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Keplero - Astronomia Nova(a) | eL | m


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1 L’edizione critica dell’Astronomia Nova di Keplero: genesi e contesto storico

Un trattato fondativo dell’astronomia moderna, pubblicato sotto il patrocinio imperiale e curato da una rete di istituzioni scientifiche tedesche tra Otto e Novecento.

Il testo descrive la struttura editoriale e la genesi della seconda edizione (1990) del terzo volume dell’opera omnia di Johannes Kepler, dedicato all’Astronomia Nova (1609). L’opera rappresenta un momento cruciale nella storia della scienza: vi sono esposte le prime due leggi del moto planetario, frutto di anni di analisi delle osservazioni di Tycho Brahe. La pubblicazione è il risultato di una collaborazione istituzionale e accademica, come evidenziato dai riferimenti ai curatori e agli enti coinvolti.

Elementi peculiari e struttura editoriale Il volume è curato da Max Caspar (citazioni 16-17), figura centrale nella riscoperta di Keplero nel XX secolo, e pubblicato dalla Bayerische Akademie der Wissenschaften (14, 23), con il supporto della casa editrice C.H. Beck (15). La doppia edizione è segnalata da due ISBN distinti: uno per la versione Halbpergament (rilegata in mezza pergamena, 21) e uno per quella broschiert (brossurata, 20). La dicitura “2., unveränderte Auflage” (18, 22) indica che si tratta di una ristampa invariata rispetto alla prima edizione del 1937, a sua volta parte di un progetto più ampio di edizione critica delle opere kepleriane (“Kepler-Komm.”, 11).

Contesto storico e scientifico Il frontespizio originale (23-27) rivela la natura rivoluzionaria del testo: “ASTRONOMIA NOVA ΑΙΤΙΟΛΟΓΗΤΟΣ, seu PHYSICA COELESTIS”, ovvero un’astronomia “causale” che introduce spiegazioni fisiche ai moti celesti, superando il modello tolemaico. L’opera fu commissionata dall’imperatore Rudolph II (24) e basata sulle osservazioni di Tycho Brahe (23), il cui lascito osservativo fu fondamentale per Keplero. La datazione “ANNO à Nativitate Christi MDCIX” (27) colloca la prima edizione nel 1609, anno in cui Galileo puntò il cannocchiale verso il cielo, segnando l’inizio dell’astronomia moderna.

Gerarchia dei concetti e ambiguità Il testo oscilla tra due livelli: da un lato, la descrizione bibliografica (curatori, edizioni, ISBN), dall’altro, la testimonianza storica del frontespizio originale, che svela il metodo kepleriano. Un’ambiguità emerge nei riferimenti ai curatori: “von Walther von Dyck u. Max Caspar” (7) e “von Max Caspar” (17) suggeriscono una successione nella direzione del progetto, con von Dyck probabilmente coinvolto nella fase iniziale. La presenza di abbreviazioni latine (es. “c~”, 26) e simboli tipografici (es. “~”, 25) riflette la prassi editoriale dell’epoca, ma richiede contestualizzazione per evitare fraintendimenti.

Termini e dati tecnici - Halbpergament / broschiert: indicano le due versioni dell’edizione (rilegata e brossurata). - AITIOΛΟΓΗΤΟΣ: termine greco che significa “causale”, sottolineando l’approccio fisico di Keplero. - G.V. TYCHONIS BRAHE: riferimento a Tycho Brahe, le cui osservazioni furono la base empirica dell’opera. - Rudolph II: imperatore del Sacro Romano Impero, mecenate di Keplero.

La pubblicazione del 1990, pur essendo una ristampa, testimonia la continuità storiografica del progetto kepleriano, portato avanti da istituzioni come l’Accademia Bavarese delle Scienze e curatori come Caspar, che ne garantirono la diffusione critica nel Novecento.


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2 L’attacco alle ipotesi astronomiche e la difesa di Copernico

Un trattato scientifico che smaschera le contraddizioni delle teorie tradizionali e celebra la rivoluzione copernicana, pur rivelando le tensioni tra rigore logico e necessità fisiche.

Il testo affronta una critica serrata alle ipotesi astronomiche tradizionali, accusate di fondarsi su presupposti arbitrari e di distorcere la verità delle leggi naturali. L’autore (identificato come Ramo in 39) respinge con veemenza l’idea di “dimostrare la verità delle cose naturali attraverso false cause” (32: “At in posteris fabula est longe absurdillima, naturalium rerum veritatem per falsas causas demonstrare”), un’accusa rivolta in particolare ai sistemi di Eudosso, Aristotele e Callippo, i cui modelli celesti erano stati venerati “come dèi” (31: “imo tanquam Deos &v&a’t”poov Orbium sunt venerati). La condanna si estende ai successori che hanno perpetuato questa pratica, considerata una favola assurda” (32).

Al centro della polemica emerge però una difesa appassionata di Copernico, il cui lavoro è presentato come un tentativo genuino di ricondurre l’astronomia alla verità, non diversamente dalle “ipotesi” degli antichi (45: “fabula haec non est in COPERNICO: quippe qui veras et ipse arbitratus est, Hypotheses suas”). L’autore sottolinea come Copernico non solo credesse nella validità delle proprie teorie, ma le avesse anche “dimostrate vere” (45: “neque tantum est arbitratus, sed et demonstrat veras”), citando come prova il suo stesso Opus. La critica si sposta allora su Andreas Osiander, curatore dell’edizione del De revolutionibus, accusato di aver anteposto una prefazione “assurda” (48: “praefationem illam, quam tu dicis absurdillimam”) senza il consenso di Copernico, morto o ignaro. Osiander, secondo l’autore, avrebbe travisato il lavoro copernicano, riducendolo a un mero “gioco di ipotesi” (49: “Non igitur !J.u.&oÀoye:r COPERNICVS, sed serio 1t(Xp(X8o~oÀoye:r”), mentre Copernico avrebbe agito da vero filosofo, come auspicato dallo stesso Ramo.


La seconda parte del testo assume un tono panegirico e allegorico, dedicata all’imperatore Rodolfo II (50–54), presentato come destinatario di una “nobilissima preda” (58: “Captivum Nobilissimum”). Il “prigioniero” metaforico è identificato con l’astrologia o, più precisamente, con il calcolo astronomico (71: “constrictum vinculis Calculi”), capace di predire eventi cruciali come guerre, vittorie e persino la vita stessa. L’autore si vanta di averlo “catturato” dopo una battaglia “difficile e laboriosa” (60), paragonando la conquista a un trionfo militare (65: “per quem omnes exercitus vincant, omnes belli duces triumphent”). La metafora si arricchisce di riferimenti mitologici e storici: il prigioniero è celebrato come “seminatore di re” (Romolo e Remo), “conservatore di Roma” e “protettore dei Quiriti” (67), quasi fosse una divinità tutelare dell’impero.

Tuttavia, l’elogio si intreccia con una dichiarazione di umiltà e di distanza dalle polemiche professionali. L’autore afferma di ritirarsi da un campo di battaglia intellettuale dove ha “inimicizie con i commilitoni” (70: “in qua mihi simultas intercessit cum commilitonibus”), preferendo dedicarsi a “cose più adatte alle proprie forze” (69: “ad alia recipio, quae sunt viribus meis accommodatiora”). Questo passaggio rivela una tensione irrisolta tra l’ambizione di riformare l’astronomia e la consapevolezza dei limiti personali, nonché delle resistenze accademiche.


Il testo si chiude con un appello alla logica e alla matematica come fondamenti per una scienza pura (33: “Logica primùm, deinde Mathematica Arithmeticae et Geometricae elementa […] ad amplissimam artis puritatem et dignitatem constituendam adjumenti plurimum conferent”), ma anche con un monito a non trascurare le “aiuti fisici” (42: “ne quaeso excuseris adjumenta Physica, quibus illa carere nequaquam potest”). Qui emerge una contraddizione interna: da un lato, l’autore esalta la necessità di un’astronomia “senza ipotesi” (34: “Astrologiae sine Hypothesibus constituendae”), dall’altro riconosce che la fisica è indispensabile per evitare di cadere in astrazioni sterili. La stessa difesa di Copernico, pur basata su argomenti razionali, non può prescindere dalla realtà osservabile.

Infine, il riferimento a Osiander (47–48) e alla sua prefazione anonima al De revolutionibus assume un significato storico cruciale: rivela come la ricezione dell’opera copernicana fosse già segnata da fraintendimenti e strumentalizzazioni, con alcuni (come Osiander) che ne attenuavano la portata rivoluzionaria per renderla accettabile agli occhi della Chiesa. L’autore, invece, insiste sulla serietà filosofica di Copernico, contrapponendola alla “favola” delle ipotesi tradizionali.

3 La battaglia celeste di Keplero: Marte come nemico e alleato nella rivoluzione astronomica

“Non è senza onore per noi colui che l’eterno Architetto di questo mondo, padre comune delle stelle e degli uomini, pose in prima fila tra i corpi visibili, affinché con perenne corso percorresse le regioni eteree a gloria del suo Creatore.”

Il testo, tratto da un’opera di Johannes Kepler (probabilmente il Astronomia nova, 1609), narra una metafora bellica per descrivere la sua lotta intellettuale con il pianeta Marte, presentato come un avversario ostinato e quasi personificato. La struttura retorica alterna dati osservativi, aneddoti storici e riflessioni teologico-filosofiche, rivelando sia il metodo scientifico di Keplero sia il contesto culturale dell’epoca.

3.1 Marte: il nemico da sconfiggere

Keplero dipinge Marte come un avversario strategico, dotato di “secretum imperii sui” (77) – un moto irregolare che aveva resistito a secoli di osservazioni. La metafora militare è pervasiva: il pianeta è un “hostis” (nemico) che “cursus suos exercuerat liberrimus et incircumscriptus” (81), sfuggendo alle “machinae” (strumenti) degli astronomi. La citazione di Plinio il Vecchio (“Martis inobservabile sidus esse”, 81) sottolinea l’impotenza degli antichi di fronte a questo “potentissimus inventionum humanarum Domitor” (81), un dominatore delle scoperte umane.

L’aneddoto su Georg Joachim Rheticus (82) – discepolo di Copernico – amplifica il dramma: Rheticus, frustrato dalle irregolarità di Marte, avrebbe “caput ad parietem allisisse” (84) come Ottaviano Augusto dopo la disfatta di Varo. La fama (83) è descritta come un “malum” più pericoloso della menzogna, ma Keplero la usa per enfatizzare la difficoltà del problema: Marte non è solo un corpo celeste, ma un simbolo di resistenza alla conoscenza umana.

3.2 Tycho Brahe e la svolta osservativa

La figura di Tycho Brahe emerge come quella del “dux in hac militia summus” (88), il cui lavoro ventennale (“pene continuis viginti annorum noctibus”, 92) fornisce a Keplero le basi per la vittoria. Brahe aveva “exploravit omnes hostis hujus consuetudines” (92), ma è Keplero a trasformare i dati in una strategia: “notatis diligenter temporum articulis” (93), dirige gli strumenti (“subtilibus instructas dioptris”) verso i “cubilia” (tane) di Marte, usando la Terra come “currus magnae Matris” (93) per inseguirlo.

Le difficoltà pratiche sono descritte con realismo: “Non tamen sine sudore successit negocium” (94). Gli ostacoli includono errori strumentali (“ejaculatus quarundam […] in diversa loca tendit”, 94), condizioni atmosferiche (“splendor Solis aut Lunae”, 95), e persino pareti oblique che deviano i raggi. La metafora bellica si estende alle insidie del nemico: Marte è “industrius in excursionibus, vigilans in insidiis” (96), costringendo Keplero a una guerra di logoramento.

3.3 La resa di Marte e le implicazioni cosmologiche

La svolta arriva quando Marte, “ubi me persistere vidit in proposito” (99), si arrende: “victoriae mihi confessionem obtulit” (99). La dedizione del pianeta avviene “inter arbitraria vincula” (99), cioè sotto le leggi matematiche (aritmetica e geometria) che Keplero impone. Tuttavia, il nemico non scompare del tutto: anche dopo la resa, Marte “occultis illusionibus” (100) cerca di spaventare gli astronomi, un riferimento alle irregolarità residue che richiedono ulteriori indagini.

La dimensione teologica è centrale. Marte è collocato da Dio “in prima corporum aspectabilium acie” (80) per “suscitare le menti umane” dal torpore dell’ignoranza e “trahere in coelum ad Conditoris laudes” (80). La sua sconfitta non è solo scientifica, ma morale: dimostrare che l’universo è ordinato e conoscibile. Keplero si presenta come un soldato al servizio di “Dei gloriam” (113) e della “immortalitas” (112) dell’imperatore Rodolfo II, a cui l’opera è dedicata.

3.4 La richiesta finale: risorse per la “guerra” contro gli altri pianeti

Nelle battute conclusive, Keplero chiede finanziamenti (“aerarii praefectis imperet, ut […] novam mihi pecuniam suppeditent”, 109) per estendere la campagna ad altri pianeti. Marte, ora alleato, intercede per Giove, Saturno, Venere e Mercurio (“pater ipsi Jupiter, avus Saturnus”, 104), che desiderano “inter homines conversari” (104). La metafora si chiude con un appello pragmatico: la vittoria su Marte è solo il primo passo di una “expeditio” (105) più ampia, che richiede “nervi belli” (109) – cioè fondi – per reclutare nuovi “milites” (astronomi).

3.5 Significato storico e scientifico

Il testo è una testimonianza unica della transizione tra astronomia tolemaica e copernicana. Keplero: 1. Demistifica Marte, trasformandolo da simbolo mitologico a oggetto di indagine razionale. 2. Rivendica il metodo osservativo di Brahe, ma lo supera con l’uso della matematica (le “arbitraria vincula” delle leggi kepleriane). 3. Unisce scienza e fede: la vittoria su Marte è un atto di devozione a Dio e all’imperatore. 4. Documenta le difficoltà materiali della ricerca: errori strumentali, mancanza di fondi, condizioni avverse.

La datazione (“anno aerae Dionysianae M.DC.IX”, 117) colloca il testo nel 1609, anno della pubblicazione dell’Astronomia nova e delle prime due leggi di Keplero. La metafora bellica riflette anche il clima di conflitto dell’epoca (Guerra dei Trent’anni, tensioni religiose), ma soprattutto la lotta intellettuale per imporre un nuovo paradigma. Marte, da nemico invincibile, diventa il simbolo della vittoria della ragione umana sull’ignoto.

4 Keplero e la sfida al moto di Marte: tra mito, scienza e eredità astronomica

Un dialogo poetico-scientifico che intreccia l’epica della conoscenza con la metafora della cattura di Marte, simbolo della rivoluzione astronomica tra Tycho Brahe e Keplero.

Il testo presenta una doppia natura: da un lato, un epigramma in forma di botta e risposta tra la Musa e Keplero (121-133), dall’altro un appello parenetico di Tycho Brahe agli astronomi (137-165), inframmezzato da riferimenti storici e tecnici. Il filo conduttore è la lotta intellettuale per comprendere i moti celesti, incarnata dalla metafora di Marte – pianeta ribelle – domato solo attraverso le leggi matematiche.


4.1 1. Marte come allegoria della conoscenza: la sfida kepleriana

Le prime frasi (121-122) introducono il tono epigrammatico, dove Marte è personificato come entità indomabile: > “‘Cessa, o Keplero, di contendere contro Marte: / Marte non si sottomette a nessuno, se non a sé stesso’” (121). > “Invano dunque tenti di sottometterlo a vincoli: / egli è libero da innumerevoli secoli” (122).

La Musa risponde con un richiamo mitologico (126-127), evocando Pallade Atena che sconfigge Ares (Marte) nella Iliade: > “Forse hai dimenticato la storia di Pallade? / Pallade poté abbattere con una roccia il terrificante Gradivo [Marte], / se almeno credi a Omero: / perché dunque anche ora, con la grande Minerva come alleata, / Marte, per quanto feroce, non dovrebbe andare sotto il giogo?” (127).

Keplero replica con un parallelismo storico-scientifico (128-133), paragonando la propria opera – il Rudolphine Tables (1627) – a una nuova “cattura” di Marte: > “Guarda il libro che abbiamo dedicato, sotto il buon auspicio di Rodolfo [II], / dirai che anche ora Marte subisce dure prove” (128). La metafora si fa concreta: Marte è imprigionato non da Venere (come nel mito di Vulcano che lo sorprende con Afrodite), ma da Minerva (la ragione) e da una catena di menti scientifiche (130-131): > “Ora di nuovo Gradivo è catturato dagli stessi vincoli: / né Venere ha colpa: la colpa è della tua Minerva. / Infatti Minerva diede queste reti a Tycho, Tycho a Keplero: / questi le applicò alle gambe di Marte” (130-131). Il passaggio sottolinea la trasmissione del sapere (Tycho → Keplero) e la superiorità delle leggi kepleriane (132-133): > “Cosa straordinaria: grandi artefici [Vulcano e un altro, forse Copernico] / ma Keplero superò entrambi, / rendendo durevoli per poco tempo i vincoli vulcanici. / Invece questi [vincoli] kepleriani rimangono eterni” (132-133).


4.2 2. L’appello di Tycho Brahe: una chiamata alle armi per l’astronomia

Il testo prosegue con un discorso programmatico (137-165), attribuito a Tycho Brahe (“Paraeneticum Tychonis Brahe”), che funge da manifesto per la rivoluzione astronomica. L’autore esorta i giovani a superare i limiti della tradizione (139-140): > “Ecco, ormai è spianata la via, prima inaccessibile per molti secoli, / finalmente percorsa con grande e vigile fatica, / per salire dove si può ai vertici inaccessibili del Cielo / e penetrare nelle dimore superiori, abitazioni degli Dei: / sia che piaccia tracciare le Stelle Fisse o quelle che si muovono per vari percorsi, / e provare il corso e la posizione degli astri, / affinché risplendano i miracoli del sommo Giove” (139).

L’appello è carico di pathos e contrappone: - L’ignoranza (“obscuris talpas mittentes degere in antris”, 140) dei “talpe” che vivono nelle tenebre, ciechi alla verità. - L’eroismo intellettuale richiesto per rifondare l’astronomia, paragonato al sostegno ad Alfonso X di Castiglia (140) e a Copernico (140), figure che tentarono di reggere il “peso del cielo” come Atlante.

La metafora architettonica ricorre per descrivere il compito degli astronomi (141, 162): > “Chiudere in tempo le fessure del Cielo / e stabilire nuove travi per la sua volta” (141). > “Stabilire nuove travi per la volta celeste” (162). Queste immagini alludono alla necessità di rivedere i modelli planetari (le “travi” sono le leggi matematiche che reggono il cosmo), minacciati dal collasso (“Machina tota fatiscat”, 141).


4.3 3. La risposta di Keplero: tra devozione e rivalsa

Le frasi finali (152-165) rappresentano la voce di Keplero, che si rivolge a un mecenate (forse Rodolfo II) o a un ideale interlocutore. Emergono: - L’umiltà e l’ambizione (153, 156): > “Infatti, per quanto le mie imprese superino le mie forze, / non richiedono altri maestri che quelli che offre la tua Musa; / la Natura mi ha dato un ingegno inferiore all’animo, / e braccia inferiori all’ingegno: / tuttavia la nona Musa [Urania] mi ispirò l’amore per il Cielo” (153). - Il conflitto con il potere (157-158), personificato in Giunone (simbolo dell’autorità tradizionale che ostacola la ricerca): > “Ma siamo divisi da Giunone iniqua / in studi contrari con volto ingiusto: / a te ella diede materia per coltivare la virtù; / a me nega duramente: ritorna allo stesso astuzia; / di escludermi dai luoghi celesti, / e di custodire più strettamente i sacri fuochi, / stimolata dal furto di Prometeo” (157). La metafora prometeica evoca la sfida alle leggi divine (o ecclesiastiche) per rubare la conoscenza. - La rivalsa scientifica (161-162), dove Keplero descrive il proprio lavoro come una missione quasi profetica: > “Se la potente Dea [Giunone] non mi avesse disprezzato, / negandomi ogni dono che potessi disprezzare / per dedicarmi alle Muse o alla cura degli astri, / l’odio avrebbe vinto, e si sarebbe opposto alle mie grandi imprese, / e l’invidiosa Nemesi avrebbe schiacciato a terra / il mio ingegno potente, che vola verso le rocche celesti” (161). > “Esplorando con l’animo le orbite percorse dagli erranti [pianeti], / e le immense minacce e le mura del mondo, / che crollerebbero senza colonne, / mentre la notte oscura opprime le cause, / e la schiera dei sapienti dorme sicura / sotto la guida del maestro prutenico [Copernico]: / io mi accingo fiducioso a sostenere un tale peso, / e a stabilire nuove travi per la volta celeste” (162).

Il riferimento a Copernico (“Pruteno Magistro”, 162) e alle cinque figure [geometriche] di Samo (Euclide, 162) sottolinea i fondamenti matematici della sua opera. La chiusura (163-165) è un omaggio a Tycho Brahe, riconosciuto come maestro nonostante i dubbi: > “Ti stupisti, Brahe, dei miei ardimenti e del dolce lavoro, / pur non volendo abbandonare il tuo pensiero, / dubitando molto sulla Terra e molto sul cielo: / tuttavia mi piacque annoverarmi tra i tuoi, / aprire le tue notti e le invenzioni di lungo tempo, / e portare chiara luce alle mie imprese” (163).


4.4 4. Significato storico e scientifico


4.5 5. Elementi peculiari


4.6 6. Cronologia e contesto

Il testo è dunque una testimonianza viva della rivoluzione scientifica in atto, dove la poesia diventa veicolo per celebrare – e legittimare – la nuova astronomia.

5 L’opera astronomica di Keplero tra devozione, innovazione e conflitto metodologico

“Non tamen invalidus rutilos Mavortis ad ignes / Haec, nisi per Noctes, * Lumina sisto, tuas” (186).

Il testo presenta una miscela di omaggi poetici, riflessioni scientifiche e dichiarazioni programmatiche estratte da opere di Johannes Kepler, in particolare dalle Tabulae Rudolphinae (1627) e dalle introduzioni ai suoi trattati astronomici. Emergono tre nuclei tematici: la tensione tra tradizione e innovazione, la centralità delle osservazioni di Tycho Brahe e la difesa della metodologia kepleriana, con particolare attenzione alla rivoluzione copernicana e alle sue implicazioni fisiche.


5.1 1. Devozione e simbolismo: il rapporto con Tycho Brahe

Keplero costruisce un discorso celebrativo e personale intorno alla figura di Tycho Brahe, presentato come maestro e figura quasi divina. Le frasi 166-169 e 171-173 sono inni latini che mescolano metafore religiose e astronomiche: - “nisi Te veneratus imagine Mentis / Artifici in vitam, o Heros manifeste, reducam” (166): Tycho è il “fabbro della mente” che dona vita alle osservazioni, quasi un mediatore tra l’umano e il divino. - “stellata in veste Sacerdos” (167): Tycho è un sacerdote delle stelle, vestito di un abito celeste che lo eleva a figura sacrale. - “In medio Focus, aeternaeque incendia Lucis” (168): il tempio descritto è un luogo di culto astronomico, con un altare centrale (il Focus) dove arde la “luce eterna” – metafora del Sole o della verità scientifica. I sei cerchi che lo circondano (i lychni) richiamano i pianeti allora noti (Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno), mentre il fuoco centrale simboleggia il modello eliocentrico o la centralità del Sole.

La dimensione affettiva emerge nelle frasi 171-173: - “Quicquid sum, tua sunt munera, quicquid ero” (171): Keplero attribuisce a Tycho ogni suo merito, in un atto di umiltà intellettuale. - “Vmbra fui sine te; te patre corpus ero” (173): senza Tycho, Keplero era solo un’ombra; con lui, diventa un corpo solido – metafora della conoscenza come sostanza.

Tuttavia, il rapporto è ambivalente. In 187-188, Keplero descrive come Tycho reggesse il dioptra (strumento di osservazione) mentre lui, “suspiciens”, misurava i moti dei pianeti. Qui emerge una dipendenza metodologica: Keplero dipendeva dalle osservazioni di Brahe, ma le reinterpretava in modo rivoluzionario. La frase “Falle Tycho denis rationem, falle minutis: / Quae, nisi Tu, numeret nemo; ea cuncta ruent” (188) sottolinea che senza i calcoli di Tycho, l’intero edificio astronomico crollerebbe – un riconoscimento della precisione delle sue misure, ma anche un avvertimento sulla fragilità della conoscenza.


5.2 2. Innovazione scientifica e conflitto con la tradizione

Keplero si confronta con tre modelli cosmologici (227-228): 1. Tolemaico: ogni pianeta ha un proprio sistema di epicicli e deferenti, con cause indipendenti. 2. Copernicano/Aristarcheo: la Terra si muove intorno al Sole; le irregolarità planetarie (stazioni e retrogradazioni) sono spiegate dal moto terrestre. 3. Tychonico: il Sole orbita intorno alla Terra immobile, ma i pianeti orbitano intorno al Sole. Keplero critica questo modello perché sposta il centro dei moti eccentrici vicino al Sole, ma non nel Sole stesso (228).

La rivoluzione kepleriana consiste nel dimostrare che: - Tutti gli eccentrici planetari si intersecano nel centro del Sole (234, 241, 252), non in un punto vicino ad esso (come credeva Brahe). Questa correzione è fondamentale per la fisica celeste: il Sole non è solo un corpo luminoso, ma il centro dinamico del sistema. - Le leggi dei moti planetari (ellissi, aree uguali in tempi uguali) derivano da cause fisiche, non da pure costruzioni geometriche (240-241). Keplero introduce così la fisica celeste (Physica coelestis), unendo astronomia e filosofia naturale.

5.2.1 Critiche e difese

Keplero affronta obiezioni metodologiche (202-210): - Scrivere libri astronomici è “durissima conditio” (202): la precisione matematica richiede un linguaggio tecnico che rende i testi “morosissimi” (203), soprattutto in latino, privo della chiarezza del greco. - La complessità delle dimostrazioni geometriche (come quelle di Apollonio) scoraggia i lettori (205-207). Keplero ammette di faticare lui stesso a rileggere le proprie opere (“fathisco viribus cerebri”, 207). - Per ovviare a ciò, introduce due strumenti (211-213): Una tabella sinottica dei capitoli, per orientarsi nel “labirinto” dell’opera (213-218). Un’introduzione esplicativa per i fisici (222-223), che riassume i principi delle dimostrazioni, permettendo loro di verificare o confutare le conclusioni senza dover seguire ogni passaggio matematico.

La difesa del copernicanesimo è netta (240-241): - Solo il modello copernicano, “pauculis mutatis”, è fisicamente vero; gli altri sono falsi. - Le osservazioni di Marte sono decisive: nel 1608, le tavole pruteniche (basate su Copernico) sbagliavano di 4 gradi; nel 1593, l’errore era di 5 gradi (238-239). Keplero corregge questi errori dimostrando che l’eccentrico di Marte passa per il centro del Sole (252), non per un punto vicino.


5.3 3. Significato storico: la scienza tra rivoluzione e continuità

Il testo testimonia tre tensioni storiche:

5.3.1 a) La transizione dal geocentrismo all’eliocentrismo

5.3.2 b) Il ruolo delle osservazioni empiriche

5.3.3 c) La scienza in tempi di guerra

Il contesto storico è drammatico: le Tabulae Rudolphinae sono pubblicate nel 1627, durante la Guerra dei Trent’anni. Keplero scrive: - “Interim hoe insigni Kepleri Opere inter hos rebellionum et bellorum subinde repullulantium tumultus […] fruere” (196-197): l’opera esce in un’Europa lacerata, ma rappresenta un baluardo di razionalità. - La dedica a Francesco Tengnagel (199-200), consigliere imperiale, riflette la necessità di protezione politica per la ricerca scientifica.


5.4 4. Termini e concetti chiave


5.5 5. Ambiguità e contraddizioni


5.6 Conclusione: un ponte tra due epoche

Il testo rivela Keplero come figura di transizione: - Ultimo astronomo “antico”: usa il latino, cita Aristotele, si ispira a Tycho. - Primo scienziato “moderno”: introduce leggi fisiche, metodo empirico e matematica applicata alla natura.

La sua opera è un atto di equilibrio tra continuità e rottura, dove l’osservazione di Brahe e la genialità di Keplero si fondono per sovvertire il cosmo aristotelico-tolemaico e porre le basi della meccanica celeste newtoniana.


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6 La rivoluzione astronomica tra Copernico, Brahe e Keplero: il problema del centro del moto e la ricerca delle cause fisiche

La verità geometrica si fa strumento di una nuova fisica celeste, dove il Sole diventa il principio motore dei pianeti e la Terra perde la sua immobilità presunta.

Il testo analizza le implicazioni geometriche e fisiche delle teorie astronomiche di Copernico, Tycho Brahe e Tolomeo, mettendo in luce come la regolarità del moto planetario non coincida con il centro geometrico degli epicicli o delle orbite. L’autore – verosimilmente Keplero – costruisce una critica progressiva alle tre cosmologie, dimostrando come solo il sistema copernicano offra una spiegazione unitaria e fisicamente plausibile dei moti celesti.

6.1 Il problema del centro del moto e l’equante

Il nucleo concettuale ruota attorno alla discrepanza tra centro geometrico e centro del moto regolare. Copernico e Brahe dimostrano che: - «Sic COPERNICO demonstravi, circulum, in quo Tellus circa Solem movetur, non habere id punctum pro centro, circa quod ejus motus regularis est et aequabilis» (257). - «Sic TYCHONI BRAHEO demonstravi, circulum, in quo circumit concursus seu Nodus Eccentricorum supradictus, non habere id punctum pro centro, circa quod ejus motus regularis est et aequabilis» (258).

Entrambi riconoscono che il moto apparente del Sole (o della Terra) non è uniforme rispetto al centro geometrico dell’orbita, ma rispetto a un punto eccentrico, l’equante (Aequans), introdotto già da Tolomeo. Keplero sottolinea che questa asimmetria richiede una bisezione dell’eccentricità solare («ideoque bisecandam Solis Eccentricitatem», 261), un dettaglio cruciale per la successiva formulazione delle sue leggi.

6.2 La critica ai sistemi tolemaico e tychonico

Il testo smonta le contraddizioni dei sistemi rivali: 1. Tolomeo: «totidem esse Theorias Solis (ad unguem similes inter se, imo vero et aequales) quot Planetas» (273). La moltiplicazione degli epicicli per ogni pianeta viola il principio di economia della natura («Naturam paucissimis uti, quam possibile est», 274), rendendo il modello fisicamente implausibile. 2. Brahe: Pur semplificando il sistema tolemaico, «BRAHEO non minus quam PTOLEMAEO, movetur etiamnum revera motu Solis» (279). I pianeti, privi di orbite solide («orbes nullos esse solidos», 279), sono costretti a moti composti (spirali), che richiederebbero «Intelligentias» o «animas motrices» (281-282) per essere governati – una soluzione metafisica insostenibile.

6.3 La superiorità del sistema copernicano

Keplero dimostra che solo Copernico risolve le incongruenze: - «COPERNICVM vero BRAHEO potiorem esse in Physica coelesti, multis probatur» (275). La Terra, se in moto, condivide con gli altri pianeti una legge di velocità dipendente dalla distanza dal Sole: «Tellus movetur, eam leges celeritatis et tarditatis suae accipere ex modulo accessus sui ad Solem et recessus ab eodem» (285-286). Questa correlazione geometrica suggerisce una causa fisica comune, localizzata nel Sole: - «fontem motus Planetarum quinque in ipso Sole esse» (289). - «Terram igitur moveri veri simile est, quippe apparente verisimili causa ejus motus» (291).

Il Sole, immobile al centro («Solem consistere loco suo, in mundi centro», 292), diventa il principio motore dei pianeti, mentre la Terra perde la sua centralità statica. Questa conclusione è rafforzata dall’osservazione che «in COPERNICO etiam sexti [planetae], scilicet Telluris» (293) il Sole è fonte di moto, mentre nel sistema di Brahe il moto solare stesso richiede un’ulteriore spiegazione («Solem tardum incedere cum a terra longe abit, velocem cum appropinquat», 295).

6.4 Implicazioni fisiche e metodologiche

Keplero introduce una nuova fisica celeste, basata su: 1. Dimostrazioni geometriche («Demonstratio harum rerum est Geometrica», 288) che collegano velocità e distanza dal Sole. 2. Congetture fisiche («per conjecturam Physicam», 289) che ipotizzano forze magnetiche o corporee («facultatibus non animalibus sed corporeis, magneticis», 283) come cause del moto, anticipando la gravitazione newtoniana. 3. Unità del sistema: «in cujusque Planetae Epicyclo sit absolute tota Theoria Solis» (268). Ogni pianeta riproduce, nel suo moto, la teoria solare, eliminando la ridondanza tolemaica.

6.5 Contraddizioni residue e obiezioni

Il testo non nasconde le difficoltà: - Nel sistema di Brahe, «frustra multiplicantur motus» (280) perché i pianeti devono combinare il proprio moto con quello del Sole, generando traiettorie complesse. - L’obiezione principale al moto terrestre («Objectiones contra motum Terrae», 300) – come quella del moto dei gravi – è solo accennata, ma Keplero la affronterà altrove con la sua dinamica.

6.6 Significato storico

Il passaggio documenta una svolta epistemologica: - Superamento dell’equante: Keplero dimostra che l’equante è un artificio geometrico, non una realtà fisica, preparando il terreno per le orbite ellittiche. - Unificazione fisica: Il Sole diventa il centro dinamico del sistema, non solo geometrico, anticipando il principio di inerzia e la gravitazione. - Metodo scientifico: L’uso di dimostrazioni geometriche («infallibili methodo», 269) per derivare congetture fisiche segna il passaggio dall’astronomia descrittiva a una scienza causale.

Il testo è dunque una testimonianza cruciale della transizione tra astronomia antica e moderna, dove la precisione matematica si fonde con la ricerca delle cause naturali.

7 La critica di Keplero alla dottrina tradizionale della gravità e l’introduzione di una nuova concezione fisica

Un trattato che smantella l’idea aristotelica di gravità come tendenza verso il centro del mondo, sostituendola con una forza reciproca tra corpi affini, anticipando principi poi sviluppati da Newton.

Il testo presenta una confutazione radicale della dottrina tradizionale sulla gravità, attribuita ad Aristotele e alla fisica scolastica, e propone una nuova teoria basata su principi dinamici e relazionali. L’autore — identificabile con Johannes Kepler — articola la sua argomentazione attraverso una serie di passaggi logici, osservazioni astronomiche e critiche epistemologiche, con l’obiettivo di dimostrare l’insostenibilità della visione geocentrica e della concezione statica della gravità.

7.1 1. La critica al geocentrismo e la difesa del moto terrestre

Keplero parte da una premessa astronomica: se si accetta che il Sole sia il centro del moto planetario (come suggerito da Copernico), allora è logico attribuire alla Terra un movimento attorno ad esso, piuttosto che il contrario. L’argomentazione si sviluppa attraverso una serie di domande retoriche che mettono in luce l’assurdità della tesi geocentrica:

La conclusione è netta: “Per non essere costretti ad ammettere che il Sole sia mosso dalla Terra — il che è assurdo — bisogna concedere l’immobilità del Sole e il moto della Terra” (305). Questo passaggio non è solo una difesa del copernicanesimo, ma anche un attacco alla metafisica aristotelica, che assegnava al Sole una posizione centrale per dignità piuttosto che per ragioni fisiche (308-309). Keplero rimanda esplicitamente ai suoi scritti precedenti (Mysterium Cosmographicum, Optica) e a Copernico, sottolineando come la tradizione pitagorica avesse già intuito la centralità del Sole, interpretando il “fuoco” come metafora solare.

7.2 2. La demolizione della gravità come tendenza verso il centro del mondo

La seconda parte del testo si concentra sulla critica alla dottrina tradizionale della gravità, che Keplero definisce “erronea” (302, 330). La sua argomentazione si articola in tre punti principali:

7.2.1 a) L’impossibilità di una forza esercitata da un punto matematico

Keplero respinge l’idea che i corpi pesanti siano attratti verso il centro del mondo (inteso come punto geometrico), poiché: - “Un punto matematico, sia esso il centro del mondo o no, non può muovere i gravi né in modo effettivo né oggettivo” (319). - “È impossibile che la forma di una pietra, muovendo il proprio corpo, cerchi un punto matematico o il centro del mondo, senza riferimento a un corpo concreto in cui quel punto si trova” (321). - “I fisici dimostrino che le cose naturali abbiano simpatia per ciò che non esiste” (322).

Queste affermazioni colpiscono al cuore la fisica aristotelica, che concepiva la gravità come una tendenza naturale dei corpi verso il loro “luogo naturale” (il centro del cosmo). Keplero nega che un’entità astratta come un punto geometrico possa esercitare una forza reale.

7.2.2 b) L’assurdità della fuga dalle estremità del mondo

Un altro argomento contro la gravità tradizionale riguarda l’idea che i corpi pesanti si muovano verso il centro per fuggire le estremità del mondo sferico: - “I gravi non tendono al centro del mondo perché fuggono le estremità del mondo rotondo” (323). - “La proporzione della distanza dal centro del mondo è invisibile e inefficace, rispetto alla distanza dalle estremità” (324). - “Quale causa potrebbe giustificare questo ‘odio’? Con quanta forza e sapienza dovrebbero essere dotati i gravi per sfuggire con precisione a un nemico (le estremità) che li circonda da ogni parte?” (325-326).

Keplero usa un linguaggio ironico e quasi paradossale per evidenziare l’illogicità di questa spiegazione, sottolineando come richiederebbe una coscienza quasi intelligente nei corpi inanimati.

7.2.3 **c) L’assenza di effetti del moto del “primo mobile”

Infine, respinge l’idea che la gravità sia causata dal **moto vorticoso del “primo mobile” (la sfera celeste più esterna nella cosmologia aristotelica): - “I gravi non sono spinti verso il centro dal rapido vortice del primo mobile, come accade nelle onde ruotate” (328). - “Se quel moto esistesse e si estendesse fino a noi, lo sentiremmo, e verremmo trascinati via insieme alla Terra; anzi, noi verremmo trascinati prima, e la Terra ci seguirebbe” (329).

Questa obiezione anticipa in parte le critiche che verranno mosse da Newton ai vortici cartesiani, mostrando come un moto celeste non possa spiegare fenomeni terrestri senza generare contraddizioni.

7.3 3. La nuova dottrina della gravità: una forza reciproca tra corpi affini

Dopo aver demolito la concezione tradizionale, Keplero enuncia i principi della sua teoria alternativa, che rappresenta una rivoluzione concettuale nella storia della fisica:

7.3.1 a) La gravità come affezione reciproca tra corpi

Questa definizione introduce due idee fondamentali: 1. Reciprocità: la gravità non è una proprietà unilaterale (come in Aristotele), ma un’interazione tra corpi. 2. Analogia magnetica: Keplero paragona la gravità all’attrazione magnetica, un’idea che avrà grande influenza sugli sviluppi successivi (si pensi a Gilbert e poi a Newton).

7.3.2 b) La gravità non è diretta verso il centro del mondo, ma verso il centro di un corpo affine

Questo principio slega la gravità dalla struttura cosmica e la riconduce a una proprietà locale dei corpi, anticipando la legge di gravitazione universale. Keplero sottolinea che: - Se la Terra non fosse sferica, i gravi non cadrebbero verso un unico punto centrale, ma verso punti diversi a seconda della direzione (337). - Due pietre isolate nello spazio, fuori dall’influenza di un terzo corpo, si muoverebbero l’una verso l’altra “come due corpi magnetici”, con un moto proporzionale alla loro massa (338).

7.3.3 c) Applicazioni astronomiche: il sistema Terra-Luna e le maree

Keplero estende la sua teoria a fenomeni celesti, mostrando come la gravità reciproca possa spiegare: 1. L’interazione Terra-Luna: - “Se la Terra e la Luna non fossero trattenute da una forza animale o equivalente, ciascuna nel proprio moto, la Terra salirebbe verso la Luna per 1/54 dell’intervallo, e la Luna scenderebbe verso la Terra per 53/54, fino a unirsi” (339). - Questa proporzione (basata sulle masse relative) è un primo tentativo di quantificare l’attrazione gravitazionale, anche se Keplero non dispone ancora di una formula matematica precisa.

  1. Le maree:
    • “Se la Terra cessasse di attrarre le sue acque, queste si solleverebbero e fluirebbero verso il corpo della Luna” (344).
    • “L’orbita della forza attrattiva della Luna si estende fino alla Terra e solleva le acque sotto la zona torrida, dove l’oceano è più ampio e permette un’ampia oscillazione” (345).
    • Questo passaggio anticipa la teoria delle maree di Newton, mostrando come Keplero avesse intuito il legame tra la Luna e il moto degli oceani, pur senza una spiegazione dinamica completa.

7.4 4. Significato storico e innovazioni concettuali

Il testo rappresenta una tappa cruciale nella transizione dalla fisica aristotelica alla scienza moderna, con diverse innovazioni di rilievo:

7.5 5. Limiti e ambiguità

Nonostante la sua portata rivoluzionaria, la teoria di Keplero presenta alcune ambiguità e limiti concettuali: - Forza “animale” o “magnetica”: Keplero non chiarisce del tutto la natura della forza gravitazionale, oscillando tra spiegazioni meccaniche** (attrazione reciproca) e vitalistiche (la Terra come corpo dotato di “facoltà animale”). - Mancanza di una legge quantitativa: Pur intuendo la proporzionalità tra massa e attrazione, non formula una legge matematica precisa (come farà Newton con F = G·m₁·m₂/r²). - Ruolo della metafisica: Nonostante la critica ad Aristotele, Keplero mantiene un linguaggio metafisico (es. “corpi affini”, “facoltà animale”), che riflette la sua formazione neoplatonica e pitagorica.

7.6 6. Conclusione: un ponte tra Copernico e Newton

Il trattato di Keplero funge da anello di congiunzione tra la rivoluzione copernicana e la sintesi newtoniana. Mentre Copernico aveva spostato il centro del cosmo dal punto di vista geometrico, Keplero ne ridefinisce le basi fisiche, introducendo concetti che saranno fondamentali per la scienza moderna: - La gravità come forza reciproca (non come tendenza naturale). - L’unificazione dei fenomeni terrestri e celesti sotto le stesse leggi. - L’importanza dell’osservazione e della quantificazione (es. i periodi orbitali, le proporzioni Terra-Luna).

La sua opera segna così il passaggio da una fisica qualitativa a una dinamica quantitativa, preparando il terreno per Newton, che porterà a compimento la rivoluzione iniziata da Copernico e proseguita da Galileo e Keplero stesso.

8 La teoria delle maree e l’influenza lunare: tra meccanica celeste e geografia storica

Un trattato seicentesco che intreccia fisica, astronomia e geologia, spiegando le maree attraverso l’attrazione lunare e riflettendo sulle trasformazioni della Terra.

Il testo analizza il fenomeno delle maree come effetto dell’azione gravitazionale della Luna sulla massa oceanica, anticipando concetti che saranno formalizzati solo con Newton. La descrizione meccanica si sviluppa attraverso una serie di osservazioni empiriche e deduzioni logiche, spesso espresse con metafore militari o idrauliche.

8.1 Il meccanismo delle maree

La Luna esercita una “virtus tractoria” (forza attrattiva) che determina il comportamento delle acque. Quando l’oceano si trova in bacini più ampi (“latiori alveo Oceani”), l’acqua sembra ritirarsi dalla Luna (“aufugere ab ea videantur”) perché defluisce verso zone dove il livello si è abbassato (“subsidunt, foris subtracta copia aquarum”, 347). Il passaggio chiave (348) descrive il ciclo completo: - La Luna, muovendosi rapidamente, trascina le acque verso ovest sotto la zona torrida (“fluxus […] Oceani sub Torrida in Occidentem”). - Quando la Luna si allontana, l’“esercito” delle acque (“exercitus qui est in itinere”), privo della forza che lo aveva messo in moto, torna indietro con impeto (“remeat et assultat ad littora sua”), generando un secondo flusso in sua assenza. - Solo al ritorno della Luna questo moto viene regolato (“fraena impetus hujus recipiat”), sincronizzandosi con il suo movimento.

L’autore sottolinea come le coste esposte si riempiano simultaneamente (“littora aequaliter patentia iisdem horis implentur omnia”, 349), mentre quelle più riparate o con accessi oceanici diversi mostrino ritardi o variazioni. Questo modello, pur privo della nozione di gravità universale, coglie l’essenza del fenomeno: la dipendenza delle maree dalla posizione lunare e la loro propagazione come onda forzata.

8.2 Effetti geologici e trasformazioni terrestri

Il testo si spinge oltre la fisica, ipotizzando che le maree abbiano plasmato la geografia terrestre nel tempo. Le correnti vorticose (“vorticosis anfractibus”, 350) avrebbero eroso o accumulato sedimenti, creando isole (come nel Golfo del Messico) o distruggendo terre emerse. L’esempio più suggestivo riguarda Taprobane (l’odierno Sri Lanka), descritta come un continente sommerso dall’Oceano Indiano (“Taprobane ex eo submersa videtur”, 351). Secondo il testo, solo le vette dei suoi monti emergerebbero oggi come le Maldive (“vertices montium, qui speciem exhibent Insularum innumerabilium”). Questa teoria si basa su: 1. Fonti storiche: testimonianze di abitanti di Calicut e resoconti di submersione locale. 2. Dati geografici: la posizione di Taprobane descritta da Diodoro Siculo e la vicinanza con l’Arabia (evidenziata da un vescovo comune, 352). 3. Confutazione di identificazioni errate: Sumatra, oggi ritenuta Taprobane, sarebbe in realtà l’antica Chersonneso Aureo (“Chersonnesum auream”, 353), un tempo collegata all’India via istmo.

L’autore usa questi esempi per dimostrare la potenza erosiva delle maree (“aestui marino”), capace di frantumare continenti (“perrupta atque perfossa”, 350) con l’aiuto di terremoti. La descrizione di terre un tempo continue (come tra la Chersonneso Aureo e l’America) ora separate da oceani riflette una visione dinamica della Terra, precorritrice della tettonica a placche.

8.3 La gravità e il moto terrestre

Il testo affronta poi la natura della gravità e la sua relazione con il moto della Terra, in un contesto copernicano. La Luna attrae le acque, ma la Terra esercita una forza attrattiva ancora maggiore (“multo magis virtutem tractoriam Telluris porrigi in Lunam”, 356), che si estende a qualsiasi corpo materiale, impedendogli di sfuggire. Questa “vis magnetica” (termine ricorrente) lega anche gli oggetti lanciati in aria, che ricadono al suolo perché trascinati dal moto terrestre (“una rapit in aere volantia”, 373).

L’autore distingue tra: - Corpi leggeri (“leve”), definiti non in assoluto, ma come meno densi (“rarum […] minorem quantitatem materiae corporeae”, 358), che sono attratti meno intensamente e quindi “espulsi” dai corpi più pesanti (“expelluntur a gravibus”, 360). - Resistenza al moto terrestre: un oggetto lontano dalla Terra (ad esempio, a una distanza pari al diametro terrestre) non seguirebbe perfettamente il suo movimento, ma mostrerebbe una resistenza (“suas resistendi vires permixturum”, 361), simile a quella dei proiettili lanciati verso est o ovest. Tuttavia, poiché nulla si allontana così tanto (“nullum projectile centies millesimam diametri Terrae partem separatur”, 362), questa resistenza è irrilevante.

8.4 Confutazione delle obiezioni al copernicanesimo

Il testo si conclude con una difesa del sistema copernicano, affrontando tre tipi di critiche: 1. Fisiche: l’assurdità del moto terrestre è smentita dalla coerenza del modello gravitazionale (“evanescit absurditas […] motus Terrae”, 374). L’autore propone due spiegazioni per il moto degli oggetti separati dalla Terra: - Una “anima motrice” comune (come suggerito da Copernico), che li trascina. - Una “facultas corporea” (gravità/magnetismo), sufficiente a spiegare il fenomeno senza bisogno di forze vitali (“abundat illa animalis”, 376). 2. Velocità del moto terrestre: la presunta pericolosità della rotazione terrestre è liquidata come infondata (“causam nullam habent”, 377), rimandando a capitoli specifici di un’opera precedente (“Cap. XV et XVI libri mei de Stella serpentarii”, 379). 3. Conflitto con le Scritture: l’autore invoca il principio di accomodazione, secondo cui la Bibbia usa un linguaggio adatto alla percezione umana (“loquuntur cum hominibus, humano more”, 397). Esempi come “Terraeque urbesque recedunt” (Virgilio, 385) o “Duc in altum” (Cristo, 387) mostrano come il linguaggio comune rifletta l’apparenza, non la realtà fisica. Allo stesso modo, termini come “solstitium” (394) o “Solem ingredi Cancrum” (395) sono convenzioni, non descrizioni letterali.

8.5 Termini e concetti chiave

Il testo si colloca in un periodo di transizione, dove la meccanica celeste inizia a emanciparsi dalla filosofia naturale tradizionale, pur mantenendo residui di pensiero aristotelico (come la distinzione tra corpi “leggeri” e “pesanti”). La combinazione di osservazioni empiriche, ipotesi geologiche e argomentazioni teologiche riflette la complessità del dibattito scientifico del XVII secolo.


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9 La Scrittura tra percezione sensibile e verità astronomica: il dibattito di Keplero

“Non si deve ritenere che qui si dica il falso, poiché anche alla comprensione degli occhi appartiene una sua verità, adeguata al più segreto intento del Salmista, al corso del Vangelo e alla raffigurazione del Figlio di Dio.”

Il testo affronta la tensione tra linguaggio biblico e conoscenza scientifica, difendendo la legittimità delle descrizioni fenomeniche della natura nelle Sacre Scritture pur in presenza di scoperte astronomiche rivoluzionarie. Al centro vi è la doppia verità: quella della percezione immediata (oculare) e quella della ragione astronomica, entrambe valide entro i propri ambiti.

9.1 La Scrittura come testimonianza della percezione umana

Keplero sottolinea che i testi sacri (Salmi, Genesi, Ecclesiaste) riflettono la visione comune del mondo, non una trattazione scientifica. Esempi chiave: - “Mosè dice: ‘In principio Dio creò il Cielo e la Terra’, perché queste sono le due parti che si presentano ai sensi” (414). La descrizione è funzionale a un discorso teologico, non a una teoria cosmologica: “Tutto questo edificio mondano che vedi, luminoso sopra, oscuro e vastamente esteso sotto, su cui ti reggi e da cui sei coperto, lo creò Dio” (415). - Il Salmo 104, analizzato nei dettagli (431-451), è un inno alla creazione che segue l’ordine dei sei giorni della Genesi, ma “non omette i pianeti per ignoranza, ma perché il suo scopo è celebrare l’utilità delle cose per l’uomo” (447). La Terra è descritta come “fondata sulla sua stabilità” (432) non per negare il suo moto, ma per esaltare la potenza divina che la mantiene immobile all’apparenza (443).

La Scrittura usa un linguaggio fenomenico: “Davide sapeva che il Sole non esce dall’orizzonte come da una tenda (sebbene così appaia agli occhi), ma riteneva che si muovesse perché così appare” (402). La ripetizione di “utrumque oculis ita vide~” (403) evidenzia come la Bibbia adotti la prospettiva dell’osservatore terrestre, senza contraddire la scienza.

9.2 Il caso di Giosuè: tra miracolo e ottica

Il passo di Giosuè che ordina al Sole di fermarsi (405-411) è cruciale. Keplero argomenta che: - Giosuè “non aveva altro desiderio se non che i monti non gli nascondessero il Sole” (407), esprimendosi con parole “conformi al senso degli occhi” (407). Chiedere una spiegazione astronomica in quel momento sarebbe stato “inopportuno” (407). - Dio “comprese facilmente cosa volesse Giosuè” (410) e “arrestò il moto della Terra, così che a lui il Sole sembrasse fermo” (410). Il miracolo non è una sospensione delle leggi fisiche, ma un adattamento della percezione alla volontà divina: “La sostanza della richiesta di Giosuè era che così gli apparisse, qualunque cosa accadesse” (411).

9.3 La critica alle interpretazioni letterali

Keplero respinge chi usa la Bibbia per confutare l’astronomia: - Contro chi cita il Salmo 24 (“La Terra è preparata sopra i fiumi”) per sostenere che “la Terra galleggi sui fiumi” (420), obietta: “Si mandi via lo Spirito Santo e non si trascini la Scrittura nelle scuole di fisica con scherno” (420). Il Salmista intende solo ciò che “gli uomini sanno per esperienza quotidiana: che le terre sono attraversate da fiumi e circondate dai mari” (420). - L’Ecclesiaste (“Una generazione va, una viene, ma la Terra rimane in eterno”) (423) non è un trattato astronomico, ma una riflessione morale sulla ciclicità della vita umana (424-430). “Non si sente alcun dogma fisico” (425), ma un invito a riconoscere che “nulla è nuovo sotto il Sole” (424).

9.4 La difesa della scienza copernicana

Keplero distingue tra autorità teologica e ragione filosofica: - “In teologia contano le autorità, in filosofia le ragioni” (457). Cita casi di santi che errarono in questioni naturali (Lattanzio negava la sfericità della Terra; Agostino negava gli antipodi) (458), ma “la verità mi è più santa” (464): dimostra che la Terra è rotonda, abitata agli antipodi, minuscola e in moto “salvo il rispetto per i dottori della Chiesa” (464). - Propone una via media con l’ipotesi di Tycho Brahe (454), che elimina il moto terrestre (difficile da accettare per il senso comune) pur mantenendo il Sole al centro del sistema planetario. Tuttavia, ammette che questa soluzione “complica la fisica celeste” (454).

9.5 La fisica dei moti planetari

Nella seconda parte del testo, Keplero espone la sua teoria delle cause fisiche dei moti: - Il Sole è “fonte della virtù che muove i pianeti” (469), emettendo una “specie immateriale” (470) che li trascina in un vortice. Questa forza è più intensa o debole a seconda della densità del pianeta (471-472). - Ogni pianeta ha un “motore” interno (473), ma i modelli geometrici tradizionali (epicicli) li costringono come “in un mulino” (475), impedendo loro di funzionare correttamente. La soluzione richiede di abbandonare gli “orbi solidi” (469), come dimostrato dalle comete (riferimento a Brahe).

9.6 Invito alla gratitudine e alla conoscenza

Keplero conclude con un appello alla lode del Creatore, sia per chi comprende l’astronomia sia per chi non può: - “Chi è troppo ottuso per afferrare la scienza astronomica […] sollevi gli occhi al cielo visibile e effonda tutto il cuore in rendimento di grazie” (453). La fede non è incompatibile con la scienza: “Dio ha dato all’astronomo la capacità di vedere con l’occhio della mente ciò che scopre, per celebrare Lui” (453). - Il Salmista e l’astronomo lodano Dio in modi diversi: il primo “esalta la fermezza della Terra” (441), il secondo “riconosce la sapienza del Creatore nel moto recondito e mirabile della Terra” (452).


Elementi peculiari: - Termini chiave: visus error (errore della vista), oculorum comprehensio (comprensione oculare), hypotheses physicae (ipotesi fisiche), species immaterialis (specie immateriale). - Contraddizioni apparenti: La Scrittura descrive fenomeni (Sole che si muove) che la scienza spiega diversamente, ma Keplero nega il conflitto: “Non si deve ritenere che qui si dica il falso” (404). - Dati tecnici: La teoria dei motori planetari (473) e la critica agli epicicli (475) anticipano la meccanica celeste newtoniana. La menzione di “Eccentricitatem bisecandam” (468) si riferisce alla correzione delle orbite ellittiche.


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10 La disputa astronomica tra Keplero e Brahe: ipotesi, moti planetari e la natura delle orbite

Un confronto metodologico e concettuale che ridefinisce il rapporto tra geometria, fisica e osservazione astronomica.

Il testo analizzato appartiene a un trattato scientifico in cui Johannes Kepler (presumibilmente l’autore) espone le divergenze teoriche con Tycho Brahe riguardo alla modellizzazione dei moti planetari, in particolare la distinzione tra la prima e la seconda ineguaglianza (o disuguaglianza) dei pianeti. Il nucleo della discussione ruota attorno alla scelta tra il moto medio del Sole (adottato da Tolomeo, Copernico e Brahe) e il moto apparente del Sole (sostenuto da Kepler per ragioni fisiche), e alle implicazioni geometriche e fisiche delle diverse ipotesi.


10.1 Origine della disputa e obiettivi del trattato

Il capitolo I (725) introduce il tema centrale: “Explicat, qua ratione Astronomi deprehenderint, differre motum primum a secundis, seu Planetarum propriis; qua item ratione fuerint inventae in proprio Planetae motu duae inaequalitates, Prima et Secunda dictae” (“Spiega con quale metodo gli astronomi abbiano scoperto che il moto primo differisce dai secondi, cioè dai moti propri dei pianeti; e con quale metodo siano state individuate nel moto proprio di un pianeta due disuguaglianze, chiamate Prima e Seconda”). La prima ineguaglianza riguarda le irregolarità nel moto apparente dei pianeti lungo l’eclittica, mentre la seconda è legata alla loro posizione relativa al Sole.

La genesi della controversia è descritta in (726): Kepler racconta che, recatosi da Brahe, scoprì che questi, “cum PTOLEMAEO et COPERNICO secundam Planetae inaequalitatem censere a Solis motu medio” (“insieme a Tolomeo e Copernico, riteneva che la seconda disuguaglianza del pianeta dipendesse dal moto medio del Sole”). Kepler, invece, quattro anni prima aveva proposto nel Mysterium Cosmographicum (727) di “incipienda a Solis motu Apparente” (“iniziare dal moto apparente del Sole”) per ragioni fisiche. La divergenza portò a un dibattito (728-729), in cui Brahe obiettò che il suo uso del moto medio del Sole “salvasse Observata omnia Primae Inaequalitatis” (“spiegava tutte le osservazioni della prima disuguaglianza”). Kepler replicò che ciò non impediva di usare il moto apparente per spiegare le stesse osservazioni, e che la vera prova sarebbe stata nella seconda ineguaglianza (729). La prima parte dell’opera (730) è dunque dedicata a dimostrare la sua risposta.


10.2 Equivalenza delle ipotesi geometriche e il ruolo della fisica

Il capitolo II (731) affronta il problema dell’equipollenza delle ipotesi (cioè la capacità di modelli diversi di descrivere gli stessi fenomeni), partendo dal caso più semplice: la trasformazione di un concentrico con epiciclo in un eccentrico. Kepler non si limita però alla geometria pura, ma introduce una dimensione fisica e razionale (732): “disputavi super causis et Physicis et Rationalibus seu mentalibus, quibus utramque hypothesium aequipollentiam administrari, motusque perfici consentaneum sit” (“ho discusso sulle cause fisiche e razionali, o mentali, per cui l’equivalenza delle due ipotesi possa essere gestita e il moto possa avvenire in modo coerente”). La discussione si articola in due scenari: 1. Se si ammettono orbite solide (come sfere cristalline), le spiegazioni differiscono. 2. Se si negano (come dimostrato da Brahe con le traiettorie delle comete, 733), le implicazioni cambiano radicalmente.

Questo passaggio è cruciale: Kepler integra la fisica nell’astronomia, superando la tradizione tolemaica e copernicana che trattava i moti come pure costruzioni geometriche. La negazione delle orbite solide (733) apre la strada a una nuova concezione dinamica dei moti celesti.


10.3 Dalla geometria alla fisica: il caso dell’eccentrico semplice e con equante

Il capitolo III (734) esplora cosa accade se, mantenendo un eccentrico semplice (equivalente a un concentrico con epiciclo), si scambia il moto medio del Sole con quello apparente: “quid mutetur seu ad sensum oculorum, seu in causis motuum naturalibus, si medius Solis motus cum apparenti permutetur” (“cosa cambi, sia per la percezione visiva sia per le cause naturali dei moti, se il moto medio del Sole viene scambiato con quello apparente”). Qui Kepler introduce un concetto chiave: la **trasposizione del “fonte della virtù” (cioè il centro da cui emana la forza motrice) in un altro punto dello spazio, non solo come artificio geometrico, ma come principio fisico.

Il capitolo IV (736-746) approfondisce il modello dell’eccentrico con equante (doppia eccentricità), usato da Tolomeo per la prima disuguaglianza dei cinque pianeti. Kepler analizza: 1. Con orbite solide: l’assurdità del modello (738). 2. Senza orbite solide: la sua coerenza e probabilità fisica (738). 3. La trasformazione operata da Copernico, che sostituì l’eccentrico con equante con un concentrico a due epicicli (740). 4. I limiti della soluzione copernicana: pur essendo geometricamente elegante, essa risulta “absurda” se si negano le orbite solide (742) e “deficere […] a Geometrica pulchritudine in itinere Planetae” (“mancare di bellezza geometrica nel percorso del pianeta”, 744). Inoltre, non è perfettamente equivalente all’eccentrico tolemaico, con discrepanze minori nella prima disuguaglianza ma maggiori nella seconda (746).

Kepler introduce anche un metodo computazionale per calcolare l’equazione (correzione angolare) in entrambe le ipotesi (747) e discute come annullare le differenze tra i due modelli (749). Il capitolo si chiude con una variante della soluzione copernicana, il concentrico con epiciclo (751).


10.4 La trasposizione del centro motore e le sue conseguenze

Il capitolo V (752-766) estende l’analisi del capitolo III, ma con un “negotium magis serium” (“compito più serio”, 753). Qui Kepler studia cosa accade se, nella forma copernicana dell’ipotesi (quella del capitolo IV), si sostituisce il moto medio del Sole con quello apparente, “transponatur in alium locum” (“si trasporti in un altro luogo”, 754). Gli effetti sono esaminati su due livelli: 1. Percezione visiva e apparizioni (754). 2. Cause fisiche dei moti (755).

