza e la cattiva leadership possano vanificare una superiorità tecnica.
La battaglia di Tolone fu un “fiasco” militare [3472] i cui risultati principali furono evidenziare il merito di Hawke e, soprattutto, le gravi carenze della marina inglese. La sconfitta non fu dovuta a “mero cowardice” [3472], ma all’“unpreparedness of mind and lack of military efficiency in the captains, combined with bad leadership on the part of the admiral” [3472]. La battaglia costituisce un monito: “the danger of disgraceful failure to men who have neglected to keep themselves prepared, not only in knowledge of their profession, but in the sentiment of what war requires” [3479].
L’inefficienza dimostrata spiega perché l’Inghilterra non ottenne i risultati attesi nonostante la sua “undoubted naval superiority” [3471]. Contrariamente a questa cattiva leadership, l’importanza di un rapporto positivo tra superiore e subordinati è fondamentale: contribuisce “a spirit, a breath of life, which makes possible what would otherwise be impossible” [3474]. L’esempio più alto tra i marinai fu Nelson, il cui stile creava devozione: “This Nelson is so lovable and excellent a man, so kindly a leader, that we all wish to exceed his desires and anticipate his orders” [3489]. Egli stesso definì i suoi capitani “a band of brothers” [3490].
La celebrità dell’azione di Matthews derivò non dal suo esito, ma dal “clamor at home, and chiefly from the number and findings of the courts-martial that followed” [3491]. Alcuni ufficiali condannati, come il capitano Burrish, avevano in precedenza una reputazione irreprensibile, tanto che i contemporanei credevano “next to impossible for Captain Burrish to behave otherwise than as a man of gallantry and intrepidity” [3484]. Il caso dimostra come, senza preparazione mentale e studio, anche uomini di buon carattere possano trovarsi impreparati al momento critico, cadendo in “indecision” [3482].
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30 La reazione inglese e gli esiti della guerra
Una vittoria risveglia l’Inghilterra, ma la debolezza navale e gli interessi continentali ne limitano i frutti.
La battaglia, “la prima azione generale da quella di Malaga quarant’anni prima, ‘woke up’ the English people and brought about a healthful reaction” [3499]. Tuttavia, il potere marittimo inglese si mostrò carente: “Mistress now of the seas rather by the weakness of her enemies than by her own disciplined strength, she drew from that mastery no adequate results” [3503]. Diversi fattori ne ostacolarono l’azione: la condizione effimera degli ufficiali navali, ripetutamente colpevole di “misconduct” [3504], l’insicurezza interna per la causa degli Stuart [3506-3507], e gli interessi continentali. L’Inghilterra non voleva vedere conquistati i Paesi Bassi austriaci, poiché il suo “commercial preponderance would be directly threatened” [3510], ed era condizionata dalla preoccupazione per l’Hannover [3512]. Queste cause combinate impedirono una conduzione efficace della guerra navale [3514]. Sul continente, la Francia, sotto il Maresciallo Saxe, ottenne grandi successi nelle Fiandre, arrivando a minacciare le Province Unite. Saxe sintetizzò la situazione affermando: “‘Sire,’ said he, ’peace is within the walls of Maestricht’” [3518-3519]. La caduta di numerose città [3525] e infine l’assedio di Maestricht nel 1748 [3526] forzarono la pace. In mare, la guerra, sebbene “languishing” [3528], vide nel 1747 due scontri che completarono “the destruction of the French fighting navy” [3529]. L’esito per l’Inghilterra fu deludente: “the outcome of the war was almost nothing as regards the disputes between England and her special enemies” [3515].
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31 La rivalità franco-inglese in India e l’influenza del potere marittimo (1744-1748)
La lotta per il predominio in India tra Francia e Inghilterra, dove il controllo del mare si rivela decisivo nonostante i piani territoriali di Dupleix.
La nomina di La Bourdonnais nel 1735 portò alla trasformazione dell’Isola di Francia in una grande stazione navale, fornendo “storehouses, dock-yards, fortifications, seamen” [3556]. Allo scoppio della guerra nel 1744, tuttavia, la Compagnia francese ordinò di non attaccare gli inglesi, sperando in una neutralità locale [3557]. Questo vantaggio iniziale fu perso, e “his hand was stayed” [3561]. Solo quando la marina inglese iniziò a catturare navi francesi, la compagnia “awake from its illusion” [3562].
Sulla terraferma, il governatore generale Dupleix, insediatosi a Pondicherry nel 1742, formava piani ampi per stabilire il predominio francese in India [3565, 3567]. Il suo obiettivo era “bringing India under the power of France” [3568], vedendo nell’Inghilterra l’unica rivale [3570]. Il suo piano era “to meddle in Indian politics” e agire come vassallo del Gran Mogol [3571], avanzando l’influenza francese attraverso alleanze [3572]. Tuttavia, “the kernel of the question now before Dupleix was not how to build up an empire… but how to get rid of the English” [3576]. L’opposizione europea e il successo di tali piani dipendevano dal “control of the sea” [3578].
Nel 1746, gli inglesi prepararono l’assedio di Pondicherry, ma desistettero dopo la minaccia del Nabob del Carnatic su Madras [3590, 3591]. La Bourdonnais, giunto con una squadra, ingaggiò una battaglia navale inconcludente con gli inglesi, che poi abbandonarono la costa, lasciando “the control at sea with the French” [3592]. Prese Madras per poi riscattarla, causando un aspro conflitto con Dupleix, che voleva annullare la capitolazione [3594, 3595]. Dopo il ritorno di La Bourdonnais in Francia, Dupleix ruppe l’accordo, tenne Madras e attaccò Fort St. David, ma fu costretto a levare l’assedio nel 1747 dall’arrivo di una squadra inglese [3599, 3600].
I disastri della marina francese nell’Atlantico nel 1747 lasciarono gli inglesi “undisturbed masters of the sea” [3602]. L’anno seguente, una grande flotta inglese al comando di Boscawen attaccò Pondicherry, ma Dupleix resistette con successo e un uragano costrinse a levare l’assedio [3604, 3605, 3606]. La notizia della Pace di Aix-la-Chapelle giunse poco dopo [3607]. Un suo termine fu la restituzione di Madras agli inglesi in cambio di Louisburg [3610].
La resa di Madras, imposta da un potere lontano, danneggiò profondamente il prestigio di Dupleix presso i principi locali [3615]. Quella “mysterious power” era “that control of the sea which the French government knew forbade the hope of maintaining that distant dependency against the fleets of England” [3616]. Uno storico francese osserva giustamente che “Naval inferiority was the principal cause that arrested the progress of Dupleix” [3587]. Dupleix stesso non lo vide chiaramente e continuò per anni a costruire “on the sand of Oriental intrigues and lies” [3617].
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32 La battaglia di Minorca e la condotta di Byng
Un attacco a sorpresa, una flotta in ritardo e una battaglia navale indecisa determinata da una sentenza precedente.
Una settimana dopo lo sbarco dell’esercito francese a Minorca, Port Mahon fu assediata e la flotta bloccò il porto. L’azione colse di sorpresa gli inglesi, poiché il governatore e molti ufficiali erano assenti e la guarnigione non era stata rinforzata. L’ammiraglio Byng salpò da Portsmouth solo tre giorni dopo i francesi e, giunto a Minorca sei settimane dopo con tredici navi e quattromila uomini, trovò la situazione compromessa: “a practicable breach had been made in the fortress a week before” [3713].
All’arrivo della flotta inglese, l’ammiraglio francese La Galissoniere le andò incontro per sbarrare l’ingresso al porto. La battaglia che ne seguì fu storicamente legata al tragico evento che ne derivò e all’influenza della precedente condanna dell’ammiraglio Matthews su Byng. Durante lo scontro, Byng “repeatedly alluded to the censure upon that admiral for leaving the line” [3717], e questa preoccupazione ne determinò la condotta.
I due schieramenti si manovrarono finché non si trovarono su rotte non parallele, con un angolo di 30-40 gradi tra loro. L’attacco inglese fu ostacolato dalla distanza tra le due retroguardie, maggiore di quella tra le avanguardie, impedendo all’intera linea di ingaggiare simultaneamente. Le navi di avanguardia inglesi, obbedendo al segnale, si esposero a tre bordate di rovescio che le “seriously dismantled aloft” [3723]. Quando la sesta nave perse l’albero di trinchetto e scompigliò la retroguardia, Byng, invece di dare l’esempio e portare la sua nave in soccorso come fece Farragut a Mobile, fu trattenuto dal timore di una condanna simile a quella di Matthews, dichiarando: “It was Mr. Matthews’s misfortune to be prejudiced by not carrying down his force together, which I shall endeavor to avoid” [3728]. Il combattimento divenne così “entirely indecisive” [3729], con l’avanguardia inglese separata e messa a dura prova.
Dalla parte francese, Galissoniere fu criticato per non aver sfruttato il vantaggio, ma la ragione della sua cautela fu strategica: considerava “the support of the land attack on Mahon paramount to any destruction of the English fleet, if he thereby exposed his own” [3733]. Questa scelta rifletteva una dottrina navale francese che preferiva “the glory of assuring or preserving a conquest” [3734] alla cattura di navi nemiche, un approccio che faceva della marina “simply a branch of the army for a particular occasion” [3736].
