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Harvard Case Histories in Experimental Science I | L | m


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1 Harvard Case Histories in Experimental Science: genesi e finalità di un progetto editoriale

Dalle aule universitarie al pubblico generale: un ponte tra scienza e società

Si presenta la genesi e la struttura dei Harvard Case Histories in Experimental Science, una raccolta curata da James B. Conant e collaboratori. L’opera nasce come strumento didattico per studenti di discipline umanistiche e sociali, con l’obiettivo di “provide a key to a better comprehension of the modern world” attraverso “a detailed knowledge of a few epoch-making advances in science” [6]. Si sottolinea come la comprensione della scienza moderna richieda non solo nozioni tecniche, ma anche la capacità di cogliere “the methods of experimental science and […] the growth of scientific research as an organized activity of society” [21].

Il progetto editoriale, pubblicato dalla Harvard University Press [7] e distribuito anche nel Regno Unito [8], si articola in due volumi contenenti casi studio storici – da Boyle alla teoria atomico-molecolare, dalla fermentazione alla teoria del flogisto – selezionati per illustrare “the variety of methods by which [physical] sciences have advanced” [30]. Si evidenzia che la scelta di analizzare episodi storici, piuttosto che la scienza contemporanea, risponde a un’esigenza di chiarezza: “when a science is in its infancy […] the relevant information of the past can be summed up in a relatively brief compass” [42], permettendo anche a un non specialista di seguire il ragionamento scientifico.

L’opera si rivolge esplicitamente a un pubblico più ampio rispetto agli studenti originari, includendo “a citizen, a businessman, a public servant, a lawyer, a teacher, or a writer” [28], con l’intento di fornire strumenti critici per valutare “proposals for research and its applications in the biological and social sciences” [30]. Si ribadisce che la familiarità con i metodi scientifici – acquisita attraverso lo studio di casi storici – consente di “appraise proposals for research” [59] e di “read popular accounts of scientific progress with more appreciation” [56], superando la barriera rappresentata da “fundamental ignorance of what science can or cannot accomplish” [25].


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2 L’evoluzione delle ipotesi scientifiche e il loro vaglio sperimentale

Dalla speculazione all’ipotesi operativa: il ruolo dell’intuizione e della verifica nella costruzione delle teorie scientifiche.

Si presenta una trattazione sul processo di formazione e validazione delle teorie scientifiche, con particolare attenzione al passaggio da idee speculative a ipotesi operative e schemi concettuali. Si sottolinea l’impossibilità di prevedere l’accettazione o la tempistica di un nuovo concetto (“The latter outcome is clearly a matter for the future, so that there can be no way to determine in advance whether a new concept or conceptual scheme will prove acceptable in this double sense” [75]), nonché l’assenza di un metodo scientifico unico e universale (“there is no such thing as the scientific method” [76]).

Ci si sofferma sul rapporto tra idee speculative e ipotesi operative, illustrato attraverso esempi storici come la teoria atomica di Dalton. Si osserva che un’idea generale (“The notion that there are fundamental units ultimate particles of which matter is composed goes back to ancient times” [80]) diventa un’ipotesi operativa solo quando permette di dedurre conseguenze verificabili sperimentalmente (“expressed merely in general terms this is a speculative idea until it forms the basis of a broad working hypothesis from which consequences can be deduced that are capable of experimental test” [81]). Il caso di Dalton è emblematico: la sua teoria acquisì lo status di nuovo schema concettuale solo dopo aver dimostrato la sua fecondità nell’ambito della chimica quantitativa (“Dalton’s atomic theory is an instance where we can trace the origin of a conceptual scheme” [83]).

Analogamente, si cita l’ipotesi di Torricelli sul “mare d’aria”, la cui genesi rimane oscura (“we have insufficient knowledge to say what led him to this idea” [84]), ma che si consolidò come schema concettuale grazie a esperimenti successivi (“from that time on a number of deduced consequences led to experiments nearly all of which were consistent with the ideas of Torricelli” [86]). Si evidenzia come le ipotesi operative nascano spesso da processi mentali non razionali (“great working hypotheses […] have in the past often originated […] as a result of mental processes that can best be described by such words as ‘inspired guess,’ ‘intuitive hunch,’ or ‘brilliant flash of imagination’” [89]), pur affondando le radici in idee speculative o osservazioni pregresse (“The origins of the working hypotheses are to be found almost without exception in previous speculative ideas or in the previously known observations or experimental results” [90]).

Si passa poi alla fase di verifica delle ipotesi, descrivendo come uno schema concettuale iniziale (“a new conceptual scheme may be no more than a working hypothesis on a grand scale” [93]) venga testato attraverso la deduzione di conseguenze sperimentali (“From it we can deduce, however, many consequences, each of which can be tested by experiment” [94]). L’accumulo di conferme rafforza l’ipotesi, che può evolvere in un nuovo paradigma (“the accumulating evidence tends to confirm the broad working hypothesis” [95]). Tuttavia, si rileva la complessità dei nessi tra ipotesi e verifica, spesso inficiati da assunzioni implicite (“there are often many slips in the argument at this point; unconscious assumptions are often involved that turn out to have been unwarranted” [103]). L’esempio di Pascal, che dedusse dalla teoria torricelliana la variazione della pressione atmosferica con l’altitudine, mostra come le assunzioni tacite (come la costanza delle leggi fisiche a diverse quote) siano parte integrante del processo (“the tacit assumption is clearly being made that the laws of liquid pressure and the density of mercury […] are not themselves appreciably different at different altitudes” [105]).

Si conclude con una riflessione sulla natura dell’esperimento, paragonando la sperimentazione scientifica a quella quotidiana. In entrambi i casi, si formulano ipotesi limitate e si procede per tentativi (“Whenever one has a choice of alternative ways of trying to solve a problem, decides on one, and then says in essence ‘let’s try it and see,’ he is getting ready to perform an experiment” [110]), ma la differenza risiede nella struttura logica che collega l’ipotesi generale al test specifico (“in the one case common-sense assumptions and practical experience determine the nature of the experiment; in the other, a series of connecting links usually relates some deductions of a broad working hypothesis with the final limited working hypothesis” [117]). Anche le arti pratiche, nel loro sviluppo storico, hanno seguito dinamiche sperimentali simili (“The steps by which practical men throughout the ages have improved the practical arts have also involved experimentation” [119]).


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3 Scienza moderna: tra teoria e applicazione pratica

Dalla tessitura concettuale della scienza alla sua influenza sulla tecnologia e alla ricostruzione storica di un caso esemplare.

Si presenta la struttura della scienza moderna come un intreccio di schemi concettuali interconnessi, la cui validità è verificata alla luce della conoscenza complessiva (“Modern science is a fabric the texture of which is composed of many interrelated concepts and conceptual schemes” [149]; “Today the validity of each conceptual scheme must be tested in the light of our total knowledge” [150]). Si discute il rapporto tra scienza pura e applicata, evidenziando come gli episodi storici della prima abbiano spesso influenzato la seconda (“The cases presented in this series fall in the category of pure science; they are nevertheless concerned for the most part with episodes in the history of science that eventually had great influence on applied science” [151]). Si sottolinea il ruolo fondante degli schemi concettuali nel progresso scientifico (“The conceptual schemes elaborated by scientists have been fundamental to further discoveries and to the formulation of the ideas that are the fabric of modern science” [152]) e la loro ricaduta pratica, che ha permesso lo sviluppo di processi industriali e invenzioni grazie all’accumulo sistematico di conoscenze (“With the aid of the concepts and theories developed over the past three hundred years […] the applied scientist today can improve the industrial arts and invent new processes, products, and machines far more readily than could his predecessors” [153]).

Si osserva l’interconnessione tra scienza e tecnologia, con una riduzione dell’empirismo grazie all’attività di ricerca in laboratori di scienza pura e applicata (“Science today is closely connected with technology because theory and the practical arts have become closely interwoven” [154]; “The degree of empiricism has been lowered on almost every hand and is being still further reduced by the activity of investigators” [155]). Si nota come l’ingegnere contemporaneo possa operare con metodi un tempo riservati agli inventori empirici (“The applied scientist or engineer can now engage in what was once an activity of those inventors who proceeded largely empirically” [156]). L’analisi storica di casi sperimentali è proposta come strumento per comprendere la scienza e la tecnologia moderne, con l’obiettivo di stimolare ulteriori approfondimenti (“The analysis of experimental science […] may lead the layman to a better understanding both of modern science and of modem technology” [157]; “If the reader is stimulated to read further in the history of science […] our aim will have been achieved” [159]).

Ci si sofferma poi su un caso esemplare: la transizione dalle spiegazioni aristoteliche (“nature’s abhorring a vacuum” [164]) alla comprensione scientifica dei fenomeni pneumatici tra il XVII e il XVIII secolo. Si descrive il passaggio da una visione pre-scientifica a una basata sull’“esperienza filosofica” (“During the fifty years in question there was a rapid development of what we now call science and was then known as ‘experimental philosophy’” [166]), illustrato attraverso gli esperimenti sull’aria e la pressione atmosferica (“This changed attitude […] are very well illustrated by a study of seventeenth-century experiments with air and the effect of air pressure on liquids” [167]). Si elencano le tappe fondamentali dello studio della pneumatica, tra cui gli esperimenti di Torricelli, Pascal, von Guericke e Boyle (“For convenience, the study of pneumatics between 1630 and 1680 may be thought of in terms of the following subdivisions” [170-171]), con particolare attenzione al ruolo di Boyle come figura centrale (“Robert Boyle (1627-1691) is the central figure in this case” [179]).


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4 La nascita del concetto di pressione atmosferica e gli esperimenti di Torricelli, Pascal e Boyle

Dalla corrispondenza tra Torricelli e Ricci alle obiezioni dei “dubitanti Tommaso”, fino alla verifica sperimentale sul Puy-de-Dôme.

Si presenta la genesi del concetto di mare d’aria e le sue implicazioni sperimentali, attraverso le ricerche di Torricelli, Pascal e Boyle. Si citano le basi teoriche della statica dei fluidi, come illustrato nei diagrammi: “in un corpo omogeneo di liquido, la pressione in un punto dipende dalla profondità sotto la superficie” [223] e “i livelli dei liquidi nei vasi comunicanti sono uguali, indipendentemente dalla forma” [223]. Si riporta l’obiezione storica mossa ai primi esperimenti torricelliani: “perché il barometro non cade se posto in un vaso di vetro sigillato?” [224], con la risposta che “la pressione all’interno del vaso era identica a quella atmosferica al momento della chiusura” [227].

Si descrive poi l’intuizione di Pascal, che “vide come dallo schema concettuale di Torricelli si potesse trarre una conclusione verificabile sperimentalmente” [230]: “se la colonna di mercurio nel barometro è sostenuta dalla pressione di un mare d’aria, questa pressione dovrebbe diminuire salendo sopra il livello del mare” [231]. L’analogia con la pressione idrostatica è esplicita: “come la pressione nell’oceano diminuisce quando un subacqueo risale dal fondo verso la superficie, così la pressione dell’aria dovrebbe diminuire salendo su una montagna” [236]. Da qui l’esperimento sul Puy-de-Dôme, citato come conseguenza diretta di tale ragionamento [237]. Si menziona infine il ruolo di Boyle, che “si propose di dimostrare proprio questo” [229], ovvero la variazione di pressione rimuovendo l’aria dal sistema.


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5 L’evoluzione della pompa a vuoto di Boyle

Tre modelli, tre fasi: dall’innovazione tecnica alla sperimentazione avanzata.

Si tratta della pompa a vuoto (“pneumatical engine”) di Robert Boyle, presentata come strumento scientifico rivoluzionario. Si descrivono tre versioni del dispositivo, sviluppate tra il 1659 e il Il primo modello, pubblicato nel 1660, introduceva un’apertura superiore nel bulbo di vetro (“The opening at the top o the glass bulb was the important new addition” [303]), migliorando la praticità rispetto alla pompa di von Guericke (“far more convenient for those who wished to perform experiments in vacuo” [302]). Il secondo, del 1667-1669, ampliava le possibilità sperimentali con ricevitori intercambiabili (“allowed various types of receivers to be evacuated” [304]) e attrezzature più grandi (“Much larger equipment could be placed in vacuo” [307]), portando a esperimenti più ambiziosi (“The experiments were correspondingly more ambitious” [308]). Il terzo, progettato da Denis Papin nel 1676, era più rapido grazie a due pistoni e valvole automatiche (“had two plungers and two pistons and was operated by foot power” [309]; “The valves were automatic” [310]).

Si evidenzia il contributo di Robert Hooke nella costruzione dei primi due modelli (“Robert Hooke played an important and perhaps determining role” [301]) e l’integrazione di strumenti accessori, come manometri per misurare la pressione ridotta e pompe di compressione (“Boyle likewise devised methods of measuring the diminished pressure […] and built compression pumps” [311]). Il testo sottolinea infine il progresso graduale della scienza attraverso queste tappe (“This serves to illustrate the slow stages by which science often advances” [296]).


