Koyré - Dal mondo del pressappoco all'universo della precisione | L23d
0.1 Il contributo di Alexandre Koyré e la sua ricezione in Italia
Nell’ambito di un dibattito storiografico, i saggi di Alexandre Koyré si distinguono per il loro interesse e pertanto paiono meritevoli esser tradotti.
Sommario Il testo delinea la figura di Alexandre Koyré, filosofo scomparso nel 1964, descritto come “uno degli ultimi intellettuali cosmopoliti di alto livello”. Nonostante i suoi studi e i suoi contatti, la sua personalità e le sue ricerche sono rimaste pressoché sconosciute in Italia, un “silenzio piuttosto sorprendente” data la potenziale affinità con correnti come la fenomenologia e lo strutturalismo. Viene ripercorsa la sua formazione, iniziata in Russia e proseguita in Germania, dove fu “uno dei primi alunni stranieri” di Edmund Husserl a Gottinga, inserendosi in un gruppo che includeva figure come Edith Stein. Trasferitosi poi in Francia, si dedicò principalmente alla ricerca storica. La sua produzione iniziale, caratterizzata da opere come La philosophie de Jacob Boehme, era orientata verso la storia delle idee religiose. Il suo metodo mostra una chiara influenza husserliana, come evidenziato dalla “minuta discussione logica” delle prove sull’esistenza di Dio in Anselmo e Cartesio. In merito alla dottrina fenomenologica, Koyré tentò un confronto con la filosofia scolastica, ritenendo, in accordo con Gilson, la filosofia di Husserl “piú vicina agli agostiniani che agli aristotelici, piú vicina allo scotismo che al tomismo”.
0.2 Metodo storiografico e unità del pensiero in Koyré
L’influenza di Meyerson e la critica alla nozione di precursore.
Il blocco delinea i principi metodologici di Alexandre Koyré, profondamente segnati dall’insegnamento di Émile Meyerson. Viene sottolineata l’importanza dello studio degli errori, poiché “per il disegno critico del filosofo lo studio delle teorie false è non meno istruttivo di quello delle teorie vere”. Questo approccio si contrappone a una storiografia positivista, fondata su un “concetto ingenuo di progresso”. Un canone metodologico fondamentale per Koyré è il rifiuto della nozione di “precursore”: “Niente ha avuto sulla storia un’influenza piú nefasta della nozione di ‘precursore’”, in quanto “considerare qualcuno come precursore di qualcun altro è sicuramente impedirsi di comprenderlo”. Questo si applica, ad esempio, alla rivoluzione copernicana, che va compresa nella sua realtà storica, evitando di vedere “Niccolò Copernico come precursore di Galileo e di Keplero”. L’analisi si estende alla questione del linguaggio e delle fonti: Koyré evitava di “spiegare ignotum per ignotius” e riteneva estremamente grave “il problema del linguaggio da adottare per l’esposizione delle opere del passato”, poiché si rischia di rendere l’autore incomprensibile o di tradirlo.
Viene quindi esposta la convinzione koyreana dell’unitarietà del pensiero umano. Koyré riteneva impossibile “separare, in compartimenti stagni, la storia del pensiero filosofico e quella del pensiero religioso”, poiché “lo spirito dell’uomo è un tutto”. Questa unità formale del pensiero, ispirata a Meyerson, è la chiave per comprendere la varietà delle sue ricerche. Meyerson affermava risolutamente “l’omogeneità” fra “pensiero scientifico e il senso comune”, sostenendo che “fra la percezione sensibile e la teoria scientifica o metafisica, non c’è per lui né salto, né rottura”. Ne consegue che “le teorie ‘false’ sono altrettanto ‘ragionevoli’ di quelle ‘vere’”, poiché la verità non è una qualità intrinseca del pensiero, ma “un successo”. Questo spiega la prassi, comune sia a Meyerson che a Koyré, di “saltare dalla fisica dei quanta a quella delle forme sostanziali”. In tale prospettiva, l’impronta fenomenologica e l’interesse per Dilthey guidano la ricerca delle “intuizioni profonde” dei pensatori, al di là delle mere influenze.
0.3 La polemica storiografica e le radici platoniche di Koyré 3
Critica alla storiografia positivista e definizione di un metodo basato sulla struttura teorica degli oggetti scientifici.
