Heath - ARISTARCHUS OF SAMOS | e | 10d
1 Le origini della teoria eliocentrica e il ruolo di Eraclide Pontico
Questo resoconto esplora le complesse attribuzioni delle teorie astronomiche nell’antichità, con particolare attenzione alle ipotesi sul movimento della Terra e alla paternità del sistema eliocentrico. Le fonti analizzate rivelano un dibattito storiografico intenso, segnato da attribuzioni contrastanti, possibili interpolazioni testuali e rivalutazioni moderne.
1.1 Attribuzioni contrastanti e problemi di paternità
- L’identificazione degli autori di specifiche dottrine astronomiche è spesso incerta. La versione di Diogene Laerzio e Aezio identifica Iceta di Siracusa con la teoria del fuoco centrale comunemente attribuita a Filolao (4884). Tannery sostiene che Aristotele, parlando dei “filosofi d’Italia, i cosiddetti Pitagorici”, non attribuiva la dottrina del fuoco centrale ai Pitagorici in generale né a Filolao, ma probabilmente a un contemporaneo (4884).
- Eraclide Pontico è una figura centrale in questo dibattito. Le testimonianze gli attribuiscono con certezza la rotazione quotidiana della Terra sul proprio asse (6049, 6165). Tuttavia, i Dossografi associano a questa scoperta anche il nome di Ecanto il Pitagorico (6049). La conclusione più naturale è che le opinioni attribuite a Iceta ed Ecanto fossero espresse in un dialogo di Eraclide, che metteva in scena queste figure come Pitagorici (4811, 6083, 6084).
- Schiaparelli ha avanzato una tesi più radicale, sostenendo che fu Eraclide, e non Aristarco di Samo, il primo a formulare l’ipotesi copernicana completa (6144, 6541). La sua argomentazione si basa su un’interpretazione di un passo di Gemino, riportato da Simplicio (6542, 9268).
1.2 Il caso Schiaparelli e l’esame di un passo cruciale
L’argomentazione di Schiaparelli poggia interamente su un unico passo di Gemino, citato da Simplicio (6542). Questo passo, così com’è tramandato nei manoscritti, attribuisce a “un certo Eraclide Pontico” l’idea che Venere e Mercurio ruotino attorno al Sole (275-6, 9268). Tuttavia, questo riferimento è sospetto e considerato da molti un’interpolazione.
- Problemi testuali e logici: La frase in questione è considerata “estremamente brusca e goffa” nel contesto (6617). L’uso del pronome indefinito “un certo” (τις) riferito a un filosofo celebre come Eraclide appare inappropriato per uno storico come Gemino (6606). L’interpretazione più plausibile è che le parole “Eraclide Pontico” siano una glossa marginale di un annotatore posteriore, che le ha inserite pensando alla teoria del movimento terrestre di Eraclide, e che siano poi confluite erroneamente nel testo (6650).
- Conseguenze della tesi: Se le parole “Eraclide Pontico” vengono respinte come un’interpolazione, l’argomentazione di Schiaparelli viene meno (6642). Rimarrebbe solo la chiara affermazione di Aezio, secondo cui Eraclide ed Ecanto fecero muovere la Terra “non nel senso di traslazione, ma con un movimento di rotazione” (6642). Non vi è quindi alcun motivo fondato per mettere in dubbio la testimonianza unanime dell’antichità, che riconosce in Aristarco di Samo il vero originatore dell’ipotesi eliocentrica (15).
1.3 Il contesto filosofico: Platonici e Pitagorici
Le dottrine astronomiche erano spesso discusse e sviluppate all’interno delle scuole filosofiche.
- Platone e l’Accademia: Il sistema astronomico di Platone, esposto principalmente nel Timeo, collocava la Terra immobile al centro dell’universo (4044, 4048). Tuttavia, alcuni suoi immediati successori nell’Accademia modificarono il sistema in senso pitagorico, e le opinioni di questi “platonici pitagorizzanti” furono poi attribuite a Platone stesso (4840, 4854).
- I Pitagorici e i loro epigoni: All’epoca di Aristotele, le dottrine pitagoriche sopravvivevano nelle opinioni di molti e in parte trovarono favore anche nell’Accademia, sebbene le scuole pitagoriche propriamente dette fossero cessate (6513, 6514). Figure come Eraclide, senza formare una scuola separata, rimasero fedeli alle idee pitagoriche nella filosofia naturale e potevano per questo essere definiti “Pitagorici” da autori posteriori (6514).
1.4 Conclusione
L’analisi delle fonti conferma che Eraclide Pontico sostenne la rotazione della Terra sul proprio asse, una teoria che potrebbe aver attribuito a personaggi pitagorici nei suoi dialoghi. Tuttavia, non vi sono prove solide per attribuirgli la paternità del sistema eliocentrico. La rivendicazione di Schiaparelli, basata su un’interpretazione di un unico passo la cui autenticità è fortemente messa in dubbio, non regge a un esame approfondito. La priorità di Aristarco di Samo nell’elaborare l’ipotesi eliocentrica rimane, allo stato attuale delle conoscenze, la ricostruzione storicamente più fondata.
2 Origini e primi sviluppi dell’astronomia greca
Le origini: Talete e le influenze esterne - Talete di Mileto (268) attinse conoscenze durante i suoi viaggi, specialmente in Egitto, dove osservò metodi pratici di geometria che lo ispirarono a trasformarla in una scienza deduttiva basata su proposizioni generali. Assimilò anche conoscenze astronomiche accumulate in Egitto attraverso secoli di osservazioni. - A Talete viene attribuita la previsione di un’eclissi solare (316, 330, 3518), sebbene la sua effettiva capacità di prevedere con precisione sia messa in discussione (274, 1343). La previsione si basava probabilmente su metodi simili a quelli dei Caldei, come il periodo di 223 lunazioni (342, 379), e non su una comprensione approfondita delle cause. - È incerto se Talete conoscesse le cause delle eclissi (390). Fonti successive, come Anassagora, furono le prime a fornire spiegazioni scientifiche sulle fasi lunari e sulle eclissi (429, 2345).
La trasmissione della conoscenza astronomica - I primi astronomi greci entrarono in contatto con la cultura assiro-babilonese (387). Elementi di astronomia e geometria pratiche furono assimilati da fonti esterne, come l’Egitto e la Babilonia, e successivamente sviluppati in forme teoriche. - Enopide di Chio (7398) fu tra i primi ad applicare la matematica all’astronomia e a studiare proposizioni geometriche con implicazioni astronomiche, come il movimento obliquo del sole.
2.1 La geometria come fondamento dell’astronomia
Eudosso di Cnido e la teoria delle sfere omocentriche - Eudosso (4912, 4936) fu un allievo di Archita e studiò in Egitto. Elaborò la grande teoria delle proporzioni, esposta nel Libro V degli Elementi di Euclide (4926), cruciale per gestire grandezze incommensurabili. - La sua teoria delle sfere omocentriche (4959, 5260) rappresentò il primo tentativo scientifico di spiegare i moti apparentemente irregolari dei pianeti attraverso combinazioni di movimenti circolari uniformi. Il sistema era puramente geometrico e non meccanico (5039). - Il sistema di Eudosso, sebbene imperfetto, fu un’impresa speculativa ammirevole, basata su un numero limitato di costanti (5261). Tuttavia, non riusciva a spiegare le variazioni di distanza e luminosità dei pianeti (6334).
