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1 L’evoluzione dell’austerità: dalle teorie economiche alla crisi finanziaria

Dalla “Treasury view” al dominio dei mercati finanziari: come l’austerità ha cambiato ruolo e obiettivi

Si traccia l’evoluzione del concetto di austerità nel XX e XXI secolo, partendo dalle sue origini teoriche. Dopo la Prima guerra mondiale, si afferma la “Treasury view”, secondo cui “government deficits are economically damaging and austerity is required to rein them in” [4]. Durante la Grande Depressione degli anni ’30, questa visione viene contestata dalla prospettiva keynesiana, che sostiene che “government deficits could be economically beneficial during the slump” [5]. In questo quadro, l’austerità viene proposta come misura anticiclica: “austerity was the policy prescription for the top of the business cycle, to prevent the economy from overheating and igniting inflation” [6].

Le crisi degli anni ’70 e gli sviluppi successivi ridefiniscono il ruolo dell’austerità, che diventa “a policy for the bottom of the business cycle, when the excesses of a bubble-inflated boom had been revealed by its collapse” [7]. Tuttavia, dopo la crisi finanziaria del 2007/8, il suo scopo muta radicalmente: “austerity no longer has the economic objective of macroeconomic stabilization” [8]. L’obiettivo diventa invece soddisfare le richieste dei mercati finanziari, come evidenziato da “it has become the objective itself – demanded by actors in the international financial markets as evidence that governments are serious about managing their deficits” [9].

Si sottolinea infine un paradosso: se l’austerità compromette la crescita economica, come avviene nel presente, “markets are unlikely to remain loyal to those countries suffering the effect” [10]. Si conclude con un monito: è necessario che “policy-makers and political leaders learn the lessons of the 2007/8 financial crisis with regard to the economics of austerity” [11].


2 L’austerità economica: definizione, strumenti e contesti

Riduzione del deficit tra spesa pubblica e entrate, con misure che intrecciano economia, politica e società.

Si tratta della natura e delle implicazioni dell’austerità economica. Si definisce l’austerità come “the aim […] to reduce a country’s deficit – the difference between what the government spends and the revenues it earns” [34], attuata attraverso “some combination of public expenditure reductions and increased taxes” [35]. Tuttavia, la sua applicazione non è lineare: “it is not as straightforward as it might […] appear because public deficits must be financed; and the method of funding […] has economic, social and political consequences” [36].

Si discute inoltre della mancanza di consenso sulla sua definizione e tempistica: “this lengthy debate has failed to produce general agreement about what austerity is, much less when it should be applied” [33]. Si evidenzia come l’austerità non sia un fenomeno isolato, ma strettamente legato al contesto: “the economics of austerity cannot be meaningfully separated from its social and political context” [37], estendendo l’analogia anche alle economie in cui si è sviluppata (“the same can be said about the economies within which they were evolved” [32]).

Si accenna infine alle origini storiche del dibattito, che inizialmente si concentrava su “its role in facilitating the funding of national emergencies, such as wars and the national defence” [38].


3 L’evoluzione storica e teorica dell’austerità economica

Dalle origini classiche alle crisi contemporanee: dibattiti, paradigmi e contesti ciclici

Si presenta una trattazione storica e concettuale dell’austerità, analizzata attraverso fasi distinte e contesti economici. Il dibattito originario si concentra sul bilancio pubblico in tempo di pace, con “calls for austerity […] associated with balancing the government budget during peace-time” [59], e sulla contrapposizione tra finanziamento del debito tramite prestiti o tassazione (“whether the public debt should be financed through borrowing or taxation” [60]). L’industrializzazione e le sue conseguenze sociali politicizzano la questione: “public debts […] were now also potentially related to expenditure on social welfare provision” [62], mentre la sezione dedicata esamina “the growing concerns about the plight of the urban poor” [61].

Dopo la Prima guerra mondiale, l’austerità torna al centro dell’agenda politica per “the resulting high levels of public debt and the economic challenges of the inter-war years” [63]. Si discute il contrasto tra la “British ‘Treasury view’” e la sfida keynesiana, che negli anni successivi al secondo conflitto mondiale determina un “‘paradigm shift’” [64]. In questa fase, l’austerità è legata al picco del ciclo economico, con “restraint […] required to cool-off an over-heating economy and prevent inflation” [65].

Gli anni Settanta segnano una svolta con il revival di idee “pre-Keynesian ‘neo-liberal’”, che ridefiniscono il pensiero economico fino alla crisi del 2007/8 [66]. Qui, l’austerità si associa al fondo del ciclo, dove “‘bubbles’ became engines for growth” e il loro scoppio genera richieste di rigore “on moral as well as economic grounds” [67]. L’ultima sezione esplora infine “key dimensions of the post 2007/8 financial crisis debate about austerity economics” [68].


4 Il dibattito classico sull’austerità e il finanziamento della spesa pubblica

Virtù della frugalità, deficit come follia fiscale, e il dilemma tra tassazione e debito.

Si presenta il dibattito classico sull’austerità e le modalità di finanziamento della spesa pubblica. La frugalità è indicata come “una virtù cardinale; e si rifletteva nel principio ampiamente accettato che i bilanci pubblici dovessero essere in pareggio, se non in avanzo, e che i deficit potessero essere tollerati solo in circostanze straordinarie, come la guerra” [85]. I deficit prolungati, soprattutto in tempo di pace, sono descritti come “il marchio della follia fiscale” [86].

Ci si sofferma sul confronto tra tassazione e debito come strumenti di finanziamento. La differenza fondamentale è individuata nella “tempistica dei pagamenti: la tassazione poneva l’onere del pagamento sui contribuenti durante il periodo di spesa, mentre il debito posticipava il pagamento fino alla scadenza degli interessi e delle quote di ammortamento” [88]. Il debito consente così “lo spostamento dell’onere del pagamento su altri, che (data la tempistica) potrebbero non essere le stesse persone” [89], sollevando la questione “su chi dovesse sostenere il peso del debito – e quando” [90].

Si menziona il contributo di Isaac de Pinto (1761), il cui “Traité de la Circulation et du Crédit” sostiene che “il debito nazionale e la speculazione di borsa sui titoli svolgevano un ruolo positivo nel favorire il credito, aumentare la circolazione della moneta e promuovere il benessere economico” [92]. Questa posizione contrasta con quella degli economisti britannici del XVIII secolo, tra cui David Hume (1752) e Adam Smith (1776), preoccupati per “la crisi del debito sovrano inglese (causata dall’espansione imperiale) e la ‘degenerazione’ associata all’indebitamento pubblico” [94].


5 Trasformazioni sociali e riforme tra industrializzazione e welfare state

Dalla povertà urbana alle politiche collettive: il passaggio dall’individualismo liberale alle prime forme di protezione sociale.

