Hegel - Enciclopedia delle scienze filosofiche | A | m
1 L’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel: struttura, traduzioni e ricezione critica
L’edizione e la diffusione dell’Enciclopedia delle scienze filosofiche di Hegel tra Ottocento e Novecento. Le diverse versioni del testo, le traduzioni in lingue europee e le interpretazioni critiche, con particolare attenzione alle aggiunte, alle varianti editoriali e alle controversie metodologiche.
1.1 Le edizioni dell’Enciclopedia e la sua articolazione sistematica
L’Enciclopedia delle scienze filosofiche esiste in tre versioni principali: l’edizione di Heidelberg del 1817 (“Encyklopädie der philosophischen Wissenschaften im Grundrisse”), quella del 1827 e la definitiva del La “Grande enciclopedia”, pubblicata postuma dagli allievi (1832-1845), amplia il testo con “aggiunte” (Zusätze) tratte dai quaderni di Hegel e dei discepoli, suddividendolo in tre volumi: Logica (a cura di von Henning), Filosofia della natura (Michelet) e Filosofia dello spirito (Boumann). La Logica occupa 414 pagine, la Filosofia della natura 696, la Filosofia dello spirito 470, per un totale di 1580 pagine. La Filosofia della natura e lo spirito oggettivo (sezione della Filosofia dello spirito) sono sviluppati in trattati autonomi: il primo mai redatto come libro a sé, il secondo nelle Grundlinien der Philosophie des Rechts (1821).
Le edizioni successive introducono varianti significative: l’edizione Lasson (1905) corregge errori e modernizza l’ortografia, riportando in nota le varianti del Hegel stesso riconosce implicitamente la necessità di revisioni, come quando elimina il titolo “prima parte” nella seconda edizione. La difficoltà di un “Anfang” (inizio) filosofico è esplicitata: “un inizio come un immediato fa una presupposizione o piuttosto è esso stesso una tale” (“ein Anfang als ein Unmittelbares eine Voraussetzung macht oder vielmehr selbst eine solche ist”).
1.2 Traduzioni, ricezione e critiche metodologiche
Le prime traduzioni straniere sono opera di italiani: Augusto Vera pubblica in francese la Logica (1859, 1874), la Filosofia della natura (1863-1866) e la Filosofia dello spirito (1867-1869). La versione italiana di A. Novelli (1863-1864) della Grande enciclopedia è giudicata infedele, tanto da finire “sui muricciuoli e le bancarelle di Napoli”. Superiori sono considerate le traduzioni inglesi di Wallace: la Logica (1874, 1892) e la Filosofia dello spirito (1894), che utilizzano rispettivamente le aggiunte di von Henning e il solo testo hegeliano.
La critica si concentra su due aspetti: la fedeltà delle traduzioni e la legittimità del metodo hegeliano. Vera è accusato di “ommettere proprietà essenziali” e di “volatilizzare” concetti concreti, come quando riduce “il sistema e il processo della riproduzione animale” a mere “potenze del magnetismo” (“le système et le processus de la reproduction de l’animal n’étaient que des puissances diverses du magnétisme”). Hegel respinge tali schematismi: “una maniera della filosofia della natura che ha potenziato o piuttosto volatilizzato il sistema e il processo della riproduzione animale nel magnetismo […] è stata giustamente respinta” (“Eine vormalige Manier der Naturphilosophie […] hat nicht oberflächlicher schematisiert”).
La filosofia hegeliana si distingue dalle scienze empiriche per il suo oggetto e il suo metodo. Mentre queste “elaborano la materia per porgerla pronta alla filosofia” (“die empirischen Wissenschaften […] haben der Philosophie den Stoff entgegengearbeitet”), la filosofia non può presupporre i suoi oggetti come dati dalla rappresentazione (“Die Philosophie entbehrt des Vorteils […] ihre Gegenstände als unmittelbar von der Vorstellung zugegeben […] voraussetzen zu können”). La sua difficoltà iniziale risiede nel “mostrare la necessità del suo contenuto” (“die Notwendigkeit seines Inhalts zu zeigen”), a differenza delle scienze che assumono metodi e oggetti come già stabiliti.
