Humboldt - Kosmos - 1845 | L
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- Kosmos: Introduzione
La diversità del godimento della natura e l’indagine scientifica delle leggi del mondo.
Il testo delinea un programma per una “descrizione fisica del mondo” o “dottrina del Cosmo”, che non è una mera enciclopedia di risultati scientifici, ma la considerazione pensosa dei fenomeni come un tutto naturale. L’autore, dopo una lunga assenza, intraprende queste conversazioni pubbliche con un duplice timore: la vastità incommensurabile dell’argomento e la propria inesperienza nell’esposizione orale. Tuttavia, ritiene che “la natura è il regno della libertà” e che il discorso debba muoversi con la stessa dignità. L’obiettivo è elevare il godimento della natura attraverso una più profonda comprensione, mostrando come “nella molteplicità riconoscere l’unità”. Si distinguono diversi gradi di questo godimento: quello immediato, “indipendente dall’intuizione dell’operare delle forze”, che sorge dal “sentimento della libera natura” e da un “vago presentimento” della sua legalità interna; e un godimento più elevato, che “sorge dall’intuizione dell’ordine dell’universo e del concorso delle forze fisiche”, accessibile a una cultura più matura. La regione equatoriale è presentata come il teatro privilegiato per osservare la massima diversità di impressioni naturali e la regolare disposizione per zone dei fenomeni. Il sommario critica le visioni dogmatiche e la “rozza empiria” che ostacolano una grandiosa considerazione dell’universo, proponendo invece “visioni generali” che, considerando ogni organismo come parte del tutto, “estendono la nostra esistenza spirituale”. Il discorso tocca anche l’influenza delle scienze naturali sul benessere delle nazioni, sostenendo che “sapere e conoscere sono la gioia e il diritto dell’umanità”. La trattazione si conclude affermando che la descrizione fisica del mondo, come la storia mondiale, si fonda sull’esperienza, ma una trattazione pensosa di entrambe conduce alla “scoperta di leggi” come meta ultima della ricerca umana.
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1 Prolegomeni alla descrizione fisica del mondo
Delineazione del concetto, dei confini e del metodo della scienza che considera il mondo come un tutto naturale simultaneamente esistente, distinguendola dalle discipline affini.
Il presente blocco costituisce l’introduzione metodologica e programmatica all’opera. L’autore dichiara l’intento di esporre “il concetto e il contenuto della dottrina del Cosmo”, definendo i confini della “descrizione fisica del mondo” come disciplina autonoma. Tale scienza, suddivisa in una parte tellurica e una siderica (uranologica), non è una mera enciclopedia di conoscenze naturali, ma il tentativo di cogliere “l’unità nella molteplicità” e “il legame interiore nei fenomeni tellurici”. Si stabilisce una netta distinzione dalle scienze specialistiche (fisica, chimica, geognosia, geografia comparata), la cui confusione terminologica e concettuale viene criticata. La descrizione fisica del mondo si occupa della distribuzione spaziale e delle relazioni dei fenomeni, non della loro sistemazione per analogie interne. Viene quindi illustrato l’approccio specifico della geografia fisica tellurica, che analizza grandi linee e risultati comparativi (orografia, idrografia, distribuzione climatica degli organismi), lasciando i dettagli alle descrizioni regionali. La parte uranologica, che tratta dello spazio celeste, beneficia di una maggiore semplicità poiché vi agiscono prevalentemente processi fisici governati dalla gravità. L’autore giustifica infine la scelta del titolo “Cosmo”, termine di origine pitagorica che indica l’ordine dell’universo, e riflette sulla relazione tra descrizione fisica (che considera il coesistente nello spazio) e storia naturale (che considera il divenire nel tempo), riconoscendone l’inseparabile connessione. Il blocco si conclude con una riflessione epistemologica sul metodo empirico, sul ruolo della filosofia naturale e sull’aspirazione, pur nella consapevolezza della sua difficoltà, a una comprensione razionale unitaria del cosmo.
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2 Etimologie di “mondo” e premesse per un quadro della natura
Indagine sull’origine semantica del termine “mondo” e dichiarazione di intenti metodologici per una descrizione scientifica dell’universo.
Il blocco si apre con un’analisi etimologica e concettuale del termine “mondo”, tracciandone l’evoluzione dalle radici sanscrite, attraverso il latino, fino alle lingue germaniche, per notare come esso unisca i significati di “ornamento” e “luce” e come inizialmente indicasse una dimensione temporale più che spaziale. Il testo poi delinea l’ambizioso progetto di un “quadro della natura” o “cosmo”, inteso come descrizione ordinata dell’universo. L’autore riconosce la difficoltà di tale impresa, poiché “la natura, per estensione e contenuto, è un infinito” e costituisce “un problema insolubile” per l’intelletto umano. Tuttavia, si propone di descrivere “ciò che è contemporaneamente riconosciuto secondo la misura e nei limiti del presente”, adottando un metodo che parta dal generale (gli spazi celesti e le nebulose) per scendere al particolare (il sistema solare e la Terra con i suoi fenomeni organici), invertendo così la prospettiva sensibile comune. L’obiettivo è cercare “l’unità nella totalità” dei fenomeni, servendosi anche della precisione numerica, poiché “i valori medi sono lo scopo finale, anzi l’espressione delle leggi fisiche”. Viene discussa la tensione tra il rigore della scienza moderna, che respinge molte questioni come insolubili, e il fascino ingannevole delle antiche filosofie naturali. Il frammento si conclude con una prima applicazione di questo metodo, iniziando l’osservazione del cosmo dai “nebulosi irrisolti” e speculando sui processi di formazione stellare, dove “il processo di condensazione sembra qui quasi svolgersi sotto i nostri occhi”.
Riferimenti minori (983) - (985) Ennio e Cicerone
sull’uso di “mundus”.
(986) - (987) Radice sanscrita mand e termini slavi e francesi
per “mondo” e “luce”.
(988) Origine del termine antico alto-tedesco per
“mondo”.
(989) - (990) Il mundus etrusco come volta rovesciata.
(991) Il mondo goto come “giardino del mare”
(merigard).
(993) - (994) Riferimenti a studi su Ennio e le sue fonti.
(995) - (999) Citazioni di Gellio, Schelling e titoli di opere.
(1008) Schema discesa dal cosmico al tellurico.
(1021) - (1024) Riferimento alla “Storia della concezione del
mondo” di Humboldt.
(1033) - (1035) Visioni illusorie di terre ad ovest e fascino
ingannevole delle filosofie naturali antiche.
(1048) - (1051) Confronto con il metodo dell’astronomia didattica.
(1065) L’invenzione della vista telescopica.
(1070) - (1071) Numero e forme delle nebulose osservate.
(1076) Il processo di condensazione insegnato dalla scuola ionica.
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3 La materia cosmica e i corpi del sistema solare
Osservazioni sulla materia diffusa e condensata nello spazio, e descrizione dettagliata dei componenti del nostro sistema planetario, con particolare attenzione alle loro caratteristiche fisiche e orbitali.
