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1 L’influenza delle idee e degli eventi sulla politica economica
Il ruolo delle idee e degli eventi nel plasmare le politiche economiche.
Si discute dell’importanza di comprendere il rapporto tra eventi e le idee che li interpretano, sottolineando come le idee siano spesso influenzate dalla convenienza e dall’approvazione del pubblico a cui sono rivolte [13]. Si evidenzia come le idee siano conservatrici e resistano all’attacco di altre idee, ma soccombano all’impatto di circostanze ineluttabili [17]. Si fa riferimento a Keynes, che ha notato come le idee dominino il mondo, ma solo in un contesto di stabilità [15]. Si sottolinea come le politiche di austerità siano diventate un obiettivo per i mercati finanziari internazionali, richiesti come prova della serietà dei governi nella gestione dei deficit e nel rimborso dei debiti [9]. Tuttavia, se l’austerità compromette la crescita economica, i mercati potrebbero non rimanere fedeli ai paesi che ne subiscono gli effetti [10]. Si conclude sottolineando l’importanza per i decisori politici e i leader di imparare le lezioni della crisi finanziaria del 2007/8 riguardo all’economia dell’austerità [11].
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2 L’espansione coloniale e le sue conseguenze economiche
L’impatto dell’espansione coloniale sull’economia e sulla finanza pubblica.
Si presenta l’espansione coloniale come motore di crescita economica, sia a livello nazionale che internazionale, grazie all’impegno industriale che ne è seguito [The industrial effort that followed transformed the economy and spurred domestic and international growth] [76]. Si discute della fusione tra Inghilterra e Scozia nei primi anni del 1700 e dell’inizio dell’espansione dell’Impero Britannico [During the early 1700s, England and Scotland merged and the British Empire began to expand] [77]. Ci si riferisce al dominio coloniale britannico in Nord America e India alla fine del XVIII secolo, e al successivo periodo di egemonia globale dopo la sconfitta di Napoleone nel 1815 [By the end of the eighteenth century, Britain was the dominant colonial power in North America and India; and following the defeat of Napoleonic France in 1815, it enjoyed a century of virtually unchallenged global dominance during which the British Empire grew to span the globe] [78].
Si tratta dell’espansione imperiale di altri paesi capitalisti a partire dal XVIII secolo, motivata dalla necessità di assicurarsi materie prime e mercati [From the early 18th century, other capitalist countries also embarked on imperial expansion to secure sources of raw materials and markets] [79]. Si discute della gestione del debito pubblico derivante da queste guerre, considerate spesso auto-finanzianti grazie ai guadagni in risorse naturali, mercati e entrate fiscali [Although this incurred public debt, wars for this purpose (if successful) were usually self-funding since the resulting gains in natural resources, markets and tax revenues far surpassed the costs of securing them] [80].
Ci si sofferma sulla necessità di difendere e mantenere le nuove colonie [Once the new colonies had been acquired, however, they needed to be defended and maintained] [81], e sulle difficoltà nel recuperare i costi, soprattutto in caso di rivolte, come quella americana nel 1775-1783 [These costs were less easy to recoup, especially if the colonies decided to revolt – as the Americans did during the War of Independence (1775-1783)] [82]. Si tratta dell’impopolarità della tassazione e della ricerca di metodi alternativi di finanziamento pubblico, che portano a nuove idee e teorie sulla spesa pubblica e il debito [The unpopularity of taxation, its tendency to provoke unrest and its short-term nature, encouraged exploration of alternative methods of public financing; and with these developments came new ideas and theories about public spending and debt] [83].
Infine, ci si riferisce alla visione dei classici dell’economia del XVIII e XIX secolo, per cui la politica fiscale doveva mirare all’equilibrio di bilancio, poiché qualsiasi altra cosa era considerata destabilizzante [For the Classical economists of the 18th and 19th centuries, fiscal policy was about balancing the budget; anything else was considered economically destabilizing] [84].
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3 La responsabilità dei governi e il ruolo della società
Analisi del rapporto tra governi, società e la gestione delle risorse.
Si presenta un’analisi del contributo di John Ruskin alle idee sull’evoluzione e la gestione della società durante l’industrializzazione. Si discute come i governi tendano a essere costosi, una condizione che non è necessariamente colpevole, ma che deriva dalla volontà delle nazioni di intraprendere guerre costose: “che i governi siano buoni o cattivi, una caratteristica generale sembra essere quella di essere tutti costosi” [133]. Si sottolinea che non si può lamentare la costanza dei governi se questi vengono incaricati di svolgere compiti che non portano alcun ritorno: “non abbiamo il diritto di lamentarci del fatto che i nostri governi siano costosi finché li incarichiamo di fare esattamente il lavoro che non porta alcun ritorno” [136]. Ruskin suggerisce che i governi potrebbero essere trasformati da un costo a un beneficio per la società se fossero incaricati di svolgere compiti utili: “se dovessimo incaricare i nostri governi di fare cose utili invece di dannose, forse anche l’apparato potrebbe nel tempo essere meno costoso” [138].
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4 Conseguenze economiche della Prima Guerra Mondiale
Impatto finanziario e debito pubblico britannico
Si presenta l’analisi delle conseguenze economiche della Prima Guerra Mondiale, “The progress realized during the social reform movement of the early 20th century, however, was interrupted by the First World War (1914-1919)” [166]. Si discute l’impatto finanziario della guerra, definita “a ruinously expensive industrial war, World War One” [167], che ha portato a un rinnovato dibattito sul debito pubblico e sulle politiche di austerità.
Si tratta della situazione finanziaria britannica, “fiscal deficits and surpluses were relatively small and short-lived” [169], che è stata drasticamente alterata dalla guerra, con i partecipanti che hanno esaurito le casse nazionali e contratto debiti “in a struggle to survive” [170]. Si riferisce alla conseguente necessità di gestire il debito nazionale, con “austerity moved rapidly back up the agenda” [171].
Ci si sofferma sulla situazione economica del Regno Unito dopo la guerra, “Britain emerged from World War One victorious, but economically weak; and after a brief spell of euphoria, the economy fell into depression” [172].