Le critiche alla filosofia hegeliana sono liquidate con disprezzo: Hegel cita Cicerone (“Est philosophia paucis contenta judicibus”) per affermare che la filosofia si accontenta di pochi giudici e rifugge la moltitudine. Le prove metafisiche dell’esistenza di Dio, “ora piuttosto passate di moda” (“die jetz vormaligen metaphysischen Beweise vom Daseyn Gottes”), sono menzionate come esempio di argomenti superati. La conciliazione tra ragione e realtà è presentata come compito della filosofia: “deve produrre […] la conciliazione della realtà cosciente di sé con la ragione” (“die Versöhnung der selbstbewussten Vernunft mit der Wirklichkeit hervorzubringen”).
La mancanza di un commento storico-filologico all’Enciclopedia è lamentata: né le note di Vera né le Erläuterungen di Rosenkranz assolvono a questo compito. Solo la traduzione inglese della Logica offre un saggio in tal senso. La terminologia hegeliana richiede un’assuefazione graduale, come notato nella prefazione a una traduzione italiana: “La difficoltà si supera con l’assuefarsi a poco a poco alla terminologia e ai concetti”.
2 La logica speculativa e la critica dei metodi tradizionali
Definizione dei confini tra pensiero filosofico, logica ordinaria e metafisica intellettualistica.
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Il pensiero filosofico si distingue dal pensiero comune per la sua capacità di elevarsi al “conoscere concettuale”. Le determinazioni logiche — concetti, giudizi, ragionamenti — non devono essere “prese dall’osservazione e concepite solo empiricamente”, ma “dedotte dal pensiero stesso”. La logica speculativa supera la logica ordinaria, che tratta le forme del pensiero come “determinazioni finite” e le considera “solo come forme del pensiero conscio”, senza indagarne la necessità o il valore. Essa include la logica antica e la metafisica, ma le rielabora con categorie ulteriori, mostrando come il finito “non è il vero” e come le antinomie della ragione derivino dall’applicazione di determinazioni intellettuali a oggetti incondizionati.
Il sommario affronta la contrapposizione tra metodo empirico e speculativo. L’empirismo, nato dal “bisogno di avere un contenuto concreto” e un “fermo appoggio contro la possibilità di dimostrare ogni e qualsiasi cosa”, attinge il vero dall’esperienza, ma riduce il pensiero a “generi, specie, leggi, forze”. La metafisica tradizionale, invece, applica le “determinazioni dell’intelletto” a totalità come “anima, mondo, Dio”, trattandole come “soggetti dati” senza indagarne la genesi concettuale. La logica speculativa rifiuta questa separazione: riconosce il contenuto empirico delle scienze, ma lo rielabora introducendo “altre categorie”, come dimostra il caso della zoologia e dell’anatomia comparata, dove il materiale è organizzato “nei riguardi del concetto”. Viene criticato l’uso arbitrario di termini come “concetti chiari, distinti e adeguati”, che appartengono alla psicologia e non al pensiero puro, e si sottolinea come le “figure del sillogismo” aristoteliche siano spesso presentate senza “mostrarne la necessità”.
La distinzione tra rappresentazione e concetto emerge come tema minore. La filosofia sostituisce le “rappresentazioni” con “pensieri, categorie, concetti”, mentre l’intelletto elabora le rappresentazioni in “generi, specie, leggi”. Si evidenzia inoltre il ruolo della dialettica: l’essere e il nulla, ad esempio, sono “astrazioni vuote” che spingono verso un significato concreto. La critica si estende ai metodi delle scienze empiriche, che “assumono presupposti” e procedono con “l’identità formale”, risultando “inservibili pel conoscere filosofico”. Infine, si accenna alla costruzione della materia in Kant e al tentativo di una “matematica filosofica” che conosca per concetti ciò che la matematica ordinaria deduce da presupposti.
3 La dialettica dell’essere, dell’essenza e del concetto: struttura e dinamiche della realtà
Definizione dei rapporti tra immediatezza, mediazione e negatività nella costituzione della realtà come processo logico.
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Il sommario ricostruisce la progressione dialettica tra essere, essenza e concetto attraverso le categorie di qualità, quantità e misura, evidenziando il passaggio dalla determinatezza immediata alla riflessione mediata. L’essere determinato è “l’unità dell’essere e del niente”, dove “la loro contradizione” si risolve in un divenire che conserva entrambi come momenti (1678). La quantità trapassa nella qualità e viceversa (“i due trapassi […] possono essere rappresentati come progresso infinito”; 1855), generando la misura come unità originaria ma instabile, che si nega nello smisurato (“la misura si mostra soppressa nello smisurato”; 1829).
