Il Saggiatore - Lettura - (23d)
1 Dedica e prefazione de “Il Saggiatore” di Galileo Galilei
Presentazione dell’opera e polemica sulla priorità delle scoperte
Si presenta l’opera “Il Saggiatore” di Galileo Galilei, dedicata con toni encomiastici a Papa Urbano VIII come tributo di devozione e servitù da parte degli Accademici Lincei [5, 6, 7]. Il testo contiene “investigazioni di quegli splendori celesti, che maggior maraviglia sogliono apportare” [8] ed è offerto al Papa come segno di affetto [9, 10, 11, 12].
Nella lettera prefatoria a Virginio Cesarini, Galileo lamenta l’animosità e la detrazione che hanno accolto le sue opere precedenti [12]. Afferma che subito dopo la pubblicazione del “Nunzio Sidereo”, con i suoi nuovi scoprimenti celesti, si sollevarono “insidiatori di quelle lodi” e chi mise in dubbio le osservazioni [13]. Anche il “Discorso” sul galleggiare fu oggetto di invettive, nonostante le “geometriche dimostrazioni” [14]. Le “Lettere delle Macchie Solari” furono combattute, vilipese o derise, e alcuni tentarono di spogliarlo della gloria delle sue scoperte [15, 16]. Accenna anche a discorsi privati usurpati da altri [17, 18].
Galileo si concentra quindi sull’accusa di plagio mossa a Simon Mayr (Marius), che anni prima aveva tradotto e attribuito a sé il suo compasso geometrico [19, 20]. Lo stesso autore, “avvezzo a volersi ornar dell’altrui fatiche”, ha poi affermato nel “Mundus Iovialis” di aver osservato i pianeti medicei prima di lui [21]. Galileo intende dimostrare il contrario, sostenendo che Mayr “non solamente non osservò le dette stelle avanti di me, ma non le vide né anco sicuramente due anni dopo” [22].
A sostegno, cita un passaggio specifico dell’opera di Mayr, il quale descrive erroneamente le orbite e le declinazioni dei satelliti di Giove [24]. Galileo confuta punto per punto queste asserzioni: i cerchi orbitali sono “sempre paralleli piano dell’eclittica” e non inclinati [26, 31]; le stelle possono allinearsi perfettamente in qualsiasi distanza da Giove [27]; le declinazioni osservate variano in base alla latitudine boreale o australe di Giove stesso, mostrando un comportamento opposto a quello descritto da Mayr [28, 32]. Questi errori, secondo Galileo, dimostrano che Mayr “per non aver né inteso né osservato questo negozio, ha inavvertentemente scoperto il suo fallo” [29].
2 Replica alle accuse di Lotario Sarsi
Un astronomo costretto a rompere il silenzio per difendersi da un attacco mascherato.
Si presenta una risposta obbligata a uno scritto polemico. L’autore aveva deciso di “non più scrivere” e di vivere “quieto senza tante contese” [45], ma il suo proposito è fallito perché i suoi avversari, nonostante il suo silenzio, hanno “ricorsi a far mie l’altrui scritture” muovendogli “fiera lite” [47]. Viene quindi costretto a rompere la sua risoluzione per replicare pubblicamente [50]. L’obiettivo della polemica è il “Discorso delle Comete” di Mario Guiducci, di cui l’autore viene ingiustamente indicato come il vero estensore da un certo Lotario Sarsi, nome ritenuto uno pseudonimo [48, 51]. Si discute della scelta di questo nome fittizio, ipotizzando che possa nascondere un gentiluomo che, “deponendo, così sconosciuti, il rispettoso decoro”, si sente libero di parlare senza riguardi [53]. L’autore dichiara di volersi avvalere dello stesso privilegio per replicare liberamente [54].
La risposta è indirizzata a un illustre dedicatario, scelto come spettatore imparziale che possa “reprimer l’audacia” di chi stravolge le sue ragioni [55]. Sebbene inizialmente pensata come una semplice lettera, la replica si è ampliata fino a diventare un’opera intitolata Il Saggiatore, utilizzando la metafora della bilancia di precisione contro la “stadera un poco troppo grossa” usata, a suo dire, da Sarsi [57, 58]. Ci si sofferma quindi sull’analisi puntuale dello scritto avversario, partendo dal suo titolo, Libra Astronomica e Filosofica, e dall’epigramma che lo accompagna [59]. Si contesta la fondatezza di questa scelta, notando come Sarsi “comincia, tanto presto che più non era possibile, a tramutar con gran confidenza le cose” [60]. Viene evidenziata una contraddizione con le affermazioni del maestro di Sarsi, il quale collocava la cometa nello Scorpione, e si propone sarcasticamente che l’opera avrebbe dovuto chiamarsi L’astronomico e filosofico scorpione, costellazione che “veramente non vi mancano punture contro di me” [62, 63].
Si procede poi a un esame sezionato del testo di Sarsi, definito “saggio”. Il primo punto riguarda l’accusa che l’autore abbia “agramente… tassata la Disputazion del suo Maestro”, accusa giudicata “assolutamente falsa” poiché il passaggio incriminato non è stato ritrovato nello scritto di Guiducci [76, 77]. Il secondo punto prende in esame il dolore espresso da Sarsi per la disapprovazione dell’autore, dolore mitigato dal vedere che anche Aristotele e Tycho Brahe erano stati trattati con simile asprezza, il che rendeva superflua ogni altra difesa [80, 81]. Da ciò, l’autore deduce che, per Sarsi, gli oppositori di ingegni eccelsi meritino poca considerazione, e nota come questa logica finirebbe per sminuire lo stesso Padre Grassi (maestro di Sarsi), che aveva attaccato l’opinione di Aristotele [83, 84]. Si osserva quindi una contraddizione: mentre Sarsi abbassa il proprio maestro accomunandolo agli oppositori da trascurare, l’autore lo ha invece trattato con la stima riservata agli ingegni eminenti [85].
Il terzo punto analizza il passaggio in cui Sarsi afferma che “uomini sapientissimi” hanno ritenuto opportuno che “saltem aliquis” esaminasse più diligentemente la disputa di Galileo [88]. L’autore interpretò che ciò significasse delegare la risposta a una persona “bassa” e si dichiara d’accordo, inchinandosi “alla sentenza d’uomini tali” [89, 90]. Tuttavia, esprime stupore che Sarsi abbia scelto proprio lui di essere quel “qualcuno almeno”, abbassando volontariamente la sua condizione [91]. Sospettando un errore di stampa, propone una lettura alternativa: che non si intenda “che ci fosse qualcuno che esaminasse la disputa”, ma “che ci fosse chi esaminasse almeno alcune cose nella disputa” [92]. Questa correzione gli sembra coerente con il metodo effettivo di Sarsi, che a suo dire ha esaminato solo “alcune minuzie di poco rilievo”, tralasciando le argomentazioni principali [93].
3 Replica alle accuse del Sarsi e difesa del metodo scientifico
Polemica sulla fedeltà a Tycho Brahe e sulla natura della filosofia.