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6 La pubblicazione degli esperimenti di Boyle e il metodo scientifico

Lettera a un destinatario privato, resa pubblica per diffondere nuove scoperte e stabilire uno standard di precisione.

Si presenta la motivazione dietro la pubblicazione di una lettera originariamente indirizzata a una persona specifica. L’autore giustifica la scelta con due ragioni principali: la richiesta diffusa di copie degli esperimenti, già noti tra gli studiosi (“the experiments therein related, having been many of them tried in the presence of ingenious men” [314]), e la convinzione che la divulgazione delle osservazioni sull’aria sarebbe stata utile al progresso della filosofia sperimentale (“the publication of what I had observed touching the nature of the air, would not be useless to the world” [315]).

Ci si sofferma sulla prolissità delle descrizioni, spiegata come necessaria per garantire la ripetibilità degli esperimenti e per evitare che la complessità delle prove scoraggi altri studiosi (“the most ordinary reason of my prolixity was, that foreseeing […] the great expence of time that they necessarily require” [316]). Si cita esplicitamente la minuzia con cui Boyle descrive la costruzione del suo apparato (“Boyle’s description of the construction of his engine is very long and rather tedious” [317]), presentandola come modello per la scienza successiva (“Boyle was setting the model for subsequent scientists” [319]). La precisione è ritenuta essenziale: senza di essa, gli esperimenti non possono essere replicati (“Unless experiments are reported in detail and with accuracy, other scientists are often unable to repeat the experiment” [320]), e la mancanza di dettagli ha reso inutili molti resoconti scientifici del passato (“Failure to adhere to these rules […] often made worthless the reports of many investigators” [322]).

Il testo assume la forma di una lettera al nipote, in cui Boyle risponde a una richiesta di nuovi esperimenti (“Receiving in your last from Paris a desire, that I would add some more experiments” [325]). Si discute la scelta di approfondire l’esperimento di Torricelli sull’aria, ritenuto di interesse per la comunità scientifica (“several of the Virtuosi there were very intent upon the examination of the interest of the air” [326]), con l’obiettivo di fornire prove concrete piuttosto che nuove teorie (“shall present you […] with new proofs of such as are not yet become unquestionable” [327]). L’importanza dell’aria è sottolineata per il suo ruolo nella vita umana e nei fenomeni naturali (“the air being so necessary to human life […] any considerable discovery of its nature seems likely to prove of moment to mankind” [330]).

Si menziona infine l’influenza di esperimenti precedenti, come quelli di Otto von Guericke (“how that ingenious gentleman […] had lately practised in Germany a way of emptying glass vessels” [333]), e si descrivono i limiti del suo apparato, che Boyle si propone di migliorare (“the whole engine is so made, that things cannot be conveyed into it” [338]). La soluzione adottata coinvolge la collaborazione con altri studiosi per progettare una pompa ad aria più efficiente (“the last-named person fitted me with a pump” [339]).


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7 Esperimenti sul vuoto e la pressione atmosferica

Dimostrazione empirica dell’equilibrio tra mercurio e aria, con osservazioni su sigilli, perdite e proporzioni di vuoto.

Si presenta una serie di esperimenti volti a indagare il comportamento del mercurio in un tubo sottoposto a variazioni di pressione atmosferica. Si descrive come l’introduzione controllata di aria esterna faccia “ascendere (o piuttosto essere spinto verso l’alto) il mercurio nel tubo” [393], fino a raggiungere un equilibrio dinamico regolabile tramite una chiave. L’esperimento evidenzia limiti pratici: “il mercurio si fermò vicino a un quarto di pollice sotto il segno di carta precedentemente menzionato” [394], attribuiti alla presenza di bolle d’aria intrappolate nel liquido.

Si riportano difficoltà tecniche legate alla tenuta dei sigilli. L’uso di “diachylon” [398] al posto di una chiusura ermetica causa perdite graduali: “le parti più sottili dell’aria esterna […] si insinuavano attraverso il corpo dell’intonaco” [399], suggerendo che “forse una ragione per cui non riusciamo a pompare perfettamente l’aria” [400] risieda nella permeabilità del materiale. Si osserva inoltre che un ingresso troppo violento di aria “avrebbe spinto il mercurio su nel tubo con tale forza da rischiare di rompere il vetro” [409].

La misurazione delle variazioni di livello del mercurio rivela una progressiva riduzione dell’effetto ad ogni aspirazione: “alla prima suzione scese un pollice e 3/4, alla seconda un pollice e 1/4” [411], con difficoltà nel quantificare la proporzione esatta a causa di “vibrazioni” [412] e perdite impercettibili. Si sottolinea l’importanza di tali osservazioni, pur ammettendo l’impossibilità di “ridurle a una certezza” [413], e si nota come in recipienti piccoli “la minima aria esterna che entrava […] bastava a esercitare una pressione considerevole” [414], impedendo al mercurio di scendere ulteriormente.

Si menziona la ripetizione dell’esperimento davanti a “eccellenti e giustamente famosi Professori di Matematica” [395], tra cui Wallis, Ward e Wren, le cui biografie sono brevemente accennate [402-404]. Si conclude con una riflessione sul rapporto tra volume del recipiente e cilindro della pompa: “la proporzione tra il volume del ricevitore e quello del cilindro della pompa determina gli effetti di ogni colpo di pistone” [415], spiegando differenze nei risultati tra recipienti grandi e piccoli [416-417].


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8 L’accuratezza sperimentale e il ruolo dell’aria nei fenomeni fisici

Dalla precisione nella preparazione degli strumenti alla trasmissione del suono nel vuoto

Si presenta una trattazione delle sfide tecniche e concettuali legate agli esperimenti scientifici del XVII secolo, con particolare attenzione ai lavori di Robert Boyle. Ci si sofferma su due temi principali: le difficoltà nella realizzazione del vuoto torricelliano e il ruolo dell’aria come mezzo di trasmissione del suono.

8.1 La complessità del vuoto torricelliano

Si discute la necessità di standard accurati negli esperimenti, evidenziando come la presenza di aria residua influenzi i risultati. “The accuracy required in modern experiments has meant that providing standards has become a rather elaborate matter” [468]. L’aria intrappolata nel tubo torricelliano altera l’altezza della colonna di mercurio, come dimostrato da variazioni termiche: “warming and cooling this space will affect the height of the column since air expands and contracts with changes in temperature” [470]. Boyle osserva che anche piccole bolle d’aria, invisibili, possono compromettere l’esperimento, come nel caso in cui “a red-hot iron […] expanded [the bubbles] in such numbers […] that the upper part of the quicksilver seemed […] to boil” [472]. Si rileva inoltre che, inclinando il tubo, il mercurio non raggiunge mai completamente la sommità, segno della presenza di aria residua: “we never found that […] the quicksilver would fully reach to the very top of the sealed end” [473].

Per ovviare a questi problemi, si elencano accorgimenti pratici, come la chiusura ermetica del tubo (“the orifice […] may be the more easily and exactly stopped by the experimenter’s finger” [477]) o l’uso di bolle d’aria per raccogliere quelle residue (“that quarter of an inch of air will […] gather up all the little bubbles” [478]). Si sottolinea come anche piccole quantità d’aria abbiano effetti maggiori in tubi corti rispetto a quelli lunghi: “in short tubes a little air is more prejudicial […] than in long ones” [480]. Questi suggerimenti, rivolti ad altri sperimentatori, rappresentano un’innovazione metodologica: “Note the type of extremely helpful suggestions given by Boyle for the benefit of others” [481].

8.2 L’aria come mezzo di trasmissione del suono

Si riportano due esperimenti volti a verificare se l’aria sia il principale veicolo del suono. Il primo, descritto nel 1660, utilizza un orologio sospeso in un recipiente sigillato: “we took a watch […] and plainly enough heard the noise made by the balance” [490]. Pompando via l’aria, il suono si affievolisce fino a scomparire: “when the receiver was emptied […] we could […] hear no noise from within” [498]. Ripristinando l’aria, il suono torna udibile: “we could plainly hear the noise made by the balance” [499]. Si conclude che “whether or no the air be the only, it is at least the principal medium of sounds” [500].

Un secondo esperimento, con una campana sospesa nel vuoto, suggerisce però che altri mezzi (o tracce d’aria) possano trasmettere il suono: “though the air be the principal medium of sound, yet either a more subtle matter may be also a medium” [508]. Si ipotizza che nell’esperimento con la calamita e la campana nel vuoto torricelliano (“the experiment de vacuo” [487]) possa essere rimasta aria sufficiente a produrre il suono: “there might not in the deserted part of the tube remain air enough to produce a sound” [509]. Si riconoscono infine due principali fonti di errore: “the presence of air in the evacuated space” e “the transmission of sound by the solid support” [511].


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9 La propagazione del suono nel vuoto e la ricerca di un mezzo più sottile dell’aria

Si descrive un apparato sperimentale per verificare la trasmissione del suono in assenza d’aria e si ipotizza l’esistenza di un mezzo più sottile.

Si presenta una serie di esperimenti condotti da Robert Boyle per indagare la propagazione del suono in condizioni di vuoto pneumatico e per verificare l’eventuale presenza di un mezzo più sottile dell’aria, come l’etere cartesiano.

Sul suono nel vuoto Si discute la costruzione di un dispositivo meccanico, composto da un cilindro di legno (“a cylinder of box, or the like close and firm wood” [525]) e una base fissa (“trencher”), per far suonare una campana all’interno di un recipiente da cui l’aria è stata estratta. L’apparato permette di azionare un martelletto tramite una chiave girevole (“turning-key” [527]), anche in assenza d’aria. Gli esperimenti rivelano che, una volta evacuato il recipiente, il suono della campana diventa appena udibile o scompare: “when the receiver was well emptied, it sometimes seemed doubtful […] whether any sound were produced or no” [543]. Riintroducendo gradualmente l’aria, il suono riacquista intensità (“when a little air was let in, the stroke of the hammer upon the bell […] began to be easily heard” [544]), confermando il ruolo dell’aria come mezzo di trasmissione.

Si riporta anche un esperimento con un orologio a sveglia sospeso in un recipiente di vetro monoblocco (“a receiver that was made all of one piece of glass” [546]), per evitare perdite d’aria. Anche in questo caso, il suono dell’allarme risulta impercettibile nel vuoto (“neither we that listened very attentively […] were satisfied that we heard the watch at all” [548]), mentre diventa udibile con il ritorno dell’aria. Si cita infine una critica alle affermazioni di Marin Mersenne, secondo cui il suono si propagherebbe anche nel vuoto torricelliano (“Sonus a campanis […] producitur in illo vacuo” [553]), attribuendo la discrepanza a limiti tecnici degli esperimenti dell’epoca (“the bigness of the bell in reference to the capacity of the exhausted glass […] may much vary the effect” [556]).

Sulla ricerca di un mezzo più sottile dell’aria Si tratta di una serie di tentativi per rilevare la presenza di un mezzo ipotetico, come l’etere cartesiano, in grado di trasmettere movimento anche in assenza d’aria. Boyle utilizza prima un soffietto di vescica (“a pair of small bellows to be made with a bladder” [574]), poi una siringa modificata (“a syringe might be made to serve […] instead of a pair of bellows” [588]), entrambi collegati a una piuma come indicatore di flusso. In entrambi i casi, nel vuoto pneumatico non si osserva alcun movimento della piuma (“when the receiver was well emptied, the usual elevations and depressions of the sucker would not blow it up at all” [601]), suggerendo che, se un tale mezzo esiste, non è rilevabile con metodi meccanici (“if when our vessels are very diligently freed from air, they are full of aether, that aether is such a body as will not be made sensibly to move a light feather” [614]).

Infine, si descrive un esperimento con una croce di piume lasciata cadere in un recipiente evacuato: mentre nell’aria la croce ruota durante la caduta, nel vuoto scende verticalmente senza rotazione (“now it descended like a dead weight, without being perceived […] to make so much as one turn” [624]), confermando l’assenza di un mezzo resistente. Tuttavia, Boyle ammette che l’esperimento non è conclusivo, poiché anche un vuoto parziale potrebbe impedire la rotazione (“the remaining air was too far rarefied to make the falling body manifestly turn” [633]).


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10 La scoperta della legge di Boyle e la confutazione dell’ipotesi del funiculus

“Un esperimento nato per confutare, che diventa legge fisica e demolizione di un’ipotesi rivale”

Si presenta la genesi della legge di Boyle come risultato collaterale di una disputa scientifica. L’obiettivo iniziale era fornire prove contro l’ipotesi del funiculus avanzata da Linus, secondo cui un filamento invisibile (“funiculus”) avrebbe sostenuto la colonna di mercurio nell’esperimento torricelliano. Boyle, invece, dimostra che “the spring of the air is capable of doing far more than it is necessary for us to ascribe to it” [666], confutando la necessità di tale ipotesi.

L’esperimento chiave utilizza un tubo a J: versando mercurio nell’estremità aperta, Boyle comprime l’aria nella gamba chiusa, osservando che “the volume of the compressed air was reduced about half” quando la pressione raddoppia [674]. I dati raccolti (riportati in una tabella [697-699]) mostrano una relazione inversa tra pressione e volume: “as common air, when reduced to half its wonted extent, obtained near about twice as forcible a spring” [680]. Boyle estende la dimostrazione fino a pressioni di “above a hundred inches of quicksilver” [683], superando il limite di 29 pollici postulato da Linus per il funiculus.