Si inizia considerando la materia diffusa nell’universo, dai “Nebelflecke” e “Nebelsterne” fino alla “dunstförmige Materie” che pervade lo spazio. Si osserva che “i pianeti nebulari come le stelle nebulari, devono avere dimensioni enormi”. La discussione si sposta poi sulla materia condensata, descrivendo il nostro sistema solare come un esempio che “presenta tutti i gradi di densità media”. Vengono analizzati i pianeti, suddivisi in gruppi interni ed esterni, notando che “i pianeti interni, più vicini al sole, sono di dimensioni modeste, più densi… i pianeti esterni, più lontani dal sole, sono enormemente più grandi, cinque volte meno densi”. Si sottolinea l’assenza di leggi semplici che colleghino parametri come distanza, dimensione e densità, affermando che “nessuna legge generale è sotto questo aspetto da trovare negli spazi celesti”.
L’analisi prosegue con i corpi minori. Si descrivono i “molti satelliti o pianeti secondari” che circondano i pianeti principali, notando che “i pianeti più ricchi di lune si trovano tra i più lontani, che sono al tempo stesso i più grandi, i molto poco densi e i molto schiacciati”. Ampio spazio è dedicato alla “innumerevole schiera delle comete”. Vengono descritte le loro forme variabili, dai nuclei ai “Beſen”, le code, e le loro proprietà fisiche, come il fatto che la luce della cometa del 1819 “mostrò luce polarizzata, dunque riflessa”. Si discutono le orbite, in particolare quelle dei “cometi planetari” di breve periodo come quelli di Encke, Biela e Faye, e le implicazioni della loro scoperta, incluso il suggerimento di “una materia nebuliforme resistente diffusa negli spazi cosmici” che ne accorcia il periodo orbitale. Si conclude con una riflessione sui timori umani, osservando che “la certezza che ci siano comete ricorrenti all’interno delle orbite planetarie conosciute… la via della cometa di Biela che interseca la nostra orbita terrestre” hanno sostituito le paure vaghe del passato con preoccupazioni più definite.
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4 Il Zodiacallicht e la struttura del cosmo
Osservazioni, storia e natura della luce zodiacale, con digressioni sulla costituzione del sistema solare, il moto delle stelle e la vastità dell’universo.
Il testo tratta inizialmente dell’osservazione del “Thierkreislichtes”, o luce zodiacale, descrivendone la visibilità dopo il tramonto, la forma e l’intensità variabile, come quando “una Stunde nach Sonnenuntergang wurde es auf einmal ſichtbar, in großer Pracht”. Ne ripercorre la storia delle osservazioni, dalla prima descrizione di Childrey nel 1661 al contributo di Dominicus Cassini, e discute le teorie sulla sua natura, escludendo che sia l’atmosfera solare e ipotizzando invece “die Exiſtenz eines zwiſchen der Venus⸗ und Marsbahn frei im Weltraume freifenden, ſehr abgeplatteten Ringes dunſtartiger Materie”. Si menzionano osservazioni di variazioni nella sua luminosità e di fenomeni atmosferici correlati. La trattazione si amplia poi alla struttura del sistema solare, considerato come un sistema dinamico governato da forze centrali, e al “translatoriſche Bewegung der Sonne”, il suo moto nello spazio. Si affronta il tema del moto proprio delle stelle, la difficoltà di separare il moto assoluto da quello relativo e la conclusione che “beide, unſer Sonnenſyſtem und die Sterne, ihren Ort im Weltraum verändern”. Viene presentato il lavoro di Argelander sulla direzione del moto solare verso la costellazione di Ercole. Si espone poi la prova dell’universalità della gravità fornita dallo studio delle “Bewegung der Doppelſterne”, delle cui orbite si possono calcolare gli elementi e stimare massa e distanza. Si confrontano le dimensioni e le masse del Sole con quelle di altre stelle, come Arturo, e si citano stime sulla massa del sistema doppio 61 del Cigno. Il discorso procede descrivendo gli effetti di questi moti millenari sull’aspetto del cielo stellato, poiché “Die ſchönen Sterne des Centaur und des ſüdlichen Kreuzes werden einſt in unſeren nördlichen Breiten ſichtbar werden”. Segue una vivida rappresentazione del cosmo in perpetuo movimento, dove “Wir finden die zahlloſen Firſterne ſich wimmelnd nach verſchiedenen Richtungen gruppenweiſe bewegen”. L’attenzione si sposta quindi sulla struttura della Via Lattea, descritta come un anello di stelle, con “Aufbruch der Schicht” tra le stelle β e γ del Cigno, e circondata da un anello più distante di nebulose. Si menzionano le “Oeffnungen im Himmel”, regioni prive di stelle, interpretate come “Röhren, durch die wir in den fernſten Weltraum blicken”. Il testo si conclude riflettendo sulle implicazioni della velocità finita della luce, per cui “Der Anblick des geſtirnten Himmels bietet Ungleichzeitiges dar” e la luce delle stelle lontane è “das älteſte ſinnliche Zeugniß von dem Daſein der Materie”.
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[6.1-24-1844|1867]
5 Metodi per determinare la figura della Terra
Sulla determinazione della forma del pianeta e il confronto tra i risultati ottenuti da diverse metodologie scientifiche.
Sommario Il testo tratta dei metodi utilizzati per determinare la curvatura e la figura della Terra, soffermandosi in particolare su tre approcci principali: le misure geodetiche (gradmessungen), gli esperimenti con il pendolo e lo studio delle perturbazioni dell’orbita lunare. Viene sottolineato come la discrepanza nei risultati, ad esempio il fatto che “aus den Pendelversuchen folgt im Ganzen eine weit größere Abplattung” (“dagli esperimenti col pendolo risulta nel complesso un appiattimento di gran lunga maggiore”), attesti piuttosto la precisione degli strumenti e la complessità dei fenomeni fisici coinvolti, come l’influenza della distribuzione di densità interna del pianeta. Viene presentato il valore di appiattimento derivante dal confronto di undici misurazioni di gradi, calcolato da Bessel come 1/299, e si nota come i risultati lunari di Laplace siano molto vicini a questo dato. Il discorso si allarga poi all’importanza storica e metodologica di queste ricerche, evidenziando come il percorso per ottenere il risultato abbia portato a un “generale Ausbildung und Vervollkommnung des mathematischen und astronomischen Wissens” (“formazione generale e perfezionamento della conoscenza matematica e astronomica”). Vengono menzionate anche le difficoltà pratiche, come le influenze locali della geologia sulle misurazioni, che “erschweren die Erlangung eines allgemeinen Resultats” (“rendono difficile il conseguimento di un risultato generale”). Si conclude con una citazione di Laplace che illustra poeticamente come, tramite la teoria lunare, un astronomo avrebbe potuto determinare la forma della Terra senza muoversi dall’osservatorio.
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[7.1-50-1979|2028]
6 Distribuzione e movimento dei fenomeni magnetici terrestri
La rappresentazione grafica delle linee isodinamiche, isocline e isogoniche e la loro evoluzione secolare.