Si presenta una dettagliata confutazione delle accuse rivolte da Sarsi. Si nega di aver mai biasimato il Padre Grassi per aver seguito Ticone (Brahe), precisando che le citazioni addotte dal Sarsi non attribuiscono tale atteggiamento a vizio “non s’attribuisce cosa veruna a vizio e mancamento” [168]. Si discute l’infondatezza dell’accusa principale, sostenendo che il Sarsi ha frainteso i testi e ha supposto proposizioni non esistenti “adduce proposizioni che in quelli non si ritrovano” [160]. Si osserva che il dibattito originale riguardava solo le comete, quindi il paragone con Tolomeo e Copernico è inopportuno “non veggo che ci abbia luogo opportuno” [169].
Ci si sofferma poi su una questione metodologica, criticando le dimostrazioni geometriche di Tycho Brahe sulla distanza di una cometa, giudicate errate “quanto nel modo d’investigar la distanza della cometa… si mostri bisognoso della notizia de’ primi elementi delle matematiche” [171]. Si analizza un passaggio specifico, evidenziando errori geometrici “la sola retta che viene dal vertice è perpendicolare sopra la tangente e le sue parallele, e queste non vengono altramente dal vertice” [177].
Si passa quindi a una difesa epistemologica. Si contesta l’idea che filosofare significhi appoggiarsi ciecamente all’autorità di un autore celebre “nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore” [187]. Al contrario, si afferma che “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo)” [189], un libro scritto in linguaggio matematico “Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche” [190]. Si conclude ribadendo il diritto a desiderare la conoscenza della vera costituzione dell’universo, senza che questo costituisca un lamento sterile “non dovrebbe il Sarsi riprendermi se con Seneca desidero la vera costituzion dell’universo” [194].
4 La validità dell’argomento della parallasse nelle comete
Disputa sul requisito della realtà dell’oggetto per applicare il calcolo della parallasse.
Si presenta una replica alle obiezioni del Sarsi (al secolo Orazio Grassi) riguardo alla critica di Mario Guiducci (probabilmente Galileo Galilei) sull’uso della parallasse per determinare la distanza delle comete. Si discute la necessità di stabilire se la cometa sia un oggetto reale e fisso, e non una mera apparenza, prima che l’argomento della parallasse possa essere valido. “la ragion della paralasse conclude ben negli oggetti reali, ma non negli apparenti” [227]. Il Sarsi obietta che tale precisazione è superflua nella disputa contro Aristotele, poiché entrambe le parti concordano sulla realtà della cometa, e aggiunge che “l’avversario stesso non si serve d’argomento più valido contro Aristotile” [228]. Si confuta questa obiezione, sostenendo che il signor Mario parlava in termini generali e non specificamente contro Aristotele, e che il Sarsi “co ’l palliare il detto del signor Mario, ha voluto abbarbagliar la vista al lettore” [230]. Si conclude affermando che le obiezioni del Sarsi avrebbero vigore solo se il signor Mario avesse fatto un’affermazione illogica, cosa che non ha mai fatto: “Ma il signor Mario non ha mai né scritte né pensate queste sciocchezze” [231]. In un passaggio precedente, si citano le argomentazioni del Sarsi in latino, che elenca i tre metodi principali (parallasse, moto, osservazioni ottiche) usati dal suo maestro per indagare il luogo della cometa, e lamenta che Galileo tenti di privarli di credito [217-219].
5 La difettosa difesa del Sarsi sul moto delle comete
Replica alle obiezioni sul moto rettilineo e circolare degli astri
Si presentano le repliche alle argomentazioni del Sarsi a difesa del suo Maestro, giudicate insufficienti e contraddittorie. Si discute della natura del moto delle comete, confutando l’idea che l’apparenza di un moto rettilineo dimostri necessariamente un movimento circolare massimo. Si afferma che “questa scusa non solleva punto il Padre: perché non avendo mai li medesimi avversari introdotto per le comete il moto per cerchi minori, altrettanto resta superfluo il dimostrar ch’elle si muovono per cerchi massimi” [277]. Si osserva una prima incoerenza nel lasciare senza considerazione il moto retto, nonostante Kepplero lo avesse attribuito alle comete [279]. La scusa del Sarsi di reputare “per niente” tale opinione per la sua connessione con la mobilità della Terra è giudicata insufficiente, poiché “questo doveva più tosto essergli stimolo a distruggerla e manifestarla per impossibile” [280].
Ci si sofferma sulla fallacia logica dell’argomento: l’apparire di un moto come rettilineo non prova che sia circolare, ma solo che avviene nel piano passante per l’occhio dell’osservatore. Si precisa che “dall’apparirci un moto retto altro non si può concludere salvo che l’esser fatto, non per la circonferenza d’un cerchio massimo più che per quella d’un minore, ma solamente esser fatto nel piano che passa per l’occhio” [288]. Si porta ad esempio il moto di Venere, Mercurio e dei pianeti Medicei, i cui cerchi, pur avendo centro nel Sole o in Giove e non nella Terra, “se s’osserverà quali si mostrino i movimenti loro, gli troveremo apparir per linee rette” [287]. Si estende lo stesso principio logico all’osservazione della coda delle comete, notando che il fatto che “l’estremità della coda, il capo delle comete ed il centro del disco del Sole si scorgono sempre secondo la medesima linea retta” [291] non prova che una linea retta congiunga fisicamente quegli elementi, ma solo che giacciono sullo stesso piano visivo. “Dall’apparir, dunque, la coda della cometa direttamente opposta al Sole, altro non si può necessariamente concludere, che l’esser nel medesimo piano coll’occhio” [293].
Si conclude evidenziando un’ulteriore incostanza nelle parole del Sarsi, il quale prima si propone di mostrare “quanto malamente io, cioè il signor Mario, abbia attribuito alla cometa il moto retto” e poi subito dopo afferma “non esser bisogno alcuno d’escluder questo moto retto, il qual era certo e manifesto già mai non ritrovarsi nelle comete” [294], rendendo superflua la sua stessa confutazione [295]. La difesa del suo Maestro è pertanto giudicata difettosa [282].
6 Critica logica alla dimostrazione galileiana sull’incremento delle stelle
Replica alle deduzioni di Galileo riguardo all’effetto del telescopio.
Si presenta una critica puntuale alla logica argomentativa utilizzata da Galileo Galilei per sostenere che le stelle, osservate al telescopio, ricevano un incremento “infinito”. Si discute in primo luogo la fallacia di inferire un aumento infinito della quantità dal semplice passaggio dal non visibile al visibile, poiché “ex eo quod aliquid prius non videretur, videatur autem postea, inferri non potest, ne in ratione quidem visibilis, augmentum infinitum” [335]. Si contesta l’applicazione del concetto di “aumento” a un’entità che prima non esisteva per l’osservatore, notando che “cum tamen id quod non erat, esse incipit, crescere aut augeri non dicitur” [334].
Ci si sofferma quindi sulle incoerenze interne al ragionamento di Galileo: se il telescopio ingrandisce tutto in una proporzione determinata (es. centupla), non può concedere un incremento infinito, poiché “infinitum enim nullam admittit proportionem” [338]. Si introduce una distinzione cruciale tra aumento “in ratione visibilis” e “in ratione quanti” [340-341], sostenendo che Galileo confonde i due termini nell’argomentazione.