La confutazione si completa con un esperimento aggiuntivo: aspirando aria dall’estremità aperta del tubo, Boyle fa salire la colonna di mercurio ben oltre i 29 pollici, fenomeno “which cannot be ascribed to our examiner’s Funiculus” [686]. La spiegazione si basa sulla dilatazione dell’aria compressa, che “repel the mercury […] till there was an equality of force” [691], senza bisogno di invocare il funiculus.

La legge matematica (pressione e volume inversamente proporzionali) emerge da contributi indipendenti di contemporanei come Townley e Hooke, che Boyle cita: “Mr. Richard Townley […] endeavoured to supply what I had omitted concerning the reducing to a precise estimate” [700]. Nonostante la strumentazione rudimentale (“measuring the distance between the top of the sealed off shorter leg and the mercury level” [693]), i dati confermano la relazione.

Il testo si conclude con una difesa della propria ipotesi: “the spring of the air may suffice to perform greater things than what our explication […] obliges us to ascribe to it” [706]. L’argomentazione finale sottolinea l’inutilità del funiculus, definito “unnecessary” [707], e la superiorità di un modello basato sulla “spring of the air”, intelligibile e sufficiente a spiegare i fenomeni.


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11 Scienza tra teoria e pratica: pneumatica, sperimentazione e sviluppo tecnologico

Dalla pompa idraulica alla rivoluzione industriale: come la ricerca scientifica e l’arte pratica si intrecciano senza sovrapporsi

Si presenta la relazione tra scienza teorica e applicazioni pratiche, con particolare riferimento allo studio della pneumatica e al suo impatto sul progresso tecnologico. Il punto di partenza è l’osservazione di un problema concreto: “water will not rise in a lift pump above about 34 feet” [790], fenomeno noto agli artigiani ma registrato per la prima volta da Galileo nei Dialoghi (1638). Un personaggio del testo racconta di una pompa che “worked perfectly so long as the water in the cistern stood above a certain level; but below this level the pump failed to work” [793], spiegando che “it was not possible […] to lift water a hair’s breadth above eighteen cubits” [794]. Si evidenzia come la conoscenza empirica dei limiti delle pompe fosse diffusa tra i lavoratori, mentre la scienza ne formalizzò le cause: “Galileo’s interest in a scientific problem had arisen from the observation of a practical art, namely, pumping water” [795].

Nonostante la stretta connessione iniziale tra pneumatica e arte pratica — “pumps with their various parts valves, cylinders, plungers recur throughout the story” [799] —, i progressi scientifici non portarono miglioramenti immediati alle tecniche di pompaggio. “There is no evidence […] that any of Boyle’s work had immediate consequences of practical value” [800], e le sue innovazioni, come i dispositivi per raccogliere gas nel vuoto, furono ignorate fino al XX secolo: “his devices […] were scarcely employed by chemists until the twentieth century” [801]. Le difficoltà tecniche, come la tenuta dei sistemi sotto vuoto, ne limitarono l’adozione: “Boyle’s pumps were expensive and difficult to operate” [805], rendendo le applicazioni industriali impraticabili fino al XIX secolo.

Il divario tra scienza e pratica si ridusse solo con l’avanzare della tecnologia. Lo sviluppo delle pompe a vuoto fu stimolato da esigenze industriali, come “the development of the incandescent light” [807], che richiedeva pressioni estremamente basse. Parallelamente, figure come Denis Papin — collaboratore di Boyle — collegarono la ricerca teorica a invenzioni utili, come “the pressure cooker” [810], o a progetti di macchine a vapore, anticipando sviluppi successivi: “Newcomen’s atmospheric engine (1712) can be thought of as a practical outcome of the work of the investigators of pneumatics” [815]. Tuttavia, il legame tra scoperte scientifiche e applicazioni rimase indiretto: “no direct applications of the new discoveries in pneumatics to the practical arts can be traced in the seventeenth century” [819], anche se i concetti di vuoto e fluidi elastici divennero patrimonio comune degli inventori.

Si discute inoltre l’evoluzione delle dinamiche tra scienza e società. Nel XVII secolo, la comunicazione scientifica era frammentaria: “news of scientific discoveries usually circulated by means of letters between learned men” [827], e le pubblicazioni erano “sporadic and often greatly delayed” [828]. La situazione migliorò con la nascita delle società scientifiche e dei primi giornali specializzati, come “the Transactions of the Royal Society (London)” [830], che istituzionalizzarono lo scambio di conoscenze. Tuttavia, solo nel XIX secolo la scienza divenne un fattore determinante per l’industria, e solo nel XX secolo le due sfere si integrarono pienamente: “only in the twentieth century have the two activities […] become intimately associated in almost every industrial activity” [822].

Infine, si nota come la mancanza di riferimenti precisi nelle opere di Boyle rifletta il disordine delle comunicazioni scientifiche dell’epoca: “we cannot tell today how much of his work in pneumatics was original” [825], a testimonianza di un contesto in cui “the publication of scientific books was sporadic and often greatly delayed” [828].


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12 La scoperta dell’ossigeno e il superamento della teoria del flogisto

Dalla preparazione del calce alla rivoluzione chimica: errori, scoperte e test quantitativi

Si ricostruisce la fase iniziale della rivoluzione chimica, centrata sulla scoperta dell’ossigeno e sul superamento della teoria del flogisto. Si parte dal contributo metodologico di un predecessore, le cui ricerche sul calore latente e specifico “were of first importance in the development of eighteenth-century physics” [963] e il cui studio sulla preparazione della calce da calcare “was a model for later chemical investigations” [964]. Da qui, Lavoisier apprende l’importanza dello studio quantitativo delle reazioni reversibili, come “limestone -> lime + carbon dioxide” [964], principio applicato anche all’ossido rosso di mercurio: “he can start with mercury and oxygen and prepare the oxide, or conversely, he can start with the red oxide and prepare mercury and oxygen” [965].

Si delinea poi la cronologia degli eventi chiave tra il 1774 e il Nel febbraio 1774, Bayen osserva che l’ossido rosso di mercurio “yields mercury when heated alone (no charcoal needed as with other calxes)” [970], ma identifica erroneamente il gas prodotto come “fixed air” (carbon dioxide) [971]. In agosto, Priestley ottiene ossigeno dallo stesso composto, scambiandolo per “laughing gas” [973]; in ottobre ne informa Lavoisier [975], che nel marzo 1775 presenta una memoria sull’aumento di peso dei metalli durante la calcinazione [979]. Priestley corregge pubblicamente un’interpretazione errata di Lavoisier [981], mentre quest’ultimo, nel maggio 1777, chiarisce le sue idee sull’ossigeno in una memoria sulla respirazione animale [983]. La pubblicazione rivista della memoria pasquale avviene nell’agosto 1778 [985].

Si analizza il ruolo del “nitrous air test” di Priestley, basato sulla reazione tra ossido nitrico (NO) e ossigeno: “when mixed with air produced a red gas (‘red fumes’) that was soluble in water” [989]. Il test misurava la “goodness” dell’aria attraverso la contrazione di volume dopo la reazione [994-996], ma sia Priestley che Lavoisier lo applicano erroneamente all’ossigeno puro [1002]. La differenza quantitativa nei risultati – “with common air the residue occupies only 8 volumes […] with pure oxygen the final volume is nearer 6 volumes” [1009] – viene inizialmente trascurata [1011]. Solo un caso fortuito porta Priestley a esaminare il gas residuo, rivelando che “the residue in the one instance will support neither combustion nor animal life […] in the other, the residue has all the properties of the original sample” [1015-1016]. L’episodio evidenzia la complessità del progresso scientifico, che “is much more complicated […] than ‘collecting the facts, classifying the facts, formulating laws’” [1021].


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13 L’evoluzione del Memoir di Lavoisier sulla scoperta dell’ossigeno

Dalla contraddizione iniziale alla sistematizzazione della teoria della combustione

Si ricostruisce il processo di revisione del Easter Memoir di Lavoisier, focalizzandosi sulle modifiche apportate tra la versione preliminare e quella definitiva. Si evidenzia come, nonostante la vicinanza al risultato finale — “The similarity of the two versions is evidence that Lavoisier was very close […] to his final goal” [1044] —, la prima stesura presentasse incongruenze: il gas ottenuto dall’ossido di mercurio era definito sia “common air” sia “purer than common air”, rivelando un tentativo di conciliare posizioni opposte (“For the moment Lavoisier wanted to have it both ways!” [1046]).

Si sottolinea il ruolo chiave di Lavoisier nell’interpretazione della scoperta dell’ossigeno, nonostante l’errore iniziale corretto da Priestley: “it was only Lavoisier […] who saw the real significance of the discovery of oxygen” [1047]. A lui si attribuisce la costruzione di un quadro concettuale duraturo per la combustione (“He built the new facts into his own conceptual scheme” [1048]), mentre Priestley, pur avendolo isolato per primo, continuò a chiamarlo “dephlogisticated air” [1049].

Si descrivono le modalità di confronto tra le due versioni del Memoir: le aggiunte sono segnalate tra parentesi graffe e in corsivo, le omissioni in grassetto (“The material deleted […] is printed in boldface type” [1051]), e le varianti estese sono presentate in colonne parallele [1052]. Si menziona inoltre il contesto di presentazione del testo, letto all’Accademia delle Scienze nel 1775 e nel 1778, con riferimenti agli esperimenti condotti tra il 1774 e il 1775 (“The first experiments […] were made more than a year ago” [1056]). Il Memoir si apre interrogandosi sulla natura dell’aria e sulle sue varianti (“Are there different kinds of air?” [1058]), proponendo una trattazione sistematica delle questioni legate alla calcinazione dei metalli e all’aumento di peso [1061].


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14 Scoperta dell’ossigeno e confutazione della teoria del flogisto

Esperimenti sulla riduzione del mercurio calcinato e natura dei gas prodotti.

Si descrive una serie di esperimenti condotti sulla riduzione del mercurius calcinatus per se (ossido di mercurio), con e senza aggiunta di carbone. Nel primo caso, si osserva la liberazione di un gas identificato come “fixed air” (anidride carbonica), caratterizzato da proprietà come l’estinzione delle fiamme (“candles and all burning bodies were instantly extinguished in it” [1082]), la precipitazione dell’acqua di calce (“it precipitated lime water” [1082]) e la letalità per gli animali (“animals placed in it died in a few seconds” [1082]). Si conferma che tali proprietà corrispondono a quelle del gas noto come “mephitic air” [1083], già descritto da altri chimici come Bayen, la cui conclusione errata viene però smentita.

Nel secondo esperimento, la riduzione dell’ossido di mercurio senza carbone produce un gas diverso: non si combina con l’acqua (“it was not susceptible to combination with water upon shaking” [1095]), non precipita l’acqua di calce (“it did not precipitate lime water” [1095]), e non reagisce con alcali (“it did not combine with fixed or volatile alkalis” [1095]). Al contrario, questo gas supporta la combustione (“the flame increased in a very remarkable manner” [1096]) e la respirazione (“seemed on the contrary more suited to support their respiration” [1096]), portando alla conclusione che si tratti di “eminently respirable air” [1097], ovvero ossigeno. Si deduce che il gas liberato durante la calcinazione dei metalli sia la parte pura dell’aria atmosferica (“the purest part of the very air which surrounds us” [1098]), e che la formazione di “fixed air” nei processi con carbone derivi dalla combinazione di quest’ultimo con l’ossigeno.

Si estende l’analogia al nitrato di potassio (“nitre”), ipotizzando che anche in questo caso l’aria atmosferica, privata della sua elasticità, sia responsabile delle esplosioni della polvere da sparo (“the air combined with nitre which produces the terrible explosions of gunpowder is common atmospheric air deprived of its elasticity” [1103]). Si mette in discussione l’interpretazione di Priestley, secondo cui l’anidride carbonica sarebbe aria comune combinata con flogisto, rinviando a future memorie per una trattazione più approfondita (“I hope to be soon in a position to communicate the reasons for my doubts” [1105]).


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15 Il dibattito tra Priestley e Lavoisier sulla natura dell’aria e la scoperta dell’ossigeno

Errori, teorie rivali e la casualità nella scoperta scientifica

Si ricostruisce il confronto tra Joseph Priestley e Antoine Lavoisier sul ruolo dell’aria nei processi di calcinazione dei metalli e sulla composizione dei gas. Si evidenzia come, a partire dalla metà dell’Ottocento, “investigators are today very scrupulous in referring to published work and even verbal communications” [1185], si discuta l’evoluzione delle pratiche scientifiche.