Callippo e il perfezionamento del sistema - Callippo di Cizico (5268, 5288) migliorò il sistema di Eudosso aggiungendo sfere per spiegare meglio i fenomeni, in particolare le irregolarità nel moto del sole e della luna. Le sue modifiche furono motivate dalla necessità di “salvare i fenomeni” alla luce di osservazioni più accurate (5325, 5327). - Aristotele incorporò e modificò ulteriormente il sistema di Callippo, trasformandolo in un sistema meccanico di sfere concentriche e aggiungendo sfere “di reazione” per neutralizzare i moti delle sfere esterne (5330, 5337).
2.2 Sfide e critiche al modello delle sfere omocentriche
Le obiezioni al sistema - La principale obiezione al sistema delle sfere omocentriche era l’impossibilità di spiegare le variazioni di distanza e luminosità dei pianeti, specialmente per Venere e Marte (6334, 6336). Polemarco, amico di Eudosso, riconobbe il problema ma lo considerò trascurabile (5265). - Autolico di Pitane tentò, senza successo, di spiegare queste variazioni all’interno del sistema (5404). Successivamente, astronomi come Eraclide Pontico adottarono ipotesi alternative, come eccentrici ed epicicli, forse di origine pitagorica (5331).
Il ruolo di Sosigene e le eclissi anulari - Sosigene (5402, 5424) criticò il sistema delle sfere omocentriche per la sua incapacità di spiegare fenomeni come le eclissi anulari del sole, che dimostrano una variazione nella distanza sole-terra. Queste osservazioni minavano l’ipotesi di distanze fisse.
2.3 Il contesto filosofico e metodologico
Platone e l’astronomia ideale - Platone (3957, 4003) distingueva tra astronomia apparente, basata sull’osservazione, e astronomia reale, fondata sulla ragione e rivolta a movimenti ideali e uniformi. Sosteneva che la vera astronomia dovesse “prescindere dai cieli stellati” e utilizzare problemi geometrici per indagare la realtà sottostante (3981). - Nel Timeo e nelle Leggi, Platone ammorbidisce questa posizione, riconoscendo l’importanza di indagare i moti uniformi dei corpi celesti visibili (4029).
Aristotele: tra fisica e astronomia - Aristotele (6554, 6555) distingueva il compito del fisico (indagare le cause e la sostanza) da quello dell’astronomo (spiegare i fenomeni attraverso modelli geometrici e ipotesi che li “salvassero”). Pur apprezzando i modelli geometrici di Eudosso e Callippo, li trasformò in un sistema meccanico causale (5257, 5453). - Introdusse il concetto di un primum movens immobile che muove la sfera delle stelle fisse, e di sfere in contatto meccanico tra loro senza vuoto (5257).
2.4 Figure minori e sviluppi successivi
Eraclide Pontico e le ipotesi eliocentriche - Eraclide Pontico (5331, 6528) abbandonò il sistema delle sfere omocentriche e propose ipotesi che anticipavano elementi del sistema ticonico, attribuendo a Venere e Mercurio orbite attorno al sole.
Aristarco di Samo e le distanze celesti - Aristarco (6964, 7621) è noto per il suo trattato Sulle dimensioni e distanze del sole e della luna, che applica metodi geometrici per calcolare le distanze relative dei corpi celesti. Sebbene il suo lavoro non contenga tracce esplicite di eliocentrismo, fu un precursore nell’uso sistematico della geometria in astronomia.
Il contributo di Schiaparelli - Schiaparelli (4983, 5139) ricostruì in dettaglio il sistema di Eudosso, dimostrando come le sue ipotesi geometriche potessero generare i moti planetari osservati. La sua analisi ha fornito una comprensione autorevole del sistema delle sfere omocentriche, in assenza di documenti originali.
2.5 Riferimenti testuali chiave e dati tecnici
- Sfere concentriche: Eudosso assegnò 3 sfere a Saturno e Giove, 4 a Marte, Mercurio, Venere, Sole e Luna. Callippo aggiunse 2 sfere per Sole e Luna, e 1 per gli altri pianeti. Aristotele, con le sfere di reazione, portò il totale a 55 (o 47 escludendo alcune aggiunte) (5374, 5375).
- Eclissi: La previsione delle eclissi lunari era possibile con il periodo di 223 lunazioni (Saros), noto ai Caldei (342). Le eclissi solari richiedevano considerazioni sulla parallasse, ignote a Talete (274).
- Testi geometrici e astronomici: Manoscritti come il Vaticano Gr. 204 (7517) includono opere di Teodosio, Autolico, Euclide e altri, testimoniando il corpus di conoscenze sferiche e geometriche sviluppate prima del IV secolo a.C. (7371, 7412).
2.6 Contraddizioni e ambiguità segnalate
- L’attribuzione a Talete della previsione di un’eclissi solare è contestata: alcune fonti gli attribuiscono la scoperta delle cause, altre la previsione vera e propria (1343, 295).
- L’esistenza e la natura delle sfere aggiunte da Callippo non sono pienamente documentate nei testi superstiti, lasciando spazio a interpretazioni (5325).
- Il sistema di Eudosso non teneva conto di variazioni note, come la diversa durata delle stagioni o le irregolarità nel moto della luna, successivamente affrontate da Callippo e altri (5288, 5318).
3 Le edizioni e la tradizione testuale del trattato di Aristarco
Il trattato di Aristarco di Samo, Sulle dimensioni e le distanze del Sole e della Luna, ha una complessa storia editoriale, caratterizzata da diverse traduzioni e edizioni critiche basate su manoscritti spesso lacunosi o difformi.
Le prime traduzioni e l’editio princeps - La prima traduzione a stampa fu in latino, opera di George Valla, apparsa in volumi pubblicati nel 1488 e nel 1498 (7441). - Successivamente, Federico Commandino pubblicò un’edizione con traduzione latina e commento a Pesaro nel Commandino si lamentava dello stato del testo, che rendeva difficile la traduzione, e sembra non essere stato a conoscenza del lavoro di Valla (7442, 7443). - L’onore di aver pubblicato l’editio princeps del testo greco spetta a John Wallis (7444). Nella sua edizione, Wallis utilizzò due manoscritti: uno appartenuto a Edward Bernard (B), copiato dal manoscritto Savile, e il manoscritto Savile stesso (S). Inserì anche note tratte dalla traduzione di Commandino e collazionò il testo con un altro manoscritto, indicato come Codex Vetus (7464, 7465, 7466, 7467). Wallis preferì la traduzione di Commandino a quella di Valla, poiché concordava maggiormente con i manoscritti greci (7466). - Il testo greco di Wallis, insieme alla traduzione latina di Commandino (modificata in alcuni punti) e agli scoli, fu ristampato nei suoi Opera Mathematica (1693-1699) (7461, 7473).
