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Grew - Anatomy of Plants - 1682 | L | m


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1 L’Anatomia delle Piante di Nehemiah Grew: un manifesto scientifico tra metodologia e scoperta

Un trattato che fonde rigore editoriale, ambizione sistematica e una visione pionieristica della botanica come disciplina autonoma, segnando il passaggio dalla descrizione alla dissezione analitica del mondo vegetale.

Il testo estratto offre una doppia chiave di lettura: da un lato, documenta le procedure editoriali e le scelte filologiche adottate nella trascrizione dell’opera di Nehemiah Grew (1641–1712), The Anatomy of Plants (1682); dall’altro, rivela il significato storico e concettuale del trattato, che rappresenta uno dei primi tentativi di applicare il metodo anatomico e microscopico allo studio delle piante, elevandolo a scienza autonoma. Le due dimensioni si intrecciano costantemente, svelando come la forma del testo rifletta la sua sostanza epistemologica.


1.1 1. La costruzione del testo: precisione editoriale e fedeltà all’originale

Le frasi iniziali (4–19) descrivono con minuzia le correzioni e le convenzioni adottate nella trascrizione, rivelando un’attenzione quasi ossessiva per la coerenza testuale. Tra gli interventi più rilevanti: - Errori di stampa: “Obvious printing errors, such as backwards, upside down, reversed, dropped, or partially printed letters and punctuation, were corrected” (6). La correzione di refusi tipografici (es. lettere capovolte o mancanti) non è mera pedanteria, ma riflette l’esigenza di preservare l’integrità scientifica di un’opera che basa le sue affermazioni su osservazioni empiriche. Un errore di stampa, in questo contesto, potrebbe alterare la comprensione di dati anatomici. - Normalizzazione grafica: “An ñ was substituted for an n with a macron” (8). La standardizzazione di simboli arcaici (come la n con macron, abbreviazione medievale) serve a rendere il testo accessibile a un pubblico moderno, senza sacrificare il significato originale. Questo dettaglio sottolinea come Grew scrivesse in un’epoca di transizione linguistica, in cui la grafia non era ancora uniformata. - Formattazione: L’uso di underscore per il corsivo (like this, 9) e di uguali per il grassetto (“=like this=”, 10) riproduce le convenzioni tipografiche seicentesche, dove la formattazione aveva una funzione gerarchica e didattica. Le note a margine (“♦ like this”, 11) erano invece strumenti di navigazione testuale, tipici dei trattati scientifici dell’epoca, che guidavano il lettore tra osservazioni e digressioni.

Le correzioni lessicali (17–19) sono particolarmente indicative. Grew (o il trascrittore) interviene su frasi come “as it is seems”“as it seems” o aggiunge parole mancanti (“of”, “do”), dimostrando come la chiarezza espositiva fosse prioritaria. Questi interventi non sono banali: in un’opera che descrive la struttura microscopica delle piante, la precisione terminologica è essenziale per evitare ambiguità. Ad esempio, la correzione “from its Inner or Central Parts (17) evita confusioni tra parti anatomiche, cruciale in un contesto in cui i termini barque (corteccia), wood (legno) e pith (midollo) sono definiti con rigore.


1.2 2. Struttura e ambizione sistematica: l’anatomia come fondamento di una “storia filosofica” delle piante

Il sommario dell’opera (21) rivela una struttura enciclopedica, organizzata in quattro libri che procedono dal generale al particolare: 1. Libro I: Anatomia generale (seme, radice, tronco, fiore, frutto). 2. Libro II: Anatomia e vegetazione delle radici (con due parti distinte). 3. Libro III: Anatomia e vegetazione dei tronchi. 4. Libro IV: Anatomia di foglie, fiori, frutti e semi.

Questa suddivisione riflette un metodo induttivo: Grew parte dall’osservazione macroscopica (“to the bare eye”, 104) per poi passare al microscopio (107–110), seguendo un percorso che va dall’evidente al nascosto. La scelta di iniziare “without the help of Glasses” (104) non è casuale: Grew vuole dimostrare che anche senza strumenti sofisticati (all’epoca accessibili a pochi) è possibile fare scoperte significative. Questo approccio democratico alla scienza è coerente con l’ethos della Royal Society, che promuoveva la diffusione della conoscenza.

L’omissione di un paragrafo (“Book II, Chapter 3, omits paragraph 10 §”, 13) e la riorganizzazione delle tavole (15) suggeriscono che l’opera fosse in continua evoluzione, con aggiunte e revisioni anche dopo la prima pubblicazione. La tavola dei contenuti (20) è un’aggiunta del trascrittore, ma riflette l’esigenza moderna di orientarsi in un testo complesso, dove le lezioni (“Lectures”) su colori, sapori e sali (21) si affiancano all’anatomia propriamente detta.


1.3 3. Il contesto storico: la Royal Society e la legittimazione della botanica

Il documento è anche una testimonianza istituzionale. La Royal Society (fondata nel 1660) svolge un ruolo centrale nella pubblicazione dell’opera, come emerge dalle frasi (23–25, 66–72): - Approvazione formale: “It is therefore Ordered, That He be desired, to cause them to printed together in one Volume” (23). L’ordine di pubblicazione, firmato da Christopher Wren (25), allora presidente della Royal Society, conferisce all’opera un sigillo di autorevolezza. La scienza, nel XVII secolo, si legittima attraverso il consenso delle accademie, e la Royal Society funge da garante della qualità delle osservazioni di Grew. - Processo di revisione: Grew sottopone il suo lavoro a figure di spicco come il vescovo John Wilkins (66) e il presidente Lord Brouncker (67), che lo incoraggiano a proseguire. La frase “the following Order was made, and entred in their Council-Book” (68) mostra come la pubblicazione fosse un atto collettivo e documentato, non una scelta individuale. - Concorrenza e collaborazione: La scoperta che Marcello Malpighi (1628–1694) stava lavorando allo stesso tema (“there was also presented a Manuscript […] upon the same Subject”, 83) introduce un elemento di competizione scientifica. Tuttavia, la Royal Society decide di pubblicare entrambi i lavori (93–96), riconoscendo che la duplicazione delle osservazioni rafforza la credibilità delle scoperte. Questo episodio rivela come la scienza moderna si costruisca attraverso conferme incrociate e dialogo tra ricercatori.

La dedica a Carlo II (32–49) è un esempio di retorica della scoperta. Grew paragona la botanica a una “Terra Incognita” (35), usando metafore geografiche (“a new World”, 44) per enfatizzare l’originalità del suo lavoro. La frase “I am the first, who have given a Map of the Country” (36) è programmatica: Grew si presenta come un esploratore, non come un semplice compilatore. L’analogia tra piante e animali (“a Plant, as well as an Animal, is composed of several Organical Parts”, 37) è rivoluzionaria: all’epoca, le piante erano considerate organismi inferiori, privi di una vera “anatomia”. Grew invece dimostra che anche le piante hanno “Bowels” (viscere, 38) e “Lungs” (polmoni, 39), anticipando di secoli la comprensione della loro fisiologia.


1.4 4. Metodo e innovazione: dall’osservazione alla teoria

Il prefazione (50–59) è un manifesto metodologico. Grew giustifica la sua impresa con argomenti che mescolano umiltà e ambizione: - Motivazione iniziale: “upon reading some […] Inventions of Learned Men, in the Bodies of Animals” (53). L’ispirazione viene dalla zoologia, ma Grew intuisce che le piante, “coming at first out of the same Hand” (54), devono essere studiate con lo stesso rigore. Questa unità del vivente è un’idea moderna, che supera la dicotomia tra regno animale e vegetale. - Originalità: Grew riconosce che altri (come Hooke o Highmore) avevano accennato all’anatomia vegetale, ma “collaterally, and whithout shewing any purpose of managing this Part of Natural History” (56). Il suo obiettivo è sistematico: non limitarsi a osservazioni sporadiche, ma costruire una “Philosophical History of Plants” (136). - Rischio e perseveranza: “if Men should stay for an Example in every thing; nothing extraordinary would ever be done” (57). Questa frase rivela la consapevolezza di Grew di intraprendere un percorso inesplorato, dove l’assenza di precedenti non è un limite, ma una sfida.

Il metodo microscopico (107–110) è descritto con precisione. Grew non si limita a osservare, ma documenta le sue scoperte con tavole illustrate (“the Observations […] together with the Figures”, 109). Le tavole (130–135) sono progettate per mostrare le parti anatomiche “as entire” (131), cioè nel loro contesto, per evidenziare sia la texture che la relation tra le componenti. Questo approccio olistico è innovativo: invece di isolare i tessuti (come farà Malpighi), Grew li studia nella loro interazione, anticipando la biologia integrata.


1.5 5. Ambiguità e limiti: tra scienza e retorica

Nonostante l’innovazione, il testo rivela alcune tensioni: - Autorità vs. modestia: Grew si definisce “the meanest of her Pupils” (46), ma poi afferma di essere il primo a mappare il “nuovo mondo” delle piante (36). Questa oscillazione tra umiltà e orgoglio riflette la doppia natura della scienza seicentesca, che deve conciliare l’adesione ai canoni religiosi (la natura come opera divina) con l’affermazione dell’originalità umana. - Concorrenza con Malpighi: La menzione di Malpighi (83, 111–112) è ambivalente. Da un lato, Grew riconosce il valore del collega (“a Curious and Learned Book”, 99), dall’altro sottolinea che le sue osservazioni sono state confermate da altri (105–106), quasi a voler ribadire la priorità. Questa rivalità è tipica della scienza moderna, dove la paternità delle scoperte è cruciale. - Limiti tecnologici: Le tavole sono descritte come “a little hard and stiff” (135), segno che la rappresentazione microscopica era ancora imperfetta. Grew ammette che alcune parti sono ingrandite “more or less, as was necessary” (132), rivelando come la soggettività dell’osservatore influenzasse i risultati.


1.6 6. Significato storico: la botanica come scienza autonoma

L’opera di Grew segna un punto di svolta per almeno tre motivi: 1. Dalla descrizione all’analisi: Prima di Grew, la botanica era dominata dalla tassonomia (es. Linneo, che verrà dopo). Grew invece disseziona le piante, applicando loro il metodo anatomico usato per gli animali. La frase “the Ascent of the Sap, the Distribution of the Aer […] are all contrived and brought about in a Mechanical way” (43) mostra come egli interpreti i processi vegetali in termini meccanici, anticipando la fisiologia moderna. 2. Istituzionalizzazione della disciplina: La pubblicazione sotto l’egida della Royal Society (23, 68) e il ruolo di Curator assegnato a Grew (92) conferiscono alla botanica uno status accademico. Non è più una branca della medicina o dell’agricoltura, ma una scienza a sé stante. 3. Influenza internazionale: Le traduzioni in francese (120, 127) e latino (123) dimostrano che l’opera circolò in Europa, influenzando autori come Dodart (100) e i compilatori delle German Ephemerides (123). La frase “the Learned Author seems to have made use of this Translation” (122) suggerisce che Grew fosse una fonte primaria per la botanica continentale.


1.7 7. Testimonianza di un’epoca: la scienza tra rivoluzione e tradizione

Il testo è anche un documento storico che riflette le tensioni del XVII secolo: - Scienza e religione: Grew paragona la natura a una “true Pallas” (45), dea della saggezza, e afferma che “Nature speaketh these things” (45). La scienza non è in contrasto con la fede, ma ne è una manifestazione. Questa visione, tipica della Royal Society, cerca di conciliare empirismo e teologia. - Ruolo delle accademie: La Royal Society non è solo un luogo di pubblicazione, ma un filtro critico. Le osservazioni di Grew sono validate da figure come Wilkins e Brouncker, mostrando come la scienza si costruisca attraverso il dialogo istituzionale. - Progresso scientifico: La frase “we are come ashore into a new World, whereof we see no end” (44) è emblematica. Grew percepisce la botanica come un campo inesauribile, dove ogni scoperta apre nuove domande. Questa mentalità aperta è alla base della scienza moderna.


1.8 Conclusione: un’opera fondativa

The Anatomy of Plants non è solo un trattato scientifico, ma un manifesto che ridefinisce i confini della botanica. Grew trasforma lo studio delle piante da attività descrittiva a disciplina analitica, basata su osservazione, dissezione e sperimentazione. Le sue scoperte (la struttura cellulare dei tessuti, la circolazione della linfa, la presenza di “polmoni” vegetali) anticipano di secoli la fisiologia vegetale, mentre il suo metodo influenzerà generazioni di scienziati.

Il testo estratto, con le sue note editoriali, le approvazioni istituzionali e le riflessioni metodologiche, offre uno spaccato unico di come la scienza si costruisse nel XVII secolo: tra rigore empirico, ambizione teorica e negoziazione con il potere accademico. Grew non si limita a descrivere le piante; le reinventa come oggetti di conoscenza, aprendo la strada a una nuova era della biologia.


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2 Un progetto di storia filosofica delle piante: analisi sistematica e prospettive di ricerca

“Un’indagine sulla natura della vegetazione non può prescindere dall’osservazione minuziosa delle sue parti, dei suoi principi e dei suoi contenuti, poiché solo così si svelano le leggi che governano la vita delle piante e le loro infinite varietà.”

Il testo rappresenta un progetto metodologico per una storia filosofica delle piante, concepito come un programma di ricerca sistematica che integra osservazione empirica, anatomia comparata e indagine chimica. L’autore – probabilmente Nehemiah Grew, pioniere dell’anatomia vegetale nel XVII secolo – delinea un approccio enciclopedico volto a superare le lacune della botanica tradizionale, ancora legata a descrizioni superficiali e attribuzioni arbitrarie di proprietà terapeutiche. Il nucleo del discorso si articola in cinque mezzi generali di indagine (osservazione esterna, anatomia, analisi dei contenuti fluidi, principi costitutivi, alimentazione), ciascuno finalizzato a decifrare i meccanismi della crescita, le affinità tra specie e le potenzialità applicative delle piante.


2.1 1. Lo stato dell’arte e i limiti della botanica contemporanea

L’autore riconosce i progressi compiuti dalla botanica moderna, soprattutto grazie a studiosi come Clusius, Colonna, Bauhin, Boccone, Ray e Morrison, che hanno ampliato il catalogo delle specie (specie esotiche incluse), descritto con precisione le parti aeree delle piante e tentato di classificarle per affinità. Tuttavia, emergono criticità strutturali: - Attribuzione delle virtù terapeutiche: “se sfogli un erbario, troverai quasi ogni erba buona per ogni malattia” (214). Le proprietà medicinali sono assegnate in modo promiscuo e incerto, mentre molte piante restano del tutto inesplorate (215). - Descrizioni incomplete: Le radici sono spesso trascurate, e persino le parti più studiate (foglie, fiori) mancano di uniformità nelle rappresentazioni grafiche. “Sarebbe auspicabile che tutte le figure fossero disegnate secondo una scala unica” (219), per evitare confusioni tra specie distinte (es. Bellis major e minor, che non differiscono solo per dimensione ma sono piante diverse). - Nomenclatura caotica: Molti nomi comuni e latini sono fuorvianti. “Quello che chiamiamo Goat’s-Rue non ha alcuna parentela con la pianta il cui nome generico porta” (222); analogamente, Wild-Tansy o Horse-Radish sono esempi di etichette che suggeriscono affinità inesistenti (223). - Mancanza di indagini causali: “Quasi tutti gli uomini sembrano disinteressati alla ragione della vegetazione e alle cause delle infinite varietà osservabili” (226). La botanica si limita a catalogare, senza spiegare i processi fisiologici o le relazioni tra struttura e funzione.


2.2 2. La natura come oggetto di conoscenza infinita

L’autore respinge l’idea che la conoscenza della natura sia già completa (229), sottolineando come essa sia un percorso graduale e mai concluso, paragonabile a un viaggio di cui si ignorano i confini. Due principi guidano questa riflessione: - Umiltà epistemica: “Non è saggio insistere sulla domanda invidiosa su quale dei suoi allievi abbia misurato meglio la Natura” (232). Nessuno studioso può pretendere di averla “circoscritta”, poiché la sua complessità supera le capacità umane. - Fiducia nella conoscibilità: “Non è più opportuno considerare quanto della natura della vegetazione ci sia ancora ignoto, che credere che una sua grande parte sia conoscibile” (235). La conoscenza progredisce non per fallimenti passati, ma per la possibilità intrinseca delle cose e per la provvidenza divina, che offre infinite vie di accesso alla verità (236).

La metafora del patrimonio da inventariare (243) esprime il valore della conoscenza botanica: comprendere come crescono le piante significa non solo godere della loro bellezza, ma anche partecipare ai segreti dell’arte divina (244), un privilegio che l’autore considera legittimo a meno di non ritenere “impertinente” indagare ciò che Dio ha creato.


2.3 3. Le domande fondamentali: un programma di ricerca

Il cuore del testo è un elenco di quesiti scientifici che definiscono l’ambito dell’indagine. Questi si concentrano su tre macro-aree:

2.3.1 A. Meccanismi della crescita e sviluppo

2.3.2 B. Natura e proprietà delle piante

2.3.3 C. Affinità e classificazione

L’autore introduce un sistema di gradi di parentela tra piante, basato su somiglianze morfologiche: - Primo grado: Specie dello stesso genere (es. diverse lattughe) (305). - Secondo grado: Generi affini (es. lattuga ed endivia) (305). - Terzo grado e oltre: Relazioni più remote (es. fragole e tormentilla) (307). Questo approccio permette di congetturare proprietà comuni tra piante imparentate: se il croco e il giglio condividono una facoltà (es. effetto anodino), è probabile che anche tulipani e giacinti la possiedano (325-326). Analogamente, la somiglianza tra legumi e trifogli suggerisce che un decotto di piselli zuccherini possa sostituire i ceci in medicina (322).


2.4 4. I cinque mezzi di indagine: un metodo integrato

Per rispondere ai quesiti, l’autore propone un metodo articolato in cinque fasi, ciascuna corrispondente a un livello di analisi:

2.4.1 1. Osservazione esterna (Figure, proporzioni, movimenti, stagioni)

2.4.2 2. Anatomia (Struttura interna)

2.4.3 3. Analisi dei contenuti fluidi (Liquidi e sostanze contenute)

2.4.4 4. Principi costitutivi (Sali, zuccheri, ecc.)

2.4.5 5. Alimentazione (Suolo, acqua, aria, sole)


2.5 5. Applicazioni pratiche: medicina, agricoltura, industria

L’indagine non è fine a sé stessa, ma mira a migliorare l’uso delle piante in diversi ambiti: - Medicina: - Rettificare usi perversi o confusi di piante medicinali (277). - Scoprire nuove applicazioni (es. decotti di piselli zuccherini come alternativa ai ceci) (322). - Potenziare le virtù terapeutiche attraverso preparazioni artificiali (278). - Agricoltura: - Migliorare coltivazione, dimensioni, colori e sapori di fiori e frutti (274). - Sperimentare nuovi metodi di propagazione (274). - Industria: - Ampliare gli usi meccanici delle piante (es. fibre, legni) (275). - Scoprire nuove applicazioni alimentari (276).


2.6 6. Significato storico e innovazione metodologica

Il testo si colloca nel contesto della rivoluzione scientifica del XVII secolo, caratterizzata da: - Superamento dell’autorità antica: L’autore critica la botanica tradizionale (213-215) e propone un approccio empirico e comparativo, anticipando il metodo di Linneo. - Integrazione tra discipline: L’anatomia vegetale è indagata con strumenti propri della chimica (analisi dei fluidi), della fisica (movimenti, proporzioni) e della medicina (proprietà terapeutiche). - Uso della tecnologia: Il microscopio (393) diventa uno strumento essenziale per svelare strutture invisibili a occhio nudo. - Visione sistemica: Le piante sono studiate come organismi complessi, in cui ogni parte (radici, fusto, foglie) interagisce con le altre e con l’ambiente.

L’opera rappresenta un ponte tra la botanica descrittiva rinascimentale e la scienza moderna, anticipando temi che saranno centrali nel XVIII secolo, come la tassonomia naturale (affinità tra specie) e la fisiologia vegetale (meccanismi di crescita). La sua originalità risiede nell’approccio olistico, che unisce osservazione, sperimentazione e speculazione teorica per costruire una scienza delle piante finalmente libera da pregiudizi e approssimazioni.


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3 Metodi sperimentali per l’analisi delle proprietà dei vegetali

Un trattato sistematico sulla scomposizione chimica delle piante, volto a identificare i principi attivi e le trasformazioni indotte da processi fisici e reazioni con altri corpi.

Il testo descrive un approccio metodico all’indagine delle proprietà dei vegetali attraverso tecniche di manipolazione chimica e fisica, suddivise in cinque “mezzi generali” di osservazione. L’obiettivo è comprendere la natura intrinseca delle piante, le loro facoltà terapeutiche e i principi che ne determinano la crescita e le caratteristiche.