Priestley attribuisce inizialmente l’assorbimento di aria atmosferica durante la calcinazione del mercurio (“this substance had, during the process of calcination, imbibed atmospherical air, not in part, but in whole” [1186]), estendendo poi la conclusione a tutti i metalli senza prove sufficienti (“without any evidence, to all the metallic calces” [1187]). Egli interpreta la produzione di fixed air (anidride carbonica) come derivante dal carbone usato per ridurre le calci metalliche (“he considers the fixed air […] to come from the charcoal” [1188]), mentre si dimostra che alcune calci emettono fixed air per semplice riscaldamento (“several of those calces yield fixed air by heat only, without any addition of charcoal” [1189]). L’errore di Priestley viene attribuito alla presenza di impurità carbonatiche nei campioni (“those calces […] were impure; they contained carbonates” [1191]), mentre Lavoisier risulta corretto (“Priestley was in error here; Lavoisier was right” [1190]).

Si riporta inoltre la posizione di Priestley sulla relazione tra common air e fixed air, che egli collega alla teoria del flogisto (“fixed air is only a combination of common air and phlogiston” [1192]), pur riconoscendo la contraddittorietà dei dati (“it is so often contradicted by facts” [1192]). Lavoisier, invece, sostiene che l’aria prodotta dalla detonazione del salnitro sia common air (“the air produced by the detonation of nitre […] is common air” [1194]), teoria che Priestley contesta in anticipo (“he will […] be convinced of the imperfection of his theory” [1195]).

Si sottolinea la divergenza fondamentale tra i due scienziati: mentre Lavoisier e altri considerano l’aria un elemento semplice (“common air […] as a simple elementary body” [1198]), Priestley la ritiene un composto (“I have […] considered it as a compound” [1198]), visione che gli ha facilitato le ricerche. Si riflette sulla casualità delle scoperte scientifiche (“a concurrence of unforeseen and undesigned circumstances has favoured me” [1199]) e sulla possibilità che errori portino alla verità (“error may, in its turn, lead him into truth” [1199]), citando esempi tratti dalle proprie opere (“examples of both of them will be found in my first section” [1200]).

Si passa poi a ricostruire i passaggi che portarono Priestley alla scoperta dell’ossigeno, partendo dagli esperimenti del 1774 sul gas liberato dal riscaldamento dell’ossido rosso di mercurio (“he first started studying the gas evolved when red oxide of mercury is heated” [1206]). L’errore iniziale di Priestley fu confondere l’ossigeno con un ossido di azoto (“phlogisticated nitrous air” [1210]), che supportava la combustione (“the unusual property of supporting combustion” [1209]). La reazione chimica coinvolta viene descritta (“2ND + Fe → N₂O + FeO” [1212]), e si chiarisce che Priestley non comprese il meccanismo di formazione del gas (“he apparently gave no explanation of why phlogistication made the nitrous air inflammable” [1211]).

Priestley applicò poi il nitrous air test all’“aria” ottenuta dall’ossido rosso, osservando che si comportava come aria comune (“the new ‘air’ was at least very much like common air” [1221]), ma scoprì accidentalmente che il gas residuo dopo la reazione con nitrous air permetteva ancora la combustione (“the residual gas […] would still allow a candle to burn brightly” [1224]). Esperimenti successivi con un topo confermarono che il gas era superiore all’aria comune (“the air under investigation […] might be better” [1226]), portandolo a identificare l’ossigeno (“Being now fully satisfied of the superior goodness of this kind of air” [1228]).


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16 Scoperta e analisi di un gas sconosciuto attraverso esperimenti con ossidi metallici

“Un gas che alimenta la fiamma di una candela con insolita vivacità e resiste all’assorbimento in acqua, distinto dal ‘nitrous air’ noto.”

Si presenta una serie di esperimenti condotti su ossidi metallici – in particolare mercurio calcinato (mercurius calcinatus), precipitato rosso e minio – per estrarne l’aria tramite riscaldamento con una lente ustoria. Il metodo prevede di posizionare il materiale al fuoco di uno specchio concavo, “between the source of light and the reflecting surface”, con l’avvertenza che l’oggetto deve essere “small if it is not to cut off a large portion of the beam of light” [1260-1261]. A differenza delle lenti, che non presentano tale difficoltà [1262-1263], il procedimento consente di liberare un gas dalle proprietà inaspettate.

Il primo esperimento, datato 1º agosto 1774, rivela che il mercurio calcinato “air was expelled from it very readily” sotto l’azione della lente, producendo un volume di gas tre o quattro volte superiore al materiale di partenza [1264]. Il gas, non assorbito dall’acqua (“it was not imbibed by it”), si distingue dall’anidride carbonica (“fixed air”) [1265]. La sorpresa maggiore emerge quando una candela vi brucia “with a remarkably vigorous flame”, simile a quella osservata nel “nitrous air” esposto a ferro o solfuro di calcio, ma senza che vi sia traccia di acido nitrico nella preparazione del materiale [1266]. L’assenza di nitrati – necessari per ottenere il “nitrous air” [1267-1268] – rende inspiegabile il fenomeno, tanto che l’autore ammette di essere “utterly at a loss how to account for it” [1266].

Ulteriori prove confermano le peculiarità del gas: la fiamma della candela è più luminosa e calda rispetto a quella nel “nitrous air” (ossido nitroso), e un tizzone incandescente vi scintilla come “paper dipped in a solution of ‘nitre’” [1271]. L’ipotesi iniziale attribuisce la proprietà a una contaminazione da acido nitrico (“something being communicated to it by the nitrous acid”), derivante dall’esposizione del mercurio all’aria durante la calcinazione [1272]. Tuttavia, il sospetto che il campione di mercurio calcinato acquistato in farmacia fosse in realtà precipitato rosso – ottenuto sciogliendo il mercurio in acido nitrico – spinge a ripetere l’esperimento con un campione certificato, fornito da Mr. Warltire, dal quale si estrae una quantità maggiore di gas [1273-1275]. La differenza tra i due metodi di preparazione dell’ossido di mercurio – per calcinazione all’aria o per decomposizione del nitrato – viene sottolineata come esempio di “careful chemical experimentation” [1276-1278].

Durante un soggiorno a Parigi, l’autore condivide i risultati con chimici come Lavoisier, senza tuttavia riconoscere la natura del gas, che continua a ritenere una variante del “nitrous air” [1279-1283]. Lavoisier, interessato al problema della combustione, potrebbe aver tratto spunto da queste osservazioni per i propri esperimenti, iniziati nel novembre 1774 [1284-1287]. L’autore stesso ammette di non sospettare che il gas fosse respirabile, tanto meno superiore all’aria atmosferica [1288-1289].

Esperimenti paralleli con il minio (ossido di piombo) confermano la produzione dello stesso tipo di gas, sebbene contaminato da anidride carbonica – assorbita dall’acqua – che ne riduce il volume di un terzo [1289-1292]. La somiglianza tra i processi di preparazione del minio e del mercurio calcinato rafforza l’idea che il gas derivi dall’atmosfera [1299-1300]. La condivisione dei risultati con colleghi a Parigi e altrove avviene senza alcuna pretesa di scoperta rivoluzionaria [1300].

Nuovi test rivelano che il gas resiste all’agitazione in acqua, a differenza del “nitrous air” (ossido nitroso), che perde la capacità di sostenere la combustione dopo pochi minuti [1302-1304]. Anche dopo due giorni di contatto con l’acqua e una prolungata agitazione, una candela continua a bruciarvi “with a strong flame”, contrariamente a quanto accade con il “phlogisticated nitrous air” (ossido nitroso), che si dissolve e spegne la fiamma [1306-1307]. La differenza di solubilità suggerisce una “very material difference between the constitution” dei due gas [1308].

Solo il 1º marzo 1775, applicando il test con “nitrous air” (ossido nitrico), si scopre che il gas si comporta come l’aria comune, riducendosi in volume e assumendo un colore rosso simile [1312-1313]. Tuttavia, l’osservazione che la riduzione è leggermente maggiore e il colore più intenso passa inosservata, portando a concludere erroneamente che il gas sia identico all’aria atmosferica [1314-1316]. L’ipotesi iniziale – che il mercurio calcinato assorba “spirit of nitre” dall’aria – viene abbandonata in favore di una teoria altrettanto errata: che tutti i componenti dell’aria siano assorbiti in proporzione durante la preparazione degli ossidi [1315-1317].

Un esperimento cruciale dimostra che, dopo la miscelazione con “nitrous air” e un’intera notte di reazione, il gas residuo permette ancora alla candela di bruciare “even better than in common air” [1320]. La scoperta, casuale, spinge a testarne la respirabilità: un topo sopravvive per mezz’ora in un contenitore con il gas – il doppio del tempo rispetto all’aria comune – e si riprende senza danni dopo essere stato riscaldato [1328-1330]. Solo a questo punto si riconosce che il gas, benché inizialmente scambiato per aria comune, è “much superior” a essa [1309].


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17 L’errore sperimentale e i limiti dell’interpretazione chimica nel lavoro di Priestley

Dalla disomogeneità dei campioni alla confusione tra ossidi, nitrati e carbonati

Si presenta un’analisi degli esperimenti di Joseph Priestley sugli ossidi di piombo e le loro implicazioni metodologiche. Le difficoltà emergono dalla mancanza di criteri di purezza: Priestley “practically admits that his samples of red lead were not homogeneous” [1366], ma non ne trae conclusioni corrette, evidenziando “the difficulties of correct interpretation of chemical ‘facts’” [1367]. La variabilità nei risultati dipende da fattori come la tecnica di estrazione dell’aria fissa (“the care that is taken to extract the fixed air from it” [1368]) e la presenza di impurità: gli ossidi di piombo preparati “often contained not only a mixture of lead oxides but also lead carbonate and lead nitrate” [1373].

La contaminazione da nitrati, in particolare, porta a conclusioni errate: “probably most, if not all, the oxygen that Priestley obtained from them came from the decomposition of the lead nitrate” [1374], poiché i nitrati rilasciano ossigeno al riscaldamento. Questa confusione lo allontana progressivamente dalla corretta interpretazione, fino a fargli “confuse nitrates and carbonates and oxides” [1376] e sviluppare l’idea che una calx (ossido metallico) avesse assorbito “spirit of nitre” (acido nitrico) dall’aria. La mancanza di criteri quantitativi — come il controllo di peso e volume — lo conduce “from one faulty experiment to another” [1377], senza mai giungere a conclusioni definitive (“he never arrived at a final conclusion” [1378]).

Nonostante gli errori, Priestley utilizza i risultati per contestare il sistema di Lavoisier, citando ad esempio che “some metallic calces yield fixed air on heating” [1379] a sostegno della teoria del flogisto. Si sottolinea come l’omogeneità dei materiali sia fondamentale in chimica quanto il controllo di variabili come temperatura e pressione in fisica (“homogeneity of materials is as essential to the chemist” [1380]). Solo con il “principle of the balance sheet” di Lavoisier [1381] si sviluppano criteri affidabili per valutare la composizione dei campioni, come dimostrato da analisi quantitative su ossidi di piombo con e senza carbone [1382].

Le note conclusive riflettono su principi generali della scienza emersi dal confronto tra Priestley e Lavoisier. Si evidenziano: - Le difficoltà sperimentali, tra cui “the failure to have homogeneous materials at hand” [1386]; - Il ruolo delle ipotesi limitate (“repeated use of the limited working hypothesis” [1388]) e degli assunti impliciti, come l’errata identificazione dell’ossigeno con il laughing gas [1390]; - L’adesione dogmatica di Priestley al flogisto, nonostante le evidenze contrarie (“blind adherence to the phlogiston theory” [1391]); - La trasformazione di un’ipotesi in un nuovo paradigma, come nel caso di Lavoisier (“transformation of a broad working hypothesis into a new conceptual scheme” [1392]); - Il ruolo della casualità nelle scoperte, senza però ridurre il progresso scientifico a mere coincidenze (“scientific progress hangs on such accidents” [1395]).


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18 Rivoluzioni scientifiche, industriali e politiche nel XVIII secolo

Declino della teoria del flogisto e parallelismi tra rivoluzioni chimiche, industriali e sociali.

Si tratta della crisi e del superamento della teoria del flogisto nel contesto delle trasformazioni del tardo Settecento. La teoria, già in declino, resiste solo marginalmente: “By the end of the century Priestley was almost alone in defending the doctrine of phlogiston” [1490]. Il suo abbandono segue un modello ricorrente nella storia della scienza, in cui “it is often possible by adding a number of new special auxiliary postulates to a conceptual scheme to save the theory at least temporarily” [1492], ma l’accumulo di ipotesi ad hoc ne determina il collasso: “so many new assumptions have to be added year by year that the structure collapses” [1493].

La pubblicazione del Traité Élémentaire de Chimie di Lavoisier (1789) segna la svolta definitiva: “made the destruction of the phlogiston theory inevitable” [1497]. La rivoluzione chimica si inserisce in un periodo di cambiamenti radicali, come evidenziato dalla contemporaneità con la Rivoluzione americana e quella francese: “The fact that the chemical revolution was contemporary with the American Revolution and preceded the French Revolution by a few years adds interest to the story” [1500]. Figure chiave come Lavoisier e Priestley sono coinvolte direttamente negli eventi politici: “Priestley and Lavoisier were both involved in the French Revolution, the latter losing his life at the height of the terror” [1501].