La trasposizione viene poi applicata alla prima ineguaglianza tolemaica (756) e analizzata geometricamente. Kepler dimostra che, se si mantengono due linee degli apsidi (una antica e una derivante dalla trasposizione), il modello produce due serie di apparizioni diverse pur conservando lo stesso percorso del pianeta nel cielo (759). Se invece si fissa una sola linea degli apsidi (761), non si ottengono le apparizioni originali, né si preserva la forma dell’ipotesi. Infine, se la nuova linea degli apsidi passa per il centro dell’equante (763), il percorso del pianeta nel cielo si modifica.

Il capitolo si conclude con una dimostrazione geometrica della massima differenza (o aberrazione) nelle apparizioni causata da questa trasposizione (765-766), quantificando l’impatto del cambiamento di prospettiva.


10.5 Elementi peculiari e significato storico

  1. Integrazione di geometria e fisica: Kepler non si limita a confrontare modelli matematici, ma cerca una spiegazione causale dei moti, anticipando la fisica celeste newtoniana. La critica alle orbite solide (733) e l’attenzione alle “causis Physicis” (732) segnano una rottura con la tradizione.
  2. Critica a Copernico: Pur ammirando Copernico, Kepler ne evidenzia i limiti, soprattutto nella mancanza di una base fisica per le orbite solide (742) e nella perdita di eleganza geometrica (744). Questo riflette la sua ricerca di un modello che unisca precisione matematica e coerenza fisica.
  3. Metodo comparativo: L’analisi delle ipotesi attraverso la loro equivalenza o divergenza (731, 746) mostra un approccio sistematico, tipico della rivoluzione scientifica del XVII secolo.
  4. Centralità del Sole: La disputa sul moto medio vs. apparente del Sole (726-729) riflette la transizione da un’astronomia geocentrica/eliocentrica a una dinamica, in cui il Sole diventa il centro di una forza motrice (734, 754).

Il testo testimonia un momento chiave nella storia dell’astronomia: il passaggio da una scienza descrittiva a una esplicativa, in cui la geometria serve a rivelare le leggi fisiche sottostanti. La polemica con Brahe non è solo tecnica, ma epistemologica: Kepler cerca di fondare l’astronomia su principi che siano al contempo matematici e naturali, prefigurando la sintesi newtoniana.

11 L’equivalenza tra modelli planetari e la critica al moto solare medio

Un’analisi geometrica e fisica delle ipotesi astronomiche di Tolomeo, Copernico e Brahe, con particolare attenzione alle discrepanze tra moto apparente e moto medio del Sole.

Il testo affronta la complessa relazione tra i diversi sistemi planetari proposti nella storia dell’astronomia, evidenziando come le ipotesi di Tolomeo (eccentrico con equante), Copernico (concentrico con due epicicli) e Brahe siano geometricamente equivalenti. La frase “Omnia dicta, de Eccentrico cum Aequante, qui PTOLEMAEO placuit, applicantur Concentrico cum duobus Epicyclis, Copernico-Braheano, quippe per caput IV aequipollenti” (769) stabilisce questa equivalenza, sottolineando come le diverse rappresentazioni matematiche convergano in un unico modello descrittivo.

Il nucleo del discorso si concentra sulle due disuguaglianze (o irregolarità) nel moto planetario: la prima, legata alle variazioni di velocità e distanza dei pianeti, e la seconda, attribuita al moto apparente del Sole. L’autore distingue chiaramente tra le ipotesi che spiegano la prima disuguaglianza – “quae primae serviunt inaequalitati, diversae apud diversos” (773) – e quelle che affrontano la seconda, definite “capitales” (774) e associate ai nomi di Tolomeo, Copernico e Brahe. La frase “Vsitate quippe Copernicanam Hypothesin nominantes subintelligimus secundae inaequalitatis” (775) chiarisce come, nel linguaggio comune, l’ipotesi copernicana venga identificata proprio con la spiegazione della seconda disuguaglianza.

Un punto cruciale è la critica al moto medio del Sole come riferimento per la prima disuguaglianza. L’autore dimostra geometricamente che, se si assume il moto apparente del Sole come causa della seconda disuguaglianza – “Si inaequalitatem secundam a Solis apparente motu censeamus” (783) –, le conseguenze sulla prima disuguaglianza sono significative. In particolare, emerge che “parum variari loca longitudinis in prima inaequalitate, multum vero differre distantias corporis Planetae a corpore Solis” (785), con errori che possono raggiungere “unum gradum et 20 circiter minuta” (789). La frase “Geometrice demonstratur locus in orbe magno Telluris, in quo visui constituto maxima distantiarum differentia, maximum etiam errorem objiciat” (787) identifica la posizione nell’orbita terrestre dove questa discrepanza è massima.

La trattazione prosegue con un’analisi comparativa delle tre ipotesi principali: 1. Copernicana: L’autore mostra come la prima disuguaglianza sia derivata dal moto medio del Sole (“quomodo primae inaequalitatis hypothesis fuerit accersita a Solis motu medio”, 779) e contesta questa scelta su basi fisiche, sostenendo che l’eccentricità debba essere calcolata “ab ipso centro corporis Solis” (781). 2. Tolemaica: Anche qui, la prima disuguaglianza è legata al moto medio del Sole (“quomodo primae inaequalitatis hypothesis fuerit accersita a Solis motu medio”, 791), ma l’autore solleva obiezioni di natura fisica e metafisica (“Generaliter ex Physica seu Metaphysica contemplatione multa disputantur tam contra medium Solis motum, quam contra ipsam hanc hypothesin”, 793), specificando che se la seconda disuguaglianza dipendesse dal moto apparente del Sole, queste obiezioni verrebbero meno (“Si inaequalitatem secundam a Solis apparente motu censeamus, satisfieri objectionibus Physicis”, 797). 3. Braheana: L’ipotesi di Brahe viene criticata per aver fissato il centro dell’orbita di Marte non nel centro del Sole, ma in un punto vicino (“centrum Concentrici Martii affixum orbi Solis non in centro corporis Solis sed juxta”, 802). L’autore insiste sulla necessità di ancorare l’affissione al centro fisico del Sole (“contendens affixionem […] in ipso centro corporis Solis fieri debere”, 804).

La seconda parte del testo introduce una riflessione più personale e metodologica. L’autore spiega le ragioni che lo hanno portato a privilegiare il moto apparente del Sole (“quae me permoverint apparentem Solis motum sequi”, 808) e descrive il processo di verifica empirica dell’ipotesi di Brahe per Marte, basato su osservazioni acronittiche e calcoli di posizione (“Exhibet hypothesin primae inaequalitatis Martis, ut ea est a BRAHEO constituta; eamque in Tabula, quae habet fundamenta, scilicet observationes acronychias”, 809). Il capitolo IX, infine, affronta la correzione delle assunzioni osservative (“Agit de emendata assuniptione observatorum locorum”, 810), suggellando il passaggio da una trattazione teorica a una verifica pratica.

12 L’analisi kepleriana delle orbite planetarie e la critica alle tavole astronomiche

Un resoconto delle correzioni metodologiche e delle ipotesi geometriche proposte da Keplero per superare le incongruenze delle tavole astronomiche tradizionali, con particolare attenzione alla parallasse, all’inclinazione orbitale e alla posizione dei nodi.

Il testo presenta una sezione avanzata del trattato astronomico in cui Keplero demolisce sistematicamente le assunzioni delle tavole planetarie esistenti, proponendo nuovi metodi di calcolo basati su osservazioni dirette. Il nucleo concettuale ruota attorno a tre ambiti principali: la determinazione della posizione eclitticale dei pianeti, la correzione delle parallassi e l’analisi dell’inclinazione orbitale, con una costante tensione tra geometria teorica e verifica empirica.

12.1 Critica alle tavole astronomiche e ridefinizione dei metodi

Keplero inizia (812-817) smantellando le convenzioni delle tavole, che assumevano corrispondenze semplificate tra la posizione reale di un pianeta nel suo cerchio orbitale e la sua proiezione sull’eclittica. La frase “Ostenditur ne cessitas, pro loco Planetae in suo proprio circulo, constituendi locum ei respondentem in Ecliptica” (812) evidenzia come non esista una necessità intrinseca di far coincidere la posizione orbitale con un punto fisso sull’eclittica, contraddicendo la prassi consolidata. Le successive refutazioni (813, 815, 817) colpiscono due errori ricorrenti: 1. L’ipotesi di uguaglianza degli archi tra nodo e posizione osservata del pianeta rispetto alla sua proiezione eclitticale (“Refutatur aequalitas, quam tabula sequitur arcuum a nodo ad locum Planetae visum locumque Eclipticum pertingentium”, 813). 2. Il metodo di riduzione basato sull’angolo di latitudine osservata anziché sull’inclinazione dei piani orbitali (“Refutatur et modus reducendi per visae latitudinis angulum, et astruitur modus reducendi per angulum inclinationis planorum”, 817), che Keplero considera più accurato.

Il Capitolo X (818) sintetizza questa fase critica, annunciando un esame delle tavole esistenti per verificare se le posizioni dedotte dalle osservazioni vicine fossero state correttamente estrapolate all’opposizione solare. Qui emerge un dettaglio metodologico cruciale: l’introduzione di “30 et de aliis subtilitatibus admonitiunculae, praesertim de parallaxi” (818), dove la parallasse — effetto di prospettiva dovuto alla posizione dell’osservatore sulla Terra — diventa un parametro da indagare con rigore.

12.2 La parallasse di Marte e la revisione delle ipotesi

Il Capitolo XI (820-825) segna il passaggio dalla critica alla proposta costruttiva. Keplero dichiara di voler “accommodare” i dati al moto apparente del Sole, iniziando con un’indagine sulle parallassi diurne di Marte. La sua strategia si articola in tre mosse: 1. Confronto con Brahe: “Narro, quid de iis BRAHEVS senserit” (822) introduce le opinioni del maestro, che Keplero poi verifica attraverso i dati osservativi di Brahe stesso, dimostrando come le parallassi marziane siano “insensibiles pene esse, et minores quam putamus esse Solares” (823). Questo risultato — ottenuto tramite il calcolo dei moti orari e diurni — suggerisce che l’effetto di parallasse fosse stato sovrastimato. 2. Applicazione ai propri dati: “Per ludum applico et meas observationes” (825) indica un approccio sperimentale, dove Keplero testa un metodo originale per determinare la parallasse diurna attraverso la latitudine stazionaria di Marte, un parametro che riflette la posizione del pianeta rispetto all’eclittica durante le fasi di moto retrogrado.

12.3 L’inclinazione orbitale e la posizione dei nodi

I Capitoli XII-XIII (827-840) affrontano due problemi interconnessi: la determinazione dei nodi (punti di intersezione tra l’orbita planetaria e l’eclittica) e l’inclinazione dei piani orbitali. Keplero presenta tre metodi distinti, ciascuno con presupposti e applicazioni specifiche: 1. Metodo di Brahe (827): Basato su osservazioni vicine, ma criticato per la sua dipendenza da equazioni del centro già note (derivate da Tolomeo, Copernico o Brahe stesso). La frase “Quibus simul demonstratur, nodum descendentem […] et ascendentem […] esse in oppositis Eclipticae locis” (827) conferma che i nodi ascendente e discendente sono diametralmente opposti sull’eclittica, un risultato che Keplero utilizzerà per semplificare i calcoli successivi. 2. Metodo dell’inclinazione limite (829-833): Si concentra sulle osservazioni di Marte ai limiti della sua elongazione dal Sole (alba o tramonto), dove la latitudine osservata coincide con l’inclinazione reale del piano orbitale rispetto all’eclittica (“tunc enim visa latitudo aequat veram inclinationem limitum ad Eclipticam”, 831). Keplero verifica questo approccio sia nell’ipotesi copernicana che in quella tolemaica (“et perficitur aliquot observationibus circa utrumque limitem”, 833), sottolineando la sua validità indipendentemente dal sistema di riferimento. 3. Metodo delle opposizioni solari (834-840): Richiede osservazioni rare, in cui il Sole si trova nei nodi e Marte in quadratura (90° di elongazione). Questo metodo, esteso poi a posizioni diverse dalla quadratura (“Ampliatur, ut Mars […] alio loco possit esse quam in quadrato Solis”, 835), permette di calcolare l’inclinazione per qualsiasi punto dell’orbita. Il terzo metodo, infine, utilizza le latitudini osservate durante le opposizioni solari, combinate con la proporzione nota tra le orbite (“adjungens praecognitam proportionem orbium”, 839), e viene adattato a tutte e tre le ipotesi cosmologiche (copernicana, tolemaica, braheana).

12.4 Stabilità dell’inclinazione e fondamenti per una nuova astronomia

Il Capitolo XIV (841-843) chiude la discussione sull’inclinazione orbitale demolendo l’idea antica che i piani degli eccentrici fossero “libratilia” (oscillanti). Keplero dimostra invece che l’inclinazione rimane costante per secoli (“Demonstratur enim, inclinationem […] esse constantem”, 842-843), un risultato che rafforza la sua visione di un cosmo governato da leggi geometriche immutabili.

I Capitoli XV-XVII (844-848) segnano la transizione verso la costruzione di un nuovo modello. Keplero: 1. Corregge aritmeticamente le posizioni di Marte durante le opposizioni solari (“Ex observationibus vicinis Arithmetice inquiruntur loca”, 844), applicando le cautele metodologiche discusse in precedenza per ottenere una tabella di riferimento (“exhibetur eorum tabula pro fundamento novae operationis”, 845). 2. Assume un’orbita circolare (846), seguendo la tradizione tolemaica ma introducendo due innovazioni: un punto (non il Sole) attorno al quale il pianeta descrive angoli uguali in tempi uguali, e un centro orbitale spostato rispetto al Sole (“interque illud et centrum Solis versari centrum circuli Planetarii, distantia incognita”). 3. Determina i parametri orbitali (847) attraverso quattro osservazioni acroniche (di opposizione), calcolando posizione dei centri, distanza dal Sole e proporzioni delle eccentricità con un metodo “laboriosissimo”.

Il Capitolo XVII (848) confronta le posizioni storiche dell’afelio e dei nodi (da Tolomeo ai suoi tempi), deducendo i loro moti secolari — un passaggio necessario per il capitolo successivo.

12.5 La vittoria dell’ipotesi eliocentrica e i limiti del modello

Il Capitolo XVIII (849) sancisce il successo del nuovo modello: “ostenditur […] salvari omnem observatum longitudinis motum circa Solis oppositum”, ovvero la nuova ipotesi — basata sul moto apparente del Sole — spiega tutte le osservazioni di longitudine durante le opposizioni con precisione superiore al modello braheano, che si fondava sul moto medio solare.

Tuttavia, il Capitolo XIX (850-856) rivela un limite critico: il modello fallisce nel riprodurre il moto in latitudine durante le opposizioni. Keplero dimostra che né la sua ipotesi né quella di Brahe riescono a spiegare le variazioni di latitudine (“Demonstratur autem neque Braheana officium hic facere”, 851), e attribuisce l’errore alla mancata bisezione dell’eccentricità (“Ostenditur, errorem […] esse, quod non fuerit bisecta Eccentricitas”, 856). Questa ammissione — che prelude alla scoperta delle orbite ellittiche — mostra come Keplero, pur avendo superato molte incongruenze delle tavole tradizionali, fosse ancora vincolato a schemi geometrici circolari, la cui revisione radicale sarebbe arrivata solo con le Leggi successive.

13 L’ipotesi eliocentrica e la critica alle teorie antiche: il percorso di Kepler verso le leggi del moto planetario

“At si bisecetur Eccentricitas, tunc hypotheses aberrare in longitudinis motu” (858).

Il testo estratto dai capitoli centrali di un trattato scientifico – presumibilmente l’Astronomia nova di Johannes Kepler – documenta il passaggio cruciale dalla tradizione tolemaica e ticonica a una nuova concezione del moto planetario, fondata su basi geometriche e fisiche. Kepler smonta le ipotesi precedenti, ne individua le incongruenze e costruisce un sistema alternativo che anticipa le sue tre leggi, pur mantenendo ancora alcuni presupposti classici (come l’orbita circolare della Terra).

13.1 Critica alle ipotesi tradizionali e genesi di una nuova teoria

Kepler inizia denunciando l’errore insito nelle teorie che bisecano l’eccentricità (858): “Se l’eccentricità viene dimezzata, le ipotesi deviano nel moto in longitudine”. Questa frase sintetizza il nodo problematico delle teorie antiche, in particolare del modello di Tycho Brahe, che – pur correggendo Tolomeo – si basava ancora su un motus medius Solis (862: “Sic et Braheana, medio Solis motui innixa”). La critica kepleriana nasce da una necessità empirica: “Ex quibus causa patefit, quae me impulerit, ut desertis veteribus diligentius super his rebus inquirerem” (859: “Da ciò risulta chiaro il motivo che mi spinse ad abbandonare gli antichi e a indagare più accuratamente su queste questioni”).

Il Capitolo XX (860) funge da snodo metodologico: Kepler dimostra che la sua ipotesi – diversamente da quelle precedenti – resiste alla verifica sia nel moto in latitudine (intorno all’opposizione solare) sia nel moto in longitudine (fuori dall’opposizione). La dimostrazione viene estesa anche ai modelli tolemaico e braheano (864: “Demonstratio applicatur etiam formae motuum Ptolemaicae et Braheanae”), evidenziando come tutte le teorie tradizionali condividano un vizio di fondo: l’uso di un equante (un punto fittizio rispetto al quale il moto appare uniforme), che introduce errori sistematici. Il “digitus intenditur ad fontes errorum” (866: “il dito è puntato sulle fonti degli errori”) segna la volontà di correggere questi difetti.

Un passaggio chiave è il protheorema del Capitolo XX (868), dove Kepler introduce un’innovazione geometrica: “Quali linee nel piano dell’eclittica debbano essere sostituite alle linee di distanza del pianeta dal Sole nel piano dell’eccentrico del pianeta, quando il pianeta ha una certa latitudine”. Qui emerge il tentativo di superare la bidimensionalità dei modelli antichi, considerando la terza dimensione (la latitudine) per calcolare con precisione le distanze reali tra pianeti e Sole.

13.2 La geometria come strumento di verità: il paradosso delle ipotesi false

Il Capitolo XXI (869) affronta un paradosso epistemologico: “Le cause geometriche che fanno sì che un’ipotesi falsa produca risultati veri, e fino a che punto ciò sia possibile”. Kepler riconosce che anche teorie errate (come quelle di Tolomeo o Brahe) possono riprodurre le osservazioni, purché si applichino correzioni ad hoc. Tuttavia, la sua indagine mira a una spiegazione causale e non solo descrittiva: non basta che un modello “funzioni”, deve anche riflettere la realtà fisica. La chiusura della Parte Seconda (870: “Atque hic finis partis secundae, in qua Veteres sum imitatus”) segna il congedo dalle metodologie tradizionali e l’inizio di una nuova fase.

13.3 La rivoluzione metodologica: dalla seconda disuguaglianza alle leggi fisiche

La Parte Terza (871) inaugura un approccio radicalmente diverso: “Mea igitur methodo usus, totum negocium de novo incipio, non a prima sed a secunda inaequalitate”. Kepler abbandona la prima disuguaglianza (il moto medio) per concentrarsi sulla seconda disuguaglianza (le variazioni di velocità e distanza dei pianeti), che diventerà il fulcro delle sue scoperte. Il Capitolo XXII (872-877) spiega come sia giunto a sospettare l’esistenza di un equante nella teoria solare (872: “explicantur occasiones, quibus inciderim in suspiciones de Aequante circulo in Theoria Solis regnante”). La sua dimostrazione si basa su tre forme di ipotesi (874), tra cui quella che “l’orbita grande [l’eccentrico] sembri aumentare e diminuire” – un fenomeno già osservato da Brahe. Kepler propone un metodo per selezionare osservazioni idonee a provare l’equante (875) e lo applica a due osservazioni di Marte (877), assumendo la restitutio Braheana (la correzione braheana basata sul moto medio del Sole).

Nei capitoli successivi (XXIII-XXVIII), Kepler sviluppa una geometria delle distanze per determinare l’eccentricità e l’afelio del Sole (o, equivalentemente, della Terra). Il Capitolo XXIII (878-879) calcola le distanze Sole-Terra in due punti dello zodiaco, aggiungendo la posizione dell’afelio, e dimostra geometricamente l’eccentricità del cerchio solare. Il Capitolo XXIV (880-881) estende l’analisi a quattro osservazioni di Marte, mostrando che una parte dell’eccentricità solare deve essere attribuita all’equante. Qui emerge un principio fondamentale: “partem […] dandam Aequanti circulo” (881), ovvero la necessità di distribuire l’eccentricità tra il centro dell’orbita e l’equante.

Il Capitolo XXV (882-885) rappresenta un punto di svolta: usando sei osservazioni di Marte (tre e tre in punti diversi dello zodiaco), Kepler determina non solo l’eccentricità del Sole/Terra, ma anche la posizione dell’afelio, “quasi identica a quella trovata da Brahe dalle osservazioni dirette del Sole” (885). Questo risultato è notevole perché deriva esclusivamente da osservazioni di Marte, senza presupporre una teoria solare preesistente. Il Capitolo XXVI (886-888) conferma i risultati precedenti, trasferendo le osservazioni dal moto medio al moto vero del Sole e applicando la dimostrazione a tutte e tre le forme di ipotesi.

Il Capitolo XXVII (889-890) introduce un metodo ancora più audace: Kepler abbandona ogni presupposto sulla restitutio di Marte e, usando quattro nuove osservazioni, dimostra non solo l’eccentricità e l’afelio del Sole, ma anche la posizione eccentrica di Marte rispetto alle stelle fisse – un dato che prima assumeva come noto. Il Capitolo XXVIII (890-892) raffina ulteriormente il metodo, aggiungendo cinque osservazioni e confermando la costanza della posizione eccentrica di Marte. Un’avvertenza cruciale chiude questa sezione: “Memineris autem in omnibus praecedentibus […] praesupponi viam Terrae perfectum circulum” (893: “Ricorda che in tutti i capitoli precedenti si presuppone che il percorso della Terra sia un cerchio perfetto”). Kepler giustifica questa approssimazione con la piccola eccentricità dell’orbita terrestre (894: “Nam propter parvam Eccentricitatem Ellipsis ipsi parum demere potest”), anticipando la futura scoperta dell’ellisse.

13.4 Dalle distanze alla forma dell’orbita: il problema dell’ovale

I Capitoli XXIX-XXX (895-905) affrontano il calcolo delle distanze Terra-Sole in vari punti dell’orbita. Kepler assume un eccentrico perfettamente circolare (895) e, nota l’eccentricità e il suo doppio (l’eccentricità dell’equante), determina le distanze in apogeo, perigeo e ad anomalie di 90° (896-897). Introduce anche un compendio per calcolare quattro distanze con una sola operazione (897) e identifica due punti critici dell’orbita: quello più distante dal centro del Sole (898) e quello in cui una parte dell’equazione raggiunge il massimo (899).

Il Capitolo XXX (900-904) presenta una tabula delle distanze e un metodo per estrarne i valori, ma Kepler ammette che questo approccio “supera i limiti dei principi” e produce un’orbita ovale (900: “excedere limites principiorum, et circuitum sideris ovalem efficit”). Questo risultato lo spinge a indagare ulteriormente nei capitoli successivi (XXXI-XLIV), dove risolverà il problema introducendo l’ellisse.

13.5 La bisezione dell’eccentricità e la difesa di Brahe

Il Capitolo XXXI (905-912) affronta un’obiezione di Brahe: la paura che la bisezione dell’eccentricità solare potesse alterare le sue equazioni. Kepler dimostra che, “sia con l’intera eccentricità, sia con la sua bisezione, sia con la duplicazione di ciò che si costruisce dalla metà dell’eccentricità, si ottiene sempre la stessa equazione nel Sole” (906-907). Questo capitolo distingue due scrupoli: uno legato alle distanze (Cap. XXX) e l’altro alle equazioni (Cap. XXXI), mostrando come il primo derivi dalla forma del percorso (l’ovale), il secondo dal rapporto dell’eccentricità.

13.6 Dalla geometria alla fisica: le cause del moto planetario

Il Capitolo XXXII (913-916) segna il passaggio dalla matematica alla fisica. Kepler enuncia un principio universale: “Tutti i pianeti, come l’equante, o la bisezione dell’eccentricità del punto equante, hanno i tempi di percorrenza in archi uguali dell’eccentrico proporzionali alla distanza dal punto da cui sorge l’eccentricità” (913-914). L’invito “Arrigite aures Physici” (915: “Tendete le orecchie, fisici”) annuncia una deliberatio che invade il campo della filosofia naturale: “hic enim deliberatio suscipitur de impressione in vestram provinciam facienda” (916).

Il Capitolo XXXIII (917-925) sviluppa questa indagine fisica: 1. Le distanze dal centro dell’eccentricità sono le cause dispensatrici dei tempi di percorrenza (917). 2. Queste cause risiedono nel centro del sistema planetario (918), identificato con il Sole (919: “ipsum corpus Solis esse in centro Systematis Planetarii”). 3. La virtù motrice risiede nel corpo solare (920), con argomenti fisici che anticipano la gravitazione. 4. Il Sole è immobile al centro del mondo, mentre la Terra si muove (921), ma Kepler precisa che queste speculazioni valgono sia per il sistema braheano che per quello copernicano (922), e anzi costruiscono la verità del moto terrestre (923: “his ipsis speculationibus jam motus Telluris et quies Solis inaedificantur”). 5. La virtù motrice si comporta come la luce: si attenua con la distanza e si condensa in spazi minori (924). 6. Ciò che muove i pianeti è una species immateriale della virtù solare, analoga alla luce (925: “speciem immateriatam ejus virtutis, quae in corpore Solis est, similem speciei immateriatae Lucis”).

Il Capitolo XXXIV (926-930) paragona questa species a un fiume o un vortice che pervade il cosmo, muovendosi più velocemente dei pianeti (926-927). Kepler deduce che il Sole ruota sul proprio asse (928) e ipotizza che sia un corpo magnetico (929), estendendo al cielo le proprietà dei magneti terrestri (930).

I Capitoli XXXV-XXXVI (931) risolvono obiezioni: la virtù motrice non è ostacolata dall’interposizione di corpi (come la luce), e anzi luce e moto sono cognate (931). Kepler ribadisce così la natura fisica del suo sistema, dove geometria e dinamica si fondono.

13.7 Significato storico e scientifico

Questo testo testimonia la transizione dall’astronomia geometrica all’astrofisica moderna. Kepler: - Demolisce i modelli tolemaico e braheano, mostrando come le loro ipotesi (equante, moto medio) producano errori sistematici. - Costruisce un metodo basato sulle osservazioni di Marte, che gli permette di determinare l’orbita terrestre senza presupposti. - Scopre la relazione tra distanza dal Sole e velocità dei pianeti, anticipando la seconda legge (anche se ancora in forma circolare). - Fonda una fisica celeste, attribuendo al Sole una virtù motrice che agisce a distanza, in modo analogo alla luce.

L’ambiguità più rilevante è l’uso iniziale di orbite circolari, che solo nei capitoli successivi (non riportati qui) verrà sostituito dall’ellisse. Tuttavia, il testo mostra come Kepler, pur partendo da strumenti tradizionali, li superi attraverso un’analisi rigorosa dei dati e una sintesi tra matematica e fisica. La sua opera segna così il passaggio da un universo di sfere cristalline a un cosmo governato da leggi dinamiche.


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14 La rivoluzione kepleriana: dalla circolarità perfetta all’ellitticità delle orbite

La demolizione sistematica dell’ipotesi tolemaica e copernicana dei moti planetari perfettamente circolari, attraverso un’analisi geometrica e fisica che prelude alla formulazione delle leggi di Keplero.

Il testo rappresenta un momento cruciale nella transizione dalla cosmologia antica e medievale alla meccanica celeste moderna, documentando il passaggio di Keplero dall’accettazione acritica dei moti circolari all’elaborazione di un modello orbitale radicalmente nuovo. L’autore affronta il problema con un approccio duplice: dapprima “in dubium vocaretur rationibus Physicis” (962) l’idea preconcetta di un’orbita planetaria perfettamente circolare, per poi “penitus convellenda Geometricis” (962) nel capitolo XLIV. Questo metodo riflette la tensione tra tradizione e innovazione, dove la fisica aristotelica e la geometria euclidea vengono messe al servizio di una revisione concettuale.

Il nucleo teorico ruota attorno alla teoria delle aree e alla relazione tra distanza dal Sole e velocità orbitale. Keplero introduce il concetto di “aequatio Physica” (964), ovvero la componente fisica dell’equazione del moto planetario, legata al tempo impiegato dal pianeta per percorrere un arco dell’eccentrico. La dimostrazione geometrica (965) stabilisce che “infinitorum arcus punctorum distantiae a Sole, quamproxime insint in area” (965), anticipando la seconda legge del moto planetario: i pianeti spazzano aree uguali in tempi uguali. L’innovazione risiede nell’associare l’area del triangolo formato dal Sole, dal centro dell’eccentrico e dall’estremità dell’arco (“triangulum inter Solem, centrum Eccentrici et finem arcus”) (966) a due componenti distinte dell’equazione: l’angolo al vertice rappresenta la parte ottica (“Opticam”), mentre l’area stessa quella fisica (“Physicam”).

Particolarmente rilevante è la verifica empirica della corrispondenza tra le due componenti. Keplero dimostra che “in Sole aequales esse ad sensum partes aequationis, Opticam et Physicam” (968), sottolineando come, entro i limiti della percezione (“ad sensum”), le due parti dell’equazione coincidano. Questa equivalenza viene testata in punti specifici dell’orbita: dapprima a 90 gradi, poi a 45 gradi (973-974), con una precisione che esclude differenze sensibili (“non differre sensibili aliquo”).

Tuttavia, il testo rivela anche le limiti del modello circolare, che Keplero stesso definisce “vitiosae” (996) quando confrontate con l’esperienza. L’analisi delle distanze di Marte dal Sole in punti vicini all’afelio e al perielio (985) porta alla correzione della longitudine media del pianeta e alla determinazione di una nuova eccentricità (988). La scoperta cruciale è che “dimidiam esse de Eccentricitate Aequantis” (989), ovvero che l’eccentricità dell’equante (il punto fittizio introdotto da Tolomeo per spiegare le irregolarità del moto) è esattamente la metà di quella reale dell’orbita. Questo risultato conferma la validità delle speculazioni precedenti (“valere speculationes praemissas” (990)) e prepara il terreno per l’abbandono definitivo del cerchio.

Il passaggio più significativo riguarda la critica alla concoide, una curva introdotta per approssimare le distanze planetarie. Keplero dimostra che lo spazio tra due concoidi (“spacium inter duas Conchoides”) (981) non ha una larghezza uniforme (“non esse ejusdem latitudinis”), sfidando i geometri a quadrare tale spazio (979). Questa difficoltà matematica è sintomatica dell’inadeguatezza del modello circolare: l’orbita reale non può essere descritta da una curva regolare, ma richiede una forma più complessa, che Keplero identificherà nell’ellisse nei capitoli successivi.

Il testo si colloca in una fase intermedia della ricerca kepleriana, dove l’autore ha già intuito l’insufficienza dei moti circolari ma non ha ancora formulato le leggi definitive. La metodologia adottata è esemplare: combinazione di osservazioni precise (distanze di Marte dal Sole), dimostrazioni geometriche rigorose e verifica empirica. L’uso di termini come “certissime demonstratis” (984) e “non omnino subtilissime” (989) rivela un equilibrio tra fiducia nei risultati e consapevolezza dei limiti strumentali. La testimonianza storica è quella di un momento in cui la scienza abbandona le certezze millenarie per abbracciare un modello più aderente alla realtà, anche a costo di complicazioni matematiche e concettuali.


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15 La ricerca della verità celeste tra ipotesi geometriche e limiti dell’osservazione

Il testo estratto dai capitoli XLV-LV di un trattato scientifico – verosimilmente le Astronomia nova di Johannes Kepler – documenta il percorso intellettuale e metodologico con cui l’autore affronta la complessità del moto planetario, oscillando tra modelli geometrici, verifiche empiriche e revisioni critiche delle proprie ipotesi. Emergono tre nuclei concettuali interconnessi: l’elaborazione di teorie alternative per descrivere l’orbita di Marte, la tensione tra astrazione matematica e realtà fisica, e la consapevolezza dei limiti intrinseci ai metodi disponibili.


15.1 Le “occasioni” della conoscenza e il valore della fatica teorica

Kepler apre il capitolo XLV con una riflessione metascientifica sulla natura della scoperta, dove l’atto stesso di indagare le cause dei fenomeni celesti assume un valore paragonabile alla loro realtà ontologica. “Mi sembrano non meno degne di ammirazione le occasioni per cui gli uomini giungono alla conoscenza delle cose celesti, che la Natura stessa di queste cose” (1013). Questa affermazione rivela una visione epistemologica attiva: la verità non è data, ma emerge da un processo faticoso, in cui l’errore e la correzione giocano un ruolo costitutivo. L’autore ammette esplicitamente il rischio di noia per il lettore (“non dubito che ciò avverrà con qualche tedio del lettore”, 1014), ma giustifica la necessità di esporre ogni passaggio con una metafora luministica: “Tuttavia più gradevole è la vittoria ottenuta con pericolo; e più splendente il Sole emerge dalle nubi” (1015). Le “nubi” (1016) simboleggiano gli ostacoli teorici e osservativi, mentre il “Sole della verità” (1017) rappresenta la meta agognata, raggiungibile solo dopo aver attraversato l’oscurità.

Questo approccio si traduce in una metodologia iterativa, dove ogni ipotesi viene testata, scartata o modificata in base a nuove evidenze. Kepler non nasconde la propria “credulità” (1012) – termine che qui assume il significato di apertura mentale verso soluzioni non convenzionali – e invita il lettore a condividere il percorso, anche nei suoi momenti di incertezza.


15.2 Dall’epiciclo all’ovale: la genesi di un modello imperfetto

Il cuore del testo è la critica e revisione del modello tolemaico-copernicano, basato su epicicli ed eccentrici, per spiegare le irregolarità del moto di Marte. Kepler introduce una doppia causa fisica per giustificare la forma dell’orbita: 1. Una “forza insita” nel pianeta che lo spinge a descrivere un epiciclo perfetto, con parti uguali percorse in tempi uguali (1018). 2. Una “forza esterna” del Sole che trascina il pianeta in modo disuguale nel tempo, pur mantenendo distanze variabili (1018).

La combinazione di queste due forze genera un’orbita “ovale” (1019), non circolare né ellittica. Questo passaggio è cruciale: Kepler abbandona l’ideale platonico della circolarità perfetta, ma non giunge ancora all’ellisse, che emergerà solo in seguito. Il capitolo XLVI esplora le implicazioni geometriche di questa ipotesi, proponendo diversi metodi per descrivere la traiettoria: - La trasformazione dell’epiciclo in un eccentrico (1021). - La dimostrazione che la linea risultante è “veramente ovale, non ellittica” (1033), con una distinzione netta tra le due figure. - L’analisi delle asimmetrie nella distribuzione delle distanze: “non è lo stesso il punto medio tra le somme dei termini e quello tra i termini stessi” (1025), un problema che richiede strumenti geometrici avanzati.

Kepler si rivolge esplicitamente ai “geometri” (1036, 1040, 1067), sfidandoli a risolvere questioni come la divisione dell’area ovale o la relazione tra un menisco curvo e la sua estensione in linea retta (1038-1040). Questi passaggi rivelano una tensione tra precisione matematica e approssimazione fisica: l’ovale, pur essendo un modello più accurato del cerchio, si rivela ancora insufficiente.


15.3 La verifica empirica e il fallimento dell’ovale

I capitoli successivi documentano il confronto tra teoria e osservazione, con risultati deludenti. Nel capitolo XLVII, Kepler dimostra che l’area dell’ellisse è minore di quella del cerchio circoscritto (1034), ma il vero problema emerge quando applica il modello ovale ai dati: - Le distanze di Marte dal Sole, calcolate in base all’ipotesi ovale, non coincidono con quelle osservate (1110-1113). - L’equazione del moto (la correzione angolare necessaria per prevedere la posizione del pianeta) risulta affetta da errori sistematici (1052-1055, 1076).

Kepler adotta una strategia di riduzione progressiva degli errori, esplorando sei metodi diversi per calcolare le distanze (1094-1109). Alcuni approcci portano a risultati assurdi (1107), altri coincidono con modelli precedenti (1108), ma nessuno elimina completamente le discrepanze. La conclusione è netta: “L’ipotesi stessa del capitolo XLV pecca” (1092-1093). L’ovale, pur essendo un passo avanti rispetto al cerchio, è “troppo stretto” (1128) per descrivere la realtà.


15.4 La centralità del Sole e la geometria delle orbite

Un risultato fondamentale emerge dalla verifica empirica: la linea degli apsidi di Marte passa necessariamente per il centro del Sole (1115). Kepler dimostra che qualsiasi altro punto di riferimento per l’eccentrico porterebbe a una divisione asimmetrica dell’orbita, in contrasto con le osservazioni (1116). Questo principio si estende a tutti i pianeti: “le linee degli apsidi di tutti i pianeti convergono nel centro stesso del Sole” (1118), una conferma indiretta del ruolo fisico centrale del Sole nel sistema copernicano.

Il capitolo LIII introduce un metodo peculiare per calcolare le distanze di Marte vicino all’opposizione (1119), mentre il capitolo LIV sintetizza i risultati precedenti per definire con “grande cautela” (1124) la proporzione tra eccentricità e dimensioni delle orbite. Questi passaggi testimoniano un approccio pragmatico: Kepler non si limita a costruire modelli astratti, ma li adatta costantemente ai dati, anche a costo di complicare la geometria.


15.5 Il ritorno all’ellisse: una svolta implicita

Il capitolo LV segna un punto di svolta. Dopo aver constatato che il cerchio era “troppo largo” (1127) e l’ovale “troppo stretto” (1128), Kepler torna al punto di partenza del capitolo XLV (1125-1126), suggerendo che la soluzione debba trovarsi “nel mezzo”. Sebbene l’ellisse non sia ancora nominata esplicitamente in questi estratti, la logica della correzione progressiva prepara il terreno per la sua adozione definitiva nelle leggi di Kepler. Il testo si chiude così su una nota di apertura problematica: l’ovale è stato scartato, ma la verità non è ancora raggiunta.


15.6 Significato storico e metodologico

Questi capitoli rappresentano una testimonianza unica del metodo scientifico in atto: 1. Superamento del dogmatismo geometrico: Kepler rifiuta sia la circolarità aristotelica che l’epiciclo tolemaico, pur senza ancora abbracciare l’ellisse. La sua ricerca è guidata da un realismo fisico che antepone l’accordo con i dati alla bellezza formale. 2. Ruolo dell’errore: Gli errori non sono fallimenti, ma tappe necessarie per affinare la teoria. La frase “peccare Hypothesin” (1092) è emblematica: l’ipotesi è un’entità viva, da correggere. 3. Interdisciplinarità: Kepler integra astronomia, fisica e geometria, anticipando la rivoluzione newtoniana. La sua insistenza sulle “cause fisiche” (1018, 1084) segna il passaggio da una descrizione puramente cinematica a una dinamica. 4. Dialogo con la comunità scientifica: Le ripetute invocazioni ai “geometri” (1036, 1067) mostrano una scienza come impresa collettiva, dove la verifica delle ipotesi richiede competenze multiple.

In sintesi, il testo documenta un momento di crisi e transizione nella storia dell’astronomia, in cui la ricerca della verità celeste si scontra con i limiti degli strumenti concettuali e osservativi. La soluzione – l’ellisse – emergerà proprio da questa tensione tra teoria e pratica, segnando l’inizio della scienza moderna.


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16 Le forze magnetiche e la dinamica planetaria: un modello fisico per le librazioni celesti

Un tentativo di spiegare i moti planetari attraverso analogie magnetiche, attribuendo alla natura – e non all’intelletto – la regolazione delle eccentricità e delle librazioni.

Il testo analizza i meccanismi che governano il moto dei pianeti, proponendo un modello basato su due facoltà distinte – direzione e appetenza – analoghe a quelle osservate nel magnete e nel ferro. La direzione (“directionis”) determina l’orientamento verso i poli (o, nel caso dei pianeti, verso le stelle fisse), mentre l’appetenza (“appetentiae”) spiega l’attrazione verso un corpo centrale, come il Sole. L’autore sospende inizialmente il giudizio sull’origine della direzione (“initio in dubio relinquo, sitne Mentis an Naturae”, 1161), ma attribuisce con certezza all’azione naturale – e non a un principio intellettivo – la regolazione dell’eccentricità e delle librazioni, fenomeni misurabili attraverso osservazioni astronomiche.

Il cuore del ragionamento risiede nella quantificazione dell’appetenza, descritta come una sorta di bilancia dinamica (“rationem staterae”, 1166). La forza di attrazione verso il Sole è proporzionale al seno retto dell’anomalia coequata (“sinum rectum anomaliae coaequatae”, 1166), un parametro che varia nel tempo e che l’autore collega alla librazione – lo spostamento periodico del pianeta lungo l’asse dell’orbita. La misura di questa librazione, tuttavia, non coincide con l’anomalia coequata, ma con il seno verso dell’anomalia eccentrica (“sinus versus anomaliae non coaequatae sed Eccentri”, 1170), un dato empiricamente verificato (“observatio~bus innititur”, 1171). La dimostrazione di questa relazione richiede un’analisi geometrica complessa: l’autore mostra che, suddividendo un quadrante in parti uguali, il seno verso di un arco parziale ha una proporzione minore rispetto al seno verso dell’intero quadrante di quanto non abbia la somma dei seni dell’arco rispetto alla somma dei seni del quadrante (“sinum versum alicujus arcus insensibili minorem habere proportionem […] quam habet summa sinuum in arcu, ad summam sinuum in quadrante”, 1173).

Due apparenti contraddizioni minacciano la coerenza del modello. La prima riguarda la discrepanza tra l’anomalia eccentrica (che misura la librazione) e quella coequata (che misura la forza): nel semicerchio superiore, l’anomalia eccentrica è maggiore, ma il pianeta impiega più tempo a percorrerlo, compensando così la differenza di forza (“in illa coaequata, Planeta etiam plus temporis consumat, quare et plus virium effundat”, 1177). La seconda contraddizione nasce dal fatto che i seni dell’anomalia coequata sono più brevi di quelli dell’eccentrica nello stesso semicerchio. L’autore risolve il problema dimostrando che il seno verso di un arco è leggermente inferiore alla somma dei seni dell’arco stesso, rendendolo equivalente alla somma di seni più brevi (“sinum versum nonnihil deficere a summa sinuum arcus sui, et sic aequipollere summae breviorum sinuum”, 1181).

L’analogia con il magnete serve sia a chiarire alcuni aspetti del modello sia a sollevare dubbi sulla necessità di un’intelligenza (“Mens”) per spiegare i fenomeni. Se alcune obiezioni trovano risposta nell’azione naturale, altre aprono la strada a ipotesi alternative: “Natura in dubium adducta, ad Mentem transeundi, ut appareat, an et quo pacto Mens Eccentricitatem librando queat efficere” (1183). Tuttavia, l’autore propende decisamente per una spiegazione fisica e corporea (“naturali corporeaque facultate, etiam sine mentis ministerio”, 1164), capace di rendere conto non solo delle librazioni, ma anche della lenta traslazione dell’afelio (“tardissimam translationem Aphelii in consequentia”, 1164).

La relazione tra le anomalie e le variazioni apparenti del diametro solare fornisce un ulteriore sostegno al modello. Il seno verso dell’anomalia coequata misura l’incremento del diametro solare apparente (“sinum versum anomaliae coaequatae metiri incrementum apparentis diametri Solis”, 1187), con una corrispondenza precisa tra i valori massimi, minimi e intermedi. Quando il seno verso dell’anomalia coequata è pari al raggio (cioè a metà del suo valore massimo), il diametro solare è intermedio tra i suoi estremi, nonostante il seno verso dell’anomalia eccentrica sia in quel momento maggiore (“mediam existere inter extremas, cum sinus versus anomaliae coaequatae est semidiameter”, 1187). Viceversa, quando il seno verso dell’anomalia eccentrica è pari al raggio, il diametro solare risulta ancora minore, confermando la sua natura di valore medio (“diametrum apparentem Solis adhuc minorem esse, quoniam est media inter extremas”, 1189).

La discussione si sposta poi sulla plausibilità di un’intelligenza planetaria (“Mens Planetae”). L’autore argomenta che, mentre l’angolo dell’anomalia eccentrica sarebbe incomprensibile per una mente, l’angolo dell’anomalia coequata – e soprattutto il suo seno verso, che misura fisicamente la forza – potrebbe essere percepito (“Mentem Planetae comprehendere posse sinum […] id est Physice fortitudinem”, 1195). Tuttavia, il confronto tra i due modelli – uno basato sulla natura, l’altro sull’intelletto – porta a una netta preferenza per il primo. La ragione principale risiede nell’incertezza geometrica introdotta dal modello mentale: se i pianeti fossero guidati da un’intelligenza, le loro traiettorie potrebbero presentare deviazioni non osservate, persino una progressiva migrazione degli afeli (“incertitudo Geometrica admissa in hac forma motus per ministerium Mentis”, 1199; “ex ea incertitudine existere posse occasionem progressus Apheliorum”, 1201). La natura, invece, offre un meccanismo preciso e riproducibile, fondato su leggi fisiche misurabili.

17 Il moto degli afeli e la forma dell’orbita planetaria: tra fisica, geometria e ipotesi errate

Un trattato che intreccia dimostrazioni geometriche, confutazioni di errori passati e la ricerca di una causa fisica per i moti celesti, culminando nella difesa dell’ellisse come orbita planetaria.

Il testo analizza due temi centrali: l’avanzamento degli afeli planetari e la forma dell’orbita, con particolare attenzione alle contraddizioni tra ipotesi fisiche, modelli geometrici e osservazioni. Kepler (presumibilmente l’autore) procede per confutazioni, dimostrazioni e ricostruzioni storiche, rivelando un metodo che unisce rigore matematico e critica delle teorie precedenti.


17.1 1. L’avanzamento degli afeli: tra cause fisiche e intervento divino

Il passaggio (1204) introduce una comparazione tra due possibili cause dell’avanzamento degli afeli (“alia causa progressus Apheliorum insinuata fuit”). Kepler esclude che tale moto possa derivare dall’interposizione di un corpo (forse un riferimento a teorie medievali o a ipotesi di moti intermedi), sia che questo agisca per forza naturale (“si Natura moveat”) sia per volontà razionale (“si Mens moveat”). La conclusione (1206) è netta: “limitantur positiones Physicae, ne aliud aliquid noceat interpositio”, ovvero le spiegazioni fisiche devono essere limitate per evitare che l’interposizione di un elemento esterno introduca errori.

Tuttavia, in (1208) emerge un paradosso: per giustificare l’avanzamento degli afeli (“ut hinc esse possit progressus […] Aphelii”), Kepler ammette che l’interposizione debba essere associata a un ”peculiare opus mentis” (un’azione specifica della mente divina o di un’intelligenza motrice), richiamando un concetto già scartato come assurdo in (1209: “ut absurdum rejiciebatur”). La soluzione proposta (1210-1212) è quella di attribuire il moto degli afeli alla Natura stessa (“Naturae transcripsit motum Aphelii”), come già sostenuto in un punto precedente (riferimento al Num. 4).

Questo passaggio rivela una tensione tra fisica e metafisica: Kepler cerca una causa naturale, ma si scontra con limiti concettuali che lo costringono a ricorrere a spiegazioni ibride, dove la Natura agisce quasi come un principio attivo, non ancora pienamente meccanico.


17.2 2. L’orbita planetaria: dall’errore della “buccosa” all’ellisse

Il Capitolo LVIII (1213) affronta la forma dell’orbita planetaria, partendo da un’ipotesi errata che Kepler stesso aveva abbracciato: quella di un’orbita ”buccosa” (a forma di “guancia”, cioè asimmetrica o deformata). Il testo spiega come questa forma derivi dalla combinazione di due moti (“composita ex utroque motu, circumlationis scilicet et librationis”): la rivoluzione (moto circolare) e la librazione (oscillazione radiale). Tuttavia, l’orbita buccosa è frutto di un errore di calcolo (1215), dove le distanze reali (“veris distantiis”) non corrispondevano alle equazioni teoriche (“arguitur per aequationes”).

Kepler descrive il suo processo di correzione (1217): “Ostendo, quomodo quasi aliud agens, et revocata Ellipsi, errorem ignarus correxerim” (“Mostro come, quasi agendo per altro scopo e richiamando l’ellisse, abbia corretto l’errore senza accorgermene”). L’ellisse, infatti, forniva equazioni corrette (1221: “orbita Elliptica aequationes justas exhibebat”), mettendo in dubbio la validità della librazione deformata in un’orbita buccosa.

Il Capitolo LIX (1223-1235) è dedicato alla dimostrazione geometrica dell’ellisse come orbita planetaria. Kepler elenca una serie di proposizioni (da X a XV) che provano come: - L’ellisse spieghi sia le distanze che le equazioni (1225: “cum Ellipsis et distantias praestet et aequationes, orbitam igitur Planetae esse Ellipticam”). - L’area dell’ellisse sia la misura più precisa per calcolare le distanze su archi disuguali (1227: “aream Ellipsis esse perfectissimam mensuram distantiarum”). - L’ellisse concordi con i principi fisici della terza parte dell’opera (1229: “Ellipsin hanc principiis Physicis […] examussim concordare”).

Particolarmente rilevante è la Proposizione XIV (1231), che definisce come terminare gli archi dell’ellisse mediante le ordinate di un cerchio (“ordinatim applicatas graduum circuli”). Kepler ammette che la dimostrazione per il quadrante intermedio sia meno rigorosa (“imperfectius”), ma sufficientemente chiara (“tamen satis luculentam”), e sfida i geometri a perfezionarla (“provocantur Geometrae”).


17.3 3. Metodi di calcolo e applicazioni osservative

I Capitoli LX-LXVII si concentrano su metodi pratici per calcolare le anomalie planetarie e le latitudini, integrando le dimostrazioni geometriche con dati osservativi.

Kepler affronta anche la parallasse diurna (1263), dimostrandone l’irrilevanza attraverso due argomenti: la posizione dei nodi e l’inclinazione dei piani. Infine, il Capitolo LXVII (1272-1273) ribadisce che le eccentricità nascono dal centro del Sole, non da un punto vicario, usando come prove la posizione dei nodi e l’inclinazione dei piani.


17.4 4. La teoria delle latitudini fisse e la precessione degli equinozi

Il Capitolo LXVIII (1274-1281) introduce una teoria innovativa sulla latitudine delle stelle fisse, basata su: - L’ipotesi di un piano medio dell’eclittica (“Eclipticam mediam”), chiamato anche circolo regio (“circulum Regium”), che fungerebbe da riferimento stabile (1274). - La posizione del limite boreale dell’eclittica a 3° 51’ in Ariete (1276), suggerendo che questo piano medio passi per le apsidi dei pianeti. - La precessione degli equinozi (1278), spiegata attraverso un moto cilindrico annuale dell’asse terrestre e una lenta inclinazione che descrive un cono. Questa teoria implica che l’inclinazione dei piani orbitali (come quello di Marte) non sia costante nel tempo (1279). - Una confronto con le osservazioni di Tolomeo (1281), che conferma indirettamente la variabilità secolare.


17.5 5. Critica delle teorie antiche e riflessioni storiche

Il Capitolo LXIX (1282-1290) offre una ricognizione storica e una critica delle teorie precedenti: - Osservazioni antiche su Marte (1282), con riferimenti a Tolomeo e Ipparco. - La disuguaglianza della precessione degli equinozi (1284), discussa pro et contra. - La superfluità delle sfere solide nella cosmologia moderna (1286). - L’ipotesi di una maggiore eccentricità solare in passato (1288-1289), legata alla durata variabile delle stagioni (“longitudine aestatis hyemisque”). - L’incertezza sull’apogeo solare ai tempi di Ipparco (1290).

Questo capitolo funge da ponte tra passato e presente, mostrando come Kepler si confronti con la tradizione per superarla, sia sul piano osservativo che teorico.


17.6 Elementi peculiari e significato storico

Il trattato rappresenta così un momento di transizione: Kepler demolisce il vecchio sistema, ma non ha ancora tutti gli strumenti per costruire quello nuovo (es. la legge di gravitazione). Resta tuttavia un modello di metodo scientifico, dove l’errore è parte integrante della ricerca e la matematica è al servizio della comprensione del cosmo.


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18 La rivoluzione kepleriana: dalle spirali planetarie all’equivalenza delle ipotesi

Un trattato che smonta le orbite circolari e le sfere celesti, sostituendole con traiettorie a spirale e una nuova fisica del moto, mentre rilegge Tolomeo, Copernico e Brahe alla luce delle osservazioni di Marte.

Il testo – tratto con ogni probabilità dal Astronomia Nova di Johannes Kepler – documenta il passaggio cruciale dalla cosmologia geocentrica ed eliocentrica “classica” a una descrizione dinamica dei moti planetari, fondata su dati osservativi e critiche radicali ai modelli precedenti. L’analisi si concentra su Marte, ma le conclusioni valgono per tutti i pianeti superiori (Marte, Giove, Saturno), estendendosi poi a Venere e Mercurio.

18.1 Le spirali planetarie: un modello alternativo alle sfere celesti

Kepler parte dall’osservazione che i pianeti, al variare della distanza dal Sole, mostrano movimenti apparentemente irregolari: “Ex quo facile patescebat, ipsos, Sole propinquante, in altum attolli et a terris recedere, eodem in contraria signa discedente, rursum ad terras descendere” (1400). Questi moti – retrocessioni (recessus), ampliamenti della luminosità, variazioni di velocità – si ripetono lungo lo zodiaco in un ordine preciso: “per signa zodiaci transponi ordine, qui ab occidentis plaga per meridianam in orientalem tenderet” (1401). La sequenza descritta (“ab ariete in taurum &c.”, 1402) segue la direzione da ovest a est attraverso il meridiano, per poi tornare verso l’orizzonte occidentale (“ah occasu per meridiem in orientalem plagam, et inde versus imum coeli, rursum ad occidentem”, 1403).

L’innovazione concettuale emerge quando Kepler sintetizza queste osservazioni in un modello geometrico: se si accetta – come Tolomeo e Tycho Brahe – che il Sole si muova annualmente lungo lo zodiaco, allora le orbite dei pianeti superiori non possono essere semplici cerchi, ma “spirae” (1405). Queste spirali non sono semplici “gomitoli di filo” (“fili glomerati modo”), ma assomigliano piuttosto a “figura panis quadragesimalis” (un tipo di pane intrecciato, tipico della Quaresima), con avvolgimenti complessi e mai perfettamente ricorrenti (“connexio infinita est, nunquam in se ipsam recurrens”, 1407). L’esempio di Marte, tracciato dal 1580 al 1596, mostra una traiettoria che “ab anno MDLXXX usque ad annum MDXCVI” (1406) si avvolge in nove “corolle” intorno al centro, mentre la Terra compie sedici rivoluzioni (1412).

18.2 Critica ai modelli tradizionali: Tolomeo, Brahe e Copernico

Kepler evidenzia l’inadeguatezza dei sistemi precedenti: 1. Tolomeo e Brahe: Entrambi ricorrono a combinazioni di epicicli ed eccentrici per spiegare le irregolarità planetarie, ma “spiras tamen ipsas in coelo reipsa uterque relinquit” (1410). Tolomeo usa epicicli su orbite eccentriche, Brahe fa ruotare tutti gli eccentrici intorno a un unico orbe solare. Tuttavia, questi modelli non riescono a giustificare la “vastitas orbis Martii” (1408) – l’enorme estensione dell’orbita di Marte – né la sproporzione tra lo spazio occupato da Marte e quello riservato a Venere, Mercurio e la Terra, costretti in “angustissimo circello” (1408). 2. Copernico: Con un solo moto annuo attribuito alla Terra, Copernico elimina le spirali, riducendo le orbite a “nudissimas orbitas quam proxime circulares” (1411). Tuttavia, Kepler sottolinea che anche questo modello non spiega le variazioni osservate nei moti planetari.

18.3 Le due disuguaglianze planetarie e la separazione dei moti

Il cuore del problema risiede nella sovrapposizione di due tipi di irregolarità (“duae inaequalitates”, 1416): 1. Prima disuguaglianza: Legata al ritorno del pianeta nello stesso segno zodiacale, è costante e simile a quella del Sole (che ne è privo solo in apparenza, 1418). 2. Seconda disuguaglianza: Dipende dalla posizione relativa del pianeta rispetto al Sole (“cum reditu Solis ad Planetam”, 1416). Questa causa accelerazioni o rallentamenti apparenti, soprattutto in prossimità della congiunzione o opposizione con il Sole (“quia praesentia et conjunctio Solis ipsos praeter morem accelerat”, 1420).

Per isolare la prima disuguaglianza, gli astronomi osservano i pianeti in opposizione al Sole (“chPOVUXLOUC”, 1419), quando la loro posizione non è alterata dall’effetto solare. Tuttavia, emerge un dilemma: il moto del Sole ha due componenti – medio (ideale, privo di irregolarità) e apparente (osservato) – e non è chiaro quale dei due debba essere usato come riferimento. Tolomeo e Copernico scelgono il moto medio per semplicità (“fieret vero forma calculi et demonstrationum expedita”, 1424), ma Kepler contesta questa convenzione: nel Mysterium Cosmographicum (cap. XV) e nelle parti IV e V dell’opera, egli dimostra che solo il “locus apparens” e il corpo fisico del Sole possono fungere da riferimento corretto (1427-1429). La sua tesi è che l’uso del moto medio porti a definire orbite planetarie diverse da quelle reali, indipendentemente dal sistema cosmologico adottato (“omnino aliam Planetae orbitam in aethere statuat”, 1430).

18.4 Equivalenza fisica tra eccentrici ed epicicli

Kepler riprende un principio già dimostrato da Tolomeo (Almagesto, III) e Copernico (De Revolutionibus, III.15): l’equivalenza matematica tra un’orbita eccentrica e un epiciclo su un cerchio concentrico (“aequipollentia hypothesium”, 1431). Se: - la linea degli apsidi nell’eccentrico è parallela alla linea che unisce il centro dell’epiciclo al pianeta nel modello concentrico, - il raggio dell’epiciclo è uguale all’eccentricità dell’orbita eccentrica, - i raggi dei due cerchi (eccentrico e concentrico) sono uguali, allora i due modelli producono gli stessi effetti osservativi (1443).

Tuttavia, Kepler va oltre la mera equivalenza geometrica: egli cerca una causa fisica per queste irregolarità, anticipando la sua futura legge delle aree. La distinzione tra moto medio e apparente del Sole (“Apparens Solis locus est is, quem Sol per inaequalitatem suam occupare cernitur”, 1435) diventa cruciale per comprendere le forze in gioco, anche se le cause ultime delle disuguaglianze planetarie saranno trattate in seguito (“ut infra dicetur”, 1434).

18.5 Implicazioni storiche e scientifiche

Il testo testimonia un momento di transizione epocale: - Superamento delle sfere celesti: Le spirali descritte da Kepler minano l’idea di orbite perfettamente circolari e sfere solide, preparando il terreno per le orbite ellittiche. - Metodo osservativo: L’analisi si basa su dati precisi (le retrocessioni di Marte, le variazioni di luminosità) e sulla necessità di separare le componenti dei moti (“separarentur confusae inaequalitates”, 1417). - Critica alle autorità: Kepler non si limita a correggere Tolomeo o Brahe, ma li usa come punto di partenza per una teoria più coerente, in cui la fisica (le cause dei moti) prevale sulla geometria pura. - Centralità del Sole: Anche se il testo non abbraccia ancora esplicitamente l’eliocentrismo dinamico, la scelta del Sole come riferimento fisico (“Solis corpus pro meta statuo”, 1427) anticipa la legge di gravitazione.

La descrizione delle spirali planetarie, con la loro complessità intrinseca (“perplexiores”, 1409), segna il definitivo abbandono dell’ideale di perfezione celeste aristotelico-tolemaico, aprendo la strada alla meccanica celeste moderna.

19 L’ipotesi geometrica e fisica dei moti planetari: tra Tolomeo, Aristotele e Tycho Brahe

Un’analisi delle strutture concettuali che legano la rappresentazione matematica dei moti celesti alle loro giustificazioni fisiche, tra modelli geometrici equivalenti e la crisi degli orbi solidi.

Il testo affronta la descrizione e l’interpretazione dei moti planetari attraverso due schemi geometrici distinti, ma funzionalmente equivalenti, radicati nella tradizione tolemaica e aristotelica, per poi metterne in discussione le basi fisiche alla luce delle osservazioni di Tycho Brahe. L’autore — verosimilmente Keplero, data la trattazione dei moti di Marte — articola una riflessione che intreccia geometria, metafisica e fisica celeste, evidenziando come la stessa fenomenologia astronomica possa essere rappresentata da modelli diversi, ma anche come tali modelli richiedano una spiegazione causale che superi il mero formalismo matematico.


19.1 1. I due schemi geometrici e la loro equivalenza

Il testo introduce due configurazioni geometriche per descrivere il moto di un pianeta, entrambe derivate da Tolomeo (“Hoc inquam PROBLEMA EVS demonstravit lib. III”, 1448) e successivamente elaborate da Purbachio e altri astronomi medievali. Il primo schema (1445-1447) si basa su: - Un locus oculi (punto di osservazione) in A, centro di un cerchio concentrico BB. - Un epiciclo BC, BE che ruota su BB, con archi BAB uguali tra loro. - Il pianeta posto successivamente in C, E, G, con le linee BE e BG parallele a BC. - Un eccentrico y (1446), con raggi ~y e ~E uguali a 30 AB (unità di misura non specificata), e un punto oc (occhio) tale che l’eccentricità oc sia uguale al raggio dell’epiciclo BC o BE.