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5 Ritorno alla politica economica classica
La visione del Tesoro e le sue giustificazioni teoriche
Si presenta la visione del Tesoro riguardo alla politica economica, sostenuta da Ralph Hawtrey, economista del Tesoro. “L’affermazione originale che i lavori pubblici stessi forniscano un’occupazione aggiuntiva è radicalmente fallace” [177]. Si discute che il miglioramento dell’occupazione è il risultato di una reazione del credito e che la vera soluzione alla disoccupazione risiede in una regolamentazione diretta del credito “su linee solide” [178]. Ci si riferisce al ritorno del governo britannico all’ortodossia economica e finanziaria classica prebellica, come evidenziato da Hawtrey nel 1925 “La vera soluzione alla disoccupazione risiede in una regolamentazione diretta del credito su linee solide” [179]. Si tratta della riduzione della spesa pubblica per bilanciare il budget, del rimborso di prestiti bellici e della difesa della sterlina attraverso la politica monetaria [180]. Si discute che l’elevata disoccupazione e i deficit della bilancia dei pagamenti sono attribuiti alla guerra, che ha interrotto i mercati di esportazione e aumentato drasticamente i costi di produzione [181]. Si riferisce al ragionamento del Tesoro secondo cui il ritorno alla “normalità” economica richiedeva una riduzione dei salari per ripristinare i prezzi ai livelli prebellici [182]. Si tratta dell’assunzione che il pieno impiego sia la norma e che l’economia si sia allontanata dall’equilibrio, con la convinzione che gli aggiustamenti dei costi e dei prezzi avrebbero ripristinato l’equilibrio [183]. Si discute che i tentativi di ridurre i salari hanno incontrato una forte resistenza da parte dei sindacati, intensificando l’azione industriale e ravvivando le paure del socialismo, come portato dalla Rivoluzione Russa del 1917 [184].
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6 Politiche economiche e pensiero americano tra le due guerre
Si presenta un quadro di crescita economica rapida e innovazione tecnologica, con un dibattito sulle politiche economiche e il ruolo dello Stato.
Si tratta di un periodo di rapida crescita economica negli Stati Uniti, tra il 1922 e il 1929, con un elevato tasso di occupazione [“The United States had emerged from World War One in much better shape than Britain; and from 1922 to 1929, the economy grew rapidly and employment remained high” [205]]. Questa crescita è guidata da cambiamenti organizzativi e tecnologici, investimenti in produzione e costruzione, e un aumento della spesa dei consumatori, in particolare per automobili e beni durevoli [“The driving force for growth was rapid organisational and technological change, high levels of investment in manufacturing and construction, and a sharp increase in consumer expenditure, especially on cars and consumer durables” [206]].
Ci si riferisce a un’analisi economica essenzialmente istituzionale, con un dibattito sull’efficacia dell’intervento statale e sulle modalità di finanziamento [“There was, however, considerable debate about the effectiveness of such intervention – and how it should be financed” [210]]. Le principali sedi accademiche dove queste idee sono state sviluppate sono state Harvard e Chicago, con contributori come Lauchlin Currie, Paul Ellsworth, Harry Dexter White, Aaron Director, Paul Douglas, Frank Knight, Henry Simons e Jacob Viner [“The main academic centres where these ideas were developed were Harvard…and Chicago” [211]].
Si discute di come il pensiero economico americano dell’epoca anticipasse l’analisi e le raccomandazioni politiche keynesiane, in particolare per quanto riguarda la stabilizzazione del ciclo economico [“Elements of American economic thinking during the 1920s in many ways anticipated Keynesian analysis and policy recommendations” [212]]. William Foster e Waddill Catchings, della Frances D. Pollak Foundation for Economic Research, sono stati tra i primi a sostenere l’uso della spesa pubblica per opere pubbliche per contrastare una recessione [“William Foster and Waddill Catchings, of the Frances D. Pollak Foundation for Economic Research, were among the first to articulate a case for using public works expenditure to counter a slump” [213]]. Paul Douglas ha sostenuto che il governo dovrebbe spendere per la costruzione di opere pubbliche per dare potere d’acquisto ai lavoratori e stabilizzare il livello dei prezzi [“the best way [to counter a slump] would be for the government to expend purchasing power for the construction of public works” [214]].
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7 Politiche economiche durante la Grande Depressione e il New Deal
Intervento governativo e politiche di stimolo
Si presenta un quadro delle politiche economiche adottate negli Stati Uniti durante la Grande Depressione e l’implementazione del New Deal. Si tratta di un periodo caratterizzato da una crisi economica senza precedenti, che ha portato a un intervento governativo significativo per stimolare la ripresa. “Pertanto, erano necessari investimenti governativi su larga scala per soddisfare i bisogni umani reali e la necessità di stimolare l’aumento degli acquisti da parte dei consumatori, [e] maggiori spese per i lavori pubblici” [223].
Gli economisti di Harvard, Currie, Ellsworth e White, hanno concluso che la politica monetaria da sola non era sufficiente per affrontare la situazione economica. “Questo Memorandum delinea una spiegazione della Grande Contrazione in via di sviluppo e un programma di politiche completo e radicale per affrontarla… la componente interna principale di tale programma doveva essere un’operazione di mercato aperto espansiva e vigorosa e una spesa pubblica sostanziale, in particolare nella sua fase iniziale, che doveva essere finanziata con la creazione di denaro; la sua dimensione internazionale prevedeva un ritorno al libero scambio e seri sforzi per risolvere i problemi del debito internazionale che erano originati nella Grande Guerra e nel Trattato di Versailles” [224].
Gli economisti di Chicago hanno redatto e firmato una dichiarazione che sollecitava un programma di lavori pubblici finanziato dalla creazione di denaro. “La ripresa può essere raggiunta, o riducendo i costi a un livello coerente con i prezzi correnti delle materie prime, o iniettando abbastanza nuovo potere d’acquisto affinché una produzione molto più ampia sia redditizia ai costi correnti” [225].
Quando l’amministrazione Roosevelt è salita al potere nel 1933, gli Stati Uniti stavano soffrendo “dalla più estrema prostrazione che un paese capitalista avesse mai sperimentato in tempo di pace” [227]. Le riforme del New Deal, influenzate dal lavoro degli economisti di Harvard e Chicago, sono state introdotte. “Il New Deal è stato il tentativo più spettacolare che sia stato fatto dopo la Grande Depressione per promuovere la ripresa attraverso un’espansione deliberata come principale stimolo dell’attività economica, senza ricorrere al controllo totalitario del sistema economico” [229].
Dall’inizio del 1933 al terzo trimestre del 1937, l’economia americana si è ripresa, ma le preoccupazioni per i possibili effetti inflazionistici hanno rallentato la ripresa. Nel 1937, c’è stata una breve inversione verso l’austerità. “Tuttavia, la paura di possibili effetti inflazionistici ha frenato l’espansionismo del New Deal, rallentando la ripresa; e nel 1937, sotto pressione per ridurre il deficit fiscale, c’è stata una breve inversione - verso l’austerità” [231].
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8 Recupero economico e politiche di stabilizzazione
Sintesi di un periodo storico e delle relative misure economiche
Si presenta un quadro economico complesso, caratterizzato da un recupero inatteso e da disparità regionali. “Il sostegno pubblico era sufficiente a far sentire ai ministri che avrebbero dovuto essere visti come impegnati a fare qualcosa” [242]. Il recupero, tuttavia, non derivò dalla politica fiscale, ma da quella monetaria, progettata per uno scopo diverso [243]. Nel 1931, la speculazione aveva portato la sterlina fuori dal Gold Standard [244], causando una svalutazione che permise tassi di interesse più bassi, riducendo i costi di finanziamento del prestito di guerra del 1917 e innescando un boom edilizio [245].