Parallelamente, si sviluppa la rivoluzione industriale, guidata da innovazioni empiriche nel settore siderurgico: “the whole revolution of the making of iron and steel in the eighteenth century was based on purely empirical experimentation” [1513]. Processi come la sostituzione del carbone di legna con il coke o l’invenzione della ghisa malleabile avvengono “without benefit of science” [1514], dimostrando che “the cut-and-try methods of practical men were for the time being far more effective […] than the work of scientists” [1516]. Tuttavia, la scienza inizia a influenzare settori come la chimica applicata, ad esempio nella produzione di acido solforico per l’industria tessile o nell’uso del cloro per la sbianca [1518].

Le connessioni tra scienza, tecnologia e società emergono come complesse: “the theoretical framework of physics and chemistry was so meager that the advances in science […] made little impact on the practical arts” [1525]. Solo decenni dopo la scienza avrebbe avuto un ruolo centrale nelle applicazioni industriali: “Another fifty to seventy-five years of scientific work would be required before the applications of science were of prime importance” [1526]. Il periodo è caratterizzato da una crescente interazione tra scienziati e inventori, come nel caso della disponibilità di nuovi materiali (fosforo, isotopi radioattivi) che stimolano la ricerca [1522-1523], ma le università e le accademie (Royal Society, Académie des Sciences) restano i principali centri di diffusione del sapere [1507].


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19 La rivoluzione chimica e lo sviluppo della termometria nel XVIII secolo

Dalla supremazia navale britannica alla teoria del calorico: scienza, strumenti e contesto storico

Si presenta una trattazione della rivoluzione chimica del XVIII secolo, con particolare attenzione al superamento della teoria del flogisto e allo sviluppo degli strumenti di misurazione termica. Il testo si concentra su figure chiave come Lavoisier, Priestley e Cavendish, contestualizzandone l’opera all’interno delle trasformazioni politiche e sociali dell’epoca.

Viene citata la vittoria di Nelson (“Nelson’s victory assures supremacy of British fleet” [1563]) come evento storico parallelo, mentre la pubblicazione del Saggio sulla popolazione di Malthus (“1798 Publication of Essay on Population by Malthus” [1564]) e l’ascesa di Napoleone (“1799 Napoleon becomes First Consul” [1565]) inquadrano il periodo. Si elencano poi opere fondamentali per lo studio della rivoluzione chimica, tra cui Elements of Chemistry di Lavoisier (“The first four or five chapters can be read with profit by students of this Case” [1575]) e testi che analizzano la difesa della teoria del flogisto da parte di Priestley (“Throws interesting light on Priestley’s last stand in defense of the phlogiston theory” [1579]).

Si suggeriscono letture sul contesto storico-scientifico, come The Eighteenth-Century Background di Willey (“Chapter X on Priestley is recommended” [1584]) e Science and Social Welfare in the Age of Newton (“providing a picture of the economic and cultural factors involved in the interaction of science and technology” [1586]). La seconda parte del blocco introduce lo sviluppo della termometria e della teoria del calorico, descrivendo come l’invenzione del termometro abbia reso possibili studi quantitativi sul calore (“quantitative studies of phenomena connected with heat became possible only after the invention of the thermometer” [1592]). Si menziona il ruolo di Joseph Black e l’introduzione del calorimetro (“the thermometer made possible new concepts of fundamental importance, and how it led in turn to the invention of a new type of thermal instrument the calorimeter” [1594]), con un riferimento all’affermazione di Davy sull’importanza degli strumenti scientifici (“nothing tends so much to the advancement of knowledge as the application of a new instrument” [1596]).


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20 Origini e sviluppo dei primi strumenti di misurazione della temperatura

Dalla paternità galileiana del termoscopio alle scale termometriche standardizzate

Si ricostruisce l’evoluzione degli strumenti per misurare la temperatura, partendo dal termoscopio attribuito a Galileo Galilei. Il dispositivo originario consisteva in “una sfera di vetro contenente aria e dotata di un lungo stelo immerso in un recipiente d’acqua” [1612], dove “l’aria nella sfera si espandeva o contraeva al variare della temperatura, facendo salire o scendere l’acqua nel stelo” [1613-1614]. L’aria fungeva da “sostanza indicatrice della temperatura” [1615], e Galileo vi aggiunse una scala, probabilmente “una striscia di carta attaccata allo stelo e suddivisa in gradi a piacere” [1616]. Tuttavia, “non essendovi l’idea di basare queste scale su temperature standard e riproducibili, le indicazioni erano al massimo semiquantitative” [1618], motivo per cui lo strumento fu definito “termoscopio” [1619] e non termometro.

Il dispositivo galileiano era in realtà un “barotermoscopio”, poiché rilevava anche variazioni di pressione atmosferica [1620]. Tra i primi ad applicarlo in ambito medico fu il collega Sanctorius, che “segnò sulla scala due punti fissi corrispondenti all’esposizione del bulbo prima alla neve e poi alla fiamma di una candela” [1622], introducendo il concetto di punti di riferimento per la misurazione.

Successivamente, si svilupparono termoscopi a espansione di liquidi: Jean Rey nel 1631 utilizzò un bulbo riempito d’acqua [1624-1625], mentre il Granduca Ferdinando II di Toscana nel 1641 realizzò il primo termoscopio “con l’estremità dello stelo sigillata e alcol al posto dell’acqua” [1627], impiegandolo per studi meteorologici e sulla schiusa delle uova [1628]. L’Accademia del Cimento (1657-1667) produsse termometri ad alcol “con scale costruite dividendo in parti uguali lo spazio tra i segni corrispondenti al ‘freddo invernale più intenso’ e al ‘caldo estivo più forte’” [1632], ma “poiché questi estremi non potevano essere determinati con precisione, non si stabilì un sistema termometrico standard” [1634]. Tuttavia, il metodo fiorentino pose le basi per una misurazione comparabile [1635], individuando nel problema della riproducibilità dei punti fissi la principale difficoltà [1636].

Nel 1665, Boyle, Hooke e Huygens proposero un metodo di calibrazione a “punto fisso singolo” [1638-1639], suggerendo come riferimento la temperatura di congelamento dell’olio di anice (Boyle), dell’acqua (Hooke) o dell’ebollizione dell’acqua (Huygens) [1640]. Parallelamente, si affermò il metodo a “due punti fissi” [1642], con Fabri (1669) che adottò la temperatura della neve come punto inferiore e il “caldo estivo più forte” come superiore [1643], mentre Dalence (1688) propose la fusione del burro per il punto alto [1644]. Nel 1694, Renaldini suggerì di utilizzare “le temperature di congelamento e di ebollizione dell’acqua” [1646], dividendo l’intervallo in 12 parti [1647]. Solo in seguito si riconobbe l’influenza della pressione atmosferica su questi punti, stabilendo che “le temperature di fusione del ghiaccio e di ebollizione dell’acqua a pressione standard” [1649] dovessero fungere da riferimenti.

Amontons sviluppò nel 1699 il primo termometro ad aria non sensibile alla pressione atmosferica, misurando le variazioni di volume o pressione dell’aria [1651-1654]. Nel XVIII secolo, si affermarono le scale Fahrenheit e centigrada: Roemer (1702) propose un sistema sessagesimale con “la temperatura di una miscela di ghiaccio e sale come punto inferiore (0) e il punto di ebollizione dell’acqua come superiore (60)” [1656], mentre Fahrenheit (1717) introdusse la scala omonima con “32°F e 212°F per i punti di ghiaccio e vapore” [1659], migliorando la costruzione dei termometri con bulbi cilindrici e l’uso del mercurio [1660-1661]. La scala centigrada, con “0°C e 100°C per i punti di ghiaccio e vapore” [1663], fu proposta indipendentemente da Elvius (1710), Linneo (1740) e Christian di Lione (1743), sebbene Celsius avesse inizialmente invertito i valori [1666].

Nel XIX secolo, si evidenziò che “le proprietà di sostanze diverse non variano in modo identico con la temperatura” [1668], rendendo necessario un riferimento standard. Regnault adottò il termometro a idrogeno a volume costante [1670], sostituito nel 1927 dalla “scala internazionale della temperatura” [1671], definita da punti fissi e strumenti di interpolazione come il termometro a resistenza di platino [1672-1673]. Il mercurio, pur non essendo perfettamente allineato alla scala a gas, rimase in uso per la sua praticità [1674]. L’invenzione del termometro aprì la strada alla scienza della misurazione del calore, con Joseph Black come pioniere [1675].


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21 La critica dell’ipotesi del peso e la scoperta della capacità termica

“La quantità di calore necessaria per aumentare la temperatura di corpi diversi non è proporzionale al loro peso, ma varia secondo una proprietà specifica di ciascuna sostanza.”

Si presenta la confutazione dell’ipotesi secondo cui il calore assorbito da un corpo per una data variazione di temperatura sia proporzionale al suo peso o volume. L’ipotesi iniziale, definita “weight hypothesis” [1750], assumeva che “the quantities of heat needed to produce the same temperature change in bodies of the same volume are proportional to the densities of the bodies” [1740]. Tuttavia, gli esperimenti di Fahrenheit – riportati da Boerhaave – dimostrano che il mercurio, pur avendo densità 14 volte superiore all’acqua, richiede meno calore per scaldarsi: “the quicksilver, though it has more than 13 times the density of water, had less effect in heating or cooling the water with which it was mixed than would have been produced by an equal volume of water” [1756]. Ad esempio, mescolando volumi uguali di acqua e mercurio a temperature diverse, “the temperature of the mixture turns out to be only 120F, instead of 125F” [1761], rivelando che “the same quantity of heat has more effect in warming quicksilver than in warming an equal volume of water” [1763].

Si discute poi l’inadeguatezza dell’ipotesi alternativa, la “volume hypothesis”, secondo cui il calore sarebbe proporzionale al volume [1793]. Anche questa fallisce nel predire i risultati sperimentali: “equal quantities of heat produced the same temperature changes, not in equal volumes of water and mercury, but in two volumes of water and three of mercury” [1795]. Gli esperimenti di Martine confermano la discrepanza: esponendo acqua e mercurio alla stessa fonte di calore, “the quicksilver was warmed by the fire almost twice as fast as the water” [1800], contraddicendo entrambe le ipotesi [1815].

Si introduce quindi il concetto di “capacity for heat” [1768], definita come la quantità di calore necessaria per innalzare di un grado la temperatura di una data massa di sostanza. Black formalizza questa proprietà attraverso un fattore di proporzionalità s (poi chiamato “specific heat” [1835]), tale che “H = swΔt” [1830], dove H è il calore assorbito, w il peso e Δt la variazione di temperatura. Si sottolinea che “the value of this factor s is different for every different substance” [1831] e che può essere determinato solo sperimentalmente [1807]. Ad esempio, “the specific heat of mercury is 033 Btu/lb F” [1843], contro il valore unitario dell’acqua.

Si menziona infine il principio di conservazione del calore [1782], emerso dall’analisi delle miscele, secondo cui “heat is neither created nor destroyed during the mixing” [1781]. Tuttavia, mentre l’ipotesi del peso si applica solo a sostanze identiche, il principio di conservazione ha validità generale [1786].


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22 Calore latente nella fusione e vaporizzazione

L’assorbimento di calore senza variazione di temperatura: dalle osservazioni sul ghiaccio alle misure quantitative del calore nascosto.

Si tratta della scoperta e della dimostrazione sperimentale del calore latente, ovvero la quantità di calore assorbita o rilasciata durante i passaggi di stato (fusione, solidificazione, vaporizzazione) senza che si verifichi un cambiamento di temperatura misurabile. Il testo si concentra su due fenomeni principali: la fusione del ghiaccio e la vaporizzazione dell’acqua, analizzati attraverso esperimenti e osservazioni dirette.

22.1 Fusione del ghiaccio e calore latente

Si discute come il ghiaccio, durante la fusione, assorba una grande quantità di calore senza aumentare la propria temperatura. “The apparent temperature of the body, as measured by that instrument, is not diminished, or not in proportion to the loss of heat which the body actually suffers on this occasion” [1888] e “a large quantity of heat […] appears to be absorbed and concealed within the water, so as not to produce any effect discoverable by the application of a thermometer” [1902] dimostrano che il calore viene “nascosto” nel passaggio da solido a liquido. L’esperimento con due globi di vetro (uno con acqua e uno con ghiaccio) [1903-1914] quantifica questo assorbimento: il ghiaccio impiega 21 volte più tempo per fondere e raggiungere la stessa temperatura dell’acqua, assorbendo una quantità di calore equivalente a 147 °F (139 Btu/lb) senza variazioni termiche rilevabili [1913-1914]. Si introduce così il concetto di calore di fusione (heat of fusion), definito come “the quantity of heat required to melt unit weight of a solid substance without any change of temperature” [1926], con un valore sperimentale di 139-143 Btu/lb [1927, 1954].

Il fenomeno inverso – la solidificazione – viene illustrato attraverso l’esperimento di Fahrenheit sul sottoraffreddamento (undercooling): l’acqua può rimanere liquida anche a temperature inferiori al punto di congelamento (6-8 °F sotto lo zero) finché un disturbo non ne innesca la cristallizzazione improvvisa, accompagnata da un rilascio di calore che riporta la temperatura al punto di fusione [1965-1970]. “This released heat […] warms the substance up to its ordinary freezing temperature” [1976], confermando che il calore latente viene restituito durante la solidificazione [1979].

