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Il Saggiatore di Galileo Galilei 1

Dedica e controversie sul valore delle scoperte astronomiche.

Il blocco di testo presenta la dedica del “Saggiatore” di Galileo Galilei alla Santità di un’autorità ecclesiastica, sottolineando l’intento di onorare la figura del destinatario con “investigazioni di quegli splendori celesti” che suscitano meraviglia. Si evidenzia un sentimento di umiltà e rispetto nei confronti della Santità, esprimendo la speranza che il lavoro possa servire come “segno di quel più vivo ed ardente affetto” verso di essa.

Il testo continua affrontando le polemiche sorte attorno alle opere di Galilei, evidenziando l’animosità di alcuni nei suoi confronti e le critiche mosse al suo “Nunzio Sidereo”. Galilei lamenta il fatto che, nonostante le sue dimostrazioni geometriche, ci siano stati tentativi di discreditare le sue scoperte e appropriazioni indebite da parte di altri, come nel caso di Simon Mario Guntzehusano, che si sarebbe attribuito i meriti delle sue osservazioni. Si denuncia, infine, la presenza di fallacie nelle affermazioni di chi ha tentato di sminuire il suo lavoro.


Titolo: Riflessioni sull’Opposizione e il Dialogo (2)

Si analizzano le dinamiche di opposizione e le reazioni a critiche ricevute, con un focus sull’importanza del dialogo. L’autore riconosce che “si attribuisce anco falsamente l’invenzione de’ loro movimenti periodici”, evidenziando l’ingiustizia di tali accuse. Nonostante le difficoltà, si dichiara determinato a non farsi sopraffare dalle “pertinaci contradizzioni” e cerca di mantenere la propria serenità, rimanendo “cheto affatto”.

Tuttavia, l’autore si rende conto che il silenzio non ha portato a un miglioramento della situazione, anzi, “non m’è giovato lo starmi senza parlare”. Viene sottolineato il contrasto tra il desiderio di pace e la realtà di attacchi continui. L’autore riflette sulla natura di chi lo critica, affermando che “coloro che vanno in maschera… si fanno lecito, come si costuma in molte città d’Italia, di poter d’ogni cosa parlare liberamente”. Questo porta a una considerazione più ampia sull’identità e sul coraggio di affrontare le critiche, evidenziando che la libertà di espressione è fondamentale per il dialogo.


Riflessioni sul Discorso e la Verità

Analisi critica delle affermazioni e delle controversie relative al Discorso del P. Grassi. Si evidenzia il senso di meraviglia e incredulità dell’autore riguardo alla ricezione delle sue idee da parte del Sarsi, che non sembra aver compreso o riconosciuto le sue affermazioni. L’autore si chiede “se quei Reverendi Padri stimarono per vere le cose mie, o pur l’ebber per false”, sottolineando il suo desiderio di verità e correzione piuttosto che di mera approvazione. Si evidenzia il conflitto tra il desiderio di mantenere la dignità del Collegio e la necessità di esporre errori e falsità, suggerendo che “il tacere poi sarebbe stato un tirarsi addosso un disprezzo e quasi derision generale”.

La questione dell’attribuzione di merito e colpa viene affrontata con riferimento alle opinioni di altri, come Tychon e Ptolemeo. L’autore pone interrogativi sul valore delle critiche ricevute, affermando che “frustra hic Senecam invocat Galilæus”, e mette in discussione la legittimità delle accuse mosse contro di lui, suggerendo che il Sarsi non abbia compreso appieno i testi in questione. Si conclude con una riflessione sull’importanza di una corretta comprensione delle teorie astronomiche, affermando che l’assenza di una verità condivisa porta a un’incomprensione generale del progresso scientifico.


Riflessioni sulla Cometa e la Natura

Un’analisi delle posizioni filosofiche riguardo alla natura delle comete e il loro significato. Si discute se sia opportuno affrontare questioni gravi con leggerezza, come suggerito da “gravissimas quæstiones iocis ac salibus eludere”, e si evidenzia la differenza tra le opinioni di Stoici e Accademici, sottolineando che “non paremus” di conformarci a queste ultime. Viene messo in dubbio il valore di approcci troppo leggeri, ma si riconosce anche che “plures habemus, non minus eruditos” che apprezzano una certa urbanità.

