Keynes - Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta | L | 31x
0.1 Prefazioni alle edizioni 1
Esordio polemico e riflessivo sulle divergenze teoriche e l’evoluzione del pensiero economico keynesiano.
0.1.1
Keynes introduce il suo lavoro con un’argomentazione astratta e controversa volta a persuadere gli economisti a riconsiderare assunzioni fondamentali, esprimendo rammarico per la necessità di polemica: ‘Thus I cannot achieve my object of persuading economists to re-examine critically certain of their basic assumptions except by a highly abstract argument and also by much controversy’. Sottolinea l’importanza di esporre il proprio punto di vista e le sue divergenze dalla teoria prevalente, prevedendo reazioni oscillanti tra rifiuto e banalizzazione da parte dei sostenitori della ‘classical theory’. Chiede perdono per toni accesi, ammettendo di aver creduto per anni nelle teorie che ora critica, e ribadisce l’urgenza del dibattito tra economisti per risolvere divergenze che minano l’influenza pratica della teoria economica. Il pubblico generale è spettatore marginale in questo confronto interno alla professione.
0.1.2
Keynes chiarisce il rapporto con il suo Treatise on Money, descrivendolo come evoluzione naturale ma potenzialmente confusa per i lettori, aggravata da cambiamenti terminologici: ‘the general relationship between the two books can be expressed briefly as follows’. Nel Treatise, inizialmente concepito lungo linee tradizionali che separavano l’influenza del denaro dalla teoria generale di offerta e domanda, aveva iniziato a integrare la teoria monetaria nell’analisi dell’output complessivo, ma fallì nel trattare adeguatamente i cambiamenti nel livello di output, limitandosi a equazioni istantanee che assumevano output dato: ‘My so-called ’fundamental equations were an instantaneous picture taken on the assumption of a given output’. Questo libro, invece, si concentra sulle forze che determinano variazioni nell’output e nell’occupazione complessivi, relegando i dettagli monetari tecnici in secondo piano e collegando l’analisi all’interazione tra offerta e domanda nella teoria del valore, estendendo la teoria classica come caso particolare.
0.1.3
Ringrazia collaboratori per critiche e suggerimenti essenziali, data la dipendenza da dialogo per evitare errori in campi come l’economia, dove test conclusivi sono impossibili: ‘It is astonishing what foolish things one can temporarily believe if one thinks too long alone’. Descrive la composizione del libro come lotta per sfuggire a modi abituali di pensiero, con idee semplici ostacolate da quelle vecchie radicate: ‘The difficulty lies, not in the new ideas, but in escaping from the old ones, which ramify […] into every corner of our minds’. Nella prefazione all’edizione tedesca, contrappone la tradizione classica inglese, radicata in Ricardo e Marshall, all’approccio tedesco più scettico e empirico, meno legato all’ortodossia, citando scuole alternative come Wicksell e prevedendo minore resistenza: ‘Perhaps, therefore, I may expect less resistance from German, than from English, readers’. Esprime speranza di superare l’agnosticismo economico tedesco offrendo una teoria formale adattabile a contesti totalitari, distinta dalla teoria classica laissez-faire, e riconosce il traduttore e gli editori.
0.1.4
Nella prefazione all’edizione giapponese, reitera la rottura con la tradizione inglese, paragonandosi a un ex sacerdote che diventa protestante: ‘But how can one brought up in English economic orthodoxy, indeed a priest of that faith at one time, avoid some controversial emphasis, when he first becomes a Protestant?’. Nota l’interesse giapponese per testi come quelli di Malthus, contrapposto a Ricardo, e apprezza la traduzione per superare barriere linguistiche. Nella prefazione francese, riflette sull’evoluzione dell’ortodossia inglese, da cui si emancipa: ‘I myself in writing it […] have felt myself to be breaking away from this orthodoxy, to be in strong reaction against it’. Spiega il tono controverso come residuo di questo passaggio, scusandosi con i lettori francesi per un approccio troppo rivolto all’ambiente inglese, dove non esiste una scuola dominante come quella liberale passata. I francesi, ecletici e privi di radici sistematiche profonde, potrebbero accogliere più facilmente la sua ‘general theory’, focalizzata sul sistema economico complessivo: ‘I am chiefly concerned with the behaviour of the economic system as a whole, with aggregate incomes, aggregate profits, aggregate output’. Avverte di possibili confusioni sul termine ‘classical’, promettendo esempi di errori derivanti dall’estensione di conclusioni parziali all’intero sistema.
0.2 Il Secondo Postulato Classico sul Salario Reale 2
Critica alla teoria classica della determinazione dell’occupazione attraverso salario reale e introduzione alla disoccupazione involontaria.
Sommario Il secondo postulato classico stabilisce che il salario reale è sufficiente a indurre il volume di lavoro impiegato, soggetto a imperfezioni di competizione. “Cioè, il salario reale di una persona impiegata è quello che è appena sufficiente (nella stima delle persone impiegate stesse) a indurre il volume di lavoro effettivamente impiegato a essere disponibile”, come indicato nella frase La disutilità copre ogni ragione per cui un lavoratore o un gruppo trattiene il lavoro se il salario è sotto un minimo. Questo postulato ammette la disoccupazione “frictionale”, dovuta a squilibri temporanei, ritardi o transizioni tra lavori, in una società non statica, secondo la frase
Esso è anche compatibile con la disoccupazione “volontaria”, causata da rifiuto o incapacità di accettare un salario pari alla produttività marginale, per legislazione, pratiche sociali, contrattazione collettiva o ostinazione, come espresso nella frase Queste due categorie sono considerate esaustive dalla teoria classica, che esclude la terza categoria di disoccupazione “involontaria”, definita nella frase Il volume di risorse impiegate è determinato dai due postulati: il primo dà la curva di domanda di impiego, il secondo quella di offerta, con l’equilibrio dove l’utilità del prodotto marginale bilancia la disutilità del lavoro marginale, secondo la frase
L’occupazione può aumentare solo tramite quattro mezzi: miglioramento organizzativo per ridurre la frictionale; diminuzione della disutilità marginale del lavoro; aumento della produttività fisica marginale nelle industrie dei beni salariati; o aumento del prezzo dei non-beni salariati rispetto ai beni salariati, come delineato nella frase Questa è la sostanza della teoria di Pigou sull’occupazione, l’unico resoconto dettagliato della teoria classica, citata nella frase Tuttavia, le categorie non sono esaustive, poiché la popolazione lavora meno di quanto vorrebbe al salario corrente, e più lavoro sarebbe disponibile se richiesto, come nella frase
La scuola classica riconcilia ciò assumendo accordi tra lavoratori per non accettare salari monetari inferiori, inclusi nella disoccupazione volontaria, secondo la frase Ma due osservazioni: i lavoratori resistono riduzioni di salari monetari, non necessariamente di reali, e una caduta del valore del salario monetario dovuta a prezzi più alti dei beni salariati non porta a ritiro del lavoro, come nella frase La domanda di lavoro può essere per un salario monetario minimo, non reale, entro certi limiti, rendendo indeterminata l’occupazione se la fornitura non dipende solo dal salario reale, come argomentato nella frase
L’assunzione classica che ciò non cambi la teoria è errata, poiché la curva di offerta si sposta con i prezzi, legando il metodo a ipotesi speciali, secondo la frase L’esperienza mostra che i lavoratori stipulano per salario monetario, resistendo riduzioni ma non ritiri per aumenti dei prezzi dei beni salariati, come nella frase Non è illogico, e l’esperienza conferma questo comportamento, con variazioni di impiego senza cambiamenti nelle richieste minime reali o produttività, citando la frase Fatti come la disoccupazione negli USA nel 1932 non supportano l’idea di rifiuto ostinato di riduzioni salariali.
Variazioni statistiche mostrano che cambiamenti nei salari monetari generali portano a cambiamenti reali opposti: salari monetari crescenti implicano reali decrescenti, e viceversa, a causa di ragioni indipendenti legate all’impiego decrescente, come nella frase Se il salario reale esistente fosse un minimo assoluto, la disoccupazione involontaria non esisterebbe, ma è assurdo pensarlo, poiché più lavoro è disponibile al salario monetario esistente anche con prezzi dei beni salariati in aumento, come nella frase Quindi, l’equivalente in beni salariati del salario monetario non indica la disutilità marginale, e il secondo postulato non regge, concludendo con la frase
0.3 La lotta salariale e la disoccupazione involontaria 3
Critica alla teoria classica sui salari e introduzione al concetto di disoccupazione involontaria.
Sommario La lotta sui salari monetari non determina il livello generale dei salari reali, ma riguarda la distribuzione tra gruppi di lavoratori. “Sebbene la lotta sui salari monetari tra individui e gruppi sia spesso creduta determinare il livello generale dei salari reali, in realtà concerne un oggetto diverso” (261). Poiché la mobilità del lavoro è imperfetta e i salari non equalizzano i vantaggi netti tra occupazioni, i lavoratori resistono ai tagli salariali monetari per evitare riduzioni relative nei salari reali. Riduzioni generali dei salari reali dovute a variazioni nel potere d’acquisto del denaro non sono resistite, a meno di estremi. La resistenza a tagli settoriali non impedisce aumenti nell’occupazione aggregata come farebbe una resistenza universale ai tagli reali. “La lotta sui salari monetari influisce principalmente sulla distribuzione del salario reale aggregato tra diversi gruppi di lavoratori, e non sul suo ammontare medio per unità di impiego” (265). Le combinazioni sindacali proteggono il salario reale relativo, mentre il livello generale dipende da altre forze economiche. I lavoratori resistono ai tagli monetari, anche se i salari reali superano il disutilità marginale, ma non ai tagli reali associati a aumenti di occupazione, a meno che non minaccino il disutilità marginale.
Si definisce la disoccupazione involontaria come distinta da quella volontaria o frizionale. Non si intende mera capacità inutilizzata o rifiuto di lavorare per meno di un certo salario reale. “Gli uomini sono disoccupati involontariamente se, in caso di un piccolo aumento nel prezzo dei beni salariali rispetto al salario monetario, sia l’offerta aggregata di lavoro disposta a lavorare per il salario monetario corrente sia la domanda aggregata per esso a quel salario sarebbero maggiori del volume esistente di impiego” (276). Questa uguaglianza tra salario reale e disutilità marginale corrisponde all’assenza di disoccupazione involontaria, definita come piena occupazione, compatibile con disoccupazione frizionale e volontaria. La teoria classica, applicabile solo in condizioni di piena occupazione, nega la disoccupazione involontaria e attribuisce la disoccupazione apparente a rifiuti di accettare salari corrispondenti alla produttività marginale o a fattori temporanei come ‘between jobs’ o closed shop sindacali. “È fallace applicare [la teoria classica] ai problemi di disoccupazione involontaria – se ne esiste tale cosa (e chi lo negherebbe?)” (285). I teorici classici, come geometri euclidei in un mondo non euclideo, criticano le linee per non essere dritte invece di rivedere i postulati; similmente, serve abbandonare il secondo postulato classico per modellare sistemi con disoccupazione involontaria.
Pur divergendo sul secondo postulato, si mantiene il primo, per cui salari reali e volume di output sono correlati inversamente in un dato stato di organizzazione, attrezzature e tecnica. “In uno stato dato di organizzazione, attrezzature e tecnica, il salario reale guadagnato da un’unità di lavoro ha una correlazione unica (inversa) con il volume di impiego” (294). Aumenti di impiego implicano, nel breve periodo, declino dei salari reali e aumento dei profitti, dovuto a rendimenti decrescenti con attrezzature fisse, riducendo il prodotto marginale nei settori dei beni salariali. Abbandonando il secondo postulato, un declino dell’occupazione associato a salari reali più alti non deriva necessariamente da pretese salariali, e tagli monetari non remediano necessariamente alla disoccupazione. Tempi minori emergono nella resistenza sindacale ai tagli monetari, anche piccoli, senza ostacolare aumenti di occupazione come imputato dalla scuola classica, e nella simpatia per il rifiuto di tagli temporanei, pur mantenendo l’integrità scientifica.
0.4 Riassunto della Teoria dell’Occupazione 4
Un criterio alternativo per l’equilibrio economico lega l’occupazione alla domanda effettiva e all’investimento.
Sommario
La teoria contrappone alla legge di Say l’idea che l’occupazione piena non sia automatica senza ostacoli. Si assume che i salari monetari siano costanti per unitá di lavoro, ma l’argomento resta invariato anche con variazioni. Quando l’occupazione cresce, il reddito reale aggregato aumenta, e la propensione al consumo fa sí che il consumo cresca meno del reddito. I datori di lavoro subirebbero perdite se l’intero aumento di occupazione servisse solo al consumo immediato. Per giustificare un dato livello di occupazione serve investimento corrente che assorba l’eccesso di produzione sul consumo scelto dalla comunitá al quel livello, come espresso in “per giustificare qualsiasi dato ammontare di occupazione deve esserci un ammontare di investimento corrente sufficiente ad assorbire l’eccesso di produzione totale su ció che la comunitá sceglie di consumare quando l’occupazione è a quel dato livello”.
L’equilibrio di occupazione dipende dalla propensione al consumo e dall’investimento, che a sua volta deriva dall’efficienza marginale del capitale e dai tassi di interesse. Solo un livello di occupazione garantisce paritá tra prezzo di offerta aggregata e prezzo di domanda aggregata, non necessariamente pieno. La domanda effettiva per occupazione piena è un caso speciale, realizzabile solo con una relazione ottimale tra propensione al consumo e stimolo all’investimento. Questo corrisponde alle assunzioni della teoria classica, dove l’investimento copre esattamente l’eccesso tra prezzo di offerta a piena occupazione e spesa per consumo.
In una data situazione di tecnica, risorse e costi, il reddito dipende dal volume di occupazione N. Il consumo D1 dipende dalla propensione al consumo e dal livello di reddito, quindi da N, salvo cambiamenti nella propensione. L’occupazione N decisa dai datori dipende dalla somma D di D1 e D2, dove D2 è l’investimento netto atteso, e D è la domanda effettiva. Si ha f(N) - c(N) = D2, dove f(N) è la funzione di offerta aggregata e c(N) quella di consumo. Il volume di occupazione in equilibrio dipende dalla funzione di offerta aggregata, dalla propensione al consumo e dal volume di investimento D2, come in “Questa è l’essenza della Teoria Generale dell’Occupazione”. Per ogni N esiste una produttivitá marginale del lavoro che determina il salario reale, con il limite che N non superi il valore che eguaglia il salario reale alla disutilitá marginale del lavoro. Non tutte le variazioni di D sono compatibili con salari monetari costanti, rendendo essenziale abbandonare tale assunzione per una teoria completa.
0.5 Aspettative e Definizioni Fondamentali di Reddito, Risparmio e Investimento
Esplorazione delle aspettative imprenditoriali come guida per produzione e impiego, seguita da definizioni precise di income, saving e investment.
Il sommario copre la valutazione di beni omogenei e aggregazione dell’impiego, per poi esaminare come le aspettative determinino output e occupazione, e infine definire income, saving e investimento. Inizialmente, si discute la misurazione di quantità come Zr = fr(Nr) per ciascun bene omogeneo, notando che “possiamo valutare Zr = fr(Nr) in modo ordinario; ma possiamo poi aggregare gli Nr in un modo in cui non possiamo aggregare gli Or, poiché SOr non è una quantità numerica” (474, tradotto). Si assume che, in un dato ambiente, “un dato impiego aggregato sarà distribuito in modo unico tra diverse industrie, così che Nr è una funzione di N, [e] ulteriori semplificazioni sono possibili” (475, tradotto). Il capitolo 5 introduce le aspettative come decisive per output e impiego, affermando che “tutta la produzione è finalizzata a soddisfare ultimamente un consumatore” (476, tradotto), e che il tempo intercorre tra i costi sostenuti dal produttore e l’acquisto da parte del consumatore (477, tradotto).
L’imprenditore forma “le migliori aspettative possibili su ciò che i consumatori saranno disposti a pagare quando sarà pronto a rifornirli” (478, tradotto), guidato da queste per processi che occupano tempo. Le aspettative si dividono in due gruppi: quelle a breve termine sul prezzo del prodotto finito, e quelle a lungo termine sui rendimenti futuri da investimenti in attrezzature (479-482, tradotte). Il comportamento delle imprese dipende da “aspettative a breve termine—sulle aspettative relative al costo di output su varie scale possibili e sulle aspettative relative ai proventi di vendita di questo output” (483, tradotto), influenzando l’occupazione offerta (484, tradotto). I risultati realizzati modificano aspettative successive, mentre quelle originali non rilevano per decisioni correnti (485-487, tradotte). Cambiamenti nelle aspettative producono effetti sull’occupazione su periodi considerevoli, con impiego che varia giorno per giorno anche senza ulteriori cambiamenti (488-489, tradotte).
Per aspettative a breve termine, i cambiamenti non violenti non portano all’abbandono immediato dei processi, richiedendo tempo per preparativi se positivi (490, tradotto). Per quelle a lungo termine, l’attrezzatura esistente continua a impiegare fino all’usura, e aggiustamenti possono alterare i livelli iniziali (491, tradotto). Si definisce l’occupazione di lungo periodo come quella raggiunta quando “non c’è, grosso modo, alcun impiego in corso che non sarebbe avvenuto se lo stato di aspettativa nuovo fosse sempre esistito” (492, tradotto), e ogni stato ha un livello corrispondente anche se non raggiunto (493, tradotto). La transizione a un nuovo posizione di lungo periodo, senza interruzioni, vede impiego aumentare gradualmente se maggiore del precedente, inizialmente influenzando input più che output finale (494-497, tradotte). L’occupazione cresce nei giorni successivi, potenzialmente superando il livello di lungo periodo durante l’adattamento (498-501, tradotte).
