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Gilbert - De Magnete - 1640 | L | m


1 La rivoluzione magnetica e la nuova filosofia naturale

Dalla terra ignota alle leggi nascoste: esperimenti, ipotesi e la sfida alle opinioni consolidate

Si presenta la genesi di un’indagine sistematica sulle proprietà magnetiche della Terra e dei suoi minerali. L’autore dichiara l’intento di “procedere da manifesti esperimenti magnetici” [4] per “penetrare nell’intima sostanza del globo terrestre” [4], superando le “opinioni probabili” [4] della filosofia tradizionale. Si descrive un metodo fondato sull’osservazione diretta: “dopo aver esaminato molti [magneti] estratti da montagne, profondità marine e caverne metallifere” [5], si è dedicata “lunga e assidua cura” [5] allo studio delle “forze del magnete, mirabili e superiori a quelle di ogni altro corpo” [5], ottenendo risultati “nuovi e inauditi” [6] attraverso la sperimentazione quotidiana.

Si delinea una scienza magnetica strutturata come la geometria: “partendo da principi minimi e facili, emerge verso massimi e difficili” [8], rivelando “arcani del globo terrestre” [8] rimasti ignoti per “ignoranza degli antichi o negligenza dei moderni” [9]. L’opera si rivolge esclusivamente a “veri filosofi, uomini liberi che cercano la scienza non solo nei libri, ma nelle cose stesse” [10], respingendo le critiche di “librai ignoranti, grammatici, sofisti” [10] che “si spacciano per filosofi, medici, matematici” [10]. Si enfatizza la novità del metodo: “abbiamo posto i nostri esperimenti come fondamenti” [15], invitando a verificarli “con prudenza e abilità” [15], poiché “nulla è stato tratto da questi libri che non sia stato da noi esplorato e comprovato” [15].

Si riconosce la difficoltà di “dare novità a ciò che è antico, luce a ciò che è oscuro” [13], ma si afferma che “la filosofia magnetica è nuova e inaudita” [17], lontana dai “principi e decreti” [18] della tradizione. Lo stile è volutamente asciutto: “non abbiamo aggiunto ornamenti retorici” [19], usando “parole nuove” [20] solo per “rendere chiare cose mai nominate prima” [20]. Si annuncia un percorso che, dopo “gli esperimenti magnetici e la conoscenza delle parti omogenee della Terra” [20], approda a una “filosofia libera” [20], correggendo errori tramandati “dai Greci e Latini” [20]. Si rende omaggio agli “antichi padri della filosofia” [21], ma si sottolinea come la nuova scienza “abbia portato alla luce molte cose” [21], superando le loro ipotesi.

L’opera si chiude con una dedica a “Guglielmo Gilbert, padre della filosofia magnetica” [23], celebrando il magnete come “il più grande e ammirevole dono della natura” [25], “argomento più nobile e utile” [26] per esercitare l’ingegno umano, il cui studio ha permesso di “unire continenti e regioni infinite” [27] dopo secoli di separazione.


2 La varietà e le proprietà della magnetite nelle diverse regioni del mondo

Diversità di forme, colori e potenze magnetiche nelle pietre di ogni terra.

Si presenta una trattazione sulla magnetite, evidenziandone la molteplicità di caratteristiche fisiche e magnetiche a seconda delle regioni di provenienza. Le fonti antiche, come Plinio, Teofrasto e Dioscoride, ne riconoscono l’esistenza, ma “non tamen in tanta varietate magnetum & dissimilitudine, duritiei 5 mollitudinis, gravitatis, levitatis substantia” [379], limitandosi a descrivere solo le varietà note ai loro tempi. La scoperta di nuovi esemplari è legata all’espansione dei commerci globali, che ha reso accessibili pietre un tempo ignote.

Si distinguono varietà in base a colore, forza e origine geografica. “In Magnefia, & Macedonia vtuntur ruffi, nigrique, in Boeotia ruffi magis quam nigri, in Troade nigri sine viribus” [381], mentre in Asia Minore si trovano esemplari bianchi, simili alla pomice e privi di attrazione per il ferro. Alcune pietre, come quelle dell’India orientale, della Cina e del Bengala, sono “ferrei, aut fusci sanguinei coloris, aut iecinoris” [382], potenti e talvolta così grandi da sollevare pesi considerevoli. Altre, come quelle dell’Arabia, sono rosse e piatte, meno pesanti ma di buona qualità, mentre in Norvegia e in alcune zone d’Italia si trovano esemplari neri e deboli.

Si elencano ulteriori differenze: magneti di colore plumbeo, grigi o marmorei, alcuni “perforati tanquam favi” [389] e leggeri ma resistenti, altri metallici, utilizzati per fondere ferro di qualità. La consistenza varia da durissima a friabile, da porosa a compatta, e la forza attrattiva da intensa a quasi nulla. “Non omnes magnetes recte dici possunt lapides; sunt qui saxa potius repraesentant” [393], alcuni simili a vene metalliche o a zolle terrose.

La diversità dipende dalla natura del suolo, dalla composizione delle rocce e dalle condizioni climatiche, “pro regionis ratione & labe” [396]. Nonostante la rarità di esemplari eccezionali, “nulla regio in qua non aliqua specie reperiatur” [397], e con maggiori investimenti si potrebbero scoprire nuove varietà ovunque.


