logged-posts

Leopardi - Operette Morali | A


1 Indagine sulle contraddizioni dell’animo, le illusioni vitali e i limiti della conoscenza.

La riflessione si concentra sulle profonde contraddizioni della condizione umana, divisa tra la freddezza della ragione e il calore delle illusioni necessarie. La capacità di comprendere verità filosofiche o poetiche dipende dalla disposizione naturale e momentanea dell’animo, poiché molti, pur intendendo le parole, non ne colgono l’essenza per “incapacità di sentire” [1188] o per mancanza dell’abito di pensiero profondo [1183]. L’operare della mente filosofica richiede facoltà specifiche, come il penetrare “nell’intimo delle cose” o il seguire “un lungo ordine di verità connesse” [1184]. La vita stessa è desiderata per “l’efficacia e la copia delle sensazioni” [808], e la sua intensità è legata al vigore del corpo, da cui dipende “tutto ciò che fa nobile e viva la vita” [2436]. Tuttavia, il corpo rende l’animo soggetto a influenze esterne, ed è stoltezza negarlo [1478]. Il prevalere del “misero e freddo vero” può condurre alla noncuranza o alla bassezza, mentre le opinioni false che generano atti nobili e le “illusioni naturali dell’animo” sono lodate come preziose [1990]. L’immaginazione ha un ruolo centrale: quando è vigorosa, dà sostanza alle illusioni e alla bellezza della vita; il suo spegnersi rischia di rendere il mondo un “serraglio di disperati” [3369]. L’uomo sperimenta continui mutamenti interni, passando da stati di “freddezza” e “impenetrabilità” [1101] a momenti di eccezionale mobilità e calore, dove l’animo è aperto a ogni impulso [1110]. La vecchiaia, in tempi corrotti, diventa vile e incline al male, pur essendo impotente a compierlo se non con arti abbiette [1532]. La consuetudine, più della certezza delle prove, è alla base dell’accettazione delle verità [1195]. La vita attiva è ritenuta più nobile di quella contemplativa, essendo il fine più nobile del mezzo [1047]. La rappresentazione autentica delle qualità morali si ricava meglio dall’introspezione del proprio animo che dalla mera osservazione esterna [2570]. L’isolamento dalla società può far riscoprire la bellezza delle cose, viste a distanza, e ridare valore alla vita [958]. La nozione di vanità di tutto può portare all’inazione, poiché l’ira e l’odio appaiono sproporzionati alla “tenuità della vita” [1914], ma il solo pensiero di poter porre fine alla miseria è un conforto [2223]. Infine, anche in un animo disincantato, per lievi mutamenti fisici, può rifarsi “il gusto alla vita” e le cose riacquistano un’apparenza di valore [2321].


2 Una raccolta di dialoghi e riflessioni sulla vita, la morte e le vanità degli uomini.

Il testo presenta una serie di dialoghi e meditazioni che utilizzano figure mitologiche, come Prometeo, Ercole e Atlante, e contesti allegorici per esaminare l’esistenza umana. Emerge una visione della vita come fatica inutile e disagiata, “come uno che si corica in un letto duro e disagiato” [1453], dove l’uomo è continuamente agitato dalla speranza di un riposo che non arriva. La natura è ritratta come forza indifferente o ostile, mentre gli uomini si affannano in pratiche vane e crudeli, come deformare i corpi per costume “sformare le teste dei bambini con fasciature” [254]. Il tema della morte è centrale, vista come unico porto sicuro, “Nostra ignuda natura, / Lieta no, ma sicura / Dall’antico dolor” [1306], e l’immortalità è considerata una “ciancia” [280] o un peso da rifiutare in favore di una vita breve come quella degli insetti efimeri [813]. L’azione umana è spesso guidata dall’illusione, creata dai poeti che con “quelle belle canzoni” [2037] persuadono a fatiche insensate, o dalla ricerca di premi futili, come corone d’alloro [614] o medaglie [307, 310, 302]. Il potere si esercita con la forza bruta e l’imposizione “gran forza di braccia da fare alle pugna” [3310]. Vengono citati tentativi scientifici o meccanici di replicare la vita, come automi che giocano a scacchi [297], ma il quadro generale è di un’umanità debole, destinata a estinguersi dopo essersi indebolita “a forza di vizi” [2969], e di un mondo dove, scomparsi gli uomini, la Fortuna osserva inattiva un’esistenza piatta e monotona [326].