Le edizioni successive e i problemi testuali - Nel 1810, il Conte de Fortia d’Urban pubblicò un’edizione contenente il testo greco, una traduzione latina e materiale storico su Aristarco. Tuttavia, questa edizione fu pubblicata prematuramente e senza diagrammi (7470, 7479). - Fortia d’Urban spiegò in una prefazione successiva che il testo greco, rivisto su otto manoscritti della Biblioteca Reale di Francia, era stato messo in vendita senza la sua autorizzazione e apparve “in una maniera quasi ridicola”, poiché privo delle tavole che aveva fatto preparare (7482, 7483). - Tredici anni dopo, nel 1823, Fortia d’Urban pubblicò una traduzione francese, con l’intenzione di sopperire alla mancanza delle tavole. La prefazione annuncia la pubblicazione del trattato, delle scoli e di nuove tavole con lettere greche (7484, 7485, 7481). - Esiste un’altra edizione greca curata da E. Nizze, basata sui testi di Wallis e Fortia d’Urban senza un diretto ricorso ai manoscritti (7493), e una traduzione tedesca di A. Nokk (7494).
I manoscritti e le collazioni - Wallis basò il suo testo principalmente sui manoscritti S (Savile) e B (di Bernard). Fortia d’Urban utilizzò otto manoscritti parigini, identificati con i numeri 2342, 2363, 2364, 2366, 2386, 2472, 2488 e Suppl. grec 10 (7501, 7503). - Fortia d’Urban suggerì che il manoscritto utilizzato da Wallis potrebbe essere stato una copia del Paris. gr. 2488 o del 2483 (7545, 7547). Notò inoltre che una porzione di testo assente nell’edizione di Wallis era invece presente in tutti i manoscritti parigini da lui esaminati (7562). - Un’importante conferma della bontà del lavoro di Wallis viene dal manoscritto Vat. gr. 204, poiché quasi tutte le integrazioni che Wallis aveva fatto basandosi sulla traduzione di Commandino si ritrovano in questo codice (7543).
Riferimenti a studi moderni - La stesura del rapporto e la costituzione del testo si sono avvalse di studi eruditi moderni, tra cui gli lavori di Heiberg su Euclide e Apollonio, e le introduzioni ad altri testi matematici greci (7521). - Vengono citati anche contributi specifici di studiosi come Tannery, Hultsch, Boeckh e Berger, che hanno analizzato aspetti dell’astronomia antica, dei sistemi cosmologici e della cronologia (7768, 7817, 4601, 354, 1393).
4 Concezioni della Terra e del suo Luogo nell’Universo
Socrate (4104) esprime la convinzione che la Terra sia di grandezza immensa e che l’umanità conosca solo una piccola parte di essa, abitando intorno al mare “come formiche o rane attorno a uno stagno”. Postula l’esistenza di altri uomini in altre regioni. Descrive la Terra come un corpo puro che dimora nell’etere puro, mentre le sue depressioni raccolgono acqua, nuvole e aria. Un’analogia (4116, 4106) rafforza questa idea: gli uomini vivono in una cavità della Terra, credendo di abitare sulla sua superficie, proprio come un abitante del fondo marino crederebbe che il mare sia il cielo. L’aria è scambiata per il vero cielo, ma raggiungendone il limite si scoprirebbe il “vero cielo, la vera luce e la vera terra” (4116). Anassimandro (636) sostiene che la Terra, a forma di cilindro, è sospesa liberamente al centro dell’universo senza bisogno di supporto, una visione rivoluzionaria rispetto a Talete (che la poggia sull’acqua) e Anassimene (sull’aria). Platone nel Fedone (4093) concorda: una Terra sferica in equilibrio al centro non ha bisogno di forze esterne per sostenersi. Democrito (3625) la considera un disco “elongato”, con una lunghezza pari a una volta e mezzo la sua larghezza.
Teorie Cosmologiche e Struttura dell’Universo
Si riscontrano diverse teorie sugli elementi costitutivi e la struttura del cosmo. * Elementi e Composizione: Senofane (5866) identifica i quattro elementi (fuoco, aria, acqua, terra) dalle combinazioni delle qualità caldo-freddo e secco-umido. Aristotele (5875) distingue tra il “fuoco elementare” (un’evaporazione secca e calda, infiammabile) e la “fiamma” vera e propria (un’ebollizione di calore secco), una distinzione cruciale per non concepire la sfera celeste come fiamma attiva. * Sistemi a Bande o Corone: Parmenide (1984, 2092, 2094, 2155) concepisce l’universo come una serie di “corone” concentriche. Vi sono corone di fuoco puro (la più esterna e una più interna, forse l’atmosfera), e corone “miste” di luce e tenebre, in cui si trovano la Via Lattea, il sole, la luna e i pianeti. La Dea Giustizia o Necessità risiede “in mezzo” a queste corone (2098, 2166). * Il Fuoco Centrale e la Terra Anticona: I Pitagorici (3013, 3014, 3104, 3106) pongono un Fuoco Centrale, l’“Focolare dell’Universo”, al centro del cosmo. La Terra, sferica, non è al centro ma vi ruota intorno, insieme a una “Terra Anticona” (Antichthon), invisibile a noi. Ritengono che il posto più degno (il centro) spetti all’elemento più degno, il fuoco, non alla terra (3013, 4850). Aristotele (5791) critica questa visione, sostenendo che i corpi pesanti tendono naturalmente verso il centro della Terra, dimostrando che è questo il suo luogo naturale. * Vortice e Forza Centrifuga: Anassagora (2436, 3582) introduce l’idea di un vortice cosmico. La Terra si forma al centro per la tendenza delle cose pesanti a concentrarsi, mentre la rapida rotazione strappa pietre dalla Terra, le “scaglia” verso l’esterno (un chiaro accenno alla forza centrifuga) e le accende, formando le stelle. Anche Democrito (3582) sostiene che l’asse terrestre si inclinò a causa di questo vortice.
Natura e Comportamento dei Corpi Celesti
Le teorie sulla natura degli astri sono varie e spesso meccanicistiche. * Sole e Luna: Anassagora (9013, 9318) considera il sole una “massa rovente” o una pietra infuocata, più grande del Peloponneso. La luna è terra circondata da nebbia e riceve la sua luce dal sole (9013, 9318). Empedocle (2821, 2825, 2872) ha una teoria peculiare: il sole non è fuoco primario, ma un riflesso del fuoco dell’universo, paragonabile all’effetto di una lente ustoria. La luna, per lui, è “aria congelata” o “aria condensata solidificata dal fuoco” (2878, 2879). Senofane (1634, 1635) propone una visione radicale: sole, luna e stelle sono nuvole infuocate che si spengono e si riaccendono ogni giorno, come carboni. Sostiene anche l’esistenza di “molti soli e molte lune” in diverse zone della Terra (1693). Eraclito (1749, 1751) immagina il sole e le stelle come “bacili” concavi che raccolgono esalazioni infuocate; le eclissi si verificano quando questi bacili si rivolgono con il fondo verso di noi. * Stelle e Pianeti: Per Eraclito (1749) le stelle sono fissate come chiodi su una sfera cristallina. Empedocle (2879) le crede composte di fuoco “spremuto” dall’aria. Filolao (3414, 3416) ha una teoria complessa sul sole: è composto da tre parti: il fuoco etereo, il suo riflesso su un corpo “vitreo” (il sole visibile) e i raggi che da questo giungono a noi. * Comete, Meteore e la Via Lattea: Anassagora (9013) considera le comete una congiunzione di pianeti. Aristotele (5945, 5946, 6015) fornisce una spiegazione sistematica: comete e meteore sono esalazioni secche che, salendo, prendono fuoco a contatto con la sfera più esterna del mondo sublunare, trascinata dal moto celeste. La Via Lattea (6015) è un fenomeno analogo, ma su scala più vasta, che interessa un intero cerchio celeste. Anassagora (2604) propone un’altra teoria per la Via Lattea: è la luce propria delle stelle che la Terra nasconde al sole. Senofane (1634) associa le comete e i “Dioscuri” a nuvole luminose.