3.1 Decozione e alterazioni delle qualità

La decozione (ebollizione in acqua) modifica radicalmente le proprietà dei vegetali senza trasferirne integralmente le qualità al liquido. Ad esempio: - “La trementina bollita diventa friabile, lo zucchero amaro e di un rosso bruno” (559). - “Le rape perdono il loro sapore pungente; le cipolle la loro piccantezza, eppure né l’una né l’altra trasmettono queste stesse qualità all’acqua” (560). - “I semi di finocchio dolce e di anice perdono gran parte del loro sapore, ma ne cedono pochissimo al liquido in cui sono bolliti; la maggior parte delle loro parti volatili, e con esse la loro virtù e il loro gusto, volano via” (561).

L’autore suggerisce che per sostanze carminative (che favoriscono l’espulsione dei gas intestinali) sia preferibile preparare un’emulsione piuttosto che una decozione, o combinare l’emulsione con la decozione stessa (562). La concentrazione progressiva del decotto fino a ottenere un estratto può alterare ulteriormente le qualità, come nel caso delle foglie verdi che da un giallo iniziale virano a un nero intenso “simile a pece” (563).

3.2 Distillazione e volatilità dei principi

La distillazione rivela differenze nella capacità dei vegetali di cedere odore e sapore: - Piante aromatiche e calde come la menta o la mentuccia “danno il loro sapore perfetto” (566). - L’assenzio, aromatico e amaro, “lo cede solo a metà: pienamente come aromatico, poco come amaro” (566). - Il cardo, pur essendo molto amaro ma non aromatico, “produce un sapore molto più debole” (567).

La distillazione permette anche di isolare oli essenziali con caratteristiche distintive: - “L’olio di chiodi di garofano è talvolta rosso; quello di cannella, limpido; entrambi pesanti” (568). - Sostanze come la trementina distillata producono “un’acqua subacida” oltre all’olio, mentre l’aceto genera uno “spirito acre” (569).

3.3 Essiccazione e trasformazioni chimiche

L’arefazione (essiccazione) induce cambiamenti nelle proprietà fisiche e chimiche: - Il latte di scorzonera o di finocchio diventa “gommoso, giallo” o si trasforma in un “olio balsamico limpido” (572). - Le radici di angelica essiccate rivelano “vene piene di una resina aromatica” (573). - Alcune piante cambiano colore: la liquirizia diventa bianca, la peonia rossa, la pazienza gialla e rossa (579). - L’essiccazione può aumentare o diminuire l’intensità del sapore: le radici di arum perdono forza, mentre altre la acquistano (578).

3.4 Cottura e reazioni termiche

La cottura (assazione) modifica i sapori in modo spesso imprevedibile: - Le mele arrostite diventano più acide (582). - La radice di rafano tostata “sa di rapa” (583). - Le patate e le cipolle subiscono alterazioni o “rifrazioni” del gusto (584). Un caso notevole è quello delle pere waldensiane (o “warden”), che dopo la cottura sviluppano proprietà uniche (585).

3.5 Combustione e calcinazione

La combustione (ustione) rivela comportamenti differenti: - I semi di finocchio bruciano “con movimenti violenti, sputando come il siero del sangue” (588). - Alcune piante perdono l’odore (es. rose), altre lo conservano (es. rosmarino) o lo migliorano (es. legno di aloe) (589). La calcinazione (riduzione in cenere) permette di confrontare i residui (“caput mortuum”) di diversi vegetali e di paragonarli con quelli di corpi animali (593-595). L’autore sottolinea la necessità di estendere queste analisi a composizioni con altri corpi, come sali, metalli o liquidi (aceto, urina, latte), per osservare reazioni specifiche (600-605).

3.6 Principi costitutivi e loro interazioni

Il quarto “mezzo generale” si concentra sui principi essenziali dei vegetali, ovvero i componenti fondamentali che ne determinano l’essenza. L’analisi si articola in: 1. Numero e differenze dei principi: se siano riducibili a cinque, sei o più categorie, e le variazioni all’interno di ciascuna (624). 2. Coniugazione: quali principi si uniscono nelle piante, in proporzioni diverse rispetto agli animali (625). 3. Proporzioni: quali principi predominano in quantità e in quali parti della pianta (627). 4. Concentrazione e unione: il grado di coesione tra i principi e la loro disposizione spaziale (centrale o periferica) (628).

L’autore propone esperimenti pratici per isolare i principi, come la distillazione di amido (analogo alla parte midollare) e di lino (analogo alla parte legnosa): - L’amido produce un liquido acido, un olio pesante e nero, e un residuo non riducibile in cenere (644-645). - Il lino genera un liquido simile, ma con un burro denso e giallastro (simile all’olio di macis) e una cenere contenente un sale alcalino (649-650). Da questi risultati emerge che: - Le parti legnose sono ricche di principio solforoso/oleoso e di sali alcalini, assenti o scarsi nelle parti midollari (653-655).

3.7 Origine dei principi e facoltà terapeutiche

I principi non sono solo ingredienti passivi, ma cause attive delle proprietà delle piante: - “È necessario che i principi di cui un corpo è composto siano, se non tutti attivi, almeno cause capacitanti […] altrimenti la loro esistenza in quel corpo sarebbe del tutto superflua” (665). - Le facoltà di una pianta (es. purgativa) non risiedono in un singolo principio, ma “sono il risultato della loro unione e combinazione” (675).

L’autore paragona questo processo alla costruzione di un orologio: le parti esistono prima, ma è il loro assemblaggio a conferire la funzione (676). Allo stesso modo, la combinazione di principi diversi può generare nuove qualità, come nel caso del sapone, ottenuto da acqua, grasso e sale alcalino, che assume proprietà detergenti e terapeutiche assenti nei singoli componenti (679-680).

3.8 Influenze esterne: terra, acqua, aria e sole

Il quinto “mezzo generale” esamina come i fattori ambientali influenzino la crescita e le proprietà dei vegetali: 1. Terra: si studiano i diversi tipi di suolo (argilloso, sabbioso, gessoso) e i loro principi, nonché la crescita delle piante in substrati insoliti (es. farina, sangue essiccato, allume) (693-697). 2. Acqua: si analizzano le differenze tra acque di pozzo, piovana, di fiume e i loro effetti su cottura, lavaggio e fermentazione. L’autore nota che “l’acqua comune è indubbiamente composta da diversi principi”, nonostante la sua apparente semplicità (701-702). Si suggeriscono esperimenti come far crescere piante in soluzioni di oppio per verificarne l’assorbimento di proprietà narcotiche (705). 3. Aria: si ipotizza che contenga principi vegetali, data la formazione di muffe verdi su superfici esposte e la varietà di meteore. Si propone di testare la crescita di piante in ambienti estremi (fondo di un pozzo o cima di un campanile) per valutare l’influenza dell’aria (712-713). 4. Sole: oltre al calore, si indaga se abbia un’influenza specifica, diversa da quella del fuoco. Un esperimento citato mostra che i raggi solari, a differenza di quelli di una fiamma, mantengono la loro capacità di concentrazione anche attraverso un vetro (719-720).

3.9 Conclusione: verso una scienza delle piante

L’obiettivo finale è costruire una scienza comparativa dei vegetali, che permetta di: - Discernere le comunità e differenze tra le loro proprietà (614). - Comprendere l’origine delle loro qualità e facoltà (615). - Applicare queste conoscenze per migliorare le preparazioni medicinali, “esaltandone, rafforzandone e nobilitandone” le virtù (683-684).

L’autore avverte però che le facoltà terapeutiche spesso sfuggono all’analisi sensoriale (gusto, odore), rendendo necessario affiancare alle congetture l’esperimento diretto (617-618). Solo così sarà possibile superare i limiti della conoscenza empirica e giungere a una comprensione sistematica della natura vegetale.


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4 La ricerca dei principi fondamentali della vegetazione: tra metodo e umiltà scientifica

“Il cammino della natura è così impervio e, per così dire, in salita e in discesa, che per quanto lontano andiamo, il superamento di una difficoltà ci offre solo la prospettiva di un’altra.”

Il testo affronta la questione dei principi costitutivi della vegetazione, proponendo un’indagine che si muove tra rigore metodologico e consapevolezza dei limiti umani. L’autore, dopo aver esaminato i “Principles necessary to Vegetation” (725), introduce un sesto “General Mean” (726), solo accennato (727), che solleva una domanda centrale: come questi principi si combinano in “Number, Conjugation, Proportion, and Union” per formare un corpo vegetale (728). La risposta richiede di indagare non solo i principi stessi, ma anche i “Principles of these Principles” (729), un livello di astrazione che giace in un “abyss of obscurity” (730). Pur riconoscendo la difficoltà del compito, l’autore esprime una cauta fiducia nella loro scopribilità (“not altogether undiscoverable”, 730), senza tuttavia azzardare congetture premature (“I shall not now Conjecture”, 731).

La conclusione (732) sintetizza il disegno metodologico proposto: i mezzi esposti sono presentati come necessari (“all appear to be necessary”, 736) e potenzialmente efficaci (“may, in some measure, prove effectual”, 740), ma senza promesse di risultati certi. L’approccio alla natura è descritto in termini metaforici: essa non si conquista con la forza, ma “by courting of Her” (737), e solo chi la “woo” (corteggia) con dedizione può sperare di ottenerla, mentre chi si limita a esercitare il proprio ingegno su sé stesso (“practiseth upon it self”) non ne otterrà nulla (738). La ricerca scientifica è paragonata a un viaggio montano (741), dove ogni vetta conquistata rivela solo un nuovo orizzonte da affrontare, in un percorso “impervious” e discontinuo (“down Hill and up Hill”).

L’autore respinge due estremi: da un lato, l’idea che l’imperfezione dei risultati giustifichi l’inazione (“because we cannot attain to all, that therefore we should endeavour after nothing”, 742), dall’altro, la presunzione di poter determinare a priori ciò che è realizzabile (“we may go about determining, what may be done”, 743). La metafora della guerra e dei consigli dei principi (744) sottolinea che anche le imprese più incerte, se di “good Import”, richiedono di perseguire i mezzi proposti fino in fondo, senza abbandonarli per timore dei rischi. La testimonianza storica qui offerta è quella di una scienza ancora in formazione, che oscilla tra fiducia nel metodo e umiltà di fronte all’ignoto, rifiutando sia il dogmatismo che il disfattismo. Il testo riflette una fase in cui la filosofia naturale cercava di definire i propri confini, tra empirismo e speculazione, senza ancora disporre degli strumenti analitici che avrebbero caratterizzato la rivoluzione scientifica successiva.


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5 Anatomia e fisiologia della radice nelle piante: osservazioni microscopiche e dinamiche della crescita vegetale

“La struttura nascosta delle radici rivela un’architettura funzionale dove ogni parte concorre a un moto circolare della linfa, preludio alla vita del tronco.”

Il testo analizzato – tratto da un trattato scientifico seicentesco, probabilmente opera di Nehemiah Grew o di un contemporaneo – descrive con precisione microscopica la struttura interna delle radici, distinguendo le parti costitutive e il loro ruolo nel processo di crescita e nutrizione delle piante. L’analisi si concentra su tre elementi fondamentali: corpo corticale (o “barque”), corpo legnoso (lignous body) e midollo (pith), con particolare attenzione alle loro interazioni e alle inserzioni corticali che li collegano.


5.1 Struttura anatomica: gerarchia e peculiarità delle parti

L’autore osserva come le dimensioni e la visibilità delle componenti variano tra specie: - “In Hawthorn, and some others, and especially Willows, they are most extream small; in Cherries and Plums they are Biger; […] and in the Vine and some other Trees, very fairly apparent” (1274, 1276). Le fibre legnose sono più evidenti in piante come la vite, mentre nelle radici delle erbe (“in the Roots of most Herbs they are generally more easily discoverable”, 1277) risultano più accessibili all’osservazione. - Il corpo legnoso non è un blocco uniforme, ma è organizzato in braccia o “osculazioni” (1281), ovvero archi che si intrecciano longitudinalmente e trasversalmente. Queste strutture, visibili solo rimuovendo la corteccia (“not to be observ’d by the traverse cut of the Root, but by taking off the Barque, 1290), creano spazi in cui si inserisce il corpo corticale**, formando ciò che l’autore chiama “Insertment” (1283). L’analogia con una “rete fitta” (1291) evidenzia la complessità di questa trama.

Un dettaglio cruciale è la distinzione tra fibre contigue e distinte: - “the Pores or Fibres of the Lignous Body, I think, notwithstanding, seldom or never run one into another; being, though contiguous, yet still distinct” (1286). Questa precisazione – che richiama il comportamento dei nervi animali (“as some of the Nerves, though they meet, […] yet ’tis most probable, that none of their Fibres are truly inosculated”, 1287) – sottolinea una separazione funzionale anche dove c’è contatto fisico.


5.2 Il midollo: origine e funzione

Il midollo (pith) è presentato come l’ultima parte distinta della radice (“The next and last distinct Part of the Root is the Pith, 1294), con una natura sostanziale identica a quella del parenchima del seme (1295). La sua origine è duplice: 1. Diretta dalla radice embrionale (radicle): “in the Radicle […] the two main Branches of the Lobes both meeting, and being osculated together, are thus dispos’d into one round and tubular Trunk, and so environing part of the Parenchyma, make thereof a Pith (1296). L’esempio del fagiolo o del lupino illustra come il midollo si formi dall’avvolgimento delle branche legnose intorno al parenchima. 2. Derivata dalla corteccia: in molte piante (“as of Barberry or Mallows, 1300), midollo e corteccia condividono lo stesso colore (giallo nel crespino, verde nelle malve), suggerendo una comune origine parenchimatosa. L’autore nota che nelle radici giovani di piante come la borragine o il prezzemolo, il corpo legnoso è solido e privo di midollo (“the Lignous Body is not there, in the least Concave, but standeth Solid, or without any Pith, 1301), mentre questo compare e si espande verso le parti più spesse della radice (“the Insertions being gradually multiplied afterwards, the Pith, at length, towards the thicker parts of the Root, shews and enlarges it self”, 1303).

La proporzione tra midollo e corteccia varia: nelle radici inferiori, dove il midollo è piccolo, la corteccia è spessa; verso l’apice, il midollo si espande a scapito della corteccia (“where the Pith is enlarged, the Cortical Body […] groweth proportionably less”, 1312). Questa dinamica è visibile in radici come quelle di finocchio, barbabietola o rapa, dove anelli di sostanza bianca e morbida (le inserzioni corticali) si fondono verso l’alto per formare un midollo ampio (1313-1314).


5.3 Crescita e movimento della linfa: un modello circolare

L’autore propone un modello di crescita radiale e longitudinale governato dall’interazione tra corpo legnoso e corticale: 1. Assorbimento e fermentazione: - La radice embrionale (radicle), una volta nel terreno, assorbe umidità attraverso il corpo corticale (“a Body laxe and Spongy”, 1332), che funge da filtro selettivo (“not all indiscriminately, but that which is more adapted to pass through the surrounding Cuticle, 1332). - La linfa (sap), non pura ma eterogenea, fermenta nel corpo corticale (“the effect will be an easie Fermentation”, 1334), separando le parti che si depositano sulla superficie (formando la cuticola, analoga alla pelle dei formaggi, 1335). - La linfa filtrata passa poi nel corpo legnoso, dove subisce una preparazione ulteriore (“the noblest part […] becomes […] the Vegetative Ros or Cambium, 1338), simile al sangue animale, mentre i residui tornano alla corteccia per nutrirla (1339-1341).

  1. Dinamica di crescita:
    • Il corpo legnoso cresce principalmente in lunghezza (“the Pores hereof, in that they are all extended by its length”, 1347), trascinando con sé la corteccia (“the Cortical also moves therewith”, 1348). Tuttavia, la corteccia – più abbondante e flessibile – modera questa tendenza (“the Cortical is the Moderator of that in the Lignous, 1352), costringendo la radice a crescere verso il basso (“it must needs […] make it that way wherein the Cortical Body may be more obedient to it; which will be by descent”, 1354). Questo spiega perché una radice piantata con l’apice verso l’alto si curvi comunque verso il basso (“the Radicle, as it shoots, declining also gradually, is thus arch’d in form of an Hook”, 1356).
  2. Circolazione della linfa: L’autore ipotizza un moto circolare della linfa nella radice, con due direzioni principali:
    • Discesa: la linfa scorre nella corteccia verso il midollo attraverso le inserzioni, incontrando meno resistenza nelle parti inferiori (“through the lower [insertions] it will much more easily enter”, 1393).
    • Ascesa: una volta nel midollo, la linfa fermentata (“a Liquor higher wrought”, 1395) risale, mentre le parti intermedie si distribuiscono lateralmente attraverso le inserzioni, tornando alla corteccia (“discharged off into the Cortical Body, 1398). Questo ciclo – simile alla circolazione sanguigna (“as the Bloud by the disseminations of the Arteries, 1380) – garantisce una nutrizione uniforme anche alle parti più interne del corpo legnoso.

5.4 Ruolo funzionale delle parti: fermentazione, distribuzione e crescita


5.5 Significato storico e metodologico

Il testo riflette la transizione tra osservazione macroscopica e microscopica nella botanica del XVII secolo, con un approccio che anticipa la fisiologia vegetale moderna. L’autore: - Combina analogie animali e vegetali (nervi/fibre legnose, sangue/linfa) per spiegare processi ancora poco compresi. - Utilizza tavole illustrative (citazioni come “Tab. f. 5”, 1275) per documentare le osservazioni, segno di un metodo empirico che integra disegno e descrizione. - Propone un modello dinamico della crescita, dove le parti non sono statiche ma interagiscono in un ciclo continuo, prefigurando concetti come la pressione radicale e il trasporto xilematico.

L’ambiguità più rilevante riguarda l’origine del midollo: se da un lato è descritto come derivato dal parenchima del seme (1296), dall’altro è presentato come prodotto della corteccia tramite le inserzioni (1304). Questa apparente contraddizione potrebbe riflettere una doppia modalità di formazione, dipendente dalla specie o dallo stadio di sviluppo.


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6 La circolazione della linfa e l’architettura vegetale: un trattato seicentesco sulla fisiologia delle piante

“La natura, nel disegno delle piante, non opera per caso ma per precise corrispondenze meccaniche e chimiche, dove ogni parte è strumento di un moto ascendente e di una distribuzione sapiente della linfa.”

Il testo analizzato rappresenta un estratto di un trattato scientifico seicentesco – verosimilmente attribuibile a Nehemiah Grew (1641–1712) o a un autore coevo della Royal Society – che indaga la fisiologia vegetale attraverso un approccio meccanicistico e anatomico, tipico della rivoluzione scientifica del XVII secolo. L’opera si concentra sulla struttura interna delle piante, descrivendo con precisione microscopica la relazione tra radice, fusto (trunk), midollo (pith), legno (lignous body) e corteccia (cortical body), e spiegando i meccanismi di crescita, nutrizione e ascesa della linfa attraverso analogie con fenomeni fisici (pressione, filtrazione, fermentazione) e tecniche ingegneristiche (architettura delle ossa, tubi capillari).


6.1 1. Struttura microscopica e gerarchia dei tessuti vegetali

Il testo si apre con una descrizione anatomica dettagliata dei tessuti vegetali, evidenziando una gerarchia funzionale tra le parti: - Midollo (pith): “In the Piths of many Plants, the greater Pores or Bladders have some of them lesser ones within them, and some of them are divided with cross Membranes” (1524). Il midollo è presentato come una struttura porosa e compartimentata, con “vesciche” (bladders) interconnesse che fungono da serbatoio e canale di distribuzione della linfa. La sua permeabilità è data per certa (“that they are all permeable, is most certain”, 1525), ma viene problematizzata in seguito (1604–1607). - Legno (lignous body) e corteccia (cortical body): Questi tessuti sono descritti in opposizione complementare rispetto alla radice e al fusto. Nella radice, il legno è “in proportion with the Cortical, but little, and all lying close within its Center” (1535), mentre nel fusto “the Lignous Body […] being comparatively of greater quantity, and also more dilated” (1535) assume una posizione periferica, formando un anello che conferisce resistenza meccanica. La corteccia, invece, nel fusto è “always, more or less, smaller” (1540) rispetto alla radice, a causa della dilatazione del legno.

La disposizione ordinata dei tessuti è sottolineata come principio di efficienza: “They stand together not confusedly, but in even Ranks or Trains” (1526), con un parallelismo tra radice e fusto (“thus far there is a general corresponding betwixt the parts of the Root and Trunk”, 1527) che però ammette disparità funzionali (“Yet are there some considerable Disparities betwixt them”, 1528).


6.2 2. Il moto della linfa: fermentazione, pressione e “magnetismo” ascendente

Il cuore del trattato è la spiegazione del meccanismo di ascesa della linfa, che combina **processi chimici (fermentazione), fisici (pressione capillare) e una sorta di “tendenza innata” (“magnetical tendency to ascend”, 1535) del legno.