3 Dai costumi umani alle leggi cosmiche

Il testo tratta di osservazioni su popoli indigeni delle Americhe, in particolare di pratiche di schiavitù, cannibalismo e strutture sociali, come descritto da cronisti spagnoli “á los quales casaban con sus parientas y vecinas; y los hijos que habian en ellas aquellos esclavos los comian” [673] e “los comian con gran sabor, sin mirar que eran su substancia y carne propria” [667]. Un episodio specifico narra di un indigeno che conduceva una donna “para comerla” [669]. Parallelamente, l’opera riflette su questioni cosmologiche e antropocentriche. Si discute della posizione della Terra, un tempo ritenuta immobile al centro dell’universo, “tenuto la prima sede del mondo, che è a dire il mezzo” [2108], e della presunzione umana di essere “più che primi e più che principalissimi tra le creature terrestri” [2112]. Vengono esaminate teorie scientifiche sulla forma della Terra e dei corpi celesti, incluso il loro possibile destino, come l’ipotesi che un pianeta possa diventare un anello e “ultimamente andrà in pezzi” [1848] o che il sole e le stelle, ruotando, possano “venire in dissoluzione” [1858]. Si critica la visione antropomorfica e utilitaristica del cosmo, per cui gli astri erano considerati “moccoli da lanterna piantati lassù” [366] per illuminare gli uomini. Il testo include anche dialoghi allegorici, come quello tra la Terra e la Luna [472], e considerazioni sulle scoperte geografiche, sugli animali e su varie usanze umane.


4 Sull’inevitabilità del dolore, la vanità del piacere e la contraddizione della condizione umana.

L’uomo è per natura incline all’amore di sé e alla conservazione, ma il fine ultimo di ogni suo atto è la felicità, non la vita in sé. Tuttavia, la felicità è inattingibile, il che rende l’uomo necessariamente infelice “non potendo mai di gran lunga essere soddisfatto di questo tuo desiderio, che è sommo” [409]. La noia stessa è definita come “il desiderio puro della felicità; non soddisfatto dal piacere” [941]. Il piacere è fugace e spesso consiste più nella speranza che nella realtà, poiché “la condizione dell’uomo non è capace di alcun godimento notabile, che non consista sopra tutto nella speranza” [1171]. I piaceri stessi, una volta sperimentati, lasciano un desiderio maggiore di sé e vengono presto a noia “se colla presente occupazione non è congiunta la speranza” [1170]. Anche nei momenti di diletto, l’uomo attende un godimento maggiore e più vero “andate quasi riportandovi di continuo agl’istanti futuri” [909]. Il piacere è più un concetto speculativo che un fatto reale, “un desiderio, non un fatto; un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova” [908]. La stessa eccellenza dell’anima umana, che implica maggiore sensibilità, comporta “maggior sentimento dell’infelicità propria; che è come se io dicessi maggiore infelicità” [436]. Questa infelicità è talmente grave che un solo patimento futuro certo sarebbe ragione sufficiente per preferire la morte alla vita, poiché non avrebbe compensazione alcuna “non potendo occorrere nella vita nostra un bene o un diletto vero” [2291]. La miseria umana è aggravata dal dubbio se, ponendo fine volontariamente alla vita per fuggire i patimenti, si possa incorrere in una miseria maggiore nell’aldilà. Questo dubbio “ha tolta da questo pensiero ogni dolcezza, e fattolo il più amaro di tutti” [2192] e rende intollerabile la condizione presente, poiché “il timore, superata con infinito intervallo la speranza, è fatto signore dell’uomo” [2213]. L’uomo è quindi in una contraddizione: da un lato, alterando la sua natura, ha generato un’amara infelicità e un desiderio di felicità alieno dall’universo “quel fastidio delle cose loro… e rinfrescossi quell’amaro desiderio di felicità ignota ed aliena dalla natura dell’universo” [67]; dall’altro, gli è preclusa la via di uscita volontaria da questa infelicità. La vita attiva e laboriosa è rifiutata perché non dà frutti che valgano il travaglio, lasciando come unico scopo il consumare la vita stessa “che questo è l’unico frutto che al mondo se ne può avere” [961]. L’unica posizione ragionevole, sebbene dolorosa, è accettare questa verità filosofica, “mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell’infelicità umana” [2414].


