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Lucrezio - De Rerum Natura | A | 10m


0.1 La natura delle cose: atomi, movimento e generazione del mondo senza intervento divino

Come gli elementi primi, eterni e immutabili, si combinano per caso a generare l’universo e ogni fenomeno naturale, senza necessità di cause soprannaturali.

Il testo descrive un sistema in cui la realtà è composta da «primordia rerum» («corpi primi» o «semi delle cose»), particelle indivisibili, solide e eterne, in moto perpetuo nel vuoto. Questi elementi, «quae neque consilio […] sagaci mente locarunt» («che non si dispongono per disegno o intelligenza»), si urtano casualmente «ex infinito iam tempore percita plagis» («percossi da urti per un tempo infinito»), generando aggregati stabili che danno origine a «terrai maris et caeli generisque animantum» («terra, mare, cielo e specie di esseri viventi»). Il processo è governato da leggi fisiche: «finita potestas denique cuique» («ogni cosa ha un potere limitato»), e nulla nasce dal nulla «nil posse creari de nihilo».

I fenomeni naturali — dai fulmini «propterea quia concurrunt sublime volantes aetheriae nubes» («perché le nubi eteree si scontrano in alto») alle fasi lunari «certis temporibus» («a tempi prestabiliti») — non richiedono l’intervento di dèi, ma derivano da «motibus astrorum» («movimenti degli astri») e dalla combinazione di atomi. Anche la vita e la coscienza sono prodotti materiali: «animi natura videtur […] claranda» («la natura dell’anima deve essere spiegata»), composta da particelle sottili che si disgregano con la morte, senza sopravvivenza nell’aldilà «ne forte animas Acherunte reamur effugere» («per non credere che le anime fuggano nell’Ade»).

Temi minori includono: - La critica alla religione come frutto dell’ignoranza: «quorum operum causas nulla ratione videre possunt ac fieri divino numine rentur» («non vedendo le cause dei fenomeni, li attribuiscono a un volere divino»). - La variabilità delle specie e l’impossibilità di ibridi innaturali: «ne forte ex homine et veterino semine equorum confieri credas Centauros posse» («per non credere che possano nascere Centauri da semi umani ed equini»). - La percezione sensoriale come prodotto di «simulacra» («immagini») che colpiscono i sensi: «quae quasi membranae summo de corpore rerum dereptae volitant» («che, come membrane strappate dalla superficie delle cose, volano»). - La mortalità del mondo: «omnis mundi natura […] debet […] mortali corpore constare» («la natura di tutto il mondo deve essere mortale»).


0.2 La natura del vuoto e dei corpi come principi eterni del cosmo: struttura, movimento e implicazioni dell’infinito

L’eternità delle cose si fonda sull’esistenza di due principi indivisibili: il corpo solido e il vuoto, l’uno impossibilitato a dissolversi per la propria compattezza, l’altro per la sua incorporeità. Da essi derivano il moto perpetuo, la generazione e la corruzione di tutte le realtà sensibili, in un universo che non ammette limiti né nel piccolo né nell’immenso.


Il testo definisce un sistema in cui ogni fenomeno dipende dall’inane («quod inane vocamus, «spatium, quod inane vocamus“) e dai corpi primordiali («materiai corpora, «solido cum corpore“), entità indivisibili («quae sine partibus extat) e infinite nel numero («ex infinito). Il vuoto non è un’assenza passiva ma una condizione necessaria al movimento: «namque hoc in promptu manifestumque esse videmus, pondera […] non posse obliqua meare“, mentre i corpi, privi di vuoto interno, «perpetuo volitare invicta per aevom» senza poter «frangi pes findi in bina secando». L’universo stesso è infinito («summai totius omne undique si inclusum certis consisteret oris finitumque foret, iam copia materiai undique ponderibus solidis confluxet ad imum) perché, in sua assenza, «omnia cum belli trepido concussa tumultu horrida contremuere“, nulla potrebbe esistere o muoversi.

