Leopardi - Operette Morali | dL | v
1 La Punizione della Protervia Umana
“Ora poiché fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero né deplorassero il fato comune.” [49]
Si discute di come, dopo il diluvio, Deucalione e Pirra, gli unici sopravvissuti, desiderassero l’estinzione della specie umana. Giove, ammonendoli a ripopolare la terra, li guidò a creare nuovi esseri umani lanciando pietre che si trasformavano in persone. Successivamente, Giove, consapevole dell’insaziabile natura umana, deliberò di introdurre mali e fatiche per distrarli dalla ricerca della felicità.
Si introduce una nuova strategia: la diffusione di malattie e sventure per aumentare il valore dei beni e per “rompere e mansuefare la ferocia degli uomini”. Giove creò tempeste, comete ed eclissi per spaventare gli uomini. Per soddisfare i bisogni primari, si introdussero nuove forme di cibo e bevande, e si imposero vestiti per riparare alle mutazioni del clima.
Si stabilirono città, si distinsero popoli e lingue, e si introdussero le arti. Giove diede leggi, stati e ordini civili, e introdusse fantasmi come Giustizia, Virtù e Amore, che inizialmente stimolarono la prosperità. L’Amore, in particolare, sostituì l’impeto della cupidità, portando a una nuova era di benessere.
Si discute di come la Verità, promessa agli uomini, rivelasse la loro infelicità e la vanità delle cose terrene, privandoli della speranza e portandoli a una disperazione che avrebbe portato alla decadenza della società.
2 Il Mondo Dormiente
Dialogo tra Ercole e Atlante. “Oltre che gl’immortali, contenti della vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell’insanabile miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli uomini” [119].
Si presenta un dialogo tra Ercole e Atlante, in cui Atlante lamenta il peso del mondo che sostiene. Si discute della sua apparente leggerezza, “il mondo (1) è fatto così leggero, che questo mantello che porto per custodirmi dalla neve, mi pesa più” [122], e delle sue trasformazioni nel tempo, “mi accorgo bene che ha mutato figura, e che è diventata a uso delle pagnotte” [124]. Atlante spiega che il mondo ha cessato di muoversi e di fare rumore, “finì di fare ogni moto e ogni romore sensibile” [133], e che si è trasformato in una pianta, “si fosse convertito in pianta, come Dafne e tanti altri” [134]. Ercole, a sua volta, ipotizza che il mondo stia dormendo, “Io piuttosto credo che dorma” [135], paragonandolo al sonno di Epimenide.
3 Dialogo tra Moda e Morte
“atlante Lasciamela per tutte le corna dello Stige, che io me la raccomodi sulle spalle” [215].
Si presenta un dialogo tra Atlante e Ercole, interrotto da un’incursione di Orazio e di un’inattesa discussione tra la Moda e la Morte. Si discute del peso delle responsabilità, della caducità delle cose e della natura ciclica del mondo. Si tratta di un’analisi sulla giustizia umana, con un’osservazione sulla caduta del mondo e sulla sua connessione con la giustizia degli uomini. Ci si riferisce a un poeta, Orazio, che canticchia canzonette sulla caduta del mondo e sulla giustizia degli uomini. Si discute della natura della Moda e della Morte, che si rivelano sorelle nate dalla Caducità, con la Moda che si manifesta attraverso cambiamenti di abbigliamento e la Morte attraverso la fine della vita. Si tratta di un’analisi sulla natura della Moda e della Morte, che si rivelano sorelle nate dalla Caducità, con la Moda che si manifesta attraverso cambiamenti di abbigliamento e la Morte attraverso la fine della vita.
4 Declino e Rinascita attraverso le Macchine
“A poco per volta, ma il più in questi ultimi tempi, io per favorirti ho mandato in disuso e in dimenticanza le fatiche e gli esercizi che giovano al ben essere corporale, e introdottone o recato in pregio innumerabili che abbattono il corpo in mille modi e scorciano la vita.” [276] Si discute di un declino morale e fisico, con l’introduzione di pratiche che danneggiano il corpo e accorciano la vita. “Oltre di questo ho messo nel mondo tali ordini e tali costumi, che la vita stessa, così per rispetto del corpo come dell’animo, è più morta che viva” [277]. Si tratta di un’epoca in cui la vita è più simile alla morte che alla vitalità.
Si presenta una riflessione sulla capacità umana di trasformare l’ambiente e la società, “dove per l’addietro solevi essere odiata e vituperata, oggi per opera mia le cose sono ridotte in termine che chiunque ha intelletto ti pregia e loda” [279]. Si discute anche della ricerca dell’immortalità, “ho levata via quest’usanza di cercare l’immortalità, ed anche di concederla in caso che pure alcuno la meritasse” [280].
Si introduce l’idea di un’Accademia dei Sillografi che propone premi per l’invenzione di macchine, “L’Accademia dei Sillografi attendendo di continuo, secondo il suo principale instituto, a procurare con ogni suo sforzo l’utilità comune” [290]. Si discute della creazione di macchine che imitano l’amicizia, “per fare le parti e la persona di un amico, il quale non biasimi e non motteggi l’amico assente” [295]. Si crede che le macchine possano sostituire gli esseri umani, “perché gli uomini si rimuovano dai negozi della vita il più che si possa, e che a poco a poco dieno luogo, sottentrando le macchine in loro scambio” [293].
5 La scomparsa dell’umanità e le sue conseguenze
“Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi” [316]. Si presenta un dialogo tra un gnomo e un folletto, in cui si discute della scomparsa dell’umanità e delle conseguenze di tale evento. Ci si riferisce alla perdita di conoscenze e alla fine delle attività umane, come la stampa di gazzette e la misurazione del tempo. Si tratta di un’analisi delle conseguenze della scomparsa dell’uomo, con un’implicita riflessione sulla presunzione umana e sulla sua convinzione di essere al centro del mondo. “Che vuoi tu inferire?” [317], “Voglio inferire che gli uomini son tutti morti, e la razza è perduta” [318]. “Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato via la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani” [326]. Si discute anche della presunzione umana di aver sfruttato e dominato il mondo, e si rimpiange la perdita di conoscenze e tradizioni. “E certo che quelle povere creature non adoperarono niuno di tanti artifizi che, come io ti diceva, hanno usato gli uomini per andare in perdizione” [338]. “Ben avrei caro che uno o due di quella ciurmaglia risuscitassero, e sapere quello che penserebbero vedendo che le altre cose, benché sia dileguato il genere umano, ancora durano e procedono come prima” [340]. “Che fanno agli gnomi il sole, la luna, il mare, le campagne?” [349]. “Che fanno ai folletti le cave d’oro e d’argento, e tutto il corpo della terra fuor che la prima pelle?” [350].
6 La Luna e la Terra: Un Dialogo Inquietante
“terra Cotesto mi riesce strano in modo, che se io non l’udissi da te medesima, io non lo crederei per nessuna cosa del mondo.” [499]
Si presenta un dialogo tra la Terra e la Luna, dove la Terra esprime incredulità di fronte alle affermazioni della Luna. La Luna nega di essere mai stata conquistata “No, che io sappia” [501] e si interroga sulle motivazioni dietro le ambizioni e le guerre terrestri “Io non so che voglia dire armi, ambizione, arti politiche, in somma niente di quel che tu dici” [505]. La Terra, a sua volta, descrive le osservazioni fatte tramite cannocchiali, rivelando la presenza di fortificazioni e infrastrutture sulla Luna “che è segno che le tue genti usano, se non altro, gli assedi e le battaglie murali” [506]. La Luna si difende, sottolineando la sua ignoranza delle pratiche terrestri e mettendo in discussione le interpretazioni della Terra “Perdona, monna Terra, se io ti rispondo un poco più liberamente che forse non converrebbe a una tua suddita o fantesca, come io sono” [507].