Si tratta poi della violazione di una legge logica fondamentale: “quotiescumque effectus aliquis a pluribus causis haberi potest, male ex effectu ipso unam tantum illarum inferri” [344]. L’effetto “vedere ciò che prima era invisibile” può dipendere da molte cause (miglioramento della vista, rimozione di ostacoli, uso di lenti, maggiore illuminazione, avvicinamento dell’oggetto), quindi “non poterit ex illa visibilitate una tantum illarum causarum deduci” [345]. Attribuire l’effetto al solo aumento di grandezza è un errore.
Infine, si critica la divisione dicotomica degli effetti del telescopio proposta da Galileo (ingrandire o illuminare), giudicata logicamentevitiosa perché non esaustiva e perché include un effetto (l’illuminazione) che lo stesso Galileo ritiene improprio dello strumento [352-353]. In conclusione, si propone una spiegazione alternativa: il telescopio, concentrando i raggi luminosi, rende più luminosa la piramide visiva, quindi “pari ratione dicetur tubus stellas illuminare, sicuti easdem augere dicitur” [359], un effetto dimostrabile sia per ragione ottica che per esperienza [361-363].
7 Disputa sull’accrescimento telescopico e sul rigore logico
Replica a Sarsi sulla terminologia usata per descrivere l’effetto del telescopio e sulle sue accuse di fallacie logiche.
Si discute della terminologia utilizzata per descrivere l’effetto del telescopio sulle stelle invisibili e si confutano le accuse di cattiva logica mosse da Sarsi. Si presenta la critica di Sarsi all’uso della parola “accrescimento” per il fenomeno per cui oggetti invisibili diventano visibili, poiché “l’accrescimento suppone prima qualche quantità, e l’accrescersi non è altro che di minore farsi maggiore” [376]. Si concede, per evitare ulteriori contese, che si potrebbe invece parlare di “transito dal non essere all’essere” [377]. Tuttavia, si avanza l’ipotesi che le specie delle stelle invisibili esistano già, sebbene impercettibili, rendendo legittimo il termine “accrescimento” [380].
Si confuta poi l’accusa che il signor Mario abbia errato logicamente nell’attribuire la scoperta delle stelle invisibili alla sola causa del telescopio, senza escludere altre cause possibili. Si ribatte che, parlando con il Maestro di Sarsi e volendo confutare la sua tesi specifica sullo strumento, non era obbligato a tale esclusione [394]. Si inverte anzi l’accusa, sostenendo che lo stesso Maestro di Sarsi peccò di logica in un’analoga inferenza causale [395]. Si critica la distinzione di Sarsi tra due modi d’azione del telescopio (“col portar gli oggetti a gli occhi sotto angolo maggiore” e “con l’unire i raggi e le specie” [397]), sostenendo che siano operazioni inseparabili o identiche, il che vanifica l’obiezione logica [403, 407]. Si conclude affermando che il signor Mario, menzionando l’illuminazione, non intendeva proporre una divisione reale degli effetti, ma contrapporre un’impossibilità per rafforzare la sua argomentazione [409].
8 Replica di Galileo Galilei al Sarsi sulla paternità del telescopio
Disputa sulla priorità dell’invenzione e sul metodo della scoperta
Si presenta una risposta dettagliata di Galileo Galilei alle obiezioni del Sarsi riguardo la paternità del telescopio e si discute il valore degli argomenti usati dal Padre Grassi. Galilei afferma di aver “manifestato gran tempo fa” la sua parte nella scoperta nello Avviso Sidereo, scrivendo come, dopo aver ricevuto notizie da Venezia su uno strumento presentato a un conte, “tornai a Padova… e la prima notte dopo il mio ritorno lo ritrovai, ed il giorno seguente fabbricai lo strumento” [464-465]. Descrive poi i perfezionamenti e il riconoscimento ufficiale, culminato nella presentazione al Principe “in pieno Collegio”, che gli valse la conferma a vita della lettura a Padova “con dupplicato stipendio” [466-467]. Riguardo al metodo, Galilei distingue tra la spinta iniziale data dalla notizia e il processo intellettuale: l’avviso “svegliò la volontà ad applicarvi il pensiero”, ma ritiene che “il ritrovar la risoluzion d’un problema segnato e nominato, è opera di maggiore ingegno assai che ’l ritrovarne uno non pensato né nominato” [469-470]. Spiega che, mentre l’inventore olandese giunse alla scoperta per caso, egli stesso la ritrovò “per via di discorso” [471], procedendo per esclusione logica tra le combinazioni di lenti fino a determinare che solo l’accoppiamento di un vetro convesso e uno concavo “dava l’intento” [472-476]. Nella parte finale della replica, si affronta la critica del Sarsi agli argomenti di Mario Guiducci (alter ego di Galilei) sulla cometa. Galilei contesta che la brevità della trattazione di un argomento da parte del Padre Grassi ne indichi la poca stima, sostenendo che “non dalla moltitudine, ma dall’efficacia delle parole si deve argumentar la stima” [478-479]. Accusa poi il Grassi di incoerenza, poiché prima colloca la cometa tra le stelle fisse (che ricevono un ingrandimento minimo) e poi “la colloca sotto ad oggetti che ricevono… grandissimo accrescimento; dico sotto il Sole” [480]. Conclude attribuendo a Mario l’intento di correggere gli errori “con qualche passione degl’infermi, che fomentargli e fargli maggiori per non gli disgustare” [482], e dichiara di credere che il Padre Grassi non avesse intenzione di offenderlo personalmente [483].
9 Discussione sulle distanze e l’ingrandimento telescopico
Replica a Sarsi su ingrandimento, vicinanza e logica degli argomenti
Si presenta una confutazione dettagliata degli argomenti di Sarsi riguardo all’ingrandimento degli oggetti osservati col telescopio. Si discute inizialmente la distinzione troppo generica tra oggetti “vicini” e “lontani”, poiché “senza assegnar termine e confine tra la vicinanza e lontananza, ha divisi gli oggetti visibili in lontani ed in vicini” [513]. Si sostiene che questa divisione sia logicamente difettosa e porti a equivoci, come dimostra il caso della Luna, che potrebbe essere classificata sia tra i vicini che tra i lontani a seconda della convenienza. Si propone invece una divisione in tre membri con distanze precise per evitare tali “equivochi” [514].
Si passa poi a esaminare la causa del maggior ingrandimento. Si contesta la tesi di Sarsi che collega l’ingrandimento alla vicinanza dell’oggetto attraverso l’allungamento del telescopio, definendola una causa “per accidens” e remota [517]. Si afferma che la causa propria è invece l’allungamento stesso dello strumento: “solo l’allungamento del telescopio si potrà dir causa del maggior ricrescimento” [519]. Si spiega che l’avvicinamento dell’oggetto richiede l’allungamento per ottenere chiarezza, e a questo consegue l’ingrandimento, ma “tal ricrescimento dependa solo dall’allungamento, e non dall’avvicinamento” [520].
Si conclude che, applicando rigorosamente questo principio, la differenza di ingrandimento tra la Luna e le stelle fisse sarebbe minima (“ricrescendo, verbigrazia, la Luna mille volte, le stelle fisse ricrescano novecento novantanove” [523]), un dato insufficiente a sostenere l’asserzione di Sarsi e del suo Maestro che le stelle fisse non ingrandiscano sensibilmente.