Nonostante questo, “il quadro economico non era uniformemente positivo” [246]. “La disoccupazione rimase alta nel nord e nell’ovest, dove erano localizzate le industrie tradizionali britanniche – cotone, carbone, acciaio e cantieristica” [247]. Keynes riconobbe questa situazione e la necessità di prevenire il surriscaldamento di altre parti dell’economia [248]. Di conseguenza, nel 1937, scrisse “Come evitare una crisi”, una serie di articoli per The Times, in cui sosteneva che qualsiasi nuova capacità produttiva dovesse essere localizzata nelle regioni in difficoltà [249]. Nel secondo articolo, “Il momento giusto per l’austerità”, Keynes sostenne che era giunto il momento di adottare misure di austerità “per proteggerci dagli eccessi del boom e, allo stesso tempo, prepararci a respingere i pericoli cumulativi della crisi quando la reazione arriverà, come certamente arriverà” [250].
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9 L’idea controintuitiva della contrazione fiscale espansiva
Ricerca sulle politiche di austerità e le loro conseguenze economiche.
Si presenta l’idea innovativa di “contrazione fiscale espansiva”, ovvero l’ipotesi che un’economia possa effettivamente crescere nel breve termine a seguito di una politica di austerità [316]. Questo concetto controintuitivo ha generato numerosi studi sui paesi che hanno risposto a rapporti debito/PIL molto elevati con l’austerità, apparentemente producendo crescita [317]. La ricerca ha portato a tre scuole di pensiero concorrenti sull’economia dell’austerità, le prime due basate su studi che sembrano supportare l’idea che l’austerità abbia effetti espansivi a breve termine (non-Keynesiani) [318].
Il punto di vista “Ricardiano” si basa sull’articolo seminale di Barro (1974) che ha ripristinato il concetto di “equivalenza ricardiana”, ovvero l’idea che il debito pubblico sia un differimento della tassazione [319]. Da questa prospettiva, in risposta alla spesa pubblica, i contribuenti dovrebbero risparmiare per pagare le tasse future più elevate [320]. Poiché qualsiasi reddito creato attraverso stimoli fiscali è stato assunto come risparmiato, l’effetto netto degli stimoli fiscali sarebbe zero [320]. I consumatori razionali, basando le loro decisioni di consumo su un reddito atteso a vita, non dovrebbero quindi vedere alcun effetto a lungo termine sulle decisioni di consumo [321].
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10 L’impatto delle politiche di austerità
Analisi delle diverse prospettive sull’efficacia delle politiche di austerità.
Si presenta un’analisi delle politiche di austerità e del loro impatto sull’economia, confrontando diverse prospettive teoriche. “Si teorizza che la spesa pubblica ‘sposti’ la spesa privata, con un effetto dannoso sull’economia” [325]. Al contrario, “l’austerità – ridotta spesa pubblica – potrebbe essere attesa ad avere potenzialmente effetti espansivi a breve termine, creando spazio per una spesa privata più efficiente” [326]. “L’opinione ‘Keynesiana’ assume una prospettiva diversa” [327], “assumendo che una parte significativa della popolazione sia miope o vincolata alla liquidità, con un’alta propensione a consumare dal reddito disponibile corrente” [328]. “L’austerità sarebbe quindi attesa a produrre una contrazione immediata e significativa, con effetti moltiplicatori sulla domanda aggregata” [329]. “I deficit fiscali non devono essere temuti, e il momento appropriato per l’austerità è durante la recessione” [331]. “Se le risorse di un’economia sono sottoutilizzate, il deficit risultante da una temporanea riduzione delle tasse o uno stimolo potrebbe essere atteso ad avere un effetto espansivo” [330]. “Gli aderenti all’austerità stanno tentando di sostenere che le politiche che propongono accelereranno la crescita” [332].
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11 Austerità fiscale e conseguenze economiche
Politiche di austerità e impatto sui mercati finanziari
Si presenta un’analisi delle politiche di austerità nell’Eurozona, con particolare attenzione alle loro conseguenze economiche e alla loro percezione nei mercati finanziari. Si discute come l’austerità possa minare la legittimità del sistema finanziario europeo, come evidenziato da Boyer (2012) “la comunità finanziaria internazionale in Europa potrebbe, in realtà, minare le proprie basi e la propria legittimità spingendo per misure di austerità così estreme” [377].
Si tratta inoltre dell’interdipendenza tra i paesi europei e di come l’austerità nei paesi con deficit possa ridurre i mercati disponibili per gli esportatori europei, “l’austerità nei paesi con deficit (come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) – che hanno tradizionalmente assorbito le esportazioni europee dai paesi con surplus (come la Germania) – ridurrà i mercati disponibili per gli esportatori europei” [378].
Ci si sofferma sulla necessità di una forte domanda effettiva per un recupero generato dall’austerità, e come le politiche di austerità in un contesto di domanda debole possano portare a un circolo vizioso di minore produzione, minori entrate fiscali e crescenti rapporti debito/PIL, “l’austerità generata dal recupero richiede una forte domanda effettiva; e le politiche di austerità in un contesto di domanda debole porteranno invece a un circolo vizioso di minore produzione, minori entrate fiscali e crescenti rapporti debito/PIL” [379].
Si discute, inoltre, dell’impatto dell’austerità sui mercati finanziari e della capacità dei governi di gestire le proprie economie, “l’effetto dell’austerità sui mercati finanziari nella valutazione della capacità dei governi di gestire le proprie economie non può essere ignorato” [381].
Si fa riferimento a Callinicos (2012) “nelle società profondamente permeata e rimodellata dalla finanza, le alternative politiche tendono a oscillare tra austerità monetaria e fiscale e lasciando che (i) mercati finanziari vadano” [382].
Ci si riferisce al riconoscimento da parte dei responsabili politici degli effetti restrittivi dell’austerità, “mentre il dibattito accademico sugli effetti a breve termine dell’austerità fiscale continua, i responsabili politici hanno ampiamente riconosciuto i suoi effetti restrittivi” [385]. Olivier Blanchard (2012), economista capo del FMI, ha sostenuto che “la consolidamento fiscale è chiaramente un freno alla domanda, è un freno alla crescita” [386].
