Keynes - Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta | A | 10d
0.1 Emendazioni e controversie nella teoria economica classica
Correzioni testuali e dibattiti dottrinali nelle opere di John Maynard Keynes e dei suoi predecessori.
Sommario
L’argomento tratta delle correzioni apportate a un’edizione di un’opera economica, come indicato dalla lista di errori di stampa “corretti nella presente edizione”, tra cui la sostituzione di “‘possession’ con ‘possessions’” e “‘income’ con ‘incomes’”. Queste correzioni emergono “preparando varie edizioni straniere” o “preparando la versione variorum”. Il contesto è la reazione e il distacco dalla tradizione economica classica o ortodossa, definita come “la teoria classica dell’argomento, sulla quale sono stato educato”. L’autore descrive il proprio lavoro come “una reazione, una transizione lontano dalla tradizione classica inglese (o ortodossa)” e una “lotta di fuga” dai “modi abituali di pensiero”. Viene criticata l’ortodossia, poiché “l’errore si trova non nella sovrastruttura, ma in una mancanza di chiarezza e di generalità nelle premesse”. Sono menzionati temi minori, come il ruolo di economisti come Marshall, i cui “lavori non contengono una discussione consecutiva del tasso di interesse”, e Ricardo, la cui dottrina ha “conquistato l’Inghilterra completamente”. Vengono citati anche pensatori eterodossi come “Mandeville, Malthus, Gesell e Hobson”, che hanno “preferito vedere la verità oscuramente piuttosto che mantenere l’errore”. L’impatto delle idee economiche è sottolineato dalla citazione: “Le idee degli economisti e dei filosofi politici, sia quando hanno ragione sia quando hanno torto, sono più potenti di quanto comunemente si comprenda”.
0.2 Critica della teoria classica dell’occupazione e della disoccupazione involontaria
La confutazione dei postulati classici sulla determinazione del salario reale e la dimostrazione dell’esistenza di una disoccupazione non volontaria.
Sommario
L’argomento contesta i fondamenti della teoria economica classica, in particolare i suoi due postulati sul mercato del lavoro. Il primo postulato afferma che “il salario è uguale al prodotto marginale del lavoro”, mentre il secondo sostiene che “il salario reale di una persona occupata è quello che è appena sufficiente a indurre il volume di lavoro effettivamente impiegato a essere fornito”. La teoria classica, basandosi su questi postulati, “non ammette la possibilità” di una terza categoria, la “disoccupazione ‘involontaria’ in senso stretto”. Viene invece argomentato che questi postulati “sono applicabili a un caso speciale soltanto e non al caso generale”, che rappresenta solo “un punto limite delle possibili posizioni di equilibrio”. La disoccupazione involontaria si verifica quando, nonostante i lavoratori siano disposti a lavorare al salario reale corrente, “il volume di occupazione effettivo rimane al di sotto dell’offerta di lavoro potenzialmente disponibile”. Un tema minore è la critica a economisti come il Professor Pigou, la cui analisi, partendo dagli assunti classici, è “l’unico tentativo di scrivere per esteso la teoria classica della disoccupazione in modo preciso”, ma che conduce alla conclusione che “ogni disoccupazione che esiste in qualsiasi momento è dovuta interamente al fatto che i cambiamenti nelle condizioni della domanda continuano a verificarsi e che le resistenze attritive impediscono che gli adeguamenti salariali appropriati vengano effettuati istantaneamente”. Un ulteriore tema minore riguarda il ruolo del salario monetario: si osserva che “l’esperienza comune ci dice, senza ombra di dubbio, che una situazione in cui il lavoro stipula (entro limiti) per un salario monetario piuttosto che per un salario reale, così lungi dall’essere una mera possibilità, è il caso normale”. La teoria classica, “dimenticando l’ipotesi speciale alla base della loro teoria”, è stata “portata inevitabilmente alla conclusione, perfettamente logica in base alla loro ipotesi, che la disoccupazione apparente deve essere dovuta in fondo a un rifiuto da parte dei fattori disoccupati di accettare una ricompensa che corrisponde alla loro produttività marginale”.