Si presenta il contesto delle trasformazioni socio-economiche tra XVIII e XX secolo, con particolare attenzione alle conseguenze dell’industrializzazione e alle risposte politiche. L’urbanizzazione e la concentrazione di masse prive di proprietà generano condizioni di vita precarie: “The social problem … was that created by the concentration of propertyless people in the centers of industry” [119]. La transizione da un’economia agraria a una industriale porta a “increasingly crowded cities and rapid population growth” [126], con un peggioramento delle condizioni lavorative e abitative, soprattutto durante la “second industrial revolution” [127]. La nuova economia monetaria riduce l’autosufficienza, esponendo le persone a rischi come inflazione e disoccupazione: “they faced the uncertainties of inflation, securing employment, and the question of what might happen when they were too old to work” [129].

Si discute il cambiamento di prospettiva nelle politiche sociali. Inizialmente, la priorità data alla libertà individuale limita le soluzioni collettive [120], ma l’industrializzazione spinge verso riforme graduali. In Gran Bretagna, le Great Reform Acts estendono il diritto di voto [122], mentre provvedimenti come il Factory Act (1834) e l’Education Act (1870) segnano un primo superamento dell’individualismo: “they also set precedents for the social reforms of the early decades of the 20th century” [124]. Tuttavia, la povertà urbana persiste, alimentando “growing concern over the obvious increase in the impoverished masses, hopelessly engulfed in city slums” [125].

Ci si sofferma sul ruolo dei riformatori sociali, in particolare John Ruskin, che critica le teorie economiche classiche e propone un modello di stato interventista. Ruskin osserva che i governi sono costosi perché “nations choose to play at war” [135], ma immagina un’alternativa: “a true government set to true work, instead of being a costly engine, was a paying one” [141]. Le sue proposte anticipano il welfare state, con scuole pubbliche, fabbriche statali e assistenza ai disoccupati e anziani [144-147]. Nonostante la sua matrice conservatrice, le sue idee influenzano il nascente Labour Party [143].

Si analizza l’evoluzione delle riforme nel primo Novecento, quando le condizioni delle classi lavoratrici urbane spingono la politica ad adattarsi. In Gran Bretagna, il Labour Party emerge come terza forza [149], mentre il dibattito si polarizza tra chi teme l’intervento statale e chi, come Lloyd George e Churchill, vede nella concentrazione di capitale una minaccia maggiore [152]. L’idea di libertà individuale si trasforma in “the idea of social justice” [153], portando a un’espansione dello stato sociale. Tra il 1906 e il 1913, vengono approvate leggi su pensioni, assicurazioni e diritti dei lavoratori [156-157], gettando le basi del welfare state: “the question of social reform dominated public discussion in the years before the First World War” [158]. Tuttavia, l’aumento della spesa sociale rende politicamente sensibile il tema dell’austerità [160-161].

Si conclude con il ruolo degli intellettuali, come Hobson, Beveridge e Ayres, che teorizzano il welfare come strumento di efficienza economica, assegnando allo stato un ruolo centrale [165]. Le riforme, interrotte dalla Prima guerra mondiale, rappresentano un modello per il dopoguerra [163].


6 Anticipazioni keynesiane e politiche anticicliche negli anni Venti e Trenta

Dalle teorie pre-keynesiane alla sperimentazione del New Deal: il ruolo delle opere pubbliche e della creazione monetaria nella crisi del ’29.

Si presenta l’evoluzione del pensiero economico americano tra gli anni Venti e Trenta, con particolare attenzione alle proposte per contrastare le fasi recessive del ciclo economico. Già negli anni Venti, autori come William Foster e Waddill Catchings avanzano l’idea di utilizzare la spesa pubblica in opere pubbliche per arginare le crisi: “the best way [to counter a slump] would be for the government to expend purchasing power for the construction of public works” [214]. Paul Douglas, economista di Chicago, sviluppa questa tesi sostenendo che tali interventi avrebbero stabilizzato i prezzi e fornito reddito ai lavoratori, senza generare un eccesso di offerta: “the services of these public works would later largely be offered gratuitously to the public, they would not enter into the volume of commodities offered for sale” [215].

Douglas esplora anche modalità alternative di finanziamento, proponendo la creazione di moneta cartacea per coprire i costi di materiali e manodopera: “if proper safeguards could be provided to prevent inflation instead of such borrowing, I would personally favour an issue of paper money” [216]. L’obiettivo è evitare oneri aggiuntivi per la collettività e impiegare forza lavoro altrimenti disoccupata: “Labor which would otherwise be largely unemployed would be used instead to construct needed roads, buildings, playgrounds” [218]. Le condizioni per un’emissione controllata includono limiti all’aumento dei prezzi e al tasso di disoccupazione: “The issue should be so limited as (1) to prevent the index of unemployment … from rising above … five per cent; (2) to prevent the general price level from rising by more than two or three per cent” [219].

Con l’avvento della Grande Depressione, queste teorie acquistano urgenza. Douglas e il suo allievo Aaron Director ribadiscono la necessità di finanziare le opere pubbliche con nuova moneta per evitare contrazioni della domanda privata: “It is possible for government to increase the demand for labor without a corresponding contraction of private demand” [221]. Nel 1932, Douglas conclude che la politica monetaria si è rivelata inefficace e che la ripresa dipende dall’aumento del potere d’acquisto dei consumatori: “the chain of revival runs primarily from the increased purchasing power of the consumers” [222], giustificando così “larger expenditures for public works” [224].

Parallelamente, un gruppo di economisti di Harvard (Currie, Ellsworth e White) elabora un memorandum che propone un programma radicale: espansione monetaria, deficit spending finanziato con creazione di moneta e liberalizzazione degli scambi internazionali. Il documento sottolinea la gravità della crisi e la necessità di interventi strutturali: “a comprehensive and radical policy program for dealing with it … the main domestic component … was to be vigorously expansionary open-market operations and substantial deficit spending” [225].

Nel 1932, un appello firmato da economisti di Chicago invita a un programma di opere pubbliche finanziato con moneta creata ex novo, contrapponendo questa soluzione alla lenta riduzione dei costi: “Recovery can be brought about … by injecting enough new purchasing power … The second method … requires a courageous fiscal policy” [226]. L’elezione di Roosevelt nel 1933 segna l’adozione di queste idee nel New Deal, descritto come “the most spectacular attempt … to promote recovery by means of a deliberate expansionist policy” [229]. Tra il 1933 e il 1937, l’economia americana registra una ripresa, attribuita a tali misure.


7 Keynes e la gestione ciclica dell’economia

Fine tuning tra stimolo e austerità per evitare recessione e surriscaldamento.

