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Il Saggiatore (bis) | L


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1 La polemica galileiana contro il plagio e l’ignoranza scientifica: la difesa dei pianeti Medicei

Nella dedica a Urbano VIII e nell’incipit della lettera a Virginio Cesarini, Galileo trasforma la personale amarezza per i furti intellettuali subiti in una pubblica e sistematica demolizione dell’inaffidabilità scientifica di chi lo osteggiava, culminando in una stringente dimostrazione astronomica contro le fallaci pretese di Simon Mario.

Il testo si apre con la solenne dedica degli Accademici Lincei al neoeletto Papa Urbano VIII, presentata come un atto di devozione reso in un momento di “universal giubilo delle buone lettere” (fr:6). Al pontefice viene offerto “Il Saggiatore del nostro Galilei, del Fiorentino scopritore non di nuove terre, ma di non più vedute parti del cielo” (fr:7), un’opera che “contiene investigazioni di quegli splendori celesti” (fr:8) e si propone come tributo a colui che ha “l’anima di veri ornamenti e splendori ripiena” (fr:9). Subito dopo, la voce di Galileo subentra con un tono di accorata e risentita denuncia, introducendo uno dei temi cardine: la sistematica opposizione e il vilipendio che ogni sua pubblicazione aveva suscitato, segnando il passaggio dall’omaggio al racconto di una battaglia intellettuale.

Galileo confessa di non riuscire a comprendere l’origine di quell’animosità “in detrarre, defraudare e vilipendere quel poco di pregio” (fr:12) dei suoi studi. Ripercorrendo le proprie opere, ricorda come all’uscita del Nunzio Sidereo molti, “solo per contradir a’ miei detti, non si curarono di recar in dubbio quanto fu veduto a lor piacimento e riveduto più volte da gli occhi loro” (fr:13), negando l’evidenza dell’osservazione. Il medesimo destino toccò al suo Discorso sul galleggiamento dei corpi, le cui conclusioni, sebbene “confermato e concluso con geometriche dimostrazioni” (fr:14), vennero attaccate da chi non si avvide che “’l contradire alla geometria è un negare scopertamente la verità” (fr:14). Le Lettere sulle Macchie Solari furono ugualmente combattute, e una materia che “doverebbe dar tanto campo d’aprir gl’intelletti ad ammirabili speculazioni” (fr:16) venne vilipesa o affrontata con “ridicole ed impossibili opinioni” (fr:16). In questo clima di ostilità, Galileo individua la piaga più grave nell’appropriazione indebita delle sue scoperte da parte di coloro che, “dissimulando d’aver veduto gli scritti miei, tentarono dopo di me farsi primieri inventori di meraviglie così stupende” (fr:16).

Questo lungo silenzio viene ora rotto con forza contro quello che definisce “il furto secondo” (fr:19), perpetrato da Simon Mario di Guntzenhausen. Galileo ricorda un precedente plagio, quello del suo compasso geometrico, che Mario aveva tradotto in latino e fatto stampare a un suo discepolo, per poi fuggire “per fuggir il castigo, lasciando il suo scolare, come si dice, nelle peste” (fr:20). L’attuale accusa è ancora più grave: Simon Mario, nel suo Mundus Iovialis, ha “temerariamente affermato, sé aver avanti di me osservati i pianeti Medicei, che si girano intorno a Giove” (fr:21). Galileo promette di smascherare la menzogna non con voci di corridoio, ma usando le stesse affermazioni dell’avversario, poiché “egli medesimo nell’istessa sua opera, per sua inavvertenza e роса intelligenza, mi dà campo di poterlo convincere con testimoni irrefragabili” (fr:22). Per non disperdersi, decide di concentrarsi su un solo, decisivo passo del suo rivale.

La citazione estratta dal Mondo Gioviale attribuisce a Simon Mario una descrizione del moto dei satelliti che Galileo giudica “piena di fallacie, le quali apertamente mostrano e testificano la sua fraude” (fr:25). La confutazione galileiana si articola in tre punti inconfutabili. Innanzitutto, è falso che i piani delle orbite dei quattro satelliti siano inclinati rispetto all’eclittica, poiché “sono eglino ad esso sempre equidistanti” (fr:26). In secondo luogo, è altrettanto falso che essi appaiano allineati perfettamente solo alle massime elongazioni da Giove: “anzi talora accade ch’esse in qualunque distanza, e massima e mediocre e minima, si veggono per linea esquisitamente retta” (fr:27), talvolta apparendo come un’unica stella. Infine, il presunto comportamento della loro declinazione verso nord o sud è descritto da Mario in modo grossolanamente parziale, valido solo in certi tempi, mentre “in altri tempi declinano al contrario” (fr:28). La spiegazione galileiana chiarisce l’errore di Mario. Egli non aveva compreso che il fenomeno osservato dipende dalla latitudine di Giove: “Sono i quattro cerchi de i pianeti Medicei sempre paralleli piano dell’eclittica” (fr:31), ma guardando dalla Terra, che giace su quel piano, le porzioni superiori delle orbite dei satelliti ci appaiono inclinate verso sud o verso nord proprio in funzione della posizione boreale o australe del pianeta. La conclusione è un atto d’accusa definitivo: Simon Mario “per non aver né inteso né osservato questo negozio, ha inavvertentemente scoperto il suo fallo” (fr:29), dimostrando così che non solo non osservò i satelliti prima di Galileo, ma “non le vide né anco sicuramente due anni dopo” (fr:22).


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2 Il veleno dello scorpione e la bilancia del saggiatore: l’esordio della polemica celeste

Costretto a infrangere il proposito di silenzio, Galileo trasforma una controversia scientifica in una scherma di precisione, dove la maschera dell’avversario diventa il pretesto per svelare, col peso esatto delle parole, distorsioni e contraddizioni.

Il testo si apre con la confessione di una tregua forzata. Galileo, che aveva deciso di non pubblicare più per vivere quieto e «aver ammutite tutte le lingue» (fr:45), si vede trascinato di nuovo nella mischia perché altri, nascondendosi dietro uno pseudonimo, gli attribuiscono scritti non suoi. Il pretesto immediato è il Discorso delle Comete di Mario Guiducci: Lottario Sarsi, «persona del tutto incognita» (fr:48), lo ha additato come autore di quel testo e lo ha attaccato con fiera lite, costringendolo a rompere «la mia già stabilita risoluzione di non mi far più vedere in publico coi miei scritti» (fr:50). L’intento dichiarato è far sì che «almeno sconosciuta non resti la disconvenienza di questo fatto» e disincentivare chiunque voglia «molestare (come si dice) il mastino che dorme» (fr:50).

Galileo decide tuttavia di non strappare la maschera all’avversario, perché trattare con uno sconosciuto gli offre «campo a far più chiara la mia ragione» e «agevolezza ond’io spieghi più libero il mio concetto» (fr:52). La riflessione sulla maschera diventa un’analisi sociologica: chi si cela può essere un uomo vile che usurpa onori nobiliari, oppure un gentiluomo che, deposto il decoro, si concede la libertà di motteggiare e contendere senza rispetto. Credendo Sarsi appartenere a questa seconda categoria, Galileo si avvale del «privilegio conceduto contro le maschere» per trattarlo con altrettanta franchezza, senza che gli venga «pesata ogni parola» detta con troppa libertà (fr:54). L’intera opera è dedicata a Virginio Cesarini, scelto come spettatore imparziale capace di intendere la causa e reprimere l’audacia di chi, «mancando d’ignoranza ma non d’affetto appassionato», volesse stravolgere la ragione (fr:55).

Il meccanismo polemico prende forma già nel titolo. Galileo chiama la sua risposta Saggiatore, riprendendo la metafora ponderale dell’avversario ma correggendola: Sarsi ha usato «una stadera un poco troppo grossa», mentre lui si servirà di «una bilancia da saggiatori, che sono così esatte che tirano a meno d’un sessantesimo di grano» (fr:58). Con questa bilancia passerà al vaglio ogni proposizione, numerandola perché l’avversario possa rispondere senza tralasciare nulla. L’immagine non è solo strumentale: istituisce un diverso regime di precisione e trasforma la disputa in una verifica minuziosa.

Il primo saggio riguarda proprio il titolo dell’opera del Sarsi, Libra Astronomica e Filosofica. L’autore aveva giustificato la scelta con l’apparizione della cometa nel segno della Libra. Galileo nota la disinvoltura con cui Sarsi «comincia, tanto presto che più non era possibile, a tramutar con gran confidenza le cose per accommodarle alla sua intenzione» (fr:60). Contro la verità astronomica e contro il suo stesso maestro, il Sarsi ha forzato i fatti: il passo citato dal testo del Grassi affermava che la patria della cometa era lo Scorpione, non la Libra. Dunque, «molto più proporzionatamente, ed anco più veridicamente, se riguarderemo la sua scrittura stessa, l’avrebbe egli potuta intitolare L’astronomico e filosofico scorpione» (fr:63). Galileo rincara la dose richiamando Dante, per cui lo Scorpione è la «figura del freddo animale che colla coda percuote la gente», e osserva che le punture del Sarsi sono più gravi di quelle dello scorpione naturale, giacché quello ferisce solo se offeso, mentre Sarsi morde chi mai lo molestò. Tuttavia, c’è l’antidoto: «Infragnerò dunque e stropiccerò l’istesso scorpione sopra le ferite, onde il veleno risorbito dal proprio cadavero lasci me libero e sano» (fr:65). La scrittura stessa dell’avversario, sminuzzata e riapplicata, diventa il rimedio.

La disamina entra poi nel merito con i primi tre “saggi” numerati. Il primo smonta un’affermazione del proemio latino del Sarsi, che accusava Galileo di essere l’unico ad aver biasimato con asprezza la Disputazione del suo maestro. Galileo replica seccamente: «il suo detto è assolutamente falso» (fr:77); nel testo di Guiducci non si trova traccia di tale biasimo. Il secondo saggio isola la frase consolatoria del Sarsi: se il Discorso è dispiaciuto a Galileo, conforta che anche Aristotele e Ticone siano stati tassati con simile asprezza, così che la comunanza con ingegni eminentissimi parli da sé. Galileo coglie l’incoerenza: se chi impugna grandi autori va ignorato, allora il Grassi, che attaccò Aristotele, vi rientrerebbe. Invece Galileo e Guiducci lo hanno associato proprio a quei sommi, nobilitandolo, mentre il discepolo lo abbassa (fr:81-85). Infine, il terzo saggio ingrana sull’espressione «saltem aliquis», con la quale il Sarsi, riportando il parere di sapientissimi, diceva che fosse ben fatto che almeno qualcuno di basso rango esaminasse lo scritto di Galileo. Con ironia, Galileo finge di inchinarsi alla propria bassezza, ma si meraviglia che il Sarsi si auto-elegga a quel «saltem aliquis», svilendo se stesso. Avanza poi l’ipotesi di un errore di stampa: dove è scritto «ut esset saltem aliquis qui Galilæi disputationem diligentius expenderet» si dovrebbe leggere «ut esset qui saltem aliqua in Galilæi disputatione paulo diligentius expenderet» (fr:92). La correzione non è solo filologica: svela che il Sarsi ha esaminato solo «alcune minuzie di poco rilievo alla principale intenzione», tacendo le conclusioni e le ragioni principali perché in coscienza non poteva non approvarle, ma ciò sarebbe stato contro il suo scopo di «solamente dannare ed impugnare» (fr:93).

Questo incipit del Saggiatore condensa in sé i tratti più incisivi della scrittura galileiana: la scelta di un pubblico colto ma non specialistico, l’uso sapiente della metafora (la bilancia di precisione, lo scorpione), la capacità di trasformare una controversia scientifica in un processo alle intenzioni e alle procedure logiche dell’avversario. Sul piano storico, il passo documenta il clima rovente seguito alla pubblicazione del Discorso delle Comete (1619), in cui era in gioco non solo l’interpretazione di quei fenomeni celesti ma la credibilità stessa della fisica aristotelica e la cornice cosmologica entro cui Galileo stava muovendosi. La risposta non è un trattato alternativo, bensì un gesto pubblico di autodifesa che punta a smascherare il modus operandi di chi, celandosi dietro uno pseudonimo, deforma i fatti per delegittimare l’avversario. Così facendo, Galileo trasforma la necessità di replicare in un’opportunità per riaffermare il proprio metodo e mostrare, col saggio minuto delle parole altrui, quanto la verità di natura non possa essere accomodata a piacimento.


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3 Metodo e polemica nel “Saggiatore”: la difesa dell’autonomia della ricerca

Nel brano, Galileo risponde alle accuse di ingratitudine e di parzialità mossegli dal Sarsi (Orazio Grassi) a proposito della critica al gesuita sul tema delle comete, chiarendo i fondamenti del proprio metodo. La discussione si snoda attraverso la confutazione di addebiti personali e l’esposizione di errori tecnici, culminando in una celebre dichiarazione epistemologica.

Galileo respinge innanzitutto l’accusa di non aver ricambiato con lodi l’“onorevolezza” ricevuta dai Padri del Collegio Romano, che avevano tenuto lezioni pubbliche sulle sue scoperte. Con logica stringente, pone un dilemma: se quei Padri stimavano vere le sue teorie, pretenderne ora un elogio per dottrine che lui stesso giudica false sarebbe richiedere un’usura eccessiva; se le reputavano vane ma le esaltarono comunque, egli avrebbe preferito “che m’avessero levato d’errore e mostratami la verità” piuttosto che “la pompa delle vane ostentazioni” (fr:140). Per Galileo, il vero filosofo apprezza più l’utile di una correzione sincera che l’apparenza di un elogio sterile. Aggiunge poi di non aver potuto tacere, poiché lui e Mario Guiducci si erano pubblicamente impegnati a rendere note le loro opinioni, e il silenzio sarebbe apparso come una vigliacca ritrattazione: “il tacere poi sarebbe stato un tirarsi addosso un disprezzo e quasi derisione generale” (fr:142).

L’argomentazione si sposta sull’autorità scientifica. Il Sarsi lo accusa di aver biasimato il P. Grassi per aver seguito Tycho Brahe. Galileo replica che non si trova nella scrittura di Guiducci “buttato, come si dice, in occhio, né attribuito a mancamento al P. Grassi l’aver giurato fedeltà a Ticone e seguitate in tutto e per tutto le sue vane machinazioni” (fr:162). La discussione, precisa, riguardava solo le comete, per le quali Tycho aveva effettivamente scritto molto, e non ha senso tirare in ballo Tolomeo o Copernico, “i quali non trattaron mai d’ipotesi attenenti a comete” (fr:169). Galileo smonta poi la pretesa fedeltà di Grassi alle dimostrazioni tychoniche, rivelando gravi errori geometrici nell’opera dell’astronomo danese. Nel tentativo di calcolare la distanza della cometa del 1577, Tycho suppone retto un angolo che non può esserlo (“suppone l’angolo DAB esser retto; il che è molto lontano dal possibile” - fr:173), confonde la proporzionalità geometrica con l’immutabilità apparente delle stelle fisse, e cade in contraddizioni patenti: definisce due rette “parallele, e appresso dice che le si vanno a congiungere nel centro” (fr:178). Galileo conclude che “quando vero fusse ciò ch’in questo proposito ha scritto, cioè che quello abbia seguitate le ragioni e modi di dimostrar di Ticone”, il Grassi avrebbe sposato “essorbitanze” inaccettabili (fr:180).

Dal piano tecnico la polemica si allarga a una questione di principio. Galileo coglie nel Sarsi la “ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore”, quasi che senza il vincolo a un’autorità il nostro intelletto “dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda” (fr:187). A questa concezione libresca della conoscenza, Galileo contrappone una visione alternativa e fondativa del metodo scientifico moderno: “La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” (fr:189-190).