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33 La caduta del Canada e il dominio marittimo inglese nella Guerra dei Sette Anni
Una potenza navale superiore consente a un impero di concentrarsi su un solo fronte decisivo.
Mentre la Francia si impegnava in una costosa guerra continentale, l’Inghilterra, sotto la guida di William Pitt, concentrò i suoi sforzi sul mare e sulle colonie, sostenendo Federico di Prussia per dividere le forze nemiche. “England thus had really but one war on hand” [3811]. L’attacco al Canada fu deciso sul mare: la flotta fu essenziale per la presa di Louisburg nel 1758, che “open[ed] the way by the St. Lawrence to the heart of Canada” [3820], e per le operazioni di Wolfe contro Québec nel “All his operations were based upon the fleet” [3822] e lo sbarco decisivo avvenne direttamente dalle navi. Il controllo marittimo fu determinante: “the possession of Canada depended upon sea power” [3825]. Anche il successivo soccorso a Québec nel 1760 dipese dall’arrivo di una squadra inglese, dimostrando che “the enemy saw what it was to be inferior at sea” [3832]. La resa di Montréal nel 1760 pose fine al dominio francese in Nord America.
La potenza marittima inglese si esercitò anche indirettamente, con i sussidi a Federico e gli attacchi alle coste francesi che ne logoravano le risorse. Dopo il 1758, la Francia, stremata, pianificò un’invasione diretta dell’Inghilterra, che richiedeva la riunione delle sue squadre di Tolone e Brest. Questo piano fallì a causa del controllo inglese di Gibilterra e della superiorità navale. Nel 1759, la squadra di Tolone al comando di De la Clue fu intercettata e distrutta da Boscawen al largo di Lagos. Contemporaneamente, la flotta di Brest al comando di Conflans, uscita per scortare un’invasione della Scozia, fu inseguita dall’ammiraglio Hawke. Nonostante il maltempo e i pericoli di una costa insidiosa, Hawke inseguì i francesi dentro la baia di Quiberon, dove “forty-four large ships were about to engage pell-mell” [3932]. La flotta francese fu dispersa o distrutta, ponendo fine a ogni minaccia d’invasione e consolidando il dominio marittimo inglese, che fu sfruttato con un piano articolato di blocchi (a Brest e nel Mediterraneo) e attacchi alle colonie francesi in tutto il mondo.
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34 La battaglia di Plassey e il confronto navale anglo-francese in India
La vittoria di Clive a Plassey e il dominio marittimo inglese decidono le sorti dell’India.
Dopo aver respinto un’offerta di alleanza, Clive sconfisse le forze del nabob del Bengala e impose un trattato di pace. Successivamente, attaccò e costrinse alla resa l’insediamento francese di Chandernagore. “Clive marched out, met the Indian forces and defeated them” [3986]. Tuttavia, il nabob, “as weak as it was treacherous” [3990], complottò con i francesi, portando Clive a ordire una congiura per deporlo. Il risultato fu la battaglia di Plassey (23 giugno 1757), vinta nonostante la schiacciante inferiorità numerica, data “from which, by common consent, the British empire in India is said to begin” [3993]. Un nuovo governatore fantoccio fu insediato e “Bengal thus passed under their control” [3995].
La vittoria terrestre fu resa possibile e sicura dal controllo inglese del mare. “The foundation thus laid could never have been kept nor built upon, had the English nation not controlled the sea” [3997]. Il confronto navale tra le squadre dell’ammiraglio inglese Pocock e del commodoro francese d’Aché fu cruciale. Dopo un primo scontro inconcludente nell’aprile 1758, “This battle prevented the English fleet from relieving Fort St. David, which surrendered on the 2d of June” [4017]. Una seconda battaglia in agosto si risolse in modo simile. D’Aché si ritirò, motivato dalla carenza cronica di rifornimenti: “Prudence commanded him not to prolong a contest from which his ships could not but come out with injuries very difficult to repair” [4020]. Questa “fatal tendency of that economy” [4022] logorò la flotta francese. D’Aché salpò per le isole, dove trovò “a state of the most complete destitution” [4029], e tornò in India solo nel settembre
La sua assenza permise a Lally di assediare Madras senza successo. Al suo ritorno, sebbene superiore, D’Aché fu nuovamente attaccato da Pocock e, dopo una battaglia sanguinosa ma indecisa, “retreated” [4040] e abbandonò definitivamente l’India. “From that time the result was certain” [4043]. Senza rinforzi e isolata, la potenza francese collassò: Pondicherry si arrese nel “This was the end of the French power in India” [4045]. L’esaurimento marittimo della Francia era totale: “The resources of France were exhausted” [4050], e la successiva entrata in guerra della Spagna fu tardiva e inefficace.
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35 L’ascesa marittima dell’Inghilterra e il Trattato di Parigi del 1763
Una potenza navale trionfante consolida il suo impero e guarda al futuro
La guerra dei Sette Anni confermò la supremazia marittima e commerciale dell’Inghilterra, che visse “una scena di prosperità nazionale mentre combatteva una guerra lunga, costosa e sanguinosa” [4165]. La nazione, con il suo commercio in crescita e la marina francese praticamente annientata, guardava senza timore all’unione di Francia e Spagna [4166]. Approfittando della sua forza, “allungò la mano e afferrò ciò che desiderava” [4169].
Un’alleanza fondamentale fu quella con il Portogallo, basata su vantaggi reciproci: “I porti del Portogallo davano riparo e rifornimenti alla flotta inglese, mentre quest’ultima difendeva il ricco commercio del Portogallo con il Brasile” [4173]. La Francia e la Spagna vedevano questa alleanza come offensiva, sostenendo che il potere inglese dipendesse dai porti e dalle ricchezze portoghesi [4183-4184], ma “la logica della situazione e del potere prevalse” [4185].
Il Trattato di Parigi (1763) sancì le conquiste inglesi. La Francia cedette il Canada e i territori a est del Mississippi, mentre la Spagna cedette la Florida in cambio dell’Avana [4189-4190]. Così l’Inghilterra ottenne “un impero coloniale che abbracciava il Canada… e tutti gli attuali Stati Uniti a est del Mississippi” [4191]. Tuttavia, la restituzione alla Francia di importanti isole caraibiche, basi in India e diritti di pesca fu aspramente criticata in patria. William Pitt affermò che così si lasciava alla Francia “la possibilità di far rivivere la sua marina” [4204-4206], indebolendo i frutti della vittoria marittima.
L’opposizione riteneva che, data la schiacciante superiorità navale, si sarebbero potuti esigere termini più rigorosi [4213]. Il contrasto con gli esiti della guerra continentale era stridente: mentre sul mare l’Inghilterra ottenne un vasto impero, a terra la pace ripristinò semplicemente lo status quo ante bellum, dopo enormi perdite umane [4223-4225].
La lezione dello scontro fu chiara: gli stati con accesso al mare trovano vantaggio nel cercare “prosperità ed espansione per via del mare e del commercio”, piuttosto che nel tentare di sovvertire assetti politici continentali consolidati [4227]. La posizione geografica e il potere navale sarebbero stati decisivi nel determinare l’influenza sulle regioni instabili del futuro, come l’America centrale e quella meridionale [4242-4243]. La guerra dimostrò come una nazione con una potenza marittima organizzata potesse difendere le proprie coste, estendere il suo dominio su regioni remote e renderle “tributarie della sua ricchezza, della sua forza e della sua reputazione” [4245], plasmando la propria politica per generazioni future [4247].
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36 L’espansione navale britannica e le chiavi del suo potere
Controllo delle rotte marittime e basi strategiche dall’Atlantico all’India.
L’Inghilterra consolidò il suo potere acquisendo basi navali strategiche: Aden e Socotra con l’avvento del vapore, Malta dopo le guerre napoleoniche e Cipro a guardia della rotta per Suez. “Egypt, despite the jealousy of France, has passed under English control” [4264]. La posizione divenne cruciale per l’India, come compreso da Nelson dopo il Nilo [4265]. La gelosia verso la Russia in Asia centrale deriva da quel periodo in cui “her sea power and resources triumphed… and wrenched the peninsula of India from the ambition of the French” [4266].
La superiorità britannica, specialmente nella Guerra dei Sette Anni, fu dovuta al governo che usò “the tremendous weapon of her sea power” [4270]. Questo potere marittimo generò ricchezza e la protesse, moltiplicando le forze britanniche e distraendo quelle nemiche [4271, 4275]. “Ruler of the seas, she everywhere obstructed its highways” [4276], impedendo ai nemici di unire le flotte e dominando le rotte globali.
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37 Trattato franco-americano e situazione militare globale
La Francia si allea con gli insorti americani dopo Saratoga, mentre la Spagna segue una politica ostile; si delinea lo scenario mondiale del conflitto.
La Francia, riconoscendo che gli americani non avrebbero consentito la riconquista del Canada, “stipulò espressamente che non avrebbe nutrito tali speranze, ma pretese che nella prossima guerra avrebbe trattenuto qualsiasi possedimento inglese ’nelle Indie Occidentali che avesse potuto conquistare” [4492]. La Spagna, pur odiando l’Inghilterra e desiderando riprendere Gibilterra e Giamaica, temeva il pericoloso esempio della ribellione per il proprio sistema coloniale [4493, 4494, 4495]. Tuttavia, “le offese esistenti e la simpatia dinastica ebbero la meglio” [4500] e la Spagna intraprese “il corso segretamente ostile perseguito dalla Francia” [4501].