Infine, si critica l’esempio portato da Sarsi sulla diminuzione dell’angolo visuale con la distanza a occhio nudo. Si sostiene che la sua affermazione che “l’angolo visuale, ridotto per gran lontananze a molta acutezza, non continua di diminuirsi per altri immensi allontanamenti con sì gran proporzione come faceva nelle minori distanze, è tanto falso, quanto che tal diminuzione vien sempre fatta in maggior proporzione” [531]. Si argomenta che le grandezze apparenti si determinano dalle corde degli archi, non dagli angoli, e che in ogni caso la diminuzione procede con proporzione maggiore alle distanze maggiori.
10 Replica alle argomentazioni del Sarsi sulla visione telescopica
Discussione su un sillogismo e sulle cause del diverso ingrandimento degli oggetti celesti.
Si presenta una confutazione puntuale delle tesi di Sarsi. Inizialmente si dichiara l’intenzione di dimostrare il contrario della sua conclusione sulla nullità di un sillogismo “procederò a dimostrar concludentemente il contrario” [559]. Si identifica poi un equivoco nella sua argomentazione: Sarsi sostiene che il telescopio sia “il medesimo strumento, ma diversamente usurpato” [562], mentre l’autore oppone che “lo strumento sia diverso, e l’usurpamento… sia la medesima” [562], poiché l’uso è sempre quello di “riguardar oggetti visibili” [564], mentre cambia essenzialmente “l’intervallo da vetro a vetro” [564]. Da ciò si conclude che “È adunque manifesto l’equivoco del Sarsi” [565].
La trattazione prosegue analizzando la ritirata di Sarsi riguardo alla causa del diverso ingrandimento di stelle e Luna. Si osserva che Sarsi abbandona l’idea che la causa sia “la diversità delle lontananze degli oggetti” [573] per ricorrere all’“allungamento e scorciamento del telescopio” [573], e infine a una “illusione dell’occhio” [574]: l’occhio libero vedrebbe le stelle con un “grandissimo irraggiamento non reale” [574], mentre il telescopio mostrerebbe “il nudo corpo della stella” [574], che sembrerebbe quindi ingrandirsi meno. Sarsi giustifica così il suo aver affermato che le stelle ingrandiscano poco, sostenendo di aver ricercato “non la causa di tale aspetto, ma solamente l’aspetto istesso” [574].
L’autore esprime forte meraviglia per questa argomentazione. In primo luogo, perché il discorso di Sarsi sarebbe “imparato… dal signor Mario” [576]. In secondo luogo, perché Sarsi nega che il suo Maestro ricercasse la causa, nonostante questi “più d’una volta replichi esser di ciò la cagione l’immensa lontananza” [577]. Infine, si contesta la logica di Sarsi: se si considerasse solo l’effetto (l’insensibile ingrandimento) e non la causa (la lontananza), dal parallelismo tra stelle fisse e cometa non si potrebbe logicamente dedurre che la cometa sia lontanissima, ma si potrebbero trarre conclusioni arbitrarie come “Adunque la cometa è incorruttibile, perché le fisse sono incorruttibili” [579]. L’inferenza corretta richiederebbe di aver stabilito che “l’insensibil ricrescimento delle stelle dependere, come da causa necessarissima, dalla gran lontananza” [580].
11 Discussione sull’uso del telescopio per determinare la distanza di una cometa
Argomento e replica su un metodo per collocare la cometa tra il Sole e la Luna.
Si presenta una disputa metodologica sull’utilizzo delle osservazioni telescopiche per stabilire la distanza di una cometa. Un primo discorso sostiene che, poiché le stelle fisse brillano di luce propria e i pianeti no, ricevendo luce dal Sole, e poiché “la cometa, vel Galilæo auctore, lumen non a natura inditum habeat, sed Soli acceptum referat” [586], essa può essere considerata un pianeta temporaneo. Si argomenta che, tra i pianeti, “quo minus a Sole distant, eo splendeant ardentius, fulgoreque maiore vestiti (quod inde consequitur) tubo inspecti minus augeri videantur” [586]. Poiché il telescopio mostra che la cometa “idem fere quod Mercurius caperet incrementum” [586] e molto meno della Luna, se ne deduce “cometam eumdem non plus admodum circumfusi illius luminis admisisse quam Mercurium, … ac Soli viciniorem” [586] e quindi “multo a nobis remotiorem quam Lunam” [587]. L’autore ritiene che questa analogia fornisca “non minimam momenti ac ponderis appendiculam in nostram derivare sententiam” [588] e che il telescopio abbia confermato la sua tesi già supportata da altri argomenti, difendendone l’affidabilità contro chi lo giudicava “fallax ac nulla dignum fide” [591].
In replica, si contesta non la conclusione in sé, ma la validità di questa dimostrazione, definita “un argomento rappezzato, come si dice, su ’l vecchio, di diversi fragmenti di proposizioni” [595]. Si precisa di non aver mai negato che la cometa possa essere sopra la Luna, ma solo che le dimostrazioni finora addotte fossero dubbie, e che “anco intorno a conclusioni vere si può falsamente argumentare” [595]. Tuttavia, per amore della verità, si esaminano le premesse: si riassume che l’avversario afferma “aver dal mio Nunzio Sidereo, le stelle fisse, come quelle che risplendono di propria luce, irraggiarsi molto… ma i pianeti… non far così” [597] e che “la cometa, di mio parere, riceve il suo lume dal Sole” [598], per cui, trattandola come un pianeta temporaneo e notando che “i più vicini al Sole più s’irraggiano, ed in conseguenza meno ricrescono veduti col telescopio” [598], si concludeva sulla sua distanza relativa. La discussione verte quindi sulla solidità logica di questo ragionamento analogico.
12 Illusioni ottiche celesti e risposta al Sarsi
Riflessioni, rifrazioni e simulacri solari in vapori e superfici.
Si presenta una serie di argomenti per controbattere le obiezioni del Sarsi riguardo alla natura cometaria e alle apparenze luminose. Si discute di illusioni ottiche, come l’alone e i pareli, che si formano in materia rara e asciutta, non necessariamente umida, e si mostra come la percezione di un oggetto luminoso fisso possa essere ingannevole a causa delle dimensioni limitate della superficie riflettente. Si afferma che “senza repugnanza alcuna posso credere che la materia di quella boreale aurora si distenda in ispazio grandissimo e sia tutta egualmente illuminata dal Sole; ma perché a me non si scopre e fa visibile se non quella parte onde vien all’occhio mio la refrazzione, restando tutto il rimanente invisibile, però mi par di vedere il tutto” [701]. Si porta l’esempio dei vapori crepuscolari, dove “quella parte che direttamente s’interpone tra ’l Sole e noi, ci si mostra più luminosa assai delle parti più lontane” [704], pur essendo tutta illuminata, dimostrando come sia una “pura apparenza ed illusion dell’occhio nostro” [704].