Sommario Koyré rifiuta un’interpretazione deterministica del materialismo storico e ha come obiettivo polemico principale la storiografia della scienza infetta «dal virus dell’epistemologia empirista e positivista». La sua concezione si modella sull’antipositivismo di Meyerson, da cui deriva l’affermazione che “non è l’utilizzazione di un oggetto che ne determina la natura: è la sua struttura”. Ne consegue che uno strumento scientifico non è frutto del caso o dell’artigiano, ma dello “studio consapevole, calcolato e strutturale dello scienziato”. La stessa concezione dell’esperienza viene profondamente modificata: per Koyré, seguendo Galileo, “l’experimentum si prepara, che l’experimentum è una domanda posta alla natura”, una domanda formulata in linguaggio matematico. Gli strumenti, come il pendolo e il telescopio di Galileo, sono definiti “incarnazioni della teoria”. Questo concetto dell’esperienza si discosta volutamente da quello aristotelico ed è legato al matematismo platonico, una tendenza fondamentale e persistente in Koyré, che “dal principio della sua carriera egli è stato platonico”. Questa posizione è rafforzata dalla convinzione, condivisa con Meyerson, che “Non c’è scienza reale se non laddove essa è quantitativa, matematica”, quasi a confermare che “l’essere matematico è, come pensava Platone, intermediario” tra il pensiero e il reale.
0.4 Dibattito storiografico su scienza e tecnica nell’antichità
Analisi critica delle posizioni di Schuhl e Koyré e della dimensione politico-economica nello sviluppo tecnologico.
Sommario
Il blocco analizza il contributo di uno studioso nel correggere l’interpretazione della scienza greca delle origini, non più vista come astratta e deduttiva ma con un “preciso interesse tecnico”. Le critiche mosse da questo studioso a Schuhl e Koyré sono ritenute in gran parte fondate, poiché le loro tesi, formulate decenni prima, “vano accolte oggi con un certo distacco”. Tuttavia, l’autore contesta la preferenza accordata da Vilhena a uno dei due, sostenendo che “né l’uno né l’altro possono esser valorizzati” da una prospettiva marxista, in quanto nel loro esame dello sviluppo sociale delle tecniche “non pongono il problema delle iniziative e delle responsabilità delle classi dirigenti e del potere politico in particolare”. Viene notato che Koyré, pur sfiorando la questione accennando alla “politica di lavori pubblici dell’Impero romano”, non ne approfondisce le reali motivazioni, legate a “fini militari e a problemi di sicurezza interna, mai a preoccupazioni per il livello di vita delle popolazioni”. Viene quindi introdotto “Il problema che potremmo intitolare: la macchina e i politici”, dichiarato ancora da affrontare per la società antica e non risolto “da Koyré, ma neppure da Schuhl, né infine dagli studiosi marxisti”. Nonostante questi limiti, si riconosce il valore dei saggi presentati, che “hanno segnato alcune conquiste critiche”. Se da un lato “questa dimensione politico-egemonica del problema mette in evidenza i limiti della storiografia «fenomenologica» di Alexandre Koyré”, dall’altro “le sue fini analisi della struttura e dei quadri delle concezioni scientifiche ne mostrano le migliori possibilità”.
Riferimenti bibliografici Il testo si conclude con una serie di riferimenti a pubblicazioni e discussioni accademiche, tra cui la «Bulletin de la Société française de philosophie», le «Annales d’histoire économique et sociale», «Critique» e il «Journal de psychologie», quest’ultimo contenente saggi di autori come I. Meyerson, A. Aymard, M. Mauss, A. Lalande, M. Bloch, L. Febvre.
0.5 Omaggio all’opera e all’influenza di Alexandre Koyré
Viene presentata la figura di Alexandre Koyré, la sua influenza metodologica e i suoi legami con la fenomenologia e la storia del pensiero scientifico e filosofico.
Il testo rende omaggio ad Alexandre Koyré, riconoscendo la sua “profonda influenza su tutta una generazione di ricercatori” attraverso l’elaborazione di un “modo di approccio per lo studio e lo sviluppo delle idee scientifiche, conosciuto oggi sotto il nome di analisi concettuale”. Vengono citate le principali pubblicazioni e fonti bibliografiche sull’autore. Si evidenzia il suo precoce legame con la fenomenologia, un’impronta che “il suo spirito acquisì là rimase sempre apparente”, nonostante i suoi successivi lavori si concentrassero sulla storia della filosofia. Viene discussa l’importanza del suo intervento in un dibattito che suggeriva la possibilità di un’“assimilazione del metodo fenomenologico da parte dei filosofi cattolici, senza compromettersi con le conclusioni di Husserl e di Heidegger”. Viene infine riportata, tramite citazione, una critica al positivismo di Comte, che “chiudeva il pensiero dentro il cerchio del legale, concepito come un sistema di rapporti che legano fra loro i fenomeni”.