Cambiamenti possono causare oscillazioni simili a cicli, come discusso nel Treatise on Money riguardo a scorte (502-505, tradotte). Processi di transizione sono complicati da sovrapposizioni di aspettative passate, rendendo l’occupazione dipendente non solo dallo stato attuale ma da quelli passati embodied nell’attrezzatura attuale (506-511, tradotte). L’occupazione odierna è governata da “aspettative odierne prese in congiunzione con l’attrezzatura di capitale odierna” (512, tradotto), con enfasi su quelle a lungo termine, mentre quelle a breve possono essere omesse data la loro revisione graduale basata su risultati recenti (513-515, tradotte). I produttori basano aspettative su “i risultati realizzati più recentemente continueranno, salvo ragioni per aspettarsi un cambiamento” (517, tradotto), con sovrapposizione tra proventi realizzati ed expected (518, tradotto). Tuttavia, per beni durevoli, le aspettative a breve dipendono da quelle a lungo termine degli investitori, soggette a revisioni improvvise (519-521, tradotte).
Il capitolo 6 definisce income: durante un periodo, l’imprenditore vende output per A, spende A1 su acquisti, finisce con attrezzatura G, deducendo contributi dall’attrezzatura iniziale (522-526, tradotte). Due principi per il calcolo: uno legato alla produzione, introducendo user cost U come sacrificio per produrre A, (G’ - B’) - (G - A1), dove G’ è valore potenziale senza uso (527-535, tradotte). Factor cost F è pagato ad altri fattori, prime cost è F + U, e income dell’imprenditore è A - U, massimizzando profitto lordo (536-540, tradotte). Aggregate income è A - U, causale per impiego (541-543, tradotte). User cost può essere negativo in certi casi, come con investimenti positivi in sistemi integrati, ma generalmente positivo (544-548, tradotte). Per la comunità, consumo C = S(A - A1), investimento I = S(A1 - U) (549, tradotto), con effective demand come proventi expected da impiego deciso (553-555, tradotte).
Il secondo principio considera perdite involontarie: user cost copre decisioni volontarie, ma supplementary cost V include deprezzamento involontario ma expected, come obsolescenza normale (556-560, tradotte). Net income è A - U - V, rilevante per consumo, mentre windfall losses sono su capital account (561-566, tradotte). L’influenza psicologica di V sul consumo è simile a prime cost (567-571, tradotte). La linea tra supplementary e windfall è convenzionale, dipendente da metodi contabili, con basic vs current supplementary cost (572-580, tradotte). Net income si allinea a usi comuni, come quelli di Marshall o Pigou, ma è equivoco; saving e investment rilevanti per impiego sono chiari (581-592, tradotte). Le definizioni conformano a uso comune, distinguendosi da quelle nel Treatise on Money, dove income includeva profitto normale, causando confusione su saving > investment (593-597, tradotte). Saving è “l’eccesso di income su spesa per consumo” (600, tradotto), punto fisso tra usi divergenti (598-599, tradotte).
0.6 Appendice sul Costo d’Uso e Significato di Risparmio e Investimento 6
Esame del costo d’uso nel contesto della teoria del valore e chiarimenti sulle definizioni di risparmio e investimento.
Sommario
In linea con il principio esposto, la concezione della propensione al consumo sostituisce quella alla propensione o disposizione al risparmio. L’appendice sul costo d’uso, parte del capitolo 6a, ne sottolinea l’importanza trascurata nella teoria classica del valore. Viene esaminato ulteriormente come digressione. Il costo d’uso di un imprenditore è definito uguale a A1 + (G’ - B’) - G, dove A1 rappresenta gli acquisti da altri imprenditori, G il valore effettivo dell’attrezzatura capitale alla fine del periodo e G’ il valore potenziale se non usata, con spesa ottimale B’ per manutenzione e miglioramento. G - (G’ - B’) indica l’incremento del valore dell’attrezzatura oltre il valore netto ereditato, ovvero l’investimento corrente I. Quindi, U, il costo d’uso del fatturato A, equivale a A1 - I, dove A1 sono gli acquisti da altri e I l’investimento nell’attrezzatura propria. Questo appare mera ovvietà. Parte delle uscite verso altri imprenditori è bilanciata dal valore dell’investimento corrente nell’attrezzatura propria, e il resto rappresenta il sacrificio del output venduto oltre la somma pagata ai fattori di produzione. Esprimere altrimenti rivela il vantaggio nell’evitare problemi contabili insolubili e inutili. Non esiste altro modo per analizzare inequivocabilmente i proventi correnti della produzione.
Se l’industria è completamente integrata o l’imprenditore non ha acquistato dall’esterno, con A1=0, il costo d’uso equivale al disinvestimento corrente nell’uso dell’attrezzatura; si evita comunque l’allocazione del costo dei fattori tra beni venduti e attrezzatura trattenuta. L’occupazione in un’impresa, integrata o individuale, dipende da una decisione consolidata unica, riflettendo l’interconnessione tra produzione venduta e totale. Il concetto di costo d’uso definisce meglio il prezzo di offerta di breve periodo per unità di output vendibile. Il prezzo di offerta di breve periodo è la somma del costo marginale dei fattori e del costo marginale d’uso. Nella teoria moderna del valore, si equipara comunemente il prezzo di offerta di breve periodo solo al costo marginale dei fattori. Ciò è legittimo solo se il costo marginale d’uso è zero o se il prezzo di offerta è definito netto di esso, come i “proventi” e “prezzo di offerta aggregata” netti di costo d’uso aggregato. Dedurre il costo d’uso può convenire per l’output totale, ma applicarlo abitualmente a un’industria o impresa singola priva l’analisi di realtà, separando il “prezzo di offerta” dal senso ordinario di “prezzo”. Si assume che “prezzo di offerta” abbia un significato ovvio per l’output vendibile di un’impresa singola, senza discussione.
Il trattamento degli acquisti da altre imprese e del deterioramento dell’attrezzatura propria per l’output marginale implica le perplessità nella definizione del reddito. Anche assumendo che il costo marginale degli acquisti da altre imprese per un’unità aggiuntiva sia dedotto dai proventi per unità per ottenere il prezzo di offerta dell’impresa, resta da considerare il disinvestimento marginale nell’attrezzatura propria per l’output marginale. Anche in un’impresa completamente integrata, è illegittimo assumere costo marginale d’uso zero, ovvero trascurare il disinvestimento marginale nell’attrezzatura dovuto all’output marginale. I concetti di costo d’uso e costo supplementare chiariscono il rapporto tra prezzo di offerta di lungo periodo e di breve periodo. Il costo di lungo periodo include il costo supplementare base oltre il costo primo atteso, mediato sulla vita dell’attrezzatura. Il costo di lungo periodo dell’output è la somma attesa di costo primo e supplementare; per un profitto normale, il prezzo di offerta di lungo periodo eccede tale costo di un importo determinato dal tasso di interesse corrente su prestiti comparabili, come percentuale del costo dell’attrezzatura. Oppure, includendo un tasso “puro” standard, si aggiunge un costo di rischio per variazioni tra rendimento atteso e effettivo. Il prezzo di offerta di lungo periodo è la somma di costo primo, supplementare, di rischio e di interesse.
Il prezzo di offerta di breve periodo equivale al costo marginale primo. L’imprenditore, acquistando o costruendo attrezzatura, si aspetta di coprire costi supplementare, di rischio e di interesse dall’eccesso del valore marginale del costo primo sul suo valore medio; in equilibrio di lungo periodo, l’eccesso del costo marginale primo sul medio primo uguaglia la somma dei costi supplementare, di rischio e di interesse. Il livello di output dove il costo marginale primo eguaglia la somma del costo medio primo e supplementare è cruciale, poiché segna il pareggio del conto commerciale dell’imprenditore. Corrisponde al punto di profitto netto zero; con output minore, si opera in perdita netta. L’entità del costo supplementare da fornire oltre il primo varia per tipo di attrezzatura. Casi estremi: (i) parte della manutenzione avviene necessariamente con l’uso, come oliare la macchina; tale spesa (esclusi acquisti esterni) è inclusa nel costo dei fattori. Se l’intero deprezzamento corrente deve essere compensato così per ragioni fisiche, il costo d’uso (esclusi acquisti) eguaglia e oppone il costo supplementare; in equilibrio di lungo periodo, il costo marginale dei fattori eccede il medio di un importo pari ai costi di rischio e interesse.
- Parte del deterioramento del valore dell’attrezzatura avviene solo con l’uso. Tale costo entra nel costo d’uso, se non compensato durante l’uso. Se la perdita di valore potesse avvenire solo così, il costo supplementare sarebbe zero. Un imprenditore non usa prima l’attrezzatura più vecchia e peggiore solo perché il suo costo d’uso è basso; tale basso costo può essere superato dalla sua inefficienza relativa, ovvero alto costo dei fattori. L’imprenditore preferisce l’attrezzatura dove la somma di costo d’uso e dei fattori è minore per unità di output. Per un dato volume di output, esiste un costo d’uso corrispondente, ma tale costo totale non ha relazione uniforme con il costo marginale d’uso, ovvero l’incremento dovuto a un aumento del tasso di output.
Il costo d’uso collega presente e futuro. Nell decidere la scala di produzione, l’imprenditore sceglie tra consumare l’attrezzatura ora o preservarla per dopo. Il sacrificio atteso di beneficio futuro nell’uso presente determina il costo d’uso, e l’importo marginale di tale sacrificio, con il costo marginale dei fattori e i proventi marginali attesi, determina la scala di produzione. Il costo d’uso di un atto di produzione si calcola come la riduzione del valore dell’attrezzatura dovuto all’uso rispetto al non uso, dopo aver detratto costi di manutenzione e miglioramenti opportuni e acquisti da altri imprenditori. Si ottiene calcolando il valore scontato del rendimento prospettico aggiuntivo ottenibile in data successiva se non usata ora. Questo è almeno uguale al valore presente dell’opportunità di posticipare la sostituzione derivante dal mettere a riposo l’attrezzatura; può essere di più. Se non c’è stock surplus o ridondante, con unità simili prodotte annualmente come aggiunta o sostituzione, il costo marginale d’uso si calcola riferendosi all’accorciamento della vita o efficienza dell’attrezzatura se usata, e al costo di sostituzione corrente.
Se c’è attrezzatura ridondante, il costo d’uso dipende anche dal tasso di interesse e dal costo supplementare corrente (ristimato) fino all’assorbimento previsto della ridondanza tramite usura ecc. Così, costo di interesse e supplementare entrano indirettamente nel calcolo del costo d’uso. Il calcolo è più semplice quando il costo dei fattori è zero, come in stock ridondante di materia prima quale rame, sulle linee del Trattato sul Denaro, vol. ii, cap. Prendendo valori prospettici del rame a date future, governati dal tasso di assorbimento della ridondanza verso il costo normale stimato. Il valore presente o costo d’uso di una tonnellata di rame surplus è il massimo valore ottenibile sottraendo dal valore futuro stimato a una data data il costo di interesse e supplementare corrente su una tonnellata tra quella data e il presente. Analogamente, il costo d’uso di una nave, fabbrica o macchina in offerta ridondante è il suo costo di sostituzione stimato, scontato al tasso percentuale del suo interesse e costi supplementari correnti fino alla data prospettica di assorbimento della ridondanza.
Si assume che l’attrezzatura sarà sostituita identica quando usurata. Se non rinnovata identicamente, il suo costo d’uso si calcola prendendo una proporzione del costo d’uso della nuova attrezzatura che la sostituirà, data dalla sua efficienza comparativa. Dove l’attrezzatura non è obsoleta ma solo ridondante temporaneamente, la differenza tra costo d’uso effettivo e valore normale (senza ridondanza) varia con l’intervallo atteso prima dell’assorbimento della ridondanza. Se il tipo di attrezzatura ha età varie e non “accorpate”, con una proporzione equa che raggiunge la fine vita annualmente, il costo marginale d’uso non declina molto a meno che la ridondanza non sia eccezionalmente eccessiva. In una recessione generale, il costo marginale d’uso dipende da quanto gli imprenditori si aspettano duri la recessione. L’aumento del prezzo di offerta quando gli affari migliorano può derivare in parte da un aumento netto del costo marginale d’uso per revisione delle aspettative.
Si è argomentato, contro l’opinione dei businessman, che schemi organizzati per rottamare impianti ridondanti non alzano i prezzi a meno che non applichino all’intera ridondanza. Ma il concetto di costo d’uso mostra come rottamare (diciamo) metà della ridondanza possa alzare i prezzi immediatamente. Avvicinando la data di assorbimento della ridondanza, questa politica alza il costo marginale d’uso e quindi il prezzo di offerta corrente. I businessman sembrano avere implicitamente in mente il costo d’uso, pur non formulandolo distintamente. Se il costo supplementare è pesante, segue che il costo marginale d’uso è basso con attrezzatura surplus. Con surplus, i costi marginali di fattori e d’uso difficilmente eccedono molto i loro valori medi. Se entrambe le condizioni si verificano, l’esistenza di surplus porta l’imprenditore a operare in perdita netta, forse pesante. Non vi sarà transizione improvvisa a profitto normale al momento dell’assorbimento della ridondanza. Con ridondanza decrescente, il costo d’uso aumenta gradualmente; l’eccesso di costi marginali su medi di fattori e d’uso può anch’esso aumentare gradualmente.
Nei Principi di Economia di Marshall (6ª ed., p. 360), parte del costo d’uso è inclusa nel costo primo come “extra usura e strapperia dell’impianto”. Ma non si dà guida su come calcolarla o sulla sua importanza. Nella Teoria della Disoccupazione (p. 42), Pigou assume esplicitamente che il disinvestimento marginale nell’attrezzatura dovuto all’output marginale possa generalmente trascurarsi: “Le differenze nella quantità di usura subita dall’attrezzatura e nei costi del lavoro non manuale impiegato, associate a differenze nell’output, sono ignorate, essendo in generale di importanza secondaria”. L’idea che il disinvestimento nell’attrezzatura sia zero al margine della produzione permea molta teoria economica recente. Ma il problema emerge chiaramente quando si deve spiegare esattamente il prezzo di offerta di un’impresa individuale. È vero che il costo di manutenzione di impianti inattivi può ridurre la grandezza del costo marginale d’uso, specie in recessione attesa lunga. Tuttavia, un costo d’uso molto basso al margine non caratterizza il breve periodo in sé, ma situazioni e tipi di attrezzatura dove la manutenzione di inattivi è pesante, e disequilibri con obsolescenza rapida o grande ridondanza, specie se accoppiata a una larga proporzione di impianti relativamente nuovi.
Nel caso di materie prime, la necessità di includere il costo d’uso è ovvia; se una tonnellata di rame è consumata oggi, non può usarsi domani, e il valore che avrebbe per domani deve rientrare nel costo marginale. Ma si è trascurato che il rame è un caso estremo di ciò che avviene quando si usa attrezzatura capitale per produrre. L’assunzione di una netta divisione tra materie prime, dove si deve permettere per il disinvestimento da uso, e capitale fisso, dove si può trascurarlo, non corrisponde ai fatti; specie in condizioni normali dove l’attrezzatura va sostituita annualmente e l’uso avvicina la data di sostituzione. I concetti di costo d’uso e supplementare si applicano ugualmente a capitale circolante e liquido come a fisso. La differenza essenziale tra materie prime e capitale fisso non sta nella loro suscettibilità a costi d’uso e supplementari, ma nel fatto che il rendimento del capitale liquido consiste in un termine unico; mentre per il capitale fisso, durevole e consumato gradualmente, il rendimento è una serie di costi d’uso e profitti in periodi successivi.
Nel capitolo 7, il significato di risparmio e investimento è ulteriormente considerato. Nei capitoli precedenti, risparmio e investimento sono definiti necessariamente uguali in quantità, essendo per la comunità aspetti diversi della stessa cosa. Diversi autori contemporanei (incluso l’autore nel Trattato sul Denaro) hanno dato definizioni speciali dove non sono necessariamente uguali. Altri hanno scritto assumendo disuguaglianza senza premettere definizioni. È utile classificare vari usi correnti per relazionare la discussione precedente ad altre. Tutti concordano che il risparmio è l’eccesso di reddito su quanto speso in consumo. Non sarebbe conveniente o non fuorviante intendere diversamente. Non vi è differenza importante su cosa significhi spesa in consumo. Le differenze derivano dalla definizione di investimento o di reddito.
Si prenda prima l’investimento. In uso popolare, significa acquisto di un asset, vecchio o nuovo, da individuo o corporazione. Talvolta limitato a acquisto su borsa. Ma si parla egualmente di investire in una casa, macchina o stock di beni finiti o non finiti; e, ampiamente, nuovo investimento, distinto da reinvestimento, significa acquisto di asset capitale di qualsiasi tipo da reddito. Se si considera la vendita di investimento come disinvestimento negativo, la definizione dell’autore è conforme all’uso popolare; scambi di vecchi investimenti si annullano. Si deve aggiustare per creazione e scarico di debiti (inclusi cambiamenti in quantità di credito o moneta); ma per la comunità, l’aumento o diminuzione della posizione creditrice aggregata eguaglia esattamente quella debitrice, annullando la complicazione per investimento aggregato. Così, assumendo che il reddito nel senso popolare corrisponda al reddito netto dell’autore, l’investimento aggregato popolare coincide con la definizione di investimento netto, ovvero aggiunta netta a ogni tipo di attrezzatura capitale, dopo aver permesso per cambiamenti nel valore della vecchia attrezzatura contati nel reddito netto. L’investimento definito così include l’incremento di attrezzatura capitale, sia fissa, circolante o liquida; differenze significative di definizione (oltre distinzione tra investimento e netto) derivano dall’esclusione di una o più categorie.