L’essenza emerge come “l’essere che si è profondato in sé”, superando l’immediatezza attraverso la negatività (“la sua distinzione dall’essere immediato è costituita da quella riflessione”; 1882). Qui la differenza non è più limite esterno, ma “posizione, mediazione” (1943), dove l’interno e l’esterno si identificano nella manifestazione (“la manifestazione del reale è il reale stesso”; 2195). La causalità finita, con il suo “progresso da effetti a cause, all’infinito” (2309), viene superata nell’azione reciproca, dove “l’indipendenza è l’infinita relazione negativa a sé” (2340). La sostanza si rivela come causa che “si pone come il negativo di sé stessa” (2288), producendo necessità attraverso la mediazione.
Il concetto unifica essere ed essenza come “riflessione in sé e superamento della mediazione” (2351), dove l’individualità “pone i momenti del concetto come differenze” (2426). La realtà si struttura in sistemi (sensibilità, irritabilità, riproduzione) che riflettono la “totalità concreta della forma” (4683), mentre la vera infinità si realizza nel soggetto capace di “sopportare la contradizione di sé stesso” (4724). L’idea, come unità di finito e infinito, si determina progressivamente fino allo spirito assoluto (7343), dove ogni grado del processo è “una determinazione particolare dell’unità concreta”.
4 Struttura logica e dinamica dell’organismo vivente: dal sillogismo alla riproduzione
Il rapporto tra universalità, particolarità e individualità nei processi organici e concettuali. Forme del sillogismo come modelli della mediazione vitale, figure dell’organismo animale e vegetale, e il passaggio dalla soggettività immediata alla negazione della finitezza naturale.
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Il testo articola la relazione tra le determinazioni logiche del concetto (universale, particolare, individuale) e le manifestazioni concrete della vita organica, attraverso tre assi principali: la struttura sillogistica come schema della mediazione, la differenziazione delle forme viventi (vegetale, animale) e il processo di autoconservazione e riproduzione.
Il sillogismo categorico, ipotetico e disgiuntivo viene presentato come modello della “determinazione mediatrice” (2681), dove l’universale funge da medio tra individualità e particolarità. La “particolarità astratta” (2594) nel sillogismo immediato si evolve in una mediazione concreta, come nel caso della “seconda figura del sillogismo, U-I-P” (2633), dove l’individualità diventa il perno della relazione. La “terza figura, P-U-I” (2637) sancisce la posizione dell’universale come mediatore tra estremi, riflettendo la dinamica dell’organismo che “si riferisce a sé stesso” (4666) attraverso processi interni ed esterni.
L’organismo animale emerge come soggettività concreta, distinta dalla pianta per la sua capacità di “automovimento vivente” (4686) e di “circolazione” (4686), che unisce “il processo immanente” e il “nutrimento delle membra” (4686). La figura animale si articola in sistemi (testa, petto, addome) e “dualità simmetrica degli organi” (4694), mentre la pianta rimane “immediatamente identica” (4594) tra soggettività e oggettività, senza giungere al “processo del genere” (4641). Il dolore e il bisogno sono espressioni della tensione tra singolarità e universalità: “il singolo modo in cui esse siano determinate diventa anche per esse la sensazione di un qualcosa di negativo” (1189), poiché la vita “oltrepassa il singolo” (1189). Il processo del genere si realizza attraverso l’accoppiamento, dove “il vivente immerge la sua singolarità differenziata” (4945), ma anche attraverso la morte come “negazione dell’immediatezza” (4943), che consente il passaggio all’universalità concreta.
La relazione con l’esterno si declina in assimilazione e “processo teoretico” (4711), dove la sensibilità si manifesta come “sentimento determinato” (4711). L’organismo animale, “riflesso immediatamente in sé” (4711), trasforma la natura inorganica in “infezione dell’animalità” (4778), mentre il bisogno nasce dall’inadeguatezza tra individuo e genere: “il sentimento di tale mancanza” (4867) spinge verso l’unione con un altro individuo. La malattia è descritta come fissazione in una “particolarità del sentimento di sé” (5373), incapace di superare la corporalità immediata. Il culmine è la riproduzione, dove il genere “si reca ad esistenza” (4868) attraverso la mediazione tra individui, superando la finitezza naturale.
5 “Proprietà fisiche e dinamiche della materia tra gravità, coesione e movimento”
La materia come sistema di relazioni quantitative e qualitative: peso specifico, coesione, movimento e le loro interazioni nella meccanica e nella fisica.