Ci si sofferma sull’osservazione di una nuvoletta lucida di notte, sostenendo che potrebbe essere un’apparenza e che “non repugna ch’ella potesse apparir luminosa tutta, ed esser nondimeno una illusione” [706], specialmente se le sue dimensioni sono inferiori allo spazio occupato dall’immagine del Sole. Si spiega l’importanza della grandezza e della qualità della superficie riflettente: “secondo che la superficie sarà men tersa, l’immagine del medesimo oggetto vi si rappresenterà maggiore e maggiore” [708]. Per illustrare il concetto, si descrive l’esperienza della riflessione del Sole sul mare, da calmo a mosso, dove da lontano “un solo e continuato parrà il campo lucido” [712]. Si argomenta che una nuvola tutta lucida e apparentemente stabile potrebbe apparire tale solo “per la piccolezza della nuvola, la quale non è capace di ricevere tutta la grandezza del simulacro del Sole” [721].
Si risponde all’istanza del Sarsi sulla cometa, sostenendo che essa potrebbe essere un “simulacro intero, e non mutilato e tronco” [725] del Sole, e che la materia in cui si forma potrebbe estendersi ben oltre la parte visibile. Si contesta l’idea che effetti come l’iride richiedano necessariamente materia umida, notando che “molte volte si vede l’iride in nubi asciutte” [734] e che colori simili si vedono in materiali solidi come pietre o legni osservati al Sole [738]. Si osserva che “quelle nuvolette che ne’ crepuscoli si mostrano lucidissime… sono delle più rare asciutte e sterili che sieno in aria” [739]. Si propone un esperimento con una boccia di vetro appannata per riprodurre un’immagine simile a una cometa [744], precisando che non si intende con ciò descriverne il meccanismo celeste, ma mostrare la varietà di cause possibili in natura [745]. Si conclude ribadendo che riflessioni e rifrazioni distinte possono avvenire anche senza superfici perfettamente lisce [747] e citando le rifrazioni note nei vapori terrestri anche con aria serena [751].
13 La paralasse della cometa e l’argomento delle apparenze
Disputa sulle osservazioni contraddittorie e sulla natura delle comete
Si discute della validità delle osservazioni sulla paralasse di una cometa, citando Ticone e il Maestro del Sarsi. Si afferma che le osservazioni di Ticone sono “tra di loro differentissime” [853] e che, se giuste, implicherebbero una cometa contemporaneamente in luoghi diversi, o che essa sia un oggetto “vago e vano” non soggetto alle leggi dei corpi reali [854]. Si rileva che lo stesso Maestro del Sarsi giudica molte osservazioni “inette a potere stabilire il luogo della cometa”, fatte con strumenti non esatti e senza considerare circostanze necessarie, preferendone una sola basata sulla “puntual congiunzione del capo della cometa con una stella fissa” [855]. Tuttavia, si osserva che questa prova è “del tutto contrario al bisogno vostro”, poiché indica una paralasse nulla, mentre il Sarsi vuole provare che sia maggiore di quella solare [856]. Si conclude che gli stessi autori citati “testificano contro alla causa vostra” [857].
Si precisa che le osservazioni furono chiamate “esatte e sufficienti” solo nel contesto di confutare l’opinione aristotelica che la cometa fosse un oggetto “reale e vicinissimo alla Terra” [859], e si sottolinea che persino un oggetto reale posto molto in alto potrebbe causare una grande paralasse tra luoghi distanti [860]. Ciò porta a chiedersi se osservazioni con differenze di pochi minuti possano davvero definirsi “esatte e potenti” [861].
Infine, si esamina l’ultimo argomento del Sarsi, che sostiene che gli oggetti privi di specie certa, come i “vana colorum ac lucis imagine”, sono di breve durata e mutano forma, a differenza della cometa dal moto e aspetto stabili [865], concludendo che la cometa non ha affinità con tali apparenze [866]. A questo si replica considerando che in questi fenomeni “v’interviene il Sole com’efficiente, e le nuvole e vapori o altre cose come materia”, e che la loro breve durata dipende dalla stabilità di tale materia, non dalla natura dell’apparenza stessa [868].
14 Difesa della sincerità e accuse di simulazione
Polemica sull’interpretazione del moto cometario
Si presenta una difesa contro l’accusa di dissimulazione, affermando che la professione dichiarata è quella di “liberamente confessare, come sempre ho fatto, di ritrovarmi abbagliato e quasi del tutto cieco nel penetrare i secreti di natura” [882]. Si ribadisce che le proposte del signor Mario sono state portate “dubitativamente e conghietturalmente” [883] e si controaccusa il signor Lottario (Sarsi) di essere pieno di simulazioni, poiché “delle 10 volte le 9 fingete di non intendere quel che ha scritto il signor Mario” [884]. Si discute un punto specifico riguardante il moto retto della cometa, chiedendo conto della contraddittoria affermazione per cui uno avrebbe “ingenuamente confessato di non sapere” e al tempo stesso “avrebbe grandemente desiderato di dissimularla” [889]. Si analizza un esempio concreto di questa presunta simulazione del Sarsi, che avrebbe distorto l’affermazione “muoversi verso il vertice” in “dovesse arrivare al vertice” [893], e avrebbe arbitrariamente mutato le parole “qualche altra cagione” in “qualch’altro moto” [896]. Si conclude notando che il Sarsi, pur dichiarandosi incapace d’indovinare, “assai frequentemente si getta al voler penetrare gl’interni sensi altrui” [897]. Il testo si chiude con una citazione in latino che solleva un quesito tecnico sul moto da attribuire al vapore cometario [900-901].
15 Discussione sulla deviazione della cometa e sul moto rettilineo
Polemica tra Galileo/Sarsi su ipotesi astronomiche e uso della geometria.
Si presenta una disputa tra l’autore (che cita il “signor Mario”, forse Guiducci) e il Sarsi (Lotario Sarsi, pseudonimo di Orazio Grassi) riguardo all’interpretazione del moto delle comete. Si discute specificamente se un moto retto e perpendicolare alla superficie terrestre possa spiegare l’apparente deviazione di una cometa dal vertice dell’osservatore. Si afferma che il Sarsi attribuisce erroneamente a Galileo e al signor Mario l’idea che tale moto retto possa condurre la cometa fino al punto verticale, mentre essi avrebbero sostenuto solo che il moto era “verso il vertice” “che tal moto sarebbe verso il vertice” [926]. Il Sarsi viene accusato di alterare le scritture altrui per costruire argomentazioni geometriche “ad alterar la scrittura del signor Mario” [926].
Si cita il Sarsi nel sostenere che, anche se la Terra non si muovesse, il moto retto non concorderebbe con le osservazioni cometarie “Si enim Terra non moveatur, motus hic rectus cum observationibus cometæ non congruit” [910]. Egli afferma inoltre che Galileo, da persona religiosa, non avrebbe mai pensato di introdurre il moto della Terra per salvare tale deviazione “non creder che mai mi sia caduto in mente d’introdurre il movimento della Terra per salvar tal deviazione, avendomi egli conosciuto sempre per persona pia e religiosa” [913]. La discussione si sofferma poi su una dettagliata dimostrazione geometrica del Sarsi, la quale prova che, date certe condizioni, un corpo in moto rettilineo parallelo non raggiungerebbe mai il vertice “nunquam ad verticem nostrum, ne apparenter quidem, perventurum” [922]. L’autore replica che questa conclusione, basata sulla definizione di linee parallele, è ovvia e che il loro modello non prevedeva mai tale arrivo “noi non abbiamo detto mai ch’ei v’arrivi” [928].