0.6 Metodo e prospettive nella storia del pensiero scientifico
L’analisi del pensiero reale e lo studio degli errori come rivelatori.
Il testo delinea il metodo di indagine storica e filosofica di Koyré, incentrato sullo studio del pensiero nel suo esercizio reale e nelle sue difficoltà. Viene sottolineata l’importanza di analizzare “le teorie erronee, superate” in quanto “prodotto delle stesse tendenze intellettuali delle teorie vere”. Il programma di ricerca include l’esame degli errori di figure come Descartes e Galileo, poiché “non sono soltanto istruttivi; sono rivelatori delle difficoltà che è stato necessario vincere”. Viene discussa la posizione di Koyré contro l’isolazionismo della storia della scienza, da lui accusata di aver praticato “un isolationnismo orgoglioso” e di aver adottato “un atteggiamento astratto”. Il sommario affronta anche il rifiuto delle spiegazioni deterministiche, affermando che “Atene non spiega Eudosso” e che “non è la struttura sociale dell’Inghilterra del XVII secolo che può spiegarci Newton”. Emerge la centralità della teoria, poiché “le scienze generalmente parlando, cominciano sempre con teorie false”, ma “il possesso di una teoria, anche falsa, costituisce un progresso enorme”. Vengono infine menzionati i suoi legami con la fenomenologia e la sua interpretazione del metodo storico.
0.7 Studi su mentalità antica, macchinismo e storia della scienza
Analisi delle opere di Schuhl e del dibattito sul rapporto tra pensiero greco, tecniche e origini del macchinismo.
Il testo tratta del pensiero di Pierre-Maxime Schuhl sul “blocco mentale” della mentalità antica e sulle condizioni per il “deblocaggio” che ha permesso il macchinismo, definito come una “rivoluzione mentale” necessaria. Viene citata la sua sintesi: “Nous avons essayé de montrer ici l’importance capitale que présentent, pour qui veut comprendre le machinisme et ses origines, certaines différences fondamentales qui apparaissent entre la mentalité antique et la mentalité moderne”. Schuhl collega questo processo al “miracolo greco” e al superamento delle “idoles” di ogni epoca, poiché “Rares sont ceux qui, au moment même, savent les reconnaître et les dénoncer”. Vengono inoltre menzionati studi collaterali, come quello di Hermann Diels su scienza e tecnica presso gli Elleni, e un riferimento critico alla figura degli arpedonapti, i misuratori di terreni, la cui immagine moderna è descritta come “Il giardiniere che delimita un giardino”.
0.8 L’essenziale rapporto tra tecnica e scienza e il dibattito sul progresso intellettuale.
Il principio dello stretto rapporto fra tecnica e scienza, ritenuto essenziale e valido anche per il presente, viene esposto: “la fruttuosa unione di teoria e pratica… ha la sua importanza per la scienza in generale”. Si afferma che “solo laddove la ricerca scientifica rimane in legame con la vita reale si ottengono i grandi progressi della cultura”, poiché “la tecnica non può fare a meno della scienza, e, viceversa, la pura speculazione nella scienza, se non viene toccata sempre di nuovo dal fresco alito della vita, diventa sterile e muore”. Viene discussa l’ipotesi di un ritmo nel progresso intellettuale e si accenna a nozioni di “anchilosi e blocco psicologico” in ambito epistemologico. Viene inoltre presentata una tesi sul significato più profondo della rivoluzione scientifica del Seicento, che sarebbe “abolire il mondo del ‘più o meno’, il mondo delle qualità e della percezione sensibile, il mondo di apprezzamento della nostra vita quotidiana, e sostituirlo con l’universo (archimedeo) della precisione, delle esatte misure, della stretta determinazione”. Viene infine segnalato un dissenso riguardo all’equiparazione di Cartesio a Bacone.
0.9 Progresso tecnico e ostacoli sociali nel mondo antico.
Il testo analizza le cause del blocco tecnologico nell’antichità classica, attribuendolo primariamente a un “blocco sociale” e materiale, da cui deriverebbero i blocchi mentali e ideologici. Viene citata l’opinione secondo cui “non sono dunque ragioni ideologiche che si trovano all’origine del blocco tecnico” e che “alla radice del blocco ‘mentale’ […] ci sono in fin dei conti, in maniera aperta o dissimulata, le condizioni obiettive materiali”. Un tema minore riguarda la figura di Archimede, contestando l’interpretazione del suo rifiuto di scrivere di tecnica come disprezzo, suggerendo invece che la mancata pubblicazione dei suoi apparati bellici fosse dovuta “alle condizioni di segretezza e esclusivismo della ricerca presso un tiranno”.