3 Il magnetismo terrestre e le proprietà della “terrella”

Pietra rotonda, poli celesti, attrazione e repulsione tra magneti

Si presenta la trattazione delle proprietà magnetiche di una pietra sferica (“lapis rotundus” [420], “terrella” [419]), modellata come rappresentazione della Terra. Si descrivono esperimenti per individuare i poli magnetici: l’uso di un ago di ferro (“verforium” [422]) o di limatura posata sulla pietra traccia linee che convergono nei poli (“lineae illae circulos ostendunt meridianos […] in polis lapidis concurrere” [421]). La posizione dei poli viene confermata spostando l’ago su più punti della superficie (“ex concurrentia linearum directionis, polum alterum in A puncto, alterum in B” [423]) e osservando l’allineamento perpendicolare dell’ago stesso (“in ipso polo erectus stat” [425]).

Si dimostra come la terrella, posta a galleggiare in acqua, ruoti spontaneamente fino a orientare i poli verso i corrispondenti punti cardinali (“meridionalis eius polus in septentriones, septentrionalis in austrum dirigitur” [430]), indipendentemente dall’inclinazione iniziale (“etiam si decem, aut viginti […] gradibus alter polus elevetur” [431]). L’orientamento è costante per tutti i magneti, nonostante differenze di forza (“omnes eosdem habent limites” [435]), e si critica l’errata convinzione che il polo rivolto a nord sia necessariamente quello settentrionale (“in maximo errore versari, qui partem lapidis in septentriones inclinantem […] septentrionalem polum lapidis existimant” [436]).

Si analizzano poi le interazioni tra magneti: poli opposti si attraggono (“contrarii enim poli contrarios alliciunt” [442]), mentre poli uguali si respingono (“septentrionalem septentrionali […] apponas, lapidem fugat” [442]). L’attrazione persiste anche se il magnete viene diviso: le due metà, separate, ruotano per ricongiungersi (“B trahit C, cupiens uniri, et in pristinam continuitatem reduci” [445]). Si conclude sottolineando la scarsa conoscenza delle basi del magnetismo (“tam male adhuc culta omnis magnetica philosophia” [437]) e la necessità di esplorare fenomeni meno evidenti (“postea vero subtilitates plurimae […] aperiendae” [438]).


4 La formazione dei metalli secondo le teorie rinascimentali

Origine, natura e varietà dei metalli: tra vapori tellurici e principi generativi

Si presenta una trattazione sulla genesi e la composizione dei metalli, basata su teorie naturalistiche del XVI secolo. Si discute l’ipotesi che i metalli non derivino da principi semplici come mercurio o zolfo (“nulium argentum vivum, vt neq; sulphur, sunt principia metallorum” [475]), ma da processi di trasformazione della materia terrestre. Si afferma che la terra emette “succos varios” [476], umori generati dalla sua sostanza e non da semplici miscele di acqua e terra, e che questi si distinguono per qualità intrinseche, non per opposizioni elementari.

Si cita Aristotele per spiegare che i metalli si formano da “halitus” (vapori) che, condensandosi nelle vene della terra, diventano materia metallica (“halitus ille qui continuatus in venis terrarum crassescit, materia vult esse metallorum” [477]). Questi vapori, mescolandosi a sostanze terrose o idonee, generano metalli puri o imperfetti, a seconda delle condizioni: “aliquando halitus cum materia sola idonea in se coit: hinc metalla nonnulla pura eruuntur” [479]. Si sottolinea che la perfezione dei metalli (oro, argento) non dipende da proporzioni fisse, ma dall’incontro tra materia adatta e forze naturali universali (“non ex materia: quantitate aut proportione […] sed quando cum idonea materia alueis convenientibus […] formas apprehendunt” [480]).

Si respinge l’idea astrologica di un legame tra pianeti e metalli (“neque planetis metalla nec metallis planetae […] conveniunt” [483]), definendola “anilia” (puerile) [489], e si ribadisce che la generazione metallica avviene per azione di vapori e umori che, penetrando la sostanza omogenea della terra, si trasformano in vene metalliche (“halitus vero illi, succique ex halitibus […] in corporum matrices convenientes, ubi formantur metalla” [490]). Si osserva che il ferro e la magnetite, pur derivando dalla stessa sostanza, raramente si mescolano ad altri metalli, a differenza di quanto accade per le altre specie (“natura rarissime, aut nunquam immiscet ferro metallum quodvis aliud” [490]).

Infine, si paragona la terra a un organismo vivente, capace di generare piante e metalli anche in condizioni apparentemente sterili (“terra enim ex profundo puteo eruta […] herbam producit virentem” [492]), suggerendo che ogni regione possiede una propria “vis generativa” specifica per erbe, piante e metalli (“sua enim unaquaeque regio herbas producit, & stirpes, sua etiam metalla” [492]).


5 Le vene di ferro e le loro proprietà metallurgiche

Dalla terra ai forni: varietà, lavorazione e qualità del ferro estratto.

Si presenta una trattazione sulle diverse tipologie di vene ferrose, le loro caratteristiche e i processi di estrazione e lavorazione. Le fonti descrivono minerali con aspetto e colore variabili: “Aliquando filice candido, aut alijs lapidibus vestitum, cruitur” [500], o “iecoris colorem” [502], talvolta “pallida cinerea” [503] o “nigra per se” [506]. La purezza del ferro dipende dalla vena: in Irlanda “ferri vena sere pura […] ex qua fabri […] instrumenta cudunt” [501], mentre in Francia si estrae da pietre “iccoris colore” [502]. Alcune vene sono “molles & pingues […] ex quibus ferrum optimum excoquitur” [510], altre mescolate a materiali sterili come “pyrite” o “plumbagine” [506].