Hawtrey, che dà grande importanza a cambiamenti nel capitale liquido, ovvero incrementi (o decrementi) non intenzionali in stock di beni non venduti, suggerisce una definizione di investimento che esclude tali cambiamenti. In tal caso, eccesso di risparmio su investimento equivarrebbe a incremento non intenzionale in stock di beni non venduti, ovvero aumento di capitale liquido. Hawtrey non convince che questo sia il fattore da enfatizzare; pone enfasi su correzioni di cambiamenti imprevisti inizialmente, rispetto a quelli anticipati, rightly o wrongly. Hawtrey vede le decisioni giornaliere degli imprenditori sulla scala di output variate dal giorno precedente riferendosi a cambiamenti nel loro stock di beni non venduti. Certamente, per beni di consumo, questo gioca un ruolo importante nelle decisioni.
0.7 Critica al “forced saving” e identità tra saving e investment
Esame delle origini e delle implicazioni del concetto di “forced saving” in relazione alla distinzione tra saving e investment.
L’autore rivede le sue precedenti affermazioni nel Trattato sul denaro, dove aveva suggerito un’affinità tra “forced saving” e la differenza tra investment e saving nel senso lì inteso, ma ora non è più confidente di tale somiglianza, come espresso in “In my Treatise on Money… I gave some references to earlier uses of this phrase and suggested that they bore some affinity” (“Nel mio Trattato sul denaro… ho fornito alcuni riferimenti a usi precedenti di questa frase e ho suggerito che avessero una certa affinità”). Ritiene che frasi analoghe usate da Hayek o Robbins non abbiano relazione definita con tale differenza, poiché il “forced saving” deriva direttamente da cambiamenti nella quantità di moneta o credito bancario. Cambiamenti nel volume di output e impiego causano variazioni nel reddito misurato in unità di salario, e alterazioni nell’unità salariale provocano ridistribuzioni di reddito e cambiamenti nell’aggregato monetario, con possibili effetti sul saving. Tuttavia, tali cambiamenti non sono “forced saving” più di altri dovuti a circostanze variate, a meno di specificare un norm o standard di saving. L’autore conclude che il “forced saving” manca di significato senza uno standard, proponendo come ragionevole il tasso di saving corrispondente a uno stato di piena occupazione in equilibrio di lungo periodo, definendolo come “l’eccesso di saving attuale su ciò che sarebbe risparmiato se vi fosse piena occupazione in una posizione di equilibrio di lungo periodo”.
Questa definizione rende il “forced saving” un fenomeno raro e instabile, con un’eccesso forzato raro e una deficienza usuale, allineandosi all’originale significato benthamita in condizioni di piena occupazione, dove un aumento di moneta implica frugalità forzata “al costo del comfort nazionale e della giustizia nazionale”. Estendere il concetto a condizioni di impiego inferiore presenta difficoltà, poiché incrementi di impiego comportano sacrifici di reddito reale per i già impiegati a causa di rendimenti decrescenti, ma collegarlo all’investment non è fruttuoso. Gli scrittori moderni non estendono l’idea a crescite occupazionali e trascurano qualificazioni per impiego non pieno. L’illusione che saving e investment possano differire deriva da una visione unilaterale del rapporto tra depositante e banca, ignorando che saving implica acquisizione di un asset e che non si può acquisire senza produzione nuova o dis-saving altrui, portando all’identità necessaria tra saving aggregato e nuovo investment. La creazione di credito non permette investment senza saving genuino, poiché incrementi di credito aumentano redditi a un tasso che eccede l’investment, con scelta libera del pubblico su saving e spesa, e i saving risultanti sono altrettanto genuini.
In condizioni di piena occupazione vi è aumento di reddito reale, ma tendenze come aumento di output, apprezzamento del prodotto marginale in unità salariali e crescita dell’unità salariale in moneta caratterizzano stati di output crescente indipendentemente dal credito. La vista antiquata che saving implica sempre investment è formalmente più solida della moderna che ammette saving senza investment o investment senza saving genuino, sebbene errata nell’inferire che saving individuale aumenti investment aggregato di pari importo, poiché può reagire su saving altrui. La riconciliazione dell’identità con la libera scelta individuale dipende dal saving essere bilaterale, come la spesa: tentativi di saving simultaneo riducendo consumo influenzano redditi, rendendo impossibile saving comunitario eccedente investment, che invece adegua redditi al livello desiderato. Questo è analogo alla libertà individuale di detenere moneta, armonizzata con l’aggregato creato dalla banca attraverso aggiustamenti di redditi e prezzi, principio fondamentale della teoria monetaria derivante dall’assenza di compratore senza venditore. La differenza vitale tra comportamento aggregato e individuale risiede nel non trascurare che domanda aggregata è bilaterale, a differenza della domanda individuale che non influenza il proprio reddito. Il testo anticipa discussioni future e transita al tema principale del volume di impiego, determinato dall’intersezione tra funzioni di offerta e domanda aggregata, con la funzione di offerta principalmente familiare.
0.8 La Propensione al Consumo (8)
Esame dei fattori che determinano la spesa per consumi a un dato livello di occupazione.
Sommario
Il testo introduce la distinzione tra i fattori che influenzano la spesa per consumi e quelli per gli investimenti, focalizzandosi sui primi. Si considera la funzione che lega il consumo (C) al livello di occupazione (N), preferendo però lavorare con il consumo in unità di salario (Cw) rispetto al reddito in unità di salario (Yw) corrispondente a N, nonostante Yw non sia sempre univocamente determinato da N a causa di possibili variazioni nella distribuzione dell’occupazione. Si approssima Yw come univocamente determinato da N e si definisce la propensione al consumo come la relazione funzionale tra Yw e Cw, espressa come Cw = χ(Yw) o C = W χ(Yw). La spesa per consumi dipende dal reddito, dalle circostanze oggettive e dalle propensioni psicologiche e abitudini dei individui, inclusa la distribuzione del reddito.
I motivi di spesa interagiscono, ma si distinguono fattori soggettivi e oggettivi. I fattori soggettivi, come le caratteristiche psicologiche della natura umana e le istituzioni sociali, sono considerati stabili nel breve periodo, salvo circostanze anormali, e si assumono costanti per analizzare solo i cambiamenti nei fattori oggettivi. I principali fattori oggettivi includono: (1) variazioni nell’unità di salario, poiché il consumo dipende più dal reddito reale che da quello monetario, e si assume che, in uno stato dato di tecnica e distribuzione, il reddito reale vari con il comando su unità di lavoro, anche se con rendimenti decrescenti; un cambiamento nell’unità di salario altera il consumo proporzionalmente, con possibili reazioni sulla distribuzione tra imprenditori e rentier. Si è già tenuto conto di ciò definendo la propensione in termini di unità di salario.
Un altro fattore è (2) la differenza tra reddito e reddito netto, poiché il consumo si basa sul netto, che l’individuo considera primariamente per decidere la scala di consumo. In situazioni date, esiste una relazione stabile tra i due, ma cambiamenti nel reddito non riflessi nel netto non influenzano il consumo, e viceversa; tuttavia, questo fattore ha scarsa importanza pratica, salvo eccezioni, e verrà discusso più avanti. Si trascurano qui variazioni minori dovute alla natura specifica dell’occupazione, che potrebbero richiedere aggiustamenti in circostanze concepibili. Nel complesso, la propensione al consumo si lega principalmente a cambiamenti nel reddito netto reale in unità di salario, con interazioni tra fattori che rischiano false divisioni se classificati rigidamente.
0.9 L’impatto della prudenza finanziaria sull’investimento e sul consumo 9
La prudenza finanziaria e i fondi di ammortamento come ostacoli alla ripresa economica.
Sommario
L’effetto aggravante della “prudenza finanziaria” accelera l’ammortamento oltre l’usura effettiva, portando a risultati cumulativi seri. Negli Stati Uniti nel 1929, l’espansione rapida del capitale ha creato fondi di ammortamento su scala enorme per impianti non bisognosi di sostituzione, richiedendo nuovi investimenti solo per assorbire tali provvigioni, rendendo quasi impossibile trovare ulteriori investimenti per il risparmio di una comunità ricca in piena occupazione. Questo fattore da solo ha probabilmente causato una crisi. Inoltre, la continuazione di tale prudenza durante la crisi da parte delle grandi corporation ha ostacolato la ripresa precoce. Nel Regno Unito nel 1935, la costruzione post-bellica ha generato fondi di ammortamento eccedenti i bisogni di riparazioni, accentuati dalle regole di finanza “sana” per autorità locali, rendendo difficile ripristinare la piena occupazione anche se i privati spendessero tutti i redditi netti, di fronte a provvigioni statutarie scollegate da nuovi investimenti. I fondi di ammortamento delle autorità locali superano metà della spesa per nuovi sviluppi.
Non è certo che il Ministero della Salute, insistendo su fondi di ammortamento rigidi, aggravi la disoccupazione. Nei prestiti delle società edilizie per case private, il desiderio di liberarsi dal debito più rapidamente della deteriorazione stimola il risparmio, riducendo la propensione al consumo direttamente. I rimborsi dei mutui sono saliti da 24 milioni di sterline nel 1925 a 68 milioni nel 1933, contro nuovi prestiti di 103 milioni, e oggi probabilmente più alti. Le statistiche di output mostrano l’investimento lordo, non netto, come emerge in National Income, 1924-1931 di Colin Clark, che evidenzia la proporzione elevata di ammortamento sull’investimento. Ad esempio, nel Regno Unito dal 1928 al 1931, l’investimento lordo varia da 791 a 482 milioni, con ammortamento intorno a 433-439 milioni, lasciando investimento netto da 358 a 43 milioni. Simon Kuznets arriva a conclusioni simili per la formazione lorda di capitale negli USA dal 1919 al
Il fatto fisico corrispondente alle statistiche è l’investimento lordo, non netto. Kuznets nota le difficoltà nel passare dal lordo al netto, dovute alla mancanza di dati e all’ambiguità del concetto di consumo annuale di beni durevoli: “The difficulty of passing from gross to net capital formation, that is, the difficulty of correcting for the consumption of existing durable commodities, is not only in the lack of data. The very concept of annual consumption of commodities that last over a number of years suffers from ambiguity”, ovvero “La difficoltà di passare dalla formazione lorda a quella netta di capitale, cioè di correggere per il consumo di beni durevoli esistenti, non è solo nella mancanza di dati. Lo stesso concetto di consumo annuale di merci che durano per un numero di anni soffre di ambiguità”. Si basa sull’assunzione che gli ammortamenti contabili riflettano il consumo di beni durevoli usati dalle imprese, senza deduzioni per case e beni privati.
I risultati di Kuznets per gli USA mostrano formazione lorda stabile dal 1925 al 1929, da 706 a 491 milioni di dollari, con deduzioni per manutenzione e ammortamento da 685 a 010 milioni, lasciando netto da 021 a 481 milioni. Dal 1930 al 1933, la lordo crolla a 879 milioni nel 1933, con netto a 675 milioni. La formazione netta è stata stabile con solo un 10% di aumento nella fase ascendente, le deduzioni rimangono alte anche nel minimo della crisi, ma il metodo sottostima l’aumento di ammortamento a meno dell’1,5% annuo sul nuovo capitale netto. Sopra tutto, il netto crolla del 95% nel 1932 rispetto al 1925-1929.
Questa è in parte una digressione, ma importante per enfatizzare la deduzione dall’ammortamento dal reddito di una società con grande stock di capitale, per arrivare al netto disponibile per consumo. Sovrastimare questo può sottostimare il freno alla propensione al consumo anche quando il pubblico consuma gran parte del netto. Il consumo è l’unico fine dell’attività economica. Le opportunità di impiego sono limitate dalla domanda aggregata, derivata da consumo presente o provvigioni per futuro. Il consumo anticipabile non può essere posticipato indefinitamente. La provvigione per futuro consumo avviene solo tramite output fisico corrente, non expedienti finanziari. Quando l’organizzazione separa provvigione finanziaria da quella fisica, la prudenza finanziaria riduce la domanda aggregata, danneggiando il benessere, come molti esempi attestano.
Più grande è il consumo anticipato, più difficile trovare altro da anticipare, aumentando la dipendenza dal consumo presente. Eppure, redditi più alti amplificano il margine tra reddito e consumo. Senza nuovi expedienti, la risposta al enigma è disoccupazione sufficiente a mantenere la povertà tale che il consumo deficit i redditi quanto la provvigione fisica per futuro consumo produttiva oggi. Il consumo è soddisfatto da oggetti prodotti attualmente e da disinvestimento. Nella misura in cui da disinvestimento, contrae la domanda corrente, poiché parte della spesa corrente non rientra come reddito netto. Al contrario, produrre oggetti per consumo successivo espande la domanda corrente.
0.10 Il Moltiplicatore dell’Investimento 10
Analisi degli effetti dell’incremento netto di investimento sul reddito e sull’occupazione, con considerazioni su inflazione, offset e dinamiche temporali.
0.10.1 Il concetto di moltiplicatore e i suoi limiti
Quando la piena occupazione è raggiunta, un ulteriore aumento dell’investimento provoca inflazione senza limiti, come indicato: «Quando si raggiunge la piena occupazione, qualsiasi tentativo di aumentare ulteriormente l’investimento stabilirà una tendenza nei prezzi monetari a salire senza limite, indipendentemente dalla propensione marginale al consumo; cioè, avremo raggiunto uno stato di vera inflazione». Fino a quel punto, i prezzi crescenti accompagnano un reddito reale aggregato in aumento. L’analisi si concentra su incrementi netti di investimento, assumendo assenza di offset in altre direzioni e stabilità della propensione al consumo comunitaria. Si considerano fattori reali come reazioni avverse sull’investimento privato, inclusi aumenti del tasso di interesse dovuti al finanziamento e al fabbisogno di liquidità, che riducono l’efficienza marginale del capitale: «il metodo di finanziamento della politica e l’aumentata liquidità richiesta dall’occupazione e dall’aumento dei prezzi possono avere l’effetto di aumentare il tasso di interesse e quindi ritardare l’investimento in altre direzioni». La psicologia della fiducia può elevare la preferenza per la liquidità o diminuire l’efficienza marginale del capitale, retardando ulteriori investimenti.
In un sistema aperto, parte del moltiplicatore beneficia l’occupazione estera attraverso il commercio, riducendo l’effetto domestico: «in un sistema aperto con relazioni commerciali estere, una parte del moltiplicatore dell’investimento aumentato accruerà a beneficio dell’occupazione nei paesi stranieri, poiché una proporzione del consumo aumentato diminuirà il saldo estero favorevole del nostro paese». Riprese favorevoli dall’estero possono recuperare parte della perdita. Per cambiamenti sostanziali, la propensione marginale al consumo varia progressivamente, tendendo a diminuire con l’aumento dell’occupazione: «la propensione marginale al consumo non è costante per tutti i livelli di occupazione, e è probabile che ci sia, di regola, una tendenza a diminuire man mano che l’occupazione aumenta». Fattori aggiuntivi accentuano questa tendenza, come i rendimenti decrescenti che aumentano la quota di reddito agli imprenditori con minore propensione al consumo, e la riduzione del risparmio negativo associato alla disoccupazione: «la disoccupazione è probabile che sia associata a un risparmio negativo in certi quartieri, perché i disoccupati possono vivere sui risparmi propri e degli amici o sul soccorso pubblico finanziato in parte da prestiti». Il moltiplicatore è maggiore per piccoli incrementi che per grandi, richiedendo valori medi sulla propensione marginale nel range considerato. Stime quantitative ipotetiche indicano che in un sistema chiuso il moltiplicatore netto supera 5, mentre in economie aperte con commercio estero al 20% e sussidi finanziati da prestiti può scendere a 2-3: «in un paese dove il commercio estero rappresenta, diciamo, il 20% del consumo e dove i disoccupati ricevono prestiti o equivalenti fino al 50% del loro consumo normale, il moltiplicatore può cadere fino a 2 o 3 volte l’occupazione fornita da un nuovo investimento specifico». Fluttuazioni dell’investimento generano oscillazioni maggiori nell’occupazione, spiegando l’ampiezza del ciclo economico.
0.10.2 Dinamiche temporali e implicazioni per diverse economie
L’espansione non prevista nelle industrie dei beni capitali produce effetti graduali sull’occupazione, con ritardi temporali distinti dalla teoria logica del moltiplicatore, che opera continuamente: «un’espansione non prevista nelle industrie dei beni capitali non ha un effetto istantaneo di uguale importo sull’aggregato degli investimenti, ma causa un aumento graduale di quest’ultimo». Inizialmente, senza aumento dell’output dei beni di consumo, i prezzi salgono, riducendo temporaneamente la propensione marginale al consumo attraverso rinvii, ridistribuzione del reddito e deplezione delle scorte: «gli sforzi dei nuovi impiegati nelle industrie dei beni capitali a consumare una proporzione dei loro redditi aumentati alzeranno i prezzi dei beni di consumo fino a quando un equilibrio temporaneo tra domanda e offerta sarà raggiunto in parte dai prezzi alti che causano un rinvio del consumo». Successivamente, l’adattamento delle industrie di consumo rialza la propensione marginale sopra il normale, compensando il calo iniziale, mentre il ripristino delle scorte aumenta temporaneamente l’investimento aggregato. Questo ritardo è rilevante per l’analisi del ciclo commerciale, ma non invalida il moltiplicatore come indicatore del beneficio totale dall’espansione dei beni capitali. Salvo capacità quasi saturate nelle industrie di consumo, l’occupazione si allinea rapidamente con il moltiplicatore normale.