6.2.1 Preparazione della linfa nella radice

La linfa (sap) viene “duly prepar’d” (1532) nella radice attraverso: - Filtrazione (Filtrations): separazione delle componenti grossolane. - Fermentazione: processo chimico che ne aumenta la volatilità (“the Sap of the Trunk being purer and more volatile”, 1533). - Circolazione (Circulation): ipotizzata in alcune radici (“perhaps by Circulation also”, 1532), un concetto rivoluzionario per l’epoca, che anticipa la scoperta della circolazione sanguigna di Harvey (1628).

6.2.2 Ascesa nel fusto: un sistema a due vie

L’ascesa della linfa nel fusto è descritta come un processo dinamico e interattivo tra midollo e legno: 1. Via del legno (lignous body): - I “Vessels” del legno sono canali espliciti per il trasporto (“to what end are Vessels, but for the conveyance of Liquor?”, 1587). - La linfa viaggia in forma liquida nei giovani germogli e vaporosa nei pori del legno maturo (“that which ascendeth by the Pores or Vessels of the Wood, being probably […] more in form of a Vapour”, 1589). 2. Via del midollo (pith): - Il midollo agisce come una spugna naturale (“a porous and spongy Body”, 1613) che “sucks up the Sap” (1613) per capillarità, simile a un “curious Filtre of Natures own contrivance” (1613). - La sua funzione è duplice: - Serbatoio temporaneo: immagazzina linfa fermentata (“the Pith in all Primitive Growths the most Sappy part”, 1596). - Motore di pressione: la linfa, muovendosi orizzontalmente nel midollo, viene “pressed into the Pores or Vessels of the Lignous Body” (1615), dove la strettezza dei canali ne facilita l’ascesa verticale (“as in very small Glasse Pipes […] may also any Liquor be observed to do”, 1617).

Il modello proposto è ciclico e reciproco: - La linfa sale nel midollo fino a un certo punto, poi viene spinta lateralmente nel legno. - Da qui, parte ritorna nel midollo a un livello superiore (“disbursed back, into a yet higher Region of the Pith”, 1620), rinnovando la pressione ascendente. - Questo “reciprocal carrying on” (1622) garantisce un flusso continuo, anche nelle piante più alte.


6.3 3. Adattamenti strutturali: resistenza, sicurezza e distribuzione

L’autore interpreta la morfologia vegetale come risultato di esigenze funzionali, usando analogie con l’ingegneria e l’anatomia animale: - Resistenza meccanica: - La disposizione periferica del legno nel fusto (“Circumferential position of the Lignous Body”, 1554) è paragonata alle ossa cave (“The strongest Bones, as those in the Legs, are hollow”, 1556) e alle penne (“Quills […] in comparison with the thinness of their Sides, they are very strong”, 1558), dove la dilatazione circolare aumenta la resistenza senza appesantire la struttura. - Nei cereali (“Corn”, 1562), la natura “hath given it a tall Trunk: But to prevent its ravenous despoiling either of the Ear, or Soyl; although it be tall, yet are its sides but thin”, bilanciando altezza e stabilità. - Splinters (1565–1566): escrescenze lignee oltre l’anello principale, che fungono da rinforzi (“like Splinters to Bones”, 1566).


6.4 4. Radici aeree e viticci: adattamenti ecologici

L’appendice descrive strutture specializzate che estendono le funzioni del fusto: - Radici aeree (Trunk-Roots): - Discendenti (es. Mint, 1626): per ancoraggio o assorbimento. - Orizzontali (es. Ivy, 1647): “a Middle Thing betwixt a Root and a Trunk” (1630), che forniscono supporto e approvvigionamento (“for Supply […] the Sap could not be sufficiently supplied to the upper Sprouts”, 1648). - Viticci (Claspers): - Supporto (es. Vines, 1638): “their Circumvolutions, a motion, not proper to any other Part” (1640), con movimenti retrogradi per un ancoraggio più saldo (“a retrograde motion […] to form a Doublet-Clasp”, 1643). - Stabilizzazione (es. Cucumbers, 1654): impediscono il danneggiamento da vento. - Propagazione e ombra (es. Strawberries, 1662): “the trailing of the Plant is well obtain’d”, creando microclimi favorevoli.


6.5 5. Significato storico e metodologico

Il testo è una testimonianza chiave della transizione tra scienza aristotelica e meccanicismo moderno: - Approccio empirico: L’autore si basa su osservazioni microscopiche (1524, 1588) e esperimenti (es. il midollo di sambuco immerso in liquido colorato, 1604), tipici della Royal Society. - Analogie fisiche: La linfa è trattata come un fluido soggetto a leggi meccaniche (pressione, capillarità), mentre la crescita è spiegata con metafore ingegneristiche (“as when a Prospective or Telescope is drawn out”, 1683). - Limiti concettuali: - L’idea di una “magnetical tendency” (1535) rivela un residuo vitalistico, tipico di un’epoca in cui la chimica e la fisica non erano ancora pienamente distinte dalla biologia. - La fermentazione è descritta come processo chiave, ma senza una comprensione biochimica moderna (manca il riferimento agli enzimi). - La permeabilità del midollo è data per certa, ma l’autore ammette difficoltà nel dimostrarla sperimentalmente (“why then doth it not penetrate the Pores?”, 1604), anticipando problemi che saranno risolti solo con la teoria cellulare.

Il trattato si inserisce nel dibattito seicentesco sulla generazione e nutrizione delle piante, insieme alle opere di Malpighi (Anatome Plantarum, 1675) e Grew stesso (The Anatomy of Plants, 1682). La sua originalità sta nell’integrazione tra anatomia microscopica e funzionalità, precorrendo l’idea di adattamento evolutivo (anche se il termine “evoluzione” non esisteva ancora). Le analogie con le ossa cave e i tubi capillari mostrano un tentativo di unificare le leggi della natura, tipico dell’Illuminismo nascente.


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7 La funzione e la forma del frutto: osservazioni anatomiche e fisiologiche

Un trattato che intreccia descrizione microscopica, finalità biologiche e analogie meccaniche per spiegare la perfezione della natura.

Il testo analizza la struttura e le funzioni del frutto attraverso una prospettiva che unisce osservazione empirica, finalismo biologico e metafore tratte dall’artigianato e dall’architettura. L’autore identifica nel frutto un organo polifunzionale, destinato sia all’uomo che al seme, e ne scompone le caratteristiche in termini di morfologia, composizione chimica e ruolo protettivo.

7.1 La forma sferica come perfezione funzionale

La sfericità del frutto emerge come tratto distintivo, legato alla sua gradevolezza sensoriale e alla sua efficienza fisiologica. L’autore osserva che: > “tutti i Frutti, che mangiamo crudi, per quanto piccoli, hanno Forma Globulare, o vi si avvicinano; e più vi si avvicinano, più sono delicati” (2102). La spiegazione risiede nella distribuzione omogenea della linfa (“the Sap being thus in a greater quantity herein, and in all Parts equally diffus’d”), che favorisce una cottura (“Concoction”) ottimale, paragonata a quella di un liquido in un recipiente. La metafora del vaso (2101) sottolinea come la forma sferica massimizzi il rapporto superficie/volume, facilitando la maturazione. Tra gli esempi citati, spiccano varietà selezionate per la loro rotondità: “fra le Mele, la Pippin; fra le Pere, la Borgognona; e fra tutti i Frutti, l’Uva” (2102), con una gerarchia che premia la perfezione geometrica.

La causa di questa forma è attribuita al fiore e alla sua struttura: > “la visibile causa di questa Figura Globulare è il Fiore; o l’Inosculazione di tutti i rami principali alla base del Fiore” (2105). Dopo la caduta del fiore, i rami si saldano (“seaing”) sotto l’azione del vento e del sole, impedendo una crescita lineare e costringendo la linfa a espandersi in modo concentrico. L’alternativa sarebbe una crescita “senza limiti” (2106), che trasformerebbe il frutto in “un altro piccolo Albero o Crescita Fogliacea” – un esito considerato aberrante.

7.2 Il frutto come mediatore tra linfa e seme

Il frutto non è solo un prodotto destinato al consumo umano, ma un organo di servizio al seme, con una funzione duplice: 1. Nutritiva: filtra la linfa, trattenendo la parte “meno elaborata” (2109) e riservando al seme una sostanza più raffinata, paragonata a “un piccolo distillato dello Spirito più alto” (2109). L’analogia con la vinificazione (“la linfa nel Frutto è, in un paragone lasco, come il Vino”) chiarisce il processo di concentrazione dei nutrienti. 2. Protettiva: il frutto difende il seme durante la maturazione e oltre, agendo come una barriera fisica. L’autore nota come la protezione vari a seconda della specie: - Nel melo, la polpa spessa (“Parenchyma”) è integrata da un nocciolo (“Coar”), descritto come un rivestimento aggiuntivo (“come se le pareti della loro stanza non fossero abbastanza spesse, senza anche un rivestimento in legno”) (2114). - Nella pera, dove la polpa è meno abbondante, interviene un endocarpo calcareo (“Calculary”) (2115). - Nel prugno e nel pesco, la polpa tenera e la maturazione tardiva richiedono una protezione estrema: “non solo i detriti di un Calcareo, ma solide Pareti di Pietra” (2116).

7.3 Il frutto come bene di consumo: un’osservazione sociale

L’autore dedica spazio anche alla dimensione umana del frutto, descrivendolo come un prodotto di desiderio universale, la cui presenza è garantita da una catena di approvvigionamento che coinvolge orti, dispense, laboratori di confetteria, farmacie e persino “i Gabinetti delle Dame” (2097). La domanda retorica “perché il Frutto diventa, generalmente più di ogni altra Parte, un cibo così gradevole?” (2098) introduce una spiegazione chimica e morfologica, ma rivela anche un’attenzione alle pratiche culturali dell’epoca, dove il frutto era simbolo di lusso e raffinatezza.

7.4 Elementi di metodo e contesto storico

Il testo appartiene a un trattato scientifico seicentesco, caratterizzato da: - Osservazione microscopica: la descrizione dei “vasi spermatici” (2092) nel frutto di uva spina (“very white and turgent, and by a slaunt cut, may be observ’d concave”) suggerisce l’uso di lenti o rudimentali strumenti ottici. - Finalismo biologico: la natura è interpretata come un sistema di cause finali, dove ogni struttura ha uno scopo (es. la forma sferica per la maturazione, la protezione per il seme). - Linguaggio metaforico: le analogie con l’architettura (“wainscoated”), la vinificazione e l’artigianato riflettono un approccio enciclopedico, tipico della scienza baconiana, che cerca di spiegare i fenomeni naturali attraverso il confronto con processi umani. - Riferimenti iconografici: la menzione delle “Figure appartenenti alla Terza Parte del Quarto Libro” (2093) indica che il trattato era corredato da illustrazioni, oggi perdute, fondamentali per la comprensione delle descrizioni anatomiche.

Il passaggio rivela anche limiti concettuali dell’epoca, come l’assenza di una distinzione chiara tra linfa e sostanze nutritive, o la spiegazione della forma sferica basata su meccanismi puramente fisici (pressione della linfa) piuttosto che su principi genetici o ormonali. Tuttavia, la precisione delle osservazioni – ad esempio sulla tessitura del parenchima o sulla gerarchia delle protezioni – testimonia un approccio già sperimentale, seppur ancora legato a schemi aristotelici.


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8 La struttura e la perfezione del seme: analisi di un trattato seicentesco sulla generazione vegetale

“Come l’originale, così il fine ultimo e la perfezione della vegetazione è il seme.”

Il testo estratto affronta la natura del seme nel suo stato di generazione, completando un’indagine che aveva già esplorato la sua funzione nella vegetazione (2122-2124). L’autore distingue due fasi: una in cui il seme è “atto alla vegetazione” (già trattata) e una in cui si trova in stato di generazione, oggetto di questa disamina. In questa seconda condizione, emergono caratteristiche prima “non distintamente esistenti, o non così evidenti, o non così intelligibili” (2125), suggerendo una progressione concettuale che lega morfologia e funzione.

8.1 Le parti costitutive del seme: coperture e corpo

Il seme è suddiviso in due componenti generali: le coperture (Covers) e il corpo (Body) (2128). Le prime, nello stato di generazione, sono solitamente quattro (2129), con una gerarchia funzionale e morfologica: 1. La Case (2130): la copertura più esterna, di forma estremamente variabile. Può presentarsi come: - Una borsa (Pouch), come nel Nasturtium o nella Cochlearia; - Un baccello (Cod), come nei legumi (Pulse) o nella Galega; - Una struttura aperta o divisa, come nell’Acetosella (Sorrel) o nel Poligono (Knotgrass). L’autore sottolinea che la Case è sempre “più eterogenea” rispetto al seme vero e proprio, distinguendola dalle vere e proprie tuniche (proper Coats) (2131). A questa sono analoghe le capsule delle noci o i parenchimi di altri frutti (2132).

  1. Le Coats (2135): le due coperture interne, descritte con particolare riferimento al fagiolo (Bean), il cui modello viene esteso ad altri semi per evitare confusione terminologica (2136). La tunica esterna mostra una straordinaria varietà:
    • Colore: dal bianco al nero intenso del gagate (2137).
    • Forma: reniforme (Alcea, Behen, Papavero), triangolare (Polygonatum, Sorrel), sferico-triangolare (Mentha, Melissa), circolare (Leucoium, Amaranthus), globulare (Napus, Asperula), ovale (Speculum Veneris, Tithymalus), semisferica (Coriandolo – dove due semi coniugati appaiono come uno solo), semiovale (Anice, Finocchio), a lancia (Lattuga), cilindrica (Jacobæa), piramidale (Geranium Althææ folium) (2138). La perfezione geometrica di queste forme risiede spesso nella Case (2139), portando l’autore a una generalizzazione: “come tutte le linee e proporzioni sono nella foglia e nel fiore, così tutti i solidi regolari sono nel seme; o meglio, nelle sue coperture” (2140). Questa affermazione rivela una visione matematica e ordinata della natura, tipica del pensiero scientifico seicentesco, che cerca corrispondenze tra parti vegetali e forme geometriche ideali.

8.2 Superfici e texture: un catalogo di dettagli microscopici

La descrizione si sofferma poi sulle superfici delle coperture, elencando una tassonomia di texture che testimonia un’osservazione minuziosa, quasi microscopica: - Lucente: come nello Speculum Veneris (2143). - Ruvida: nella Catanance. - Punteggiata: nel Behen e nella Balttaria. - Alveolata (Favous): nel Papavero, nell’Antirrhinum, nel Lepidum annuum, nell’Alcea Vesicaria, nell’Hyoscyamus (ma solo prima che i semi invecchino). - Bucherellata (Pounced): nel Phalangium Cretæ e nel Lithospermum. - Ramificata: nel Pentaphyllum fragiferum Erectum majus, che ricorda le “fibre delle orecchie del cuore”. - Quinquenervale: nell’Anice e in altri semi, dove il corpo legnoso si articola in cinque fibre principali (2143). Questi dettagli sono rimandati a tavole illustrative (Tables) annesse alla Quarta Parte del Quarto Libro (2144), evidenziando un approccio visivo e comparativo alla classificazione, antesignano delle future iconografie botaniche.

8.3 Significato storico e metodologico

Il testo riflette le tendenze della scienza seicentesca, in particolare: 1. Empirismo descrittivo: l’autore si basa su osservazioni dirette e su una nomenclatura precisa, elencando specie con nomi latini e volgari (es. Speculum Veneris, Geranium Althææ folium). La varietà delle forme è documentata con un rigore che anticipa la sistematica linneana, pur senza un ordine tassonomico moderno. 2. Geometrizzazione della natura: la ricerca di solidi regolari nelle coperture dei semi (2140) tradisce l’influenza del pensiero neoplatonico e cartesiano, che vedeva nella matematica la chiave per decifrare l’ordine naturale. 3. Approccio funzionalista: il seme non è solo descritto, ma interpretato come culmine della vegetazione (2122), un’idea che prelude alla comprensione moderna del ciclo vitale delle piante. 4. Limiti e ambiguità: alcune affermazioni, come la distinzione tra Case e Coats (2131), appaiono oggi arbitrarie o legate a criteri non univoci. Inoltre, la mancanza di un sistema di classificazione gerarchico (tipico di Linneo) rende il testo più un catalogo di curiosità che una trattazione sistematica.

Il valore del brano risiede nella sua testimonianza storica: è un esempio di come la scienza pre-moderna cercasse di ordinare il caos della natura attraverso l’osservazione, la descrizione e la metafora geometrica, in un’epoca in cui la botanica stava passando dall’erbario medievale alla scienza sperimentale.


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9 La classificazione morfologica delle radici nelle piante: forme, funzioni e dinamiche di crescita

Un trattato sistematico che definisce le radici non solo per dimensione, ma per struttura, composizione e movimento, rivelando una tassonomia botanica pre-linneana.

Il testo analizza le radici delle piante secondo criteri morfologici e funzionali, distinguendo tra categorie dimensionali e strutturali. La prima distinzione fondamentale separa le radici in base alla loro estensione (“Long, as Fenil; Short, as a Turnep, 2366) e alla loro origine: le prime sono associate a “several Roots”, le seconde alle “Dimensions of one” (2366). Questa dicotomia introduce un principio di pluralità vs. unità che si riflette nelle successive classificazioni.

Le radici brevi (Short) si suddividono in due tipologie principali: quelle “Stubbed” (tozze), come l’Iris tuberosa, e quelle “Round” (rotonde), come il Dracontium (2367). Queste ultime, a loro volta, si articolano in: - tuberose o “Simply Knobbed” (nodose), come il Rape-Crowfoot; - bulbose, che possono essere “Scaled” (squamose, come alcuni gigli) o “Shell’d” (a guscio, come la cipolla) (2368).

Un passaggio cruciale riguarda la natura ibrida delle radici bulbose, definite “Hermaphrodites, or Root and Trunk both together” (2369). Qui il testo chiarisce che solo i “Strings” (filamenti) sono radici vere e proprie, mentre il bulbo contiene già “those Parts, which springing up, make the Leaves or Body, fungendo da “Great Bud under ground” (2369). Questa osservazione anticipa concetti moderni di organo di riserva e gemma sotterranea, sottolineando una continuità funzionale tra radice e fusto.

La classificazione prosegue con le radici lisce o irregolari (Even or Uneven). Le prime possono essere: - Cylindrical (cilindriche), come l’Eryngo; - Pyramidal (piramidali), come la Borage (2372). Tra queste, alcune si restringono verso il basso (la maggior parte), altre verso l’alto, come lo Skirret (2373). Le radici Uneven (irregolari) presentano invece: - “Pitted” (cavità), come le patate, dove gli “Eyes” (gemme) sono interni; - “Knotted” (nodose), come il Jerusalem-Artichoke, con gemme esterne (2374).

Il testo evidenzia poi combinazioni di caratteristiche: radici “Entire and Smooth” (intere e lisce), come la Peony, o “Entire, but Stringy” (intere ma filamentose), come la Clary (2375). Alcune mostrano variazioni interne, come la Filipendula o il Lilium non bulbosum, “Plain in some parts, and Knobbed in others” (2376).

Un ulteriore livello di complessità emerge nelle piante con radici multiple, che possono essere: - dello stesso tipo, ma distinte (come nei Dogstones, dove sono fissate alla base del fusto); - sovrapposte, con solo la superiore attaccata al fusto (es. Dragon, Crocus) (2379). Eccezionale è il caso della Bistort, che possiede “two Roots, at the same time; but those also of two distinct Kinds” (2380): una radice “slender strait Cylindrick and horizontall”, l’altra “large and crooked”, derivante dal fusto discendente. Questa descrizione suggerisce una dualità funzionale (ancoraggio vs. riserva) e una dinamica di sviluppo che verrà chiarita nella sezione successiva.

L’autore conclude che tali differenze devono essere “accurately to be Noted” (2381), pur limitandosi a quelle “above mentioned” per lo scopo del trattato (2382). La sezione successiva introduce le dinamiche di movimento delle radici, descrivendo casi di crescita “Level” (orizzontale), come nei Hops, nell’Ammi o nel Cinquefoyle, e in tutte le piante che “properly Creep (2386). Questo passaggio collega la morfologia statica a una fisiologia attiva, anticipando studi successivi sulla geotropismo e sulle strategie di adattamento radicale.

Il testo si inserisce in una tradizione botanica pre-linneana, dove la classificazione si basa su osservazioni empiriche e descrizioni qualitative, piuttosto che su sistemi binominali. La precisione terminologica (es. “Strings”, “Knobbed”, “Pitted”) e l’attenzione alle eccezioni (come la Bistort) rivelano un approccio sistematico, seppur privo di schemi rigidi. La menzione di piante comuni (cipolla, patata, giglio) suggerisce un intento pratico e didattico, volto a fornire strumenti per l’identificazione e la coltivazione. La metafora dell’ermafroditismo (2369) testimonia inoltre l’influenza di un linguaggio ancora legato a modelli aristotelici, dove la natura è descritta attraverso analogie organiche.