La notizia della resa di Burgoyne agì da scintilla [4502]. La Francia, vedendo che gli americani potevano badare a sé stessi, si mosse rapidamente: il 16 dicembre 1777 offrì un trattato, firmato il 6 febbraio 1778 [4504, 4505]. Questo trattato, con la “rinuncia espressa al Canada e alla Nuova Scozia da parte della Francia”, prefigurava la dottrina Monroe e portò agli americani “una potenza marittima per controbilanciare quella dell’Inghilterra” [4506, 4507].
La situazione militare globale presentava tre novità: l’ostilità dell’America, l’alleanza precoce della Spagna e la neutralità degli altri stati continentali, che lasciò la Francia senza preoccupazioni terrestri [4511]. In Nord America, gli inglesi controllavano New York, Filadelfia e Narragansett Bay, mentre il Canada rimaneva una loro solida base [4512, 4513, 4516]. In Europa, le marine francese e spagnola erano più preparate, ma i loro obiettivi divergevano: la Spagna mirava a Gibilterra e Port Mahon, la Francia all’invasione dell’Inghilterra [4517, 4518, 4519].
Nelle Indie Occidentali, le posizioni erano equilibrate. Gli inglesi, con Barbados sopravvento, catturarono Dominica e soprattutto Santa Lucia, la cui baia sottovento, Gros Hot Bay, era “un posto capitale da cui osservare le procedure della marina francese” a Fort Royal, Martinica [4524, 4526, 4529]. La Spagna, pur controllando Cuba, Porto Rico e parte di Haiti, contava “per nient’altro che un peso morto” [4532, 4533].
Nelle Indie Orientali, la Francia non colse l’opportunità offerta dai nemici locali degli inglesi [4537, 4538]. Allo scoppio della guerra, l’Inghilterra agì immediatamente: da Calcutta, Hastings ordinò l’attacco a Pondicherry, che si arrese dopo un assedio [4540, 4541]. Con la caduta di Mahé nel marzo 1779, “la bandiera francese scomparve di nuovo” e una squadra inglese assicurò “il controllo completo del mare” fino all’arrivo di Suffren tre anni dopo [4542, 4543].
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38 La battaglia di Ushant e la posizione del comandante in battaglia
Uno scontro navale inconcludente diventa il caso di studio per il dibattito tattico sulla posizione ottimale dell’ammiraglio in combattimento.
La prima battaglia di flotta della guerra, combattuta il 27 luglio 1778 al largo di Ushant tra trenta navi per parte, fu “wholly indecisive in its results” [4559]. Nessuna nave fu affondata o catturata e le flotte tornarono ai rispettivi porti [4560]. Tuttavia, l’azione suscitò grande scalpore in Inghilterra per la sua mancanza di risultati e per l’aspra controversia politica e navale che ne seguì [4561].
Tatticamente, lo scontro presenta aspetti interessanti. L’ammiraglio inglese Keppel, sottovento, cercò di forzare il combattimento, mentre il francese D’Orvilliers, sopravvento, “had no intention of fighting except on his own terms” [4567]. Le manovre precedenti allo scontro, che vide le flotte semplicemente “passing on opposite tacks, exchanging ineffective broadsides” [4576], costituiscono il principale interesse di un’azione il cui “historical importance is due to other than tactical reasons” [4578].
Un punto cruciale emerse dal fallimento del comandante della van francese, il Duca di Chartres, di eseguire un’ordinanza di virata [4594]. Questo solleva “the question, which is still debated, as to the proper position for a naval commander-in-chief in action” [4597]. Se D’Orvilliers fosse stato in testa, “he could have insured the evolution he wished” [4598]. La posizione centrale, invece, rende le estremità della flotta “equally visible, or invisible” [4599].
La questione fu dibattuta. I francesi, verso la fine della guerra, sperimentarono di porre il comandante su una fregata per una migliore visuale [4601]. La pratica comune nell’epoca della vela, tuttavia, era di tenere l’ammiraglio in linea, al centro [4604]. L’eccezione di Nelson a Trafalgar, che guidò personalmente una colonna, sembra dettata più dal suo ardore che da calcolo tattico [4602].
L’analisi della tattica di Trafalgar, con due colonne che spezzano la linea nemica, suggerisce l’idea di una riserva [4610]. Ciò porta a considerare se la posizione migliore per un ammiraglio non sia proprio con questa riserva, per “keeping in his hands the power of directing it according to the chances of the action” [4612]. Tuttavia, le condizioni della guerra navale limitano questa possibilità: “if the admiral cannot, from the conditions of sea warfare, occupy the calmly watchful position of his brother on shore, let there be secured for him as much as may be” [4615].
Un caso diverso è quello dell’ammiraglio Farragut, la cui esperienza nelle battaglie fluviali della Guerra Civile Americana (come New Orleans e Mobile) lo convinse della necessità di condurre personalmente l’attacco in testa [4616]. In quelle azioni, il compito principale non era ingaggiare una flotta, ma “to pass fortifications” [4620]. In tale contesto, guidando in prima linea, l’ammiraglio non solo indicava la rotta sicura, ma, “drawing continually ahead of the smoke, was better able to see and judge the path ahead” [4622]. La sua convinzione era che “the man who alone has the highest responsibility should, under the conditions of his battles, be in the front” [4625].
La riflessione si conclude considerando l’era del vapore, dove la facilità di cambiare formazione può creare minacce improvvise al momento dello scontro: “then where would be the happiest position for an admiral?” [4630]. Il dibattito rimane aperto, bilanciando controllo, visibilità, esempio personale e la necessità di preservare il comando.
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39 Comando in battaglia e la posizione dell’ammiraglio
Il rischio della perdita del comandante e la necessità di un secondo in comando preparato.
Nelle battaglie navali, determinante è il momento che decide il metodo dell’attacco principale e quello che dirige lo sforzo della riserva, quest’ultimo forse richiedendo “the higher order of ability” [4645]. La rapidità delle manovre in mare richiede un secondo in comando che conosca a fondo i piani e i principi del suo capo, poiché “you want the spirit of the leader at both extremities” [4649]. La posizione esposta dell’ammiraglio comporta un enorme rischio, come dimostrato a Trafalgar, dove sulla nave di Nelson si concentrò “the fire of the enemy’s line” [4652]. Lo stesso Nelson aveva precedentemente condannato questo pericolo, ritenendo che se non fosse stato ferito a Abukir, “not a boat would have escaped” [4653]. Tuttavia, a Trafalgar scelse comunque la posizione più esposta e la sua perdita ebbe effetti immediati: Collingwood, subentrato, “at once, rightly or wrongly, avoidably or unavoidably, reversed Nelson’s plans” [4656], rifiutando l’ultimo ordine di ancorare la flotta [4657-4661].
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40 D’Estaing contro Howe: ritardi e opportunità mancate della flotta francese
La superiorità navale britannica si afferma non per forza numerica, ma per celerità e determinazione.
Il conte d’Estaing, partito da Tolone con una flotta francese superiore, giunse in America con notevole ritardo, permettendo all’ammiraglio britannico Howe di evacuare Filadelfia e concentrarsi a New York con vigore e sistematicità “Lord Howe’s movements were marked by a vigor and system other than D’Estaing’s” [4677]. Howe riuscì a salvare New York e a minacciare Rhode Island grazie alla sua attività. D’Estaing, dopo aver ancorato al largo di Sandy Hook, rinunciò all’attacco su New York “Then D’Estaing’s heart failed him” [4691], scoraggiato dai piloti. Il testo confronta la sua esitazione con l’audacia di Nelson o Farragut, notando come “the inferiority of the Frenchman as a military leader, guided only by military considerations, is painfully apparent” [4696], pur ammettendo che considerazioni politiche (evitare una pace anglo-americana che avrebbe liberato l’Inghilterra contro la Francia) possano aver pesato sulla sua decisione “France had nothing to gain by the fall of New York, which might have led to peace between America and England” [4699].
Howe, privo di “divided purposes” [4701], inseguì poi d’Estaing a Rhode Island. La flotta francese, entrata a Newport, fu costretta a uscire in mare dall’arrivo di Howe, subendo poi una violenta tempesta che disperse e danneggiò gravemente le navi “a violent gale of wind dispersed the fleets” [4713]. D’Estaing, dopo aver tentato senza successo un assalto a Santa Lucia nelle Indie Occidentali, conquistò Grenada nel luglio Qui, sebbene in superiorità numerica (25 navi contro 21), la sua flotta in disordine fu attaccata da Byron. La battaglia si risolse in uno scontro confuso, con gravi perdite per alcune navi britanniche, ma senza un esito decisivo. L’azione di d’Estaing fu criticata, anche dal grande Suffren, allora uno dei suoi capitani, per non aver forzato un’azione decisiva nonostante passasse “twice along the enemy’s line within cannon-shot” [4776]. La lezione strategica principale è il valore della “celerity and watchfulness, combined with knowledge of one’s profession” [4730], qualità in cui Howe eccelse, permettendo alla flotta più debole di “thoroughly outgeneralled the stronger” [4728].