Infine, si tratta della proporzione della decelerazione apparente del moto cometario. Il Sarsi calcola, attraverso un complesso ragionamento trigonometrico, che il moto apparente della cometa in un tale modello non supererebbe un grado e 31 minuti “non absoluturum gradum unum et minuta 31” [935]. L’autore critica aspramente il metodo del Sarsi, mettendo in dubbio la sua pratica matematica per il tentativo di dedurre proporzioni reali da figure schematiche “ei vuol ritrarre qual sia la proporzion della diminuzion dell’apparente velocità” [941], pratica comune in astronomia dove le scale non sono rispettate graficamente.
16 Sulla levigatezza del concavo lunare e il moto degli elementi
Disputa sulla superficie della Luna e le sue implicazioni cosmologiche.
Si discute se la superficie concava della Luna sia liscia o aspra e se questo abbia conseguenze sul moto degli elementi superiori. L’autore presenta la propria ragione per provare che “il concavo lunare esser liscio, e non sinuoso” [1079], fondandola sull’uniformità delle osservazioni: se fosse sinuoso, le “refrazzioni delle specie visibili delle stelle […] farebbono continuamente un’infinità di stravaganze […] ma niuna cotal difformità si scorge; adunque il concavo è tersissimo” [1077]. L’interlocutore, signor Sarsi, sostiene invece il contrario, argomentando che “Se si pone il concavo sinuoso, molto meglio si conserva la connession di tutti i corpi mobili, perché così al moto del cielo si muovono gli elementi superiori” [1081]. Tuttavia, si contesta che questa sia una petizione di principio, poiché “voi pigliate per conceduto quello ch’è in questione e ch’io di già nego, cioè che gli elementi superiori si muovano” [1082]. Si rimarca così un circolo vizioso nelle argomentazioni dell’avversario, il quale, per provare che “il concavo è aspro”, usa come prova il fatto che “così, al moto di quello, vengon rapiti gli elementi”, lasciando la disputa irrisolta [1087]. Si conclude che per sfuggire a questo circolo “bisognava […] che voi aveste provata l’una delle due conclusioni per altro mezo” [1088], giudicando le altre prove addotte come “frivolissima” [1089] o fondate su “fantasie” [1090].
17 Discussione sull’aderenza dei fluidi e moto relativo
Replica alle obiezioni di Sarsi su aderenza, pressione e esperimenti con catini in rotazione.
Si presenta una confutazione dettagliata delle argomentazioni di Sarsi. Si discute innanzitutto il concetto di aderenza, distinguendo tra una “copula che resista al separarsi del tutto e spiccarsi l’una dall’altra superficie” [1129] e una congiunzione che impedisca lo scorrimento. Si afferma che la prima esiste ed è “grandissima” [1129], mentre la seconda “non v’essere non solo tra un solido e un liquido, ma né anco tra due solidi” [1130]. Si porta l’esempio dei marmi lisci, dove la resistenza allo scorrimento è minima, e si applica il concetto alla nave in acqua, dove “minima è la resistenza che si sente nel muoversi l’una superficie sopra l’altra” [1131].
Si passa quindi a confutare la spiegazione di Sarsi sul perché l’acqua formi argini attorno a una piastra di vetro galleggiante, negando che la causa sia “l’aderenza dell’aria colla piastra” [1132] e portando controprove. Si contesta poi l’analogia con le tavole di pietra che, premute, si muovono insieme, poiché “noi trattiamo d’un corpo liquido e sottile” [1134]. Si critica aspramente il ragionamento di Sarsi sulla rarefazione perpetua dei fluidi nel concavo lunare come causa di una presunta aderenza e trascinamento, definendolo “Languidissimo” [1135] e logicamente reversibile.
Nella seconda parte, si replica alle esperienze di Sarsi con il catino rotante. Si nega risolutamente di aver mai affermato che “l’acqua contenuta nel catino resti, non men che l’aria, immobile al movimento in giro di esso vaso” [1176]. Si chiarisce invece che un’esperienza mostrata a Roma riguardava un diverso contesto, ovvero la spiegazione del “terzo moto annuo ch’egli assegna al globo terrestre” [1180] nel sistema copernicano, usando l’esempio di una palla in un vaso d’acqua ruotato. In quell’esperienza, l’effetto osservato era che “la detta palla gira in se stessa al contrario” [1181] del moto del vaso, ma che in realtà, rispetto all’esterno, “non gira altrimenti né muta inclinazione” [1182]. Si conclude sottolineando la totale difformità tra quanto da lui detto e “la riferita dal Sarsi” [1183].
18 Polemica sul calore da attrito e meccanismi d’innesco
Replica alle obiezioni sulla generazione di calore e sull’origine dei fulmini
Si discute delle obiezioni sollevate contro la teoria del calore generato dall’attrito. Si contesta la misurazione della materia consumata durante la confricazione, poiché “altri vuole col peso misurare la quantità di cosa che non ha peso alcuno” [1258]. Si precisa che non è la limatura a scaldare il ferro, “ma altra sostanza incomparabilmente più sottile” [1259]. Si passa quindi a esaminare le argomentazioni dell’avversario, il quale sostiene che “molto conferisce al maggiore o minor riscaldamento de’ corpi che si stropicciano insieme, l’essere essi di qualità calda o fredda” [1268], giudicata un’osservazione troppo ovvia. Viene citata l’opinione secondo cui “Facilius […] attritu calidorum ignis existit” [1264] per spiegare la maggiore frequenza dei fulmini d’estate. Si esprime scetticismo sul fatto che l’accensione delle esalazioni avvenga per attrito causata da un movimento nell’aria, poiché “senza l’arrotamento de’ corpi solidi, quali non si trovano tra le nuvole, non si suscita l’incendio” [1272] e perché durante i lampi “non si scorge nelle nuvole pure un minimo movimento” [1273]. Si ironizza infine su una filosofia troppo accomodante, che attribuisce il tuono allo “stracciamento delle nuvole” [1273] pur richiedendo per il suono “la percussione de’ corpi duri” [1274].
19 La liquefazione del piombo proiettato e le obiezioni del Sarsi
Dibattito sulle condizioni necessarie per la fusione delle palle di piombo in volo e replica alle argomentazioni contraddittorie dell’avversario.
Si presenta una confutazione dettagliata delle tesi del Sarsi sulla liquefazione del piombo dei proiettili in volo. Inizialmente si osserva come nei volatili uccisi con le “migliaruole si ritrovano i grani di piombo dell’istessa figura per l’appunto” [1351], il che contrasta con l’idea di una fusione. Si discute poi delle possibili deformazioni delle palle nei vestiti dei nemici, attribuibili a mille accidenti “dico senza liquefazione” [1352]. Si afferma che, se avvenisse una vera fusione, il piombo si disperderebbe in minutissime stille e nulla se ne ritroverebbe [1352]. Viene inoltre sollevata un’obiezione fisica: se accompagnate da aria ardente, frecce e palle dovrebbero lasciare una scia luminosa di notte, “come quella d’un razo” [1353], effetto che però non si osserva se non poeticamente.