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Il sommario tratta la materia come entità determinata da proprietà fisiche intrinseche e relazioni dinamiche. Si definisce il peso specifico come “relazione del peso della massa al volume”, dove la materialità “si strappa dalla relazione astratta col corpo centrale” (3860). La coesione emerge come “modo specifico della relazione delle parti materiali” (3857), variabile in base a pressioni esterne e interne, come nel caso del “mutamento interno ed alternativo del peso specifico” (3950) durante la vibrazione.
Il movimento è analizzato nelle sue forme: uniforme, accelerato e circolare. La legge di Keplero è citata come “A.A²/T²”, dove la costante newtoniana “è denominata gravità universale” (3577). Si critica la dimostrazione newtoniana, che riduce il moto a “una sezione conica” senza provare che sia “soltanto l’ellissi” (3577). Il moto planetario è descritto attraverso forze centripete e centrifughe, la cui interazione genera “confusione” quando trattate come indipendenti (3610). La gravità è intesa come “ricerca del punto d’unità” (3938), ma non impedisce il frazionamento della materia, poiché lo spazio ne misura le differenze.
Il calore è presentato come “idealità reale del peso specifico e della coesione” (3959), prodotto dalla negazione momentanea delle parti materiali. La comunicazione del calore dipende dalla “continuità della materia” (3907), mentre l’elasticità è descritta come condizione in cui la parte materiale “è concepita come sussistente e insieme non sussistente” (3908). La luce e i colori sono collegati alla trasparenza e alla densità: la rifrazione doppia è una “forma ideale e soggettiva” (4163), mentre i colori entoptici nascono da “scabrosità come puntualità immateriale” (4222).
La meccanica è suddivisa in tre livelli: l’esteriorità astratta (spazio e tempo), la materia e il movimento finito, e la “meccanica assoluta” (3244). Il movimento è risolto nell’antinomia zenoniana solo se spazio e tempo sono “continui” (3907). La forza d’inerzia è associata all’accelerazione, poiché “aggiunge questa velocità a quella grandezza empirica” (3502). La densità è trattata sia come quantità estensiva che intensiva, con Kant che contrappone “l’intensità” al numero di parti (3868). Infine, la figura cristallina è descritta come “individualizzazione interiore” che non turba “l’omogeneità e trasparenza” (4164).
6 Processi chimici, fisici e filosofici nella natura inorganica e organica
Elementi, neutralità e individualità nei fenomeni naturali.
L’argomento riguarda la critica alle interpretazioni meccanicistiche e riduzioniste dei processi chimici e fisici, con particolare attenzione alla scomposizione dell’acqua, alla neutralizzazione di acidi e alcali, e alla differenziazione degli elementi. Include la distinzione tra processi astratti e concreti, il ruolo dei metalli e dei metalloidi, la tensione tra individualità e dissoluzione nei corpi naturali, e la relazione tra fenomeni elettrici e chimici. Vengono trattati anche temi secondari come la rappresentazione dei pori e della materia, la scala quantitativa degli acidi e degli alcali, e la trasposizione di schemi tra diverse sfere naturali (magnetismo, elettricità, vegetazione, animalità). Si accenna inoltre alla struttura enciclopedica della trattazione, con suddivisioni in fisica inorganica e organica, e alla critica di sistemi filosofici e medici che riducono la complessità dei processi a schemi superficiali.
=== Il sommario si concentra sulla rappresentazione dei processi chimici come scomposizione e ricomposizione forzata di elementi, in particolare dell’acqua in idrogeno e ossigeno, descritta come “una scomposizione di questa” e come un “passeggiare dei gas e delle molecole […] verso la parte che porta il loro nome”. Viene contestata l’idea che la separazione avvenga attraverso un “medio che esiste ancora come l’acqua”, sottolineando l’illegittimità di questo modo di vedere e l’omissione di condizioni che renderebbero impossibile tale dinamica. La neutralizzazione di acidi e alcali ai poli opposti è presentata come un fenomeno altrettanto problematico, dove “entrambi si neutralizzano” ma la spiegazione presuppone un trasferimento di porzioni tra i lati, ignorando la complessità del processo.