Riferimenti Vasco de Magalhães-Vilhena, Essor scientifique et technique et obstacles sociaux à la fin de l’antiquité; Id., Progrès technique et blocage social dans l’antiquité classique; Les philosophes et la machine; Jean-Pierre Vernant, Mythe et pensée chez les Grecs.
0.10 Le reazioni all’industrialismo e la difesa della macchina
Critiche e condanne della civiltà industriale nel XIX secolo.
Il blocco analizza le reazioni negative suscitate dall’avvento della macchina e dell’industrialismo. Vengono presentate le critiche di storici e pensatori, come Michelet, che pur riconoscendo alcuni benefici, descrive “quei visi pietosi di uomini, quelle fanciulle sfiorite, quei bimbi ingobbiti”. Si evidenziano le terribili condizioni di vita e di lavoro, specialmente per i bambini, definito “una tortura”. La situazione in Inghilterra appare ancor più grave, con paragoni alla schiavitù. Di fronte a questo scenario, diversi intellettuali propongono soluzioni: Fourier condanna l’industrialismo, “la piú recente delle nostre chimere scientifiche”, e immagina il falansterio; Owen preconizza “una nuova organizzazione del lavoro”; altri, come Ruskin, sognano “un lavoro felice ed amato, fatto a mano”. Le accuse alla macchina si moltiplicano: essa è ritenuta responsabile della standardizzazione, dell’abbassamento culturale e dell’asservimento dell’uomo al guadagno. Viene riconosciuta la bruttezza dei sobborghi industriali e la natura degradante del lavoro alla catena di montaggio, “degradante e abbrutente, nel senso piú forte e preciso di questo termine”. Tuttavia, Schuhl difende la macchina, sostenendo che “ha effettivamente accresciuto la potenza dell’uomo” e, garantendo tempo libero, ha offerto la possibilità di accedere alla cultura, poiché “essa nasce dal tempo libero e dal giuoco”.
0.11 Le conseguenze sociali e ambientali della rivoluzione industriale
L’impatto demografico e il dibattito sul progresso.
Il testo analizza gli effetti della rivoluzione industriale, partendo dallo spopolamento delle campagne e dall’urbanizzazione forzata di masse di contadini che “nei loro villaggi, crepavano letteralmente di fame”. Questo fenomeno è presentato come il prerequisito per l’industrializzazione rapida dell’Inghilterra. Viene discussa la pressione demografica risultante, favorita anche dallo “spudorato sfruttamento del lavoro, e in particolare del lavoro dei bambini”, che aumentando la forza lavoro contribuiva alla produzione di beni. Il brano si interroga poi sul valore di questa crescita demografica e della concentrazione urbana, notando come “c’era piú spazio quando si era meno numerosi” e come “il paesaggio campagnolo è piú bello… che i deserti di pietra e di cemento delle nostre grandi capitali”.
Viene infine esplorato il ruolo ambiguo della macchina, da un lato accusata di aver creato ambienti orrendi come “un agglomerato di case operaie in una zona mineraria” e città industriali “piú brutte e di piú sporche” a causa di ragioni tecniche e sociali, dall’altro vista come una forza che, “creando ricchezza”, potrebbe favorire un ritorno all’oligantropia e “la ridispersione delle popolazioni urbane”. La conclusione affida alla responsabilità umana la scelta su come utilizzare la potenza della tecnica, citando anche le riflessioni di Aristotele sull’automatismo e la natura del lavoro libero.
0.12 Il disprezzo per le arti meccaniche e la successiva rivoluzione
Il disprezzo per le attività pratiche nel mondo antico e il suo superamento in epoca moderna.
Il testo analizza il profondo disprezzo per le arti meccaniche e il commercio nelle civiltà aristocratiche antiche, in particolare in Grecia, dove l’artigiano era considerato “spregevole” e la sua attività “porta vergogna e deforma l’anima oltre che il corpo”. Questa opposizione tra vita contemplativa (σχολὴ) e vita attiva (ἀσχολία) portava a una netta separazione tra teoria e pratica, come dimostra l’episodio di Platone che si adirò con Archita ed Eudosso perché “corrompevano e guastavano la dignità e ciò che v’era d’eccellente nella geometria” usando strumenti meccanici. Anche il genio di Archimede considerava le sue macchine “cosa vile, bassa, mercenaria”. Questa mentalità, che vedeva la superiorità della natura sull’arte e della ϑεωρία sulla πρᾶξις, ostacolò il progresso tecnico, poiché “fare ricerche sulle applicazioni pratiche vuol dire derogare, decadere”.