5 Della fama degli scrittori, della sua vanità e delle difficoltà per conseguirla.

La gloria, specialmente quella derivante dagli scritti, è ritenuta di scarso valore rispetto ad altre forme di merito. Ottenere fama come filosofo o poeta è più difficile che ottenerla in altre discipline, ma anche meno fruttuosa in vita, limitandosi spesso a un ristretto circolo. La celebrità stessa, una volta acquisita, finisce per accrescere artificialmente il pregio dell’opera. Tuttavia, numerosi ostacoli si oppongono al suo conseguimento. La maggior parte degli uomini, anche colti, stima poco l’eccellenza filosofica o poetica, considerandola accessibile, e riserva maggiore considerazione a discipline ritenute più ostiche come la matematica o le lingue. I giudizi sono spesso corrotti: i lettori comuni sono influenzati dalla fama preesistente e, se un’opera è nuova, possono giudicarla male per una disposizione d’animo momentanea non ricettiva; i giovani letterati preferiscono lo stile eccessivo e ornamentale a quello semplice e naturale; la capacità di apprezzare la poesia e l’eloquenza diminuisce con l’età. Il numero di persone abituate a scrivere e quindi in grado di giudicare è esiguo. Gli uomini di ingegno superiore alla loro epoca o che vivono in luoghi privi di studi sono vilipesi e non riconosciuti. Nelle piccole città mancano i mezzi per l’eccellenza letteraria e la fama dottrinale non è nemmeno materia d’invidia, mentre nelle grandi città l’attenzione è distratta da altri interessi. La malignità umana, con emulazioni, invidie e calunnie, è un ulteriore ostacolo. Anche il caso e circostanze fortuite possono far cadere nell’oblio opere eccellenti, soppiantate da altre di minor pregio. Oggi, il fiume di libri nuovi fa perire rapidamente anche scritti degni di memoria. Gli studi sono considerati un mero passatempo. La condizione dello scrittore è paragonata a quella di Teofrasto, il quale, dopo una vita dedicata alla fama, ne riconobbe l’inutilità, comprendendo la poca proporzione tra virtù e felicità e il predominio della fortuna. L’unico modo per discernere compiutamente l’eccellenza degli scrittori è acquistare la facoltà di rappresentarla nei propri scritti, poiché “quell’eccellenza non si conosce né gustasi totalmente se non per mezzo dell’uso e dell’esercizio proprio” [1080]. La fama durevole moltiplica il pregio di un’opera, cosicché “la maggior parte del diletto che vi si prova, nasce semplicemente dalla stessa fama” [1153]. Un nuovo poema pari all’Iliade sarebbe stimato meno, poiché le sue virtù “non sarebbero aiutate dalla fama di ventisette secoli” [1163].