Una maggiore propensione marginale al consumo amplifica le fluttuazioni dell’occupazione da cambiamenti nell’investimento, suggerendo paradossalmente maggiore instabilità in comunità povere con basso risparmio: «una comunità povera in cui il risparmio è una proporzione molto piccola del reddito sarà più soggetta a fluttuazioni violente di una comunità ricca dove il risparmio è una proporzione maggiore del reddito e il moltiplicatore conseguentemente più piccolo». Tuttavia, distingue tra propensione marginale e media: effetti proporzionali maggiori in povere sono compensati da effetti assoluti minori se la propensione media è alta. Un esempio numerico illustra: con occupazione da 5 a 10 milioni, un calo del 67% dell’investimento riduce l’occupazione del 2% a bassi livelli (moltiplicatore 50, investimento 06%) ma del 19% a alti livelli (moltiplicatore 5, investimento 9%): «quando 200.000 uomini sono impiegati il moltiplicatore è molto grande, cioè 50, ma l’investimento è solo una proporzione irrisoria del reddito corrente, cioè 06%; con il risultato che se l’investimento cala di due terzi, l’occupazione declinerà solo a 100.000, cioè di circa il 2%». La povertà da sottoccupazione o inefficienza tecnica amplifica questo nei ricchi. Lavori pubblici hanno effetti maggiori in fasi di severa disoccupazione: da 2 a 4 milioni con 000 aggiuntivi, ma solo da 9 a 2 milioni vicino alla piena occupazione: «lavori pubblici anche di utilità dubbia possono ripagarsi più e più volte in tempi di severa disoccupazione, solo dal costo diminuito della spesa per sussidi». La propensione marginale decrescente rende progressivamente più difficile aumentare l’occupazione via investimento. Statistiche USA di Kuznets suggeriscono un moltiplicatore stabile intorno a 5, con propensione marginale al 60-70%, plausibile in boom ma bassa in crisi, forse per conservatorismo finanziario che previene aumenti della propensione: «è possibile che l’estremo conservatorismo finanziario delle finanze corporate negli Stati Uniti, anche durante la crisi, possa spiegarlo». Declini estremi dell’investimento oltre il 75% nel 1932 potrebbero essere sovrastimati, alterando le stime.
0.11 Rischi e aspettative nell’investimento 11
Esame dei rischi distinti per mutuatario e prestatore nella determinazione dell’efficienza marginale del capitale.
Sommario Il testo distingue due tipi di rischio nell’investimento. Il primo è [un vero costo sociale], riducibile mediante averaging e maggiore accuratezza nella preveggenza. Il secondo rappresenta [una pura aggiunta al costo dell’investimento] che non esisterebbe se mutuatario e prestatore coincidessero. Tale rischio duplica in parte quello dell’imprenditore, aggiunto due volte al tasso puro di interesse per determinare il rendimento minimo prospettico. Se un’impresa è rischiosa, il mutuatario richiede un margine più ampio tra rendimento atteso e tasso di interesse, mentre il prestatore esige un margine maggiore tra ciò che addebita e il tasso puro, salvo casi di forte sicurezza offerta dal mutuatario. La speranza di un esito favorevole bilancia il rischio per il mutuatario, ma non consola il prestatore. Questa duplicazione, non enfatizzata finora, può essere importante in certe circostanze. Durante un boom, la stima popolare di entrambi i rischi – [del mutuatario e del prestatore] – tende a diventare insolitamente e imprudentemente bassa.
L’orario dell’efficienza marginale del capitale è fondamentale poiché attraverso esso [l’aspettativa del futuro influenza il presente] più del tasso di interesse. Errore è considerare l’efficienza marginale principalmente in termini di rendimento corrente dell’attrezzatura, valido solo nello stato statico senza cambiamenti futuri. Ciò spezza il legame teorico tra oggi e domani. Anche il tasso di interesse è un fenomeno corrente; ridurre l’efficienza marginale allo stesso livello esclude l’influenza diretta del futuro nell’analisi dell’equilibrio esistente. Le assunzioni dello stato statico introducono unrealtà nella teoria economica attuale. L’introduzione di user cost e efficienza marginale del capitale riporta alla realtà minimizzando adattamenti necessari. L’esistenza di attrezzature durevoli lega il futuro economico al presente, rendendo congruo che [l’aspettativa del futuro] influenzi il presente attraverso il prezzo di domanda per attrezzature durevoli.
Il capitolo 12 esamina lo stato delle aspettative a lungo termine. La scala dell’investimento dipende dalla relazione tra tasso di interesse e orario dell’efficienza marginale del capitale, quest’ultima dal prezzo di offerta di un asset capitale e il suo rendimento prospettico. Si considerano fattori che determinano tale rendimento prospettico, basati su fatti esistenti noti con certezza e eventi futuri prevedibili con vari gradi di confidenza. Tra i primi: stock esistente di asset capitale e forza della domanda dei consumatori per beni richiedenti assistenza capitale maggiore. Tra i secondi: cambiamenti futuri nello stock di asset, gusti dei consumatori, forza della domanda effettiva durante la vita dell’investimento e variazioni dell’unità di salario in termini monetari. Lo stato psicologico che copre questi ultimi è [lo stato delle aspettative a lungo termine], distinto dalle aspettative a breve termine esaminate nel capitolo
Nella formazione delle aspettative, è sciocco dare grande peso a ciò che è molto incerto. È ragionevole guidarsi in misura considerevole da fatti su cui ci sentiamo confidenti, anche se meno decisivi di altri vaghi. Perciò, i fatti della situazione esistente entrano sproporzionatamente nella formazione delle aspettative a lungo termine; la pratica usuale è proiettare la situazione esistente nel futuro, modificata solo per ragioni di cambiamento atteso. Lo stato delle aspettative a lungo termine, su cui si basano le decisioni, non dipende solo dalla previsione più probabile. Dipende anche dalla confidenza in tale previsione, [da quanto altamente valutiamo la probabilità che la nostra migliore previsione si riveli completamente sbagliata].
0.12 La Preferenza per la Liquidità 12
Esplorazione delle ragioni per detenere denaro come riserva di valore in presenza di incertezza sui tassi di interesse.
Sommario Il testo esamina il valore della liquidità rispetto agli investimenti a interesse, notando che “è ovvio che fino a un certo punto vale la pena sacrificare una certa quantità di interesse per la convenienza della liquidità”. Emerge una condizione essenziale: “l’esistenza di incertezza riguardo al futuro del tasso di interesse”, senza la quale non esisterebbe preferenza per la liquidità come mezzo di detenzione della ricchezza. Se i tassi futuri fossero prevedibili con certezza, “sarebbe sempre più vantaggioso acquistare un debito che detenere contanti come riserva di ricchezza”, poiché i tassi attuali per diverse scadenze permetterebbero di inferire quelli futuri senza rischi.
L’incertezza introduce rischi e opportunità: “se è necessario contante liquido prima della scadenza di n anni, esiste il rischio di una perdita nell’acquisto di un debito a lungo termine e nella sua successiva conversione in contante, rispetto alla detenzione di contanti”. Inoltre, in un mercato organizzato, divergenze di opinione sui tassi futuri spingono a mantenere liquidità per “trarre profitto, se si ha ragione, dal fatto che i valori dei debiti erano in una relazione errata”. Si distinguono tre divisioni della preferenza per la liquidità: (i) il motivo delle transazioni, per “il bisogno di contante per le correnti transazioni di scambi personali e aziendali”; (ii) il motivo precauzionale, per “il desiderio di sicurezza riguardo al equivalente in contante futuro di una certa proporzione delle risorse totali”; (iii) il motivo speculativo, per “l’oggetto di assicurare profitto da una conoscenza migliore del mercato su ciò che il futuro porterà”.
Un mercato organizzato per i debiti crea un dilemma: assente, aumenterebbe la preferenza per liquidità precauzionale; presente, amplifica fluttuazioni speculative, con prezzi fissati dove “le vendite dei ‘ribassisti’ e gli acquisti dei ‘rialzisti’ si equilibrano”. La curva della preferenza per la liquidità mostra il tasso di interesse che cala con l’aumento della quantità di moneta, grazie a vari fattori: un calo del tasso assorbe più denaro per transazioni, poiché “se la caduta del tasso di interesse aumenta il reddito nazionale, l’ammontare di denaro conveniente da tenere per transazioni aumenterà più o meno proporzionalmente all’aumento del reddito”. Analogamente, divergenze di opinione rafforzano la detenzione di contanti da parte di chi prevede tassi più alti del mercato.
Tuttavia, aumenti massicci di moneta possono avere effetti limitati se generano incertezza che rafforza la preferenza precauzionale o uniformità di opinioni che provoca “un movimento di massa verso il contante”. La stabilità del sistema dipende da “l’esistenza di una varietà di opinioni su ciò che è incerto”, rendendo il controllo tramite quantità di moneta più precario dove le opinioni convergono, come negli Stati Uniti rispetto all’Inghilterra. Infine, l’introduzione del denaro nel nesso causale rivela che un aumento della quantità di moneta riduce il tasso di interesse solo se la preferenza per la liquidità non cresce di più; tale calo stimola investimenti se l’efficienza marginale del capitale non cala più rapidamente, e questi aumentano l’occupazione se la propensione al consumo non diminuisce, con effetti su prezzi e liquidità che richiedono più moneta per mantenere i tassi.
0.13 Critica alla teoria classica del tasso di interesse (13)
Esame delle fallacie nella determinazione del tasso di interesse e delle sue relazioni con risparmio e investimento.
Sommario
La teoria classica del tasso di interesse presume che il reddito sia costante, permettendo spostamenti indipendenti della curva di domanda di capitale e della curva di risparmio da un reddito dato; tuttavia, tale assunto porta a inconsistenze, poiché “l’assunzione che il reddito sia costante è incompatibile con l’assunzione che queste due curve possano spostarsi indipendentemente l’una dall’altra” (da 1545). Se una curva si sposta, il reddito muta in generale, invalidando l’intero schema; solo un’ipotesi complicata sul salario-unitario potrebbe salvare la posizione, ma gli autori classici non la menzionano, e vale solo per l’equilibrio di lungo periodo. In verità, la teoria classica ignora la rilevanza dei cambiamenti nel livello del reddito e la possibilità che tale livello dipenda dal tasso di investimento.
Il diagramma illustra il problema: la quantità di investimento si misura verticalmente, il tasso di interesse orizzontalmente; X1X1’ e X2X2’ sono posizioni della curva di domanda di investimento, mentre Y1, Y2 ecc. sono curve di risparmio per diversi livelli di reddito. Se la curva di investimento si sposta da X1X1’ a X2X2’, il reddito si adegua, ma senza dati su liquidità-preferenza e quantità di denaro, il nuovo tasso resta indeterminabile; introducendoli, si determina la curva Y appropriata, come Y2 che interseca X2X2’ sopra r2. Così, le curve X e Y non determinano il tasso di interesse, ma indicano il reddito dato il tasso, o il tasso necessario per mantenere un dato reddito, ad esempio a piena occupazione.
L’errore origina dal vedere l’interesse come premio per l’attesa in sé, non per il non-accaparramento; non vi è linea netta tra tasso “puro” e altri, tutti premi per l’incertezza. Solo se il denaro serve solo per transazioni, non come riserva di valore, una teoria diversa sarebbe opportuna. Due punti familiari avvertono del problema: da Cassel, non è certo che il risparmio da un reddito dato aumenti con il tasso di interesse, mentre la domanda di investimento cala; se entrambe le curve Y e X declinano con il tasso crescente, non garantiscono intersezione, suggerendo che sole non determinano il tasso.
Inoltre, si suppone che un aumento della quantità di denaro riduca il tasso, almeno inizialmente, senza spiegare perché influenzi curve di investimento o risparmio. La scuola classica ha teorie diverse nei volumi su valore e denaro, senza tentare un ponte; i neoclassici complicano con “risparmio forzato” da aumento monetario, postulando un tasso “naturale” che equipara investimento a risparmio classico, e suggerendo che moneta costante eviti complicazioni. Ma qui si è in acque profonde: l’analisi tradizionale fallisce isolando male le variabili indipendenti; risparmio e investimento sono determinati, non determinanti del sistema.
0.14 Fattori di Influenza sui Motivi per Tenere Cash e Analisi del Motivo Speculativo 14
Esame dei costi e dell’affidabilità nell’ottenere liquidità e del ruolo centrale del motivo speculativo nella gestione monetaria.
0.14.1 Il Sommario
La forza dei motivi per tenere cash, inclusi quelli transazionali, precauzionali e speculativi, dipende dalla facilità di ottenere liquidità tramite prestiti temporanei come scoperti di conto, riducendo la necessità di detenere cash inattivo. “Non c’è necessità di tenere cash inattivo per superare gli intervalli se può essere ottenuto senza difficoltà nel momento in cui è realmente richiesto”. Il costo relativo di detenere cash incide ulteriormente: se implica rinunciare a investimenti redditizi, indebolisce il motivo; al contrario, interessi sui depositi o evitamento di commissioni bancarie lo rafforzano, sebbene tali fattori siano minori salvo variazioni significative.
Il motivo speculativo richiede un’analisi dettagliata per la sua scarsa comprensione e importanza nel trasmettere effetti delle variazioni quantitative di moneta sull’economia. “È giocando sul motivo speculativo che la gestione monetaria (o, in assenza di gestione, i cambiamenti casuali nella quantità di moneta) agisce sul sistema economico”. La domanda di moneta per motivi transazionali e precauzionali deriva principalmente dall’attività economica e dal livello dei redditi, mentre quella speculativa risponde continuamente ai cambiamenti nei tassi di interesse, come indicato dalle curve continue che legano domanda e prezzi di titoli.
Le operazioni di mercato aperto influenzano i tassi di interesse modificando l’offerta di moneta speculativa o alterando le aspettative sulla liquidità, con effetti più marcati sui tassi a lungo termine rispetto a quelli brevi. “Le operazioni di mercato aperto sarebbero impraticabili se non fosse così”. Cambiamenti nelle aspettative causano discontinuità nei tassi, ma in casi ideali di uniformità tra individui non vi sono transazioni di mercato, solo aggiustamenti immediati; diversamente, emergono riallocazioni di cash-holdings, sebbene il mutamento del tasso di interesse rimanga il fenomeno essenziale. “Il movimento dei prezzi dei titoli è, come i giornali sono soliti dire, ‘fuori da ogni proporzione rispetto all’attività di compravendita’”.
La distinzione tra cash per motivi transazionali-precauzionali (M1, funzione L1(Y) dipendente dal reddito Y) e speculativo (M2, funzione L2(r) dipendente dal tasso r) permette di analizzare separatamente le relazioni: cambiamenti in M dipendono da Y e r, mentre le forme di L1 e L2 richiedono ulteriore indagine. “M = M1 + M2 = L1(Y) + L2(r)”.
0.15 La Teoria della Scarsità e l’Efficienza Marginale del Capitale 15
Esame delle condizioni di equilibrio produttivo in presenza di tassi di interesse positivi, nulli o negativi.
Sommario
La teoria economica qui delineata enfatizza la necessità di una prospettiva reversibile per spiegare l’efficienza marginale del capitale, capace di accomodare tassi di interesse positivi o negativi. Si sostiene che “una teoria corretta, quindi, deve essere reversibile in modo da coprire i casi dell’efficienza marginale del capitale corrispondente sia a un tasso di interesse positivo che negativo” e che solo la teoria della scarsità lo consenta. Vari servizi e processi sono costosi per ragioni di scarsità relativa al lavoro impiegato, come odori sgradevoli o rischi, che richiedono premi più alti senza implicare teorie di produttività distinte. In equilibrio, i processi meno gradevoli, caratterizzati da odore, rischio o ritardo temporale, devono rimanere scarsi per comandare prezzi superiori, ma se il ritardo diventa piacevole, i processi brevi assumono scarsità.
Si selezionano i processi più efficienti entro l’ottimale di roundaboutness, organizzati per soddisfare la domanda dei consumatori alle date previste, priorizzando l’efficienza compatibile con la consegna tempestiva. Non serve produrre per date diverse, salvo che un pasto più abbondante induca a posticipare o anticipare il consumo, come nel caso di un cuoco che prepara il miglior dinner per le otto, ignorando preferenze astratte sul tempo. In fasi sociali diverse, si potrebbero ottenere cene migliori cenando prima o dopo, richiedendo una teoria applicabile a entrambe le evenienze. Con tasso di interesse zero, esiste un intervallo ottimale tra input e consumo che minimizza i costi del lavoro, con processi troppo brevi o lunghi meno efficienti per ragioni tecniche o di stoccaggio.