I temi minori includono: - Il moto declinante dei corpi («incerto tempore ferme incertisque locis spatio depellere paulum), che spiega la collisione e la formazione dei composti. - La negazione di un centro cosmico («in medium summae quod dicunt omnia niti), poiché «omnia migrant, omnia commutat natura» senza un punto fisso. - L’impossibilità di un terzo principio («praeter inane et corpora tertia per se nulla potest rerum in numero natura relinqui), che esclude forze esterne o divine come cause del moto. - La mortalità come dispersione («dilaniata foras dispargitur, interit ergo), dove l’anima, «mortale tamen esse animam fateare necesse», si dissolve «aut dispersa per auras aut contracta suis e partibus obbrutescat». - L’analogia con fenomeni sensibili (es. «ut videas non e stipatis partibus esse» per il fuoco, «quasi in ignem lana trahatur» per la luce), che dimostra come «parvola causa» generi effetti macroscopici.

Le citazioni ricorrenti su «inane» e «corpora» come «aeterna» («aut ideo durare aetatem posse per omnem, plagarum quia sunt expertia, sicut inane est) e «infinita» («infinita aetas consumpse ante acta diesque) delineano un cosmo autarchico, dove «nil agere illa foris tot corpora materiai» e ogni evento è frutto di «fortuna» e «offensando semina rerum». La morte stessa è ridotta a «frigida vitai pausa», mentre la vita è un’«sitis aequa tenet vitai semper hiantis“, desiderio mai sazio che solo la comprensione della «natura rerum» può placare.


0.3 La natura dei principia rerum: forma, ordine e moto come fondamenti del reale

La dottrina dei corpi primi come elementi invisibili ma attivi, la cui combinazione di figura, ordo e motus genera la varietà dei fenomeni sensibili — dalla materia inerte agli esseri viventi — e ne determina le proprietà, i mutamenti e persino le illusioni percettive.

Il testo definisce i principia rerum come entità prive di qualità sensibili (colore, sapore, suono), ma dotate di figure dissimili che, variando in positura, intervalla e connexus, producono ogni cosa: dal fuoco al mare, dai corpi celesti agli animali, dalle sensazioni piacevoli a quelle dolorose. La ratio insiste sulla necessità che questi elementi siano finita e infinita nel numero, ma non nelle forme, perché non volgo paria omnibus omnia constant (410, 328). Il loro aggregarsi o separarsi spiega trasformazioni (es. ea quae nigro fuerint paulo ante colore, / marmoreo fieri possint candore repente 424), percezioni (es. ut puerorum aetas inprovida ludificetur / labrorum tenus 221), e persino fenomeni come la malattia o la morte, intesa come dissoluzione di un coetus (non ut materiai / corpora conficiat, sed coetum dissupat ollis 472). La dottrina estende il modello anche a realtà immateriali come l’anima (corporea natura animum constare animamque 539) e ai simulacra che, staccandosi dai corpi, generano visioni oniriche o allucinazioni (quae nobis vigilantibus obvia mentes / terrificant 768). La variabilità delle forme primarie — multa rutunda, modis multis multangula quaedam (928) — e la loro disposizione spaziale (intervalla vias conexus pondera plagas 416) sono invocate per spiegare perché aliis alius qui sit cibus (929), perché quod aliis cibus est aliis fuat acre venenum (929), o perché un suono o un colore appaiano diversi a seconda della distanza (cur ea quae fuerint iuxtim quadrata, procul sint / visa rutunda 888). La natura non opera per finalismo divino (nequaquam nobis divinitus esse paratam 1149), ma per meccanismi immanenti: sic ipsis in rebus item iam materiai / [intervalla vias] concursus motus ordo positura figurae / cum permutantur, mutari res quoque debent (474).


0.4 La natura dei corpi, dell’anima e dei principi immutabili: atomi, sensi e dissoluzione nel De rerum natura

Come gli elementi primi, invisibili e eterni, compongono il mondo sensibile e ne determinano la fine: dalla struttura della materia alla mortalità dell’anima, tra percezione, mutamento e annientamento.