6 Dall’udito acuto degli uccelli all’ironia di Socrate

Il progresso della civiltà umana è opera più della sorte che della natura, poiché le invenzioni più necessarie nacquero da casi fortuiti “di modo che la civiltà umana è opera della sorte più che della natura” [699]. Nei primordi, gli dei inviarono sulla terra fantasmi come Giustizia, Virtù e Amore, per governare le nuove genti “ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti” [60]. Questo Amore si distingueva dalla mera cupidità animale che esisteva prima dell’uso dei vestimenti “innanzi all’uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità” [61]. In quelle epoche antiche e virtuose, la vecchiezza era la più venerabile per il suo senno “la vecchiezza fu venerabile sopra le altre età” [1531]. Tuttavia, con la corruzione delle nazioni, il disprezzo della virtù precedette la conoscenza del mondo e la vecchiezza divenne semplicemente più tollerabile delle altre età “la vecchiezza divenne, non dico già venerabile… ma più tollerabile delle altre età” [1533]. In una città libera e piena di passioni, Socrate, per ozio e per la sua esclusione dalla vita attiva, iniziò a ragionare dei costumi dei cittadini con ironia “si pose per ozio a ragionare sottilmente delle azioni, dei costumi e delle qualità de’ suoi cittadini: nel che gli venne usata una certa ironia” [1430]. La sua ironia ebbe origine forse dalla disperazione di non poter essere amato, a causa della sua forma corporea sciagurata “verisimilmente fino nella giovinezza disperò di potere essere amato” [1427]. Oggi, l’uso e la potestà delle cose stanno quasi totalmente nelle mani della mediocrità “oggidì l’uso, il maneggio, e la potestà delle cose, stanno quasi totalmente nelle mani della mediocrità” [1529]. Le persone si dividono in tre generi: quelli atti alla vita civile, quelli disprezzati e un terzo, in cui la natura ha resistito all’arte del vivere moderno, rendendoli inetti al commercio umano “la natura per soprabbondanza di forza, ha resistito all’arte del nostro presente vivere” [1515]. Si presuppone negli interlocutori una acutezza nel riconoscere i propri pregi che spesso non hanno “Noi siamo inclinati e soliti a presupporre… molta acutezza e maestria per iscorgere i nostri pregi” [1503]. L’esperienza e l’abito dello speculare rendono difficile credere dopo la “trista disciplina dell’uso pratico” “elle sono credute difficilmente dopo la trista disciplina dell’uso pratico” [1119]. L’uso del mondo sopisce dentro di noi il “primo uomo”, che col tempo muore pur continuando la vita “l’uso del mondo… sogliono come profondare e sopire dentro a ciascuno di noi quel primo uomo che egli era” [848]. La singolarità nei costumi moderni, paragonata a quella antica, sarebbe apparsa minima o nulla agli antichi “quantunque paia grandissima ai presenti, sarebbe riuscita agli antichi o menoma o nulla” [1417]. Nelle età corrotte, i giovani fanno, gli adulti consultano, mentre ai vecchi non resta che desiderare “i giovani fanno, i mezzani consultano, i vecchi desiderano; dicendo che in vero non rimane all’età presente altro che desiderio” [1583]. Riguardo al sapere, le scienze cambiano continuamente forma “esse, poco o nulla durando in un medesimo stato, cangiano forma e qualità di tratto in tratto” [1282]. L’età futura supererà la presente nella conoscenza del vero “l’età prossima non abbia a conoscere la falsità di moltissime cose affermate oggi” [1295]. Tuttavia, l’eccessiva copia di libri e la connessione delle dottrine rendono impossibile abbracciarle tutte “manca il tempo alle prime non che alle seconde letture” [1142]. Solo un dotto con un immenso capitale di cognizioni individuali può accrescere solidamente il sapere “solo chi sia dottissimo… è atto ad accrescere solidamente e condungere innanzi il sapere umano” [2454]. Per giudicare un’opera perfetta, bisogna saper scrivere quasi come il suo autore “bisogna saperlo fare quasi così perfettamente come lo scrittore medesimo” [1078]. Un genio che procede dieci passi oltre i contemporanei spesso non ottiene fama postuma, perché la sua memoria è spenta o perché altri hanno superato le sue congetture “per essersi potute colla lunghezza del tempo… ridurre le sue congetture a certezza” [1211]. La buona educazione conserva giustizia e mansuetudine, poiché animi “dirozzati” aborriscono dal metter mano nel sangue dei compagni “quasi di necessità e quasi sempre abborriscono dal рог mano nelle persone e nel sangue dei compagni” [2201]. Tuttavia, senza mutare radicalmente lo stato moderno della società, non si può rimediare alla depravazione del corpo causata dalla vita pubblica e privata “non si potrebbe mai senza mutare radicalmente lo stato moderno della società, trovare rimedio” [2440]. Si confida che le macchine, in futuro, possano comprendere anche le cose spirituali, trovando rimedi contro l’egoismo o la perfidia, come un “filo di salute” “qualche filo di salute o altro ingegno che ci scampi dall’egoismo” [292]. Il riso, oggi, tiene un luogo che supplisce in parte a virtù, giustizia e onore, frenando gli uomini dalle male opere “esso supplisce per qualche modo alle parti esercitate in altri tempi dalla virtù, dalla giustizia, dall’onore” [1722].