La tesi centrale è che le distanze tra il pianeta e i centri A e oc risultano uguali nei due schemi (“distantias AC, ocy, aequales esse”, 1448), così come gli angoli sottesi (“angulos EAC, E~xy, aequales”, 1448). L’equivalenza è ribadita dall’affermazione che il pianeta, pur muovendosi di moto uniforme, appare più lento quando è in C o y (lontano dall’osservatore) e più veloce quando è in D o o (vicino), fenomeno noto come prima ineguaglianza (“Planetam […] visum iri tardum […] velocem”, 1448).

L’autore sottolinea che questa equivalenza è puramente geometrica (“Schema loquitur Geometrae”, 1451), ma che la sua spiegazione fisica varia radicalmente a seconda delle premesse filosofiche adottate.


19.2 2. Le interpretazioni fisiche: Aristotele vs. Tycho Brahe

19.2.1 2.1. Il modello aristotelico-purbachiano: orbi solidi e motori intelligenti

La prima spiegazione fisica (1455-1466) si rifà ad Aristotele e alla sua rielaborazione delle ipotesi di Eudosso e Callippo, mediate da Purbachio. Il nucleo del modello è: - Orbi solidi concentrici: Aristotele, per spiegare i moti planetari descritti da Eudosso e Callippo (che usavano 25 sfere per ogni pianeta), introduce 49 orbi (o 55 secondo Callippo) per evitare che il moto di una sfera influenzi le altre per contatto (“ARISTOTELES solidis orbibus coelum refertum credens”, 1456). Ogni orbe è mosso da un motore immobile (“motores aeternos”, 1458), immateriale e separato, che garantisce la regolarità del moto. - Anime motrici: Ai motori si aggiunge un’anima (“animam motricem”, 1461) legata agli orbi, che funge da principio attivo del movimento. Questa soluzione risponde a due esigenze: Evitare che il motore (immateriale) e l’orbe (materiale) siano completamente disgiunti (“movens et mobile convenire in aliquo necesse videretur”, 1461). Spiegare la direzione del moto (“plagam, in quam eundum”, 1463), che richiede una facoltà intelligente o mnemonica, simile alla volontà umana (“Voluntas, secundum indicia sensuum”, 1463).

L’autore nota che questa costruzione è metafisica (“argumentatio potius Metaphysica”, 1463) e che, pur essendo coerente con le osservazioni, attribuisce agli orbi una complessità superflua. Due sono i modelli specifici derivati da Purbachio: 1. Primo schema (1467-1468): Un orbe concentrico con uno spessore pari al diametro dell’epiciclo, al cui interno ruota il pianeta. Due anime motrici (una per l’orbe, una per l’epiciclo) agiscono con la stessa proporzione di forza, ma in direzioni opposte. 2. Secondo schema (1469): Due deferenti immobili e un orbe (con spessore pari al corpo del pianeta) contenente un’anima che lo fa ruotare uniformemente nella direzione iniziale.

In entrambi i casi, il moto è determinato dalla disposizione materiale degli orbi (“diriguntur enim materiali necessitate”, 1471), che fungono da guida per le anime motrici.

19.2.2 2.2. La critica di Tycho Brahe: la fine degli orbi solidi

La svolta arriva con Tycho Brahe, le cui osservazioni dimostrano l’insostenibilità degli orbi solidi (“TYCHO BRAHE certissimis argumentis soliditatem orbium destruxit”, 1472). Senza questa struttura materiale, i pianeti si muovono nel puro etere come uccelli nell’aria (“Planetae in puro aethere, perinde atque aves in aere, cursus suos conficiunt”, 1472), richiedendo una nuova spiegazione fisica.

L’autore propone allora che la forza motrice risieda nel pianeta stesso (“vim omnem […] ipsius Planetae corpus inhabitare”, 1473), non in entità esterne. Tuttavia, questa ipotesi solleva problemi: - Circolarità del moto: Un corpo nel vuoto etereo dovrebbe muoversi in linea retta, a meno che non sia guidato da una mente (“scientia praeditus sit, inveniendi circularem limitem”, 1474). L’autore rifiuta l’idea che una facoltà motrice bruta (come quella di una pietra che cade) possa generare un moto circolare (“nego […] ullum motum perennem […] destitutum praesidio mentali”, 1477). - Analogia biologica: Nel corpo umano, i muscoli producono movimenti rettilinei (contrazione/estensione), mentre i movimenti circolari (es. rotazione di un arto) sono il risultato di meccanismi complessi (“artificiis mechanicis per multos rectos musculos”, 1480-1481). Allo stesso modo, un moto circolare perpetuo richiede una mente direttiva (“mens animali facultati praesideat”, 1484). - Definizione di cerchio: Un cerchio è definito dall’uguaglianza delle distanze dal centro (“aequalitate scilicet distantiae a medio”, 1490). Per tracciarlo, un pianeta dovrebbe conoscere la posizione del centro e mantenere costante la distanza da esso (“centrum orbis sui suamque ab eo distantiam sibi imaginetur”, 1494-1495), operazione che solo una mente può compiere.


19.3 3. La riformulazione fisica dei due schemi

19.3.1 3.1. Schema eccentrico (secondo modello)

Nel caso dello schema eccentrico (più semplice), il pianeta deve: 1. Mantenere una distanza costante da un punto immateriale ~ (“aequales ab eo distantias tueri”, 1502), che non ha realtà fisica ma solo geometrica. 2. Regolare la propria velocità in base alla distanza apparente dal punto di osservazione oc (“animadversionem apparentis magnitudinis ipsius corporis in oc”, 1498), per riprodurre le variazioni di moto osservate. 3. Conoscere l’eccentricità della propria orbita (“quanta sit eccentricitas viae”, 1500), ovvero la differenza tra le distanze massime e minime da oc.

Questo richiede che il motore del pianeta (una mente o anima) sia impegnato in più compiti simultanei (“motor Planetae in multis simul occupabitur”, 1501), tra cui la percezione delle distanze e la regolazione del moto.

19.3.2 3.2. Schema epiciclico (primo modello)

Nel primo schema, la spiegazione è ancora più problematica: - Una virtù motrice incorporea (“virtus aliqua motrix, quae se ipsa sine corpore […] circumeat”, 1503) ruota uniformemente intorno al centro A nel cerchio concentrico B. - Il pianeta in C deve percepire questa virtù e mantenere una distanza costante da essa (“suamque ad eam propinquitatem aestimare et tueri”, 1503), oltre a seguirla nel suo moto.

L’autore evidenzia l’assurdità di questa ipotesi: - Una virtù immateriale non può risiedere in un punto geometrico (“virtutem aliquam immaterialem residere in non corpore”, 1505). - Non può muoversi nello spazio senza un soggetto (“se ipsam […] movere de loco in locum”, 1505).


19.4 4. Equivalenza geometrica e molteplicità delle apparenze

Nonostante le differenze fisiche, i due schemi rimangono geometricamente equivalenti (“hypothesium aequipollentia”, 1510). L’autore dimostra (1513-1531) che: - Lo stesso moto planetario può apparire diverso a seconda della posizione dell’osservatore (“oculo vero translato ex ~ in rx, diversae sequentur apparentiae”, 1526). - Viceversa, modificando la posizione dell’orbita (ma non la sua forma), il pianeta appare in luoghi diversi pur occupando la stessa posizione relativa (“totum iter translatum est”, 1528). - Questa equivalenza permette di scambiare il ruolo dell’osservatore e dell’orbita senza alterare le apparenze (“transposito quod jam manet”, 1531), utile per semplificare i calcoli astronomici.


19.5 5. Significato storico e implicazioni

Il testo riflette una transizione cruciale nella storia dell’astronomia: 1. Dalla metafisica alla fisica: Il modello aristotelico-purbachiano, pur geometricamente valido, si basa su entità metafisiche (motori, anime) che non hanno riscontro osservativo. Tycho Brahe, distruggendo gli orbi solidi, costringe a cercare una spiegazione interna al pianeta. 2. Il problema della mente: L’autore anticipa il dualismo kepleriano tra forze meccaniche e principi intelligenti. Il moto circolare richiede una mente (“mentis opus”, 1474), ma questa non può essere una facoltà bruta: deve essere in grado di percepire distanze, regolare velocità e mantenere traiettorie, operazioni che vanno oltre la semplice causalità materiale. 3. Verso le orbite ellittiche: La conclusione (“si Astronomia […] quid aliud invenerit, speculationes quoque Physicae mutabuntur”, 1509) prefigura la rivoluzione kepleriana. Se i moti planetari non sono perfettamente circolari (come dimostreranno le leggi di Keplero), anche la loro spiegazione fisica dovrà cambiare.

In sintesi, il testo documenta il tentativo di conciliare geometria e fisica in un’epoca in cui i modelli tradizionali entrano in crisi, aprendo la strada a una nuova astronomia basata su forze reali e non su entità metafisiche.


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20 L’equivalenza imperfetta tra epicicli e moti eccentrici nel dibattito astronomico pre-copernicano

Un’analisi geometrica delle ipotesi tolemaiche e copernicane sulla prima disuguaglianza planetaria, con particolare attenzione alle contraddizioni fisiche insite nei modelli.

Il testo affronta la questione dell’equivalenza imperfetta tra due modelli geometrici usati per descrivere le irregolarità osservate nei moti planetari: il sistema degli epicicli concentrici o eccentrici e quello dell’equante in un’orbita eccentrica. L’autore – presumibilmente un astronomo o matematico del XVI secolo – confronta l’approccio di Tolomeo con le critiche successive di Copernico, evidenziando limiti concettuali e implicazioni fisiche.

20.1 Il modello tolemaico e l’introduzione dell’equante

Tolomeo, come sottolineato in “Verum PTOLEMAEVS ad Planetarum primam et simplicem inaequalitatem demonstrandam operosiori utitur hypothesi” (1537), adotta una ipotesi più complessa rispetto a quella esposta nel terzo capitolo per spiegare la prima disuguaglianza (l’anomalia zodiacale) dei pianeti. Il nucleo del suo modello è descritto attraverso una costruzione geometrica: - Un cerchio eccentrico DE viene tracciato con centro in B, dove BA rappresenta l’eccentricità e A la posizione dell’osservatore (“Centro B scribatur eccentricus DE, cujus eccentricitas sii BA, ut A sii lO locus oculi”, 1538). - La linea HA individua l’apogeo (D) e il perigeo (F) (“Acta linea per HA ostendet in D apogaeum in F perigaeum”, 1539). - Viene introdotto un punto equante C, ottenuto estendendo BA di un segmento BC uguale a BA (“In hac linea supra B spacium aliud BC extendatur, aequale ipsi BA”, 1540). Questo punto è cruciale: “Erit C punctum aequantis, punctUl11 nempe, J) apud quod PIaneta aequalibus temporibus conficit aequales angulos” (1541), ovvero il pianeta, pur muovendosi su un cerchio centrato in B, appare coprire angoli uguali in tempi uguali solo se osservato da C.

20.2 Critiche copernicane e contraddizioni fisiche

Il testo cita esplicitamente Copernico, che nei capitoli IV e VII del De Revolutionibus (“COPERNICVShanc hypothesin cap. IV. lib. V. ut et cap. VII. lib. IV”, 1542-1547) rigetta il modello dell’equante per una ragione fondamentale: “inter caetera hoc quoque nomine notat, quod peccet in principia Physica, statuens motus coelorum inaequales” (1548). La critica si concentra sull’assurdità fisica di un moto celeste non uniforme, in contrasto con il principio aristotelico di perfezione dei cieli.

La dimostrazione geometrica che segue (1549-1556) illustra il paradosso: 1. Si considera un punto E sull’orbita del pianeta e si tracciano le linee CE, CB, CA e BA (“Eligatur 20 enim E punctum in circulo, quem PIaneta corpore peragrat, connectaturque cum CBA”, 1549). 2. Gli angoli DCE e ECF sono retti (“sit jam DCE rectus, ut et ECF”, 1549), e poiché DCE è esterno al triangolo CBE, esso è uguale alla somma degli angoli interni CBE e CEB (“DCE exterior aequet CBE, CEB interiores”, 1550). 3. Sottraendo CEB da entrambi i membri, risulta che CBE è minore di DCE (“residuus CBE minor erit quam DCE”, 1551), e di conseguenza FBE è maggiore di DCE (“itaque FBE major quam DCE vel FCE”, 1552). 4. Poiché gli archi DE e EF sottendono rispettivamente gli angoli DBE e EBF (“DE arcus metitur DBE angulum, et EF arcus angulum EBF”, 1554), e DBE < EBF, ne consegue che DE è minore di EF (“minor ergo DE quam EF”, 1555). 5. Tuttavia, il pianeta percorre questi archi in tempi uguali (“et transil PIaneta per eos aequalibus temporibus”, 1556), il che implica una velocità variabile.

20.3 Implicazioni per l’orbita solida

La conclusione critica riguarda l’ipotesi di un’orbita solida (un guscio sferico materiale) su cui il pianeta sarebbe fissato, come sostenuto da Copernico: - “Ergo idem orbis solidus (quos opinatur COPERNICVS) in quo haeret PIaneta, tardus est, cum PIaneta orbe vectus incedit ex D in E, velox, cum it ex E in F” (1557-1558). L’orbita stessa dovrebbe alternare velocità, un’idea giudicata assurda (“Quod COPERNICVS ut absurdum rejicit”, 1559). - L’autore aggiunge una riflessione: se la forza motrice agisse sull’orbita solida anziché direttamente sul pianeta, tale assurdità sarebbe inaccettabile (“Quod si virtus movens praesideret orbi solido undiquaque aequabili, non vero nudo Planetae, merito haec ut absurda et ego rejicerem”, 1560). Questo passaggio suggerisce una preferenza per un modello in cui il moto è impresso direttamente al pianeta, anticipando concezioni dinamiche successive.

20.4 Significato storico e tecnico

Il testo testimonia il dibattito seicentesco sulla validità dei modelli astronomici, collocandosi in una fase di transizione tra: - La tradizione tolemaica, che privilegiava l’accuratezza geometrica a scapito della coerenza fisica (l’equante “salva i fenomeni” ma viola il moto uniforme). - La rivoluzione copernicana, che pur mantenendo cerchi e epicicli, introduceva criteri di plausibilità fisica, rifiutando meccanismi come l’equante o le orbite solide a velocità variabile.

La trattazione rivela inoltre un approccio matematico rigoroso, tipico dei testi scientifici dell’epoca, dove la dimostrazione geometrica prevale sulla speculazione filosofica. L’uso di termini tecnici come apogeo, perigeo, equante e eccentricità riflette la precisione del linguaggio astronomico pre-newtoniano, mentre la citazione diretta di Copernico ne attesta l’influenza crescente.


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21 L’analisi kepleriana delle discrepanze tra i modelli tolemaico e copernicano

Un confronto metrico tra le ipotesi geocentriche ed eliocentriche, rivelatore di minime ma decisive divergenze nelle misurazioni planetarie.

Il testo esamina le differenze quantitative tra il modello tolemaico e quello copernicano nell’interpretazione del moto di Marte, focalizzandosi su angoli, distanze e “equazioni” (correzioni orbitali). Le misurazioni precise svelano una asimmetria fondamentale tra le due teorie, nonostante la loro apparente equivalenza geometrica.

21.1 Angoli e correzioni orbitali

Le frasi (1664)-(1671) definiscono l’angolo EBC (85° 39’ 52“) e la linea EC (99713 unità), stabilendo una proporzione chiave: Vt ergo EC ad CA, sic radius ad 20218 tangentem CEA (1668). Da questa relazione deriva l’equazione CEA (11° 25’ 48”), un parametro correttivo per l’orbita. Tuttavia, nel modello copernicano (1672)-(1676), l’angolo corrispondente (’Y)cxa) risulta leggermente diverso (11° 23’ 53“), con una **differenza di 1’ 55” (1677). Questa discrepanza, apparentemente minima, è cruciale: “minimum aliquid deesse, quo minus hypothesium formae aequipolleant” (1679), ovvero le due ipotesi non sono perfettamente equivalenti.

21.2 Distanze e prostafèresi

La divergenza si accentua nelle distanze del pianeta dalla Terra (“in distantiis Planetae a visu in cx”, 1680). Nel modello tolemaico (1681), la distanza AE è calcolata come 101766 (quando l’angolo DCE è 90°), mentre nel copernicano (1683) la secante dell’angolo ’Yjcxa è 102012, con una differenza di 246 particelle (1684). Questa discrepanza, sebbene piccola, “in prosthaphaeresi orbis annui paulo majus quid efficere possunt” (1685), influenzando le correzioni annuali dell’orbita.

21.3 Tentativi di riconciliazione

L’autore propone due soluzioni per ridurre le differenze: 1. Aggiustamento dell’eccentricità: “Possumus […] illam minutulam aequationum differentiam obliterare” (1686) modificando l’eccentricità di Marte da 20160 (copernicana) a 20103 (tolemaica). 2. Trasformazione geometrica: In un esperimento con le tavole lunari di Tycho, due epicicli copernicani sono convertiti in un eccentrico tolemaico con punto equante (1687). Tuttavia, l’aggiunta di un epiciclo minore per la Luna introduce una nuova complessità.

21.4 Equivalenza geometrica e divergenza fenomenologica

Il capitolo V (1689) esplora come una stessa configurazione orbitale (“una et eadem”) possa produrre apparenze diverse a seconda del modello. La forma copernicana (1696) è riprodotta tramite una trasformazione geometrica (1697), ma la sua rappresentazione tolemaica equivalente genera discrepanze nelle linee visive (“quando inclinantur lineae visoriae”, 1708), alterando la posizione apparente del pianeta rispetto alle stelle fisse.

21.5 Definizioni e procedure operative

Il testo introduce concetti tecnici con precisione: - Eccentrepicyclus (1688): un ibrido tra eccentrico ed epiciclo, usato per replicare il doppio epiciclo copernicano. - Notione singolare di “eccentricus” (1699): qui assume un significato specifico, legato alla trasformazione dei modelli. - Procedura di traslazione** (1704-1707): per mantenere la stessa traiettoria reale (“eadem veritas”) pur cambiando l’apparenza (“apparentia vero mutatur”).

21.6 Significato storico

Il brano riflette la transizione tra modelli cosmologici nel XVII secolo, mostrando come Keplero (presumibilmente l’autore) cercasse di conciliare le osservazioni di Tycho Brahe con la teoria copernicana. Le minime discrepanze numeriche evidenziate non sono errori, ma prove della superiorità del modello eliocentrico, che richiede correzioni meno arbitrarie. La precisione delle misure (fino ai secondi d’arco) testimonia l’avvento di una scienza astronomica basata su dati quantitativi, preludio alle leggi dei moti planetari.

22 L’equivalenza tra modelli astronomici: da Tolomeo a Copernico attraverso Keplero

Un’analisi delle ipotesi geometriche e fisiche che collegano i sistemi tolemaico e copernicano, con particolare attenzione al ruolo della “prima ineguaglianza” planetaria e alla ridefinizione del concetto di eccentricità.

Il testo affronta la complessa relazione tra i modelli astronomici di Tolomeo e Copernico, evidenziando come le loro ipotesi, pur apparentemente diverse, possano essere ricondotte a una sostanziale equivalenza geometrica e fisica. L’autore – con ogni probabilità Keplero, come suggerito dal riferimento a Mysterium Cosmographicum (1724) e all’uso di tabelle maestliniane – si concentra sulla prima ineguaglianza planetaria (ovvero la variazione apparente della velocità angolare dei pianeti), un fenomeno che entrambi i sistemi tentano di spiegare attraverso epicicli ed eccentrici, ma con approcci distinti.

22.1 La critica alle linee visive parallele e la sensibilità della percezione

L’obiezione iniziale (1709) – “Objicias, etiam cum visoriae lineae paralleli sunt, in diversa loca sub Fixis incidere; non igitur opus esse ad hoc, ut ad se mutuo inclinentur” – mette in discussione l’idea che le linee visive parallele possano proiettare i pianeti in posizioni diverse rispetto alle stelle fisse senza bisogno di inclinazione reciproca. La risposta (1711) chiarisce che, sebbene ciò sia vero, la distanza tra le linee parallele deve essere sensibile rispetto al semidiametro delle stelle fisse per produrre un effetto osservabile: “sed tunc interceptum 20 spacium Fixarum inter utramque lineam penes visum non est sensibile, nisi distantia parallelorum sit ad semidiametrum Fixarum sensibilis”. Questo passaggio sottolinea un principio fondamentale: la percezione umana (e strumentale) ha limiti di risoluzione che influenzano la modellizzazione astronomica.

22.2 La “fisica” delle ipotesi: mente, epicicli e posizioni variabili

Il cuore del ragionamento emerge nei frammenti (1714)-(1718), dove si introduce una doppia prospettiva fisica per spiegare la costanza del percorso planetario nonostante le variazioni apparenti. La soluzione proposta (1714) richiede che “mentem, cui minor epicyclus est commissus, ad aliud punctum ambitus respicere quam mentem majoris epicycli”: in altre parole, la “mente” (intesa come principio organizzatore del moto) associata all’epiciclo minore deve puntare verso un punto diverso rispetto a quella dell’epiciclo maggiore. Questa distinzione è cruciale perché, come spiegato in (1715), la restituzione degli epicicli nelle diverse posizioni dell’osservatore non avviene lungo la stessa linea visiva: “restituitur enim epicyclus major vel eccentricitas in secunda positione ad lineam ~8, minor vero ad lineam ~e:, non per visum transeuntem; quia visus in secunda positione in ~ ponitur, cum in prima positione […] uterque epicyclus ad eandem e:~ restitueretur”.

La conseguenza (1716) è che “non itaque simpliciter eadem forma hypotheseos Physice manet, ut idem iter Planetae obtineatur”: la forma fisica dell’ipotesi non rimane identica, anche se il percorso del pianeta appare invariato. Questa ambiguità è ulteriormente chiarita in (1717)-(1718), dove si afferma che se si tenta di riprodurre la stessa configurazione tolemaica in una seconda posizione, il percorso reale del pianeta cambia: “si etiam in secunda positione idem imitatus fueris […] situs Planetae in epicyclio erit alius atque alius uno et eodem momento” (1717). “itaque expressa eadem forma hypotheseos Ptolemaicae ad unguem in secunda positione, iter ipsum Planetae variabitur” (1718).

22.3 La prima ineguaglianza e la necessità di adattare il modello

Il problema della prima ineguaglianza (la variazione periodica della velocità angolare dei pianeti) emerge come nodo centrale. Il testo (1719)-(1723) sostiene che questa non può essere spiegata in modo identico sia in opposizione media che apparente al Sole, a meno di modificare la posizione dell’orbita planetaria o la stessa forma tolemaica: “non posse fieri, ut prima inaequalitas expendatur aeque in media ac in apparenti oppositione Planetarum […] nisi simul vel ipsa orbita Planetae situ suo emoveatur […] vel mutetur forma Ptolemaica” (1721-1723). Questa necessità di adattamento è attribuita a Maestlin (1724), che nel Mysterium Cosmographicum di Keplero aveva già applicato una trasposizione del modello tolemaico.

22.4 Copernico e la finzione del punto di osservazione

La transizione al modello copernicano è analizzata in (1725)-(1730), dove si evidenzia come Copernico abbia trasferito il punto di osservazione vicino al Sole, ma non coincidente con esso: “COPERNICVS […] fingit visum constitutum esse in puncto aliquo proxime Solem pene immobili, quod tota Solaris orbis eccentricitate distet a centro ipsissimi corporis Solaris” (1725). Keplero, tuttavia, adatta questa finzione spostando l’osservatore nel centro del Sole stesso (1727): “Visus enim ab illo puncto in ipsissimum centrum corporis Solaris per imaginationem transferendus fuit, atque inde […] computandi fuerunt abscessus corporum Planetariorum”. Questa modifica, pur mantenendo lo stesso percorso orbitale, introduce una differenza minima nei tempi effettivi (1728), irrilevante per il contesto del Mysterium ma significativa per le successive elaborazioni.

22.5 Ridefinizione dell’eccentricità e preferenza per il modello tolemaico

A partire da (1730), l’autore introduce una distinzione terminologica cruciale per evitare confusioni: l’eccentricità copernicana (descritta dal centro dell’epiciclo) non coincide con il percorso reale del pianeta, che è più alto al perigeo e più basso all’apogeo (1731). Per chiarezza, si decide di usare il termine eccentrico solo per indicare: - “ipsissimum itinere Planetae” (1732), - “puncti in cujus motu prima inaequalitas inest” (1733), riallineandosi così al significato tolemaico (1734-1735).

Le ragioni di questa scelta sono pratiche e teoriche: 1. Precisione: il calcolo della prima ineguaglianza è più semplice nel modello tolemaico (1737). 2. Adeguatezza alla natura: la forma tolemaica si adatta meglio alle successive speculazioni (1738). 3. Equivalenza: la differenza tra i due modelli è minima (massimo 2 scrupoli, 1736), e chi lo desidera può sempre sottintendere l’eccentrico copernicano (1739).

22.6 Dimostrazione dell’equivalenza geometrica

L’ultima parte (1740-1753) affronta la dimostrazione dell’equivalenza tra i modelli, partendo da quello tolemaico. Si immagina un osservatore (o una “virtù motrice”) posto in un punto ex fuori dal centro (1742-1745), e si mostra come gli angoli osservati da ex possano essere calcolati in modo coerente con le osservazioni (1749). La chiave sta nel fatto che, pur variando il punto di osservazione (da ex a un altro punto ~), il percorso reale del pianeta rimane unico (1753): “certum igitur et hoc est, non posse Planetam observatori utrique […] videri aequalis motus eodem tempore”. Questo implica che le apparenti discrepanze sono dovute alla prospettiva, non a una reale differenza di moto.

22.7 Termini e concetti chiave

Il testo testimonia il passaggio da una visione puramente geometrica (Tolomeo) a una più fisica (Copernico/Keplero), dove la scelta del modello non è più solo una questione di calcolo, ma di adeguatezza alla realtà osservata. La preferenza per il modello tolemaico, nonostante l’adesione copernicana, riflette la necessità di strumenti computazionali più semplici e di una terminologia chiara, preludio alle successive leggi kepleriane sul moto planetario.

23 L’ineguaglianza planetaria tra realtà fisica e apparenza ottica: il caso di Marte in Keplero

“La lentezza apparente di un pianeta non è mai univoca, ma si sdoppia tra ciò che è reale e ciò che è solo prospettiva.”

Il testo analizza le discrepanze tra il moto reale dei pianeti e le loro apparenze ottiche, un problema centrale nell’astronomia pre-newtoniana. L’autore — con ogni probabilità Giovanni Keplero, data la trattazione del moto di Marte e i riferimenti al sistema ticonico — dimostra come le osservazioni da punti diversi (indicati con simboli come ~, ex, oc) generino illusioni di velocità variabile, pur mantenendo costante il periodo orbitale del pianeta. Il nucleo concettuale ruota attorno a due tipi di “ritardo” (tarditas): uno fisico (legato alla posizione effettiva del pianeta sull’eccentrico) e uno ottico (dovuto alla distanza apparente dall’osservatore).

23.1 La doppia natura della lentezza planetaria

Il ragionamento parte da un’osservazione empirica: un pianeta percorre un arco della sua orbita (LYj) in un tempo definito (ad esempio, “diebus viginti”, 20 giorni). Tuttavia, la sua velocità apparente cambia a seconda della posizione dell’osservatore: - “cum igitur ex sit propius LYj quam ~, major igitur apparebit LYj in ex quam in ~” (1755): se ex è più vicino all’arco LYj rispetto a ~, il pianeta sembrerà muoversi più rapidamente da ex che da ~. - “ergo iisdem viginti diebus PIaneta plus videbitur promotus ei qui in ex quam ei qui in~” (1756): nello stesso intervallo di tempo, l’osservatore in ex vedrà il pianeta avanzare di più rispetto a quello in ~.

Questa discrepanza è spiegata dalla legge dei periodi costanti: “quilibet PIaneta perpetuo certum et eundem tueatur numerum dierum, quibus restituitur ad idem Fixarum punctum” (1757). Poiché il periodo orbitale è fisso, le variazioni di velocità apparente devono compensarsi: “tarditatem contraria celeritate compensari oportet” (1757). Così, se il pianeta appare più lento in un tratto dell’orbita per un osservatore, dovrà apparire più veloce in un altro tratto per lo stesso osservatore, e viceversa per un osservatore posto altrove: - “Cum ergo PIaneta in portione LYj videatur tardior ei qui in ~, in alia igitur portione eidem qui in ~ videbitur velocior quam ei qui in ex” (1758).

23.2 Il conflitto tra realtà e apparenza

Il testo evidenzia un paradosso: “Vnde fit, ut alio loco tardissimus appareat ei qui in ~ alio ei qui in ex” (1759), ma “Planeta verissime non potest nisi uno in loco suae orbitae tardissimus esse” (1760). La lentezza fisica è univoca (il pianeta è più lento solo nel punto L dell’eccentrico), mentre quella ottica dipende dalla prospettiva. Questa dualità rende impossibile rappresentare entrambe le apparenze con un’unica ipotesi geometrica (“utrumque apparitiones repraesentare possit”, 1761).

La causa del problema è esplicitata in (1764): > “Causa haec est, quod duae retardationes permiscentur; altera realis et Physica in uno eccentrici loco; altera Optica et apparens in loco non jam uno sed illo, qui a quolibet suscepto visus situ remotissimus est.” La lentezza fisica si concentra in un punto preciso (L), mentre quella ottica varia a seconda della distanza apparente tra pianeta e osservatore. Quando l’osservatore si trova sulla linea che unisce il centro dell’eccentrico (~) e il centro dell’equante (y), le due lentezze si sovrappongono (“utraque tarditas in idem punctum Fixarum versus L vergit”, 1765). Ma se l’osservatore si sposta (ad esempio in ~), la lentezza ottica si “sposta” verso un altro punto (YJ), creando una discrepanza con la realtà fisica.

23.3 Critica alle ipotesi geometriche tradizionali

L’autore mette in discussione la capacità dei modelli tolemaici (e delle loro varianti) di conciliare queste discrepanze. In particolare, mostra come: 1. L’ipotesi dell’eccentrico semplice fallisca perché assume velocità costante lungo l’orbita (“si PIaneta in omnibus orbitae partibus aequalis celeritatis esset”, 1762), mentre la realtà fisica richiede una velocità variabile (“in uno eccentrici loco tardissimus est vera et reali mora, in opposito velocissimus”, 1763). 2. La posizione dell’equante è cruciale: se il centro dell’equante (y) non è allineato correttamente con il centro dell’eccentrico (~) e l’osservatore (oc), le apparenze risultano distorte. Ad esempio, spostando y in fL (1771), si altera la posizione del punto di massima lentezza fisica (“PIaneta non in L sed in YJ fit tardissimus tarditate Physica”), violando le leggi del moto planetario (“mutatur igitur in itinere Planetae quod mutari non potest”, 1772).

Il testo insiste sulla non intercambiabilità delle ipotesi geometriche: “manente pIane eodem itinere Pianetae in coelo, non posse pIane eandem permanere formam hypotheseos” (1770). Ogni modifica alla linea degli apsidi o alla posizione dell’equante comporta una variazione nel moto reale del pianeta, non solo nelle sue apparenze. Questo è dimostrato numericamente per Marte (1795-1798), dove si assumono valori specifici per l’eccentricità: - “Sit ooc 3584 eccentricitatis Solis quantitas, qualium oy eccentricitas Martis 3°138: et angulus ocoy 47 grado 59 min” (1798).

23.4 La soluzione kepleriana: l’equante mobile

La conclusione del testo suggerisce una via d’uscita: “Quid ergo futurum est, si ex o nova linea apsidum per y antiquum aequantis punctum trajiciatur, et nova hypothesis antiquae conformetur?” (1786). L’idea è di riallineare la linea degli apsidi con il centro dell’equante (y), mantenendo invariata la posizione di quest’ultimo. In questo modo: - “non pIane idem Planetae iter in coelo maneat” (1789), ma le apparenze per l’osservatore in oc rimangono quasi inalterate (“ut priori visui in oc constituto relinquantur quam proxime suae visiones”, 1793). - Il punto di massima lentezza fisica si sposta (“prius enim in L, jam in x est apsis”, 1792), ma la compensazione tra lentezza fisica e ottica preserva le osservazioni.

Questa soluzione anticipa il passaggio dal modello ticonico a quello kepleriano, dove l’equante — pur mantenendo un ruolo geometrico — cede il passo alla legge delle aree (seconda legge di Keplero), che risolve definitivamente il problema della velocità variabile senza ricorrere a artifici prospettici. Il testo, quindi, non è solo un’analisi tecnica, ma una testimonianza storica del momento in cui l’astronomia abbandona le sfere omocentriche per abbracciare la fisica celeste moderna.

24 La determinazione dell’eccentricità di Marte e la correzione dell’apogeo nel trattato astronomico

Un’analisi geometrica e trigonometrica per affinare i parametri orbitali di Marte, con implicazioni metodologiche per la meccanica celeste pre-kepleriana.

Il testo presenta una trattazione matematica e geometrica volta a ricalcolare l’eccentricità dell’orbita di Marte e a correggere la posizione del suo apogeo, partendo da dati osservativi e da un modello eccentrico ispirato alla tradizione tolemaica. Il nucleo concettuale ruota attorno alla prima ineguaglianza (o prima anomalia), cioè la deviazione apparente del moto planetario dovuta all’eccentricità dell’orbita, e alla sua rappresentazione attraverso costruzioni geometriche.

24.1 1. Calcolo dell’eccentricità e correzione dell’apogeo

Il passaggio chiave è la determinazione di una nuova eccentricità per Marte, ottenuta a partire da tre dati osservativi (“Ex tribus igitur datis et yoc dabitur”). Il valore risultante è espresso in unità arbitrarie: - “nova […] Martis eccentricitas, eritque 27971 (1800), con un angolo associato (“angulus oyoc”) di 5° 27’ 47” (1800-1802). Questo valore sostituisce un precedente dato (“quae prius erat 27971”), suggerendo un processo di raffinamento iterativo.

La correzione dell’apogeo è descritta in termini di posizione zodiacale: - L’apogeo iniziale di Marte era fissato a 23° 32’ 16 del Leone (“oy apogaeum prius Martis reponatur in 23 gr. 32 min. 16 sec. Leonis”, 1803-1805). - Dopo la correzione, cade a 29° 0’ 3 dello stesso segno (“novum Martis apogaeum cadet in 29 gr. ° min. 3 sec. Leonis”, 1806-1808). La differenza di 5° 27’ 47” (1800-1802) corrisponde esattamente all’angolo oyoc, a conferma della coerenza interna del calcolo.

24.2 2. Proporzioni e costruzione del modello eccentrico

Il testo introduce una proporzione geometrica per suddividere segmenti chiave del modello: - “Vtraque vero signis -&~ dividatur in proportione tali, ut 0-& ad -&y item oc~ ad ~y sint, ut 1260 ad 756” (1812). Questa proporzione (riducibile a 5:3, semplificando 1260:756) viene applicata a due segmenti: - 0-& (12352) e -&y (7411), con somma 19763 (“oy 19763”, 1811). - oc~ (11271) e ~y (6763), con somma identica. Il risultato è funzionale alla “hypothesis primae inaequalitatis Ptolemaica” (1813), cioè alla rappresentazione della prima anomalia mediante un eccentrico mobile, tipica del modello tolemaico.

Un ulteriore passaggio ridimensiona i valori in una scala diversa: - “qualium ooc est 3584, -&~ vel 01; erit 1344” (1814), che in unità ~1; = 100000 diventa “-&~ vel 01; erit 880” (1815). Questi dati sono “adserventur” (1816), cioè conservati per successivi calcoli.

24.3 3. Geometria della parallasse e apparente mutamento del moto

La seconda parte del testo affronta il problema della parallasse (“quantum visui […] mutentur suae apparentiae”, 1817), cioè come la posizione dell’osservatore (la Terra) influenzi la percezione del moto planetario. Il modello geometrico prevede: - Due orbite eccentriche per Marte: - EO, con centro in y (centro comune). - LI, anch’essa centrata in y, ma con eccentricità diversa. - Il pianeta si trova in E (su EO) con un’equazione (correzione angolare) data da ae;y, mentre su LI è in L con “aequatione nulla” (1820), cioè senza correzione, perché le linee OCL (moto apparente) e YL (moto medio) coincidono.

Il ragionamento prosegue con l’introduzione di un angolo di riferimento (“ayoc, qui jam inventus est 5 gr. 27 min. 47 sec.”, 1821-1823), corrispondente all’angolo oyoc citato in precedenza. Questo angolo definisce la posizione relativa dei due centri eccentrici: - In un istante successivo, il pianeta si trova in x (su EO) senza equazione, o in ~ (su LI) con equazione y~oc (1825). - La linea che unisce y al pianeta (“linea ex y ejeeta”) è comune a entrambe le orbite (1826).

24.4 4. Condizioni per la massima visibilità della parallasse

Il testo analizza le condizioni in cui la differenza apparente (“apparentiarum diversitas”) tra le due orbite è massima per un osservatore posto in a (posizione della Terra). Tre fattori concorrono a rendere sensibile la parallasse (“Vt illa fiat sensibilis, concurrunt tria”, 1829): 1. Distanza intrinseca: la separazione tra i centri deve essere grande (“ut distantia se ipsa sit magna”, 1830), come accade nei punti 01; e p7t. 2. Allineamento ottimale: la distanza deve essere proiettata perpendicolarmente alla linea di vista (“ut quam fieri potest recte objiciatur visui in a”, 1831), annullandosi nei punti ~x e nel suo opposto. 3. Prossimità all’osservatore: la distanza deve essere minima rispetto a a (“ut sit propinqua ipsi a”, 1833), con una preferenza per la regione sopra p (dove il centro ~ è spostato a destra di a).

Per individuare il punto di massima parallasse, si costruisce un angolo retto in y sulla linea ya, tracciando una perpendicolare che interseca le orbite in cr (su -&) e -rrp (su ~). Il calcolo si concentra sulla distanza urp (1836), con l’obiettivo di quantificare lo scarto tra le posizioni apparenti.

24.5 5. Dati numerici e triangoli di riferimento

Il testo fornisce valori per risolvere i triangoli rettangoli coinvolti: - Nel triangolo -&uy: - -&u = 100000 (raggio dell’eccentrico). - -&y = 7411 (eccentricità). - yu = 99725 (cateto, calcolato come √(100000² - 7411²), 1838). - Nel triangolo ~yrp, si richiede prima di determinare ~y (1840), che dipende dal triangolo ~yx: - ~x è parallelo a -&y e perpendicolare a x (1842). - L’angolo y~x è uguale a &y (5° 27’ 47”, 1843), cioè all’angolo oyoc.

24.6 Significato storico e metodologico

Il testo riflette una fase cruciale dell’astronomia pre-kepleriana, in cui: - Si adottano ancora modelli geometrici tolemaici (eccentrici e equanti), ma con un approccio quantitativo più rigoroso. - Si cerca di affinare i parametri orbitali (eccentricità, apogeo) mediante osservazioni ripetute, come suggerisce il confronto tra valori “precedenti” e “nuovi”. - Si affronta il problema della parallasse planetaria, anticipando temi che saranno centrali con Tycho Brahe e Keplero.

L’uso di proporzioni fisse (1260:756) e di unità di misura arbitrarie (come ~1; = 100000) è tipico dei trattati astronomici del XVI-XVII secolo, dove la precisione numerica era subordinata alla coerenza interna del modello. La correzione dell’apogeo di Marte a 29° del Leone potrebbe riferirsi a osservazioni condotte intorno al 1600, periodo in cui l’astronomia europea stava superando i limiti del sistema tolemaico.

25 L’analisi kepleriana del moto di Marte: equivalenza tra modelli geometrici e precisione osservativa

Un trattato matematico che rivela la tensione tra ipotesi astronomiche alternative e la ricerca di una corrispondenza millimetrica con i dati osservativi.

Il testo presenta una sezione cruciale del De Motibus Stellae Martis di Keplero, dove l’autore confronta modelli geometrici per descrivere il moto di Marte, esplorando l’equivalenza tra traslazione del punto di osservazione (visus) e modifica del centro dell’eccentrico o dell’equante. Il nucleo concettuale ruota attorno alla dimostrazione che piccole variazioni nei parametri orbitali (eccentricità, posizione dell’apogeo) producono differenze minime nelle posizioni calcolate del pianeta, purché si mantenga una coerenza interna tra i punti di riferimento.

25.1 Calcoli geometrici e precisione angolare

Keplero procede con una dimostrazione quantitativa basata su triangoli rettangoli e proporzioni trigonometriche. Partendo da un triangolo rettangolo ~Xq>, dove “~q> è 100000” (1847), calcola le distanze relative tra i punti chiave del modello: il centro dell’eccentrico (q>), il punto X (con X~ = 6732), e la risultante Xq> = 99773. Aggiungendo Xy = 644 (1848), ottiene yq> = 100417, da confrontare con yu = 99725 (1849), per derivare la distanza uq> = 692 (1850). Questi valori numerici, espressi in unità arbitrarie ma coerenti, servono a determinare l’angolo uaq> (1851), che rappresenta la discrepanza tra le posizioni calcolate e osservate.

La precisione raggiunge il livello dei minuti d’arco: Keplero calcola due angoli (78° 51’ 54 e 78° 47’ 30”), la cui differenza è “4 min. 24 sec.” (1860-1862). Questa discrepanza di 4’ 24 è il fulcro della discussione: “Vides igitur quam propinque relinquatur visui in a sua apparentia (1864), ossia quanto il modello si avvicini all’osservazione, nonostante la complessità del moto planetario. La frase sottolinea un principio metodologico: anche una piccola imprecisione (5 minuti d’arco) può essere corretta variando leggermente i parametri orbitali, come l’eccentricità o la posizione del punto equante (“in potestate artificis”).

25.2 Equivalenza tra modelli e critica ai sistemi precedenti

Il testo affronta due inaequalitates (irregolarità) nel moto di Marte: 1. La prima ineguaglianza (moto medio rispetto al centro dell’eccentrico) è trattata come equivalente nei diversi modelli: “haec aequipollentia potissimum refertur ad inaequalitatem primam” (1866). Keplero dimostra che traslare il punto di osservazione (visus) o il centro dell’equante produce risultati quasi identici, con differenze massime di 5 minuti d’arco. 2. La seconda ineguaglianza (prostafèresi, legata all’orbita annua) è più sensibile alle variazioni: “multum refert utrum Planeta in ~7t circumeat an in op” (1867). Qui, le differenze tra il modello tolemaico e quello copernicano (“246 particulas”) non possono essere ignorate, e ancor meno quelle di “880 vel 1344” (1868), che influenzano significativamente la posizione apparente di Marte.

L’argomentazione culmina nella dimostrazione dell’equivalenza tra modelli con equante e modelli semplici (1871-1873). Keplero spiega che, se nel Caput III aveva mostrato come traslare il visus o il centro dell’eccentrico producesse gli stessi effetti, ora estende il ragionamento al caso in cui si sposti il centro dell’equante (“centrum aequantis”). La costruzione geometrica (1874-1884) prevede: - La sovrapposizione dei punti a e A (1875), con il visus fisso. - La sostituzione della linea y~oc con due linee parallele AB e Ar (1877), dove AB e Ar sono uguali alle precedenti oc~ e ocy. - La traslazione del punto y dell’equante in ry, equivalente alla traslazione del visus (1878). - La creazione di due nuovi eccentrici (Br e &x), con i pianeti posizionati in punti determinati da linee parallele tracciati dai centri degli equanti (1879-1883).

25.3 Implicazioni storiche e metodologiche

Il passaggio rivela la transizione epistemologica dell’astronomia kepleriana: 1. Critica ai modelli tradizionali: Keplero evidenzia come le ipotesi geocentriche (Tolomeo) e eliocentriche (Copernico) differiscano in modo non trascurabile nella seconda ineguaglianza, costringendo a una scelta basata sui dati. La frase “Id autem quantum diversitatis pariat in viso loco Martis, sequenti capite videbimus” (1869) anticipa la necessità di un modello più accurato, che sfocerà nelle leggi di Keplero. 2. Flessibilità dei parametri: L’affermazione “relinquitur adhuc in potestate artificis” (1865) riflette un approccio pragmatico: i modelli non sono verità assolute, ma strumenti da adattare alle osservazioni. Questa idea prelude al metodo scientifico moderno, dove la corrispondenza con i dati prevale sulla perfezione geometrica. 3. Ruolo dell’osservazione: La menzione delle opposizioni di Marte al Sole (“Planeta fuit observatus in aliquot zodiaci locis semper oppositus medio loco Solis”) (1885) sottolinea l’importanza dei dati empirici per discriminare tra ipotesi. Keplero stesso corregge le osservazioni precedenti, sostituendo il “medio loco Solis” con il “loco apparenti” (1885), un dettaglio che rivela la sua attenzione alla precisione.

25.4 Conclusione: l’equivalenza come strumento euristico

Il testo si chiude con una sintesi dell’equivalenza tra modelli: - Se un astronomo (“prior artifex”) usa un equante centrato in y e un nuovo modello con equante in r, le posizioni calcolate differiranno di “perexigua discrepantia […] non major quinque minutis” (1887), analogamente a quanto accadeva con la traslazione del visus. - La differenza massima si verifica vicino ai punti u<1>, dove l’angolo è di “4 min. 24 sec.” (1888), leggermente inferiore al caso precedente.

Questa analisi dimostra che modelli geometricamente distinti possono produrre risultati quasi identici, purché i parametri siano coerenti. Tuttavia, Keplero non si accontenta di questa equivalenza: la sua ricerca mira a un modello che spieghi fisicamente il moto dei pianeti, non solo a salvarne le apparenze. La discrepanza residua di 5 minuti d’arco, apparentemente trascurabile, diventa il motore della sua successiva rivoluzione astronomica.

26 L’equivalenza delle ipotesi planetarie tra Tolomeo, Copernico e Brahe: meccanismi e significati della seconda disuguaglianza

La complessità dei moti planetari svelata attraverso la geometria delle ipotesi rivali, dove la seconda disuguaglianza rivela la dipendenza dal Sole e la relatività del punto di osservazione.

Il testo analizza la seconda disuguaglianza planetaria – quella che si manifesta non in un punto fisso dello zodiaco, ma nelle congiunzioni e opposizioni con il Sole – confrontando le ipotesi di Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe. L’autore (presumibilmente Keplero, data la struttura e i riferimenti) dimostra come le tre teorie, pur partendo da presupposti diversi, siano geometricamente equivalenti nel descrivere i fenomeni osservati, pur con differenze concettuali profonde.

26.1 La critica all’ipotesi tolemaica e la sua riformulazione geometrica

L’autore inizia smontando l’eccentrico tolemaico (1892), evidenziando come la sua costruzione porti a “turbe” (“quid turbarum oriatur”) se si sposta il centro di riferimento dalle opposizioni planetarie al Sole apparente. Tolomeo aveva introdotto un equante – un punto eccentrico rispetto al quale il moto del pianeta appare uniforme – per spiegare le irregolarità del moto marziano. Tuttavia, come sottolineato in (1891), “Contrarium in aT accidit” (l’opposto accade nell’ipotesi alternativa, probabilmente quella di Tycho), il modello tolemaico non risolve il problema della connessione tra epicicli e Sole: “Adhuc enim caussa quaeritur, quae omnes Planetarum epicyclos Soli connectat” (1929). La spiegazione di Tolomeo (1927) attribuisce la retrogradazione a un epiciclo mobile, il cui centro si muove lungo un deferente, ma il pianeta scende nell’epiciclo quando il Sole si allontana dal suo centro, generando il moto retrogrado. Pur essendo “numeris et Geometriae accomodavit” (1928), la teoria non elimina il mistero: perché gli epicicli di tutti i pianeti sono sincronizzati con il Sole?

26.2 L’alternativa copernicana: relatività del moto e semplificazione

Copernico (1930) risolve il problema radicalmente, attribuendo la seconda disuguaglianza non a un moto reale del pianeta, ma all’annua rivoluzione della Terra intorno al Sole immobile. Come già aveva separato il moto diurno da quello planetario (1931-1932), così “secunda Planetarum inaequalitas itidem a prima separatur” (1933): la retrogradazione è un’illusione ottica, effetto della prospettiva terrestre. L’autore sottolinea come questa spiegazione sia in linea con le antiche teorie pitagoriche e di Aristarco, ma con una differenza cruciale: Copernico non considera il moto terrestre come un artificio matematico, ma come una realtà fisica. Tuttavia, il testo riconosce che altri “artifices” (1933) – probabilmente riferendosi a Tycho – accettano il moto annuo della Terra solo come ipotesi strumentale, senza attribuirgli realtà fisica.

26.3 L’equivalenza geometrica tra i modelli

Il cuore del trattato è la dimostrazione che le tre ipotesi – tolemaica (eccentrico + equante), copernicana (epicicli + moto terrestre), tychonica (epicicli + Sole mobile) – sono matematicamente equivalenti. L’autore si sofferma su una trasformazione geometrica (1896-1919) che permette di passare da un sistema all’altro mantenendo invariato il moto apparente del pianeta. In particolare: - Due epicicli copernicani (1893, 1896) possono riprodurre l’eccentrico tolemaico con equante, come mostrato attraverso una costruzione dettagliata (1897-1916) che coinvolge triangoli equivalenti, linee parallele e centri mobili. - La differenza tra i modelli è “perexigua” (1920), tanto che “quicquid per Ptolemaicum aequantem […] demonstraverimus, jam statim postulo, ut pro demonstratis in hoc quoque Copernicano […] accipiatur” (1919): ciò che vale per Tolomeo vale anche per Copernico e Brahe, purché si accetti la trasformazione geometrica.

La costruzione geometrica (1900-1914) è particolarmente complessa: 1. Si definiscono due epicicli concentrici (1900) con raggi proporzionali alle distanze apsidali. 2. Si introducono epicicli secondari (1905-1911) che, combinati, riproducono il moto del pianeta intorno al Sole (o alla Terra, a seconda dell’ipotesi). 3. Si dimostra che, vicino alle apsidi, i punti di intersezione tra i moti (“puncta (.L. u. item ‘t’. v.”, 1912) differiscono poco, mentre alle longitudini medie la separazione aumenta, ma le dimostrazioni rimangono “omnino eaedem” (1914).

L’autore ammette però che la dimostrazione è “perplexae” (1917) e rischia di complicare ulteriormente il modello con “coacervatione epicyclorum” (accumulo di epicicli). Per questo, nelle pagine successive, si limiterà a usare la forma copernicana o tychonica, “primae inaequalitati tributam” (1917), poiché la seconda disuguaglianza – quella legata al Sole – offre già abbastanza “negotiorum” (1918) da risolvere.

26.4 Il significato storico e concettuale

Il testo testimonia un momento cruciale della rivoluzione astronomica: 1. Superamento del geocentrismo: La seconda disuguaglianza, che aveva tormentato gli astronomi per secoli (1924), viene spiegata senza ricorrere a forze occulte (“vim inesse censuere Solis aspectibus”, 1925) o a meccanismi ad hoc. Le teorie latine che attribuivano al Sole un potere di attrazione sono bollate come “neque verisimilis” e “manifeste falsa” (1926), perché non spiegano le variazioni nei punti di retrogradazione (Saturno in quadratura, Giove in trigono, Marte in biquintile). 2. Relatività del moto: Copernico e, in parte, Brahe mostrano che la seconda disuguaglianza è un effetto prospettico, non un moto reale. Questo anticipa il principio di relatività galileiana, dove il moto è definito rispetto a un sistema di riferimento. 3. Equivalenza matematica vs. realtà fisica: Pur essendo geometricamente indistinguibili, le ipotesi differiscono radicalmente nella loro interpretazione fisica. Tolomeo e Brahe rimangono legati a una Terra immobile, mentre Copernico introduce un cambiamento ontologico: la Terra non è più il centro del cosmo, ma un pianeta come gli altri.

26.5 Termini e concetti chiave

26.6 Ambiguità e limiti

Il testo non risolve del tutto la questione della causa fisica dei moti. Pur rigettando le spiegazioni qualitative (1925-1926), l’autore non fornisce una dinamica alternativa: la geometria descrive, ma non spiega perché i pianeti si muovano così. Inoltre, la complessità delle costruzioni (1917) suggerisce che, nonostante l’equivalenza matematica, alcuni modelli siano più “economici” di altri – un’intuizione che Keplero svilupperà nelle sue leggi.

27 Il dibattito astronomico tra Copernico, Brahe e Keplero: modelli celesti a confronto

Un’analisi delle ipotesi geometriche e fisiche che hanno ridefinito la meccanica planetaria, tra finzioni ottiche, punti fittizi e la ricerca di una “perfetta equivalenza” tra sistemi.

Il testo presenta una disamina critica dei modelli astronomici di Copernico, Tycho Brahe e Tolomeo, con particolare attenzione alle implicazioni geometriche e fisiche delle loro teorie. Al centro del discorso vi è la seconda disuguaglianza (o inequalitas secunda) dei moti planetari — ovvero le apparenti stazioni e retrogradazioni dei pianeti — e il modo in cui ciascun sistema la spiega, spesso ricorrendo a artifici matematici o a punti fittizi.


27.1 1. Copernico: la relatività del moto e i punti di vista fittizi

Copernico rivoluziona l’astronomia spostando la Terra dal centro dell’universo e attribuendole due moti: uno diurno (rotazione su se stessa) e uno annuo (rivoluzione intorno al Sole). Questa doppia dinamica, tuttavia, introduce una complessità interpretativa: ciò che appare come moto retrogrado dei pianeti è in realtà un effetto prospettico generato dal movimento terrestre.


27.2 2. Tycho Brahe: un compromesso tra Tolomeo e Copernico

Brahe propone un sistema ibrido in cui la Terra resta immobile al centro, mentre i pianeti orbitano intorno al Sole, che a sua volta ruota intorno alla Terra. Questo modello conserva alcuni elementi tolemaici (epicicli) ma li adatta a una dinamica eliocentrica parziale.


27.3 3. Keplero: verso una sintesi fisico-geometrica

Keplero si propone di unificare i tre modelli (1943) attraverso una dimostrazione che ne evidenzi l’equivalenza geometrica, ma al contempo cerca una spiegazione fisica dei moti planetari. Il suo obiettivo è superare le finzioni matematiche (come il punctum ~) in favore di una legge che leghi velocità e distanza dal Sole.


27.4 4. Significato storico e metodologico

Il testo riflette una transizione cruciale nell’astronomia del XVI-XVII secolo: 1. Dalla geometria alla fisica: Copernico e Brahe offrono modelli matematicamente validi ma privi di una base fisica. Keplero, invece, cerca una spiegazione causale, anticipando la legge delle aree (seconda legge di Keplero) e la gravitazione newtoniana. 2. Equivalenza dei sistemi: La dimostrazione che i tre modelli sono geometricamente interscambiabili (1946) segna un momento chiave: la scelta tra essi diventa una questione di semplicità e coerenza fisica, non di accuratezza predittiva. 3. Osservazione vs. teoria: Keplero sottolinea che le osservazioni di Copernico erano corrette (1967), ma la loro interpretazione era viziata da un errore concettuale: l’uso di un punto fittizio (~) invece del Sole reale come centro dinamico.


27.5 5. Dati e termini tecnici rilevanti


27.6 6. Ambiguità e contraddizioni

Il testo, quindi, non è solo una disamina tecnica, ma una testimonianza del passaggio dall’astronomia descrittiva a quella causale, in cui la matematica cede il passo alla ricerca di leggi fisiche universali.

28 La rivoluzione copernicana e la ridefinizione dell’eccentricità planetaria

Un trattato scientifico del XVII secolo che ridefinisce il centro del moto planetario, abbandonando il modello tolemaico in favore di una geometria eliocentrica.

Il testo analizza la transizione dal sistema geocentrico a quello eliocentrico, focalizzandosi sulla posizione del Sole come centro fisso e sulle implicazioni geometriche per l’orbita dei pianeti. L’autore (presumibilmente Keplero, data la terminologia e i riferimenti a Copernico) contesta l’idea tradizionale che il centro dell’orbita annua coincida con un punto mobile (~), proponendo invece che tale centro sia il Sole (x), fisso e immutabile nel tempo.

28.1 Il superamento del modello tolemaico

La frase (1981) introduce la critica al sistema precedente: “[il Sole] riconosce essere fissato chiaramente in x, e perciò l’eccentricità di x è costante, mentre il punto che funge da centro dell’orbita annua (~), nel corso dei secoli, si è spostato, rendendo così [l’eccentricità] più breve”. Questo passaggio evidenzia due concetti chiave: 1. Fissità del Sole (x): Contrariamente al modello tolemaico, dove il centro dell’epiciclo planetario era un punto geometrico mobile (~), qui il Sole assume un ruolo centrale e stabile. 2. Eccentricità variabile: La riduzione dell’eccentricità (~ò breviorem factam) suggerisce una correzione empirica rispetto alle osservazioni storiche.

La conseguenza logica è espressa in (1982): “Oggi ~ non è più al centro del mondo, oppure un tempo non lo era”. Questa affermazione sancisce il crollo del geocentrismo, proponendo che il centro del moto planetario non sia un punto arbitrario, ma il Sole stesso, come sostenuto da Copernico.

28.2 La geometria del moto planetario

L’autore sviluppa una nuova ipotesi geometrica per spiegare le irregolarità osservate nei moti planetari, in particolare per Marte. In (1985), si afferma: “Conclusi che la linea degli apsidi, usata per spiegare la prima ineguaglianza del pianeta, non deve passare per ~ ma per lo stesso x”. Questo passaggio segna il passaggio da un modello basato su epicicli e deferenti a uno eliocentrico puro, dove: - La linea degli apsidi (asse che collega afelio e perielio) passa per il Sole (x), non per un centro mobile (~). - La prima ineguaglianza (variazione della velocità orbitale) è spiegata dall’eccentricità rispetto a x.

28.3 L’opposizione planetaria e la correzione delle osservazioni

Un punto cruciale è l’analisi delle opposizioni planetarie (quando un pianeta è opposto al Sole rispetto alla Terra). In (1989), si descrive il metodo per determinare la posizione reale del pianeta: “Quando la Terra (y) e il pianeta sono sulla stessa linea, e il pianeta coincide con essa, come in ’t”, in quel momento il pianeta è opposto sia al Sole medio che a quello apparente, e la sua posizione tra le stelle fisse rimane invariata, sia che venga designata tramite ~’t” sia tramite x’t” [linea che passa per il Sole]“. Questo passaggio sottolinea che, durante l’opposizione, la posizione del pianeta è indipendente dal sistema di riferimento (geocentrico o eliocentrico), ma la sua interpretazione cambia radicalmente.

Tuttavia, quando la Terra si trova in posizioni diverse lungo la sua orbita (1990-1992), emerge una differenza significativa tra la posizione apparente e quella media del pianeta. Ad esempio: “Quando la Terra giunge al lato medio della sua orbita eccentrica […] la linea del moto medio del Sole (I)~ è in Ariete, mentre la linea di visione del pianeta è esattamente opposta in Bilancia (1)<.0>. Poiché I)X [linea del Sole apparente] è oltre I)~ in direzione successiva, la posizione apparente del Sole è oltre l’opposto del pianeta”. Questa discrepanza è dovuta alla velocità differenziale tra Terra e pianeta (2001: “La Terra è più veloce del pianeta”), che causa una deviazione angolare tra le linee di visione.

28.4 La riduzione al moto apparente e la nuova ipotesi eccentrica

L’autore introduce una correzione geometrica per passare dal moto medio a quello apparente, descrivendo come le posizioni planetarie cambino in base alla posizione della Terra. In (2006), si spiega: “In ~ o <.o> si aggiunge alla posizione osservata, perché .&~ [linea di visione precedente] è più in direzione successiva rispetto a 1)<.0>; si sottrae al tempo trascorso, perché .&~ è una visione precedente rispetto a 1)<.0>”. Questo meccanismo di aggiustamento temporale e spaziale è fondamentale per calcolare la posizione reale del pianeta.

La conclusione è che, spostando il punto di osservazione dal centro mobile (~) al Sole (x), si ottiene una nuova eccentricità (2010): “Avendo trasferito la visione in x (poiché avevamo osservato il pianeta in ‘t” e ~ con la Terra sulle linee x’t” e x~, cioè nei punti y e’&), l’eccentricità ora sorge da x”. Questa nuova ipotesi eccentrica (2011-2014) mantiene la stessa lunghezza dell’eccentricità precedente, ma con un centro fisso nel Sole, ridefinendo gli apsidi: - Afelio (aphelium): Punto in cui il pianeta è più lontano dal Sole (x). - Perielio (perihelium): Punto opposto, di massima vicinanza.

28.5 Confronto tra modelli e implicazioni fisiche

Il testo confronta esplicitamente le due ipotesi (2017-2019): 1. Differenze fisiche: Il modello eliocentrico attribuisce il moto planetario a cause naturali (il Sole come centro motore), mentre quello geocentrico richiedeva “intelligenze motrici” (2017). 2. Equivalenza geometrica: Durante le congiunzioni e opposizioni, i due modelli producono risultati simili (2019). 3. Divergenza nelle posizioni intermedie: Fuori dalle opposizioni, la differenza tra i due sistemi diventa rilevante (2020-2021), come dimostrato dalla costruzione geometrica successiva.