Il testo definisce un sistema filosofico-naturale fondato su corpi primordiali immutabili („immutabile enim quiddam superare necessest, ne res ad nihilum redigantur funditus omnes“), da cui derivano tutte le cose mortali. Questi principi, privi di qualità sensibili („pes sonitum, pes simili ratione saporem“), sono atomi indivisibili („minima constent natura“) che si combinano in strutture composite, generando fenomeni come il colore, il suono, l’odore e la vita stessa. La loro eternità („inmortalia si volumus subiungere rebus fundamenta“) contrasta con la natura effimera delle cose create, destinate a dissolversi („quandoquidem gigni pariter pariterque videmus / crescere et […] fessa fatisci“).

L’anima e la mente („naturam animi atque animai“) sono descritte come entità materiali („corpoream docet esse“), composte da atomi sottili e mobili („perquam minutis atque rutundis“), soggette a malattia, invecchiamento e morte („dissolui quoque convenit omnem animai naturam“). La loro esistenza è legata al corpo („coniunctaque res est“), e la loro fine coincide con la disgregazione fisica („in multas quoniam partis disciditur aeque“). Il testo nega l’immortalità dell’anima („nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum“) e smaschera il timore della morte come illusione („ipse sui miseret; neque enim se dividit illim“).

I sensi („sensus animantum procreat omnes“) sono il prodotto di interazioni materiali: gli atomi emettono simulacri („effigias tenuisque figuras“) che colpiscono gli organi percettivi, generando visioni, suoni, odori. La percezione è fallibile („sensus enim trahit atque acies detrudit ad ipsas“), ma resta l’unico criterio di verità („quod tamen a vera longe ratione repulsumst“). Il mondo sensibile è un flusso continuo di nascita e distruzione („alia ex alio reficit natura“), dove nulla si crea dal nulla („nil posse creari de nihilo“) e nulla torna al nulla („haud igitur possunt ad nilum quaeque reverti“).

Temi minori includono: - La critica alle teorie alternative (fuoco come principio unico, „dicere ignem res omnis esse neque ullam rem veram […] nisi ignem, perdelirum esse videtur“; omeomeria di Anassagora, „rerum homoeomerian“). - La generazione spontanea („gigni posse ex non sensibus sensus“, come vermi dal letame o animali dalle uova). - La struttura del cosmo („mundi mortalia templa“), soggetto a cicli di creazione e collasso („exitium quoque terrarum caelique futurum“). - L’etica del piacere („dolore omni, privata periclis“), dove la felicità consiste nell’assenza di dolore („quam minime ut possit […] contractans perdere viro“).

Il testo insiste sulla necessità logica („fateare necessest“) di ammettere l’esistenza di corpi indivisibili, la mortalità dell’anima e il primato della materia sulla percezione, per evitare che „res redeant ad nihilum funditus omnes“.


0.5 L’anima e il corpo: unità, dissoluzione e natura materiale del sensibile

L’anima come principio vitale indissolubile dal corpo, la sua struttura corpuscolare e la dipendenza reciproca tra parti fisiche e sensibilità: un’analisi dei meccanismi che legano dolore, percezione e morte alla materia, tra evidenze empiriche e implicazioni ontologiche.


Il testo definisce l’anima (anima e animus) come entità materiale e composta, distribuita nel corpo attraverso «particulae quibus haec animi natura creatur» (660) e soggetta a leggi fisiche analoghe a quelle degli altri elementi naturali. La sua esistenza è strettamente connessa al corpo: «non quit sine corpore et ipso esse homine» (628), «sine corpore enim vitalis edere motus sola potest animi per se natura» (629). La dissoluzione dell’anima segue quella del corpo, come dimostrano fenomeni quali la morte («nil ibi libatum de toto corpore cernas / ad speciem, nihil ad pondus: mors omnia praestat» (554)) o il sonno («dissoluuntur enim positurae principiorum / et penitus motus vitales inpediuntur» (463)).