Si presenta una trattazione delle posizioni di Keynes sulla gestione economica durante la crisi degli anni Trenta e il successivo periodo bellico. Si evidenzia come, nonostante una ripresa parziale, persistessero squilibri regionali: “Unemployment remained high in the north and the west, where Britain’s traditional industries – cotton, coal, steel and ship building – were located” [247]. Keynes propose interventi mirati, come la localizzazione di nuova capacità produttiva nelle aree depresse (“urging that any new productive capacity be located in Britain’s distressed regions” [249]), e teorizzò la necessità di alternare politiche espansive e restrittive.

Nel 1937, con gli articoli per The Times, si discute la transizione da stimolo a austerità: “the time had come for austerity, ‘to protect us from the excesses of the boom and, at the same time, put us in good trim to ward off the cumulative dangers of the slump’” [250]. Si chiarisce il principio keynesiano per cui “during the slump, the cure for unemployment was stimulus – once the recovery was established, austerity was required to prevent the economy from overheating” [251].

Si menziona infine l’impatto della Seconda guerra mondiale, che “generated by the massive stimulus to aggregate demand, seemed to justify Keynes’s ideas” [252], e il passaggio dal paradigma della “sound finance” a quello della “functional finance”, focalizzato sugli effetti macroeconomici della spesa pubblica [254].


8 Politiche economiche e squilibri negli anni Sessanta

Dalla stabilità ciclica ai deficit: il passaggio alla “nuova economia” e le sue contraddizioni

Si tratta dell’evoluzione delle politiche economiche negli anni Sessanta, con particolare riferimento al mutamento di priorità e alle sue conseguenze. Si presenta il passaggio da un obiettivo di equilibrio dei conti pubblici e della bilancia commerciale (“Across the cycle, a current account balance (or surplus) was to be maintained” [275]) a una nuova fase dominata dalla crescita economica. “During the 1960s, however, especially in America, the focus of policy shifted – from full employment and high effective demand – to a ‘new economics’ based on growth” [276]. Questo cambiamento porta all’abbandono della prudenza fiscale: “The normal peacetime aim of near fiscal balance gave way in almost every industrial country to large fiscal deficits” [277].

Ci si sofferma sugli effetti di tali scelte, che generano una prosperità apparente ma nascondono squilibri strutturali. “However, stimulus-fuelled prosperity masked growing imbalances, which by the end of the decade, were beginning to become apparent” [278]. Si cita infine la consapevolezza limitata degli stessi policy maker dell’epoca: “According to Gardner Ackley, President Johnson’s chief economic strategist, Americans were ‘learning to live with prosperity and frankly, we don’t know as much about managing prosperity as getting there’” [279].


9 L’austerità fiscale tra teorie e contesti storici

Debito pubblico, consolidamento fiscale e ipotesi di crescita: tre scuole a confronto.

Si ricostruisce il dibattito sull’austerità emerso tra fine anni Ottanta e crisi finanziaria del 2008, a partire dalle preoccupazioni per l’alto debito pubblico. Si citano le analisi di Friedman (1988), secondo cui “viviamo bene accumulando debito e vendendo asset… I costi, che stanno appena iniziando a maturare, includeranno un tenore di vita più basso… e una ridotta influenza e importanza negli affari mondiali” [310], e di Giavazzi e Pagano (1990), che evidenziano come “gli alti tassi di interesse reali dei primi anni Ottanta, combinati con l’ingente stock di debito pubblico ereditato dagli anni Settanta, avessero creato un problema di debito potenzialmente esplosivo” [312].

Si descrive il contesto di politiche restrittive adottate dai governi, con posizioni divergenti sugli effetti attesi [313], e il legame con i criteri di Maastricht per l’Eurozona, che imponevano limiti stringenti a deficit e debito [314]. Si menzionano casi come Danimarca (1983-1986) e Irlanda (1987-1989), dove consolidamenti fiscali furono associati a crescita, dando origine all’ipotesi della “contrazione fiscale espansiva” [315-316]. Questa teoria, definita “controintuitiva” [317], generò tre filoni interpretativi: 1. Ricardiano: basato sull’equivalenza ricardiana (Barro 1974), secondo cui “i contribuenti risparmierebbero in previsione di future tasse più alte, annullando l’effetto dello stimolo fiscale” [320-321]. Tuttavia, si ipotizza che l’austerità possa migliorare le aspettative di reddito futuro o l’efficienza del mercato del lavoro [322]. 2. Neoclassico: assume agenti razionali che pianificano il consumo nel tempo, ma prevede che “i deficit aumentino il consumo corrente a scapito del risparmio, facendo salire i tassi di interesse e ‘spiazzando’ la spesa privata” [323-325]. L’austerità, riducendo la spesa pubblica, libererebbe risorse per investimenti privati più efficienti [326]. 3. Keynesiano: contrasta le precedenti visioni, partendo dall’ipotesi che “una parte significativa della popolazione sia miope o vincolata dalla liquidità, con alta propensione al consumo del reddito disponibile” [328]. L’austerità provocherebbe quindi “una contrazione immediata, con effetti moltiplicatori sulla domanda aggregata” [329], mentre i deficit sarebbero utili in fasi di sottoccupazione [330-331].

Si nota come, nonostante l’impatto iniziale modesto, la teoria dell’austerità espansiva sia stata ripresa dopo la crisi del 2007-2008 [332]. Parallelamente, si accenna al periodo della “Grande Moderazione” (anni Novanta), caratterizzato da “bassa inflazione, crescita stabile e bassi tassi di interesse” [334], con un eccesso di risparmio in Asia e paesi petroliferi che inondò i mercati finanziari, riducendo i tassi e alimentando il credito in economie come USA e Regno Unito [335-337].


10 Austerità fiscale: revisione critica e alternative

Dalla confutazione dell’ipotesi espansiva alle conseguenze sociali e politiche delle politiche di consolidamento.

Si discute la validità dell’ipotesi delle consolidazioni fiscali espansive, contestata da studi empirici. La metodologia basata sull’aumento dell’avanzo di bilancio corretto per il ciclo [363] viene criticata per aver sottostimato gli effetti recessivi e sovrastimato quelli espansivi. Il FMI, rianalizzando casi in cui la riduzione del deficit era esplicito obiettivo politico, conferma che “the short-term effect of fiscal consolidation was contractionary” [365], mitigabile solo in contesti di alto rischio default o tramite svalutazioni, tagli alla spesa e riduzioni dei tassi.

L’analisi di casi storici (Danimarca, Irlanda, Finlandia, Svezia) porta Perotti (2012) a concludere che “the results cast doubt on some versions of the ‘expansionary fiscal consolidations’ hypothesis” [366], sottolineando come i meccanismi di crescita passati (svalutazioni, esportazioni, calo dei tassi) non siano replicabili nell’attuale contesto europeo: “Depreciation is not available to EMU members … An expansion based on exports is not available to the world as a whole” [368].