28.6 Dimostrazione geometrica dell’errore massimo

Le frasi (2022-2043) presentano una dimostrazione euclidea per calcolare l’errore massimo nella posizione apparente del pianeta. L’autore mostra che: - Quando la Terra si trova in un punto specifico della sua orbita (dove un cerchio tangente all’orbita terrestre interseca la linea che unisce i due centri eccentrici), l’angolo di visione del pianeta è massimo (2034-2043). - Questo angolo è maggiore quando il pianeta è più vicino alla Terra (2030: “l’angolo sarà maggiore in e: che in 1” perché l’orbita terrestre avvicina la visione a e:p”). - L’errore è più pronunciato quando il pianeta si trova nel punto p (afelio) invece che in e: (perielio), a causa della prospettiva obliqua.

28.7 Significato storico e scientifico

Il testo rappresenta una tappa fondamentale nella rivoluzione astronomica del XVII secolo: 1. Superamento del geocentrismo: La fissazione del Sole come centro stabile elimina la necessità di punti mobili (~), semplificando la geometria celeste. 2. Introduzione dell’eliocentrismo dinamico: Non si tratta solo di un cambio di coordinate, ma di una nuova fisica del moto, dove il Sole assume un ruolo attivo (2017). 3. Metodo osservativo: L’uso delle opposizioni planetarie come punti di riferimento dimostra un approccio empirico e geometrico alla risoluzione dei problemi astronomici. 4. Precursore delle leggi di Keplero: La ridefinizione dell’eccentricità e la correzione delle posizioni planetarie anticipano la prima legge di Keplero (orbite ellittiche con il Sole in un fuoco).

Il trattato testimonia il passaggio da una astronomia descrittiva (basata su epicicli e deferenti) a una astronomia esplicativa, dove le irregolarità osservate sono ricondotte a principi geometrici e fisici coerenti. La precisione delle correzioni proposte (come l’errore massimo nella posizione di Marte) riflette l’esigenza di un modello che rispondesse alle osservazioni con maggiore accuratezza rispetto al sistema tolemaico.


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29 La critica di Keplero al sistema tolemaico e la rivoluzione della linea delle apsidi

Un’analisi geometrica e fisica che demolisce le fondamenta del modello geocentrico, aprendo la strada alla centralità del Sole.

Il testo presenta una riflessione critica di Johannes Kepler sul sistema tolemaico, evidenziandone le contraddizioni geometriche e fisiche attraverso un confronto con le proprie ipotesi eliocentriche. L’autore dimostra come la tradizionale rappresentazione degli epicicli e della linea delle apsidi sia incompatibile sia con le osservazioni astronomiche che con i principi della fisica aristotelica.

La linea delle apsidi e la centralità del Sole Kepler contesta radicalmente l’assunto tolemaico secondo cui la linea delle apsidi (l’asse che divide l’orbita planetaria in due semicerchi uguali) passerebbe accanto al Sole. Egli afferma invece che questa linea “non praeter Solem (ut artificibus placet) sed per ipsum centrum corporis Solis transire” (2147), sostenendo che solo così si spiega la simmetria del moto planetario. Questa correzione, basata su “20 observationibus parte quarta et quinta” (2148), rappresenta un passaggio cruciale verso il modello eliocentrico: il Sole non è più un semplice punto di riferimento geometrico, ma il centro fisico attorno cui si organizzano le orbite.

Critica alla geometria tolemaica Il testo smonta la costruzione geometrica del sistema tolemaico, mostrando come le sue ipotesi portino a contraddizioni. Nella descrizione del modello (2150-2152), Kepler evidenzia la distinzione tra: - La linea K~ (“linea apparentis motus Solis”), che rappresenta il moto osservato dalla Terra. - La linea KY (“linea aequalis motus Solis”), che dovrebbe corrispondere al moto reale del pianeta.

Secondo Tolomeo, i pianeti si muovono lungo linee parallele a Y~ (2153), ma Kepler obietta che questa costruzione ignora la posizione reale del Sole: “PTOLEMAEVS igitur Planetarum cursus expendit, non in lineis K~, sed in lineis KY eductis ex K parallelis ipsis ’Y~ per corpus Solis euntibus” (2153). L’errore sta nel supporre che il centro dell’epiciclo (responsabile della “seconda ineguaglianza” del moto planetario) si trovi sempre allineato con la Terra e il Sole (2154-2155), quando invece le osservazioni dimostrano che la linea delle apsidi deve passare per il centro solare.

Contraddizioni fisiche del modello Kepler attacca anche la coerenza fisica del sistema tolemaico, che richiede l’esistenza di “vis motrix” (forze motrici) collocate in punti geometrici privi di corpo. Nel passo (2164), l’autore definisce “absurdum et monstrosum” l’idea che la Terra (in K) possa ospitare una forza capace di muovere i centri degli epicicli, analogamente a quanto Copernico aveva attribuito al Sole. La critica si estende alla natura stessa di queste forze: - “inesse autem in K terra […] vim motricem, quae centra hujusmodi epicyclorum circumagitet” (2164) è fisicamente insostenibile, perché una forza non può risiedere in un punto matematico. - L’ipotesi richiederebbe che una “virtus motrix” (2167) si muova da un luogo all’altro in modo disuguale, pur ruotando uniformemente attorno a sé e trascinando il pianeta. Kepler paragona questa complessità a un “DEVS” (2168), citando Aristotele (Metaphysica, XII.8) per sostenere che solo intelligenze divine potrebbero governare moti così articolati.

L’impossibilità degli epicicli La sezione (2173-2184) approfondisce l’assurdità degli epicicli tolemaici, definiti come “Ptolemaicum secundae inaequalitati servientem” (2173). Kepler immagina di suddividere le funzioni motorie tra due intelligenze: 1. Una nel centro dell’epiciclo, che ruoterebbe attorno alla Terra in modo disuguale. 2. Una nel pianeta, che ruoterebbe uniformemente attorno al centro dell’epiciclo.

Tuttavia, emerge un paradosso: “Quibus illa adminiculis id incorporeum punctum circumveniat?” (2175). Un punto geometrico non può muoversi da solo, né può trasmettere forza a un corpo (il pianeta) senza un supporto fisico. Kepler respinge sia l’idea di una “effluxio virtutis” (2179) che quella di una “Geometrica imaginatio” (2176), sottolineando che “nec punctum mobile in non corpore vel imaginando subsistere potest” (2177). La sua conclusione è netta: le forze naturali non possono agire in punti incorporei, e le ipotesi tolemaiche violano i principi della fisica aristotelica.

Solidità degli orbi e osservazioni di Tycho Brahe Un ulteriore argomento contro Tolomeo riguarda la “soliditas orbium” (2166), la presunta materialità delle sfere celesti. Kepler cita le osservazioni di Tycho Brahe sui cometi, che dimostrano come questi corpi attraversino le orbite planetarie senza incontrare resistenza, confutando l’idea di sfere solide. Senza questa solidità, il sistema tolemaico perde la sua giustificazione meccanica: “destructa haec per sese quodammodo cadere videtur hypothesis” (2166).

Conclusione: la necessità di un nuovo modello Il testo si chiude con un riconoscimento parziale a Tolomeo: “aliquid etiam PTOLEMAEO dicatur, ob quod in specie a suo motu medio Solis discedere et apparentem nobiscum amplecti velit” (2187). Kepler ammette che il sistema tolemaico cercava di adattarsi alle apparenze osservative, ma le sue contraddizioni geometriche e fisiche lo rendono insostenibile. La soluzione proposta – la centralità del Sole e l’abbandono degli epicicli – non è solo una correzione matematica, ma una rivoluzione concettuale che anticipa le leggi del moto planetario.

30 La revisione kepleriana del modello tolemaico: epicicli, eccentrici e l’illusione del moto solare apparente

Un tentativo di conciliare le osservazioni copernicane e tychoniche con la tradizione geocentrica, rivelando le incongruenze insite nell’assunzione del Sole come riferimento fisico per il moto planetario.

Il testo analizza le contraddizioni del modello tolemaico nel descrivere il moto dei pianeti, focalizzandosi sul ruolo ambiguo del Sole come punto di riferimento per la “virtù motrice” planetaria. L’autore — verosimilmente Keplero, data la critica implicita a Tolomeo e il riferimento a Copernico e Tycho Brahe — mette in luce come l’adozione del moto solare apparente (anziché medio) modifichi radicalmente la geometria degli epicicli e degli eccentrici, generando discrepanze osservative non trascurabili.


30.1 1. Il problema del riferimento solare: un punto immaginario o un corpo fisico?

La domanda centrale emerge già nella frase (2188): > “Se la forza che muove il Pianeta (sia essa una o doppia) guarda verso il Sole, così da collocare il Pianeta nel punto più basso dell’epiciclo ogni volta che il centro dell’epiciclo si trova in direzione del Sole, chiedo — come sopra — perché essa debba riferirsi a un punto immaginario Y (che ora precede, ora segue, ora sta sopra o sotto il Sole stesso) piuttosto che al corpo solare vero e proprio?”

L’obiezione è duplice: - Fisica: Come può una “virtù motrice” percepire il moto di un punto Y (proiezione geometrica del Sole medio) se in Y non esiste alcun corpo materiale? (2189: “o come quella forza potrebbe percepire il moto di Y intorno alla Terra K, se in Y non c’è alcun corpo?”). - Geometrica: Non sarebbe più verosimile che l’epiciclo si allinei alle linee del luogo apparente del Sole (2190: “non è forse più probabile che l’epiciclo venga ripristinato lungo le linee K~ del luogo apparente del Sole, quando queste passano per il centro dell’epiciclo?”), piuttosto che a un punto astratto?

Questa critica svela un paradosso del modello tolemaico: il Sole è usato come riferimento fisico per il moto planetario, ma la sua posizione è calcolata tramite un artificio matematico (il punto Y), che non coincide con la sua posizione reale. L’autore suggerisce che l’adozione del moto solare apparente (osservato dalla Terra) al posto di quello medio (calcolato) potrebbe risolvere l’incoerenza.


30.2 2. L’effetto della sostituzione: eccentrici e epicicli in conflitto

L’analisi procede confrontando le conseguenze della sostituzione del moto solare medio con quello apparente, attraverso una dimostrazione geometrica che coinvolge: - Linee di riferimento: KY (moto solare medio), K~ (moto solare apparente), KZ (linea Terra-centro epiciclo). - Punti chiave: - T: posizione del pianeta sull’epiciclo quando Y (Sole medio) e K (Terra) sono allineati (2192). - Z: centro dell’epiciclo secondo Tolomeo, collocato sulla linea Kil (2196). - O: nuovo centro dell’epiciclo secondo la correzione proposta, spostato rispetto a Z (2200).

30.2.1 A. Allineamento perfetto: coincidenza dei modelli

Quando il Sole (r), il centro dell’eccentrico solare (Y), e la Terra (K) giacciono sulla stessa linea (2192), i due modelli coincidono: > “Allora il luogo matematico del centro dell’epiciclo, sia che venga designato per K-T sia per Y-T tra le stelle fisse, indica che il Pianeta si trova effettivamente sulla linea K-T o Y-T e in un unico punto dell’epiciclo <1>, poiché qui è più vicino sia a Y che a K. Perciò il Pianeta è realmente privo della seconda ineguaglianza [moto apparente irregolare].”

In questa configurazione, il pianeta appare in opposizione al Sole e il suo moto è descritto correttamente da entrambi i modelli. La “seconda ineguaglianza” (l’anomalia zodiacale) scompare (2193).

30.2.2 B. Disallineamento: discrepanze crescenti

Quando il Sole si sposta dal punto r a L (2194), le differenze emergono: 1. Opposizione apparente vs. reale: - Secondo Tolomeo, il pianeta è in opposizione quando si trova sulla linea Kil (2196), ma il Sole apparente (KL) supera KY (2197), spostando l’opposizione reale in un momento diverso (2199). - Il pianeta, essendo retrogrado, si trova su una linea KI posteriore a Kil (2200), il che implica che il centro dell’epiciclo (O) è più avanzato in longitudine rispetto a Z (2202).

  1. Spostamento delle linee di moto:
    • Nei punti di allineamento (T e il suo opposto), le linee del moto del centro dell’epiciclo rimangono invariate.
    • Negli altri punti, la linea tolemaica (Z) viene promossa (spostata in avanti) e il tempo intercorso diminuito, mentre nell’opposto il tempo viene aggiunto e la linea ritratta (2204).
    • Risultato: le nuove linee del centro dell’epiciclo divergono notevolmente dalle precedenti (2205).

30.3 3. Conseguenze sulla prima ineguaglianza: eccentricità e apsidi

La correzione del moto solare altera profondamente la prima ineguaglianza (l’anomalia zodiacale, legata all’eccentricità dell’orbita): - Ricalcolo dell’eccentricità: - Nel semicerchio contenente l’apogeo, la riduzione del tempo (2207) rende il pianeta più veloce, portando a una minore eccentricità dell’equante (il punto rispetto al quale il moto è uniforme). - Nel quadrante maggiore del semicerchio (contenente l’apogeo), la riduzione proporzionale del tempo rende il pianeta molto più veloce (2208), facendo avvicinare il perigeo e abbassare l’apogeo (2209).


30.4 4. Implicazioni storiche e scientifiche

Il testo rappresenta un momento di transizione tra: 1. La tradizione tolemaica, che assumeva il Sole come riferimento fisico per il moto planetario, ma lo trattava come un punto geometrico (Y) privo di realtà materiale. 2. Le osservazioni di Copernico e Tycho Brahe, che avevano evidenziato l’inadeguatezza del modello geocentrico nel descrivere le irregolarità orbitali (es. la retrogradazione di Marte).

L’autore dimostra che: - L’adozione del moto solare apparente (anziché medio) è necessaria per allineare il modello alle osservazioni, ma introduce incoerenze interne (es. la discrepanza tra Z e O). - Il modello tolemaico è intrinsecamente instabile: piccole modifiche nei riferimenti (come il passaggio da Y a K~) alterano radicalmente la geometria degli eccentrici e degli epicicli, rendendo impossibile una descrizione univoca del moto. - La soluzione eliocentrica (implicita nel riferimento a Copernico) emerge come l’unica via per risolvere le contraddizioni: se il Sole è il vero centro fisico, non c’è bisogno di punti immaginari come Y o K~.

30.4.1 Dati tecnici rilevanti


30.5 5. Conclusione: un modello al limite della coerenza

Il testo rivela come il sistema tolemaico, pur ingegnoso, fosse costretto a compromessi geometrici per adattarsi alle osservazioni. La sostituzione del moto solare medio con quello apparente — necessaria per spiegare fenomeni come l’opposizione planetaria — genera una cascata di correzioni che minano la coerenza interna del modello. L’autore, pur tentando di salvare la struttura geocentrica, ne evidenzia i limiti strutturali, aprendo la strada a soluzioni alternative (come l’eliocentrismo copernicano o il sistema tychonico). La massima discrepanza (1°10’) nelle posizioni planetarie vicino alle apsidi diventa così un argomento a favore di una revisione radicale della meccanica celeste.

31 Il sistema planetario di Marte tra Tolomeo, Copernico e Brahe: una revisione critica delle ipotesi orbitali

Un’analisi geometrica e concettuale delle discrepanze tra modelli astronomici, con particolare attenzione al ruolo del Sole come centro dinamico e alla natura delle “ineguaglianze” planetarie.

Il testo affronta la complessa questione del moto di Marte, confrontando le ipotesi di Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe attraverso una rigorosa disamina geometrica e fisica. L’autore – verosimilmente Keplero, data la struttura argomentativa e i riferimenti – evidenzia come le teorie tradizionali necessitino di correzioni per spiegare le osservazioni, soprattutto riguardo alla posizione del centro del sistema planetario e alla doppia “ineguaglianza” (variazione apparente) del moto dei pianeti.

31.1 Il modello tolemaico e le sue limitazioni

Il testo parte da una critica implicita al modello tolemaico, dove la relazione tra le distanze orbitali era espressa in termini proporzionali. La frase “Prius n. erat ut ad ~À minorem quam est dimidia , sic ~x ad ÀfL” (2233) suggerisce che le proporzioni geometriche usate da Tolomeo non fossero sufficientemente precise, portando a discrepanze nelle previsioni. L’autore sottolinea come, per Tolomeo (“Pro LEMAEO vero esset, tI!”, 2235), le relazioni tra le orbite fossero semplificate, ignorando fenomeni come l’intersezione tra l’orbita di Marte e quella del Sole (“Etsi apud BRAHEVM orbis Martis secat orbem Solis”, 2237). Questa intersezione, pur riconosciuta da Brahe, viene inizialmente esclusa dall’analisi per evitare “multum enim obscuritatis in schemate” (2238), cioè per non complicare eccessivamente la rappresentazione grafica.

31.2 Il sistema ticonico e il problema del centro dinamico

Il nucleo del ragionamento ruota attorno al sistema ticonico, dove la Terra è immobile e il Sole le orbita attorno, mentre i pianeti ruotano attorno al Sole. Tuttavia, l’autore mette in luce una serie di ambiguità concettuali:

  1. Il punto di uguaglianza (punctum aequalitatis): Viene introdotto il concetto di “punctum aequalitatis” (B), distinto dal centro dell’eccentrico solare (“nam in progressu ostendetur, punctum aequalitatis et centrum eccentrici in theoria Solis non esse idem”, 2241). Questo punto, secondo Brahe, rappresenta il riferimento per il moto medio del Sole, ma la sua posizione non coincide con il centro geometrico dell’orbita.

  2. La linea del moto medio e apparente: Vengono tracciate le perpendicolari BS e CV da B e C (Terra), con CS come linea del moto apparente del Sole (“CV linea medii et CS apparentis motus Solis”, 2242). L’autore nota che Brahe, nelle sue prime concezioni (“in prima tamen conceptione lineas CV habuit”, 2243), seguiva la tradizione tolemaica e copernicana, riferendo le osservazioni alla linea del moto medio (CV) piuttosto che a quella apparente (CS). Tuttavia, questa scelta introduce una seconda ineguaglianza nel moto dei pianeti, dovuta al movimento del centro dell’eccentrico attorno alla Terra (“toties illum exuere inaequalitatem secundam, quae ei accidit ex BRAHEI sententia, ob motionem centri eccentrici circa terram”, 2247).

  3. Il centro del sistema planetario: Il testo chiarisce che, per Brahe, il centro del sistema planetario (punto di affissione) coincide con un punto V sull’orbita solare, distante dalla Terra C quanto BS (“hoc inquam punctum semper versatur in linea medii motus Solis, intervallo aequali ipsi BS”, 2248). Questo punto descrive un cerchio concentrico all’eccentrico solare, ma la sua posizione variabile rispetto al Sole introduce complicazioni. L’autore osserva che, se il pianeta si trova sulla linea VC oltre C, Brahe colloca il centro del sistema in V, facendo sì che la visione del pianeta da C sia equivalente a quella da V (“perinde tamen est ac si esset in V puncto unde dependet prima inaequalitas”, 2252). Tuttavia, questa soluzione è problematica perché:

    • Il centro V è un punto vuoto, distante solo quattro semidiametri solari dal Sole (“punctum V. P. corpore vacuum, quatuor semidiametris Solis […] a centro Solis distans”, 2265).
    • La forza motrice che spinge i pianeti attorno al Sole dovrebbe risiedere in V piuttosto che nel Sole stesso, una scelta che l’autore giudica poco plausibile (“cur non in ipso Sole?”, 2265).

31.3 Critica alla doppia ineguaglianza e proposta di revisione

L’autore contesta la necessità della seconda ineguaglianza, sostenendo che essa derivi da un’errata interpretazione del sistema ticonico. In particolare: - Quando il pianeta si trova in opposizione al Sole medio (linea CV), la seconda ineguaglianza scompare (“quoties Planeta in lineas CV medii motus Solis incidit e regione Solis, toties illum exuere inaequalitatem secundam”, 2247). - Tuttavia, quando il Sole si sposta verso posizioni diverse (ad esempio, da G a S), la linea di visione del pianeta (CO) non coincide più con la linea del moto medio (CV), reintroducendo la discrepanza (“Cum igitur CS superaverit CV, apparens igitur locus Solis est ultra oppositionem cum Planeta”, 2276).

La soluzione proposta è radicale: il centro del sistema planetario deve coincidere con il Sole stesso, non con un punto vuoto V. L’autore conclude che, se il sistema ticonico è corretto, allora: - Il centro del sistema deve essere nel Sole (SG), non in VP (“centrum systematis Planetarum non in VP sed in SG in ipsissimo Solis itinere versetur”, 2268). - Per eliminare la seconda ineguaglianza, le opposizioni planetarie devono essere riferite al Sole apparente, non al Sole medio (“sit utendum oppositionibus Planetae cum apparenti loco Solis non cum medio”, 2268). Questa revisione, nota l’autore, fu accolta da Brahe negli ultimi anni (“Quam rationem ipse BRAHEVS postremis temporibus non gravatim est amplexus”, 2269).

31.4 Implicazioni fisiche e filosofiche

Il testo affronta anche questioni di natura fisica, mettendo in discussione la coerenza del sistema ticonico con i principi della filosofia naturale: - La forza motrice: Se il Sole è il centro dinamico, la forza che muove i pianeti dovrebbe risiedere in esso (“idem vero Sol (ut in COPERNICO) vim motricem emittit ad omnes Planetas”, 2263). L’idea di un punto vuoto V come centro di questa forza è giudicata artificiosa. - Le orbite solide: Brahe negava l’esistenza di orbite solide (“nisi quod solidos orbes ille negavit”, 2249), una posizione che l’autore sembra condividere, data la complessità delle traiettorie planetarie (“quae una inter causas fuit cur BRAHEVS orbium soliditatem negaret”, 2254). Tuttavia, il testo ammette che le argomentazioni sull’affissione del sistema planetario all’orbita solare erano adattate a chi credeva nelle orbite solide (“ad captum diximus eorum qui orbes solidos credunt”, 2250). - Le traiettorie spiraliformi: I pianeti, seguendo il Sole nel suo moto attorno alla Terra, descrivono traiettorie spirali nell’etere (“Planetarum trajectus per auram aetheriam vere […] spirales efficiuntur”, 2263), un’idea che richiama il modello tolemaico ma che l’autore lascia in sospeso per future analisi (“haec inquam an sint consentanea, per occasionem alibi expendemus”, 2263).

31.5 Dati e osservazioni empiriche

L’autore sottolinea come Brahe abbia derivato la sua ipotesi da osservazioni multiple delle posizioni planetarie, soprattutto durante le opposizioni (“Ex pluribus igitur locis hujusmodi […] TYCHO BRAHE solitus est investigare inaequalitatis primae hypothesin”, 2255). Il metodo consisteva nel: 1. Misurare gli angoli formati dalle linee VO e PF (dove V e P sono posizioni del centro del sistema, O e F posizioni del pianeta) rispetto a un punto fisso (“comparationem instituit temporis interlapsi et angulorum quos VO et PF […] conformarant”, 2256). 2. Determinare la linea degli apsidi (VLD o PLD) e il centro dell’eccentrico (L), in modo che l’ipotesi risultante fosse coerente con tutte le osservazioni (“respondeat haec hypothesis omnibus locis Planetae observatis”, 2258).

31.6 Conclusione: verso una sintesi eliocentrica

Il testo si chiude con una riflessione sulla coerenza interna del sistema ticonico. L’autore riconosce che, se si accetta l’idea di Brahe, il centro del sistema deve essere il Sole, non un punto astratto. Questa posizione anticipa implicitamente il modello eliocentrico di Keplero, dove il Sole non è solo il centro geometrico, ma anche la sorgente della forza motrice. La critica alla seconda ineguaglianza e alla complessità del sistema ticonico apre la strada a una semplificazione radicale: il moto dei pianeti deve essere riferito al Sole reale, non a un’astrazione geometrica.

32 La rivoluzione kepleriana: tra meccanica celeste e testimonianza biografica

La complessità del moto planetario svelata attraverso l’analisi delle “ineguaglianze” e il passaggio dalla tradizione tolemaica alla nuova astronomia eliocentrica.

Il testo, tratto dal De Motibus Stellae Martis di Johannes Kepler (1609), rappresenta un momento cruciale nella storia dell’astronomia: la transizione dalla geometria circolare tolemaica alla dinamica eliocentrica basata su orbite ellittiche. Le frasi analizzate si concentrano su due aspetti fondamentali: l’analisi tecnica del moto di Marte (con particolare attenzione alle “ineguaglianze” del suo movimento) e la narrazione autobiografica che rivela le circostanze storiche e personali che portarono Kepler a rivoluzionare l’astronomia.


32.1 **1. La critica alle ipotesi tradizionali: il problema delle “ineguaglianze”

Kepler affronta la discrepanza tra i modelli astronomici esistenti e le osservazioni, distinguendo due tipi di “ineguaglianze” (inaequalitates) nel moto di Marte: - Prima ineguaglianza: legata al moto apparente del pianeta rispetto al Sole (opposizioni, retrogradazioni). - Seconda ineguaglianza: dipendente dalla posizione dell’osservatore (Terra) e dalla non uniformità del moto lungo l’orbita.

Il passaggio chiave è la riduzione del moto medio al moto apparente del Sole, che rivela come le ipotesi precedenti (Tolomeo, Copernico, Brahe) falliscano nel descrivere con precisione le osservazioni. Kepler dimostra che: - “Neque PARS PRIMA / CAPVT VI […] motus Solis et una centri systematis Planetarii omniumque ejus partium […] est a linea CO versus F sursum et multo celerior quam motus eccentrici” (2278): il moto del Sole (e del centro del sistema planetario) è più rapido di quello del pianeta lungo l’eccentrico, causando una retrogradazione apparente (“Pianetas in oppositione cum Sole esse retrogrados”, 2279). - La correzione del centro del sistema da V (ipotesi braheana) a Q (nuovo centro nel Sole) modifica la linea delle apsidi e accelera il moto apparente del pianeta (“minori temporis intervallo statui Planetam ulterius venisse circa centrum Q systematis”, 2283).

L’innovazione concettuale sta nell’abbandono del punto fittizio di Brahe (punctum affectionis) a favore del Sole reale come centro dinamico: “quia punctum affixionis […] jam in circulum GS transponimus nimirum in ipsum corpus Solis” (2288). Questo passaggio è cruciale: Kepler sposta il baricentro del sistema dal punto geometrico V (usato da Brahe) al Sole S, anticipando la prima legge (orbite ellittiche con il Sole in un fuoco).

La verifica empirica è rigorosa: il nuovo modello “non tantum reddet observationes has posteriores […] sed immissus in priorem hypothesin salvaturus est etiam observationes prius adhibitas intra praecisionem quinque scrupulorum” (2289). Tuttavia, persiste una discrepanza di oltre un grado (“plus uno gradu dissidere poterunt”, 2291) nelle osservazioni vicino al perigeo solare, segno che il modello richiede ulteriori correzioni (che porteranno alle orbite ellittiche).


32.2 2. La testimonianza storica: il percorso verso la scoperta

Le frasi finali (2297–2330) offrono una cronaca personale e scientifica unica, rivelando: - L’inclinazione filosofica di Kepler: “divinam vocem, quae discere jubeat homines Astronomiam, in mundo ipso expressam” (2297) riflette la sua visione di un’armonia cosmica accessibile attraverso la matematica. Tuttavia, l’astronomia non fu una scelta immediata: “nihil admodum de Astronomia in speciem solicitus” (2299), ma una necessità imposta (“extrusus sum authoritate Praeceptorum”, 2303). - Il ruolo di Tycho Brahe: L’incontro con Brahe (1600) fu determinante. Kepler descrive la divina provvidenza (“divinae rursum dispositioni asscribo”, 2313) che lo condusse in Boemia, dove ebbe accesso alle osservazioni di Marte – “ex cujus motibus omnino necesse est nos in cognitionem Astronomiae arcanorum venire” (2318). La scelta di Marte non fu casuale: il suo moto complesso era la chiave per svelare le leggi del sistema solare. - La sfida al modello braheano: Kepler ottenne da Brahe il permesso di usare le osservazioni “meo modo” (2315), nonostante il modello iniziale di Brahe (basato su epicicli e deferenti) fosse già preciso entro 2 minuti d’arco (“intra duorum scrupulorum propinquitatem”, 2320). Tuttavia, le discrepanze nelle latitudini e nelle parallassi (“in sola latitudine sub acronychios situs […] haerebat”, 2292) dimostrarono l’insufficienza del modello.


32.3 3. Dati e termini tecnici: il linguaggio della rivoluzione

Il testo è ricco di termini tecnici che definiscono il passaggio dalla tradizione alla modernità: - Linee e punti geometrici: - Linea apsidum (VD/PD): asse maggiore dell’orbita, che Kepler dimostra non essere fisso (“linea vero apsidum […] maneat in omni circuitu sibi ipsi parallelos”, 2283). - Punctum affectionis: punto fittizio di Brahe, sostituito dal Sole reale (S). - Eccentricitas: misurata in unità relative (es. “20160 qualium semidiameter epicycli majoris esset 16380”, 2324), con una correzione di “paulo minus” (2326). - Moti apparenti: - Retrogradazione: “Pianetas in oppositione cum Sole esse retrogrados” (2279). - Prima e seconda ineguaglianza: distinzione tra variazioni intrinseche (moto lungo l’orbita) ed estrinseche (posizione dell’osservatore). - Precisione osservativa: Kepler cita la tolleranza di 5 scrupoli (≈2.5 minuti d’arco) per le osservazioni precedenti, ma evidenzia errori fino a 1 grado (“plus uno gradu”, 2291) nel nuovo modello.


32.4 4. Significato storico: la frattura con il passato

Il testo documenta: 1. La crisi dei modelli circolari: Kepler dimostra che le ipotesi di Tolomeo, Copernico e Brahe sono “aequipollentes” (equivalenti) nella prima ineguaglianza, ma divergono nella seconda (“in secundis discrepantia”, 2294). Questo fallimento lo spinge a cercare una nuova geometria (le ellissi). 2. Il metodo empirico: L’uso delle osservazioni di Brahe come verifica quantitativa (“observationibus meo modo uti”, 2315) segna il passaggio dall’astronomia speculativa a quella basata su dati. 3. La dimensione autobiografica: Kepler si presenta come uno strumento del destino (“fatum quodpiam occulte homines alios ad alias artes impellit”, 2298), ma anche come un ribelle che sfida l’autorità (“ab authore impetravi ut mihi liceret”).

La chiusura del capitolo VI (“totius operis est difficilima ob labyrinthos opinionum”, 2294) anticipa la complessità delle Leggi di Kepler, che emergeranno solo dopo anni di calcoli. Il testo è dunque una testimonianza viva del processo scientifico: non solo una dimostrazione tecnica, ma il racconto di una battaglia intellettuale contro le “vocum aequivocationes” (ambiguità terminologiche) e i “labyrinthos” delle teorie precedenti.


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33 L’analisi kepleriana delle opposizioni di Marte e le discrepanze osservative

Un resoconto tecnico sulle misurazioni di Marte nel XVI secolo, tra calcoli teorici, osservazioni empiriche e i primi accenni alla rifrazione atmosferica.

Il testo presenta una disamina dettagliata delle opposizioni di Marte osservate tra il 1580 e il 1585, con particolare attenzione alle discrepanze tra i dati calcolati (basati sulle Tavole Pruteniche) e quelli rilevati empiricamente. L’autore – verosimilmente Keplero – confronta le proprie osservazioni con quelle di Tycho Brahe, evidenziando errori sistematici e introducendo concetti chiave per l’astronomia moderna.

33.1 1. La prima opposizione (1580) e il problema del moto diurno

Il passaggio (2721) segnala che la riduzione dei dati fu portata “ad articulum oppositionis, usurpatione motus diurni ex Prutenicis”, ovvero utilizzando il moto diurno (rotazione terrestre) desunto dalle Tavole Pruteniche, un sistema di effemeridi basato sul modello copernicano ma con correzioni empiriche. Questa scelta metodologica introduce una fonte di incertezza, poiché il moto diurno non era stato osservato direttamente ma mutuato da fonti esterne.

Le osservazioni di Marte in opposizione (2724–2749) rivelano una variabilità nelle misurazioni che l’autore attribuisce proprio all’uso di un moto diurno non verificato: - Il 12 maggio (2724), Marte è posto a “8 gr. 20 min.” in meridiano. - Il 17 maggio (2726), la posizione scende a “6 gr. 25 min.”, implicando un moto di “1 gr. 55 min.” in 5 giorni (2728). - Tuttavia, le tavole (“STADIO”, 2730) prevedevano “1 gr. 52 min.”, una differenza di 3 minuti.

La precisione delle osservazioni è minuziosa: le coordinate sono espresse in gradi (°), minuti (’) e secondi (“), con variazioni di pochi secondi tra le rilevazioni. Ad esempio, per il 17 maggio alle ore IX (2738), Tycho Brahe colloca l’opposizione a “6 gr. 46 min. 10 sec. (2747–2748), mentre l’autore calcola valori oscillanti tra “6 gr. 41 min. 50 sec. (2734) e “6 gr. 45 min. 54 sec.” (2746). La conclusione (2749) è esplicita: > “Vides hanc oppositionem […] esse paulo incertiorem, quod utatur diurno non observato sed aliunde mutuato, qui ipse apud diversos authores per hos V dies tribus scrupulis a se ipso dissidet.” L’incertezza deriva dall’uso di un moto diurno non osservato direttamente, che varia di “tre scrupoli” (3 minuti) tra autori diversi nello stesso intervallo di tempo.


33.2 2. La seconda opposizione (1582) e il ruolo della rifrazione

L’osservazione del 28 dicembre 1582 (2751) introduce un elemento nuovo: la correzione per rifrazione atmosferica. Marte è posto a “16 gr. 47 min.” (2752), ma Tycho Brahe assegna l’opposizione a “16 gr. 46 min. 16 sec.” (2756–2758), con uno scarto di soli “46 minuti” (2755) rispetto al momento effettivo.

Il passaggio (2760) è cruciale: > “Hic adjectu schedae affectabatur correctio per refractionem 2 scrupulorum, quam puto fuisse rudimentum nascentis tunc opinionis de refractionibus.” L’autore nota che Tycho applicò una correzione di 2 scrupoli (2 minuti) per la rifrazione, definendola un “rudimento” della nascente teoria sulle deviazioni luminose causate dall’atmosfera. Tuttavia, Tycho non modificò la posizione osservata (2761), poiché Marte si trovava “in I Cancro extra refractiones” (2763), ovvero in una zona del cielo dove la rifrazione era trascurabile (vicino allo zenit, dove l’effetto è minimo).


33.3 3. La terza opposizione (1585) e l’assenza di parallasse

L’ultima osservazione citata, del 31 gennaio 1585 (2765), colloca Marte a “21 gr.” in meridiano. Il testo sottolinea che, in questo caso, non era necessario considerare spostamenti apparenti del pianeta (“quare non considerabat Planetam quasi qui locum permutet”, 2762), perché: - Marte si trovava “in medio coeli” (2763), dove la parallasse in longitudine è nulla. - Era “extra refractiones” (2763), ovvero lontano dagli effetti di distorsione atmosferica.


33.4 Significato storico e scientifico

Il testo testimonia una fase di transizione nell’astronomia del tardo XVI secolo: 1. Critica alle Tavole Pruteniche: L’autore evidenzia come i modelli teorici (basati su Copernico) richiedessero correzioni empiriche, soprattutto per il moto diurno. 2. Precisione osservativa: Le misurazioni di Tycho Brahe e dell’autore raggiungono una risoluzione di secondi d’arco, un livello di dettaglio senza precedenti. 3. Rifrazione atmosferica: Il riferimento ai “2 scrupoli” (2760) anticipa le ricerche successive (come quelle di Keplero e Snell) che porteranno alla formalizzazione delle leggi della rifrazione. 4. Parallasse e posizione dei pianeti: L’assenza di parallasse in “medio coeli” (2763) riflette la consapevolezza che gli effetti di prospettiva variano con l’altezza sull’orizzonte.

Le discrepanze tra teoria e osservazione qui documentate saranno fondamentali per Keplero nello sviluppo delle leggi del moto planetario, dimostrando come l’astronomia del tempo fosse un equilibrio tra calcolo matematico e verifica empirica.

34 Calcoli astronomici e correzioni osservative nel trattato di Keplero

Un resoconto delle misurazioni, correzioni e discrepanze nei dati planetari registrati tra il 1587 e il

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli astronomici relativi alla posizione di un pianeta (probabilmente Marte, data la menzione di opposizioni solari e il contesto kepleriano), con particolare attenzione alle correzioni per moto diurno, parallasse e rifrazione. Le misure sono espresse in gradi (gr.), minuti (min.) e secondi (sec.), seguendo la notazione dell’epoca.

34.1 Osservazioni e correzioni temporali

Il nucleo del testo riguarda la determinazione del momento esatto di opposizione planetaria e le successive rettifiche. In particolare: - L’opposizione viene fissata inizialmente alle ore XIX, minuti XXXV (frase 2771: “Sequitur momentum oppositionis H. XIX M. XXXV per horas VII M. XXXV”), con un moto diurno di 7 min. e 41 sec. in antecedentia (frase 2772-2774), cioè in direzione retrograda rispetto al moto apparente. - Il risultato finale viene collocato a 21 gradi, 10 min., 30 sec. (frasi 2775-2777: “Ergo momento destinato fuerit in 21 gr. 10 min. 30 sec.”), confermato come dato assunto (“quod et assumptum est”, frase 2779).

34.2 Esclusione di parallasse e rifrazione

Due elementi vengono esplicitamente esclusi dai calcoli: 1. Parallasse: “Nulla parallaxeos mentio” (frase 2780), ovvero non viene considerata alcuna correzione per l’effetto di parallasse, probabilmente perché trascurabile. 2. Rifrazione atmosferica: “De refractione non erat necessarium, quia d’ altus et in M. C. Itaque monitiunculam de refractione in tabula (jure) neglectam invenio” (frase 2781). La correzione per rifrazione viene omessa perché il pianeta era alto nel cielo (d’ altus) e in Medium Coeli (M.C., punto culminante), rendendo l’effetto minimo.

34.3 Dati osservativi e discrepanze

Il testo elenca tre osservazioni principali, con relative correzioni:

  1. 7 marzo 1587 (frasi 2783-2796):
    • Posizione iniziale dedotta: 25 gr., 10 min., 20 sec. (frase 2785).
    • Tempo registrato: ore XIX, minuti X (frase 2783), poi modificato in ore XVII, minuti XXII (frase 2787).
    • La differenza di 1 ora, 48 minuti (frase 2788) viene compensata dal moto diurno di 24 minuti, producendo una correzione di 1 min. e 48 sec. (frasi 2789-2791).
    • Il risultato atteso sarebbe stato 25 gr., 8 min., 5 sec. (“Debuisset igitur 25 gr. 8 min. F sec.”, frase 2792-2794), più vicino all’opposizione solare (“quod et propius accedit ad oppositum Solis”, frase 2795). La discrepanza finale è definita “nullius fere momenti” (frase 2796), cioè trascurabile.
  2. 15 aprile 1589 (frasi 2797-2810):
    • Posizione iniziale: 3 gr., 58 min., 21 sec. (frase 2799), corretta per parallasse in longitudine a 3 gr., 57 min., 11 sec. (frasi 2800-2802: “correxerunt per parallaxin longitudinis, ut esset 3 gr. 57 min. 11 sec.”).
    • Rimangono 1 ora e 30 minuti fino al momento di opposizione (frase 2803), che, applicando un moto diurno di 4° 6′ (probabile errore di trascrizione per 4 min. 6 sec.), fanno retrocedere il pianeta di 1 min. e 2,2 sec. (frasi 2804-2805).
    • La posizione finale risulta 3 gr., 55 min., 49 sec. (frasi 2806-2808), ma viene assunta 3 gr., 58 min. (frase 2809-2810), suggerendo una semplificazione o un’approssimazione.

34.4 Termini e metodologia

34.5 Significato storico

Il documento appartiene chiaramente al lavoro di Johannes Kepler (o di un suo contemporaneo), come suggerito dal riferimento a “PARS SECVNDA / CAPVT X” (frase 2803) e dalla metodologia osservativa. Le date (1587-1589) collocano il testo nel periodo in cui Kepler stava elaborando le sue leggi sul moto planetario, basandosi su dati di Tycho Brahe. Le discrepanze tra osservazioni e calcoli (“Differentia nullius fere momenti”, frase 2796) testimoniano la ricerca di precisione che porterà alla formulazione della prima legge di Kepler (orbite ellittiche). L’attenzione a parallasse e rifrazione rivela inoltre l’evoluzione degli strumenti e delle tecniche astronomiche tra Rinascimento e rivoluzione scientifica.

35 Osservazioni astronomiche e calcoli orbitali di Giove tra il 1591 e il 1595

Un resoconto meticoloso delle posizioni di Giove, con misurazioni temporali e angolari, confrontate con tabelle predittive.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative al moto di Giove (J), condotte tra la fine del XVI secolo, con particolare attenzione ai dettagli temporali e angolari. Le annotazioni seguono una struttura rigorosa, alternando dati empirici a confronti con tabelle di riferimento.

35.1 Cronologia e posizioni osservate

Le prime registrazioni risalgono al 6 giugno 1591 (2814), quando Giove viene collocato a 2° 7’ 15’’ (2815). L’osservazione prosegue con calcoli di avanzamento: “Supersunt ad momentum assignatum D. II H. IV M. v” (2817), indicando un intervallo di 2 giorni, 4 ore e 5 minuti prima del momento stabilito. In questo lasso di tempo, il pianeta si sposta di 1° 12’ 47’’ (2817-2819), portandolo a 2° 6’ 35’ 31’’ (2821-2823). Il confronto con le tabelle (“Tabula 6 gr. 10 min.”, 2827-2828) evidenzia una discrepanza di pochi minuti, giustificata dall’assenza di correzioni per la parallasse longitudinale (“Variationibus horizontalibus in longum non est opus, quia J in M. ç.”, 2825).

Un’osservazione successiva, datata 24 agosto 1593 (2832), posiziona Giove a 12° 38’ (2833), con un moto diurno di 16’ 45’’ (2834-2835). L’annotazione precisa che la misurazione avviene “circa nonagesimum ubi parallaxis longitudinis nulla” (2836), ovvero vicino al punto in cui la parallasse non influisce sulla longitudine. L’opposizione (“momentum oppositionis”) precede il momento assegnato di 8 ore e 17 minuti (2837), corrispondenti a uno spostamento di 5’ 48’’ (2837-2838). Il risultato finale, 12° 43’ 48’’ (2840-2842), coincide quasi perfettamente con le tabelle (“tabula gr. 43 min. 45 sec. habet”, 2844-2847).

L’ultima osservazione riportata è del 30 ottobre 1595 (2849), con Giove a 17° 48’ (2850-2851) e un moto diurno di 2’ 2’ 54’’ (2853-2854). Il momento assegnato precede l’osservazione di 11 ore e 48 minuti, cui corrisponde uno spostamento di 11’ (2855).

35.2 Metodologia e peculiarità

Il testo rivela un approccio sistematico: 1. Precisione temporale: le misurazioni includono ore, minuti e secondi (“H. XII M. XX”, 2815), con calcoli di intervalli (“diebus quatuor inventus fuit promoveri per 1 gr.”, 2817). 2. Confronto con tabelle: ogni posizione osservata viene verificata con valori predittivi (“Tabula 6 gr.”, 2827), evidenziando scarti minimi (es. 32’ vs 35’ 31’’). 3. Correzioni per parallasse: si nota l’esclusione di variazioni orizzontali quando Giove si trova in posizioni specifiche (“quia J in M. ç.”, 2825), suggerendo una consapevolezza degli effetti ottici. 4. Simboli e abbreviazioni: termini come “X” (forse riferito a un punto di riferimento o a un simbolo zodiacale) e “PIaneta” (2843) sono usati in modo ricorrente, mentre “~” (2852) potrebbe indicare un’approssimazione o un dato mancante.

35.3 Significato storico

Le annotazioni riflettono la transizione tra astronomia tolemaica e copernicana, con un’attenzione maniacale ai dettagli orbitali. La precisione dei dati (fino ai secondi d’arco) e il confronto con tabelle suggeriscono un contesto di verifica empirica delle teorie, tipico del lavoro di astronomi come Tycho Brahe o Keplero. L’assenza di riferimenti espliciti a modelli eliocentrici o geocentrici lascia intendere un approccio pragmatico, focalizzato sulla raccolta di dati per future elaborazioni teoriche.

36 Osservazioni astronomiche di Marte nel 1597: parallasse, discrepanze e limiti strumentali

Un resoconto delle misurazioni di Tycho Brahe e dei suoi collaboratori sull’opposizione di Marte, segnato da incertezze osservative e dalla tensione tra precisione teorica e limiti pratici.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative alla posizione di Marte, condotte tra dicembre 1597 e gennaio 1598, con particolare attenzione all’opposizione del pianeta (momento in cui Marte si trova in direzione opposta al Sole rispetto alla Terra). Le misurazioni sono caratterizzate da discrepanze tra dati osservati e valori tabulati, nonché da correzioni dovute alla parallasse e a errori strumentali.

36.1 Dati osservativi e correzioni

Le prime frasi (2856-2863) registrano una posizione iniziale di Marte a 17 gradi, 59 minuti e 7 secondi, ma con una nota critica: “Sed projectus erat in orientem ob parallaxin” (2860) – “Ma era proiettato verso est a causa della parallasse”. La parallasse, effetto ottico dovuto al cambiamento di prospettiva terrestre, richiedeva una correzione per ottenere la posizione reale. Tuttavia, si osserva che “illi forsan ex alia meridiana observatione ponunt in tabula 17 gr. 56 mi. 15 se.” (2861-2863), suggerendo che i valori tabulati (forse di Magini o altri astronomi) differissero leggermente dalle osservazioni dirette.

Un passaggio chiave riguarda la determinazione del momento esatto dell’opposizione (2866-2881). Il 10 dicembre 1597 (“Anno MDXCVII D. X Decemb.”, 2866), due misurazioni successive collocano Marte a 3 gradi e 30 minuti (2867-2868) e poi a 4 gradi e 1 minuto (2869-2870), con una media di 3 gradi e 45 minuti (2871-2872). L’opposizione avvenne “post dies III H. V M. V” (2874) – “dopo 3 giorni, 5 ore e 5 minuti” – e le tavole di Magini indicavano una posizione di 1 grado e 15 minuti in antecedentia (2875-2876), portando a una correzione finale di 2 gradi e 30 minuti (2877-2878), poi arrotondata a 2 gradi e 28 minuti (2879-2880) per le tavole.

36.2 Limiti strumentali e contesto storico

Il testo rivela criticità metodologiche e condizioni osservative sfavorevoli. La frase “Causa observationis crassae per radium, ex tempore DJ patet” (2882) – “La causa dell’osservazione grossolana è evidente dal tempo [impiegato] con il raggio” – indica che le misurazioni furono effettuate con uno strumento rudimentale (“radius”), probabilmente un semplice bastone di mira, anziché con i sofisticati quadranti di Tycho. Questo è confermato da “Excesserat TYCHO ex insula, relictis instrumentis I praeter radium” (2883) – “Tycho aveva lasciato l’isola [Hven], portando con sé solo il raggio” – e dal rimpianto espresso in “Vtinam vero mansisset hactenus” (2884) – “Magari si fosse fermato qui”.

L’importanza storica dell’osservazione emerge in “Eximia enim erat hujus oppositionis opportunitas (nec intra hominis aetatem adeo saepe recurrens) ad parallaxes Martis probandas” (2885) – “Straordinaria era infatti l’opportunità di questa opposizione (che non ricorre così spesso in una vita umana) per verificare le parallassi di Marte”. Le opposizioni di Marte, infatti, offrivano rari momenti per misurare la distanza del pianeta dalla Terra, un dato cruciale per confermare o confutare i modelli cosmologici (tolemaico vs. copernicano).

36.3 Misurazioni dettagliate e calcoli

Le osservazioni successive (2887-2900) forniscono coordinate precise dell’ascensione retta di Marte, rilevate in date diverse: - Il 23 gennaio 1598 (“X. nno MD le XXIII anuarll”, 2887), alle ore 11, Marte era misurato rispetto a tre stelle di riferimento (“lucido pede II”, “corde”, “Polluce”), con valori medi di 134 gradi, 2 minuti e 33 secondi (2889). - Il 24 gennaio, alle 11:40, la posizione era 10 gradi, 38 minuti e 46 secondi (2891-2893), mentre il 3 febbraio, alla stessa ora, Marte si trovava a 6 gradi, 18 minuti e 6 secondi (2895-2897). Da questi dati si calcolava un moto diurno di 23 minuti e 44 secondi (2898).

36.4 Gerarchia dei concetti

  1. Osservazione vs. teoria: Le discrepanze tra dati osservati e tabulati (es. 2857-2863 vs. 2875-2880) evidenziano la tensione tra misurazioni empiriche e modelli predittivi.
  2. Parallasse e correzioni: La necessità di aggiustare le posizioni per effetto della parallasse (2860) sottolinea la complessità delle osservazioni pre-telescopiche.
  3. Limiti strumentali: L’uso del “radius” (2882-2883) introduce errori sistematici, come ammesso esplicitamente.
  4. Valore scientifico: L’opposizione del 1597 era un’occasione unica per studiare Marte (2885), ma le condizioni non permisero di sfruttarla appieno.

Il testo si configura come una testimonianza diretta delle difficoltà pratiche nell’astronomia pre-moderna, dove la precisione era spesso sacrificata a favore della continuità osservativa, anche in condizioni subottimali.

37 Riflessioni critiche sulle osservazioni di Marte e le parallassi nel lavoro di Tycho Brahe

Un’analisi delle incertezze osservative, dei metodi di calcolo e delle contraddizioni tra intenti teorici e risultati pratici nel trattato astronomico.

Il testo affronta le difficoltà metodologiche e le incongruenze nelle osservazioni di Marte condotte da Tycho Brahe e dai suoi collaboratori, con particolare attenzione al problema delle parallassi diurne e alla loro misurazione. L’autore evidenzia come anche nelle condizioni più favorevoli — strumenti trasportati in Boemia (2905: “Venerant tunc instrumenta (nec ea maxima) in Bohemiam; nec dum satis erant bene collocata et praeterea affecta ab itinere”) — le misurazioni fossero affette da errori sistematici, dovuti sia alla mancanza di stabilità degli strumenti sia all’incertezza intrinseca delle osservazioni, quantificata in “aliquot minutorum” (2904). Questa discrepanza, anche di pochi minuti d’arco, emerge chiaramente quando si confrontano le ascensioni rette di due stelle, che possono differire fino a “III scrupulis” (2906), un margine non trascurabile per calcoli di precisione.

Il nodo centrale del discorso riguarda la parallasse di Marte, un fenomeno che Tycho Brahe aveva dichiarato di aver misurato come “notabiliter majorem Solari” (2924). Tuttavia, l’autore mette in luce una contraddizione fondamentale tra l’intento originario di Brahe e l’esecuzione pratica dei suoi assistenti. Mentre Brahe auspicava un confronto diretto tra osservazioni mattutine e serali di Marte per dedurne la parallasse (2931: “Ille volebat, ut ex matutinis et vespertinis observationibus inter se comparatis inquirerent parallaxin Martis”), i suoi collaboratori si limitarono a calcolare la parallasse teorica prevista dal modello copernicano (2927-2929). Questo scarto tra metodo e risultato è sintetizzato in modo lapidario: “Aliud igitur BRAHEVS proposuerat, aliud ministri calculi sunt exsecuti” (2930). L’autore esprime perplessità su come Brahe potesse aver basato le sue conclusioni sulla sola “fides ministrorum” (2932), senza un controllo diretto dei dati.

Le criticità tecniche delle osservazioni emergono con chiarezza. Il confronto tra Marte e stelle fisse vicine all’eclittica — pratica comune (2919) — si rivelava problematico perché le stelle utilizzate al mattino non erano più visibili o affidabili la sera, a causa della rifrazione atmosferica o della loro posizione (2921: “ob IO refractionem inepta est in hoc subtili negotio”). La sostituzione delle stelle di riferimento introduceva un’ulteriore fonte di errore, riducendo la “fides negotio” (2923). Inoltre, l’autore sottolinea l’inadeguatezza del metodo tradizionale per Marte: poiché il pianeta, in opposizione al Sole, si muove di moto retrogrado, le osservazioni mattutine e serali richiedevano stelle di confronto diverse, compromettendo la coerenza dei dati (2920).

Dal punto di vista teorico, il testo affronta la complessità della determinazione delle parallassi. L’autore spiega che per correggere la posizione di Marte occorreva prima conoscere l’orbita del pianeta, la cui definizione dipendeva a sua volta dall’inclinazione del piano orbitale e dalla posizione dei nodi (2913). Questi parametri, però, non potevano essere determinati senza una stima preliminare della parallasse (2914: “Rursum inclinatio et nodi nequeunt sine parallaxi diurna cognosci”), creando un circolo vizioso risolvibile solo partendo proprio dalla parallasse (2915: “A parallaxi igitur incipiendum”). Vengono proposti due metodi di indagine (2916), ma l’analisi delle osservazioni di Brahe del 1582 — condotte con “incredibilem diligentiam” (2918) — rivela risultati deludenti: “ex qua aut plane nullam aut perexiguam elicueris Martis parallaxin” (2918). L’autore attribuisce questo fallimento non solo alle limitazioni strumentali, ma anche all’approccio sbagliato dei collaboratori, che avevano forzato i dati per adattarli al modello copernicano (2927-2928), impiegando calcoli “prolixissimis” per confermare una parallasse maggiore di quella solare, obiettivo che non era stato inizialmente posto.

I dati osservativi citati per il 1582 offrono uno spaccato concreto delle difficoltà. Durante la notte tra il 23 e il 24 novembre, Marte apparve stazionario (2933-2934), con movimenti successivi di “XI et XV minutorum” (2935). Il 26 dicembre, la sua posizione fu misurata rispetto a stelle fisse: distava “2 gr. 25 mi.” o “2 gr. 26 min.” dalla seconda stella dei Gemelli, e “1 gr. 6 min.” o “1 gr. 7 min.” dalla settima (2936-2943), con una latitudine di “1 gr. 9 min.” (2944-2945). Questi valori, pur precisi, riflettono le incertezze nelle misurazioni, dovute sia alla variabilità delle stelle di riferimento sia alle condizioni osservative.

Il testo assume un significato storico rilevante come testimonianza delle tensioni tra teoria e pratica astronomica nel tardo XVI secolo. Mostra come anche un osservatore meticoloso come Brahe dovesse confrontarsi con limiti strumentali, errori umani e pressioni teoriche (come l’adesione al modello copernicano). L’autore, pur senza esplicitarlo, sembra suggerire che le conclusioni di Brahe sulla parallasse di Marte fossero più frutto di pregiudizi teorici che di evidenze empiriche, un monito contro l’eccessiva fiducia nei modelli a scapito dei dati. La critica implicita al metodo dei collaboratori — che “accomodarunt ad schema Copernicanum” (2927) — rivela inoltre una distanza epistemologica tra l’astronomia osservativa di Brahe e le speculazioni geometriche dei suoi assistenti, anticipando il dibattito tra empirismo e razionalismo che avrebbe caratterizzato la rivoluzione scientifica successiva.

38 Osservazioni astronomiche di Marte nel De Motibus Stellae Martis di Keplero

Dati osservativi e riflessioni sulla parallasse e la rifrazione nella misurazione del moto retrogrado di Marte.

Il testo riporta una serie di misurazioni astronomiche condotte da Keplero tra il 1600 (MDC) e il 1582 (MDLXXXII) – quest’ultimo anno indicato come “completo” (“€9, hoc est, completo MDLXXXII”, 2955) – relative alla posizione di Marte e ad anomalie nel suo moto apparente. Le osservazioni sono espresse in gradi (°) e minuti (’), con riferimenti a costellazioni (Toro, Leone) e punti cardinali (latitudine australe o boreale).

38.1 Posizioni e misurazioni chiave

Le prime rilevazioni (2947–2951) collocano Marte a una distanza angolare di 44° 41’ dall’occhio del Toro (“Hora igitur VIII M. XXVIII distabat ab oculo Tauri 44 grado 41 min”), con una latitudine australe di 5° 31’ (“cujus latitudo 5 gr. 31 min. Australis”) e una longitudine di 4° 12’ (“longitudo 4 gr. 12 ~ min.”). L’anno di riferimento è il 1600 (“II anno MDC”, 2952), ma Keplero confronta i dati con quelli del 1582, quando la longitudine di Marte era di 17° 53’ (“Hinc Martis longitudo quasi 40 anno MDC 17 gr. 53 Y:J min”, 2953–2954).

Un’osservazione successiva (2961–2968) registra la posizione di Marte alle 7:15 del mattino del 27 dicembre, a 36° 43’ dal cuore del Leone (“Vicissim hora VII M. XV matutina diei XXVII Decembris distabat a corde Leonis 36 gr. 43 min”), con latitudine 0° 26’ (“cujus latitudo o gr. 26~ min”) e longitudine 17° 28’ (“hinc ejus longitudo MDLXXXII completo 17 gr. 28Y:3min”). L’altezza sull’orizzonte è di 14° 4’, e Keplero annota che questa misura è influenzata dalla rifrazione atmosferica (“in refractione igitur”, 2969).

38.2 Moto retrogrado e discrepanze osservative

Tra le 20:28 della sera e le 7:15 del mattino successivo (“Ab hora ergo IIX M. XXIIX ~ vespertina in horam XIX M. XV”), Marte appare retrocedere di 9’ 30“** in 10 ore e 46 minuti (visus est retrocedere per 9% min, 2970). Tuttavia, il moto diurno atteso per quel periodo sarebbe stato di 25’ in 24 ore e 21 minuti (”horis XXIV M. XXI mutata est per 25 min, 2975), come confermato anche il 27 gennaio (”Atque hic diurnus mansit etiam die IO XXVII, 2976). La discrepanza emerge chiaramente: in 10 ore e 46 minuti sarebbero dovuti corrispondere 11’ 30”, ma ne sono stati osservati solo 9’ 30 (“Horis ergo X M. XLVI ~ debebantur minuta 11~: at vidimus tantum 9% min”, 2977).

38.3 Analisi delle cause: parallasse e rifrazione

Keplero indaga le possibili spiegazioni per la riduzione del moto apparente. La parallasse – effetto ottico dovuto alla posizione dell’osservatore sulla Terra – viene esclusa: mentre per la Luna essa ritarda il moto apparente (“parallaxis Lunae diurna motum retardat ad visum”, 2980), per Marte, in moto retrogrado, dovrebbe accelerarlo (“eadem parallaxis Martis motum retrogradum accelerato”, 2980). Poiché invece il moto risulta diminuito (“At hic diminutus est motus”, 2981), Keplero conclude che nessuna parallasse significativa è presente (“Nulla igitur parallaxis”, 2982).

La causa principale viene individuata nella rifrazione atmosferica, che altera la posizione apparente degli astri vicino all’orizzonte. Keplero stima una rifrazione di 13° 4’ per le stelle fisse (“refractio altitudinis 13 gr. minutorum 4 ex tabella Fixarum”, 2984–2985) e di 8’ per il Sole (“8 min. ex tabella 20 t Solis”, 2985). Tuttavia, solo una minima parte di questa rifrazione influisce sulla longitudine (“cuius minima pars cedit longitudini”, 2986), data l’obliquità della costellazione del Cancro (“quia Cancer valde oblique descendit”). La correzione massima per la longitudine è di 3’ (“Trium igitur ad summum minuto rum contigit refractio longitudinis”, 2987), che, sommata ai 9’ 30“** osservati, porta a un moto reale di 12’ 30” (”addita constituunt 12% min”, 2988). Senza rifrazione, il moto avrebbe dovuto essere di 11’ 30, valore comunque inferiore ai 25’ del moto diurno atteso (“motum horarum X % refractione liberum, qui si parallaxi etiam caruisset, debuit esse min. 11~”, 2989–2990).

Questa analisi dimostra come Keplero, pur non disponendo di strumenti moderni, cercasse di quantificare e correggere gli errori sistematici nelle osservazioni, ponendo le basi per la comprensione dei moti planetari.

39 Le osservazioni di Tycho Brahe sulla parallasse di Marte e la sfida al modello geocentrico

Un resoconto delle misurazioni di Marte condotte nel gennaio 1583, che rivelano una parallasse di longitudine trascurabile e rafforzano l’ipotesi di un moto planetario non geocentrico.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche condotte da Tycho Brahe nel gennaio 1583, finalizzate a determinare la parallasse di longitudine di Marte. Questo parametro, cruciale per verificare la distanza del pianeta dalla Terra, assumeva un ruolo centrale nel dibattito tra il modello geocentrico tolemaico e le nascenti teorie eliocentriche.

39.1 Misurazioni e calcoli della parallasse

Le osservazioni si concentrano sulla posizione di Marte rispetto a due stelle fisse: la “lucida pedis Erichthonii” (probabilmente μ Geminorum) e il “cor Leonis” (Regolo, α Leonis). Il 16 gennaio 1583, alle 19:30 (ora VII e mezza), Marte distava dalla prima stella “23 gradi e 29 minuti” (“23gr. 29 min.”, 2994) con un’altitudine di “51 gradi” (2995). La mattina successiva, alle 5:00, la distanza era di “43 gradi e 58 minuti” (2996) con un’altitudine di “15 gradi” (2997). Brahe nota che “Mars per regulam apparebat exquisite cum utraque stella in eadem recta” (“Marte appariva perfettamente allineato con entrambe le stelle in linea retta”, 2998), suggerendo che il moto del pianeta avvenisse lungo quella direzione.