La percezione (sensus) è generata dall’interazione tra parti minute dell’anima e stimoli esterni: «omnis enim, sensus quae mulcet cumque, / haut sine principiali aliquo levore creatast» (343). Il dolore, la paura o il piacere agiscono sull’anima come forze materiali che si propagano («ut si forte manu quamvis iam corporis ipse / tute tibi partem ferias atque experiare» (346)), mentre la sua assenza coincide con l’annullamento della vita («praeterea per se quod cumque erit, aut faciet quid / aut aliis fungi debebit agentibus ipsum» (105)). L’unità psicofisica è confermata da fenomeni come la paralisi («in pedibus primum digitos livescere et unguis, / inde pedes et crura mori» (624)) o la perdita graduale dei sensi («paulatim redit in sensus animamque receptat» (617)).

Temi minori includono: - La memoria come funzione corporea («cur super ante actam aetatem meminisse nequimus» (615)). - Il desiderio e la volontà come espressioni di un’impulso materiale («inde ea proporro corpus ferit, atque ita tota / paulatim moles protruditur» (998)). - La morte come disgregazione dei «nodi vitales» (463) e la putrefazione come segno della fine («unde reconflari sensus per membra repente / possit, ut ex igni caeco consurgere flamma?» (1006)). - Il confronto con teorie alternative (come l’harmonia greca, «quod faciat nos vivere cum sensu, / nulla cum in parte siet mens» (525)) rigettate per incoerenza empirica.

La natura dell’anima è quindi mortale, composta e dipendente dal corpo, la cui integrità garantisce la persistenza del «vitalis sensus» (647). La sua fine coincide con la dispersione dei «primordia» (603) che la costituiscono, come fumo o vapore («crede animam quoque diffundi multoque perire / ocius et citius dissolvi in corpora prima» (603)).


0.6 La natura delle simulacra: immagini, percezione e meccanismi fisici del visibile e dell’invisibile

Meccanismi di emissione, propagazione e ricezione delle simulacra come membrane sottili staccate dalla superficie degli oggetti, loro ruolo nella visione, nei sogni e nelle illusioni sensoriali, con riferimento ai fenomeni ottici, acustici e tattili.


Il testo definisce le simulacra come «quasi membranae vel cortex» che «summo de corpore rerum dereptae volitant» e si propagano «ultroque citroque per auras», colpendo gli occhi e la mente. Queste immagini, «tenvia textura» e «mire mobilis», spiegano la visione («ut prius hunc quam se videamus»), le distorsioni speculari («dextera ea propter nobis simulacra remittunt»), i sogni («in somnis facere hoc videatur imago») e le illusioni («ut noscas splendore novo res semper egere»).

Le simulacra interagiscono con l’aria («aëra per multum quia dum simulacra feruntur, cogit hebescere eum crebris offensibus») e con altri corpi, generando fenomeni come l’ombra («lumine cassus aër id quod nos umbram perhibere suëmus») o la riflessione multipla («quinque etiam aut sex ut fieri simulacra su’rint»). La loro velocità e sottilissima struttura («per rarae texturas rerum») consentono loro di attraversare spazi immensi «inmemorabile per spatium» e di penetrare i sensi, anche quando gli oggetti originali sono lontani o assenti («res ibi eam contra feriant forma atque colore»).

Temi minori includono: - la relazione tra simulacra e altri fenomeni sensoriali (odori, suoni, calore), descritti come flussi di particelle («perpetuoque fluunt certis ab rebus odores») soggetti a ostacoli («perscinduntur enim, nisi recta foramina tranant»); - la distinzione tra percezione diretta e indiretta («praeterea si pro foribus sunt lumina nostra, iam magis exemptis oculis debere videtur cernere res animus»); - l’analogia con processi naturali (rifrazione, riflessione, propagazione del suono) per spiegare ritardi («ni mirum quia vox per flexa foramina rerum incolumis transire potest, simulacra renutant») o illusioni («ut noscas splendore novo res semper egere»); - il ruolo delle simulacra nella memoria («relicuas tamen esse vias in mente patentis») e nei fenomeni onirici («in noctis caligine caeca cernere censemus solem»).