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41 L’azione navale di Grenada e le scelte di D’Estaing
Una flotta francese in vantaggio tattico non sfrutta l’opportunità per un colpo decisivo.
La flotta francese dell’ammiraglio D’Estaing, con venticinque navi, si trovava in una posizione di vantaggio rispetto agli inglesi di Byron, che aveva diciassette o diciotto navi efficienti ma più lente, e gravato dalla protezione di un convoglio e di tre navi danneggiate a sottovento “D’Estaing, with twenty-five ships, now had Byron to windward of him with seventeen or eighteen capable of holding together… tactically embarrassed by the care of a convoy to windward and three disabled ships to leeward” [4823]. In questa situazione, a D’Estaing si presentavano tre opzioni: interporsi tra Byron e il convoglio, attaccare direttamente la linea inglese, o tagliare fuori e attaccare le tre navi disalberate per provocare una reazione avventata del nemico “Under these circumstances three courses were open to the French admiral… or (3) he could, after going about, cut off the three disabled ships, which might bring on a general action with less exposure” [4824, 4828]. Tuttavia, “None of these did he do” [4825].
D’Estaing si giustificò affermando che la sua linea era troppo disordinata per manovrare aggressivamente “he wrote home that his line was too much disordered to allow it” [4826], ma la critica contemporanea fu severa. Il comandante della nave di testa francese, il celebre Suffren, commentò: “‘Had the admiral’s seamanship equalled his courage,’… ‘we would not have suffered four dismasted vessels to escape’” [4838]. La reputazione nautica di D’Estaing, trasferito dall’esercito con il grado di contrammiraglio a soli trent’anni, non era alta nella marina e “its opinion was justified by his conduct during it” [4840].
Alcuni storici francesi attribuiscono l’inazione non all’incapacità ma a una diversa priorità strategica: “He looked upon Grenada, they say, as the real objective of his efforts, and considered the English fleet a very secondary concern” [4843]. Questo rifletteva una dottrina navale francese che preferiva “the glory of assuring or preserving a conquest to that… of taking a few ships” [4845], approccio considerato più vicino al vero obiettivo della guerra. L’unico bottino della giornata fu un singolo trasporto “a single transport was the sole maritime trophy of the French” [4837], mentre navi inglesi gravemente danneggiate, come la “Monmouth” e la “Lion”, riuscirono a sottrarsi “Two of these (c’) kept on north and passed once more under the French broadsides ; but the ‘Lion’… kept broad off before it across the bows of the enemy, for Jamaica” [4836]. La “Monmouth”, peraltro, era una nave dal nome prestigioso, avendo in passato catturato da sola una potente nave francese “A former ‘Monmouth,’… had attacked and taken, practically single-handed, the ‘Foudroyant,’ eighty-four” [4817].
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42 Il principio strategico alla prova: Grenada e Chesapeake a confronto
Due battaglie navali, due scelte opposte: inseguire la flotta nemica o conquistare un territorio.
Le frasi esaminano il principio di rinunciare a un successo militare probabile per uno maggiore, applicandolo alle azioni di De Grasse alla Chesapeake (1781) e di D’Estaing a Grenada (1779). Si sostiene che entrambe le scelte siano giustificate dallo stesso principio generale, ma la domanda è se questo principio sia valido “Is that principle sound ?” [4858].
La differenza sta negli obiettivi. A Yorktown, l’obiettivo di De Grasse era la distruzione dell’esercito nemico a terra: “the advantage sought was the capture of Cornwallis’s army ; the objective was the destruction of the enemy’s organized military force on shore” [4864]. La sorte di Cornwallis dipendeva totalmente dal mare “Cornwallis’s fate depended absolutely upon the sea” [4874], e De Grasse, avendo già la superiorità navale, scelse saggiamente di non rischiarla.
A Grenada, invece, D’Estaing scelse come obiettivo “the possession of a piece of territory of no great military value” [4865], un’isola strategicamente debole. Rifiutò così di sfruttare un grande vantaggio sulla flotta britannica “To save the island, he refused to use an enormous advantage fortune had given him over the… fleet” [4884-4885]. Il controllo delle isole, tuttavia, dipendeva dalla supremazia in mare: “upon the strife between the two navies depended the tenure of the islands” [4886]. La vera necessità era “to destroy the enemy’s navy, which may be accurately called the army in the field” [4888].
Il principio che guidò D’Estaing “was not, to say the least, unqualifiedly correct; for it led him wrong” [4890]. Quello che giustificò De Grasse fu che “the event depending upon the unshaken control of the sea, for a short time only, he already had it by his greater numbers” [4892]. In generale, l’obiettivo migliore è la forza militare organizzata del nemico: “The destruction of a few ships… gives just that superiority” [4894].
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43 Rodney e De Guichen si scontrano nelle Indie Occidentali
Scontro tra flotte francese e inglese mentre manovrano per il vantaggio del vento.
I frammenti della flotta di D’Estaing furono rinforzati dall’arrivo del conte de Guichen, che assunse il comando nei mari delle Indie Occidentali. A Santa Lucia, trovò l’ammiraglio inglese Sir Hyde Parker saldamente ancorato con sedici navi, tanto che Guichen, pur avendone ventidue, non attaccò. Lo stesso giorno in cui Parker fu raggiunto a Santa Lucia dal nuovo comandante in capo inglese, Rodney, Guichen rientrò a Martinica “The fragments of D’Estaing’s late fleet were joined by a reinforcement from France under the Comte de Guichen” [4924]. “Sir Hyde Parker, had so settled himself at the anchorage, with sixteen ships, that Guichen with his twenty-two would not attack” [4927]. “Parker at Sta. Lucia was joined by the new English commander-in-chief, Rodney” [4929].
Rodney, di ritorno da una missione di soccorso a Gibilterra dove aveva catturato sei navi spagnole, era un ammiraglio di grande coraggio e abilità tattica, sebbene appartenente a una scuola di pensiero più cauta rispetto a quella di Nelson. Il suo obiettivo principale era sempre la flotta nemica organizzata. “The objective from which his eye never wandered was the French fleet” [4943].
Il primo scontro tra De Guichen e Rodney avvenne il 17 aprile Dopo un giorno di manovre per conquistare il “weather-gage” (il vantaggio del vento), ottenuto da Rodney, le due flotte si trovarono a sottovento delle isole. Rodney ordinò di attaccare la retroguardia e il centro francesi, ma De Guichen, vedendo il pericolo, fece virare tutta la sua flotta per soccorrerla. “Rodney, who was carrying a press of sail, signalled to his fleet that he meant to attack the enemy’s rear and centre” [4948]. “De Guichen, seeing the danger of the rear, wore his fleet all together and stood down to succor it” [4949].
Un secondo tentativo di Rodney di concentrare l’attacco su una parte della linea francese fallì a causa di incompensioni sui segnali e inefficienze tattiche della sua flotta. Nonostante i piani andati a monte, Rodney combatté con grande coraggio, danneggiando gravemente la nave ammiraglia francese. De Guichen riconobbe la pericolosità del suo avversario, tanto che in seguito evitò di dargli ulteriori vantaggi tattici. “The failure sprang from the signal-book and tactical inefficiency of the fleet” [4960]. “The ugliness of his fence was so apparent to De Guichen” [4961].
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44 Effetti e condizioni della rottura della linea di battaglia navale
Una manovra decisiva in mare: dividere, isolare e sconfiggere.
La rottura della linea nemica è una manovra tattica il cui esito dipende da diverse condizioni. L’idea essenziale è “dividere la forza opposta penetrando in un intervallo trovato, o creato, in essa, e poi concentrarsi su quella delle frazioni che può essere aiutata meno facilmente dall’altra” [4985]. In una colonna di navi, questo sarà solitamente il reparto di coda [4986].
I risultati sono influenzati dalla compattezza dell’ordine attaccato, dal numero di navi tagliate fuori e dal tempo per cui possono essere isolate e soverchiate numericamente [4987]. Un fattore molto importante è l’effetto morale, la confusione introdotta in una linea così spezzata: “Le navi che sopraggiungono verso la breccia vengono fermate, la coda si accalca, mentre le navi davanti continuano la loro rotta” [4989]. Tale momento è critico e richiede un’azione immediata, ma sono rari gli uomini che in un’emergenza imprevista possono vedere e subito intraprendere la giusta linea di condotta [4990]. In tale confusione, gli inglesi speravano di trarre profitto dalla loro migliore arte marinaresca [4991].
Il principio allora riconosciuto era che “navi tagliate fuori erano navi prese, e la convinzione produceva il proprio adempimento” [4975]. Tutti questi effetti ricevettero illustrazione nella grande battaglia di Rodney nel 1782 [4992]. In una conversazione, Rodney dichiarò che la linea francese si estendeva per quattro leghe di lunghezza, “come se De Guichen pensasse che intendessimo scappare da lui” [4980].
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45 La campagna navale decisiva nella guerra d’indipendenza americana (1780-1781)
La superiorità navale francese nel Chesapeake determina la resa di Cornwallis a Yorktown.