Scoperte e Metodologie Scientifiche
Emergono i primi tentativi di spiegazione razionale dei fenomeni. * Eclissi: Anassagora (9013) spiega correttamente le eclissi di luna con l’interposizione della Terra e quelle di sole con l’interposizione della luna. Talete (430) è accreditato della prima previsione di un’eclissi. * Rifrazione: Aristotele (2426) nota fenomeni di rifrazione atmosferica, paragonandoli all’esperimento di un anello sul fondo di una brocca che riappare versando acqua. * Luce e Visione: Empedocle (2986) propone una teoria della luce come movimento ad altissima velocità. Democrito (6982) sostiene che i colori siano “forme” che imprimono l’aria. * Astronomia vs. Fisica: Gemino (6545) delinea una distinzione fondamentale: la fisica studia la sostanza dei corpi celesti, l’astronomia ne calcola i movimenti e le orbite, trattandoli come un puro kosmos matematico.
Questioni Teologiche e Filosofiche
La speculazione astronomica si intreccia con quella teologica. * Critica alla Mitologia: Senofane (1528) attacca l’antropomorfismo degli dei omerici, sostenendo che Dio è “Uno e Tutto”, l’universo stesso, eterno, sferico e immobile. * L’Anima del Mondo: Platone, nel Timeo (4708), descrive come il Demiurgo abbia distribuito le anime tra le stelle. In un frammento (6343, 6344, 6347) si ipotizza che il sole, per il suo calore e moto, sia come “il cuore dell’Universo”, il centro del principio animatore.
5 Modelli Cosmologici Antichi e Movimenti Celesti/Planetari
Il testo esamina vari modelli astronomici antichi per spiegare il moto dei corpi celesti, concentrandosi sull’uso di sfere concentriche rotanti. (5352) Descrive un sistema di sfere “reagenti” (D’, C’, B’) poste all’interno di sfere principali (D, C, B, A). Ogni sfera reagente ruota alla stessa velocità ma in senso opposto alla sfera che la contiene, annullandone l’effetto rotatorio. Questo meccanismo consente di spiegare il moto di un punto su una sfera interna come se fosse rigidamente connesso a una sfera esterna, isolando così i movimenti specifici dei pianeti. Un principio simile è attribuito a Platone, il quale, nel Timeo, afferma che il moto del “Medesimo” (la rotazione diurna) è comune a tutto il cielo e trascina con sé i cerchi minori e tutto l’universo. (4374) Il moto dell’“Altro” è controllato da quello del “Medesimo”, e la loro combinazione genera traiettorie a spirale per i pianeti.
La Rotazione Terrestre e le Ipotesi Elio-centriche Viene discussa l’ipotesi del moto della Terra, attribuita a figure come Eraclide Pontico ed Ecanto. (6209, 6050) Si esamina l’argomentazione secondo cui, se la Terra ruotasse sul proprio asse, i fenomeni celesti osservati (come i punti di levata e tramonto delle stelle fisse) sarebbero diversi. Viene anche menzionata l’ipotesi più radicale di Aristarco, che postulava sia la rotazione diurna della Terra che la sua rivoluzione annuale attorno al Sole, con la sfera delle stelle fisse immobile e a distanza enorme. (7074) Un passaggio rilevante attribuisce ai Pitagorici l’idea che i fenomeni osservati sarebbero identici sia che la Terra sia al centro e immobile, sia che si muova attorno a un “fuoco centrale”. (3125) Questo implica una prima intuizione del principio di relatività del moto. Un sistema pitagorico specifico è descritto con dieci corpi in movimento: il fuoco centrale, l’antiterra, la Terra, la Luna, il Sole, i cinque pianeti e la sfera delle stelle fisse. (3108, 3086)
Il Sistema delle Sfere Omocentriche di Eudosso e Callippo Viene dettagliatamente descritto il modello di Eudosso, perfezionato da Callippo, che utilizza sfere concentriche per ogni pianeta per replicarne il moto apparente. (5334, 5319) * Sole e Luna: Sono mossi da tre sfere ciascuno. La prima produce la rotazione diurna (come le stelle fisse), la seconda il moto lungo lo zodiaco, e la terza l’inclinazione latitudinale (ad esempio, l’obliquità dell’eclittica per il Sole). (4985, 5064) * Pianeti: Richiedono quattro sfere ciascuno. Le prime due sono comuni a tutti (rotazione diurna e moto lungo lo zodiaco). La terza e la quarta sfera, ruotanti in periodi uguali ma in sensi opposti, spiegano le stazioni, retrogradazioni e le variazioni di latitudine. (5127, 5124)
Aristotele adottò questo sistema ma lo modificò introducendo sfere “reagenti” (o “svolgitive”) tra un pianeta e l’altro. Queste sfere aggiuntive avevano lo scopo di annullare i movimenti trasmessi dalle sfere del pianeta superiore, permettendo a ogni pianeta di muoversi indipendentemente all’interno del sistema. (5352, 5353) Il testo segnala una potenziale contraddizione o difficoltà nel sistema aristotelico, poiché il numero di movimenti non aumenta sempre con la distanza dal centro dell’universo. (5378)
Il Primo Motore e la Struttura dell’Universo Secondo Aristotele, il movimento eterno e uniforme dei cieli richiede un Primum Movens (Primo Motore), un essere eterno, immateriale, immobile e perfetto. (5491, 5650) Questo Motore non agisce per contatto fisico ma come causa finale, essendo l’oggetto del desiderio (o della “contemplazione”) da parte delle sfere celesti, che così si muovono per imitare la sua perfezione. (5494) L’universo stesso è unico, finito, sferico e non esiste il vuoto al di fuori di esso. (5590, 5632) La forma sferica è necessaria affinché, ruotando, l’universo occupi sempre lo stesso spazio.