La trattazione insiste sulla materialità delle simulacra («corporea constare necessest natura») e sulla loro capacità di riprodurre forme («speciem ac formam similem gerit»), pur essendo soggette a alterazioni («ut prius ostendi, facile uno commovet ictu quae libet una animum nobis subtilis imago»). La loro esistenza spiega anche fenomeni come la visione speculare («usque adeo speculo in speculum translucet imago») o la percezione di oggetti in movimento («omnia quandoquidem cogit natura referri ac resilire ab rebus ad aequos reddita flexus»).


0.7 Origine e sviluppo delle specie viventi: la terra come matrice universale e i meccanismi della generazione spontanea

La terra come madre feconda genera e nutre ogni forma di vita: dagli uomini agli animali, dalle piante ai mostri effimeri. Le specie nascono, si trasformano e si estinguono secondo leggi naturali, senza intervento divino. L’istinto, la competizione e l’adattamento plasmano i viventi, mentre l’umanità, da selvaggia a civile, impara a dominare la natura e se stessa.


Le frasi descrivono un universo in cui «omnibus ille idem pater est, unde alma liquentis / umoris guttas mater cum terra recepit» («tutti hanno lo stesso padre, da cui la terra, madre, accoglie le gocce del liquido nutritivo»): la terra è origine e sostentamento di «genus humanum», «saecla ferarum», «armenta» e «volucres», che nascono «sponte sua» («spontaneamente») o da semi dispersi. La generazione avviene per «foedera naturai» («leggi della natura»), senza bisogno di dèi: «praeterea quae cumque vetustate amovet aetas, / si penitus peremit consumens materiem omnem, / unde animale genus generatim in lumina vitae / redducit Venus?» («se il tempo distrugge tutto consumando la materia, come può Venere riportare le specie alla luce della vita?»).

La selezione naturale emerge nei tratti distintivi: «invenies tamen inter se differre figuris» («troverai che differiscono tra loro per forma»), mentre «multaque tum tellus etiam portenta creare / conatast» («la terra tentò di creare anche mostri») come ibridi impossibili, destinati a estinguersi per «discordia membra» («membri incompatibili»). Gli istinti guidano la sopravvivenza: «praeterea genus horriferum natura ferarum / humanae genti infestum» («la natura delle fiere ostili all’umanità»), ma anche la cooperazione «servabat foedera caste» («rispettava patti leali») tra specie. L’uomo, inizialmente «silvestria saecla ferarum» («selvaggio come le bestie»), impara a «condere urbis» («fondare città»), a «legibus uti» («usare le leggi») e a «dulcia carmina» («dolci canti»), mentre la civiltà nasce dal «timor» («timore») e dal «dolor» («dolore»).

Temi minori includono: - Generazione spontanea e adattamento: «nam quae cumque cluent, aut his coniuncta duabus rebus / ea invenies aut horum eventa videbis» («tutto ciò che fiorisce lo troverai connesso a queste due cose o derivato da esse»), con esempi di «ova relinquebant» («deponevano uova») o «folliculos […] lincunt» («lasciano involucri»). - Estinzione e competizione: «multaque tum interiisse animantum saecla necessest» («molte stirpi di animali dovettero estinguersi»), mentre «aliis in rebus item communia multa / multarum rerum cum sint, primordia rerum / dissimili tamen inter se consistere summa» («pur avendo elementi comuni, le combinazioni producono risultati diversi»). - Cicli vitali e decadenza: «iamque adeo fracta est aetas effetaque tellus / vix animalia parva creat» («l’età è ormai logorata e la terra, esausta, genera a stento piccole creature»), con riferimenti a «novitas mundi» («novità del mondo») che un tempo mitigava «frigora dura» («freddi intensi»). - Simulacri e percezione: «simulacra feruntur» («si propagano immagini»), che spiegano sogni, paure e comportamenti istintivi come «vestigia si teneant inventa ferarum» («se seguono tracce di fiere»). - Tecniche umane: dall’«agricolae […] vomere glebas» («l’aratro del contadino») alla «tibia quas fundit digitis pulsata canentum» («zampogne suonate con le dita»), fino alla «ferrum» («ferro») e ai «moenia» («mura») delle città.