Si discute la lavorazione: il minerale viene “torrefactae […] aut ignibus temperatis detenta” [504] per acquisire il colore del fegato, mentre in Inghilterra il ferro si ricava anche da “arenosis & lutosis lapidibus” [510]. La qualità del metallo varia: “quoddam est natura tenax, quod optimum; mediocre quoddam; aliud fragile, quod deterrimum” [517]. La tempra influisce sulle proprietà: “ferrum arte & temperatura durius fit” [524], indurito da acque specifiche come a Bilbao (“in Hifpania Bilbili”) [526] o ammorbidito dal calore (“remollescit […] sine aqua” [527]).

Si menziona la produzione di acciaio (“acies”), ottenuto da ferro purificato e temprato, più pregiato del metallo grezzo (“acies maiori multo pretio quam ferrum venditur” [520]). La lavorazione avviene in “magnis officinis” con martelli e fuochi, eliminando le scorie (“recrementum deponens” [521]). Il testo cita anche metodi antichi, come la produzione del “ferrum Chalybicum” descritto da Aristotele, ottenuto lavando sabbie fluviali e fondendole con “pyritacho lapide” [513]. Infine, si sottolinea la presenza diffusa di minerali ferrosi, anche se non tutti sono sfruttabili: “terrae […] ferream naturam ostendunt, in ferrum tamen […] minime funduntur” [515].


6 Il magnetismo terrestre e le proprietà della calamita

La terra come magnete, la calamita come sua parte: virtù comuni e differenze nella materia.

Si tratta delle proprietà magnetiche della terra e della calamita, con particolare attenzione alla loro relazione e alle caratteristiche fisiche. Si osserva che la calamita (“Seruatm magnes in fcobe ferri”) [665] non si conserva per un presunto bisogno di nutrimento, ma grazie alla protezione dalle impurità esterne, come polveri e scorie. La sua durata dipende dalla purezza della materia: “auiafms mutu pulueribus perfici manent nec eorum extremitates marcescunt” [665]. Si nota inoltre che la calamita e il ferro, quando sepolti insieme, mantengono la loro forza per secoli (“per multa secula integram & incorruptam durant” [667]), a differenza di altri materiali che si corrompono.

Si discute poi del rapporto tra calamita e ferro: la prima non trasferisce sostanza al secondo, ma ne risveglia le virtù latenti (“ab altero, alterius sopita virtus suae dispendio excitatur” [669]). Un singolo magnete può attrarre quantità enormi di ferro senza indebolirsi (“mille ferramenta totidem in usum navigantium” [670]), dimostrando che la sua forza non si esaurisce. Si precisa che solo il ferro acquisisce proprietà magnetiche dal contatto con la calamita, mentre altri materiali (“ligna, aut ossa, aut vitrum”) [673] non ne sono influenzati.

Si distingue tra calamita e vena ferrosa: la prima, più resistente alla fusione, conserva una natura più semplice e affine alla terra (“simpliciorem naturam” [674]). Entrambi, tuttavia, condividono un’origine comune (“unius eiusdemque speciei forma” [667]) e le stesse qualità primarie, come l’attrazione e l’orientamento verso i poli terrestri (“mutuo trahendi, movendi, & ad mundi, & terrarum globi positionem disponendi” [667]). Si cita Aristotele (“ferrum vero terrenum est” [680]) e Galeno (“ferrum corpus est terrcum, & crassum” [681]) per sottolineare la natura terrosa del ferro e della calamita, considerati parte di un’unica specie (“utrumque speciei unum” [682]).

Si introduce infine l’idea rivoluzionaria che la terra stessa sia un magnete (“globus terrae sit magneticus” [685]), dotato delle stesse virtù primarie della calamita. Si annuncia una trattazione basata su esperimenti e dimostrazioni (“experimenta (vera terrenae philosophiae fundamenta)” [686]), destinata a confermare questa tesi con la stessa certezza delle scienze matematiche (“tam certo constabit, quam quicquam quod unquam in philosophia […] confirmatum fuit” [687]). La terra, pur contenendo umori, mantiene una forma stabile e definita (“firma & constanti substantia” [688]), a differenza dei fluidi instabili.


7 Natura e cause dell’attrazione elettrica e magnetica

Si indagano le proprietà dei corpi elettrici, le loro affinità con l’ambra e le differenze rispetto ai fenomeni magnetici.

Si presenta una trattazione sulle cause dell’attrazione esercitata da alcuni corpi, definiti elettrici, e sulle loro differenze rispetto ai fenomeni magnetici. Si distingue tra tre tipi di attrazione: quella legata al calore (“Primum eorumq^ quahutc e emcntari, caJore (videlicet) trahunt” [772]), quella basata su qualità occulte (“Secundum gchus eft eorum, c™uatiTu7ceflionetrahunt” [772]), e quella derivante da una virtù specifica, come nel caso dell’ambra, del succino e di altre sostanze (“Tertium eorum, quæ a tonus fub^ ftWp~romi”e7ate «trahunt” [772]).

Si escludono spiegazioni basate sul calore o sul movimento dell’aria, poiché corpi riscaldati non attraggono necessariamente (“Si acalore fit attraa.o, cur al.a ctiam plurima corpora […] non attraherent?” [777]), né l’attrazione avviene per rarefazione dell’aria (“nec propter diflipatu aere” [779]). Si critica inoltre l’idea che la similitudine tra corpi sia causa dell’attrazione (“Similitudo etiam in causa non est” [784]), poiché materiali diversi sono attratti allo stesso modo.