L’anno 1780 si era chiuso in modo “gloomy for the cause of the United States” [5010]. La situazione iniziò a cambiare quando, alla fine di marzo 1781, il conte de Grasse salpò da Brest con ventisei navi di linea [5019]. Dopo aver raggiunto i Caraibi, de Grasse ricevette a Cap Français (Haiti) dei dispacci da Washington e Rochambeau che lo spinsero a prendere “the most momentous action that fell to any French admiral during the war” [5040]. Il piano alleato prevedeva di dirigere la flotta francese delle Indie Occidentali “against either New York or the Chesapeake” [5081], ma de Grasse, considerando i vantaggi geografici, “readily accepted” l’opzione della baia di Chesapeake [5089].
La sua azione fu rapida ed efficace: ottenne truppe e denaro dagli spagnoli [5092, 5093] e, invece di inviare convogli in Francia, prese “every available ship to the Chesapeake” [5093], passando per il canale delle Bahamas per nascondere il movimento [5094]. Il 30 agosto gettò l’ancora nella baia di Lynnhaven con ventotto navi di linea [5094]. Nel frattempo, la flotta inglese era divisa e mal gestita. Hood, giunto al Chesapeake tre giorni prima di de Grasse e trovandolo vuoto, proseguì per New York [5103]. Il comando della flotta riunita (diciannove navi) fu assunto dall’ammiraglio Graves, che il 5 settembre affrontò de Grasse (ventiquattro navi) all’ingresso della baia. Il combattimento fu inconcludente e “the English certainly got the worst” [5077]. Graves, dopo aver mantenuto la flotta al largo per alcuni giorni, tornò a New York, lasciando a de Grasse il controllo del mare [5109-5110].
Questo controllo si rivelò decisivo per le operazioni a terra. Cornwallis, seguendo ordini di Clinton, aveva ritirato le sue truppe nella penisola tra i fiumi York e James, occupando Yorktown [5080]. Le forze alleate di Washington e Rochambeau, insieme al treno d’assedio portato dalla squadra di de Barras (giunta indisturbata), convergettero sull’obiettivo [5097-5100]. Con “the control of the sea” che rendeva “only one issue possible” [5112], Cornwallis si arrese il 19 ottobre Con questa disfatta, “the hope of subduing the colonies died in England” [5113].
L’esito fu ampiamente attribuito al potere marittimo. Washington aveva ripetutamente affermato che “a decisive naval superiority is to be considered as a fundamental principle, and the basis upon which every hope of success must ultimately depend” [5219]. Dopo Yorktown scrisse a de Grasse: “You will have observed that, whatever efforts are made by the land armies, the navy must have the casting vote in the present contest” [5245]. La campagna dimostrò le difficoltà della posizione difensiva inglese, costretta ad essere “everywhere outmatched and embarrassed… by the number of her exposed points” [5146]. La cattiva gestione delle informazioni e degli incrociatori, unita alla divisione della flotta, contribuì al fallimento [5128-5131].
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46 Operazioni navali europee nella guerra d’indipendenza americana (1779-1782)
Grandi armate alleate, scarsi risultati.
Sette preziose settimane estive “scivolarono via senza essere sfruttate” [5269]. La grande flotta franco-spagnola soffrì per la “maldestra gestione” e la “preparazione inefficiente” [5271, 5275]. Salpò “in fretta e sottodimensionata” [5274] e senza provviste sufficienti [5280]. “La malattia, inoltre, devastò la flotta” e gli equipaggi furono così ridotti che molte navi “non potevano essere né manovrate né combattute” [5270, 5294]. Un cambiamento negli ordini, un “inspiegabile errore militare”, portò a scegliere un obiettivo inadeguato [5296]. “La flaccidità delle coalizioni aumentò la debolezza dovuta alla preparazione inefficiente” [5271]. L’ammiraglio d’Orvilliers, su cui ricadde l’odio per il fallimento, si ritirò in un convento [5282-5284].
L’interesse marittimo del 1780 si concentrò su Cadice e Gibilterra [5285]. Rodney, salpato per rifornire la fortezza assediata, catturò uno squadrone di rifornimenti spagnoli e, in un successivo scontro, sconfisse la flotta di Langara, catturando sei navi di linea [5287-5302]. La politica interna inglese rese difficile trovare un ammiraglio disposto ad accettare il comando supremo [5305]. La flotta alleata di trentasei navi a Cadice catturò un grande convoglio inglese, ma non fece altro [5307-5309]. Nel 1780 nacque la Neutralità Armata, un’alleanza di potenze neutrali guidata dalla Russia per contrastare le pretese inglesi di sequestrare merci nemiche su navi neutrali [5319-5322]. L’adesione dell’Olanda a questa lega portò l’Inghilterra a dichiararle guerra nel dicembre 1780 [5341-5344].
Il 1781 vide “imponenti movimenti di grandi flotte seguiti da esiti insignificanti” [5349]. De Grasse salpò da Brest per le Indie Occidentali, De Guichen si congiunse con gli spagnoli a Cadice [5350-5352]. Una grande flotta inglese sotto l’ammiraglio Derby rifornì Gibilterra senza opposizione, nonostante la presenza della flotta spagnola nel porto [5357-5360]. In agosto, la flotta combinata di quasi cinquanta navi si avvicinò alla Manica, ma un consiglio di guerra alleato, influenzato dalla “illusione della distruzione del commercio come modalità decisiva di guerra”, decise di non attaccare la flotta inglese di trenta navi ancorata a Torbay [5365-5374]. La campagna si concluse con un disastro per i francesi: il convoglio di De Guichen fu intercettato da una squadra inglese numericamente inferiore e poi disperso da una tempesta [5369-5386].
Il 1782 si aprì con la perdita inglese di Port Mahon [5387]. Le flotte alleate si radunarono a Cadice ma non riuscirono a impedire a Lord Howe di scortare in sicurezza la flotta della Giamaica [5391-5393]. Lo sforzo finale fu il grande attacco a Gibilterra nel settembre Gli assedianti impiegarono dieci “batterie galleggianti” appositamente costruite, ma queste furono infine distrutte dal fuoco inglese [5404-5422]. Il tentativo finale di bloccare la fortezza fallì quando Lord Howe, con trentaquattro navi di linea, riuscì a far entrare i rifornimenti a Gibilterra nonostante la presenza della flotta alleata [5426-5433]. Un breve scontro a lungo raggio tra le ottantatre navi di linea chiuse la campagna [5434-5437].
I risultati in Europa mostrarono “sforzi giganteschi per dimensioni, ma slegati e flosci nell’esecuzione” da parte degli alleati [5438]. L’Inghilterra, sebbene in netta inferiorità numerica, dimostrò “fermezza di proposito, alto coraggio e capacità marinara”, ma non una strategia navale all’altezza [5439]. La riluttanza francese a rischiare le navi e l’inefficienza spagnola avrebbero dovuto spingere l’Inghilterra a “colpire le forze organizzate del nemico in mare”, bloccando Brest con tutta la sua forza per separare gli alleati [5442-5443]. Invece, permise a De Grasse di salpare indisturbato nel marzo 1781, nonostante una flotta inglese superiore fosse partita prima ma fosse stata ritardata [5446].
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47 La campagna navale di Suffren nelle Indie Orientali
Un’occasione persa nel Carnatico e un’audace azione a Porto Praya
La campagna navale di Suffren nelle Indie Orientali, sebbene brillante, non riuscì a influenzare l’esito generale della guerra. In India, le condizioni politiche offrivano un’opportunità alla Francia: Hyder Ali di Mysore e i Mahratta erano in guerra con gli inglesi, e “un agente francese apparve a Poonah” [5517]. Dopo alcune sconfitte inglesi, Hyder Ali sferrò un attacco a sorpresa nel 1780, mettendo in grave difficoltà Madras. L’arrivo di una squadra francese al comando del conte d’Orves nel gennaio 1781 non fu sfruttato: “D’Orves, tuttavia, rifiutò” [5530] di aiutare Hyder nell’attacco a Cuddalore, perdendo “Una grande opportunità” [5536].
Nel frattempo, l’ufficiale di temperamento diverso, Suffren, era in rotta per le Indie. Separato dalla flotta di De Grasse, la sua prima missione era proteggere il Capo di Buona Speranza da una spedizione inglese. A Porto Praya, il 16 aprile 1781, trovò di sorpresa la squadra inglese del Commodoro Johnstone all’ancora. Nonostante lo squilibrio di forze e la neutralità del porto, Suffren decise di attaccare immediatamente: “La distruzione della squadra inglese avrebbe tagliato alla radice tutti i piani… e mi avrebbe impedito di raggiungere il Capo prima di me” [5586]. La sua azione, condotta con “ardente disposizione e genio militare innato” [5559], colse gli inglesi impreparati. Sebbene il sostegno dei suoi capitani fu carente, l’attacco a sorpresa fu un successo tattico e strategico: “salvò la Colonia del Capo a Porto Praya” [5595].
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48 Il piano di Suffren e la situazione strategica in India (1782)
Una condotta determinata da chiare convinzioni, non da mero ardore momentaneo.
Le azioni dell’ammiraglio francese Suffren non furono dettate dall’ardore del momento, ma scaturivano da “chiare vedute precedentemente sostenute ed espresse” [5605], caratterizzate dalla “tenacia di una convinzione intellettuale” [5606]. Questa determinazione è evidente nella sua critica alla passività di D’Estaing, poiché riteneva che l’unico modo per avere successo fosse “attaccare vigorosamente la squadra” nemica [5609], dato che un ritardo avrebbe potuto permettere loro di fuggire [5610]. Sottolineava la vulnerabilità della propria flotta, scarsamente equipaggiata: “la nostra flotta essendo priva di uomini, non è in condizione né di navigare né di combattere” [5611], e temeva le conseguenze di un arrivo della flotta di Byron [5612-5614].