Note ##### Citazioni tradotte dal latino: - «Denique caelesti sumus omnes semine oriundi»«Infine siamo tutti generati da un seme celeste». - «praeterea nitidas fruges vinetaque laeta / sponte sua primum mortalibus ipsa creavit»«inoltre la terra creò spontaneamente per i mortali frutti splendidi e vigneti rigogliosi». - «at variae crescunt pecudes armenta feraeque / пес crepitacillis opus est пес cuiquam adhibendast»«ma crescono greggi e fiere selvatiche / senza bisogno di sonagli o cure umane». - «namque aliis aliud praestantius exoreretur»«poiché in ciascuno eccelleva una qualità diversa». - «hinc alitur porro nostrum genus atque ferarum»«da qui si nutre il nostro genere e quello delle fiere».


0.8 La natura come rimedio alla paura: conoscenza, pace e liberazione dagli inganni

L’arte di dissolvere i nodi della religione, il terrore della morte e le illusioni del desiderio attraverso la ragione, per conquistare una serenità fondata sulla comprensione dei fenomeni naturali e sulla rinuncia alle passioni distruttive.

Il testo delinea un percorso di emancipazione dalle paure umane — prima tra tutte quella della morte e degli dèi — mediante l’indagine razionale della natura rerum. La conoscenza diventa strumento per animum nodis exsolvere (766), sciogliendo i terrores (523) che non radii solis (1457) ma solo la naturae species ratioque (523) possono dissipare. La vita è spesso segnata da cassa formidine (754) e da un insatiabile desiderio (sitit aequa tenet vitai semper hiantis 761), che spinge gli uomini a in cassum frustraque laborat (1447) inseguendo ricchezze, potere o gloria effimera (quod inanest 740).

La divina voluptas (512) della scoperta scientifica — che rivela come nil […] mors est ad nos (694) e smaschera le simulacra (1456) che alimentano superstizioni e conflitti — offre una via d’uscita: pacata posse omnia mente tueri (1390). La pace interiore nasce dal riconoscere che neque enim est umquam penuria parvi (1369) e che brevis hic est fructus homullis (714), invitando a aequo animo (727) accettare i limiti dell’esistenza. Anche l’amore, con le sue plagae (1044), è un inganno da cui liberarsi (absterrere sibi alio convertere mentem 1041), così come la brama di dominio (ut regere […] res velle 1370), che genera solo invidia“ (1378) e crudeles gaudent in tristi funere“ (518).

La ragione, erede della tradizione greca (Graius homo mortalis 8), si oppone alla ignorantia causarum (1461) che alimenta il metus in vita poenarum (743) e le religiones“ (259), mostrando invece come res accendent lumina rebus (251). La natura, priva di disegni divini (non […] numina magni pendebantur 1790), si governa per leggi meccaniche: corpora […] motus“ (279) e foedera“ (1122) che rendono vano ogni timore“ (quae non sunt metuenda 1456). La vera sapienza sta nel vivere parce (1369) e nel despicere unde queas alios […] errare“ (253), consapevoli che omnia perfunctus vitai praemia marces (726).


0.9 La natura del fuoco, dei fulmini e dei fenomeni atmosferici: origine, dinamiche e interazioni con gli elementi

Processi di generazione, propagazione e trasformazione del fuoco e dei fenomeni elettrici nell’atmosfera, con particolare attenzione ai meccanismi fisici che regolano la formazione dei fulmini, la combustione spontanea, l’interazione tra venti, vapori e corpi solidi, nonché le conseguenze su terra, acqua e organismi viventi.