A partire dal tardo Medioevo e dal Rinascimento, si assiste a un graduale rovesciamento di questa prospettiva. “La bilancia si volge sempre piú a vantaggio dei termini che prima erano deprezzati”: la vita attiva prende il sopravvento su quella contemplativa. Sebbene il disprezzo per le arti meccaniche sussistesse a lungo, lo sviluppo delle città, del commercio, delle corporazioni e il perfezionamento delle tecniche crearono un nuovo contesto. Figure come Leonardo da Vinci proclamavano che “la scienza della meccanica è la piú nobile e la piú utile di tutte”, mentre Bacone rimproverava ai filosofi di vivere “lontani dagli affari”. Questo cambiamento, legato a una profonda trasformazione sociale e all’ascesa di un nuovo spirito borghese, portò a vedere nel progresso tecnico non più qualcosa di insignificante, ma “la cosa piú importante”, gettando le basi per la civiltà industriale.
0.13 La posizione sociale dell’ingegnere nell’antichità 13
Stima giustificata per una professione che univa sapienza e abilità artigiana.
Il sommario delinea la condizione sociale dell’ingegnere antico, inizialmente non elevata e vicina a quella del meccanico, poiché “l’ingegnere non ha mai goduto del prestigio del guerriero” e “il mestiere dell’ingegnere non si è dissociato da quello del meccanico se non molto lentamente e tardi”. Viene citato Platone per il quale “tu non vorrai dare tua figlia a un μηχανοποιόν”, un costruttore di macchine. Tuttavia, la situazione evolve: un ingegnere era “un personaggio ben diverso da un operaio” e la meccanica viene considerata da Pappo una teoria razionale che “merita a giusto titolo il massimo favore da parte dei filosofi”. Vitruvio richiedeva all’ingegnere di essere colto e versatile. L’amministrazione imperiale, con l’editto di Costantino, istituì scuole di ingegneria mantenute dallo Stato. Nonostante ciò, il loro ingegno si applicò più al superfluo che al necessario: costruirono macchine da guerra potenti e apparati ingegnosi, ma “non hanno trasformato né i carri che circolavano sulle strade, né le navi che entravano nei loro porti” e “non hanno saputo impadronirsi né della forza idraulica, né di quella del vento”, preferendo spesso realizzare automi e giocattoli.
0.14 Origine e stagnazione del pensiero tecnico antico
Sull’opposizione tra sapere teorico e pratico e la mancata evoluzione in tecnologia.
Il testo esamina la distinzione radicale fra ἐπιστήμη e τέχνη, considerata “sicuramente molto perspicace e profonda”. Viene affermato che “la tecnica precede la scienza, e non viceversa”, il che costringe ad ammettere “un’origine indipendente della tecnica, e dunque l’esistenza di un pensiero tecnico”. Questo pensiero pratico, “attivo, operativo”, costruisce per esperienza e trial and error “gli artifici dei mestieri e le regole delle arti”, formando un “tesoro di sapere empirico” che permette di sviluppare tecniche anche a un “livello di perfezione insuperabile” prima della teoria. Viene poi introdotta la tecnologia come “scienza tecnica e tecnica scientifica”, che sta alla tecnica empirica come la scienza greca sta al sapere dei geometri egiziani.
Viene quindi posto il problema della “stagnazione (del livello relativamente basso) della tecnica antica”, articolato in due questioni: perché il pensiero tecnico “non ha progredito quanto poteva” restando nei limiti della τέχνη e perché la scienza greca “non ha sviluppato una tecnologia”. Si conclude che le teorie sociopsicologiche non forniscono risposte soddisfacenti, poiché non spiegano né perché i tecnici “non abbiano sviluppato la tecnica” né perché i sapienti “non abbiano pensato a elaborare una tecnologia”, osservando infine che “in storia, [è] impossibile… svuotare il fatto e spiegare tutto”.
Riferimenti 35. “perché il pensiero tecnico dell’antichità non ha progredito quanto poteva, senza uscire dai limiti della τέχνη, senza elevarsi a un livello superiore?” 36. “perché gli inventori dell’ἐπιστήμη non l’hanno applicata alla πρᾶξις, perché in altri termini, la scienza greca non ha sviluppato una tecnologia di cui aveva pur formulato l’idea?”