L’esperienza islandese viene proposta come modello alternativo: durante la crisi, il governo ha protetto il welfare e il lavoro, evitando “quick ‘fiscal consolidation’” [373], con il sostegno del FMI, che ha permesso controlli sui capitali e ristrutturazioni bancarie. Wade e Sigurgeirsdottir (2012) definiscono l’Islanda “a rebuke to the new-classical economics prescription for bank bailouts and steep public spending cuts” [375].

Si evidenziano i limiti strutturali dell’austerità nell’Eurozona: Boyer (2012) argomenta che le misure restrittive nei paesi deficitari (Grecia, Italia, Spagna) riducono la domanda per le esportazioni dei paesi in surplus (Germania), innescando un circolo vizioso di “lower output, lower tax revenues and increasing government debt-to-GDP ratios” [379]. Nonostante la confutazione teorica, l’austerità persiste come obiettivo politico per rassicurare i mercati finanziari, come nota Callinicos (2012): “policy alternatives tend to oscillate between monetary and fiscal austerity and letting the (financial) markets rip” [382].

Le istituzioni internazionali riconoscono gli effetti recessivi: Blanchard (IMF) afferma che la consolidazione fiscale “is clearly a drag on demand, it is a drag on growth” [386], mentre la Bank of England attribuisce la debolezza economica a “the effects of continuing fiscal consolidation” [387]. Un rapporto ILO-IMF (2010) avverte che “A premature fiscal retrenchment could damage growth and lead to even larger deficits and debts” [388], suggerendo una strategia graduale e il dialogo sociale per evitare “an explosion of social unrest” [390] e rischi per la stabilità democratica.

Il dibattito politico mostra segnali di cambiamento: l’ascesa della sinistra in Francia (2012) e il riconoscimento da parte dell’UE della necessità di “balance” [395] aprono a nuove prospettive nella gestione della crisi.


11 Austerità economica e squilibri globali: tra interessi privati e instabilità politica

Dalla subordinazione della politica fiscale agli interessi delle élite finanziarie alla crisi degli equilibri macroeconomici.

Si presenta un’analisi delle dinamiche che hanno caratterizzato le politiche di austerità a partire dall’era neoliberista. Si osserva come la politica fiscale sia stata influenzata dagli interessi ristretti delle élite economiche e finanziarie (“During the period of Neo-liberalism, fiscal policy was largely driven by narrow private sector interests of the wealthy and financial elites” [444]), e come, dopo la crisi del 2007/8, sia stata ulteriormente condizionata dagli operatori dei mercati finanziari, mossi da logiche speculative e prive di lealtà verso le economie nazionali (“dictated by unpredictable financial market traders, with their own interests at heart and very little loyalty to any national social or political economy” [445]).

Ci si sofferma sul paradosso dell’austerità, divenuta fine a sé stessa anziché strumento di stabilizzazione macroeconomica: “Demanding austerity as evidence that national governments are capable of managing their deficits and repaying their debts, austerity has become the objective of policy, rather than a policy whose objective is macro-economic stabilization” [446]. Si rileva inoltre come tale approccio rischi di aggravare le crisi, minando la fiducia dei mercati stessi (“if economic austerity further undermines macro-economic performance, the financial markets are unlikely to prove supportive” [447]).

Si discute l’assenza, nel dibattito pubblico, di alternative all’austerità che non si limitino allo stimolo economico, sottolineando come la riduzione del debito possa avvenire anche attraverso l’aumento delle entrate fiscali (“stimulus is not the only alternative to austerity – and that reducing a country’s deficit and debt can be achieved not only by reducing public expenditures but also by increasing tax revenues” [448]). Si distingue inoltre tra spese correnti e investimenti pubblici, evidenziandone gli effetti macroeconomici divergenti (“public spending can be divided into current and capital account expenditures, which themselves have very different macroeconomic effects” [449]).

Nonostante segnali di un possibile ripensamento nell’Eurozona (“suggesting that the debate about the economics of austerity may be shifting in a more balanced direction” [450]), si descrive un quadro di instabilità sistemica, caratterizzato da squilibri crescenti nei sistemi sociale, politico ed economico globale (“continuing significant and growing imbalances within the global social, political and economic system that remain unresolved” [451]). Si cita un monito storico sull’inevitabilità degli aggiustamenti economici, ma sulla difficoltà delle loro implicazioni politiche: “It is not the purely economic features of rebalancing that will be difficult: markets will clear, one way or another. It is, instead, the political implications of the coming adjustments that will test the capacity of national governments, and of international institutions” [452-453]. Si conclude con un avvertimento sulle conseguenze di un fallimento politico: la crisi finanziaria potrebbe preludere a rischi ancora maggiori (“If they fail to grasp those stakes, the recent financial crisis may be a harbinger of even greater dangers to come” [455]).


12 Capitalismo, austerità e fascismo tra le due guerre: un’analisi comparata

Parallelismi storici tra crisi economiche e risposte politiche: dal primo dopoguerra a oggi

Si presenta un’analisi del rapporto tra capitalismo, austerità e ascesa del fascismo nel periodo interbellico, con un confronto tra le dinamiche storiche e le crisi contemporanee. Il lavoro di Clara Mattei individua nella Prima guerra mondiale un momento di rottura del sistema capitalistico preesistente, che generò una “crisis of capitalism, itself” [490]. Per ripristinare l’ordine economico precedente, si adottò una “austerity strategy” tecnocratica, strettamente legata all’emergere del fascismo [491]. Tuttavia, si discute la necessità di ampliare la prospettiva oltre i casi di Italia e Gran Bretagna, includendo Germania e Stati Uniti e considerando l’intero arco temporale tra le due guerre, per cogliere la complessità delle interazioni tra questi fenomeni [492][494].

Si evidenzia come il rischio di una lettura parziale del passato possa portare a “misunderstanding and mis-diagnosing our own times” [493]. Il testo sottolinea inoltre le analogie tra il periodo post-1918 e le crisi recenti, caratterizzate da pandemia, collasso del commercio globale, populismi, instabilità finanziaria e politiche di austerità inefficaci nel ridurre il debito pubblico [496]. La somiglianza tra le due epoche, segnate da incertezza e fallimento di soluzioni tradizionali, rende il confronto “compelling” [497][498].


13 Crisi del capitalismo e alternative ideologiche tra le due guerre

Dalla disillusione post-bellica alla contrapposizione tra comunismo, fascismo e riformismo keynesiano

Si presenta la crisi del capitalismo liberale tra le due guerre mondiali, innescata da insicurezze economiche e sociali che alimentarono estremismi politici. Si discute come la delusione verso il sistema capitalistico – accusato di non aver migliorato le condizioni della maggioranza (“The decadent international but individualistic capitalism […] is not a success” [554]) – abbia favorito l’emergere di alternative radicali.