Sommario
Viene descritto il sistema di rappresentazione grafica del magnetismo terrestre attraverso “tre sistemi di linee che rappresentano l’isodinamica, l’isoclina e l’isogonia (uguale forza, uguale inclinazione e uguale declinazione)”. Le linee isogoniche, che indicano la declinazione magnetica, non sono fisse ma soggette a un “movimento secolare”, oscillando e avanzando, tanto che “la loro distanza e la posizione relativa di queste curve, costantemente in movimento, che avanzano oscillando, non rimangono sempre le stesse”. Questi cambiamenti sono lenti: “la deviazione totale (variazione o declinazione dell’ago magnetico) in certi punti della Terra, per esempio nella parte occidentale delle Antille e a Spitzbergen, in un intero secolo non cambia affatto o in modo finora appena percettibile”. Le linee si comportano diversamente sulla terraferma: “le curve isogoniche, quando nel loro movimento secolare dalla superficie del mare arrivano su un continente o un’isola di considerevole estensione, permangono a lungo sullo stesso e poi, avanzando, si curvano”. Questa “graduale trasformazione delle forme, che accompagna la traslazione”, rende difficile rintracciare l’evoluzione storica delle configurazioni. La storia documentata di questi fenomeni per le nazioni occidentali risale solo al 1492, quando Colombo “riconobbe una linea senza deviazione” a ovest delle Azzorre. Si nota un’inversione storica: mentre “tutta l’Europa ha ora, eccetto una piccola parte della Russia, una deviazione occidentale”, alla fine del XVII secolo l’ago puntava a nord a Londra e Parigi. L’Asia presenta configurazioni complesse, come “la doppia curvatura delle linee di declinazione” e, nel nord-est, un “sistema notevole chiuso in se stesso” di linee isogoniche. Una configurazione ovale simile si trova nel Pacifico meridionale. Pur potendo sembrare “l’effetto di una condizione locale del corpo terrestre”, se questi sistemi si muovono nel tempo la causa dev’essere più generale. Si analizzano poi le “variazioni orarie della declinazione”, il cui valore angolare diminuisce con la latitudine magnetica, e si ipotizza l’esistenza di una regione senza tali variazioni, la cui curva “non è stata ancora trovata”. Si passa quindi all’“equatore magnetico”, definito come la linea dove “l’inclinazione dell’ago è zero”. La sua posizione e il “cambio di forma secolare” sono oggetto di studio. Viene dettagliatamente descritto il suo percorso attraverso gli oceani e i continenti, dalla sua intersezione con le Ande al Pacifico, all’Asia, all’Africa e di nuovo al Sud America, attraversando “una terra incognita magnetica”. Si segnala lo spostamento occidentale di uno dei suoi nodi tra il 1825 e il Lo studio di questo equatore, per gran parte oceanico e quindi accessibile alle misurazioni navali, è cruciale per comprendere le leggi del magnetismo terrestre e il suo “influenza sull’inclinazione dell’ago nelle regioni più remote del mondo”. Infine, si introduce la terza forma, “l’intensità della forza”, rappresentata da “curve isodinamiche (linee di uguale intensità)”. La sua misurazione, divenuta molto precisa, offre “gli elementi più fruttuosi alla teoria del magnetismo terrestre”. Si osserva che l’intensità aumenta dall’equatore ai poli, ma “non è uguale in tutte le parti” dell’equatore magnetico, e le sue linee non sono parallele a quelle di uguale inclinazione. Il lavoro di Edward Sabine è citato come fondamentale per la comprensione globale di queste leggi d’intensità.
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[8.1-87-2075|2161]
7 Fenomeni elettro-magnetici atmosferici: l’aurora polare come tempesta magnetica e processo luminoso terrestre
Un’indagine sulla natura elettro-magnetica dell’aurora polare, descritta nei suoi fenomeni visivi, nella sua relazione con le formazioni nuvolose e nei suoi effetti sul magnetismo terrestre, corredata da osservazioni geografiche e storiche.
Sommario Il testo definisce l’aurora polare come l’atto di scarica di una “tempesta magnetica”, un processo di ripristino di un equilibrio disturbato nella distribuzione del magnetismo, analogo al lampo in un temporale elettrico. A differenza di quest’ultimo, però, il “temporale magnetico” manifesta i suoi effetti su vasta scala, influenzando l’ago magnetico “su grandi parti dei continenti”. La descrizione procede dettagliando le fasi di un’aurora completamente sviluppata: dall’apparire di un “segmento scuro” all’orizzonte, spesso descritto come una “spessa muraglia di nebbia” di colore bruno o violetto, al formarsi di un “ampio, ma brillante arco luminoso” che lo delimita. Questo arco, in costante agitazione, precede l’emissione di raggi e fasci che salgono verso lo zenit, dove a volte si raccolgono a formare la cosiddetta “corona” dell’aurora. L’intensità e i colori delle luci, dal violetto al purpureo, sono correlati alla violenza della scarica, come avviene per la scintilla nell’elettricità ordinaria. Viene sottolineato il legame con formazioni nuvolose alte e sottili, in particolare i cirri, osservando che “l’aurora polare lanciava i raggi più vivaci quando nella alta regione dell’aria masse di Cirro-Stratus galleggiavano”. Questo collegamento mostra “l’evoluzione elettro-magnetica della luce come parte di un processo meteorologico”, rivelando l’azione del magnetismo terrestre sulla condensazione del vapore acqueo. La trattazione si estende alla distribuzione geografica del fenomeno, notando che la sua frequenza dipende dalla “latitudine magnetica” e che esistono “particolari zone di aurora boreale” dove lo spettacolo è più vivido. Vengono discussi i tentativi di misurazione dell’altezza, con risultati oscillanti, e l’ipotesi che il fenomeno possa avvenire nella regione delle nubi stesse, con i raggi “mossi da venti e correnti d’aria”. Una sezione è dedicata a confutare l’idea che l’aurora produca un rumore, attribuendo i racconti popolari a illusioni ottico-acustiche o al crepitio del ghiaccio, e a confermare la sua influenza sulle tre componenti della forza magnetica terrestre (declinazione, inclinazione, intensità), che vengono modificate “attraendo o respingendo” l’ago. L’analogia è stabilita con la fiamma tra due punte di carbone in un circuito di Volta, attratta o respinta da un magnete. In conclusione, il fenomeno è ascritto a una “corrente galvanica”, ossia al movimento di elettricità in un circuito chiuso, e la sua importanza risiede nel fatto che “la Terra diventa luminosa”, mostrando un “proprio processo luminoso” che, nel suo massimo splendore, supera di poco “la luce del primo quarto di luna” e permette, in rari casi, di “leggere a stampa senza sforzo”. Questo processo terrestre introduce, per analogia, la questione della luce propria del pianeta Venere.
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[9.1-112-2222|2333]
8 9: Fenomeni sismici e loro caratteristiche
Analisi delle manifestazioni acustiche, degli effetti geografici e dell’impatto psicologico dei terremoti, con esempi storici e considerazioni sulla loro relazione con il vulcanismo.