0.15 Le ragioni dell’assenza del macchinismo nell’antichità
Il testo indaga le ragioni per cui il macchinismo non si sviluppò nell’antichità greca nonostante le premesse tecniche, proponendo una soluzione basata sull’assenza di una fisica propriamente detta. Si sostiene che “la scienza greca non ha elaborato una fisica e non poteva farlo perché, nella costituzione di questa, la statica deve precedere la dinamica: Galileo è impossibile prima di Archimede”. Senza questa base, “una tale tecnologia è rigorosamente inconcepibile”. Viene quindi scartata l’idea che la tecnica antica fosse una “τέχνη semiscientifica” fondata su una teoria delle “cinque potenze”, affermando piuttosto che “la scienza greca non poteva dare origine a una vera tecnologia”.
Viene inoltre sollevato il problema correlato dell’arresto dello sviluppo scientifico greco, domandandosi se ciò fu dovuto alla “rovina delle città”, alla “conquista romana” o all’“influenza cristiana”. Tuttavia, si osserva che “nell’intervallo, Euclide e Tolomeo hanno ben potuto vivere e lavorare in Egitto”, lasciando intendere che, in linea di principio, “nulla impediva che Copernico e Galileo succedessero loro direttamente”.
0.16 Dualismo cosmologico e limiti della scienza greca 16
La concezione greca di un cosmo diviso tra la perfezione celeste e l’imperfezione terrestre.
Il pensiero greco rifiutò l’applicazione dell’esattezza matematica al mondo terrestre, considerato il regno del “pressappoco”, ammettendola solo per i cieli. Ciò è dimostrato dall’affermazione che “il pensiero greco ammetteva in compenso che nei cieli fosse del tutto diverso, che i movimenti assolutamente e perfettamente regolari delle sfere e degli astri fossero conformi alle leggi della geometria piú rigorosa”. Questa opposizione rese possibile un’astronomia matematica ma impedì lo sviluppo di una fisica matematica, poiché “la scienza greca ha non soltanto costituito una cinematica celeste” mentre “non ha mai tentato di matematizzare il movimento terrestre”. L’incapacità di concepire una misura unitaria del tempo, con le ore terrestri di durata variabile, rivela “l’opposizione profonda del mondo celeste e del mondo terrestre – mondo della precisione e mondo del piú o meno”. Questo dualismo spiega perché “la scienza greca, anche quella di Archimede, non abbia potuto fondare una dinamica” e “la tecnica greca non abbia potuto superare il livello della τέχνη”, pur potendo questa, guidata dall’esperienza, creare opere di grande perfezione.
0.17 I limiti del sapere pratico e il caso dell’alchimia
Mancanza di strumenti e linguaggio per un sapere preciso nel mondo premoderno.
Il testo analizza i fattori che impedivano la precisione nel sapere, ritenendo insufficiente la sola mancanza di attrezzatura materiale. Viene evidenziata l’assenza di strumenti di osservazione, poiché “né lo stato dell’ottica, né quello dell’arte vetraria ne permetteva” lenti per ingrandire oggetti lontani o piccolissimi. Ugualmente carente era il linguaggio scientifico, con una “moltitudine incoerente dei sistemi di misura variabili di città in città” e senza una “nomenclatura chiara e ben definita”. La misurazione della temperatura era impossibile, dato che “il termometro non era nato”. Viene poi discusso il caso dell’alchimia, presentato come prova decisiva: essa, pur avendo costituito “un vocabolario, una notazione e anche un’attrezzatura” ed essendo riuscita a fare scoperte, “non è mai riuscita a fare un’esperienza precisa: questo, perché non l’ha mai tentata”, suggerendo che la mentalità del “mondo del pressappoco” fosse l’ostacolo fondamentale.
0.18 La nascita dello strumento scientifico e la misura del tempo
Dall’utensile allo strumento: il caso del telescopio e l’avvento della precisione.
Il passaggio dall’utensile, che “prolunga e rinforza l’azione delle nostre membra”, allo strumento vero e proprio, definito come “incarnazione dello spirito, materializzazione del pensiero”, è esemplificato dalla costruzione del telescopio da parte di Galileo. A differenza degli occhialai olandesi, che si limitarono a perfezionare un apparecchio pratico nato forse dal caso, Galileo “ne costruisce la teoria” e, spingendo “sempre piú lontano la precisione e la potenza dei suoi vetri”, costruisce strumenti per attingere “ciò che non cade sotto i nostri sensi, per vedere ciò che nessuno ha mai visto”. Questo fine puramente teorico produsse risultati decisivi per la tecnica moderna, richiedendo la costruzione di “macchine matematiche” e la sostituzione, “nello spirito dei loro inventori, dell’universo di precisione al mondo del pressappoco”.