Sul fronte sinistro, si definisce il comunismo come modello totalitario basato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione e l’abolizione di classe e Stato (“common ownership of the means of production and a system of distribution […] equally inclusive” [542]), con la Rivoluzione bolscevica del 1917 come primo esempio [543]. A destra, il fascismo viene descritto come forma totalitaria di capitalismo, caratterizzata da nazionalismo esasperato, razzismo, militarismo e leadership autoritaria (“hypernationalistic emphasis […] radical, extreme and violent commitment to the utter destruction of political enemies” [548]), emerso come reazione alla paura del socialismo [549] e affermatosi in Italia e Germania [550].

Si analizzano le posizioni di Keynes e Polanyi, entrambi critici verso il capitalismo laissez-faire ma con soluzioni divergenti. Keynes ne riconosce l’efficienza materiale (“capitalism, wisely managed, can probably be made more efficient” [556]), proponendo un ruolo regolatore dello Stato per orientarlo verso fini sociali (“Our problem is to work out a social organisation […] without offending our notions of a satisfactory way of life” [557]). Polanyi, invece, vede nel socialismo l’unica via per subordinare il mercato alla democrazia (“the tendency […] to transcend the self-regulating market by consciously subordinating it to a democratic society” [563]), contrapponendolo al fascismo, che salva il capitalismo sopprimendo la democrazia economica [569].

Si riporta infine il dibattito sugli esperimenti di pianificazione statale, con Keynes che distingue tra intervento pubblico (accettabile anche in democrazia) e modelli totalitari (“state planning […] does not seek to aggrandise the province of the state for its own sake” [575]), auspicando un confronto tra i diversi sistemi (“three experiments carried on simultaneously” [578]).


14 Il ciclo dell’insicurezza tra mercato e politica

Conflitto tra interessi economici e ruolo dello Stato nella mediazione tra capitale e lavoro

Si presenta il concetto di “insecurity cycle” come dinamica generata dall’inclusione della classe lavoratrice nella sfera politico-economica. L’estensione del suffragio, “significantly increased before and after the First World War” [587], avrebbe innescato un meccanismo in cui “opposing interest groups within society – working classes on the one side and wealthier capitalists on the other – apply pressure on the state” [588]. Il ciclo si basa sull’interazione tra forze economiche e politiche, con il mercato e lo Stato in ruoli complementari per “maintaining a balance between the interests of capital and labour” [589].

Ci si riferisce alla tensione teorizzata da Karl Polanyi tra “economic liberalism” (riduzione dell’intervento statale) e “social interventionism” (spesa pubblica per welfare e protezione) [590]. Pur con sfumature diverse, si rileva una convergenza nel riconoscere l’incompatibilità tra “the ‘self-regulating market’ and a ‘satisfactory way of life’” [586], attribuendo alla politica democratica un ruolo centrale nella loro riconciliazione.


15 Rivoluzioni tecnologiche, insicurezza e ascesa del nazionalismo difensivo

Crisi economiche, migrazioni e instabilità politica come terreno fertile per il populismo e il fascismo.

Si discute il legame tra rivoluzioni tecnologiche, insicurezza sociale e l’emergere di movimenti politici estremi. Ci si riferisce alle trasformazioni nei trasporti e nelle comunicazioni tra fine Ottocento e inizio Novecento, e tra fine Novecento e inizio Duemila, che “contribuirono a crisi economiche contagiose a livello internazionale, grandi flussi di migrazione del lavoro, estrema disuguaglianza di ricchezza e movimenti terroristici internazionali che diffusero paura e sfiducia a livello globale” [624]. Queste dinamiche generarono vulnerabilità nelle società, esponendole a “movimenti populisti di sinistra e proto-fascisti, con il potenziale di evolversi in nazionalismo difensivo” [625].

Si introduce il ruolo del “political entrepreneur”, figura in grado di sfruttare l’insicurezza e il malcontento dei cittadini per “mobilitare paura e ansia” [626]. Se tale individuo ottiene sostegno sufficiente per acquisire influenza politica, emerge la possibilità di “prendere il controllo dei processi politici per i propri scopi” [627]. Il ciclo dell’insicurezza viene rappresentato graficamente in una figura citata come riferimento [628].


16 Sistemi elettorali e stabilità politica tra democrazie e fragilità istituzionali

“Maggioritario e proporzionale: due modelli a confronto, effetti opposti su partiti, governi e legittimità statale”

Si discute il ruolo dei sistemi elettorali nella stabilità politica, confrontando il modello first past the post con la rappresentanza proporzionale. Il primo, adottato in paesi come Gran Bretagna e Stati Uniti, “reinforces political stability by deterrence of the emergence of small parties; this encourages party discipline, reduces the likelihood of coalition governments and reinforces the state’s legitimacy” [640]. Al contrario, la proporzionale – introdotta in gran parte d’Europa dopo la Prima guerra mondiale – “tends to produce a wide range of parties […] contributing to the potential for fragmentation, political instability and challenges to the government’s authority” [641].

Ci si sofferma sulle conseguenze di un sistema proporzionale in contesti di crisi istituzionale: “with a dysfunctional state […] the government’s mediating effect is removed, paving the way for extremism from either the left or right, or both” [642]. Si cita come esempio la Rivoluzione bolscevica del 1917, che “encouraged similar attempts elsewhere” [643], generando timori nelle classi proprietarie e reazioni violente: “The resulting threat of communist revolution caused significant concern […] prompting violent counter-responses” [644]. La trattazione si basa sull’analisi di Kershaw (2016), che collega la struttura elettorale alla tenuta dello Stato [638].


17 Politiche economiche americane tra istituzionalismo e anticipazioni keynesiane

Stabilizzazione del ciclo economico attraverso interventi pubblici e dibattiti sulla loro finanziabilità

Si presenta l’approccio istituzionalista statunitense alla gestione del ciclo economico, caratterizzato da un consenso diffuso sull’uso di politiche anticicliche. Si discute l’assenza di opposizione strutturale a misure come “increased government spending and tax cuts during recessions, and austerity during booms” [704], pur rilevando un dibattito acceso sulla loro efficacia e sulle modalità di finanziamento della spesa pubblica [705]. I principali centri di elaborazione di queste idee sono identificati in Harvard e Chicago, con economisti come Lauchlin Currie, Paul Douglas e Jacob Viner [706].

Ci si sofferma sul ruolo anticipatore degli istituzionalisti americani rispetto alle teorie keynesiane, in particolare per quanto riguarda la stabilizzazione del ciclo [707]. Durante la Grande Depressione, si cita la proposta di Paul Douglas per opere pubbliche finanziate tramite espansione monetaria, argomentata con la tesi che “it is possible for government to increase the demand for labour without a corresponding contraction of private demand” [708]. Si evidenzia la preferenza americana per la creazione di moneta come strumento di finanziamento del deficit, in quanto “injected new liquidity and did not incur an interest charge or increase the rate of interest” [710].