Si critica la superficialità nell’approccio a questioni scientifiche fondamentali, con particolare riferimento all’idea che la poesia possa sostituire una comprensione profonda della natura. “Ma che in una questione massima e difficilissima… questo è quello che il signor Mario rifiuta”, suggerendo che la ricerca di verità non possa essere sostituita da ornamenti poetici. Infine, si accenna a metodi di indagine scientifica, come l’osservazione della parallasse, per affrontare la questione delle comete, evidenziando che “tribus potissimum argumentis cometæ locum indagandum censuit Magister meus”.


L’Incremento Visibile e l’Illuminazione delle Stelle

Riflessioni sull’argomento dell’incremento visibile e delle cause che lo determinano.

Galileo Galilei discute la questione dell’incremento visibile delle stelle osservate attraverso il telescopio. Si interroga sulla possibilità che “qualcosa che prima non era visibile, ora lo sia” possa indicare un “incremento infinito” di grandezza. Egli mette in dubbio tale affermazione, sostenendo che “ne in ratione quidem visibilis, augmentum infinitum” non può essere inferito. Il ragionamento si sviluppa attorno all’idea che l’osservazione di oggetti precedentemente invisibili non implica necessariamente un aumento in termini di grandezza.

Galileo, inoltre, chiarisce che l’illuminazione e l’ingrandimento non sono sinonimi. “Sic enim etiam consequens eadem distinctione solvetur: augentur in ratione visibilis, non autem in ratione quanti.” La distinzione tra visibile e invisibile è cruciale per comprendere le dinamiche della percezione ottica. Egli avanza l’argomento che le stelle, attraverso il telescopio, possono apparire più luminose e quindi “illuminate”, ma ciò non implica un aumento in senso quantitativo. “Quare assero, tam vere dici stellas tubo illuminari, quam easdem eodem tubo augeri.”


Analisi della logica del telescopio 6

Esame delle argomentazioni sull’accrescimento e la visibilità degli oggetti attraverso il telescopio.

Il dibattito si concentra sulla distinzione tra accrescimento e transito dal non essere all’essere. Si sottolinea che l’accrescimento suppone prima qualche quantità e si critica l’idea di chiamare accrescimento ciò che è un semplice passaggio a una maggiore visibilità. Si evidenzia la fallacia del Sarsi nell’attribuire all’accrescimento una logica errata, mentre si argomenta che il telescopio operi attraverso due modalità inseparabili: l’ingrandimento dell’angolo e l’unione dei raggi. Viene messa in discussione la validità delle accuse mosse contro il signor Mario, il quale non ha commesso errori logici significativi nel suo ragionamento.

Si affrontano le conseguenze di tali argomentazioni, con l’intento di chiarire che il telescopio rende visibili le stelle non solo attraverso l’ingrandimento, ma anche per la capacità di illuminare gli oggetti. Il Sarsi viene accusato di non comprendere appieno le operazioni del telescopio, mentre si sostiene che il ragionamento di Mario sia valido e coerente. La discussione si conclude con l’affermazione che il telescopio, in effetti, illumina e accresce la visibilità degli oggetti, rafforzando la posizione di Mario contro le critiche ricevute.


Analisi del telescopio e delle sue conclusioni 7

L’argomento principale riguarda l’efficacia del telescopio nell’ingrandire e illuminare gli oggetti. L’autore esprime il suo accordo con le affermazioni di Sarsi, ma mette in dubbio la validità delle conclusioni. Sottolinea che “la principal conclusione che per esse doveva essere dimostrata è falsissima”, evidenziando come l’uso di proposizioni vere possa portare a conclusioni errate. La critica si concentra sulla percezione della luce e dell’oscurità degli oggetti visti attraverso il telescopio. Si afferma che “i vetri concavi, quanto più mostrano l’oggetto grande, tanto più lo mostrano oscuro”, e si invita a riflettere sulla vera natura della luce e della visione.