Si attribuisce l’effetto elettrico a un effluvio sottile emesso dai corpi strofinati, composto da materia umida e attenuata (“Effluuia illa non sunt flatus […] Humores sunt fumme attenuati” [849]). Questo effluvio, diverso dall’aria comune (“Electrica effiuuia ab aere multum differunt” [870]), agisce come un braccio esteso che unisce il corpo elettrico a quello attratto (“Effluuiaverd illatenuiora […] tanquam extenfis brachijs” [879]). L’attrazione avviene solo in presenza di un mezzo idoneo, come l’aria secca, e viene ostacolata da umidità o vapori (“Humida eminenti […] concurrunt ut uniantur” [877]; “Humor etiam & vapido aere […] vires restringuit” [861]).

Si sottolinea la specificità dei corpi elettrici: solo quelli originati da un umore predominante e solidificati (“Omnia […] quae praedominanti humido orta sunt” [805]) attraggono, mentre materiali come metalli, marmi o pietre, privi di questa natura, non producono effetti (“nec metalla, marmora, filices […] allicere possunt” [809]). La frizione è necessaria per evocare l’effluvio, ma alcuni corpi, come il succino di grandi dimensioni, attraggono anche senza strofinio (“Si moles succini maior fuerit […] absque frictione allicit” [845]).

Si confrontano infine i fenomeni elettrici con quelli magnetici: mentre i primi attraggono indistintamente tutti i corpi (“Ad electrica feruntur omnia” [818]), i secondi agiscono solo su materiali specifici (“Magnes tantum provocat magnetica” [817]). L’attrazione elettrica è descritta come un movimento di coaccrescimento (“motus coaccruationis materiae” [889]), mentre quella magnetica come una disposizione e conformazione (“motus dispositionis & conformationis” [889]).


8 La natura delle forze magnetiche e l’interazione tra magnete e ferro

Coesione, mutua attrazione e trasmissione delle virtù magnetiche tra corpi omogenei

Si tratta della descrizione delle proprietà magnetiche del ferro e della calamita, con particolare attenzione ai meccanismi di attrazione, trasmissione della forza e disposizione spaziale. Si osserva come il magnete non agisca a distanza illimitata, ma solo entro un “orbem virium” [988], dove il ferro, prima inerte, acquista “vim vividam & valentem” [988]. La relazione tra i due corpi non è spiegata da simpatia o antipatia, ma da una “coitio” e “coniunctio” che unisce le loro forze in un’unica direzione [989].

Si discute la persistenza della “verticitas” (polarità) nel magnete, che, formatasi nel tempo, non può essere alterata facilmente: “forma terreni globi praecipua […] immutari facile non potest” [990]. Il ferro, invece, assume temporaneamente la forma magnetica, ma la perde se allontanato, a meno che non sia “disposita & ordinata” in prossimità del magnete [990]. La purezza del materiale influisce sulla sua capacità di interagire: il ferro depurato “maiorem vim attrahendi” acquista rispetto a quello grezzo [992], mentre la ruggine o la corrosione ne indeboliscono l’efficacia [998].

Si descrive il fenomeno della trasmissione a catena della forza magnetica: un magnete attrae un chiodo di ferro, che a sua volta ne attrae un altro, formando una sequenza (“tanquam catenam ordinem haerentes”) [998]. Tuttavia, l’attrazione cessa se i corpi intermedi vengono rimossi, poiché la “continuatio corporis magnetici” si interrompe [1000]. Si nota inoltre che il ferro di migliore qualità (“optimum ferrum excoctum”), come la lama, viene attratto con maggiore intensità rispetto a quello comune [1003].

Si affronta la questione della polarità: un frammento di magnete può attrarre ferro da una faccia e un altro magnete dall’altra, a seconda della distribuzione interna del materiale [1004]. Si conclude con l’analogia tra il comportamento del magnete e quello della Terra, dove i poli (“A & B”) mostrano la massima forza attrattiva, mentre all’equatore (“C & D”) essa è nulla o instabile [1010-1013].


9 Proprietà magnetiche dei magneti armati e inermi

Attrazione, coesione e vigore nei magneti con e senza armatura ferrosa

Si tratta delle caratteristiche fisiche dei magneti, con particolare attenzione al confronto tra magneti armati (rivestiti di ferro) e inermi (nudi). Si descrive come l’aggiunta di un’armatura ferrosa modifichi l’intensità dell’attrazione e la capacità di sollevare pesi.

L’armatura potenzia l’effetto magnetico: “natur# vis con{picitur, cum duo magnetes 3 nafis ferreis armati 5 coi> uenicmibus polis (vulgd contrarijs) fic vniuntur, vt mutuo fefcat trahant, attollantque” [1140]. Un magnete armato solleva infatti “pondus vnciarum viginti”, mentre uno inerme attrae solo una quantità equivalente di ferro [1141]. La ragione risiede nella maggiore adesione del ferro all’armatura: “Magneti armato firmius vnitur ferrum quam magneti, & ideo maiora pondera attollit” [1142], poiché “contiguienim magnetis præsent& ferruminantur inter se” [1142]. La coesione tra strumenti ferrosi è più forte quando entrambi sono magnetizzati: “Mutuo igitur ferramentorum validiorum contactus valida est cohaerentia” [1143].

Si osserva che la distanza di attrazione non aumenta con l’armatura, ma la quantità di ferro sollevato sì: “ferrum tamen in maiore quantitate attollere, si ferro adiunctum & continuatum fuerit” [1145]. Tuttavia, l’interposizione di materiali come la carta annulla il vantaggio: “interposita Charta, aut alio medio, magnes armatus non plus attollit quam inermis” [1166], poiché “familiaris illa metalli cohaerentia impeditur” [1167]. Esperimenti con cilindri di ferro dimostrano che, senza ostacoli, “cylindrus firmiter cum armato magnete vnitus trahitur”, mentre con carta interposta o con magnete inerme, il cilindro “voluitur” [1171-1172].