Un tema centrale è la tensione tra individualità e dissoluzione nei corpi naturali, dove la terra si scinde in “cristallo, una luna” e “corpo acqueo, una cometa”, mentre i momenti dell’individualità cercano di ricongiungersi con le loro radici indipendenti. La fisica inorganica è suddivisa in meccanica, fisica elementare (corpi elementari, elementi, processo elementare) e fisica individuale (figura, particolarizzazione, processo di individualizzazione), mentre quella organica include natura geologica, vegetale e animale. Viene criticata l’applicazione di schemi astratti a processi concreti, come nel caso della “fisica finita dei corpi individuali isolati” trattata come se fosse identica alla “fisica libera e indipendente del processo terrestre”, o la riduzione di fenomeni complessi a “sostanze e materie in parte imponderabili”, che trasforma la realtà in un “caos di materie” privo di fondamento concettuale.
La relazione tra elettricità e chimismo è un altro punto critico: si nega che il galvanismo sia solo un fenomeno elettrico, evidenziando come il processo chimico produca risultati diversi da quelli elettrici, come nel caso della “scintilla della scarica” paragonata alla formazione di un sale. Viene inoltre sottolineata la differenza tra processi astratti, dove gli agenti sono semplici (es. “l’acqua semplice nella sua azione sul metallo”), e processi concreti, che coinvolgono neutralità e differenziazione. Infine, si accenna alla trasposizione di schemi tra sfere diverse, come la riduzione della riproduzione animale a magnetismo o del sistema vascolare a elettricità, e alla scala quantitativa degli acidi e degli alcali, dove “ciascun singolo acido ha per la sua saturazione con ciascun alcali un rapporto particolare”.
7 Linguaggio, memoria e rappresentazione: segni, scrittura e processi cognitivi
Definizione dei meccanismi di astrazione, produzione e ritenzione dei segni linguistici, con particolare attenzione alla distinzione tra scrittura alfabetica e geroglifica, al ruolo della memoria e all’interiorizzazione delle rappresentazioni nello spirito teoretico.
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L’argomento riguarda la natura del linguaggio come prodotto dell’intelligenza, la sua manifestazione attraverso segni (fonici o grafici) e la relazione tra rappresentazione, memoria e processo cognitivo. Il linguaggio è definito come “prodotto dell’intelligenza, che manifesta le sue rappresentazioni in un elemento esterno”, dove il segno assume la funzione di mediazione tra interiorità ed esteriorità. La scrittura alfabetica e quella geroglifica vengono contrapposte: la prima, basata sull’analisi dei suoni, consente una “via indiretta per giungere mediante l’udibilità alle rappresentazioni”, mentre la seconda deriva dall’analisi delle rappresentazioni stesse, risultando in un sistema di segni complessi e meno immediati (“il linguaggio geroglifico non nasce dall’analisi immediata dei segni sensibili”).
Il tema si estende alla memoria, intesa come “attività creatrice di segni” e meccanismo di ritenzione che trasforma l’intuizione in rappresentazione. La memoria produttiva (“Mnemosine”) si distingue da quella riproduttiva, operando una sintesi tra nome e significato (“il nome e il significato sono congiunti oggettivamente”). Viene evidenziato il passaggio dall’intuizione immediata alla rappresentazione astratta, dove l’intelligenza “cancella il contenuto immediato e peculiare” dell’intuizione per attribuirle un nuovo significato. La scrittura alfabetica preserva la semplicità del nome (“il nome è il segno semplice per la rappresentazione propria”), mentre quella geroglifica, pur offrendo una designazione analitica, contraddice il bisogno di immediatezza del linguaggio (“contradice al bisogno fondamentale del linguaggio in genere, al nome”).
L’argomento include anche riflessioni sull’abitudine come “meccanismo del sentimento di sé”, che riduce la corporeità a immediatezza spirituale, e sulla memoria come strumento di alienazione e oggettivazione dell’interiorità (“lo spirito si fa, come memoria, in sé stesso qualcosa di esterno”). Viene menzionato il ruolo dell’immaginazione associativa, definita “gioco di un rappresentare privo di pensiero”, e la differenza tra spirito teoretico e coscienza sensibile, dove quest’ultima percepisce la natura come “il primo, l’immediato”. Infine, si accenna alla limitatezza della scrittura geroglifica, come nel caso del cinese, dove la mancanza di determinatezza fonica genera ambiguità (“una quantità di sue parole ha parecchi significati affatto diversi”).