0.3 Costi, aspettative e decisioni di produzione
L’analisi dei costi d’impresa e delle aspettative che ne guidano le decisioni produttive.
Sommario
L’argomento definisce e distingue i costi sostenuti da un imprenditore per l’impiego di lavoro. “In un dato stato di tecnica, risorse e costi, l’impiego di un dato volume di lavoro da parte di un imprenditore comporta per lui due tipi di spesa”: il costo dei fattori, ovvero “gli importi che egli paga ai fattori della produzione per i loro servizi correnti”, e il costo d’uso, definito come “gli importi che paga ad altri imprenditori per ciò che deve acquistare da loro insieme al sacrificio che sopporta impiegando l’attrezzatura invece di lasciarla inattiva”. L’argomento esamina come “il comportamento di ogni singola impresa nel decidere la sua produzione giornaliera sarà determinato dalle sue aspettative a breve termine”, relative ai costi e ai ricavi di vendita, e come queste siano a loro volta influenzate dalle “aspettative a lungo termine di altre parti”. Viene inoltre analizzato il concetto di costo supplementare, “l’ammortamento dell’attrezzatura, che è involontario ma non inaspettato”, e la sua interazione con il costo d’uso nel determinare il prezzo di offerta di lungo periodo, che “deve superare il costo di lungo periodo così calcolato di un importo determinato dall’attuale tasso di interesse”. L’argomento considera infine l’impatto di “perdite avventizie” e di situazioni di “attrezzatura ridondante” sul costo d’uso marginale e, di conseguenza, sulle decisioni di produzione.
0.4 Risparmio, investimento e domanda effettiva
L’analisi macroeconomica dell’identità tra risparmio e investimento aggregati e le sue implicazioni per l’occupazione e la domanda effettiva.
Sommario
L’argomento stabilisce che, per la comunità nel suo insieme, “il risparmio e l’investimento sono necessariamente uguali in quantità, essendo, per la comunità nel suo insieme, semplicemente diversi aspetti della stessa cosa”. Questa uguaglianza è una conseguenza delle definizioni: poiché “il reddito è uguale al valore della produzione corrente”, “l’investimento corrente è uguale al valore di quella parte della produzione corrente che non è consumata” e “il risparmio è uguale all’eccesso del reddito sul consumo”, “l’uguaglianza del risparmio e dell’investimento segue necessariamente”. L’idea opposta, “l’assurda, anche se quasi universale, idea che un atto di risparmio individuale sia altrettanto buono per la domanda effettiva quanto un atto di consumo individuale”, viene confutata. Viene sottolineato che “la domanda che sorge dal consumo e dall’investimento di un individuo è la fonte dei redditi di altri individui”, per cui i redditi in generale non sono indipendenti “della disposizione degli individui a spendere e investire”. Un tema minore è il moltiplicatore, per cui “se la psicologia del consumo della comunità è tale che sceglieranno di consumare, per esempio, nove decimi di un incremento di reddito, allora il moltiplicatore k è 10”. Un altro tema minore riguarda i motivi soggettivi per il risparmio, come “costruire una riserva contro imprevisti” o “fornire per un’anticipata futura relazione tra il reddito e i bisogni”. L’argomento esplora anche le conseguenze di una propensione al risparmio in condizioni di piena occupazione superiore a quanto richiesto, che può impedire la piena occupazione stessa, e il ruolo del tasso di interesse, che “è il ‘prezzo’ che equilibra il desiderio di detenere ricchezza in forma di liquidità con la quantità disponibile di liquidità”.
0.5 I tassi di interesse propri e la preferenza per la liquidità
La natura monetaria del tasso di interesse e il ruolo della liquidità.