Si rileva inoltre che magneti armati di diversa grandezza, ma stessa forma e vigore, aderiscono al ferro con proporzioni equivalenti [1173], e che l’aggiunta di ferro a un magnete ne aumenta la forza: “Ferrum conveniens admotum inferi parti magnetis […] vigorem ut firmius pendeat magnes excitat” [1175]. La combinazione di più magneti o di magneti con ferro crea un sistema unico: “Coeuntia magnetica faciunt unum magneticum” [1181], incrementando la capacità di sollevamento (“molce crescente augetur etiam vigor magneticus” [1182]). Un magnete armato, infine, “magis expedite accurrit maiori ferro, & coit cum maiore ferro firmius quam cum minore” [1183].


10 Proprietà magnetiche e proporzionalità nelle interazioni tra magneti e ferro

Forza magnetica, proporzioni e geometrie: come la forma e la massa determinano l’attrazione.

Si tratta delle leggi che regolano l’interazione tra magneti e corpi ferrosi, con particolare attenzione alla proporzionalità delle forze e all’influenza della forma. Si osserva che la potenza di un magnete non dipende solo dalla sua massa, ma anche dalla disposizione delle parti e dalla geometria: “Sed fi illa pars iuftc appofita fuerit & vnita, licet agglutinata non fit & adnara, tamen appolitionc pfiftinum obtinet robur, rcditq; vigor” [1256]. Tuttavia, la rimozione di una porzione può indebolire l’effetto, specie se la forma del magnete risulta alterata: “Aliquandō tamen detractā parte firmior virtus euadit, propter malā figuram lapidis > cum videlicet per angulos inconuenientes vis diffunditur” [1257].

La proporzionalità tra massa del magnete e forza attrattiva è centrale: “Quod verum quidem est; nam & proportione intendit, & remittit vires suas” [1261], con esempi che mostrano come un magnete di una dracma attiri una dracma di ferro, e uno di una libbra una libbra, a parità di condizioni. L’esperimento descritto in [1263] conferma questa regola: un magnete di otto once, ridotto a due once ma ricostruito nella forma originale, mantiene una forza proporzionale, attirando tre once di ferro invece di dodici. La forma del ferro stesso deve adeguarsi: “Oportet etiam in hoc experimento vt eadem fit forma ferri trium vnciarum, quae prius fuit vnciarum duodecim” [1264].

Si evidenzia poi l’importanza della geometria: i corpi ferrosi allungati aderiscono meglio di quelli rotondi o quadrati (“Ob longa bacilla ferrū & femntur ad tumacia adharrent, quam rotunda aut quadrata” [1269]), e un magnete allungato esercita una forza maggiore rispetto a uno rotondo, purché i poli siano correttamente orientati (“Corpora ferrea firmius coeunt cum longiore lapide quam cum rotundo” [1275]). La distanza dai poli influisce sull’efficacia: “Manifeste enim est quōd in A & B fortius coeunt quam in rotundo, pān distāntiā a polo” [1277].

Infine, si discutono esperimenti su magneti e corpi ferrosi in movimento, notando che magneti di pari forza si attraggono con uguale intensità (“Ares magnetes pari incitatione coeunt” [1279]), mentre corpi ferrosi non magnetizzati si respingono se gravati da masse diverse (“Ferrea item corpora magnete non excita, si paria fuerint, nec mole grauata, quali motu concurrunt” [1280]). La disposizione su superfici liquide (come barchette) mostra come magneti correttamente orientati si attraggano a distanza (“Duo magnetes in superficie aquae conuemenubus cymbis dispositi […] mutuo se in amplexum incitant” [1282-1283]).


11 Proprietà e dinamiche dell’attrazione magnetica

Forze, distanze e variabili nel moto dei corpi magnetizzati

Si tratta delle leggi che regolano l’interazione tra magneti e corpi ferrosi, con particolare attenzione alla forza di coesione, alla direzione del moto e ai fattori che ne influenzano l’intensità. Si osserva come la vicinanza e l’orientamento dei poli determinino la stabilità dell’unione: “T cipit a magnete B 3 polus item magnetis illius D validus est, propter aspectum convenientem & propinquitatem poli terrellae E” [1315], mentre una disposizione contraria alla naturale polarità indebolisce o annulla l’effetto: “Nam intra orbem virtutis lapides sic consistentes contra naturam ordinem ponuntur; quare F ab E vigorem non concipit” [1315]. La presenza di un magnete più potente altera gli equilibri preesistenti, causando la separazione di corpi precedentemente uniti: “Duo magnetes, seu ferramenta excita, rite cohaerentia, alterius magnetis aut ferramenti exciti robustioris adventu, divortium faciunt” [1316], e il nuovo magnete “fugat alterum, & illi imperat” [1316].