La Terra, con un tono di frustrazione, accusa la Luna di egocentrismo “Ma in vero che tu mi riesci peggio che vanerella a pensare che tutte le cose di qualunque parte del mondo sieno conformi alle tue” [508]. Si discute della possibilità che la Luna sia abitata, con la Terra che assume che gli abitanti siano umani “Io dico di essere abitata, e tu da questo conchiudi che gli abitatori miei debbono essere uomini” [509]. La Luna, tuttavia, nega questa ipotesi, suggerendo che si tratti di altre creature e che la Terra stia interpretando erroneamente le osservazioni “Ti avverto che non sono; e tu consentendo che sieno altre creature, non dubiti che non abbiano le stesse qualità e gli stessi casi de’ tuoi popoli” [510].
La discussione si fa poi più surreale, con domande sulla coltivazione della Luna “Se io sono coltivata, io non me ne accorgo, e le mie strade io non le veggo” [513], sulla sua natura di genere “Sei tu femmina o maschio?” [523] e sulla sua struttura interna “che tu sei traforata a guisa dei paternostri, come crede un fisico moderno?” [527]. La Terra, infine, rivela di essere consapevole di tentativi di conquista e di spionaggio da parte della Terra, avvertendo la Luna di prepararsi a possibili minacce “Queste cose, per la buona volontà ch’io ti porto, mi è paruto bene di avvisartele, acciò che tu non manchi di provvederti per ogni caso” [520].
7 Dialogo tra Terra e Luna
“terra Veramente, più che io propongo, nel favellarti, di astenermi da toccare le cose proprie, meno mi vien fatto.” [570]
Si discute un dialogo tra la Terra e la Luna, in cui la Terra si scusa per aver toccato argomenti personali. Il riassunto presenta una serie di domande e risposte tra i due corpi celesti, riguardanti la loro natura, le loro proprietà e le condizioni che li affliggono. La Terra si interroga sulla natura del suo rapporto con la Luna, mentre la Luna rivela di essere piena di mali e infelicità. Infine, la Terra interrompe la conversazione per non spaventare gli umani.
8 Popolazioni Antiche e Costumi Cannibalistici
Due viaggiatori celesti osservano un villaggio abbandonato e scoprono un’usanza sconcertante.
Si presenta un racconto di due viaggiatori, Momo e Prometeo, che esplorano un territorio apparentemente deserto, segnato da “vestigi di cultura per la campagna; parecchi sentieri, ancorché tronchi in molti luoghi, e nella maggior parte ingombri; alberi tagliati e distesi; e particolarmente alcune che pa (1) Plinio, lib. 16, cap. 30; lib. 2, cap. 55” [628]. Si discute della loro perplessità riguardo alla presenza di segni di abitazione umana in un luogo così solitario, con riferimenti a “inondazioni del mare, i tremuoti i temporali, le piogge strabocchevoli” [639]. Si tratta di un villaggio dove le persone praticano il cannibalismo, come dimostrato dalla conversazione tra Prometeo e un abitante selvaggio, che afferma di mangiare “la mia propria no, ma ben quella di costui: che per questo solo uso io l’ho messo al mondo, e preso cura di nutrirlo” [652]. Si riferisce, inoltre, all’intenzione di consumare anche la madre del bambino, “che già non debbe esser buona da fare altri figliuoli, penso di mangiarla presto” [655].
9 Pratiche Cannibalistiche nel Perù del XVI Secolo
“Questi é un Pietro di Cieza, spagnuolo, vissuto al tempo delle prime scoperte e conquiste fatte da’ suoi nazionali in America” [661]. Si discute delle pratiche cannibalistiche tra le popolazioni indigene del Perù nel XVI secolo, come descritto da Pietro di Cieza, un esploratore spagnolo. Si tratta di un racconto che rivela abitudini alimentari e rituali sconcertanti, come l’allevamento di donne per la procreazione e il consumo dei figli, e il cannibalismo di persone anziane o schiave. “Y háceme tener por cierto lo que digo, ver lo que pasó con el licenciado Juan de Vadillo” [669]. Il testo fa riferimento a un episodio specifico che coinvolge un licenziato spagnolo, Juan de Vadillo, e un indigeno che ammette di aver mangiato la propria moglie. “Esto que he dicho, pasó en el valle de Nore: y en él de Guaca” [672]. Si menziona anche la pratica di schiavizzare i prigionieri di guerra e di consumarli, e si sottolinea che queste pratiche erano attribuite alla malvagità degli spiriti piuttosto che alla volontà degli indigeni. “Il testo esplora le pratiche cannibalistiche e le usanze tribali delle popolazioni indigene del Perù nel XVI secolo” [673]. Infine, si fa riferimento a un’opera di M. Schoolcraft che fornisce dettagli curiosi su queste popolazioni e sulla loro imminente scomparsa.
10 La Natura Imperfetta dell’Uomo
E quasi tutte le invenzioni che erano o di maggiore necessità o di maggior profitto al conseguimento dello stato civile, hanno avuto origine, non da ragione, ma da casi fortuiti [699].
Si presenta una riflessione sulla natura umana, confrontandola con quella degli altri esseri viventi. Si discute della difficoltà di raggiungere la perfezione e si evidenzia come la civiltà umana sia frutto più del caso che della ragione. Si tratta della condizione dell’uomo barbaro, inferiore agli altri animali, e si riferisce alla sua imperfezione intrinseca, che si manifesta anche nella difficoltà di raggiungere la perfezione. Si discute della stabilità della civiltà, spesso compromessa da eventi inattesi. Si racconta l’episodio di un uomo che si toglie la vita insieme ai suoi figli per “tedio della vita”, e si riferisce alla necessità di accertare se fosse impazzito per determinare la destinazione dei suoi beni. Si tratta, infine, di un dialogo tra un fisico e un metafisico, in cui il fisico afferma di aver scoperto “l’arte di vivere lungamente”.
11 La vita breve e intensa
“Mela, lib.” [791]
Si discute della durata della vita e del suo impatto sulla felicità. Si presenta l’argomentazione secondo cui una vita breve, ma intensa, potrebbe essere preferibile a una lunga e prolungata, poiché la sua efficacia e la copia delle sensazioni sarebbero maggiori. “Ora in quella specie d’uomini, la vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di quarant’anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte, sarebbe più viva il doppio di questa nostra” [809]. Si conclude che la vita di queste nazioni, anche se più breve, sarebbe più ricca di piacere. “Perciò, non solo io non mi curo dell’immortalità, e sono contento di lasciarla a’ pesci” [813]. Infine, si esprime la preferenza per una vita breve e intensa, paragonata a quella degli efimeri, per evitare la noia. “Nel qual caso, io stimo che non ci rimarrebbe luogo alla noia” [814].