Se il tasso supera lo zero, introduce costi aggiuntivi che accorciano l’intervallo ottimale, riducendo l’input corrente finché il prezzo prospectivo non copra interessi e inefficienze ridotte; al contrario, con tasso negativo, l’input ritarda per efficienza tecnica o variazioni di prezzo, competendo con alternative future. Per la maggior parte degli articoli, avviare input troppo in anticipo è inefficiente, limitando la proporzione di domanda futura coperta oggi, che si contrae ulteriormente con tassi positivi. Il capitale deve mantenersi scarso nel lungo periodo per eguagliare l’efficienza marginale al tasso di interesse, determinato da fattori psicologici e istituzionali.
In una società ben dotata di capitale, con efficienza marginale zero o negativa e moneta che preserva valore senza costi di custodia, ma impossibilitata a tassi negativi, il pieno impiego porta a perdite imprenditoriali, richiedendo contrazione del capitale e occupazione fino a zero risparmio aggregato. L’equilibrio laissez-faire implica basso impiego e vita misera per azzerare i risparmi, con possibili cicli intorno a tale posizione dovuti a incertezze future che generano boom e slump. Con preveggenza corretta, lo stock di equilibrio a efficienza zero corrisponde a disoccupazione che garantisce zero risparmio, mentre l’alternativa è un capitale saturo che soddisfa il desiderio pubblico di provvista futura senza bonus di interesse, anche a pieno impiego.
0.16 I tassi di interesse propri e la peculiarità del denaro 16
L’analogia tra tassi di interesse monetari e quelli delle merci nel determinare l’efficienza marginale del capitale.
0.16.1 Il concetto di tasso di interesse proprio per merci e denaro
Il testo introduce il tasso di interesse proprio per ogni tipo di bene capitale, analogo al tasso monetario. Spiega che “il tasso di interesse monetario… è nient’altro che l’eccesso percentuale di una somma di denaro contrattata per consegna a termine… sul prezzo ‘spot’ o contante”. Per il grano, se 105 quarti a termine equivalgono a 100 quarti spot, il tasso è del 5%; se 95, è del -5%. Estende questo a ogni merce durevole: “un tasso di interesse in termini di sé stesso; un tasso di interesse sul grano, sul rame, sulle case, persino sulle acciaierie”. Il rapporto tra contratti spot e future incorpora sia il tasso della merce che quello monetario; ad esempio, con prezzo spot £100, future £107 e tasso monetario 5%, il tasso sul grano risulta -2%, poiché “100 quarti di grano per consegna spot compreranno 98 quarti per consegna a termine”.
Diversi tassi per merci diverse derivano da differenze nei contratti future. Il tasso maggiore tra quelli propri regola la produzione, spesso quello monetario, perché “certe forze, che operano per ridurre i tassi propri di interesse di altri beni, non operano nel caso del denaro”. Anche i tassi in valute estere differiscono. Ogni standard merce misura l’efficienza marginale del capitale; per il grano, “il tasso di sconto che rende il valore presente di questa serie di annualità in grano uguale al prezzo di offerta presente dell’attivo in termini di grano”. Se un bene apprezza, altera i tassi: se il grano apprezza dell’a%, un’efficienza x% in denaro diventa x - a% in grano. L’ordine dei tassi resta invariato indipendentemente dallo standard.
Non esiste un tasso unico; il denaro non è privilegiato. Il volume di output e occupazione lega più al tasso monetario che ad altri, come sul grano o sulle case.
0.16.2 Attributi dei beni e tassi propri in equilibrio
I tassi propri dipendono da resa q, costo di mantenimento c e premio di liquidità l, tutti in termini del bene: “q - c + l è il tasso proprio di interesse di qualsiasi merce”. Per case, q supera c, l trascurabile; per grano in stock, c prevale senza q, l bassa; per denaro, q e c nulli, l sostanziale. “È una differenza essenziale tra il denaro e tutti (o la maggior parte) degli altri beni che, nel caso del denaro, il suo premio di liquidità supera di molto il suo costo di mantenimento, mentre per gli altri beni il costo di mantenimento supera di molto il premio di liquidità”. In equilibrio, considerando apprezzamenti attesi a, i rendimenti aggiustati a1 + q1, a2 - c2, l3 si equalizzano in termini monetari.
La produzione avviene per beni con efficienza marginale superiore al tasso proprio; man mano che lo stock cresce, l’efficienza cala fino a fermare la produzione, salvo calo del tasso. Il tasso che declina più lentamente, spesso quello del denaro, limita l’output: “è quel tasso proprio che declina più lentamente con l’aumento dello stock di beni in generale… che alla fine elimina la produzione redditizia di ciascuno degli altri”. Cambiare standard non risolve, se esiste un bene con tasso rigido.
0.16.3 Peculiarità del denaro che lo distinguono
Il denaro ha elasticità di produzione zero, non producibile facilmente da imprese private: “il denaro… non può essere prontamente prodotto; il lavoro non può essere attivato a piacimento dagli imprenditori per produrre denaro in quantità crescenti al rialzo del suo prezzo in termini di unità salariale”. Questo lo rende diverso da fattori di rendita puri, grazie all’elasticità di sostituzione zero: “poiché la sua utilità deriva unicamente dal suo valore di scambio… non c’è motivo o tendenza, come nei fattori di rendita, a sostituire un altro fattore”. Il denaro assorbe potere d’acquisto senza deviare la domanda: “è un pozzo senza fondo per il potere d’acquisto quando la domanda per esso aumenta”. Queste caratteristiche giustificano la predominanza del tasso monetario.
0.17 Il Significato del Tasso di Interesse Monetario - 17
Le peculiarità della moneta che rendono significativo il suo tasso di interesse, e le implicazioni per l’occupazione e la stabilità economica.
Sommario
Il tasso di interesse monetario deriva dalla combinazione di tratti della moneta, come l’insensibilità alla quantità di denaro rispetto ad altre ricchezze e le elasticità nulle di produzione e sostituzione. La domanda si dirige prevalentemente alla moneta, mentre la produzione di denaro è inelasticamente nulla, e nessun altro fattore mitiga efficacemente. L’unico sollievo, a parità di propensione alla liquidità, proviene da un aumento della quantità di denaro o da un suo apprezzamento. Un aumento del tasso monetario frena la produzione di beni elastici senza stimolare quella della moneta. Il tasso monetario imposta il ritmo per gli altri tassi di interesse, ostacolando investimenti senza promuovere la produzione monetaria. Cambiamenti nella domanda di liquidità alterano poco il tasso, data l’inelasticità dell’offerta; per le merci ordinarie, invece, le forze di mercato lo abbasserebbero fino alla piena occupazione. Senza moneta o beni simili, l’equilibrio si raggiungerebbe solo con piena occupazione. La disoccupazione emerge perché “gli uomini non possono essere impiegati quando l’oggetto del desiderio (ossia il denaro) è qualcosa che non può essere prodotto e la cui domanda non può essere facilmente repressa” (“men cannot be employed when the object of desire (i.e. money) is something which cannot be produced and the demand for which cannot be readily choked off”). Il rimedio consiste nel convincere il pubblico che il formaggio verde è equivalente e istituire una fabbrica di formaggio verde sotto controllo pubblico, ossia una banca centrale.
L’inelasticità dell’offerta rende l’oro problematico come standard di valore. La conclusione generale, a propensione al consumo data, stabilisce che non vi è ulteriore aumento dell’investimento quando il massimo tasso di interesse proprio tra gli asset disponibili eguaglia il massimo delle efficienze marginali, misurate nell’asset con il tasso maggiore. In piena occupazione questa condizione è soddisfatta, ma può verificarsi prima se esiste un asset con elasticità nulle, il cui tasso declina più lentamente delle efficienze marginali. Essere standard di valore non basta per rendere significativo il tasso di interesse di una merce. Le caratteristiche della moneta, come il premio di liquidità elevato dovuto a contratti e salari fissati in moneta, ne accentuano il ruolo. La stabilità attesa del costo di vita futuro in moneta è ovvia, ma dipenderebbe da bassa elasticità di produzione. I bassi costi di detenzione della moneta contano quanto il premio di liquidità; per altre merci, i costi di detenzione superano il premio, mantenendo il tasso vicino a zero. Fissare contratti in moneta rafforza il tasso monetario, ma non basta da solo. L’aspettativa di stabilità del valore di output in moneta deriva dalla rigidità dei salari monetari, non dalla loro fissazione. Se i salari fossero più rigidi in altre merci, quelle potrebbero competere con la moneta, richiedendo costi costanti e premio di liquidità superiore ai costi di detenzione. Tuttavia, nessuna merce soddisfa tali condizioni. La merce con salari più rigidi ha l’elasticità di produzione minore e l’eccesso di costi di detenzione sul premio minore. Le caratteristiche della moneta interagiscono cumulativamente: basse elasticità e costi elevano la stabilità attesa dei salari monetari, potenziando il premio e mantenendo il tasso significativo.
La presunzione che i salari reali siano più stabili dei monetari implica stabilità dell’occupazione, ma i beni salariati hanno alti costi di detenzione. Stabilizzare salari reali causerebbe oscillazioni violente dei prezzi monetari. La stabilità dei salari monetari garantisce stabilità sistemica; attribuire stabilità ai reali è errore fattuale e logico. La liquidità e i costi di detenzione sono gradi; la peculiarità della moneta è il premio di liquidità superiore ai costi. In un’economia non monetaria, mancano asset con premio superiore ai costi; esistono solo beni di consumo e attrezzature capitali differenziate per varietà, stabilità del valore e liquidità. I proprietari pesano la mancanza di liquidità contro rendimenti attesi, distinguendo premio di liquidità da quello di rischio. Nel calcolare il tasso proprio, si considerano entrambi. Non vi è standard assoluto di liquidità, ma una scala; il concetto varia con pratiche sociali. L’ordine di preferenza per la liquidità è definito. In certi contesti storici, la terra ha avuto alto premio di liquidità, simile alla moneta, mantenendo alti i tassi di interesse, data la bassa elasticità e assenza di prezzo forward comparabile.
Note Riferimenti minori: Le frasi coprono aspetti teorici dal tasso di interesse proprio alla rivalità potenziale della moneta, enfatizzando interazioni cumulative.
0.18 Sintesi dei Determinanti dell’Equilibrio Economico - 18
Riassunto dei fattori psicologici e monetari che influenzano investimento, consumo e occupazione.
Sommario
Le funzioni di offerta e domanda di lavoro forniscono elementi per comprendere l’elasticità dell’occupazione complessiva, mentre l’efficienza marginale del capitale dipende da fattori dati e dal rendimento prospettico degli asset, e il tasso di interesse da preferenze di liquidità e quantità di moneta in unità di salario. Le variabili indipendenti ultime includono i tre fattori psicologici fondamentali: la propensione psicologica al consumo, l’atteggiamento psicologico verso la liquidità e l’aspettativa psicologica del rendimento futuro dagli asset di capitale, oltre all’unità di salario determinata da contrattazioni tra datori e lavoratori e alla quantità di moneta fissata dalla banca centrale; questi elementi determinano il reddito nazionale e l’occupazione, se gli altri fattori sono dati. Questa divisione tra fattori dati e variabili indipendenti è arbitraria dal punto di vista assoluto, basata sull’esperienza per distinguere cambiamenti lenti e trascurabili da quelli dominanti sul reddito e sull’occupazione, oggetto principale dell’analisi, con l’obiettivo finale di identificare variabili controllabili dall’autorità centrale.
Riassumendo i capitoli precedenti in ordine inverso, l’investimento si spinge fino al punto in cui il prezzo di offerta degli asset equipara l’efficienza marginale del capitale al tasso di interesse, determinato da condizioni fisiche di offerta, fiducia nel rendimento prospettico, atteggiamento verso la liquidità e quantità di moneta in unità di salario. Un aumento dell’investimento implica un aumento del consumo, poiché il pubblico allarga il divario tra reddito e consumo solo se il reddito cresce, con cambiamenti nel consumo nella stessa direzione ma minori di quelli nel reddito; il rapporto tra incremento di consumo e risparmio è dato dalla propensione marginale al consumo, e tra investimento e reddito aggregato dal moltiplicatore di investimento. Applicando il moltiplicatore di investimento, pari al moltiplicatore di occupazione come approssimazione, si deduce l’incremento dell’occupazione dal cambiamento nell’investimento; tuttavia, tale incremento alza la preferenza per la liquidità attraverso aumento del valore dell’output, dell’unità di salario e dei prezzi in termini di salario, influenzando l’equilibrio con ripercussioni ulteriori e cambiamenti improvvisi dei fattori, rendendo complessi gli eventi reali, pur isolandoli per praticità analitica.
Questa sintesi rappresenta la Teoria Generale, colorata da caratteristiche speciali della propensione al consumo, dell’efficienza marginale del capitale e del tasso di interesse, generalizzabili dall’esperienza ma non logicamente necessarie.
0.19 Condizioni di Stabilità Economica e Cambiamenti nei Salari Monetari 19
Esplorazione delle quattro condizioni che assicurano oscillazioni moderate intorno a un livello intermedio di occupazione, seguita dall’introduzione al capitolo sui mutamenti nei salari monetari.
Sommario
Il testo delinea quattro condizioni per la stabilità del sistema economico. La prima stabilisce che il moltiplicatore, pur superiore all’unità, non è eccessivo, in linea con la natura psicologica umana: “come il reddito reale aumenta, sia la pressione dei bisogni presenti diminuisce sia il margine sul livello di vita stabilito aumenta; e come il reddito reale diminuisce il contrario è vero”. Questo porta a un’espansione del consumo attuale inferiore all’incremento del reddito reale durante l’aumento dell’occupazione, e a una diminuzione minore del decremento durante la riduzione, come osservato anche nei governi che forniscono sussidi con fondi presi in prestito. Senza questa legge psicologica, un piccolo aumento dell’investimento provocherebbe una domanda effettiva cumulativa fino alla piena occupazione, mentre una diminuzione la ridurrebbe fino alla disoccupazione totale; l’esperienza, invece, mostra una posizione intermedia, con instabilità possibile solo in un range ristretto.
La seconda condizione limita i cambiamenti nel tasso di investimento dovuti a variazioni nel rendimento prospettico dei capitali o nel tasso di interesse, grazie ai costi crescenti di produzione con attrezzature esistenti: “se, infatti, partiamo da una posizione in cui ci sono grandi risorse eccedenti per la produzione di beni capitali, potrebbe esserci instabilità considerevole entro un certo range; ma questo cesserà di valere non appena l’eccedenza sarà largamente utilizzata”. La terza condizione riflette l’esperienza umana sulla rigidità salariale: la lotta per salari monetari alti si intensifica con l’occupazione crescente, ma entro limiti, evitando riduzioni estreme che causerebbero instabilità nei prezzi e richiedendo cali illimitati del salario-unità fino al ripristino della piena occupazione tramite abbondanza di moneta sul tasso di interesse.
La quarta condizione favorisce alternanze di recessione e ripresa: se il tasso di investimento scende sotto un minimo, la sua efficienza marginale sale nel tempo, inducendo un recupero, e viceversa per aumenti prolungati, dato che i beni capitali invecchiano e si consumano: “se il tasso di investimento scende sotto un certo livello minimo, è solo una questione di tempo (in assenza di grandi fluttuazioni in altri fattori) prima che l’efficienza marginale del capitale salga sufficientemente da portare a un recupero dell’investimento sopra questo minimo”. Insieme, queste condizioni spiegano le oscillazioni reali intorno a un’occupazione inferiore alla piena e sopra il minimo vitale, senza estremi; tuttavia, tale equilibrio medio deriva da tendenze osservabili, non da leggi necessarie immutabili.
Il passaggio al Capitolo 19 sui cambiamenti nei salari monetari nota che discuterne prima sarebbe stato vantaggioso, poiché la teoria classica basa l’autoregolazione sul fluido movimento dei salari monetari, attribuendo rigidità alle maladjustments: “sarebbe stato un vantaggio se gli effetti di un cambiamento nei salari monetari potessero essere discussi in un capitolo precedente”. I consequences sono complessi e una riduzione può stimolare l’output in certe circostanze, ma la differenza dall’analisi classica emerge solo dopo lo sviluppo della teoria propria, senza ricorrere a ripercussioni indirette.
0.20 Effetti della Riduzione dei Salari Monetari sull’Occupazione 20
Analisi delle ripercussioni su propensione al consumo, investimento e tasso di interesse in un sistema economico.
Sommario La riduzione dei salari monetari non genera un aumento duraturo dell’occupazione salvo influenza sulla propensione al consumo comunitaria, sull’efficienza marginale del capitale o sul tasso di interesse. Solo se la propensione marginale al consumo è unitaria, eliminando il divario tra incremento di reddito e di consumo, o se vi è un corrispondente aumento di investimento dovuto a un rialzo dell’efficienza marginale del capitale rispetto al tasso di interesse, i proventi dall’output accresciuto soddisfano gli imprenditori. Altrimenti, i proventi deludono e l’occupazione torna al livello precedente, a meno che la riduzione salariale non stimoli l’investimento o la propensione al consumo. I datori di lavoro che offrono impiego tale da generare risparmi superiori all’investimento corrente subiscono perdite pari alla differenza, indipendentemente dal livello dei salari monetari. Al massimo, la delusione si posticipa durante l’investimento in capitale circolante per colmare il divario. La riduzione salariale influenza l’occupazione solo tramite effetti su propensione al consumo, efficienza marginale del capitale o tasso di interesse; non vi è altro metodo di analisi se non esaminare questi tre fattori.