Si discute inoltre la relazione tra distanza e intensità dell’attrazione: l’orbita di influenza magnetica (“orbis virtutis”) si estende oltre il raggio di movimento effettivo, poiché “afficitur enim magneticum in extremo etiam si non moveatur locali motu” [1323], ma la velocità di attrazione decresce con l’allontanamento: “Distantiae ratione, in propinquo citatior motus quam in longinquo” [1330]. La rapidità del moto dipende da molteplici fattori, tra cui la potenza del magnete (“Accurrit magneticum validiori lapidi celerius quam ignavo” [1327]), la massa del corpo attratto (“Minor etiam ferri moles celerius fertur” [1328]), la forma (“figura longior paulatim ad magnetem” [1328]) e il mezzo in cui avviene il movimento (“Celerius enim in aere moventur corpora quam in aqua” [1329]). Si rileva infine che, anche a distanza, un magnete può orientare un ago magnetizzato senza necessità di contatto diretto: “in ultima orbis virtutis suae parte uno pede remotus […] vix movet verforium; adiuncto ferro longo, tribus etiam distans pedibus validius ducit & fugat verforium diversis polis” [1333].


12 Proprietà magnetiche del ferro e interazioni polari

Polarità opposte, attrazione e disposizione degli elementi magnetizzati

Si tratta delle proprietà magnetiche del ferro e delle interazioni tra magneti, ferro e Terra. Si descrive come il ferro, una volta toccato da un magnete, acquisisca una polarità contraria a seconda del lato del magnete con cui entra in contatto: “cur ferrum tactum acquirit contrariam verticitatem” [1539]. Il polo settentrionale del magnete induce nel ferro una polarità meridionale, e viceversa, determinando il movimento del ferro verso i poli terrestri corrispondenti.

Si dimostra che il ferro magnetizzato assume una polarità opposta a quella del magnete che lo tocca: “ferrum tactum a septentrionali lapidis latere fit meridionalis” [1539]. L’effetto persiste anche dopo la separazione dal magnete, come evidenziato in “si separatur a polo terrellae […] alter terminus […] est meridionalis, altera vero septentrionalis” [1546]. Le parti divise mantengono la disposizione originaria: “diuisum fuerit […] partes istae separatae […] disponuntur quemadmodum prius dispositae fuerant” [1547-1548].

Si spiega che magnete e ferro formano un corpo unico, con polarità definite: “Magnes & ferrum unum faciunt corpus” [1550]. La direzione del ferro dipende dal polo del magnete che lo tocca: “ferrum tactum […] in diversam partem telluris tendit ab illa parte in quam tangens magnes collimabat” [1551]. L’orientamento segue regole precise: “septentrionalia alliciuntur a meridionalibus” [1558], e il ferro magnetizzato si allinea ai poli terrestri anche a distanza.

Si analizzano casi specifici, come l’interazione tra due magneti o tra magnete e ferro, mostrando che le forze agiscono in modo reciproco: “mutuo convenire & conspirare” [1543]. Si osserva che oggetti di forma diversa (come anelli o aghi) mantengono le stesse leggi: “annulus […] polus alter est in loco […] alter in adverso puncto” [1567]. La tendenza naturale è l’unione delle parti complementari: “natura tendit ad unitatem” [1570], come dimostrato dalla ricomposizione di un magnete diviso: “separato lapidem […] conueniunt & combinantur” [1572].

Si estende il principio a fenomeni vegetali, paragonando la crescita di un ramo tagliato alla ricomposizione magnetica: “virgula […] divisa […] si D infertur in C, accrescit” [1578], mentre un’inversione impedisce la crescita: “D inferta in A […] emoritur” [1579].


13 Proprietà e comportamenti del magnete secondo Gilbert

Direzione, attrazione e alterazione delle polarità magnetiche in strumenti e corpi ferrosi

Si tratta delle proprietà magnetiche di un magnete sferico e della Terra, con particolare attenzione alla direzione delle bussole e all’interazione tra poli. Si descrive come “Super rotundum magnetem […] ponatur versatile instrumentum cuius cuspis excitacst polo A” [1599] e come “omnes cuspides tactae sint a polo A, omnes cuspides respiciunt A” [1603], evidenziando l’attrazione selettiva verso un polo e la repulsione dall’altro. Si specifica che “non enim A punctum convertit versorium, sed totus magnes, tota etiam tellus” [1601], attribuendo la forza direzionale all’intero corpo magnetico, non a singoli punti.

Si analizza la disposizione orizzontale degli strumenti nautici (“appello directionem horizontalem quia ad planum horizontis componitur” [1607]) e la loro capacità di indicare i punti cardinali (“omnes punctos horizontis & ventos indicans” [1608]). Si osserva inoltre che “in omnibus obviis (tam lapidis quam telluris) infra horizontem sua natura declinarent versoria” [1609], suggerendo una tendenza naturale alla deviazione.

Si introduce il concetto di alterazione della verticitas (polarità magnetica) in corpi ferrosi: “ferrum magnetico influxu excitum verticitatem habet validam […] immutetur, & exuatur omni pristina verticitate” [1618]. Si dimostra come un ago magnetizzato possa invertire la propria polarità se strofinato con un polo opposto (“si le fer finem eodem polo iterum frica; & convertet se illico finis ille in contrarium” [1619]) o se esposto a un magnete più forte (“si lapis fortior […] proprietatem immutabit” [1620]).

Si conclude con la relatività delle direzioni est-ovest, affermando che “in vero globi terrae nec est ullus locus orientalis aut occidentalis” [1614], criticando le classificazioni tradizionali di regioni geografiche basate su tali concetti.


14 La variazione magnetica e le irregolarità della Terra

Della deviazione dell’ago magnetico per le asperità del globo e della costanza locale della variazione

Si tratta della dimostrazione sperimentale della variazione magnetica causata dalle irregolarità della superficie terrestre. Si descrive l’uso di una terrella (modello sferico di magnete) per simulare il comportamento dell’ago magnetico in presenza di zone più o meno “robuste” del campo magnetico.