12 Inseguimento della Natura
Di più, l’essere diviso dagli uomini e, per dir così, dalla vita stessa, porta seco questa utilità; che l’uomo, eziandio sazio, chiarito e disamorato delle cose umane per l’esperienza; a poco a poco assuefacendosi di nuovo a mirarle da lungi, donde el le paiono molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo a suo modo; apprezzare, amare e desiderare la vita. [958]
Si presenta un dialogo tra un personaggio e un genio, in cui si discute della solitudine e della sua capacità di ringiovanire l’animo, ravvalora l’immaginazione e offre benefici simili a quelli della giovinezza. Si tratta di un’analisi del tempo che passa, della necessità di consumare la vita e di come la conversazione possa offrire conforto, anche in momenti di tristezza. Si racconta, inoltre, l’incontro di un Islandese con una figura femminile, la Natura, durante il suo viaggio attraverso l’Africa. L’Islandese, in fuga dalla Natura, si imbatte in un busto smisurato di donna seduta in terra, la quale lo interroga sulla sua presenza in luoghi sconosciuti.
13 Ricerca della tranquillità
“E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano” [989]. Si discute della ricerca di un luogo dove non offendere e non essere offeso, ma si scopre che è impossibile evitare le offese. Si racconta di un viaggio alla ricerca di un luogo dove si possa vivere in tranquillità, evitando sia le molestie umane che le avversità naturali. Si descrivono le difficoltà incontrate in diversi climi e luoghi, tra cui il freddo intenso, il caldo soffocante, i terremoti, i vulcani e le tempeste. Si tratta di un’analisi delle difficoltà intrinseche alla vita umana, che si manifestano sia attraverso le azioni degli altri che attraverso le forze naturali. Si riferisce alla costante presenza di pericoli e malattie, che rendono impossibile una vita senza sofferenza. Si conclude che la natura è nemica degli esseri viventi, perpetuando un ciclo di offesa e persecuzione.
14 La ricerca della gloria
“o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio?” [1025] Si discute della difficoltà di perseguire la gloria letteraria, evidenziando come l’impegno richiesto possa portare a travaglio e pericolo [1027]. Si tratta della necessità di misurare le proprie ambizioni alla luce delle difficoltà e dei disagi che ne derivano [1058]. Si presenta un’analisi delle sfide intrinseche alla scrittura, come la necessità di uno stile impeccabile e di una lingua padroneggiata [1071]. Si riferisce alla difficoltà di ottenere apprezzamento e riconoscimento, soprattutto in un contesto in cui pochi sono veramente capaci di giudicare la qualità di un’opera [1075]. Si racconta di un episodio in cui due leoni, affamati, divorano un islandese che stava discutendo di filosofia [1039]. Si fa riferimento a Giuseppe Parini, noto per la sua innocenza e la sua dedizione alla patria [1042]. Si discute della necessità di valutare attentamente i costi e i benefici della ricerca della gloria, considerando le difficoltà e le fatiche che essa comporta [1058]. Si menziona l’importanza di un’analisi attenta delle proprie capacità e ambizioni, al fine di evitare delusioni e frustrazioni [1058].
15 La soggettività del giudizio letterario
“Si è veduto già quanto pochi avranno facoltà di ammirarti quando sarai giunto a quell’eccellenza che ti proponi” [1096]. Il testo si riferisce alle difficoltà nel formulare giudizi validi sugli scritti, evidenziando come l’esperienza personale e la predisposizione individuale influenzino la percezione dell’opera stessa. Si discute di come l’impossibilità di immedesimarsi nell’animo dello scrittore possa portare a un disprezzo ingiustificato, “non iscuoprono la causa della loro fama” [1100].
Si tratta di come i tempi di freddezza, languidezza e mancanza di apertura possano impedire anche a persone dotate di giudicare correttamente, “non potendo in parte alcuna immedesimare l’animo proprio con quello dello scrittore” [1100]. Si sottolinea come l’esperienza e la predisposizione individuale influenzino la percezione dell’opera stessa, “non iscuoprono la causa della loro fama” [1100].
Ci si sofferma sulla variabilità del giudizio, “l’uomo discorda grandemente da se medesimo nell’estimazione di opere di valore uguale” [1113], e sulla difficoltà di distinguere tra l’effetto della virtù dell’opera e la propria predisposizione. “e confondendo gli effetti della virtù e della disposizione propria con quelli che si appartengono veramente al libro” [1111].
Si presenta infine un’analisi sulla tendenza dei giovani a cercare un diletto “infinito” nella lettura, che, non trovandolo, porta a disprezzare gli scrittori, “cercano in quella un diletto più che umano, infinito, e di qualità impossibili” [1120].
16 La Fama e il Progresso del Sapere
“Ma da altra parte, i libri composti, come sono quasi tutti i moderni, frettolosamente, e rimoti da qualunque perfezione; ancorché sieno celebrati per qualche tempo, non possono mancar di perire in breve: come si vede continuamente nell’effetto” [1147].
Il testo discute la fugacità della fama letteraria nell’era moderna, dove la produzione di libri è abbondante e la loro durata breve. Si evidenzia come la celebrità di un’opera possa essere rapidamente soppiantata da nuove pubblicazioni, anche se queste non siano necessariamente meritevoli. Questa dinamica rende difficile per i libri moderni raggiungere lo stesso grado di riconoscimento e longevità delle opere classiche, che godono di una fama consolidata nel tempo. Si tratta di un fenomeno che si riflette anche nella difficoltà di ottenere lode per nuove scoperte, che spesso vengono inizialmente ignorate o derise prima di essere accettate dalla comunità intellettuale.
Il riassunto si basa sulle seguenti frasi: [1147], [1148], [1149], [1150], [1151], [1152], [1153], [1154], [1155], [1156], [1157], [1158], [1159], [1160], [1161], [1162], [1163], [1164], [1165], [1166], [1167], [1168], [1169], [1170], [1171], [1172], [1173], [1174], [1175], [1176], [1177], [1178], [1179], [1180], [1181], [1182], [1183], [1184], [1185], [1186], [1187], [1188], [1189], [1190], [1191], [1192], [1193], [1194], [1195], [1196], [1197], [1198], [1199], [1200], [1201], [1202], [1203], [1204], [1205], [1206], [1207], [1208], [1209], [1210], [1211], [1212].
17 La Gloria dello Scrittore e del Filosofo
“E mai non muta opinione in maniera, che egli si creda di mutarla” [1216]. Si discute della difficoltà di cambiare opinione e di come la fama, soprattutto per scrittori e filosofi, possa essere effimera e spesso non riconosciuta durante la vita. Si tratta di come le città piccole, pur offrendo un’apparente facilità di riconoscimento, possano in realtà limitare la vera stima e il progresso intellettuale. Si riferisce alla difficoltà di ottenere onore e riconoscimento, anche in città grandi, e come la poesia e la filosofia siano spesso sottovalutate rispetto ad altre arti. Si presenta un’analisi della condizione del poeta e del filosofo, evidenziando la loro povertà e mancanza di onore, e si conclude con un invito a trovare conforto e stimolo nella propria solitudine, apprezzando la gloria per ciò che essa è, un incentivo a nuove fatiche e speranze. “In Omero, tutto (per così dire) è vago e leggiadramente indefinito, siccome nella poesia, così nella persona” [1232].
18 La Gloria degli Scrittori e la Mutabilità del Sapere
“Crediamo che nel comune degli uomini le facoltà del cuore, dell’immaginativa, dell’intelletto, saranno maggiori che non sono oggi?” [1273]
Si discute della mutevolezza dei giudizi e delle inclinazioni umane nei confronti della letteratura e delle scienze. Si tratta della variabilità dei tempi, delle nature dei luoghi e dei popoli, dei costumi e delle persone. Si riferisce alla condizione degli scrittori, che è soggiace alla varietà e incostanza. Si presenta la condizione delle scienze, che, pur apparendo stabile, è in realtà soggetta a mutamenti dovuti a nuove scoperte e congetture. Si discute della difficoltà di ammirare e venerare chi possiede una scienza inferiore alla propria. Si fa riferimento alla condizione degli scrittori grandi, che conducono una vita simile alla morte, negletti nel consorzio degli uomini. Si cita “Chi legge ora più le opere di Galileo?” [1286] e “Veramente la stessa forza d’ingegno, la stessa industria e fatica, che i filosofi e gli scienziati usano a procu rare la propria gloria, coll’andare del tempo sono causa o di spegnerla o di oscurarla” [1292]. Si conclude con un consiglio di sfruttare le proprie qualità per ottenere una gloria incerta, simile all’ombra che sfugge alla presa.