18 Il dibattito sul ritorno al gold standard dopo la Prima guerra mondiale

“Ritorno all’oro, austerità e capitali: il circolo vizioso della ricostruzione europea”

Si tratta del tentativo di ripristinare il gold standard come sistema monetario internazionale dopo la Prima guerra mondiale, in un contesto segnato da inflazione, scarsità di capitali e necessità di ricostruzione economica. Le pressioni per la stabilizzazione monetaria nascono da “concerns about high rates of inflation, the need to attract inward investment to finance European economic recovery and reconstruction, and the importance of re-establishing world trade” [730]. La maggioranza dei decisori politici e degli economisti sostiene il ritorno alla parità aurea prebellica [731], e per questo vengono organizzate conferenze internazionali, come quelle di Bruxelles (1920) e Genova (1922) [732]. L’obiettivo è rassicurare i mercati finanziari sulla volontà dei governi di ripristinare la convertibilità in oro, per attrarre i capitali necessari alla ripresa [733].

Tuttavia, gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Wilson, rifiutano di promuovere prestiti intergovernativi per colmare la carenza di capitali [734], e il flusso di crediti a breve termine da New York verso l’Europa si interrompe nel 1920 a causa dell’aumento dei tassi di interesse interni [735-736]. Ciò rende difficile finanziare le importazioni di beni strumentali per la ricostruzione, costringendo i governi europei a una scelta tra stabilizzazione monetaria e ripresa economica [737]. La Conferenza di Bruxelles del 1920, convocata dalla Società delle Nazioni, si concentra sul funzionamento del gold standard e mira a ricostituire l’ordine prebellico [738].

Per definire l’agenda, vengono interpellati cinque economisti di orientamenti diversi – tra cui liberali, conservatori e un simpatizzante fascista – che, nonostante le divergenze politiche, condividono una visione omogenea in materia finanziaria, basata sull’ortodossia fiscale del XIX secolo [739-740]. Il loro documento congiunto individua tre problemi interconnessi: “the threat of inflation, exchange rate instability, and capital shortages”, sottolineando come la stabilizzazione dei cambi richieda il controllo dell’inflazione, che a sua volta dipende dal pareggio di bilancio, mentre la crescita economica necessita di capitali, la cui disponibilità è legata alla stabilità dei cambi [741]. Secondo Eichengreen, sarebbe stata necessaria un’azione coordinata per spezzare questo circolo vizioso [742], ma i delegati affrontano i problemi separatamente, ottenendo risultati limitati [743].

Le raccomandazioni della conferenza insistono sulla necessità di “re-establishing sound finance, balancing government budgets, reducing inflation and eventually returning to the gold standard”, oltre a promuovere il libero scambio e rimuovere le barriere commerciali [744]. Viene inoltre proposta la creazione di banche centrali indipendenti, in grado di resistere alle pressioni dei governi per finanziare la spesa pubblica con l’emissione di moneta [745]. Questa misura mira a proteggere i politici dalle richieste degli elettori, estesi dopo la guerra, che chiedono interventi contro le conseguenze sociali dell’austerità [746]. Tuttavia, le raccomandazioni non sono vincolanti: “governments would not be bound by any of the conference’s recommendations”, e mentre alcuni paesi adottano politiche deflazionistiche, altri continuano a finanziare la ricostruzione attraverso l’inflazione [747-748].


19 La Conferenza economica di Genova del 1922: obiettivi e dibattiti

Ritorno al gold standard o stabilità monetaria? Proposte contrastanti per la ricostruzione europea.

Si presenta la Conferenza economica e finanziaria di Genova (1922), convocata per affrontare la crisi postbellica europea. Si discute l’obiettivo dichiarato da Lloyd George: “the reconstruction of economic Europe, devastated and broken into fragments by the desolating agency of war” [760], con un focus sulla ripresa del commercio internazionale, la ricostruzione della Germania e dei paesi dell’Europa centrale e orientale, e la relazione tra Stati capitalisti e Russia sovietica [759]. Ci si sofferma sulle criticità evidenziate dal primo ministro britannico: “International trade has been disorganized through and through” [760], con valute instabili, aree produttive distrutte, nazioni divise da diffidenze e restrizioni artificiali, e il peso degli armamenti [761].

Si tratta delle proposte monetarie emerse dalla conferenza, tra cui il parziale ritorno al gold standard, con riserve delle banche centrali parzialmente convertibili in valute ancorate all’oro, ma non in monete d’oro per i cittadini [762]. Questi ultimi avrebbero potuto scambiare banconote solo con lingotti, inadatti alle transazioni quotidiane, per preservare le riserve auree [763-764]. Si cita il ruolo di Ralph Hawtrey, autore della Genoa Resolution (1922), che auspicava il ripristino del sistema prebellico come condizione per la ripresa [765].

Si contrappone la posizione di Keynes, che sosteneva la necessità di stabilizzare prima le economie nazionali, minimizzando i costi sociali [766]. Nel Tract on Monetary Reform (1923), egli criticava il gold standard per la sua instabilità dei prezzi e proponeva di usare la politica monetaria per stabilizzare il livello dei prezzi, non il cambio [767-768]. Si riporta la sua partecipazione alla conferenza come corrispondente del Manchester Guardian, dove espresse scetticismo verso i delegati: “What we need is something in the nature of a draft convention […] something that is to say, which might actually come to pass” [770], denunciando la mancanza di proposte concrete e l’adesione a “pious declarations of general principles” [771], definite “old and stale” [772].


20 Crisi economiche e tensioni politiche nell’Europa tra le due guerre

Sfide sistemiche, estremismi e trasformazioni democratiche nel periodo interbellico.

Si presenta un quadro delle dinamiche politiche ed economiche che caratterizzarono l’Europa e gli Stati Uniti tra la fine della Prima guerra mondiale e lo scoppio della Seconda. Si discute l’impatto di crisi economiche contrapposte: l’iperinflazione dei primi anni Venti e la deflazione degli anni Trenta, entrambe descritte come fattori che “fuelled political extremes across Europe and the United States” [786]. Ci si sofferma sul ruolo della Rivoluzione bolscevica e della nascita dell’URSS, che “represented an unprecedented challenge for European and American capitalists” [787], generando una reazione violenta da parte di movimenti anticomunisti e favorendo l’ascesa di forze nazionaliste di destra, come evidenziato dalla “fear of further communist revolution” che “split the left” e “strengthened right-wing nationalist forces” [788].