Solo l’osservazione diretta e il ragionamento matematico, incarnati dal telescopio e dalla geometria, possono svelare la reale costituzione del cosmo, come Galileo stesso afferma di aver fatto rendendo “vero e manifesto al senso” ciò che i sistemi precedenti non potevano provare (fr:192). In quest’ottica, la deplorazione della miseria intellettuale del secolo, che il Sarsi gli attribuisce, non è un vano lamento sterile: “a me pare che appunto per questo avrei causa di querelarmi, ed all’incontro le querimonie allora non ci avrebbon luogo, quando io potessi tor via l’infortunio” (fr:196). Il brano si configura così non solo come una difesa personale, ma come una lucida testimonianza della lotta per affermare l’autonomia della ricerca scientifica dal principio di autorità.


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4 Metodo e merito: realtà e apparenza nella disputa sulle comete

Galileo, per bocca del signor Mario, difende il rigore scientifico contro le consolazioni poetiche e le argomentazioni basate su presupposti non dimostrati, chiarendo che l’onere della prova sulla realtà fisica delle comete spetta a chi intende applicare loro la parallasse.

Il brano si colloca nel vivo della controversia tra Galileo e Orazio Grassi (lo pseudonimo Lotario Sarsi) sulla natura delle comete. Il testo si apre con una concessione ironica: gli spiriti raffinati presenti alla disputa avevano ritenuto opportuno “ut cometes, triste infaustumque vulgo portentum, placido aliquo verborum lenimento tractaretur, ac prope mitigaretur”“che la cometa, triste e infausto portento per il volgo, fosse trattata e quasi mitigata con un qualche dolce lenimento di parole” (fr:210). Lo stesso Sarsi ammette la levità della cosa e la necessità di liquidarla con leggerezza (frr.211-212).

Galileo, per voce del signor Mario, chiarisce di non disprezzare gli ornamenti letterari: le «vaghezze» del Grassi – dai natali ai funerali poetici della cometa, fino alla fiaccola accesa per il banchetto del Sole e di Mercurio – sono state lette con gusto perché, essendo il concetto sottostante già noto, non richiedevano dimostrazione (fr.213). Il limite è segnato con nettezza: “la natura non si diletta di poesie” (fr.214). La verità scientifica non si accontenta di un “fioretto poetico, al quale non succede poi frutto veruno”, e la finzione, indispensabile alla poesia, è incompatibile con la natura quanto “il trovar tenebre nella luce” (fr.214).

Con l’avvertimento “Venio nunc ad graviora”“Vengo ora a cose più gravi” (fr.217) – Sarsi passa ai tre argomenti addotti dal suo maestro per determinare la posizione della cometa: parallasse, moto e osservazioni telescopiche (fr.218). L’accusa è che Galileo cerchi di invalidarli, in particolare sostenendo che l’argomento della parallasse non ha peso “nisi prius statuatur, sint ne illa quæ observantur vera unoque loco consistentia, an vero in speciem apparentia ac vaga”“se prima non si stabilisce se le cose osservate siano vere e consistenti in un unico luogo, oppure soltanto apparenti e vaghe” (fr.220). Per Sarsi ciò è ozioso: si dà già per assodato che la cometa sia cosa reale, tanto che Galileo stesso, contro Aristotele, usa l’argomento della parallasse (frr.221-225).

La replica, affidata al signor Mario, smonta questo rilievo con una analisi stringente. Il Mario aveva scritto in generale che chi vuole usare la parallasse deve prima provare la realtà fissa dell’oggetto (fr.227). Sarsi lo travisa, fingendo che il Mario abbia preteso proprio da Grassi la dimostrazione di realtà contro Aristotele, il che sarebbe un controsenso, perché Aristotele considera già la cometa reale (fr.228). Ma – obietta Galileo – il Mario ha parlato in universale, non ha attribuito a Grassi quella specifica necessità. L’operazione di Sarsi è denunciata come un espediente retorico: “ha voluto abbarbagliar la vista al lettore, sì che gli resti concetto che il signor Mario abbia parlato a sproposito” (fr.230). La controreplica si chiude con un secco “il signor Mario non ha mai né scritte né pensate queste sciocchezze” (fr.231).

L’ultima sezione (frr.233-240) affronta le opinioni degli antichi – Anassagora, Pitagorici, Ippocrate di Chio ed Eschilo – che Sarsi chiama in causa per sostenere la realtà della testa della cometa. Il latino di Sarsi insiste: “Nemo tamen ex iis, cometam vanum omni ex parte oculorum ludibrium affirmarat”“Nessuno di loro aveva affermato che la cometa fosse in tutto e per tutto un vano inganno degli occhi” (fr.234). Al massimo ammettevano una chioma apparente, non una testa fittizia (frr.235-237). Secondo Sarsi, Galileo ha forzato i testi per far dire ai Pitagorici che l’intera cometa nasce da rifrazione. La critica culmina nella domanda retorica: perché privare la cometa della sua realtà se nessuno, tra gli autori seri, gliel’aveva mai contestata? (fr.239). Chiude la frecciata su Cardano e Telesio, filosofi “sterilem atque infelicem philosophiam nacti”“che abbracciarono una filosofia sterile e infelice” – e che “libros posteris, non liberos, reliquerunt”“lasciarono ai posteri libri, non figli” (fr.240).

Il valore storico di queste pagine sta nella testimonianza di un metodo: Galileo separa il linguaggio poetico, lecito come ornamento, dalla dimostrazione fisica, dove contano solo prove e definizioni operative. La parallasse può militare solo se prima si è definito l’oggetto come reale e localizzato; mancando tale dimostrazione, l’argomento è viziato in partenza. La disputa rivela così il cuore del dissidio tra una scienza che cerca l’invisibile dietro le apparenze e una tradizione che dà per scontato ciò che andrebbe provato.


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[5.1-28-274|301]

5 L’equivoco dell’apparente moto rettilineo e la confutazione delle difese di Sarsi

Dal dibattito astronomico sulla natura delle comete emerge un’analisi serrata delle fallacie logiche compiute da chi, come il padre Orazio Grassi (il Sarsi), difendeva acriticamente l’inferenza dal moto apparente a quello reale. Guiducci aveva già segnalato l’errore di ritenere che il moto rettilineo osservato implicasse necessariamente un moto per cerchio massimo, equivoco nel quale era caduto lo stesso Grassi, forse seguendo Tycho Brahe:

“Aveva il signor Guiducci, con quell’onestissimo fine d’agevolar la strada agli studiosi del vero, messo in considerazione l’equivoco che prendevano quegli che, dall’apparir la cometa mossa per linea retta, argumentavano il movimento suo esser per cerchio massimo, avvertendogli che, se bene era vero che il moto per cerchio massimo sempre appariva retto, non era però necessariamente vero il converso” – (fr:274).

La reazione del Sarsi, tesa a sminuire quell’avvertimento come superfluo, viene smontata in cinque passaggi principali, mostrando come la difesa del maestro lo avrebbe condotto a errori ancora maggiori.

Primo: la presunta superfluità dell’avvertimento. Il Sarsi sostiene che trattando con Aristotele e i Pitagorici, i quali mai avevano introdotto il moto retto per le comete, non occorreva escluderlo. Ma, obietta Galileo, se così fosse, anche la dimostrazione del moto per cerchio massimo sarebbe superflua, perché nessuno aveva introdotto il moto per cerchi minori. Quindi:

“Bisogna dunque al Sarsi, o trovar che quegli antichi abbiano scritto, le comete muoversi per cerchi minori, o confessare che il suo Maestro sia del pari stato superfluo nel considerare il moto per cerchio massimo, come sarebbe stato nel considerare il retto” – (fr:278).

Secondo: la mancata considerazione del moto retto nonostante Keplero. Il moto retto era stato attribuito alle comete da Keplero, che il Sarsi stesso menziona. Trascurare un’opinione già formulata è più grave che affrontare ipotesi mai proposte. Né vale la scusa che l’opinione kepleriana implicasse la mobilità della Terra, ritenuta inaccettabile: ciò avrebbe dovuto spingere a confutarla con ragioni naturali, non a ignorarla (fr:279-280).

Terzo: l’apparenza rettilinea non è esclusiva del moto retto. Qualsiasi movimento che si compia nel medesimo piano dell’occhio appare rettilineo. Il Sarsi stesso, poco più avanti, per giustificare l’allontanamento della cometa dal Sole oltre i 90 gradi, ammette moti non circolari, ovali o persino irregolari. Dunque:

“È necessario, o che l’istesso movimento sia or circolare or ovale or del tutto irregolare, secondo il bisogno del Sarsi, o ch’ei confessi la difesa pel suo Maestro esser difettosa” – (fr:282).

Quarto: anche ammettendo il moto circolare, l’apparenza retta non dimostra il cerchio massimo. Galileo chiarisce la distinzione tra cerchi massimi e minori: i pianeti medicei, Venere e Mercurio, pur descrivendo cerchi piccolissimi, appaiono muoversi in linea retta quando l’osservatore è nel loro stesso piano. L’osservazione del moto retto consente di concludere soltanto che il moto avviene nel piano dell’occhio – il piano di un cerchio massimo –, ma la traiettoria intrinseca può essere circolare di qualsiasi raggio o addirittura irregolare.

“Concludiamo per tanto che dall’apparirci un moto retto altro non si può concludere salvo che l’esser fatto, non per la circonferenza d’un cerchio massimo più che per quella d’un minore, ma solamente esser fatto nel piano che passa per l’occhio, cioè nel piano d’un cerchio massimo; e che in se stesso quel moto può esser fatto per linea circolare, ed anco per qual si voglia altra quanto si voglia irregolare, ché sempre apparirà retto; e che però, non essendo le due proposizioni già da noi essaminate convertibili, il prender l’una per l’altra è un equivocare, ch’è poi peccare in logica” – (fr:288).

Una fallacia analoga: l’allineamento coda-cometa-Sole. Galileo presenta un ulteriore esempio di ragionamento scorretto. Si è osservato che l’estremità della coda, la testa della cometa e il centro del disco solare giacciono su una medesima retta; da ciò è nata la congettura che la coda sia una rifrazione della luce solare diametralmente opposta al Sole. Ma anche qui l’apparente collinearità prova solo che i tre punti sono nel medesimo piano dell’occhio, non che una linea materiale passi attraverso di essi. Così come Marte o la Luna possono apparire tra due stelle fisse senza che la congiungente le stelle attraversi il pianeta (fr:291-293).

Quinto: l’incostanza del discorso del Sarsi. Verso la conclusione, il Sarsi si propone di mostrare quanto male Guiducci abbia attribuito il moto retto alla cometa, ma subito dopo afferma che non occorre escluderlo perché è «certo e manifesto» che tale moto non si trova nelle comete. Questa contraddizione è resa più acuta dal fatto che, a detta dello stesso Sarsi, nessuno ha mai considerato seriamente quel moto se non Keplero, il quale però lo introduce come possibile e vero anziché confutarlo.

“Parmi che ’l Sarsi, sentendosi di non poter far altro, cerchi d’avviluppare il lettore: ma io cercherò di disfare i viluppi” – (fr:299).

Il testo si chiude sull’incipit di un’obiezione latina, che riprende la discussione sul moto della cometa attorno al Sole:

“Sed dum illud præterea hoc loco nobis obiicit: ‘Si cometes circa Solem ageretur, cum integro quadrante ab eodem Sole recesserit, futurum aliquando ut ad Terram usque descenderet’, non venit illi in mentem fortasse, non uno modo circa Solem cometam agi potuisse” – (fr:301) [Ma mentre ci obietta inoltre a questo proposito: «Se la cometa si muovesse intorno al Sole, una volta allontanatasi di un intero quadrante dal Sole, potrebbe accadere che scendesse fino alla Terra», non gli è forse venuto in mente che la cometa avrebbe potuto muoversi intorno al Sole in più di un modo].

L’intero brano costituisce una testimonianza esemplare del procedere galileiano: il rifiuto di inferenze semplicistiche dall’apparenza visiva, l’analisi logica delle proposizioni convertibili e non convertibili, la richiesta di rigore argomentativo anche contro l’autorità di grandi nomi. Nel contesto storico della polemica cometaria, queste pagine rafforzarono la posizione di chi, come Galileo, difendeva un’astronomia fondata sulla geometria e sull’osservazione critica, evitando di piegare i fenomeni a schemi precostituiti.


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6 La confutazione logica di Galileo: ingrandimento apparente e illuminazione nel cannocchiale

Un anonimo critico, replicando alle accuse di Galileo contro il proprio maestro, smonta punto per punto il ragionamento sull’incremento infinito delle stelle osservate al telescopio e rivendica per lo strumento la capacità di illuminare gli oggetti celesti concentrandone i raggi.

L’autore prende le mosse da un’accusa personale: Galileo avrebbe rimproverato al suo maestro imperizia logica. Per tutta risposta, il critico si propone di verificare con pochi esempi quanto lo stesso Galileo rispetti le leggi della logica. “Sed quando Magistro meo logicæ imperitiam Galilæus obiecit, patiatur experiri nos, quam exacte eiusdem ipse facultatis leges servaverit” – (fr:329) [Ma quando Galileo ha rimproverato al mio maestro imperizia logica, permetta che si verifichi con quanta esattezza egli stesso abbia osservato le leggi di questa facoltà].

Il primo bersaglio è l’affermazione galileiana secondo cui le stelle, osservate al telescopio, avrebbero ricevuto un incremento minimo, quasi insensibile, mentre quelle prima invisibili avrebbero subìto un incremento infinito. “Dixeramus, stellas tubo inspectas minimum, ad sensum, incrementum suscepisse” – (fr:330) [Avevamo detto che le stelle osservate al cannocchiale ricevevano, al senso, un minimo incremento]; e Galileo controbatte: “Sed cum stellæ … quæ perspicacissimos quosque oculos fugiunt, per tubum conspiciantur, non insensibile, sed infinitum potius, incrementum … accepisse dicendæ erunt” – (fr:331) [Ma poiché moltissime stelle, che sfuggono agli occhi più acuti, si scorgono col cannocchiale, si deve dire che da esso hanno ricevuto non un incremento insensibile, ma piuttosto infinito].

L’autore nega recisamente che si possa inferire un incremento infinito, né alcun incremento in senso proprio. Il passaggio dal non esser visto all’esser visto non costituisce un augmentum, perché ogni crescita presuppone qualcosa di precedente; come il mondo, al momento della creazione, non si dice infinitamente accresciuto poiché prima non esisteva nulla. “Neque mundum, cum primum a Deo creatus est, infinite auctum dicimus, cum nihil antea præfuisset: est enim augeri, fieri aliquid maius, cum prius esset minus” – (fr:334) [Né diciamo che il mondo, quando fu creato da Dio per la prima volta, sia stato infinitamente accresciuto, poiché prima non esisteva nulla: crescere significa infatti diventare più grande, quando prima era più piccolo]. Dunque, dalla semplice apparizione di qualcosa che prima non si vedeva non si può dedurre un incremento infinito, neppure nella ragione del visibile.

Ma anche concedendo di chiamare aumento il passaggio dal non essere all’essere, il ragionamento di Galileo si scontra con un’altra sua dichiarazione: il telescopio ingrandisce ogni cosa nella stessa proporzione. Se esso moltiplica per cento le stelle visibili a occhio nudo, nella medesima proporzione dovrà accrescere anche quelle minuscole che prima sfuggivano, una volta portate alla vista. “Si ergo stellas, quas nudis oculis videmus, auget in certa ac determinata proportione … illas etiam minimas … cum in aspectum profert, in eadem proportione augebit: non igitur infinitum erit illarum incrementum” – (fr:338) [Se dunque ingrandisce in una proporzione certa e determinata le stelle che vediamo a occhio nudo … anche quelle minime, quando le porta ad apparire, le ingrandirà nella stessa proporzione: non sarà infinito il loro incremento]. L’infinito, aggiunge, non ammette alcuna proporzione.