“Quod variatio ab inaequalitate eminentium telluris partium efficiatur” [1787] introduce il principio: la deviazione dell’ago dipende dalle disomogeneità della Terra. Si osserva che un ago posto su una terrella con parti imperfette o corrose (come “parte quaedam cariofa, ad similitudinem maris Atlantici” [1788]) non punta direttamente verso i poli, ma devia verso le zone magneticamente più forti. “Verforium non variant, sed directe polum respiciunt: posita […] in medio firmae & valentis partis” [1789-1790] conferma che l’ago si allinea solo dove la superficie è uniforme, mentre devia dove incontra asperità o zone deboli.

Si dettaglia il metodo per individuare le parti più robuste del magnete: un filo di ferro posto perpendicolarmente sui poli della terrella si inclina di più dove il campo è più intenso (“ubi magis attollitur, ibi pars & superficies terrellae firmior est” [1794]). Esperimenti con aghi lunghi (“perfilum longum ferreum trium digitorum” [1798]) mostrano che le estremità si orientano verso le zone forti, anche se queste non sono visibili (“quae tamen manifeste sub sensum non cadunt” [1792]).

Si estende il modello alla Terra: le grandi masse continentali (“magnae continentibus, quae plurimae elevatae sunt supra funda marium” [1800]) perturbano la direzione dell’ago, come dimostrato con la terrella dove “eminentia spatiosa” [1800] devia l’ago dal vero meridiano. La variazione è costante in un dato luogo (“variatio uniuscuiusque loci constans est” [1804]), ma cambia con la posizione geografica (“diversa tamen & inaequalis ex locorum mutatione” [1812]). Si cita l’esempio delle isole Sorlinghe, dove la deviazione aumenta progressivamente avvicinandosi alla terraferma (“in BorrhoIyoicum […] maxime variat” [1815]).

Si conclude che la variazione è immutabile nel tempo (“ita erit in perpetuum immutabilis” [1805]), salvo cataclismi come la scomparsa di interi continenti (“qualisfuit Atlantidis regionis” [1805]). Esperimenti con magneti ausiliari (“ponc super planum verforium […] collocato magnete B apposite” [1807]) confermano che l’ago torna sempre allo stesso punto di deviazione, dimostrando la stabilità locale del fenomeno.


15 La variazione magnetica e le sue irregolarità nella navigazione

Indicatori fallaci, meridiani incostanti, declinazioni che sfuggono a ogni regola

Si discute la natura della variazione magnetica (o declinazione dell’ago calamitato) e le teorie errate diffuse tra navigatori e filosofi naturali. Si contesta l’idea che la longitudine terrestre possa essere determinata attraverso la variazione magnetica (“An longitudo terreftris inueniri n[on] f[it] p[er] variationem” [1873]), evidenziando come tale metodo sia inaffidabile. Si critica in particolare la convinzione che il meridiano passante per le Azzorre funga da confine per la variazione (“Quod vero vulgus philofophantium & nauigantium exiftimat meridianum per Azores […] variationis terminos defignare” [1879]), dimostrando che la declinazione non segue regole fisse né proporzioni prevedibili (“non declinat in Eurum magis verforium quia iter factum est in Eurum” [1878]).

Si analizzano esempi concreti di misurazioni contrastanti: a Plymouth la variazione massima verso est raggiunge i 13°30’, mentre a Corvo (Azzorre) l’ago non punta costantemente a nord (“Neque in Plimmuthi meridiano […] variatio est graduum 13, mi[nuta] 30” [1882]). Si osserva inoltre che la variazione muta non solo in longitudine, ma anche in latitudine, con ampiezze maggiori ai poli (“in maiore Latitudine 60, 70 aut 80 graduum, amplissimae […] variationes exsistunt” [1893]) e minime all’equatore (“in aequatore aut prope aequatorem telluris, variatio saepius exigua est” [1892]). Le cause sono attribuite alla disposizione dell’ago e alla forza magnetica terrestre, più debole ai poli (“directio igitur invalidior est propa polos” [1894]) e influenzata dalle masse terrestri (“terrarumque eminentiarum vis robustior est” [1894]).

Si respingono metodi come quello di Stevino, che proponeva di usare la variazione per individuare i porti (“Steuinus […] per meridianos variationem distinguit” [1880]), sottolineando l’impossibilità di stabilire regole universali (“non convenienter per circulos maiores & meridianos termini variationis constituuntur” [1886]). Tuttavia, si riconosce l’utilità pratica della variazione per la navigazione, purché supportata da strumenti adeguati (“portuum inueniendarum ratio […] per variationem bene perspecta […] magni est momenti” [1889]).

Infine, si confuta l’errore di Cardano, che aveva ipotizzato una relazione tra la variazione magnetica e la distanza tra il centro della Terra e quello del mondo (“Cardani error […] distantiam centri terrae a centro mundi per motum Herculis lapidis” [1900]), definendolo un’ipotesi priva di fondamento sperimentale. Il capitolo si conclude con l’enunciazione del problema centrale: determinare l’ampiezza dell’arco di variazione tra il meridiano geografico e la direzione dell’ago magnetico (“De variationis quantitate inuenienda: quantus sit arcus Horizontis a meridiani intersectione” [1904]), presupposto essenziale per l’uso della bussola nautica.


16 Strumenti e metodi per la navigazione astronomica e magnetica

Calcolo della declinazione stellare, costruzione di strumenti e critiche alle osservazioni nautiche.