Parallelamente, si tratta la diffusione del modello democratico-parlamentare, adottato in gran parte d’Europa dopo la guerra, come risposta alle richieste di partecipazione politica di masse mobilitate dal conflitto: “representative parliamentary democracy became the model for government across Europe” [789]. L’allargamento del suffragio, esteso a tutti gli uomini e in alcuni casi anche alle donne, viene citato come elemento che “resulted in a significant widening of the political base of society” e permise ai partiti di “mobilise large numbers of voters” [790]. Si conclude osservando come, nonostante le differenze nazionali, la maggior parte dei paesi dovette affrontare sfide comuni, in un contesto che “provided all these challenges and more” prima che un nuovo conflitto mondiale ne ridefinisse gli equilibri [785].


21 Disuguaglianza, povertà e insicurezza economica nell’Europa e negli Stati Uniti tra le due guerre

Povertà estrema, disuguaglianze e disoccupazione come fattori di instabilità politica e sociale.

Si presenta un’analisi comparata delle condizioni economiche e sociali in Italia, Germania, Gran Bretagna e Stati Uniti durante il periodo interbellico, con particolare attenzione a povertà, disuguaglianza e disoccupazione come fonti di insicurezza. La povertà estrema – definita come la quota di popolazione sotto la soglia di 1 dollaro al giorno [796] – risulta un problema grave in tutti i paesi tranne gli Stati Uniti. In Italia, la percentuale cresce dal 45% al 47% tra il 1920 e il 1930, per poi scendere al 40% nel 1940 (“it rose from 45% to 47% between 1920 and 1930 before falling to 40% in 1940” [797]), mentre in Germania e Gran Bretagna si registra un calo più marcato, rispettivamente dal 32% al 14% e dal 33% al 6% nello stesso arco temporale (“falling between 1920 and 1930 […] and during the 1930s, it fell further” [798]). L’insicurezza legata alla povertà appare quindi più acuta in Italia per l’intero periodo, mentre in Germania e Gran Bretagna si riduce progressivamente (“insecurity arising from poverty was highest in Italy” [799]).

Parallelamente, si discute il ruolo della disuguaglianza di reddito, misurata dal rapporto tra il 10% più ricco e il 50% più povero. Nel 1920, il divario è simile in Germania e Stati Uniti (3 volte), inferiore in Italia (2,5) e Gran Bretagna (2,2) (“the share of national income for the top 10% was around 3 times that of the bottom 50% in both Germany and the United States” [802]). Negli anni Venti, la disuguaglianza aumenta negli Stati Uniti (“it increased to 4 by 1930” [803]), mentre negli altri tre paesi si riduce, salvo un nuovo incremento in Germania negli anni Trenta (“inequality fell to between 6 and 8 by 1930; only in Germany did it significantly increase during the 1930s” [804]). Si sottolinea come la disuguaglianza, in misura variabile, alimenti insicurezza e tensioni sociali (“inequality was a source of insecurity, which would have fuelled fears on both sides of the insecurity cycle” [805]).

La disoccupazione emerge come ulteriore fattore critico, soprattutto con la Grande Depressione. Tra il 1920 e il 1932-33, i tassi raggiungono il 43,8% in Germania, il 22,1% in Gran Bretagna e il 24,9% negli Stati Uniti (“unemployment ballooned, reaching 8% in Germany, 1% in Britain and 9% in the United States” [808]), mentre per l’Italia i dati sono inaffidabili per manipolazioni politiche (“reliable unemployment data is not available for Italy due to misrepresentation” [806]). L’impatto politico di questa crisi si manifesta in modi divergenti: in Italia e Germania, l’insicurezza economica coincide con l’ascesa di regimi autoritari (“the insecurity cycle had come to a halt in both countries, precisely at the time the working class’s insecurity was heightened by unemployment” [810]; “Mussolini had been in power for more than a decade […] Hitler was Germany’s new chancellor” [809]), mentre in Gran Bretagna e negli Stati Uniti governi stabili – rispettivamente guidati da Ramsay MacDonald e Franklin D. Roosevelt – riescono a mantenere la fiducia democratica (“the British and American states were in a position to secure democratic confidence and consent” [813]).

Per l’Italia, si ricostruisce il contesto che precede l’avvento del fascismo: l’ingresso tardivo nella Prima guerra mondiale, motivato da rivendicazioni irredentiste (“the influence of ongoing irredentism […] led Italy to enter the war on the Allied side” [816]), e la delusione per il mancato rispetto delle promesse territoriali del Trattato di Londra (“when the treaty was not fully honoured by the Paris Peace Conference, confidence in the still young political establishment was seriously eroded” [818]). La guerra aggrava la crisi economica, con recessione, inflazione e svalutazione della lira (“the lira […] drop in the lira to one-sixth its 1913 value” [821]), minando ulteriormente la stabilità del paese.


22 Il biennio rosso e l’ascesa del fascismo in Italia

Due anni di conflitto sociale e la reazione organizzata della destra

Si tratta del periodo compreso tra il 1919 e il 1920, noto come “biennio rosso” [833], durante il quale crescono il Partito Socialista Italiano, il movimento anarchico e le adesioni ai sindacati, con un aumento delle agitazioni operaie [834]. La sinistra appare però priva di una visione unitaria e di una guida efficace, anche per il rifiuto di socialisti, popolari e sindacati di sostenere i comunisti [835], ritenendo possibile il progresso attraverso i canali politici esistenti anziché la rivoluzione [836].

L’estremismo di sinistra, in un contesto segnato dalla Rivoluzione russa, alimenta una reazione organizzata da parte della destra [837], che risulta meglio finanziata, strutturata e determinata [838]. Questa opposizione attinge a ex soldati disoccupati, dotati di esperienza militare, nazionalismo e risentimento per il trattamento subìto dall’Italia [840]. Nel frattempo, Mussolini abbandona la lotta di classe per privilegiare lo Stato nazionale [841] e nel marzo 1919 fonda i Fasci di Combattimento [842], avviando un modello politico militarizzato che la sinistra frammentata non riesce a contrastare [835, 843]. Mentre il biennio rosso si esaurisce, le camicie nere marciano su Roma [844].


23 Ascesa dei regimi autoritari in Italia e Germania: crisi dello Stato e radicalizzazione politica

Invito al potere, crollo delle mediazioni democratiche e traumi postbellici

Si presenta il contesto che portò all’ascesa di Mussolini in Italia e alla radicalizzazione politica in Germania tra le due guerre. In Italia, la perdita di fiducia nello Stato “had effectively removed the mediating element of the insecurity cycle, pitting the radical right and left directly against each other” [850], rendendo inevitabile “an extreme government of one sort, or the other” [851]. La minaccia di una guerra civile tra fascisti e comunisti spinse il re Vittorio Emanuele III a cedere: “King Victor Emmanuel III capitulated and installed Mussolini as Prime Minister” [852], ponendo fine al ciclo di instabilità “for more than two decades” [853].