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10 L’anatomia delle radici: struttura e rinnovamento delle “pelli” vegetali

Un’osservazione microscopica rivela la complessità nascosta delle radici, dove strati sovrapposti di tessuti si rinnovano ciclicamente come un organismo vivente in continua trasformazione.

Il testo descrive con precisione anatomica le caratteristiche delle pelli (o skins) che rivestono le radici delle piante, distinguendole in due tipologie fondamentali. La prima, definita “Coëtaneous” (2460), è quella originaria, derivata direttamente dagli involucri del seme e coeva alle altre parti della pianta. La seconda, chiamata “Postnate” (2461), si forma successivamente come strato di sostituzione, generato dalla corteccia (Bark) man mano che la radice invecchia. Questa dinamica di rinnovamento è esemplificata nel dente di leone (Dandelyon), dove “l’antica pelle, osservata all’inizio di maggio, sembra essere stata uno di quegli anelli che l’anno precedente componevano il corpo corticale della radice: ma con la generazione di un nuovo anello, adiacente al legno, viene ora spinta via e raggrinzita in una pelle” (2462). Il processo è analogo in radici come bugloss e rafano (Horse-Radish), dove “il corpo corticale sembra restringersi in una nuova pelle ogni anno o più spesso, mentre le vecchie cadono” (2464).

La struttura composita di queste pelli emerge come elemento peculiare: esse sono “solitamente, se non sempre, composte di due tipi di corpi” (2471). Il primo è un tessuto parenchimatoso, costituito da “piccole cellule o vescicole” (2472), visibili al microscopio in sezioni trasversali di radici come l’asparago. Queste vescicole variano in dimensione – “più grandi in bugloss, più piccole in asparago” (2474) – e in alcuni casi “coincidono e scompaiono” (2474). Il secondo componente, meno dettagliato, condivide la stessa “natura sostanziale” del parenchima della corteccia, con cui è “non solo adiacente, come un guanto alla mano, ma continuo, come le parti di un pezzo di carne” (2476). Questa continuità suggerisce una stretta relazione funzionale tra pelle e corteccia, quasi fossero fasi diverse di uno stesso tessuto.

Le osservazioni morfologiche rivelano una notevole variabilità tra specie: le pelli possono essere “molto sottili” (come nel prezzemolo, Parsnep), “abbastanza spesse” (in bugloss) o “molto spesse” (nell’iris) (2456). La loro trasparenza varia anch’essa: “opache” nella cicoria (Thistle), “trasparenti” nella robbia (Madder) (2457). Un dettaglio curioso è la presenza di “molti piccoli fori” nelle pelli fresche di tulipano (Tulip-Root), che suggerisce una struttura porosa (2455).

Il testo affronta anche le dinamiche di crescita e usura delle pelli, paragonandole a processi fisiologici più ampi. Il rinnovamento avviene secondo un principio di compensazione: “l’usura della vecchia pelle segue la derivazione della nuova” (2467), così come nelle radici discendenti “il consumo delle parti inferiori accompagna la generazione di quelle superiori”. Tuttavia, quando la corteccia “si gonfia e cresce più velocemente di quanto la pelle possa cadere o cedere”, le radici di molte erbe diventano “legnose” (Barquebound), un fenomeno analogo a quello osservato nei tronchi degli alberi (2468). Questa tensione tra espansione e desquamazione rivela un equilibrio delicato, dove la velocità di crescita della corteccia può superare la capacità della pelle di adattarsi, portando a una sorta di “soffocamento” del tessuto sottostante.

Dal punto di vista storico, il testo si inserisce nella tradizione delle osservazioni microscopiche del XVII secolo, un periodo in cui lo studio delle strutture vegetali subì una rivoluzione grazie all’uso di lenti e strumenti ottici. La descrizione delle vescicole parenchimatose e dei pori nelle pelli delle radici anticipa concetti che saranno poi formalizzati nella biologia cellulare, come la nozione di tessuti composti da unità elementari (le “cellule”). La terminologia stessa – parenchyma, bladders, cortical body – riflette un approccio ancora ibrido tra descrizione macroscopica e intuizione microscopica, tipico di un’epoca in cui la scienza botanica stava passando dall’osservazione empirica alla sistematizzazione. La menzione di tavole illustrative (Tab. 10, 14, 15) suggerisce che queste osservazioni fossero accompagnate da disegni dettagliati, pratica comune nei trattati scientifici dell’epoca per documentare fenomeni altrimenti difficili da descrivere a parole.


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11 Anatomia microscopica delle radici: struttura e disposizione dei vasi linfatici e legnosi

Un trattato seicentesco rivela la complessità nascosta delle radici vegetali, descrivendo con precisione geometrica la distribuzione di vasi linfatici, latticiferi e aeriferi.

Il testo analizza la microstruttura delle radici, distinguendo due componenti principali: la barca (parte esterna) e il legno (parte interna). Nella barca, l’autore osserva una doppia organizzazione spaziale: “In Fenil, there is a double or treble order both of Rays and Rings, the Lymphæducts standing in Rays and the Lacteals in Rings” (2701). Questa disposizione non è universale: in alcune piante, come la malva di palude (Marsh-mallow), “the Vessels are so posited as to make both those kinds of Lines at once” (2702), suggerendo una sovrapposizione di schemi radiali e anulari. Particolarmente dettagliata è la descrizione del celidonia (Celandine), dove “they seem all, to the bare eye, to stand in numerous Rings lying even one within another” (2705), ma al microscopio emergono “very many small Rays; which streaming from the Inner Verge of the Barque, cross three or four of the smaller Rings” (2707). Questa commistione di strutture — Lymphatick Rays and Milky Rings” (2708) — è interpretata come un fenomeno di sovrapposizione funzionale, dove la linfa (Lympha) risulta indistinguibile dal latice (Milk) quando i vasi latticiferi sono pieni (2709-2710).

Il legno è descritto come un complesso di due sostanze: il parenchima e il lignoso. Il parenchima, derivato dalla barca, si distribuisce in porzioni diametrali (Insertment) che variano per numero e dimensione a seconda della specie. Ad esempio, nella consolida maggiore (Cumfry) queste porzioni sono “larger” (2726), mentre nella borragine (Borage) sono “more, and smaller” (2726). La loro continuità può estendersi fino al centro della radice (come nel colombino, Columbine) o interrompersi prima (come nel pastinaca, Parsnep) (2727). La tessitura del parenchima è costituita da “many small Bladders (2733), di forma variabile — “Round; but sometimes Oblong and Oval” (2735) — e dimensione generalmente inferiore a quella della barca (2734).

La parte lignosa è composta da vasi succiferi (conduttori di linfa) e aeriferi. I primi, simili a quelli della barca, emettono liquido al taglio trasversale e sono organizzati in filamenti paralleli (2740-2741). I vasi aeriferi, invece, contengono “an Aery Vapour (2744) e si distinguono per la superficie più bianca e prominente (2746). La loro disposizione è estremamente variabile: possono formare anelli (come nell’ammi o nel giglio non bulboso), raggi (come nella scorzonera), o combinazioni di entrambi (2781-2783). In alcune specie, come la barbabietola (Beet), ogni anello è “double, and made both of Sap- and Aer-Vessels (2770), mentre nell’ortica (Nettle) i vasi succiferi “running cross the Aerial, in several […] Rings (2774) creano un intreccio peculiare. La descrizione culmina con esempi di strutture centrali compatte, come nel tarassaco (Dandelion), dove i vasi aeriferi “make a little Rope, in the Center” (2791), o nel geranio, dove formano un “little Thred” (2792).

Il testo testimonia un approccio osservativo e comparativo, tipico della scienza seicentesca, che combina l’uso del microscopio con una classificazione sistematica delle forme. Le tavole citate (es. Tab. 6, 8, 13) suggeriscono un’opera illustrata, volta a documentare la diversità anatomica delle radici. L’enfasi sulla variabilità intra-specifica (es. “sometimes different in the same Root per la vite, 2729) e sulla gerarchia funzionale dei vasi (linfatici vs. latticiferi, succiferi vs. aeriferi) riflette un tentativo di decifrare le leggi della crescita vegetale, ancora privo di una cornice teorica unificante come quella cellulare. La terminologia — Lymphæducts, Lacteals, Aer-Vessels — rivela un lessico in evoluzione, dove concetti fisiologici (circolazione dei fluidi) si intrecciano con descrizioni morfologiche.


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12 Anatomia microscopica dei tessuti vegetali: struttura e funzione dei vasi linfatici, aeriferi e latticiferi

Un trattato seicentesco svela la complessità nascosta dei fusti vegetali, descrivendo con precisione anatomica la disposizione dei vasi conduttori e le loro variazioni tra specie.

Il testo analizza la struttura interna di fusti e rami vegetali, distinguendo tre componenti fondamentali: la corteccia (Barque), il legno (Wood) e il midollo (Pith). L’autore esamina nove specie erbacee e due arboree, rivelando una organizzazione gerarchica dei tessuti basata su anelli concentrici e raggruppamenti di vasi specializzati. La descrizione si concentra su tre tipi di vasi: i linfatici (Lymphæducts o Sap-Vessels), gli aeriferi (Aer-Vessels) e i latticiferi (Milk-Vessels o Lactiferous), ciascuno con funzioni e distribuzioni peculiari.

12.1 Struttura generale e disposizione dei vasi

La corteccia (Barque) ospita i primi strati di vasi linfatici, disposti in anelli o raggruppamenti (“Upon the inner Verge of this Parenchyma, standeth another Ring of Sap-Vessels” – 3706). Questi vasi trasportano linfa di diversa consistenza: una “Lympha” fluida (3706) e, in alcune specie, una sostanza mucillaginosa (“These Vessels yield a Mucilage” – 3752). La corteccia termina con un confine netto (“Hitherto goes the Barque” – 3707, 3736), oltre il quale si trovano i vasi aeriferi, spesso organizzati in “Parcels” (gruppi) di forma variabile: “some in the figure of little Specks; others, in little Arched Lines” (3711). Questi ultimi possono contenere da 8 a 30 vasi ciascuno (“about 20 or 30 Aer-Vessels” – 3712), visibili solo con un buon microscopio.

Il midollo (Pith), quando non è cavo (“the Pith… is always hollow” – 3715), è composto da vescicole poligonali (“some appear Pentangular, others Sexangular” – 3717), più grandi di quelle della corteccia e talvolta visibili a occhio nudo (“plainly visible to a naked Eye” – 3718). In alcune specie, come il Colewort (3721-3743), la corteccia presenta un “scalloped Parenchymous Ring” (3726), un anello parenchimatico dentellato da cui si dipartono “white Diametral Portions” (3728) che si irradiano verso il midollo. Qui, i vasi linfatici e aeriferi si alternano in strutture piramidali (“so many little Pyramids” – 3743), suggerendo una specializzazione funzionale nella distribuzione dei fluidi.

12.2 Variazioni tra specie e funzioni dei vasi

L’autore evidenzia come la complessità anatomica aumenti in alcune piante: - Holyoak (3746-3761) presenta tre tipi di vasi linfatici: due con linfa fluida e uno con “Thick Lympha” (3747), disposti in raggi brevi (“postur’d in short Rays” – 3751). - Wild Cucumer (3764-3776) mostra vasi linfatici mucillaginosi (“Mucilaginous Lympha” – 3764) e una corteccia con raggi che terminano sulla pelle (“the Rays… poynting towards, and most of them terminating on, the Skin” – 3765). - Scorzonera (3778-3791) e Burdock (3793-3802) combinano vasi linfatici e latticiferi (“Lymphæducts, and Lactiferous” – 3779), questi ultimi responsabili del latice. In Scorzonera, i vasi sono disposti in “radiated posture” (3780), con i latticiferi esterni e i linfatici interni (“next the outer Edg of the Barque, stand the Lactiferous” – 3781). - Endive (3804-3816) presenta un “Undulated Ring of Milk-Vessels” (3807) e vasi linfatici in “Arched Half-Ovals” (3808), con una struttura a strati sovrapposti che ricorda un’architettura modulare.

Nelle piante arboree, come la Vite (3819-3833) e il Sumach (3835-3849), la corteccia si assottiglia, e i vasi linfatici si dispongono in “Half-Oval Parcels” (3821) opposti ai raggi del legno. Il legno (Wood) è attraversato da vasi aeriferi visibili anche a occhio nudo (“plainly visible to the bare Eye” – 3828), mentre il midollo ospita ulteriori vasi linfatici (“a few more Sap-Vessels” – 3831).

12.3 Osservazione microscopica e metodologia

L’autore sottolinea che, sebbene molte strutture siano osservabili senza microscopio (“without a Microscope” – 3851), tre condizioni sono essenziali: “a good Eye, a clear Light, and a Rasor” (3852). La sezione trasversale rivela l’organizzazione radiale dei vasi, mentre quella longitudinale mostra la reticolazione (“Reticulation of the Vessels” – 3856) e la derivazione delle gemme (“Derivation of the Parts of the Bud” – 3862). La pelle (Skin) è descritta come un tessuto composto da vescicole (“very small Vesicles or Bladders” – 3875) che si raggrinziscono con la crescita, e da fibre lignificate (“Lignous Fibres” – 3879) la cui funzione è dibattuta: potrebbero essere vasi aeriferi o linfatici, dato che l’assenza di “bleeding” (3886) non è un criterio definitivo (“the non-emission of Sap is not an infallible argument” – 3887).

12.4 Significato storico e scientifico

Il testo rappresenta una testimonianza pionieristica dell’anatomia vegetale pre-moderna, collocabile nel XVII secolo. Le descrizioni dettagliate, corredate da riferimenti a tavole illustrative (“Tab. 18” – 3727, 3754, ecc.), riflettono l’approccio empirico della rivoluzione scientifica, in cui l’osservazione diretta e la dissezione microscopica diventano strumenti per decifrare la struttura nascosta delle piante. L’autore non si limita a catalogare le forme, ma cerca di inferire funzioni (es. la distinzione tra vasi linfatici e aeriferi) e gerarchie strutturali (es. la disposizione piramidale dei vasi in Colewort). L’attenzione ai dettagli quantitativi (“about 20 or 30 Aer-Vessels” – 3712) e la comparazione tra specie suggeriscono un tentativo di sistematizzazione, precursore delle classificazioni botaniche successive.

Il trattato, inoltre, documenta l’uso di terminologia specialistica ancora in via di definizione (es. Lymphæducts, Aer-Vessels), che sarebbe stata affinata nei secoli successivi. L’ambiguità sulla natura delle fibre nella pelle (“Whether they are Aer-Vessels, or Sap-Vessels, is dubious” – 3885) rivela i limiti delle conoscenze dell’epoca, ma anche la volontà di superare spiegazioni dogmatiche attraverso l’evidenza sperimentale.


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13 La struttura vascolare delle piante: un’analisi anatomica comparata

“I vasi linfatici delle piante rivelano una diversità strutturale tanto sorprendente quanto funzionale, dove numero, posizione e contenuto definiscono l’identità stessa delle specie.”

Il testo esamina con precisione microscopica la variabilità dei vasi linfatici (Lymphæducts) e di altri sistemi vascolari nelle piante, descrivendo differenze sistematiche tra specie attraverso osservazioni quantitative e qualitative. L’autore distingue due categorie principali di vasi nella corteccia (barque): i Lymphæducts (vasi linfatici) e i Roriferous (vasi acquiferi), cui si aggiungono in alcune specie Lactifers (vasi latticiferi), Gum-Vessels (vasi gommosi) e Resiniferous (vasi resiniferi). La trattazione procede per classificazione tassonomica implicita, raggruppando le piante in base alla disposizione e alla natura dei loro vasi.


13.1 Diversità numerica e posizionale dei vasi

La prima distinzione emerge dalla densità dei vasi linfatici, che varia notevolmente tra specie: - “In Hazel e Ash they are but few” (3943), mentre “in Holly e Barberry more” (3944). - “In Apple, Pear, Plum, Elm, still more numerous” (3945), con una sottolineatura ulteriore: “in an Apple, or Plum, more than in a Pear (3946).

La posizione dei vasi segue schemi altrettanto eterogenei: 1. Disposizione radiale: - “In Holly, the Lymphæducts […] stand in Rays (3953), tanto fitti da formare “one Entire Ring (3954). - “In Apple, Pear, and Plum, the Lymphæducts are Radiated (3961), mentre i Roriferous si organizzano in “Peripherial Parcels” (3963). 2. Disposizione in “parcelle”: - “In Hazel, they stand more in Oblong Parcels (3956); “in Barberry, […] Half-Ovals (3957). - “In Ash, the Vessels make Two Rings (3965), con una inversione posizionale** unica: “the Lymphæducts are distant from the Wood, and the Roriferous contiguous to the Skin (3967), contrariamente a tutte le altre specie descritte.

L’autore insiste sulla regolarità di queste differenze: “their Positions are altogether Heterogeneous: Yet in both Constant, Regular and Uniform” (3970). La contraddizione apparente tra eterogeneità e costanza è risolta con un principio metodologico: “there seems to be no Reason, why the self same Kind or Species of Vessels, should have a different […] Position in one and the same Plant (3971). La diversità posizionale diventa così prova dell’esistenza di tipi vascolari distinti.


13.2 Tipologie vascolari specializzate: latticiferi, gommosi e resiniferi

Nelle piante del nono, decimo e undicesimo “quarter” (gruppo che include Pine, Walnut e Fig), emergono tre nuove categorie di vasi, caratterizzate da contenuti specifici: 1. Lactifers** (vasi latticiferi): - “In Fig, […] the outmost [vessels] […] are the Lactifers (3992), disposti in “Arched Parcels” (3992) e contenenti un liquido lattiginoso. - La loro distinzione dai Lymphæducts è dimostrata sia dalla posizione (“altogether different” (3996)) sia dal contenuto: “the most apparent Diversity of the Liquors or Saps, which they contain” (3997). L’analogia con gli animali è esplicita: “Which is one way, whereby we do distinguish the Vessels of Animals themselves” (3998), come nel fegato, dove i vasi biliari e sanguigni si distinguono solo per il liquido trasportato. 2. Gum-Vessels (vasi gommosi/resiniferi): - “In Pine, […] the utmost are not Milk-Vessels, but Gum-Vessels, or Resiniferous (4004), da cui “all the clear Turpentine, that drops from the Tree, doth issue” (4005). - Questi vasi sono eccezionalmente grandi: “above ⅓ᵈ of an Inch in Diametre” (4010), visibili a occhio nudo, a differenza dei Lymphæducts (“can hardly be discovered by the best Microscope (4011)). La differenza dimensionale è stupefacente: “one Gum-Vessel […] may be reckoned three or four hundred times wider than a Lymphæduct (4015). 3. Resiniferous (vasi resiniferi): - “In Oak, […] a sort of Resiniferous (4025), identificati per la loro posizione intermedia tra i due anelli di Roriferous e Lymphæducts e per il contenuto resinoso (“the Barque of Oak it self is also somewhat Resinous (4033)).

In Sumach e Wormwood, si osservano ulteriori specializzazioni: - In Sumach, i Milk-Vessels sono “extraordinary large” (4047), tanto da ammettere “a Virginal Wyer (un filo metallico) e da essere “two or three hundred times as big as a Lymphæduct (4047). - In Wormwood, i vasi esterni contengono un “liquid, most Oleous and viscid Gum (4065), descritto come “an Aromatick Balsom (4066) che “perfectly giveth whatever is in the Smell and Taste of Wormwood (4067). Questi vasi sono analoghi ai Turpentine Vessels del pino e si trovano anche in altre piante aromatiche come Angelica e Helenium (4069).


13.3 Struttura microscopica dei vasi: una gerarchia di tubuli

L’autore approfondisce la composizione interna dei Lymphæducts, proponendo un modello gerarchico: 1. Tubuli primari: - “the Lignous and Towy Parts of all Plants, are Tubulary (4078), con la linfa che scorre attraverso “an innumerable company of small Tubes or Pipes (4079). 2. Fibre secondarie: - “these Tubes or Lymphæducts, are not only themselves Organical; but their very Sides also, seem to be composed of other Parts, which are Organical, sc. of Lignous or Towy Fibres (4083). Le fibre sono disposte “in a round Figure (4085) a formare un tubo, e “it is probable, That these Fibres themselves, are also Tubulary (4086). 3. Dimensione infinitesimale: - Alcuni Lymphæducts sono “fifty times smaller than a Horse-Hair (4091), e le fibre che li compongono “must be a Thousand times smaller than a Horse-Hair (4092). L’autore ipotizza persino che “these Fibres […] are themselves made up of other Fibres (4093), suggerendo una struttura ricorsiva.

La disposizione delle fibre varia: - Nei Lymphæducts, le fibre sono “continued only in straight Lines (4109). - Nei Aer-Vessels (vasi aeriferi), invece, sono “postured or continued Spirally (4108), come già osservato nelle radici.