L’errore logico di fondo, insiste il critico, è uno scivolamento di significato. Per concludere che vi sia un incremento infinito nella quantità apparente, occorrerebbe dimostrare una distanza infinita tra la quantità vista e quella non vista, ma Galileo equivoca tra «incremento nella ragione del visibile» e «incremento nella ragione della quantità». “Cum quid transit de non visibili ad visibile, augetur infinite … distinguenda erit maior: augentur infinite in ratione visibilis, esto; augentur in ratione quanti, negatur” – (fr:340) [Quando qualcosa passa da non visibile a visibile, cresce infinitamente … bisognerà distinguere la premessa maggiore: cresca pure infinitamente nella ragione del visibile; si nega che cresca nella ragione della quantità]. Di conseguenza si potrà concedere che le stelle siano aumentate in quanto visibili, non in quanto quantità – “augentur in ratione visibilis, non autem in ratione quanti” – (fr:341). Lo scarto tra la premessa e la conclusione, secondo l’autore, viola le leggi della logica che Galileo pretende di difendere.

Il terzo argomento nega addirittura che dall’apparire delle stelle si possa inferire alcun tipo di aumento. La regola logica vuole che quando un effetto può provenire da più cause, non si possa dedurre dall’effetto una sola di esse. “Logicorum enim lex est, quotiescumque effectus aliquis a pluribus causis haberi potest, male ex effectu ipso unam tantum illarum inferri” – (fr:344) [Infatti è legge dei logici che, ogni volta che un effetto può essere prodotto da più cause, dall’effetto stesso non si deduca correttamente una sola di esse]. Il diventare visibile quando prima non lo si era può dipendere da fattori molteplici: l’oggetto può restare immutato ma aumentare la potenza visiva, rimuovere un impedimento, usare uno strumento che renda la vista più forte; oppure, a potenza invariata, l’oggetto può essere illuminato più chiaramente, avvicinarsi all’occhio o ingrandirsi materialmente. “Posse autem hunc effectum a pluribus causis haberi, apertissimum esse arbitror” – (fr:346) [Ritengo del tutto evidente che questo effetto possa derivare da molte cause]. Se qualcuno aprisse semplicemente gli occhi, tutte le cose gli apparirebbero ugualmente accresciute all’infinito, poiché prima non le vedeva e ora le vede.

E anche a pretendere di limitare il discorso al cannocchiale, lo strumento produce la visibilità in almeno due modi: portando gli oggetti all’occhio sotto un angolo maggiore (donde l’ingrandimento) oppure concentrando raggi e specie visive in modo che agiscano con più efficacia. “Tubus enim ipse non uno tantum modo ea, quæ sine illo non videntur, in conspectum profert; primo quidem, obiecta sub maiori angulo ad oculum ferendo … secundo, radios ac species in unum cogendo” – (fr:349) [Il cannocchiale infatti non porta alla vista in un solo modo le cose che senza di esso non si vedono: in primo luogo conducendo gli oggetti all’occhio sotto un angolo maggiore … in secondo luogo concentrando i raggi e le specie in uno]. Perciò dall’apparire delle stelle non si poteva dedurre soltanto l’ingrandimento.

L’ultima critica investe una falsa divisione. Galileo avrebbe ripartito gli effetti del cannocchiale dicendo, a suo dire, che o esso ingrandisce le stelle oppure le illumina. “Specillum vel stellas auget, vel easdem illuminat; non auget, ergo illuminat” – (fr:352). Ma una divisione corretta deve includere tutte le membra; qui si omette proprio l’effetto più proprio, la concentrazione dei raggi, e si include l’illuminazione che, secondo lo stesso Galileo, non può essere prodotta dallo strumento. La divisione è dunque viziata: “vitiosa igitur fuit eiusdem divisio” – (fr:353).

L’autore, tuttavia, non si limita alla pars destruens. Ribalta la posizione avversaria annunciando una prerogativa che Galileo non avrebbe osato attribuire al proprio strumento: “quid si quam ipse prærogativam tubo suo tribuere non audet, illam ego eidem tribuendam esse ostendero?” – (fr:355) [Che dire se io mostrerò che al suo cannocchiale va attribuita quella prerogativa che egli non osa attribuirgli?]. La tesi è ardita: “tubus luminosa omnia magis illuminat” – (fr:357) [il cannocchiale illumina maggiormente tutte le cose luminose]. Il ragionamento sfrutta l’analogia con l’ingrandimento. Come il telescopio ingrandisce perché conduce gli oggetti all’occhio sotto un angolo maggiore, così, concentrando raggi dispersi in un punto quasi unico, rende il cono visivo, o piramide luminosa, molto più lucente; porta quindi le cose luminose all’occhio con una piramide più splendida, e a buon diritto si può dire che le illumina. “Quemadmodum enim angulus maior vel minor … rem maiorem minoremve ostendit, ita piramis magis minusve luminosa … idem obiectum lucidum magis aut minus monstrabit” – (fr:360) [Come un angolo maggiore o minore mostra la cosa più grande o più piccola, così una piramide più o meno luminosa mostrerà lo stesso oggetto lucido più o meno].

La ragione e l’esperienza confermano l’effetto della concentrazione dei raggi. “Lumen idem, quo minori compræhenditur spatio, eo magis illuminare locum in quo est” – (fr:362) [La medesima luce, quanto più piccolo è lo spazio in cui è racchiusa, tanto più illumina il luogo in cui si trova]. L’esperienza della lente ustoria esposta al Sole lo prova in modo lampante: i raggi riuniti in un punto non solo bruciano legno e fondono piombo, ma quasi accecano gli occhi con quel fulgore intensissimo.

Il testo costituisce una preziosa testimonianza del dibattito logico-epistemologico suscitato dalle scoperte telescopiche. L’autore, armato dell’apparato concettuale scolastico, smaschera le ambiguità terminologiche di Galileo, richiama i canoni della divisio e della pluralità delle cause, e nel contempo intravede una proprietà ottica che andava oltre la semplice magnificazione: la capacità del cannocchiale di radunare la luce, anticipando in modo embrionale il moderno concetto di potere di raccolta luminosa.


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7 La polemica sul linguaggio scientifico: logica, ottica e telescopio in una disputa galileiana

Un’accesa controversia epistolare diviene l’occasione per un trattato sottile e ironico sulla corretta interpretazione dei termini, sulla natura del ragionamento logico e sul funzionamento del telescopio, rivelando le profonde incomprensioni tra una scienza basata sull’osservazione diretta e una ancorata a categorizzazioni aristoteliche.

Il brano costituisce una serrata confutazione delle accuse di “pessimo logico” mosse dal Sarsi (pseudonimo del gesuita Orazio Grassi) contro il signor Mario (Guiducci, allievo di Galileo) e, per estensione, contro lo stesso Galileo. La disputa verte sull’interpretazione delle scoperte telescopiche e sulla terminologia appropriata per descriverle. Galileo smonta le critiche del Sarsi non solo difendendo il proprio operato, ma ribaltando l’accusa per dimostrare come sia il suo avversario a mostrare “poco intendente di logica, mentr’ei piglia per assoluto quello ch’è detto in relazione” (fr:367) [poca comprensione della logica, mentre egli prende per assoluto ciò che è detto in senso relativo].

Il cuore del primo confronto è l’uso del termine “infinito”. Il Sarsi aveva attaccato la definizione di “accrescimento infinito” data da Mario alla capacità del telescopio di rendere visibili stelle prima invisibili. Galileo chiarisce che l’espressione era relativa: come un guadagno enorme su un capitale minimo si può dire iperbolicamente infinito, così “l’acquisto di mille sopra il niente più tosto si deva chiamare infinito che nullo” (fr:369) [l’acquisto di mille sul niente si debba chiamare più tosto infinito che nullo]. Irride poi l’eccessivo puntiglio del Sarsi, notando come termini come “infinito” siano comunemente usati in luogo di “grandissimo”, citando l’esempio scritturale: “Stultorum infinitus est numerus” (fr:373) [Il numero degli stolti è infinito], chiedendo provocatoriamente se il Sarsi vorrebbe “ingaggiarla seco” (fr:374) [combattere con lui] per sostenere la falsità letterale di tale affermazione.

La controversia prosegue sull’uso del termine “accrescimento”. Se per il Sarsi, poiché una stella invisibile non ha una quantità visibile preesistente, non si può parlare di accrescimento ma solo di “transito dal non essere all’essere” (fr:377) [passaggio dal non essere all’essere], Galileo nota l’assurdità di tale logica. Il telescopio, infatti, opera nella stessa maniera per tutti gli oggetti; sarebbe quindi ridicolo affermare che per le lettere minuscole compie un “transito” e per le maiuscole un “ingrandimento” (fr:378). Introduce poi un’ipotesi fisica cruciale: anche gli oggetti lontanissimi e invisibili a occhio nudo inviano le loro “specie” fino a noi, ma “sotto angoli così acuti che restino al senso nostro impercettibili e come nulle” (fr:380) [sotto angoli così acuti che rimangono impercettibili e come nulle al nostro senso]. Su questa base, il telescopio non crea dal nulla, ma accresce una realtà preesistente, seppur impercettibile.

Questa argomentazione conduce Galileo a esporre una scoperta scientifica rilevante. Spiegando la natura della luce stellare, afferma che il “fulgore ascitizio” (fr:382) [raggiamento aggiuntivo] delle stelle non è reale ma “è nel nostro occhio” (fr:382); la specie che giunge dalla stella è “nuda e terminatissima” (fr:382). Ne consegue una conclusione sorprendente sulla natura delle nebulose e della Via Lattea: “le nubilose, ed anco tutta la Via Lattea, in cielo non son niente, ma sono una pura affezzione dell’occhio nostro” (fr:384) [le nebulose, e anche tutta la Via Lattea, in cielo non sono nulla, ma sono una pura affezione del nostro occhio]. Esse, come dimostrato, non sono altro che un “aggregato di molte stelle minute” (fr:383) i cui deboli raggi, congiungendosi nella nostra percezione, creano l’aspetto di una “piazzetta biancheggiante” (fr:383) [una piccola chiazza biancastra], un puro effetto percettivo che scomparirebbe per un osservatore dalla vista abbastanza acuta.

Nell’ultima parte del brano, Galileo affronta l’accusa di errore logico per non aver escluso tutte le altre possibili cause del fenomeno. Con feroce ironia, elenca le cause triviali proposte dal Sarsi—dall’aprire gli occhi all’avvicinare gli oggetti—, dimostrando come queste accuse ricadano “tutte addosso al vostro Maestro” (fr:391), colpevole di aver attribuito l’ingrandimento al solo telescopio senza escludere cause alternative. L’argomentazione più sottile si concentra sulla presunta duplice operazione del telescopio: “portar gli oggetti a gli occhi sotto angolo maggiore” e “l’unire i raggi e le specie” (fr:397). Galileo smonta la critica mostrando come queste due operazioni non siano alternative separabili, ma siano “una cosa medesima” (fr:407) che concorre sempre insieme. Pertanto, inferire una sola delle due cause da un effetto che le richiede entrambe non è un errore logico, poiché “quando le cause sieno tra di loro inseparabili, sì che necessariamente concorrano sempre tutte, se ne può ad arbitrio inferir qual più ne piace” (fr:403) [quando le cause siano tra loro inseparabili, così che necessariamente concorrano sempre tutte, se ne può inferire a piacimento quale più ci aggrada].

Il testo si chiude liquidando definitivamente l’ultima censura, nata da un’interpretazione letterale di un’espressione retorica di Mario, il quale non intendeva affatto proporre una reale divisione delle funzioni del telescopio, ma usava un “modo di parlare usitatissimo” (fr:409) per confermare una verità per contrasto. Galileo conclude con una sprezzante concessione: il Sarsi si era “entrato in umore di scrivere in contradizzione” (fr:412) ed è stato costretto ad attaccarsi, come si suol dire, “alle funi del cielo” (fr:412) [ai fili del cielo, ovvero a qualsiasi appiglio], mostrando di aver fatto “l’impossibile” (fr:413) pur di trovare appigli polemici, anche a costo di rivelare la propria inconsistenza logica.


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8 La difesa dell’invenzione e l’ironia del metodo

Sezione del testo dedicata alla polemica diretta di Galileo contro le insinuazioni del Sarsi circa la paternità del telescopio e la validità dei suoi argomenti scientifici, dove l’autore intreccia la cronaca personale della scoperta con una serrata confutazione logica e retorica.

Galileo apre con un’accorata protesta contro il tentativo di sminuire il suo ruolo, paragonando l’atto a un paradosso affettivo: “Mentre voi sete su ’l maneggio d’interessarmi in oblighi grandi per li beneficii fatti a questo ch’io reputavo mio figliuolo, mi venite dicendo che non è altro ch’un allievo? Che rettorica è la vostra? Avrei più tosto creduto che in tale occasione voi aveste avuto a cercar di farmelo creder figliuolo, quando ben voi foste stato sicuro che non fusse.” (fr:461-463) [Mentre siete impegnati a coinvolgermi in grandi obblighi per i benefici fatti a questo che reputavo mio figlio, mi venite a dire che non è altro che un allievo? Che retorica è la vostra? Avrei piuttosto creduto che in tale occasione avreste cercato di farmelo credere figlio, anche se foste stato certo che non lo fosse.].

Per ristabilire la verità, ripercorre la cronaca esatta dell’invenzione, già resa pubblica. Colloca l’evento a Venezia, dove giunse la notizia di un occhiale presentato al conte Maurizio da un Olandese: “Su questa relazione io tornai a Padova, dove allora stanziavo, e mi posi a pensar sopra tal problema, e la prima notte dopo il mio ritorno lo ritrovai, ed il giorno seguente fabbricai lo strumento, e ne diedi conto a Vinezia” (fr:465) [Su questa informazione tornai a Padova, dove allora stanziavo, e mi misi a pensare a tale problema; la prima notte dopo il mio ritorno lo scoprii, il giorno seguente fabbricai lo strumento e ne diedi conto a Venezia]. Sei giorni dopo un modello più perfetto fu ammirato dai gentiluomini della Repubblica. L’atto finale fu la presentazione al Principe in pieno Collegio, con una ricompensa che testimonia la stima ricevuta: fu confermato a vita nella sua cattedra allo Studio di Padova “con dupplicato stipendio di quello che avevo per addietro, ch’era poi più che triplicato di quello di qualsivoglia altro mio antecessore” (fr:467) [con stipendio raddoppiato rispetto a quello che avevo in precedenza, che era poi più che triplicato di quello di qualsiasi altro mio predecessore]. A riprova, chiama a testimoni i contemporanei ancora in vita.

L’autore affronta poi l’obiezione che la notizia dell’esistenza dell’occhiale gli fosse stata di aiuto determinante. Distingue due aspetti: l’avviso svegliò la volontà di applicarsi, ma “il ritrovar la risoluzion d’un problema segnato e nominato, è opera di maggiore ingegno assai che ’l ritrovarne uno non pensato né nominato, perché in questo può aver grandissima parte il caso, ma quello è tutto opera del discorso” (fr:470) [il trovare la soluzione di un problema segnalato e nominato è opera di ingegno assai maggiore che trovarne uno non pensato né nominato, perché in questo il caso può avere una grandissima parte, ma quello è tutto opera del discorso]. L’Olandese, “semplice maestro d’occhiali ordinari”, giunse all’invenzione per caso, combinando lenti; Galileo, invece, per via di discorso.

Il ragionamento deduttivo è esposto in modo lineare. L’artificio non può consistere in un vetro solo: “la concava gli diminuisce, e la convessa gli accresce bene, ma gli mostra assai indistinti ed abbagliati; adunque un vetro solo non basta per produr l’effetto” (fr:474) [la concava li diminuisce, la convessa li ingrandisce sì, ma li mostra molto indistinti e offuscati; dunque un solo vetro non basta per produrre l’effetto]. Nemmeno l’unione di un vetro a superfici parallele con un altro funziona, poiché il primo non altera nulla. La soluzione si restrinse quindi alla combinazione degli altri due: “cioè del convesso e del concavo, e vidi come questa mi dava l’intento: e tale fu il progresso del mio ritrovamento, nel quale di niuno aiuto mi fu la concepita opinione della verità della conclusione” (fr:476) [cioè del convesso e del concavo, e vidi come questa mi dava l’intento; e tale fu il progresso della mia scoperta, nella quale per nulla mi fu d’aiuto la concepita certezza della verità della conclusione].