Per la Germania, si discute il peso delle riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles (“132 billion gold marks or 260 per cent of 1913 national income”) [855] e le conseguenze della Rivoluzione tedesca, che portò all’abdicazione del Kaiser e all’ascesa di movimenti estremisti. A sinistra, “a communist uprising in 1918-19” [857] fu represso “in an emphatic – and brutal – manner” [859] dall’esercito e dai Freikorps, mentre a destra si affermarono gruppi come il Partito Nazista (“the National Socialist German Workers Party (NSDAP)”) [860]. La democrazia weimariana, pur sopravvissuta alla prima crisi, rimase fragile: “War, defeat, revolution and the peace settlement had traumatised and divided the German people” [863], alimentando il mito del “stabbed in the back” [869] tra i reduci e i nazionalisti. Come in Italia, “the mixture of a sense of their nation having been very badly treated and a plentiful supply of unemployed ex-soldiers” [869] fornì terreno fertile per l’estremismo, con Hitler che “had been making a stir in the beer halls of Munich” [865], replicando dinamiche simili a quelle del fascismo italiano.


24 Ascesa di Hitler e crisi della Repubblica di Weimar

Dalla nomina di Hitler alla cancelleria alla deriva autoritaria: il fallimento delle élite tedesche e il ruolo dell’austerità.

Si ricostruisce il processo che portò Hitler al potere attraverso manovre politiche e il collasso delle istituzioni democratiche. Si cita la nomina di Hitler a cancelliere nel gennaio 1933, su pressione di von Papen e con l’avallo riluttante di Hindenburg, nonostante la mancanza di una maggioranza parlamentare: “The following January, von Papen resigned and persuaded a reluctant Hindenberg to appoint Hitler as the new chancellor, with himself as vicechancellor” [904]. Si evidenzia come l’assenza di fiducia nel governo abbia impedito di contenere l’ascesa nazista (“loss of confidence in the government, meant there was no controlling Hitler” [905]) e come Hitler abbia ostacolato i tentativi di formare un esecutivo di maggioranza.

Si descrive poi la strategia di Hitler per consolidare il potere: la richiesta di sciogliere il Reichstag, le elezioni del 6 marzo 1933 e la conquista della maggioranza relativa dei seggi (“in the 6th March 1933 elections, the Nazi Party acquired the largest number of seats in parliament” [906]). Si sottolinea il parallelo con Mussolini, notando che anche Hitler fu invitato ad assumere il potere, con la classe politica tedesca che perse il ruolo di mediazione (“he was invited to take it – and the insecurity cycle lost the mediating role of Germany’s political class” [907]).

Si analizzano le cause strutturali della crisi: l’austerità e l’incapacità dello Stato di affrontare le sfide economiche e sociali, fattori che aprirono la strada all’estremismo di destra (“the German state’s inability to address the country’s economic and social challenges had paved the way for rightwing extremism” [909]). Si ipotizza un esito diverso in assenza di tali condizioni (“Had the population been better shielded from the effects of extreme austerity, world history might well have been different” [908]). Si conclude con un riferimento alla Seconda guerra mondiale come evento risolutore della crisi, in analogia con l’Italia (“it would take another world war to restore it” [910]). Il paragrafo si chiude con un accenno al contesto britannico post-Prima guerra mondiale (“The Britain that emerged from World War One was not the same as the one that went in” [911]), suggerendo un cambiamento epocale anche oltre i confini tedeschi.


25 La gestione delle tensioni sociali e politiche nel Regno Unito tra le due guerre

Un modello negoziale tripartito e il contenimento degli estremismi

Si presenta il contesto politico e sociale britannico tra le due guerre mondiali, con particolare attenzione ai meccanismi di stabilizzazione e al ruolo degli estremismi. Si discute l’adozione di un “tripartite negotiating framework involving industry, organized labour and the state” [920], che permise al governo di mediare tra interessi industriali e lavorativi, riducendo le cause di instabilità presenti in altri paesi europei (“ameliorating some of the causes of social and political instability” [921]).

Ci si sofferma sulla marginalità degli estremismi nel panorama britannico: i comunisti non ottennero risultati significativi (“British communists struggled to achieve much” [923]), mentre i fascisti, privi di occasioni per azioni eclatanti come lo scioperismo o la repressione violenta, rimasero frammentati (“the British Fascists […] with no conspicuously worrisome communists to attack or strikes to break” [923]). L’assenza di un senso diffuso di umiliazione nazionale post-bellica (“no general sense of national humiliation following the war” [924]) e il rifiuto del Partito Laburista di allearsi con i comunisti (“the British Labour Party refused closer links with the Communist Party” [925]) contribuirono a indebolire ulteriormente le forze radicali.

Si tratta poi delle conseguenze economiche della politica monetaria: il ritorno al gold standard nel 1925, sostenuto da Churchill, danneggiò esportazioni e occupazione (“undermined both exports and employment” [927]), innescando lo sciopero generale del La gestione governativa dello sciopero colpì duramente sia i comunisti nelle roccaforti minerarie sia i fascisti (“dealt the communists’ regional strongholds […] a serious blow; it also severely undermined the British fascists” [928]), con misure repressive come l’arresto di esponenti comunisti e l’esclusione dei fascisti dall’Organization for the Maintenance of Supply (OMS), creata per garantire i servizi essenziali durante lo sciopero (“Key members of the Communist Party […] were imprisoned, whilst fascists […] were banned” [930]). La mancata opportunità di replicare le tattiche mussoliniane (“deprived of the opportunity to emulate Mussolini’s strike breaking tactics” [932]) portò alla frammentazione dei gruppi fascisti, resi inefficaci dalla loro divisione (“Britain’s fascists consisted of various splinter groups, and were largely ineffectual” [933]).

Si conclude con il tentativo di Oswald Mosley di unificare le fazioni fasciste nella British Union of Fascists (BUF) nel 1932, dopo un viaggio in Europa per studiare i regimi di successo (“attempted to address this by uniting these fractious groups” [934]).


26 Crisi sociale e ripresa economica negli Stati Uniti degli anni Venti

Scioperi spontanei, repressioni violente e frammentazione politica nel contesto della depressione post-bellica.

Si tratta del clima di tensione sociale e delle dinamiche economiche negli Stati Uniti durante gli anni Venti. Si descrive un periodo segnato da “a wave of wildcat strike activity and attempted assassinations of high-profile political leaders, which were generally blamed on ‘the reds’ – and met with violent counter-responses by both employers and the police” [952]. La mancanza di una guida politica unitaria, con “the Socialist Party split into three factions”, indebolì le proteste, facilitandone la repressione, soprattutto con “the depression of 1920-21 [that] brought a sharp increase in unemployment” [954].

Si osserva poi una fase di ripresa economica, con “the economy [growing] rapidly and employment [recovering]” [955], ad eccezione del settore agricolo, rimasto in recessione. La solidità dell’economia americana negli anni Venti contribuì a “suppress any significant tendency to radicalism” [956].


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