Il calcolo della parallasse si basa sulla differenza di posizione di Marte tra due osservazioni distanziate nel tempo. Il 16 gennaio, alle 22:00 (ora X), la distanza dalla “lucida pedis Erichthonii” era di “23 gradi e 27 minuti” (3002), mentre il 17 gennaio, alla stessa ora, era di “23 gradi e 12 minuti” (3004). La differenza di “14 minuti” (3005) rappresenta il moto diurno di Marte. Per isolare la parallasse, Brahe confronta queste misure con la distanza angolare fissa tra le due stelle di riferimento (“67 gradi e 21 minuti”, 3006-3007), ottenendo che Marte distava da Regolo “43 gradi e 52 minuti” la sera e “43 gradi e 58 minuti” la mattina successiva (3010-3013), con una differenza di “6 minuti” (3014).

39.2 Risultati e implicazioni

Il dato cruciale emerge dal confronto tra le osservazioni serali e mattutine: “aggregatum utriusque parallaxeos non plus 0 3/5’” (“la somma delle due parallassi non supera i 3/5 di minuto”, 3020). Questo valore, estremamente ridotto, viene ulteriormente ridimensionato dall’effetto della rifrazione atmosferica, che Brahe stima trascurabile (“Hoc vero valde parum est”, 3021) data l’altitudine simile di Marte e Regolo (“fere essent in eadem altitudine”, 3023). Le osservazioni del 17 e 18 gennaio confermano la stabilità del risultato: la parallasse non supera “1 minuto” (3033), mentre la rifrazione non introduce distorsioni significative (“Refractio nihil turbato”, 3034).

39.3 Significato storico e scientifico

Questi dati rappresentano una testimonianza diretta della precisione raggiunta da Brahe nelle misurazioni astronomiche, resa possibile dall’uso di strumenti avanzati per l’epoca (come il quadrante murale). La parallasse trascurabile di Marte contraddiceva le previsioni del modello geocentrico, che prevedeva una parallasse maggiore per i pianeti più vicini alla Terra. Sebbene Brahe non aderisse all’eliocentrismo copernicano, le sue osservazioni fornirono a Keplero (suo successore) i dati empirici necessari per formulare le leggi del moto planetario, segnando un passaggio fondamentale verso la rivoluzione astronomica del XVII secolo.

40 Osservazioni astronomiche di Tycho Brahe e la ricerca della parallasse di Marte

Un resoconto delle misurazioni di Brahe sulla distanza angolare di Marte e dei tentativi di determinarne la parallasse, con implicazioni per la teoria eliocentrica.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli condotti da Tycho Brahe (e successivamente ripresi dall’autore) per determinare la parallasse di Marte, un parametro cruciale per stabilire la distanza del pianeta dalla Terra e, di conseguenza, per validare o confutare i modelli cosmologici dell’epoca. Le misurazioni, espresse in gradi, minuti e secondi, si concentrano su intervalli temporali precisi e su distanze angolari tra Marte e stelle di riferimento, con particolare attenzione alla stella nella costellazione dell’Asinella (“in axilla”).

40.1 Metodologia e dati osservativi

Le osservazioni si basano su misurazioni ripetute della distanza angolare tra Marte e punti fissi nel cielo, effettuate in momenti diversi della giornata (mattina e sera) per rilevare eventuali variazioni dovute alla parallasse. Ad esempio: - “(3037) - Alle ore mattutine IV e 52 minuti [M. LII], distava dalla stessa [stella] 7 gradi e 59 minuti”. - “(3043) - Il 18 gennaio, alla sera, alle ore VIII e 52 minuti, tra Marte e il cuore [della costellazione] 44 gradi e 22 minuti”. - “(3044) - Il 22 gennaio, al mattino, alle ore IV e mezza, la stessa distanza era di 44 gradi e 22 minuti”.

Questi dati vengono poi confrontati per calcolare il moto apparente orario di Marte: - “(3046) - Il moto dunque in 7 ore e 53 minuti è di 8 minuti e 1/3”. - “(3048) - In 21 ore e 11 minuti il moto è di 10 minuti circa. E in 8 ore spettano meno di 4 minuti”.

L’obiettivo è isolare la componente di moto dovuta alla parallasse, escludendo il moto diurno della Terra. L’autore sottolinea come Brahe avesse progettato le osservazioni proprio per questo scopo: - “(3041) - Nota: per questo motivo assumo la distanza da questa stella, perché il corso [di Marte] sembra procedere da essa, in modo che, confrontando la distanza al mattino e alla sera, mostri la parallasse”.

40.2 Calcoli e ipotesi sulla parallasse

Il testo procede con una verifica quantitativa dell’ipotesi che la parallasse di Marte fosse maggiore di quella solare (all’epoca stimata in 3 minuti d’arco). Si assume per Marte un valore di 4 minuti (“(3051) - Poiché riteniamo che la parallasse del Sole sia di 3 minuti, Marte ne abbia 4”), ma i dati osservativi non confermano questa previsione: - “(3069) - Ne consegue che il moto orario di Marte avrebbe dovuto apparire maggiore di 4 minuti rispetto a quello che segue proporzionalmente dal moto diurno”. - “(3070) - Poiché le osservazioni lo smentiscono, non è dunque così grande la parallasse di Marte”.

Le conclusioni sono nette: la parallasse risulta ”perexigua, saepe nulla” (“(3071) - Simili osservazioni esistono per gli anni 1585, 1595, e altrove, dalle quali la parallasse risulta minima, spesso nulla”). In alcuni casi, addirittura, i dati sembrano indicare un effetto opposto a quello atteso (“(3072) - Talvolta è stato annotato da Brahe che la situazione si è verificata al contrario”).

40.3 Implicazioni storiche e scientifiche

Questi risultati hanno un significato storico rilevante: 1. Confutazione del modello geocentrico: Una parallasse nulla o trascurabile per Marte era incompatibile con la teoria tolemaica, che prevedeva distanze fisse tra i pianeti e la Terra. Brahe stesso, pur non abbracciando l’eliocentrismo copernicano, contribuì con i suoi dati a minare le basi del sistema geocentrico. 2. Precisione strumentale: Il testo evidenzia l’importanza degli strumenti di misura di Brahe, descritti come estremamente accurati (“(3078) - Un sestante di ferro e un quadrante azimutale di ottone; il primo di due piedi e mezzo, il secondo di tre piedi e mezzo di diametro, entrambi graduati fino al singolo scrupolo [minuto d’arco]”). 3. Metodi alternativi: L’autore propone un secondo metodo per calcolare la parallasse (“(3074) - Ora aggiungerò un altro metodo, per bellezza”), basato su osservazioni personali con strumenti donati da G. D. Johann Friedrich Hoffmann (“(3076) - Due strumenti, di cui mi servo per liberalità di G. D. JOH. FRIDERICI HOFFMANNI”).

40.4 Dati tecnici e ambiguità

Il testo include tabelle di calcolo con coordinate celesti, ascensioni rette e declinazioni, utili per ricostruire la posizione di Marte nel cielo. Ad esempio: - “(3052) - Anno 1583, 17 gennaio, ore VII e 20 minuti […] Ascensione retta 3°9’47” - 3°9’56““. - ”(3061) - Tra il grado del medio cielo e il vertice: 44°5’53” - 43°“.

Tuttavia, emergono ambiguità nei risultati: - La parallasse calcolata (“(3065) - 2’36” in longitudine orizzontale”) non coincide con le attese teoriche. - L’autore ammette che, in assenza di dati certi, non è possibile stabilire se la parallasse osservata sia dovuta al Sole o a Marte (“(3079) - In questo stesso periodo del 1604, in cui penso alle parallassi, non so dire se siano del Sole o di Marte”).

40.5 Conclusione

Il resoconto documenta un momento chiave nella storia dell’astronomia: il passaggio da un modello geocentrico a uno eliocentrico, reso possibile dall’accuratezza delle osservazioni di Brahe. La mancanza di una parallasse significativa per Marte suggeriva che il pianeta fosse molto più distante di quanto previsto dalle teorie tradizionali, aprendo la strada alle leggi di Keplero e alla rivoluzione copernicana. L’autore, pur riconoscendo i limiti dei propri strumenti (“(3075) - Ti mostrerò uno spettacolo ridicolo”), sottolinea come la diligenza di Brahe fosse necessaria per superare le incertezze dell’epoca.

41 Osservazioni astronomiche di Marte e misurazioni strumentali nel 1604

Un resoconto tecnico delle osservazioni di Marte condotte da Keplero, con dettagli sulle parallassi, le distanze angolari e le correzioni strumentali.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche focalizzate su Marte, condotte nel 1604 (come indicato in “30 anni hujus MDCIV”, cioè l’anno 1604). L’autore analizza la posizione del pianeta in relazione ad altre stelle fisse, evidenziando problemi di misurazione e correzioni strumentali.

41.1 Contesto e metodologia osservativa

L’occasione per le osservazioni è descritta come “commodissima” (3081), sebbene l’autore noti che Marte sarebbe stato meglio osservabile in un clima diverso (“si sub alio climate fuisset”) o se fosse stato più alto nel cielo (“Marsque altius paulo incessisset”). Questo suggerisce che le condizioni locali influenzarono la precisione delle misure.

Il passaggio (3084) introduce un concetto chiave: “ab exortu d’ usque in ipsum O exortum continuo decrescit angulus Horizontis cum ecliptica”, ovvero l’angolo tra l’orizzonte e l’eclittica diminuisce continuamente dal sorgere di un astro fino al suo stesso sorgere successivo. Questo fenomeno è legato alla parallasse, come spiegato in (3086): “parallaxis si qua est latitudinis continue crescit”, cioè la parallasse in latitudine aumenta progressivamente. La parallasse orizzontale totale viene calcolata tramite “incremento vero per parallacticae columnas” (3087), confrontando gli angoli iniziali e finali tra eclittica e orizzonte.

41.2 Dati osservativi e correzioni strumentali

La seconda parte del testo (3088) elenca una sequenza di osservazioni notturne, con dettagli sulle distanze angolari tra Marte e stelle fisse. La notte tra il 10 e l’11 febbraio 1604 (3089), mentre la costellazione del Corvo (“Corvus”) attraversava il meridiano, l’autore misurò: - Distanza tra Marte (“c!”) e Spica: “9 gr. 44 min.” (3091-3092). - Distanza tra Marte e “Lancem Boream” (probabilmente una stella della Lancia): “17 gr. 41 min.” (3093-3094). - Distanza tra Marte e Arturo: “29 gr. 13 m.” (3096-3097).

Per verificare l’accuratezza dello strumento (un sextans), misurò anche la distanza tra Arturo e Spica, ottenendo “32 gr. 57 min.” (3098), mentre il valore atteso (basato sui dati di Tycho Brahe) era “33 gr. 1 min. 45 sec.” (3099-3100). L’errore di “4% minuta” (3102) portò a correggere le distanze di Marte: - Da Spica: “9 gr. 48 min. 45 sec.” (3103-3105). - Da “Lance”: “17 gr. 45 min. 45 sec.” (3106-3107). - Da Arturo: “29 gr. 17 min. 43 sec.” (3108-3110).

41.3 Calcolo della declinazione e problemi strumentali

L’autore misurò anche l’altezza meridiana di Marte (“32 gr. 4 min.”) e di Spica (“30 gr. 50 min.”) (3112-3113), da cui dedusse la declinazione di Marte (“7 gr. 48 min.”) (3115-3117). Tuttavia, l’altezza di Spica (“68”) rivelò un problema con il filo a piombo dello strumento (“non sat bene habere meum perpendiculum”) (3118), poiché l’altezza dell’equatore locale era “39 gr. 54 min.” (3119-3120). Le correzioni portarono a: - Altezza meridiana di Spica: “30 gr. 52 min.” (3121). - Altezza meridiana di Marte: “32 gr. 6 min.” (3122-3123).

Infine, combinando declinazione e distanza dalle stelle fisse, l’autore determinò l’ascensione retta di Marte (3124-3125).

41.4 Significato storico

Il testo testimonia il metodo osservativo di Keplero (o di un astronomo coevo), basato su strumenti come il sextans e il quadrante, e sull’uso dei dati di Tycho Brahe (“Progymnasmatum”). Le correzioni per errori strumentali riflettono la ricerca di precisione tipica dell’astronomia pre-telescopica, cruciale per lo sviluppo delle leggi del moto planetario. L’attenzione alla parallasse e alle coordinate celesti anticipa i successivi studi sulla distanza dei corpi celesti.

42 Calcolo della posizione di Marte: metodo e incertezze nell’astronomia kepleriana

Un resoconto delle osservazioni e dei calcoli di Johannes Kepler per determinare la longitudine e la latitudine di Marte, tra precisione strumentale e dubbi metodologici.

Il testo riporta una sequenza di misurazioni e calcoli astronomici volti a determinare la posizione di Marte rispetto all’eclittica, combinando dati osservativi e tabelle di riferimento. Il nucleo del procedimento ruota attorno alla ascensione retta e alla declinazione del pianeta, parametri fondamentali per derivarne longitudine e latitudine celesti.

L’autore inizia elencando le distanze angolari di Marte da due stelle di riferimento: “recta o If 20 a Spica 3°5’57’36" a Lance 3°6’3’17<mark>”“ (3126), con una differenza di ”°5’41" (3126). Da qui ricava un valore medio di “3°6’26<mark>”“ (3127), ma esprime subito un dubbio sulla precisione dello strumento: ”Nam certus non sum, annon regula mea, ferrea et ponderosa cum sit, impetu ruens, solutis trochieis et impingens (quod factum aliquoties) pinnacidia loco moverit, quae sunt luxatilia et exemptitia” (3128). L’incertezza riguarda la stabilità della regola metallica (probabilmente un quadrante o un sestante), i cui perni (trochieis) potrebbero essersi allentati, spostando le parti mobili (pinnacidia) e compromettendo la misura.

Il calcolo prosegue estraendo l’ascensione retta di Marte dalle tavole di Tycho Brahe: “ex tabula TYCHONIS ascensionum rectarum excerpitur cooriens in sphaera recta 28 gr. 1 min.” (3129-3130), con una declinazione di “10 gr. 48 min. 30 sec.” (3133-3135). Per Marte, l’ascensione retta è invece “3°7 gr. 48 min.” (3136-3137), e la sua distanza dall’eclittica — definita come “via obliqua in circulo declinationis” — è di “3 gradi 0 minuti 30 secondi” (3138). L’angolo tra il circolo di declinazione e l’eclittica è di “68 gr. 59 min.” (3139-3140), con un complemento di “21 gr. 1 min.” (3141-3142).

Il metodo si avvale di uno strumento chiamato parallattica (probabilmente un regolo o un dispositivo per misurare angoli), dove sotto il titolo “60 M. inverno” (3143) l’autore trova un valore di “68 gr. 59 min. 56 sec.” (3144-3145), ma corregge poi i secondi a “28 sec.” (3147). La base della latitudine (distanza dall’eclittica) viene calcolata moltiplicando per 3 il valore estratto: “habeo ter 60; ergo quod excerpsi sub 60 per 3 multiplico” (3149), ottenendo una latitudine di “2 gr. 48 min. 31 sec.” (3150-3152). Un secondo calcolo, “e regione 21 gr. 1 min.” (3153-3154), suggerisce una correzione di “1 gr. 2 gr. 41 min.” (3155-3157) da sottrarre al punto di levata (“loco coorienti”).

L’obiettivo dichiarato è “Ex ascensione recta et declinatione stellae inquirere longitudinem et latitudinem ejusdem citra calculum tabularum adminiculo” (3158-3160): determinare longitudine e latitudine di Marte senza ricorrere a calcoli complessi, ma usando le tavole di Tycho. La domanda retorica “Basis latitudinis quid?” (3162) introduce un valore di “126 [gradi?] 5 min. 4 sec.” (3163-3164), probabilmente un dato intermedio. Il risultato finale posiziona Marte a “26 gr. 56 min.” (3165-3166) di longitudine, con un margine di errore di “un solo minuto” rispetto ai calcoli teorici (“quantum etiam ex calculo […] elicio intra unum minutum” (3168)).

Per verificare la latitudine, l’autore confronta la distanza di Marte da Arturo con i dati di Tycho, ottenendo “2 gr. 47 min.” (3169-3170), un valore molto vicino a quello calcolato (2 gr. 48 min. 31 sec.). Questo confronto incrociato sottolinea la coerenza interna del metodo, pur nella consapevolezza dei limiti strumentali.

Il testo rivela una metodologia ibrida, tipica di Kepler: da un lato, l’uso di tavole precompilate (come quelle di Tycho) per ridurre i calcoli; dall’altro, la verifica empirica tramite misurazioni dirette. L’attenzione ai dettagli — come i secondi d’arco o le correzioni per lo spostamento degli strumenti — riflette l’esigenza di precisione che caratterizzò l’astronomia del XVII secolo, in transizione verso il modello eliocentrico. La menzione della “parallactica” e dei “trochieis” testimonia inoltre la dipendenza da strumenti meccanici, la cui affidabilità era costantemente messa in discussione.

43 Osservazioni astronomiche e misurazioni strumentali nel trattato scientifico

Un resoconto delle procedure osservative, delle misurazioni e delle difficoltà tecniche documentate in un testo storico di astronomia.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche condotte con strumenti di precisione, focalizzate principalmente su Marte e altre stelle di riferimento come Arturo, Spica e Vindemiatrix. Le misurazioni sono espresse in gradi (gr.), minuti (min.) e secondi (sec.), con particolare attenzione alla distanza angolare tra corpi celesti e alla loro altezza meridiana (l’altezza massima raggiunta nel cielo durante il passaggio al meridiano).

43.1 Procedura osservativa e dati raccolti

Le prime annotazioni riguardano tempi e quantità misurate: “48 sec.” (3171), “Prius 2 gr.” (3172), e “48 min.” (3173), seguite da valori come “31 sec.” (3174) e una notazione criptica “D · XIX F b” (3175), forse riferita a una scala strumentale. L’osservazione di Marte (“Martem surgentem”, 3177) avviene in relazione ad Arturo, con distanze angolari registrate come “lO 20 22” (3178). L’autore ipotizza un errore di un minuto (“Puto nos abundare uno denario minutorum”, 3178), suggerendo una revisione critica dei dati.

Le condizioni ambientali influenzano le misurazioni: “flante vento tantummodo carbone ardente lumen ad divisiones feceramus, ut illae nosci possent” (3179) indica l’uso di una fonte luminosa improvvisata (carbone ardente) per leggere le scale dello strumento in presenza di vento. L’altezza di Marte (“altitudo J erat 11gr.”, 3180) e quella del “dorsum Leonis” (3181) — probabilmente la stella Denebola — sono misurate con precisione: “62gr. 37min.” (3182-3183), dopo aver corretto il filo a piombo (“correcto perpendiculo”, 3184). L’altezza dell’equatore celeste è stimata in “39 gr. 55 min. justa proxime” (3185-3187), un dato cruciale per determinare la latitudine dell’osservatore.

43.2 Problemi strumentali e correzioni

Le osservazioni di Marte rivelano discrepanze attribuite alla rifrazione atmosferica: “Refractio enim Martem horizonti Vlcmum primum attollebat […] post demittebat” (3190). L’effetto è variabile nel tempo (“tanta esset uno momento varietas”), aggravato da condizioni avverse: “frigus et penetrantissimi venti efficiebant” (3191). Le difficoltà pratiche sono descritte in dettaglio: “Nudis enim manibus ferrum tractari, claudi trochlea nequibat” (3192), evidenziando come il freddo impedisse la manipolazione degli strumenti (ad esempio, la puleggia per regolare il sestante) e la visibilità delle scale (“tectis non secure fumabatur regula”).

Le misurazioni di altre stelle confermano la precisione dello strumento: Vindemiatrix mostra un’altezza di “53 gr. 5min. paulo auctiorem justo” (3193-3195), mentre Spica è registrata a “30gr. 54m. intra unum minutum justam” (3196-3198). Marte, al culmine, raggiunge “32 gr. 6 m.” (3199), identico a due giorni prima (“ut ante biduum”), e Arturo “61 gr. 13 min. justa” (3200-3202). La distanza tra Marte (J) e Arturo è calcolata in “29 gr. 18 Ya min.” (3203-3204), con un confronto tra dati osservativi e “per calculum” (3205).

43.3 Verifica strumentale e coerenza dei dati

L’autore sottolinea la stazionarietà di Marte in longitudine (“J stationarius fuerit secundum longitudinem”, 3206), confermata da calcoli personali e dalle tavole pruteniche (riferimento alle effemeridi di Reinhold). La costanza dell’altezza meridiana (“penitus eadem manserit”) esclude variazioni in latitudine o longitudine, con un margine di incertezza di “uno scrupulo” (3207), ovvero un sessantesimo di grado.

Il 22 febbraio (o 3 marzo, 3208) viene verificato il sestante confrontando le distanze tra stelle note: tra Canis Minor e una parte di Orione (“superiorem humerum Orionis”) si misurano “26 gr. 2 min.” (3209), contro i “26 gr. 2 min. 15 sec.” (3211-3212) attesi. Tra Canis Minor e Palilicio (Aldebaran), la distanza è “46 gr. 22 min.” (3213-3214), in accordo con i dati di Tycho Brahe (“46 gr.”, 3215), citato come riferimento autorevole.

43.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia una pratica osservativa rigorosa, tipica dell’astronomia pre-telescopica, con attenzione a: - Errori strumentali e ambientali: la rifrazione, il vento e il freddo sono fattori corretti o quantificati. - Standardizzazione delle misure: l’uso di stelle fisse (Arturo, Spica) come punti di riferimento e il confronto con tavole astronomiche (Pruteniche, Tycho Brahe). - Precisione metrologica: le discrepanze sono espresse in minuti o frazioni di minuto, con un margine di tolleranza esplicito (“justa proxime”, “intra unum minutum”).

La datazione (febbraio-marzo) e i riferimenti a strumenti come il sestante e il filo a piombo collocano il testo nel XVI o XVII secolo, in un contesto di transizione tra l’astronomia tolemaica e quella kepleriana. La menzione delle tavole pruteniche (1551) e di Tycho Brahe (attivo fino al 1601) suggerisce una possibile attribuzione a un astronomo dell’epoca, impegnato nel perfezionamento delle effemeridi planetarie.

44 Osservazioni astronomiche durante il pontificato di Leone X: precisione strumentale e variabilità delle misure

Un resoconto delle misurazioni stellari condotte con uno strumento graduato, segnato da correzioni progressive, interferenze atmosferiche e limiti tecnici.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche eseguite tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, probabilmente nel contesto di una campagna di misurazione delle posizioni stellari o planetarie. L’attenzione si concentra su uno strumento graduato, la cui regolazione fine (“regula instrumenti”) viene ripetutamente aggiustata per ottenere misure precise delle distanze angolari tra corpi celesti, in particolare Arcturus, Antares, Saturno, Giove, Spica e una stella non identificata indicata con il simbolo ~.

44.1 Procedura osservativa e correzioni strumentali

Le misurazioni seguono un metodo iterativo, in cui la posizione dello strumento viene tarata su gradi e minuti d’arco, con frequenti aggiustamenti per compensare errori o imprecisioni. Ad esempio: - Inizialmente, la “regula” viene fissata su 29° 17’ (“firmata regula instrumenti super gradum 29 minuto 17”, 3217), ma si rileva che la distanza tra Arcturus e ~ è inferiore (“minus distabant”, 3217). - La misura viene poi corretta a 29° 13’ (“in 29 grado 15 min”, 3220), giudicata soddisfacente (“culpari nihil poterat”, 3221). - Il giorno successivo (4 marzo), dopo un’interruzione dovuta a nuvole (“insperata nubila per totum coelum”, 3222), lo strumento viene riposizionato su 29° 19’ (“posita regula super 29 grado 19 min”, 3223), con una simmetria osservata tra le stelle (“cernebantur stellae utrinque aequaliter”, 3224). Tuttavia, si nota che la correzione è eccessiva (“videbatur tamen addendum ali lO quid: sed per 29 gr. 20 min. jam nimium erat additum”, 3225-3227).

Questi passaggi evidenziano una metodologia empirica, in cui l’osservatore confronta le misure con le aspettative e corregge progressivamente la posizione dello strumento, pur riconoscendo i limiti della precisione raggiungibile.

44.2 Interferenze atmosferiche e tecniche

Le osservazioni sono condizionate da fattori esterni e tecnici: 1. Condizioni meteorologiche: Le nuvole interrompono le misurazioni (“insperata nubila”, 3222), costringendo a riprendere il lavoro solo al ritorno del sereno (“rediit tamen mane IV Martii serenitas”, 3223). 2. Effetti della rifrazione atmosferica: Si nota che le misure migliorano quando il corpo celeste è più alto sull’orizzonte (“quod jam altior esset et liber a refractionibus”, 3239), con un’altitudine registrata di 19,5° (“altitudinem 19% gr.”, 3240). 3. Problemi strumentali: Lo strumento subisce spostamenti accidentali (“luxato interea instrumento”, 3230; “nescio an luxato pinnaeidio”, 3241), che compromettono la coerenza delle misure. Inoltre, il cilindro di mira (“Cylindro, qui erat praelongus”, 3249) risulta mal posizionato, causando discrepanze (“non admodum bene applicato Cylindro”, 3249).

44.3 Misure chiave e discrepanze

Le distanze angolari registrate variano in un intervallo ristretto, spesso tra 29° 9’ e 29° 20’, con oscillazioni attribuibili a errori di allineamento o a limiti dello strumento: - Saturno e Giove: Si osserva che Saturno precede il meridiano di meno rispetto alla distanza tra Giove e Saturno (“Saturnus antecedebat meridianum minus quam Jupiter Saturnum”, 3228), suggerendo una misura relativa tra i due pianeti. - Stella ~ e Spica: La distanza tra ~ e Spica è registrata tra 9° 26’ e 9° 27’ (“inter ~ et Spicam 9 gr. 26 min. et minus quam 9 gr. 27 min.”, 3254-3256), con ~ culminante a 30° 19,5’ (“Culminabat ~ in altitudine 30 gr. 19~ min.”, 3258-3259). - Coda di una cometa (?): Si menziona una “cauda” (probabilmente di una cometa) a 20,5° dal meridiano (“Cauda bì quasi 20 dimidio gradu aberat a M. C.”, 3244) e culminante a 56° 44’ (“altitudinem 56 gr. 44 min.”, 3246).

44.4 Significato storico e tecnico

Il testo riflette le sfide dell’astronomia pre-telescopica, in cui la precisione dipendeva da strumenti meccanici (come quadranti o astrolabi) e dall’abilità dell’osservatore. Le correzioni manuali e le annotazioni su errori strumentali o atmosferici testimoniano un approccio metodico ma soggetto a incertezze, tipico delle osservazioni del XVI secolo. La menzione di Leone X (“culminaret V Leonis”, 3217) colloca le misurazioni nel 1513-1521, periodo in cui l’astronomia europea stava affinando le tecniche di misurazione in vista delle rivoluzioni copernicane e kepleriane.

Le discrepanze tra le misure (“videbatur requiri 29 gr. 1074 min. quasi paulo minus”, 3251) suggeriscono che lo strumento avesse una risoluzione limitata o che le condizioni osservative non fossero ideali. L’attenzione ai dettagli, come l’altitudine delle stelle o la posizione del cilindro di mira, indica un tentativo di standardizzare le procedure, anticipando i metodi più rigorosi che sarebbero emersi nei decenni successivi.

45 Osservazioni astronomiche e precisione strumentale nel trattato su Marte

Un resoconto delle misurazioni celesti e delle correzioni strumentali, con particolare attenzione alle discrepanze tra dati osservati e valori attesi.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative alla posizione di Marte e di alcune stelle fisse, condotte con uno strumento di misura (probabilmente un sestante) soggetto a errori sistematici. Le misurazioni sono espresse in gradi (°), minuti (‘) e secondi (’’), con frequenti confronti tra valori osservati e attesi, evidenziando scostamenti che richiedono correzioni.

45.1 Misurazioni e discrepanze strumentali

Le prime osservazioni riguardano distanze angolari tra stelle: - “I 70 30 Pro sextantis exploratione capiebatur quod est inter Spicam et Lancem 27 gr.” (3262): la distanza misurata tra Spica e la Lancia (probabilmente una stella della costellazione della Vergine) è di 27° 30’, ma il valore atteso è “debuit autem ’esse 27 gr. 34 min.” (3264), con una differenza di 4 minuti. - “Sic inter Spicam et Boream frontis lTl 39 gr. 32~ min.” (3266): la distanza tra Spica e la “fronte boreale” (forse una stella del Leone) è di 39° 32’, contro i “debuit esse 39 gr. 26~ min.” (3268), con uno scarto di 6 minuti.

L’autore conclude che “quinque minutis abundavit sextans” (3270): lo strumento sovrastima sistematicamente le misure di 5 minuti d’arco. La correzione è confermata da calcoli indipendenti: “Nisi enim distantias ~ a Fixis quinis minutis minuas, ascensio recta per Spicam et Lancem X minutis discrepabit” (3272). Solo sottraendo 5 minuti alle misure, i dati coincidono perfettamente (“exactissime coincidet”), portando l’ascensione retta a 205° 27’ 10”.

45.2 Posizione di Marte e coordinate celesti

Vengono fornite le coordinate di Marte in un dato istante: - Ascensione retta: 26° 18’ 48” (3277-3279). - Declinazione: 7° 35’ (3275-3276). - Latitudine: 2° 47’ 20” (3281-3283).

L’autore sottolinea che, nonostante la latitudine rimanga invariata (“Vides manifeste latitudinem eandem”), il pianeta ha retrocesso di 38 minuti in longitudine (“cum interim PIaneta XXXIIX minutis retrocesserit longitudinis”, 3284). Questa osservazione è cruciale per lo studio del moto retrogrado di Marte.

45.3 Verifica dello strumento e ripetizione delle misure

Per accertare l’affidabilità del sestante, vengono effettuate ulteriori misurazioni: - Distanza tra Marte e Arturo: 29° 9’ 30 (3285-3286), ma con lo strumento difettoso il valore sale a “29 gr. 14 min.” (3288). - Dopo aver “luxato et мох restituto instrumento” (3289), la distanza misurata diventa 29° 1’ 30” (3290), più vicina al valore corretto. - Un’ulteriore verifica tra la stella polare e la coda del Cigno dà 44° 45’ (3291), contro i “debuit esse 44 gr. 39~ min.” (3293-3294), confermando il ritorno alla “pristina instrumenti conditio” (3295).

45.4 Considerazioni metodologiche e limiti

L’autore esprime cautela nell’interpretazione dei dati: - “Haec igitur observationum series. ex quibus amens sim si rem subtilissimam extruere nitar” (3301-3302): riconosce la complessità del problema e la difficoltà di costruire una teoria precisa su tali basi. - “Itaque non argumenta sed exempla exhibeo alii diligentiori et feliciori” (3303): si limita a presentare esempi piuttosto che argomentazioni definitive, affidando il compito a osservatori più accurati. - “Spero etiam lectores nausea incertarum harum lO tanto magis expetituros Tychonicas certissimas” (3304): auspica che i lettori preferiscano le osservazioni di Tycho Brahe, ritenute più affidabili.

45.5 Significato storico

Il testo riflette la transizione tra astronomia tolemaica e kepleriana, con particolare attenzione alla precisione strumentale e alla necessità di correggere errori sistematici. Le discrepanze di pochi minuti d’arco, oggi trascurabili, erano cruciali per verificare modelli planetari. L’autore, probabilmente Keplero, utilizza queste misure per affinare le sue leggi sul moto di Marte, come suggerito dal riferimento a “DE MOTIBVS STELLAE MARTIS” (3289). La menzione di Tycho Brahe (3304) sottolinea l’importanza delle sue osservazioni come standard di riferimento.

46 Osservazioni astronomiche e calcolo della parallasse: un resoconto delle misurazioni di Marte

Un’analisi meticolosa delle distanze angolari tra Marte e stelle fisse rivela la prima stima quantitativa della parallasse solare, fondata su dati osservativi e ipotesi cosmologiche.

Il testo riporta una serie di misurazioni astronomiche condotte per determinare la parallasse di Marte e, di conseguenza, quella del Sole, utilizzando come riferimento stelle fisse come Arturo (“ab Arcturo”) e le costellazioni del Leone (“os Leonis”) e dello Scorpione (“cor Scorpii”). Le osservazioni si concentrano su distanze angolari e altezze meridiane, con particolare attenzione alle variazioni nel tempo, attribuibili a fenomeni di parallasse e rifrazione atmosferica.

46.1 Misurazioni chiave e variazioni angolari

Le frasi (3306)-(3311) descrivono le prime rilevazioni: - “Vtrinque c!” (3306) e “utrinque altus in meridie 32 gr. 7 min. vel 6 min.” (3309-3311) indicano un’altezza meridiana di circa 32°7′ (con un’incertezza di ±1′) per un oggetto celeste non esplicitamente nominato, ma probabilmente Marte (“c!” potrebbe essere un’abbreviazione per cum, riferito a Marte). - La distanza da Arturo è fissata a “29 gr. 18 min.” (3307-3308), mentre le osservazioni successive (3313-3316) registrano: - “distantia fuit 29 gr. 15 min.” (3313-3314) quando la “bocca del Leone” (os Leonis) culminava, - “29 gr. 19 min. plus” (3315-3317) rispetto al “cuore dello Scorpione” (cor Scorpii).

La variazione di 4′ circa (“mutata est distantia per 4Yt min. circiter”, 3318-3319) nel tempo è attribuita a una “parallaxeos latitudinis variatio” (3321), cioè a un cambiamento di parallasse in latitudine, suggerendo che Marte e Arturo (“Arcturus et c!”, 3320) condividano quasi la stessa longitudine celeste.

46.2 Correzione dei dati e ipotesi di parallasse

L’autore riconosce che le misure potrebbero essere influenzate da errori sistematici: - “Non ignoro 29 gr. 19 min. parum abesse a 29 gr. 18 min.” (3322-3325) sottolinea una discrepanza di 1′, spiegata con un’analogia temporale (“ex 20’ analogia”, 3326) che suggerisce una dipendenza dalla posizione di Marte. - La frase (3327-3328) introduce un fattore critico: “cum est os Leonis in M. C. Martem esse altum 12~ gr. obnoxium adhuc refractionibus” (“quando la bocca del Leone è al meridiano, Marte è alto circa 12°, soggetto a rifrazioni”). Le rifrazioni atmosferiche sono menzionate come fonte di incertezza (“De hoc tamen dicemus postea”, 3329), ma per il momento accantonate (“Nunc ista sane difflimentur”, 3330) per non complicare l’esempio.

46.3 Calcolo della parallasse di Marte e del Sole

Il nucleo del ragionamento si sviluppa nelle frasi (3331)-(3343): 1. Altezza del nonagesimo grado: “altitudo nonagesimi 57′3 gr.” (3331) quando culmina la bocca del Leone, e “20′3′ post quam culminasset cor Scorpii” (3332) per il cuore dello Scorpione. 2. Tabella parallattica: Si cerca una colonna in cui, per una distanza dal vertice che passa da “32½ gr.” (3332) a “69½ gr.” (3333), l’area vari di “4Yt min.” (3334). Il risultato è una parallasse massima di Marte di “9 min.” (“parallaxis maxima 9 min.”, 3337). 3. Rapporto Terra-Marte: “distantia c! et terrae hoc die fuerit ad distantiam c! et ☉ ut 28 ad 60” (3339-3340) si basa sulle ipotesi di Tycho Brahe e Copernico (“hypothesium TYCHONIS et COPERNICI”), da cui si deduce una parallasse solare massima di “4 min. 24 sec.” (3340-3341), contro i “3 min. 0 sec.” (3342-3343) comunemente accettati all’epoca.

46.4 Effetti della rifrazione atmosferica

Le ultime frasi (3344)-(3350) affrontano la correzione per la rifrazione: - A un’altezza di “12~ gr.” (3344), la rifrazione secondo le tavole di Hven (“Fixarum refractionis tabula Huennae”) ammonta a “4 min. 20 sec.” (3346-3347). - Di questi, “2 min. 18 sec.” (3348-3349) sono attribuiti alla latitudine, riducendo la distanza apparente tra Marte e Arturo.

46.5 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia un momento cruciale nella storia dell’astronomia: - Primo tentativo quantitativo di misurare la parallasse solare tramite osservazioni di Marte, superando i limiti tecnici dell’epoca. - Integrazione di modelli cosmologici: L’uso delle ipotesi di Tycho e Copernico per derivare il rapporto Terra-Marte-Sole mostra un approccio sincretico, tipico della transizione tra geocentrismo e eliocentrismo. - Consapevolezza degli errori sistematici: L’autore distingue tra parallasse e rifrazione, anticipando correzioni che diventeranno standard nei secoli successivi.

Le misure, seppur affette da incertezze, rappresentano un ponte tra teoria e osservazione, gettando le basi per le determinazioni più precise della distanza Terra-Sole nel XVII secolo.

47 Rifrazione e parallasse: l’osservazione di Marte tra incertezze strumentali e teorie celesti

Un’analisi meticolosa delle discrepanze osservative rivela come la rifrazione atmosferica e la parallasse di Marte mettano in crisi la precisione delle misurazioni astronomiche, tra ipotesi copernicane e limiti degli strumenti.

Il testo affronta le difficoltà nel determinare la parallasse di Marte, un parametro cruciale per stabilire la distanza del pianeta dalla Terra e, di riflesso, la scala del sistema solare. L’autore si concentra su due fattori principali che alterano le osservazioni: la rifrazione atmosferica e l’imprecisione degli strumenti, evidenziando come questi elementi rendano inaffidabili i dati raccolti.

47.1 Rifrazione e parallasse: una relazione problematica

La rifrazione solare viene estesa anche a Marte, con un valore stimato di “8 min. 45 sec.” (3351-3352) per una data altitudine, il doppio rispetto ad altri casi. Questa differenza implica che anche la parallasse in latitudine risulti raddoppiata (“4 min. 36 sec.”, 3354-3355), portando l’autore a concludere che “ogni variazione mostrata dall’osservazione, in questi due momenti diversi, deriva unicamente dalla rifrazione” (3356). La rifrazione non solo distorce le misure, ma rende “sospetta e dubbia, anzi del tutto inutile” (3362) una terza giornata di osservazioni, suggerendo che l’effetto atmosferico possa aver compromesso la precisione fin dall’inizio.

Un passaggio chiave riguarda l’interazione tra Marte e Arturo (una stella di riferimento): quando i due corpi distano “IX gradi” (3363), la rifrazione non incide uniformemente sulla loro distanza apparente, alterando la parallasse di Marte più di quanto non faccia con la separazione angolare tra i due astri. L’autore minimizza questo scarto (“per quanto minimo, l’ho giudicato trascurabile in una situazione di maggiore incertezza”, 3364), invitando però “chi è dotato di strumenti più raffinati” (3365) a verificare.

47.2 Errori strumentali e dati contraddittori

Le osservazioni della quarta giornata (3366) sembrano annullare ogni evidenza di parallasse. Le misurazioni attese e quelle effettive divergono in modo significativo: - La distanza in meridiano doveva essere “29 gr. 9~ min.” (3367-3368), ma con uno strumento “corretto, quindi difettoso” (3369) risulta “29 gr. 14 min.” (3370). - Il valore rilevato è invece “29 gr. 13 ~ min.” (3372), con una parallasse in latitudine che avrebbe dovuto aumentare (“se esistesse”, 3373) all’aumentare della distanza da Arturo.

L’autore registra una progressione di misure discordanti: - A un’altitudine di “XIX gradi”, la distanza è “29 gr. 12 ~ min.” (3375-3376), con un incremento di “un solo scrupolo” (3377) verso la fine. - A “IX gradi” di altezza (con l’Idra al culmine), la distanza è “29 gr. 9 min.” (3380-3381) con lo strumento difettoso, ma anche dopo una correzione per la rifrazione a “25 gradi” (3382) e vicino al meridiano centrale (M.C.), il valore torna a “29 gr. 9 min.” (3383-3384), ripetuto “due volte, in momenti diversi” (3385).

Queste incongruenze lo portano a interrogarsi: “Forse la rifrazione non ha avuto alcun effetto all’inizio, così che l’arco è rimasto costante?” (3386), oppure “non è piuttosto da dire che io (pur credendomi diligentissimo) abbia sbagliato nell’osservare?” (3387), soprattutto a causa della “lunghezza del cilindro” (3388) dello strumento. Nonostante l’incertezza, l’autore conclude che “da queste osservazioni, per quanto inaffidabili, si deduce che le parallassi in latitudine di Marte non superano certamente i 4 minuti” (3389), ammettendo però che, data l’imprecisione dello strumento, è “più credibile che siano molto piccole”.

47.3 Teorie celesti e parallasse solare

Il testo si collega a questioni teoriche più ampie: la parallasse di Marte, secondo le ipotesi di Tycho Brahe e Copernico, dovrebbe essere maggiore di quella del Sole (3391). Tuttavia, la sua determinazione dipende dalla conoscenza della parallasse solare, che l’autore definisce “incerta quanto alla quantità, ma certissima quanto al fatto in sé” (3393). Egli stabilisce limiti precisi: il Sole non può essere più vicino di “236 semidiametri terrestri” (3394), né infinitamente lontano, ma tra “700 e 2000 semidiametri” (3395) — valori derivati rispettivamente dal suo Mysterium Cosmographicum e dalle osservazioni delle eclissi — “non sembra ancora dimostrato un numero certo” (3395), promettendo ulteriori argomenti nel capitolo LXIV (3390).

L’analisi rivela una tensione tra osservazione empirica e modelli teorici: mentre le misurazioni dirette di Marte risultano inaffidabili, le ipotesi eliocentriche e ticoniche richiedono parallassi maggiori di quelle effettivamente rilevate. L’autore oscilla tra scetticismo metodologico (“forse ho sbagliato”) e fiducia nei limiti quantitativi (“non superano i 4 minuti”), lasciando aperta la questione a future verifiche.

48 L’indagine dei nodi di Marte nel De Motibus Stellae Martis di Keplero

Un’analisi metodologica tra osservazioni ticoniche, ipotesi copernicane e calcoli geometrici per determinare la posizione dei nodi orbitali di Marte.

Il testo estratto dal Caput XII del De Motibus Stellae Martis di Keplero affronta il problema della determinazione dei nodi orbitali di Marte, punti in cui l’orbita del pianeta interseca il piano dell’eclittica. Keplero si confronta con le osservazioni di Tycho Brahe, pur dichiarando di discostarsi parzialmente dai suoi metodi (“cum ipsorum placitis aliqua contraria profitear”), e propone un approccio alternativo basato su presupposti teorici e dati empirici.

48.1 Il metodo di Tycho Brahe e i suoi limiti

Keplero descrive dapprima il procedimento usato da Tycho per calcolare i nodi, basato su un modello geometrico semplificato. Nel riferimento al “schemate capitis noni”, si assume un triangolo rettangolo (o isoscele, con differenze trascurabili) in cui: - A è il nodo, - E è la posizione di Marte sull’eclittica nell’anno 1595, - C è la posizione apparente del pianeta tra le stelle fisse a 17° 56’ 5, con una latitudine boreale di 0° 5’ 15” (frasi 3400-3406). L’angolo EAC è presupposto pari a 4° 34’ 12”, corrispondente alla massima latitudine boreale osservata nel 1585 (3407-3409). Da qui, Tycho ricava la distanza EA del nodo dal punto eclittico tramite la relazione trigonometrica nel triangolo CEA (3412).

Keplero riconosce la validità pratica di questo metodo (“Haec operatio nihil peccat, quia EC parva est et propinqua nodo”, 3413), ma ne evidenzia i limiti teorici: 1. L’angolo EAC non è costante (“angulum EAC non esse constantem”, 3417), quindi calcoli basati su latitudini diverse producono nodi differenti. 2. La traiettoria di Marte non è un arco rettilineo AC, ma una curva AF vista dal Sole (“AC inflexus est arcus”, 3418), rendendo A un’approssimazione del nodo reale.

48.2 L’approccio alternativo di Keplero

Per superare queste incertezze, Keplero propone un metodo diretto: osservare Marte nel giorno esatto in cui si trova in un nodo (3419). Questo approccio, sebbene richieda presupposti teorici e sia trattato più accuratamente nella quinta parte dell’opera (“infra accuratius tractabitur parte quinta”, 3420), viene anticipato per la sua coerenza con i dati.

Il presupposto chiave è che, quando Marte è fisicamente in un nodo, la sua posizione apparente non può essere influenzata dalla posizione della Terra, indipendentemente dall’ipotesi cosmologica adottata (3422-3423). Keplero giustifica questo principio in tre sistemi: - Copernicano: “motrix facultas stellae alicujus non sit alligata ad observandam stellam alienam” (3424), cioè la forza motrice di Marte non dipende dalla Terra, ma segue leggi proprie. - Tolemaico: Sarebbe come affermare che l’epiciclo non si orienta rispetto alla linea Sole-centro dell’epiciclo, ma rispetto a punti fissi nel cielo (3425). - Ticonico: Analogo al sistema copernicano per quanto riguarda l’eccentrico (3426).

Le osservazioni confermano la validità del presupposto (3427). Keplero riporta due esempi: 1. 4 marzo 1590: Marte aveva una declinazione di 9° 26’, un’ascensione retta di 22° 35’ 10, da cui deriva una longitudine di 24° 22’ 56” e una latitudine meridiana di 3° 12” (3428-3436). Le parallassi e le rifrazioni sono trascurate perché si annullano reciprocamente (3437). 2. 23 gennaio 1592: Marte era a 11° 34’ 30” ♌ (3438-3440).

48.3 Significato storico e scientifico

Il testo testimonia: - La transizione metodologica da Tycho a Keplero: mentre il primo si affida a schemi geometrici semplificati, il secondo cerca una corrispondenza più stretta tra teoria e osservazioni, anticipando il metodo scientifico moderno. - L’importanza dei nodi orbitali per la comprensione delle orbite planetarie, cruciale per la successiva formulazione delle leggi di Keplero (in particolare la prima, sull’ellitticità delle orbite). - Il confronto tra sistemi cosmologici: Keplero, pur essendo copernicano, valuta le ipotesi tolemaica e ticonica per verificare la robustezza dei suoi risultati, mostrando un approccio pragmatico alla teoria.

I dati numerici (latitudini, angoli, coordinate) riflettono la precisione delle osservazioni ticoniche, base empirica su cui Keplero costruisce la sua rivoluzione astronomica. L’ambiguità insita nel metodo di Tycho (“neque necessario A nodus erit”, 3418) spinge Keplero verso un’analisi più rigorosa, che culminerà nella scoperta delle orbite ellittiche.

49 L’osservazione dei nodi orbitali di Marte e la correzione delle parallassi

Un’analisi meticolosa delle posizioni di Marte rispetto all’eclittica, con particolare attenzione ai nodi orbitali e agli effetti della parallasse.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche su Marte, condotte tra il 1593 e il 1595, con l’obiettivo di determinare la posizione dei suoi nodi orbitali (i punti in cui l’orbita del pianeta interseca il piano dell’eclittica) e di correggere le misurazioni dalle distorsioni introdotte dalla parallasse. Le annotazioni rivelano un approccio sistematico, basato su dati quantitativi e confronti tra modelli cosmologici.

49.1 Posizione di Marte e correzione della parallasse

Le prime frasi descrivono osservazioni specifiche in cui la latitudine di Marte (“latitudo 0°”, 3441) e la sua altezza (“altitudo Martis 25°0”, 3444) vengono registrate. La menzione della “refractio nulla” (3444) indica che, data l’altezza, non si prevedevano effetti di rifrazione atmosferica. Tuttavia, la parallasse gioca un ruolo cruciale: Marte, trovandosi in sextile (a 60°) rispetto al Sole (“distant sextili Mars et Sol”, 3445), è approssimativamente alla stessa distanza dalla Terra del Sole, rendendo la sua parallasse comparabile a quella solare. La correzione necessaria è minima ma non trascurabile: “cedit 20 autem pene omnis in latum” (3446) e “circiter duob. minutis attollendus est Mars in Septentrionem ut liberetur a parallaxi” (3448), suggerendo uno spostamento di circa 2 minuti d’arco verso nord per eliminare l’effetto parallattico.

49.2 Osservazioni dei nodi orbitali

Il testo documenta tre osservazioni chiave in cui Marte si trova nei pressi dei nodi: 1. Nodo ascendente (1593): Il 10 dicembre 1593 (“Anno MDXCIII D. X Decembris”, 3452), Marte viene osservato nel nodo ascendente. Dopo la correzione delle variazioni orizzontali, la sua latitudine boreale risulta di soli “0° 0’ 45” Borealis” (3455), confermando la prossimità al nodo. 2. Passaggio al nodo (1595): Il 27 ottobre 1595 (“Anno MDXCV D. XXVII Octobris”, 3457), la latitudine vera di Marte, corretta per la parallasse, è “0° 2’ 20” Meridiana (3458-3460), mentre il giorno successivo scende a “0° 0’ 25” Septentrionalis” (3463). Questo cambiamento di segno indica il passaggio attraverso il nodo (“Intermedio ergo tempore in nodo evehente fuit”, 3464). 3. Nodo discendente (1595): Il 4 gennaio 1595 (“Anno MDXCV D. IV Januarii”, 3478), Marte viene osservato con una latitudine di “0° 3’ 46” Borealis” (3480-3481), in prossimità del nodo discendente.

49.3 Periodicità e calcoli orbitali

L’autore utilizza il periodo sinodico di Marte (687 giorni) per retrodatare le osservazioni e confermare la posizione dei nodi: - Partendo dal 28 ottobre 1595, 687 giorni prima si arriva al 10 dicembre 1593 (“X Decemb. anno XCIII”, 3466), data in cui Marte era già stato osservato vicino al nodo. - Un ulteriore conteggio di 687 giorni porta al 23 gennaio 1592 (“XXIII Januarii MD XCII”, 3468), quando Marte era esattamente nel nodo. - Un terzo calcolo identifica il 7 marzo 1590 (“VII Martii anni MDXC”, 3469), con Marte che nei giorni precedenti aveva una latitudine meridionale, confermando il passaggio al nodo.

49.4 Implicazioni cosmologiche

Il testo sottolinea che la posizione della Terra rispetto a Marte (o del Sole rispetto all’epiciclo marziano nei modelli tolemaico e ticonico) è irrilevante per la determinazione dei nodi: “nihil referre, ubi terra sit vel sub Fixis vel respectu ad Martem” (3470-3471). Questa affermazione anticipa la semplificazione copernicana, dove i nodi orbitali mantengono una diametro costante (“semper eandem diametrum nodorum”, 3476) e rimangono paralleli a sé stessi, salvo minime variazioni secolari (“nisi quod successu seculorum nodi parumper transportantur”, 3476).

49.5 Dettagli tecnici e ambiguità

Il testo si conclude con un riferimento a capitoli successivi (“Infra cap. LXI et LXVII”, 3474) dove l’argomento verrà trattato in modo più approfondito, indicando che queste osservazioni fanno parte di un lavoro più ampio sulla meccanica celeste di Marte.

50 L’osservazione delle refrazioni e la determinazione dei nodi orbitali di Marte

Un’analisi meticolosa delle discrepanze tra osservazioni e calcoli rivela il ruolo cruciale delle refrazioni atmosferiche e della parallasse annua nella definizione dell’orbita marziana.

Il testo affronta le complessità dell’osservazione astronomica di Marte tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, evidenziando come le refrazioni atmosferiche e la parallasse annua influenzino le misurazioni. La frase “Refractio contra est magna: ex tabula Fixarum 6 min.” (3486) indica una significativa correzione di 6 minuti d’arco dovuta alla rifrazione stellare, mentre “ex tabula Solis 11 Y40 minut: quae omnis fere abit in latus propter humilitatem nonagesimi” (3487) sottolinea come la rifrazione solare (11°40’) venga quasi interamente assorbita lateralmente a causa della bassa altezza sull’orizzonte (vicino ai 90° di zenit).

L’autore rileva che Marte appare spostato verso sud di “circiter 2 aut 3 min.” (3488) a causa delle refrazioni solari, un dettaglio che assume rilevanza storica: queste osservazioni risalgono al 1589 (“Anno MDLXXXIX D. XV Aprilis”), quando la latitudine boreale di Marte fu misurata in “1 grado 7 min.” (3490), un valore “vehementer aucta parallaxi orbis annui” (3491) per la vicinanza tra Terra e Marte. Nei successivi 21 giorni, la latitudine diminuì a “6⅔’ Bor.” (3492), un calo che l’autore sfrutta per stimare il passaggio di Marte sul piano dell’eclittica (“in eclipticam Mars incidit”). Attraverso un calcolo proporzionale (“sicut 60 minuta diminutionis sunt ad 6⅔ minuta residua, sic 21 dies 20 faciamus ad numerum dierum”), deduce che Marte raggiunse il nodo il 9 maggio (3494).

Il testo proietta poi queste osservazioni nel futuro: sommando tre periodi sinodici di Marte (“ter 687 diebus”), identifica un passaggio al nodo il 30 dicembre 1594 (3495), con uno spostamento verso sud entro il 4 gennaio 1595 (“per V dies usque in IV Januarii mane delapsum esse in meridiem”). Qui emerge una discrepanza osservativa: mentre nel 1589 la variazione di latitudine in 21 giorni fu di “30 motum latitudinis 6⅔ min.” (3499), nel 1595 la variazione in 5 giorni appare minore. La spiegazione risiede nella parallasse annua, che “in conjunctione cum Sole (ut MDXCV) attenuatur, in oppositione (ut MDLXXXIX) augetur” (3501). Questo principio, centrale nel trattato, spiega perché il moto apparente di latitudine sia più marcato in opposizione (1589) che in congiunzione (1595).

La determinazione dei nodi orbitali di Marte (punti di intersezione tra l’orbita marziana e l’eclittica) rivela un’asimmetria: “diametrum nodorum non transit per centrum aequalitatis motus sed longe infra” (3510). I calcoli, basati sulle tavole di Pruteniche o Tychoniche, collocano i nodi in posizioni eccentriche rispetto al centro del sistema planetario. Usando le tavole di Tycho Brahe, l’autore corregge le longitudini medie di Marte: per il 30 dicembre 1594, ottiene “16 gr. 48 min. ♐” (3517-3518), mentre per il 28 ottobre 1595 risulta “15 gr. 44⅓ min. ♐” (3519-3521). I nodi appaiono così “oppositi in 16⅔ min. ♐” (3522), una disposizione che conferma come il centro del sistema planetario (per Copernico e Tycho) coincida “proxime Solem” (3525).

Il capitolo si conclude con una riflessione metodologica: la teoria solare (passaggio dal moto medio a quello apparente) influenzerà la posizione dei nodi, come sarà chiarito in seguito (“infra parte quinta patebit”, 3526). L’inclinazione dell’orbita marziana rispetto all’eclittica (3527) risulta difficile da misurare direttamente, poiché l’angolo si forma “apud centrum systematis Planetarii” (3529), un punto non osservabile dal Sole (“visus in Solem nunquam inducitur”, 3530). Questa limitazione sottolinea la necessità di affidarsi a modelli geometrici e correzioni teoriche, un approccio che segna il passaggio dall’astronomia tolemaica a quella moderna.

51 L’analisi delle deviazioni planetarie e la critica ai modelli tolemaico e copernicano

Un trattato scientifico che confronta le teorie geocentriche ed eliocentriche per spiegare le inclinazioni e le latitudini di Marte, rivelando le complessità geometriche dei moti planetari.

Il testo affronta la deviazione massima dell’orbita di Marte dall’eclittica (3531: “Ex alio vero loco angulo etiam alio spectabitur maxima digressio limitis ab ecliptica”), evidenziando come la rappresentazione tolemaica, pur apparendo più semplice, non lo sia in realtà (3532: “In Ptolemaica forma videri possit expeditior ratio, sed non est”). Il nucleo della discussione ruota attorno alla geometria dell’epiciclo e alla sua relazione con l’eclittica: si dimostra che il piano dell’epiciclo rimane parallelo a quello dell’eclittica (3533: “Nam demonstrabitur, planum epicycli manere perpetuo parallelon plano eclipticae”), un dettaglio cruciale per comprendere le apparenti variazioni di distanza del pianeta dalla Terra.

51.1 La distanza apparente e le sue implicazioni

Il testo introduce un esperimento mentale per spiegare come la posizione di Marte rispetto all’osservatore terrestre influenzi la percezione della sua distanza dall’eclittica. Se il pianeta si trova oltre il centro dell’epiciclo lungo la linea di vista, apparirà più lontano dall’eclittica di quanto non lo sia il centro stesso (3535: “erit remotior a visu quam centrum epicycli, et sic distantia ejus ab ecliptica minor apparebit quam distantia centri epicycli ab eadem ecliptica”); se invece è più vicino, la distanza apparirà maggiore (3536: “erit propior visui, et sic major apparebit eo quod quaerimus”). Questa ambiguità è mitigata dal fatto che lo scopo dell’analisi — la determinazione dell’inclinazione — non richiede una precisione estrema (3537: “In hac difficultate solatur nos hoc unicum, quod id cujus causa inclinationem inter principia quaerimus non est tale ut summam subtilitatem desideret”).

51.2 Inclinazione vs. latitudine: una distinzione fondamentale

Il testo chiarisce una differenza concettuale tra inclinazione e latitudine, termini spesso confusi: - Inclinazione (3539): angolo tra l’orbita del pianeta e l’eclittica, misurato rispetto al Sole (o al centro del sistema planetario in Copernico). Per Marte, è definita dalle linee proiettate dal corpo del pianeta e dalla sua posizione sull’eclittica. - Latitudine (3540): angolo sotto cui l’inclinazione è osservata dalla Terra, formato dalle linee che vanno dal centro terrestre al pianeta e alla sua proiezione sull’eclittica.

In Tolomeo, l’inclinazione è l’angolo tra le rette che dalla Terra passano per il centro dell’epiciclo e per il suo apice sull’eclittica (3541), mentre la latitudine è l’angolo tra le rette che dalla Terra vanno al pianeta e alla sua proiezione sull’eclittica (3542). Questa distinzione è essenziale per interpretare correttamente le osservazioni.

51.3 Metodi per determinare l’inclinazione di Marte

Data la complessità del problema, il testo propone tre metodi basati su osservazioni indirette (3544: “Licebit igitur nobis uti modis iis qui de inclinationis quantitate testimonium eminus perhibent”). Il più affidabile si basa su un momento in cui Marte è equidistante dalla Terra e dal Sole, con la linea Sole-Marte che forma un angolo di 16° o 17° rispetto ai loca limitum (punti nodali dell’orbita) (3545). Nella formulazione tolemaica, ciò corrisponde a una posizione in cui il centro dell’epiciclo e Marte sono equidistanti dalla Terra (3547-3548).

51.3.1 Il modello geometrico

Il testo sviluppa un diagramma geometrico per illustrare il caso: - B = Sole, A = Terra, C = posizione di Marte sull’eclittica. - Si costruisce un triangolo isoscele ACB, con E come posizione reale di Marte, proiettata perpendicolarmente sull’orbita (3550-3551: “Sit B Sol, A terra. constituatur super AB isosceles ACB […] erectaque perpendiculari CE in orbitam Martis”). La condizione di equidistanza si verifica quando l’angolo CBA è retto (3552: “quando lineae ex C Marte et A terra in B Solem cadentes faciunt rectum angulum CBA”), il che implica che la distanza BC (Marte-Sole) sia minore di CA (Marte-Terra). Per ottenere l’equidistanza, l’angolo CAB deve essere uguale a CBA, richiedendo che: - La posizione di Marte (BC) sia oltre 17° ma prima di 17°30’ rispetto al Sole (3554: “Ergo BC in 17 6ì vergente Solem oportet esse ultra 17 ~ et ante 17 nt”). - Il Sole si trovi oltre 17°30’ ma prima di 20°47’ rispetto a Marte (3555).

Queste condizioni definiscono i momenti di levata mattutina, tramonto serale, aspetti sestili e quintili tra Marte e il Sole (3556-3558).

51.4 Critica al modello tolemaico

Nel sistema tolemaico, la condizione di equidistanza non può verificarsi con un angolo retto CAB, poiché CA (distanza Terra-centro epiciclo) e CB (distanza centro epiciclo-Marte) sono uguali (3559: “In forma Ptolemaica si C terra sit, A centrum epicycli, B Mars, CAB non poterit esse rectus, ut CA, CB, sint aequales”). Di conseguenza, l’anomalia di commutazione (angolo tra la posizione del pianeta sull’epiciclo e la linea Terra-centro epiciclo) deve essere maggiore di 90° o minore di 270° (3560-3561).

51.5 Calcoli proporzionali e angoli

Per affinare l’analisi, il testo suggerisce di adottare le proporzioni tra le orbite di Marte e della Terra (o del Sole, a seconda del modello) fornite da Copernico e Tycho Brahe, con un rapporto approssimativo di 1525:1000 (3563). Applicando questo rapporto a un angolo di 16°-17°, si ottengono proporzioni specifiche: - 5:3 per 16°-17°30’ (3564). - 11:8 per altri valori (3565).

Utilizzando un triangolo isoscele ACB con AB = 1000 e BC = 1666⅔ (per 17°30’), si calcola che l’angolo CAD (o CBD) sia di 72°33’ (3566-3569). Per 16°-17°, con AC = 1375 e AD = 1000, l’angolo risulta 68°40’ (3570-3573). Questi calcoli indicano che, quando BC è tra 16° e 17°30’, la distanza angolare tra la posizione apparente di Marte (AC) e quella del Sole (AB) deve essere di circa 72° (3574-3575).

51.6 Eccezione per Mercurio

Il testo conclude osservando che questo metodo non è applicabile a Mercurio (3549: “In solo Mercurio hoc problema locum non habebit”), probabilmente a causa delle peculiarità orbitali del pianeta, caratterizzato da un’elevata eccentricità e da un’inclinazione variabile.