Galileo passa poi a smontare l’argomento del minimo ingrandimento, usato dal maestro del Sarsi (padre Grassi) per provare la lontananza della cometa. Ironizza sulla scusa del Sarsi che il maestro non vi avesse mai attribuito molta stima, provata dalla brevità con cui lo scrisse: “Al che io rispondo che non dalla moltitudine, ma dall’efficacia delle parole si deve argumentar la stima che altri fa delle cose dette” (fr:479) [Al che rispondo che non dalla moltitudine, ma dall’efficacia delle parole si deve giudicare la stima che altri fa delle cose dette]. La vera ragione del poco credito interno è un’altra: l’incongruenza di collocare la cometa, che come le stelle fisse non subisce ingrandimento, sotto il Sole, il quale invece “pur ricresce in superficie quelle medesime centinaia e migliaia di volte” (fr:480) [pur cresce in superficie quelle medesime centinaia e migliaia di volte].

Galileo loda l’artificio retorico del Grassi, che avrebbe cortesemente applaudito l’argomento per non dispiacere agli amici, mentre ai più intendenti mostrava sottomano la sua intelligenza. Un comportamento paragonato all’atto magnanimo di un gran signore che, per non interrompere la gioia di un giovane avversario, “gettò il flussi a monte” (fr:481) [gettò il flusso a monte, cioè si ritirò dal gioco] nonostante la vittoria promessa. In contrapposizione, loda l’approccio più severo del signor Mario, che ha preferito “medicare i difetti e tor via gli errori con qualche passione degl’infermi, che fomentargli e fargli maggiori per non gli disgustare” (fr:482) [curare i difetti e rimuovere gli errori con qualche sofferenza per gli infermi, piuttosto che fomentarli e renderli maggiori per non disgustarli]. Conclude con distaccata serenità, dichiarando di non aver mai creduto che il maestro del Sarsi avesse intenzione di offenderlo.


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9 La confutazione delle fallacie logiche e geometriche sull’ingrandimento telescopico

Galileo, rivolgendosi al Sarsi, smonta sistematicamente la tesi secondo cui il diverso ingrandimento degli oggetti nel telescopio dipenderebbe principalmente dalla loro distanza, mostrando come l’avversario costruisca un ragionamento viziato da divisioni incomplete e da un’errata concezione della causalità.

Il discorso prende le mosse da un’apparente concessione. Galileo ammette che, per vedere oggetti vicinissimi, sia necessario un telescopio più lungo e che una canna più lunga mostri gli oggetti più grandi. Tuttavia, l’errore del Sarsi si annida nella premessa stessa del sillogismo: la divisione degli oggetti visibili in soli “vicini” e “lontani”, senza definire un confine. Come un abile logico, Galileo incalza l’avversario chiedendogli di collocare la Luna in una di queste due classi, smascherandone l’insostenibile ambiguità: “Imperocché domando io adesso a lui, s’ei ripone la Luna nella classe degli oggetti vicini, o pure in quella de’ lontani.” (fr:509). Se il Sarsi la pone tra i lontani, ne conseguirebbe che la Luna s’ingrandisce poco, contraddicendo la tesi del suo Maestro, che la voleva assai ingrandita rispetto alla cometa; se la mette tra i vicini, allora il termine “vicino” non si può restringere alle mura di una stanza, ma va ampliato sino al cielo della Luna. Così facendo, Galileo mostra che il Sarsi ha creato una divisione monca, un errore logico che rende il termine “vicino” del tutto relativo e inservibile: “Le cose del mondo o son grandi o son piccole”, nella qual proposizione non è verità né falsità, e così anco non è nel dire: “Gli oggetti o son vicini o son lontani” (fr:513). Da questa indeterminatezza nasce la possibilità di giocare con le parole, definendo la Luna ora vicina, ora lontanissima a seconda del proprio tornaconto, godendo del vantaggio di aver “la carta dipinta da tutte due le bande” (fr:514).

Il secondo dubbio affronta la natura della causalità. Galileo accusa il Sarsi di confondere la causa per accidens con la causa per se, aggravando la posizione del suo Maestro. Il ragionamento del Sarsi era: la vicinanza dell’oggetto obbliga ad allungare il telescopio, e l’allungamento causa un maggiore ingrandimento; dunque la vicinanza è causa del maggiore ingrandimento. Galileo smonta questa catena causale con un’efficace analogia: “qui mi pare che il Sarsi, in cambio di sollevare il suo Maestro, l’aggravi maggiormente, facendolo equivocare dal per accidens al per se; in quel modo ch’errerebbe quegli che volesse metter l’avarizia tra le regole de sanitate tuenda, e dicesse: «L’avarizia è causa di viver sobriamente, la sobrietà è causa di sanità, adunque l’avarizia mantien sano» (fr:517). L’allungamento del canocchiale, spiega, ha lo scopo primario di rimuovere la confusione dell’immagine, non di ingrandirla; l’ingrandimento è un effetto secondario e non voluto. La vicinanza è dunque solo un’occasione remota, non la causa propria del fenomeno.

Stabilita la logica, Galileo introduce il terzo e decisivo argomento, fondato sull’esperienza. La vera causa dell’ingrandimento è una sola: la lunghezza del telescopio. Solo variando l’allungamento dello strumento si ottiene un diverso ingrandimento, indipendentemente dalla distanza dell’oggetto osservato: “avvenga che, sia pur l’oggetto in qualsivoglia lontananza, ad ogni minimo allungamento ne séguita manifesto ingrandimento; ma all’incontro, tuttavolta che lo strumento si riterrà nella medesima lunghezza, avvicinisi pur quanto si voglia l’oggetto… non però il ricrescimento sopra l’apparenza dell’occhio libero si farà punto maggiore” (fr:519). La conseguenza pratica per l’osservazione astronomica è radicale: poiché per distanze oltre il mezzo miglio non è necessario modificare la lunghezza del telescopio per ottenere un’immagine nitida, tutti gli oggetti celesti – la Luna, Giove, le stelle fisse – subiscono il medesimo ingrandimento. Anche ammettendo, per pura concessione, una differenza minima, la tesi avversaria crollerebbe comunque, poiché la difesa del Sarsi richiederebbe che le stelle fisse non crescessero affatto in modo sensibile, mentre nella realtà l’ingrandimento sarebbe quasi identico a quello della Luna.

L’ultima critica si appunta sulla geometria della visione naturale invocata dal Sarsi. Questi sosteneva che l’angolo visuale, pur continuando a diminuire con l’aumentare della distanza, si riducesse sempre più lentamente fino a diventare insensibile. Galileo lo corregge seccamente, affermando il contrario: “io son di contrario parere, e dico che la diminuzione dell’angolo si va facendo sempre con maggior proporzion, quanto più l’oggetto s’allontana” (fr:527). Introduce poi una distinzione fondamentale sulla misurazione delle grandezze apparenti, che non si devono determinare dagli angoli visuali, bensì dalle corde degli archi sottesi a detti angoli, le quali diminuiscono in proporzione esattamente contraria all’aumentare della distanza: “il diametro, verbigrazia, d’un cerchio, veduto in distanza di cento braccia, mi si rappresenta giusto la metà di quello che m’apparrebbe dalla distanza di braccia cinquanta” (fr:528). Anche usando impropriamente gli angoli, il rapporto di diminuzione è comunque più sfavorevole alla tesi del Sarsi, procedendo in proporzione sempre maggiore e non minore.

Il brano si chiude con un’arguta analogia ripresa dalle parole latine del Sarsi. All’obiezione che un telescopio allungato non sia lo stesso strumento, Galileo ribatte attraverso l’esempio della voce e degli strumenti musicali: “Si quis igitur cum amico colloquens leni sono verba formaverit, ut scilicet e propinquo exaudiatur; мох alium conspicatus e longinquo, contentissima illum voce inclamarit; alio atque alio illum uti gutture atque ore dixeris, quod hæc vocis instrumenta illic contrahi, hic dilatari atque extendi necesse sit?” (fr:535) [Se dunque qualcuno, parlando con un amico, userà un tono di voce sommesso, così da farsi udire da vicino; e poi, scorto un altro da lontano, lo chiamerà con voce altissima; diresti forse che egli usa una gola e una bocca diverse, perché questi strumenti vocali qui è necessario che si contraggano, là si dilatino e si estendano?]. Conclude con l’immagine del suonatore di tromba che, allungando e accorciando lo strumento per produrre note gravi e acute, non per questo si pensa stia usando uno strumento diverso. L’identità del telescopio, e con essa la solidità dell’argomentazione galileiana, è così saldamente riaffermata.


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10 L’equivoco del telescopio e la logica del Sarsi

Un’analisi serrata di Galileo Galilei sull’uso del cannocchiale e sugli errori logici del suo avversario nella disputa sulle comete.

L’argomentazione galileiana si concentra sull’inesattezza formale e sostanziale del ragionamento di Sarsi. Galileo dichiara apertamente di voler dimostrare la nullità del sillogismo avversario, affermando: “Ma della nullità del presente sillogismo, per quanto appartiene alla materia di che si tratta, siacene testimonio che io su le sue medesime pedate procederò a dimostrar concludentemente il contrario” - (fr:559). Egli smonta la premessa che tutti gli oggetti, da una certa distanza in poi, richiedano il medesimo strumento e dunque ricevano il medesimo ingrandimento, sottolineando come Sarsi abbia concluso “cosa contraria all’intenzion mia” (fr:561).

L’analisi si sposta poi su un equivoco fondamentale. Galileo lo definisce un errore concettuale nell’uso dei termini: “Nell’ultima chiusa di questo periodo, dov’egli dice che il telescopio or lungo or corto si può chiamar il medesimo strumento, ma diversamente usurpato, vi è, s’io non m’inganno, un poco di equivoco; anzi parmi che il negozio proceda tutto all’opposito, cioè che lo strumento sia diverso, e l’usurpamento o vero applicazione sia la medesima a capello” - (fr:562). Galileo distingue con precisione: un’ancora usata per ormeggiare o per prendere balene (con un riferimento al mito di Orlando) è il medesimo strumento applicato a usi diversi. Al contrario, l’uso del telescopio è sempre lo stesso, “perché sempre s’applica a riguardar oggetti visibili; ma lo strumento è ben diversificato, mutandosi in esso cosa essenzialissima, qual è l’intervallo da vetro a vetro” - (fr:564). Da qui la sentenza definitiva: “È adunque manifesto l’equivoco del Sarsi” - (fr:565).

Il resoconto prosegue con l’analisi di una ritirata argomentativa. Galileo nota come la sua predizione si stia avverando e come Sarsi stia abbandonando la sua tesi iniziale: “Or qui mi pare che si cominci a vedere una gran ritirata ed una confession manifesta: prima, che la diversità delle lontananze degli oggetti non sia più la vera causa de’ diversi ingrandimenti” - (fr:573). La nuova spiegazione addotta è che il modesto ingrandimento apparente delle stelle non dipenda dalla loro distanza, ma da un’illusione ottica: l’occhio nudo vede un vasto irraggiamento che il telescopio rimuove, mostrando il corpo nudo della stella. Galileo riassume la posizione di Sarsi, dicendo che le stelle “quanto all’apparenza […] pur mostrano di ricrescer pochissimo, perloché io non mi devo maravigliare ch’eglino ciò abbiano detto, poi ch’ei non ricercavano la causa di tale aspetto, ma solamente l’aspetto istesso” - (fr:574).

Di fronte a questa ritrattazione, Galileo reagisce con una meraviglia crescente, rivolgendo un’accusa di plagio intellettuale: “E prima, io non poco mi meraviglio nel vedervi portar questo precedente discorso con maniera dottrinale, quasi che voi lo vogliate insegnare a me, mentre l’avete di parola in parola imparato voi dal signor Mario” - (fr:576). Ma è la confutazione logica finale a essere implacabile. Galileo riduce all’assurdo la pretesa di Sarsi di considerare il solo effetto (l’insensibile ingrandimento) isolandolo dalla sua causa, per trarne una conclusione sulla lontananza della cometa. Con un ragionamento per analogia, mostra come da premesse simili si possano dedurre conseguenze senza senso: “Adunque la cometa è lontanissima, perché anco le fisse sono lontanissime […] Adunque la cometa è incorruttibile, perché le fisse sono incorruttibili […] Adunque la cometa scintilla, perché le fisse scintillano” - (fr:580). La conclusione è che senza una necessaria connessione causale tra l’effetto osservato e la proprietà che si vuole dedurre, il sillogismo è logicamente nullo.


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[11.1-57-700|756]

11 Illusione e realtà nella confutazione galileiana della natura cometaria

Attraverso l’analisi minuziosa dei fenomeni di riflessione e rifrazione, Galileo smonta le obiezioni del Sarsi sulla natura apparente della cometa, mostrando come ciò che vediamo dipenda dalla struttura della superficie riflettente e dalla posizione dell’osservatore, non da una sostanza celeste solida.

Galileo, rivolgendosi al Sarsi, avvia la sua argomentazione equiparando l’errore dell’avversario a chi pretende di stilare un registro dei delitti occulti, senza accorgersi dell’incompatibilità logica tra il rimanere occulto e l’essere scoperto: “in quel degli occulti non ci verrebbe mai registrato e notato cosa veruna” – (fr:700). L’analogia introduce il tema centrale: l’incapacità di distinguere tra un’illuminazione reale e una pura apparenza visiva. Galileo afferma di poter credere che la materia di un’aurora boreale sia estesa ed egualmente illuminata dal Sole, ma “perché a me non si scopre e fa visibile se non quella parte onde vien all’occhio mio la refrazzione, restando tutto il rimanente invisibile, però mi par di vedere il tutto” – (fr:701). Questo inganno percettivo è lo stesso che interessa i vapori crepuscolari che circondano la Terra, dove un emisfero è sempre illuminato, ma la parte direttamente interposta tra Sole e osservatore appare più luminosa: si tratta di “una pura apparenza ed illusion dell’occhio nostro” – (fr:704). Tale alone luminoso, spiega, è mutevole con lo spostamento del riguardante.

La discussione si sposta sulla natura della riflessione e su come la geometria della superficie e la posizione dell’occhio determinino ciò che si vede. Galileo descrive minuziosamente il comportamento della luce solare sulla superficie marina. Con mare calmo, si vede “la pura immagine del disco solare, terminata come in uno specchio” – (fr:709). Se si alza un leggero vento, il simulacro si rompe e si allarga; da lontano, i frammenti si fondono in un unico campo lucido. Egli riporta una testimonianza diretta: “io mi sono incontrato a veder da una montagna altissima e lontana dal mar di Livorno sessanta miglia… una striscia lucidissima diffusa a destra ed a sinistra del Sole, la quale in lunghezza occupava molte decine e forse anco qualche centinaio di miglia” – (fr:712). Da questo fenomeno trae una conclusione cruciale per la natura della cometa: se una porzione di mare increspato, estesa solo per due o tre miglia, fosse isolata, apparirebbe tutta illuminata e, a differenza di uno specchio grande, la sua immagine non sembrerebbe mobile al primo spostamento dell’occhio, ma “sin che, fatta sottilissima, del tutto svanirebbe” – (fr:713). Galileo inserisce a questo punto un’acuta osservazione meteorologica, spiegando come i marinai esperti prevedano il vento da lontano, proprio vedendo un chiarore sull’aria prodotto dalla riflessione del Sole sulle onde già formatesi in un’altra zona di mare (fr:716-717).