Sommario
Il testo esamina la relazione tra la forza delle oscillazioni telluriche e l’intensità del rombo sotterraneo, notando come spesso non siano proporzionali. Si cita il caso del “grande terremoto di Riobamba (4 febbraio 1797)” che, nonostante la sua violenza, avvenne “senza alcun rombo”. Vengono descritti vari tipi di fragore: “rotolante, crepitante, risonante come catene mosse” o “acuto, come se masse di ossidiana o altre masse vetrose venissero frantumate in caverne sotterranee”. Si illustra come il suono si propaghi efficacemente attraverso la terra solida, portando esempi di boati percepiti a grandi distanze dall’epicentro, come il rombo del vulcano di St. Vincent udito a Caracas, o il “canonar sotterraneo” del Cotopaxi ascoltato a Honda, nonostante la separazione di “109 miglia di distanza” e immense catene montuose. Un caso estremo è il “brulichio e tuono sotterraneo (bramidos y truenos subterraneos) di Guanajuato”, un rombo continuo durato oltre un mese senza alcun tremore percepibile, che causò il panico e l’abbandono della città. Il sommario prosegue descrivendo la vasta portata geografica di alcuni terremoti, come quello di Lisbona del 1755, i cui effetti furono avvertiti “nelle Alpi, sulle coste svedesi, nelle isole Antille… nei grandi laghi del Canada”, interessando un’area “quattro volte la superficie dell’Europa”. Vengono menzionati anche i terremoti di lunga durata, come quelli “tra New Madrid e Little Prairie” nel 1811-12. Si osserva come i terremoti possano sollevare il suolo, come accaduto “lungo la costa del Cile nel novembre 1822”, ed essere accompagnati da emissioni di “acqua calda… vapori caldi… fango, fumo nero, e persino fiamme”. Viene discussa l’interazione con i vulcani: i vulcani attivi sono considerati “valvole di sicurezza e protezione per i dintorni più prossimi”, mentre il pericolo sismico aumenta quando le loro aperture sono ostruite. Tuttavia, si nota che la forza maggiore non si manifesta sempre in prossimità di vulcani attivi. Infine, il testo riflette sull’“impressione profondissima e del tutto peculiare” del primo terremoto, che distrugge la fiducia innata “nella quiete e nell’immobilità dello strato solido, degli strati fissi della terra”, generando un senso di vulnerabilità di fronte a “forze distruttive, sconosciute”. Questo stato d’ansia è condiviso anche dagli animali, in particolare “maiali e cani”.
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[10.1-42-2431|2472]
9 10 - Fenomeni vulcanici e struttura dei vulcani
Distinzione tra le varie manifestazioni vulcaniche e descrizione dei processi di formazione dei vulcani, con particolare attenzione agli “Erhebungskrater” e alle loro caratteristiche.
Il testo distingue innanzitutto tra diversi fenomeni vulcanici, elencando “Erdbeben, heiße Wasser- und Dampfquellen, Schlammvulkane” e altri, fino alla formazione di un vulcano permanente. Descrive poi il processo di formazione dei cosiddetti “Erhebungskrater” (crateri di sollevamento), risultato di una “großen, aber localen Kraftäußerung im Inneren unsres Planeten”. Questi crateri, come illustrato dall’esempio “der zirkelrunden Form von Palma”, possono formarsi in mare, dando origine a isole, o sui continenti, riempiendosi d’acqua. La loro formazione non è legata a un tipo specifico di roccia, poiché “brechen aus in Basalt, Trachyt, Leucit-Porphyr (Somma), oder in doleritartigem Gemenge von Augit und Labrador”, il che spiega la loro varietà. Da tali strutture “gehen keine Eruptions-Erscheinungen aus” e raramente si trovano tracce di attività vulcanica ancora attiva. La forza che le genera, dopo essersi accumulata a lungo, solleva masse rocciose ma, una volta rilasciati i vapori, la massa spesso ricade, richiudendo l’apertura senza dare origine a un vulcano vero e proprio.
Un “eigentlicher Vulkan” si forma invece solo dove esiste “eine bleibende Verbindung des inneren Erdkörpers mit dem Luftkreise”. In esso, “die Reaction des Inneren gegen die Oberfläche” è durevole. Può sorgere da un cratere di sollevamento, circondato da un’alta muraglia rocciosa, o direttamente da un altopiano, come il Pichincha. Il testo osserva che le leggi di formazione sono universali, ritrovando gli stessi fenomeni “in Inseln ferner Meere” e persino sulla Luna, dove si riconoscono “mächtige Erhebungskrater”. Contrariamente all’idea comune, un vulcano non si forma per l’accumulo graduale di lava, ma sembra piuttosto essere “die Folge eines plötzlichen Emporhebens zäher Massen”. “Das Maaß der hebenden Kraft offenbart sich in der Höhe der Vulkane”, e l’altezza sembra influenzare la frequenza delle eruzioni: “als wären diese weit häufiger in den niedrigeren als in den höheren Vulkanen”. Viene citata a supporto una sequenza di vulcani, da Stromboli a Cotopaxi, notando che mentre il basso Stromboli lavora ininterrottamente, i vulcani più alti sono caratterizzati da lunghi periodi di quiete.
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10 Fenomenologia e struttura dei vulcani
Descrizione della morfologia, dell’attività dinamica e dei prodotti vulcanici, con particolare riferimento ai fenomeni osservati nelle Ande.
Il testo tratta della struttura e dei fenomeni premonitori dei crateri vulcanici. Viene descritto come “un improvviso scioglimento della neve su un bel cono di cenere annuncia la vicinanza dell’eruzione” e come la profondità del cratere stesso sia “in molti vulcani un segno della vicinanza o della lontananza di un’eruzione imminente”. Il cratere è un “profondo, spesso accessibile bacino” dal fondo soggetto a continui cambiamenti, con la formazione di coni di scorie che possono crollare durante una nuova eruzione. Vengono distinti il cratere principale dalle aperture dei coni di proiezione che da esso si innalzano. Si accenna al fatto che, tra un’eruzione e l’altra, un cratere può mostrare solo fessure fumanti o innocui coni di scorie che “dilettano senza pericolo il geognosta viandante con l’espulsione di masse incandescenti”. Viene poi descritta l’attività vulcanica nelle alte vette andine, dove lo scioglimento dei ghiacci causa inondazioni e interagisce con le infiltrazioni d’acqua nelle rocce, portando alla singolare emissione di acqua, fango e pesci dalle caverne durante i terremoti premonitori, come accadde con il crollo del Carguairazo nel Si discute anche dei “temporali vulcanici”, generati dalla condensazione del vapore acqueo, i cui fulmini “hanno una volta in Islanda […] ucciso 11 cavalli e 2 uomini”. La trattazione si sposta poi sui prodotti vulcanici, definendo la lava come una roccia “emersa in strette zone longitudinali da un’apertura vulcanica (una sorgente terrestre)”. Si elencano i metalli trovati, i composti sublimati dalle fumarole e si sottolinea come la composizione delle lave vari in base a molti fattori, relazioni che “possono essere indagate solo mediante indagini cristallografiche e chimiche molto accurate”. Si precisa che la maggior parte dei vapori è vapore acqueo puro e si discute della natura della cenere e delle cosiddette fiamme, ritenute riflessi di luce. Infine, vengono esaminate le teorie sull’origine del calore vulcanico, ritenendo improbabile che dipenda dalla combustione di materiali locali e ipotizzando piuttosto una “potente calore interno” residuo della formazione planetaria. La sezione si chiude con una classificazione dei vulcani in centrali e allineati, citando il Picco di Tenerife come esempio del primo e la catena delle Ande come “il più grandioso esempio della comparsa di vulcani allineati in una terraferma”, dove la presenza di certe rocce annuncia la vicinanza di vulcani attivi.
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[12.1-46-2587|2632]
11 Vulcani: collegamenti sotterranei, formazione ed estinzione
Vulcani in allineamento, comunicazione sotterranea e la questione della vicinanza al mare.