Terminologia Tecnica e Ambiguità Il testo mette in risalto l’importanza della corretta interpretazione di termini tecnici greci. Ad esempio, si discute a lungo il significato del verbo εἱλλομένην (hilloménēn) applicato alla Terra nel Timeo di Platone. Mentre potrebbe essere interpretato come “rotazione”, l’analisi del contesto dell’intero sistema astronomico platonico suggerisce che significhi piuttosto “essere agglomerata” o “avvolta” attorno all’asse del mondo, senza un moto di rotazione attivo. (4598, 4623) Questa ambiguità ha generato dibattiti tra gli interpreti antichi.
6 L’Armonia delle Sfere e i Movimenti Planetari
Il testo esamina le teorie antiche sull’armonia delle sfere e i sistemi planetari, concentrandosi sulle interpretazioni di Platone, dei Pitagorici e di autori successivi come Eratostene, Ipsicle e Eraclide Pontico. Vengono analizzati l’ordine dei pianeti, le loro velocità e le corrispondenze con le note musicali, nonché le ipotesi astronomiche per spiegare i movimenti celesti.
6.1 Origini e Sviluppo della Teoria dell’Armonia
- La teoria dell’armonia delle sfere, inizialmente associata ai sette pianeti (inclusi Sole e Luna) e all’eptacordo, fu successivamente estesa all’ottacordo con l’aggiunta della sfera delle stelle fisse (3339).
- Autori come Arato ed Eratostene (III sec. a.C.) identificarono corrispondenze tra i pianeti (dalla Luna a Saturno o alle stelle fisse) e le note della scala musicale, dall’ὑπάτη (nota più bassa) alla νήτη (nota più alta) (3339).
- Ipsicle, matematico predecessore di Adrasto e Trasillo, trattò la questione, descrivendo una scala musicale con nove note corrispondenti a stelle fisse, Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole, Luna e Terra (3339).
6.2 L’Interpretazione Platonica e le Scale Musicali
- Nel Mito di Er (Repubblica), Platone descrive otto sirene su otto fusi (cerchi) che emettono note armoniche. I cerchi rappresentano la sfera delle stelle fisse e i sette pianeti, con velocità angolari assolute e relative distinte (3294).
- La velocità assoluta (dallo spazio) determina l’ordine delle note: la sfera delle stelle fisse (νήτη, nota più alta) ha la velocità maggiore, seguita da Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole e Luna (ὑπάτη, nota più bassa) (3298, 3292).
- Scale alternative, come quella di nove note (Ipsicle) o quelle di otto intervalli (Censorino, Plinio, Marziano Capella), mostrano variazioni nelle corrispondenze, con il Sole spesso in posizione centrale (3354, 3361).
6.3 Ordine dei Pianeti e Velocità
- Ordine Platone/Caldèi: Platone seguiva l’ordine egiziano (Luna, Venere, Mercurio, Sole, Marte, Giove, Saturno), mentre i Caldei e autori successivi (es. Archimede) adottavano l’ordine Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno (6282, 9235).
- Velocità: Le velocità angolari assolute (da est a ovest) sono inverse a quelle relative. La sfera delle stelle fisse è la più veloce, seguita da Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole e Luna (3278, 4320). Tuttavia, le velocità lineari di Mercurio, Venere e Sole non seguono lo stesso ordine, creando ambiguità (3305).
6.4 Ipotesi Astronomiche e Movimenti Planetari
- Eraclide Pontico: Attribuì a Venere e Mercurio un moto di rivoluzione attorno al Sole, sebbene i commentatori successivi introducessero erroneamente epicicli nel suo sistema (4457, 6257, 6261). Schiaparelli suggerì che Eraclide avrebbe potuto estendere questo modello ai pianeti superiori, anticipando il sistema di Tycho Brahe (11, 6316).
- Ipotesi di Epicicli ed Eccentrici: Apollonio di Perga sviluppò la teoria degli epicicli in generale, ma applicò gli eccentrici solo ai pianeti superiori (Marte, Giove, Saturno) (6406, 6428). Ipparco generalizzò entrambe le ipotesi, notando che producevano risultati equivalenti (6425).
- Contraddizioni in Platone: Nel Timeo, Platone afferma che Venere e Mercurio hanno una “tendenza contraria” (ἐναντίαν δύναμιν) al Sole, interpretata da alcuni come un moto retrogrado o contrario, mentre altri la spiegano con variazioni di velocità o posizioni (4438, 4459, 4484).
6.5 Riferimenti a misure e quantità
- Distanze e Rapporti: Platone nel Mito di Er accenna alle distanze tra i pianeti senza fornire rapporti precisi (3312). Numeri come 1, 2, 3, 4, 8, 9, 27 (Timeo) furono interpretati come rapporti di distanze o differenze tra raggi (4414).
- Scale Musicali e Intervalli: Scale come quelle di Censorino (6 toni), Plinio (7 toni) e Marziano Capella (6,5 toni) mostrano discrepanze, forse dovute a errori nei manoscritti (3362).
- Termini Specifici: Uso di ὑπάτη (nota bassa), νήτη (nota alta), μέση (nota media) per le corrispondenze planetarie; ἐπανακυκλήσεις (ritorni) e προσχωρήσεις (avvicinamenti) per descrivere i movimenti planetari (4691, 4692).
6.6 Peculiarità e Ambiguità Segnalate
- Interpretazioni Contrastanti: Autori come Nicomaco invertirono l’ordine delle note, assegnando a Saturno la nota più bassa e alla Luna la più alta (3279). Macrobio e altri attribuirono teorie eraclidee agli Egizi, senza prove certe (6303).
- Anacronismi: Commentatori come Proclo e Calcidio introdussero epicicli nelle spiegazioni di Platone ed Eraclide, sebbene questi concetti fossero estranei alle loro epoche (4451, 6257).
- Problemi Irrisolti: La teoria dell’armonia non fornisce rapporti precisi per le distanze planetarie, e le assegnazioni delle note variano a seconda che si considerino velocità assolute o relative (3292, 3310).
6.7 Riferimenti Espliciti al Testo
- (3339): “pianeti, nel loro ordine dalla luna a Saturno o alla sfera delle stelle fisse, e le note dell’eptacordo o ottacordo”.
- (3294): “otto note diverse che formano un’armonia sono emesse dalle Sirene sedute sugli otto cerchi del Fuso”.
- (3298): “L’ordine delle loro rispettive note è il seguente: Cerchio delle stelle fisse… nota più alta… Saturno… Luna… nota più bassa”.
- (4438): “Venere e Mercurio hanno la stessa velocità del sole… ma ‘hanno la tendenza contraria al sole’”.
- (6406): “Apollonio comprese la teoria degli epicicli in tutta la sua generalità, ma pensava che gli eccentrici fossero applicabili solo ai pianeti superiori”.
Questa analisi evidenzia la complessità e le evoluzioni delle teorie antiche, con particolare attenzione alle fonti, alle corrispondenze musicali e alle ipotesi astronomiche, utili per approfondimenti sul contesto storico-scientifico.
7 Pratiche e teorie cronologiche nell’antica Grecia
…con particolare attenzione alla riconciliazione tra l’anno solare e il mese lunare (anno luni-solare), allo sviluppo di cicli calendariali e alle misurazioni astronomiche.