Galileo sviluppa poi una teoria sistematica delle superfici riflettenti, distinguendo tra specchi piani, che restituiscono un’immagine del Sole di dimensioni reali, e superfici sinuose, composte da “gran moltitudine di piccoli specchietti locati in varie inclinazioni” – (fr:719). In questo caso, l’immagine solare si frammenta in un aggregato di piazzette lucide, dando origine a un campo di luce continua, più vivo al centro e sfumato verso gli estremi. La dimensione della materia riflettente è decisiva: se questa è minore del simulacro solare, l’immagine apparirà fissa nonostante lo spostamento dell’occhio, fino a svanire quando l’angolo di riflessione non sarà più favorevole (fr:720). Galileo applica questo principio alla nuvola luminosa osservata dal Sarsi: la sua apparente stabilità “può dependere dalla piccolezza della nuvola, la quale non è capace di ricevere tutta la grandezza del simulacro del Sole” – (fr:721). A riprova di ciò, descrive il fenomeno delle nubi al crepuscolo, dove lo splendore dorato dipende unicamente dalla posizione dell’osservatore: “quelle che son vicine all’incontro del Sole si mostrano splendentissime… dell’altre laterali le men remote dal mezo lucide esse ancora più delle più lontane” – (fr:722), aggiungendo che per un osservatore in un altro punto, le nubi per noi oscure apparirebbero lucidissime.

L’intera argomentazione mira a confutare l’obiezione che la parallasse della cometa ne provi la natura reale e solida. Galileo afferma che l’uso della parallasse è valido solo se si è prima dimostrato che “la cometa fusse non un intero simulacro del Sole, ma un pezzo solamente” – (fr:725), mentre la sua forma regolare fa piuttosto credere il contrario. Alla domanda del Sarsi sul perché solo una parte della materia cometaria si illumini, Galileo risponde con un’argomentazione ad hominem: chiede al Maestro del Sarsi, che crede la coda della cometa sia una rifrazione, perché la materia che la produce non sia visibile se è eccedente rispetto alla chioma. Non si può invocare la diafanità dell’etere, poiché “quando fusse atta a rifrangere, sarebbe ancor atta a reflettere i raggi solari” – (fr:728). Inoltre, ironizza sulla definizione di “piccolo cerchietto” per il capo della cometa, quando il Maestro stesso l’ha calcolato in 127 miglia quadre, superficie che “forse nessuna nuvola arriva a tanta grandezza” – (fr:729).

Galileo respinge anche la teoria che solo una materia umida e liscia possa produrre riflessioni. Pur concedendo che l’iride si formi in effluvio di gocce d’acqua, nega che sia condizione esclusiva, adducendo una serie di prove empiriche: i colori prodotti da un prisma triangolare, le iridi viste in nubi asciutte, i colori delle piume di uccelli al sole (fr:734-735) e un esperimento da lui suggerito. Invita il Sarsi a prendere “qualsivoglia materia, o sia pietra o sia legno o sia metallo, e tenendola al Sole, attentissimamente la rimiri, ch’egli vi vederà tutti i colori compartiti in minutissime particelle” – (fr:738), specialmente se osservati con un telescopio per oggetti vicini. Le nubi crepuscolari più luminose sono poi le più rare e asciutte, mentre l’alone e i pareli si formano nelle caligini più sterili (fr:739-740). Per dimostrare che la riflessione può avvenire su superfici non perfettamente lisce, Galileo propone un ingegnoso modello fisico della cometa. Utilizzando una boccia di vetro appannata con una sostanza untuosa, mostra come sfregando un dito sulla superficie si crei un raggio luminoso simile a una chioma: “vederà derivare un raggio dritto ad imitazion della chioma della cometa” – (fr:744). Non afferma che in cielo vi sia una caraffa, ma usa l’esempio “come argomenti della sua ricchezza in modi differenti tra di loro per produrre i suoi effetti” – (fr:745). La riflessione non è impossibile su superfici scabrose o su vapori secchi: anche una lastra di legno non del tutto liscia, osservata obliquamente, può restituire immagini distinte, e le esalazioni che salgono dai muri assolati, “non punto umidi né gravi, anzi aridissimi e leggieri” – (fr:749), possono produrre riflessioni.

L’ultima parte del testo espone l’obiezione del Sarsi, presentata in latino, che sintetizza il dissenso aristotelico. Vi si argomenta che, essendo i corpi più densi e opachi illuminati maggiormente dai raggi solari, la cometa, che splendeva più delle stelle di prima grandezza, doveva essere composta da materia densa e parzialmente opaca. Di conseguenza, se un tale vapore fumido avesse occupato una parte così ampia del cielo come sostiene Galileo, le stelle viste attraverso di esso avrebbero dovuto subire una rifrazione, apparendo di dimensioni o posizioni alterate. Il Sarsi afferma che, al contrario, le distanze stellari furono misurate con estrema precisione e trovate conformi a quelle calcolate da Tycho Brahe: “Certe, cum eodem tempore stellarum cometam undique circumsistentium distantias inter se quam exactissime metiremur, nihil illas a Tychonicis distantiis discrepare invenimus” – (fr:756) [Certamente, misurando nello stesso tempo con la massima esattezza le distanze delle stelle che circondavano la cometa, non trovammo che differissero per nulla da quelle stabilite da Tycho]. Tuttavia, la forza dell’argomentazione galileiana risiede nell’aver minato il presupposto fisico dell’avversario: se la materia cometaria non è un corpo denso e opaco, ma una tenue ed estesa superficie atta a riflettere in modo apparente la luce solare, la mancata rifrazione della luce stellare cessa di costituire un problema.


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12 Le armi della ragione: Galileo contro la dissimulazione di Sarsi

Galileo rivendica la propria onestà intellettuale e l’apertura congetturale del suo metodo, mentre smaschera le finzioni retoriche con cui l’avversario tenta di screditarlo, fino a inchiodarlo su di un equivoco logico intorno al moto delle comete.

Il brano si apre con una vibrata protesta contro l’accusa di dissimulazione rivolta da Lottario Sarsi a Galileo e a Mario Guiducci. Galileo dichiara che una tale taccia è “lontanissima dalla profession mia, la qual è di liberamente confessare, come sempre ho fatto, di ritrovarmi abbagliato e quasi del tutto cieco nel penetrare i secreti di natura” – (fr:882) – ponendo così il riconoscimento dei propri limiti conoscitivi a fondamento dell’indagine scientifica. Subito dopo estende la difesa all’amico Guiducci, la cui scrittura è presentata come priva di ogni finzione perché ogni proposta è stata avanzata “dubitativamente e conghietturalmente” – (fr:883) – allo scopo di suscitare una verifica da parte dei più esperti.

L’atteggiamento di Sarsi viene invece descritto come l’opposto: “ben altrettanto è piena di simulazioni la vostra, signor Lottario; poi che, per farvi strada alle oppugnazioni, delle 10 volte le 9 fingete di non intendere quel che ha scritto il signor Mario” – (fr:884). Galileo anticipa che questa strategia, con la quale Sarsi manipola il testo per farlo apparire ingenuo e potersene poi ergere confutatore, sarà smascherata anche in seguito. Un esempio lampante è l’impurato tentativo di dissimulare che, se la cometa si muovesse di moto rettilineo, essa “fusse necessario ch’ella andasse sempre verso il vertice, né da quello declinasse già mai” – (fr:885). Galileo fa notare l’assurdità dell’accusa proprio perché quella conseguenza era stata esposta pubblicamente dallo stesso Guiducci, rendendo impossibile volerla nascondere – (fr:886-887).

Ancora più grave è la contraddizione in cui cade Sarsi: dopo aver scritto che Galileo aveva confessato di non saper sciogliere una ragione da lui stesso prodotta, aggiunge subito che costui avrebbe desiderato dissimularla. “E qual contradizzion è questa, che uno ingenuamente porti e scriva e stampi una proposizione, e sia il primo a portarla e scriverla e stamparla, e che voi poi diciate, lui aver grandemente desiderato di dissimularla ed asconderla?” – (fr:889). Secondo Galileo, Sarsi può sostenere ciò solo confidando in “una gran semplicità ed una piccola avvertenza” – (fr:890) del lettore.

L’analisi si sposta poi su uno specifico travisamento testuale. Sarsi interpreta l’affermazione che la cometa si muoverebbe verso il vertice come se significasse arrivare al vertice, così da poter tacciare Galileo di incompetenza geometrica. Galileo ribatte che, se un uomo dice di navigare verso il polo o di scagliare una pietra verso il cielo, non si intende affatto che la nave raggiunga il polo o la pietra tocchi il cielo – (fr:893-895). La manovra è quindi deliberata: “resta ch’egli, dissimulando d’intender il vero scritto da noi, ci attribuisca il falso per poter poi attribuirci le non meritate note” – (fr:895).

Il secondo arbitrio riguarda la sostituzione di una parola chiave: dove Guiducci scriveva che, mantenendo il moto retto, bisognava aggiungere “qualche altra cagione” della deviazione apparente, Sarsi trascrive “qualch’altro moto”. Questo gli permette di tirare in ballo il moto della Terra e di montare una polemica che nulla ha a che vedere con l’intenzione originale – (fr:896). L’operazione svela una chiara malafede, camuffata dalla pretesa conclusiva di non saper indovinare i pensieri altrui, mentre in realtà Sarsi si getta continuamente a “voler penetrare gl’interni sensi altrui” – (fr:897).

L’ultima sezione, introdotta da «29. Or segua V. S. Illustrissima» (fr:898-899), passa a citare direttamente l’argomentazione latina dell’avversario e a confutarla con un ragionamento geometrico. Sarsi chiede: “Quæro igitur, an motus hic alius, quo belle explicare omnia posset nec eum proferre audet, vapori huic cometico tribuendus sit, an alii cuipiam, ad cuius postea motum moveri, in speciem tantum, videatur cometa.” – (fr:900) [«Chiedo dunque se questo altro moto, con cui si potrebbero spiegare tutto egregiamente e che non osa proferire, sia da attribuire a questo vapore cometario oppure a qualcos’altro, secondo il cui moto la cometa in seguito appaia muoversi, solo in apparenza»]. Galileo risponde escludendo la prima ipotesi, perché un moto aggiuntivo distruggerebbe quello retto e perpendicolare: “Non primum, arbitror; hoc enim esset motum illum rectum et perpendicularem destruere: siquidem, si vapor ex Terra, æquatori, verbi gratia, subiecta, motu perpendiculari sursum ascendat, et motu alio idem ipse in septentrionem feratur, motus hic secundus necessario priorem destruet.” – (fr:901) [«Non il primo, ritengo; questo infatti distruggerebbe quel moto retto e perpendicolare: poiché, se un vapore si leva dalla Terra, posta per esempio sotto l’equatore, salga verso l’alto con moto perpendicolare, e con un altro moto lo stesso vapore venga trasportato verso settentrione, questo secondo moto necessariamente annullerà il primo»]. La confutazione è lapidaria e si regge sull’impossibilità di sommare semplicemente due moti senza che l’uno deformi la traiettoria dell’altro.

Nel complesso, il testo possiede un duplice valore. Da un lato è testimonianza del metodo congetturale e autocritico che Galileo oppone alle accuse di dissimulazione, sottolineando come la pubblica condivisione di ipotesi aperte sia l’unico antidoto alla menzogna. Dall’altro è un piccolo manuale di analisi polemica: l’autore svela i meccanismi con cui Sarsi deforma le parole, muta i termini e rovescia le intenzioni per guadagnare un vantaggio retorico, mostrando così al lettore come la disputa scientifica possa essere inquinata da finzioni letterarie.


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13 La disputa geometrica sul moto rettilineo della cometa e la replica di Galileo

Una confutazione basata sulla geometria elementare viene smontata non con calcoli astronomici superiori, ma evidenziando un equivoco di fondo e la fallacia di un ragionamento che scambia lo strumento matematico con la realtà che pretende di rappresentare.

Il brano si colloca nel vivo della polemica tra Galileo, che difende le tesi dell’amico Mario Guiducci, e il gesuita Orazio Grassi, che sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi ne attacca le posizioni sulla natura delle comete. Il passo si apre con un’insinuazione che lo stesso Sarsi introduce con studiata cautela. Egli ipotizza che Galileo, per spiegare la deviazione dal vertice del moto cometario, potrebbe essere stato tentato di ricorrere al moto della Terra, ma subito ritratta, definendo tale idea dissonante dalla verità e offensiva per orecchie pie. «Apage dissonum veritati ac piis auribus asperum verbum» - (fr:907) [Via questa parola dissonante dalla verità e aspra per le pie orecchie.]. E conclude che Galileo, da lui conosciuto come uomo pio, non avrebbe mai pensato a un tale fondamento. Questa premessa rivela un’abile strategia retorica: si scagiona l’avversario da un’accusa che però, al contempo, si lascia aleggiare nell’aria.

Galileo coglie immediatamente la manovra e la smonta con pragmatica durezza. La sua contro-argomentazione non è teologica, ma logica e testuale: il problema non sussiste, perché né lui né Guiducci hanno mai introdotto altri moti per spiegare la deviazione. «Il Sarsi di suo capriccio l’ha introdotto; egli stesso si risponda, né pretenda d’obligar altri a sostener quello che non ha detto, né scritto, né forse pensato…» - (fr:913). La replica si concentra poi sul vero cuore della questione, che è dimostrare l’insufficienza del moto rettilineo e perpendicolare alla superficie terrestre – l’unico moto proposto da Guiducci – per descrivere compiutamente il fenomeno osservato.

Grassi, per provare tale insufficienza, costruisce una dimostrazione geometrica che ruota attorno a un punto specifico: se la cometa si muovesse solo di moto retto, non raggiungerebbe mai il vertice, ovvero lo zenit, ma si fermerebbe a una certa distanza angolare da esso. La dimostrazione è basata sulla semplice definizione di linee parallele. «Cum enim semper radius visivus concurrere debeat cum recta BO, in qua apparet cometa, cumque radius AR sit lineæ BO parallelus, non poterit cum illa unquam concurrere, ex definitione parallelarum…» - (fr:924) [Infatti, poiché il raggio visivo deve sempre incontrare la retta BO, sulla quale appare la cometa, ed essendo il raggio AR parallelo alla linea BO, non potrà mai incontrarla, per la definizione di parallele…]. La conclusione è che il moto apparente della cometa non solo non raggiungerà il vertice, ma non arriverà nemmeno al punto R, che pure ne è ancora molto distante.

La reazione di Galileo è un misto di fastidio e ironia feroce. Lo scienziato fiorentino non contesta la correttezza del teorema in sé – è verissimo che un moto rettilineo parallelo alla linea di vista non intersecherà mai quella linea – ma ne smaschera la totale inutilità e la malafede scientifica. L’errore di Grassi sta in un’alterazione delle premesse: Guiducci non ha mai sostenuto che il moto retto avrebbe portato la cometa esattamente al punto verticale, bensì verso il vertice. «È vero, dunque, che il moto perpendicolare alla superficie terrestre non arriva mai al vertice … ma è anco vero che noi non abbiamo detto mai ch’ei v’arrivi» - (fr:928). La confutazione, quindi, si riduce a una pignoleria su un’affermazione mai fatta.

L’affondo più incisivo di Galileo, tuttavia, riguarda il metodo. Grassi prosegue analizzando la proporzione del decremento del moto apparente nella sua figura geometrica, concludendo che il moto osservato non corrisponde a quel rapido decremento teorico. Galileo obietta che è un errore da principianti il voler dedurre le reali proporzioni fisiche dalle figure schematiche che le illustrano. Queste sono solo strumenti di supporto al ragionamento logico-matematico, che si basa sulle parole e non sulla scala grafica. «…in tutti i libri de’ matematici niun riguardo si ha già mai delle figure, tutta volta che vi è la scrittura che parla» - (fr:941). In astronomia, poi, sarebbe impossibile mantenere le proporzioni reali; si disegnano angoli e cerchi alterati di mille o più volte rispetto al reale senza per questo inficiare la dottrina. Qui Galileo colpisce al cuore l’apparente rigore scientifico di Grassi, mostrando come dietro una facciata di precisione matematica si celi un ragionamento fallace che confonde la mappa con il territorio.