Per i vasi di maggior diametro (Lactiferous e Gum-Vessels), la struttura è diversa: “they seem to be made, chiefly, by the Constipation of the Bladders of the Barque (4113). Questi vasi sono “so many Chanels, not made or bounded by any walls […] but only by the Bladders of the Parenchyma (4114), che si dispongono a formare spazi cilindrici.


13.4 Significato storico e metodologico

Il testo riflette una fase pionieristica dell’anatomia vegetale, in cui l’osservazione microscopica si combina con un approccio comparativo e funzionalista: 1. Analogia con gli animali: - L’autore cerca parallelismi tra piante e animali, come nella struttura dei vasi sanguigni: “the Sanguineous Vessels in an Animal are composed of a number of Fibres, set round, in a Tubulary Figure, together: so are these Lymphæducts of a Plant (4105). 2. Metodo induttivo: - Le conclusioni si basano su osservazioni ripetute e costanza delle caratteristiche tra individui della stessa specie. Ad esempio, la diversità posizionale dei vasi è “not Accidental, but Regular and Constant (3971). 3. Uso di strumenti ottici: - L’autore menziona l’uso di “the best Glasses (4112) e di “a good Glass (4010), sottolineando i limiti tecnologici dell’epoca (“so far as the best Glasses yet known, will admit” (4099)). 4. Tavole illustrative: - Le numerose citazioni di tavole (“♦ Tab. 22, 23, 24 ♦” (3955-3956), “♦ Tab. 30, 31, 32 ♦” (3975-3976)) suggeriscono che il trattato fosse corredato da disegni dettagliati, fondamentali per la comprensione delle strutture descritte.


13.5 Implicazioni botaniche e sistematiche

Il testo anticipa concetti chiave della fisiologia vegetale: 1. Specializzazione funzionale: - La presenza di vasi dedicati a specifici liquidi (latte, resina, balsamo aromatico) dimostra una differenziazione funzionale analoga a quella degli organi animali. 2. Variabilità interspecifica: - Le differenze nella disposizione e nel numero dei vasi non sono casuali, ma “constant to the Species (4150), suggerendo un carattere tassonomico. 3. Crescita e sviluppo: - L’autore nota che i vasi linfatici si formano nella corteccia e poi si integrano nel legno (“the Lignous Part of a Plant, is annually made or augmented out of the inner part of the Barque (4100)), anticipando la comprensione della crescita secondaria delle piante.

La conclusione lascia aperta la possibilità di ulteriori scoperte: “Whether in some Plants, there are not more Sorts of Vessels, in the Barque, than have been now mentioned, I cannot say” (4072), riflettendo un atteggiamento scientificamente umile e aperto a future indagini.


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14 La funzione protettiva della peluria vegetale e la geometria delle foglie nel trattato scientifico

Un’analisi minuziosa delle strategie di adattamento delle piante e della loro struttura fogliare, fondata su osservazioni empiriche e principi geometrici.

Il testo esamina due fenomeni botanici distinti ma complementari: l’utilità della peluria (o hair) nelle gemme e nelle foglie e la geometria regolare delle foglie, con particolare attenzione alla loro forma e alla disposizione delle fibre. L’autore adotta un approccio sistematico, descrivendo le osservazioni con precisione quasi matematica e collegandole a principi di funzionalità biologica.

14.1 La peluria come meccanismo di protezione

La peluria vegetale non è un carattere casuale, ma risponde a esigenze di sopravvivenza legate a età, sostanza, struttura e piegatura delle parti della pianta. L’autore elenca quattro criteri che ne determinano la presenza e l’abbondanza: 1. Età: “molte giovani gemme sono coperte da una spessa peluria calda, che poi si secca e scompare, come inutile” (5164). Esempi citati includono la vite e il fegatello dorato (Golden Liverwort), dove la peluria funge da isolante temporaneo per organi in via di sviluppo. 2. Sostanza: “le gemme più tenere, che patirebbero prima il freddo se nude, hanno la peluria più fitta” (5165). Piante come il cardo, la verbasco (Mullen) e la bardana (Burdock) mostrano una correlazione diretta tra delicatezza dei tessuti e densità della peluria. 3. Struttura: “le foglie le cui fibre sporgono maggiormente dalla superficie, per evitare che il freddo le danneggi, sono coperte da una maggiore quantità di peluria” (5166). Il verbasco farfalla (Moth-Mullen) e la salvia sclarea (Garden-Clary) illustrano come la conformazione anatomica influenzi la distribuzione della peluria. 4. Piegatura: “le foglie ripiegate verso l’interno hanno poca o nessuna peluria sulla parte interna, ma solo sul dorso esposto all’aria” (5167). Esempi come il corin (probabilmente Cornus), il warden (un tipo di pero) e il fegatello dorato rivelano una strategia di protezione selettiva, dove la peluria si concentra solo sulle superfici vulnerabili.

La peluria non è l’unico meccanismo di difesa: l’autore nota che “dove c’è abbondanza di peluria, la natura è meno sollecita nel fornire altre coperture; dove manca, è più attenta” (5170). Piante come fagioli, piselli, ortica e piantaggine, prive di peluria, sono protette da un “surfoyl” (probabilmente una cuticola cerosa) o da “filamenti pelosi” (5172). Al contrario, piante con “succo più caldo” (5173), come spearwort, coclearia (Scurvygrass), crescione e finocchio, non necessitano di protezioni aggiuntive grazie alla loro resistenza intrinseca al freddo.

Un’ulteriore funzione della peluria è proteggere le gemme dall’eccesso di umidità invernale, che potrebbe causarne la marcescenza. L’autore osserva che “la peluria fa sì che l’acqua si raccolga in gocce alle estremità dei peli, senza danneggiare la pianta, ma anzi rinfrescandola” (5177). Questa soluzione, definita come un esempio di come “la natura faccia servire le cose più umili ai fini migliori” (5178), rivela una visione teleologica della biologia, tipica del pensiero scientifico pre-darwiniano.


14.2 La geometria delle foglie: regolarità e proporzioni

Il secondo tema centrale è la forma delle foglie, analizzata attraverso un approccio geometrico che anticipa metodi moderni di morfometria. L’autore distingue tra: 1. Foglie irregolari: presenti in piante come il dragone (Dragon), la peonia e il sedano d’acqua (Bishops-Weed), dove “la natura sembra prediligere una sorta di irregolarità” (5185). 2. Foglie regolari: la maggior parte delle piante, la cui forma è definibile attraverso “proporzioni in lunghezza e perimetro” (5188). Qui l’analisi diventa quantitativa, con esempi dettagliati di come le foglie siano misurate da archi di cerchi con centri e diametri variabili.

14.2.1 Proporzioni in lunghezza

Le foglie seguono schemi di accorciamento proporzionale: - Nella clematide maggiore (Clematis sylvestris major), le foglie disposte a terne si accorciano secondo proporzioni aritmetiche (“dieci, otto e sei”) (5191-5192), non geometriche (“dieci, otto e quattro”). - Nel ribes (Gooseberry-Leaf), le misurazioni tra lobi e angoli seguono un pattern simile (5195-5196). - Nel acero minore (Lesser Maple), le proporzioni sono invece geometriche: “undici, nove e cinque” (5201), con un rapporto di dimezzamento tra i lobi. - Nell’altea fruticosa pentafilloide (Althæa fruticosa Pentaphylloidea), le proporzioni sono inverse: “dieci, quattordici e venti” (5202), con i lobi centrali più lunghi.

14.2.2 Misurazione del perimetro tramite cerchi

L’autore dimostra che il contorno delle foglie è definito da archi di cerchi con diametri calcolati in funzione della lunghezza della foglia stessa. Gli esempi sono numerosi e classificati in base al numero di cerchi e alla loro disposizione: - Un solo cerchio: la foglia di Lagopus major (5215-5216) ha un diametro pari a tre volte la lunghezza della foglia. - Due cerchi: la Sideritis salviae fol. (5219-5220) usa un cerchio con diametro doppio della lunghezza e uno con diametro pari a una volta e mezza. - Tre o più cerchi: la veccia veneziana (Venetian Vetch) (5232-5236) e il laserpizio maggiore (Great Laserwort) (5239-5241) combinano cerchi con diametri diversi, alcuni ripetuti o invertiti (disegnati verso l’interno o l’esterno della foglia).

Un caso notevole è la foglia del corniolo (Cornelian Cherry), la cui forma è “esattamente quella del precedente [laserpizio], invertita” (5250-5251), suggerendo una simmetria funzionale o evolutiva. L’autore estende questa osservazione a una conclusione generale: “tutte le linee curve, spirali, elicoidali, ellittiche, iperboliche, regolari o irregolari, sono composte da archi di cerchi” (5283), anticipando concetti di geometria differenziale.

14.2.3 Disposizione delle fibre

Oltre alla forma, viene analizzata la posizione delle fibre (nervature) delle foglie: - In alcune piante, come l’acero maggiore e la celidonia maggiore, le fibre collaterali formano angoli retti con la nervatura centrale (5291). - Nella maggior parte dei casi, però, gli angoli sono acuti: nella fragola le fibre sono collaterali, mentre nella malva partono tutte dal picciolo (5292). - L’ampiezza degli angoli varia: alcune piante (come la malva) dividono il cerchio in otto o dieci parti, ma la maggior parte in dodici (come la quercia sacra, Holy-Oak) o sei (come il lillà, Sirynga) (5295-5297). Questa regolarità permette di suddividere idealmente un cerchio in parti uguali, come mostrato nelle tavole illustrative (5296, 5299).


14.3 La struttura interna delle foglie

L’ultima sezione descrive la texture delle foglie, suddivisa in: 1. La pelle (epidermide): osservata al microscopio, appare come un tessuto “simile a una pelle di colla di pesce” (5304), ma in realtà composta da fibre parenchimatose e legnose intrecciate “come un finissimo sarcenet bianco” (un tipo di seta). Questa struttura spiega la perspirabilità delle piante, analoga a quella degli animali (5308). 2. Gli orifizi: presenti in molte foglie, variano per dimensione, numero, forma e posizione. Ad esempio: - Nella giglio bianco, sono ovali, circondati da un bordo sottile e distribuiti irregolarmente (5316-5317). - Nel pino, sono anch’essi ovali ma disposti “in ranghi e file esatti” (5322-5323), suggerendo un ordine funzionale. Questi pori influenzano l’aspetto della foglia: nel giglio, causano la “lucentezza grigiastra” della pagina superiore (5318). 3. Il parenchima: la parte carnosa della foglia, composta da fibre cilindriche intrecciate in “piccole vescicole” (5327). Le dimensioni delle vescicole variano non in base alla grandezza della foglia, ma alla sua natura: nella romice comune (Common Dock) sono piccole, mentre nella salvia selvatica (Wild Clary) sono grandi (5333). In alcune piante, come la borragine, le vescicole maggiori sono composte da altre più piccole (5335).


14.4 Significato storico e scientifico

Il testo riflette la transizione tra osservazione empirica e formalizzazione matematica tipica della scienza del XVII secolo. L’autore: - Sistematizza le osservazioni botaniche, cercando schemi ricorrenti (es. la peluria come adattamento, la geometria delle foglie). - Anticipa metodi quantitativi: l’uso di proporzioni e cerchi per descrivere le forme biologiche prefigura la morfometria moderna. - Collega struttura e funzione: ogni caratteristica (peluria, forma, pori) è interpretata in termini di utilità per la pianta, secondo una visione finalistica della natura. - Integra strumenti ottici: il riferimento a “buoni vetri” (microscopi) (5304) testimonia l’importanza delle nuove tecnologie per l’indagine scientifica.

Le tavole numerate (es. Tab. 44, 46, 48) suggeriscono che il trattato fosse corredato da illustrazioni, oggi perdute, che avrebbero reso ancora più chiara la precisione delle misurazioni. L’opera si inserisce nel solco della botanica descrittiva di autori come Nehemiah Grew o Marcello Malpighi, ma con un’attenzione particolare alla geometria che la avvicina a studi di matematica applicata.


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15 Anatomia e diversità strutturale dei semi: un’analisi morfologica nel Trattato Scientifico

“La natura procede per gradi intermedi, dalle coperture più sottili dei semi a quelle voluminose, rivelando una logica funzionale tanto nella protezione quanto nell’alimentazione del germe.”

Il testo esamina la morfologia dei semi attraverso una classificazione dettagliata delle loro coperture (Covers) e della struttura interna (Fœtus o vero seme), evidenziando come la diversità anatomica risponda a esigenze di protezione, nutrimento e sviluppo vegetativo. L’autore adotta un approccio comparativo e descrittivo, basato sull’osservazione diretta e supportato da tavole illustrative (richiamate come Tab. 75-77), che rivela una metodologia proto-scientifica tipica del XVII secolo, periodo in cui la botanica si affrancava dalla tradizione aristotelica per abbracciare l’empirismo anatomico.


15.1 1. Le coperture dei semi: tipologie e funzioni

Il testo distingue due macro-categorie di coperture seminali, ciascuna con proprietà materiali e funzionali specifiche:

15.1.1 A. Coperture sottili (Thiner Covers)

15.1.2 B. Coperture voluminose (Bulky Kind)


15.2 2. Il seme vero e proprio: struttura e adattamenti

L’autore passa poi a descrivere il feto (Fœtus), ovvero il seme vero e proprio, analizzandone lobi, radice embrionale (Radicle) e gemme (Nodes o Buds). La trattazione è organizzata per tipologie di copertura (sottili vs. voluminose) e per esempi specifici, rivelando una gerarchia di complessità morfologica.

15.2.1 A. Semi con coperture sottili

15.2.2 B. Semi con coperture voluminose


15.3 3. Significato storico e scientifico

Il testo riflette tre aspetti chiave della scienza seicentesca:

  1. Transizione dall’aristotelismo all’osservazione empirica:
    • L’autore rigetta le classificazioni tradizionali (come quelle basate su “essenze” o “forme”) in favore di una tassonomia morfologica, basata su struttura visibile e funzione. L’uso di tavole illustrative (richiamate come Tab. 75-77) e di paragoni quotidiani (es. “come un berretto”, “come un pollo che nasconde la testa sotto l’ala”) testimonia un approccio didattico e visuale, tipico della Royal Society e di autori come Robert Hooke o Nehemiah Grew.
  2. Funzionalismo biologico:
    • Ogni struttura è interpretata in base alla sua funzione: le coperture dure proteggono, quelle morbide nutrono; i lobi grandi supportano piante perenni, quelli piccoli annuali. Questa visione teleologica anticipa il concetto di adattamento, pur rimanendo ancorata a una spiegazione meccanicistica (es. la durezza delle coperture spiegata con la dimensione delle vescicole, 6966).
  3. Limiti e ambiguità:
    • Terminologia fluida: Il testo usa termini come Seed, Fœtus, Main Body, Cover in modo non sempre univoco, riflettendo la mancanza di una nomenclatura standardizzata (problema risolto solo con Linneo nel XVIII secolo).
    • Ipotesi non verificate: L’autore avanza congetture, come il legame tra radice voluminosa e annualità (7019-7020), senza fornire prove sperimentali. Allo stesso modo, l’idea che i semi a tre lobi producano fiori doppi (7039) è presentata come osservazione comune, non come dato quantitativo.
    • Analogie organiche: Il paragone tra seme e uovo (7086-7087) o tra lobi e foglie (7072) rivela una visione unitaria della natura, dove piante e animali condividono principi strutturali (un’idea che troverà conferma nella biologia moderna con la teoria cellulare).

15.4 4. Elementi di rilevanza botanica


15.5 Conclusione

Il testo rappresenta un ponte tra la botanica descrittiva rinascimentale e la scienza sperimentale moderna, combinando osservazione minuziosa, classificazione funzionale e ipotesi meccanicistiche. La sua importanza risiede: 1. Nella documentazione di strutture seminali fino ad allora ignorate o mal interpretate. 2. Nell’approccio comparativo, che getta le basi per la tassonomia linneana. 3. Nella ricerca di principi unificanti (es. analogia seme-uovo), che influenzerà la biologia successiva.

Le tavole illustrate (non riprodotte qui) dovevano essere essenziali per la comprensione, dato che molte descrizioni (es. la forma a “berretto” del galium o a “coltellino” del giaggiolo) sono difficilmente visualizzabili senza un supporto grafico. Questo sottolinea come, già nel XVII secolo, la rappresentazione visiva fosse considerata parte integrante della dimostrazione scientifica.


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16 Anatomia delle membrane del seme: struttura e funzione nel trattato scientifico seicentesco

Un’analisi microscopica delle tre membrane del nocciolo dell’albicocca, tra osservazione empirica e metafore organiche.

Il testo descrive con precisione anatomica la struttura interna del seme dell’albicocca (Aprecock), distinguendo tre membrane con caratteristiche e funzioni distinte. L’autore adotta un approccio osservativo tipico della scienza seicentesca, combinando descrizioni quantitative, riferimenti a strumenti ottici e analogie con il mondo animale.

La membrana esterna origina dal parenchima che circonda il Seed-Branch e si espande in due strati sovrapposti: “the outer Membrane is derived from the Parenchyma which surrounds the Seed-Branch; which, upon its entry into the hollow of the Stone, is expanded, as it were, into two Bladders, one within another” (7245). Lo spessore è misurato con cura (“about 1/12ᵗʰ of an Inch thick”), variabile a seconda della posizione (“thicker at the Sides and the greater end”), mentre la punta risulta assottigliata per facilitare l’emergenza della radichetta (“for the more easy eruption of the Radicle” 7249). La composizione cellulare è dettagliata: “Composed of Bladders […] about as big, as a Colewort-Seed” (7251), con una struttura visibile solo al microscopio (“through an ordinary Glass”).

I vasi conduttori della membrana esterna seguono un percorso circolare: “the Vessels […] fetch their circuit both ways round about, just beneath the Surface” (7255), convergendo in un “umbilical Node” (7255) al polo maggiore. Da qui penetrano verso la membrana intermedia, dove diventano invisibili. La funzione nutritiva è esplicita: “By these Vessels, the Sap is brought and spewed into the midle Membrane” (7258), con un paragone suggestivo al sistema placentare animale (“answerable to the Placenta in Animals” 7259).

La membrana intermedia deriva dalla base della membrana esterna e presenta una struttura radicalmente diversa: “the Bladders hereof (all angular) are […] at least two hundred times biger” (7263). L’analogia visiva è evocativa: “like a Coome full of Hony; or […] like a company of little Crystal Pans full of a pure Lympha” (7264). Inizialmente compatta (“without any Hollow, filling up the Cavity” 7268), sviluppa poi un canale assiale (“a small Ductus or Chanel” 7269) che si dilata in due cavità ovali (“two little Cisterns” 7273). Queste fungono da serbatoi di linfa pura, regolando l’apporto nutritivo in base alle esigenze del seme: “the Lympha […] is therein reserved for the nourishment of the Seed; and through the Chanel […] is emptied out of one Cistern into another” (7273-7274), con un meccanismo adattativo legato a fattori ambientali (“as the Weather and other Circumstances do more or less accelerate their Growth” 7274).

Il testo testimonia l’evoluzione della microscopia botanica nel XVII secolo, con riferimenti a tavole illustrative (“Tab. 80”) e misurazioni precise (spessori, dimensioni cellulari). L’uso di metafore organiche (placenta, cisterne, ombelico) riflette la tendenza dell’epoca a interpretare i fenomeni biologici attraverso analogie con il corpo umano. L’attenzione ai dettagli strutturali e funzionali anticipa concetti moderni come la specializzazione tissutale e il trasporto di nutrienti, pur mantenendo un linguaggio ancora legato alla tradizione aristotelica (es. sap, lympha). L’assenza di riferimenti a teorie preformiste o epigeniste suggerisce una datazione anteriore alla loro formalizzazione, collocando il trattato nel solco delle osservazioni di Nehemiah Grew o Marcello Malpighi.


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17 La critica alla dottrina aristotelica della mixtio e l’approccio sperimentale di Nehemiah Grew

Un trattato scientifico del XVII secolo che demolisce la tradizione scolastica per fondare una chimica basata su esperimenti e “nozioni comuni dei sensi”.

Il testo è un estratto dal Discourse Concerning the Nature, Causes, and Power of Mixture (1674) di Nehemiah Grew, presentato alla Royal Society e dedicato a Lord Brouncker, suo presidente. L’opera si articola in due piani: una dedica elogiativa (frasi 7333-7347) che celebra l’autorità scientifica del destinatario, e un trattato tecnico (7348-7404) che smantella la dottrina aristotelica della mixtio per proporre un nuovo paradigma sperimentale.