Il testo tratta della connessione tra vulcani allineati, come quelli nell’altopiano americano, “tutti in una direzione tra 18°59’ e 19°12’ di latitudine nord”, suggerendo una “fessura trasversale da mare a mare”. Si descrive la nascita del nuovo vulcano Jorullo nel 1759 e la si paragona, anziché al Monte Nuovo, al sollevamento vulcanico di Methone. Viene citata la descrizione poetica di Ovidio di questo evento, che “dipinge in modo così pittoresco e, come ci autorizzano a credere fenomeni analoghi, anche così vero la grande vicenda naturale”. L’attenzione si sposta poi sulle isole eruttive, definendo Santorini “la più importante” perché “riunisce in sé l’intera storia delle isole di sollevamento”. Viene discussa l’ipotesi storica che l’attività vulcanica dipenda dalla vicinanza al mare, riportando la domanda retorica: “come sarebbe possibile questa lunga durata, se non fosse il mare vicino a dare nutrimento al fuoco?”. Vengono esposti una serie di interrogativi fisici complessi sul ruolo delle acque marine o meteoriche. Tuttavia, l’evidenza geografica sembra contraddire la necessità assoluta del mare, citando vulcani attivi nell’entroterra, come in America e, “quasi alla stessa distanza (370-382 miglia) dal litorale del mare di ghiaccio e da quello dell’Oceano Indiano”, in Asia centrale, nel Tien Shan. I “fatti qui condensati, finora non sufficientemente considerati, rendono probabile che la vicinanza del mare e la penetrazione di acqua marina nel focolare dei vulcani non siano condizioni incondizionatamente necessarie per l’eruzione del fuoco sotterraneo”. La parte finale delinea le fasi dell’attività vulcanica, dal primo risveglio, caratterizzato da “scorie infuocate, lave di trachite” e “sviluppo di molti, per lo più puri, vapori acquei”, fino all’estinzione totale, passando per la fase solfatarica. Viene infine distinta l’attività vulcanica storica da eruzioni più antiche, come quelle di granito nell’era primaria.
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12 Vulcanicità e formazione delle rocce: descrizione generale e classificazione
Questa è la descrizione più generale dei vulcani, una parte così importante della vita della Terra, che qui ho tentato di abbozzare. Essa si fonda in parte sulle mie osservazioni, ma nella generalità dei suoi contorni sui lavori del mio amico di lunga data, Leopoldo di Buch, il più grande geognosta della nostra epoca.
Sommario
Il testo delinea una teoria generale della “vulcanicità”, intesa come reazione dell’interno di un pianeta sulla sua crosta esterna, non più vista come fenomeno isolato e distruttivo, ma come forza che forma nuove rocce o trasforma quelle più antiche. Questa visione ampliata, frutto della direzione filosofica presa dagli studi geognostici, conduce a una duplice comprensione: verso la parte mineralogica della geognosia e verso la formazione dei continenti. Si afferma che “una maggiore formazione delle scienze conduce, come la formazione politica del genere umano, all’unificazione di ciò che per lungo tempo rimase separato”.
Viene quindi proposta una classificazione quadruplice dei processi di formazione delle rocce, osservabili ancora oggi, sebbene in scala ridotta rispetto all’attività intensa del primordiale “stato caotico del mondo primitivo”. Le quattro classi sono: 1) Rocce eruttive (vulcaniche fuse o plutoniche); 2) Rocce sedimentarie, depositate da fluidi; 3) Rocce metamorfiche, trasformate nel loro tessuto interno; 4) Conglomerati, rocce detritiche composte meccanicamente. Si sottolinea che queste formazioni in corso sono solo “un debole riflesso” di quanto avvenne in condizioni di pressione e temperatura elevate.
Il discorso si concentra poi sulle rocce endogene o eruttive, elencandone i principali gruppi (granito, sienite, porfidi quarziferi, dioriti, basalti, trachiti, ecc.) e illustrandone le caratteristiche e la distribuzione geografica con numerosi esempi concreti tratti da diverse regioni del mondo, dall’Asia al Sud America. Si osserva che “l’indipendenza delle rocce dai rapporti spaziali, geografici, è così grande che, a nord e a sud dell’equatore, nelle zone più remote, il geognosta si stupisce del loro aspetto del tutto familiare”.
Segue l’analisi delle rocce sedimentarie, la cui formazione orizzontale uniforme sarebbe stata modificata dall’influenza sollevante e scuotente delle rocce eruttive. Senza questa azione, i continenti offrirebbero “l’immagine tristemente uniforme delle Llanos sudamericane o delle steppe nordasiatiche”. Vengono elencati i principali tipi di sedimenti, dagli scisti di transizione al travertino, fino ai depositi di infusori, la cui grande importanza per indicare “l’influenza dell’attività organica sulla formazione della crosta terrestre” è stata scoperta di recente.
La terza classe, le rocce metamorfiche, è introdotta come un “processo oscuro” di trasformazione operato dal calore e dalla vicinanza di rocce eruttive. Si sostiene che “la credenza nella metamorfosi ha potuto consolidarsi solo da quando si è riusciti a seguire passo passo le singole fasi del cambiamento”. Vengono descritti molti esempi di metamorfosi da contatto: la trasformazione di scisti in ardesia o in diaspro; la conversione di scisti argillosi in masse granitoidi; la formazione di gneiss e micascisti da parte del granito; la trasformazione di calcari densi in marmi granulari o in dolomia. Si cita l’ipotesi, ormai comune tra i geognosti, che “tutto lo gneiss tra il Mar Glaciale e il Golfo di Finlandia sia originato e trasformato da strati siluriani della Formazione di Transizione per l’azione del granito”. Particolare attenzione è data al “processo più notevole della metamorfosi”, la dolomitizzazione, e alla trasformazione del calcare in gesso per azione di vapori solforici. Si menzionano anche le formazioni di quarzo, la genesi di diamanti in relazione a forze plutoniche e la formazione di minerali come granati al contatto tra rocce eruttive e sedimentarie.
La quarta e ultima classe è quella delle rocce detritiche o conglomerati, il cui nome “ricorda le distruzioni subite dalla superficie terrestre, ma ricorda anche i processi di cementazione”. Si distingue tra conglomerati formatisi per azione meccanica dell’acqua e “conglomerati di attrito” generati dallo sfregamento delle masse eruttive in risalita contro le pareti delle fessure. “L’esistenza di tali conglomerati di attrito attesta l’intensità della forza con cui le masse eruttive hanno urtato contro la superficie terrestre”.
In chiusura, alcune considerazioni sulla distribuzione geografica e la composizione chimica delle rocce. Si rileva che la sostanza chimica più diffusa è la silice, seguita dal carbonato di calcio. Le rocce sono definite come “associazioni determinate di un piccolo numero di minerali”. L’ordine e l’età delle formazioni sono determinati principalmente “dalla presenza di resti organici e dalla diversità della loro struttura”.
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13 La testimonianza delle rocce: stratigrafia e sviluppo della vita preistorica
La Terra come archivio geologico, dove gli strati sedimentari conservano, in sequenza temporale, la storia della vita organica del passato.