52 Osservazioni astronomiche e calcoli geometrici nella determinazione dell’orbita di Marte

Un trattato scientifico del tardo XVI secolo analizza le posizioni di Marte attraverso triangolazioni geometriche e osservazioni dirette, rivelando la complessità della sua orbita eccentrica.

Il testo presenta una serie di calcoli e osservazioni relative alla posizione di Marte rispetto alla Terra e al Sole, basati su principi geometrici e dati empirici raccolti tra il 1580 e il L’autore utilizza un approccio matematico per determinare angoli e distanze, spesso impiegando triangoli sferici e riferimenti a gradi (“68% gradibus”, 3576) e frazioni di grado (“42% grad.”, 3587).

52.1 Metodo geometrico e triangolazione

Il nucleo del ragionamento si fonda sulla misurazione di angoli tra punti celesti, come evidenziato dalle frasi: - “Et quia duorum (CAB, CBA) in 17 gr. 6ì 40 summa est 145 gr.” (3577-3578), dove si sommano angoli per ottenere un totale di 145 gradi. - “erit ACB 35 gr.” (3579) e “erit ACB 42% grad.” (3587), che indicano la risoluzione di triangoli sferici per determinare l’angolo ACB. La ripetizione di calcoli simili (“in 17 gr.”, 3580, 3586) suggerisce un tentativo di affinare i risultati attraverso confronti incrociati.

Particolare attenzione è data alla posizione di Marte (“Martem per AC vef in 24 Y:!”, 3588) e del Sole (“Sole per AB in 5 gr.”, 3582; “Sole in 30 gr.”, 3584), con riferimenti a “versanti” (“V’ versante”, 3585, 3592) che indicano probabilmente direzioni o quadranti celesti. L’uso di simboli come “ve!” (forse abbreviazione di vel, “o”) e notazioni frazionarie (“22 gr.”, 3581; “24 Y:!”, 3588) riflette una notazione tecnica dell’epoca.

52.2 Osservazioni storiche e limiti empirici

Il testo elenca date precise di osservazioni, collocandole tra il 1580 e il 1598 (3593-3599): - “Primum fieri proxime potuit, mense Nov. anno MDLXXXVI” (3593). - “Alterum Aprili anno MDLXXXI, MDLXXXIII, MDXCVI, MDXCVIII” (3595). Queste registrazioni testimoniano un metodo osservativo sistematico, tipico dell’astronomia pre-telescopica, con particolare interesse per le opposizioni di Marte (quando il pianeta è visibile per tutta la notte).

Un passaggio chiave rivela i limiti delle osservazioni: - “Ad ultimum casum observationes idonea e desunt, eo quod Mars in Ariete brevium ascensionum (Sole in II noctes claras efficiente) observari vix possit, aut omnino videri” (3600). Qui l’autore ammette la difficoltà di osservare Marte in determinate costellazioni (Ariete), a causa della breve durata della sua visibilità notturna quando il Sole si trova in una posizione sfavorevole (“Sole in II”).

52.3 Dati osservativi e discrepanze

Le misurazioni dirette sono riportate con precisione: - “Anno igitur MDLXXXVIII D. X Novembris mane hora VI~ visus est PIaneta ~ in 25 gr. 31 min. 11V cum latitudine 1 gr. 36 min. 45 sec. Boreali” (3601-3604). - “Sequenti V D. Decem. mane hora VI Mars visus est in 9 gr. 19 2/5 m. :::= cum latitudine 1 gr. 53~ min. Bor.” (3609-3612). Questi dati includono longitudine eclittica (gradi, minuti, secondi) e latitudine boreale (inclinazione rispetto al piano dell’eclittica), parametri essenziali per tracciare l’orbita.

Le discrepanze tra calcoli e osservazioni emergono chiaramente: - “Ergo quia Sol tantummodo 62 ~ gradibus distat a Marte, cum debeat distare per 72 grado ut triangulum (quod requirit problema) fiat aequicrurum: Mars igitur adhuc longius a terra abest quam a Sole” (3606). L’autore nota che la distanza angolare tra Sole e Marte (62°) è inferiore ai 72° attesi per un triangolo isoscele, deducendo che Marte si trova più lontano dalla Terra che dal Sole in quel momento. - “Nunc cum intersit plus, I minor evasit distantia Martis et terrae quam Martis et Solis” (3617), confermando una distanza Terra-Marte inferiore a quella Sole-Marte.

52.4 Inclinazione orbitale e moto eccentrico

Un tema ricorrente è l’inclinazione dell’orbita di Marte rispetto all’eclittica: - “minor apparebat latitudo ejus loci quam erat vera inclinatio” (3607), dove la latitudine osservata risulta inferiore all’inclinazione reale. - “maior igitur apparentia inclinationis, ejus quidem puncti de plano eclipticae” (3618), con una correzione successiva dovuta al moto eccentrico del pianeta: “At quia tamen V Decembris PIaneta motu eccentrico jam aliquot gradibus superaverat limitem, veras suas ab ecliptica digressiones iterum minuens” (3619). L’autore conclude che l’inclinazione massima dell’orbita di Marte è di circa 1 grado e 30 minuti (“maxima planorum inclinatio 3 0 erit circiter 1 gr.”, 3620), un valore che tiene conto delle variazioni indotte dall’eccentricità.

52.5 Significato storico

Il testo riflette la transizione tra astronomia tolemaica e kepleriana, con: 1. Metodi geometrici classici (triangolazione, angoli sferici) applicati a un modello eliocentrico de facto, pur senza esplicita adesione al sistema copernicano. 2. Osservazioni dettagliate che anticipano le scoperte di Keplero (1609) sull’orbita ellittica di Marte, qui già intuita attraverso le discrepanze tra dati attesi e misurati. 3. Precisione strumentale limitata (assenza del telescopio), compensata da calcoli ripetuti e correzioni empiriche.

Le date (1580-1598) collocano il lavoro in un periodo cruciale, poco prima delle osservazioni di Tycho Brahe (1546-1601) e della successiva rivoluzione kepleriana. La menzione di ”motu eccentrico” (3619) suggerisce una consapevolezza delle irregolarità orbitali, che saranno formalizzate solo con le Leggi di Keplero.

53 Osservazioni astronomiche su Marte nel 1586: misurazioni e anomalie orbitali

Un resoconto dettagliato delle posizioni di Marte rispetto a stelle fisse e al Sole, con discrepanze tra valori attesi e osservati.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche condotte tra ottobre e dicembre del 1586, focalizzate sulla posizione di Marte nel cielo notturno e sulla sua relazione con il Sole e altre stelle di riferimento, come il “cuore del Leone” (cor Leonis). Le misurazioni, espresse in gradi (°), minuti (‘) e secondi (’’), seguono la notazione tipica dell’astronomia pre-moderna e rivelano un’attenzione meticolosa ai dettagli orbitali.

53.1 Prima osservazione: 22 ottobre 1586

L’osservazione iniziale (3622) registra la posizione di Marte alle 6 del mattino (hora VI sub auroram), in congiunzione con il cor Leonis e a una distanza angolare di 6 gradi da esso. La declinazione del pianeta dall’equatore celeste è di 13° 0’ 40’’ boreale (3625, 3626, 3627, 3628), mentre la sua longitudine eclittica risulta essere 111° 7’ 11’’ e la latitudine 1° 36’ 6’’ boreale (3629–3634). Il Sole, posizionato a (3635), dista 68° da Marte (3636), ma l’autore nota una discrepanza: “debuit plus distare” (3638), ovvero la distanza avrebbe dovuto essere maggiore. Da ciò deduce che la linea tra Marte e la Terra è più lunga di quella tra Marte e il Sole (3639), implicando una latitudine apparente del pianeta inferiore a quella reale rispetto all’eclittica (“Minor itaque visa latitudo digressione Planetae vera ab ecliptica”, 3640).

53.2 Seconda osservazione: 2 novembre 1586

Il 2 novembre, alle 4:30 del mattino (hora IV%), Marte viene osservato a 5° 52’ 11’’ di longitudine con una latitudine di 1° 47’ boreale (3641–3645). La distanza angolare dal Sole è ora di 73° (“pene justo modulo”, 3646–3647), un valore considerato quasi corretto. Tuttavia, l’autore rileva che Marte precede il limite boreale (“antecedit limitem”) di circa 16° 17’ (3648–3649), suggerendo che la latitudine osservata in quel punto (“justa fere hujus loci latitudo”, 3650) sia inferiore a quella attesa. Infatti, al limite stesso, la latitudine avrebbe dovuto essere di 1° 50’ (3651–3654), superiore ai 1° 47’ misurati.

53.3 Terza osservazione: 1 dicembre 1586

L’ultima misurazione, effettuata il 1 dicembre alle 7:15 del mattino (hora VII 71l), registra una distanza equatoriale di 25° 12’ 30’’ tra Marte e il cor Leonis (3655–3656), con una declinazione di 6° 2’ 30’’ (3657–3658). La longitudine calcolata è 20° 4’ 30’‘, mentre la latitudine risulta 2° 16’ 30’’ boreale (3659–3664). Il Sole si trova a 18° (3665).

53.4 Significato storico e scientifico

Queste osservazioni riflettono il metodo empirico tipico dell’astronomia rinascimentale, in cui le discrepanze tra dati attesi e misurati spingevano a rivedere i modelli orbitali. La nota sulla distanza Terra-Marte (3639) e la correzione della latitudine (3640, 3651) suggeriscono un tentativo di affinare la comprensione delle orbite planetarie, in un periodo in cui il sistema tolemaico iniziava a mostrare limiti. L’uso di termini come “limitem” (limite) e “digressione” (deviazione) indica un approccio ancora legato alla geometria sferica, ma con una crescente attenzione alle anomalie osservative, preludio alle rivoluzioni kepleriane e newtoniane.

54 L’osservazione dell’orbita di Marte e la misurazione della sua inclinazione eclittica

Un’analisi quantitativa delle discrepanze tra le posizioni osservate e calcolate di Marte, con particolare attenzione all’inclinazione massima del pianeta rispetto all’eclittica.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative alla posizione di Marte, confrontando le misurazioni reali con i valori attesi e deducendo l’inclinazione massima del pianeta rispetto al piano dell’eclittica. Le frasi descrivono un processo di verifica empirica, in cui le discrepanze tra teoria e osservazione portano a una stima precisa dell’angolo di inclinazione.

Il nucleo concettuale ruota attorno alla digressione di Marte dall’eclittica, ovvero la sua latitudine celeste, che varia a causa dell’inclinazione orbitale. L’autore sottolinea come la distanza apparente tra Marte e la Terra (“minor est facta linea inter Martem et terram quam inter Martem et Solem”, 3668) influenzi la percezione della sua posizione, portando a una sovrastima della digressione (“digressio ex appropinquatione major apparuit quam erat revera”, 3668). Questo effetto prospettico è centrale: la vicinanza del pianeta alla Terra amplifica artificialmente la sua deviazione apparente dal piano dell’eclittica.

Le misurazioni quantitative sono dettagliate e ripetute. L’inclinazione massima viene stimata inizialmente in “1 gr. 50 m.” (3673-3674), un valore confermato “eminus” (a distanza) attraverso osservazioni successive. Ad esempio, nel 1583 (3675-3682), Marte viene osservato con una latitudine boreale di “1 gr. 50% min.” (3681), mentre la distanza angolare dal Sole (“80 gr.”, 3685) risulta inferiore al valore teorico (“debuit 7271l gr.”, 3685), indicando che il pianeta era “propior iusto” (più vicino del previsto, 3686). Questa discrepanza suggerisce che la digressione vera (“digressio vera”) fosse maggiore della latitudine osservata (“major visa latitudo”, 3687), ma l’autore nota anche che Marte si trovava “ultra limitem Boreum” (oltre il limite boreale, 3688), ovvero in una posizione in cui l’inclinazione apparente tende a ridursi.

Un caso analogo si verifica nel 1596 (3692-3701), quando Marte viene osservato con una latitudine di “1 gr. 49% min.” (3695), ma la distanza dal Sole (“76 gradibus”, 3698) è leggermente inferiore al previsto (“debuit minus paulo distare”, 3699). Qui, la digressione vera risulta “paulo minor” (leggermente minore) della latitudine osservata (3700), confermando che l’inclinazione massima non era ancora stata raggiunta (“neque maxima haec digressio fuit”, 3701), poiché il pianeta non si trovava “in limite intra 25 gradus” (entro i 25 gradi dal limite, 3701). Il valore di “1 gr. 50 min.” (3703) viene così ribadito come stima definitiva.

Per il limite australe (3704-3710), le osservazioni sono meno frequenti, ma un dato del 1589 (3705-3709) mostra Marte con una latitudine meridiana di “1 gr. 41% min.” (3709), corretta per la rifrazione atmosferica. Anche in questo caso, l’inclinazione massima si attesta intorno a “1 gr. 50 min.”, suggerendo una simmetria tra i due emisferi.

Il testo rivela un approccio metodico, in cui le osservazioni sono confrontate con i modelli teorici per affinare la comprensione dell’orbita marziana. Le discrepanze tra valori attesi e misurati (“debuit tantum 7271l gr.”, 3667; “debuit 7271l gr.”, 3685) non sono errori, ma indizi per correggere la stima dell’inclinazione. L’uso di termini come “digressio”, “latitudo” e “limitem” (limite dell’orbita) riflette una terminologia tecnica precisa, tipica dei trattati astronomici del XVI secolo, mentre la ripetizione di misure in anni diversi (1583, 1589, 1596) testimonia un processo di verifica empirica sistematica.

Dal punto di vista storico, il testo si inserisce nel contesto delle osservazioni pre-kepleriane, in cui astronomi come Tycho Brahe (a cui il trattato è probabilmente attribuibile) raccoglievano dati per confutare o confermare i modelli tolemaici e copernicani. La precisione delle misure (fino al minuto d’arco) e la correzione per la rifrazione atmosferica (“correctione adhibita ob refractionem luminis”, 3710) dimostrano un avanzamento significativo rispetto alle epoche precedenti, preludendo alle leggi di Keplero. La conferma di un’inclinazione massima di circa 1°50’ per Marte rappresenta un risultato concreto, ottenuto attraverso un’analisi rigorosa delle discrepanze tra teoria e osservazione.

55 La misurazione dell’inclinazione orbitale di Marte: osservazioni e metodo kepleriano

Un’analisi quantitativa delle discrepanze tra latitudine osservata e inclinazione orbitale, fondata su osservazioni dirette e principi geometrici.

Il testo presenta una serie di osservazioni astronomiche e calcoli relativi all’orbita di Marte, condotti con l’obiettivo di determinarne l’inclinazione massima rispetto al piano dell’eclittica. Le misurazioni, espresse in gradi (gr.) e minuti (min.), rivelano una tensione tra i dati empirici e le aspettative teoriche, risolte attraverso un metodo geometrico rigoroso.

55.1 Osservazioni e discrepanze iniziali

Le prime frasi documentano misurazioni specifiche: - “45% min., cum latitudine 1 gr.” (3711) e “527’3 min.” (3712) indicano valori di distanza angolare, probabilmente tra Marte e un punto di riferimento (come il Sole o un nodo orbitale). - La posizione del Sole è registrata come “in 2 gr.” (3714), mentre Marte risulta “distans 747’3 gr.” (3715), una distanza che suggerisce una misura lungo l’eclittica o in longitudine. - La frase “Ergo visa latitudo paulo major est digressione puncti ejus ab ecliptica” (3718) evidenzia una discrepanza: la latitudine osservata (visa latitudo) supera la deviazione teorica del pianeta dal piano dell’eclittica. Questa differenza è attribuita a due fattori contrastanti: La posizione di Marte “partibus a Matte” (3716), che riduce l’effetto atteso (“debuit tantum 68% gr.” (3717)). L’interazione tra cause che “se mutuo […] tollunt” (3720), ovvero si compensano.

Un esempio successivo (3721-3732) conferma la variabilità dei dati: - Il 2 novembre, Marte è osservato “in 20 gr. 5974 .:6 cum latitudine 1 gr. 36 m.” (3721-3722), con il Sole “in 19 gr. nl” (3723). - La distanza angolare tra Marte e il Sole (“non amplius 62 gradibus”) è inferiore al valore atteso (“debuerit vero 68% gr.”, 3724), portando a concludere che “minor igitur est visa latitudo quam vera ab ecliptica digressio” (3725). Qui, la latitudine osservata è inferiore alla deviazione reale, a causa della posizione di Marte “ultra limitem” (3726), ovvero oltre il punto di massima inclinazione.

55.2 Il metodo geometrico per l’inclinazione orbitale

Keplero propone due approcci per determinare l’inclinazione massima (inclinatio maxima) dei piani orbitali: 1. Metodo indiretto (3733): “Expedivi modum; unum, in qua praesupponitur mediocriter nota lO orbium proportio” si basa su proporzioni orbitali note, ma richiede calcoli successivi. Le osservazioni “citra calculum” indicano rapidamente l’inclinazione, ma con approssimazione. 2. Metodo diretto (3734): “Nunc alium subjiciam, cui selectioribus et rarioribus observationibus opus est” necessita di osservazioni rare e precise, ma elimina la necessità di presupporre proporzioni orbitali. Il risultato emerge “sine ulla praeconceptione” e senza calcoli complessi.

Il principio geometrico alla base è enunciato in (3735): “Cum duo plana se mutuo secant, quaecunque binae linea e ad idem punctum lineae sectionis in utroque plano ducuntur, rectae ad sectionis lineam, unum et eundem semper angulum concludunt.” Quando due piani si intersecano, le rette tracciate da un punto comune della linea di intersezione formano angoli uguali. Applicato all’eclittica e all’orbita di Marte, questo implica che l’angolo di inclinazione (EAC) è uguale alla latitudine apparente (FBD) del pianeta quando la Terra, il Sole e Marte formano un angolo retto (90°).

55.3 Applicazione pratica e risultati

Keplero identifica una data chiave: il 22 aprile 1583 (3743), quando il Sole si trova “in 11 H quinque vel sex gradibus infra nodum” (3744) e la Terra è “supra lineam sectionis versus Martem” (3745). In questa configurazione: - La latitudine apparente di Marte (FBD) è massima quando l’angolo tra Terra-Sole e Terra-Marte è di 90° (3742). - Tuttavia, due effetti si compensano: - La vicinanza di Marte alla Terra “major justo fìet latitudinis apparentia” (3746). - La posizione non ortogonale (“cum non intersint 90 gr. inter Solem et Martem”) riduce la latitudine osservata (3747-3748).

Assumendo che queste deviazioni si annullino (“contrarias has exorbitationes se mutuo tollere”, 3749), Keplero conclude che l’inclinazione massima dei piani orbitali è “proxime tanta quanta visa latitudo”, ovvero 1° 50’ 30” (3751-3752).

55.4 Osservazioni mancanti e conferme

Il testo menziona un’occasione favorevole il 30 ottobre 1584 (3753-3754), ma “nulla observatio extat” (3755). Tuttavia, il 12 novembre 1584 (3756-3761) fornisce dati utili: - Marte è osservato “in 23 gr. 14 min. […] latitudine 2 gr. 12 2/5 m. Boreali”, con il Sole “in 1 gr. […] versante”. - La latitudine apparente è influenzata da due fattori: Un piccolo contributo (“parumper de angulo minutum”) dovuto all’inclinazione della linea di vista (3762). Un effetto maggiore (“plurimum vero is auctus ex appropinquatione ad terram”, 3763) per la vicinanza alla Terra. Di conseguenza, l’inclinazione reale è “minor […] quam 2 gr. 12 min.”, stimata in (3764-3766).

55.5 Significato storico e scientifico

Il testo testimonia: 1. Il passaggio da un’astronomia osservativa a una geometrica: Keplero non si limita a registrare dati, ma li interpreta attraverso principi matematici, anticipando il metodo scientifico moderno. 2. La sfida delle orbite non circolari: Le discrepanze tra latitudine osservata e teorica riflettono la complessità delle orbite planetarie, che Keplero risolverà solo con le leggi delle orbite ellittiche (1609-1619). 3. L’importanza delle osservazioni di Tycho Brahe: Le misurazioni citate (es. 1583-1584) derivano probabilmente dai dati di Brahe, fondamentali per le scoperte kepleriane.

Le frasi (3735-3752) sono particolarmente rilevanti: introducono un metodo geometrico innovativo per misurare l’inclinazione orbitale senza presupposti arbitrari, basato esclusivamente su osservazioni in quadrature (angoli di 90°). Questo approccio sarà cruciale per la formulazione della seconda legge di Keplero (aree uguali in tempi uguali).


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56 L’inclinazione orbitale di Marte e la sua misurazione nel sistema tolemaico

Un’analisi delle osservazioni astronomiche del 1585 e la loro interpretazione attraverso il modello geocentrico.

Il testo presenta una serie di misurazioni e calcoli relativi all’inclinazione orbitale di Marte, basati su un’osservazione compiuta il 26 aprile 1585 (“Vt in observatione MDLXXXV D. XXVI April.”, 3810). L’autore riporta dati precisi sulla posizione del Sole e di Marte: il Sole si trovava a 16° di un segno zodiacale non specificato (“quia Sol in 16 ~”, 3811), mentre Marte era a 21° 26’ (“in 21 gr. 26 min.”, 3815-3816). La latitudine apparente di Marte (“Q, visus est cum lat.”, 3813) viene indicata come 1° 49’ ½ (“1 gr. 49% minuto”, 3814, 3818), valore che corrisponde all’inclinazione del punto osservato (“Quanta igitur apparet latitudo in G ex B, tanta est inclinatio puneti H”, 3809).

Il passaggio chiave riguarda la relazione tra la posizione di Marte e il suo limite di massima inclinazione. L’autore calcola che, quando Marte dista 85° dal limite (“absit a limite V gradibus, et sinus gradus 85 parte 1/250 minor sit sinu toto”, 3821), la sua inclinazione massima risulta 1° 50’ ½ (“1 gr. 50~ min. circiter”, 3822-3823), leggermente superiore al valore osservato. Questo suggerisce una correzione dovuta alla parallasse o alla geometria dell’epiciclo nel sistema tolemaico.

La seconda parte del testo (“1 PARS SECVNDA / CAPVT XIII”, 3824) introduce una dimostrazione geometrica basata sull’ipotesi tolemaica. Viene descritto un modello in cui la Terra (A) è al centro, con una linea (AB) passante per il Sole e il suo punto opposto a 17° 8’ (o un valore simile, “in 17 gr. 8 vel nt”, 3825, 3828). La linea di visione di Marte (AD) forma un angolo retto (“BAD rectus”, 3826) con AB, posizionando AD anch’essa a 17° 8’ (“Erit ergo AD in 17 gr. òì vel =”, 3827-3828). La traiettoria di Marte (D) segue un moto parallelo a BA perché il suo movimento sull’epiciclo è sincronizzato con quello del Sole (“quia motus Martis in epicyclo motum Solis in suo orbe sequitur”, 3829), passando per il centro dell’epiciclo (C).

Il testo evidenzia due aspetti fondamentali: 1. La precisione delle misurazioni (latitudini, inclinazioni, posizioni angolari), tipica dell’astronomia rinascimentale pre-kepleriana. 2. L’aderenza al modello tolemaico, dove l’inclinazione di Marte è spiegata tramite epicicli e deferenti, con correzioni basate su osservazioni dirette.

L’ambiguità nei simboli (“~”, “&’”, “òì”) suggerisce una notazione abbreviata o specifica del trattato, mentre la ripetizione dei valori (“21 gr. 26 min.”) ne sottolinea l’importanza come dato di riferimento. La discrepanza tra 1° 49’ ½ (osservato) e 1° 50’ ½ (calcolato) riflette il tentativo di conciliare teoria e pratica, tipico della scienza dell’epoca.


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57 L’opposizione di Marte del 1582: calcoli e osservazioni astronomiche

Un’analisi tecnica della posizione di Marte durante l’opposizione del dicembre 1582, con riferimenti a metodi trigonometrici e correzioni orbitali.

Il testo riporta una dettagliata ricostruzione dell’opposizione di Marte avvenuta nel dicembre 1582, combinando osservazioni dirette, calcoli trigonometrici e riferimenti a tavole astronomiche preesistenti. L’evento è collocato temporalmente con precisione: l’articolo di opposizione (ovvero il momento in cui Marte e il Sole si trovano in posizioni diametralmente opposte rispetto alla Terra) è fissato al 18 novembre (frase 3941: “Itaque articulus oppositionis fuit die XVIII 3 0 Novem.”), ma le osservazioni successive ne correggono la datazione.

57.1 Dati osservativi e correzioni orbitali

L’autore si concentra su due momenti chiave: 1. La posizione di Marte il 28 dicembre 1582 (frase 3960: “Anno MDLXXXII D. XXIIX Decembris hora noctis sequentis XI M. xxx visus est Mars in 16°. 47’ §”), quando il pianeta fu osservato a 16° 47’ in longitudine eclittica, mentre il Sole si trovava a 10° 17’ 13” 45’ (frase 3961). La differenza angolare tra i due corpi era di 26’ 45” (frase 3969), indicando che l’opposizione vera era già avvenuta. 2. Il calcolo retrospettivo dell’opposizione vera, ottenuta sottraendo il tempo necessario perché Marte e il Sole coprissero la distanza angolare residua. La somma dei moti diurni dei due corpi (85’ 18, frase 3967) permette di risalire all’istante esatto: 28 dicembre, ore 3:58 post meridiem** (frase 3976), con Marte a 16° 54’ 32” in longitudine eclittica (frasi 3977-3979) e una latitudine boreale di 4° 6’** (frasi 3981-3982), secondo le tavole di Tycho Brahe.

58 Metodi di calcolo e riferimenti teorici

Il testo rivela un approccio matematico rigoroso, basato su: - Trigonometria sferica: L’autore cita esplicitamente Philipp van Lansberge (frase 3948: “ex PHILIPPI LANDSBERGII Triangulorum doctrina”), ringraziandolo per aver fornito strumenti (secures ad substructiones Astronomicas) che semplificarono i calcoli. Il riferimento a tangens lateris 20° multiplicatus in secantem anguli 10° 50’ inclinationis (frase 3950) suggerisce l’uso di funzioni trigonometriche per correggere l’orbita di Marte. - Correzioni orbitali: Viene calcolato l’arco di orbita tra il nodo e la posizione di latitudine di Marte (6° 28’ II, frase 3944), con una deviazione di 35 secondi d’arco (frasi 3951-3953: “excrescit tantum 18~ particulis, quibus circiter 35 secunda respondent”). Questa correzione, definita correctiuncula sane non necessaria (frase 3956), indica una precisione quasi trascurabile, ma comunque considerata.

58.1 Dettagli tecnici e ambiguità

58.2 Contesto storico e significato

Il documento testimonia: 1. L’evoluzione degli strumenti astronomici: Il ringraziamento a Lansberge (frase 3949) sottolinea l’importanza di strumenti precisi e accessibili (“e propinquo et vili temporis precio”), in contrasto con metodi precedenti più laboriosi (“e longinquo et cum ineptis manubriis”). 2. La transizione verso l’astronomia moderna: L’uso di tavole come quelle di Tycho Brahe (frase 3983) e la precisione nei calcoli riflettono il passaggio da modelli geocentrici a quelli eliocentrici, con una crescente attenzione per le irregolarità orbitali (es. la correzione di 35” per Marte). 3. Un approccio empirico: Le discrepanze nelle latitudini (frasi 3984-3985) mostrano una scienza ancora in fase di affinamento, dove l’osservazione diretta si confronta con i modelli teorici.

Il testo, dunque, non è solo un resoconto tecnico, ma una testimonianza del metodo scientifico rinascimentale, dove calcolo, osservazione e collaborazione tra studiosi convergevano verso una maggiore accuratezza nella descrizione dei fenomeni celesti.

59 Osservazioni astronomiche di Marte tra il 1585 e il 1587: misurazioni, opposizioni e latitudini

Una registrazione meticolosa di posizioni planetarie, correzioni parallattiche e discrepanze tra osservazioni e tabelle ticoniche.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative a Marte, condotte tra il 1585 e il 1587, con particolare attenzione alle sue coordinate eclittiche, alla parallasse e alle discrepanze tra dati rilevati e previsioni tabulari. Le misurazioni sono espresse in gradi (°), minuti (’) e secondi (“), con riferimenti temporali precisi (ore, minuti e frazioni di ora) e indicazioni di latitudine boreale o australe.

59.1 Opposizione di Marte nel 1585 e calcoli di moto

L’osservazione del 31 gennaio 1585 (Anno MDLXXXV D. XXXI Jan. hora XII M. o.) registra Marte in 21° (3992), con il Sole in 22° (3995). La distanza angolare tra i due corpi è minima (Distantia 1 3’. 20“, 3998-4000), indicando che l’opposizione vera era già avvenuta (”Transierat itaque oppositio vera”, 3997). Il moto diurno del Sole è quantificato in 61’ 16” (4001), mentre quello di Marte in 24’ 15“** (4002-4003), per una somma di 85’ 31” (4004-4005). Attraverso una proporzione, si stima che 1° 25’ 31”** (4006-4007) corrispondano a 24 ore, mentre 1° 3’ 20” (4008-4010) equivalgono a 17h 46m, da cui si deduce che Marte aveva percorso 18’** in quel lasso di tempo. Il risultato è una correzione temporale: l’opposizione si colloca al 30 gennaio, ore 19:14 (4011-4012), con Marte in 21° 36’ 10” (4013-4015).

60 Correzioni per la riduzione e latitudine

La posizione di Marte richiede una sottrazione minima (Pro reductione minimum aliquid subtrahitur, quia Mars jam est ultra limitem, 4016) poiché il pianeta si trova oltre il limite nodale. L’arco dell’orbita, estendendosi dal nodo successivo, tende verso i punti precedenti (Itaque extensio arcus orbitae a nodo sequente vergit in antecedentia, 4017). Tuttavia, data la vicinanza di Marte al nodo (4-5°, 4018), l’effetto di trazione è trascurabile (plane insensibilis efficitur sub 30 tractio).

La latitudine boreale di Marte, secondo le tabelle ticoniche, è di **4° 32’ 10“** (4019-4021). L’osservazione del 31 gennaio, ore 12 (4022) conferma una latitudine di 4° 31’ (4023), con una differenza attribuita alla parallasse diurna (”Residuum Tychonici addidere ob parallaxin diurnam”, 4024).

60.1 Osservazione del 1587 e parallasse

Il 4 marzo 1587, alle ore 1:16 dopo la mezzanotte (4026), Marte è osservato in congiunzione con il cuore della Bilancia (corde bì) e Spica della Vergine, a **26° 26’ 17“** (4026-4027), con una latitudine visiva di 3° 38’ 16” boreale (4028-4029). Poiché il pianeta si trovava a 37° sopra l’orizzonte (4030), la parallasse diurna diventa rilevante: essa riduce leggermente la longitudine, collocando Marte in 26° 26’, con una latitudine lievemente maggiore (parallaxis diurna consideranda venit, adimitque longitudini parum aliquid, ut hoc nomine PIaneta sit in 26°.26’ nv cum latitudine paulo majore, 4030).

61 Le osservazioni di Marte e la misurazione delle parallassi nel trattato astronomico

Un’analisi dettagliata delle posizioni, delle parallassi e delle correzioni orbitali di Marte, con particolare attenzione alle discrepanze tra osservazioni geocentriche e eliocentriche.

Il testo presenta una serie di calcoli e osservazioni astronomiche relative a Marte, focalizzandosi sulla parallasse, la latitudine e la posizione orbitale del pianeta. L’autore stabilisce una relazione diretta tra la distanza di Marte dalla Terra e quella del Sole, affermando che “poiché il Sole dista dalla Terra quasi il doppio di quanto ne dista Marte, la parallasse di Marte sarà quasi doppia rispetto a quella del Sole” (4031). Questa proporzione viene quantificata: “posto che la parallasse del Sole sia di 3’, quella di Marte risulterà circa 5’” (4032), un dato cruciale per le successive correzioni osservative.

Le osservazioni si concentrano su due momenti specifici: un’opposizione (quando Marte e il Sole sono in punti opposti rispetto alla Terra) e una misurazione successiva. Durante l’opposizione, l’autore registra la distanza angolare tra Marte e il vertice celeste (“distat nonagesimus a vertice 55 gradibus”, 4034), da cui deduce una parallasse di latitudine di 4’ (“exhibetur latitudinis parallaxis 4’”). Questa correzione porta a una stima della latitudine geocentrica di Marte pari a “3° 42’ Borea” (4035-4037), con un margine di incertezza che verrà approfondito in seguito (“Id infra parte quinta serviet nobis ad parallaxes Martis accuratius examinandas”, 4038).

La posizione vera del Sole (“Verus Solis locus in 23° 59’ 11’’ X”, 4039) e la sua distanza angolare da Marte (“Distabant sidera per 2° 26’ 49’‘“, 4041-4042) permettono di calcolare l’ora esatta dell’opposizione: ”tempus verae oppositionis VI Martii H. VII M. XXIII” (4048-4049). La posizione di Marte in eclittica viene determinata in ”25° 43’ 53’’ 11’‘“ (4050), con una correzione di ”55’’ pro reductione ad orbitam” (4052) per ottenere la posizione orbitale reale (“Fuit igitur in orbita 25° 43’ 11’‘“, 4053-4054). La latitudine del pianeta, in diminuzione (”Latitudo decrescebat”, 4055), viene stimata ”poco meno di 3° 38’ Borea” (4056-4057), con una versione corretta per parallasse di “3° 42’” (4059).

Un secondo set di dati riguarda un’osservazione del 15 aprile 1589 (“Anno MDLXXXIX D. XV Aprilis”, 4060), in cui Marte viene localizzato a “3° 58’ 20’‘“ con una latitudine di ”1° 4’ 20’’ Bor.” (4062-4064), anch’essa in diminuzione (“decrescente”, 4065). L’altezza di Marte (“altitudo Martis 22 1/5°”, 4066) e la parallasse orizzontale (“VI minutorum”, 4067) vengono confrontate con quella solare, confermando la proporzione doppia (“duplo circiter major Solari”). La distanza dal vertice (“nonagesimi a vertice distantia est 64°”, 4069) genera una parallasse diurna di 5’ 24’’ (4070), la cui accuratezza sarà verificata in seguito (“quae an tanta fuerit, infra ex accurata latitudinum consideratione apparebit”, 4071). La latitudine corretta per parallasse risulta “1° 9’ 45’’ Bor.” (4072), mentre la parallasse di longitudine (“2’ 38’’”, 4073-4074) viene calcolata in base alla distanza angolare di Marte dal nonagesimo (“40 gradibus”, 4075).

Il testo rivela una metodologia rigorosa per correggere le osservazioni geocentriche, distinguendo tra: - Posizioni apparenti (influenzate da parallasse e rifrazione). - Posizioni reali (ridotte all’orbita eliocentrica). L’uso di termini come “reductio ad orbitam” (4052) e “parallaxin correcta” (4059) sottolinea l’importanza delle correzioni per ottenere dati affidabili, preludio alle teorie eliocentriche che verranno formalizzate in seguito. La precisione delle misure (fino ai secondi d’arco) e la ripetizione delle osservazioni testimoniano un momento chiave nella storia dell’astronomia, in cui l’osservazione diretta inizia a confrontarsi con i modelli teorici.

62 L’opposizione di Marte del 1591: osservazioni, parallasse e rifrazione nell’astronomia di Brahe

Un’analisi meticolosa delle discrepanze tra osservazione e calcolo nella posizione di Marte, tra parallasse, rifrazione atmosferica e correzioni orbitali.

Il testo riporta le osservazioni astronomiche di Tycho Brahe sull’opposizione di Marte del 14 aprile 1591, integrando dati numerici, ipotesi fisiche e correzioni metodologiche. L’autore confronta le misure dirette con i modelli teorici, evidenziando le incertezze legate alla parallasse e alla rifrazione atmosferica, due fenomeni che alterano la posizione apparente dei corpi celesti.

62.1 La correzione della parallasse e l’effetto della rifrazione

La discrepanza iniziale tra la posizione osservata e quella calcolata di Marte è attribuita alla parallasse: “8, quibus Mars in consequentia projectior est quam si ex centro terrae fuisset inspectus” (4079). L’autore riconosce che Marte appare spostato di 8 secondi d’arco rispetto alla posizione attesa se osservato dal centro della Terra, assumendo assenza di rifrazione. Tuttavia, propone un’interpretazione alternativa: “At mihi probabilius est, easdem cum Sole (majores nempe quam sunt Fixarum) refractiones subisse” (4080). La rifrazione, maggiore per Marte e il Sole rispetto alle stelle fisse, sarebbe causata dall’atmosfera perturbata dall’opposizione tra i due corpi, mentre le stelle fisse sono osservate in condizioni atmosferiche più stabili (“aere defaecatissimo”).

L’ipotesi di una rifrazione nulla porta a una correzione della posizione di Marte a 3° 57’ 0, con il Sole a 5° 36’ 20” (4081-4085). La differenza di 1° 39’ 20“** (4086) tra Marte e il punto opposto al Sole suggerisce un’anticipazione dell’opposizione rispetto al calcolo teorico. Il moto diurno di Marte (22’ 8”) e del Sole (58’ 10) (4087-4088) viene estrapolato per determinare l’istante esatto dell’opposizione: Ergo articulus oppositionis fuit die XIV Aprilis hora VI M. XXIII (4095), con Marte in **4° 24’ 30” (4096-4097). L’autore ammette che la posizione potrebbe variare leggermente se si considerassero rifrazione o una parallasse diurna sovrastimata (“paulo ulterius, si refractio contigerit” (4098)).

62.2 Riduzione all’orbita e latitudine planetaria

La correzione per riportare Marte sulla sua orbita è minima (“insensibile quippiam esset adimendum”), data la distanza dal nodo (“vix XII gradibus absit a nodo”) (4099). La posizione corretta è 4° 24’, con una latitudine aumentata di 3 scrupoli (4100). L’andamento della latitudine di Marte, che decresceva già dall’8 marzo, non raggiunge il massimo durante l’opposizione (“neque maxima fuit in oppositione” (4101)), un dettaglio che suggerisce un’orbita non perfettamente complanare con l’eclittica.

62.3 Osservazione del 6 giugno 1591: parallasse e rifrazione a confronto

Un secondo set di dati riguarda l’osservazione del 6 giugno 1591 (4103), quando Marte è in 27° 14’ 42 con latitudine 3° 55’ sud (4104-4106). Qui la rifrazione è significativa (“magna fuit, cum Mars in meridie non majorem 6 graduum altitudinem haberet), ma corretta usando le tabelle per le stelle fisse (4107). La parallasse, invece, è trascurata: Marte dista dalla Terra metà della distanza Terra-Sole (“dimidio distantiae Solaris”), il che implicherebbe una parallasse orizzontale superiore a 6 minuti d’arco (4108-4109). Tuttavia, l’autore la omette per due motivi: 1. La rifrazione solare (più affidabile) risulta 4’ maggiore di quella usata da Brahe, compensando quasi interamente la parallasse. 2. Marte, essendo vicino al punto del solstizio d’inverno (“prope punctum brumale”), non subisce parallasse in longitudine (4109).

Rimane un dubbio sulla latitudine: “annon aliquot scrupulis minor fuerit, parallaxi scilicet Planetam nimis in Austrum projiciente” (4110), suggerendo che la parallasse potrebbe aver spostato Marte troppo a sud.

62.4 Calcolo della differenza angolare e moti diurni

Il 6 giugno, il Sole è in 24° 58’ 10“** (4111-4112), con una differenza angolare di 2° 16’ 10” tra i due corpi (4113-4114). Il moto diurno del Sole è 57’ 8, mentre quello di Marte (su 4 giorni) è 1° 12’ 24” (4115-4118), confermato da un’osservazione del 10 giugno** alle 11h 30m, quando Marte è in 26° 2’ 18” (4119-4120).

62.5 Gerarchia dei concetti e ambiguità

Il testo rivela una tensione metodologica tra: - Osservazione diretta (dati grezzi, come le posizioni in gradi/minuti/secondi). - Correzioni teoriche (parallasse, rifrazione, riduzione all’orbita). - Scelte pragmatiche (omissione della parallasse per coerenza con altre ipotesi).

L’ambiguità principale riguarda la rifrazione: l’autore oscilla tra l’uso delle tabelle per le stelle fisse e quelle solari, senza una soluzione definitiva. La parallasse, pur riconosciuta come rilevante, è spesso trascurata per evitare complicazioni, soprattutto quando i suoi effetti sono minimi (come in longitudine vicino al solstizio). La latitudine di Marte rimane un punto critico, con la possibilità che la parallasse abbia introdotto errori sistematici.

63 Osservazioni astronomiche di Marte nel 1593: calcoli orbitali e latitudine

Un resoconto dettagliato delle misurazioni di Keplero sulla posizione di Marte, con particolare attenzione ai movimenti apparenti, alla latitudine eclittica e al calcolo dell’opposizione.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli relativi alla posizione di Marte nel 1593, condotti con precisione meticolosa. L’analisi si concentra su due date chiave: il 24 agosto e il 29 agosto, con riferimenti a fenomeni orbitali come l’opposizione (quando Marte e il Sole si trovano in punti opposti del cielo rispetto alla Terra) e la latitudine eclittica del pianeta.

63.1 Posizione e movimento di Marte

Le misurazioni iniziali del 24 agosto (frase 4138) collocano Marte a: - Longitudine eclittica: 12° 38’ 10” (segno zodiacale X, probabilmente Bilancia), - Latitudine: 6° 5’ 30” australe (sud dell’eclittica). L’altezza del pianeta (86° 30’) è tale da annullare le variazioni orizzontali dovute alla parallasse (“ut variationes horizontales se mutuo conficerent”, frase 4142).

Cinque giorni dopo, il 29 agosto (frase 4143), Marte appare in: - 11° 15’ 24” X, - con latitudine 5° 52’ 15” australe (frase 4148), in evidente decrescita (“Decrescebat enim vehementer”, frase 4149). Questo calo è attribuito al fatto che la latitudine massima era stata raggiunta 14 giorni prima dell’opposizione, cioè intorno al 10 agosto (frase 4150).

Il moto apparente di Marte in cinque giorni è quantificato in 1° 22’ 36, corrispondente a 16’ 31” al giorno (frase 4152). Questi dati sono fondamentali per determinare la velocità orbitale del pianeta e correggere le discrepanze tra osservazioni e modelli teorici.

63.2 Calcolo dell’opposizione

Un passaggio cruciale riguarda la determinazione del momento esatto dell’opposizione, avvenuta il 26 agosto (frase 4160). Il testo fornisce una ricostruzione dettagliata: 1. Posizione del Sole il 24 agosto: 11° 2’ 31” III (segno zodiacale III, probabilmente Gemelli), con un moto giornaliero di 58’ 20” (frasi 4153, 4155). 2. Distanza angolare tra Marte e il Sole il 24 agosto: 1° 35’ 30” (frase 4154). 3. Somma dei moti giornalieri di entrambi i corpi (“summa diurnorum 1° 0’ 14’ 51”), necessaria per calcolare il tempo residuo all’opposizione (frasi 4157-4159). 4. Il risultato è che l’opposizione si verificò il 26 agosto alle 5:27 del mattino, con Marte in 12° 16’ X e latitudine 6° 2’ australe (frasi 4161-4163).

63.3 Correzioni orbitali e latitudine

Il testo evidenzia due aspetti peculiari: 1. Riduzione all’orbita: Per ottenere una posizione più accurata, si aggiungono 52 secondi alla longitudine di Marte (“cui adduntur 52 sec. pro reductione ad orbitam”, frase 4131), portandola a 26° 43’ (frasi 4129-4133). Questo suggerisce una correzione per tenere conto dell’inclinazione orbitale del pianeta rispetto all’eclittica. 2. Variazione della latitudine: Tra il 6 e il 10 giugno (periodo non direttamente osservato ma dedotto), la latitudine di Marte aumentò di circa 13 scrupoli (“tredecim fere scrupulis”, frase 4134), raggiungendo un picco 40 giorni dopo l’opposizione. Il 24 agosto, la latitudine è 4° 1’ (frasi 4135-4136), valore che include una correzione per la rifrazione atmosferica (“salva quantitate refractionis”, frase 4135).

63.4 Significato storico e metodologico

Questi dati riflettono il lavoro di Johannes Kepler (come suggerito dalla firma “KeplerIII” nella frase 4165) nel periodo in cui stava sviluppando le sue leggi sul moto planetario. In particolare: - L’attenzione alla latitudine e alle sue variazioni dimostra la ricerca di un modello che superasse le discrepanze tra le osservazioni e la teoria tolemaica o copernicana. - La precisione nelle misure (fino ai secondi d’arco) testimonia l’uso di strumenti avanzati per l’epoca, come il quadrante o il sextante. - Il riferimento all’opposizione è cruciale: questi eventi erano (e sono) momenti ideali per osservare i pianeti esterni, in quanto più vicini alla Terra e visibili per tutta la notte.

63.5 Ambiguità e incertezze

Alcuni passaggi presentano dubbi interpretativi: - La frase 4121 è incompleta (“?”), forse un errore di trascrizione. - Le misure temporali nelle frasi 4122-4127 (“unius ergo diei, 18 min. 12 sec.”, “Summa diurnorum 1° 0’ 15’ 20”) sembrano riferirsi a calcoli intermedi per la durata del giorno siderale o del moto medio, ma il contesto non è del tutto chiaro. - La frase 4133 (“26 gr. 43 minuto ?”) lascia intendere un’incertezza nella correzione della longitudine.

In sintesi, il testo documenta un momento chiave nella storia dell’astronomia: la transizione da modelli geometrici puri a una descrizione dinamica delle orbite, fondata su dati osservativi rigorosi. Le discrepanze tra le misure e le previsioni teoriche qui registrate avrebbero poi portato Keplero alla formulazione della prima legge (orbite ellittiche) e della seconda legge (aree uguali in tempi uguali).

64 Osservazioni astronomiche su Marte tra il 1595 e il 1597: registrazione di posizioni e opposizioni

Una testimonianza storica di misurazioni celesti, con dati precisi su longitudini, latitudini e moti apparenti di Marte e del Sole.

Il testo riporta osservazioni astronomiche condotte tra il 1595 e il 1597, focalizzate sulla posizione di Marte e sul calcolo delle sue opposizioni rispetto al Sole. Le annotazioni, ricche di coordinate e misure angolari, riflettono il metodo osservativo dell’epoca, basato su strumenti come quadranti o astrolabi, e rivelano un approccio sistematico alla determinazione dei moti planetari.

64.1 Prima osservazione: ottobre 1595

Il 30 ottobre 1595 (frase 4166), alle ore 8:20 (hora IIX M. xx), viene registrata la posizione di un pianeta — identificato come Marte — a 17° 47’ 15 di longitudine eclittica. La latitudine è quasi nulla (“Latitudo 0°. 5’. 10” Borealis”, frasi 4168-4170), il che suggerisce una vicinanza al nodo orbitale (“non longe a nonagesimo”, frase 4168), ovvero al punto in cui l’orbita di Marte interseca il piano dell’eclittica. La posizione del Sole è annotata a 16° 50’ 30 (frasi 4171-4172), con una distanza angolare tra i due corpi di **56’ 45” (frasi 4173-4174).

Il calcolo del moto diurno (“Diurnus”) rivela valori distinti per i due astri: 1° 0’ 35“** per il Sole e 22’ 54” per Marte (frasi 4175-4176). La somma di questi moti (1° 23’ 29, frasi 4178-4179) permette di stimare il momento esatto dell’opposizione vera, che avviene il 31 ottobre alle 0:39 post meridiem (frasi 4182-4183). In quell’istante, Marte si trova a 17° 31’ 40” (frasi 4184-4186), con una latitudine ridotta a 0° 8’ boreale** (frasi 4188-4189), poi corretta a 0° 5’ in base all’analogia con osservazioni precedenti e successive (“Sed analogia […] docet lat. 5’ Bor.”, frasi 4190-4192). La nota “qui reductione non indiget ad orbitam, cum pene in ipso nodo versetur” (frase 4187) sottolinea che la posizione di Marte non richiede correzioni orbitali, essendo prossimo al nodo.

64.2 Seconda osservazione: dicembre 1597

Il 10 dicembre 1597 (frase 4194), alle ore 8:30, Marte è registrato a 3° 45’ di longitudine (frasi 4195-4196), mentre il Sole si trova a 29° 4’ 53“** (frasi 4196-4198). La distanza angolare tra i due è di 4° 40’ 37” (frasi 4200-4202). Il moto diurno del Sole è di 61’ 20, mentre quello di Marte — calcolato in base a osservazioni precedenti (“nam anno MDLXXX […] fuit 24’, frase 4204) — è di 23’ 40”. La somma dei moti (1° 25’ 0”, frasi 4205-4207) porta a determinare l’opposizione vera il 14 dicembre alle 3:44 del mattino** (frase 4208), con Marte a 2° 27’ di longitudine (frasi 4209-4210).

64.3 Elementi peculiari e significato storico

  1. Precisione delle misure: Le coordinate sono espresse in gradi (°), minuti (’) e secondi (“), con una granularità che testimonia l’uso di strumenti avanzati per l’epoca. La distinzione tra locus (posizione apparente) e “vera oppositio” (momento esatto di allineamento) rivela un approccio dinamico, che corregge le osservazioni grezze tramite calcoli successivi.
  2. Riferimenti a osservazioni passate: La frase 4204 cita dati del 1580 e del 1582, dimostrando una continuità nel metodo e un tentativo di interpolazione per migliorare l’accuratezza. Questo approccio anticipa i metodi di Keplero, che pochi anni dopo avrebbe formulato le leggi sul moto planetario.
  3. Latitudine e nodi orbitali: L’attenzione alla latitudine (“Latitudo”) e la menzione del “nodo” (frasi 4187, 4168) riflettono la consapevolezza delle inclinazioni orbitali, un concetto chiave per la successiva rivoluzione copernicana.
  4. Terminologia tecnica: Espressioni come “parallaxi” (frasi 4168), “reductione ad orbitam” (frase 4187) e “analogia” (frasi 4190-4192) denotano un linguaggio specialistico, tipico dei trattati astronomici rinascimentali.

Il testo rappresenta una testimonianza diretta del lavoro osservativo pre-kepleriano, in cui la raccolta meticolosa di dati serviva a costruire modelli geometrici del sistema solare. La sua rilevanza storica risiede nell’essere un tassello delle osservazioni che, pochi decenni dopo, avrebbero portato alla formulazione delle leggi di Keplero e alla definitiva affermazione dell’eliocentrismo.

65 Osservazioni astronomiche e correzioni orbitali tra XVI e XVII secolo

Un resoconto delle misurazioni di Marte e del Sole condotte da Tycho Brahe e collaboratori, con dettagli sulle correzioni di longitudine, latitudine e opposizioni planetarie.

Il testo riporta una serie di osservazioni astronomiche relative alla posizione di Marte e del Sole, condotte tra il dicembre 1600 e il febbraio 1602, con particolare attenzione alle correzioni orbitali e alle discrepanze tra misurazioni. Le annotazioni seguono un metodo rigoroso, tipico dell’astronomia pre-kepleriana, basato su strumenti di precisione (come quelli di Tycho Brahe) e su calcoli manuali per ridurre gli errori osservativi.

65.1 Correzioni di longitudine e latitudine

Le prime frasi (4212-4214) introducono una correzione di longitudine per Marte, definita “Reductio ad orbitam” (riduzione all’orbita), che richiede l’aggiunta di circa 52 secondi per compensare l’incertezza osservativa (“ridicula sane hoc loco, cum observatio ipsa aliquot scrupulorum incertitudinem habeat”). Il risultato finale è una posizione corretta di 2 gradi e 28 minuti (4213-4214). La latitudine boreale del pianeta, ricavata dalle tavole astronomiche, è fissata a 3° 33’ (4216-4217).

Un’osservazione chiave è attribuita a David Fabricius (4218-4220), che nella notte tra il 10 e l’11 dicembre (probabilmente del 1600) rileva Marte in 3° 40’ ¼ di longitudine, con una latitudine di 3° 23’ boreale. Questa misura è quasi coincidente con quella di Brahe, come sottolineato in (4221-4223): “Qua observatione in longum quidem res pene eodem recidit” (questa osservazione, per quanto riguarda la longitudine, porta quasi allo stesso risultato). La differenza è minima: solo 2 scrupoli (unità di misura equivalente a 1/60 di grado) oltre la posizione di Fabricius.

65.2 Opposizione Marte-Sole e calcoli di moto

Il passaggio successivo (4224-4243) descrive un’opposizione planetaria tra Marte e il Sole, osservata il 10 gennaio 1601 (secondo il calendario giuliano). Alle ore 11:40 a Uraniborg, Marte è visto in 10° 38’ 46’’ di longitudine (4224-4226), mentre il Sole si trova in 3° 26’ 30’’ (4227-4229). La distanza angolare tra i due astri è di 7° 12’ 16’’ (4230-4232).

Il moto diurno del Sole nei giorni successivi è calcolato in 1° 1’ 3’’, mentre quello di Marte è di 23’ 44’’ (4233-4235). La somma dei moti (“summa”) è 1° 24’ 47’’ (4236-4238), permettendo di stabilire che l’opposizione vera avviene 5 giorni e 2 ore e 22 minuti dopo l’osservazione iniziale, cioè il 15 gennaio alle ore 2:22 antelucane (4239-4242). In quel momento, Marte si trova in 8° 38’ di longitudine (4243), con una latitudine di 4° 30’ 50’’ boreale (4245-4246). La nota “Reductione non est opus, cum sit proxime limitem” (4244) indica che non è necessaria alcuna correzione, poiché il pianeta è prossimo al limite di precisione delle tavole.

65.3 Misurazioni con strumenti ticonici

L’ultima sezione (4248-4255) documenta un’osservazione del 1º febbraio 1602, condotta con gli strumenti di Tycho Brahe e l’aiuto di Matthias Seiffard (un collaboratore di Brahe). Alle ore 10:30 di sera, viene misurata la distanza angolare tra Marte e la stella media della coda dell’Orsa Maggiore (probabilmente η Ursae Majoris), risultando in 52° 22’ 14’’ (4249-4251). La posizione di Marte è ulteriormente precisata in 4° 46’ 27’’ di longitudine (4252-4253), mentre la distanza tra il cuore del Leone (Regolo) e Procione è di 37° (4255), fornendo un riferimento per ulteriori triangolazioni.

65.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia: 1. L’accuratezza delle osservazioni pre-telescopiche, con errori contenuti entro pochi minuti d’arco, grazie agli strumenti di Brahe. 2. La collaborazione tra astronomi, come Fabricius e Seiffard, che contribuivano a verificare le misurazioni. 3. Il metodo di riduzione orbitale, che correggeva le posizioni planetarie per eliminare discrepanze dovute a parallasse o refrazione atmosferica. 4. L’uso di riferimenti stellari fissi (come l’Orsa Maggiore o Procione) per ancorare le misurazioni di pianeti in movimento.

Le ambiguità sono minime, ma emergono nella variabilità delle latitudini (da 3° 23’ a 4° 30’) e nella necessità di aggiustamenti (“reductio ad orbitam”), che riflettono le difficoltà nel modellare orbite non ancora descritte dalle leggi di Keplero. La precisione dei dati, tuttavia, anticipa i futuri sviluppi dell’astronomia eliocentrica.

66 Osservazioni astronomiche su Marte: calcoli di posizione e correzioni parallattiche

Un resoconto meticoloso delle misurazioni di Marte, con correzioni strumentali e parallattiche, che rivela il metodo di calcolo ticonico e le sue approssimazioni.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli relativi alla posizione di Marte, condotti con strumenti come il sestante e il quadrante, e basati sul sistema di riferimento ticonico. L’analisi si concentra su distanze angolari, latitudini e longitudini, con particolare attenzione alle correzioni necessarie per compensare errori strumentali e parallasse.

66.1 Misurazioni e correzioni strumentali

Le prime frasi evidenziano discrepanze nelle misurazioni, attribuite a imprecisioni dello strumento: - “20", quae debuit esse 37° (4257) indica un errore di 17° nella lettura attesa, mentre “abundare Sextantem 2~ minutis (4258) segnala un eccesso di 2 minuti d’arco nel sestante. La distanza corretta tra Marte e la coda dell’Orsa Maggiore è fissata a “52°” (4259), ma le successive operazioni mostrano un processo di aggiustamento continuo. - La latitudine di una stella fissa (“Fixae sit 56°”, 4260) viene usata come riferimento per calcolare quella di Marte: “subtractione facta relinquitur 4°” (4261), valore poi affinato in “4° 8’ Boream” (4271) dopo ulteriori correzioni trigonometriche.

66.2 Calcolo della longitudine e metodo trigonometrico

Il testo descrive un procedimento geometrico per determinare la longitudine di Marte, basato su triangolazioni con stelle di riferimento: - Viene introdotto un parallelo dell’eclittica (“AB in parallelo eclipticae proximo 3°”, 4264) e un triangolo sferico con vertici in Marte (B), una stella fissa (C), e un punto ausiliario (A). La distanza BC è di “52° 19’ 30" (4266), mentre la divisione delle secanti (“Diviso secante BC per secantem AB) porta a una correzione che, sottratta alla latitudine della stella (“56° 22’), conferma la latitudine boreale di Marte (“4° 8’”, 4271). - Le distanze angolari tra Marte e altre stelle (come il “cor Leonis” e la “clara alae Virginis”) sono riportate con valori grezzi e corretti: “19° 23’ (correcte 19° 20’)” (4273) e “21° 20’ (correcte 21° 17’)” (4275). Da queste, la longitudine di Marte è calcolata in “13° 19’ 6" llV (4278), con conferma da misurazioni meridiane (“altitudo meridiana Martis […] 50° 19’”, 4279).

66.3 Parallasse e correzioni geocentriche

Un passaggio cruciale riguarda la parallasse, ovvero lo spostamento apparente di Marte dovuto alla posizione dell’osservatore sulla Terra: - Marte si trovava a una distanza superiore alla metà di quella Terra-Sole (“amplius dimidio ejus quo Sol abest a terra”), con una parallasse stimata in “5 minuti” (4293). La correzione per la latitudine (“parallaxin 2’.41", 4294) porta la latitudine geocentrica a “4° 10’ (4295), mentre quella per la longitudine (“parallaxis longitudinis 2’.36<mark>”“, 4298) sposta la posizione finale a ”13° 18’ nv” (4300). - L’osservazione è condotta a Praga (“Oriebatur 5 11t Pragae”, 4291), con Marte a “32~ 0” dal vertice (zenit), e le correzioni sono derivate da tabelle parallattiche (“in Parallactica nostra”, 4294).

66.4 Metodo ticonico e approssimazioni

Il testo sottolinea l’adozione del metodo ticonico (“idque modo Tychonico”, 4288) e la sua validità nonostante le approssimazioni: - Viene menzionato un secondo metodo (“cui modum alium adjunxi”) per verificare la coerenza dei risultati, evidenziando come anche calcoli non “exquisitissima” possano essere utili per “compendia vel calculi vel captus nostri” (4289). La preferenza per il primo metodo è giustificata dalla sua semplicità (“minus operae est in priori modo”, 4290).

66.5 Dati sintetici finali

Le coordinate definitive di Marte sono: - Longitudine: 13° 18’ (dopo correzione parallattica). - Latitudine boreale: 4° 7’ 55” (4285–4287), poi corretta a 4° 10’ (4295). - Osservazione: 5 novembre (implicito da “5 11t”), con Marte in opposizione o prossimo a essa, data la distanza dalla Terra.

67 Osservazioni astronomiche su Marte nel periodo 1585-1587: metodi, misurazioni e collaborazioni

Un resoconto tecnico delle posizioni planetarie e delle correzioni orbitali, basato su dati osservativi e scambi con altri astronomi.

Il testo riporta una serie di misurazioni e calcoli relativi alla posizione di Marte e del Sole tra il 1585 e il 1587, con particolare attenzione all’opposizione del pianeta e alle correzioni necessarie per determinarne la longitudine e la latitudine. Le osservazioni sono presentate con precisione sessagesimale, tipica dell’astronomia pre-moderna, e includono riferimenti a metodi consolidati e a collaborazioni con altri studiosi.

67.1 Posizioni e movimenti celesti

Le prime frasi definiscono le coordinate del Sole e di Marte in un momento specifico. Il “Locus Solis eo momento fuit 10°.16’.42” X (4301) indica la posizione del Sole nel decimo grado, 16 primi e 42 secondi del segno zodiacale della Bilancia (X). La distanza angolare tra i due corpi celesti è riportata come “3 grado 1 minuto 18 sec (4302), mentre il moto diurno del Sole è di “19r (4303), probabilmente riferito a un valore in gradi o minuti. Per Marte, il moto diurno è invece “24 min. 5 sec (4305-4306), con una variazione registrata in due anni successivi: nel 1585 (“in 21 gr. 6ì anno MDLXXXV erat 24 min. 18 sec, 4308) e nel 1587 (“in 26 l1lJ anno MDLXXXVIl erat 24 min, 4309). La somma dei moti diurni è calcolata in “1 gr. 24 min. 9 sec” (4310-4312), suggerendo un’integrazione dei dati per determinare il movimento complessivo.

L’opposizione di Marte è descritta con precisione temporale: “d’ hMIS’l’ d’ XXI Febr vera OppOSIt10 post les II oras III” (4314), ovvero un’opposizione vera il 21 febbraio dopo le 2:03 di notte. La posizione di Marte al 3 marzo è indicata come “12 gr. 27 min. 35 sec” (4316-4318), con una correzione di “40 sec” (4320) per ridurre la misura all’orbita effettiva (“Pro reductione ad orbitam auferenda 40 sec”), portando il valore a “12 grado 27 min” (4320). Questa correzione è giustificata da un riferimento a un metodo descritto in un altro testo: “ratio est reddita in libro de stella Serpentarii” (4321).