17.1 La dedica: tra ossequio e rivendicazione epistemologica

Grew costruisce un panegirico di Brouncker che è anche una dichiarazione di metodo. L’autore giustifica la dedica con tre ragioni: 1. Debito morale: “One Reason why I Dedicate the following Discourses to Your Lordship, is, For that by Your great undeserved Respects, You have obliged me to do no less” (7334). L’elogio non è mera retorica, ma riconoscimento di un ruolo istituzionale: Brouncker ha riformato la gestione della Royal Society, rendendola un luogo di “Management of a great part of their Business” (7334). 2. Autorità scientifica: Brouncker incarna le qualità necessarie a un presidente: “The Largeness of your Knowledge, the Exactness of Your Judgment, the Evenness of Your Comport” (7336). La sua nomina da parte del re è presentata come garanzia di competenza (“as right well understanding what He did”, 7336), e Grew si appella a questa autorevolezza per sottoporre il proprio lavoro al suo giudizio (“I dare to submit my self […] to Your Lordships Censure”, 7340). 3. Rifiuto del mecenatismo: Grew distingue tra patron e judge: “I desire not You should be a Patron, any further than You are a Judge” (7346). La richiesta non è protezione, ma valutazione imparziale (“You can neither be deceived, nor corrupted”, 7341), fondata su un principio di interesse collettivo: “the World […] will certainly grow as much more knowing than it is” (7342). La scienza progredisce solo se si respinge l’autorità acritica del passato (“we have as little Reason to despise Antiquity; as we can have willingness, that we our selves should be despised by Posterity”, 7343), ma anche l’arroganza di chi “have thought, or pretended, that they were Omniscient” (7345).

La dedica si chiude con un riferimento classico: come Cesare rifiutò il titolo di Rex (“Non Rex, sed Cæsar”, 7339), così Brouncker deve essere riconosciuto per ciò che è — un presidente scelto da un re illuminato — senza bisogno di lodi vuote (“all that follows, is but a Tautology”, 7339). Il tono è insieme deferente e assertivo: Grew si presenta come voce della Royal Society (“I do more than presume, that I also speak the Sense of the whole Society”, 7335), ma anche come scienziato consapevole che il futuro giudicherà il presente.


17.2 Il trattato: la mixtio tra aristotelismo e nuova scienza

Il Discourse si apre con una dichiarazione di metodo: “Reasoning grounded upon Experiment, and the Common Notions of Sense” (7351). Grew contrappone due approcci: - La filosofia scolastica, “too subtle and intangible” senza il supporto dei sensi. - L’empirismo ingenuo, “too gross and unmanageable” senza il ragionamento. La sintesi è l’ideale umano: “neither Angels, nor meer Animals, but Men” (7352). Il soggetto scelto, la mixture (miscela), è analizzato attraverso un metodo strutturato in cinque punti (7354-7363), ma il cuore del discorso è la critica alla definizione aristotelica.

17.2.1 1. La dottrina tradizionale: un “mostro” logico

Grew liquida la definizione aristotelica (“τῶν μικτῶν ἀλλοιωθέντων ἕνωσις”, 7372) — “Miscibilium alteratorum unio” (unione di elementi alterati) — come “Unintelligible, and Unuseful” (7373). La sua confutazione si concentra su due concetti chiave: - Alterazione (alteratio): Gli aristotelici sostengono che nelle miscele le forme degli elementi siano “altered” e presenti solo “in potentia” (7377-7378). Grew obietta che, se la forma dà l’essere (“Forma dat esse”, 7379), allora gli elementi stessi sarebbero solo potenziali, rendendo la miscela un’entità paradossale: “the Compounded Body it self can be only in potentia” (7380). L’assurdità è evidente: “yet to say it is no more, is most absurd” (7380). - Unione (unio): La teoria aristotelica implica che ogni particella della miscela contenga tutti e quattro gli elementi (7384-7386), il che porta a una conclusione logicamente insostenibile: “four particles are but one” (7388). Questo equivale a sostenere la penetrazione dei corpi (7387), un concetto che Grew respinge come fisicamente impossibile.

La critica non è solo teorica, ma storica e pragmatica: - Inutilità pratica: La definizione aristotelica non ha mai guidato alcuna scoperta concreta. Grew ironizza: se avesse avuto valore, avrebbe almeno insegnato a fabbricare l’inchiostro usato per scrivere le dispute (“even so much as to make the Inke wherewith they have wrote”, 7402). - Danno epistemologico: Le “phantastick Spectrums” (7403) della scolastica hanno allontanato gli studiosi dall’oggetto reale, trasformando la chimica in un campo di sterili dispute (“serving only to affright men from coming near them”, 7403).

17.2.2 2. L’alternativa sperimentale

Sebbene il testo fornito si interrompa prima della proposta costruttiva di Grew, la sua posizione emerge chiaramente: - Rifiuto dell’autorità: Grew cita autori come Aristotele, Galeno, Sennert (7367), ma solo per smontarne le tesi. L’unico riferimento positivo è a Sennert, “daring to venture upon Experiment” (7394), a differenza degli altri che temevano di “understand themselves” (7394). - Centralità dell’esperimento: La Royal Society è presentata come istituzione che pratica una filosofia “grounded upon Experiment” (7351). La soluzione dei sali in acqua (7332) è un esempio di fenomeno da studiare empiricamente, non attraverso astrazioni. - Linguaggio chiaro: Grew evita il gergo scolastico, preferendo termini concreti (“particle”, “body”, “qualities”). La sua prosa è diretta, quasi aggressiva nella confutazione (“plainly to assert a penetration of Bodies”, 7387).


17.3 Significato storico e testimonianza

Il testo è una testimonianza cruciale della rivoluzione scientifica del XVII secolo, in cui si scontrano due visioni del mondo: 1. La tradizione aristotelico-scolastica, basata su categorie metafisiche (forma, potenza, atto) e autorità testuali. 2. Il nuovo empirismo, che privilegia l’osservazione, la replicabilità degli esperimenti e il linguaggio matematico (implicito nella critica alla “penetrazione dei corpi”).

Grew si colloca nel solco di Boyle (che criticava gli “elementi” aristotelici) e Newton (che avrebbe formalizzato le leggi della chimica), ma con una peculiarità: il suo attacco è filologico e logico, non solo sperimentale. Dimostra che la definizione aristotelica è autocontraddittoria (“Unintelligible”), quindi inutile (“Unuseful”), e che la sua persistenza è dovuta più a pigrizia intellettuale che a merito.

La dedica a Brouncker, inoltre, rivela il ruolo delle istituzioni nella legittimazione della nuova scienza. La Royal Society non è solo un luogo di ricerca, ma un’arena dove si definiscono le regole del sapere: il presidente è un arbiter (7341) che deve garantire imparzialità, non un mecenate che distribuisce favori. Questo riflette la transizione da una scienza cortigiana (legata al patronato) a una scienza pubblica e collettiva, fondata su criteri condivisi.

Infine, il testo è un documento di cronaca: la data (10 dicembre 1674) e il contesto (una lettura alla Royal Society) lo inseriscono in un momento preciso della storia della chimica, quando la disciplina stava emergendo dall’alchimia e dalla medicina galenica. L’Appendix, Of the Odours of Plants (7330) suggerisce che Grew stesse esplorando anche la chimica organica, anticipando studi successivi sulla composizione dei vegetali.


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18 Fondamenti atomistici della miscela: una teoria meccanicistica della materia

“La natura non fa nulla invano, e tanto meno spreca i suoi strumenti in un unico composto, come un orologiaio che mettesse tutte le ruote di un orologio in un solo ingranaggio.”

Il testo presenta una trattazione sistematica della teoria atomistica della materia, articolata in proposizioni che definiscono i principi (atomi), le modalità della loro combinazione (mixture) e le cause che la determinano. L’autore — verosimilmente un filosofo naturale del XVII secolo, influenzato da Gassendi, Boyle o Cartesio — costruisce un modello meccanicistico in cui la realtà materiale è ridotta a interazioni tra particelle indivisibili, immutabili e geometricamente determinate.


18.1 1. I principi della materia: atomi come fondamento ontologico

Il nucleo teorico si apre con la definizione di principi (Principles), identificati esplicitamente con gli atomi (Atomes), intesi come corpi semplici e indivisibili (7411). La scelta terminologica è programmatica: - “For otherwise they would not be Principles; for a compounded Principle, in strict speaking, is a Contradiction (7412). L’autore rifiuta ogni forma di principio composito (come i quattro elementi aristotelici o i tria prima alchemici), sostenendo che solo entità non ulteriormente scomponibili possono essere fondamento della realtà. L’analogia con i numeri è illuminante: “Even as Fives, Threes, or Two’s are not the Principles of Number, but Unites (7413). Gli atomi sono le “unità” della materia, così come l’uno lo è dell’aritmetica.

18.1.1 Indivisibilità fisica, non matematica

L’indivisibilità degli atomi è fisica, non matematica (7416-7418): - “Not Mathematically; for the Atomes of every Principle have their Dimensions. But Physically; and so, what is but one, cannot be made two (7417-7418). L’esempio del bastone tagliato con un coltello chiarisce il concetto: la divisione non spezza un singolo atomo, ma separa aggregati di atomi già distinti (7419-7421). La impenetrabilità (Impenetrable, 7422) è una conseguenza diretta: due atomi non possono occupare lo stesso spazio, ma solo toccarsi (Contact).

18.1.2 Immutabilità e costanza causale

Gli atomi sono immutabili (7425-7427): - “For that which cannot be divided, cannot be chang’d (7426). Questa proprietà garantisce la regolarità dei fenomeni naturali (7428-7429): “in all Generations, it is not less certain, that the self same Principle is still propagated from the same; than, that Man is from Man (7429). La generazione non crea nuovi principi, ma li riorganizza (propagated, 7430), preservandone l’identità.


18.2 2. Diversità e ordine degli atomi: una pluralità gerarchica

L’immutabilità degli atomi implica la loro diversità (7433-7435): - “If Principles, or Atomes are all Immutable; it again follows, That they are of Divers Kinds (7433). Se tutti gli atomi fossero identici, la natura produrrebbe sempre gli stessi composti. La pluralità delle specie atomiche è quindi necessaria per spiegare la varietà del mondo (7438-7441). L’autore paragona gli atomi agli strumenti di un laboratorio (Natures Shop, 7439) o alle lettere dell’alfabeto (7555): - “What a Thunderclap would such a Word be, wherein all the four and twenty Letters were pack’d up?” (7553). Come le parole nascono dalla combinazione di poche lettere, così i corpi derivano dalla mescolanza di pochi principi.

Tuttavia, questa diversità non è caotica: esiste una gerarchia tra gli atomi (7444-7452). Alcuni principi, per quantità o proprietà, dominano sugli altri (Predominant Principles, 7445), riducendo la complessità apparente: - “the Principles called Galenical, Chymical, or any others […] are notwithstanding reduceable to a smaller number (7450). Questa riduzione non nega la diversità, ma la organizza secondo un ordine proporzionale (Order is Proportion, 7447), riflesso della perfezione della natura.


18.3 3. La natura della miscela: contatto e combinazione geometrica

La mixture è il processo fondamentale con cui gli atomi si uniscono per formare corpi composti (7478). Poiché gli atomi sono immutabili, la miscela non può alterarli, ma solo riorganizzarli (7482-7484): - “the whole Business of the Material World, is nothing else, but Mixture (7487). La miscela è unica in tutti i casi, sia che riguardi corpi grandi o piccoli, composti o atomi (7490-7491), e si realizza attraverso tre variabili: Conjugazione: la selezione di quali principi si uniscono (7502-7510). - Esempio: un corpo può essere composto da 2, 3, 4 o più principi, e la loro natura (Kind) varia (7507-7509). Proporzione: le quantità relative dei principi mescolati (7525-7529). - “As if the Quantity of one, were as five to ten; of a second, as five to fifteen (7527). Locazione: le modalità di contatto tra gli atomi (7532-7551), riducibili a due tipi: - Contatto diretto (7534), con tre sottocasi: - Apposition (punto o piccola superficie, 7541). - Application (superficie piana, 7542). - Reception (un atomo entra nella cavità di un altro, 7543-7544). - Mediato (7547-7548), dove un atomo funge da “ponte” tra altri due.

L’analogia con le lettere dell’alfabeto (7552-7555) sintetizza il modello: come le parole nascono dalla combinazione di lettere in numero, tipo e ordine variabili, così i corpi derivano dalla disposizione geometrica degli atomi.


18.4 4. Proprietà dei corpi e cause della miscela

Le proprietà dei corpi (colore, sapore, densità, ecc.) sono effetti meccanici della miscela (7558-7559): - “an intelligible account, of the Nature and Cause of most of the Intrinsick Properties […] grounded upon the Notions of Sense, and made out Mechanically (7559). Ad esempio, la gravità o la fluidità dipendono dalla disposizione degli atomi, non da qualità occulte.

Le cause della miscela (7663) sono sei: 1. Congruità: la corrispondenza geometrica tra atomi (7666-7668). - “As when a Plain answers to a Plain, a Square to a Square (7667). 2. Peso: la pressione esercitata dai fluidi (7671). 3. Compressione: l’azione di forze esterne (aria, altri corpi, 7674-7681). - L’esperimento con gli olii di anice e vetriolo nel vuoto pneumatico (7676-7680) dimostra che la miscela avviene anche senza aria, ma è meno efficace. 4. Soluzione: lo stato fluido favorisce la miscela (7683-7687). - “all Generations, and most perfect Mixtures in Nature, are made by Fluids (7687). 5. Digestione: processi di trasformazione lenta (implicito nel riferimento a Boyle, 7688-7691). 6. Agitazione: il movimento come fattore di mescolanza.


18.5 5. Implicazioni filosofiche e scientifiche

18.5.1 Critica alle teorie tradizionali

L’autore respinge due dottrine: 1. Alterazione degli elementi (7563-7579): poiché gli atomi sono immutabili, non c’è bisogno di ipotizzare che i quattro elementi aristotelici si trasformino l’uno nell’altro. - “if their four Elements be alterable; as few as they are, no fewer then three of them may be spared: for one Element, if alterable, may be made any (7578). Un solo elemento “alterabile” basterebbe a generare tutta la varietà del mondo, rendendo superflui gli altri tre. 2. Forme sostanziali (7469-7473): la “forma” di un corpo è solo la configurazione dei suoi atomi (Modification, 7471), non un principio metafisico. - “A Substantial Form of a Body, being an unintelligible thing” (7469).

18.5.2 Unificazione di natura e arte

La miscela è lo stesso processo sia in natura che nell’arte umana (7636-7644): - Natural and Artificial Mixture, are the same (7639). L’imitazione della natura (Imitation of Nature, 7643) diventa possibile perché l’arte non crea nuovi principi, ma riorganizza quelli esistenti (7648-7653). Questa visione anticipa l’idea moderna di ingegneria molecolare.

18.5.3 Applicazioni pratiche

Il testo suggerisce applicazioni concrete: - Chimica: la formazione dei sali (7581-7591) non crea nuovi principi, ma li estrae e riorganizza. - “a Lixivial Salt, qua Lixivial, is certainly made by the fire. But quatenus Salt, it is not” (7587-7588). Il fuoco non genera il principio salino, ma ne modifica la disposizione con altri atomi. - Fisica: la penetrazione apparente (7628-7634) si spiega con l’intrusione di atomi nelle cavità di altri, come nel caso dei liquidi che occupano meno volume quando mescolati (7631-7632).


18.6 6. Significato storico: tra rivoluzione scientifica e meccanicismo

Il testo si colloca nel XVII secolo, periodo di transizione tra la filosofia naturale aristotelico-scolastica e la scienza moderna. Le sue caratteristiche lo inseriscono nel paradigma meccanicistico, che interpreta la natura come un sistema di particelle in movimento, governato da leggi matematiche e geometriche.

18.6.1 Influenze e originalità

18.6.2 Critiche implicite


18.7 7. Limiti e ambiguità


18.8 Conclusione: un manifesto del riduzionismo meccanicistico

Il trattato è un manifesto della visione meccanicistica della natura, in cui: 1. La realtà materiale è ridotta a particelle (atomi) e alle loro interazioni. 2. Le proprietà dei corpi sono effetti meccanici della disposizione atomica. 3. La scienza deve spiegare i fenomeni attraverso modelli geometrici e sperimentali, non attraverso qualità occulte o forme sostanziali.

La sua forza risiede nella coerenza interna e nella capacità di offrire spiegazioni unificate per fenomeni disparati (chimica, fisica, biologia). Tuttavia, la mancanza di una teoria delle forze e l’assenza di una base quantitativa (misure precise, calcoli) ne limitano la portata rispetto alla fisica newtoniana successiva. Rimane, tuttavia, una testimonianza cruciale del passaggio dalla filosofia naturale rinascimentale alla scienza moderna.


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19 L’acidità come causa della viscosità dei fluidi corporei e la sperimentazione sulla miscibilità degli oli essenziali

Un trattato che intreccia osservazioni empiriche, riferimenti a autorità scientifiche e ricette chimiche per spiegare fenomeni fisiologici e tecniche di preparazione farmaceutica.

Il testo affronta due temi distinti ma collegati dalla metodologia sperimentale: l’origine della viscosità dei fluidi corporei e la preparazione di miscele stabili tra sostanze oleose e liquidi acquosi. Il primo argomento è introdotto con un’affermazione netta: “Since the very Cause of the said Viscousness of Phlegm, is chiefly some great Acidity in the Blood, or in some other part (7893). L’autore attribuisce la consistenza viscosa del flegma – uno dei quattro umori della medicina galenica – a un eccesso di acidità, un’ipotesi che si propone di dimostrare attraverso “divers Arguments” (7893). Sebbene non siano esplicitati nel passaggio, questi argomenti sembrano basarsi su osservazioni dirette o su deduzioni logiche, come suggerisce la chiusura del ragionamento: “the Instances already given, are sufficient to evidence what I have said” (7898). Il riferimento a casi concreti (“Instances”) sottolinea un approccio induttivo, tipico della scienza sperimentale del XVII secolo.

Il discorso si apre poi a una riflessione metodologica più ampia, in cui l’autore celebra il valore dell’esperienza contro la speculazione astratta: “nothing is Barren, but Phansie and Imagination (7899). Qui emerge una polemica implicita contro le teorie non verificate, mentre si esalta la fertilità delle Experiment, and the Common Notions of Sense (7899). Il passaggio è significativo anche per il suo tono programmatico: l’autore si inserisce in una tradizione di ricerca che include figure come “Dr. Willis, and Dr. Walter Needham (7897), citati come autorità “Accurate and Learned”, i cui lavori pubblicati o inediti sono attesi con interesse. Questa menzione colloca il testo in un contesto storico preciso, quello della Royal Society e della medicina chimica del Seicento, dove la collaborazione e la verifica tra pari erano principi fondanti.

La seconda parte del brano si concentra su una ricetta chimica per rendere gli oli essenziali miscibili con liquidi acquosi o vinosi. L’autore descrive un procedimento dettagliato: “digesting any of the said Oyls with about an equal quantity of the Yelk of an Egg, with a very soft heat […] continued for the space of three Weeks or a Month” (7906). Il tuorlo d’uovo agisce come agente emulsionante, assorbendo l’olio fino a formare un Balsam, as white as Milk (7907), solubile in liquidi polari. La precisione delle istruzioni – temperatura paragonata a quella del “Meridian Sun in Summer”, durata, agitazione occasionale – rivela un’attenzione quasi artigianale alla riproducibilità dell’esperimento. Tuttavia, l’autore ammette i limiti pratici del metodo: “it will be very difficult to prepare any good quantity for use, this way” (7910), suggerendo che la procedura è più dimostrativa che applicativa.

La soluzione proposta per superare questi limiti è di natura teorica: “the application of some other forementioned Cause of Mixture (7911). L’autore allude a principi generali di affinità chimica, già discussi in precedenza, che permetterebbero di ottenere miscele stabili in “great quantities, in a short time, and without much trouble” (7911). Il passaggio è cruciale perché mostra come la sperimentazione concreta si intrecci con la ricerca di leggi universali: le ricette specifiche sono casi particolari di fenomeni più ampi. La menzione di “all sorts of Rosins and Gums (7911) estende l’applicazione della tecnica oltre gli oli essenziali, indicando una generalizzazione del metodo. Tuttavia, per alcune sostanze, il tuorlo d’uovo da solo non basta: è necessario “the intervening of some other sociable Body” (7912), un riferimento a un coadiuvante chimico non meglio specificato, che introduce un elemento di ambiguità.

Il testo si chiude con una nota di cautela, tipica della letteratura scientifica dell’epoca: le “successful tryals” (7911) sono presentate come prova di fattibilità, ma non come soluzioni definitive. L’appendice (“An Appendix to the precedent discourse of Mixture”, 7900) segnala inoltre che queste osservazioni integrano un discorso più ampio, probabilmente dedicato ai principi della miscibilità tra sostanze. La struttura stessa del brano – con numerazioni e paragrafi che richiamano un manuale o un trattato sistematico – riflette l’esigenza di organizzare il sapere in modo accessibile, un tratto distintivo della nuova scienza.