19 La Fortuna e la Condizione Umana
La natura non ha posto alcun termine ai nostri mali. [1464]
Si discute della condizione umana e della sua inevitabile sottomissione alla fortuna. Si tratta di come la filosofia, che cerca di sottrarre l’uomo alla potenza della fortuna, sia in realtà impraticabile. Si riferisce alla difficoltà di liberarsi dalla paura e dal timore, anche quando la fortuna sembra offrire vantaggi. Si presenta una riflessione sulla natura dell’infelicità, che può manifestarsi attraverso malattie, perdita di memoria e deterioramento fisico. Si esamina come anche la ragione e l’intelletto siano vulnerabili agli eventi esterni. Si discute della perdita di persone amate, sottolineando come una morte prolungata e dolorosa possa cancellare la memoria e l’immagine della persona scomparsa. Si tratta di come il dolore, anche quando sembra insopportabile, possa diventare più tollerabile con l’abitudine.
20 Classificazione degli Individui e delle Età nella Società Moderna
“Talora sono prontissimi ed efficacissimi nel mettere in opera quello che hanno risoluto” [1505]. Si presenta una classificazione degli individui e delle età nella società moderna, basata sulle osservazioni del testo. Si discute della natura umana, distinguendo tre generi di persone: coloro che sono trasformati dall’arte e dalla vita cittadina, quelli che non hanno subito tale trasformazione, e quelli che resistono all’influenza dell’arte e della vita sociale. Si tratta di individui che, per eccesso di forza o debolezza, si discostano dalla norma. Ci si sofferma poi sulle tre fasi della vecchiaia, che variano a seconda della corruzione dei costumi e dell’esperienza acquisita. Si tratta di una riflessione sull’evoluzione del concetto di virtù e di come l’esperienza e la conoscenza possano influenzare il comportamento umano. Si riferisce infine alla qualità dell’amor proprio, definita come egoismo.
21 Osservazioni sulla società e il comportamento umano
“Io dico che verisimilmente la tua dimanda non ti verrà conseguita per nessun modo” [1542].
Si discute della natura umana, con particolare attenzione alle motivazioni dietro le azioni degli individui. Si evidenzia come l’odio e l’ira siano più potenti dell’amore e della gratitudine, e si analizza come le azioni compiute per interesse personale siano spesso inefficaci. Si tratta dell’importanza di riconoscere la difficoltà di ottenere favori e riconoscimenti, soprattutto in un’epoca in cui la scienza e la ragione prevalgono. Si fa riferimento a come i giovani spesso cerchino di ottenere favori da persone potenti, ma con risultati incerti. Si sottolinea come le considerazioni sui costumi moderni siano state apprese da una fonte autorevole. Si discute della difficoltà di distinguere tra verità e apparenza nelle grandi città, dove la falsità e la spiacevolezza dominano. Si riflette sulla necessità di occupare la vita per evitare l’infelicità e si esamina come il commercio di persone possa essere utile al genere umano. Si racconta di un proposito iniziale di non lodare nulla, poi abbandonato per timore di dimenticare le abilità retoriche. Si descrive l’abitudine di interrompere la lettura con commenti personali.
22 Presagi di terra
“Io non voglio ricordare la gloria e la utilità che riporteremo, succedendo l’impresa in modo conforme alla speranza.” [1661] Si presenta una riflessione sulla condizione umana e sulla ricerca di significato, in particolare nel contesto di un viaggio marittimo. Si discute la natura del rischio e del pericolo, confrontandoli con la monotonia e la noia della vita quotidiana. Ci si sofferma sulla percezione del valore della vita, che si intensifica in situazioni di pericolo, come per i navigatori e i soldati. Si tratta della speranza di trovare terra, che rappresenta un desiderio profondo e un simbolo di stabilità e libertà. Si analizzano segni naturali, come il fondo marino, le nuvole, il vento, gli uccelli, che suggeriscono la vicinanza di terra, generando un’aspettativa crescente. “Voglia Dio questa volta, ch’ella si verifichi.” [1680]
23 Il Risato degli Uccelli e la Natura Umana
“E in guisa che l’aria, la quale si è elemento destinato al suono, fosse popolata di creature vocali e musiche” [1703]. Il testo si riferisce all’udito degli uccelli e alla loro capacità di portare conforto agli uomini e agli altri animali. Si discute della natura del riso umano e animale, sottolineando come il riso degli uccelli sia una manifestazione di gioia e allegrezza, simile a un riso umano. Si tratta della capacità umana di ridere, anche in momenti di tristezza e difficoltà, e si ipotizza che questa capacità sia una forma di “pazzia” o “delirio” che permette agli uomini di dimenticare temporaneamente i propri mali. Si presenta una riflessione sulla natura degli uccelli, evidenziando come siano più adatti a godere della vita rispetto agli altri animali, grazie alla loro capacità di volare, di vedere e di udire, e alla loro capacità di immaginazione. Si conclude con un desiderio di trasformarsi in uccello per provare la loro contentezza e letizia.
24 La caducità dell’esistenza e la materia eterna
“La sera è comparabile alla vecchiaia; per lo contrario, il principio del mattino somiglia alla giovanezza” [1802]. Si presenta un’analisi del ciclo della vita e della natura transitoria dell’esistenza, paragonando la sera alla vecchiaia e il mattino alla giovinezza. Si discute della brevità della vita, “la gioventù della vita intera, così quella che i mortali provano in ciascun giorno, è brevissima e fuggitiva” [1803], e della sua inevitabile decadenza. Si tratta della natura effimera del “fior degli anni” [1804], sottolineando come anche il suo apice sia fugace. Ci si sofferma sulla rapidità con cui la vita si riduce a “età provetta” [1805].
Si riferisce alla condizione universale di “appassire” [1806] che caratterizza tutte le creature mortali, e si evidenzia come la natura sia costantemente orientata verso la morte. “Tanto in ogni opera sua la natura è intenta e indirizzata alla morte” [1807]. Si discute della velocità con cui “ogni parte dell’universo si affretta infaticabilmente alla morte” [1808].
Ci si riferisce alla “universo medesimo apparisce immune dallo scadere e languire” [1809], che si rinnova ciclicamente, ma si tratta anche della sua inevitabile “invecchiamento” [1810]. Si presenta una prospettiva sulla fine ultima di tutto, “tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta” [1811]. Si discute della scomparsa di imperi e della caducità delle cose create, “non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso” [1812].
Si tratta della natura poetica e filosofica dell’esistenza, “Questa é conclusione poetica, non filosofica” [1814], e si introduce una prospettiva filosofica che afferma “l’esistenza, che mai non é cominciata, non avrà mai fine” [1815]. Si discute dell’origine del testo, attribuendolo a un frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco [1816-1820].