Le ripercussioni principali includono una lieve riduzione dei prezzi, con ridistribuzione del reddito reale da salariati ad altri fattori di costo marginale primo non ridotti e da imprenditori a rentier con redditi fissi in moneta. Tale trasferimento da salariati a altri fattori “probabilmente diminuirà la propensione al consumo”, mentre quello da imprenditori a rentier, se questi ultimi sono la sezione più ricca e meno flessibile, avrà effetto sfavorevole. Il risultato netto è incerto, ma “probabilmente è più probabile che sia avverso che favorevole”. In un sistema non chiuso, la riduzione relativa ai salari esteri favorisce l’investimento migliorando la bilancia commerciale, salvo compensazioni da tariffe o quote; la maggiore fede in tale efficacia in Gran Bretagna rispetto agli USA deriva dal primo essere sistema chiuso. Tuttavia, peggiora i termini di scambio, riducendo i redditi reali tranne per i nuovi occupati, potendo accrescere la propensione al consumo.
Se la riduzione è attesa permanente rispetto al futuro, favorisce l’investimento aumentando l’efficienza marginale del capitale e forse il consumo; al contrario, se genera aspettativa di ulteriori cali, la diminuisce, posticipando investimento e consumo. La riduzione del salario totale, con calo di prezzi e redditi monetari, riduce la domanda di moneta per scopi di reddito e business, abbassando la preferenza per la liquidità e il tasso di interesse, favorendo l’investimento. Tuttavia, aspettative di rialzo futuro dei salari e prezzi attenuano l’effetto sui prestiti a lungo termine rispetto a quelli brevi; se genera malcontento popolare, l’aumento della preferenza per la liquidità da instabilità politica può superare il rilascio di moneta circolante. Una riduzione generale può generare ottimismo negli imprenditori, rompendo circoli viziosi di stime pessimistiche sull’efficienza marginale del capitale, ma se i lavoratori resistono o vi sono disordini, tale fattore si annulla; i movimenti per rivedere i patti salariali al ribasso incontrano resistenza maggiore che un calo graduale dei salari reali da prezzi crescenti.
L’influenza depressiva del maggior onere debitorio per gli imprenditori può controbilanciare i benefici, e un calo estremo di salari e prezzi porta a insolvenza per i debitori, con effetti avversi sull’investimento; il minor livello dei prezzi accresce il peso reale del debito nazionale e della tassazione, danneggiando la fiducia imprenditoriale. Questo catalogo copre le reazioni più importanti, anche se non esaustivo. In un sistema chiuso, senza speranze positive dalla ridistribuzione dei redditi sulla propensione alla spesa, i benefici sull’occupazione dipendono da miglioramenti nell’investimento via efficienza marginale del capitale o calo del tasso di interesse. Il caso favorevole per l’efficienza marginale è quando i salari toccano il fondo, con aspettative di rialzi; il peggiore è un saggio graduale al ribasso, erodendo la fiducia. In fasi di domanda effettiva debole, una drastica riduzione improvvisa a livello creduto non perpetuo rafforzerebbe la domanda, ma è impraticabile senza decreto amministrativo in un sistema di contrattazione libera.
Meglio fissare rigidamente i salari, rendendoli immutabili, che tollerare un saggio al ribasso con ogni aumento dell’1% di disoccupazione; ad esempio, un’aspettativa di calo del 2% dei salari equivale a un rialzo del 2% del tasso di interesse. Lo stesso vale mutatis mutandis per i boom. Con le istituzioni contemporanee, una politica salariale rigida è preferibile a una flessibile reattiva al disoccupazione per quanto concerne l’efficienza marginale del capitale. Per il tasso di interesse, i sostenitori dell’autoregolazione economica devono puntare sull’effetto del calo di salari e prezzi sulla domanda di moneta, ma se la quantità di moneta dipende dal livello salariale-prezzi, non vi è speranza; se fissa, un calo salariale ne aumenta la quantità in unità-salariali, potendo abbassare il tasso di interesse similmente a un aumento della quantità di moneta.
Le riduzioni salariali per l’occupazione piena subiscono le stesse limitazioni dell’aumento della quantità di moneta: un calo moderato può essere inadeguato sul tasso a lungo termine, uno immoderate sconvolge la fiducia. Non vi è base per credere che una politica salariale flessibile mantenga piena occupazione continua, più di quanto una politica monetaria aperta lo faccia da sola.
0.21 Critica alle assunzioni sui salari di Pigou 21
Esame delle rigidità salariali e delle implicazioni per l’occupazione.
L’autore concorda che il lavoro stipula spesso per un salario monetario entro certi limiti, non per un salario reale, rendendo la funzione di offerta del lavoro dipendente anche dal prezzo monetario dei beni salariati, con il risultato che l’analisi precedente si rompe e si introduce un fattore aggiuntivo senza equazione corrispondente. «The pitfalls of a pseudo-mathematical method, which can make no progress except by making everything a function of a single variable and assuming that all the partial differentials vanish, could not be better illustrated» (“Le insidie di un metodo pseudo-matematico, che non può fare progressi se non rendendo tutto funzione di una singola variabile e assumendo che tutti i differenziali parziali svaniscano, non potrebbero essere meglio illustrate”). Si ammette che esistono altre variabili, ma si procede senza riscrivere quanto detto prima, lasciando dati insufficienti a meno di conoscere ciò che determina il prezzo monetario dei beni salariati, che dipende dall’occupazione aggregata, creando un circolo vizioso: non si può dire qual è l’occupazione aggregata senza conoscere il prezzo monetario dei beni salariati, e viceversa. «We are, as I have said, one equation short» (“Siamo, come ho detto, a corto di un’equazione”).
Un’ipotesi provvisoria di rigidità dei salari monetari, piuttosto che reali, avvicina la teoria ai fatti, come i salari monetari stabili in Gran Bretagna tra il 1924 e il 1934 entro il 6 per cento, mentre i reali fluttuavano oltre il 20 per cento. Una teoria generale deve applicarsi anche ai casi di salari monetari fissi, e i teorici devono gestire sia flessibilità alta che bassa senza imporre assunzioni ai fatti. «A scientific theory cannot require the facts to conform to its own assumptions» (“Una teoria scientifica non può richiedere che i fatti si conformino alle sue assunzioni”). Pigou, trattando la riduzione dei salari monetari, introduce dati insufficienti, respingendo argomenti validi solo se l’occupazione resta invariata – il punto in discussione – e assumendo che nulla accada ai redditi monetari non salariali all’inizio, commettendo lo stesso errore.
L’ammissione che il lavoro stipula per salario monetario fa crollare l’assunzione che più lavoro non sia disponibile se non a salario reale maggiore, fondamentale per gran parte dell’argomento. Pigou rigetta la teoria del moltiplicatore assumendo salario reale dato e piena occupazione, dove nessun lavoro aggiuntivo emerge a salario reale inferiore, ma questo è corretto solo sotto tale ipotesi, lontana dai fatti con oltre 2 milioni di disoccupati in Gran Bretagna disposti a lavorare al salario monetario esistente. «It is fantastically far removed from the facts to assume, at a time when statistical unemployment in Great Britain exceeded 2,000,000 […], that any rise in the cost of living, however moderate, relatively to the money-wage would cause the withdrawal from the labour market of more than the equivalent of all these 2,000,000 men» (“È fantasticamente lontano dai fatti assumere, in un momento in cui la disoccupazione statistica in Gran Bretagna superava i 000.000 […], che qualsiasi aumento del costo della vita, per quanto moderato, relativo al salario monetario causerebbe il ritiro dal mercato del lavoro di più dell’equivalente di tutti questi 000.000 di uomini”). L’intero libro di Pigou assume che qualsiasi aumento moderato del costo della vita causi un ritiro di lavoratori superiore ai disoccupati esistenti, e non nota che il suo argomento contro l’occupazione secondaria da lavori pubblici è fatale anche all’occupazione primaria, dato che un salario reale dato nei settori dei beni salariati preclude aumenti di impiego, salvo riduzioni del consumo di non salariati, con i nuovi assunti che aumentano il consumo e riducono il salario reale, portando a ritiri di lavoro.
Pigou accetta l’occupazione primaria aumentata, segnando il punto in cui il buon senso prevale sulla teoria errata. Nel riassumere, con libera competizione e mobilità del lavoro, «There will always be at work a strong tendency for wage-rates to be so related to demand that everybody is employed» (“Ci sarà sempre al lavoro una forte tendenza affinché i tassi salariali siano così relazionati alla domanda che tutti siano impiegati”), implicando piena occupazione in condizioni stabili e disoccupazione dovuta solo a cambiamenti nella domanda e resistenze frictionali che impediscono aggiustamenti salariali istantanei.
0.22 La Funzione di Impiego e le Sue Elasticità 22
Esplorazione delle funzioni di impiego aggregate e settoriali, con analisi delle elasticità di output e prezzi in risposta alla domanda effettiva.
Sommario
La funzione di impiego aggregata si esprime in unità ristrette, evitando elementi quantitativamente dubbiosi, e si adatta meglio ai problemi dell’industria nel complesso rispetto alla curva di offerta ordinaria. “In primo luogo, esprime i fatti rilevanti in termini delle unità a cui abbiamo deciso di limitarci, senza introdurre alcuna delle unità che hanno un carattere quantitativo dubbio.” La curva di domanda e di offerta per una commodity specifica dipende da assunzioni su redditi e output aggregati, richiedendo famiglie di curve per variazioni nell’occupazione totale. La funzione di impiego, assumendo propensione al consumo data e variazioni nell’investimento, collega ogni livello di domanda effettiva in unità salario a un’occupazione aggregata unica, distribuita proporzionalmente tra consumi e investimenti, con distribuzione determinata tra industrie. “Così abbiamo il vantaggio che, in queste condizioni, le funzioni di impiego individuali sono additive nel senso che la funzione di impiego per l’industria nel complesso, corrispondente a un dato livello di domanda effettiva, è uguale alla somma delle funzioni di impiego per ciascuna industria separata.”
Si definisce l’elasticità di impiego per un’industria come la risposta dell’occupazione al variare della domanda effettiva attesa in unità salario, e similmente per l’aggregato. Si introduce l’elasticità di output, misura del tasso di aumento della produzione in risposta alla domanda effettiva, legandola al profitto atteso assumendo prezzo uguale al costo marginale primo. “Se eor = 0, vale a dire se l’output dell’industria è perfettamente inelastico, l’intero aumento della domanda effettiva (in termini di unità salario) è atteso accrescere il profitto dell’imprenditore, vale a dire DDwr = DPr.” Se l’elasticità di output è unitaria, l’aumento assorbe interamente i costi marginali primi, senza profitti; condizioni di rendimenti costanti implicano elasticità unitaria. La teoria classica, assumendo salari reali uguali al disutilità marginale crescente, implica impossibilità di aumentare la spesa in unità salario riducendo salari reali, rendendo vana l’elasticità di impiego e l’aumento di occupazione via spesa monetaria.
Ordinariamente, l’elasticità di output varia tra zero e uno, determinando quanto prezzi e salari reali calino con aumenti di spesa monetaria. L’elasticità del prezzo atteso in risposta alla domanda effettiva, sommata all’elasticità di output, eguaglia uno: la domanda effettiva si spende parzialmente in output e parzialmente in prezzi. “La domanda effettiva si spende, parzialmente influenzando l’output e parzialmente influenzando il prezzo, secondo questa legge.” Estendendo a valori monetari per l’industria nel complesso, l’elasticità dei prezzi monetari in risposta alla domanda monetaria soddisfa ep = 1 - eo(1 - ew), primo passo verso una teoria quantitativa generalizzata della moneta; se elasticità di output zero o salari monetari unitari, prezzi salgono proporzionalmente alla domanda, altrimenti meno.
La funzione di impiego assume distribuzione unica della domanda effettiva tra industrie per ogni livello aggregato, ma variazioni aggregate alterano proporzioni settoriali per differenze in propensioni al consumo e risposte di prezzo. “Il modo in cui supponiamo che l’aumento della domanda aggregata sia distribuito tra diverse commodities può considerevolmente influenzare il volume dell’occupazione.” Aumenti diretti verso prodotti ad alta elasticità di impiego amplificano l’occupazione aggregata, mentre cambiamenti direzionali possono ridurla senza variazioni aggregate; fenomeni di breve periodo accentuano ciò per mancanza di preavviso. Prodotti richiedono tempo per produzione, mostrando bassa elasticità iniziale senza preavviso, pur potendo avvicinarsi all’unità con esso; qui risiede il significato del periodo di produzione, definito come unità temporali di preavviso per massima elasticità di impiego.
Beni di consumo hanno il periodo di produzione più lungo come ultima fase; impulsi da consumi iniziano con elasticità inferiore rispetto a investimenti. Aumenti verso bassa elasticità deviano più reddito verso profitti imprenditoriali, riducendo ripercussioni favorevoli alla spesa per propensione al risparmio differenziale. La distinzione non va esagerata, poiché reazioni simili prevalgono; elasticità iniziale non raggiunge l’equilibrio senza surplus iniziali, che depleti offsettano aumenti di investimento. Con surplus iniziali, elasticità approssima l’unità, poi cala assorbendo scorte prima che nuova offerta fluisca, risalendo verso equilibrio, qualificato da fattori affittuali o tassi di interesse crescenti. Stabilità perfetta dei prezzi è impossibile in economie mutevoli, salvo meccanismi peculiari nella propensione al consumo.
0.23 Il livello dei prezzi e la quantità di moneta 23
Analisi delle interazioni tra quantità di moneta, domanda effettiva e occupazione.
Sommario
Il livello generale dei prezzi dipende in parte dal tasso di remunerazione dei fattori di produzione che entrano nel costo marginale e in parte dalla scala di output complessiva, vale a dire dal volume di occupazione, assumendo attrezzature e tecniche date. Quando si considera l’output complessivo, i costi di produzione in un’industria dipendono parzialmente dall’output di altre industrie. Il cambiamento più significativo è l’effetto delle variazioni nella domanda sia sui costi che sul volume. Sul lato della domanda, introduciamo idee del tutto nuove trattando la domanda complessiva anziché quella per un singolo prodotto isolato, assumendo la domanda complessiva invariata. Assumendo che i tassi di remunerazione dei diversi fattori che entrano nel costo marginale cambino nella stessa proporzione del salario-unitario, il livello generale dei prezzi dipende in parte dal salario-unitario e in parte dal volume di occupazione. L’effetto dei cambiamenti nella quantità di moneta sul livello dei prezzi può considerarsi composto dall’effetto sul salario-unitario e sull’occupazione.
Per chiarire le idee, semplifichiamo assumendo che tutte le risorse disoccupate siano omogenee e intercambiabili nella loro efficienza per produrre ciò che è voluto, e che i fattori entranti nel costo marginale accettino lo stesso salario monetario purché ci sia surplus di disoccupazione. In tal caso, abbiamo rendimenti costanti e un salario-unitario rigido finché c’è disoccupazione. Ne segue che un aumento nella quantità di moneta non ha alcun effetto sui prezzi finché c’è disoccupazione, e l’occupazione aumenta in proporzione esatta all’aumento della domanda effettiva causato dall’aumento della moneta; una volta raggiunta la piena occupazione, il salario-unitario e i prezzi aumentano in proporzione esatta all’aumento della domanda effettiva. Se l’offerta è perfettamente elastica con disoccupazione e perfettamente inelastica alla piena occupazione, e la domanda effettiva cambia nella stessa proporzione della quantità di moneta, la teoria quantitativa della moneta si enuncia così: «Finché c’è disoccupazione, l’occupazione cambierà nella stessa proporzione della quantità di moneta; e quando c’è piena occupazione, i prezzi cambieranno nella stessa proporzione della quantità di moneta».
Soddisfatta la tradizione con assunzioni semplificanti per enunciare una teoria quantitativa, consideriamo le complicazioni reali: la domanda effettiva non cambia in proporzione esatta alla quantità di moneta; poiché le risorse non sono omogenee, ci sono rendimenti decrescenti anziché costanti con l’aumento graduale dell’occupazione; poiché le risorse non sono intercambiabili, alcune merci raggiungono inelasticità di offerta mentre altre risorse disoccupate sono disponibili per altre produzioni; il salario-unitario tende a salire prima della piena occupazione; le remunerazioni dei fattori nel costo marginale non cambiano tutte nella stessa proporzione. Dobbiamo considerare prima l’effetto dei cambiamenti nella quantità di moneta sulla quantità di domanda effettiva; l’aumento della domanda effettiva si spende parzialmente in aumento dell’occupazione e parzialmente in rialzo dei prezzi. Invece di prezzi costanti con disoccupazione e prezzi proporzionali alla moneta alla piena occupazione, i prezzi salgono gradualmente con l’aumento dell’occupazione. La teoria dei prezzi, ovvero l’analisi del rapporto tra cambiamenti nella quantità di moneta e nel livello dei prezzi per determinare l’elasticità dei prezzi rispetto alla moneta, si dirige alle cinque complicazioni sopra esposte.
Queste complicazioni non sono indipendenti: ad esempio, la proporzione in cui un aumento della domanda effettiva si divide tra output e prezzi può influenzare il rapporto tra quantità di moneta e domanda effettiva. Allo stesso modo, le differenze nelle proporzioni di cambiamento delle remunerazioni dei fattori possono influenzare tale rapporto. L’obiettivo dell’analisi non è fornire una macchina di manipolazione cieca per risposte infallibili, ma un metodo ordinato per pensare problemi particolari; dopo conclusioni provvisorie isolando i fattori, si torna indietro per permettere le interazioni probabili tra essi. Questa è la natura del pensiero economico. Applicare principi formali di pensiero in altro modo porta all’errore. Un grande difetto dei metodi simbolici pseudo-matematici è assumere indipendenza stretta tra fattori, perdendo cogency se l’ipotesi è negata; nel discorso ordinario, si possono tenere riserve e qualificazioni in mente, a differenza dell’algebra che assume vanishing parziali.