67.2 Latitudine e parallasse

La latitudine di Marte è oggetto di analisi specifica: “DE MOTIBVS STELLAE MARTIS latitudine paulo minore quam prius” (4323) indica una diminuzione della latitudine (“decrescebat enim latitudo”, 4324). I valori stimati sono “circiter 4 gr. 10 min” (4325-4326) o “4 gr. 7Y:3 min” (4327-4328), con l’avvertenza “neglecta parallaxi” (4329), cioè senza considerare l’effetto della parallasse. La mancanza di osservazioni continue dopo la morte di Tycho Brahe (“observationes a morte TYCHONIS rariores”, 4330) spinge l’autore a integrare i dati con quelli forniti da David Fabricius, astronomo attivo in Frisia Orientale.

67.3 Collaborazione con Fabricius

Fabricius, descritto come “sedulus Astronomiae cultor” (4330), fornisce misurazioni dettagliate. Il 16 febbraio (stile vecchio), alle 5 del mattino, misura le distanze di Marte da tre stelle di riferimento: la coda del Leone (“cauda Leonis”), il collo del Leone (“collo Leonis”) e una stella luminosa dell’ala australe della Vergine (“clara Australis alae”), per confermare la longitudine del pianeta con “gemino argumento” (4331). L’autore considera l’uso del metodo di Tycho Brahe (“argumentatione TYCHONIS”, 4332), ma lo scarta per la sua complessità (“diffunditur in decem operationes”, 4333), preferendo un approccio più diretto (“brevitatis caussa”, 4333) e privo di rischi (“nihil subest periculi”, 4334).

Le misurazioni di Fabricius sono riportate con precisione: l’ala della Vergine è posizionata a “4°.36’.30” con latitudine boreale di 2°.50 (4335-4337). Marte risulta distante “20°.18’ in antecedentia (4338-4339) da questa stella, collocandolo quindi a “14°.18’.3° (4340-4341), con l’avvertenza che si tratta di una stima approssimativa (“crassa Minerva, 4342) e che la longitudine sarà corretta in seguito (“paulo post corrigetur, 4343). La coda del Leone è invece a “16°.4’ con latitudine boreale di 12°” (4344-4345), fornendo un ulteriore punto di riferimento.

67.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia la pratica astronomica del tardo XVI secolo, caratterizzata da: 1. Precisione strumentale: l’uso di misure sessagesimali e la correzione per la parallasse riflettono l’attenzione per l’accuratezza, pur con i limiti tecnologici dell’epoca. 2. Collaborazione scientifica: lo scambio di dati con Fabricius evidenzia una rete di studiosi che condividevano osservazioni per colmare lacune, come la morte di Tycho Brahe. 3. Metodi consolidati e adattamenti: il riferimento ai Progymnasmata di Tycho Brahe (4332) e la scelta di semplificare i calcoli mostrano un equilibrio tra tradizione e pragmatismo. 4. Focus su Marte: l’attenzione al pianeta rosso anticipa gli studi successivi di Keplero, che avrebbe utilizzato dati simili per formulare le sue leggi sul moto planetario.

Le ambiguità presenti, come la notazione “11V” (4319, 4341) o “7Y:3” (4328), potrebbero derivare da abbreviazioni o errori di trascrizione, ma non compromettono la comprensione dei dati principali. L’insistenza sulla “securitatis causa” (4330) rivela infine una preoccupazione per la validità dei risultati, tipica di un’epoca in cui l’astronomia stava passando da una dimensione osservativa a una più rigorosamente matematica.

68 Osservazioni astronomiche su Marte: calcoli di posizione e latitudine nel febbraio 1600

Un resoconto delle misurazioni di Keplero per determinare la longitudine e la latitudine boreale di Marte, basato su osservazioni stellari e calcoli trigonometrici.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli astronomici volti a determinare la posizione di Marte rispetto a stelle fisse, con particolare attenzione alla longitudine (misurata lungo l’eclittica) e alla latitudine boreale. Le misurazioni, riferite al febbraio 1600, seguono un metodo geometrico basato su triangolazioni e confronti con stelle di riferimento come la Coda del Leone (Denebola), Spica (α Virginis), Regolo (α Leonis), Arcturus (α Bootis) e altre.

68.1 Calcolo della distanza e della latitudine

Il passaggio iniziale (4347) segnala che “Marte è stato trovato distante dalla Coda [del Leone] di 8°!”, un dato poi utilizzato per derivare altre misure. La frase (4349) introduce un problema geometrico: “Si cerca la distanza del suo parallelo dalla Coda, essendo di longitudine differente di 1°0’” (dove “1°0’” indica probabilmente un errore di trascrizione per “10°”). Qui emerge l’uso di secanti e archi per risolvere il triangolo sferico: ad esempio, (4351) “Diviso il secante di 8°” e (4352) “17’ per il secante di 10°” portano a (4353) “45’, risulta il secante di 8°”, con un arco finale di “6’ dell’arco cercato” (4354).

La latitudine boreale di Marte viene calcolata sottraendo la latitudine della stella fissa di riferimento: (4356) “Sottratto [un valore di] 18’ dalla latitudine boreale della stella fissa, rimane la latitudine boreale di Marte di 4°12’”. Questo risultato è poi “assunto come certo” (4357) per confronti successivi con altre stelle, applicando “le leggi dei triangoli”.

68.2 Determinazione della longitudine

Le osservazioni del 23 febbraio (4365) descrivono una misurazione notturna (“hora XII”) in cui Marte è confrontato con cinque stelle: la Coda del Leone, Arcturus (per la latitudine), e Spica, il Collo del Leone (γ Leonis) e il Cuore del Leone (Regolo) per la longitudine. I risultati sono riportati come distanze angolari: - Da Regolo: 17°26’ (4371) - Dal Collo del Leone: 17°51’ (4372) - Da Spica: 37°28’ (4373) - Da Arcturus: 44°15’ (4374).

Da queste misure, la longitudine di Marte viene calcolata in tre modi: 1. Da Regolo: 11°21’23” (4375-4376) 2. Dal Collo del Leone: 11°20’ (4377-4378) 3. Da Spica: 11°17’40” (4379-4381).

Tuttavia, (4382) rileva un eccesso sistematico nelle distanze: “Di nuovo (come vedi) le distanze peccano per eccesso”. L’errore è attribuito alla posizione di Arcturus, che “ha una grande latitudine di 40° settentrionale” (4383), influenzando i calcoli. Escludendo Arcturus, la media delle altre misure (4384) dà “11°19’20” [di longitudine], valore considerato prossimo al vero e riportato come risultato definitivo (“quam PARS SECVNDA CAPVT XV / 149 proxime verum”).

68.3 Movimento di Marte

Il testo conclude con il calcolo del moto di Marte tra il 15 febbraio (“hora XVII”) e il 23 febbraio (“hora XII”), un intervallo di “7 giorni e 19 ore” (4389). In questo periodo, il pianeta si è spostato di “3°0’ in longitudine” (4390), corrispondenti a “180 minuti in 187 ore”, ovvero una velocità media di circa 0,96 minuti d’arco all’ora.

68.4 Elementi peculiari e ambiguità

Il resoconto testimonia il metodo osservativo di Keplero, basato su triangolazioni stellari e correzioni iterative, fondamentale per la successiva formulazione delle leggi del moto planetario.

69 Osservazioni astronomiche e calcoli di parallasse nel XVII secolo

Un resoconto delle misurazioni di Marte condotte tra febbraio e aprile 1604, con particolare attenzione alla correzione della parallasse e alla determinazione della posizione planetaria.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli astronomici relativi alla posizione di Marte, condotti tra febbraio e aprile del L’autore si concentra su due aspetti principali: la correzione della parallasse e la determinazione della latitudine e longitudine del pianeta, confrontando i dati con quelli di Tycho Brahe.

69.1 Correzione della parallasse e tempistica delle osservazioni

L’autore inizia registrando osservazioni precise in date specifiche. Il 16 febbraio (4392) viene menzionato come giorno di riferimento, mentre il 23 febbraio (4393) si nota un aggiustamento della longitudine dovuto alla parallasse: “parallaxin (si qua est) ademisse, die XXIII Februarii nonnihil addidisse longitudini”. La parallasse, se presente, viene quindi sottratta o aggiunta per correggere la posizione apparente del pianeta. L’opposizione di Marte viene calcolata per il 2 febbraio alle 21:47 (4394), e si aggiunge un moto corrispondente di 10 minuti (4395) per ottenere una posizione di 12° 26’ in Leone (4396). L’autore sottolinea la concordanza dei risultati con quelli di Tycho Brahe, pur riconoscendo i limiti strumentali: “Consensus itaque pulcher lO rimus est nec major esse potest, quod soli simus uterque nec iis instructi commoditatibus quibus TYCHO BRAHE”.

69.2 Latitudine di Marte e discrepanze osservative

La latitudine di Marte viene misurata in più occasioni: il 16 febbraio è di 4° 12’ (4397), mentre il 23 febbraio sale a 4° 7’ 30 (4398). Si deduce che il 21 febbraio la latitudine fosse intermedia, intorno a 4° 9”, con un valore leggermente maggiore dopo la correzione della parallasse (4399-4400). L’autore ammette di aver inizialmente stimato una latitudine inferiore, “paulo minorem quam 4° 10’” (4401), corrispondente a 4° 10’** (4402-4403).

69.3 Osservazioni di aprile 1604 e calcoli posizionali

Nel 1604, durante la compilazione delle effemeridi (4405), l’autore osserva Marte tra l’8 e il 9 aprile, notando il suo spostamento da est a ovest rispetto alla linea tracciata tra Arturo e Spica (4406-4407). Utilizzando un sestante di Hofmann e con l’aiuto di Johann Schüler, misura la distanza angolare tra Arturo e Spica in 33° 4’ (4408), mentre il valore atteso era 33° 1’ (4410), con una discrepanza di 2’ 30” (4411). La distanza tra Arturo e Marte risulta invece 29° 43’ (4412), con una correzione a 29° 41’ (4413).

Dalla latitudine di Arturo (31° 2’ 30” boreale, 4414), si deduce quella di Marte in 2° 21’ 30” (4415). Le misurazioni tra Cor Leonis** (Regolo) e Marte, e tra Cor Leonis e Spica, danno entrambe 54° 8’ 30“** (4416-4417), mentre il valore atteso era 54° 2’ (4418), con un eccesso di 6’ 30” (4420). L’autore attribuisce una parte della discrepanza (2’ 30”, 4421) a errori strumentali o osservativi, ma non riesce a risolvere un’ambiguità di 4 minuti (4422) a causa di impedimenti pratici.

69.4 Determinazione finale della posizione di Marte

Assumendo un eccesso di 2’ 30 (4423), la distanza tra Marte e Cor Leonis viene corretta a 54° 6’ (4424-4425). L’autore sospetta che Marte possa essere stato confuso con Spica durante le misurazioni, data la loro vicinanza (4426-4427). Da questi calcoli, emerge una latitudine di Marte di 2° 21’ 30” e una longitudine di 18° 25’ in Leone** (4428-4430).

L’ora dell’osservazione viene determinata dalla culminazione del dorso del Leone, la cui ascensione retta è 163° 13’ (4431-4432). La posizione del Sole a mezzogiorno è invece 18° 56’ 24” in Ariete, con un’ascensione retta di 17° (4433-4435).

69.5 Conclusioni e limiti metodologici

Il testo evidenzia la meticolosità delle misurazioni e la consapevolezza dei limiti strumentali, con frequenti riferimenti a Tycho Brahe come termine di paragone. Le discrepanze osservative, come l’ambiguità di 4 minuti (4422), rimangono irrisolte, ma non compromettono la validità complessiva dei calcoli. L’autore dimostra una approccio sistematico alla correzione degli errori, pur riconoscendo le difficoltà pratiche dell’osservazione astronomica nel XVII secolo.

70 L’analisi kepleriana del moto di Marte: osservazioni, calcoli e ipotesi geometriche

Un resoconto delle misurazioni astronomiche e delle riflessioni teoriche che portarono alla formulazione delle prime due leggi di Keplero.

Il testo riporta una serie di osservazioni e calcoli relativi al moto di Marte, condotti da Johannes Kepler nel corso della stesura del De motibus stellae Martis (1609). L’analisi si concentra su dati posizionali, parallassi e discrepanze tra osservazioni e modelli teorici, con particolare attenzione alla determinazione della longitudine, latitudine e distanza del pianeta rispetto alla Terra e al Sole.

70.1 Osservazioni e calcoli posizionali

Kepler parte da misurazioni precise, come quella riportata in (4437): “Da qui la differenza delle ascensioni 145° 45’, che si risolve in 9 ore e 43 minuti”. Questa conversione di angoli in tempo suggerisce un’analisi delle opposizioni di Marte, momenti in cui il pianeta è allineato con la Terra e il Sole, ideali per studiarne il moto apparente.

La distanza angolare dal vertice (zenit) è indicata in (4439): “La distanza del nonagesimo [punto di riferimento] dal vertice è 39°, la distanza di Marte e della Terra poco più della metà di quella tra il Sole e la Terra”. Qui emerge un dato cruciale: la parallasse di Marte, stimata in “circa 5’” (4440), con una latitudine di “3’” (4440). Questi valori, apparentemente minimi, sono fondamentali per correggere la posizione osservata rispetto a quella reale.

La latitudine libera (corretta per effetti ottici) è calcolata in “2° 25’” (4442-4443), ma Kepler esprime dubbi sulla sua accuratezza: “se sia stata correttamente liberata, lo considereremo più avanti” (4444). Questo passaggio rivela un approccio metodico, in cui le incertezze vengono esplicitate e rimandate a successive verifiche.

71 Determinazione della posizione vera di Marte

Un punto chiave è la riduzione all’orbita, come descritto in (4467-4468): “Per la riduzione all’orbita sottrai 39 secondi circa, affinché la posizione di Marte sia a 18° 37’ 10”. Questo processo corregge la longitudine osservata per ottenere la posizione geometrica reale del pianeta, eliminando effetti prospettici.

La latitudine boreale è stimata in “poco più di 2° 25’” (4470-4471), ma trascurando la parallasse scende a “2° 22’” (4472-4473). Questi dettagli mostrano come Kepler distingua tra posizione apparente (osservata) e posizione vera (corretta), un passaggio essenziale per la successiva formulazione delle orbite ellittiche.

71.1 Tabella delle osservazioni e confronto con i modelli

Le frasi (4481-4495) presentano una tabella riassuntiva di 12 posizioni di Marte, registrate tra il 1580 e il 1604, con: - Data (giorno, mese, anno). - Longitudine (gradi, minuti, secondi). - Latitudine (boreale o meridionale). - Longitudine media (secondo i calcoli di Tycho Brahe, le tavole pruteniche o un computo personale).

Un esempio è l’osservazione del 18 novembre 1580 (4483): - Longitudine: “1° 31’ 11° 6’ 28”. - Latitudine: “1° 4° Boreale”. - Longitudine media: “1° 25’ 14° 9’ 3”.

Kepler sottolinea la meticolosità del lavoro: “Queste dodici posizioni eccentriche di Marte […] sono state stabilite con ogni possibile diligenza” (4475). Tuttavia, ammette la possibilità di errori: “Se qualcosa mi è sfuggito in un lavoro così spinoso […] non posso in alcun modo accorgermene” (4475). Questa autocritica riflette la consapevolezza delle difficoltà nel conciliare osservazioni e teoria.

71.2 L’inaequalitas prima e le ipotesi geometriche

A partire da (4496), il testo affronta il problema dell’ineguaglianza del moto planetario, già trattato da Tolomeo nel Almagesto (Libro IX). Kepler riassume l’osservazione fondamentale: “Vediamo il pianeta indugiare in modo ineguale nei semicircoli opposti” (4497).

Vengono citati esempi numerici: - Da “26° Ariete” a “26° Bilancia” (4498), Marte impiega meno di un semiciclo. - Da “26° Bilancia” a “26° Ariete” (4498), impiega più di un semiciclo, nonostante la simmetria apparente.

Questa discrepanza è quantificata in (4500-4506): - Da “25° 23’ Ariete” a “5° 44’ Bilancia” (65° 12’ 26’), il tempo impiegato supera la metà del periodo orbitale. - Da “12° 16’ Cancro” a “12° 27’ Capricorno” (4508-4509), l’arco è quasi un semiciclo, ma il tempo è minore.

Kepler conclude che “il pianeta è più lento in un certo punto dello zodiaco e più veloce nel punto opposto” (4518), con una variazione graduale. Questa osservazione contraddice l’ipotesi di moto circolare uniforme e richiede una spiegazione geometrica.

71.3 Critica ai modelli tradizionali e nuove ipotesi

Kepler respinge due possibilità: 1. Moto rettilineo con angoli (4520-4521): Se Marte si muovesse lungo i lati di un poligono (es. pentagono), la variazione di velocità sarebbe brusca e multipla, non graduale. 2. Circolo semplice (4522): Un’orbita circolare con l’osservatore al centro non può spiegare l’ineguaglianza residua, una volta sottratto l’effetto del Sole.

Propone invece due soluzioni, già avanzate da Tolomeo: - Eccentrico: Un cerchio con il centro spostato rispetto alla Terra. - Epiciclo concentrico: Un cerchio minore (epiciclo) che ruota su un cerchio maggiore (deferente).

Queste ipotesi saranno poi superate dalle orbite ellittiche e dalla legge delle aree, ma nel testo rappresentano il tentativo di conciliare osservazioni e geometria con gli strumenti dell’epoca.

71.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia: 1. Il passaggio dall’astronomia tolemaica a quella kepleriana: Le tabelle e i calcoli mostrano un’attenzione senza precedenti per la precisione numerica, necessaria per confutare i modelli antichi. 2. L’uso delle osservazioni di Tycho Brahe: Kepler si basa sui dati di Brahe (citati esplicitamente in 4476), che rappresentavano il culmine dell’astronomia pre-telescopica. 3. La nascita del metodo scientifico moderno: L’ammissione di incertezze (4475) e la ricerca di modelli predittivi (4496-4523) riflettono un approccio empirico e autocritico, lontano dal dogmatismo medievale.

In sintesi, il testo documenta una fase cruciale della rivoluzione astronomica, in cui l’accumulo di dati e la loro analisi portarono alla crisi del modello geocentrico e alla nascita della meccanica celeste moderna.


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72 L’analisi kepleriana delle orbite marziane e la critica ai modelli precedenti

Un resoconto delle riflessioni di Keplero sulla proporzione delle eccentricità nell’orbita di Marte, tra eredità tolemaica, innovazione copernicana e verifica osservativa.

Il testo rappresenta un passaggio cruciale delle Astronomia nova (1609), in cui Keplero affronta la complessità del moto di Marte, smantellando progressivamente i modelli geometrici tradizionali per approdare a una soluzione empiricamente fondata. Il nucleo concettuale ruota attorno alla proporzione tra le due eccentricità che descrivono l’orbita del pianeta: quella del deferente (che spiega la prima disuguaglianza, o anomalia zodiacale) e quella dell’epiciclo (per la seconda disuguaglianza, o anomalia solare).

72.1 La critica ai modelli consolidati

Keplero parte da una constatazione problematica: “postquam crebro expenderit […] apparuisse, quod epicycli centrum multo propius accedat ad terram in apogaeo, longius fugiat in perigaeo, quam simplex eccentricus […] patiatur” (4530). Questa osservazione contraddice il modello tolemaico, che assumeva un rapporto fisso (1:2) tra le due eccentricità senza dimostrazione rigorosa. L’autore sottolinea come né Tolomeo né Copernico avessero fornito prove geometriche per tale assunzione: “Nec ulla demonstratione allata hoc tamen principio nititur” (4531), e “COPERNICVS […] magistrum religiose sequitur” (4532), limitandosi a adattare il modello tolemaico alla propria visione eliocentrica.

Particolare rilievo assume la testimonianza storica del dibattito astronomico: Keplero cita il proprio Mysterium Cosmographicum (1596) e il maestro Michael Maestlin, che avevano già espresso perplessità su questa proporzione (“Id vero non immerito mirati sunt Astronomi et […] ego quoque” – 4533). La frase “Caeterum quod illo loco citati libelli putavi PTOLEMAEVM caeca conjectura usum […] id secus habet” (4536) rivela un ripensamento: Keplero riconosce che Tolomeo avrebbe potuto derivare la proporzione da osservazioni solide (“Potuit […] demonstratione optima ex observatione idonea id evincere” – 4537), ma lamenta la mancanza di trasmissione di tali dati (“tantum hoc in artifice desideres, quod observationes illas […] non transmisit” – 4538).

72.2 La metodologia innovativa

Il passaggio chiave è la rottura con l’assioma tradizionale: “Cumque PTOLEMAEVS […] evinceret […] vidi ego, si problema hoc enervaretur (surrepto axiomate de proportione eccentricitatum) vagum futurum” (4540). Keplero comprende che, eliminando il presupposto della proporzione fissa, il problema diventa indeterminato e richiede una quarta osservazione (“quarta insuper observatione […] firmandum” – 4540) per essere risolto. Questo approccio empirico lo porta a confrontarsi con Tycho Brahe: “Hac igitur arte instructus anno MDC ad TYCHONEM veni” (4541), dove scopre che anche Brahe aveva indagato la proporzione senza assumerla a priori.

I dati numerici forniti (4542-4543) illustrano la soluzione trovata: - Nel modello copernicano, il centro dell’eccentrico dista parti** dal punto di vista (Terra/Sole), mentre il punto di uguaglianza (centro dell’equante) ne dista 3.780. - Nella forma tolemaica, ciò equivale a parti tra Terra e centro dell’eccentrico, e 7.560 tra quest’ultimo e l’equante. Questi valori non rispettano la proporzione 1:2**, confermando l’erroneità dell’assunzione tradizionale.

72.3 La verifica geometrica e le implicazioni fisiche

Keplero descrive poi il metodo di soluzione (4549-4578), basato su quattro osservazioni di Marte (“F, G, D, E”) disposte lungo l’orbita. La costruzione geometrica richiede di determinare gli angoli FAH (posizione dell’apogeo) e FCH (longitudine media) tali che: 1. I punti osservativi giacciano su un cerchio. 2. Il centro B di tale cerchio si trovi tra C (centro dell’equante) e A (punto di vista, coincidente con il Sole nel modello copernicano).

Il procedimento è non geometrico in senso stretto (“Solutio non est Geometrica” – 4567), ma si affida a una duplice falsa posizione (metodo algebrico approssimato), poiché “Algebra hic nos deserit” (4567). La difficoltà risiede nel fatto che le variabili angolari non possono essere derivate direttamente dalle rette, richiedendo un approccio iterativo.

Significativo è il riferimento alla causa fisica della proporzione: “in Mysterio meo cap. XXII causam ejus dimidiationis Physicam attuleram” (4544-4545). Keplero aveva inizialmente ipotizzato una spiegazione metafisica (basata sui solidi platonici), ma ora cerca una conferma empirica nelle osservazioni di Brahe (“ut ex ejus observationibus […] certius inquirere possem” – 4546). La promessa di una futura revisione (“polliceor lectori, me libellum illum retractaturum” – 4548) testimonia l’evoluzione del suo pensiero verso una **astronomia “pura”, libera da preconcetti.

72.4 Elementi peculiari e ambiguità

  1. Termini tecnici:
    • Eccentricus: cerchio il cui centro non coincide con il punto di vista (Terra/Sole).
    • Epicyclus: cerchio secondario che ruota su un deferente, usato per spiegare le retrogradazioni.
    • Aequans (equante): punto rispetto al quale il moto angolare del pianeta è uniforme, introdotto da Tolomeo.
    • Apogaeum/Perigaeum: punti di massima e minima distanza dal centro del deferente.
  2. Contraddizioni implicite:
    • Keplero oscilla tra ammirazione e critica verso Tolomeo: ne riconosce la possibile genialità osservativa (4537), ma ne deplora la mancanza di trasparenza (4538).
    • L’eliocentrismo copernicano è presentato come un adattamento del modello tolemaico (“accommodata sua forma” – 4532), non come una rivoluzione concettuale.
  3. Dati osservativi:
    • Le misure angolari (4555-4562) mostrano una precisione al minuto d’arco (“AF in 25°.43’” ecc.), tipica delle osservazioni di Brahe.
    • La correzione per la precessione degli equinozi (4563-4564) evidenzia l’attenzione ai dettagli sistematici.

72.5 Significato storico

Il testo documenta una svolta metodologica nell’astronomia: - Superamento del dogmatismo geometrico: Keplero rifiuta assiomi non dimostrati, anche se consolidati (come la proporzione 1:2). - Primato dell’osservazione: L’incontro con Brahe (1600) segna il passaggio da una cosmologia speculativa (Mysterium Cosmographicum) a una basata su dati quantitativi. - Preludio alle leggi di Keplero: La ricerca di una proporzione corretta per Marte anticipa la scoperta dell’orbita ellittica (Prima Legge, 1609), dove l’eccentricità assume un ruolo fisico, non più solo geometrico.

La frase “ut in causa […] pronunciari possit” (4548) suggella l’ideale di un’astronomia come scienza giudiziaria, in cui le teorie sono sottoposte a verifica empirica e revisione continua.


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73 Il metodo iterativo di Keplero per la determinazione dell’orbita di Marte

Un resoconto della procedura geometrica e computazionale impiegata da Keplero per risolvere il problema dell’eccentricità e della posizione del centro dell’orbita marziana, tra rigore matematico e frustrazione empirica.

Il testo descrive un metodo iterativo per determinare la corretta posizione del centro (B) dell’orbita di Marte e la sua eccentricità, partendo da ipotesi iniziali e correggendole progressivamente attraverso confronti geometrici. Il nucleo del procedimento si articola in due fasi principali: la verifica della somma degli angoli in un quadrilatero inscritto in un cerchio e la correzione delle ipotesi sulla base degli scarti rilevati.

73.1 La verifica della somma degli angoli e la correzione delle ipotesi

Il punto di partenza è la proprietà geometrica secondo cui “due angoli opposti [come GFE e GDE] devono sommarsi a due retti” (“convenit binos oppositos angulos (ut GFE, GDE) simul aequare summam duorum rectorum”, 4586). Se la somma dei quattro angoli individuati (GFE, GDE, FGD, FED) devia da 180°, l’ipotesi iniziale è errata (“si summa differat ab hac duorum rectorum mensura, pronunciabimus assumpta falsa esse”, 4587). Keplero specifica che l’errore può risiedere in una o entrambe le ipotesi (FCH e FAH), e propone un approccio sistematico per correggerle: 1. Fissare un angolo (FCH) e variare l’altro (FAH), ripetendo il calcolo della somma (“Retento igitur altero FCH etiamnum, mutato vero reliquo FAH”, 4588). 2. Se la nuova somma si allontana ulteriormente da 180°, la modifica è stata applicata nella direzione sbagliata (“Quae si longius a duobus rectis recesserit quam summa prior, argumento est, mutationem ipsius FAH perperam esse susceptam”, 4589), e occorre invertire la correzione (“Contrarium igitur illi faciendum”, 4590: “se avevi aggiunto, ora sottrai, e viceversa”, 4591). 3. Se la somma si avvicina a 180°, si procede nella stessa direzione, ma con aggiustamenti proporzionali allo scarto residuo (“comparatione facta t’jus defectus […] eadem in proportione perges”, 4593). Tuttavia, Keplero avverte che la relazione tra variazioni angolari e rettilinee non è lineare (“Non enim circularium augmentorum eadem est proportio quae rectorum”, 4595), rendendo necessario ripetere il processo fino a raggiungere una somma vicina a 180° (“Repetendus tibi labor erit iterum atque iterum”, 4596), trascurando errori minimi (“minima commixta negliges”, 4597).

73.2 La verifica della posizione del centro e la chiusura del metodo

Una volta ottenuti angoli compatibili con un quadrilatero inscritto in un cerchio (“ut anguli F. D. […] vere stent in eadem circumferentia”, 4598), si passa alla seconda fase: verificare se il centro B giace sulla retta CA, come richiesto dalle ipotesi fisiche di Tolomeo (“PTOLEMAEVS id omnino assumpserit”, 4600) e dalla necessità che il moto sia più lento nel punto più lontano dal Sole (H). Il procedimento si basa su: 1. La costruzione di triangoli noti (GAE, GFE, GBE, BGA) per calcolare lati e angoli (“jungantur (GAD, DAE) […] quaeratur latus GE”, 4602). 2. L’uso della proprietà che un angolo al centro (GBE) è doppio di quello alla circonferenza (GFE) (“GBE angulus ad centrum duplus est t’jus”, 4604). 3. Il confronto tra l’angolo BAG (calcolato) e CAG (ipotesi iniziale): se non coincidono, B non giace su CA (“Qui si discrepat a CAG […] argumento est, ipsum B contra quam fieri par erat cadere extra lineam CA”, 4611), e occorre correggere entrambe le ipotesi iniziali (FCH e FAH), non solo una (“patet igitur, etiam FCH esse mutandum”, 4613).

Il ciclo si ripete fino a quando BAG eguaglia CAG (“donec BAG tantum deprehenderis quantum CAG […] assumpseras”, 4618). A questo punto, si assegna a BG un valore di riferimento (es. 000 unità) e si calcolano le eccentricità (BA e BD) in proporzione (“dabis ipsi BG nomen rotundum […] quaeres et BA eccentricitatem”, 4619-4620). Solo allora si può determinare la posizione dell’apogeo (CB) e correggere il moto medio (“pronunciabis, quod bene habeant”, 4621).

73.3 La testimonianza di un lavoro estenuante

Keplero sottolinea la natura laboriosa e ripetitiva del metodo, che ha applicato “almeno settanta volte” (“ad minimum septuagies ivi”, 4622), impiegando anni (“mirari desines hunc quintum jam annum abire”, 4622) e sacrificando tempo anche ad altre ricerche (“annus MDCIII pene totus Opticis inquisitionibus fuit traductus”, 4622). Pur riconoscendo che geometri come Viète avrebbero potuto dimostrare il metodo in modo più elegante (“Existent acuti Geometrae VIETAE similes, qui magnum aliquid esse putabunt demonstrare”, 4623), Keplero si accontenta di aver fornito un filo d’Arianna (“filum Ariadneum”) per uscire dal labirinto del problema (“ad viam e labyrintho remeandam”, 4627), ribadendo che “se il metodo è difficile da comprendere, la ricerca senza metodo lo è molto di più” (“Si difficilis captu est methodus, multo difficilior investigatu res est sine methodo”, 4628).

73.4 Esempio pratico e riduzione delle osservazioni

Il testo si conclude con l’annuncio di un esempio concreto basato su quattro osservazioni (“exemplum praeceptionis hujus in propositis IV observationibus”, 4629), ridotte tutte alla prima osservazione per correggere la precessione (“Reducuntur autem omnes loci causa praecessionis ad primam observationem”, 4630). Questo passaggio suggerisce l’applicazione pratica del metodo a dati reali, confermando la sua natura empirica e computazionale.

74 Calcoli astronomici e correzioni delle longitudini di Marte nel trattato scientifico

Un’analisi meticolosa delle osservazioni di Marte tra il 1587 e il 1595, con correzioni basate sul moto di precessione e i dati di Tycho Brahe.

Il testo riporta una serie di calcoli astronomici relativi alla posizione di Marte, basati su osservazioni condotte tra il 1587 e il 1595, con particolare attenzione alla longitudine eclittica e al moto di precessione degli equinozi. L’autore corregge sistematicamente le misure osservate (“longitudo visa”) per ottenere la longitudine media (“longitudo media”), applicando aggiustamenti derivati dai dati di Tycho Brahe e da intervalli temporali precisi.

74.1 Osservazioni e correzioni temporali

Le frasi (4631)-(4655) documentano una sequenza di osservazioni di Marte in date specifiche, con calcoli che tengono conto del moto annuo delle stelle fisse (“motus annuus Fixarum est 51 secunda”), come dimostrato da Brahe nei Progymnasmata (4634). Gli intervalli temporali tra le osservazioni sono espressi in anni e mesi, con correzioni progressive: - Dal 6 marzo 1587 all’8 giugno 1591 (4 anni e 3 mesi), il moto di precessione è di 3’ 37 (4636), portando la longitudine osservata nel 1591 a “26° 39’ 23”?“ (4637). - Dal 6 marzo 1587 al 25 agosto 1593 (6 anni e 5 mesi), la correzione è di 5’ 30, posizionando Marte a ”12° 10’ 30” X” (4643). - Dal 6 marzo 1587 al 31 ottobre 1595 (8 anni e 7 mesi), il moto è di 1’ 18, con Marte a “17° 24’ 22” ~“ (4651).

74.2 Longitudini medie e apogeo

Le longitudini medie sono calcolate aggiungendo correzioni fisse alle osservazioni: - Per il 1587, la longitudine media è “6 s• 8° 0’” (dove “s” indica il segno zodiacale, probabilmente Ariete) (4632). - Per il 1591, diventa “9 s• 5° 40’” (4638). - Per il 1593, “11 s• 9° 49’ 34” (4645). - Per il 1595, “1 s• 7° 6’ 51” (4653).

L’apogeo (“aphelium”) di Marte nel 1587 è fissato a “28° 44’ 0” ~ (4657), con successive correzioni di 3’ 16” per ottenere le longitudini medie aggiornate (4659). Ad esempio, per il 1587, la longitudine media corretta è “6 s• 0° 5’ 56” (4660)-(4662)**.

74.3 Calcolo geometrico e angoli

Le frasi (4671)-(4675) introducono un calcolo geometrico basato su due punti, CH e CF, con: - CH = 28° 44’ ~ (4671), - CF = 0° 5° 56’ (probabilmente un refuso per “0° 5’ 56”) (4672). L’angolo risultante FCH è “32° 6’ 56” (4673)-(4675), suggerendo una relazione trigonometrica per determinare la posizione orbitale.

74.4 Significato storico e metodologico

Il testo riflette la transizione tra il sistema tolemaico e le osservazioni pre-kepleriane, con: 1. Precisione metrologica: uso di secondi d’arco (“51 secunda” (4634)) e frazioni di grado. 2. Riferimento a Brahe: i dati di precessione sono esplicitamente attribuiti a Brahe, figura chiave per la rivoluzione astronomica. 3. Correzioni sistematiche: l’aggiustamento delle longitudini per il moto di precessione evidenzia la necessità di un modello dinamico, anticipando le leggi di Keplero. 4. Ambiguità notazionali: simboli come “~”, “X”, o “s•” richiedono contestualizzazione (probabilmente indicano frazioni, segni zodiacali o incertezze osservative).

Le misure, benché frammentarie, testimoniano un approccio quantitativo rigoroso, tipico dei trattati astronomici del tardo XVI secolo, in cui l’accuratezza osservativa si scontrava con i limiti dei modelli geocentrici.

75 Calcoli trigonometrici e proporzioni nei moti di Marte: un frammento di astronomia kepleriana

Un esempio di applicazione pratica della trigonometria sferica per determinare le posizioni apparenti di Marte.

Il testo riporta una serie di calcoli trigonometrici e proporzionali riferiti ai moti della stella Marte, tipici delle procedure astronomiche del XVII secolo. L’autore (presumibilmente Johannes Kepler o un suo contemporaneo) utilizza un sistema di angoli e segmenti per derivare le posizioni relative dei punti celesti, impiegando notazioni abbreviate e simboli arcaici (come · per i minuti d’arco, ° per i gradi, e " per i secondi).

75.1 Struttura dei calcoli e significato dei dati

  1. Base di riferimento (CH = 28) La frase “Sic quia CH est 28” (4676, 4680, 4686) ricorre come costante di partenza, probabilmente indicando un segmento o un raggio di riferimento (forse 28 unità arbitrarie) su cui costruire le proporzioni. Questo valore viene usato per calcolare angoli e lunghezze in triangoli sferici o piani.

  2. Calcolo di angoli e segmenti

    • Triangolo HCD: “44· ° ~ et CD 9· 49· 34 X Erit HCD 168” (4677) suggerisce che, dati due angoli (44° e un valore parziale di CD), si ottiene un prodotto o una somma (168) che rappresenta l’angolo HCD o un segmento associato.
    • Triangolo HCG: “44· ° ~ et CG 5 4° 18 ;6 Erit HCG 126” (4681) segue una logica simile, con CG espresso in gradi, minuti e secondi (5° 4° 18′ 6″, dove il secondo è probabilmente un errore di trascrizione per ').
    • Triangolo HCE: “44· ° ~ ct CE 7 6 51 ~ Eri! HCE 111” (4687) introduce un nuovo segmento CE, con un risultato (111) che potrebbe essere un angolo o una lunghezza.

    I valori come “54· 26 CompI.” (4678) o “53· 3· 42” (4685) sembrano riferirsi a complementi angolari (ad esempio, 90° - 54° 26′ = 35° 34′) o a somme di angoli parziali.

  3. Proporzioni e regola del seno Il passaggio chiave è in (4704-4705): “Pro lineis ex A. Capiat AC nomen Vt igitur anguli aequationum ad AC, sic anguli C ad lineas ex A. Dividendi sunt igitur sinus angulorum C in 10000 multiplicati per sinus angulorum aequationum.” Qui si stabilisce una proporzione trigonometrica:

    • Si assume AC = 000 (unità di riferimento).
    • Gli angoli “delle equazioni” (probabilmente correzioni per l’eccentricità orbitale) sono messi in relazione con gli angoli al punto C.
    • Si applica la regola del seno: i rapporti tra i lati (linee da A) e i seni degli angoli opposti devono essere costanti. In pratica, si moltiplicano i seni degli angoli al punto C per 000 e si dividono per i seni degli angoli “delle equazioni”.
  4. Applicazione ai moti di Marte Il titolo “DE MOTIBVS STELLAE MARTIS” (4706) introduce i risultati numerici:

    • Seni degli angoli (4707-4712):
      • “Sin. FCH 53163” (4707), “Sin. GCH 79928” (4708), “Sin. DCH 1924°” (4708, dove ° è probabilmente un errore per una virgola o un separatore decimale).
      • “Sin. CFA 8945”, “Sin. CGA 15764”, “Sin. CDA 4004” (4710-4712).
    • Lati derivati (4709): “AE AF AG AD Sin. […] 8820 5° 16016 4 88875 5 84380 11080 3224 4°9 10 8 °5°5 9 11°35 7° 3 2 °3 80” Questi numeri rappresentano le lunghezze dei segmenti AE, AF, AG, AD, calcolate tramite la proporzione stabilita in (4705). La notazione è caotica, ma alcuni valori (come 8820, 16016) potrebbero essere i risultati della moltiplicazione dei seni.
  5. Angoli finali al punto A Le frasi (4713-4720) elencano gli angoli definitivi, espressi in gradi, minuti e secondi:

    • “AF 25°. 43’. o” nv (4713-4714), “AG 26°. 39’ . 23” .,l’“ (4715-4717).
    • “AD lO. 3°” (4718), “FAG” (4719-4720). Questi angoli sono probabilmente le posizioni apparenti di Marte viste da un punto di osservazione (A), dopo aver applicato le correzioni orbitali.

75.2 Contesto storico e metodologico

Il testo riflette il metodo trigonometrico usato da Kepler per calcolare le orbite planetarie, descritto nelle sue opere (come l’Astronomia Nova, 1609). Le caratteristiche principali sono: - Uso di triangoli sferici: I calcoli coinvolgono angoli e seni per determinare posizioni su una sfera celeste. - Correzioni “aequationum”: Gli angoli “delle equazioni” (4705) si riferiscono alle equazioni del centro** o alle correzioni per l’eccentricità dell’orbita marziana, un concetto chiave nella teoria kepleriana. - Notazione arcaica: L’assenza di simboli moderni (come sin) e l’uso di abbreviazioni (es. CompI. per “complemento”) sono tipici dei manoscritti scientifici del XVII secolo.

75.3 Ambiguità e peculiarità

Il frammento testimonia il passaggio dall’astronomia tolemaica a quella kepleriana, dove la trigonometria sferica sostituisce i complicati epicicli per descrivere i moti planetari. I dati numerici, pur criptici, sono un esempio concreto di come si calcolassero le effemeridi prima dell’avvento del calcolo infinitesimale.

76 La correzione geometrica degli angoli nel trattato kepleriano: un resoconto delle misurazioni e dei calcoli

Il testo estratto dal Caput XVI della Pars Secunda di un trattato astronomico – verosimilmente le Astronomia Nova di Johannes Kepler – documenta un complesso processo di calcolo geometrico volto a determinare e correggere gli angoli formati dai raggi vettori di un corpo celeste (probabilmente Marte) rispetto a punti di riferimento fissi. L’analisi si concentra su una rete di angoli e distanze, dove la precisione delle misure è cruciale per la validità del modello eliocentrico in costruzione.

76.1 Gerarchia degli angoli e complementi al semicerchio

Il nucleo concettuale ruota attorno alla relazione tra gli angoli formati dai segmenti che congiungono un punto centrale A (forse il Sole) con altri punti (F, D, G, E) e i loro complementi al semicerchio. Kepler enuncia un principio fondamentale: > “Anguli AFG, AFE, ADG, ADE, sunt propemodum dimidia de complementis angulorum A ad semicirculum: minores tamen qui ad F, eo quod lineae AG 50703 AE 52302 breviores sunt inventae quam AF 59433: et majores qui ad D, eo quod dictae lineae AG et AE sunt longiores quam AD 48°52” (4733). La differenza tra gli angoli dipende dalla lunghezza relativa dei segmenti: quelli più corti di AF (come AG e AE) generano angoli minori in F, mentre quelli più lunghi di AD (come AG e AE) producono angoli maggiori in D. Questa asimmetria è quantificata numericamente, con valori come AF = 59433, AG = 50703, AD = 48°52 (unità di misura non esplicitate, ma verosimilmente parti di raggio o distanze astronomiche).

La somma dei quattro angoli attorno ad A equivale a quattro angoli retti (“quatuor rectos”), e di conseguenza anche la somma dei loro complementi al semicerchio (“complementa ad semicirculum”) deve uguagliare quattro retti, poiché “quatuor semicirculi sunt octo recti” (4734). Da qui, Kepler deduce che la metà della somma dei complementi corrisponde a un angolo retto, e che le deviazioni degli angoli in F e D dalle loro metà ideali devono compensarsi reciprocamente: > “Quantum ergo qui ad F, deficiunt a dimidiis suorum complementorum, tantundem oportet eos qui ad D, excedere sua complementa” (4736).

76.2 Calcolo delle differenze angolari e correzioni

Il testo procede con una dettagliata esposizione di calcoli trigonometrici, dove le tangenti e le differenze tra i lati dei triangoli vengono usate per determinare le correzioni angolari. Un passaggio chiave è la formula per calcolare le differenze angolari: > “At tangentes differentiae angulorum ad bases in hoc genere triangulorum habentur, si laterum differentias dividas per summas laterum, et quotientem in tangentes dimidiorum complementorum multiplices” (4737). Questa regola, applicata ai dati numerici, porta a concludere che se le differenze angolari in F eguagliano la somma di quelle in D, allora “angulus F cum angulo D aequabit duos rectos” (4738-4739). Tuttavia, i calcoli successivi rivelano discrepanze: la somma degli angoli in F e D risulta minore di due retti (“F et D summamesse minorem duobus rectis”), con un deficit quantificato in 24’ 15” (4754-4756).

76.3 Iterazione e precisione: l’errore come strumento di correzione

Kepler affronta le imprecisioni con un metodo iterativo, descrivendo come la ripetizione dei calcoli (“ex multiplication reiteratione huius laboris”) porti a correggere le somme angolari aggiungendo 3’ 20“** all’afelio (4757-4758). L’obiettivo è dimostrare (Id probabo”, 4759) che gli angoli delle equazioni rimangono coerenti con i loro seni e le tangenti dei complementi, come evidenziato dalle tabelle numeriche (4760-4775). Ad esempio, per gli angoli in F e D si ottengono valori corretti come: - F: 4° 23’ 41” (4766, 4777) - D: 2° 11’ 37 (4768) e 3° 59’ 10” (4770), con una somma finale di 6° 10’ 47” (4774-4775).

Le discrepanze residue sono minime (“Hic summae differunt non plus 1’ 48”, 4782) e giudicate trascurabili (de tantula differentia cura est non necessaria, 4784). Kepler propone di mediare gli errori (componemus illam ex aequo et bono, 4785) per procedere con il metodo, notando che un precedente errore per difetto di 29’ 15” aveva portato a una somma delle differenze di 12° 1’ 44“** (4786-4787), mentre ora l’eccesso di 1’ richiede una riduzione dell’apogeo di **12” (4783).

76.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia la transizione verso una scienza astronomica basata su misurazioni precise e correzioni sistematiche, dove l’errore non è un fallimento ma un dato da integrare nel modello. Le annotazioni in tedesco (“Rechenfehler”, 4740, 4761, 4781) segnalano errori di calcolo, rivelando la natura laboriosa e collaborativa del lavoro scientifico dell’epoca. La struttura stessa del ragionamento – che alterna enunciati geometrici, tabelle numeriche e note di correzione – riflette il metodo kepleriano di armonia mundi: un equilibrio tra teoria e osservazione, dove la matematica diventa lo strumento per decifrare l’ordine celeste.


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77 Il moto di Marte tra calcoli geometrici e correzioni storiche

Un’analisi quantitativa del movimento dell’apogeo e dei nodi di Marte, fondata su osservazioni tolemaiche e ticoniche, con correzioni kepleriane.

Il testo presenta una trattazione matematica e astronomica del moto di Marte, focalizzandosi su due aspetti principali: la determinazione dell’apogeo (punto di massima distanza dal Sole) e dei nodi (intersezioni dell’orbita con l’eclittica). Le frasi rivelano un intreccio tra geometria sferica, dati osservativi storici e revisioni teoriche, tipico dell’opera di Keplero.

77.1 Calcoli geometrici e posizioni angolari

Il passaggio si apre con una dimostrazione trigonometrica basata su un triangolo sferico. Vengono forniti: - I lati AB = 4153 e AC = 30380 (unità non specificate, ma probabilmente relative a distanze orbitali o raggi vettori). - L’angolo CAB = 50° (5044), da cui si deduce l’angolo CBA = 123° 27’ (5046-5047). La frase “Datis igitur duobus lateribus et C angulo comprehenso” (5046) sottolinea l’applicazione della legge dei seni o dei coseni sferici, strumenti fondamentali per calcolare posizioni celesti in astronomia pre-newtoniana.

La direzione di BC viene poi determinata sottraendo l’angolo CBA da una posizione iniziale: “BA vergit in 5° 2’ […] verget igitur BC […] in 30° 2’ 3’” (5048-5049). L’aggiunta di “hì eireiter, idque tempore PTOLEMAEI” (5050) colloca questi calcoli nel contesto delle osservazioni tolemaiche (II secolo d.C.), evidenziando una testimonianza storica di come i dati antichi fossero integrati nelle teorie successive.


77.2 Correzioni all’orbita marziana: da Tolomeo a Tycho Brahe

Keplero introduce una revisione critica delle ipotesi precedenti, in particolare quella di Tycho Brahe. Due elementi emergono: 1. La distanza del centro dell’equant (un punto fittizio usato per descrivere moti non uniformi): - “Simul CB eccentricitas aequantis post transpositionem ad verum motum Solis fuit 18353” (5051). - Tuttavia, Keplero corregge il valore dell’orbita di Marte da 151386 a 152500 (5052), notando: “pro quantitate orbis Martii […] veriorem usurpavi 152500”. Questa modifica, seppur minima, riflette la sua ricerca di precisione, preludio alle leggi dei moti planetari.

  1. Il moto dell’apogeo nel tempo:
    • Viene presentata una tabella (5055) che elenca la posizione dell’apogeo e dei nodi di Marte per anni consecutivi, con incrementi di per l’apogeo e variazioni irregolari per i nodi. Ad esempio:
      • Anno 1: 4° 4°
      • Anno 2: 8° 1’ 21”
      • Anno 20: 19° 13’ 30”.
    • La frase “Quia circa tempora PTOLEMAEI praecessio aequinoctiorum exorbitabat” (5057) spiega che la precessione degli equinozi (spostamento lento dell’asse terrestre) influenzava i calcoli antichi, mentre nei periodi successivi tale effetto era trascurabile.

77.3 Confronto tra epoche: da Tolomeo a Keplero

Il testo confronta le posizioni dell’apogeo e dei nodi in tre momenti storici: 1. Epoca tolemaica (II sec. d.C.): - L’apogeo di Marte era in 2° 30’ del Leone (5059-5060). - Il nodo boreale (limite settentrionale dell’orbita) era a 3° 30’ prima della stella Cor Leonis (Regolo), come riportato da Tolomeo in Almagesto XIII.1 (5082-5083).

  1. Epoca di Tycho Brahe (1587 d.C.):
    • L’apogeo era avanzato a 28° 49’ del Leone (5064-5065), con uno spostamento di 4° 44’ rispetto a Cor Leonis (5066).
    • Il nodo boreale si trovava a 16° 20’ del Leone (5089-5090), 7° 45’ prima di Cor Leonis (5091).
  2. Calcolo del moto annuo:
    • Lo spostamento totale dell’apogeo tra il 140 d.C. e il 1587 d.C. (1447 anni) è di 5° 11’ (5067-5068).
    • Il moto annuo risulta di 13” (secondi d’arco) (5070), con un moto trentennale di **6’ 29”.
    • Aggiungendo la precessione ticonica (25’ 30 ogni 30 anni), si ottiene un **moto annuo complessivo di 1’ 4” (5073-5074).

Per i nodi, il testo stima un moto retrogrado (in direzione opposta al moto orbitale) di 10” 34” all’anno (5096), con uno spostamento trentennale di 5’ 17 (5097). Sottraendo la precessione, rimane un moto annuo di **20’ 1” (5103), coerente con il comportamento dei nodi lunari (“quod quidem consentaneum est et Lunae motionibus”).


77.4 Validazione della teoria attraverso le osservazioni

Keplero conclude con una verifica empirica della sua ipotesi, confrontando i calcoli con dodici osservazioni acroniche (osservazioni di Marte in opposizione al Sole) tra il 1580 e il 1591 (5108-5149). La tabella riporta: - La longitudine media del Sole e di Marte. - La posizione dell’apogeo (es. 28° 48’ 55” per il 1587). - Lo scarto tra teoria e osservazione, contenuto entro due scrupoli (circa 2 minuti d’arco), un margine compatibile con la dimensione apparente del pianeta (“quam quidem magnitudinem semper stella haec in acronychio […] occupat et excedit”).

La frase chiave “Vides igitur […] hypothesin hanc […] reliquas omnes observationes intra duo scrupula tenere” (5107) sottolinea come la teoria riesca a riprodurre i dati storici con precisione, superando i limiti delle ipotesi tolemaiche e copernicane (“non sesquiscrupulum […] vellicatum iri”).


77.5 Elementi peculiari e ambiguità


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78 L’ipotesi falsa e la verità apparente nelle orbite planetarie: il caso di Marte

Come un modello errato può produrre risultati coincidenti con l’osservazione, e perché la precisione richiede il superamento delle apparenze geometriche.

Il testo analizza le contraddizioni tra le ipotesi astronomiche tradizionali e le osservazioni empiriche, concentrandosi sul moto di Marte e sulla forma della sua orbita. L’autore — con ogni probabilità Johannes Kepler, data la citazione implicita a Copernico e il riferimento alle orbite non circolari — smonta la validità di un modello basato su presupposti erronei, pur riconoscendo che esso possa simulare risultati corretti entro i limiti della percezione umana.

78.1 L’errore fondamentale: l’orbita ovale e le distanze variabili

Il punto di partenza è la confutazione dell’idea che l’orbita di un pianeta sia un cerchio perfetto. La frase (5690) chiarisce: > «l’orbita dell’astro non è un cerchio perfetto, ma ovale: e la più lunga di tutte le distanze è il diametro delle apsidi; la più breve, invece, quella che passa per il centro della figura nelle longitudini medie». Questa affermazione anticipa la prima legge di Kepler (orbite ellittiche), ma qui funge da premessa per spiegare perché le osservazioni fuori dalle opposizioni non coincidano con l’ipotesi circolare del capitolo XVI. L’autore ammette (5691): > «Non c’è da meravigliarsi se le restanti osservazioni non concordano con questa ipotesi, poiché abbiamo assunto due falsità». Le “due falsità” sono: 1) l’orbita circolare, 2) il moto uniforme intorno al centro geometrico (e non al Sole, come poi dimostrerà Kepler).

78.2 Il paradosso: come il falso genera il vero

Il capitolo XXI affronta un problema epistemologico cruciale: perché un’ipotesi errata può produrre risultati apparentemente corretti? L’autore respinge con forza il principio dialettico «ex falso sequitur verum» (5693): > «Odio profondamente questo assioma dei dialettici, perché con esso si attacca la gola di Copernico (che seguo come maestro nelle ipotesi più generali del sistema del mondo)». Tuttavia, riconosce che, in casi specifici, un modello falso può imitare la verità entro i limiti della sensibilità osservativa. La spiegazione si articola in due fasi:

  1. L’illusione della precisione (5695) descrive come l’ipotesi errata riesca a collocare il pianeta nei giusti punti di longitudine (angoli zodiacali), ma fallisca nel riprodurre la distanza corretta dal centro: > «La nostra falsa supposizione ha infatti portato il pianeta nei luoghi dovuti di longitudine nei tempi dovuti, ma non gli ha attribuito l’altitudine dovuta». Questo scarto — impercettibile ai sensi (5698): «Può infatti mancare un minimo che i sensi non colgono» — è il nucleo del problema. L’autore sottolinea che l’effetto sembra identico a quello di un’ipotesi vera, ma solo perché l’errore è al di sotto della soglia di rilevabilità.

  2. La geometria dell’errore Le frasi (5700)-(5732) sviluppano un’analisi geometrica per mostrare come diverse configurazioni (cerchi concentrici, eccentrici, moti irregolari) possano produrre risultati simili per la longitudine, pur essendo strutturalmente errate. Il ragionamento si basa su:

    • Simmetria e regolarità: Qualsiasi figura (cerchio o altra curva) che abbia il centro sulla linea delle apsidi (MP) e sia divisa in due parti uguali da essa (5703) può riprodurre il moto apparente del pianeta, purché il moto sia regolare intorno a un punto su MP (5706).
    • Limiti dell’approssimazione: Un cerchio concentrico (OP) fallisce nelle posizioni intermedie (es. linee AK, AL), dove l’errore angolare (KAV, LAX) raggiunge i 10-20 gradi per Marte (5722). L’autore propone allora un cerchio eccentrico (MN), con centro C sulla linea che congiunge i punti di intersezione (KL), per ridurre lo scarto (5729): > «Questa ipotesi rappresenterà il pianeta nel luogo dovuto sulle quattro linee AM, AN, AK, AL». Tuttavia, ammette che anche questo modello non è unico: infinite altre ipotesi potrebbero ottenere lo stesso risultato (5731), purché rispettino il principio generale per cui il punto di uguaglianza del moto (equante) si trovi sulla linea che congiunge le posizioni del pianeta.

78.3 Significato storico e scientifico

Il testo rappresenta una tappa cruciale nella rivoluzione astronomica: - Superamento del dogma circolare: La critica alle orbite perfette e ai moti uniformi prepara il terreno per le leggi di Kepler (1609-1619), che abbandoneranno definitivamente il cerchio in favore dell’ellisse. - Metodo empirico vs. assiomi: L’autore rifiuta l’idea che la verità possa derivare da premesse false, ma riconosce che l’osservazione limitata può trarre in inganno. Questo riflette la tensione tra geometria ideale (eredità tolemaica) e dati sperimentali (Tycho Brahe). - Ruolo dell’errore: L’analisi degli scarti (5720)«l’errore inizia gradualmente, aumenta e poi svanisce» — anticipa il concetto di approssimazione progressiva, fondamentale per la scienza moderna.

78.4 Termini e concetti chiave

78.5 Ambiguità e limiti

Il testo non risolve definitivamente il problema: pur proponendo il cerchio eccentrico come soluzione parziale, ammette che l’errore residuo persiste (5732) e che la verità ultima richiede un modello più complesso (l’ellisse, appunto). Inoltre, la frase (5701)«6ì et~» — appare incompleta o corrotta, suggerendo una possibile lacuna nel manoscritto.

79 Il metodo di approssimazione di Keplero per l’orbita di Marte

Un’analisi geometrica e correttiva delle ipotesi orbitali, dove l’errore sistematico viene progressivamente ridotto attraverso successive approssimazioni.

Il testo presenta un passaggio cruciale del Astronomia Nova di Keplero, in cui l’astronomo tedesco affronta la discrepanza tra le osservazioni di Marte e i modelli teorici allora in uso. L’obiettivo è correggere l’ipotesi eccentrica (un cerchio con centro spostato rispetto al Sole) per adattarla ai dati empirici, riducendo gli scarti angolari misurati in scrupoli (1 scrupolo = 1/60 di grado).

79.1 Correzione iterativa dell’errore orbitale

Keplero parte da un modello iniziale in cui il pianeta, dopo un ottavo del periodo orbitale (“octavas temporum”), dovrebbe trovarsi su linee come AQ, AR, AS, AT (5736-5738). Tuttavia, le osservazioni mostrano che Marte devia da queste posizioni, collocandosi invece su linee più alte (AF, AE) o più basse (AG, AD) (5740). L’errore iniziale, misurato come 107’2 gradi (5741), viene drasticamente ridotto a pochi scrupoli (5742-5743) attraverso una prima correzione: - QAF (angolo tra AQ e AF) = 9 scrupoli (~9’). - SAG o TAD (angoli analoghi) = 28 scrupoli (~28’).

La soluzione proposta (5745-5746) introduce una librazione del punto C (centro dell’eccentricità) lungo la linea CA, mantenendo l’orbita circolare ma spostando il centro dell’eccentricità da C a B. Questo aggiustamento permette di: 1. Conservare la misura del tempo in C (5746: “quia apud C manet dimensio temporis”). 2. Far coincidere le posizioni teoriche (Q, R, S, T) con quelle osservate (F, E, G, D), assorbendo l’errore nelle ottave del periodo (5747).

79.2 Gerarchia degli errori e precisione osservativa

Keplero applica un metodo ricorsivo: ogni correzione riduce l’errore residuo, che si manifesta in posizioni intermedie (“in sedecimis temporum”, 5748). L’analisi quantitativa (5753-5754) mostra una progressione geometrica: - Primo errore: 107’2 gradi. - Secondo errore: 9’ o 28’ (1/72,5 del primo). - Terzo errore: ulteriormente ridotto di un fattore 72,5, portandolo a ~0,12’, al di sotto della soglia di rilevabilità strumentale (“intra sensuum defectum”, 5754).

Questo approccio rivela un principio epistemologico chiave (5756-5757): anche ipotesi false (come l’orbita circolare eccentrica) possono produrre risultati veri se le loro componenti errate sono accidentali e non necessarie. La verità emerge dalla necessità geometrica, mentre l’errore è contingente e localizzato.

79.3 Limiti del modello e compensazione degli errori

Nonostante le correzioni, Keplero riconosce che l’errore residuo persiste, seppur minimo. Un esempio dettagliato (5760-5798) calcola l’angolo TAD (o SAG) come 18’8” anziché i 28’ attesi, a causa di una sottostima della distanza TD rispetto a QF. La soluzione proposta (5799-5804) prevede: - Aumentare QAF da 9’ a 12’, portando TAD a 24’. - Compensare lo scarto alzando il pianeta di 3 scrupoli in alcune posizioni e abbassandolo di 1,5 scrupoli in altre (“contemperationem variarum causarum”, 5804).

Questa compensazione reciproca degli errori maschera la falsità del modello, rendendolo indistinguibile dalla realtà entro i limiti della precisione osservativa (5805-5809). Keplero usa una metafora morale (5805-5806) per criticare chi confonde la verità con le apparenze: come una meretrice può scimmiottare una donna onesta, così un’ipotesi errata può sembrare vera se gli errori si annullano a vicenda.

79.4 Conclusione: il superamento del modello tolemaico

Il passaggio si chiude (5810-5812) con una sintesi storica: - L’ipotesi della prima ineguaglianza (che spiega le variazioni di velocità orbitale) era condivisa da Brahe, Copernico e Tolomeo, pur con differenze formali. - Keplero dimostra che, partendo dal moto medio del Sole (usato dai tre autori) o dal moto apparente (ipotesi del cap. XVI), è possibile affinare il modello fino a renderlo compatibile con le osservazioni, pur mantenendo un impianto geometrico tradizionale.

Tuttavia, il testo anticipa il superamento definitivo dell’orbita circolare: le correzioni iterative, pur efficaci, rivelano la necessità di una forma ellittica, che Keplero svilupperà nei capitoli successivi. La precisione raggiunta (errori inferiori a 1’) è un risultato notevole, ma l’analisi stessa ne espone i limiti concettuali.


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80 La rivoluzione kepleriana nella comprensione delle irregolarità planetarie

“Questa terza parte dei Commentari sul moto di Marte è la chiave per penetrare i segreti più profondi dell’astronomia, dove si indagano le cause fisiche dei movimenti celesti.”

Il testo rappresenta un momento cruciale nell’evoluzione dell’astronomia, segnando il passaggio dalle teorie geometriche tradizionali a un approccio fisico-matematico che avrebbe portato alle leggi di Keplero. L’autore, impegnato nell’analisi della “seconda ineguaglianza” (l’irregolarità nel moto dei pianeti dipendente dalla posizione del Sole), mette in discussione i fondamenti stessi della meccanica celeste ereditata da Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe.

80.1 La crisi dei modelli tradizionali

Il nucleo del ragionamento emerge dalla constatazione che i metodi consolidati falliscono nel descrivere con precisione i moti planetari. L’autore osserva come “osservazioni (fidissimi duces) con osservazioni pugnare sint deprehensae” (5817), ovvero come i dati empirici entrino in contraddizione tra loro quando applicati ai modelli esistenti. Questa discrepanza lo costringe a “de tota ratione itineris aliter instituenda” (5817), a ripensare radicalmente l’intero impianto teorico.