La trattazione prosegue smontando le argomentazioni del Sarsi, rilevandone le contraddizioni: egli prima presenta il fenomeno come confermato da esempi quotidiani, poi lo definisce così raro da essere “reputato quasi un miracolo” [1363]. Si contesta la sua inconstanza nel definire i requisiti per l’accensione dell’aria, che a volte richiederebbe solo “l’agitazione d’un piccol venticello” e altre volte un “moto veemente, una copia grande d’essalazioni” [1364]. Si ribadisce che l’attrito potente per eccitare il fuoco è solo quello tra corpi solidi, mentre fenomeni come comete, baleni e “fiamme de’ cimiteri, non s’accendono per attrizione né d’aria né di venti” [1367]. La causa precisa di tali incensioni non è nota, ma si esclude che aria o acqua, in quanto non combustibili, possano bruciare [1369].
Si critica infine la posizione del Sarsi, il quale, rifugiandosi in un’interpretazione di Aristotele, sostiene che l’effetto si verificherebbe solo in condizioni atmosferiche particolari e rare, con “gran copia d’essalazioni” e quel vago “si quid aliud ad idem conducit” [1376]. Quest’ultima clausola è definita un’“ancora sacra, un asilo” [1376] che rende la sua tesi inconfutabile e non scientifica, poiché la riduce a un miracolo casuale [1378]. Si conclude affermando che, poiché l’effetto non si osserva mai o è rarissimo, non si può accettare come spiegazione ordinaria, e che le attestazioni contrarie “son false” [1383].
20 La natura soggettiva delle qualità sensibili
Discussione sulla residenza dei sapori, odori, colori e calore.
Si presenta una trattazione sulla natura delle qualità sensibili. Si discute l’idea che sapori, odori e colori, “per la parte del suggetto nel quale ci par che riseggano, non sieno altro che puri nomi, ma tengano solamente lor residenza nel corpo sensitivo” [1398]. Si argomenta che queste qualità non siano proprietà reali degli oggetti esterni, ma affezioni che esistono solo nella percezione dell’animale, poiché “rimosso l’animale, sieno levate ed annichilate tutte queste qualità” [1398]. Per spiegare il concetto, si ricorre all’esempio del solletico, il quale “è tutta nostra, e non punto della mano” [1401], ed è solo un nome una volta rimosso il corpo sensibile [1403]. Si estende questo ragionamento ad altre qualità, affermando che “di simile e non maggiore essistenza credo io che possano esser molte qualità che vengono attribuite a i corpi naturali, come sapori, odori, colori” [1404].
Si descrivono quindi i meccanismi dei sensi in relazione agli elementi. Il tatto, il più materiale, “par che abbia riguardo all’elemento della terra” [1405]. Il gusto e l’odorato nascono dall’incontro di particelle corporee, rispettivamente discendenti e ascendenti, con la lingua e il naso, organi la cui disposizione è ritenuta provvidenziale [1406, 1407]. L’udito è relazionato all’aria, il cui movimento increspato muove una cartilagine nell’orecchio [1408, 1409]. Si ribadisce con forza che per eccitare in noi sapori, odori e suoni, nei corpi esterni “si richiegga altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi o veloci, io non lo credo” [1410], e che senza gli organi di senso queste qualità “non credo che sieno altro che nomi” [1410]. La vista, legata alla luce, è riconosciuta come eminentissima, ma se ne dichiara una comprensione limitata [1411, 1412].
Ci si sofferma infine sulla natura del calore. Si dichiara di credere “che il calore sia di questo genere” [1413] di qualità soggettive. Si propone che il fuoco sia una moltitudine di corpuscoli minimi figurati e mossi con velocità, il cui toccamento durante la penetrazione nel nostro corpo “sia l’affezzione che noi chiamiamo caldo” [1413]. Si afferma che “oltre alla figura, moltitudine, moto, penetrazione e toccamento, sia nel fuoco altra qualità, e che questa sia caldo, io non lo credo” [1414], essendo il calore una nostra affezzione. Si conclude che “il moto esser causa di calore” [1416], come dimostrato dall’esempio del fuoco contenuto in un sasso calcinato, che scalda solo quando i minimi ignei si mettono in movimento [1415]. Si accenna infine alla possibile relazione tra l’estrema risoluzione della materia in atomi indivisibili e la creazione della luce [1420], prima di dichiarare l’intenzione di interrompere la discussione per non ingolfarsi in un oceano infinito di dubbi [1421].
21 Discussione sulla possibilità dell’illuminazione dell’aria e sulla natura della corona luminosa delle stelle
Replica alle obiezioni di Galileo sull’illuminazione dell’aria e sulla radiazione stellare
Si discute della validità dell’opinione che l’aria possa essere illuminata dagli astri, confutando l’ordine di Galileo di abbandonarla. Si afferma che “Ridiculum autem esset affirmare auroram, crepuscula, aliosque huiusmodi splendores, in insidente oculis humore per refractionem gigni” [1430] e si osserva che “dum Lunam ac Solem, altius provectos, brevi inclusos gyro intueor, siccioribus ne oculis sum, quam cum eosdem postea, horizonti proximos, in orbem ampliorem extensos aspicio?” [1432]. Si stabilisce che “aërem impurum ac mixtum illuminari posse” [1433] perché “aër autem per vapores concretior atque opacior fiat; hac saltem parte, qua opacus est, lumen reflectere poterit” [1434]. Pertanto, “non abiiciendam esse (quod Galilæus iubet) opinionem illam quæ asserit, aërem illuminari a stellis posse” [1437], se si intende l’aria impura.
Si passa poi a esaminare la corona luminosa delle stelle. Sebbene si ammetta che “radiosam illam coronam longis distinctam radiis, quæ ad quemcumque oculi motum movetur, oculi affectionem esse” [1439], non si ritiene provato che “nullam partem illius luminis, quod nos a vera flamma non distinguimus, ex aëre illuminato existere” [1439]. Si confuta l’esperimento di Galileo sull’interposizione della mano [1441], dimostrando che la visione persiste perché “oculi pupilla indivisibilis non sit, sed plures possit in partes dividi” [1446] e quindi, se solo una parte è coperta, “lumen adhuc videbitur” [1446].
Infine, si contesta l’affermazione che il telescopio privi le stelle di questo splendore. Si osserva che “si tubus opticus sidera adscititio hoc fulgore spoliaret, non deberet hic fulgor per tubum conspici: at conspicitur tamen” [1452] e che anzi “nulla est adeo exigua, quæ splendore isto, etiam non suo, a tubo exui patiatur” [1453]. Poiché “aërem etiam illuminari, atque ex hoc fieri posse ut sidus maius appareat quam revera sit” [1457], ne consegue che “circumfusum etiam fulgorem videri per tubum, ac proinde etiam augeri debere” [1457]. Il fatto che questo aumento non sia percepito suggerisce che la causa del fenomeno visivo “aliunde petenda erit” [1458] e non nella superficie dell’occhio.