8 L’idea e lo spirito: dialettica della libertà e dell’oggettività
L’unità di soggettività e oggettività nell’autorealizzazione dello spirito come verità assoluta.
Il sommario ricostruisce il movimento dialettico attraverso cui l’idea, intesa come unità dinamica di concetto e realtà, si realizza nello spirito. Il processo inizia con la tensione tra soggettività e oggettività, dove “il sapere è così in sé e per sé determinato” (5737) e “la finità ha qui il suo significato proprio, dell’inadeguatezza tra concetto e realtà” (5034). L’idea supera questa scissione attraverso un doppio movimento: da un lato, “nega l’unilateralità della soggettività […] e riempie l’astratta certezza di sé stessa di un contenuto” (2995); dall’altro, “nega l’unilateralità del mondo oggettivo, che […] vale solo come una parvenza” (2995), trasformandolo mediante l’interiorità soggettiva.
Lo spirito emerge come “l’idea infinita” (5034) che, attraverso la mediazione, giunge a “sapere per sé la libertà come sua essenza” (5034). Questo passaggio avviene in tre momenti: la coscienza (“ha un oggetto come oggetto”), l’autocoscienza (“per la quale l’io è l’oggetto”) e la ragione (“unità della coscienza e dell’autocoscienza”) (5550). La ragione, “assolutamente infinita ed oggettiva” (5711), si realizza come volontà, “spirito pratico” (5737), che supera la propria unilateralità formale per divenire “spirito libero” (5737). La libertà, “determinazione assoluta” (6269), si oggettiva nello Stato e nell’eticità, dove “il potere dello Stato, la religione e i principî della filosofia coincidono” (7012), ma solo quando “lo spirito sa la sua essenza” (7012).
Il culmine è lo spirito assoluto, “identità che è altrettanto eternamente in sé, quanto deve tornare ed è tornata in sé” (2234), in cui “la ragione conoscitrice è libera per sé” (6894). Tuttavia, la finitezza persiste come “apparenza esteriore” (6261) nello spirito oggettivo, dove l’idea “appare soltanto nel volere” (2699) e “serba l’aspetto dell’apparenza” (6261). Il movimento dialettico si chiude con la conciliazione tra “l’idea teoretica e la pratica” (3075), dove “il bene in sé e per sé vien raggiunto” (3075) e “il mondo oggettivo è così in sé e per sé l’idea” (3075). Tematiche minori includono il ruolo dell’arbitrio (“volere soltanto come soggettività pura”), la critica alla democrazia platonica (“mancanza della libertà soggettiva”) e la funzione della religione come garanzia dei “principî della ragione della realtà” (7390).
9 Natura e funzione delle leggi nello Stato e nella società
Definizione dei principi che regolano l’ordine giuridico, etico e politico, distinguendo tra legge naturale e legge positiva, tra partecipazione individuale e struttura istituzionale.
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Il tema riguarda la relazione tra legge, libertà e organizzazione statale. Le leggi sono presentate come principio ordinatore universale, valido per gli esseri naturali e per l’uomo, ma con una distinzione: “le stelle ecc., come anche gli animali, sono retti da leggi […] interne”, mentre l’uomo “sa la sua legge” e può obbedire solo a ciò che riconosce come giusto. La legge umana, tuttavia, risulta “mista e maculata di accidente e di arbitrio”, poiché il suo contenuto è soggetto a contingenza.
La libertà politica è definita come “partecipazione formale alle faccende pubbliche statali” di individui impegnati anche in scopi privati. La costituzione viene identificata con la struttura che regola tale partecipazione, mentre uno Stato privo di essa è considerato “senza costituzione”. La divisione dei poteri (legislativo, giudiziario, amministrativo) è descritta come organizzazione oggettiva, in cui gli impiegati agiscono secondo leggi e godono di indipendenza, pur sotto sorveglianza superiore. La classe generale, composta da individui che dedicano la vita agli scopi universali, emerge come elemento chiave nella gestione degli affari statali.
La guerra e i trattati di pace sono citati come momenti in cui l’autonomia degli Stati viene messa in discussione, ma anche come occasioni per il “riconoscimento reciproco delle libere individualità di popoli”. La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è giustificata dal bisogno di “sentimento più concreto dei bisogni generali” e dal diritto dello “spirito comune” di manifestarsi in una volontà esterna. Tuttavia, si sottolinea che tale partecipazione non deve basarsi su privilegi di intelligenza o buona volontà, poiché i membri della società civile agiscono principalmente per interessi particolari.