Dopo una serie di eventi nell’Atlantico e al Capo di Buona Speranza [5619-5624], Suffren salpò per l’India. Alla morte del conte d’Orves, divenne comandante in capo [5629]. Avvistata la flotta inglese di Sir Edward Hughes ancorata a Madras, decise di non attaccarla nella sua posizione fortificata [5632-5633]. Preferì minacciare punti strategici come Trincomalee, sapendo che ciò avrebbe costretto Hughes a uscire in mare aperto [5635]. La sua flotta era numericamente superiore: dodici navi contro le nove inglesi [5639-5641].
La situazione strategica era critica per entrambi. Suffren non aveva “alcun porto o rada amica, nessuna base di rifornimento o riparo” [5642], mentre Hughes, sebbene numericamente inferiore, doveva proteggere diverse posizioni vulnerabili [5647]. Il controllo del mare rimaneva il fattore decisivo: “per il suo corretto controllo era necessario mettere fuori combattimento più o meno completamente la flotta nemica, e avere una base ragionevolmente sicura” [5651]. Trincomalee era il porto migliore per questo scopo [5652], e la sua minaccia, insieme alla necessità di supportare l’alleato Hyder Ali sulla terraferma [5657], obbligava Hughes a cercare lo scontro per “menomare o ostacolare la flotta francese” [5658].
Il primo scontro diretto avvenne il 17 febbraio Hughes, approfittando di una dispersione del convoglio francese [5669], catturò sei navi da trasporto nemiche [5671-5672], “Hughes aveva segnato un punto” [5673]. Suffren inseguì, portando le flotte alla vigilia della battaglia.
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49 La battaglia navale del 17 febbraio e la tattica di Suffren
Un attacco concentrato sul centro e sulla retroguardia inglese in condizioni di vento leggero.
La flotta francese di Suffren, con vento favorevole da nord-nordest, si avvicinò rapidamente alla linea inglese di Hughes, che era in linea di fila con la poppa al vento e aveva difficoltà a manovrare. “Suffren’s intention to attack the rear being aided by Hughes’s course” [5684]. Hughes, vedendo la sua retroguardia scompaginata, formò temporaneamente in linea di fronte per guadagnare tempo, ma infine si dispose alla difesa sulla mura di sinistra. La nave di retroguardia inglese, la “Exeter”, non era serrata. Suffren attaccò con una formazione irregolare: “three of the enemy’s ships in the first line bore right down upon the ‘Exeter,’ while four more of their second line… hauled along the outside of the first line toward our centre” [5690]. Il fuoco divenne generale dalla retroguardia al centro inglese, mentre la loro avanguardia rimase fuori combattimento per mancanza di vento. “the enemy brought eight of their best ships to the attack of five of ours” [5693].
Suffren spiegò la sua tattica in un rapporto: “I attacked the rear ship and stood along the English line as far as the sixth. I thus made three of them useless, so that we were twelve against six” [5695-5697]. Ordinò anche a tre navi di raddoppiare la retroguardia nemica, ma il segnale “though repeated, was not executed” [5700]. Una differenza tra i due resoconti è che Suffren afferma che la sua ammiraglia percorse tutta la linea inglese, mentre Hughes descrive due linee francesi che attaccano retroguardia e centro separatamente. La manovra descritta da Hughes sarebbe stata migliore, poiché la nave di testa di Suffren avrebbe ricevuto il fuoco di sei navi in successione [5704].
Suffren rimase fortemente contrariato dall’inazione di molti suoi capitani, in particolare del suo secondo, Tromelin, al quale aveva precedentemente scritto: “my intention is to double on their rear” [5713]. Le sue lamentele divennero veementi dopo diverse battaglie: “My heart is wrung by the most general defection. I have just lost the opportunity of destroying the English squadron… All might have got near… and none did so” [5746-5748]. Attribuì questo fallimento al desiderio di terminare la crociera, a malvolere e ignoranza [5750]. Nonostante quattro azioni generali con forze superiori, la squadra inglese “still existed” e non aveva perso una sola nave [5756-5757]. La battaglia terminò dopo due ore con un cambio di vento che portò gli inglesi al vento. Le due flotte si persero di vista il giorno seguente.
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50 Difetti tattici e superiorità strategica di Suffren
L’impeto in battaglia e l’energia nella campagna
Nonostante un’impazienza in battaglia che a volte portava a “azione hastily and in disorder” [5862], la superiorità di Suffren si rivelò nella condotta generale della campagna, dove “his ardor showed itself in energy, untiring and infectious” [5864]. La sua rapidità nel rifare la flotta “without a port or supplies” [5866] tenne inattivi gli inglesi, costretti a “remain inactive for six weeks” [5867] dopo uno scontro. Consapevole che il primo passo strategico era “the control of the sea, by disabling the English fleet” [5878], diresse tutta la sua “tenacity and vigor” [5879] verso questo obiettivo, distinguendosi così da altri comandanti francesi.
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51 Scontro navale a Cuddalore e presa di Trincomalee
La battaglia del 6 luglio e le sue conseguenze, tra insubordinazione, abilità marinaresca e l’iniziativa decisiva di Suffren.
Il 5 luglio, la squadra francese di Suffren avvistò gli inglesi all’ancora a Cuddalore. Il giorno seguente, le due flotte si scontrarono in linea di battaglia. “At eleven a. m. the English bore down together and engaged ship against ship” [5917]. Un improvviso cambio di vento separò le formazioni principali, ma lasciò quattro navi inglesi e due francesi a combattere ravvicinate [5925]. La nave francese Sévère, “hauled down her flag” [5937], ma riprese il fuoco mentre la bandiera era ammainata, in un atto di insubordinazione dei suoi ufficiali contro il capitano, il quale “thought it useless to prolong his defence” [5943]. Il comandante, Cillart, fu sospeso e rimandato in patria da Suffren [5943][5961].
L’ammiraglio inglese Hughes dimostrò in questa, unica azione in cui fu l’assalitore, “the aptitudes, habits of thought, and foresight of the skilful seaman, as well as a courage beyond all proof” [5951], qualità che compensavano una certa carenza tattica [5952]. La resistenza disperata di singole navi inglesi, come quando al comandante della Exeter fu chiesto cosa fare e “laconically answered, ‘there is nothing to be done but to fight her till she sinks.’” [5958], salvò spesso situazioni critiche [5953].
Dopo la battaglia, l’energia superiore di Suffren divenne decisiva. Mentre Hughes rimase a riparare, “on the 18th of July Suffren was again ready for sea” [5972]. Dopo aver ricevuto rinforzi, Suffren salpò e “on the 25th” [5974] giunse a Trincomalee. L’attacco fu sferrato con vigore: “On the 80th and 31st the two forts… surrendered, and this all-important port passed into the hands of the French” [5976]. Sei settimane dopo, “on the evening of September 2d, the English fleet was sighted” [5978].
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52 La difficile campagna navale di Suffren in India (1782-1783)
Un ammiraglio geniale lotta con risorse scarse, equipaggi mediocri e una catena di comando inadeguata, mentre il suo avversario, più prudente, attende i rinforzi.
Dopo la presa di Trincomalee, l’ammiraglio francese Suffren si trovò a fronteggiare enormi difficoltà logistiche. A Cuddalore “non trovò nulla” [5986] per le riparazioni, al punto che per rimettere in mare la squadra furono necessari espedienti estremi: “gli alberi furono rimossi dalle fregate e dai vascelli più piccoli, e dati alle navi di linea” [5988] e “case furono abbattute a terra per trovare legname per riparare gli scafi” [5990]. Nonostante “la sua prodigiosa obesità, Suffren mostrò l’ardore focoso della gioventù; era ovunque si stesse lavorando” [5992] e sotto la sua spinta “i compiti più difficili furono eseguiti con incredibile rapidità” [5994]. Tuttavia, i suoi ufficiali gli segnalarono “le cattive condizioni della flotta, e la necessità di un porto per le navi di linea” [5995]. La sua risposta fu strategica: “‘Finché non avremo preso Trincomalee,’ replicò, ‘le rade aperte della costa del Coromandel andranno bene’” [5996].
Il contrasto con il suo avversario, l’ammiraglio inglese Hughes, era marcato. Mentre l’Inghilterra inviava grandi rinforzi scortati, “i francesi inviarono soccorsi relativamente scarsi in piccoli corpi distaccati, affidandosi apparentemente più al segreto che alla forza” [6000]. Il risultato fu che molti di questi distaccamenti “furono catturati, o respinti in Francia” [6001], sacrificando i vantaggi iniziali guadagnati da Suffren [6003]. La superiorità numerica passò agli inglesi con l’arrivo dei rinforzi del commodoro Bickerton [6005].