Sommario
L’argomento tratta della natura e della determinazione del tasso di interesse, con particolare enfasi sul concetto di “tasso di interesse proprio” (own-rate of interest) per diverse attività. Il “tasso di interesse proprio di una qualsiasi merce” è definito come “q - c + l”, dove “q” è il rendimento, “c” il costo di mantenimento e “l” il premio per la liquidità, tutti misurati in termini della merce stessa. Un principio centrale è che “il tasso di interesse è un fenomeno puramente monetario” e che “la peculiarità del denaro” risiede nel fatto che “il suo premio per la liquidità eccede di molto il suo costo di mantenimento”, mentre per altre attività “il loro costo di mantenimento eccede di molto il loro premio per la liquidità”. Questo spiega perché “il tasso di interesse proprio del denaro” è spesso il più alto e “fissa lo standard” al quale l’efficienza marginale del capitale deve conformarsi. La preferenza per la liquidità, ovvero il desiderio di detenere ricchezza in forma liquida, è determinata da tre motivi: “il motivo delle transazioni”, “il motivo precauzionale” e “il motivo speculativo”. L’incertezza riguardo ai tassi di interesse futuri è “la condizione necessaria” per l’esistenza della preferenza per la liquidità. L’autorità monetaria influenza il sistema attraverso la gestione della quantità di denaro e dei tassi, sebbene il suo potere non sia assoluto, poiché “esistono certe limitazioni sulla capacità dell’autorità monetaria di stabilire qualsiasi dato complesso di tassi di interesse”. Viene menzionato il tema dei tassi di interesse negativi, resi impraticabili dalle caratteristiche del denaro, e il confronto con altre attività, come la terra, che in passato potevano avere “un alto premio per la liquidità”.
0.6 La Funzione dell’Occupazione e la Domanda Effettiva
La relazione tra domanda effettiva, misurata in unità-salario, e il volume dell’occupazione, considerando dati lo stato della tecnica, le risorse e il costo dei fattori per unità di occupazione.
Sommario L’argomento definisce la funzione dell’occupazione come relazione tra la domanda effettiva, misurata in unità-salario (Dw), e la quantità di occupazione (N) che essa sostiene. “La funzione dell’occupazione non differisce dalla funzione di offerta aggregata se non per il fatto che è, in effetti, la sua funzione inversa ed è definita in termini di unità-salario”. Il volume di occupazione è determinato dall’intersezione tra la funzione di domanda aggregata e la funzione di offerta aggregata. Vengono introdotti concetti come l’elasticità dell’occupazione (eₑᵣ), che “misura la reazione del numero di unità-lavoro impiegate nell’industria ai cambiamenti nel numero di unità-salario che si prevede vengano spese per acquistarne l’output”, e l’elasticità della produzione (eₒᵣ). L’analisi considera come “i prezzi – sia i prezzi individuali che il livello generale dei prezzi – emergono come risultante” della domanda effettiva e delle condizioni di offerta, dove “il livello dei prezzi in generale dipende in parte dal saggio di rimunerazione dei fattori di produzione che entrano nel costo marginale e in parte dalla scala della produzione nel suo complesso”. Viene esaminato l’effetto della domanda sui prezzi e sull’output: “La domanda effettiva spende se stessa, in parte influenzando l’output e in parte influenzando il prezzo, secondo questa legge”. Un tema minore è l’influenza della distribuzione della domanda tra industrie con diverse elasticità dell’occupazione sull’occupazione aggregata e sulla distribuzione del reddito.
0.7 Critica del Laissez-Faire e Politiche per la Piena Occupazione
Un’indagine sulle limitazioni del sistema economico ortodosso e sui mezzi per garantire la stabilità e l’occupazione.