L’autore prosegue confrontando l’osservazione con il telescopio e quella a occhio nudo, suggerendo che “la luce ingagliardita mediante l’union de’ raggi, renda l’oggetto veduto più luminoso” sia una falsa premessa. Sottolinea che l’illuminazione degli oggetti attraverso il telescopio può apparire più scura rispetto alla visione diretta. Inoltre, critica Sarsi per non considerare l’importanza del vetro concavo nel telescopio, fondamentale per il bilancio della visione. La discussione si conclude con un richiamo all’esperienza e all’osservazione diretta, affermando che “le stelle più risplendenti si mostrano quanto più l’aria della notte divien tenebrosa”.


Analisi delle argomentazioni sul telescopio e le percezioni visive 8

Esame critico delle affermazioni del Sarsi riguardo alla visibilità e all’ingrandimento degli oggetti. Il Sarsi propone una divisione degli oggetti visibili in base alla loro distanza, sostenendo che “degli oggetti visibili altri son vicini, altri lontani, ed altri posti in mediocre distanza”. Tuttavia, emerge un dubbio sulla sua argomentazione, in quanto “l’avarizia è causa di viver sobriamente”, dimostrando come l’errore possa derivare dall’associare cause remote a effetti diretti. Il Sarsi, nella sua analisi, sembra trascurare la lunghezza del telescopio come variabile fondamentale per l’ingrandimento, affermando che “la vicinanza dell’oggetto è causa d’allungare il telescopio”, ma non riconosce che “solo l’allungamento del telescopio si potrà dir causa del maggior ricrescimento”.

Il discorso si amplia, toccando l’importanza della proporzione tra distanza e grandezza apparente degli oggetti. Viene contestato il metodo del Sarsi, poiché “l’apparenti grandezze, non dagli angoli visuali, ma dalle corde degli archi suttesi a detti angoli si deono determinare”. Inoltre, la diminuzione dell’angolo visuale è trattata con scetticismo: “quello che scrive il Sarsi… è tanto falso, quanto che tal diminuzione vien sempre fatta in maggior proporzione”. Infine, si critica la confusione tra strumento e modalità d’uso, sottolineando che “il telescopio allungato è un altro strumento da quel ch’era avanti”, il che rappresenta un punto cruciale per la comprensione delle argomentazioni.


Analisi dell’uso del telescopio e delle illusioni ottiche nel cielo 9

Riflessioni sulla natura del telescopio e sull’illusione ottica. Il Sarsi afferma che “non concluda per tanto il Sarsi di non avere scritto cosa aliena né dal vero né da me”, rivelando un malinteso sulla questione. Si discute dell’uso del telescopio, con l’osservazione che “l’uso del telescopio è sempre il medesimo”, mentre lo strumento stesso può variare. Si chiarisce che “l’àncora fu la medesima, ma diversamente usurpata”, sottolineando come lo stesso strumento possa essere applicato a scopi diversi.

Si prosegue analizzando l’effetto dell’uso del telescopio sugli oggetti celesti. Si afferma che “le stelle fisse, come lontanissime, non ricrescesser sensibilmente; ma la Luna, assaissimo, come vicina”, evidenziando la differenza tra oggetti vicini e lontani. Il Sarsi è accusato di confondere le cause, suggerendo che “la diversità delle lontananze degli oggetti non sia più la vera causa de’ diversi ingrandimenti”. Si mette in discussione la logica del Sarsi, sottolineando che “errori in logica voi immeritamente addossate al vostro Maestro”.


Riflessioni sulla Luce e sull’Illusione 10

L’analisi delle apparenze luminose e delle illusioni ottiche si articola attraverso una serie di esperienze visive e riflessioni sulla natura della luce. Si osserva che “de’ vapori crepuscolini, che circondano tutta la Terra, non è egli sempre egualmente illuminato uno emisferio da’ raggi solari?” e che “quella parte che direttamente s’interpone tra ’l Sole e noi, ci si mostra più luminosa assai delle parti più lontane”. L’argomento si estende alla questione delle nuvole e delle loro apparenti luminosità, con dubbi sulla loro consistenza e sulla loro capacità di riflettere la luce del Sole, evidenziando che “quanto alla nuvoletta che ’l Sarsi afferma aver veduta tutta lucida nella profonda notte, lo potrei parimente interrogare”.