Sommario

Il tema ruota attorno alla natura materialistica del fuoco e dei fenomeni ad esso connessi, descritti come risultanti dall’aggregazione, collisione e dispersione di particelle elementari. Il fuoco non è un ente a sé stante, ma un effetto derivante da «semina ignis» («semi di fuoco», 1515, 1676, 1507) che, sotto l’azione di forze esterne — come «venti» (1507, 1515, 1518) o «plagae» («colpi», 1515) —, si concentrano, si infiammano e producono fenomeni osservabili: «ut lapidem ferro cum caedimus, evolat ignis» («come quando percuotiamo una pietra con il ferro, scaturisce il fuoco», 1515).

I fulmini sono il prodotto di «nubes extructis» («nubi addensate», 1501) in cui «venti» e «semina vaporis» («semi di vapore», 1507) si comprimono fino a generare «fulgura flammae» («lampi di fiamma», 1484) e «sonitus» («suoni», 1484). La loro dinamica è paragonata a quella di «plumbea glans» («una palla di piombo», 1514) che, riscaldata dall’attrito, si infiamma: «non alia longe ratione […] ignem concepit in auris» («non diversamente […] riceve il fuoco nell’aria», 1514). La velocità e la potenza distruttiva dei fulmini derivano dalla «mobilitas» («mobilità», 1518) delle particelle, che «confluere ex ipso possunt elementa vaporis» («possono convergere in esso gli elementi del vapore», 1515) e, una volta accumulate, «perscindit subito nubem» («squarciano all’improvviso la nube», 1508).

Il testo descrive anche la combustione spontanea in contesti naturali e artificiali: «ignis ubi ingentis silvas ardore cremarat» («quando il fuoco con grande ardore bruciava le foreste», 1398), sia per cause accidentali («fulmine misso», 1398) sia per azioni umane («ignem formidinis ergo», 1398). La presenza di «semina ignis» («semi di fuoco», 1676) nell’acqua e nella terra spiega fenomeni apparentemente contraddittori, come «fontem […] calidum» («una sorgente […] calda», 1676) o «stuppa iacit flammam» («la stoppa getta fiamme», 1675) anche a contatto con l’umido.

Le interazioni tra elementi — fuoco, aria, acqua, terra — sono centrali: «aeris aerisque tenenda» («bisogna considerare l’aria e il fuoco», 1465), «umor aquae ferrum condurat ab igni» («l’umidità dell’acqua indurisce il ferro col fuoco», 1699), «aes in tempore et aurum» («il bronzo e l’oro», 1496) si fondono sotto l’azione del calore. La meteorologia è trattata come conseguenza di questi processi: «nubes umorem mittere» («le nubi emettono umidità», 1569), «fulmina diffugere» («i fulmini si disperdono», 179), «tempestates ventique» («tempeste e venti», 1269) nascono dall’accumulo e dalla collisione di «semina aquarum» («semi d’acqua», 1566) e «semina ignis» («semi di fuoco», 1507).

Minori ma rilevanti sono i riferimenti a: - La magnetite («lapis […] Magnetum», 1682) e le sue proprietà attrattive. - La fisiologia del calore vitale: «calor animo» («calore nell’animo», 571), «sanguis» («sangue», 530) e «vis vitalis» («forza vitale», 530) come componenti materiali della vita. - I fenomeni vulcanici («Aetnae […] flammarum murmura», 173) e le «fauces» («fauci», 1612) della terra che eruttano «ignem» («fuoco», 1612). - La percezione sensoriale del calore, del suono e della luce, con esempi come «fulgorem […] ante quam tonitrum» («il lampo […] prima del tuono», 1481) o «vox una […] in multas voces» («una voce […] in molte voci», 905).