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12 Trasformazione Economica e Stato Sociale
Evoluzione del sistema economico e conseguenze sociali
Si presenta l’evoluzione economica, con il passaggio da un’economia agraria a una industriale durante i secoli XVIII e XIX, che ha ampliato la portata delle spese pubbliche [409]. Si discute della conseguente povertà urbana e delle condizioni di vita e di lavoro spesso deplorevoli, che hanno portato a disordini sociali significativi e persistenti [410]. Ci si riferisce all’ansia causata dalla rivoluzione russa del 1905, che ha portato a importanti riforme, con l’emergere dello stato sociale, i cui costi hanno contribuito al debito nazionale di molti paesi europei [411]. Si tratta della differenza tra i debiti di guerra e il mantenimento dello stato sociale, che costituirebbe un impegno finanziario pubblico sostanziale e continuo [412]. Si riferisce a come il cambiamento sociale abbia politicizzato l’economia dell’austerità, soprattutto con l’estensione progressiva del diritto di voto [413].
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13 Riflessioni su capitalismo, austerity e fascismo
Analisi delle analogie tra gli anni ’20 e ’30 e il presente
Si presenta un’analisi che mette in relazione eventi del periodo tra le due guerre mondiali e la situazione attuale. “C’è una forte risonanza tra gli eventi degli anni tra le due guerre e oggi” [486]. Si discute un’analogia tra capitalismo, austerity e l’ascesa di partiti populisti, sia di sinistra che di destra. “Questi includono una messa in discussione del laissez-faire capitalismo e dell’austerity, e l’ascesa di cosiddetti partiti ‘populisti’ su entrambi i lati” [487]. Si fa riferimento a studi precedenti per approfondire la questione. “Vedere, per esempio, Bernheim 1989” [485] e “Vedere, per esempio, Eisner 1989” [486]. Si sottolinea, inoltre, che Ricardo stesso era scettico riguardo a questa ipotesi. “Come notato in precedenza, Ricardo, lui stesso, era dubbioso della realtà di questa ipotesi” [484].
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14 Rapporti tra capitalismo, austerità e fascismo nel periodo tra le due guerre
Analisi del contesto storico e delle dinamiche economiche
Si discute della relazione complessa tra capitalismo, austerità e fascismo nel periodo tra le due guerre, estendendo l’analisi oltre Italia e Gran Bretagna per includere Germania e Stati Uniti. “Si presenta, come risultato, un tentativo cosciente di ripristinare l’ordine capitalistico prebellico attraverso una strategia di austerità tecnocratica, strettamente legata all’ascesa del fascismo” [491]. Si sottolinea il rischio di fraintendere i tempi moderni se non si considera la complessità di questo periodo storico, “altrimenti si rischia di fraintendere e diagnosticare erroneamente i nostri tempi, come hanno scoperto a loro spese i politici, finanzieri ed economisti dell’era tra le due guerre” [493]. “Si tratta, quindi, di includere Germania e Stati Uniti e di basare l’analisi sugli eventi dell’intero periodo tra le due guerre” [494]. L’analisi considera anche fattori come la pandemia, il crollo del commercio mondiale, l’aumento del populismo e le preoccupazioni per il debito pubblico, “una pandemia, il crollo del commercio mondiale, l’ascesa del populismo sia a destra che a sinistra, le preoccupazioni per il debito pubblico e la fiducia nella valuta – che porta a politiche di austerità che non riescono a raggiungere il loro obiettivo di ridurre il debito pubblico – conflitto e migrazione” [496].
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15 La Crisi del Capitalismo e il Restauro dell’Ordine Economico
Il crollo del sistema capitalistico durante la Prima Guerra Mondiale e i tentativi di ripristino del pre-bellico.
Si presenta un quadro in cui la Prima Guerra Mondiale ha compromesso il sistema capitalistico pre-bellico, con un ruolo attivo dei governi nell’economia e nell’allocazione delle risorse [501]. Si discute di come gli stati abbiano agito nei mercati interni e internazionali per assicurare materie prime e alimentari, e come molte industrie private siano state nazionalizzate [502]. Ci si riferisce alla sospensione dello standard aureo come strumento per finanziare lo sforzo bellico [503]. Si tratta di una crisi del capitalismo, causata dalla sospensione del profitto e dalla compromissione della proprietà privata e dei rapporti di lavoro [505]. Si argomenta che ci sia stato un tentativo cosciente di ripristinare il sistema capitalistico pre-bellico [506], con l’obiettivo di favorire l’imprenditoria privata, concentrare ricchezza e disempowerare la classe lavoratrice [507]. Si discute di come questo fosse visto come un modo per garantire “armonia sociale” e una “equa” distribuzione della prosperità [508]. Infine, si tratta degli obiettivi di libero scambio e mobilità del capitale a livello internazionale [509], sostenendo che questo tentativo di ripristino dell’ordine capitalistico sia stato guidato da un movimento di capitalisti, politici ed economisti [510].
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16 Il Capitalismo secondo Keynes: Efficienza e Criticità
Un’analisi del sistema economico capitalista, tra critiche e prospettive di miglioramento.
Si presenta un’analisi del capitalismo attraverso lo sguardo di Keynes, evidenziando come egli non lo rifiutasse in sé, ma ne criticasse le forme individualistiche e laissez faire [553]. Keynes descrive il capitalismo del suo tempo come “decadente, individualistico, non intelligente, non bello, non giusto, non virtuoso e incapace di fornire i beni necessari” [554]. Nonostante ciò, credeva che il capitalismo potesse essere reso “workable” con l’intervento dello stato per definire obiettivi pubblici e regolamentare [556]. Si discute come Keynes vedesse il capitalismo come il sistema più efficiente per fornire le condizioni materiali e istituzionali per una vita “buona” [558]. Si tratta di un sistema che, pur con i suoi difetti, necessitava di essere esaminato, riconcepito e migliorato [560], con i suoi fini orientati alla soddisfazione dei bisogni sociali piuttosto che alla “private greed” [562].
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17 Alternative al Capitalismo: Socialismo, Fascismo e Pianificazione Statale
Analisi delle proposte alternative al capitalismo tra le due guerre
Si presenta un’analisi delle diverse proposte alternative al capitalismo emerse tra le due guerre, con particolare attenzione alle prospettive di Polanyi e Keynes. Si discute l’interesse di Keynes per gli esperimenti in corso e la sua distinzione tra pianificazione statale e altre alternative. Si tratta di come Keynes definì la pianificazione statale, sottolineando che non è né socialismo né comunismo, ma un modo per modificare l’ambiente in cui gli individui operano liberamente “Non è Socialismo; non è Comunismo” [573]. Si riferisce alla differenza tra pianificazione statale e altre ideologie, spiegando che non mira a superare l’individuo o ad abolire il profitto “Il suo oggetto è di prendere il controllo dei meccanismi centrali e di governarli con una lungimiranza deliberata e quindi modificare e condizionare l’ambiente in cui l’individuo opera liberamente con e contro altri individui” [577]. Si evidenzia l’ottimismo di Keynes riguardo alla possibilità che i diversi esperimenti, come il Piano Quinquennale in Russia, lo Stato Corporativo in Italia e la pianificazione statale in Gran Bretagna, abbiano successo “E come amanti della nostra specie, speriamo che abbiano successo” [579]. Infine, si discute la preoccupazione di Keynes per le forme che queste alternative stavano prendendo in Europa “In quei paesi in cui i sostenitori dell’autosufficienza nazionale hanno acquisito il potere, a mio giudizio, molte cose stupide vengono fatte” [580].