La riflessione si approfondisce analizzando come la percezione della luce possa variare in base alla superficie riflettente. Si afferma che “importa il considerar la grandezza e qualità della superficie nella quale si fa la reflessione”, suggerendo che superfici diverse producono effetti diversi sulla luce. L’esempio del mare, “in tempo ch’ella sia tranquillissima”, illustra come la quiete dell’acqua possa generare riflessi chiari e definiti, mentre un’increspatura altera questa chiarezza, producendo “l’immagine del Sole rompersi in molte parti”. Si conclude che l’osservazione e la percezione della luce sono soggette a variabili fisiche e ottiche, e che “questo gran simulacro è esso ancora mobile al movimento dell’occhio”.


Riflessioni sulla scrittura e la simulazione 11

Un’analisi critica sulla scrittura e la sincerità nel dibattito scientifico.

Il testo esplora il tema della dissimulazione e della sincerità nella scrittura, in particolare attraverso il confronto tra le posizioni di Mario e Lottario. Si sottolinea come “Ubi mirandum sane est, hominem apertum ac minime meticulosum repentino adeo timore corripi” evidenzi la difficoltà di esprimere liberamente idee di fronte a accuse di dissimulazione. L’autore si difende dalle imputazioni di Lottario, affermando che “il signor Mario nella sua scrittura mai non ha finto cosa alcuna”, suggerendo che il vero problema risieda nella malinterpretazione e nella distorsione delle sue parole da parte dell’avversario.

Inoltre, si mette in discussione la comprensione delle teorie scientifiche, con riferimenti a concetti geometrici e fisici. “Qui bisogna che il Sarsi confessi, o di non avere inteso quel che vuol dir muoversi verso un luogo”, mette in luce la confusione e le falsità che possono derivare da una cattiva interpretazione delle idee. La questione del moto della cometa e le sue implicazioni sono analizzate, ponendo l’accento sulla necessità di una corretta interpretazione scientifica e sull’importanza di non cadere nella trappola della dissimulazione.


La percezione del moto della cometa

Riflessioni sulla natura del moto apparente della cometa e sulla sua relazione con le linee parallele. Il testo discute come “nunquam tantus erit cometæ motus apparens” e l’impossibilità di raggiungere certi punti, come R, sottolineando che “motus apparens cometæ non solum non perveniet ad nostrum verticem S, sed neque ad punctum R”. Si evidenzia la difficoltà di osservare il decremento della velocità della cometa e si confrontano i dati con le osservazioni di Galilei, notando che “motum cometæ observatum non in hac proportione decrevisse”.

La questione del moto perpendicolare e la sua rappresentazione geometrica sono al centro del dibattito. Si mette in discussione la comprensione del Sarsi riguardo alle figure e alle proporzioni, con affermazioni come “si in iudicium advocentur cometæ duo Tychonici annorum 1577 et 1585, ex ipsorum motibus apertissime colligemus”. La conclusione si concentra sull’importanza della distanza e dell’angolo di osservazione, evidenziando che “in gran lontananza la disugualità che nelle parti basse era grandissima, nell’altre resterà insensibile”.


Analisi del Moto Apparente della Cometa (13)

L’argomento si concentra sulle osservazioni e le conclusioni riguardanti il moto apparente della cometa. Il Sarsi sostiene che “gli archi GF, FI, IL… decrescono grandemente” e questo lo porta a ritenere che il moto retto non possa spiegare tale fenomeno. Egli osserva anche che le proporzioni nelle figure non sono fondamentali, come dimostra la sua figura, dove l’angolo DEA risulta “solamente un grado e mezo”. Il Sarsi, pur non concludendo definitivamente, propone che il moto apparente della cometa sia molto limitato, affermando che “la quantità del moto apparente non poteva eccedere un grado e mezo”.