L’introduzione della precisione nella vita quotidiana avviene attraverso un altro strumento: il cronometro. “Gli apparecchi per misurare il tempo non appaiono che molto tardi nella storia umana” perché, a differenza dello spazio, il tempo “essenzialmente non misurabile” si presentava già provvisto di una “misura naturale” basata sulle stagioni e sui giorni. “Solo una civiltà urbana, evoluta e complessa, per i bisogni precisi della sua vita pubblica e religiosa, può provare la necessità di sapere l’ora”. Tuttavia, nell’antichità e per gran parte del Medioevo, “la vita quotidiana si muove nel pressappoco del tempo vissuto”, perpetuando “le abitudini di una società di contadini che accettano di non sapere mai l’ora esatta”.
Riferimenti minori ##### 17 La sostituzione del mondo della precisione a quello del pressappoco. ##### 18 La comparsa tardiva degli strumenti per misurare il tempo.
0.19 L’evoluzione della percezione del tempo e dell’orologio da tasca tra XVI e XVII secolo
Dalla rarità elitaria alla diffusione urbana, fino al limite tecnico del “pressappoco”.
Il testo delinea la transizione nella percezione e misurazione del tempo tra il XVI e il XVII secolo. Nella prima metà del Cinquecento, il tempo era vissuto in modo approssimativo, un’epoca in cui “regni dovunque fantasia, imprecisione, inesattezza” e in cui gli uomini spesso non conoscevano “né il valore, né la misura del tempo”. Gli orologi da tasca, all’epoca, erano posseduti solo da re e principi, essendo “molto belli, molto cari e molto rari”. La situazione cambia sensibilmente nella seconda metà del secolo, parallelamente alla crescita delle città e della ricchezza urbana, con una diffusione sempre maggiore degli orologi da tasca, che, sebbene rimangano “molto belli, molto lavorati, molto cesellati, molto cari”, non sono più “molto rari”. Il progresso tecnico, frutto della “meravigliosa abilità” degli orologiai, trasforma il puro oggetto di lusso in un “oggetto d’uso pratico capace di indicare le ore in modo quasi preciso”. Tuttavia, l’orologio degli orologiai non supera mai lo stadio del “quasi”, mentre l’orologio di precisione vero e proprio ha un’origine diversa, essendo “uno strumento, cioè una creazione del pensiero scientifico”.
Riferimenti (1112, 1113, 1114, 1115, 1116, 1118, 1119, 1122, 1124, 1127)
0.20 La genesi tecnologica della precisione
La sfida di misurare il tempo e la nascita del pensiero tecnologico.
Il problema di misurare grandezze fisiche come il tempo, per le quali “non si può misurare né la prima né il secondo”, ha spinto pensatori come Ctesibio e Galileo a cercare fenomeni naturali che lo incarnassero, come un flusso d’acqua a velocità costante o un movimento pendolare. Tuttavia, la scoperta di tali fenomeni non fu empirica: “né Ctesibio né Galileo… non hanno potuto stabilire né la costanza del flusso, né l’isocronismo dell’oscillazione per mezzo di misure empiriche”, poiché mancava loro proprio lo strumento di misura che quelle proprietà avrebbero permesso di costruire. Galileo giunse all’isocronismo “grazie allo studio matematico”, e solo dopo la deduzione teorica poté procedere alla verifica sperimentale. Questo modello si ripeté con Huygens, che attraverso “considerazioni puramente geometriche” corresse la teoria di Galileo. Si pose quindi il problema tecnologico della “realizzazione effettiva” dei modelli teorici, un’attività che richiese di “insegnare ai «tecnici» a fare qualcosa che non avevano mai fatto”. Questo processo segna la nascita di un pensiero tecnologico che “penetra e trasforma il pensiero – e la realtà – tecnica stessa. E la innalza a un livello superiore”. I tecnici del Settecento poterono perfezionare questi strumenti perché “erano contagiati dallo spirito della precisione”. È proprio “nella costruzione di strumenti” che “si afferma il pensiero tecnologico” e si inventano “le prime macchine precise”. Questa fusione tra teoria e pratica, iniziata con “l’età del vapore e del ferro”, caratterizza infine l’epoca contemporanea, “quella degli strumenti che hanno la dimensione di officine, e di officine che hanno tutta la precisione di strumenti”.
Riferimenti 1 Cfr.
0.21 Reazioni greche al lavoro e l’economia di prestigio
La reazione platonica contro l’attività tecnica e il disprezzo per il lavoro nell’antichità, con le sue eccezioni e le recenti indagini sul tema.