Il sommario tratta del principio fondamentale della stratigrafia, per cui gli strati rocciosi fossiliferi custodiscono “le flore e le faune dei millenni trascorsi” (2865), permettendo di risalire nel tempo studiando la loro disposizione. Vi si descrivono le modalità di conservazione dei fossili, dai resti completi alle semplici impronte, e si introduce il duplice approccio di studio: morfologico, volto a colmare le lacune tra le forme di vita attuali ed estinte, e geognostico, che esamina i fossili in relazione “all’ammassarsi e all’età relativa delle formazioni sedimentarie” (2878). Si ripercorre quindi la comparsa sequenziale dei principali gruppi di vertebrati: i pesci, i più antichi, già presenti negli strati silurici; poi i rettili, con il primo sauro nel “calcare ramifero dello Zechstein in Turingia” (2892); infine i mammiferi e gli uccelli, comparsi rispettivamente nel Giurassico e nel Cretaceo. Si evidenzia come “le flore e le faune sono tanto più diverse dalle forme attuali delle piante e degli animali, quanto più le formazioni sedimentarie appartengono agli strati inferiori, cioè più antichi” (2901), citando i lavori di Cuvier, Deshayes e Lyell. Viene menzionato il caso dei pesci fossili, di cui Agassiz afferma di non averne trovato “neanche uno che fosse specificamente identico a un pesce attualmente vivente” (2903-2905), e l’importanza dei fossili guida, come ammoniti e belemniti, per determinare l’età relativa degli strati e correlare formazioni distanti, come dimostrato da Leopold von Buch e d’Orbigny (2916, 2921). La seconda parte del sommario si concentra sulla storia della vegetazione. Dalle prime piante cellulari marine degli strati di transizione, si passa alla ricca flora della formazione carbonifera, con le sue “quasi 400 specie” (2941) di felci, licopodiacee arboree, sigillarie e conifere, caratterizzata da una “distribuzione molto uniforme degli stessi generi… in tutte le parti della superficie terrestre di allora” (2946). Si segue l’evoluzione delle flore attraverso le ere, con il massimo sviluppo delle cicadee nel Keuper e nel Lias, il loro declino nel Cretaceo e nel Terziario, fino alla comparsa, negli strati terziari più recenti, di una flora molto simile a quella attuale, con “i nostri abeti e le nostre conifere, le nostre Cupulifere, aceri e pioppi” (2978). Viene infine accennata la curiosa associazione, comune nel passato ma rara oggi, tra palme e conifere, osservata da Humboldt in Messico e da Colombo a Cuba, dove questi notò “che nella terra di nuova scoperta si trovassero insieme palmeti e pineti” (2967).
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[15.1-76-3043|3118]
14 Considerazioni sulla configurazione orizzontale dei continenti e sulle forze modellanti
Esame della distribuzione e della forma delle terre emerse, con analisi delle analogie strutturali e delle ipotesi sulle cause geologiche che le hanno determinate.
Il testo analizza la configurazione orizzontale dei continenti, partendo dalla constatazione che “la metà meridionale e occidentale del globo (a ovest del meridiano di Teneriffa) sono le regioni più ricche d’acqua dell’intera superficie terrestre”. Viene sottolineato il contrasto tra l’emisfero settentrionale, con più terre emerse, e quello meridionale, più oceanico, e la diversa orientazione degli assi continentali: “nell’emisfera orientale l’asse maggiore va da est a ovest… nell’emisfera occidentale invece da sud a nord”. Si notano “similitudini fisiche nella configurazione del mondo”, come la forma piramidale di tutte le estremità meridionali dei continenti e il parallelismo tra le coste atlantiche. L’analisi si sposta poi sulle cause di questa conformazione. Si afferma che “l’attuale configurazione è il prodotto di due cause” principali: forze sotterranee e agenti superficiali come vulcani e correnti. Si conclude che “i mutamenti del rapporto di livello tra le parti liquide e solide della superficie terrestre” sono attribuibili a molteplici cause, tra cui “la potenza dei vapori elastici racchiusi nell’interno della Terra” e il diverso raffreddamento della crosta, riconoscendo infine che “il sollevamento dei continenti è un sollevamento reale, non solo apparente”, come dimostrato da osservazioni in Scandinavia.
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[16.1-78-3146|3223]
15 L’influenza della conformazione terrestre e della circolazione oceanica
La struttura interna dei continenti, determinata da catene montuose e altipiani, e le proprietà degli involucri fluidi del pianeta – l’oceano e l’atmosfera – esercitano un’influenza fondamentale sul clima, sulla civiltà e sulla distribuzione della vita.
Il sommario tratta dell’importanza della “gloria interna” della Terra attraverso l’innalzamento verticale del suolo, le cui conseguenze sono altrettanto importanti di quelle della conformazione costiera. “Tutto ciò che sulla superficie del pianete… produce variazione delle forme e multiformità” imprime un carattere peculiare alla vita dei popoli. Si espongono le teorie sulle origini e le direzioni dei sistemi montuosi, citando le “grandiose vedute di Elie de Beaumont” su un’età relativa, e si nota come le principali direzioni del continente europeo abbiano influenzato i rapporti commerciali e “il corso della civiltà”. Viene quindi dimostrata, tramite stime numeriche come il calcolo che la massa dei Pirenei sparsa sulla Francia ne aumenterebbe l’altezza di soli 108 piedi, “come esigua in tutto sia la quantità delle masse sollevate”. Si discute della persistente attività delle forze plutoniche interne, che potrebbero generare nuove catene, poiché “tutti i fenomeni geognostici accennano a periodici alterni di attività e di quiete” e “la quiete, di cui godiamo, è solo apparente”. La trattazione si sposta poi sugli “involucri” fluidi del pianeta, l’oceano e l’atmosfera, esaminandone le analogie e le differenze, come la diminuzione di temperatura con la profondità o l’altezza. Si descrivono in dettaglio le proprietà termiche degli oceani, la formazione di correnti polari sottomarine e l’esistenza di “bande” d’acqua più calda a nord e a sud dell’equatore. Viene affrontata la questione del livello del mare, con casi locali come il Mar Rosso, dove “la forma del canale… sembra contribuire a questo notevole innalzamento permanente”. Infine, si classificano i movimenti delle acque in irregolari (onde), periodici (maree) e permanenti (correnti), spiegando il fenomeno delle maree attraverso la teoria newtoniana e laplaceiana, la quale ha permesso di “preannunziare l’altezza delle… maree sizigiali” per avvertire del pericolo. Le correnti oceaniche, dipendenti da molte cause, mostrano il “notevole spettacolo” di scorrere in direzioni definite mentre gli strati adiacenti restano immobili, un fenomeno riscontrabile anche in alcune “limitare correnti d’aria” durante gli uragani.
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16 Origini e metodi della climatologia moderna
Dalle prime osservazioni dei monsoni alla rete di stazioni magnetiche: lo studio scientifico dei climi.