7.1 Origini e Motivazioni del Calendario Luni-Solare
- La necessità di allineare il calendario lunare con le stagioni solari nacque dall’esigenza di regolare i tempi dei sacrifici agli dei, che dovevano essere offerti in periodi specifici dell’anno (6671).
- Un oracolo prescrisse che i sacrifici dovessero seguire la tradizione degli antenati, interpretata come l’obbligo di far coincidere gli anni con il sole e i giorni e i mesi con la luna (6688).
7.2 Sistemi Mensili e Riforma di Solone
- Inizialmente, i mesi erano spesso considerati di 30 giorni ciascuno, con l’aggiunta di mesi intercalari “negli anni alterni” (6716).
- Si ritiene che Solone abbia insegnato agli Ateniesi a “calcolare i giorni secondo la luna”, il che probabilmente comportò l’introduzione formale o la sistematizzazione di mesi “pieni” (30 giorni) e “vuoti” (29 giorni) che si alternavano (6695, 6696).
- Accanto a questo sistema, persistette un mese popolare di 30 giorni, utile per semplificare i calcoli (6698).
7.3 Sviluppo dei Cicli Calendariali
- L’Ottatteride (Ciclo di 8 anni):
- Descritto come il primo periodo costruito per riconciliare anni, mesi e giorni con il sole e la luna, conteneva 99 mesi (inclusi 3 intercalari) e 922 giorni (6744).
- L’ottatteride fu attribuita a Cleostrato di Tenedo e successivamente modificata da altri, tra cui Eudosso (6817).
- Un miglioramento successivo portò il ciclo a 923 giorni e mezzo, risultante da 99 mesi lunari di 29 giorni e mezzo (6834, 6781).
- I mesi intercalari erano tipicamente inseriti nel 3°, 5° e 8° anno del ciclo (6759, 6858).
- Il Ciclo Metonico (Ciclo di 19 anni):
- Introdotto da Metone (e Eutemone) per correggere le imprecisioni dell’ottatteride, questo ciclo conteneva 940 giorni, 235 mesi (inclusi 7 intercalari) e 19 anni (6866, 6863).
- Per ottenere il corretto numero di giorni, 110 dei 235 mesi furono resi “vuoti” (di 29 giorni) e 125 “pieni” (di 30 giorni), non necessariamente in alternanza (6879, 6876).
- L’anno solare medio in questo ciclo era di 365 giorni e 6/19 (365.3158 giorni) (6925).
- Il Ciclo di Callippo (Ciclo di 76 anni):
- Callippo migliorò il ciclo di Metone, combinando quattro cicli di 19 anni (76 anni) e sottraendo un giorno (per un totale di 759 giorni), ottenendo un anno solare medio di 365,25 giorni (6922, 6926).
- Il Ciclo di Ipparco (Ciclo di 304 anni):
- Ipparco perfezionò ulteriormente il sistema, prendendo quattro cicli di Callippo (304 anni) per un totale di 035 giorni, con 112 mesi intercalari (6950).
- Ciò portò a una stima estremamente precisa del mese lunare medio: 29 giorni, 12 ore, 44 minuti e 23 secondi (6952).
7.4 Stime della Lunghezza dell’Anno Solare
Il testo riporta varie stime della durata dell’anno solare proposte da diversi pensatori, che mostrano un progressivo affinamento (9319):
- 365 giorni: Attribuito agli Egizi e a Talete.
- 365 giorni e 22/59 (≈365,373): Oenopide di Chio.
- 365 giorni e 1/4 (365,25): Metone ed Eutemone.
- 365 giorni: Callippo (correggendo Metone).
- 365 giorni e 1/4 meno 1/300 di giorno (≈365,2467): Ipparco, che notò come l’anno fosse leggermente più corto delle stime precedenti (6930).
7.5 Anni “Grandi” e Periodi Planetari
- Oenopide propose un “Grande Anno” di 59 anni, pari a 730 mesi lunari, basandosi su un anno di 365 giorni e un mese di 29,5 giorni (3881, 3882, 3885).
- Filolao è associato a un Grande Anno di 59 anni, ma con un anno solare di 364 giorni e mezzo, risultante da 729 mesi lunari – una variazione arbitraria rispetto alle figure di Oenopide (3155, 3152).
- Aristarco di Samo avrebbe proposto un Grande Anno di 484 anni, periodo dopo il quale il sole, la luna e i cinque pianeti tornano alla stessa posizione (7317). Tuttavia, è improbabile che i periodi planetari si allineino perfettamente in questo intervallo (7355, 7358).
7.6 Osservazioni Stellari e Pratiche Agricole
- Fin dai tempi di Esiodo, il sorgere e il tramontare eliaco di stelle e costellazioni (come Pleiadi, Iadi, Orione, Arturo) erano usati per segnare i momenti appropriati per attività come la semina, il raccolto e la vendemmia, correlati alle date del calendario giuliano (226, 224).
7.7 Riferimenti Tecnici e Dati Specifici
- Eudosso: Vengono fornite le sue stime dei periodi sinodici e zodiacali per i pianeti, paragonate ai valori moderni, dimostrando una base in osservazioni attente, anche se con notevoli errori per Marte (5223, 5224, 5237).
- Precessione: Ipparco scoprì la precessione degli equinozi e si suppone abbia stimato un ciclo di 000 anni per una rivoluzione completa (4546).
- Periodo Caldaico: Un periodo di 585 giorni e un quarto (6.585,25), contenente 223 lunazioni, era usato per la previsione delle eclissi (7322, 7350, 7351).
7.8 Punti di Contraddizione o Dibattito
- L’affidabilità della testimonianza di Censorino su un primitivo ciclo di due anni (¢rieteris) è messa in dubbio, poiché implica una conoscanza troppo avanzata per l’epoca (6720).
- Esiste un dibattito sulla natura specifica della riforma di Solone: se abbia introdotto l’ottatteride o un altro miglioramento basato su osservazioni lunari più precise (6814, 6815).
8 Metodi e Stime sulle Dimensioni e Distanze Celesti nell’Antichità
Questo resoconto esplora le metodologie e i risultati chiave degli astronomi greci—in particolare Aristarco, Ipparco, Tolomeo e Posidonio—nel determinare le dimensioni e le distanze del Sole e della Luna. Il testo evidenzia l’evoluzione delle tecniche, le ipotesi sottostanti e le discrepanze tra le stime antiche e i valori moderni.
8.1 Metodologie e Ipotesi Fondamentali
- Aristarco di Samo (testo citato: On the Sizes and Distances of the Sun and Moon) sviluppò un approccio geometrico per calcolare i rapporti tra le dimensioni e le distanze dei corpi celesti, pur in assenza di una trigonometria formalizzata (7590). Le sue proposizioni si basavano su ipotesi semplificate, come l’apparente diametro angolare di 2° per Sole e Luna (7595, 7230), successivamente corretto a ½° (7708).
- Ipparco e Tolomeo migliorarono le stime di Aristarco introducendo osservazioni più precise. Ipparco calcolò il rapporto tra il diametro dell’ombra terrestre e quello della Luna come 24 alla distanza media, mentre Tolomeo lo ridusse a “insensibilmente meno di 23” alla massima distanza lunare (7600, 7710). Entrambi utilizzarono parallassi solari e osservazioni di eclissi per dedurre le distanze (7813, 7814).