Il testo esamina la reazione platonica contro il lavoro tecnico, riconoscendo che “il disprezzo del lavoro non è sempre esistito nel mondo antico”. Vengono citate eccezioni, come i Cinici che “hanno sempre apprezzato il lavoro dell’artigiano” e l’episodio dello stoico Cleante, che lavorava di notte “presso i fornai, a impastare la farina” e che, sentendo uno spartano dichiarare che “la fatica… era un bene”, lo elogiò. Viene poi presentata una serie di contributi moderni: Louis Gernet, con la sua analisi di un’“economia di prestigio”; gli studi sul δημιουργός, figura onorevole, in opposizione al βάναυσος, termine peggiorativo; e il lavoro di Jean-Pierre Vernant sugli artigiani itineranti, “personaggi a un tempo prestigiosi e inquietanti”. Si osserva come, con l’avvento dell’economia di mercato, “il prestigioso demiurgo si trasforma in bottegaio sedentario”, un cambiamento criticato da Platone, per il quale era grande “il disprezzo per l’economia delle persone sedute”. La complessa posizione di Socrate è infine esplorata: egli trovava “cosa del tutto normale che si commercializzi un’attività domestica”, ma si adombrava quando i sofisti tentavano “di commercializzare un’attività spirituale”, una distinzione che rimanda alla differenza tra “nutrizione fisica” e “nutrizione psichica”.
Riferimenti 13. Ammissione dell’obiezione di Aymard. 14. Episodio di Cleante. 15. Lavori di Louis Gernet. 16. Libro di Jeammaire su Dioniso. 17. Lavoro di Chantraîne. 18. Contributi di Jean-Pierre Vernant. 19. Articolo di Raymond Ruyer. 20. Pubblicazione della nota di Ravaisson.
0.22 La concezione operativa della mano e i rischi della civiltà moderna
Indagini sulle fonti antiche e sviluppo di una filosofia dell’azione.
Il testo inizia con l’analisi di riferimenti in Cicerone, che, riecheggiando Panezio, indica “tutto ciò che gli uomini devono alle proprie mani, multarum artium ministras” e sottolinea come con le mani l’uomo cerchi di creare “quasi alteram naturam”. Questa idea di una filosofia operativa, che ha le sue radici nei filosofi ionici, viene rintracciata in Giordano Bruno, il quale scrive che gli dei diedero all’uomo “l’intelletto et le mani” affinché, “formando o possendo formar altre nature”, si conservasse “dio de la terra”, in un equilibrio per cui “non contemple senza azione, e non opre senza contemplazione”. Questo pensiero, sebbene ispirato a una tradizione antica, è presentato come “già la concezione moderna”. Il blocco introduce poi il contrappunto aristotelico sull’alternarsi tra lavoro faticoso (πόνος) e attività superiore (σχολή), per criticare la civiltà contemporanea, dove molti colgono solo “le rapide incursioni o le cascate di immagini e suoni” e “traumi sensoriali”, in una “civiltà del frastuono” che “disconosce il valore del silenzio”. Viene evocato il monito di Platone, secondo cui “le cose veramente difficili non si possono far intendere con quei mezzi”, e si solleva la questione di come Aristotele giudicherebbe una vita divisa tra le fatiche antiche e i moderni “traumi degli stock-cars”. Si conclude affermando l’ideale di una “vita veramente liberale”, che le macchine possono facilitare ma che non potranno mai dispensare dall’“inquietudine del pensiero e dall’anelito alla bellezza”, difendendo infine l’attualità del messaggio degli antichi.
Riferimenti 32 Vitruvio e molti altri autori 33 «Revue philosophique», 1957 34 «Revue philosophique», 1960 35 De Officiis 36 De Natura Deorum 37 De Officiis 38 De Natura Deorum 39 Spaccio della bestia trionfante 40 Etica nicomachea
0.23 La tecnologia nel pensiero antico: riferimenti bibliografici 23
Raccolta di riferimenti bibliografici e citazioni sul tema del macchinismo, della tecnica e del lavoro nel mondo greco e nella filosofia antica.
Il blocco presenta una serie di riferimenti a opere e studi che analizzano il concetto di tecnica e macchinismo nel pensiero antico, con particolare attenzione alla filosofia greca. Vengono citati autori come Platone, con rimandi a passi specifici dei suoi dialoghi, e Senofonte, attraverso i suoi Memorabili. Sono menzionati studi sulla poliorcetica greca, sulla danza antica e sul rapporto tra diritto e società. Un tema ricorrente è l’atteggiamento degli antichi verso il progresso tecnico, come evidenziato in “Sentiments des anciens sur le machinisme” e in “Progrès technique et blocage social dans la pensée antique”. Vengono inoltre inclusi lavori di antropologia e storia della tecnologia, tra cui “Evolution et technique” di Leroi-Gourhan e opere collettive come “A History of Technology”.