Si discute della natura eterna della materia, “la materia stessa niuno incominciamento ebbe, cioè a dire che ella è per sua propria forza abeterno” [1822]. Si tratta della sua immutabilità, “non si accresce mai di una eziandio menoma quantità, niuna anco menoma parte della materia si perde” [1826], e si conclude che il “mondo, cioè l’essere della materia in un cotal modo, è cosa incominciata e caduca” [1828]. Si discute delle forze intrinseche che muovono la materia, “ha in se per natura una o più forze sue proprie, che l’agitano e muovono in diversissime guise continuamente” [1830], e si sottolinea l’impossibilità di comprenderne la natura.
25 La Caducità del Mondo e i Rivolgimenti Cosmici
“Ma imperciocché la detta forza non resta mai di operare e di modificar la materia, però quelle creature che essa continuamente forma, essa altresì le distrugge, formando della materia loro nuove creature” [1836]. Si presenta una trattazione della caducità del mondo e dei suoi componenti, in cui si discute la continua trasformazione della materia e la distruzione delle creature. Si tratta di un processo inarrestabile, che porta alla distruzione dei mondi e alla perdita delle specie, ma senza che la materia stessa venga meno. Si riferisce alla fine del mondo presente, sottolineando l’impossibilità di conoscere la sua durata, sia passata che futura. Si evidenzia come gli ordini che lo reggono appaiano immutabili, ma si modificano a poco a poco, con una lentezza incomprensibile.
Si discute della continua distruzione e trasformazione delle cose, compensata dalla produzione, che porta a stimare che il mondo non abbia una causa di perimento. Si tratta di un fenomeno che si manifesta nella deformazione della terra, che si appiattisce e si trafora, portando alla sua dispersione nello spazio. Si discute della possibile distruzione di tutti i pianeti, che precipiteranno nel sole o nelle stelle.
Si fa riferimento all’anello di Saturno, come esempio di un processo di trasformazione cosmica, e si ipotizza che anche le stelle siano destinate a dissolversi. Si tratta di un evento che porterà alla distruzione universale dei generi e delle specie, in linea con le previsioni di filosofi greci e barbari. “Nondimeno si può pur conoscere il contrario, e ciò da più d’uno indizio” [1844].
26 Il Valore dei Libri e la Misantropia
“Non potete, e pochi altri possono, coi fatti.” [1889]
Si discute del valore dei libri e della loro capacità di giovare alla specie umana. Si presenta una discussione tra Timandro ed Eleandro, con Timandro che sostiene che i libri possono giovare attraverso la morale, mentre Eleandro esprime scetticismo e sottolinea che non tutti credono che i libri possano giovare. Si tratta della capacità dei libri di influenzare positivamente il lettore, con Eleandro che afferma che la poesia non dovrebbe lasciare il lettore con sentimenti nobili per un periodo prolungato. Si riferisce alla difficoltà di influenzare i lettori che vivono in città grandi.
Eleandro esprime una visione pessimistica del trattamento che riceve dagli altri, ma ammette di non aver subito danni significativi. Si discute della sua inettitudine a conversare con gli altri e alla vita stessa, e si sottolinea che un trattamento migliore da parte degli altri lo porterebbe a stimare meno coloro che lo trattano bene. Si accenna all’ambizione e alla misantropia come possibili motivazioni per l’odio verso gli altri, e si afferma che Eleandro è inabile all’odio. Si tratta della sua incapacità di emendarsi, poiché crede che chiunque si persuade che fare dispiacere o danno a chicchessia, far comodo o piacere a se proprio; s’induce ad offendere.
“Ma cogli scritti, ben potete giovare, e dovete.” [1890]
“E non si giova coi libri che mordono continuamente l’uomo in generale; anzi si nuoce assaissimo.” [1891]
“Ma credete voi che i libri possano giovare alla specie umana?” [1893]
“Di più generi; ma specialmente del morale.” [1896]
“Ora io fo poco stima di quella poesia che letta e meditata, non lascia al lettore nell’animo un tal sentimento nobile, che per mezz’ora, gl’impedisca di ammettere un pensier vile, e di fare un’azione indegna.” [1909]
“Il che non è piccola parte della mia tanta inettitudine a praticare nel mondo.” [1910]
27 Riflessioni sull’infelicità e l’autenticità
“Sono nato ad amare, ho amato, e forse con tanto affetto quanto può mai cadere in anima viva.” [1922]
Si presenta un dialogo tra Timandro ed Eleandro, in cui quest’ultimo esprime un profondo distacco emotivo e una preferenza per l’autoconservazione. “Non mi vergogno a dire che non amo nessuno, fuorché me stesso, per necessità di natura, e il meno che mi è possibile.” [1923]. Eleandro dichiara di preferire la sofferenza personale all’infliggere dolore agli altri, “Contuttociò sono solito e pronto a eleggere di patire piuttosto io, che esser cagione di patimento agli altri” [1924], e afferma di non amare la propria specie, “Sì, formalmente” [1929].
Il riassunto prosegue con l’analisi dell’inautenticità e della simulazione, “non sono mai costretto a scrivere; e quando avessi a dire quel che non penso, non mi darebbe un gran sollazzo a stillarmi il cervello sopra le carte” [1934]. Eleandro critica la superficialità del linguaggio e della società moderna, “non mi posso adattare alle cerimonie, non mi adatto anche a quell’uso; e scrivo in lingua moderna, e non dei tempi troiani” [1942].
Il testo si concentra sull’ineluttabilità dell’infelicità umana, “Nessuna cosa credo sia più manifesta e palpabile, che l’infelicità necessaria di tutti i viventi” [1944]. Eleandro esprime la sua convinzione che l’unico conforto sia ridere dei propri mali, “Ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto” [1948], e rifiuta la speranza nel futuro, “la mia disperazione, per essere intera, e continua, e fondata in un giudizio fermo e in una certezza, non mi lascia luogo a sogni e immaginazioni liete circa il futuro” [1953]. Eleandro conclude esprimendo la sua certezza di non liberarsi dall’infelicità prima della morte, “Io sono anche sicuro di non liberarmi dall’infelicità, prima che io muoia” [1958].
28 La Perfezione Umana e la Ribellione del Sole
“Circa la perfezione dell’uomo, io vi giuro, che se fosse già conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano” [1].
Si discute della perfezione dell’uomo e della sua celebrazione, ma si riconosce che tale perfezione non è ancora stata raggiunta. Si presenta un dialogo tra il Sole e la “Prima Ora del giorno”, in cui il Sole rifiuta di adempiere al suo ruolo di illuminare il mondo. “Intendo che tu mi lasci stare” [2]. “Nasca quello che vuole, che io non mi muovo” [4]. Il Sole esprime stanchezza per il suo compito e suggerisce che gli uomini si arrangino per trovare luce. “io sono stanco di questo continuo andare attorno per far lume a quattro animaluzzi” [12]. Si solleva la questione dei costi per mantenere la luce, “sarà una spesa eccessiva” [14]. Si ipotizza un futuro in cui una nuova tecnologia permetterebbe di illuminare il mondo con meno dispendio, “allora direi che il caso fosse manco male” [15].
29 La Relativizzazione del Lavoro e la Persuasione della Terra
“Il giorno non avrà più il suo bel carro dorato, co’ suoi bei cavalli, che si lavavano alla marina” [2031]. Si discute della necessità di persuadere la Terra a muoversi, un compito arduo data la sua resistenza al cambiamento e la sua abitudine alla stabilità. Si evidenzia come i filosofi abbiano influenzato una mutazione nel narratore, portandolo a preferire la contemplazione all’azione, e si riflette sulla difficoltà di motivare la Terra a compiere un’azione così impegnativa.