Sommario
Il testo tratta dello sviluppo storico e metodologico della climatologia scientifica. Si parte dalla conoscenza antica dei venti, come i monsoni nell’Oceano Indiano, definiti “il Hippalos dei greci navigatori”, considerata l’origine remota del sapere meteorologico. Viene poi descritto il ruolo fondamentale delle reti di osservazione sistematica, come le stazioni magnetiche tra Mosca e Pechino, istituite anche per studiare “altre relazioni meteorologiche”, che permetteranno di determinare con precisione “donde il vento venga”. Il nucleo concettuale è l’introduzione del “sistema delle isoterme, isotere e isochimene”, proposto per la prima volta nel 1817, come principale fondamento della “climatologia comparata”. Questo metodo grafico, paragonato a quello usato per lo studio del magnetismo terrestre, permette di analizzare le deviazioni dalla distribuzione teorica del calore. Il clima è definito in modo ampio come “tutti i cambiamenti nell’atmosfera che i nostri organi percepiscono”, includendo temperatura, umidità, venti e persino la “serenità abituale del cielo”, che influenza “i sentimenti e l’intero stato d’animo dell’uomo”. Le differenze climatiche tra regioni alla stessa latitudine, come il freddo più intenso dell’America orientale rispetto all’Europa occidentale, spinsero una riflessione che poté dare frutti solo quando fondata su “risultati numerici del calore medio annuale”.
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[18.1-20-3373|3392]
17 Contrasti climatici tra costa e interno
Pechino, nonostante la latitudine simile, ha inverni molto più freddi di città europee come Napoli e Parigi, e una rigidità invernale superiore a quella di Copenaghen, situata diciassette gradi più a nord.
Sommario del blocco Il testo espone il fondamentale contrasto tra clima costiero o insulare e clima continentale. Viene spiegato che “la grande massa d’acqua dell’Oceano segue con lentezza le variazioni di temperatura dell’atmosfera”, agendo da moderatore che “mitiga contemporaneamente la rigidità dell’inverno e il caldo dell’estate”. Questo genera la differenza tra il clima delle regioni articolate e ricche di penisole e quello “dell’interno di grandi masse di terraferma”. Viene citato Leopold von Buch come primo studioso ad aver sviluppato compiutamente gli effetti di questo contrasto su vegetazione, agricoltura e caratteristiche atmosferiche. Come esempio estremo di clima continentale, si menzionano località siberiane come Tobol’sk e Irkutsk, dove a estati simili a quelle di Berlino seguono inverni con temperature medie del mese più freddo tra “i -18 e i -20°”. Tali climi sono definiti, tramite una citazione di Buffon, “eccessivi” e paragonati, con un verso di Dante tradotto, alla condizione di “soffrire tormenti caldi e geli”. Nonostante queste escursioni, si nota come in alcune di queste zone, come presso Astrachan’, si produca frutta eccellente, grazie a estati calde (con medie di 21°). Il blocco si chiude sottolineando il “contrasto più evidente” offerto dalle isole britanniche e dalle coste della Normandia, dove la mitezza invernale e le estati fresche e nebbiose permettono, come nell’Irlanda di nord-est, una vegetazione lussureggiante nonostante la latitudine.
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[19.1-72-3399|3470]
18 Distribuzione e influenza del clima: temperature, vegetazione e fattori geografici
L’analisi dei fattori che determinano le differenze climatiche e i loro effetti sulla vegetazione, l’agricoltura e la vita umana.
Sommario Il testo esamina come la distribuzione della temperatura nelle diverse stagioni, più del suo valore medio annuo, sia cruciale per la vegetazione, l’agricoltura e il senso di benessere climatico, poiché “la vegetazione, il Ackerbau, la Obſtecultur, e il Gefühl klimatiſcher Behaglichkeit” dipendono dalla “verſchiedene Vertheilung einer und derſelben mittleren Jahrestemperatur”. Viene spiegato che le linee isoterme non sono parallele a quelle delle isochimene e isotere, introducendo il ruolo della luce diretta rispetto a quella diffusa nel favorire la maturazione dei frutti, come nel caso della vite che per produrre “trinkbaren Wein” richiede specifiche condizioni di temperatura invernale ed estiva. Attraverso esempi comparativi, come tra Bordeaux e le pianure baltiche, si mostra come i termometri in ombra non riflettano la reale temperatura superficiale del suolo esposto all’insolazione, limitando la comprensione dei fenomeni climatici favorevoli alla viticoltura.
Si procede quindi a indagare le cause delle differenze climatiche continentali, attribuendo il clima più mite dell’Europa alla sua frammentazione, alla vicinanza al mare e all’influenza di fattori come la Corrente del Golfo e la presenza dell’Africa, poiché “Europa verdankt ſein ſanfteres Klima: der Exiſtenz und Lage von Afrika”. Il raffreddamento progressivo procedendo da ovest a est in Europa è ricondotto alla forma “compacteren” del continente e alla minore influenza dei venti occidentali. Il testo respinge poi l’idea che la freddezza della Siberia occidentale sia dovuta all’altitudine, attribuendola invece alla configurazione del territorio e alle correnti d’aria. L’influenza del rilievo viene approfondita, descrivendo come la disposizione delle catene montuose crei bacini che “individualiſiren” il clima localmente, influenzando “die Natur der Erzeugniſſe und die Wahl der Culturen, auf Sitten, Verfaſſungsformen”. Questa “geographiſchen Individualität” raggiunge il massimo dove le differenze del suolo sono più accentuate, in contrasto con le uniformi steppe o deserti.
La trattazione si sposta infine sulla diminuzione del calore con l’altitudine, definita “einer der wichtigſten Gegenſtände” per la meteorologia e la geografia delle piante. Vengono presentati dati quantitativi sulla diminuzione della temperatura per grado di latitudine e per incremento di altitudine in diversi sistemi (es. Europa centrale, Ande), stabilendo relazioni tra questi elementi. Si descrive come i climi si sovrappongano “ſchichtenweiſe” dalla foresta equatoriale alla neve perpetua, permettendo paragoni tra le temperature delle città andine e quelle europee. L’ultima parte è dedicata al limite delle nevi perpetue, spiegando che non è una semplice funzione della latitudine o della temperatura media, ma un fenomeno complesso determinato da “Verhältniſſen der Temperatur, der Feuchtigkeit und der Berggeſtaltung”. Vengono elencati molti fattori specifici, come l’umidità dell’aria e l’esposizione dei versanti, e forniti esempi delle notevoli variazioni dell’altezza della linea delle nevi in diverse regioni (Ande, Himalaya), la cui comprensione ha “einen wichtigen Einfluß auf das Leben zahlreicher Volksſtämme”. Il testo si conclude con un cenno all’importanza degli studi igrometrici per conoscere la distribuzione del vapore acqueo nell’atmosfera.
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[20.1-72-3472|3543]
19 Processi meteorologici, elettricità atmosferica e osservazioni climatiche
L’analisi dei fenomeni meteorologici, con particolare attenzione all’umidità, alle precipitazioni e all’elettricità atmosferica, e le considerazioni sui limiti della previsione del tempo.