La testimonianza storica di questo scambio va oltre la diatriba sulla cometa. Essa illumina il metodo scientifico galileiano, basato sulla rispondenza tra ipotesi matematica e dato osservativo, ma anche su una spietata analisi logica delle premesse. Galileo non si lascia intimidire da calcoli trigonometrici, come quello con cui Grassi quantifica in appena 1 grado e 31 minuti l’arco massimo percorribile apparentemente dalla cometa, «…ex regulis trigonometricis» - (fr:940) [secondo le regole trigonometriche]. Rivendica, invece, una pulizia concettuale che impedisca di costruire eleganti castelli dimostrativi su fondamenta che non corrispondono a quanto affermato dall’avversario. Il brano è l’ennesima prova di come Galileo, in ogni sua polemica, non si limiti a difendere una tesi, ma impartisca una lezione su come si dovrebbe correttamente ragionare intorno ai fenomeni naturali.


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14 La disputa sulla superficie concava lunare e il moto degli elementi

Galileo, nelle vesti del Saggiatore, smonta la pretesa di Sarsi di provare che il concavo lunare sia sinuoso così da poter rapire gli elementi superiori: dimostra la petizione di principio, l’inconsistenza degli argomenti e avanza la prova contraria fondata sull’uniformità delle rifrazioni stellari.

Il brano si apre con un netto rifiuto dei tentativi avversari: Galileo giudica «vanissimo» tutto lo sforzo di provare che il concavo lunare sia «sinuoso ed aspro» piuttosto che «liscio e terso» (fr. 1073). Decide tuttavia di «contender per gentilezza» (fr. 1074), volendo comunque saggiare l’energia delle prove portate da Sarsi. Questi, riassume Galileo, domanda in che modo si potrebbe contrastare chi nega la levigatezza della superficie concava (fr. 1075) e propone un discorso costruito ad arte, «di facile discioglimento» (fr. 1076).

Galileo fa parlare direttamente un ipotetico avversario di Sarsi, il “Signor Lottario”, per esporre la propria ragione fondamentale: se il concavo lunare fosse sinuoso, le specie visibili delle stelle subirebbero «continuamente un’infinità di stravaganze» (fr. 1077), esattamente come accade guardando attraverso vetri non lavorati. Poiché invece «niuna cotal difformità si scorge», ne segue che «il concavo è tersissimo» (fr. 1077). Galileo prevede che Sarsi cercherebbe di sminuire l’argomento dichiarandolo non nuovo, altrui e «rancido e muffo», per poi tentare di abbatterlo (fr. 1078). Egli rivendica perciò quella prova come sua e ribadisce: «Sia, dunque, questa la mia ragione per provare, il concavo lunare esser liscio, e non sinuoso» (fr. 1079).

Viene poi richiamato il vero oggetto della contesa, ossia se gli elementi superiori vengano trascinati dal moto celeste – tesi che Sarsi esprime con il titolo latino “Aër et exhalatio ad motum cæli moveri non possunt” (fr. 1080) [L’aria e l’esalazione non possono essere mosse dal moto del cielo] – e che Galileo nega proprio in virtù della levigatezza del concavo lunare, provata dall’uniformità delle rifrazioni. La risposta di Sarsi è: «Se si pone il concavo sinuoso, molto meglio si conserva la connession di tutti i corpi mobili, perché così al moto del cielo si muovono gli elementi superiori» (fr. 1081). Qui Galileo individua un vizio logico capitale, «quell’errore che i logici chiamorno petizion di principio», perché Sarsi dà per concesso proprio ciò che è in discussione: il movimento degli elementi superiori (fr. 1082).

Per chiarire la struttura della disputa, Galileo schematizza: le sue due conclusioni sono «Il concavo è liscio» e «Però gli elementi non son rapiti»; quelle di Sarsi sono «Il concavo è aspro» e «Però rapisce gli elementi» (frr. 1083-1086). La prova di Sarsi – la ruvidità del concavo spiegherebbe il ratto degli elementi – lascia l’avversario esattamente al punto di partenza, in un circolo vizioso: «Bisognava dunque, per isfuggire il circolo, che voi aveste provata l’una delle due conclusioni per altro mezo» (fr. 1088). Galileo liquida come «frivolissima» l’idea che l’ineguaglianza di superficie serva a connettere meglio i corpi, visto che Sarsi stesso ammette altrove che basterebbe il semplice toccamento anche con concavo liscio (fr. 1089).

Ugualmente debole è l’eventuale ricorso alle generazioni e corruzioni o alla spinta del fuoco verso il basso come prova del moto di trascinamento: «fantasie fondate appunto in aria» (fr. 1090). A rendere il tutto ancora più fragile è la contraddizione che Galileo rileva in Sarsi, il quale afferma ora che il fuoco spinge verso l’alto e aderisce alla superficie celeste, ora la pensa diversamente, dando mostra di «puerile inconstanza» (fr. 1090). Dopo un isolato numero di paragrafo (fr. 1091), il brano annuncia la disamina di un secondo argomento (fr. 1092) e si chiude con l’ironica domanda in latino attribuita a Sarsi: “Sed quid ego adversus Galilæum argumenta aliunde conquiro, quando ea ipse mihi abunde suppeditat?” (fr. 1093) [Ma perché io vado a cercare altrove argomenti contro Galileo, quando egli stesso me ne fornisce in abbondanza?].


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15 L’adesione tra corpi e il moto del cielo lunare: la replica di Galileo a Sarsi

Galileo, confutando le tesi di Sarsi (Grassi), distingue nettamente due tipi di aderenza – quella che si oppone al distacco delle superfici e quella che resiste allo scorrimento – e demolisce l’ipotesi di una rarefazione perpetua come causa del trascinamento della sfera celeste, mostrandone la superfluità alla luce di principi meccanici elementari.

Il passo si apre con la citazione, da parte di Sarsi, di un’obiezione attribuita a Galileo: che l’aria non aderisca ai corpi lisci e levigati. Galileo nega innanzitutto la paternità dell’affermazione: “Continua il Sarsi in questa sua fantasia, di voler pur ch’io abbia detto che l’aria non aderisca a i corpi lisci e tersi: cosa che non si trova scritta né da me né dal signor Mario” - (fr:1127). Chiarito l’equivoco, precisa cosa intenda per «aderenza», introducendo una distinzione fondamentale tra due fenomeni meccanici completamente diversi.

La prima accezione è quella di un legame che impedisce la separazione netta delle superfici, ovvero lo spiccarsi e il non toccarsi più. Questa aderenza, spiega Galileo, esiste ed è grandissima. Essa dipende esclusivamente dall’esattezza del contatto, non dalla levigatezza: una superficie d’acqua non si distacca da una lastra di rame se non con violenza immensa, e lo stesso vale per le parti interne dei corpi solidi, per i quali forse non esiste altro collante. Tuttavia, questa aderenza non serve allo scopo di Sarsi: “questa aderenza non serve punto al bisogno del Sarsi” - (fr:1129).

La seconda accezione, l’unica che potrebbe sostenere la tesi dell’avversario, è quella di una congiunzione che impedisca lo scorrimento di una superficie sull’altra. Tale aderenza, dichiara Galileo, semplicemente non esiste, non solo tra un solido e un liquido ma neppure tra due solidi: “cotale aderenza non v’essere non solo tra un solido e un liquido, ma né anco tra due solidi” - (fr:1130). Due lastre di marmo ben piane e levigate, accostate, offrono resistenza fortissima al distacco ma minima allo scorrimento: basta un’infima inclinazione perché la lastra inferiore scivoli via.

L’esempio della nave è illuminante. L’acqua che tocca la barca oppone grande resistenza se si tenta di separarla, ma minima durante lo strisciamento. La nave in moto rapido non si trascina dietro uno strato d’acqua persistente; anzi, se ne spoglia di continuo rivestendosi di nuova acqua. Lo si prova spalmando la carena di sevo: benché tenacemente attaccato, viene ben presto portato via dallo scorrere dell’acqua, cosa che non accadrebbe se lo strato liquido a contatto con lo scafo rimanesse sempre lo stesso: “il che non avverrebbe se l’acqua che tocca la nave restasse l’istessa continuamente senza mutarsi” - (fr:1131).

Quanto all’esperienza della lastra di vetro che galleggia tra argini d’acqua, Galileo nega che quegli argini si reggano per via dell’aderenza dell’aria alla lastra, che impedirebbe all’acqua di scorrervi sopra. Basta bagnare la lastra perché gli argini non si formino più e l’acqua scorra subito: “non è credibile che l’aria aderisca meno a una superficie umida che a una asciutta; tuttavia noi veggiamo che quando la piastra è umida, non si formano argini, ma subito scorre l’acqua” - (fr:1132). La causa del sostenersi degli argini è dunque un’altra – probabilmente una proprietà di coesione superficiale dell’acqua stessa – come dimostrano le gocce rilevate che si formano sulle foglie di cavolo.

Sulla prova che un corpo solido sovrapposto a un altro e premuto segue il moto di quello sottostante, come nel caso delle due lastre di pietra levigate – esempio invocato da Sarsi per mostrare che la semplice compressione può causare un trascinamento – Galileo nega che essa abbia attinenza con il problema in esame. La ragione è doppia: lì si tratta di un corpo solido le cui parti sono fortemente connesse, e non di un fluido sottile le cui porzioni si muovono indipendentemente; inoltre, Sassi invoca una rarefazione perpetua delle esalazioni contenute nel concavo lunare come origine della pressione e, di conseguenza, del legame e del moto comune. Galileo smonta l’assunto con sarcasmo logico: “Languidissimo veramente è cotal discorso, perché dove il Sarsi risolutamente afferma che le sostanze contenute si vanno continuamente rarefacendo e dilatando, l’avversario con non minor ragione (…) dirà ch’elle si vanno continuamente condensando e ristringendo” - (fr:1135).

Se poi la rarefazione si fa di continuo, allora in un passato lontano – cento o mille anni prima – non essendo giunta al grado odierno, non vi era compressione né, quindi, movimento del cielo lunare. Galileo rincara: la rarefazione potrebbe non essere ancora sufficiente, e il moto della sfera superiore potrebbe sopraggiungere solo fra due o tre anni; nel frattempo, fino a oggi, non si è mai mosso. L’idea di una rarefazione eterna, crescente all’infinito, è per Galileo l’esito di una svista: “Io non vorrei che il Sarsi, se per avventura sentisse queste ed altre simili risposte veramente ridicole, si mettesse a ridere, poi ch’egli è che ne dà occasione di produrle tali col lasciarsi scappar dalla mente, e poi dalla penna, che alcune sostanze materiali si vadano rarefacendo e dilatando in perpetuo” - (fr:1138).

L’ultimo rilievo è tanto sottile quanto risolutivo: l’intera ipotesi della rarefazione e della pressione contro il concavo lunare è superflua, perché Sarsi potrebbe più semplicemente mostrare che l’aria viene rapita dal suo contenente anche senza premervi sopra, essendo essa posta nella medesima regione dell’aria stessa – un argomento che mina alla radice la necessità della causa addotta.


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16 La confutazione sperimentale dell’immobilità dell’aria e la polemica con Galileo

Un dettagliato apparato sperimentale e argomentativo viene dispiegato per dimostrare che l’aria, al pari dell’acqua, aderisce alle superfici levigate e ne segue il moto, contro l’opinione sostenuta da Galileo.

L’autore si oppone frontalmente alla tesi di Galileo, il quale negava recisamente che l’aria potesse aderire a corpi levigati e venirne trascinata. Per confutarla, descrive una serie di esperienze condotte con strumenti appositamente costruiti. Il primo e più semplice esperimento mostra come corpi leggeri sull’acqua in un catino rotante vengano trascinati dal liquido anche dopo l’arresto del catino stesso: “sed aquam cum insidentibus corporibus, ex impetu concepto, per longum tempus, tardiori tamen semper vertigine, circumagi comperies” (fr:1148) [ma troverai che l’acqua, insieme ai corpi che vi galleggiano, per l’impeto ricevuto, viene mossa in giro per lungo tempo, sebbene con moto sempre più lento].

La vera novità è l’estensione del fenomeno all’aria. L’autore fornisce prove visive e dirette: la fiamma di una candela posta vicino alla superficie del vaso “in eamdem partem, in quam vas fertur, exigua sui corporis declinatione deflectit” (fr:1150) [si piega nella stessa direzione in cui è mosso il vaso, con una piccola inclinazione del suo corpo]. La dimostrazione è resa ancora più evidente da una lamella di carta sospesa a un sottile filo di seta, che si muove in concerto con il vaso e “si iterum in oppositam partem vas reciproca revolutione volvatur, in eamdem cum adhærente aëre etiam papyrum secum trahet” (fr:1152) [se poi il vaso viene ruotato in senso opposto con moto alternato, trascinerà con sé nella stessa direzione anche la carta, insieme all’aria aderente].

L’autore chiama a testimoni della veridicità di quanto osservato figure di assoluta autorità intellettuale, tra cui spicca Virginio Cesarini, “qui admiratus enimvero est, rem ad hanc diem inter multos constantissime pro certa habitam, falsitatis unquam argui potuisse” (fr:1154) [il quale si meravigliò grandemente che una cosa fino a quel giorno ritenuta per certissima da molti avesse potuto essere dimostrata falsa].

La spiegazione razionale del fenomeno poggia sulla natura dei fluidi, definiti “de genere humidorum” (fr:1156), la cui proprietà peculiare è l’adesione ai corpi, anche se levigati. Si crea così un vincolo di adesione che implica necessariamente il moto del fluido stesso. Il meccanismo di trasmissione è descritto come una spirale: “Primum enim pars illa quæ vas contingit, ad vasis ductum movebitur, quippe quæ adhæret vasi; deinde pars hæc mota aliam sibi hærentem trahet; secunda hæc, tertiam: cumque motus hic fiat veluti in spiram” (fr:1157) [Dapprima infatti quella parte che tocca il vaso si muoverà secondo il movimento del vaso, in quanto vi aderisce; poi questa parte mossa ne trascinerà un’altra a sé aderente; questa seconda, una terza: e poiché questo moto avviene come in una spirale]. Si chiarisce così perché il moto dell’aria appaia minore di quello dell’acqua: l’aria, potendosi più facilmente comprimere e rarefare, “vim trahentis aëris eludere ad breve aliquod tempus possit” (fr:1159) [può eludere per un breve tempo la forza dell’aria che la trascina].

Per dirimere ogni dubbio, l’autore isola l’aria contenuta nel catino dall’ambiente esterno tramite una lamina di talco trasparente, con un piccolo foro. Con questo accorgimento cruciale, “vel solo foramine C eidem necteretur” (fr:1166) [era in comunicazione con esso solo tramite il foro C], si verifica che il moto dell’aria interna diventa fulmineo, eguagliando quello del vaso. La ragione è espressa con chiarezza geometrica: “quotiescumque movens moto maius fuerit, tunc longe faciliorem motum futurum; imposito enim vasi operculo AB, tunc superficies interior catini et operculi simul, ad cuius motum movendus est aër, maior est aëre proxime movendo” (fr:1167) [ogniqualvolta ciò che muove sarà maggiore di ciò che è mosso, allora il moto sarà molto più facile; poiché, posto il coperchio AB sul vaso, la superficie interna del catino e del coperchio insieme, al cui moto deve essere mossa l’aria, è maggiore dell’aria che viene mossa immediatamente dopo]. Lo stesso risultato si replica in una sfera di vetro, consolidando la legge meccanica per cui la facilità del moto dipende dal rapporto dimensionale tra superficie movente e fluido contenuto.

Nella parte finale del testo si introduce una nota di aspra polemica personale. L’autore, che si identifica con la voce narrante, si difende da una citazione falsa attribuitagli da un oppositore, il “Sarsi”. Nega di aver mai affermato che l’acqua resti immobile come l’aria, ribattendo che l’avversario ha l’abitudine di “riferendo in sensi contrari le cose scritte e stampate da altri” (fr:1177) e ritenendo tale comportamento una violazione “dentro a’ termini della buona creanza” (fr:1177) per aver pubblicato qualcosa di riferito in modo inesatto.


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[17.1-23-1256|1278]

17 Critica della superficiale dottrina delle qualità e della generazione del calore

Un’aspra confutazione delle spiegazioni aristoteliche sul calore da attrito, che oppone l’osservazione rigorosa alle “chiacchiere” verbali e alle autorità poetiche.