Suffren, convinto che “la sfera della flotta è in mare aperto, il suo obiettivo è l’offesa piuttosto che la difesa” [6013], cercò subito lo scontro. La battaglia del 3 settembre 1782 fu però un disastro tattico per i francesi, nonostante la superiorità numerica (quattordici navi contro dodici) [6018]. La formazione francese era disordinata: “sette navi… formavano un gruppo irregolare” [6030] e “nel centro un secondo gruppo confuso si formò, le navi si sovrapponevano e mascheravano il fuoco l’una dell’altra” [6030]. Il peso della battaglia ricadde su sole tre navi francesi, che subirono i tre quarti delle perdite totali [6044-6045]. “Un’operazione militare difficilmente poteva essere eseguita peggio” [6035]. Suffren incolpò i suoi capitani [6052], ma parte della colpa fu attribuita anche al suo “ardore focoso e fretta sconsiderata” [6053]. Hughes, pur privo di genio tattico, “mostrò sia giudizio che buona gestione” nella ritirata [6050].
La differenza nella qualità degli ufficiali subordinati fu decisiva: “quattro volte, Suffren afferma, certamente tre, lo squadrone inglese fu salvato da un disastro schiacciante dalla differenza di qualità degli ufficiali subordinati” [6063]. Il conflitto evidenziò il contrasto tra i due comandanti: “Suffren aveva genio, energia, grande tenacia, solide idee militari” [6057], mentre Hughes, pur tecnicamente competente, “non mostra traccia delle qualità necessarie a un ufficiale generale” [6058].
Le successive operazioni furono segnate da difficoltà. Dopo la battaglia, una nave francese, la “Orient”, fu “mandata a incagliare e persa per cattiva gestione” [6072]. Un’altra, la “Bizarre”, fece naufragio all’ancoraggio [6075], riducendo ulteriormente la flotta di Suffren. L’arrivo della stagione dei monsoni costrinse entrambe le flotte a ritirarsi: Hughes andò a Bombay, Suffren scelse Achem, a Sumatra, per rifornimenti e salute degli equipaggi [6092-6093].
La situazione politica in India era complessa. L’alleato francese, il sultano Hyder Ali, era esitante, e i rinforzi francesi promessi dal generale de Bussy non arrivavano, a causa di epidemie e dell’intercettazione dei convogli da parte inglese [6111, 6114, 6122]. La morte di Hyder Ali [6126] e la lentezza di Bussy peggiorarono la posizione francese a terra. Quando Suffren e Bussy si riunirono finalmente a Trincomalee nel marzo 1783, l’opportunità di un vantaggio decisivo era svanita [6133].
L’ultimo atto fu l’assedio inglese di Cuddalore nel giugno Bussy, comandante in capo, non osò ordinare a Suffren di lasciare Trincomalee, ma gli fece solo presente l’estremo pericolo [6144-6145]. Suffren, con sole quindici navi, salpò comunque e affrontò le diciotto di Hughes. Dopo alcuni giorni di manovre, si combatté una battaglia inconcludente il 20 giugno [6159]. Tuttavia, il solo arrivo di Suffren costrinse Hughes ad abbandonare il blocco e ritirarsi a Madras, “lasciando [l’esercito] a noi stessi” [6165], come scrisse il generale inglese. Questa mossa salvò l’esercito francese assediato a Cuddalore. Pochi giorni dopo, giunse la notizia della pace [6166].
Suffren, pur ammettendo che “in India, sebbene avessimo i mezzi per imporre la legge, tutto sarebbe andato perduto” [6179], aveva dato prova di grande comando. Il suo ritorno in Francia fu un trionfo, coronato dal rispetto mostratogli persino dai capitani inglesi [6186-6187]. La campagna dimostrò che “buone truppe hanno spesso compensato una cattiva strategia; ma alla fine il leader migliore prevarrà” [6064].
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53 La battaglia dei Santi e la campagna navale nelle Indie Occidentali
La questione decisiva della guerra d’Indipendenza americana si risolse con il controllo del mare.
Il controllo dei mari fu l’elemento determinante della guerra, poiché le caratteristiche fisiche del continente rendevano i movimenti via acqua più facili di quelli via terra “From the beginning, the military question… had hinged upon the control of the sea and the use made of that control” [6230]. La campagna si concluse con la resa di Yorktown, dove “all is found depending upon the question whether the French or the English fleet should first appear, and upon their relative force” [6233].
Dopo Yorktown, la lotta navale si spostò nelle Indie Occidentali. Il contrammiraglio francese De Grasse, partito dalla Chesapeake, unì le forze con le truppe del Marchese de Bouillé e attaccò l’isola di Saint Christopher (St. Kitt’s) l’11 gennaio 1782 “On the 11th of January, 1782, the fleet, carrying six thousand troops, anchored on the west coast off Basse Terre” [6242]. La piccola guarnigione britannica si ritirò su Brimstone Hill.
Sir Samuel Hood, comandante della flotta britannica in assenza di Rodney, salpò da Antigua con ventidue navi di linea contro le ventinove di De Grasse “The English having but twenty-two ships to the French twenty-nine” [6249]. Il suo piano audace di attaccare la flotta francese all’ancora a Basse Terre fu sventato da un incidente notturno “The best-laid plans, however, may fail, and Hood’s was balked by the awkwardness of a lieutenant of the watch” [6260].
Hood adottò allora una mossa ancora più audace: si insinuò nell’ancoraggio appena lasciato da De Grasse, posizionandosi tra la flotta francese e le sue truppe assedianti a Brimstone Hill “he had formed the yet bolder intention of seizing the anchorage his unskilful opponent had left” [6266]. La sua flotta si ancorò in una formazione difensiva molto forte “his conduct during the next three weeks forms the most brilliant military effort of the whole war” [6249].
De Grasse attaccò due volte questa posizione il 26 gennaio, ma i suoi assalti frontali furono inefficaci “The method of attack… was faulty in the extreme” [6302]. Hood mantenne la posizione fino al 12 febbraio, quando Brimstone Hill si arrese. Quella notte, la flotta britannica tagliò le cime e fuggì silenziosamente, passando a nord dell’isola “at eleven p. m., one after another, without noise or signal, cut their cables and made sail to the northward” [6324].
Rodney arrivò con rinforzi il 25 febbraio, unendosi a Hood per formare una flotta di trentaquattro navi. L’obiettivo franco-spagnolo era ora la conquista di Giamaica. De Grasse, incaricato di scortare un grande convoglio di truppe da Martinica a Cap Français (Haiti), salpò l’8 aprile. Rodney, informato dalle fregate di avvistamento, lo inseguì “On the 8th, soon after daylight, the lookout frigates were seen making signal that the enemy was leaving port” [6402].
Dopo un primo scontro inconcludente il 9 aprile, le flotte si ritrovarono la mattina del 12 aprile. I francesi erano sparpagliati, preoccupati per la nave “Zélé”, disalberata dopo una collisione “anxiety for the ‘Zélé’ kept the French admiral… under short canvas” [6470]. I due schieramenti si avvicinarono su rotte convergenti. Verso le nove, un cambio di vento aprì dei varchi nella linea francese. Rodney, nella “Formidable”, e altre navi britanniche ne approfittarono per passare attraverso lo schieramento nemico “Luffing to the new wind, he passed through the French line” [6494].
Questa manovra, il celebre “breaking the line”, spezzò la formazione francese in tre gruppi e diede ai britannici il vantaggio del vento “The French line-of-battle was thus broken in two places” [6496]. La battaglia si trasformò in una mischia confusa. La flotta francese, disorganizzata, non riuscì a riformarsi “it does not appear that any substantial attempt to re-form was made by the French” [6499]. La nave ammiraglia “Ville de Paris”, circondata e combattuta fino all’ultimo, si arrese a Hood verso le sei di sera “Shortly after six p. M. De Grasse’s flag ship… struck her colors” [6508]. Altre quattro navi di linea furono catturate, e con esse l’artiglieria d’assedio destinata alla Giamaica “upon these particular ships was found the whole train of artillery intended for the reduction of Jamaica” [6511].
La battaglia dei Santi fu una vittoria decisiva per i britannici, che vanificò i piani d’invasione franco-spagnoli. La manovra di Rodney, anche se forse dettata dalle circostanze, produsse i vantaggi tattici del “gain of the wind”, della “Concentration of fire upon a part of the enemy’s order” e dell’introduzione di “confusion and division” nella flotta avversaria [6552].
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54 Il fallimento di Rodney nell’inseguire il nemico dopo la vittoria
Una vittoria navale decisiva, ma il suo pieno potenziale sfuggì a causa dell’inazione.
La sconfitta della flotta francese rese vano l’attacco alla Giamaica, dimostrando che “the true way to secure ulterior objects is to defeat the force which threatens them” [6588]. Tuttavia, la critica principale riguarda il mancato inseguimento energico del nemico dopo la battaglia del 12 aprile L’ammiraglio Rodney giustificò la sua inazione citando le condizioni delle sue navi danneggiate e ipotizzando una flotta francese coesa di “body of twenty-six ships-of-the-line” [6600]. Prove successive, inclusi i rapporti francesi, smentiscono questa ricostruzione: il comandante francese De Vaudreuil riuscì a radunare solo dieci navi la mattina dopo, e la flotta era in realtà “very badly broken up, and several of its ships isolated” [6604]. Inoltre, fonti come Sir Gilbert Blane indicano che i danni inglesi erano probabilmente minori di quelli francesi [6605-6607]. Autorità come Sir Samuel Hood e Sir Charles Douglas criticarono aspramente la mancata persecuzione, con il primo che stimò la possibile cattura di venti navi nemiche [6592-6593].