L’effetto primario di un cambiamento nella quantità di moneta sulla domanda effettiva è attraverso l’influenza sul tasso di interesse. Se fosse l’unica reazione, l’effetto quantitativo deriverebbe da tre elementi: la curva di preferenza per la liquidità che indica quanto il tasso di interesse deve cadere per assorbire la nuova moneta; la curva delle efficienze marginali che indica quanto una data caduta del tasso aumenti l’investimento; il moltiplicatore dell’investimento che indica quanto un dato aumento di investimento aumenti la domanda effettiva complessiva. Questa analisi introduce ordine, ma presenta semplicità ingannevole se si dimentica che questi elementi dipendono dalle complicazioni (2), (3), (4) e (5). La curva di preferenza per la liquidità dipende da quanto della nuova moneta è assorbita nelle circolazione del reddito e industriale, che a sua volta dipende dall’aumento della domanda effettiva e dalla sua divisione tra prezzi, salari, output e occupazione. Inoltre, la curva delle efficienze marginali dipende dall’effetto delle circostanze sull’aumento della moneta sulle aspettative future monetarie. Infine, il moltiplicatore è influenzato dalla distribuzione del nuovo reddito tra classi di consumatori. Questa lista di interazioni non è completa. Con tutti i fatti, bastano equazioni simultanee per un risultato determinato. Ci sarà un aumento determinato nella domanda effettiva in equilibrio con l’aumento della moneta. Solo in circostanze eccezionali un aumento della moneta si associa a una diminuzione della domanda effettiva.
0.24 Il mercantilismo come saggezza pratica 24
Preoccupazione delle autorità per tasso di interesse domestico e bilancia commerciale in assenza di investimenti pubblici diretti.
Sommario In una società priva di investimenti diretti sotto autorità pubblica, gli oggetti economici di preoccupazione governativa sono il tasso di interesse domestico e la bilancia del commercio estero. Se l’unità salariale è stabile e la preferenza per la liquidità è mediamente costante, il tasso di interesse dipende dalla quantità di metalli preziosi disponibili per soddisfare il desiderio di liquidità della comunità, misurata in termini di unità salariale. In epoche in cui prestiti esteri sostanziali o proprietà estere sono impraticabili, variazioni nei metalli preziosi dipendono dal saldo della bilancia commerciale. Pertanto, la preoccupazione per una bilancia favorevole serve entrambi gli scopi: incrementa l’investimento estero e riduce il tasso di interesse domestico per stimolare l’investimento interno. “Così, come accade, una preoccupazione da parte delle autorità per una bilancia commerciale favorevole serviva entrambi gli scopi; e inoltre, era l’unico mezzo disponibile per promuoverli.”
Esistono tuttavia due limitazioni: se il tasso di interesse domestico cala troppo, stimolando occupazione che alza l’unità salariale, i costi domestici aumentano, danneggiando la bilancia commerciale; o se cala sproporzionatamente rispetto all’estero, favorendo prestiti esteri eccessivi che causano deflusso di metalli preziosi. Questo rischio cresce per paesi grandi, dove influx in uno implica efflux in un altro, accentuando effetti avversi se la politica mercantilista è spinta troppo oltre. Esempi storici includono la Spagna del XV-XVI secolo, impoverita da abbondanza eccessiva di metalli che alzò l’unità salariale distruggendo il commercio estero; la Gran Bretagna pre-guerra, ostacolata da facilitazioni eccessive per prestiti esteri nel calo del tasso di interesse necessario per piena occupazione; e l’India, impoverita da una preferenza per la liquidità così forte che anche un enorme influx cronico di metalli non ha abbassato il tasso compatibile con la crescita della ricchezza reale. “La storia economica della Spagna nella seconda parte del XV e nel XVI secolo fornisce un esempio di un paese il cui commercio estero fu distrutto dall’effetto sull’unità salariale di un’eccessiva abbondanza di metalli preziosi.” Nonostante ciò, in una società con unità salariale stabile, propensione al consumo e preferenza per la liquidità determinate da caratteristiche nazionali, e sistema monetario legato rigidamente ai metalli preziosi, le autorità devono prestare attenzione alla bilancia commerciale per mantenere la prosperità: un saldo favorevole, se non troppo grande, stimola fortemente, mentre uno sfavorevole produce depressione persistente.
Non segue che la massima restrizione alle importazioni promuova il massimo saldo favorevole; i primi mercantilisti enfatizzavano questo, opponendosi spesso a restrizioni commerciali perché a lungo termine operavano sfavorevolmente. Nel caso specifico della Gran Bretagna di metà Ottocento, la quasi completa libertà di commercio era la politica più favorevole a un saldo positivo. L’esperienza contemporanea di restrizioni in Europa post-bellica offre esempi di impedimenti mal concepiti che, intesi a migliorare il saldo, avevano tendenza contraria. Vi sono forti presunzioni generali contro restrizioni commerciali salvo giustificazioni speciali; i vantaggi della divisione internazionale del lavoro sono reali, anche se la scuola classica li ha sovrastimati. Un saldo favorevole che avvantaggia un paese svantaggia un altro, richiedendo moderazione per non competere senselessamente per i metalli preziosi, danneggiando tutti. Una politica di restrizioni è uno strumento traditore, deviato da interessi privati, incompetenza amministrativa e difficoltà intrinseche verso risultati opposti a quelli intesi. “Vi sono forti presunzioni di carattere generale contro le restrizioni commerciali a meno che non possano essere giustificate su basi speciali.” La critica si dirige contro l’inadeguatezza delle basi teoriche del laissez-faire, che tratta il tasso di interesse e il volume di investimento come auto-regolanti all’ottimo, rendendo superflua la preoccupazione per la bilancia commerciale; gli economisti hanno errato trattando come ossessione puerile ciò che per secoli è stato oggetto principale della statecraft pratica. Sotto influenza di questa teoria fallace, la City di Londra ha sviluppato la tecnica più pericolosa per l’equilibrio: il tasso bancario unito a parità rigida degli scambi esteri, sacrificando il tasso domestico compatibile con piena occupazione alle forze cieche della bilancia dei pagamenti. Recentemente, i banchieri londinesi hanno imparato molto, e si può sperare che in Gran Bretagna il tasso bancario non sia più usato per proteggere la bilancia estera a costo di disoccupazione domestica.
Riguardo alla teoria classica dell’impresa individuale e distribuzione del prodotto da risorse date, essa contribuisce in modo inimpugnabile al pensiero economico, essenziale per chiarezza; non si intende contestarla nel sottolineare la negligenza di quanto di valore nei predecessori. Tuttavia, come contributo alla statecraft, che si occupa del sistema economico complessivo e dell’ottimale impiego delle risorse totali, i metodi dei pionieri del XVI-XVII secolo potrebbero aver raggiunto frammenti di saggezza pratica obliterati dalle astrazioni irrealistiche di Ricardo. C’era saggezza nella loro intensa preoccupazione per abbassare il tasso di interesse tramite leggi sull’usura, mantenimento dello stock monetario domestico, scoraggiamento dell’aumento dell’unità salariale, e, in ultima istanza, devaluation per restaurare uno stock monetario deficient per drenaggio estero, aumento salariale o altra causa. I pionieri potrebbero aver raggiunto i loro massimi di saggezza pratica senza cognizione delle basi teoriche sottostanti. Esaminando le ragioni da essi addotte, come raccomandato nel grande lavoro di Heckscher sul Mercantilism, emerge che i mercantilisti non supposero mai una tendenza auto-regolante del tasso di interesse all livello appropriato; al contrario, enfatizzarono che un tasso unduly alto era il principale ostacolo alla crescita della ricchezza, consapevoli che dipendeva da preferenza per la liquidità e quantità di moneta. Si preoccupavano di diminuire la preferenza per la liquidità e aumentare la quantità di moneta, con diversi che chiarirono tale preoccupazione per abbassare il tasso di interesse. Heckscher riassume: per i mercantilisti più perspicaci, il denaro era un fattore di produzione alla stregua della terra, ricchezza ‘artificiale’ distinta da quella ‘naturale’; l’interesse sul capitale era pagamento per l’affitto del denaro simile alla rendita terriera. Cercando ragioni oggettive per l’altezza del tasso, lo trovavano nella quantità totale di moneta. Esempi tipici persistono nel tempo: Malynes affermò che “l’abbondanza di denaro diminuisce l’usura in prezzo o tasso”, e Misselden replicò che “il rimedio per l’usura può essere l’abbondanza di denaro”.
0.25 Critica allo Standard Oro e alla Teoria Classica - 25
La prosperità nazionale ostacolata dalla competizione aurea e le illusioni della scuola classica.
Sommario Lo standard oro internazionale ha creato conflitti tra nazioni, rendendo la prosperità domestica dipendente da una “competitiva pursuit of markets e a competitive appetite for the precious metals” (caccia competitiva ai mercati e un appetito competitivo per i metalli preziosi). Quando le forniture di oro e argento erano abbondanti, il conflitto si attenuava, ma con la crescita della ricchezza e la diminuzione della propensione marginale al consumo, è diventato sempre più feroce. Gli economisti ortodossi, con la loro logica fallace, hanno peggiorato la situazione, insegnando che il ritorno ai vecchi vincoli è essenziale per la ripresa, mentre in realtà “the opposite holds good” (vale l’opposto). Una politica di tasso di interesse autonomo e investimenti nazionali per l’occupazione ottimale beneficia sia se stessi che i vicini, e la sua adozione simultanea da parte di tutti i paesi ripristina la salute economica, misurata dall’occupazione domestica o dal volume del commercio internazionale.
I mercantilisti hanno percepito il problema senza risolverlo, mentre la scuola classica lo ha ignorato introducendo premesse che ne negavano l’esistenza, creando uno scisma tra teoria economica e senso comune. Il trionfo della teoria classica è stato superare le credenze del ‘“natural man”’ (uomo naturale), pur essendo errata. Come espresso da Heckscher, le nozioni profonde sulla moneta persistono dalla crociata al XVIII secolo, e oltre, eccetto nel periodo del laissez-faire, che ha temporaneamente soppresso la ‘“fear of goods”’ (paura delle merci). Il libero scambio ha negato fattori ovvi e è stato screditato quando il laissez-faire non ha più dominato le menti. Bonar Law si arrabbiava con gli economisti per negare l’evidenza, turbato dalla mancanza di spiegazione. L’analogia con le religioni sottolinea come la scuola classica abbia esorcizzato l’ovvio più che introdurre concetti remoti. Infine, una dottrina antica, repudiata come infantile dalla scuola classica ma degna di riabilitazione, riguarda una questione alleata su denaro e beni.
0.26 Silvio Gesell: Il Profeta Negletto della Teoria Monetaria - 26
Un’esplorazione delle intuizioni di Gesell sul denaro e l’interesse, da mercante a innovatore socialista.
0.26.1
Il testo introduce Silvio Gesell come profeta trascurato, con lampi di profonda intuizione che sfiorano l’essenza della questione monetaria. Descrive come l’autore, inizialmente scettico, abbia rivalutato le sue idee dopo aver sviluppato le proprie conclusioni, passando da un trattamento come quelle di un eccentrico a un riconoscimento della loro originalità. Dà spazio sproporzionato a Gesell per informare i lettori poco familiari con la sua importanza. Narra la vita di Gesell: mercante tedesco di successo a Buenos Aires, spinto dalla crisi degli anni ’80 a studiare i problemi monetari, pubblicando il primo lavoro nel 1891 intitolato Die Reformation im Münzwesen als Brücke zum socialen Staat, tradotto come “La riforma nel sistema monetario come ponte allo stato sociale”. Segue con le sue idee fondamentali in Nervus rerum nello stesso anno, e una serie di libri e pamphlet fino al ritiro in Svizzera nel 1906, dove si dedica alla scrittura e all’agricoltura sperimentale. Le sezioni del suo lavoro standard appaiono nel 1906 e 1911, culminando in Die natürliche Wirtschaftsordnung durch Freiland und Freigeld nel 1916, con edizione inglese The Natural Economic Order.
Gesell entra nel gabinetto sovietico bavarese come Ministro delle Finanze nell’aprile 1919, subendo poi un processo marziale, e dedica l’ultimo decennio alla propaganda a Berlino e in Svizzera. Attira un fervore semi-religioso simile a quello di Henry George, diventando profeta di un culto con migliaia di discepoli in tutto il mondo. La prima convention internazionale si tiene a Basilea nel Dopo la sua morte nel 1930, il fervore si sposta su altri profeti meno eminenti; in Inghilterra guida il movimento il dottor Buchi, con letteratura da San Antonio, Texas, e forza principale negli Stati Uniti, dove solo Irving Fisher tra gli economisti accademici ne riconosce il valore. Il libro principale di Gesell è scritto in linguaggio scientifico e freddo, ma pervaso da una devozione appassionata alla giustizia sociale. La parte derivata da Henry George è secondaria, mentre lo scopo complessivo è stabilire un socialismo anti-marxista, reazione al laissez-faire su basi teoriche opposte a Marx, fondate sulla ripudiata delle ipotesi classiche e sull’alleggerimento della concorrenza anziché sulla sua abolizione. L’autore crede che il futuro impari più dallo spirito di Gesell che da quello di Marx, e il prefazione di The Natural Economic Order rivela la qualità morale di Gesell, offrendo la risposta al marxismo.
Gesell distingue chiaramente tra tasso di interesse e efficienza marginale del capitale, argomentando che il primo limita la crescita del capitale reale. Sottolinea che il tasso di interesse è un fenomeno puramente monetario, derivante dalla peculiarità del denaro come mezzo di accumulo di ricchezza con costi di mantenimento trascurabili, a differenza di scorte di merci che portano costi e rendono un ritorno solo in base allo standard del denaro. Cita la stabilità storica del tasso di interesse come prova che non dipende da caratteri fisici variabili, ma da fattori psicologici costanti, mentre le fluttuazioni determinano non il tasso di interesse ma il ritmo di crescita del capitale reale al tasso dato. Tuttavia, un grande difetto nella teoria di Gesell è l’omissione di spiegare perché il tasso di interesse monetario sia positivo, ignorando il concetto di preferenza per la liquidità e fallendo a confutare che sia governato dal rendimento del capitale produttivo, come sostengono i classici. Ha costruito solo metà di una teoria del tasso di interesse, spiegando il dialogo tra Robinson Crusoe e uno straniero come eccellente parabola per mostrare come solo l’esistenza di un tasso di interesse monetario permetta un rendimento dal prestito di scorte di merci, impedendo tassi negativi per il denaro ma non spiegando il positivo.
L’incompletezza della teoria spiega il neglecto accademico, ma Gesell la porta abbastanza avanti per raccomandare una riduzione del tasso di interesse monetario, che frena la crescita del capitale reale; rimuovendolo, la crescita sarebbe rapida, giustificando un tasso zero in breve tempo. Propone di far incurare al denaro costi di mantenimento come altri beni sterili, portando alla famosa prescrizione del denaro “stampato”, benedetta da Irving Fisher: banconote valide solo con timbri mensili acquistati in posta, come una carta di assicurazione. Il costo dei timbri può essere fissato appropriatamente, idealmente uguale all’eccesso del tasso di interesse monetario sul rendimento marginale del capitale per un investimento compatibile con la piena occupazione; Gesell suggeriva l’1 per mille alla settimana, pari al 5,2% annuo, troppo alto per le condizioni attuali, ma regolabile per prova ed errore. L’idea del denaro stampato è solida e potrebbe applicarsi su scala modesta.
0.27 27 - La genesi di “The Physiology of Industry”
Le origini di un’opera eretica contro l’eccessivo risparmio, dalla collaborazione intellettuale alla reazione dell’establishment economico.
Sommario
John A. Hobson narra la nascita del libro “The Physiology of Industry”, scritto in collaborazione con A. F. Mummery, un imprenditore e alpinista noto per aver trovato un nuovo percorso sul Cervino e perito nel 1895 sul Nanga Parbat. L’eterodossia economica di Hobson si forma negli anni ’80, influenzata dalla campagna di Henry George contro i valori fondiari, dalle agitazioni socialiste per l’oppressione operaia e dalle rivelazioni dei fratelli Booth sulla povertà londinese, senza però distruggere la sua fede nell’economia politica. Un contatto casuale con Mummery, durante l’insegnamento a Exeter, lo coinvolge in una controversia sull’eccessivo risparmio, visto come causa di sottoccupazione di capitale e lavoro nei periodi di crisi commerciale. Hobson resiste inizialmente con armi ortodosse, ma alla fine si convince e collabora al libro, pubblicato nel 1889, primo passo nella sua carriera eretica, senza prevederne le conseguenze.
Proprio allora, Hobson lascia l’insegnamento scolastico per diventare relatore di estensione universitaria in economia e letteratura. Il primo colpo arriva dal rifiuto del London Extension Board di permettergli corsi di economia politica, dovuto all’intervento di un professore che paragona il libro a una prova della piattezza della terra. Gli economisti ortodossi orroreggiano per l’idea di limitare il risparmio utile, che aumenta il capitale e i salari, considerandolo fonte di progresso industriale. Un’altra esperienza rafforza il senso di iniquità: escluso dalle lezioni economiche a Londra, Hobson parla nelle province per l’Oxford University Extension su questioni pratiche della vita operaia, ma la Charity Organisation Society ritira un invito per un corso senza spiegazioni, poiché questioning the virtue of unlimited thrift appare come peccato imperdonabile.