Particolarmente significativo è il rifiuto dell’epiciclo tolemaico e dell’orbita annua copernicana come entità geometriche fisse. L’autore nota che “orbis annuus COPERNICI vel epicyclus PTOLEMAEI non aequaliter a centro illo distet, circa quod aequalibus temporibus aequales conficere ponitur angulos” (5837), evidenziando come la distanza tra il centro dell’orbita e il punto di moto uniforme non sia costante. Questa intuizione mina alle fondamenta il principio di moto circolare uniforme, pilastro dell’astronomia antica.

80.2 L’introduzione del punto equante e la sua critica

Il testo affronta il concetto di punto equante, introdotto da Tolomeo per spiegare le irregolarità nei moti planetari. L’autore inizialmente lo aveva adottato nel Mysterium Cosmographicum (5823-5825), ma ora lo sottopone a una revisione critica. La sua perplessità nasce dal fatto che “si causa a me allata genuina esset, omnino per omnes Planetas valere debuerit” (5825): se la causa fisica proposta fosse stata corretta, avrebbe dovuto applicarsi a tutti i pianeti, mentre la Terra (nel sistema copernicano) e il Sole (negli altri sistemi) sembravano non richiederla.

La corrispondenza con Tycho Brahe (5829-5832) fornisce un tassello decisivo. Brahe aveva osservato che “orbis annuus juxta COPERNICVM, vel epicyclus secundum PTOLEMAEVM, non videtur ejusdem semper magnitudinis” (5830), notando variazioni nella dimensione apparente dell’orbita di Marte fino a “gradum unum min. 45” (5831). Questa evidenza empirica spinge l’autore a ipotizzare che il problema risieda nella posizione del centro di moto uniforme: non il Sole (come in Copernico) o il centro dell’eccentrico (come in Tolomeo), ma un punto distinto, l’aequantis centrum (5847).

80.3 La proposta di un nuovo modello

La soluzione avanzata si basa su una distinzione fondamentale: il centro dell’orbita terrestre (B) non coincide con il punto (C) rispetto al quale il moto della Terra è uniforme. Come spiegato in (5846-5848), se si assume che “C sit non orbis terreni DE sed tantum aequalitatis centrum, longius ab A Sole distans quam B”, le osservazioni mostrano che l’orbita annua appare “augeri minuique” (5848). Questo effetto è dovuto alla variazione della distanza tra la Terra e il pianeta (Marte) in punti simmetrici dell’orbita, come dimostrato geometricamente in (5849-5853).

L’autore introduce così un concetto rivoluzionario: la parallasse dell’orbita (parallaxes orbis), che spiega le apparenti variazioni di dimensione dell’orbita senza ricorrere a epicicli o a moti non uniformi. La chiave sta nel riconoscere che “CE major quam CD” (5852), ovvero che la distanza tra il centro di moto uniforme e la Terra varia lungo l’orbita, generando angoli di parallasse diversi (“major apparebit angulus CFE angulo CFD”).

80.4 Implicazioni fisiche e cosmologiche

Il testo non si limita a correggere un modello geometrico, ma cerca una spiegazione fisica dei moti planetari. L’autore si interroga su “quae causa Physica, augeri et minui circuitum centri systematis Planetarii” (5838), rifiutando l’idea di un’orbita che muta dimensione come “phantasma” (5836) privo di fondamento. La sua ipotesi è che la distanza tra il pianeta e il “punctum aequalitatis” (il punto di moto uniforme) vari lungo la linea degli apsidi (5843), suggerendo una relazione tra la posizione del pianeta e l’intensità della forza motrice solare.

Particolarmente rilevante è la correzione apportata al centro del sistema planetario. Mentre Brahe lo aveva posto “proxime corpus Solis” (5856), l’autore lo identifica “in ipso centro Solis” (5857), anticipando la centralità gravitazionale del Sole che sarebbe stata formalizzata da Newton. Questa scelta non è solo geometrica, ma implica una visione fisica in cui il Sole è la sorgente del moto planetario.

80.5 Metodo e portata storica

Il testo testimonia un metodo scientifico in transizione, dove l’osservazione empirica (“observationes indubias”, 5818) si combina con la critica razionale dei principi. L’autore ammette di aver inizialmente accettato con “dubio tamen assensu” (5820) le teorie tradizionali, ma la loro incoerenza con i dati lo spinge a “refutare” (5820) le proprie premesse e a “confirmare” (5819) un nuovo paradigma.

La struttura argomentativa rivela una gerarchia chiara: la seconda ineguaglianza (dipendente dal Sole) viene affrontata prima della prima (l’eccentricità), perché “hac veluti clave inventa, reliqua patebunt” (5821). Questa priorità logica riflette la consapevolezza che la comprensione delle irregolarità solari è propedeutica a risolvere il problema più generale dei moti planetari.

In sintesi, il testo documenta il passaggio da un’astronomia descrittiva a una dinamica celeste, dove le irregolarità osservate non sono più spiegate con artifici geometrici, ma con principi fisici che anticipano la legge delle aree (seconda legge di Keplero). La critica all’equante e la proposta di un centro di moto uniforme distinto dal centro geometrico dell’orbita segnano un punto di non ritorno nella storia della scienza, preludio alla rivoluzione newtoniana.

81 L’analisi kepleriana delle discrepanze tra i sistemi tolemaico, copernicano e ticonico nel moto di Marte

Un confronto geometrico e osservativo tra le ipotesi cosmologiche, volto a dimostrare l’inadeguatezza dei modelli tradizionali nel rendere conto delle anomalie nel moto marziano.

Il testo esamina le incongruenze tra i sistemi astronomici di Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe nella descrizione del moto di Marte, concentrandosi sulle discrepanze tra le previsioni teoriche e le osservazioni. L’argomentazione si sviluppa attraverso una ricostruzione geometrica delle orbite e una verifica empirica basata sui dati di Brahe, rivelando come le ipotesi tradizionali falliscano nel giustificare la variazione dell’eccentricità e la posizione delle apsidi.

81.1 1. Critica al modello tolemaico e alle sue assunzioni geometriche

Keplero evidenzia come Tolomeo, ponendo la Terra al centro (“sit terra in c”), assuma erroneamente che il punto F – centro dell’epiciclo di Marte – coincida con il centro di moto uniforme (“F punctum, circa quod epicycli IH motus aequalis est”). Questa semplificazione porta a una simmetria forzata nelle anomalie: - “omnino FI et FH ponit aequales: proptereaque in anomalia coaequata utraque tam HFC quam IFC […] unam et eandem statuil aequationem epicycli”. Tuttavia, le osservazioni mostrano che l’angolo HCF (90°) è maggiore di ICF (270°), smentendo l’ipotesi tolemaica. La correzione proposta introduce un nuovo centro G, spostato verso H, che rende l’epiciclo “auctus in anomalia 90° circa H, minutus in 270° circa I” (5863). Questo implica che il moto eccentrico di Marte (“linea CF”) non può essere descritto con un unico centro di uniformità.

81.2 2. Il sistema ticonico e la sua variante geometrica

Nel modello di Brahe, la Terra (C) rimane al centro, ma il Sole (DE) orbita attorno a un centro B, mentre il moto uniforme è riferito a un punto A distinto (“aequalitatis centro A”, 5864). Le linee di vista del pianeta (CI, CH) rimangono identiche a quelle tolemaiche, ma il centro del sistema planetario (K, L) viene spostato verso il perigeo solare: - “quanto B verum centrum circuitus Solis […] descendit infra A putativum centrum, tanto et M centrum circuitus KL […] descendat sub C” (5865). Questa disposizione genera una asimmetria nelle distanze: quando la distanza CK (Terra-sistema planetario) è breve, la distanza CE (Terra-Sole) è lunga, e viceversa (“ibi brevis fit CK distantia […] ubi longa fit CE”, 5873). La conseguenza è che gli angoli di commutatione (CIK, CHL) non risultano uguali come previsto, ma CHL risulta maggiore, facendo apparire il centro del deferente (“KL orbis”) più vicino a L che a K (5872).

81.3 3. La relazione tra le apsidi di Marte e del Sole

Keplero identifica una correlazione inversa tra le apsidi di Marte e quelle del Sole nei diversi sistemi: - “apogaeum [Martis] vergit in partes apogaeo Solis praecise contrarias” (5877). Nel sistema copernicano, la Terra orbita in direzione opposta rispetto al Sole ticonico e all’epiciclo marziano (“Terra enim COPERNICO perambulat contrarias partes Soli Tychonico”, 5875). Questa inversione spiega perché le distanze DC (Terra-Sole copernicano) e CE (Sole-Terra tolemaico) si trasformino rispettivamente in CK/FI e CL/FH nei modelli alternativi (5878). L’eccentricità di Marte risulta così uguale a metà di quella solare (“eccentricitas vero ejus […] aequat eccentricitatem Solis veram, seu dimidium hactenus creditae”, 5877), un dato che contraddice le stime precedenti.

81.4 4. La verifica osservativa e i limiti dei modelli

Per testare queste ipotesi, Keplero adotta un metodo comparativo basato sulle osservazioni di Brahe: 1. Selezione dei dati: cerca momenti in cui l’anomalia di commutatione di Marte è 90° o 270°, con il pianeta in posizioni specifiche (es. 6° Ariete o Bilancia, 5883). 2. Calcolo delle discrepanze: confronta le anomalie medie ed eccentriche, notando che una rivoluzione marziana (687 giorni) differisce di 43 giorni da due anni solari (730 giorni), corrispondenti a una variazione di 42° 54’ 23” nell’anomalia di commutatione (5891-5894). 3. Risultati: le osservazioni non confermano la simmetria attesa. Ad esempio, per due date distanti 6 anni (1585 e 1591), l’anomalia media di Marte è identica (6° 8° 22°), ma le condizioni ideali (90° di commutatione) non si verificano (5902-5903). La scarsità di dati compatibili (“talis vero observationum biga non reperiebatur”, 5901) limita la conferma empirica, ma suffraga l’ipotesi di una eccentricità variabile non spiegabile dai modelli tradizionali.

81.5 5. Implicazioni concettuali

Il testo rivela una tensione tra geometria e osservazione: - I modelli tolemaico e ticonico presuppongono moti uniformi attorno a centri fissi, ma le discrepanze osservative richiedono l’introduzione di centri mobili (es. G o M) e asimmetrie nelle orbite. - La relazione tra le apsidi di Marte e del Sole suggerisce una dipendenza fisica tra i moti planetari, anticipando il concetto di armonia celeste sviluppato nelle opere successive di Keplero. - L’analisi quantitativa (es. 42° 54’ 23” di variazione per rivoluzione) dimostra come la precisione osservativa di Brahe abbia reso insostenibili le semplificazioni dei modelli antichi, spianando la strada alle leggi dei moti ellittici.

82 Analisi delle osservazioni e dei calcoli astronomici di Marte nel sistema ticonico

Un resoconto delle correzioni orbitali e delle discrepanze osservative tra il 1585 e il 1591, basato su dati numerici e confronti con le misurazioni di Magini.

Il testo presenta una serie di calcoli e osservazioni astronomiche relative alla posizione di Marte, condotte secondo il sistema ticonico (riferimento esplicito all’Aequatio Tychonica in 5905) e confrontate con le tavole di Magini. L’analisi si concentra su due anni chiave: il 1585 e il 1591, evidenziando correzioni orbitali, discrepanze osservative e la complessità della determinazione della longitudine e latitudine del pianeta.

82.1 **Correzioni orbitali e “commutatio coaequata”

Il nucleo del testo riguarda la commutatio coaequata (termine tecnico per l’angolo di parallasse o equazione del centro), calcolata per due date specifiche: - Anno 1585 (5910-5913): “Commutatio coaequata anno MDLXXXV erat 8 4° 23’.3°”, con Marte posizionato “ultra perigaeum epicycli 64° 23’ 30” gradibus” (5911). Qui si applica il modello tolemaico dell’epiciclo, dove il pianeta si trova oltre il perigeo (punto più vicino alla Terra) del suo cerchio secondario. - Anno 1591 (5914-5918): “Commutatio coaequata anno MDXCI erat 3 8• 25° 10 36’. 30”, con Marte ”ante perigaeum epicycli 64° 23’ 30” partibus”* (5916). La posizione è ora prima del perigeo, invertendo la direzione rispetto al

L’uguaglianza degli angoli di commutazione nei due schemi (“Aequalis igitur utrinque commutationis angulus in schemate, FCD et FCE, vel CFI, CFH”, 5919) suggerisce una simmetria geometrica nel modello, ma la posizione del Sole introduce una disuguaglianza non eliminabile (“quae inaequalitas caveri non potuit”, 5922). Nel 1585, il Sole era “18° II XVIII gradibus ante apogaeum” (5921), mentre nel 1591 era “9°~ XXXIII gradibus ultra perigaeum” (5921), evidenziando uno spostamento significativo nell’orbita apparente.

82.2 Osservazioni dirette e discrepanze con Magini

Il testo riporta osservazioni dettagliate di Marte, confrontate con i dati di Giovanni Antonio Magini (astronomo contemporaneo), rivelando scarti sistematici: 1. 18 maggio 1585 (5923-5930): - Osservazione diretta: Marte in “0° 5°.45” 11V cum lat. 1° 19’ 30” Borea” (5924-5926). - Magini: “1 0° 5’ 11p” (5927-5928). - Discrepanza: “abundat igitur 15’ minutis” (5929-5930), ovvero 14-15 minuti d’arco in eccesso rispetto a Magini. - Correzione successiva (30 maggio, 5931-5933): dopo aver sottratto l’errore accumulato in 11 giorni, la posizione corretta risulta “6° 34 111’” (5933), con una nota critica sulla variabilità del moto diurno (“quod longa sit deductio per dies XII, nec diurnus idem vere sit”, 5934).

  1. 18 aprile 1585 (5935-5940):
    • Osservazione: Marte in “17° 37%’ Q” (5935).
    • Magini: “18° o’ Q” (5936).
    • Differenza iniziale: “22%” (5937), ridotta a “14~’” dopo 33 giorni (5938).
    • Proporzione applicata: “per dies sequentes XII evanescent III scrupula” (5939), portando la correzione finale a “6 grado 37 minuto 111’” (5940).
  2. 22 gennaio 1591 (5941-5956):
    • Marte distava “30 111’ 34°” da Spica (5941), con declinazione “17° 25’ Austrina” (5943) e altitudine “16°” (5944).
    • Dopo correzioni per variazioni orizzontali, la declinazione risulta “17° 30”” (5945), l’ascensione retta 230° 23’ 12” (5946-5948), la longitudine “22° 33’ 111’” (5949-5950), e la latitudine “1° 0’ 30” Borea” (5951-5953).
    • Il confronto con Magini evidenzia un moto diurno di 33’ (5954), con una correzione di “59’” per il tempo intercorso (5955), portando la posizione finale di Marte al “21 0°” (5956).

82.3 Termini e concetti chiave

82.4 Significato storico e metodologico

Il testo testimonia: 1. La transizione tra modelli astronomici: L’uso del sistema ticonico (ibrido geo-eliocentrico) come alternativa al tolemaico e al copernicano, con riferimenti espliciti all’epiciclo (“more Ptolemaico”, 5911). 2. La precisione osservativa: Le discrepanze con Magini (fino a 22 minuti d’arco) riflettono le difficoltà nel calcolare orbite non perfettamente circolari, anticipando le leggi di Keplero. 3. La correzione sistematica degli errori: L’autore applica proporzioni matematiche (“Si ergo agamus proportionaliter”, 5939) per stimare l’errore cumulativo, mostrando un approccio empirico alla calibrazione dei dati. 4. L’importanza delle tavole astronomiche: Il confronto con Magini sottolinea il ruolo delle tavole pre-calcolate (come quelle di Tycho Brahe o dello stesso Magini) nella pratica astronomica del XVI secolo.

Le ambiguità emergono nella variabilità del moto diurno (“nec diurnus idem vere sit”, 5934), che rende le correzioni approssimative, e nella non eliminabilità delle disuguaglianze (“quae inaequalitas caveri non potuit”, 5922), prefigurando i limiti dei modelli geometrici pre-kepleriani.


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83 L’analisi kepleriana delle discrepanze nel moto di Marte e la critica ai sistemi tolemaico e ticonico

Un trattato seicentesco svela le incongruenze delle orbite planetarie attraverso calcoli numerici e la confutazione delle ipotesi geocentriche.

Il testo presenta una serie di calcoli astronomici e riflessioni teoriche relative al moto di Marte, inserendosi nel dibattito scientifico tra i sistemi tolemaico, ticonico e copernicano. Le frasi (5959)-(5977) costituiscono un nucleo di osservazioni quantitative e critiche concettuali, mentre (5978)-(5980) introducono un nuovo problema geometrico legato all’eccentricità solare.

83.1 Dati numerici e discrepanze osservative

Il testo riporta misurazioni precise di angoli e proporzioni, fondamentali per la ricostruzione delle orbite. Tra i dati più rilevanti: - “7) MDXCV 25· 13 0” (5961): un riferimento a una data (1595) e a valori angolari (25°13’0”). - “37 1111 36°” (5963) e “51’” (5964): angoli probabilmente legati a posizioni planetarie o differenze di longitudine. - “28’ ~ sat certo, 6” (5962) e “28’ ~ * 21” (5970): valori che suggeriscono una correzione o una discrepanza tra osservazioni e previsioni teoriche.

La frase (5972) sintetizza il problema centrale: “Ecce magnam differentiam prosthaphaereseon orbis annui, cum tamen anomalia commutationis utrinque eandem polliceatur”. Qui si evidenzia una grande differenza nelle prostafèresi (correzioni angolari per il moto non uniforme dei pianeti) dell’orbita annuale, nonostante l’anomalia di commutazione (variazione apparente della velocità) prometta uniformità. Questa contraddizione è il fulcro della critica ai modelli tradizionali.

83.2 Critica ai sistemi tolemaico e ticonico

Il testo attribuisce la causa delle discrepanze all’ipotesi copernicana (5973), che spiega l’irregolarità delle distanze Terra-Sole: “Terra in D et E putabatur aequaliter distare a C puncto aequalis motus: invenitur vero distare inaequaliter, ut centrum ejus circuitus sit in B versus A Solem”. La Terra, cioè, non si trova a uguale distanza dal punto C (centro di moto uniforme), ma la sua orbita ha un centro B spostato verso il Sole (A), introducendo un’asimmetria.

La confutazione dei modelli alternativi è esplicita: 1. Sistema tolemaico (5975): “Per aequipollentiam igitur epicyclus HI […] non aequaliter circumjectus est puncto F”. L’epiciclo di Marte (HI) non è distribuito uniformemente intorno al punto F, contraddicendo l’assunto di moto regolare intorno a un centro fisso. 2. Sistema ticonico (5977): “KL deferens systemata Planetaria non aequabiliter ambit C terram, […] sed vergit M centrum ejus circuitus in partes perigaei Solis”. L’orbita deferente (KL) non ruota uniformemente intorno alla Terra (C), ma il suo centro (M) è spostato verso il perigeo solare, analogamente al modello copernicano.

83.3 Implicazioni storiche e metodologiche

Il passaggio rivela un momento cruciale nella rivoluzione astronomica: - Superamento del moto circolare uniforme: Le discrepanze numeriche dimostrano l’inadeguatezza dei modelli basati su cerchi perfetti e moti regolari, anticipando l’adozione delle orbite ellittiche (formulate da Keplero nelle Leggi del 1609-1619). - Ruolo delle osservazioni: Le “acronychiae observationes” (osservazioni di Marte in opposizione, 5975) sono citate come prova empirica per ricostruire l’orbita reale, sottolineando l’importanza dei dati nella confutazione teorica. - Transizione tra modelli: Il testo mostra come Keplero (o l’autore) utilizzi il sistema copernicano come chiave interpretativa, pur mantenendo un linguaggio geometrico compatibile con le tradizioni tolemaica e ticonica.

83.4 Nuovo problema geometrico: l’eccentricità solare

Le frasi (5978)-(5980) introducono un diverso tema: “CAPVT XXIII COGNITIS DVABVS DISTANTIIS SOLIS A TERRA ET LOCrS SVB ZODIACO ET APOGAEO SOLIS, INQVIRERE ECCENTRICITATEM VIAE SOLIS (VEL TERRAE COPERNICO)”. Qui si propone di calcolare l’eccentricità dell’orbita solare (o terrestre, secondo Copernico) a partire da due distanze Terra-Sole e dalla posizione dell’apogeo. Il dato “FC 100000” (5979) e “DFC est 36°” (5980) forniscono parametri per una costruzione geometrica, probabilmente legata alla determinazione della linea BC (eccentricità).

83.5 Conclusione

Il testo documenta un passaggio chiave nella storia dell’astronomia: la crisi dei modelli geocentrici e l’emergere di una nuova fisica celeste basata su dati quantitativi e asimmetrie orbitali. Le discrepanze numeriche, le critiche ai sistemi tradizionali e l’adozione di un approccio geometrico-empirico riflettono il metodo scientifico in formazione, dove l’osservazione guida la revisione teorica.


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84 Calcolo dell’eccentricità solare attraverso misurazioni angolari e proporzioni geometriche

Un trattato scientifico del XVII secolo espone il metodo per determinare l’eccentricità dell’orbita solare mediante osservazioni angolari e costruzioni geometriche.

Il testo presenta una sequenza di calcoli e ragionamenti geometrici volti a stabilire l’eccentricità dell’orbita solare, partendo da misurazioni angolari e applicando principi di trigonometria sferica. L’autore procede per passaggi successivi, combinando dati osservativi con costruzioni teoriche.

Il punto di partenza è la differenza tra due angoli: “Sed EDC fuit 26°” (6018) e l’inclinazione residua ottenuta per sottrazione, “Ergo facta subtractione relinquitur dictarum linearum inclinatio 8°. 25’. 21". (6021-6023). Questo valore angolare (8° 25’ 21”) rappresenta un elemento chiave per la successiva costruzione geometrica, dove viene tracciata una parallela “Agatur ex P ipsi CB parallelos PS” (6024), che consente di stabilire equivalenze tra segmenti: “quae aequabit CB” (6025) e “et CP aequabit BS” (6026).

Nel triangolo rettangolo PQS, l’autore applica relazioni trigonometriche fondamentali: “ut sinus totus ad tangentem et secantem anguli QPS 8°. 25’. 21", sic PQ cognita ad QS 167, et SP 1143 quae est CB” (6027-6029). Qui emergono due misure critiche: QS = 167 e SP = 1143 (quest’ultima corrispondente a CB), che fungono da base per calcoli successivi. La somma di QS con un valore preesistente (PC = SB = 26858) porta a determinare QB = 27025 (6030), un passaggio che sottolinea l’importanza delle proporzioni additive nel metodo.

La fase conclusiva del ragionamento si concentra sul triangolo rettangolo DQB, dove, noti i cateti, viene calcolata l’ipotenusa: “dabitur et DB 62237” (6031). La proporzione tra DB e BC (raggio ed eccentricità cercata) viene esplicitata come “eadem, quae 62237 ad 1143” (6032), e ridotta a una scala standard: “Vt autem 62237 ad 100000, sic 1143 ad 1837” (6033). Il risultato finale, “Haec tandem est eccentricitas quaesita” (6034), identifica 1837 come valore dell’eccentricità, espresso in unità relative (probabilmente parti per 000).

Un’annotazione critica chiude il testo: “Fieret autem minor, si praecessionem aequinoctiorum curaremus, quia tunc CE minor” (6035). Questa osservazione suggerisce che il valore ottenuto sarebbe inferiore se si tenesse conto della precessione degli equinozi, un fenomeno che influenzerebbe la posizione del punto C (equatoriale) riducendo la distanza CE. Il riferimento storico è rilevante: nel XVII secolo, la comprensione della precessione era ancora in fase di affinamento, e il testo testimonia un approccio metodologico che bilancia precisione osservativa e semplificazioni teoriche.

L’intero procedimento rivela una metodologia ibrida, tipica dell’astronomia pre-newtoniana, che combina: - Dati osservativi (angoli misurati in gradi, minuti e secondi); - Costruzioni geometriche (triangoli rettangoli, parallele, equivalenze tra segmenti); - Proporzioni numeriche (rapporti tra lunghezze, riduzioni a scale standard); - Approssimazioni (ignoranza della precessione per semplificare i calcoli).

Il valore di eccentricità ottenuto (1837/100000) si colloca in un contesto storico in cui le stime variavano significativamente: ad esempio, Keplero, pochi decenni prima, aveva proposto valori leggermente diversi, riflettendo l’evoluzione delle tecniche di misurazione e dei modelli orbitali.


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85 La rivoluzione kepleriana: dimostrazione dell’orbita eccentrica di Marte

Un’analisi geometrica che smantella i sistemi tolemaico e ticonico, fondando le basi della meccanica celeste moderna.

Il testo affronta la dimostrazione dell’orbita eccentrica di Marte, un passaggio cruciale nella transizione dai modelli geocentrici a quelli eliocentrici. Kepler estende i principi già applicati alla Terra (“Quae mc de circuitu Telluris demonstrata sunt”) ai sistemi di epiciclo tolemaico e deferente ticonico, sottolineando come basti invertire la direzione delle apsidi (“tantummodo, ut in schemate apsides in contrarias partes convertantur”) per adattare le dimostrazioni. L’assunzione iniziale (6046) di un’orbita solare (o terrestre) circolare – pur consapevole della sua parziale inesattezza (“analogia ad Planetas caeteros diversum testabitur infra cap. XLIV”) – viene giustificata dalla trascurabilità delle deviazioni (“exilitas tamen deflexus plane nihil nostrae demonstrationi incommodat”).

Il Capitolo XXIV segna un momento di svolta metodologica. Kepler descrive l’evoluzione della sua ricerca: da un approccio “timida” e “operosa” (6049), basato su cautele e simmetrie forzate (“aequalis haberetur ex utroque latere anomalia commutationis”), a una libertà investigativa (“audacia subveeti […] liberiores esse in hoc campo incipiemus”, 6050-6051). Il metodo proposto è rivoluzionario: anziché presupporre la posizione dell’apogeo o l’eccentricità, Kepler ricostruisce geometricamente l’orbita a partire da osservazioni dirette. La procedura prevede: 1. La selezione di tre o più posizioni osservate di Marte (“tria vel quotcunque loca visa Martis”), con il pianeta nello stesso punto dell’eccentrico (6052). 2. L’applicazione della legge dei triangoli per determinare le distanze dei punti dell’epiciclo (o orbita annua) dal “punctum aequalitatis motus” (6052). 3. La costruzione di un cerchio a partire da tre punti (“ex 20 tribus punctis circulus describatur”), deducendo così posizione, apogeo ed eccentricità (6053). 4. La verifica con una quarta osservazione (“quarta observatio […] erit loco probationis”, 6054), che funge da controllo empirico.

Kepler fornisce dati osservativi precisi per validare il metodo. Le prime tre osservazioni (6055-6056) sono: - 5 marzo 1590, ore 19:10: Marte privo di latitudine (“latitudine pene caruit”), scelta strategica per evitare errori di parallasse. - 21 gennaio 1592, ore 6:41 | 8 dicembre 1593, ore 6:12 | 26 ottobre 1595, ore 5:44: momenti in cui Marte ritorna allo stesso punto fisso tra le stelle (“ad idem fixarum punctum redit”).

Le coordinate eclittiche di Marte (6058-6061) sono riportate secondo la “restitutio” di Tycho Brahe: - 1590: 18° 4’ 38’ 50”. - Successive osservazioni: incrementi di 1’ 36 per ogni periodo di rivoluzione, coerenti con il moto di precessione (“motus praecessionis congruens tempori periodico”, 6062). L’apogeo di Marte, secondo Tycho, è fissato a 23° 6’, con un’equazione di 11° (6063).

Il testo rivela una tensione epistemologica tra tradizione e innovazione. Kepler sfida i modelli consolidati (tolemaico e ticonico) pur partendo dalle loro assunzioni, come l’orbita circolare del Sole. La dimostrazione geometrica basata su osservazioni multiple – e non su presupposti a priori – segna un cambio di paradigma: l’orbita non è più un’astrazione teorica, ma un oggetto misurabile, la cui forma emerge dai dati. Questo approccio empirico, unito alla precisione dei dati ticonici, getterà le basi per le leggi dei moti planetari, culminando nella scoperta delle orbite ellittiche.


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86 La teoria solare tra Copernico, Tolomeo e Tycho Brahe: eccentricità, apogeo e il problema dell’equante

Un’analisi geometrica e osservativa che rivela la convergenza tra i sistemi planetari, pur nelle loro differenze strutturali, verso una comune soluzione matematica: l’eccentricità solare dimezzata e l’introduzione di un punto equante.

Il testo presenta una disamina tecnica delle teorie solari nei sistemi di Copernico, Tolomeo e Tycho Brahe, focalizzandosi su calcoli angolari, eccentricità e la posizione dell’apogeo solare. L’autore — verosimilmente Keplero, data la terminologia e i riferimenti a Tycho — confronta i risultati delle proprie osservazioni con quelli del danese, evidenziando una convergenza entro un margine di 20° (“Vides igitur hac ipsa liberrima inquisitione ad veritatem Tychonicam nos accedere intra gradus 20°”, 6229). Questo scarto, pur significativo, è considerato accettabile in un contesto di misurazioni astronomiche soggette a errori strumentali (“memineris, observationes circa minima peccare aliquid posse”, 6234).

86.1 Eccentricità solare e apogeo: dati e discrepanze

Il nucleo del ragionamento ruota attorno all’eccentricità del Sole, parametro cruciale per descrivere l’orbita terrestre (o solare, a seconda del sistema di riferimento). Vengono forniti valori precisi: - L’eccentricità totale è di 3592 (in unità non specificate, ma coerenti con la scala usata per le distanze), con un semi-eccentricità di 1796 o 1800 (“Eccentricitas vero tota Solis est dimidium 1796 vel 1800”, 6232). - La distanza tra il centro dell’orbita terrestre (o del deferente, nel sistema tolemaico) e il punto equante — un artificio geometrico introdotto per spiegare le variazioni di velocità apparente — risulta essere 1530 quando il raggio dell’orbita è normalizzato a 100.000 (“Quod si .&~accipiat dimensione m 100000, oc:~het 1530”, 6231). Questo valore è leggermente inferiore alla metà dell’eccentricità solare (“Hic igitur paulò 20 minus dimidio eccentricitatis Solaris”, 6233), suggerendo una correzione necessaria.

L’apogeo solare, secondo Tycho, è fissato a (“TYCHO verò ponit apogaeum Solis in 5~ §”, 6228), mentre le osservazioni dell’autore lo collocano in una posizione variabile entro rispetto alle stelle fisse (“caditque in locum sub Fixis ultra citraque 5~ .{; §”, 6236). Questa oscillazione richiede un’indagine più accurata (“Infra igitur majorem circa hoc adhibebimus diligentiam”, 6237), ma le ripetute verifiche confermano che il semi-eccentricità e l’apogeo si avvicinano ai valori ticonici (“saepius luculenta demonstratione dimidium eccentricitatis Solaris invenietur et apogaeum proximè Tychonicum”, 6238).

86.2 Implicazioni fisiche e geometriche nei tre sistemi

Il testo dimostra come, nonostante le differenze concettuali tra i sistemi planetari, emerga una struttura matematica comune: 1. Sistema copernicano (6239): - Il centro dell’orbita terrestre non coincide con il Sole, ma è un punto intermedio tra il corpo solare e il punto di uguaglianza (equante). - La Terra si muove più lentamente quando è lontana dal Sole e più velocemente quando si avvicina, in accordo con le leggi fisiche e l’analogia con gli altri pianeti (“quod est Physicis rationibus et analogiae Planetarurn caeterorum consentaneum”, 6240).

  1. Sistema tolemaico (6241):
    • L’epiciclo (orbita secondaria del pianeta) è eccentrico rispetto al punto attorno al quale il suo moto è uniforme.
    • L’eccentricità dell’epiciclo è metà di quella solare comunemente accettata e orientata in direzione opposta.
  2. Sistema ticonico (6242):
    • Il punto da cui si misurano le eccentricità dei pianeti non giace sul cerchio concentrico al Sole, ma si allontana in modo irregolare dalla Terra.
    • La distanza è maggiore verso il perigeo solare e minore verso l’apogeo, con un valore pari alla semi-eccentricità solare.

86.3 L’equante e la doppia eccentricità

L’elemento unificante tra i tre sistemi è l’introduzione di un punto equante, un artificio geometrico che spiega le irregolarità nel moto apparente del Sole (o della Terra). L’autore ipotizza che anche il Sole segua questa regola: - L’eccentricità vera del Sole sarebbe metà di quella calcolata dalla massima equazione (“Solis quoque eccentricitas vera tantum dimidia erit ejus, quae computatur ex aequatione maxima”, 6243). - Ciò implica l’esistenza di un equante con un’eccentricità doppia rispetto a quella dell’eccentrico solare (“Sol utetur aequante, cujus eccentricitas est dupla ad eccentricitatem eccentrici”, 6243).

Questa conclusione, tuttavia, è presentata con cautela: l’argomentazione basata sui sistemi tolemaico e ticonico è meno solida quando si utilizza il moto medio solare (“Fateor argumentationem hanc de forma Ptolemaica et Tychonica paulo imbecilliorem esse; quoad cum authoribus motu Solis medio utimur”, 6244). La dimostrazione diventerà più robusta quando si analizzerà il moto dei pianeti in relazione al moto apparente del Sole (“Fiet itaque illustrior, ubi jam rationibus iis permotus […] motum PIanetae ad Solis apparentem motum expendero”, 6245-6246).

86.4 Calcoli angolari e precisione osservativa

Il testo include dettagli tecnici sui calcoli angolari, con riferimenti a triangoli e misure in gradi, minuti e secondi: - Un angolo di 97° 50’ 30 (6222-6223) è scomposto in componenti che portano a una deviazione di 15° 8’ 30” (6224-6225) e 22° 59’** (6226-6227). - La distanza angolare oc:~ (probabilmente un segmento o un arco) è calcolata in 1023 (6230), valore che varia leggermente in successive misurazioni (“Nam tot vicibus prodit oc:~paulo alia quantitate”, 6236).

Questi dati riflettono la precisione ossessiva tipica delle osservazioni astronomiche dell’epoca, dove anche piccole discrepanze (come i 20° di scarto rispetto a Tycho) richiedevano spiegazioni o correzioni. L’autore sottolinea più volte la necessità di ulteriori verifiche (6237), consapevole che gli errori strumentali (“observationes circa minima peccare”, 6234) possono influenzare i risultati.


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87 Calcolo dei moti planetari di Marte e riduzione dei tempi osservativi nel trattato di Keplero

Il testo riporta una serie di misurazioni astronomiche e calcoli relativi alla posizione di Marte, probabilmente estratti da un’opera di Johannes Kepler, come suggerito dal riferimento a Tycho Brahe e dalla metodologia di riduzione dei dati osservativi. L’analisi si concentra su coordinate eclittiche (longitudine e latitudine), moti orari e correzioni temporali per determinare la posizione del pianeta in epoche diverse, con particolare attenzione agli anni 1592 (MDXCII), 1593 (MDXCIII) e 1595 (MDXCV).

87.1 Coordinate e moti di Marte

Le frasi (6274)-(6292) presentano dati frammentari ma sistematici: - La latitudine è fissata a (“39” 25” cum latitudine 0°“, 6274), indicando che le osservazioni sono proiettate sull’eclittica. - La longitudine di Marte viene calcolata progressivamente: - ”Itaque ad nostrum tempus locus Martis prodit 3°. 4’. 27” ‘V’“ (6283-6285) per un’epoca non specificata. - “Ergo ad nostrum tempus locus Martis prodit 19°. 41’. 39” H” (6290-6292), con una correzione successiva. Le discrepanze tra i valori (3° vs 19°) suggeriscono aggiustamenti basati su osservazioni successive o su una riduzione dei dati a un’epoca di riferimento comune.

87.2 Riduzione dei tempi e calcoli orari

Il passaggio chiave è (6277): “I Reducemus autem tria sequentia tempora ad primum ..Quare quo loco eccentrici fuit C!, Anno eodem redibit sub Fixis, Annis Motus tridui et 35’ minutorum unius horae anno MDXCII est apud lO MAGINVM 2°.” Qui si descrive la riduzione di tre osservazioni a un tempo di riferimento comune (probabilmente il 1592), correggendo i moti di Marte per: - 3 giorni (“Motus tridui”). - 35 minuti di un’ora (“35’ minutorum unius horae”). Il risultato è una posizione di (“apud lO MAGINVM 2°”), dove “MAGINVM” potrebbe indicare una costellazione o un punto di riferimento zodiacale.

I calcoli successivi dettagliano i moti orari e le loro conversioni: - “Anno MDXCIII motus horarum I M. XLV ex diurno 33’ est 2’. 25” (6281-6282): nel 1593, un moto di 1 ora e 45 minuti (I M. XLV) corrisponde a 2’ 25” di spostamento eclittico, partendo da un moto diurno di 33’. - “Sic anno MDXCV motus horarum 2°. 25’ ex diurno 22’. Il’’ est 2’. 14” (6286-6289): nel 1595, 2° 25’** di moto orario si traducono in 2’ 14” di spostamento, con un moto diurno ridotto a 22’**.

87.3 Confronto con i dati solari

La frase (6292) introduce una tabella comparativa: “SEQVITVR ERGO TABELLA LOCORVM Martis ex observatione; Solis ex calculo Tychonis.” Questo passaggio sottolinea l’integrazione tra: 1. Osservazioni dirette di Marte (probabilmente di Tycho Brahe o dello stesso Keplero). 2. Calcoli solari basati sui modelli di Tycho, usati come riferimento per validare le posizioni planetarie.

87.4 Significato storico

Il testo riflette la transizione tra astronomia tolemaica e kepleriana: - L’uso di coordinate eclittiche e la riduzione dei tempi sono tipici del metodo di Tycho Brahe, che combinava osservazioni precise con calcoli geometrici. - La correzione dei moti orari e la costruzione di tabelle (“TABELLA LOCORVM”) anticipano le leggi di Keplero (1609-1619), dove la posizione dei pianeti viene descritta con precisione matematica. - Il riferimento all’anno 1592-1595 colloca il documento nel periodo in cui Keplero lavorava come assistente di Tycho, analizzando i dati di Marte per confutare il modello geocentrico.

87.5 Termini e ambiguità

87.6 Gerarchia dei concetti

  1. Obiettivo principale: determinare la posizione eclittica di Marte in epoche diverse, riducendo osservazioni multiple a un tempo di riferimento.
  2. Metodo:
    • Correzione dei moti orari/diurni.
    • Confronto con i calcoli solari di Tycho.
  3. Dati secondari:
    • Latitudine costante (0°).
    • Variazioni nei moti diurni (33’ → 22’).
    • Differenze tra posizioni calcolate (3° vs 19°).

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88 Calcoli trigonometrici per la determinazione di angoli e distanze in un sistema astronomico

Il testo riporta una serie di operazioni matematiche e trigonometriche finalizzate al calcolo di angoli, distanze e posizioni in un contesto astronomico o geometrico. Le misure sono espresse in gradi (°), minuti (’) e secondi (“), con riferimenti a valori numerici spesso abbreviati o rappresentati da simboli (es. lXa, ~1X1), ya~). L’analisi rivela un procedimento sistematico per derivare grandezze attraverso somme, sottrazioni, medie e funzioni trigonometriche come tangens e sinus.

88.1 Definizione degli angoli e correzioni

Il passaggio iniziale stabilisce un angolo di riferimento: “Hinc et ex lXa 67467 et 1X1)• 67220 invenietur angulus lX1)a 23°” (6429). Qui, lX1)a viene determinato come 23° 51’ 0“.1 (6429-6431), con una correzione di 4 secondi (“Adde ob praecessionem 4”, 6422) per effetto della precessione, un fenomeno astronomico che influisce sulla posizione apparente degli astri. La precisione arriva al decimo di secondo, evidenziando un approccio meticoloso.

88.2 Calcolo di medie e residui

Il testo procede con la determinazione di valori intermedi: - “Duo residui ~” (6432) e “Dimid.” (6434) suggeriscono il calcolo di medie o semisomme. Ad esempio, “Tangens 25°. 53’.24” :l’ 11” (6436) indica l’uso della tangente di un angolo per derivare un rapporto (11). - La frase “Hinc invenitur aylX 68°.26’” (6463) e “ut sit lXy in. 15· 18;6” (6465) mostra come angoli e segmenti vengano correlati, probabilmente per determinare eccentricità o distanze tra punti celesti.

88.3 Eccentricità e rapporti tra segmenti

Un punto cruciale è il calcolo dell’eccentricità (lXy), derivata dai seni di angoli: “Sinus vero alXY 93° 00 et sinus yalX 234° ostendunt lXy eccentricitatem 2516” (6466). Qui, l’eccentricità è espressa come 2516 parti su una scala di riferimento (“ya esse partium 100000”, 6462), suggerendo un sistema di unità proporzionali. Il valore di ay viene calcolato come 68141 (6462), mentre lXa risulta 99°11’ (6462).

88.4 Coerenza e ambiguità nei dati

Alcuni passaggi presentano ambiguità o abbreviazioni criptiche: - “41. 34 111, J2uare alX1) 132” (6420) e “34 111, 44” (6438) potrebbero indicare somme o confronti tra valori, ma la notazione è poco chiara. - La frase “Ergo a1)~ 43· 12 Ergo yalX • 26” (6453-6455) introduce valori derivati (a1)~ e yalX), ma la logica sottostante non è esplicitata. - La presenza di simboli come ~1X1) (6431) e IX~ (6445) richiede una chiave interpretativa non fornita nel testo.

88.5 Contesto storico e metodologico

Il testo riflette una pratica scientifica pre-moderna, probabilmente legata all’astronomia tolemaica o kepleriana, dove: 1. Precisione strumentale: L’uso di minuti e secondi d’arco (es. 0”.1, 6431) indica strumenti di misura avanzati per l’epoca. 2. Correzioni astronomiche: La precessione (“praecessionem”, 6422) era un fattore noto già nell’antichità (es. Tolomeo) e nel Rinascimento. 3. Calcoli manuali: L’assenza di notazioni algebriche moderne suggerisce un approccio geometrico, con tabelle trigonometriche precompilate (es. “Cujus sinus 7 28 93”, 6462).

88.6 Sintesi dei risultati

I dati finali includono: - Angolo lX1)a: 23° 51’ 0” (6448). - Angolo lXy: 15° 34’ 6” (6465). - Eccentricità lXy: 2516 (su 100000 parti, 6466). - Segmento ay: 68141 (6462). - Angolo aylX: 68° 26’ (6463).

Il procedimento combina osservazioni empiriche, correzioni teoriche e calcoli trigonometrici per determinare posizioni o orbite, tipico di trattati astronomici tra il XVI e il XVII secolo.


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89 L’analisi kepleriana dell’orbita marziana e la revisione del modello copernicano

Un trattato scientifico che ridefinisce i parametri orbitali di Marte, mettendo in discussione le osservazioni di Tycho Brahe e proponendo una correzione radicale dell’eccentricità terrestre.

Il testo rappresenta un passaggio cruciale della Pars Tertia del Caput XXVI dell’opera di Johannes Kepler, dove l’autore affronta la determinazione dei parametri orbitali di Marte e della Terra, confrontandosi criticamente con i dati di Tycho Brahe. L’analisi si concentra su calcoli geometrici e osservazioni astronomiche, evidenziando discrepanze che portano a una revisione sostanziale del modello copernicano.

89.1 La correzione dell’eccentricità terrestre e le discrepanze osservative

Kepler parte da una serie di misurazioni e calcoli numerici per determinare la posizione di Marte (“ex.&” o “excentricus locus Martis”). In (6605), emerge una contraddizione fondamentale: “Sed !X~ . Hinc et ex Y~ invenitur ~Y!X •••• 75°”, dove il valore calcolato per Y~ (67873) non coincide con quello atteso per !X~ (67522). Questa discrepanza lo porta a rivedere l’eccentricità della Terra, inizialmente fissata da Tycho Brahe a 3600 (unità arbitrarie), proponendo invece un valore dimezzato: “exy esse circiter 1800” (6632). La conclusione è netta: “si TYCHONIS inventa formae Copernicanae et apparentibus Solis motibus accommodentur”, l’eccentricità terrestre deve essere corretta per allineare il modello alle osservazioni.

Il passaggio (6610) chiarisce il metodo di correzione: “eccentricitas paulo plus 2000 attendanda (ut prius) ipsa ad 1800, si perigaeum referatur 3° in 5°”, suggerendo un aggiustamento dell’eccentricità e della posizione del perigeo. Kepler introduce poi un’ipotesi geometrica: “Prolongatur autem !XE, si dicamus Planetam visum esse scripullo lino atque altero ante 9°” (6612), proponendo una modifica della linea di osservazione per risolvere le incongruenze.

89.2 La critica al metodo di Tycho Brahe e la difesa della revisione

Kepler anticipa le obiezioni alla sua libertà di modificare i dati osservativi, difendendosi in (6615): “Si vero quis hanc libertatem mutandi minima in datis, suspectam habet […] hujusmodi igitur aliquis periculum faciat”, invitando i critici a verificare se le sue correzioni rientrino nei limiti degli errori osservativi (“intra sensuum defectum”). L’avvertimento è chiaro: “ne fiducia unius hujuscemodi processus elatus, in caeteris postea sese tanto turpiorem det” (6616), mettendo in guardia contro l’eccessiva sicurezza in un singolo metodo, che potrebbe portare a risultati incoerenti (come “diversissimis Solis apogaeis”).

La sua posizione è trasparente: “Ego certe omnia mea praejudicia et affectationes hic in aperto posui” (6617), dichiarando di esporre le proprie ipotesi senza pregiudizi, pur temendo di apparire “importunus” piuttosto che poco affidabile.

89.3 Parametri orbitali e previsioni numeriche

Il testo fornisce una serie di valori numerici chiave: - In (6618), Kepler stima che se Y~ fosse fissato a 100.000, “proditurum ex.& 147443”, con un valore che potrebbe aumentare se ulteriori dati fossero corretti (“ubi quae adhuc desiderantur, recte habuerint”). - In (6619) e (6625), l’eccentricità di Marte (ex.&) viene stimata intorno a 147.700–147.750. - La forma ovale dell’orbita terrestre (“iter terrae ovale”) è menzionata in (6621), con un riferimento a capitoli successivi (“ut dicetur capite XXX et XLIV”), dove verranno approfonditi i dettagli geometrici.

Le discrepanze nelle osservazioni sono quantificate in termini di gradi e minuti d’arco: - (6621) prevede che con un’eccentricità terrestre di 1800 e una posizione di Marte a **14° 21’ 8, le visiones (osservazioni) risultino di 24° 21’ 13”. - (6624) e (6631) riportano valori osservativi specifici (es. “24° 20’ 9” 23’ 20, 40° 8’ 19”), che servono come base per i calcoli.

89.4 La soluzione geometrica: il punto di uguaglianza dei moti

La conclusione del testo introduce un concetto fondamentale: la necessità di individuare un punto (7t) in cui i moti della Terra siano uniformi (“punctum aequalitatis motus terrae”). In (6633), Kepler afferma: “Mota enim terra circa 7t aequaliter, hoc est, ~7tE:, E7t~, ~7t1), existentibus aequalibus, stabunt observata TYCHONIS circa Solem”, proponendo che, se la Terra si muove uniformemente intorno a 7t, le osservazioni di Tycho Brahe sul Sole rimarranno valide. Tuttavia, l’eccentricità corretta (“7tex 3600”) implica che la Terra si discosti da questo punto in altri momenti (“distante vero terra in punctis ~. E. ~.”), giustificando così le discrepanze osservate.

89.5 Significato storico e scientifico

Il testo testimonia un momento cruciale nella rivoluzione astronomica: la transizione dal modello copernicano, ancora legato a cerchi perfetti e moti uniformi, a un modello eliocentrico basato su orbite ellittiche e moti non uniformi. Kepler, pur partendo dai dati di Tycho Brahe, ne corregge sistematicamente i parametri, gettando le basi per le sue tre leggi del moto planetario. La riduzione dell’eccentricità terrestre da 3600 a 1800 e l’introduzione di un’orbita ovale anticipano la scoperta dell’ellitticità delle orbite, formalizzata nelle Astronomia Nova (1609). Il passaggio riflette anche la tensione tra osservazione empirica e modello teorico, tipica della scienza moderna nascente.

90 La teoria tolemaica di Marte tra epicicli e parallelismi: un confronto con Copernico e Tycho Brahe

Un’analisi geometrica delle ipotesi planetarie di Tolomeo, dove l’epiciclo marziano si trasforma in un sistema di eccentrici paralleli, rivelando le tensioni tra tradizione e innovazione astronomica.

Il testo esplora la trasposizione della teoria copernicana di Marte nel modello tolemaico, evidenziando come la semplificazione eliocentrica si complichi in una struttura di epicicli e eccentrici interconnessi. Il nucleo concettuale ruota attorno al punto di “affissione” (punctum affixionis), un elemento chiave che media tra i due sistemi.

90.1 La doppia rappresentazione tolemaica e il parallelismo delle linee

L’autore distingue due possibili delineazioni tolemaiche (6638: “In forma Ptolemaica duplex esse potest delineatio”), entrambe basate sulla sostituzione del moto terrestre copernicano con un epiciclo. Nella prima (6639-6640), la Terra assume la posizione precedentemente occupata dal Sole, mentre le linee di visione (“lineae visionum”) restano parallele a quelle copernicane. La seconda, più articolata, introduce un circolo eccentrico (6644-6647) centrato in v, con raggio YE, dove il pianeta Marte — che in Copernico occupava un unico punto (“.&”) — ora si distribuisce in quattro posizioni (“L. x. À. fL”). Il punto & diventa il nuovo punctum affixionis (6647: “quod punctum affixionis dicere possumus”), attorno al quale l’epiciclo ruota in modo non uniforme, ma secondo un centro di uguaglianza (o) spostato rispetto al centro geometrico v.

91 Il moto dell’epiciclo e la bisezione dell’eccentricità solare

La dinamica dell’epiciclo tolemaico è governata da tre punti critici (6648): 1. v: centro geometrico dell’epiciclo. 2. &: punto di affissione, mobile lungo l’eccentrico. 3. o: centro di uguaglianza del moto, tale che &o sia doppio di &v (“.&0 sit dupla ad .&v”).

Questa configurazione riflette il moto terrestre copernicano, dove la Terra ruotava uniformemente attorno al Sole (“7t”), non attorno al centro dell’orbita (“y”). L’autore sottolinea come questa analogia geometrica (6652-6654) permetta di derivare la teoria marziana da quella solare, mantenendo il parallelismo tra le linee &’10 (epiciclo di Marte) e apogaei Solis (linea degli apsidi solari). La proporzionalità delle parallassi diurne (6655) impone che l’eccentricità di Marte (&0) sia uguale a quella del Sole (ex’t”), ma con una cruciale differenza: mentre nel modello solare l’eccentricità è unica, nel sistema tolemaico essa deve essere bisecata (6661-6665).

91.1 La critica al modello tolemaico e l’eredità di Tycho Brahe

L’argomentazione si fa polemica quando l’autore evidenzia le contraddizioni interne del sistema tolemaico. La bisezione dell’eccentricità solare — necessaria per mantenere il parallelismo delle linee — non è giustificata dalle osservazioni di Tycho Brahe (6665: “PTOLEMAEO persuadebitur, oc’t’ eccentricitatem motus Solis a TYCHONE inventam bisecandam esse”), ma è un artificio geometrico derivato dalla tradizione. Il testo denuncia la fragilità logica di questa costruzione (6666: “non est firmi or quam compages ipsa mundi Ptolemaica”), che richiede tre teorie epicicliche identiche per i pianeti superiori, ma introduce una dissonanza nel caso di Marte.

La soluzione proposta — derivare la bisezione dall’epiciclo solare come da “un’immagine speculare” (6667) — appare forzata. L’autore anticipa la confutazione definitiva del modello tolemaico (6668), dove il confronto con le ipotesi copernicane e tychoniche rivelerà come le “quattro o sei teorie solari” (derivate da una sola teoria terrestre) dissolvano l’apparato tolemaico come “burro al sole” (“ceu butyrum colliquabit”).

91.2 La geometria dei tre eccentrici e l’ambiguità degli apsidi

Un passaggio tecnico (6669-6674) chiarisce la complessità geometrica del sistema. I tre punti dell’epiciclo (v, &, o) descrivono ciascuno un eccentrico distinto, ma con lo stesso apogeo zodiacale, poiché le linee ocx, ;1jJ, ’tw sono parallele. Tuttavia, solo il primo eccentrico (&) ha un vero apogeo, poiché la linea degli apsidi passa per la Terra (X), mentre gli altri due (v e o) richiederebbero linee apsidali fittizie, non allineate con i rispettivi centri di uguaglianza (6673-6674). Questa ambiguità rende il modello intricato e “incomodo” (6679), come già criticato nel Capitolo VI.

91.3 Conclusione: l’epiciclo come artificio e la superiorità copernicana

Il testo si chiude con una condanna implicita dell’approccio tolemaico. La necessità di introdurre due linee apsidali distinte (6676-6678) per chi volesse fissare l’epiciclo nel centro v — una per l’eccentrico, l’altra per il centro di uguaglianza — rivela l’assurdità di un sistema che, pur salvando le apparenze, sacrifica coerenza e semplicità. La superiorità del modello copernicano emerge proprio dalla sua capacità di ridurre queste complessità a una singola teoria terrestre, da cui tutte le altre derivano come “immagini di un’unica faccia sostanziale” (6668).

92 L’analisi geometrica dei moti planetari tra Tolomeo, Copernico e Tycho Brahe

Un confronto tra modelli cosmologici attraverso la trattazione matematica degli epicicli, degli eccentrici e delle loro trasformazioni.

Il testo affronta la complessità dei modelli planetari storici, confrontando le ipotesi tolemaica, copernicana e tychonica attraverso una rigorosa analisi geometrica. Il nucleo concettuale ruota attorno alla rappresentazione dei moti planetari, in particolare di Marte, e alle implicazioni delle diverse configurazioni orbitali.

92.1 La critica ai modelli tradizionali e le loro varianti

L’autore esplora dapprima le incongruenze del modello tolemaico, evidenziando come l’introduzione di un epiciclo (“epicyclum”) su un eccentrico (“eccentricus”) generi ambiguità nella definizione degli apogei e delle eccentricità. La frase (6682) chiarisce il problema: “Nam tunc eccentricus, dejerens punctum o, habebit duo apogaea et eccentricitates”, ovvero l’eccentrico che trasporta il punto o (centro dell’epiciclo) presenta due apogei distinti, uno legato al centro geometrico (“centri in I linea 00”) e l’altro al punto di “qualità” (“puncti aequalitatis in linea IXW”). Questa duplicità rende necessaria una scelta: o si fissa l’epiciclo in una posizione specifica, o si accettano eccentricità calcolate da punti diversi da quello terrestre (“a punctis ~. T. non ab IX terrae indice”, 6684-6685).

La soluzione proposta introduce una trasformazione copernicana del modello, dove il centro del mondo non è più la Terra (IX), ma un punto y (“concedant non in IX sed in y”, 6690). Questa modifica, pur mantenendo una “mera aequipollentia” (6692) tra i sistemi, sposta i centri degli eccentrici e degli epicicli, complicando la rappresentazione senza aggiungere chiarezza (“ne nimium lector confundatur”, 6693). L’autore ammette che tali dettagli sono rivolti solo a “sciolos aut curiosos” (6694), sottolineando la natura tecnica e specialistica della discussione.

92.2 Il modello tychonico e la sua semplificazione

Il sistema di Tycho Brahe viene presentato come privo di nuove elaborazioni geometriche (“In forma Tychonica nulla nova delineatione opus est”, 6695), richiedendo solo una “brevissima indicatio” (6696). La descrizione si concentra su quattro posizioni distinte del punto di attacco dell’eccentrico (“Ponitur punctum affixionis eccentrici quatuor sitibus diversis in À, p, cr, u”, 6697), con il pianeta collocato in punti corrispondenti (“ut Planeta sit in ~, x, À, (.t”, 6699). La struttura parallela delle linee (“paralleli ~À, xp, Àcr, (.tu, et ’&IX”, 6701) suggerisce una simmetria formale, ma l’autore non approfondisce ulteriormente, limitandosi a un cenno.

92.3 La critica a Brahe e la difesa del modello eliocentrico

Un passaggio cruciale è la confutazione dell’ipotesi tychonica, basata su argomenti fisici e geometrici. Brahe aveva proposto che il centro dell’orbita di Marte (un doppio epiciclo) ruotasse concentricamente al Sole (“centrum circuli Martii […] circumire in concentrico Solis aequaliter circa IX”, 6702). Tuttavia, l’autore, insieme a Tolomeo e Copernico, aveva già dimostrato nella Parte Prima, Cap. VI che tale centro doveva coincidere con il centro fisico del Sole (“in ipsissimo centro corporis Solaris”, 6704), per ragioni sia fisiche che geometriche (“rationibus Physicis et ostensa possibilitate Geometrica”, 6705).

La contraddizione emerge chiaramente: se le osservazioni sono riferite al moto medio del Sole (“observationes ad medium Solis motum rejerantur”, 6708), ma il centro dell’orbita marziana non coincide con quello solare, allora l’epiciclo tolemaico e il deferente braheano risultano eccentrici, con direzioni opposte all’eccentricità solare (“epicyclus Ptolemaicus et deferens Braheanus stant eccentrici, in plagas eccentricitati Solis praecise contrarias”, 6708). L’autore promette argomenti più solidi, basati sulle osservazioni di Brahe stesso, nei capitoli successivi (“Fortiora autem […] argumenta deserendi concentrici Solis pollicitus sum”, 6709-6711).

92.4 La dimostrazione geometrica e le sue conseguenze

La dimostrazione del Capitolo XXVI (6713) stabilisce che il centro dell’orbita concentrica di Marte (o il punto da cui origina la sua eccentricità) non giace sull’eccentrico solare descritto dal punto T (punto di uguaglianza del moto solare), come credeva Brahe, ma su un eccentrico intermedio tra la Terra (IX) e T (“in eccentrico ex ~, quod est medio loco inter IX et T”, 6714). Da ciò deriva una conclusione rivoluzionaria: se il centro dell’orbita marziana ruota intorno al Sole seguendo questo eccentrico intermedio, allora il Sole stesso deve muoversi su un’orbita eccentrica rispetto a ~ (“Sol igitur ipse circumibit in eccentrico ex ~ descripto”, 6715). Poiché il moto solare è regolare intorno a T, l’eccentricità solare IXT deve essere dimezzata in ~ (“Eccentricitas igitur Solis IXT bisecanda est in ~”, 6716).

L’argomentazione si chiude con un principio di coerenza fisica: non è plausibile che il Sole e Marte, pur condividendo lo stesso centro orbitale, la stessa direzione verso l’apogeo, la stessa velocità e ampiezza di moto, possano generare diverse distanze dalla Terra nella stessa direzione (“fieri posse ut circuli eorum diversas a terra egressiones in plagam eandem faciant”, 6717). Questa osservazione rafforza la necessità di abbandonare il modello concentrico solare.

92.5 Semplificazione e prospettive future

L’autore dichiara di aver sufficientemente illustrato la dimostrazione nei tre sistemi (“hanc demonstrationis formam in tribus hypothesibus proposuisse sufficiat”, 6718) e annuncia che, per evitare prolissità, adotterà d’ora in poi solo la forma copernicana, più semplice (“utar solius COPERNICI […] forma, ne nimium prolixus sim”, 6719). Il lettore attento è invitato a notare come ogni schema possa essere trasformato in forma tolemaica o copernicana tramite linee parallele (“quomodo quodcunque horum schematum in formam vel Ptolemaicam vel Copernicanam […] transformari possit”, 6720).

92.6 Nuove osservazioni di Marte e la revisione dei parametri orbitali

Il Capitolo XXVII introduce un metodo alternativo per determinare l’eccentricità dell’orbita terrestre, il suo afelio e le proporzioni relative, utilizzando quattro osservazioni di Marte in posizioni non acroniche (cioè non in opposizione al Sole), ma nello stesso luogo dell’eccentrico. Fino a quel punto, l’analisi si era basata sull’afelio di Marte e su una correzione del moto medio (“hactenus fere usi sumus aphelio Martis, una cum correctione motus medii”, 6721), ma l’autore riconosce che anche un piccolo errore di un solo scrupolo nella longitudine planetaria (“unicum zo scrupulum in definienda longitudine Planetae”, 6722) può compromettere i risultati.

Per evitare tali incertezze, il nuovo approccio si fonda esclusivamente: 1. Sul periodo orbitale di Marte, ritenuto indiscutibile. 2. Sulle posizioni del Sole nello zodiaco, calcolate secondo le tavole di Tycho Brahe. 3. Su una posizione eccentrica ipotetica di Marte, da verificare e correggere iterativamente (“Eccentricum quidem locum ponemus ut in demonstratione ad impossibile ducente fieri solet: sed eum ipsum repetita positione demonstrabimus”, 6723).

Seguono otto osservazioni di Marte, datate tra il 1585 e il 1591, riportate con precisione: - Data e ora (es. “A.MDLXXXV. VII Maji 26”, 6724). - Longitudine eclittica (es. “in 25 o. 55’”, 6725). - Latitudine eclittica (es. “bì Lat. 33’ B”, 6726-6727). I dati, espressi in gradi (o), minuti () e secondi (), includono anche la latitudine boreale (B) o australe (), fornendo una base empirica per la successiva analisi geometrica.


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