- Posidonio ipotizzò che l’orbita solare fosse 000 volte più grande della circonferenza terrestre, ottenendo stime della distanza solare significativamente più vicine ai valori moderni (7874, 7966).
8.2 Stime delle Dimensioni e Distanze
- Distanze in termini di diametri terrestri (tabella
sintetica da 7994):
- Aristarco: Luna = 180 diametri terrestri (d.t.), Sole = 260 d.t.
- Ipparco: Luna = 33⅓ d.t., Sole = 245 d.t.
- Tolomeo: Luna = 29⅓ d.t., Sole = 605 d.t.
- Valori moderni: Luna = 30,2 d.t., Sole = 726 d.t.
- Dimensioni relative:
- Aristarco stimò il diametro solare tra 19:3 e 43:6 rispetto a quello terrestre, mentre Ipparco calcolò il Sole 880 volte più grande della Terra (7836, 8051).
- Archimede riportò stime precedenti: Eudosso (9:1 per Sole/Luna) e Fidia (12:1) (7710).
8.3 Misura della Circonferenza Terrestre
- Eratostene calcolò 000 stadi (poi rettificati a 000) misurando l’angolo dell’ombra tra Siene e Alessandria (7749). Questo divenne un riferimento per successive stime astronomiche.
- Posidonio utilizzò osservazioni della stella Canopo, ottenendo 000 stadi (7905), mentre altre fonti gli attribuiscono 000 stadi (7933).
8.4 Punti di Disaccordo e Limiti
- Apparenti contraddizioni: Esistono discrepanze nelle stime della circonferenza terrestre (ad esempio, 000 vs. 000 stadi in Posidonio) e nei rapporti dimensionali, spesso dovute all’uso di ipotesi semplificate o dati osservativi imperfetti (7926, 7946).
- Errori sistematici: La sovrastima del diametro angolare di Sole e Luna (2° in Aristarco) influenzò negativamente i calcoli, sebbene correzioni successive (es. ½° in Archimede) mitigarono l’impatto (8037, 7708).
- Mancanza di trigonometria: Aristarco dovette ricorrere a limiti geometrici per approssimare funzioni trigonometriche, con risultati meno precisi (7591).
8.5 Riferimenti a Fonti e Metodologie Tecniche
- Citazioni esplicite: Le stime sono spesso accompagnate da riferimenti a opere specifiche (es. Syntaxis di Tolomeo) e a metodi osservativi (gnomoni, orologi ad acqua) (7275, 7267).
- Terminologia tecnica: Il testo conserva termini come “σκάφη” (meridiana di Aristarco) e “parallasse”, sottolineando il rigore metodologico (7592, 7814).
8.6 Impatto Storico e Confronti
- Le stime di Ipparco e Posidonio furono le più vicine alla realtà antica, ma le cifre di Tolomeo dominarono fino al Rinascimento (7859).
- Il lavoro di Aristarco, sebbene meno preciso, fornì le basi per sviluppi successivi, inclusa l’ipotesi eliocentrica (7211).
Questo resoconto evidenzia come gli astronomi antichi combinarono osservazione, geometria e ipotesi audaci per esplorare l’universo, nonostante limitazioni tecniche e concettuali. Le loro stime, sebbene a volte grossolane, rappresentano tentativi sistematici di quantificare il cosmo, gettando le basi per l’astronomia moderna.
9 Modelli astronomici antichi e meccanismi celesti
Il testo fornisce una serie di frammenti che delineano modelli cosmologici e astronomici antichi, con particolare attenzione ai meccanismi geometrici e fisici ipotizzati per spiegare il moto dei corpi celesti. I concetti principali vertono su sfere concentriche, epicicli, e la descrizione di curve complesse per rappresentare le orbite planetarie.
9.1 Ipotesi Cosmologiche e Modelli Geometrici
- (507, 1980) Si attribuisce a Talete e Pitagora una divisione della sfera celeste in cinque zone (artica, estiva-tropicale, equatoriale, invernale-tropicale, antartica). Tuttavia, si osserva una contraddizione: la concezione di un cerchio antartico presuppone una Terra sferica, forma che Talete non le avrebbe attribuito. Parmenide propose una suddivisione in zone diversa da quella che risulterebbe da semplici proiezioni geometriche.
- (4161, 4276, 4404) Viene descritto il modello platonico dei “fusi” (o “rote”) come una serie di otto anelli concentrici e cavi, incastrati l’uno dentro l’altro. Ogni fuso corrisponde all’orbita di un corpo celeste (il più esterno alla Luna, il successivo al Sole, ecc.), e le loro dimensioni, colori e velocità di rotazione sono specificate. Il sistema è integrato dal mito della “cerchia dell’Identico” (equatore) e della “cerchia dell’Altro” (eclittica), il cui movimento combinato genera le orbite planetarie.
- (4915, 4924) Il modello di Eudosso è basato su un
complesso sistema di sfere omocentriche. Una figura geometrica centrale
è l’ippopede (“ferro di cavallo” o
“lemniscata sferica”), una curva generata dall’intersezione
di una sfera con un cilindro e un cono. Questa curva spiega il moto
retrogrado e la variazione di latitudine dei pianeti.
- (5131, 5171, 5172, 5220, 5221) L’ippopede è una curva a forma di otto sulla sfera. La sua lunghezza (lungo l’eclittica) e la sua ampiezza (massima deviazione in latitudine) dipendono dall’inclinazione degli assi delle sfere rotanti. Il pianeta si muove più velocemente in longitudine quando passa per il punto doppio (l’intersezione centrale della curva). Il modello, sebbene ingegnoso, presenta imperfezioni, come il fatto che per Venere prevede quattro attraversamenti dell’eclittica per periodo sinodico, cosa non osservata.
- (4366, 4368) Il movimento combinato della “cerchia dell’Identico” e della “cerchia dell’Altro” è paragonato al moto di un punto su un rettangolo: uno si muove lungo il lato (moto uniforme) e l’altro lungo la diagonale (moto variabile).
- (6258, 6273, 6299, 6341, 6359) Sono menzionati
modelli alternativi o successivi, tra cui:
- L’ipotesi eliocentrica di Eraclide Pontico, che colloca Venere e Mercurio in orbite attorno al Sole.
- L’uso di eccentrici ed epicicli per spiegare le irregolarità del moto planetario, con il centro dell’epiciclo che si muove a una velocità uguale a quella del Sole.
- L’ipotesi di un osservatore non al centro del mondo, che non altera in modo evidente i fenomeni osservati.
9.2 Meccanismi Specifici del Sole e della Luna
- (2786, 2787, 2863, 1023, 1024) Viene discussa un’ipotesi secondo cui le stagioni sono causate dall’oscillazione obliqua di un “emisfero di fuoco” (o del piano del “cerchio del sole”) rispetto all’equatore. Questa oscillazione, con un’ampiezza pari all’obliquità dell’eclittica, è limitata dai venti causati dalle esalazioni terrestri, che costringono il sole a “tornare indietro” ai solstizi.