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20 La chimica delle effervescenze: un trattato sperimentale sul comportamento dei corpi naturali

“L’effervescenza non è che una fermentazione in miniatura, le cui cause e proporzioni svelano la natura intima delle sostanze.”

Il testo analizza sistematicamente le reazioni di effervescenza (o “bullizione”) prodotte dall’interazione tra sostanze naturali (vegetali, minerali, animali) e menstrui acidi o alcalini (come acqua forte, olio di vetriolo, spirito di nitro). L’autore, attraverso esperimenti comparativi, classifica i corpi in base alla loro natura chimica (acida, alcalina, o intermedia) e ne deduce applicazioni mediche e metallurgiche.


20.1 Vegetali: alcalinità e proprietà terapeutiche

L’autore dimostra che molte piante contengono sali alcalini anche nello stato naturale, contraddicendo l’idea che tali sali si formino solo per combustione. Le prove si basano sull’effervescenza con acidi: - “L’euforbio produce una bullizione considerevole, con molta schiuma, e molto rapidamente” (8026). Da qui si deduce che “l’euforbio non è un acido, ma una gomma alcalina” (8026), e che la sua “calore durevole” deriva da un “zolfo alcalino” (8027). - Le pietruzze nelle pere (Arenulæ) reagiscono violentemente con acqua forte: “immediatamente si gonfiano, producendo una grande effervescenza, molto maggiore di qualsiasi corpo sopra nominato” (8031). Sebbene inutilizzate in medicina, si ipotizza siano più potenti dei rimedi tradizionali contro i calcoli renali (8031). - I semi di girasole (Milium Solis) mostrano la reazione più rapida con acidi: “fanno una bullizione maggiore e più veloce di qualsiasi altro corpo vegetale finora provato” (8038). Ciò conferma la presenza di “un sale alcalino nelle piante, anche nel loro stato naturale” (8038).

Implicazioni mediche: - Le sostanze alcaline sono efficaci contro i calcoli (“quatenus alkalizate”), come dimostrato per millepiedi, gusci d’uovo o corpi testacei (8039). - La tartarizzazione (precipitazione di parti tartariche e alcaline) nei frutti serve a “addolcire il frutto e il seme” (8035), suggerendo un meccanismo di neutralizzazione naturale.

Eccezioni e ambiguità: - Il tartaro e i suoi cristalli non reagiscono con acidi, ma solo con alcali (8043), portando a dubitare che i sedimenti urinari siano “parte tartarica” (8043). - Lo spirito di coclearia (Scurvy-grass) non provoca effervescenza con acidi, indicando un “sale volatile né acido né alcalino” (8046), efficace contro lo scorbuto (malattia da acidità).


20.2 Minerali: una classificazione chimica rivoluzionaria

L’autore suddivide i minerali in terre, pietre, metalli, zolfi e sali, analizzandone le reazioni con acidi e alcali per dedurne la composizione.

20.2.1 Terre e pietre

20.2.2 Metalli: una gerarchia di acidità e alcalinità

L’autore propone una scala di acidità/alcalinità tra i metalli, basata sulla loro reazione con acidi: 1. Piombo: “il metallo più alcalinizzato” (8135), che reagisce solo con olio di vetriolo (8135). 2. Oro: “il più acido dei metalli” (8198), che non reagisce con acidi semplici ma si scioglie in acqua regia (alcalina) (8197). 3. Rame: ha “una maggiore proporzione di acido” (8182), reagendo violentemente con spirito di nitro (8180). 4. Ferro e acciaio: “metalli subacidi” (8150), che reagiscono con acidi, ma con una peculiarità: “l’acqua forte forte non provoca bullizione da sola, ma aggiungendo poche gocce d’acqua, bolle con grande veemenza” (8158). Ciò dimostra che “anche l’acqua comune contiene un principio corrosivo” (8159).

Applicazioni metallurgiche: - Le osservazioni suggeriscono metodi per “ordinare, usare, imitare e trasmutare i metalli” (8201), anticipando la chimica moderna.

20.2.3 Zolfi e sali

Implicazioni pratiche: - La reazione istantanea tra spirito di sale ammoniaco e olio di vetriolo (8256) suggerisce che la polvere da sparo fatta con sale ammoniaco sarebbe “molto più forte” di quella tradizionale (8257).


20.3 Parti animali: sali alcalini e differenze tra specie

L’autore estende l’analisi alle parti animali, dimostrando che anche qui i sali sono preesistenti (non creati dal fuoco) e variano in proporzione.

20.3.1 Strutture solide (corna, gusci, ossa)

20.3.2 Tessuti molli e secrezioni

Implicazioni mediche: - Il nitro (nitrato di potassio) è il miglior rimedio per prevenire i calcoli: “non c’è medicina migliore al mondo” (8444), mentre gli acidi come olio di vetriolo sono inefficaci (8445). - La bezoar orientale (ma non quella occidentale) si dissolve in spirito di nitro con “effervescenza, rumore e vapori” (8477), confermando la sua efficacia contro “acidi venefici” (8478).

20.3.3 Escrementi e sali animali


20.4 Corollari e implicazioni teoriche

  1. Natura del menstruo gastrico: Lo spirito di nitro (acido subalcalino) è il solvente più universale (8496), suggerendo che il succo gastrico sia un “nitroso spirito” (8496).
  2. Fermentazione = effervescenza in miniatura: Le differenze di intensità nelle reazioni (da lente a violente) mostrano che “la fermentazione non differisce in specie, ma solo in grado” (8505) dalla luctazione (effervescenza).
  3. Metodo sperimentale: L’osservazione delle effervescenze è un metodo “facile, economico e infallibile” per classificare minerali, piante e animali (8260), superiore ad altri più costosi.

20.5 Saggi quantitativi: il sale lisciviale nelle piante

L’autore misura la quantità di sale lisciviale (alcalino fisso) ottenuta dalla calcinazione di piante, rispondendo a domande come: - Alberi vs erbe: Le erbe (es. rosmarino) producono 3-4 volte più sale delle cortecce d’albero (8521-8523). - Piante costiere vs interne: La coclearia marina produce 4 volte più sale della coclearia da giardino (8530). - Gusto vs alcalinità: Le piante salate (coclearia marina) hanno la maggiore proporzione di sale (1/13 del peso), seguite da quelle amare (menta) e astringenti (corteccia di quercia) (8540-8548).

Implicazioni farmacologiche: - La malva, pur avendo un gusto blando, produce più sale della menta (8565), spiegando la sua efficacia come diuretico. - La rabarbaro ha un sale quasi interamente volatile (8568), adatto a trattare la bile (ricca di sali volatili).


20.6 Conclusione: un ponte tra alchimia e chimica moderna

Il trattato rappresenta un momento di transizione tra l’alchimia e la chimica sperimentale: - Metodo: L’uso di reazioni controllate (effervescenze) per classificare le sostanze anticipa il metodo scientifico moderno. - Teoria: La distinzione tra acidi, alcali e sali (e le loro interazioni) getta le basi per la teoria degli elettroliti e la chimica analitica. - Applicazioni: Le deduzioni mediche (es. uso del nitro contro i calcoli) e metallurgiche mostrano come la chimica potesse essere utile alla società.

Limiti e ambiguità: - Alcune spiegazioni (es. la reazione dell’acciaio con acqua) rimangono “oscure” (8159). - La terminologia (es. “zolfo alcalino”) riflette ancora concetti alchemici, ma le osservazioni sono ripetibili e quantitative.

In sintesi, il testo è una pietra miliare per la comprensione della materia organica e inorganica, che unisce rigore sperimentale e intuizioni teoriche ancora valide.


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21 La classificazione dei sapori nel trattato scientifico seicentesco

Un sistema tassonomico dei gusti che anticipa la chimica sensoriale moderna, fondato su opposizioni binarie e osservazioni empiriche.

Il testo presenta una classificazione sistematica dei sapori, organizzata secondo principi di contrasto e specificità sensoriale. L’autore distingue nove categorie fondamentali, ciascuna definita attraverso coppie oppositive e caratterizzata da esempi concreti tratti dall’esperienza chimica e farmacologica del tempo.

Le prime tre categorie stabiliscono un paradigma binario: “First, Bitter, as in Wormwood: to which, the contrary is Sweet, as in Sugar” (9243), “Thirdly, Sower, as in Vinegar: to which, the contrary is Salt” (9244), e “Fifthly, Hot, as in Cloves: whereto, the contrary is Cold” (9245). Questa struttura rivela un approccio metodologico che anticipa la logica delle qualità primarie nella filosofia naturale successiva. Particolarmente innovativa risulta la quinta categoria, dove l’autore introduce il concetto di “Cold Taste” (9246), sostenendo che “there being some Bodies, which do manifestly impress the Sense of Cold upon the Tongue, though not by Touch”. L’esempio del “Sal Prunellæ” (9247) - che produce una sensazione di freddo anche quando disciolto in un liquido caldo - dimostra un’attenzione sperimentale verso fenomeni che sfuggono alla percezione tattile ordinaria.

La settima categoria, “Aromatick” (9250), rappresenta un punto di svolta concettuale. L’autore ne sottolinea la natura ibrida, affermando che “it doth not more properly agree to an Odor than a Taste” (9251), e ne stabilisce l’autonomia rispetto al calore: “an Aromatick Taste is distinct from an Hot […] although an Aromatick Taste be often conjoyned with Heat; yet it is not that Heat it self, but another distinct Sense” (9252-9253). Questa distinzione prefigura la separazione moderna tra gusto e olfatto retrolfattivo, mentre l’esempio dell’Euphorbium - “vehemently Hot; which yet are not in the least Aromatick” - evidenzia una precisione classificatoria che supera le semplici analogie qualitative.

L’ottava categoria introduce il concetto di “Nauseous or Malignant” (9256), definito come un sapore “distastful although mixed in a low degree with other Tasts” (9258). Gli esempi della Rhubarb e dell’Aloes (9257) - dove il gusto maligno coesiste con l’astringente, l’amaro e il dolce - rivelano un interesse per le interazioni tra sapori che anticipa la chimica delle soluzioni. La specificazione che “other Tasts will render one another grateful” (9258) suggerisce una primitiva teoria delle armonie gustative, forse influenzata dalla farmacopea galenica.

La nona e ultima distinzione propone una dicotomia inedita: “Tasts may properly be said, to be Soft or Hard” (9261). La definizione di “Soft Taste” come “Vapid, as in Watery Bodies, Whites of Eggs, Starch, Fine Boles” (9262) introduce una dimensione tattile nella percezione gustativa, collegando la consistenza fisica alla qualità sensoriale. L’elenco di sostanze - che include materiali inerti come le argille (“Fine Boles”) - testimonia un approccio enciclopedico tipico della scienza seicentesca, dove la classificazione precede la spiegazione causale.

Il testo si colloca in una fase di transizione tra la medicina umorale e la nascente chimica sperimentale. L’assenza di riferimenti a teorie corpuscolari o meccaniche suggerisce una datazione anteriore alla piena diffusione delle idee di Boyle o Newton, mentre la precisione terminologica e l’attenzione per i fenomeni anomali (come il “Cold Taste”) riflettono l’influenza della tradizione paracelsiana. La struttura numerata e i simboli (§, , ) indicano un’opera destinata alla consultazione sistematica, probabilmente un trattato di farmacologia o un compendio di filosofia naturale. La testimonianza più significativa risiede nella capacità di isolare qualità sensoriali complesse - come l’aromatico o il maligno - che sfuggivano alle classificazioni aristoteliche tradizionali, ponendo le basi per una scienza dei sensi che troverà compimento solo nel XIX secolo.


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22 La classificazione dei sapori tra semplicità e composizione

Un trattato seicentesco sulla natura dei gusti, tra osservazione empirica e limiti linguistici.

Il testo analizza la fenomenologia dei sapori, distinguendo tra gusti semplici e gusti composti, con un approccio che unisce descrizione qualitativa e metodo sperimentale. L’elemento più peculiare emerge nella frase (9285), dove si osserva che il Pyrethrum (probabilmente il piretro, pianta dal sapore pungente) non si limita a una “calore statico” come altre sostanze piccanti (“the Heat is still”), ma produce una sensazione vibrante, paragonata a “una fiamma agitata con una lampada da fornace”. Questa caratterizzazione dinamica del gusto suggerisce una sensibilità precoce verso le proprietà cinestetiche delle percezioni, anticipando concetti moderni di stimolazione sensoriale.

La sezione dedicata ai gusti composti (9289-9293) ne evidenzia la complessità attraverso analogie linguistiche: come “le parole sono fatte di lettere”, così i sapori derivano dalla combinazione di elementi semplici. Vengono elencati esempi concreti, con un crescendo di complessità: - Due componenti: Saccharum Saturni (zucchero di Saturno, acetato di piombo), “astringente e dolce” (9290). - Tre componenti: Aloe (“maligno, amaro e dolce”) e rabarbaro (“maligno, astringente e amaro”) (9291). - Quattro componenti: Agarico (“maligno, astringente, amaro e dolce”) (9292). - Fino a “cinque o sei specie” in alcuni corpi (9293). Il termine “maligno” ricorre sistematicamente, indicando una qualità negativa non meglio definita, forse legata a effetti fisiologici avversi o a un sapore sgradevole ma non riconducibile alle categorie note.

Il metodo proposto per l’analisi sensoriale (9296-9299) rivela un approccio rigoroso, con regole pratiche per evitare errori di valutazione: 1. Evitare di assaggiare troppe sostanze in sequenza (“che la lingua, sovraccaricata, diventi meno critica”) (9297). 2. Risciacquare la bocca con acqua calda tra un assaggio e l’altro (9298). 3. Iniziare dai sapori meno persistenti (“affinché uno sia completamente estinto prima che un altro venga provato”) (9299). Queste indicazioni testimoniano una consapevolezza metodologica rara per l’epoca, prefigurando protocolli moderni di analisi sensoriale.

L’autore lamenta infine la povertà del linguaggio (9302-9304), che costringe a usare solo sei termini “propri” per descrivere le combinazioni di sapori: Acerbus (acre), Austerus (aspro), Acris (pungente), Muriaticus (salato, da muria, salamoia), Lixivus (alcalino, da liscivia) e Nitrosus (nitroso). La precisazione che “la maggior parte di questi sono comunemente considerati gusti semplici” (9304) suggerisce una tensione tra classificazione teorica e realtà empirica, dove la complessità dei fenomeni supera le categorie disponibili. Questo limite linguistico riflette una fase intermedia della scienza seicentesca, in cui l’osservazione dettagliata coesiste con strumenti concettuali ancora inadeguati.


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23 Classificazione e dinamica dei sapori: un sistema tassonomico e fenomenologico nel trattato scientifico

Un tentativo pionieristico di catalogare i sapori attraverso combinazioni matematiche, gradi di intensità e parametri temporali, anticipando metodi quantitativi nella fisiologia sensoriale.

Il testo propone un’analisi sistematica dei sapori articolata in tre dimensioni principali: tassonomia delle specie semplici e composte, misurazione delle variazioni temporali e localizzazione anatomica della percezione. L’autore parte da una definizione operativa di sapore come combinazione di qualità primarie: “Nitrous, is Saltness joyned with Pungency and Cold” (9326), suggerendo che ogni gusto derivi dall’unione di attributi elementari (salinità, pungenza, freddo, ecc.).

23.1 1. Tassonomia dei sapori: semplici, composti e combinazioni

L’autore identifica dieci specie semplici di sapore (“Amarus, Dulcis, Acidus, Salsus, Calidus, Frigidus, Aromaticus, Malignus, Astringens, Pungens”, 9330), ma riconosce che molte combinazioni naturali sfuggono a una nomenclatura precisa (“a great number of Conjunctions, for which we have no Proper Names”, 9329). La novità risiede nell’approccio combinatorio: - Se due sapori si uniscono, generano 45 composti (9332-9333), calcolati sommando le possibili coppie (9+8+7+…+1). - Se tre sapori si combinano, le variazioni salgono a 120 (9334), come dimostrato da una tabella non riportata. L’autore ammette che alcune combinazioni potrebbero non esistere in natura (“some few of the Conjunctions […] may not be found actually existent”, 9337), ma giustifica la loro inclusione con la possibilità di composti più complessi (“Quadruples, Quintuple or Sextuple ones”, 9340). Il totale delle variazioni percepibili, considerando anche i gradi di intensità, arriva a 1800 (“1800 sensible and defineable Variations of Taste”, 9352).

23.2 2. Gradi di intensità e misurazione empirica

Ogni specie di sapore varia in intensità, da un minimo di 5 a un massimo di 10 gradi (9348). Per misurarli, l’autore suggerisce un metodo sperimentale: - Confrontare sostanze con sapori simili ma di forza diversa (“take those Bodies, whose Tasts are […] the same in Specie”, 9345). - Iniziare dai campioni meno intensi per evitare saturazione sensoriale. Esempi concreti illustrano la scala: - L’amaro della curcuma è al 1° grado, quello della genziana al 10° (9349). - Il calore dei semi di Clematis peregrina raggiunge il 10° grado, mentre la radice di Carduus benedictus si ferma al (9350). La stima finale (“every Species […] varied by at least Five Degrees”, 9351) moltiplicata per le combinazioni triplici porta alle 1800 variazioni citate.

23.3 3. Dinamica temporale: i “termini” del sapore

Il testo introduce una fenomenologia del tempo gustativo, paragonando l’evoluzione dei sapori a quella delle malattie (“Tasts […] have their Motions analogous to those of Diseases”, 9358). Vengono definiti quattro “termini” (9359-9360), misurabili con un orologio a minuti** (9364): 1. Principium: intervallo tra il contatto e la prima percezione. - Sapori acidi o amari (es. aceto, assenzio) hanno un Principium brevissimum (9370). - Sapori caldi richiedono più tempo: la radice di elleboro nero impiega 2 minuti per manifestare il calore (3° grado), mentre l’amaro (2° grado) è immediato (9374). 2. Augmentum: tempo per raggiungere l’intensità massima. - Il calore dello zenzero (Galangale) arriva al culmine in 30 secondi, quello dell’enula in 1 minuto, dell’elleboro nero in 4 minuti (9380-9382). 3. Status: durata del picco di intensità. - Varia da 30 secondi (semi di Helleboraster) a 2 minuti (radice di Asarum, 9386). 4. Declinatio: tempo di estinzione del sapore. - Alcuni sapori persistono a lungo: il calore dell’euforbio e dell’elleboro nero dura oltre 30 minuti (9393), mentre l’amaro del cocomero selvatico si protrae per 15 minuti (9392). - L’aromatico del Calamus (3° grado) dura 7-8 minuti, a differenza dell’amaro (4° grado) che svanisce subito (9390).

23.4 4. Localizzazione anatomica: sedi fisse e mobili

L’ultima sezione distingue i sapori in base alla loro sede di percezione (9401): - Sapori fissi: restano confinati in una zona (es. punta o radice della lingua, 9405). - Sapori mobili: - Diffusivi: si espandono mantenendo un punto di origine (es. l’amaro dell’elleboro nero parte dalla punta della lingua e si diffonde al centro, 9412). - Transitivi: migrano completamente da una zona all’altra (es. l’amaro della genziana passa dalla punta al centro della lingua, 9416). Le sedi principali sono labbra, lingua, palato, gola e esofago (9420). Un esempio curioso riguarda la radice di piretro, che provoca una sensazione di calore sulle labbra per 9-10 minuti, simile a “the flame of a Coal betwixt in and out” (9423).

23.5 Significato storico e metodologico

Il trattato riflette una transizione epistemologica tra XVII e XVIII secolo: - Approccio quantitativo: l’uso di tabelle, gradi numerici e misurazioni temporali precisi anticipa il metodo sperimentale moderno. - Classificazione sistematica: la tassonomia dei sapori ricorda i tentativi di Linneo per le piante, ma applicata alla fisiologia sensoriale. - Limiti empirici: l’autore ammette lacune (combinazioni non esistenti in natura) e suggerisce che la complessità reale superi il modello teorico (“more complex Conjunctions”, 9340). La durata dei sapori e la loro localizzazione introducono una dimensione dinamica e spaziale inedita, che influenzerà studi successivi sulla percezione sensoriale.


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24 Esperimenti sulla solubilità e le proprietà dei sali: un’indagine quantitativa e teorica

Un trattato seicentesco che anticipa metodi sperimentali moderni, rivelando le leggi della dissoluzione e le proprietà fisiche dei sali attraverso misurazioni precise e osservazioni controintuitive.

Il testo presenta una serie di esperimenti sistematici sulla dissoluzione dei sali in acqua, organizzati in “Enquiries” (indagini) numerate, che esplorano sia aspetti quantitativi che fenomeni teorici. L’autore adotta un approccio empirico rigoroso, basato su misurazioni ripetute e confronti tra sostanze diverse, rivelando principi fondamentali della chimica e della fisica dei fluidi.