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18 Dinamiche del Capitalismo e Instabilità Economica
Analisi delle cause e conseguenze delle crisi economiche e delle disuguaglianze.
Si presenta un’analisi delle dinamiche del capitalismo, con particolare attenzione all’instabilità economica e alle disuguaglianze. Si discute della necessità di istituzioni sociali e politiche che riflettano l’aumento del potere della classe lavoratrice per garantire la sostenibilità del capitalismo (“full employment capitalism” will … have to develop new social and political institutions which will reflect the increased power of the working class) [599]. Si tratta dell’analisi di Keynes, che evidenzia l’importanza dell’incertezza fondamentale e del ruolo dello stato nella stabilizzazione dei cicli economici (cycles are driven by fundamental uncertainty – with the tendency of market capitalism to generate involuntary unemployment and excessive inequality) [601]. Si evidenzia l’instabilità intrinseca del libero mercato, in particolare nel settore finanziario (the inherent instability of the free market economy – particularly with respect to finance) [602]. Si fa riferimento all’importanza di “haute finance” e al suo ruolo nello sviluppo del capitalismo finanziario globale (the significance of “haute finance”) [603]. Si discute dell’impatto dei flussi di capitale internazionali non regolamentati, che possono aumentare la volatilità economica e il rischio di crisi finanziarie (tendency of unrestricted international capital flows to increase economic volatility and the risk of financial crises) [605]. Si tratta del legame tra disuguaglianze e recessioni, con un’analisi dell’impatto della diminuzione delle entrate fiscali e dell’aumento delle spese per la protezione sociale (nexus between inequality and recession / depression) [608]. Si discute dell’impatto combinato di disuguaglianze persistenti, una rete di welfare sociale inadeguata e misure di austerità, che colpiscono duramente la classe lavoratrice (combined consequences of persistent inequality, a deficient social welfare net and austerity) [611]. Si analizza il comportamento di spesa delle diverse classi sociali, con particolare attenzione al ruolo della speculazione e dell’influenza politica (some of which is destabilising, potentially contributing to economic crises) [614].
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19 Ciclo dell’insicurezza e dinamiche politiche
Dinamiche sociali ed economiche che alimentano tensioni politiche.
Si presenta un modello di ciclo dell’insicurezza, in cui periodi di liberalizzazione del mercato e misure di austerità portano ad un aumento della disoccupazione, della povertà e delle disuguaglianze, generando pressione sui decisori politici per interventi sociali e protezione (“…the insecurity resulting from rising unemployment, poverty and inequality, is likely to cause those affected to pressure policy makers for social intervention and protection” [631]). Se questi interventi hanno successo, si può prevedere una reazione da parte del capitale e dei segmenti superiori della distribuzione del reddito e della ricchezza, che esercitano pressione sui decisori politici per ridurre le protezioni sociali e liberalizzare i mercati (“If successful, this can be expected to eventually trigger a counterresponse on the part of capital and those in upper segments of the distribution of income and wealth, pressuring policy makers to scale back social protections through austerity and to liberalise markets” [632]). La percezione di una natura “a somma zero” di questo conflitto porta ad una continuazione del ciclo (“The perceived “zero sum” nature of this ongoing contest means that a gain for one side is usually seen as a loss by the other – resulting in a continuation of the cycle” [633]). Tuttavia, si sottolinea che non si tratta di una competizione tra pari (“But it is not a contest of equals” [634]). Società vulnerabili possono essere esposte a movimenti populisti di sinistra e proto-fascisti, con il potenziale di svilupparsi in nazionalismo difensivo (“Societies thus became vulnerable to left-wing populist and proto-fascist movements, with the potential to develop into defensive nationalism” [625]). Perché questo nazionalismo difensivo si sviluppi, è necessario un “imprenditore politico” in grado di sfruttare l’insicurezza e il malcontento dei cittadini (“But Rabinowitz argues that defensive nationalism requires a “political entrepreneur”, capable of taking advantage of citizens’ insecurity and discontent to galvanize fear and anxiety” [626]). Se tale individuo riesce a mobilitare un sostegno sufficiente per assumere una posizione di influenza e potere politico, c’è la possibilità di prendere il controllo dei processi politici per i propri scopi (“If such an individual mobilizes enough support to assume a position of political influence and power, there is then the possibility of taking control of political processes for their own purposes” [627]). Il ciclo dell’insicurezza è illustrato nella Figura 1 (“The insecurity cycle is illustrated in Figure 1, below” [628]).
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20 Sistemi elettorali e stabilità politica
La natura di un sistema elettorale può influenzare la stabilità politica.
Si discute dell’impatto dei sistemi elettorali sulla stabilità politica, citando Ian Kershaw (2016) [638]. Nei paesi con sistemi “first past the post”, come Gran Bretagna e America, si osserva un rafforzamento della stabilità politica grazie alla deterrenza delle piccole parti, all’incoraggiamento della disciplina di partito e alla riduzione della probabilità di governi di coalizione, il che rafforza la legittimità dello stato [640]. Al contrario, dopo la Prima Guerra Mondiale, molti paesi europei, tra cui Italia e Germania, hanno introdotto sistemi di rappresentanza proporzionale, che tendono a produrre un’ampia gamma di partiti, tra cui comunisti, socialisti, nazionalisti, cattolici, protestanti, liberali e conservatori, contribuendo alla potenziale frammentazione, instabilità politica e sfide all’autorità del governo [641]. Si sottolinea che un sistema elettorale disfunzionale può portare all’estremismo, citando come esempio la Rivoluzione Bolscevica del 1917 in Russia [643].
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21 Austerità e Standard Aureo: Un’Evoluzione Storica
Le finanze nazionali potevano essere più convincentemente confrontate con quelle di una famiglia o di un’azienda [663].
Si presenta un’analisi dell’evoluzione storica dell’austerità, inizialmente legata allo standard aureo e poi modificata dall’introduzione dei sistemi di welfare e della tassazione sul reddito. Inizialmente, l’austerità era un elemento intrinseco del sistema aureo, dove le valute erano convertibili in oro su richiesta e collegate a livello internazionale a tassi di cambio fissi [668], e l’importo della moneta in circolazione era limitato dall’importo dell’oro nelle riserve del tesoro [669]. Questo sistema, considerato sinonimo di stabilità finanziaria [667], imponeva una regola del bilancio in pareggio, in cui le variazioni delle entrate determinavano le variazioni del livello di spesa pubblica [670].