Si tratta del ruolo dei poeti e dei filosofi, con i poeti che in passato hanno persuaso il narratore a intraprendere fatiche, mentre i filosofi, con la loro analisi critica, ne hanno eroso la motivazione. “I poeti sono stati quelli che per l’addietro (perch’io era più giovane, e dava loro orecchio), con quelle belle canzoni, mi hanno fatto fare di buona voglia, come per un diporto, o per un esercizio onorevole, quella sciocchissima fatica di correre alla disperata” [2037]. Si esamina la possibilità di ricorrere a un filosofo per persuadere la Terra, riconoscendo la sua potenziale inefficacia ma considerando la gravità della situazione.
Si discute della necessità di trovare un modo per convincere la Terra a muoversi, suggerendo che un poeta o un filosofo potrebbero persuaderla o costringerla a farlo. “Perché finalmente il più di questa faccenda è in mano dei filosofi e dei poeti; anzi essi ci possono quasi il tutto” [2036]. Si propone di inviare una compagna sulla Terra per trovare un filosofo e costringerlo a prendere in carico la situazione. “Dunque tu farai una cosa: tu te n’andrai là in Terra” [2045]. Si conclude con una richiesta di conferma della comprensione e una promessa di ulteriori azioni.
30 Rivoluzione Cosmologica e Implicazioni Metafisiche
“Ma voglio dire in sostanza, che il fatto nostro non sarà così semplicemente materiale, come pare a prima vista che debba essere; e che gli effetti suoi non apparterranno alla fisica solamente: perché esso sconvolgerà i gradi della dignità delle cose, e l’ordine degli enti; scambierà i fini delle creature; e per tanto farà un grandissimo rivolgimento anche nella metafisica, anzi in tutto quello che tocca alla parte speculativa del sapere.” [2117]
Si discute di un evento che trascende la fisica, sconvolgendo l’ordine delle cose e la metafisica. Si tratta di un cambiamento radicale che porterà a una nuova comprensione dell’umanità, con gli uomini che si troveranno a essere tutt’altro da come si sono immaginati. “Figliuol mio, coteste cose non mi fanno punto paura: ché tanto rispetto io porto alla metafisica, quanto alla fisica, e quanto anche all’alchimia, o alla negromantica, se tu vuoi.” [2119].
Si introduce l’idea di una trasformazione cosmologica, con la Terra che si unisce agli altri pianeti e assume caratteristiche simili. “Considerate, illustrissimo, quel ch’è ragionevole che avvenga degli altri pianeti.” [2122]. Questo porterà alla nascita di nuove popolazioni e famiglie, con un’espansione senza precedenti. “Ed eccovi un altro rivolgimento grandissimo nel mondo; e una infinità di famiglie e di popolazioni nuove, che in un momento si vedranno venir su da tutte le bande, come funghi.” [2124].
Si affronta la questione della posizione dell’uomo nell’universo, che si ridurrà a poco più che nulla in confronto a questo nuovo mondo. “Ma considerando solamente l’interesse vostro, dico che per insino a ora voi siete stato, se non primo nell’universo, certamente secondo, cioè a dire dopo la Terra, e non avete avuto nessuno uguale” [2130]. Si conclude con un appello alla perseveranza, nonostante le difficoltà, e con la promessa di un futuro in cui la conoscenza e il progresso avranno la meglio. “Bene sta, Copernico mio: prova.” [2142].
31 La Natura della Punizione e della Speranza nell’Oltretomba
“Ma gli arditi, e i gagliardi, e quelli che poco sentono la potenza della immaginativa; in fine coloro ai quali in generalità si richiederebbe altro freno che della sola legge; non ispaventano esse, né tengono dal male operare” [2200]. Si discute della natura delle punizioni e della loro efficacia nel prevenire il male. Si presenta una critica alle dottrine che si basano sulla paura e sulla minaccia, sostenendo che queste non solo non dissuadono i malintenzionati, ma possono anche esacerbare la crudeltà e la viltà dell’animo. Si tratta di come le leggi e l’educazione contribuiscano a mantenere la giustizia e la mansuetudine nella società, ma si evidenzia come le immaginazioni minacciose e i supplizi crudeli possano avere l’effetto opposto. Si affronta il tema delle ricompense e delle punizioni nell’aldilà, sottolineando come la loro oscurità e inaccessibilità rendano inefficaci nel motivare comportamenti virtuosi. Si esamina la mancanza di speranza e la conseguente infelicità che derivano da una visione pessimistica dell’esistenza, e si critica la natura tirannica delle dottrine che negano all’uomo la libertà di porre fine alle proprie sofferenze. Si evidenzia come questa negazione renda l’uomo inferiore agli animali e come la capacità di scegliere la morte possa essere un conforto e un alleggerimento delle calamità. Si conclude con una critica all’ingegno di Platone, accusato di aver introdotto dottrine funeste alla specie umana.
32 Il Suicidio: Natura, Ragione e Infelicità
“Così questo atto dell’uccidersi, il quale ci libera dalla infelicità recataci dalla corruzione, perché sia contrario alla natura, non seguita che sia biasimevole” [2268].
Si discute della liceità del suicidio, confrontando la natura primitiva con la ragione. Si tratta di come la ragione, che ha alterato la natura umana, possa ora contraddirsi, negando un rimedio alla miseria. Si presenta la riflessione sulla natura umana, che si è evoluta dalla condizione primitiva a una nuova condizione governata dalla ragione. Si riferisce alla natura umana primitiva, che non era né naturalmente propenso al suicidio né desiderosa di esso. Si discute di come la ragione, governando la maggior parte della seconda natura, possa affermare che la morte è il rimedio ai mali, la cosa più desiderabile e la migliore.
Si esamina se gli uomini inciviliti misurano le azioni dalla natura primitiva, e si sottolinea come la ragione debba governare la morte, come governa la vita. Si discute della natura umana, che, tendendo verso il bene, può portare al desiderio e alla ricerca della morte. Si tratta del ruolo della ragione nel governare la morte, come governa la vita, e si discute di come la ragione e le infelicità del presente possano portare al desiderio di morte.
Si discute di come il desiderio di morte, nato da una condizione alterata, possa contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
Si discute di come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio. Si presenta la riflessione sulla natura primitiva, che non dà più legge alla vita, e si discute di come la ragione debba governare la morte, poiché regge la vita. Si esamina come il desiderio e l’amore per la morte, nato da una condizione alterata, possano contraddire il divieto naturale di suicidio.
33 Riflessioni sul Suicidio e il Dovere Amicale
“E credi a me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose…” [2320] Si presenta una riflessione sulla natura umana e sull’atto del suicidio, con particolare attenzione al rapporto tra ragione e sentimento. Si discute la possibilità di trovare conforto nella vita nonostante le avversità, e si sottolinea l’importanza di considerare il dolore degli altri. Si tratta di un’analisi che si conclude con un appello all’amicizia e alla solidarietà.
Il testo esamina la possibilità di trovare conforto nella vita nonostante le avversità, “E credi a me, che non è fastidio della vita, non disperazione, non senso della nullità delle cose…” [2320]. Si discute l’importanza di considerare il dolore degli altri, “E perché anche non vorremo noi avere alcuna considerazione degli amici; dei congiunti di sangue; dei figliuoli, dei fratelli, dei genitori, della moglie…” [2325]. Si sottolinea l’importanza di non abusare della fortezza d’animo, “Ma questa fortezza d’animo si vuole usare in quegli accidenti tristi che vengono dalla fortuna, e che non si possono evitare; non abusarla in privarci spontaneamente, per sempre, della vista, del colloquio, della consuetudine dei nostri cari” [2327]. Si conclude con un appello all’amicizia e alla solidarietà, “Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie” [2337].