La critica alla democrazia diretta emerge nella preferenza per una rappresentanza organica, in cui i cittadini partecipano “come momenti organici, come classi”, evitando una forma “inorganica dei singoli come tali”. L’esempio dell’Inghilterra evidenzia come una preponderanza dei privati negli affari statali possa portare al sacrificio della “libertà oggettiva” a favore di interessi particolari, anche in ambiti come la religione.
La legge finanziaria è descritta come un affare di governo mascherato da legge, poiché riguarda “l’intero campo dei mezzi esterni del governo”. La sua approvazione annuale da parte delle assemblee è considerata un’illusione di controllo, dato che la sussistenza dello Stato non può essere messa in discussione. La divisione delle classi sociali è presentata come una suddivisione della ricchezza generale in “masse particolari”, determinate da talento, capacità e caso.
Il diritto internazionale è fondato sul “presupposto riconoscimento degli Stati”, che limita le azioni bellicose e preserva la possibilità della pace. La formazione dello Stato è indicata come scopo sostanziale di un popolo, senza il quale esso “non ha propriamente storia”. Lo Stato è definito come “sostanza etica consapevole di sé”, che unisce i principi della famiglia e della società civile, dando forma universale al sentimento di amore familiare.
La virtù è descritta in relazione a tre ambiti: come “riposarsi tranquillo in sé stesso” di fronte al destino, come “fiducia” e sacrificio per la realtà etica, e come giustizia e benevolenza nei rapporti con gli altri. La proprietà è presentata come diritto e dovere, poiché “è dovere possedere le cose come proprietà”, e il rispetto altrui per tale diritto ne costituisce la garanzia.
La critica alla religione cattolica emerge come condanna di istituzioni basate sulla “servitù dello spirito”, che dovrebbe invece essere libero. La giustificazione delle opere esterne e il merito trasferibile sono considerati elementi che “assoggettano lo spirito a un’esteriorità”, snaturando il concetto di diritto e moralità. La libertà soggettiva, una volta garantita come sicurezza della proprietà e sviluppo dei talenti, tende a essere data per scontata, spostando l’attenzione sul suo significato individuale.
La società civile è descritta come sistema mediato da bisogni naturali e libero arbitrio, in cui la particolarità accidentale si organizza in relazioni generali. La corporazione rappresenta un’istituzione in cui il cittadino trova sicurezza economica e supera l’interesse privato per uno scopo universale. La fiducia reciproca tra individui, che si riconoscono solo nell’identità con il tutto, è indicata come “vera disposizione etica d’animo”.
La critica allo stato di natura e alla limitazione della libertà in società è riassunta nel rifiuto di una visione che contrappone diritto naturale e condizione statale. La partecipazione dei privati agli affari pubblici è giustificata dal bisogno di rendere visibile la volontà comune, ma si sottolinea che la libertà deve essere “svolta nelle sue differenze” per acquisire profondità e realtà. La proprietà familiare e l’industria sono presentate come elementi etici, mentre la corporazione offre un legame tra interesse privato e scopo universale.
10 Il sapere immediato e la critica della mediazione nella filosofia moderna
Il rapporto tra finito e infinito, la natura del sapere religioso e la legittimità delle prove metafisiche nella conoscenza di Dio.
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Il sapere immediato come criterio di verità e la sua relazione con la fede, la ragione e la mediazione filosofica. La contrapposizione tra conoscenza finita e infinita, tra empirismo e metafisica, e la critica alle posizioni che negano la possibilità di una conoscenza necessaria dell’assoluto. Temi collaterali: il ruolo della psicologia, la polemica contro il panteismo, il consensus gentium come prova insufficiente, la distinzione tra sogno e realtà, e la funzione della filosofia rispetto alla religione. Le citazioni evidenziano la tensione tra “il sapere immediato, preso solo isolatamente, con esclusione della mediazione” (1326) e la necessità di “togliere nella mediazione la mediazione stessa” (1057). Viene inoltre discusso il rifiuto della mediazione come “temerità del pensiero” (5038) e la riduzione di Dio a “somma essenza” (1248), contrapposta all’idea che “Dio è la verità e la sola verità” (1289). La critica investe anche le prove metafisiche, accusate di “non esprimere il momento della negazione” (1047), e la pretesa di “un sapere di Dio e del divino” (1360) che prescinda dalla riflessione.
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