Il sommario analizza la critica al sistema del laissez-faire e allo standard aureo internazionale, sistemi che, in assenza di controlli diretti sul tasso di interesse interno, rendevano la lotta competitiva per una bilancia commerciale favorevole l’unico mezzo per aumentare gli investimenti esteri e l’unico mezzo indiretto per ridurre il tasso di interesse interno. Questo approccio nazionalistico, del quale i mercantilisti erano pienamente consapevoli, poteva portare a una “concorrenza internazionale insensata per una bilancia commerciale favorevole che danneggia tutti”. In un’economia soggetta a contratti monetari, dove la quantità di circolazione interna e il tasso di interesse interno sono determinati dalla bilancia dei pagamenti, non esisteva “nessun mezzo ortodosso aperto alle autorità per contrastare la disoccupazione interna se non lottando per un surplus delle esportazioni”. La politica di un tasso di interesse autonomo, non impedito da preoccupazioni internazionali, e di un programma nazionale di investimenti diretto a un livello ottimale di occupazione domestica è invece “due volte benedetta nel senso che aiuta noi stessi e i nostri vicini allo stesso tempo”. L’argomento sostiene che “l’allargamento delle funzioni del governo”, coinvolto nel compito di adeguare reciprocamente la propensione a consumare e l’incentivo a investire, è “l’unico mezzo praticabile per evitare la distruzione delle forme economiche esistenti nella loro interezza”. Pertanto, “una socializzazione alquanto comprensiva degli investimenti si dimostrerà l’unico mezzo per garantire un’approssimazione alla piena occupazione”. Viene inoltre discusso il ruolo della psicologia degli investimenti, dove “un’alta proporzione delle nostre attività positive dipende da un ottimismo spontaneo piuttosto che da un’aspettativa matematica”, e la conseguente instabilità dei mercati.
0.8 Fluttuazioni nell’investimento netto negli Stati Uniti 8
Dati statistici e analisi sulla formazione di capitale e investimento netto.
Sommario
L’argomento tratta della distinzione e del calcolo degli aggregati di investimento lordo e investimento netto, con particolare riferimento alle statistiche compilate da Simon Kuznets per gli Stati Uniti. Viene illustrato come “l’investimento netto (secondo la definizione del Sig. Kuznets)” sia derivato detraendo dall’investimento lordo voci come “l’assistenza degli imprenditori, riparazioni, manutenzione, ammortamento e esaurimento”. Le fluttuazioni di questo investimento netto sono esaminate in dettaglio, mostrando un crollo significativo, ad esempio, nel 1932, quando il “net capital formation” subì “un crollo spaventoso dopo il 1929, scendendo nel 1932 a una cifra non meno del 95 per cento al di sotto della media del quinquennio 1925-1929”. Vengono discussi i componenti specifici dell’investimento, tra cui “beni durevoli dei consumatori”, “costruzione residenziale”, “capitale fisso delle imprese”, “rimanenze di magazzino”, “spesa in prestiti da parte delle autorità pubbliche” e “investimento estero”. L’analisi evidenzia l’impatto delle “ingenti disposizioni finanziarie” e della “prudenza finanziaria”, come i “fondi di ammortamento”, che, anticipando le spese future di sostituzione, possono “diminuire la domanda effettiva corrente” e agire come “un serio ostacolo alla ripresa precoce”. Viene inoltre esaminato il ruolo delle fluttuazioni delle scorte e della spesa pubblica in prestiti nel moderare i cicli economici.
0.9 La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta
Un’indagine sui fattori che determinano il livello di output e di occupazione nel breve periodo, con particolare attenzione al ruolo delle aspettative, dell’efficienza marginale del capitale e dei salari reali.