34 La scoperta della felicità
“Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice.” [2382] Si presenta un dialogo tra Tristano e un amico, incentrato sulla percezione della felicità nella vita. Si discute inizialmente della malinconia e della disperazione che affliggono Tristano, il quale credeva che la vita fosse una “gran brutta cosa” [2394]. Successivamente, Tristano cambia opinione e afferma di aver compreso che la vita può essere felice [2398]. Si evidenzia come il genere umano tenda a credere in ciò che è più a proposito per sé [2407], e come gli uomini siano spesso disposti a credere in falsità per vivere in tranquillità [2405]. Si conclude con la scoperta che la felicità è una delle grandi scoperte del secolo decimonono [2419], e con la confessione di Tristano di aver avuto torto a credere in ciò che credeva [2420].
35 Riflessioni sulla Società e il Progresso
“amico Verissimo.” [2466] Si discute della natura transitoria della società umana e della sua evoluzione costante, sottolineando come ogni secolo sia in transizione. Si tratta del valore e della durata dei libri, con un’ironica osservazione sulla tendenza del secolo decimonono a produrre un’immensa bibliografia. Si evidenzia come la mediocrità sia diventata rara, sostituita dalla nullità, e si esprime un’ironica accettazione della statistica e delle scienze economiche. Si presenta un’analisi critica del progresso e della civiltà, con un’osservazione sulla tendenza a forzare la natura e a creare transizioni apparenti piuttosto che reali. Si conclude con una riflessione sull’infelicità individuale, accettata come un giudizio personale e inconfutabile. “Bruciarlo è il meglio.” [2512]
36 La Vanità della Gloria e della Vita
Vivete felici, e lasciate gli studi, che vogliono gran fatica; o coltivategli a dovere, che portano gran fama. [2548]
Si discute della vanità della vita, maggiore dell’utilità, e si presenta il caso di Teofrasto, che, dopo una vita dedicata allo studio e alla ricerca della fama, spirò apparentemente pentito della gloria. Si fa riferimento a Bruto, che morì per la virtù. Si tratta della relazione tra gloria e virtù, concetti che negli antichi erano spesso associati.
Si sottolinea come Teofrasto, con la sua vasta conoscenza, giunse a comprendere la vanità della vita e della sapienza stessa, confrontando le diverse discipline e collegandole tra loro. Si evidenzia la sua capacità di osservare le qualità e i costumi degli uomini, paragonabile a quella dei poeti. Si discute inoltre della capacità di comprendere i costumi e i sentimenti delle persone attraverso l’osservazione di sé stessi, come dimostrato dal Massillon.
37 Discorsi retorici e figure di gradazione
“QuaPropter vos moneo utiforti atque parato animo sitis et quum proelium inibitis memineritis vos divitia , decus, gloriam, praeterea libertatem atque patriam in dextris vrtris portare.” [1]
Si discute l’uso di figure retoriche in un passo tratto da un’opera di Sallustio. Si riferisce all’uso di una figura di gradazione, dove la seconda cosa nominata è maggiore della prima, la terza della seconda, e così via, con l’ultima che dovrebbe essere la più grande di tutte. Si sottolinea che l’ultima cosa nominata, la patria, non è più una cosa reale, ma solo una parola. Si evidenzia come la prima cosa nominata, la ricchezza, sia tale che gli uomini siano pronti a sacrificare patria, libertà, gloria e onore per ottenerla. Si critica l’uso inverso di questa figura da parte di Catilina, che ha portato a una sconfitta. Si conclude con un consiglio di riscrivere il passo come indicato.
38 Il Codice del Vivere
“Ma tutti gli uomini cadono in qualche debolezza ec.” [2651] Si presenta un’analisi critica dei testi di morale e politica, evidenziando come questi spesso cadano in errori. Si discute la natura della virtù, che si ritiene incompatibile con il successo nel mondo, e si sottolinea l’importanza di essere astuti per evitare di essere sfruttati. Si tratta della necessità di un codice del vivere che sia coerente con la realtà, distinto dalle convenzioni morali. Si riferisce a un’edizione corretta del “Cortigiano” pubblicata in carta fatta con peli di diavolo, e si discute la prevalenza del pensiero di Machiavelli. Si tratta di una critica ai libri di morale che insegnano un modo di vivere che è in contrasto con la realtà. Si discute la necessità di applicare i principi insegnati ai principi alla vita privata, e si esprime il desiderio di un codice del saper vivere che sia diverso da quello del Knigge. Si tratta di un’analisi dei testi di morale e politica, evidenziando come questi spesso cadano in errori. Si discute la natura della virtù, che si ritiene incompatibile con il successo nel mondo, e si sottolinea l’importanza di essere astuti per evitare di essere sfruttati. Si tratta della necessità di un codice del vivere che sia coerente con la realtà, distinto dalle convenzioni morali. Si riferisce a un’edizione corretta del “Cortigiano” pubblicata in carta fatta con peli di diavolo, e si discute la prevalenza del pensiero di Machiavelli. Si tratta di una critica ai libri di morale che insegnano un modo di vivere che è in contrasto con la realtà. Si discute la necessità di applicare i principi insegnati ai principi alla vita privata, e si esprime il desiderio di un codice del saper vivere che sia diverso da quello del Knigge. Si tratta di un’analisi dei testi di morale e politica, evidenziando come questi spesso cadano in errori. Si discute la natura della virtù, che si ritiene incompatibile con il successo nel mondo, e si sottolinea l’importanza di essere astuti per evitare di essere sfruttati. Si tratta della necessità di un codice del vivere che sia coerente con la realtà, distinto dalle convenzioni morali. Si riferisce a un’edizione corretta del “Cortigiano” pubblicata in carta fatta con peli di diavolo, e si discute la prevalenza del pensiero di Machiavelli. Si tratta di una critica ai libri di morale che insegnano un modo di vivere che è in contrasto con la realtà. Si discute la necessità di applicare i principi insegnati ai principi alla vita privata, e si esprime il desiderio di un codice del saper vivere che sia diverso da quello del Knigge. Si tratta di un’analisi dei testi di morale e politica, evidenziando come questi spesso cadano in errori. Si discute la natura della virtù, che si ritiene incompatibile con il successo nel mondo, e si sottolinea l’importanza di essere astuti per evitare di essere sfruttati. Si tratta della necessità di un codice del vivere che sia coerente con la realtà, distinto dalle convenzioni morali. Si riferisce a un’edizione corretta del “Cortigiano” pubblicata in carta fatta con peli di diavolo, e si discute la prevalenza del pensiero di Machiavelli. Si tratta di una critica ai libri di morale che insegnano un modo di vivere che è in contrasto con la realtà. Si discute la necessità di applicare i principi insegnati ai principi alla vita privata, e si esprime il desiderio di un codice del saper vivere che sia diverso da quello del Knigge.
39 La condizione umana e la natura
“Tu mi sembri il pazzo a dire che il mondo sia per li buoi, quando tutti sanno ch’è fatto per noi.” [2888] Si presenta un dialogo tra un cavallo e un bue, che riflette sulla condizione umana e sul suo allontanamento dalla natura. Si discute della percezione del mondo come luogo destinato agli animali, “Per li buoi v’è luogo da per tutto e chi non è bue non fa fortuna in questo mondo” [2891], e si esamina la natura umana attraverso un’analisi filosofica e satirica.