Nel libro, Hobson e Mummery criticano direttamente l’economia classica, in cui Hobson è cresciuto, attaccando la conclusione che “il risparmio arricchisce e la spesa impoverisce la comunità insieme all’individuo”, definita come asserzione che “l’amore efficace per il denaro è la radice di ogni bene economico”. Non solo arricchisce il thrifty individual, ma alza i salari, dà lavoro ai disoccupati e diffonde benedizioni. Questa dottrina, reiterata da giornali a trattati economici, dal pulpito alla Camera dei Comuni, appare impia da contestare, ma prima di Ricardo era negata dal mondo educato, accettata solo per l’incapacità di confutare la wages-fund doctrine, ora esplosa. Nonostante ciò, sopravvive per l’autorità dei grandi assertori. I critici attaccano dettagli, ma evitano le conclusioni principali. Gli autori mostrano che queste non reggono, che un esercizio indebito del risparmio è possibile e impoverisce la comunità, licenzia lavoratori, abbassa salari e diffonde depressione commerciale.
0.28 Prospettive di pace e piena occupazione 28
Un’analisi delle cause economiche della disoccupazione e della guerra, con proposte per un sistema che preservi efficienza e libertà.
0.28.1 Il sistema economico e la disoccupazione
L’autore critica il capitalismo individualista per la sua associazione inevitabile con la disoccupazione, salvo intervalli di eccitazione, come indicato in “è associata – e, a mio parere, inevitabilmente associata – con l’individualismo capitalistico dei giorni nostri”. Sottolinea che il gioco economico attuale, simile a un azzardo con molti zeri, causa perdite aggregate nonostante i risparmi individuali, e che solo una domanda effettiva adeguata rende sufficienti abilità e fortuna medie, come espresso in “se la domanda effettiva è adeguata, l’abilità media e la fortuna media saranno sufficienti”. I sistemi autoritari risolvono la disoccupazione a scapito di efficienza e libertà, ma un’analisi corretta potrebbe curare il problema preservando entrambi. Riguardo alla pace, il nuovo sistema potrebbe favorirla più del precedente, enfatizzando che la guerra ha cause multiple, inclusa l’eccitazione per i dittatori e la bellicosità popolare, facilitate da pressioni demografiche e lotta competitiva per i mercati.
0.28.2 Cause economiche della guerra e commercio internazionale
Nel diciannovesimo secolo, sotto laissez-faire domestico e standard oro internazionale, i governi mitigavano la distress economico solo attraverso la lotta per i mercati, come descritto in “non c’era mezzo aperto a un governo per mitigare la distress economica in patria se non attraverso la lotta competitiva per i mercati”. Gli economisti lodavano il sistema per la divisione internazionale del lavoro, ma nascondeva un’influenza meno benigna, spingendo i paesi ricchi a non trascurare la lotta per i mercati per evitare il declino della prosperità. Con politiche domestiche per la piena occupazione e equilibrio demografico, non vi sarebbero forze economiche a contrapporre gli interessi nazionali, permettendo una divisione del lavoro e prestiti internazionali senza motivi pressanti per forzare vendite o respingere offerte, come in “il commercio internazionale cesserebbe di essere […] un espediente disperato per mantenere l’occupazione in patria forzando vendite sui mercati esteri e restringendo gli acquisti”.
0.28.3 Potenza delle idee e prospettive future
L’autore疑問a se queste idee siano un sogno visionario, affermando che “le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando sono giuste che quando sono sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si comprenda”, e che il mondo è governato da poco altro. Non fornisce misure pratiche dettagliate, ma prevede che, se corrette, le idee prevarranno nel tempo, specialmente in un momento di attesa per una diagnosi fondamentale, come “al momento presente le persone sono insolitamente in attesa di una diagnosi più fondamentale”.
0.29 Calcolo dell’investimento netto negli Stati Uniti 29
Esclusioni e stime per categorie di investimento, con dati da Kuznets e Fabricant, culminanti in aggregati e osservazioni su fluttuazioni.
0.29.1
L’autore esclude i beni durevoli di consumo dall’investimento, optando per includerli nella spesa di consumo annuale, poiché “non è possibile tracciare una linea rigida” tra deprezzamento e riparazioni, e per difficoltà statistiche; questa scelta allinea con la definizione di consumo nella Teoria generale, pagina Si citano stime di Kuznets per i beni durevoli di consumo, che raggiungono 058 milioni di dollari nel 1929, inclusi 400 milioni per automobili, con deprezzamento di 500 milioni.
La costruzione residenziale rientra nell’investimento, trattata come acquisto da risparmi, non da reddito; tabelle mostrano investimenti netti da 496 milioni nel 1925 a -1.291 nel 1933, con deprezzamento in costi di riproduzione da 554 a 567 milioni. Per il capitale fisso aziendale, si distinguono beni durevoli dei produttori e costruzioni da variazioni di inventari; esclusi parti, riparazioni e manutenzione, il capitale lordo formatione va da 070 milioni nel 1925 a 894 nel 1933, con deprezzamento da 685 a 971 milioni, netto da 385 a -2.077 milioni.
0.29.2
Le variazioni nette negli inventari aziendali, da 916 milioni nel 1925 a -2.250 nel 1933, coprono stocks di produttori, agricoltori e altri; correzioni post-1929 sono provvisorie. Per la costruzione pubblica e indebitamento, si usa l’aumento netto di prestiti come misura di investimento netto, da -43 milioni nel 1925 a +2.796 nel 1933, parallelo a costruzioni da 717 a 659 milioni; fino al 1928, riduzione del debito pubblico nonostante spese, dal 1932 eccesso per sollievo pubblico.
L’investimento estero netto varia da 428 milioni nel 1925 a 293 nel L’aggregato investimento netto totale, da 182 milioni nel 1925 a -2.529 nel 1933, esclude agenzie semi-pubbliche ma è completo per fluttuazioni; ritardi in costruzione residenziale dal 1925, fluttuazioni inventari accentuano depressioni, come accumuli 1929 non materializzati e deplezioni 1932-1933.
0.29.3
Osservazioni evidenziano: arrears enormi in housing al 1933, pur con investimenti grossi continui; ruolo inventari precario, con basso livello 1933 precursore di ripresa; dipendenza prosperità da investimenti durevoli e bassi tassi interesse. Cambiamenti prestiti pubblici moderano fluttuazioni, con federali che sostituiscono statali dal 1931; borrowing picco 1931, non 1934-35. Test preliminare moltiplicatore: cambiamenti redditi 1929-1932 tre-cinque volte investimenti netti.
Appendice 2 dettagli debito pubblico netto, da 548 milioni nel 1924 a 032 nel 1935, con cambiamenti annuali; esclusi obblighi maturi non-interest bearing e contingenti come Federal Farm Mortgage, da 691 milioni giugno 1934 a 525 dicembre
0.29.4
Nota appendice 3 su movimenti salari reali e output, da Economic Journal marzo 1939, reconsidera credenza Teoria generale: articolo Dunlop e nota Tarshis indicano rivalutare relazione cambiamenti salari monetari e reali; si citava interesse per inchiesta statistica, aspettando cambiamenti reali in stessa direzione di monetari per industrie specifiche.
0.30 Evoluzione delle opinioni su prezzi e salari reali - 30
Dal testimone di Marshall alla revisione pigouviana e keynesiana.
L’autore riflette sul proprio percorso intellettuale iniziato nel 1885 o 1886 con un memorandum per la Commissione sulla Depressione che mostrava una lieve preferenza per prezzi in rialzo. Successivamente, studiando evidenze di imprenditori e operai, mutò convinzione intorno al tempo della Commissione su Oro e Argento. Ha letto molto su materia non accademica, rafforzando la nuova posizione senza scosse. Non è certo di avere ragione, ma le prove contrarie in Inghilterra e America non la confutano né anticipano i suoi argomenti. Poco dopo, per la Commissione sulla Valuta Indiana, confermò l’opinione precedente. La conclusione finale appare nella domanda 781: Confesso che, per dieci o quindici anni dopo che iniziai a studiare economia politica, aderii alla dottrina comune secondo cui un aumento dei prezzi era generalmente benefico per gli imprenditori direttamente e per le classi lavoratrici indirettamente.
Marshall cambiò vedute dopo quel periodo, confermando le nuove opinioni grazie a esperienze americane simili a quelle inglesi all’inizio del secolo. Le ragioni del mutamento, lunghe, furono esposte alla Commissione su Oro e Argento. Ora l’aspetto statistico è mutato. L’affermazione che un rialzo dei prezzi aumenti i salari reali dei lavoratori era assioma comune, ma negli ultimi dieci anni statistiche in Inghilterra e America lo mettono alla prova. Ha accumulato fatti, impliciti in una tabella copiata dall’articolo di Bowley nell’Economic Journal di dicembre. Questa, frutto di anni di lavoro, è decisiva. Raccoglie salari medi inglesi dal 1844 al 1891, calcolando il potere d’acquisto, mostrando che il rialzo dei salari reali dopo il 1873, con prezzi in calo, superò quello precedente con prezzi in rialzo.
La conclusione di Marshall si cristallizza nei Principi (Libro VI, cap. VIII, §6): [Quando i prezzi salgono l’imprenditore] sarà quindi più able e più disposto a pagare alti salari; e i salari tenderanno a salire. Ma l’esperienza mostra che (governi o no da scale mobili) raramente salgono proporzionalmente quanto i prezzi; e quindi non salgono quasi quanto i profitti. Le statistiche di Bowley, su cui si basa, arrivano al 1891 o La generalizzazione di Marshall deriva dall’esperienza 1880-1886, che la supporta. Dividendo gli anni 1880-1914 in periodi di ripresa e depressione, i salari reali cadono nella ripresa 1880-1884 e salgono nella depressione 1884-1886, ma invertono nei periodi successivi: salgono in riprese e cadono in depressioni dal 1886 in poi. Così, la generalizzazione vale solo per 1880-1886, periodo formativo per Marshall, ma non nei cinquant’anni seguenti.
La vista di Marshall prevalse, scartando l’opinione contraria di Foxwell come eresia inflazionistica. Marshall la offrì come fatto statistico osservato, spiegandola con la rigidità dei salari monetari rispetto ai prezzi, senza ragionamento a priori. Sopravvisse come dogma grazie a supporto teorico successivo. Eccezione importante: nel 1927 Pigou in Industrial Fluctuations notò che le metà alte dei cicli commerciali associavano salari reali più alti delle metà basse, con grafico 1850-1910. Poi Pigou tornò alla tradizione marshalliana: nel Theory of Unemployment del 1933 scrive che l’inerzia dei salari monetari fa muovere i salari reali in modo complementare, non compensatorio, alla domanda reale di lavoro. Quando la domanda cala, i salari reali salgono; quando sale, calano.
Intorno a quel tempo Rueff pubblicò statistiche mostrando che un rialzo dei salari reali accompagnava aumento della disoccupazione, usando indice all’ingrosso invece di costo della vita. Pigou critica Rueff, ma conclude che la tendenza per spostamenti nella domanda reale associati a movimenti opposti nei salari reali è predominante nelle comunità industriali moderne. Come Marshall, Pigou basa ciò sulla rigidità dei salari monetari. L’accettazione dell’autore della generalizzazione tradizionale nel scrivere la Teoria Generale fu influenzata da argomento a priori in Kahn nell’articolo su investimento domestico e occupazione del Economic Journal del 1931 giugno. Il fatto empirico che i salari reali si muovano oppostamente all’output nel breve periodo conforma a costi marginali crescenti, equivalenza tra costo marginale e salario, prezzi governati da costo marginale.
Ora riconosce la conclusione troppo semplice, senza tenere conto della complessità dei fatti. Mantiene però la struttura principale dell’argomento, da emendare non scartare. Non fu vittima facile della conclusione tradizionale perché calzava la sua teoria; è l’opposto della verità.
0.31 Revisione delle generalizzazioni sui salari reali - 31
Esame critico delle fluttuazioni salariali in base a evidenze statistiche recenti.
Sommario L’autore considera possibile che i propri risultati non siano stati gravemente errati, tenendo conto dei dati di Mr. Meade, e suggerisce di separare le osservazioni a seconda del livello assoluto di occupazione, buono o mediocre. Si propone di analizzare i risultati per due generalizzazioni distinte in base al livello di occupazione raggiunto. Per fluttuazioni entro il range usuale, che raramente avvicinano la piena occupazione, le variazioni dei salari reali sono di solito così piccole rispetto ad altri fattori da poter trattare i salari reali come sostanzialmente costanti nel breve periodo, una semplificazione utile se giustificata, come già concluso da Dr. Kalecki.
Si ipotizza di aver sottostimato l’effetto quantitativo di un fattore noto, assumendo che il lavoro sia remunerato in termini del proprio prodotto composito, o che il prezzo dei beni salariati si muova come il prezzo dell’output totale. Non si è mai supposto che ciò fosse stretto, ma solo un’approssimazione; la proporzione di beni salariati non derivanti dal prodotto corrente del lavoro in questione, e i cui prezzi non sono governati dal costo marginale di tale prodotto, potrebbe interferire con l’affidabilità dell’approssimazione. Esempi principali sono affitti e beni importati con termini di scambio variabili; se nel breve periodo gli affitti sono costanti e i termini di scambio migliorano quando i salari monetari salgono e peggiorano quando calano, la conclusione verrebbe scompaginata in pratica, nonostante il resto delle premesse regga.
In questo paese si è soliti supporre che affitti e termini di scambio si compensino a vicenda, sebbene il contrario possa valere nei paesi di materie prime; gli affitti, largamente fissi, salgono e scendono meno dei salari monetari, mentre il prezzo dei generi alimentari importati tende a salire di più nei periodi di attività e a scendere di più in quelli di depressione. Mr. Dunlop e Mr. Tarshis affermano che le fluttuazioni nei termini di scambio non sono sufficienti ad alterare la tendenza generale dei loro risultati, sebbene li modifichino quantitativamente in misura considerevole. Tuttavia, l’effetto della spesa su voci come affitto, gas, elettricità, acqua, trasporti, ecc., i cui prezzi non cambiano materialmente nel breve periodo, deve essere calcolato separatamente per chiarire; se emergesse che è questo fattore a spiegare i risultati, il resto delle generalizzazioni fondamentali rimarrebbe indisturbato. È importante che i statistici calcolino i salari in termini del prodotto attuale del lavoro in questione.
L’identificazione del costo marginale con il costo marginale salariale introduce un errore rilevante? Nella General Theory of Employment, l’autore ha argomentato che tale identificazione è pericolosa perché ignora il fattore chiamato “costo marginale d’uso”, ma è improbabile che ciò aiuti nel contesto attuale, poiché il costo marginale d’uso aumenta con l’output crescente, lavorando in direzione opposta a quella richiesta per spiegare il problema e fornendo un motivo aggiuntivo per aspettarsi che i prezzi salgano più dei salari. In generale, ci si aspetterebbe che il costo marginale totale aumenti più, non meno, del costo marginale salariale.
Si sospetta l’assunzione di costi marginali reali crescenti nel breve periodo? Mr. Tarshis trova parte della spiegazione qui, e Dr. Kalecki propende per costi marginali reali approssimativamente costanti, ma va fatta una distinzione importante. Tutti concorderebbero che partendo da un livello di output molto al di sotto della capacità, con impianto e lavoro efficienti parzialmente impiegati, il costo marginale reale può declinare con l’aumento dell’output o, al peggio, rimanere costante. Tuttavia, un punto arriva ben prima della piena occupazione di impianto e lavoro, quando si deve ricorrere a impianto e lavoro meno efficienti o intensificare oltre l’ottimo l’organizzazione efficiente.
Anche concedendo che la curva del costo marginale a breve periodo scenda nelle prime fasi, l’assunzione di Mr. Kahn che eventualmente volga in su è, per ragioni di senso comune, indubbiamente oltre ogni ragionevole dubbio, e ciò accade su una parte della curva altamente rilevante per scopi pratici. Sarebbe necessaria evidenza più convincente di quella esistente per persuadere l’autore ad abbandonare questa presunzione. È di grande importanza pratica che i statistici determinino a che livello di occupazione e output la curva del costo marginale a breve periodo per il prodotto composito complessivo inizia a volgere in su e quanto bruscamente salga dopo il punto di svolta; questa conoscenza è essenziale per l’interpretazione del ciclo economico.
Per questo si è suggerito di classificare separatamente le osservazioni sul movimento relativo di salari reali e monetari secondo il livello medio di occupazione raggiunto. Potrebbe rivelarsi che, almeno per statistiche degli ultimi anni, il livello di occupazione sia stato prevalentemente così basso da vivere più spesso che no sulle parti della curva prima del punto critico di inversione. Le cifre americane di Mr. Tarshis riguardano solo il periodo dal 1932 al 1938, durante il quale vi è stata disoccupazione intensa negli Stati Uniti, sia di lavoro che di impianto, rendendo plausibile supporre che il punto critico della curva del costo marginale non sia mai stato raggiunto. Se così è stato, è importante saperlo, ma tale esperienza non deve indurci a supporre che debba necessariamente essere così, o a dimenticare la teoria nettamente diversa applicabile dopo il punto di svolta.