22.2 Vaporizzazione e calore latente

Si estende il principio del calore latente alla vaporizzazione, osservando che l’acqua in ebollizione mantiene una temperatura costante (212 °F) nonostante l’apporto continuo di calore [1990]. “The water must be raised to a certain temperature [212F] because at that temperature only, is it disposed to absorb heat [that becomes latent]” [2010]. Esperimenti con recipienti di latta su una piastra rovente [2026-2036] dimostrano che la vaporizzazione di 1 lb d’acqua richiede una quantità di calore equivalente a 810 Btu (valore sperimentale, contro i 970 Btu/lb moderni [2039]), definendo il calore di vaporizzazione (heat of vaporization) come “the quantity of heat required to vaporize unit weight of a liquid without any change of temperature” [2038].

22.3 Metodologia e implicazioni

Si evidenzia l’approccio sperimentale rigoroso, che include: - La misurazione indiretta del calore latente tramite il confronto tra tempi di riscaldamento (metodo del constant heat supply) [1912, 1916]. - La correzione per la capacità termica dei recipienti (innovazione rispetto a precedenti sperimentatori) [1941, 1955]. - L’uso del metodo delle miscele per determinare il calore di fusione [1930-1954], dove il calore perso dall’acqua calda e dal vetro viene bilanciato dal calore guadagnato dal ghiaccio fuso [1945-1953].

Le conclusioni sottolineano la conservazione del calore anche nei passaggi di stato: “the large amount of heat absorbed during melting is not destroyed, but remains latent and can be completely recovered from the liquid by freezing it” [1979]. Questo principio estende la legge di conservazione del calore sensibile al calore latente [1980-1981], fornendo una base quantitativa per lo studio dei fenomeni termici.


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23 La natura del calore tra ipotesi materiali e obiezioni sperimentali

Dibattito sull’assenza di peso del calore e le teorie sulla sua natura sostanziale o fenomenica.

Si discute la validità delle obiezioni storiche alla teoria materiale del calore, avanzate da Black e altri. Si cita come “More than half a century elapsed before it became clear that this objection of Black’s is invalid” [2094] e si riportano le osservazioni di Black sulla convinzione errata che “the addition of heat to a body increased its weight” [2095]. Vengono menzionati esperimenti di Boerhaave, Buffon, Whitehurst, Roebuck e Fordyce, i cui risultati contraddittori portano Black a concludere: “if heat depends on the presence of a subtle matter introduced into bodies, this matter lacks any perceptible degree of gravitation” [2099]. La sintesi afferma che “it has not […] been proved by any experiment that the weight of bodies is increased by their being heated” [2100].

Si analizzano le ipotesi alternative per spiegare l’assenza di peso del calore, come quella di una materia “so subtle and tenuous that no quantity of it which we can collect together can have any sensible weight” [2103] o dotata di “an opposite tendency” rispetto alla gravità [2104]. Tuttavia, si riconosce che “these attempts […] are ingenious, but they are not satisfactory” [2105], contribuendo a rafforzare l’idea che il calore sia “a mere state or condition” [2107]. Nonostante ciò, si suggerisce che fenomeni come “the liquefaction of ice” e “the congelation of water” inducano a pensare il calore come “a substance that may be united with the particles of water” [2109], pur ammettendo che “all our notions of this union must be hypothetical” [2110].

Si evidenzia come le teorie sulla combinazione tra corpi e calore siano estensioni di modelli chimici ipotetici, come nel caso del sale: “We think that we can conceive how a particle of common salt can draw around it […] particles of water” [2112], applicando analogie “without much reflection” [2113]. Si conclude che tali speculazioni, pur “pleas[ing] the imagination”, non avanzano la conoscenza, poiché “a nice adaptation of conditions will make almost any hypothesis agree with the phenomena” [2116-2117].


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24 Esperimenti di Rumford sull’influenza del calore sul peso dei corpi

“Un’indagine sperimentale per verificare se il calore modifichi il peso dei corpi, tra errori strumentali e pregiudizi scientifici”

Si presenta una serie di esperimenti condotti da Benjamin Thompson (Conte Rumford) per determinare se il calore influenzi il peso dei corpi. L’autore descrive la difficoltà di tali indagini, citando “the various experiments which have hitherto been made with a view to determine the question […] are of a very delicate nature and are liable to many errors” [2178], dovuti a strumenti imperfetti e correnti convettive atmosferiche.

Rumford riporta i propri tentativi, iniziati con scetticismo: “all my researches tended to convince me more and more that a body acquires no additional weight upon being heated” [2180], ma ammette di aver esitato a trarre conclusioni definitive per la complessità del fenomeno. Si concentra poi su un esperimento ispirato da Fordyce, in cui confronta il peso di acqua e alcol prima e dopo il congelamento. Dopo 48 ore in una stanza a 29°F, “bottle A very sensibly preponderated” [2189], con l’acqua congelata che risultava più pesante di 1/35.904 del suo peso iniziale. Tuttavia, al ritorno in ambiente caldo, “the two bottles […] were found to weigh as at the beginning” [2197], suggerendo un errore sperimentale.

L’autore sospetta difetti nella bilancia, ma un test con sfere di ottone ne conferma l’accuratezza (“the equilibrium as perfect as at the beginning” [2215]). Riprende quindi gli esperimenti, attribuendo le discrepanze a umidità residua sulle superfici dei contenitori (“I afterwards found reason to conclude that my opinion was erroneous” [2219]). Nonostante i dubbi, Rumford ipotizza che la perdita di calore latente durante il congelamento possa aumentare il peso (“the loss of latent heat added to the weight” [2220]), generalizzando poi l’idea che il calore influenzi il peso in tutti i corpi.

Il testo riflette infine sul ruolo dei pregiudizi nella ricerca scientifica: “Is it possible that no inquiry […] can be planned […] without some assumption, or preconception, or prejudice?” [2225], suggerendo che le ipotesi iniziali possano guidare – o limitare – la scoperta.


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25 Esperimenti di Rumford sulla relazione tra calore e peso

Verifica sperimentale dell’ipotesi che il calore abbia un peso misurabile, attraverso equilibri termici e bilance di precisione.

Si presenta una serie di esperimenti condotti da Rumford per verificare se il calore influisca sul peso dei corpi. Le prove coinvolgono liquidi (acqua, mercurio, alcol) sigillati in bottiglie e sottoposti a variazioni di temperatura, monitorati con bilance di estrema sensibilità.

Si descrive il metodo: “Sealing them hermetically and suspending them from the arms of the balance, I suffered them to acquire the temperature of my room, 6iF” [2235], seguito da esposizione a 34°F per 24 ore (“After bringing them into a perfect equilibrium with each other, I removed them into a room in which the air was at the temperature of 34 F” [2236]). Il risultato è negativo: “there was not the least appearance of either of them acquiring or losing any weight” [2237]. Rumford sottolinea la precisione degli strumenti, capaci di rilevare variazioni di peso pari a “one millionth part” [2239], e la differenza di calore specifico tra acqua e mercurio (“the specific heats of water and mercury have been determined to be to each other as 1000 to 33” [2238]), che non produce effetti sul peso.

Si discute la ripetibilità degli esperimenti: “There is no indication that Rumford repeated this experiment” [2240], ma si ipotizza che lo abbia fatto per coerenza metodologica (“Surely he must have, in view of his earlier comment on ‘how very dangerous it is … to draw conclusions from single experiments’” [2241]). Emergono dubbi sulle conclusioni precedenti, come l’aumento di peso dell’acqua nel congelamento (“the apparent augmentation of the weight of the water upon its being frozen” [2245]), attribuito a cause accidentali come umidità o correnti d’aria (“some vertical current or currents of air caused by the bottles” [2245]). Rumford ammette limiti nella conoscenza della conducibilità termica di ghiaccio e alcol (“I did not know the relative conducting powers of ice and of spirit of wine” [2247]), spingendolo a ripetere le prove con varianti (“I determined now to repeat the experiments” [2249]).

Si dettaglia un esperimento successivo con tre bottiglie (acqua, alcol, mercurio) e termometri interni, poste in ambienti controllati (“bottles A and B appeared, by their inclosed thermometers, to be exactly at the same temperature” [2260]). Dopo 48 ore a 30°F, l’acqua gela senza variazioni di peso (“bottles A and B remained in the most perfect equilibrium” [2265]), confermando l’assenza di effetti misurabili. Rumford esclude interferenze esterne (“I avoided … coming near the balance with my breath” [2277]) e attribuisce eventuali discrepanze a correnti convettive o umidità (“vertical [convection] currents … or to unequal quantities of moisture” [2271]).

Si conclude che il calore, se fosse una sostanza, sarebbe “so infinitely rare … as to baffle all our attempts to discover its weight” [2278]. Rumford considera anche l’ipotesi che il calore sia un moto vibratorio interno (“an intestine vibratory motion” [2279]), che non influenzerebbe il peso. Gli esperimenti con acqua e ghiaccio, “perfectly unexceptionable” [2281], suggeriscono che “we shall never be able to contrive an experiment by which we can render the weight of heat sensible” [2281].


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26 Esperimenti di Rumford sulla natura del calore generato per attrito

Uguaglianza dei calori specifici tra metallo in blocco e trucioli: metodo delle miscele e confutazione parziale della teoria calorica

Si descrive la procedura sperimentale adottata da Rumford per verificare se il calore prodotto per attrito derivasse da una variazione del calore specifico del metallo abraso. L’approccio si basa sul metodo delle miscele in calorimetria: campioni di metallo in blocco e trucioli, di uguale peso e temperatura iniziale, vengono immersi in acqua a temperatura nota, misurando la temperatura di equilibrio raggiunta [2364-2366]. L’equazione “s_b w_b (t_b - t) = s_w w_w (t - t_w)” [2369] formalizza l’uguaglianza tra calore ceduto dal metallo e assorbito dall’acqua, dove s_b e s_w sono i calori specifici del metallo e dell’acqua.

Ripetendo l’esperimento con trucioli anziché con blocchi, Rumford osserva che la temperatura finale “t, the same as in the preceding experiment” [2370] rimane invariata. Dal confronto tra le equazioni dei due esperimenti (“Eqs. (5) and (6)” [2373]), deduce che “the specific heats s_b and s_c are equal” [2372]. La procedura è dettagliata con dati numerici: “4590 grains [0.66 lb] of water […] at 59½°F” e “1016⅔ grains [0.16 lb] of cannon metal […] at 210°F” [2382], con risultati riproducibili (“Each of the foregoing experiments was repeated three times” [2387]) che confermano un calore specifico di “0.100 [Btu/lb °F]” [2383] per entrambi i campioni.

Si evidenzia come la dimostrazione di Rumford, pur necessaria, non sia sufficiente a confutare integralmente la teoria calorica. I caloristi avrebbero potuto obiettare che “the bulk metal contained more latent heat than the chips” [2399], suggerendo che il calore generato per attrito provenisse da una differenza di calore latente, non rilevabile dal solo confronto dei calori specifici. Un test più conclusivo avrebbe richiesto di “measure the quantities of heat needed to melt equal weights of chips and of bulk metal” [2400], ma Rumford non lo esegue [2402]. Inoltre, un sostenitore della teoria calorica (1830) contesta la validità degli esperimenti, sostenendo che il calore potesse derivare dalla compressione dello strato superficiale del metallo durante la lavorazione (“the layer of bulk metal in contact with the borer” [2404]), dove “heat is evolved” [2406] per effetto della densificazione, senza coinvolgere i trucioli [2407-2408].


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27 Esperimenti di Rumford sulla generazione di calore per attrito

Un cannone modificato diventa strumento per misurare il calore prodotto dalla frizione di un trapano spuntato.

Si descrive la preparazione e l’esecuzione di un esperimento volto a quantificare il calore generato dall’attrito. Viene utilizzato un cilindro metallico ricavato da un cannone di bronzo, fissato orizzontalmente e messo in rotazione da cavalli. “Taking a cannon (a brass six-pounder), cast solid, and rough as It came from the foundry […] I caused its extremity to be cut off and the metal in that part to be turned down to form a solid cylinder” [2413-2414]. Il cilindro, dotato di una cavità interna e di un fondo solido spesso 2,6 pollici, è progettato per generare calore tramite la pressione di un trapano spuntato contro la sua base: “This cylinder was designed for the express purpose of generating heat by friction, by forcing a blunt borer against the solid bottom of the cylinder” [2422].

Per monitorare la temperatura, viene praticato un foro laterale in cui inserire un termometro a mercurio: “a small round hole […] was made in it for the purpose of introducing a small cylindrical mercurial thermometer” [2423-2424]. L’esperimento prevede una pressione equivalente a 000 libbre sul trapano e una rotazione di 32 giri al minuto, con il cilindro isolato termicamente da strati di flanella: “the cylinder was well covered up with a fit coating of thick and warm flannel” [2440]. Dopo 30 minuti e 960 giri, la temperatura passa da 60°F a 130°F: “the mercury rose almost instantly to 130°F” [2447]. Si registra poi il raffreddamento del cilindro per valutare le dispersioni termiche, osservando una perdita massima di 1 grado al minuto alle temperature più elevate (“the time-rate of cooling never exceeded one degree per minute” [2452]).