Ci si riferisce alla razza umana come parte del mondo animale, “Esercitavano un grande impero sugli altri animali, sopra noi sopra i buoi ec.” [2893], paragonandola al comportamento delle scimmie, “come fanno adesso le scimmie, che qualche volta ci saltano in dosso, e con qualche ramoscello ci frustano e ci costringono a portarle ec.” [2894]. Si tratta della perdita della felicità originaria, “perduta da noi per esserci allontanati dalla natura” [2895], e si discute di temi come l’ambizione, il denaro, la guerra e il suicidio.
Si sottolinea l’importanza di conservare l’impressione di una razza umana perduta e sparita, “Si avverta di conservare l’impressione che deve produrre il discorrersi dell’uomo come razza già perduta e sparita dal mondo” [2900], e si propone un altro dialogo tra un moderno e un uomo vissuto naturalmente, “Si potrebbe fare anche un altro Dialogo tra un moderno e l’omra gigantesca” [2902]. “Oh che matti, oh che matti” [2897].
40 Viaggio nel Canadà e negli Stati Uniti: osservazioni e riflessioni
Francesco Hall, luogotenente nel 140 reggimento Dragoni leggieri, descrive un incontro inaspettato.
Si presenta un resoconto di viaggio nel Canadà e negli Stati Uniti, redatto da Francesco Hall, luogotenente nel 140 reggimento Dragoni leggieri, e pubblicato a Londra nel “Viaggio nel Canadà e negli Stati Uniti fatto nel 1816 e 1817 da Francesco Hall, luogotenente nel 140 reggimento Dragoni leggleri” [3130]. Il testo è stato tradotto e riportato nel Raccoglitore di Milano, vol. I, p. 135-6 [3132].
Si discute di un dialogo tra un galantuomo e un mondo, dove “Di tutto, eziandio che con gravissime ed estreme minacce vietato, si può al mondo non pagar репа alcuna” [3134]. Si tratta di un’analisi dei tradimenti, delle usurpazioni, degli inganni, delle avarizie, delle oppressioni, delle crudeltà, delle ingiustizie, dei torti, degli oltraggi, degli omicidi, della tirannia, “bene spesso non si paga репа; spessissimo ancora se n’ha premio, o certo utilità” [3137].
Ci si riferisce alla punizione inesorabile della dabbenaggine e dell’essere galantuomo, “è la dabbenaggine (coglioneria) e l’esser galantuomo, ch’altrettanto è a dire” [3138]. Si descrive un incontro tra un personaggio e un disgraziato, con domande come “Come desidera Vostra Eccellenza ch’io la serva?” [3139] e “Chi sei tu?” [3140]. “Sono un povero disgraziato” [3141], a cui si risponde “Incorninciarno male” [3142]. “Ma v. E. è tanto compassionevole” [3144], a cui si contrappone “Tutto l’opposto, Chi diavolo ti ha dato ad intendere che nel mondo si trova compassione?” [3145]. “v. E. mi scusi” [3146].
41 Strategie per la Fama Letteraria
Si discute di come ottenere fama e successo nel mondo letterario. Si presenta un dialogo in cui si delineano le strategie per raggiungere la fama e il riconoscimento nel mondo letterario. Si tratta di un approccio pragmatico e opportunistico, che include la creazione di amicizie con letterati, la pubblicazione di opere che piacciano al pubblico, l’utilizzo di strategie di marketing e la conformità alle aspettative sociali. “E quanti altri sono vissuti anche lungamente, e hanno scritto o fatto cose molto più degne d’immortalità che non sono infinite altre notissime e famosissime” [3193]. Si sottolinea l’importanza di creare una rete di contatti, lodare pubblicamente le opere altrui per ottenere favori reciproci, e manipolare l’immagine pubblica per apparire magnanimi. “Loderai pubblicamente le opere loro a oggetto ch’essi ti rendano il contraccambio” [3206]. Si consiglia di conformarsi alle opinioni e alle maniere degli altri, anche a costo di reprimere la propria individualità, per compiacere chi detiene il potere e ottenere il favore del pubblico. “In ogni cosa di fuori; e di dentro più che potrai, vale a dire che devi porre ogni studio a conformare non solamente i detti i fatti e le maniere, ma anche i geni le opinioni e le massime tue con quelle degli altri” [3232]. Si discute anche di come sfruttare i premi letterari, non basandosi sul merito, ma sulla forza e sull’influenza. “Se non sei più forte, quando anche fossi una musa, non venire in competenza nemmeno colle ranocchie” [3226]. L’obiettivo finale è ottenere fama e successo, anche a costo di compromettere l’integrità e l’originalità. “Governati com’io ti dico, e non cercar altro” [3220].
42 Trasformazione e Adattamento Sociale
Si discute di un percorso di crescita personale attraverso l’abbandono dei costumi naturali e l’adozione di un comportamento opposto.
Presentazione di un percorso di trasformazione personale che si articola attraverso l’abbandono dei costumi naturali e l’adozione di un comportamento opposto. “Quando era giovane andava alla bottega della natura dove stavano i poeti (ma quei poeti d’allora) e gli altri scrittori magnanimi” [3272]. “Finalmente ho conosciuta la verità delle cose, e pigliato il vero partito” [3275]. Si discute di un cambiamento radicale, “non mi levo più da sedere, non vorrei muovere un dito per tutto l’oro della terra” [3276]. “Cosi godo una salute perfettissima, ingrasso sempre più, anzi mi si gonfia sino la pancia e le gambe” [3278]. “Dunque la prima cosa ch’io voglio e che tu debba far tutto quello che fanno gli altri” [3280]. “La seconda, che ti debba scordare affatto della natura” [3281]. “Negli uomini non si trova più compassione, sicché non vale il confessare i propri difetti o svantaggi” [3298]. “Ciascuno s’adopra a più potere che il vicino sia più basso di lui” [3303]. “E perciò conviene che l’ignorante s’arroghi dottrina, il plebeo nobiltà, il povero ricchezza, il brutto bellezza, il vecchio gioventù, il debole forza, il malato sanità, e via discorrendo” [3307]. “Tutto quello che tu cederai devi stimare che sia perduto inticramente, e non ti verrà nessun frutto dall’averlo ceduto” [3308].
43 La Fragilità delle Relazioni e l’Inutilità della Virtù
“m Eccoti sempre colle parole antiche e rancide.” [3321] “L’amicizia non si trova più, o se vuoi chiamarla con questo nome, devi sapere ch’è fatta a uso di quelle fibbie o fermagli che servono ad allacciare mentre bisogna, e finito il bisogno si slacciano, e spesse volte si levano via.” [3323]
Si discute della natura mutevole delle relazioni umane, evidenziando come l’amicizia sia diventata superficiale e transitoria, simile a un accessorio utile solo in determinate circostanze. Si tratta della perdita di valori tradizionali e della loro sostituzione con un approccio pragmatico e utilitaristico. Si riferisce alla necessità di adattarsi a un mondo in cui la virtù sembra non portare benefici tangibili, ma anzi, può esporre a critiche e difficoltà. Si racconta di un’esperienza personale che porta alla conclusione che la virtù è inutile e dannosa, suggerendo un’inversione di rotta verso il vizio. Si presenta un’analisi del suicidio, interpretato come una conseguenza della perdita di illusioni e della consapevolezza della futilità dell’esistenza. Si tratta della necessità di distrazione e illusione per mantenere la vita, e della potenziale disperazione derivante dalla loro assenza. Si sottolinea l’importanza di ritrovare i valori antichi per ritrovare la felicità.
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