Il passo si apre con una sarcastica rampogna di Galileo nei confronti del suo avversario, il Sarsi, accusato di un filosofare “superficiale e poco si profonda oltre alla scorza” – (fr:1256). L’autore lo mette in guardia dal tentare di difendersi con sottigliezze terminologiche come “limitazioni, di distinzioni, di per accidens, di per se, di mediate, di primario, di secondario o d’altre chiacchiere” – (fr:1257), profetizzando che così facendo accumulerà errori ancora più gravi.

Uno degli errori fondamentali del Sarsi consiste, secondo Galileo, nel confondere la quantità di materia consumata con la materia calorifica. L’avversario si meravigliava che una quantità di ferro impercettibile alla bilancia, consumata per limatura o battitura, potesse produrre un calore tanto intenso. Galileo liquida come “vanissimo” – (fr:1258) questo ragionamento, poiché pretende di “col peso misurare la quantità di cosa che non ha peso alcuno, anzi è leggierissima e nell’aria velocemente sormonta” – (fr:1258). L’idea centrale è che la materia che si trasforma in calore non sia il corpo solido che si consuma, ma una sostanza sottilissima e ignea in esso contenuta. A riprova, Galileo invita a considerare come un piccolo legno, bruciando, produca una “gran mole di materia ardente e calda” – (fr:1258), la cui parte visibile, la fiamma, è minima rispetto a quella invisibile ma percepibile al tatto.

L’equivoco del Sarsi è ulteriormente chiarito: l’obiezione sul ferro limato avrebbe un’apparenza di validità solo se si fosse mai affermato che il ferro consumato diventa materia calorifica. Ma non è la limatura, quel che si stacca, a scaldare, bensì “altra sostanza incomparabilmente più sottile” – (fr:1259) che si libera nel processo.

Dopo una pausa segnata dai paragrafi 43 (fr:1260) e “Ma seguitiamo innanzi” – (fr:1261), Galileo prende in esame la spiegazione alternativa del Sarsi, la quale chiama in causa le qualità dei corpi e fenomeni atmosferici. Il Sarsi argomenta che il riscaldamento dipende dalle qualità di ciò che si sfrega, e cita esempi come i legni leggeri (le ferule) che si incendiano più facilmente di quelli duri. Introduce poi un’ampia citazione in latino (riassunta dalle frasi 1262 a 1266), che evoca l’autorità di Seneca e il fenomeno dei fulmini estivi per sostenere che l’attrito di esalazioni calde nell’aria possa generare fuoco. La citazione afferma che se nell’aria vi saranno molte esalazioni calde, e queste verranno sferzate da un moto violento, non vede perché non possano riscaldarsi e incendiarsi, dato che l’aria è “raro […] ac siccus multumque admixtum calidi habeat, ad ignem concipiendum aptissimus est” – (fr:1266) [rado e secco e contiene molto calore, è adattissimo a concepire il fuoco].

Galileo replica smontando punto per punto. Trova che le affermazioni del Sarsi non portino “molto di nuovo, né di gran pregiudicio” – (fr:1267) alla posizione dell’amico signor Mario. La prima parte, che i corpi più caldi si scaldano più facilmente, è una tautologia: “non mi dice altro se non che più si scaldano quei corpi che son più caldi” – (fr:1268). La seconda, che legni leggeri e rari si incendiano meglio di quelli duri, è un fatto ovvio e mai negato: “non è adesso ch’io sapevo che più presto s’infiammava un pennecchio di stoppa in un fuoco ben che lentissimo, che un pezzo di ferro nella fucina ben ardente” – (fr:1269).

La confutazione più serrata riguarda l’origine dei fulmini. Galileo concede che d’estate vi siano più esalazioni secche, ma mette in dubbio il meccanismo: nega che l’incendio di queste esalazioni avvenga per attrito causato dal movimento dell’aria. La sua critica si fonda su una pluralità di cause osservate: perché limitarsi all’attrito di due corpi solidi o al contatto con una fiamma, quando si può accendere un fuoco “per la reflessione de’ raggi solari in uno specchio concavo, o per la refrazzion de’ medesimi in una palla di cristallo o d’acqua” – (fr:1271) o per il semplice calore eccessivo e quieto dell’aria che incendia le paglie? Se l’attrito fosse la causa dei fulmini, argomenta, si dovrebbe osservare un movimento violento nelle nuvole durante i temporali. Al contrario, “nello splendor de’ maggiori baleni, e quando si produce il tuono, non si scorge nelle nuvole pure un minimo movimento o mutazion di figura” – (fr:1273). Galileo smaschera l’incoerenza di una filosofia “trattabile e benigna” – (fr:1275) che per spiegare il suono invoca la percussione di corpi duri, salvo poi sostenere che la nebbia e le nuvole, corpi molli, producono il massimo rumore percuotendosi. Questo atteggiamento intellettuale, che si piega a ogni necessità, è bollato come una filosofia “che così piacevolmente e con tanta agevolezza si accommoda alle nostre voglie ed alle nostre necessità!” – (fr:1275).

Infine, dopo un nuovo stacco (fr:1276), il testo introduce il tema successivo: l’esame delle esperienze relative a una freccia e a una palla di piombo che si infocherebbero e fonderebbero per l’attrito con l’aria. Il Sarsi aveva difeso l’autorità di Aristotele, affiancandola a quella di poeti e storici, irritandosi per le derisioni di Galileo: “Quamvis autem exemplum Aristotelis de sagitta, cuius ferrum motu incaluit, Galilæus irrideat atque eludere tentet, non tamen id potest” – (fr:1278) [Sebbene Galileo irrida e tenti di eludere l’esempio di Aristotele sulla freccia, il cui ferro si scaldò col moto, tuttavia non può farlo]. Galileo si appresta dunque a smontare anche queste pretese evidenze, forti del sostegno di “innumeri pene magni nominis viri” – (fr:1278) [quasi innumerevoli uomini di gran nome], stabilendo un netto contrasto tra il suo metodo sperimentale e il sapere libresco.


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[18.1-35-1350|1384]

18 La controversia sulla liquefazione dei proiettili: critica all’attrito dell’aria e alla ‘costituzione’ aristotelica

Confutazione della tesi che attribuisce all’attrito con l’aria la fusione delle palle di piombo, basata sull’osservazione empirica e sulla denuncia della vacuità di una spiegazione che si rifugia in cause rare e indefinibili.

Il passo si addentra nel cuore di una polemica scientifica sulla natura della combustione celeste e, per estensione, sul metodo della fisica aristotelica. L’autore contesta la liquefazione per attrito atmosferico, smontando ogni argomento del suo oppositore, il Sarsi, con una progressione che va dall’evidenza diretta alla confutazione logica.

L’analisi inizia con un dato empirico inconfutabile. Si osserva che il piombo dei proiettili, se pure si deforma, non si liquefa: se una palla di piombo si fondesse in volo, dovrebbe accadere anche a quelle di dimensioni minime. “Negli uccelli ammazzati con le migliaruole si ritrovano i grani di piombo dell’istessa figura per l’appunto” - (fr:1351). La diversa forma delle palle rinvenute sui campi di battaglia non è prova di fusione, ma di semplici urti meccanici. “altre possono avere urtato per iscancìo in una celata e perciò allungatesi, e, giungendo stracche ne’ panni di un altro, restatevi senza offenderlo” - (fr:1352). La liquefazione, se fosse reale, comporterebbe la dispersione totale del metallo.

Successivamente, si passa al piano teorico. La tesi dell’avversario si rivela in tutta la sua fragilità: il Sarsi, dopo aver citato esempi che riteneva quotidiani, si corregge definendo la liquefazione un evento raro, “come cosa insolita, vien reputato quasi un miracolo” - (fr:1363). Questa ritirata strategica viene smascherata come un’ammissione di inconsistenza: “Or questa gran ritirata ci assicura pur di vantaggio ch’ei si conosce molto bisognoso di schermi e di fughe” - (fr:1364).

L’autore incalza il Sarsi sulla sua stessa dottrina, che per giustificare l’incendio nell’aria invoca una “costituzione” speciale dell’atmosfera, ricca di esalazioni infiammabili, citando Aristotele. La richiesta di riprodurre l’esperimento è dichiarata vana proprio dal Sarsi, il quale afferma che tali condizioni non dipendono dalla volontà umana ma dal caso. La conclusione è lapidaria: “quando bene l’esperienze fatte mille e mille volte… non riscontrassero mai co ’l detto di quei poeti filosofi ed istorici, questo non importa niente, ma dobbiamo credere alle lor parole, e non a gli occhi nostri” - (fr:1372). L’argomentazione avversaria è presentata come una petitio principii che si auto-immunizza contro qualsiasi falsificazione sperimentale.

Il culmine della critica si concentra sulla formula elastica usata dal Sarsi per definire i requisiti dell’evento, che include un generico “si quid aliud ad idem conducens” - (fr:1376). Questo “qualcos’altro” indefinito è un espediente dialettico che rende la tesi inattaccabile, offrendo una via di fuga perpetua di fronte a qualsiasi evidenza contraria: “è per voi un’ancora sacra, un asilo, una franchigia troppo sicura” - (fr:1376). La sfida è chiara: se il Sarsi darà una definizione precisa di quel “si quid aliud”, sarà possibile verificarla; in caso contrario, si dovrà prendere atto che la sua spiegazione naturale si riduce a un evento miracoloso e irripetibile.

Viene inoltre chiarita una distinzione cruciale sui meccanismi di incendio. L’autore non nega qualsiasi accensione per attrito, ma la limita a un processo specifico: “l’attrizion potente ad eccitare il fuoco è sola quella che vien fatta da’ corpi solidi” - (fr:1366). L’errata interpretazione del Sarsi, che cerca l’attrito di corpi duri in un cimitero o nell’aria, estende indebitamente un principio. L’incendio delle comete, dei fulmini o delle fiamme erranti nei cimiteri non può avvenire per attrito di fluidi come l’aria, poiché essa “non si tritano né si accendono né s’abbruciano già mai, non essendo materie né tritabili né combustibili” - (fr:1369).

Infine, la questione dell’infiammabilità viene ricondotta a una coerenza logica. Se si ammette che la fusione dei proiettili per attrito aereo è un miracolo rarissimo, con lo stesso criterio si dovrebbe concedere che anche l’accensione delle comete per attrito aereo è un evento straordinario, da relegare tra i fenomeni che si verificano “una volta in mill’anni” - (fr:1379), minando così la spiegazione aristotelica standard per quei fenomeni celesti. L’autore chiude ribadendo la falsità delle testimonianze antiche, non la loro esistenza, consolidando la superiorità dell’osservazione diretta sull’autorità dei testi: “Ho ben detto che l’attestazioni son false, e tali mi par che siano tuttavia” - (fr:1383).


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[19.1-24-1400|1423]

19 L’«affezzione tutta nostra» e il fondamento meccanico delle qualità sensibili

Il solletico e la titillazione, esperienze comuni, divengono la chiave per negare esistenza autonoma a sapori, odori, suoni e calore, ridotti a puri nomi al di fuori del vivente; allo stesso modo, la radianza che circonda le stelle si rivela un’illusione ottica generata nell’occhio e non nell’aria.

Galileo apre con un gesto semplice: “Io vo movendo una mano ora sopra una statua di marmo, ora sopra un uomo vivo” – (fr:1400). L’azione della mano – moto e toccamento – è la medesima, ma il corpo animato riceve affezioni diverse a seconda della parte toccata, come il solletico. Tale affezione, precisa, non appartiene alla mano bensì esclusivamente a noi: “e parmi che gravemente errerebbe chi volesse dire, la mano, oltre al moto ed al toccamento, avere in sé un’altra facoltà diversa da queste, cioè il solleticare, sì che il solletico fusse un accidente che risedesse in lei” – (fr:1401). L’esempio è ribadito con la piuma: “Un poco di carta o una penna, leggiermente fregata sopra qualsivoglia parte del corpo nostro, fa, quanto a sé, per tutto la medesima operazione, ch’è muoversi e toccare; ma in noi, toccando tra gli occhi, il naso, e sotto le narici, eccita una titillazione quasi intollerabile” – (fr:1402). Eliminato il corpo senziente, la titillazione svanisce in un puro nome: “Or quella titillazione è tutta di noi, e non della penna, e rimosso il corpo animato e sensitivo, ella non è più altro che un puro nome” – (fr:1403).

Da qui il passaggio decisivo: “Ora, di simile e non maggiore essistenza credo io che possano esser molte qualità che vengono attribuite a i corpi naturali, come sapori, odori, colori ed altre” – (fr:1404). La sensazione tattile, legata alla terra, è già descritta come percezione di differenze di aspro, liscio, molle e duro che risiedono nelle figure dei corpi. Poi, con una fisiologia elementare, Galileo spiega sapori e odori: i corpi si risolvono in particelle minime; quelle più pesanti dell’aria scendono sulla lingua, penetrandone la sostanza e recando sapori soavi o ingrati secondo la diversità delle figure e la loro quantità e velocità; quelle più leggere salgono alle narici e colpiscono le mammillule dell’odorato, generando sensazioni piacevoli o moleste in base ai medesimi parametri. Una simmetria provvidenziale: “e forse all’eccitar i sapori si accommodano con certa analogia i fluidi che per aria discendono, ed a gli odori gl’ignei che ascendono” – (fr:1407). Per i suoni, l’aria funge da medium: “i suoni allora son fatti, e sentiti in noi, quando … un frequente tremor dell’aria, in minutissime onde increspata, muove certa cartilagine di certo timpano ch’è nel nostro orecchio” – (fr:1408). L’acutezza e la gravità dipendono dalla frequenza e rarità dei tremori.

Ciò che conta, dichiara Galileo, è che nei corpi esterni non occorrono altro che grandezze, figure, moltitudini e movimenti: “tolti via gli orecchi le lingue e i nasi, restino bene le figure i numeri e i moti, ma non già gli odori né i sapori né i suoni, li quali fuor dell’animal vivente non credo che sieno altro che nomi, come a punto altro che nome non è il solletico e la titillazione, rimosse l’ascelle e la pelle intorno al naso” – (fr:1410). La vista, “senso sopra tutti gli altri eminentissimo”, ha relazione con la luce, ma di essa Galileo confessa di capire pochissimo; la sua eccellenza è espressa con analogie vertiginose: “qual è tra ’l finito e l’infinito, tra ’l temporaneo e l’instantaneo, tra ’l quanto e l’indivisibile, tra la luce e le tenebre” – (fr:1411).

Il calore riceve la medesima riduzione meccanicista. Le materie che chiamiamo fuoco sono una moltitudine di corpicelli minimi, figurati e mossi con altissima velocità; penetrando il corpo, il loro toccamento produce l’affezione del caldo, grata o molesta a seconda che agevoli la traspirazione o provochi disgregazione della sostanza. Perciò, “rimosso il corpo animato e sensitivo, il calore non resti altro che un semplice vocabolo” – (fr:1414). Non basta la presenza degli ignicoli: occorre il loro moto. Lo dimostra il sasso calcinato: “vegiamo una quantità di fuoco, ritenuto nelle porosità ed anfratti di un sasso calcinato, non ci riscaldare, ben che lo tegniamo in mano, perch’ei resta in quiete” – (fr:1415). Appena immerso in acqua, gli ignicoli fuggono e penetrano la mano. Di qui “il moto esser causa di calore” – (fr:1416). La confricazione di corpi duri genera calore proprio perché riduce parte della materia in minimi in moto: “la confricazione e stropicciamento di due corpi duri … gli riduce finalmente in moto … e sentendo l’anima sensitiva nel lor passaggio i toccamenti, sente quell’affezzione … caldo, bruciore o scottamento” – (fr:1419).