L’autore precisa che il materiale utilizzato non è stato sprecato, trattandosi di una parte di scarto del cannone (“the verlorner Kopf (the head of the cannon to be thrown away)” [2430]), e sottolinea la natura “filosofica” (ossia teorica) della ricerca: “By ‘philosophical research’ he means what we, today, often call ‘pure research’” [2434]. Al termine, viene rimosso il materiale asportato dal trapano, descritto come “metallic dust, or, rather, scaly matter” [2456].


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28 Esperimenti di Rumford sul calore generato dall’attrito

Calore prodotto dall’abrasione di un cilindro metallico: confutazione dell’ipotesi del cambiamento di calore specifico

Si presenta l’analisi degli esperimenti di Rumford sulla generazione di calore durante la lavorazione di un cilindro metallico. Si discute la quantità di calore prodotta, calcolata in “almeno (0.1 Btu/lb F) × 113 lb × 70F, o 870 Btu” [2461], equivalente alla fusione di “circa 0 lb di ghiaccio” [2463]. Si evidenzia l’improbabilità che tale calore derivi da un cambiamento del calore specifico del metallo, dato che “il rilascio di calore sarebbe stato […] 7300 Btu per libbra di metallo” [2477], un valore sproporzionato rispetto a fenomeni noti come “i 144 Btu rilasciati da una libbra d’acqua quando gela” [2479].

Si riporta la confutazione di Rumford: “la specific heat del metallo […] non è sensibilmente cambiata” [2480] e che ripetuti esperimenti “non rivelarono il minimo segno di esaurimento nel metallo” [2482]. Si conclude che il calore non proviene dal “calore latente o calore combinato del metallo” [2483], aprendo la strada a ulteriori indagini sul contributo dell’aria.


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29 Esperimenti sulla generazione di calore per attrito

Indagine sperimentale sull’origine del calore prodotto per frizione, con esclusione dell’aria atmosferica e misurazione quantitativa dell’energia termica generata.

Si descrive una serie di esperimenti volti a determinare se l’aria atmosferica contribuisca alla produzione di calore per attrito. Nel primo esperimento, “A piston was exactly fitted to the mouth of the bore of the cylinder […] through the middle of this piston the square iron bar […] passed in a square hole made perfectly airtight” [2487], si impedisce l’accesso dell’aria al cilindro. Tuttavia, “I did not find […] that the exclusion of the air diminished, in the smallest degree, the quantity of heat excited by the friction” [2492], escludendo così un ruolo dell’aria.

Si solleva poi un dubbio: “Was not the heat […] occasioned by this friction of the piston?” [2495], ipotizzando che l’attrito del pistone stesso potesse generare calore. Per verificarlo, si allestisce un secondo esperimento (No. 3), in cui “a quadrangular oblong deal box […] was provided with holes or slits” [2497] per ospitare un cilindro metallico immerso in acqua. “The box was then filled with cold water of temperature 60 F, and the machinery was put in motion” [2508]. Il risultato è sorprendente: “At the end of 2 hours and 20 minutes it was 200 F. At 2½ hours it ACTUALLY BOILED!” [2514], dimostrando che la frizione produce calore anche in assenza di combustione.

Si quantifica poi l’energia termica generata: “The total quantity of heat produced by friction […] was therefore H = H₁ + H₂ + H₃ = (2810 + 1870 + 182) Btu = 4900 Btu” [2524]. Si confronta infine questo valore con la quantità di cera necessaria per produrre la stessa energia tramite combustione, “2300 grains of candle wax” [2529], evidenziando un tentativo di correlare fenomeni termici di diversa origine.


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30 Esperimenti sulla generazione di calore per attrito

Ultimo esperimento e riflessioni sulla natura del calore

Si descrive una serie di esperimenti volti a indagare la generazione di calore attraverso l’attrito tra superfici metalliche. Nel primo esperimento, si misura il calore prodotto “when the air had free access to the metallic surfaces which were rubbed together” [2542]. I successivi test dimostrano che la quantità di calore non varia significativamente “when the air did not have free access” [2543] né quando l’apparato è immerso in acqua, purché questa non entri in contatto diretto con le superfici di attrito (“the water […] was not suffered to enter the cavity of its bore” [2545]).

Nell’esperimento conclusivo, si rimuove il pistone per consentire all’acqua di bagnare le superfici metalliche: “Heat was generated as in the former experiments, and, to all appearance, quite as rapidly” [2549], suggerendo che il mezzo circostante (aria o acqua) non influisca sul fenomeno. Si osserva inoltre che il rumore prodotto dall’attrito rimane invariato “when the surfaces rubbed together were wet with water as when they were in contact with air” [2551].

Le evidenze portano a interrogarsi sulla natura del calore: “what is heat?” [2552], “Is there any such thing as an igneous fluid?” [2553], “Is there anything that can with propriety be called caloric?” [2553]. Si rileva che il calore generato “may be excited in the friction of two metallic surfaces, and given off in a constant stream or flux in all directions without interruption or intermission” [2554], sollevando il quesito sulla sua origine: “From whence came this heat?” [2555], se cioè derivi dalle particelle metalliche asportate durante l’attrito (“Was it furnished by the small particles of metal, detached from the larger solid masses?” [2556]).


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31 L’esperimento di Davy sulla natura del calore e la confutazione della teoria del calorico

Frizione come prova della natura non materiale del calore e critica alle ipotesi caloriche

Si presenta la trattazione degli esperimenti di Humphry Davy sulla produzione di calore per frizione, con particolare attenzione alla confutazione della teoria del calorico. Si discute il contesto teorico in cui Davy opera, partendo dalla premessa che “Matter is possessed of the power of attraction” [2611] e che “the particles of bodies are not in actual contact” [2614], ipotizzando l’esistenza di una forza repulsiva contrapposta all’attrazione.

Si cita l’esperimento chiave con il ghiaccio: “I procured two parallelepipeds of ice […] their surfaces were placed in contact and were kept in continuous and violent friction for some minutes. They were almost entirely converted into water” [2646-2649]. Da questo si deduce che “friction consequently does not diminish the specific heats of bodies” [2653], escludendo una delle ipotesi caloriche secondo cui l’aumento di temperatura deriverebbe da una riduzione del calore specifico. Inoltre, si nota che “ice has no [chemical] attraction for oxygen” [2654], eliminando la possibilità che il calore sia prodotto da ossidazione.

Davy conclude che “heat, or the power of repulsion, is not matter” [2634], adottando un metodo di reductio ad absurdum: “Let heat be considered [for the sake of argument] to be matter […] the temperature of a body cannot be increased unless its specific heat is diminished from some cause or unless heat is added to it from some bodies in contact” [2636]. L’esperimento dimostra invece che “the temperatures of all bodies are raised by friction” [2637] senza che si verifichino le condizioni previste dalla teoria calorica.

Si menziona anche la familiarità di Davy con le teorie di Newton (“Davy probably was familiar with Newton’s great generalization” [2619]) e la sua ipotesi sulle forze elettriche tra atomi (“there are also electrical forces between atoms, these being much stronger than the gravitational forces” [2620]). Tuttavia, si rilevano imprecisioni nella descrizione degli esperimenti di Davy da parte di Joule (“Joule’s description of Davy’s experiment with Ice is not accurate” [2605]) e la persistenza di errori nella letteratura successiva (“similar mistakes occur even in some present-day accounts” [2605]).

Infine, si accenna al fenomeno dell’espansione anomala dell’acqua (“water continuously expands while being cooled from 39 down to 32°F” [2623]), utilizzato da Rumford come ulteriore argomento contro il calorico, sebbene anche la teoria alternativa (“heat is motion”) non ne offrisse una spiegazione soddisfacente all’epoca (“failed to provide a satisfactory explanation” [2628]).


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32 La natura del calore: critica all’esperimento di Davy e superamento della teoria del fluido calorico

“L’esperimento non prova nulla; il calore non può essere considerato materia”

Si discute la validità degli esperimenti di Humphry Davy sulla natura del calore, evidenziandone i limiti quantitativi. L’analisi dell’esperimento con cera e metallo mostra che la quantità di calore generata dalla frizione (“the quantity of heat evolved was only about 06 Btu” [2702]) sarebbe insufficiente a produrre una quantità osservabile di ghiaccio (“actually could not have been observed by the eye” [2704]). Si osserva che l’esperimento “proves nothing at all” [2705] e che, anzi, potrebbe essere interpretato in modo opposto, assumendo che il calore derivi dal ghiaccio stesso (“the heat ‘collected by friction’ did come from the ice” [2706]).

Si conclude che il calore prodotto per frizione non può provenire dai corpi in contatto (“heat, when produced by friction, cannot be collected from the bodies in contact” [2709]) e che non deriva né da una diminuzione del calore specifico né da ossidazione (“the increase of temperature consequent on friction cannot arise from a diminution of specific heat or from oxidation” [2710]). Poiché il calore non si genera in nessuno dei modi previsti dalla teoria del calorico (“it is produced in none of these ways” [2712]), si afferma che “caloric, or the matter of heat, does not exist” [2713].

Si propone invece una spiegazione alternativa: la frizione induce un moto vibrazionale delle particelle dei corpi, responsabile dell’espansione e della sensazione di calore (“a motion or vibration of the particles of bodies must be necessarily generated by friction and percussion” [2717]). Questo moto, definito “repulsive motion” [2720], viene identificato come la vera natura del calore (“this motion or vibration is heat” [2718]). Nonostante i limiti metodologici degli esperimenti di Davy, la sua conclusione risulta corretta: “heat is due to ‘a peculiar motion … of the particles of bodies’” [2721].

Si riflette sulla fretta con cui Davy pubblicò i risultati, attribuendola a entusiasmo giovanile e mancanza di esperienza (“he had shown poor judgment in rushing into print” [2724]). Tuttavia, si cita Benjamin Franklin per sottolineare il valore anche di intuizioni imperfette, purché stimolino ulteriori ricerche (“short hints and imperfect experiments … have oftentimes a good effect” [2727]). Solo quarant’anni dopo, grazie a Mayer, Joule e altri, la teoria cinetica del calore venne confermata quantitativamente (“heat is not a separate substance, or fluid, but is kinetic energy” [2728]), benché la teoria del calorico persistesse a lungo (“as late as 1856, it received preference” [2730]). Ancora oggi, metafore come “heat ‘flowing’” [2731] riflettono la persistenza di un linguaggio legato alla vecchia concezione.


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33 Il calcolo del equivalente meccanico del calore e la storia della termometria

Dalla misurazione sperimentale di Rumford alla definizione dell’energia termica come forma di lavoro.

Si presenta una ricostruzione delle basi sperimentali e concettuali che portarono alla determinazione del meccanico equivalente del calore. Si cita l’apparato di Rumford, “cleverly designed and easily could have been adapted to quantitative measurements” [2758], e si definisce il rapporto tra unità termica britannica (Btu) e lavoro meccanico (foot pound) come “the mechanical equivalent of heat” [2759]. Viene illustrato un esempio di calcolo basato sui dati di Rumford: “the quantity of heat produced by friction in 5 hr […] was 4900 Btu” [2761], con una media di “0.540 Btu/sec” [2762]. Si introduce il riferimento a James Watt, secondo cui “a ‘mill horse’ could do mechanical work at the rate of 550 foot pounds per second” [2763], e si ipotizza un’equivalenza tra lavoro del cavallo e calore prodotto: “0.540 Btu/sec = 550 ft lb/sec” [2765], arrivando a stimare “1 Btu = 1000 ft lb” [2765]. Tuttavia, si precisa che “Rumford did not make the foregoing calculation” [2767], probabilmente per mancanza di accesso ai dati di Watt, pubblicati solo successivamente [2768-2769]. Si menzionano poi le prime determinazioni sperimentali di Mayer e Joule [2770] e il valore attualmente accettato (“777.9 ft lb/Btu” [2771]), sottolineando come la relazione tra lavoro e calore abbia portato all’ipotesi che “heat itself is a form of energy” [2772].

Segue una trattazione storica sulla termometria, con una cronologia che parte dall’invenzione del “air-expansion barothermoscope” di Galileo [2776], passa per il termometro di Fahrenheit (“a fever thermometer that was known as a ‘pyranthropometer’” [2778]) e arriva ai sistemi di Reaumur e Delisle. Si propongono domande di approfondimento, come la verifica di affermazioni storiche (“Boyle devised a thermometer utilizing aniseed oil” [2783]) o la derivazione di formule di conversione tra scale termometriche (“F = C + 32” [2786], “C = 4/5 R” [2790]).