L’analisi critica mette in luce le fallacie nel ragionamento del Sarsi. Si evidenzia che la sua conclusione “distrugge i suoi medesimi assunti” e non considera la possibilità di variazioni nel moto. Inoltre, si sottolinea come egli non possa arbitrariamente fissare le distanze, suggerendo che le sue assunzioni siano “sconci per quel dell’avversario”. Si conclude che il dibattito su dove risieda la cometa e sulla sua grandezza sia fondamentale, e le argomentazioni basate su distanze non verificate sono insufficienti per sostenere la sua tesi.


Titolo: Riflessioni sulla superficie concava lunare e il suo impatto sulla teoria celeste (14)

Il concavo lunare è oggetto di una disputa che coinvolge argomentazioni sulla sua superficie. L’autore contesta le affermazioni di un avversario, sostenendo che “il concavo lunare è perfettamente sferico e liscio”, in opposizione a quanto affermato da Aristotele. Viene ribadito che “vanissimo è tutto il restante del vostro progresso”, evidenziando l’inutilità delle prove presentate. Si discute l’importanza delle refrazioni e si mette in dubbio la validità delle argomentazioni contrarie, sottolineando che “il concavo è tersissimo”.

Le conclusioni del dibattito si dividono in due posizioni. L’autore afferma che “il concavo è liscio” e che “gli elementi non son rapiti”. Le prove fornite dall’avversario sono considerate errate e basate su una petitio principii, in quanto presuppongono ciò che è in discussione. Si conclude che, per evitare circoli viziosi, sarebbe necessario provare una delle due conclusioni in modo diverso.


Aderenze e movimenti nei fluidi

Analisi delle dinamiche tra corpi solidi e liquidi, con focus sull’aderenza e la resistenza al movimento. Si discute come “l’aria non aderisca a i corpi lisci e tersi”, creando confusione su cosa si intenda per aderenza. L’aderenza può manifestarsi come una connessione tra superfici, ma non sempre resiste al movimento. Si evidenzia che “la resistenza che si sente nel muoversi l’una superficie sopra l’altra” è minima, suggerendo che le superfici non oppongono una grande resistenza durante il movimento relativo.

Viene esplorato il fenomeno del sostegno di corpi in acqua, con esempi come “grandi pezzi d’acqua sostenersi in particolare sopra le foglie”. Si mette in discussione l’idea che la pressione o il peso possano far seguire un corpo a un altro, evidenziando che “l’aria vien rapita dal catino” senza esercitare pressione. Si critica l’argomento di una continua rarefazione e si sostiene che le esperienze di Galilei, sebbene lodate, siano “falsi omnino”. Si conclude con l’affermazione che solo un movimento continuo possa rivelare la reale interazione tra acqua e catino.


Esperimenti sul movimento dei fluidi e la loro interazione con i corpi

Esplorazione di esperimenti per dimostrare le dinamiche del movimento dell’aria e dell’acqua in relazione a corpi in movimento.

L’autore descrive esperimenti che coinvolgono un catino e una sfera, evidenziando come cum catinum et sphæra intra aërem posita sint tota, il movimento dell’aria sia influenzato da ciò che lo circonda. Si analizza la relazione tra le superfici in movimento e il fluido circostante, sottolineando che semper movens moto maius est, rendendo più facile il movimento quando ciò che muove è di dimensioni superiori a ciò che è mosso. Inoltre, si discute l’importanza di separare l’aria dal liquido per facilitare il movimento, osservando che post alteram evolutionem alas ac libram totam in gyrum moveri.

Si evidenziano anche le condizioni ambientali degli esperimenti, condotti in estate, dove calidior, ita siccior aër existit, influenzando le proprietà del fluido. L’autore confuta affermazioni errate riguardo all’immobilità dell’acqua nel catino e chiarisce che il movimento della Terra, descritto da Copernico, è in realtà un non si muovere ed una quiete, rimuovendo l’improbabilità di tale fenomeno.


Analisi delle Cause di Accensione e Fenomeni Atmosferici

Esplorazione delle dinamiche di combustione e dei fenomeni naturali associati.