Sommario Il testo esamina i fattori che influenzano l’umidità e la vivificazione della vegetazione, sottolineando come questa non dipenda tanto “della quantità di vapore disciolta sotto diverse zone”, quanto piuttosto “della specie e frequenza delle precipitazioni come rugiada, nebbia, pioggia e neve”. Viene descritta la distribuzione dell’elasticità del vapore in relazione ai venti, secondo le leggi di Dove, e si riportano osservazioni sulla capacità delle piante di assorbire acqua dall’aria anche in regioni aride. Sono presentati dati comparativi sulle precipitazioni in diverse zone tropicali e andine, notando come “sul pendio della catena delle Ande diminuisce con l’altezza, come la temperatura, così anche la quantità di pioggia”. Viene menzionata l’estrema aridità osservata in Asia settentrionale, dove “l’aria conteneva ancora solo ¼ di vapore acqueo”. Il discorso si sposta poi sull’elettricità atmosferica, descritta come in “molteplice rapporto con tutti i fenomeni della distribuzione del calore, della pressione dell’atmosfera e delle sue perturbazioni, degli idrometeori”. Se ne discutono le possibili fonti e si afferma che “la descrizione fisica del mondo deve indicare l’indiscutibilmente crescente forza dell’elettricità positiva generale dell’aria con l’altezza”. Si descrivono le formazioni temporalesche, le diverse tipologie di fulmini e la rarità dei temporali in zone come la costa peruviana o l’alto nord. La sezione conclusiva riflette sulla complessità dei processi meteorologici, interconnessi in modo tale che “ogni singolo processo meteorologico viene modificato da tutti gli altri simultanei”. Questa complessità rende estremamente difficile la previsione del tempo. Si osserva criticamente che alcuni, svalutando la meteorologia, “la fiducia, che essi sottraggono ai fisici, la donano al mutar della luna e a certi giorni del calendario da lungo tempo celebrati”. Vengono infine esposti principi sulla distribuzione geografica delle anomalie termiche e si sottolinea l’importanza del barometro, che solo “ci indica ciò che avviene in tutti gli strati d’aria sopra il luogo di osservazione”, mentre gli altri strumenti informano solo sugli strati inferiori. Si sostiene che importanti cambiamenti meteorologici spesso originano “in grande lontananza” e si suggerisce che la meteorologia dovrebbe cercare le sue basi “nella zona torrida”, dove molti fenomeni sono periodici. Il testo si chiude con una transizione verso la sfera della vita organica.
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[21.1-94-3619|3712]
20 Geografia degli organismi e unità del genere umano
Dalla distribuzione delle piante e degli animali all’analisi fisica e spirituale dell’umanità, per concludere con l’idea di fratellanza universale.
Il blocco esamina la geografia organica, discutendo la distribuzione di piante e animali in relazione a fattori come clima e migrazione, per poi concentrarsi sulla questione delle razze umane. Si afferma che animali come “l’alce, ad esempio, vive nella penisola scandinava quasi dieci gradi più a nord che nell’interno della Siberia” e che le piante migrano attraverso i semi. L’attenzione si sposta quindi sull’umanità, affrontando il “problema della possibilità di una discendenza comune”. Viene respinta l’idea di razze superiori o inferiori, sostenendo l’unità del genere umano attraverso argomenti come “le molte fasi intermedie del colore della pelle e della struttura cranica” e l’analogia con la variazione in altre specie. Si discute il ruolo ambiguo delle lingue come indicatore di parentela, notando che “famiglie linguistiche completamente diverse si trovano in una stessa razza” a causa di fenomeni storici come la sottomissione e la mescolanza. Il frammento culmina con una citazione che celebra “l’idea dell’umanità: lo sforzo di abbattere i limiti che i pregiudizi… hanno posto tra gli uomini” come scopo finale, prima di una conclusione che riassume il percorso dall’astronomia alla biologia.
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[22.1-24-5229|5252]
21 Riferimenti bibliografici e osservazioni sulla cristallizzazione e le formazioni rocciose
Citazioni e note su dimorfismi, espansione termica dei cristalli e genesi di minerali in diversi contesti geologici.
Il blocco raccoglie una serie di riferimenti bibliografici a opere di Mitscherlich, Elie de Beaumont, Rose, Humboldt e altri, riguardanti fenomeni di cristallografia e geologia. Si menziona la “dimorfia dello zolfo” e lo studio sull’“espansione dei corpi cristallizzati attraverso il calore”. Viene trattata la genesi vulcanica o da contatto di minerali come il diaspro, il feldspato e la mica, citando casi specifici come la formazione di diaspro “per effetto dell’azione plutonica della roccia augitica” a Bogoslowsk e la presenza di “cristalli di mica nella lava del Vesuvio del 1822”. Si accenna anche all’alterazione di scisti per contatto, come in Bretagna, dove avrebbero acquisito “un carattere amigdaloide e cellulare”.
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[23.1-22-5282|5303]
22 Riferimenti e controversie su fossili e geognosia
Citazioni e contesti di autori classici e moderni, con osservazioni critiche su interpretazioni di reperti fossili e accenni a studi geognostici di diverse regioni.
Il blocco riporta una serie di riferimenti bibliografici puntuali a opere di Fiedler, Origenes, Plinio e Strabone, contestualizzando una discussione critica sull’interpretazione di un reperto. Si contesta l’ipotesi che Xenofane intendesse “un’impronta di alloro” anziché “un’impronta di pesce”, giudicando “molto improbabile” questa lettura “secondo l’intero contesto” e sostenendo che “la correzione” di Jacob Gronovius, che “ha trasformato l’alloro in una sardella”, sia biasimata “ingiustamente” da Delarue. Si menziona, a confronto, il ritrovamento di un “naturale simulacro di Sileno” dai marmi di Parigi. La seconda parte elenca sistematicamente studi geognostici sull’area di Carrara, definita “città di Selene”, e su altre località, citando autori come Savi, Hoffmann, von Leonhard, Cotta, von Buch, von Dechen, Poggendorff, Dufrénoy e Humboldt, con rimandi a pagine specifiche di annate, riviste e trattati di mineralogia e geologia.
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[24.1-38-5374|5411]
23 Blocco di Testo 24
Classificazioni geologiche e fossili vegetali in studi ottocenteschi
Il blocco presenta una discussione sulle classificazioni stratigrafiche proposte da Murchison e sulle scoperte paleobotaniche del XIX secolo, citando una serie di autori e opere specifiche.
Il testo tratta la suddivisione del “bunten Sandstein” (arenaria variegata) operata da Murchison, il quale assegna la parte superiore alla Trias di Alberti e costituisce con quella inferiore, insieme a Zechstein e Todtliegenden, il suo sistema permiano. Si precisa che per questa visione “con la Trias superiore, cioè con la divisione superiore della nostra arenaria variegata, iniziano per lui le formazioni secondarie”, mentre il sistema permiano e altre formazioni più antiche sono considerate “paläozoische Gebilde” (formazioni paleozoiche). Viene menzionato il fondamento di questa classificazione in un’opera più ampia dello studioso. La seconda parte del blocco verte su fossili vegetali, in particolare la scoperta di Cycadee e Conifere in formazioni carbonifere, come quelle di Radnitz in Boemia e dell’Alta Slesia. Si cita il merito di Witham nell’“aver riconosciuto per primo l’esistenza delle Conifere nella primitiva vegetazione dell’antica formazione carbonifera”, dato che in precedenza i tronchi fossili venivano spesso descritti come palme. Viene inoltre riportata un’osservazione di Göppert, tramite un campione di “albero d’ambra trasformato in carbone nero”, a sostegno della tesi che “le carboni fossili non sono fibre vegetali carbonizzate dal fuoco, ma si sono probabilmente formate per via umida, con il concorso dell’acido solforico”. Temi minori sono i riferimenti bibliografici puntuali e la citazione di un passaggio di Lindley e Hutton sul genere Lepidodendron.
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