Tuttavia, con l’introduzione dei sistemi di welfare e della tassazione sul reddito, la dinamica dell’economia è cambiata bruscamente [672]. Questo ha portato a un cambiamento nel modo in cui le finanze nazionali venivano gestite, poiché i governi hanno accettato la responsabilità di impegni finanziari aperti ed effettivamente permanenti, come il welfare pubblico [672]. In precedenza, i paesi raramente si trovavano di fronte alla necessità di eliminare ampi deficit di bilancio per frenare il deflusso delle riserve auree [671].
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22 Austerità e il ruolo di Keynes
Posizione di Keynes rispetto all’austerità, contesto storico e conseguenze
Si presenta l’analisi del ruolo di Keynes in relazione all’austerità, con particolare attenzione al periodo tra le due guerre mondiali. “In questo contesto, per l’austerità per avere qualche speranza di raggiungere i risultati necessari per la riduzione del debito – per non parlare del ripristino dell’ordine capitalista – l’economia dovrebbe essere in una ripresa sostenibile o, preferibilmente, in un forte periodo di crescita” [680]. “Durante il periodo tra le due guerre, prima dello stimolo generato dal riarmo per la seconda guerra mondiale, entrambe queste situazioni erano rare, in effetti” [681]. Si discute dell’opinione di Mattei (2022) secondo cui Keynes condivideva una “sensazione di terrore intorno al minacciato crollo dell’ordine capitalista – e sorprendentemente, condivideva anche la loro soluzione austera alla crisi capitalista”* [682]. “Nel maggio 1919, l’opposizione di Keynes all’austerità era chiara” [683]. “Dopo non essere riuscito a convincere i delegati alla Conferenza di pace di Versailles della sua profonda preoccupazione per le conseguenze dell’imposizione dell’austerità alla Germania sconfitta, si dimise dalla posizione di consulente del Tesoro britannico per il governo” [684].
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23 Politiche economiche e gestione delle crisi
Stimolo e austerità: un equilibrio delicato
Si presenta l’analisi di John Maynard Keynes sulle politiche economiche, con particolare attenzione al ruolo dello stimolo e dell’austerità. “He argued that the solution to Britain’s economic problems lay not in austerity but in its polar opposite – stimulus – aimed at increasing home demand to compensate for shrinking export markets” [692]. La cura per la disoccupazione, secondo Keynes, richiedeva sia una riforma monetaria che una significativa spesa pubblica finanziata tramite prestiti “From this perspective, the cure for unemployment involved both monetary reform and major public works expenditure, financed by borrowing” [693].
La visione del Tesoro era in precedenza limitata dallo standard internazionale aureo, che limitava la quantità di capitale disponibile, creando potenzialmente competizione tra settore privato e pubblico “The logic underpinning the Treasury view had been largely rooted in the international gold standard, which limited the amount of capital available – potentially creating competition between the private and public sectors for the then finite resources” [694]. Tuttavia, dopo il 1931, quando la Gran Bretagna è stata costretta ad abbandonare lo standard aureo, il problema non è più esistito “However, after 1931, when Britain was forced off the gold standard and many other countries also abandoned gold, as well as the large increase in available currency, that was no longer a problem” [695].
L’analisi di Keynes sottolinea l’importanza della tempistica dello stimolo e dell’austerità, con l’austerità necessaria come controparte dello stimolo, da applicare durante il boom per evitare il rischio di inflazione o collasso finanziario e per accumulare risorse per affrontare la prossima crisi economica “In Keynes’s analysis, though, the timing of stimulus and austerity was also critical, with austerity being a necessary counterpart to stimulus, to be applied during the boom (not the recession) to help avoid the risk of inflation or financial collapse and to build up the resources for dealing with the next economic slump” [696].
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24 Finanziamento della spesa pubblica e politiche monetarie
Proposte per la gestione della spesa pubblica e l’inflazione
Si discute dell’efficacia di alcune strategie e di come finanziare la spesa pubblica. “There was, however, considerable debate about its effectiveness and how public spending should be financed” [705]. I centri principali per queste idee erano Harvard e Chicago, con figure come Lauchlin Currie, Paul Ellsworth, Harry Dexter White, Aaron Director, Paul Douglas, Frank Knight, Henry Simons e Jacob Viner. “The main centers for these ideas were Harvard (where Lauchlin Currie, Paul Ellsworth, and Harry Dexter White were located) and Chicago (where contributors included Aaron Director, Paul Douglas, Frank Knight, Henry Simons, and Jacob Viner)” [706]. Gli americani anticiparono le idee di Keynes, in particolare per quanto riguarda la stabilizzazione del ciclo economico. “In many ways the American institutionalists anticipated Keynes’s ideas, particularly with regard to stabilizing the economic cycle” [707]. Durante la Grande Depressione, Paul Douglas sostenne i lavori pubblici finanziati dall’espansione monetaria, sostenendo che “è possibile per il governo aumentare la domanda di lavoro senza una corrispondente contrazione della domanda privata e … questo è particolarmente il caso quando viene creato nuovo potere d’acquisto monetario per finanziare il lavoro di costruzione” “it is possible for government to increase the demand for labour without a corresponding contraction of private demand and … this is particularly the case when fresh monetary purchasing power is created to finance the construction work” [708]. Gli americani preferivano la creazione di denaro per finanziare la spesa pubblica, poiché iniettava nuova liquidità senza aumentare i tassi di interesse. “The Americans thus preferred money creation to finance government deficit spending because it injected new liquidity and did not incur an interest charge or increase the rate of interest” [709]. Si riteneva che, a condizione che l’inflazione rimanesse gestibile, avrebbe potuto avere un maggiore effetto espansivo rispetto al finanziamento del debito, poiché la vendita di obbligazioni al pubblico lascerebbe loro meno denaro da spendere. “Also, as long as inflation remained manageable, it might have a greater expansionary effect than debt financing, since bond sales to the public leave them with less money to spend” [710].
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25 Ripristino dello standard aureo nel periodo post-bellico
Conferenza di Bruxelles del 1920: un tentativo di ripristinare l’ordine prebellico.
Si presenta un’analisi delle circostanze e degli obiettivi del tentativo di ripristino dello standard aureo nel periodo post-bellico. Si discute come, dopo la sospensione durante la Prima Guerra Mondiale, si manifestò un forte desiderio di ritorno alla “normalità” prebellica e allo standard aureo [“the desire to return to pre-war ‘normality’ and the gold standard was strong” [729]]. Si tratta delle preoccupazioni relative all’inflazione, alla necessità di attrarre investimenti e di ripristinare il commercio mondiale [“Concerns about high rates of inflation, the need to attract inward investment to finance European economic recovery and reconstruction and the importance of re-establishing world trade” [730]].