- (8963, 8970, 8304, 8305, 8332) Per la Luna, un principio fondamentale è che, quando appare dimezzata, il cerchio divisorio tra la parte illuminata e quella in ombra si trova nella direzione dell’occhio dell’osservatore ed è indistinguibile da un cerchio massimo. Ciò implica che il Sole, la Terra e la Luna dimezzata formano un angolo di circa 90° (un quadrante).
- (8703, 8704, 8706, 8707, 8748) Le eclissi lunari sono spiegate dall’ingresso della Luna nel cono d’ombra della Terra. Vengono fornite stime geometriche e rapporti numerici per le dimensioni relative dell’ombra terrestre e del diametro lunare.
9.3 Terminologia Tecnica e Riferimenti Geometrici
Il testo è ricco di descrizioni geometriche dettagliate, che includono: * L’uso sistematico di piani secanti che intersecano sfere (generando cerchi) e coni (generando triangoli o rette) per analizzare le configurazioni spaziali. * Riferimenti a figure solide come il cilindro, il cono e il toro (o “anello di ancoraggio”) per definire le traiettorie. * (7404, 7405, 7401) Enunciati geometrici generali sulle proprietà dei cerchi sulla sfera, come la disuguaglianza degli archi sull’equatore intercettati da cerchi massimi tracciati da un polo.
10 “Sulle Dimensioni e Distanze del Sole e della Luna”
Questo testo, attribuito ad Aristarco di Samo, costituisce un trattato di astronomia matematica dell’antichità. L’obiettivo principale è determinare le dimensioni relative e le distanze del Sole e della Luna rispetto alla Terra, utilizzando un rigore geometrico e osservazioni astronomiche. Il metodo si basa sull’analisi delle fasi lunari, delle eclissi e sulle proprietà geometriche di sfere, coni e cilindri.
10.1 Rapporti tra Volumi, Superfici e Diametri
Il testo stabilisce relazioni proporzionali fondamentali tra i corpi celesti, partendo dall’ipotesi che le loro sfere siano simili.
- (8891) Il rapporto tra i volumi (cubi costruiti sui
diametri) del Sole e della Terra è determinato come maggiore di
σωνθ / Kge minore diMog¢ / σις. Analogamente, il rapporto tra i diametri stessi è maggiore diιθ / γe minore diπθ / ς. - (8557, 8558) Viene esteso lo stesso principio di
proporzionalità per confrontare il Sole con la Luna. Il rapporto tra i
loro volumi è maggiore di
τωλβ / ae minore diη / a, mentre il rapporto tra i diametri è maggiore diιν / ae minore diκ / a. - (8931) Il rapporto tra la Terra e la Luna è
definito come maggiore di
M θψιβ / M θφςe minore diM ς / σωνθ.
10.2 Geometria delle Fasi Lunari ed Eclissi
Una parte significativa del testo è dedicata alla geometria della luce e dell’ombra per spiegare le fasi lunari e le eclissi.
- Il Cono d’Ombra e il Cerchio Divisorio: Viene
introdotto il concetto del “cono che racchiude il Sole e la
Luna” (
ὁ περιλαμβάνων κῶνος). A seconda che il vertice di questo cono sia rivolto verso l’osservatore terrestre o meno, il cerchio che separa la parte illuminata da quella in ombra sulla Luna (il “cerchio divisorio”,ὁ διορίζων κύκλος) sarà di dimensioni diverse.- (8178, 8136) Il cerchio divisorio è minimo quando il vertice del cono è rivolto verso l’osservatore.
- (8284, 8285) Durante la fase di “dicotomia” (Luna in quadratura), il cerchio divisorio coincide con un cerchio massimo della sfera lunare ed è orientato verso l’osservatore.
- (8068, 8182) Si osserva che la differenza
percettiva tra il cerchio divisorio e un cerchio massimo è trascurabile
(
ἀδιάφορος,ἀνεπαίσθητος).
- L’Eclissi Lunare: L’analisi dell’eclissi lunare è
cruciale per determinare le dimensioni relative.
- (8687, 8735) Viene definita una corda
(
ἡ ὑποτείνουσα εὐθεῖα) all’interno del cono d’ombra della Terra. Il rapporto tra questa corda e il diametro della Luna è minore di 2 ma maggiore diπθ / ς. Il suo rapporto con il diametro del Sole è minore di 1/9 ma maggiore diKB / σκε. - (8502, 8321) Un’eclissi solare totale si verifica quando lo stesso cono racchiude sia il Sole che la Luna, con il vertice rivolto verso l’osservatore.
- (8687, 8735) Viene definita una corda
(
10.3 Distanze relative e Assolute
Il testo fornisce stime sulle distanze relative tra i corpi celesti.
- (8464, 8455) La distanza del Sole dalla Terra è
maggiore di 18 volte (
ὀκτωκαιδεκαπλάσιον) ma minore di 20 volte (εἰκοσαπλάσιον) la distanza della Luna dalla Terra. - (8593, 8586) Il diametro della Luna è minore di
2/45 (
δύο πέ) ma maggiore di 1/30 (λ΄) della distanza tra il centro della Luna e l’osservatore.
10.4 Metodologia e Costrutti Matematici
L’approccio è puramente geometrico e basato su proporzioni.
- Figure Geometriche Chiave: Il ragionamento si
sviluppa attorno alla costruzione di piani che intersecano sfere
(generando cerchi massimi) e coni (generando triangoli o linee rette).
Figure come
ABΓ,ΔEZ,HΘKsono usate ripetutamente per rappresentare configurazioni di Terra, Sole e Luna. - Uso delle Proporzioni: Il testo è denso di
affermazioni comparative espresse come “avere un rapporto maggiore
di X, minore di Y”
(
μείζονα λόγον ἔχει ἢ ὃν... ἐλάσσονα δὲ ἢ ὃν...). I valori (espressi in notazione alfabetica greca) sono il risultato di calcoli basati su ipotesi e lemmi geometrici. - Ipotesi Fondamentali: L’analisi poggia su ipotesi semplificatrici, come (7997) “la Terra ha il rapporto di un punto e un centro rispetto alla sfera della Luna”, che permette di trattare la Terra come un punto geometrico in alcune dimostrazioni.
10.5 Peculiarità e Aspetti Tecnici
- Linguaggio Tecnico: Il testo è ricco di termini
geometrici specifici come
σφαῖρα(sfera),κῶνος(cono),κύλινδρος(cilindro),διάμετρος(diametro),περιφέρεια(circonferenza/arco),ἐπίπεδον(piano). - Riferimenti Numerici: L’uso costante di rapporti numerici, sebbene di interpretazione non sempre immediata, testimonia il tentativo di quantificare i fenomeni celesti. L’identificativo numerico associato a ciascuna frase nel testo originale fornisce un sistema di riferimento preciso per le citazioni.
- Contesto Storico-Scientifico: L’opera rappresenta un primo, fondamentale tentativo di applicare la matematica all’astronomia per ottenere misure del sistema solare, gettando le basi per i successivi lavori di Ipparco e Tolomeo.
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