24.1 Solubilità e sovraimpregnazione dei sali

L’indagine si concentra dapprima sulla possibilità di dissolvere più sali contemporaneamente nello stesso solvente (“Menstruum”). L’esperimento (9777-9778) dimostra che l’acqua può essere “highly impregnated with several Ingredients at once”, senza che le sostanze si precipitino reciprocamente. Tuttavia, questa regola non è universale: alcune combinazioni, come il sale comune (“Common Salt”) e il sal armoniaco (“Sal Armoniac”), si respingono se superate determinate proporzioni. Ad esempio, una soluzione di 5 dramme di sale comune non tollera più di 2 scrupoli di sal armoniaco (9785), pena la precipitazione immediata. Questo porta a una conclusione pratica: “not to infuse all manner of Ingredients in any proportion” (9788), poiché alcuni sali si neutralizzano a vicenda.

Le misurazioni quantitative (9805-9827) rivelano differenze marcate nella solubilità dei sali in 2 once d’acqua: - Zucchero raffinato (Loaf-Sugar): 3 once (ma solo se l’acqua è fredda). - Sale di tartaro (Salt of Tartar): oltre 2 once (l’esperimento è interrotto per mancanza di materiale). - Vetriolo verde (Green Vitriol): 1 oncia e 1 dramma. - Sale comune: 6 dramme e 1 scrupolo (circa ¾ di oncia). - Nitro (Nitre): 5 dramme, 2 scrupoli e mezzo. - Sal armoniaco: 5 dramme e 2 scrupoli. - Allume (Alum) e borace (Borax): rispettivamente 2 dramme e 1 scrupolo, e 1 dramma e mezzo scrupolo.

L’autore sottolinea come la solubilità non sia correlata all’igroscopicità: il sale comune, pur assorbendo umidità dall’aria, si scioglie meno dello zucchero o del vetriolo (9830). Inoltre, emerge una gerarchia di solubilità: lo zucchero si scioglie in quantità dieci volte superiori all’allume, e venti volte più del borace (9835-9836). Questi dati portano a un monito metodologico: “such a proportion [of salt] to the Menstruum, be not exceeded” (9839), poiché l’eccesso non viene estratto o precipita, come dimostrato con l’infuso di senna (9841).

Un caso peculiare è rappresentato dai cristalli di tartaro (“Crystals of Tartar”), che si sciolgono a malapena in acqua, comportandosi come resine (9845-9846): solo 5 grani su 2 dramme si dissolvono in un’oncia d’acqua.


24.2 Variazioni di volume e teoria corpuscolare

La seconda parte del trattato esplora un fenomeno controintuitivo: la dissoluzione di un sale in acqua riduce il volume totale della soluzione, anziché aumentarlo. L’esperimento (9853-9854) mostra che, dopo aver sciolto 1-2 once di sale in un bolthead (un contenitore a collo stretto), il livello dell’acqua scende di diversi pollici. Questo porta a due conclusioni teoriche: 1. Esistenza di vuoti nell’acqua: “there are Vacuities in Water” (9857), ovvero spazi interstiziali tra le particelle del liquido, occupati dalle particelle di sale durante la dissoluzione. 2. Durezza e immutabilità delle particelle d’acqua: “the Atomes of Water are hard and unalterable” (9902). L’autore argomenta che, se le particelle d’acqua fossero fluide o deformabili, si adatterebbero alle forme dei sali, annullando le variazioni di volume. Invece, la diversità delle variazioni (alcuni sali riducono il volume più di altri) dimostra che le particelle d’acqua mantengono una struttura fissa, come oggetti solidi immersi in un fluido (9901).

Le misurazioni (9874-9880) rivelano che la riduzione di volume varia a seconda del sale: - Sal armoniaco: +15 pollici (il massimo). - Zucchero: +13 pollici e ⅜. - Borace: +1 piede. - Allume: +11 pollici e ⅝. - Vetriolo verde: +9 pollici e ⅝. - Sale di tartaro: +4 pollici e ⅛ (il minimo).

Questi dati smentiscono l’ipotesi che la riduzione di volume sia proporzionale alla solubilità: lo zucchero, il più solubile, non è quello che riduce maggiormente il volume (9884-9886). L’autore ammette di non saper spiegare questa discrepanza (“The Cause whereof is not easily assigned”, 9887), ma suggerisce che dipenda dalla diversità dei vuoti nell’acqua (9893-9894), che non sono tutti uguali ma adatti a ospitare particelle di sali specifici.


24.3 Spazio guadagnato e gravità specifica

L’ultima indagine (9905-9915) quantifica lo “spazio guadagnato” dalla dissoluzione, ovvero la differenza tra il volume occupato dal sale solido e quello che occupa una volta disciolto. Per evitare interferenze, l’autore usa olio di trementina (che non dissolve i sali) come mezzo di misura: - Sal armoniaco: nessun guadagno (15 pollici sia in olio che in acqua). - Allume: guadagna 1 pollice e ½ su - Nitro: guadagna quasi 3 pollici su - Sale comune: guadagna 4 pollici su

Questi risultati permettono di calcolare la gravità specifica dei sali (9918-9922): - Il nitro è 1/22 più leggero del sale comune. - L’allume è 1/6 più leggero. - Il sal armoniaco è quasi 1/4 più leggero.

L’autore nota una correlazione tra gravità specifica e volatilità: i sali più leggeri (come il sal armoniaco) sono anche i più volatili, mentre quelli più pesanti (come il sale comune) sono più stabili (9925-9929).


24.4 Significato storico e metodologico

Il testo rappresenta un esempio precoce di chimica quantitativa, in cui l’osservazione empirica si combina con la misurazione precisa e la formulazione di ipotesi teoriche. Gli esperimenti anticipano concetti moderni come: - La solubilità differenziale dei composti. - La teoria corpuscolare della materia (con l’idea di particelle dure e vuoti interstiziali). - La gravità specifica come proprietà misurabile.

La metodologia è rigorosa: ogni affermazione è supportata da dati numerici, e le eccezioni (come la mancata correlazione tra solubilità e variazione di volume) sono esplicitamente segnalate. L’autore dimostra anche una consapevolezza critica dei limiti sperimentali, come nel caso del sale di tartaro, dove ammette di non aver potuto completare la misurazione per mancanza di materiale (9809).

Il trattato si inserisce nel contesto della rivoluzione scientifica del XVII secolo, dove figure come Boyle (a cui il testo è attribuibile per stile e contenuti) iniziavano a sostituire le speculazioni alchemiche con un approccio basato su prove ripetibili. La scelta di studiare i sali — sostanze centrali nella farmacopea e nell’alchimia dell’epoca — riflette l’interesse pratico per la preparazione di infusi e composti medicinali, ma anche la volontà di comprendere le leggi fondamentali della natura.


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25 Anatomia vegetale e microstrutture nei trattati seicenteschi: un atlante della fisiologia delle piante

“Le tavole non sono semplici illustrazioni, ma mappe di un mondo invisibile che si rivela solo sotto la lama del microscopio.”

Il testo estratto rappresenta un corpus di tavole anatomiche (TAB.) e descrizioni dettagliate tratte da un trattato scientifico del XVII secolo, probabilmente opera di Nehemiah Grew (The Anatomy of Plants, 1682) o di Marcello Malpighi (Anatome Plantarum, 1675-1679). L’analisi rivela tre livelli di significato: 1) la precisione metodologica nella dissezione e rappresentazione delle strutture vegetali; 2) la terminologia pionieristica che anticipa concetti moderni; 3) il valore storico come testimonianza della transizione dall’osservazione macroscopica a quella microscopica.


25.1 1. La dissezione come strumento di conoscenza: tecniche e gerarchie strutturali

Il testo si concentra su sezioni trasversali e longitudinali di radici, fusti e foglie, descrivendo una gerarchia di tessuti con una nomenclatura ancora fluida ma sorprendentemente accurata. Le tavole seguono un ordine logico: - Radici (TAB. IX–XVII): analizzate per strati concentrici, con enfasi sulla corteccia (Barque), il legno (Wood), e il midollo (Pith). La frase “The Root split down, to shew the Position of the Vessels” (11389) evidenzia l’obiettivo di esporre i vasi conduttori in sezione, pratica rivoluzionaria per l’epoca. - Fusti (TAB. XVIII–XXXVII): qui emergono dettagli sulla crescita annuale (“the Wood of 3 years growth”, 11439) e sulla specializzazione dei vasi. Particolare rilevanza hanno: - I “Aer-Vessels” (vasi aeriferi, oggi noti come xilema), descritti come “Holes in the Columns” (11398) o “Holes edged with white Rings” (11412). La loro funzione era ancora ipotetica, ma la loro posizione nel legno e la forma spiralata (visibile in TAB. LI) anticipano la scoperta dei tracheidi. - I “Lympheducts” (vasi linfatici, oggi floema), spesso associati a “Sap-Vessels” (vasi cribrosi) o “Milk-Vessels” (laticiferi). La frase “the Network both of the Lympheducts, and of the Aer-Vessels” (11387) suggerisce una rete interconnessa, concetto chiave per la fisiologia vegetale. - Le “Insertions” (inserzioni parenchimatiche), descritte come “Parenchymous Insertions betwixt the parcels of Wood” (11417), che oggi identificheremmo come raggi midollari.


25.2 2. Terminologia e concetti: tra antiche intuizioni e scienza moderna

Il testo usa termini che sovrappongono osservazione empirica e ipotesi funzionali, spesso con risultati ambigui ma suggestivi: - ”Barque” (corteccia): termine generico che include sia l’epidermide** (“the Skin”, 11398) che il floema. La frase “the Barque striped off” (11386) descrive la rimozione della corteccia per esporre i vasi sottostanti, tecnica ancora usata in dendrocronologia. - ”Aer-Vessels”: identificati come “Holes” (11398) o “spiral wyers” (11508), sono chiaramente vasi xilematici, ma la loro funzione era interpretata come trasporto di aria (da cui il nome), non di acqua. Solo nel XVIII secolo Malpighi e Hales dimostreranno il ruolo dello xilema nella conduzione della linfa grezza. - ”Lympheducts” e “Sap-Vessels”: termini usati in modo intercambiabile per indicare il floema e i vasi cribrosi. La frase “the common Lympheducts” (11406) suggerisce una distinzione tra vasi “comuni” e specializzati (es. “Milk-Vessels” per i laticiferi, 11410). - ”Pith” (midollo): descritto come una struttura “composed of angular Bladders” (11473), con una stratificazione gerarchica** (bladders → threads → fibers) che prefigura la teoria cellulare di Schleiden e Schwann (1838).

Ambiguità e contraddizioni: - La distinzione tra “Wood” (legno) e “true Wood” (11447) riflette una confusione tra xilema primario e secondario, tipica di un’epoca in cui la crescita secondaria non era ancora pienamente compresa. - I “Balsame-Vessels” (11416) e i “Turpentine Vessels” (11458) sono esempi di vasi secretori (oggi noti come canali resiniferi), ma la loro funzione era associata a una generica “secrezione di umori”.


25.3 3. Significato storico: la nascita dell’anatomia vegetale come disciplina

Questo trattato rappresenta una pietra miliare per tre ragioni: 1. Metodo sperimentale: l’uso sistematico di sezioni sottili (“cut transversly”, 11391) e ingrandimenti (“magnified”, 11403) segna il passaggio dall’osservazione macroscopica (tipica di Teofrasto o Cesalpino) all’anatomia microscopica. La frase “Not visible, except very highly magnified” (11476) sottolinea i limiti tecnologici dell’epoca, superati solo con i microscopi di Leeuwenhoek. 2. Approccio comparativo: le tavole confrontano specie diverse (vite, noce, balsamina, corin tree), anticipando la tassonomia funzionale di Linneo. Ad esempio, la descrizione della “Branch of Vine split down” (11427) con “Chambers of the Pith” evidenzia differenze strutturali tra monocotiledoni e dicotiledoni. 3. Teorie fisiologiche: il testo riflette due paradigmi concorrenti: - Meccanicismo: la crescita delle foglie spiegata tramite “Salts” (11515) e la struttura dei vasi come “spiral wyers” (11508) risente dell’influenza di Cartesio e della sua visione della natura come macchina. - Vitalismo: la presenza di “Milk-Vessels” (11410) e “Balsame-Vessels” (11416) suggerisce una forza vitale che guida la secrezione di sostanze, idea che sopravviverà fino a Dutrochet e Bichat.

Testimonianza di un’epoca: - Le tavole sono disegni originali, non fotografie, e rivelano il lavoro artigianale degli illustratori scientifici. La frase “a little too big for the life” (11397) ammette un errore di scala, tipico delle prime rappresentazioni microscopiche. - Il riferimento ai “TABLES to the Third BOOK” (11418) e al “Fourth BOOK” (11480) indica che il testo fa parte di un’opera più ampia, probabilmente organizzata in libri tematici (radici, fusti, foglie, generazione).


25.4 4. Dati e misure: precisione e limiti

Nonostante l’assenza di unità di misura standardizzate, il testo fornisce dettagli quantitativi sorprendenti: - Proporzioni: “the proportion between the chief Fibers” (11495) e “the Angles they usually make together” (11495) anticipano studi moderni sulla geometria delle nervature fogliari. - Crescita annuale: la distinzione tra “Wood of 3 years growth” (11439) e “one years growth” (11440) dimostra una comprensione della dendrocronologia, anche se rudimentale. - Microstrutture: la descrizione dei “single Fibers” (11473) e dei “spiral wyers” (11508) suggerisce osservazioni a ingrandimenti superiori a 100x, notevoli per l’epoca.

Limiti tecnici: - L’assenza di colorazione rende difficile distinguere i tessuti (es. “the black Columns under them, are the Wood”, 11403). - La terminologia non standardizzata porta a sovrapposizioni (es. “Lympheducts” vs “Sap-Vessels”).


25.5 5. Elementi peculiari e curiosità


25.6 Conclusione: un ponte tra alchimia e biologia

Questo trattato incarna la transizione dal naturalismo rinascimentale alla scienza moderna. Le sue tavole non sono solo illustrazioni, ma ipotesi visive che cercano di spiegare la vita vegetale attraverso: - Strutture (vasi, midollo, parenchima), - Funzioni (trasporto di linfa, aria, secrezioni), - Processi (crescita, generazione, adattamento).

La terminologia ibrida (latina, inglese, metafore meccaniche) riflette un’epoca in cui la botanica stava diventando una scienza autonoma, distaccandosi dalla medicina e dall’alchimia. Le ambiguità (es. “Aer-Vessels”) non sono errori, ma tappe necessarie verso la scoperta della fotosintesi (Priestley, 1770) e della teoria cellulare. In questo senso, il testo è una testimonianza vivente del metodo scientifico in divenire.


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26 Anatomia e meccanismi di dispersione dei semi: un trattato seicentesco tra osservazione e precisione

“Sheweth the Seed Case of Tulip entire, cut transversly, and split downe” (11583).

Il testo estratto rappresenta una sezione di un trattato scientifico dedicato alla morfologia e alla fisiologia dei semi, con particolare attenzione alla loro struttura interna, ai meccanismi di dispersione e ai processi di sviluppo pre-germinativo. Le tavole (TAB.) descritte – numerate da LXXI a LXXXIII – documentano con minuzia sezioni trasversali, dissezioni e ingrandimenti di semi e frutti, rivelando un approccio empirico tipico della scienza sperimentale del XVII secolo, quando l’uso del microscopio e della rappresentazione grafica dettagliata iniziava a rivoluzionare lo studio della botanica.

26.1 Struttura e funzione dei semi: una classificazione anatomica

Il nucleo del trattato si concentra su tre aspetti fondamentali: 1. La diversità morfologica dei semi e dei loro involucri. Vengono analizzati casi specifici, come “the Seed and Seed-Case of Harts Tongue, opened with a Spring” (11585), che suggerisce l’esistenza di meccanismi di apertura elastici per la dispersione. Altri esempi includono: - “The manner of the ejaculation of the Seed, in Coded Arsmart” (11583), che descrive un meccanismo di espulsione attiva del seme, probabilmente legato a variazioni di umidità o pressione interna. - “The Coats of the Seed of Azarum formed the year before it ripens” (11583), che evidenzia una pre-formazione degli strati protettivi in anticipo rispetto alla maturazione, un dettaglio rilevante per comprendere i tempi di sviluppo delle piante. - La distinzione tra “the true Seed” e i suoi involucri (es. “the true Seed which lies in the hollow made in the Cover” in Flag, 11593), che riflette una gerarchia strutturale tra tegumenti esterni (spesso duri o fibrosi) e il seme vero e proprio.

  1. Le tecniche di dissezione e rappresentazione. Le descrizioni sono accompagnate da istruzioni per la preparazione dei campioni, come “pared a little” (11595, Coffee Berry stone) o “split in two” (11593, Purging Angola Nut), e da scale di ingrandimento (“magnifyd”, ricorrente in frasi come 11593, 11595, 11598). Questo approccio sistematico rivela:
    • L’uso di strumenti ottici (probabilmente microscopi semplici) per osservare dettagli altrimenti invisibili, come “the Lobes hereof answerable to two Leaves, and Radicle to the Stalk” (11593), che identifica precursori delle future strutture vegetali.
    • Una terminologia anatomica precisa, con termini come Radicle (radichetta embrionale), Plume (plumula), Parenchyma (tessuto di riserva), Vitellum (sostanza nutritiva), e Navle (ombelico, punto di attacco del seme).
    • La rappresentazione grafica come strumento di indagine: le tavole sono concepite per mostrare “the Figures […] pretty near a Scale” (11589), con correzioni esplicite come “the corners and edges of that of Fox-glove should have been rounder” (11589), che denota una ricerca di accuratezza quasi ossessiva.
  2. Processi di sviluppo e germinazione. Le tavole LXXIX-LXXXI si concentrano sul formarsi del seme all’interno del frutto, descrivendo fasi successive:
    • “the gradual forming of the Lobes” (11613, F. 6-8) e “the forming of the Radicle” (F. 9), che illustrano la differenziazione dell’embrione in cotiledoni e radichetta.
    • “the contraction at the point, into a short and slender Navle string” (F. 10-11), che spiega come il funicolo (cordone ombelicale del seme) si riduca e scompaia durante la maturazione.
    • La stratificazione delle membrane nei frutti carnosi, come nell’albicocca (“A Slice of a young Apricock”, 11603-11605), dove si distinguono “the duplicature of the Skin” e la progressione delle coperture protettive (F. 1-3 in 11610-11611).

26.2 Significato storico e metodologico

Il trattato si inserisce nel contesto della rivoluzione scientifica del Seicento, quando figure come Robert Hooke (autore di Micrographia, 1665) e Marcello Malpighi (con i suoi studi sugli embrioni vegetali) stavano ridefinendo i confini della botanica. Le caratteristiche che lo collegano a questa epoca includono: - L’osservazione diretta come fondamento della conoscenza, con descrizioni che privilegiano “what is seen” (11587) rispetto a teorie speculative. - L’attenzione ai dettagli microscopici, come i cristalli di “Essential Salts of Plants” (11617-11621), che anticipa studi successivi sulla chimica vegetale. Le forme dei cristalli – “a Crystal of the Essential Salt of Rosemary” (F. 2) o “of Wormwood” (F. 3) – sono documentate con precisione, suggerendo un interesse per la mineralogia delle piante. - La standardizzazione delle rappresentazioni, con l’uso di scale di riferimento e la correzione di errori grafici (11589), che riflette una mentalità proto-positivista.

26.3 Ambiguità e limiti

Nonostante la precisione, emergono alcune zone d’ombra: - Termini desueti o ambigui: Coded Arsmart (11583) o G. Scurvygrass (11618) non sono immediatamente identificabili con specie moderne, suggerendo una nomenclatura ancora in evoluzione. - Ipotesi non verificate: L’idea che i semi di Azarum formino i loro tegumenti “the year before it ripens” (11583) potrebbe essere una deduzione basata su osservazioni limitate, non suffragata da dati quantitativi. - Mancanza di contesto teorico: Il testo si concentra sulla descrizione, ma non spiega perché certi meccanismi (come l’“ejaculation” dei semi) si siano evoluti, lasciando implicite le connessioni con l’ecologia della dispersione.

26.4 Conclusione: un ponte tra arte e scienza

Le tavole descritte rappresentano un ibrido tra scienza e arte, dove la precisione anatomica si unisce a una sensibilità estetica (si noti l’attenzione alle “Foulds of divers Seeds”, 11591). Il trattato non si limita a catalogare forme, ma ricostruisce processi dinamici – come la germinazione o la dispersione – attraverso una sequenza di immagini statiche. Questo approccio, tipico della scienza barocca, anticipa la moderna biologia dello sviluppo, pur rimanendo ancorato a un paradigma osservativo pre-sperimentale. La sua eredità risiede nella metodologia: l’idea che la conoscenza botanica debba fondarsi su dissezioni, ingrandimenti e rappresentazioni fedeli, un principio che avrebbe guidato la scienza per i secoli a venire.


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