Si riferisce che la maggior parte dei decisori politici, banchieri, finanziari ed economisti sostenevano il ripristino dello standard aureo [“At the time, most policy makers, bankers, financiers and economists supported restoration of the gold standard” [731]]. A tal fine, i governi inviarono delegati a conferenze finanziarie internazionali a Bruxelles nel 1920 e a Genova nel 1922 [“To this end, governments sent delegates to international financial conferences at Brussels in 1920 and Genoa in 1922” [732]]. L’obiettivo era rassicurare i mercati finanziari sull’impegno dei governi a ripristinare la parità aurea tradizionale, nella speranza che il capitale finanziario necessario per la ripresa economica e la ricostruzione post-bellica fluisse in Europa [“The objective was to reassure financial markets that governments were committed to restoring the traditional gold parity” [733]].
Si discute del ruolo della conferenza di Bruxelles del 1920, convocata dalla nuova Società delle Nazioni, che si concentrò principalmente sull’operazione dello standard aureo [“and it mainly focused on the operation of the gold standard” [738]]. Si tratta della preparazione dell’agenda della conferenza, con la consultazione di cinque economisti di spicco che prepararono una dichiarazione congiunta, ma non parteciparono di persona [“opinions were solicited from five leading economists” [739]].
Si sofferma sulla natura relativamente omogenea delle opinioni dei delegati, nonostante le diverse affiliazioni politiche degli economisti consultati [“they – and the conference’s delegates – held relatively homogeneous views” [740]]. Si tratta dei problemi economici critici identificati nella dichiarazione congiunta: la minaccia dell’inflazione, l’instabilità dei tassi di cambio e la carenza di capitali [“Their joint statement identified three critical economic problems” [741]]. Si riferisce alla natura auto-rinforzante di questi problemi e alla necessità di un intervento completo per rompere il circolo vizioso [““[c]omprehensive intervention was required to break out of this vicious cycle” [742]].
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26 Ritorno al Gold Standard: Proposte e Divergenze
Proposta di ritorno al gold standard e opinioni contrastanti.
Si presenta una proposta di ritorno parziale al gold standard, con centrali banche che manterrebbero parte delle riserve in valute direttamente convertibili in monete d’oro. “A causa di preoccupazioni relative alla fornitura di oro rispetto alla domanda mondiale di denaro, una delle proposte della conferenza raccomandava che le banche centrali facessero un ritorno parziale al gold standard, consentendo loro di mantenere parte delle loro riserve in valute, che a loro volta erano direttamente convertibili in monete d’oro” [762].
A differenza del gold standard prebellico, i cittadini non riceverebbero monete d’oro in cambio delle loro banconote. “Tuttavia, a differenza del gold standard prebellico, i cittadini non riceverebbero monete d’oro in cambio delle loro banconote” [763]. Invece, per incentivare il mantenimento delle riserve d’oro nelle banche centrali, i cittadini potrebbero riscattare le banconote in lingotti d’oro di grandi dimensioni, inadatti alle transazioni quotidiane. “Invece, in previsione che ciò avrebbe contribuito a mantenere le riserve d’oro nelle banche centrali, avrebbero potuto riscattare le loro banconote in grandi lingotti d’oro, inadatti alle transazioni quotidiane” [764].
Ralph Hawtrey fu l’autore principale della Risoluzione di Genova (1922), che invocava una ripresa generale del gold standard, basata sulla convinzione che la ripresa dalla guerra richiedesse il ripristino della struttura prebellica dell’economia internazionale. “Ralph Hawtrey fu l’autore principale della Risoluzione di Genova (1922), che invocava una ripresa generale del gold standard, basata sulla convinzione che la ripresa dalla guerra richiedesse il ripristino della struttura prebellica dell’economia internazionale” [765].
Keynes, al contrario, sosteneva che ogni paese dovesse prima bilanciare la propria economia, con il minor costo sociale per sé. “Keynes, al contrario, prendeva sempre più la visione che ogni paese dovesse prima bilanciare la propria economia, con il minor costo sociale per sé” [766].
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27 Disuguaglianze economiche nel periodo tra le due guerre
Rapporto tra il 10% più ricco e il 50% più povero
Si presenta un quadro delle disuguaglianze economiche in quattro paesi (Germania, Stati Uniti, Italia e Gran Bretagna) nel periodo tra le due guerre. “Inequality was also high in all four countries (measured by the top 10% to bottom 50% ratio)” [801]. Nel 1920, il reddito nazionale del 10% più ricco era circa tre volte quello del 50% più povero in Germania e negli Stati Uniti, mentre in Italia e Gran Bretagna il rapporto era di 2,5 e 2,2 rispettivamente. “In 1920, the share of national income for the top 10% was around 3 times that of the bottom 50% in both Germany and the United States, compared with 5 and 2, respectively, in Italy and Britain” [802].
Negli Stati Uniti, “it increased to 4 by 1930, where it remained until the outbreak of the Second World War” [803], mentre negli altri paesi il rapporto diminuì fino a 1,6-1,8 nel “In the other three countries, inequality fell to between 6 and 8 by 1930; only in Germany did it significantly increase during the 1930s, rising to 4 by 1940” [804]. Si suggerisce che queste disuguaglianze abbiano contribuito a creare un senso di insicurezza, alimentando le paure legate al ciclo dell’insicurezza. “This suggests that in all four countries, to varying degrees, inequality was a source of insecurity, which would have fuelled fears on both sides of the insecurity cycle” [805].
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28 Estensione del diritto di voto e welfare in Italia durante e dopo la Prima Guerra Mondiale
Diritto di voto esteso a tutti gli uomini adulti e limitata protezione sociale
Si presenta un quadro di insufficiente protezione sociale in Italia durante la Prima Guerra Mondiale, con una copertura di soli 8% della popolazione rispetto a Germania (42.8%) e Gran Bretagna (36.3%) (“Welfare provision could certainly have helped to ameliorate this; but here, Italy was playing catch up” [824]). Si discute di un tentativo di estensione di tale protezione durante e subito dopo la guerra, che però non riuscì a concretizzarsi (“A great deal of effort was therefore made to extend this both during and shortly after the war; but time had run out, and trouble was already on its way” [826]). Si tratta dell’impatto delle riforme del diritto di voto del 1912, che triplicarono il numero di elettori italiani (“Even before Italy’s entry into the First World War, suffrage reforms in 1912 had nearly tripled the number of Italian voters, from under 3 million to nearly 5 million” [827]). Si riferisce all’estensione del diritto di voto a tutti gli uomini adulti italiani nel dicembre 1918, come ricompensa per i soldati (“Immediately following the war, in December 1918, as a reward for soldiers, all adult Italian males were given the vote” [828]). Si evidenzia la scarsità di risorse destinate al welfare, con solo l’1.56% del reddito nazionale allocato (“and only 56 per cent of Italy’s national income was allocated to social welfare” [825]).