7 Un’indagine sulla vanità della vita, sui limiti dell’uomo e sull’ordine naturale.

L’uomo è caratterizzato da un’inquieta e insaziabile natura, incapace di trovare felicità o appagamento in qualsiasi condizione o luogo, poiché desidera l’infinito in un mondo di cose finite e imperfetti “Stomacavalo del tutto… l’inquieta, insaziabile, immoderata natura umana” [75]. La civiltà è posseduta da una piccola parte del genere umano ed è frutto del caso più che di un disegno, rappresentando forse il sommo dell’imperfezione piuttosto che della perfezione “se forse la tua sentenza circa il genere umano fosse più vera acconciandola in questa forma: cioè dicendo che esso è veramente sommo tra i generi… ma sommo nell’imperfezione” [700]. La vita umana è vana e stolta, dedicata alla ricerca di piaceri che non dilettano e beni che non giovano, allontanando dalla felicità “combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano” [986]. L’esistenza è dominata dalla miseria, con la vecchiaia come male inevitabile e destinato, che occupa gran parte della vita dopo una brevissima maturità “vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime… destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi” [1016]. Gli uomini hanno una visione antropocentrica e distorta del mondo, credendo che le loro vicende siano le rivoluzioni del mondo e le loro storie le storie del mondo, ignorando l’esistenza di innumerevoli altre specie “chiamavano rivoluzioni del mondo e le storie delle loro genti, storie del mondo” [357]. Il mondo naturale possiede un proprio ordine. La materia è eterna e ha in sé la forza del movimento che dà forma a innumerevoli creature; l’insieme di queste, distribuite in generi e specie congiunti da relazioni naturali, costituisce un mondo “La materia in universale… ha in se per natura una o più forze sue proprie, che l’agitano e muovono” [1830] “Le quali creature… considerandole siccome distribuite in certi generi e certe specie… si chiamano mondo” [1835]. Questo mondo sembra imperituro finché si conservano generi e specie, ma il moto che lo conserva ne sarà anche la causa di distruzione, poiché infiniti mondi nell’eternità sono infine periti “il moto circolare delle sfere mondane… sarà causa altresì della distruzione di esso universo” [1859] “infiniti mondi nello spazio infinito della eternità… finalmente sono venuti meno” [1838]. Gli uccelli, per contrasto, rappresentano un modello di vita abbondante e gioiosa. Il loro canto è dimostrazione di allegrezza e, insieme al volo, li distingue, conferendo loro una maggiore copia di vita esteriore e interiore rispetto agli altri animali “il canto degli uccelli, il quale è dimostrazione di allegrezza” [1723] “l’uccello ha maggior copia di vita esteriore e interiore, che non hanno gli altri animali” [1743]. Il loro stato ordinario è il moto, a differenza della quiete che caratterizza gli altri animali, e la loro esistenza è ricca di esperienze diverse “naturalmente lo stato ordinario degli altri animali… si è la quiete; degli uccelli, il moto” [1733] “veggono e provano nella vita loro cose infinite e diversissime” [1727].


8 natura dell’amicizia al giudizio sulla specie; dialogo sulle cause della sofferenza e il valore delle opinioni.

Il testo tratta della condizione infelice dell’uomo e del ruolo della filosofia nel definirla. L’amicizia è descritta come un legame che richiede lealtà, sostegno e discrezione, in opposizione alla ricerca di fama o al tradimento della confidenza “non divulghi… il segreto commessogli” [295]. La riflessione si estende alla natura umana in generale, giudicata infelice “sono infelicissimo” [2513] e caratterizzata da speranze che la legano alla vita nonostante i mali “gl’infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali” [55]. Viene posto un confronto tra i filosofi del passato, che biasimavano la specie umana, e quelli del presente, che ne dicono bene “i filosofi solevano mormorare della specie umana; ma in questo secolo fanno tutto al contrario” [1875]. Questo secolo è definito un “secolo di ragazzi” [2480]. La discussione verte sulla verità o falsità di tale infelicità “se vi pare che quello che io credo e dico intorno all’infelicità degli uomini, sia vero o falso” [1971] e sulla possibilità di un progresso verso la perfezione, vista con scetticismo “perfetto… non so quando l’avrò da credere” [1963]. Emerge una critica alla filosofia contemporanea, accusata di negare ogni valore al bello e al piacevole, definendoli falsità “tutto il bello, il piacevole e il grande è falsità e nulla” [2580], e di essere peggiorata rispetto al passato. Di contro, si lodano le opinioni false che generano atti nobili e le illusioni che danno pregio alla vita, mentre si deplora lo studio di una verità “misera e fredda” che porta a noncuranza o bassezza “la cognizione del quale è fonte o di noncuranza… o di bassezza d’animo” [1990]. La natura è considerata meno dannosa dell’ingegno umano, delle speculazioni e delle dottrine misere “ci è stata assai meno inimica e malefica, che non siamo stati noi coll’ingegno proprio” [2316]. Altri temi toccati sono il potere della moda nel mutare usi e giudizi “Maraviglioso potere è quel della moda” [1549], la condizione mutevole delle scienze e della filosofia “più varia e mutabile si è la condizione così della filosofia come delle altre scienze” [1280], e il rapporto tra individui e masse “Lasci fare alle masse” [2476].