L’ultimo gradino riguarda la luce: quando l’assottigliamento giunge agli atomi realmente indivisibili, cessa il moto temporaneo calorifico e si crea la luce, “espansione e diffusione instantanea, e potente per la sua, non so s’io debba dire sottilità, rarità, immaterialità, o pure altra condizion diversa da tutte queste ed innominata, potente, dico, ad ingombrare spazii immensi” – (fr:1420). Galileo tronca qui la digressione per non smarrirsi in un oceano di dubbi (fr:1421).

Dopo la cesura della pagina ‹49›, il testo cambia registro e adotta il latino per riassumere la posizione galileiana sul fulgore che appare intorno ai corpi luminosi. Qui Galileo sostiene che tale radianza non esiste intorno all’astro o alla fiamma, ma si forma sulla superficie dell’occhio per rifrazione dei raggi nell’umore; aggiunge che l’aria non può essere illuminata e che i corpi luminosi, osservati con un tubo, perdono quell’ampia radiazione: “Dum Galilæus de fulgore illo agit, qui, luminosis corporibus circumfusus, eminus spectantibus ab ipso luminoso corpore non distinguitur, ait primo, illum in oculi superficie per refractionem radiorum in insidente humore fieri, non autem circa astrum aut flammam revera consistere; addit secundo, aërem illuminari non posse; tertio vero, corpora luminosa si per tubum conspiciantur, larga illa radiatione spoliari” – (fr:1423) [Mentre Galileo tratta di quel fulgore che, diffuso intorno ai corpi luminosi, a chi guarda da lontano non appare distinto dal corpo luminoso stesso, dice in primo luogo che esso si produce sulla superficie dell’occhio per rifrazione dei raggi nell’umore ivi presente, e non esiste realmente intorno all’astro o alla fiamma; aggiunge in secondo luogo che l’aria non può essere illuminata; in terzo luogo, che i corpi luminosi, se osservati attraverso un tubo, vengono spogliati di quella ampia radiazione]. L’illusione percettiva viene così ricondotta, coerentemente con l’intera impostazione, a un fenomeno che accade nell’organo senziente, non nel mondo esterno.


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[20.1-63-1469|1531]

20 Confutazione delle erronee opinioni sull’ingrandimento celeste e sull’irraggiamento

Nel brano, Galileo si rivolge direttamente al suo avversario per distruggere punto per punto la tesi che l’accresciuta grandezza apparente del Sole e della Luna presso l’orizzonte dipenda dall’illuminazione dell’aria vaporosa. L’errore del Sarsi nasce dall’aver unito due proposizioni vere con un nesso causale falso: “È vera l’una e l’altra proposizione, cioè che l’aria vaporosa s’illumina, e che il Sole e la Luna presso all’orizonte, mercé della region vaporosa, appariscono maggiori; ma è falso il connesso delle due proposizioni, cioè che la maggioranza dependa dall’esser tal regione illuminata” (fr:1475). L’apparente ingrandimento non proviene dalla luce diffusa nei vapori, ma dalla geometria stessa della sfera vaporosa: “non pel lume de’ vapori, ma per la figura sferica dell’esterna loro superficie, e per la lontananza maggiore di quella dall’occhio nostro quando gli oggetti son più verso l’orizonte” (fr:1475). A riprova, Galileo ricorre all’analogia con una lente convessa allontanata progressivamente dall’occhio (fr:1476) e alla geometria delle linee visive che, dalla terra, raggiungono quella superficie sferica: la distanza è minima verso lo zenit e massima verso l’orizzonte (fr:1477). Da questa medesima causa deriva anche la figura ovata del Sole e della Luna bassi, un problema che “non ricerchi maggior profondità di dottrina che l’intender per qual ragione un cerchio veduto in maestà ci paia rotondo, ma guardato in iscorcio ci apparisca ovato” (fr:1478).

A confutare definitivamente che l’ingrandimento sia un effetto di alone luminoso aggiunto, Galileo porta un’evidenza osservativa inoppugnabile: le macchie lunari. Se la grande Luna all’orizzonte fosse il disco reale “inghirlandato” di luce avventizia, le macchie apparirebbero raccolte tutte al centro, lasciando una corona periferica immacolata; invece “le sue macchie sparse per tutto il suo disco sino all’estrema circonferenza nella guisa a capello che si mostra nel mezo del cielo” (fr:1488) compaiono identiche a ogni altezza. Dunque, “non per isplendore aggiunto, ma per uno ingrandimento di tutta la specie nel refrangersi nella remota superficie vaporosa, si mostrano il Sole e la Luna maggiori bassi che alti” (fr:1489).

Chiarito l’errore sull’orizzonte, Galileo passa a una minuziosa distinzione dei diversi tipi di bagliore che circondano le sorgenti luminose, mostrando come il Sarsi li confonda indebitamente. Un primo splendore è l’illuminazione perpetua della metà della sfera vaporosa da parte del Sole, della Luna e delle stelle: essa dà origine all’aurora e al crepuscolo, ma “niuna di queste illuminazioni accresce o scema o in modo alcuno altera l’apparente grandezza del Sole, Luna e stelle” (fr:1493). Un secondo splendore, debolissimo, si genera per rifrazione sulla superficie umida dell’occhio; esso produce un alone che Galileo descrive per esperienza personale (fr:1495), ma neppure questo “s’ingrandisce la specie della fiammella, del cui splendore egli è assai men chiaro” (fr:1496).

Il terzo genere di splendore, l’unico veramente responsabile dell’apparente ingrandimento dei piccoli lumi e del loro aspetto stellato, è lo “splendore vivacissimo e chiaro quasi al par dell’istesso lume principale, il qual si produce per reflessione de’ raggi primarii fatta nell’umidità de gli orli ed estremità delle palpebre” (fr:1497). La prova è data dal mutare delle irraggiature a seconda dell’inclinazione della testa e dal loro sparire quando, calcando le dita sulle palpebre, si allontanano gli orli dalla pupilla (fr:1497). “Questo solo è quello irraggiamento per lo quale i piccoli lumi ci appariscono grandi e raggianti, e nel quale la real fiammella resta ingombrata ed indistinta” (fr:1498). Le altre illuminazioni sono troppo inferiori di luce perché il confine tra il corpo luminoso e l’alone risulti indistinto; altrimenti Sole e Luna dovrebbero mostrarsi “grandi quanto gl’immensi cerchi delle loro aurore” (fr:1499). Galileo può quindi concedere a Sarsi tutta l’aria vaporosa illuminata che vuole: “Di questo lume sparso per l’aria vaporosa io ve ne voglio conceder non solamente quella piccola parte che voi domandate, ma quanto abbraccia tutta l’aurora e ’l crepuscolo” (fr:1503), perché ciò non salva la conclusione avversaria.

L’intera discussione brilla come testimonianza del metodo galileiano, che contrappone alle sottigliezze verbali l’inesorabilità dell’osservazione telescopica. Sarsi e il suo Maestro cercano di negare che le stelle fisse, essendo lontanissime, ricevano accrescimento dal telescopio, sostenendo che l’irraggiamento sia realmente intorno all’astro. Galileo risponde accumulando esperienze sensibili: Saturno “terminatissimo e di figura diversissima dall’altre”, Giove e Marte “perfettamente rotondi e terminati”, Venere “a suoi tempi corniculata ed esattissimamente delineata”, e mille fiammelle di candele lontane tutte ben distinte (fr:1505). La descrizione delle fasi di Venere include dati quantitativi: “cornicolata mostra il suo disco 40 volte maggiore che rotonda, e Marte 60 volte quando è perigeo che quando è apogeo, ancor che all’occhio libero non si mostri più che 4 o 5” (fr:1519), con un esplicito rimando a figure che dovevano accompagnare il testo: “Saturno come appare nella presente figura, e Giove e Marte in quel modo sempre, e Venere in tutte queste forme diverse” (fr:1517).

La chiave risiede nell’ingrandimento diseguale tra il corpo reale e il capillizio che risiede nell’occhio. Il telescopio moltiplica il disco vero della stella ma non l’irraggiamento oculare, cosicché un oggetto prima minuscolo e soffocato dai raggi (come il piccolo disco di Giove, “la ventesima parte dello spargimento della chioma raggiante”, fr:1511) emerge nitido come una Luna; persino Sirio, il cui diametro è la decima parte di quello di Giove, una volta ingrandito in superficie “400 e più volte maggiore, si può distinguere ed assai ben figurare” (fr:1512). A chi obietta che un pò di irraggiamento resta pur sempre visibile nel telescopio, Galileo replica con l’osservazione di Giove seguito dall’alba sino a giorno pieno: a occhio nudo, col crescere della luce, “quel Giove che nelle tenebre superava d’assai ogni stella della prima grandezza, si riduce ad apparir minore di quelle della quinta e della sesta, e finalmente, ridottosi quasi ad un punto indivisibile, nascendo il Sole, si perde del tutto”; eppure col telescopio “si séguita egli pur di vederlo tutto il giorno grande e ben circolato” (fr:1527), prova che l’accrescimento prodotto dallo strumento è tutt’altro che minimo o nullo (fr:1528).

Galileo non risparmia la derisione per gli argomenti che deviano dal punto, definendoli “pannicelli caldi, e un voler fuggir la scuola e cercar di deviare il lettore dal primo proposito” (fr:1504). La consapevolezza della forza delle proprie ragioni traspare dal tono di chi si sente “professore e maestro vecchio” (fr:1492) di fronte a uno scolare, e dall’ultima promessa di inchiodare l’avversario “alla stracca” con una nuova dimostrazione (fr:1529-1531). L’intero brano è documento prezioso di una stagione in cui la verifica empirica e la quantificazione telescopica si scontravano con una fisica qualitativa, e in cui la parola stampata diventava campo di battaglia per imporre una nuova immagine del cosmo.


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[21.1-20-1545|1564]

21 La trasparenza della fiamma e la disputa sulle comete

Un’argomentazione scientifica costruita con osservazioni quotidiane, riferimenti biblici ed esperimenti controllati per difendere la possibilità che la cometa sia una fiamma e confutare l’obiezione di Galileo sulla trasparenza del fuoco.

Il brano si inserisce nel vivo della polemica sulla natura delle comete tra Galileo Galilei e Orazio Grassi, qui sotto lo pseudonimo di Sarsi. L’autore – che parla in prima persona accordando credito a quanto scritto dal signor Mario Guiducci – si propone di smontare l’argomento galileiano secondo cui una cometa infuocata impedirebbe la vista delle stelle retrostanti, dimostrando invece che la fiamma è trasparente e che l’obiezione non regge.

La difesa si apre con un duplice richiamo all’autorità e all’esperienza comune. Le Sacre Scritture offrono il primo tassello: i tre giovani gettati nella fornace per ordine del re, Anania, Azaria e Misaele, vengono visti camminare in mezzo al fuoco mentre un quarto personaggio dall’aspetto “simile al Figlio di Dio” appare nitidamente (fr:1545-1546). L’autore avverte subito che non si tratta di un caso miracoloso isolato, perché situazioni analoghe si presentano nella vita quotidiana: “in candelæ flamma medio loco consistens videtur ellychnium, seu nigricans seu candens” – (fr:1547) [nella fiamma della candela, nel mezzo, si vede lo stoppino, sia esso annerito o incandescente]; e osservando una catasta di legna che arde, “medias inter flammas semiusta ligna et carbones accensos libere prospectamus” – (fr:1548) [tra le fiamme scorgiamo liberamente i legni semibruciati e i carboni accesi]. La conclusione immediata è perentoria: “Flamma igitur perspicua est” – (fr:1549) [la fiamma dunque è trasparente].

Viene poi introdotta una distinzione cruciale tra corpi opachi e la fiamma. Un oggetto opaco che si frapponga tra l’occhio e un altro oggetto ne impedisce la vista, a qualsiasi distanza si trovi, purché resti interposto. Al contrario, la fiamma lascia sempre vedere le cose situate appena al di là di sé, “si non longe distent, sed easdem e proximo vehementer illuminet” – (fr:1550) [se non distano molto, ma le illumina con forza da vicino]. L’esempio addotto è facilmente riproducibile: basta collocare un foglio scritto a un dito dietro una fiamma per leggere nitidamente i caratteri; ergo la fiamma è diafana e luminosa, contro quanto assunto da Galileo come principio per confutare Aristotele.

Per chiarire perché gli oggetti molto lontani dalla fiamma scompaiano, l’autore introduce un principio di fisiologia della visione: un oggetto che colpisce la facoltà visiva con maggiore veemenza sovrasta gli altri meno atti a muoverla. Poiché un oggetto lontano è assai meno illuminato della fiamma stessa, questa “potentiam veluti totam explet obruitque” – (fr:1551) [riempie e sommerge per così dire l’intera facoltà visiva], impedendo di percepire ciò che sta oltre. Man mano che ci si avvicina alla fiamma, l’illuminazione cresce e l’oggetto può competere con essa (fr:1552). Di conseguenza, se la fiamma splende di luce più debole, o se l’oggetto retrostante è luminoso per sé oppure fortemente illuminato da altra fonte, “nunquam illius aspectum interposita flamma impediet, quamvis longissime obiectum illud a flamma distet” – (fr:1553) [mai la fiamma interposta impedirà di vederlo, per quanto lontanissimo esso sia dalla fiamma].

A sostegno di questa tesi sono chiamate alcune prove sperimentali. L’acquavite, distillato di vino, produce una fiamma poco brillante che consente di leggere caratteri minutissimi; analogamente la fiamma dello zolfo, benché colorata e densa, “vix tamen quidquam impedimenti eisdem rerum imaginibus affert” – (fr:1556) [quasi non reca alcun impedimento alle immagini delle cose]. Persino una fiamma chiarissima non nasconde una seconda candela collocata molto più indietro: attraverso il lume più vicino si scorge la fiamma lontana che tremola (fr:1557). Si giunge così al punto dirimente della controversia: poiché le stelle sono corpi luminosi “quavis flamma longe clariora” – (fr:1558) [di gran lunga più splendenti di qualunque fiamma], non meraviglia affatto che l’interposizione della cometa infuocata non possa celarle. L’argomento galileiano non danneggia minimamente la posizione aristotelica.

Il discorso si allarga poi a tutti i corpi, anche opachi, purché illuminati da un’altra sorgente luminosa: di giorno, un oggetto rischiarato dal Sole resta visibile anche frapponendo una fiamma (fr:1560). La conclusione, ribadita con forza, è che “flammas perspicuas esse, atque hoc etiam non obstare quominus cometa flamma esse potuerit” – (fr:1561) [le fiamme sono trasparenti e ciò non osta a che la cometa abbia potuto essere una fiamma].

L’ultima parte del brano segna una svolta retorica. L’autore si rivolge all’Illustrissimo Signore e annuncia di voler affrontare la quarta e ultima proposizione (fr:1562). Con tono ironico riporta lo stupore del Sarsi verso chi, come lui, pur avendo fama di osservatore scrupoloso, avrebbe sostenuto cose facilmente confutabili con esperimenti manifesti (fr:1563). Promette quindi di esporre brevemente ciò che persuase Mario Guiducci a scrivere e lui medesimo a darvi assenso – ossia che una cometa fatta di fiamma dovrebbe nascondere le stelle – per poi passare a esaminare gli esempi e le ragioni del Sarsi, rimettendo infine al giudizio del dedicatario la decisione su chi sia “più difettoso e mal avveduto nel suo esperimentare e discorrere” (fr:1564).

Il passo è testimonianza viva del metodo polemico della scienza seicentesca, dove la spiegazione dei fenomeni celesti si intreccia con l’argomentazione scritturale, l’osservazione empirica immediata e un uso calibrato dell’esperimento. Vi si colgono alcuni elementi peculiari: la nozione di trasparenza della fiamma, l’idea che la visibilità dipenda dalla competizione tra stimoli di diversa intensità, l’importanza di variabili come la distanza e l’illuminazione esterna, e la distinzione tra corpi luminosi per sé e corpi che semplicemente riflettono luce. Tutto ciò è messo al servizio di un dibattito che, al di là della questione cometaria, riguardava la stessa immagine pubblica dello scienziato, la sua affidabilità sperimentale e la liceità di discostarsi dall’autorità aristotelica.


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