22 Confutazione dell’irraggiamento atmosferico come causa dell’ingrandimento apparente
Polemica sull’ingrandimento di astri e lumi
Si confuta la tesi secondo cui l’apparente ingrandimento del Sole e della Luna all’orizzonte dipenda dall’illuminazione dei vapori atmosferici circostanti. Si sostiene che tale ingrandimento è invece causato dalla “figura sferica dell’esterna loro superficie” della regione vaporosa e dalla maggiore distanza di questa superficie dall’occhio quando gli oggetti sono verso l’orizzonte, effetto che vale per “non i luminosi solamente, ma qualunque altro posto fuor di tal regione” [1475]. Si porta l’esempio di una lente convessa spostata davanti all’occhio per simularne l’effetto [1476]. Si argomenta che se l’ingrandimento derivasse da un’illuminazione aggiuntiva, “il Sole e la Luna si mostrassero grandi quanto tutta l’aurora e gli aloni interi” [1473] e le macchie lunari, visibili “sin all’estrema circonferenza” quando la Luna è bassa, sarebbero invece raccolte al centro, lasciando una “ghirlanda intorno lucida e senza macchie” [1488]. Pertanto, l’ingrandimento avviene “per uno ingrandimento di tutta la specie nel refrangersi nella remota superficie vaporosa” [1489].
Si distingue poi tra diversi tipi di irradiazione: quella “avventizio” che fa apparire le stelle inghirlandate di raggi [1481], il “lume che per refrazzione si produce nell’aria vaporosa” [1482], e quello prodotto “per refrazzione nella superficie umida dell’occhio” [1495]. Si afferma che solo il primo, generato “per reflessione de’ raggi primarii fatta nell’umidità de gli orli ed estremità delle palpebre” [1497], è responsabile dell’apparenza raggiante e dell’ingombro della “real fiammella” nei piccoli lumi [1498]. Le altre illuminazioni sono troppo deboli e non contribuiscono all’ingrandimento, essendo “incomparabilmente minore della primaria luce” [1483, 1499, 1524].
Riguardo all’azione del telescopio, si nega che questo non accresca le stelle fisse. Si spiega che lo strumento ingrandisce il “disco reale” dell’astro ma non l’irraggiamento prodotto nell’occhio, per cui un corpo celeste come Giove, il cui piccolo disco libero è “perduto nell’ampiezza del suo irraggiamento”, visto al telescopio appare “come una Luna rotonda, ben grande e terminata” [1511]. L’effetto è proporzionale: per una stella più piccola ma molto luminosa come il Cane, l’ingrandimento strumentale fa sì che il disco, prima “impercettibile” tra l’ampio fulgore, diventi distinguibile [1512]. Dire che il telescopio “spoglia le stelle di quel coronamento risplendente” significa dunque che “opera intorno a loro in modo che ci fa vedere i lor corpi terminati e figurati come se fussero nudi” [1515], come dimostrano le diverse figure osservate per i pianeti [1516-1519]. Una prova ulteriore dell’accrescimento reale è data dall’osservazione di Giove col telescopio prima dell’alba e dopo il sorgere del Sole: mentre alla vista libera il pianeta si riduce fino a scomparire nella luce dell’aurora, attraverso lo strumento rimane “sempre grande nell’istesso modo” e visibile tutto il giorno [1527].
23 Sulla trasparenza della fiamma e l’osservazione degli oggetti
Una difesa sperimentale della perspicuità della fiamma contro le obiezioni di Galileo.
Si discute della natura della fiamma, affermando che essa è trasparente e luminosa, al contrario di quanto negato da Galileo. Si presenta la prova che un corpo opaco interposto tra l’occhio e l’oggetto ne impedisce la vista, “quodcumque opacum, inter oculum et obiectum positum, eiusdem obiecti aspectum impedit” [1550], mentre ciò non accade con una fiamma, la quale “quascumque res ultra se positas, si non longe distent, […] semper videri patietur” [1550]. Si spiega che gli oggetti lontani non sono visibili attraverso la fiamma non per la sua opacità, ma perché la fiamma, essendo molto più luminosa, sovrasta la loro debole luce: “obtectum movens potentiam vehementius, impedit ne videantur obiecta reliqua, ad eamdem potentiam movendam minus apta” [1551]. Tuttavia, avvicinando l’oggetto alla fiamma, questo viene illuminato e diventa visibile, poiché “tanto magis illuminantur, eo etiam magis apta sunt movere potentiam” [1552]. Si afferma che una fiamma non ostacolerà mai la vista di un oggetto già luminoso di per sé o fortemente illuminato da altra fonte, “nunquam illius aspectum interposita flamma impediet” [1553].
La trattazione procede con esempi pratici a conferma: la fiamma del vino distillato “liberam rerum imaginibus ad oculum viam relinquet” [1555], così come quella dello zolfo, pur essendo colorata e spessa, “vix tamen quidquam impedimenti eisdem rerum imaginibus affert” [1556]. Si osserva inoltre che si può vedere la fiamma di una candela lontana attraverso quella di una più vicina [1557]. Ne consegue che le stelle, essendo corpi luminosissimi, “nil mirum si non potuit earundem aspectus ab interposita cometæ flamma impediri” [1558], e che di giorno nessuna fiamma può impedire la vista di un oggetto illuminato dal sole [1560]. Si conclude quindi che “flammas perspicuas esse, atque hoc etiam non obstare quominus cometa flamma esse potuerit” [1561].
Infine, l’autore annuncia di voler passare a una quarta proposizione, riferendo le critiche del Sarsi, il quale si stupisce che “io, avendo qualche nome d’avveduto osservatore […] mi sia ridotto ad affermar constantemente quelle cose che si possono agevolissimamente confutare con esperimenti manifesti” [1563]. Si dichiara l’intenzione di esporre prima le ragioni per cui si credeva che una cometa-fiamma dovesse nascondere le stelle, per poi esaminare le obiezioni del Sarsi e lasciare il giudizio finale al destinatario [1564].
24 Discussione sulle comete e confutazione di argomenti avversi
Replica alle obiezioni sul metodo e sulle conclusioni galileiane
Si presenta una confutazione alle critiche mosse da Sarsi contro il Discorso sulle comete di Mario Guiducci e Galileo Galilei. L’autore risponde rimetendo il giudizio sulla solidità della dottrina “in quelli che attentamente avranno ponderate le ragioni e l’esperienze dell’una e l’altra parte” [1641], dopo aver esaminato le obiezioni. Viene contestata l’analogia usata per negare un legame tra comete e venti, poiché “non si può dalla copia di quella arguire abbondanza di questa, più che se alcuno dal veder molt’uva si promettesse gran ricolta d’olio” [1632]. Si cita quindi ampiamente la conclusione latina di Sarsi, il quale afferma di aver mostrato, tra l’altro, che “iustam a Galilæo… querelarum materiam Præceptori meo… oblatam fuisse” [1638] e di aver rilevato “falsa… experimenta illa, quibus fere unis eiusdem placita nitebantur” [1638]. In replica, l’autore osserva come il Sarsi faccia due cose: esprimere un giudizio implicito “della debolezza de’ fondamenti della nostra dottrina” e fornire “un catalogo e racconto delle conclusioni contenute nel Discorso del signor Mario e da sé impugnate e confutate” [1640]. L’autore rinuncia infine a elencare a sua volta tutte le ragioni di Mario Guiducci, per non dover “trascriver di nuovo poco meno che l’intero trattato” [1642], rimandando il lettore a una sua rilettura.
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