“There can remain little doubt, therefore, that the advantage was not followed up with all possible vigor” [6608]. Solo cinque giorni dopo, una divisione catturò due navi nemiche, “the sole after-fruits of the victory” [6619]. Questo fallimento “is a serious blot on Rodney’s military reputation” [6620], poiché non colse l’opportunità di distruggere completamente la flotta francese, concentrandosi solo sull’obiettivo immediato di salvare la Giamaica [6621-6622]. Le conseguenze di questa indecisione emersero nei dibattiti parlamentari del 1783 sulla pace, dove il ministero sostenne l’inferiorità navale britannica [6627-6631]. Se Rodney avesse sfruttato appieno la vittoria, la percezione della situazione militare e morale sarebbe stata molto diversa [6634].
Rodney stesso sembrava dare poco peso a questa vittoria, preferendo le sue manovre contro De Guichen nel 1780 [6635-6636]. Nonostante i suoi successi e il richiamo per ragioni di partito [6648], il suo fallimento nel cogliere l’occasione per un successo strategico decisivo ne fissa il posto tra gli ammiragli. La pace favorevole fu dovuta più alle difficoltà finanziarie francesi che a una sua schiacciante umiliazione navale [6663].
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55 L’interesse particolare della guerra del 1778 e i principi strategici navali
Una guerra navale unica per la sua portata globale e per l’equilibrio delle forze in mare.
La guerra del 1778 si distingue perché “i punti in disputa, gli obiettivi per cui la guerra fu intrapresa, erano per la maggior parte remoti dall’Europa” [6712] e presentò una rara condizione di parità navale tra le potenze. A differenza di altri conflitti, qui “non vi fu praticamente alcun freno al potere marittimo dell’Inghilterra” solo in periodi precedenti [6716], mentre nel 1778 la Francia e la Spagna potevano schierare una flotta di “forza materiale uguale o superiore” [6770].
Lo studio di questa guerra è quindi di particolare interesse per “i piani e i metodi delle parti in questa grande contesa”, specialmente per quanto riguarda “la condotta generale dell’intera guerra” e “lo scopo strategico che diede continuità alle loro azioni” [6722]. Le battaglie stesse hanno un valore tattico limitato, mentre “i movimenti che precedono e preparano le grandi battaglie, o che, grazie alle loro abili ed energiche combinazioni, raggiungono grandi fini senza il contatto effettivo delle armi, dipendono da fattori più permanenti” [6728].
Nella guerra, l’oggetto (il fine politico) è distinto dall’obiettivo (il fine militare immediato). “In una guerra intrapresa per qualsiasi oggetto, un attacco diretto al luogo agognato potrebbe non essere, dal punto di vista militare, il mezzo migliore per ottenerlo” [6729]. Pertanto, “l’obiettivo sul quale sono dirette le operazioni militari può quindi essere diverso dall’oggetto che il governo belligerante desidera ottenere” [6730].
Le parti principali furono la Gran Bretagna contro la Casa di Borbone (Francia e Spagna), con le colonie americane e l’Olanda come parti minori [6735-6736]. L’oggetto dell’Inghilterra era difensivo: “prevenire una rottura in quei possedimenti stranieri” [6744], temendo di “perdere molto, e nella migliore delle ipotesi solo sperare di mantenere ciò che aveva” [6747]. Al contrario, gli alleati erano all’offensiva, con l’obiettivo supremo della Francia essendo la “superiorità marittima e politica sull’Inghilterra” [6758], mentre la Spagna mirava a recuperare “Minorca, Gibilterra o Giamaica” [6760]. La Francia formalmente rinunciò al Canada ma puntò alle Indie Occidentali inglesi e al controllo dell’India [6755-6756].
La chiave di volta di tutta la guerra era il controllo del mare. “In una guerra marittima, come in tutte le altre, due cose sono fin dall’inizio essenziali, — una base adatta sulla frontiera, in questo caso la costa, dalla quale partono le operazioni, e una forza militare organizzata, in questo caso una flotta, di dimensioni e qualità adeguate alle operazioni proposte” [6803]. Poiché “tutto dipendeva dal controllo del mare da parte di una forza navale superiore” [6796], “la flotta nemica” fu indicata come “il vero obiettivo” in ogni teatro [6799, 6811].
L’Inghilterra, con una flotta numericamente inferiore a quella degli alleati [6916], era costretta alla difensiva. La sua unica speranza era “trovare e abbattere la marina nemica” [6928], preferibilmente vicino ai suoi porti di origine. La strategia corretta imponeva di non “distribuire le navi di linea in tutto il mondo, esponendole a essere battute in dettaglio” [6926], ma di concentrarsi per ottenere una superiorità locale e morale. “Tale preponderanza, tuttavia, poteva essere ottenuta solo combattendo; mostrando che, nonostante l’inferiorità numerica, l’abilità dei suoi marinai e le risorse della sua ricchezza permettevano al suo governo, con un uso saggio di questi poteri, di essere effettivamente superiore nei punti decisivi della guerra” [6924].
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56 Errori strategici navali nella Guerra del 1778
Una difesa dispersa e un’offesa distratta portano al fallimento degli obiettivi di guerra.
Nella Guerra del 1778, la strategia navale inglese difensiva fu inefficace. Invece di rendere inespugnabili porti chiave come New York e Narragansett Bay con una flotta concentrata, “questi due porti furono lasciati deboli” [6989]. Il controllo del mare permise al nemico di interporsi tra le porzioni divise dell’esercito inglese, il che “aumentò il dovere della marina con l’aumentata lunghezza delle linee di comunicazione” [6992]. La necessità di proteggere i porti e le lunghe linee di comunicazione “combinarono per aumentare i distaccamenti navali in America, e per indebolire proporzionalmente la forza navale nei punti decisivi in Europa” [6993].
Nei Caraibi, il compito inglese di proteggere le isole e il commercio richiedeva il predominio in mare. Tuttavia, la flotta era spesso “inferiore” [7004] e l’Inghilterra “perse una ad una, per attacco improvviso, la maggior parte delle sue isole” [7005]. In Europa, l’assenza di grandi distaccamenti nell’emisfero occidentale “compromise gravemente la sicurezza dell’Inghilterra stessa e di Gibilterra” [7008].
La politica alternativa, sostenuta da Nelson, non era un blocco stretto dei porti nemici, ma un monitoraggio attivo. Nelson scrisse: “Il porto di Tolone non è mai stato bloccato da me; proprio il contrario. Ogni opportunità è stata offerta al nemico di prendere il mare, perché è lì che speriamo di realizzare le speranze e le aspettative del nostro paese” [7017-7018]. L’obiettivo era intercettare le flotte nemiche una volta in mare e “seguirle fino agli antipodi” [7020]. Questa strategia offensiva difendeva possedimenti e commercio attaccando la flotta nemica, che era “il loro vero nemico e il suo principale obiettivo” [7040].
La politica difensiva inglese, invece, richiedeva una “superiorità numerica” [7042] perché i suoi distaccamenti erano troppo distanti per sostenersi a vicenda. Questo portò a frequenti inferiorità locali, come per Howe, Byron, Graves e Hood [7045]. La strategia alleata, nonostante la superiorità numerica, fu altrettanto difettosa. Si concentrò su “oggetti ulteriori” [7075], attaccando le periferie dell’impero britannico invece di cercare una battaglia decisiva contro la sua marina. “Gli oggetti ulteriori mandarono a monte le speranze degli alleati, perché, fissando i loro occhi su di essi, passarono incautamente la strada che ad essi conduceva” [7076]. Il loro fallimento strategico fu riassunto quando una flotta alleata di 49 navi rinunciò ad attaccare 30 navi inglesi a Torbay [7057].
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57 Indice dei riferimenti a eventi, persone e luoghi nella storia navale
Una raccolta di voci enciclopediche che tratteggiano conflitti, politiche e protagonisti della potenza marittima dal XVII al XVIII secolo.
Il testo fornisce una serie di riferimenti puntuali a eventi, figure storiche, politiche navali e trattati di pace, principalmente nel contesto dei conflitti tra le potenze europee (Inghilterra/Olanda/Francia/Spagna) tra il XVII e il XVIII secolo. Si menzionano ammiragli come “Ruyter, Dutch Admiral, greatest naval officer of seventeenth century” [7330] e “Rodney, Sir George B., afterward Lord, British Admiral” [7326], battaglie come “the battle of the Nile” [7300] e “Trafalgar campaign” [7355], e trattati come la “Peace of Utrecht, 1713” [7309] e la “Peace of Paris, 1763” [7307]. Vengono citate le politiche navali di sovrani come “Louis XIV., growth of French navy under” [7269] e “Louis XVI., naval policy of” [7272], nonché concetti strategici come l’importanza del controllo del “Mediterranean Sea” [7280] e gli elementi della “Sea Power” [7331]. Le voci coprono anche teatri coloniali in India, nelle Indie Occidentali e in Nord America, menzionando luoghi come “Madras” [7274], “Martinique” [7277] e “Louisburg” [7273], e figure come il generale Washington, di cui si riportano “opinions as to the influence of sea power on the American Revolution” [7366].
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