Il testo discute l’ignizione di materiali combustibili e le condizioni necessarie affinché si verifichi un incendio. Si afferma che “il pulvis ferreo in fiamma coniectus exardescit” e che l’aria calda può contribuire a tale processo. Inoltre, si mette in discussione la validità delle spiegazioni proposte da altri, come l’idea che “la state sia per aria maggior copia d’essalazioni secche”, esprimendo dubbi sull’attrito come causa di incendi. Si menzionano anche i contributi di filosofi e poeti, con riferimenti a esperimenti pratici, come l’effetto della freccia tirata con l’arco, e si cita Aristotele per sostenere l’argomentazione.

Viene citato Ovidio, il quale osserva che “non secus exarsit, quam cum Balearica plumbum funda iacit”, per dimostrare come il movimento possa generare calore e accensione. Si conclude con l’affermazione che anche altri autori, come Lucano e Lucrezio, trattano simili fenomeni, indicando un interesse diffuso per le cause di incendi e i fenomeni atmosferici.


Titolo: L’attrito e la condensazione nell’aria: un confronto tra poeti e scienziati

Didascalia: La presente sezione si sofferma sulle opinioni dei poeti e degli scienziati riguardo l’attrito e la condensazione nell’aria. I poeti, come Ariosto e Statio, sostengono che l’attrito può scaturire da cause diverse da quella immaginata dai filosofi, mentre gli scienziati, come Galileo e Kepler, ipotizzano che il calore e l’urto possano causare la liquefazione e la distruzione dei corpi. Il dibattito si incentra sulla validità delle testimonianze e sulle prove sperimentali a supporto delle diverse teorie.

Sommario:

  1. I poeti vs. La scienza: il dibattito intorno all’attrito e alla condensazione nell’aria.
  2. Testimonianze poetiche: da Dante a Ariosto, i poeti sostengono l’efficacia dell’attrito e la necessità di valutare le prove sperimentali.
  3. Gli scienziati vs. I poeti: la tesi dell’attrito per urto e il calore, secondo Galileo e Kepler.
  4. La contraddizione nella teoria dell’attrito e della condensazione: come l’agitazione può causare sia l’attrito che la condensazione nell’aria.
  5. Conclusione: la validità delle prove sperimentali e la necessità di valutare le testimonianze dei poeti e degli scienziati.

Titolo: Attrito e incendio: Il mistero delle comete e dei fenomeni celesti

Didascalia: Un’indagine sull’influenza dell’attrito e dell’aria nella generazione di fuoco e nella scienza del XVI secolo

Sommario:

  1. L’attrito e l’incendio: Un’indagine sulla relazione tra attrito e fuoco nella scienza del XVI secolo.
  2. La questione delle comete: Come i filosofi e i naturalisti del passato si confrontarono con i fenomeni celesti e le loro cause.
  3. L’attrito come fonte di fuoco: La teoria dell’attrito e del calore nella generazione di incendi e nella scienza dell’epoca.
  4. La risposta del Sarsi: Come il filosofo e scienziato del XVI secolo, il Sarsi, tentò di spiegare il processo dell’incendio e l’attrito through l’osservazione e l’esperimento.
  5. L’importanza dell’aria nella scienza dell’attrito: Come l’aria e il movimento dell’aria influenzavano la generazione di fuoco e la scienza del XVI secolo.

La percezione dei sensi e il loro legame con gli elementi naturali 20

La relazione tra i sensi e gli elementi naturali viene esplorata attraverso l’analisi delle sensazioni fisiche e delle loro cause. Si afferma che “un corpo solido” produce sensazioni tattili, in particolare “nelle palme delle mani” e nei “polpastrelli delle dita”, dove si avvertono differenze minime. Inoltre, si discute come “alcuni corpi si vanno continuamente risolvendo in particelle minime”, generando sapori e odori che stimolano il gusto e l’olfatto. Si evidenzia la struttura dei sensi e la loro disposizione, con la lingua e il naso che rispondono a stimoli diversi, e si sottolinea che senza la presenza di un corpo animato, “odorati né i sapori né i suoni” non hanno esistenza.