9 Un codice pratico per il regnare e l’avanzare nel mondo reale, in opposizione ai precetti morali astratti.

Il testo presenta un’arte del saper vivere e regnare, definita come unica e necessaria per non essere vittima degli altri. Questa arte è descritta come “né più né meno quella, ch’ho insegnata io” [2678] e si contrappone direttamente agli insegnamenti della morale tradizionale, ritenuta falsa e inutile. L’obiettivo è fornire “un Codice del saper vivere, una regola vera della condotta da tenersi in società” [2690], basata sulla pratica effettiva del potere e della scaltrezza. Il principio fondamentale è che “per non essere la vittima di tutti… è assolutissimamente necessario d’esser birbo” [2678] e che il fine dell’uomo in società è “di regnare sugli altri in qualunque modo” [2679]. Questo codice è presentato come universalmente seguito dai principi, anche se proibito a parole, poiché “tutti però l’hanno seguita” [2660]. Un tema secondario è la critica agli scrittori che, pur avendo qualche precetto vero, lo esprimono “col linguaggio dell’arte falsa, cioè della morale” [2691]. Il dialogo è la forma narrativa privilegiata per esporre queste idee, spesso attraverso figure come filosofi, demoni o personaggi storici.


10 Antichi e moderni a confronto sulla vanità della vita, la gloria, la lettura e il ruolo della macchina.

Il testo confronta sistematicamente le visioni degli antichi e dei moderni sulla natura umana, la conoscenza e l’espressione culturale. Emerge una fondamentale differenza: gli antichi, pur riconoscendo la miseria umana “chi dice che il meglio è non nascere” [2417], cercavano consolazione nella virtù e nella fama postuma, mentre i moderni, avendo scoperto “fino agli scheletri delle cose” [2556], vedono la sapienza come rivelatrice di infelicità e la virtù come soggetta alla fortuna, come dimostra il rimprovero a Teofrasto per aver detto “non la sapienza ma la fortuna è signora della vita” [2582]. Questo scetticismo moderno si riflette nell’idea che “l’età delle macchine” [290] possa sostituire gli uomini nei negozi della vita. Il tema della gloria letteraria e filosofica è centrale: i libri antichi sopravvivono per fama consolidata “soprannuotano i libri antichi” [1150], mentre quelli moderni, spesso scritti in fretta, durano poco. La lettura stessa è cambiata: oggi si cerca un diletto immediato e si manca di tempo per letture approfondite, mentre un’opera moderna, anche se perfetta, non potrebbe mai eguagliare il prestigio di un’opera antica come l’Iliade, che gode del vantaggio di “mille memorie e mille rispetti” [1163]. Il giudizio sugli scrittori è severo: molti libri moderni sono paragonati a “esercitazioni scolastiche, inutili alla vita” [2687]. La conclusione amara è che la sapienza perfetta conduce alla miseria e che forse solo “quegli antichi” [3378] mezzi potrebbero far tornare a sentire la vita.


8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AACF46BF0D20E7256F65167653C1727B4D38D55DD45C55C0057F10E5C72D102500CBF2C2C05304587C381DCA655A00DC4156FB2129189AF5861783202377A94F20BE64F7C1A026B85B34B5C669B384686E114523F58B40A0E74DD57A3F23BDC66619B4B3070B377D21D9BA4579FB0D60F5527CB56CA67CD4842AEABAFFFE553DF0C87C6F49D230F0E11F593B5DCEC92361932CA0D7A4F3BF0065B2D47E102AB50348B15612C0F2A8A712169059E0A139DE15D28187E6CD15A484DC46FF5E0498C4750DEAB071ED0DE613C3CC4042F48262E3FBB3B4A7ED16F6D53B8B946A17A0B73530BA519DB75797967EF7FCE4EE84813FB442DE564617CA5F5DAF645264A09DED2EA7CF36076204679EB3068F622D00954333B2BCF5BF0C2093F08C8895FBC6008336210672934A11BF898696E20F023E042CFF1215E117CBC8D141609D444C31270B1B623DDFB4EB09CCBDCC9A4718B855A1AF1DBBA7297