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34 Avogadro, Dalton e la teoria atomico-molecolare: tra consenso e oblio

Dalla riconciliazione tra proporzioni fisse e combinazioni variabili all’ignoranza decennale di una proposta rivoluzionaria

Si presenta il dibattito tra le teorie di Dalton e Berthollet sulla formazione dei composti chimici, con particolare attenzione al tentativo di Avogadro di conciliare i due approcci. Si sottolinea come Avogadro riconosca punti di convergenza con Dalton, pur partendo da un principio generale: “It will have been in general remarked on reading this Memoir that there are many points of agreement between our special results and those of Dalton, although we set out from a general principle, and Dalton has only been guided by considerations of detail” [3203]. La sua ipotesi viene descritta come un’estensione del sistema di Dalton, resa più precisa dal collegamento con le osservazioni di Gay-Lussac: “This agreement is an argument in favour of our hypothesis, which is at bottom merely Dalton’s system furnished with a new means of precision through the connection we have found between it and the general fact established by M. Gay-Lussac” [3204].

Si discute la distinzione tra composti in proporzioni fisse (tipici dei gas) e combinazioni più complesse (nei solidi e liquidi), che Avogadro usa per mediare tra le idee di Berthollet e la teoria delle proporzioni definite: “We perceive that the close packing of the molecules in solids and liquids […] can give rise to more complicated ratios, and even to combinations in all proportions” [3207]. Tuttavia, si rileva come le proposte di Avogadro siano state ignorate per quasi mezzo secolo: “Avogadro’s proposals were essentially sound, yet in the years between 1811 and 1858 they were almost completely ignored by the vast majority of chemists” [3209]. Nel frattempo, si moltiplicano metodi alternativi per determinare formule molecolari e pesi atomici, generando risultati contraddittori: “By 1840 the variety and fallibility of these methods had led to a number of basically contradictory results” [3211]. La confusione porta a dubitare della validità quantitativa della teoria atomica, pur riconoscendone il valore speculativo: “the whole atomic theory might be no more than a speculation that had outworn its usefulness as a quantitative concept” [3212].

Si conclude con la riscoperta delle idee di Avogadro da parte di Cannizzaro nel 1858, che ne garantisce l’accettazione definitiva: “In 1858 Cannizzaro revived and slightly, but very importantly, extended Avogadro’s ideas. His formulation rapidly won widespread acceptance” [3213-3214]. Si accenna infine alle cause dell’iniziale resistenza e agli eventi chiave del periodo di incertezza, senza approfondirli.


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35 Teoria dualistica di Berzelius e il conflitto con Avogadro

Elettrochimica come fondamento della stabilità dei composti e critica alle molecole poliatomiche

Si presenta la formulazione della teoria elettrochimica dualistica di Berzelius, basata sugli esperimenti di elettrolisi e sulle forze elettriche tra particelle cariche. La decomposizione dei composti tramite corrente elettrica – come descritto in “The decomposition of compounds by an electric current (called electrolysis) was brought about by inserting in the substance, or in a solution of it, two terminals (called electrodes) that were, in turn, connected to the voltaic pile” [3285] – mostrava che i prodotti della reazione si separavano agli elettrodi (“The products of the decomposition then appeared at the electrodes” [3286]). Ad esempio, nell’elettrolisi dell’acqua, “at one electrode only hydrogen was liberated, and at the other only oxygen” [3287], suggerendo che “all the hydrogen particles bore one characteristic charge, while all the oxygen particles carried an equally characteristic charge of opposite polarity” [3288].

Berzelius interpretò queste osservazioni come prova che la stabilità dei composti chimici derivasse dall’attrazione tra particelle di carica opposta (“In the attractive forces known to exist between such oppositely charged particles Berzelius saw the origin of the stability of the chemical compound, water” [3289]). La teoria dualistica estendeva questo principio a tutti i composti, affermando che “all chemical compounds owed their stability to the electric forces between the oppositely charged particles of which they were composed” [3291], con il dualismo definito dalla “juxtaposition of positively and negatively charged bodies” [3292]. L’elettrolisi veniva vista come l’inverso della combinazione chimica: “the charges characteristic of the free elements, which had been lost or neutralized in their combination, were restored at the appropriate electrodes” [3294].

Tuttavia, questa concezione entrava in conflitto con l’ipotesi di Avogadro sulle molecole poliatomiche degli elementi. Mentre Berzelius e i suoi sostenitori “readily ‘understood’ the stability of water in terms of the aggregation of the oppositely charged particles that composed it” [3297], non riuscivano a spiegare come atomi dello stesso elemento – tutti con la stessa carica – potessero aggregarsi in molecole stabili. “Electrolytic experiments seemed to show clearly that all the hydrogen particles bore the same charge. They should, therefore, repel each other” [3299], rendendo “Avogadro’s postulation of hydrogen molecules formed from two or more hydrogen atoms” [3300] incompatibile con la teoria dualistica. La critica si estendeva anche all’ossigeno (“all the oxygen atoms appeared to be alike in bearing some other characteristic charge, so that they too should repel each other” [3301]), portando a considerare le ipotesi di Avogadro “excessively farfetched” [3302].

Nonostante Berzelius accettasse la legge dei volumi di combinazione di Gay-Lussac (“Berzelius accepted as exact Gay-Lussac’s law of combining volumes” [3305]), respinse la soluzione di Avogadro per conciliarla con la teoria atomica, proponendo un metodo alternativo che evitava la postulazione di molecole poliatomiche (“This method did not entail the postulation of the polyatomic molecules of the elements, so repugnant to the dualistic view” [3307]).


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36 L’impatto di Berzelius e la legge di Petit e Dulong sulla teoria atomica

Dalla confusione pre-Berzelius alla scoperta di una regolarità termica nei pesi atomici

Si presenta l’evoluzione della determinazione dei pesi atomici prima e dopo il lavoro di Berzelius, con particolare attenzione al contributo di Petit e Dulong. Prima degli studi di Berzelius, “there was a wide range of values for each atomic weight” [3343], come dimostrato dall’incertezza sul peso atomico dell’ossigeno rispetto all’idrogeno (“the weights of hydrogen and oxygen that combined to form water were so uncertain” [3344]). La situazione cambia radicalmente con la pubblicazione dei risultati di Berzelius nel 1818 (“These results he collected and published in 1818” [3341]): “After Berzelius’ work became available the situation was quite different” [3348], poiché “the possible values of the atomic weights were strictly delimited” [3349]. Tuttavia, la scelta delle formule chimiche rimaneva arbitraria, come nel caso dell’ossido d’argento, dove Berzelius adottò erroneamente la formula AgO₂ [3356].

Il lavoro di Petit e Dulong introduce una svolta: partendo dai dati di Berzelius, scoprono che “the atoms of all the elements have exactly the same capacity for heat” [3313], una generalizzazione nota come legge di Dulong e Petit. La loro ricerca si concentra sulle “specific heats of various kinds of matter” [3372], definendo il calore specifico come rapporto tra la quantità di calore necessaria per variare la temperatura di una sostanza e quella richiesta per l’acqua (“the specific heat of a substance is here defined as the ratio…” [3373]). Moltiplicando il calore specifico per il peso atomico, ottengono valori costanti per diversi elementi (“the products in question… are so nearly equal to each other” [3409]), suggerendo una relazione universale.

La legge permette di ridurre l’arbitrarietà nella scelta delle formule chimiche e dei pesi atomici. Ad esempio, per l’argento, il valore approssimativo del peso atomico derivato dalla legge (“Atomic weight of silver ≈ 7” [3444]) consente di selezionare la formula corretta Ag₂O [3447], superando l’errore di Berzelius. Si sottolinea come questa scoperta offra un metodo oggettivo per determinare pesi atomici e formule molecolari (“Petit and Dulong’s ‘law’ thus opened up an important avenue of approach” [3450]), integrando i dati sulle densità dei gas e le analogie chimiche.

Nonostante i limiti della legge (non sempre precisa), il suo impatto è decisivo: “Berzelius joined two others [methods]… and by 1840, arrived at atomic weights… in excellent agreement with those we now accept” [3454]. Tuttavia, la diffidenza verso la teoria atomica ne ostacola il pieno riconoscimento (“a flood tide of skepticism was already lapping around the foundations of the atomic theory” [3455]).


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37 La contraddizione tra pesi atomici e densità dei vapori

Ipotesi di Avogadro e discrepanze sperimentali: il caso dello zolfo, fosforo e arsenico

Si presenta una contraddizione tra i valori dei pesi atomici derivati da leggi chimiche e quelli ottenuti dalle misure di densità dei vapori. La “legge di Petit e Dulong indicava che il peso atomico dello zolfo era 32” [3482], ma la “densità misurata del vapore di zolfo era 96 volte quella dell’idrogeno” [3483]. Accettando l’ipotesi “volumi uguali-numeri uguali” [3484], ne conseguiva che “il peso atomico dello zolfo era indicato come 96” [3486], tre volte il valore atteso. Analoghe discrepanze emergevano per fosforo e arsenico, le cui densità risultavano doppie rispetto alle previsioni [3487].

Si discute una soluzione proposta da Gaudin nel 1833 per conciliare i dati senza abbandonare l’ipotesi di Avogadro: “supporre che in volumi uguali di vapori di elementi diversi vi siano numeri uguali di particelle, ma che queste non contengano sempre lo stesso numero di atomi” [3491]. Applicando il modello a casi concreti, si ipotizza che “la ‘particella’ di zolfo abbia formula S₆” [3496], portando a un rapporto di densità coerente con le misure sperimentali [3498]. Lo stesso approccio, esteso a fosforo (P₄) e arsenico (As₄), risolveva le incongruenze tra pesi atomici e densità gassose [3499]. Tuttavia, la soluzione richiedeva un prezzo teorico giudicato eccessivo da molti [3500].


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38 Fondamenti dell’ipotesi atomico-molecolare di Cannizzaro

Dalla densità dei gas alle masse atomiche relative: un metodo sperimentale per determinare la composizione molecolare.

Si presenta il metodo proposto da Cannizzaro per stabilire i pesi atomici relativi degli elementi attraverso l’analisi delle densità dei loro composti gassosi. Si parte dall’assunto che “equal volumes of all elementary and compound gases […] contain equal numbers of particles” [3547], distinguendo però tra molecole e atomi: “We must not […] confuse these particles (molecules) with the atoms of which they are composed” [3548]. Si esclude l’ipotesi semplificatrice che le molecole di tutti i gas elementari contengano lo stesso numero di atomi (“we cannot expect to find equal numbers of atoms in equal volumes of the various elementary gases” [3550]), sottolineando che la densità dei gas elementari fornisce solo i pesi molecolari relativi, non quelli atomici (“the direct comparison of the relative densities […] leads not to the relative atomic weights, but only to the relative molecular weights” [3551]).

Si introduce quindi il metodo alternativo: confrontare le densità dei composti gassosi di un elemento. Per l’idrogeno, si misurano le densità dei suoi composti e la frazione di peso dovuta all’idrogeno (“we can measure the densities […] of a wide variety of gaseous compounds of hydrogen” [3554]; “by analysis we can determine what proportion of the weight […] is due to the hydrogen” [3555]). Moltiplicando la densità di ciascun composto per la frazione di idrogeno, si ottengono pesi di idrogeno in volumi uguali, che risultano multipli interi di un valore minimo (“all these quantities prove to be integral multiples of one minimum value” [3557]). Si ipotizza che il composto con il peso minimo contenga un solo atomo di idrogeno per molecola (“the molecule of at least one of these gaseous compounds of hydrogen contains just one hydrogen atom” [3560]), definendo così MH come il peso minimo di idrogeno in un volume unitario (“MH = n X weight of an atom of hydrogen” [3564]). I composti con più atomi di idrogeno per molecola mostrano pesi multipli di MH (“unit volume of a compound whose molecule contains three hydrogen atoms will contain […] 3MH” [3565]), confermando la regolarità osservata (“all the weights of hydrogen are integral multiples of a certain minimum weight” [3566]).

Il metodo viene esteso all’ossigeno: i pesi di ossigeno in volumi unitari dei suoi composti sono multipli interi di un valore minimo MO, che corrisponde al peso di n molecole contenenti un solo atomo di ossigeno ciascuna (“the weights of oxygen contained in unit volumes […] are all integral multiples of some minimum value” [3568]; “MO = n X weight of an atom of oxygen” [3571]). Poiché MO è 16 volte MH (“M is just 16 times that of […] MH” [3572]), si deduce che il peso atomico dell’ossigeno è 16 volte quello dell’idrogeno (“the atomic weight of oxygen […] must be 16” [3574]). Analogamente, si stabilisce che la molecola di ossigeno gassoso è biatomica (“each molecule of gaseous oxygen must contain two oxygen atoms” [3575]).

Per il carbonio, non misurabile direttamente in fase gassosa (“direct measurement of its density […] was essentially impossible” [3576]), si applica il metodo ai suoi composti volatili. I pesi di carbonio in volumi unitari risultano multipli interi di un valore minimo 12 volte MH (“the weights of carbon […] are always integral multiples of a minimum value, which is 12 times […] MH” [3578]), fissando il suo peso atomico a Lo stesso approccio viene usato per lo zolfo, il cui peso atomico risulta 32 (“the indicated atomic weight of sulfur is 32” [3580]).


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