Il concetto di calore viene approfondito, affermando che “il calore non resti altro che un semplice vocabolo” senza un corpo sensitivo. La produzione del calore è legata al movimento e all’interazione tra corpi, dove “il moto esser causa di calore”. Si osserva come la frizione di corpi duri generi calore attraverso il movimento, e che la luce si crea in un’alta risoluzione in atomi indivisibili. Infine, si accenna alla complessità di queste questioni, sottolineando la difficoltà di affrontarle in modo esaustivo.


L’Illuminazione dell’Aria e la Percezione della Luce (21)

La questione dell’illuminazione dell’aria e della percezione della luce è centrale nel dibattito scientifico. “Præterea, si quis Lunam post alicuius domus tectum adhuc latitantem, cum proxime emersura est, observet, maximam aëris partem eiusdem Lunæ lumine illustratam” suggerisce che l’osservazione della Luna può rivelare la presenza di un’illuminazione atmosferica. Tuttavia, si evidenzia che “ridiculum autem esset affirmare auroram, crepuscula, aliosque huiusmodi splendores” come fenomeni esclusivamente causati dalla rifrazione dell’umore oculare. Inoltre, si discute se “aërem impurum ac mixtum illuminari posse” e se questo fenomeno possa influenzare la visione di corpi celesti.

La dialettica tra luce e percezione è ulteriormente approfondita. “Quare statuendum est, non abiiciendam esse opinionem illam quæ asserit, aërem illuminari a stellis posse” afferma che l’illuminazione dell’aria non deve essere scartata, poiché “tot experimentis verissima comprobetur.” Si pone l’accento su come la percezione della luce possa variare in base alla qualità dell’aria e alla sua interazione con la luce, evidenziando la complessità della visione e la necessità di esaminare vari fattori che influenzano l’esperienza visiva.


L’Illuminazione e l’Apparente Grandezza degli Astri (22)

L’analisi delle percezioni ottiche riguardanti il Sole e la Luna evidenzia errori comuni nelle interpretazioni di fenomeni atmosferici. Si discute l’idea che l’illuminazione atmosferica possa far apparire i corpi celesti più grandi quando sono vicini all’orizzonte. Viene affermato che “non pel lume de’ vapori, ma per la figura sferica dell’esterna loro superficie” questi oggetti sembrano ingrandirsi. L’autore smonta le teorie del signor Sarsi, dimostrando che “la gran Luna che voi vedete nell’orizzonte è la schietta e nuda” e non è ingrandita da alcuna luce circostante.

Si esplorano anche le varie fonti di illuminazione e il loro impatto sull’apparente grandezza degli astri. Si osserva che “il lume de’ vapori è incomparabilmente minore della primaria luce,” e pertanto non influisce sull’apparenza degli oggetti celesti. Inoltre, si evidenzia come il telescopio riveli dettagli e dimensioni reali degli astri, superando le illusioni ottiche causate dall’atmosfera. Si conclude che “il vostro errore sta nel paragonar voi la stella insieme con tutto il suo irraggiamento,” chiarendo così la differenza tra percezione e realtà ottica.


La Trasparenza della Fiamma

Flammae sono descritte come elementi di grande importanza nella percezione visiva. Si afferma che “candelæ flammam obiecta ultra se posita ex oculis non auferre”, suggerendo che la fiamma non ostacola la visione degli oggetti posti oltre di essa. Questo concetto viene supportato da esempi tratti dalle Sacre Scritture, in particolare la narrazione di Anania, Azaria e Misaele, che “in medio ignis” non subiscono danno. Si evidenzia che, anche in presenza di “strues aliqua ingens lignorum”, gli oggetti semiustati possono essere visti tra le fiamme, sottolineando che “flamma igitur perspicua est”.

La discussione si amplia con considerazioni sull’opacità e sulla luminosità degli oggetti. Si osserva che “quodcumque opacum, inter oculum et obiectum positum, eiusdem obiecti aspectum impedit”. Tuttavia, la fiamma, essendo “luminosa”, permette la visione degli oggetti vicini, e ciò è dimostrato attraverso esperimenti con “distillatum vinum” e “flamma ex incenso sulphure”. Inoltre, si chiarisce che la presenza di una luce esterna può superare l’ostacolo della fiamma, come dimostrato nel caso delle stelle, il cui aspetto non è impedito da “interposita flamma”.