Note ###### Citazioni tradotte dal latino: - «pes quod frigida vis ferrist, hoc setius illi / semina concurrunt calidi fulgoris ad ictum» (1515) → «sebbene [la pietra] sia colpita da una forza fredda, i semi del caldo splendore si riuniscono più fitti al colpo». - «ni mirum quia sunt in aqua permulta vaporis semina» (1676) → «non c’è da meravigliarsi, poiché nell’acqua ci sono molti semi di vapore». - «ut, lapidem ferro cum caedimus, evolat ignis» (1515) → «come quando percuotiamo una pietra con il ferro, scaturisce il fuoco». - «hoc ubi ventus eas idem qui cogit in unum […] insinuatus ibi vortex versatur in arto» (1507) → «quando il vento le [particelle] costringe insieme […] un vortice si insinua e gira in uno spazio ristretto». - «fulmina gignier e crassis alteque putandumst / nubibus extructis» (1501) → «si deve pensare che i fulmini nascano da nubi dense e addensate in alto». - «praeterea solis radiis iactatur aquai / umor et in lucem tremulo rarescit ab aestu» (1674) → «inoltre, l’umidità dell’acqua è agitata dai raggi del sole e si dirada tremula nella luce per il calore». - «quod super est, agere incipiam quo foedere fiat / naturae, lapis hic ut ferrum ducere possit» (1682) → «ora inizierò a spiegare con quale patto della natura questa pietra [magnete] possa attrarre il ferro».

0.9.0.0.0.1 Citazione tradotta dal russo (traslitterato in latino nel testo originale):

0.10 Il ciclo dell’acqua e i fenomeni atmosferici nel De rerum natura: dinamiche di scambio tra terra, mare e cielo

La circolazione degli elementi tra terra, aria e acqua come principio di equilibrio e trasformazione: evaporazione, piogge, venti e fenomeni meteorologici come manifestazioni di un sistema interconnesso, dove il mare non inonda la terra, i fiumi non si esauriscono e le nubi si formano per condensazione, mentre tempeste, fulmini e terremoti ne rivelano le tensioni interne.


Il testo descrive un sistema naturale in cui l’umor („umidità“) ascende dal mare alla terra e viceversa, secondo un ciclo perpetuo: „percolatur enim virus retroque remanat / materies umoris et ad caput amnibus omnis confluit, / inde super terras redit agmine dulci“ (1599; 1170). Le acque dolci dei fiumi si originano dalla condensazione dei vapori marini, mentre il sole e i venti ne regolano l’equilibrio asciugando „mollis aquae“ (1170) o alimentando „largis imbribus“ (60) le piene improvvise. Le nubi si addensano „ut picis e caelo demissum flumen“ (1503) e scaricano piogge torrenziali, ma il mare non cresce perché „guttai vix instar erunt unius adaugmen“ (1593) rispetto alla sua vastità.

I venti, „corpora caeca“ (62) che „verrunt ac subito vexantia turbine raptant“ (60), sono agenti di scambio violento: sollevano „umorem“ (1597) dal mare, frantumano le nubi (displosa repente / opprimere ut caeli videantur templa superne 1509), e generano tempeste (fulmina tempestasque cietur turbida caelo 1533). I terremoti (terra supra quae se sunt concutit omnia motu“ 1224) e i fulmini (concurrunt sublime volantes / aetheriae nubes contra pugnantibus ventis“ 1466) sono effetti di queste forze, così come le eruzioni (fumida cum caeli scintillare omnia templa“ 1600) che espellono „ignis semina“ (1487) dalle viscere della terra.

Il sole, „largus item liquidi fons luminis“ (1174), evapora le acque (sol excoquit et facit are“ 1697) e alimenta i cicli vitali, mentre la luna riflette la sua luce (luna potest solis radiis percussa nitere“ 1262) in un ordine cosmico dove „annua sol in quo concludit tempora serpens“ (1259). La terra, „multa modis multis multarum semina rerum“ (1785), genera piogge, fonti e vegetazione, ma anche „morbida vis“ (1736) quando gli elementi si corrompono. L’equilibrio è precario: „toti caelo terraeque putandumst / ex infinito satis omnia suppeditare“ (1605), ma „omnia debet enim cibus integrare novando“ (500), altrimenti „in barathrum rerumque sequatur prodita summa“ (1591).


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