Sommario
L’analisi si concentra sulle forze che determinano “il reddito nazionale di un dato sistema economico e (quasi la stessa cosa) la quantità della sua occupazione”. L’indagine è complessa e non può sperare di fare “generalizzazioni completamente accurate”, ma cerca di isolare “i fattori i cui cambiamenti determinano principalmente il nostro quaesitum”. I “tre fattori psicologici fondamentali” – “la propensione psicologica a consumare, l’atteggiamento psicologico verso la liquidità e l’aspettativa psicologica della futura resa delle attività in capitale” – sono identificati come variabili indipendenti cruciali, insieme all’unità salariale e alla quantità di moneta. Il metodo di analisi non intende “fornire una macchina, o un metodo di manipolazione cieca, che fornirà una risposta infallibile”, ma piuttosto “fornirci un metodo organizzato e ordinato di pensare a problemi particolari”. Un tema minore è la critica alle teorie economiche precedenti, le cui “ipotesi fondamentali su cui la teoria della distribuzione di breve periodo è stata basata finora” sono state “seriamente scosse” da nuove evidenze empiriche. Un altro tema minore è la natura del ciclo economico, che “è meglio considerato come causato da un cambiamento ciclico nell’efficienza marginale del capitale”, sebbene complicato da cambiamenti in altre variabili di breve periodo. La spiegazione della “regolarità della sequenza temporale e della durata” del ciclo è ricercata “nelle influenze che governano il recupero dell’efficienza marginale del capitale”. L’analisi è condotta utilizzando rigorosamente le due unità, “moneta e lavoro”, riservando unità di output specifico a contesti di analisi isolata. Concetti vaghi come “la quantità di output nel suo complesso… e il livello generale dei prezzi” sono relegati a “confronti storici” che sono “approssimativi”. Viene discussa la relazione tra salari monetari e salari reali, con l’osservazione che “i cambiamenti di breve periodo nei salari reali sono di solito così piccoli rispetto ai cambiamenti in altri fattori che non sbaglieremo spesso se trattiamo i salari reali come sostanzialmente costanti nel breve periodo”. Questa conclusione è supportata da indagini statistiche che mostrano che, per fluttuazioni che “raramente si avvicinano a condizioni di piena occupazione”, la relazione tradizionale per cui “i salari reali tendono a muoversi nella direzione opposta al livello di output” non è affidabile. L’analisi riconosce che “i fenomeni del ciclo economico sono anche colorati da certe caratteristiche speciali della propensione a consumare, della schedulà dell’efficienza marginale del capitale e del tasso di interesse, su cui possiamo generalizzare in sicurezza dall’esperienza”.
0.10 Fluttuazioni cicliche, occupazione e propensione al consumo
Analisi delle forze che determinano le oscillazioni economiche, il livello di occupazione e i prezzi, con particolare attenzione al ruolo della propensione marginale al consumo, del moltiplicatore e dell’efficienza marginale del capitale.
Il sommario tratta le condizioni di stabilità del sistema economico, dove un moltiplicatore “maggiore dell’unità ma non molto grande” e una propensione marginale al consumo che “diminuisce mano a mano che l’occupazione aumenta” prevengono fluttuazioni estreme. L’equilibrio oscillatorio si forma attorno a una posizione intermedia “apprezzabilmente al di sotto della piena occupazione”. Vengono esaminati i meccanismi delle fasi cicliche: nella fase di ascesa, “le forze propulsive inizialmente raccolgono forza” ma poi si esauriscono, mentre nella fase di recessione “il crollo dell’efficienza marginale del capitale”, specialmente per i “tipi di capitale che hanno contribuito maggiormente alla precedente fase”, è una causa tipica della crisi. L’analisi include l’effetto degli investimenti sull’occupazione, dove “un piccolo incremento di investimento porterà alla piena occupazione” se la propensione al consumo è alta, mentre “richiederà un grande incremento di investimento” se è bassa. Viene discusso l’impatto dei salari monetari: “una riduzione generale dei salari monetari” può influenzare la domanda effettiva attraverso l’efficienza marginale del capitale e il tasso di interesse, ma le aspettative di ulteriori riduzioni possono avere “effetti precisamente opposti”. Il rapporto tra domanda effettiva, output e prezzi è esplorato, notando che un aumento della domanda in condizioni di disoccupazione si traduce principalmente in un aumento dell’occupazione, ma una volta raggiunti i “colli di bottiglia”, “causerà un forte aumento dei prezzi di certe merci”, avvicinandosi a uno stato di “vera inflazione” solo dopo la piena occupazione.