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29 Ascesa e Caduta del Putsch di Monaco
Tentativo di colpo di stato ispirato al modello italiano
Si presenta un contesto storico caratterizzato da instabilità economica e politica in Germania, con ripercussioni sulla società e sulla politica. Si discute dell’ascesa di Adolf Hitler e del suo movimento nazista, paragonato al fascismo di Mussolini, e delle sue ambizioni di prendere il potere. “Adolf Hitler – who in 1921 became leader of the Nazis, which in some ways resembled Mussolini’s early Fascists – had been making a stir in the beer halls of Munich” [865]. Si tratta della situazione economica precaria, con un’elevata disoccupazione e un’inflazione galoppante, che ha portato alla polarizzazione politica e alla paura di una rivoluzione comunista. “Not only was industrial output severely depressed and unemployment high, reaching 1 per cent in 1924” [872]. Si riferisce al tentativo di “marcia su Berlino” ispirata alla marcia su Roma di Mussolini, ma senza il sostegno dell’esercito tedesco. “In Bavaria, where paramilitary groups had been mobilised and Hitler served as political spokesman, a “march on Berlin” – inspired by Mussolini’s march on Rome – was planned” [876]. Si discute del fallimento del putsch e delle sue conseguenze, che hanno portato alla frammentazione dell’estrema destra. “The attempted “putsch” was theatrically launched in a large Munich beer hall on 8 November 1923, but collapsed in a barrage of police gunfire” [879]. Si tratta della stabilizzazione economica attraverso l’introduzione di una nuova valuta, la Rentenmark, ancorata a beni reali anziché all’oro. “On the 15th November 1923, the Papiermark was replaced by the “Rentenmark” (RM) – or “Mortgage” mark – at the rate of one RM to one trillion PM” [884]. Si discute dell’impatto positivo di questa misura sulla società, che ha permesso di finanziare riforme sociali progressive e ridurre la disoccupazione e la povertà. “As a result, not only was insecurity on the right of the cycle reduced; insecurity on the left was also addressed, which went a long way towards limiting unemployment and extreme poverty which might otherwise have fuelled further extremism” [889].
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30 Il ruolo di mediazione negli Stati Uniti
La situazione economica e politica degli Stati Uniti dopo la Prima Guerra Mondiale.
Si presenta un quadro economico statunitense in crescita, ma anche una situazione politica caratterizzata da paure e opposizioni. Gli Stati Uniti, grazie alla loro entrata tardiva nella Prima Guerra Mondiale e alla forte domanda di produzione e finanziamenti, sono emersi in una condizione migliore rispetto alla Gran Bretagna. Il reddito nazionale americano è quasi raddoppiato tra il 1914 e il 1918, passando da 33 a 61 miliardi di dollari, mentre le riserve auree sono aumentate da 887 a 079 miliardi (Duroselle 1963, p. 133, Migone 2015 [1980], p. 1) [4]. Tuttavia, la rivoluzione bolscevica del 1917 ha generato panico e timore che la rivoluzione comunista potesse diffondersi in altri paesi, inclusi gli Stati Uniti [5]. Questa inquietudine ha portato a un’opposizione crescente nei confronti dei partiti politici e del lavoro organizzato [6]. A differenza delle sue controparti europee più recenti, una figura specifica è riuscita a mantenere il ruolo di mediazione critica al centro del ciclo di insicurezza [942].
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31 Tensioni sociali e repressione nel periodo post-bellico
Sciopero generale a Seattle, assassinii politici, repressione
Si presenta un quadro di tensioni sociali nel periodo post-bellico, alimentate dalla crisi economica e dalla persistente volontà di cambiamento della classe operaia. “Tuttavia, questo non aveva completamente soffocato lo spirito combattivo della classe operaia; e la rivoluzione bolscevica non fece altro che incoraggiare il suo desiderio di un futuro migliore” [950]. La situazione si aggrava con uno sciopero generale di cinque giorni a Seattle, che genera “uno stato di alta ansia in tutto il paese” [951]. L’attività di scioperi spontanei e i tentativi di assassinio di figure politiche di spicco, attribuiti a “i rossi”, provocano “violente reazioni da parte sia dei datori di lavoro che della polizia” [953]. Nonostante la presenza di proteste, la mancanza di una leadership politica e la divisione del Partito Socialista rendono “l’agitazione relativamente facile da reprimere, soprattutto quando la depressione del 1920-21 ha portato a un forte aumento della disoccupazione” [954].
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32 Austerità e Fascismo: Un’Analisi Comparativa
Politiche di austerità, origini e implicazioni contemporanee
Si presenta un’analisi comparativa tra le politiche di austerità pre-Seconda Guerra Mondiale e le loro implicazioni nel contesto politico contemporaneo. “These seem compelling causes of fascism, some of which can be detected in contemporary political developments” [1015]. Si discute come l’austerità, combinata con l’aumento dell’insicurezza, possa avere implicazioni significative per il presente, e si mette in guardia dal rischio di fraintendere i tempi attuali, come scoperto da politici ed economisti del periodo interbellico, “Otherwise, we risk misunderstanding and mis-diagnosing our own times, as those inter-war politicians, financiers and economists (as well as more than a few today) discovered to their cost” [1017].
Si tratta dell’evoluzione del termine “austerità”, che originariamente indicava condizioni fisiche dure o razionamento, per poi essere utilizzato per descrivere politiche di riduzione del deficit pubblico, che coinvolgono tagli alla spesa e, talvolta, aumenti delle tasse, “However, it has also been used for political and ideological reasons (stated or not) as a means of reducing the size and economic role of the state, particularly with respect to social welfare provision” [1020]. Si sottolinea che solo l’Italia fascista e la Germania nazista furono veri regimi “fascisti”, “This is because only in these two countries did fascist parties – the Partito Nazionale Fascista (PNF) and Natiotionalsozialistiche Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP) – both succeed in exercising autonomous power over an extended period of time” [1021].
Si fa riferimento a Polanyi, Atkinson e Ostry per approfondire il tema, “See, for example, Polanyi (1944 [2001]), Polanyi (1935 [2018]) and Polanyi (n.d.)” [1023] e si estende l’analisi per incorporare il ruolo della classe politica e dello stato, nonché le percezioni di minacce esterne alla sovranità nazionale, al fine di comprendere come l’estremismo possa influenzare le dinamiche del ciclo, “This section builds upon and extends the analysis to more explicitly incorporate the nature and role of the political class and the state, as well as perceived external threats to a nation’s sovereignty, in order to better understand how extremism on both the right and left might affect the dynamics of the cycle” [1025].
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