Si presenta una trattazione su tecniche di osservazione astronomica e magnetica per la navigazione. Ci si riferisce all’uso della Stella Polare per determinare la variazione magnetica, come indicato in “Poteris eti am ftellam polarem arcticam observare cum fuerit in meridiano, aut in maxima distantia & meridiano trium scrupulorum” [1930], e alla necessità di correggere le misurazioni per la rifrazione atmosferica (“Peritus, in ortu solis aut stellarum, aliquid refractioni concedet” [1932]).

Si descrive la costruzione di uno strumento per misurare l’ampiezza dell’orizzonte, con istruzioni dettagliate: “Scribatur circuli peripheria & per diametros duas se in centro eius ad angulos rectos intersecantes, in quadrantes dividatur” [1938], e la suddivisione in gradi per calcolare la declinazione delle stelle (“Diuidantur quadrantes illi singuli in 90 gradus” [1940]). Lo strumento, come spiegato in “Regulae huius medio, appendicula quaedam adhaerens relinquatur” [1941], permette di determinare la latitudine e l’ampiezza dell’orizzonte in base alla posizione del sole o delle stelle.

Si discute infine l’inaffidabilità delle osservazioni nautiche sulla variazione magnetica, attribuita a errori strumentali e metodologici: “Obseruationes variationis a navigantibus, plerunque sunt variae & incertae” [1948]. Si critica la mancanza di precisione (“Non tamen exacte ut oportebat factum hoc est” [1949]) e la tendenza a ripetere dati inaccurati (“Etiam dum alii ex aliis exscribunt, & pro suis observationibus ostentant” [1950]), con particolare riferimento alle incongruenze nelle rilevazioni dei navigatori portoghesi (“Lusitanorum in artificiosa spectantur monumenta deviantis pyxidulae” [1951]).


17 La variazione magnetica nei mari e nei continenti

Declinazione dell’ago calamitato in relazione a latitudine, terre eminenti e distanza dalle coste.

Si tratta della descrizione sistematica della variazione magnetica (declinazione della bussola) in diverse regioni del globo e delle sue cause. Ci si riferisce all’influenza delle masse continentali e della loro posizione geografica sul comportamento dell’ago magnetico.

Nelle acque intorno al Capo delle Aguglie, “Paululum verfus Eurum capite das Agulhas Diego Alfonfo nullam facit variationem” [1955] e “pyxis ad caput das Agulhas directa est” [1956], ma si osserva che la declinazione dipende dalla composizione della bussola e dalla vicinanza a terre meridionali. “Eadem etiam est confusio negligentia, & vanitas in alijs plurimis” [1957] sottolinea l’inaffidabilità delle osservazioni quando non si tiene conto di questi fattori.

Si discute poi la variazione in prossimità dell’equatore: “In Borealibus variat magneticum, propter continentis eminentias Boreales: In Australibus propter australes” [1959], spiegando che la declinazione è assente solo se le terre sono equidistanti da entrambi i poli. Tuttavia, “rarò contingit ut aliqua etiam saepe variatio sub aequatore cernitur” [1960], con deviazioni fino a tre gradi verso nord o sud a seconda della vicinanza di continenti.

Nel Mare Atlantico e lungo le coste del Brasile, “declinat magneticum continentem versus” [1964], con l’ago che devia verso occidente man mano che ci si allontana dall’equatore. Nel tratto tra il Capo San Agostino e lo Stretto di Magellano, “variatio est semper ad meridiem versus occasum” [1968], con l’ago orientato verso il polo antartico e la terraferma. La deviazione non si limita alle coste, ma si estende fino a “quinquaginta aut sexaginta milliariorum Germanicorum spatio” [1969], diminuendo solo a grande distanza dalla terra.

Nelle isole dell’Atlantico meridionale (come Tristan da Cunha e Acuna), “variatio crescit” [1971] avvicinandosi alle isole, mentre al Capo di Buona Speranza “diminuitur variatio” [1972] per l’effetto delle terre australi. Lungo la costa dell’Africa occidentale, “verforium tendit ad Euro-austrum” [1973], con deviazioni minime ma rilevabili.

Si analizza poi la Nuova Zembla e le regioni artiche, dove “variationes maiores sunt” [1977] e soggette a cambiamenti improvvisi, come osservato dagli esploratori olandesi. Nel Mare del Nord e verso le Molucche, “verforium variationem habeat tam amplam in Zephyroboream” [1980], suggerendo rotte orientali per evitare deviazioni eccessive.

Nel Pacifico e lungo le coste del Perù, “deviatio est ad Euronotium” [1985], con variazioni maggiori a latitudini elevate (“maior est variatio quam prope aequatorem” [1987]) e assenza di declinazione verso nord fino alla Nuova Galizia. Nel Mediterraneo, “magnaetica ferramenta graecizant” [1992], ovvero deviano verso sud-est, con deviazioni minime o assenti nelle regioni interne dei continenti (“in mediis terrarum magnis nullae sunt variationes” [2001]).

Nell’Oceano Indiano, si riportano osservazioni contrastanti dei navigatori portoghesi, con deviazioni verso “Zephyroaustrum” [2009] o “Euroaustrum” [2010] a seconda della rotta. Si sottolinea la necessità di una “exactior & verior cognitio terrae australis” [2011] per determinare con precisione le variazioni.

Infine, si spiega come la declinazione aumenti avvicinandosi alle coste (“in margine terrarum variatio est ampla” [2014]) e diminuisca gradualmente con la distanza, con proporzioni variabili a seconda della latitudine e della conformazione delle terre eminenti (“proportio arcuum in circulo parallelo” [2022]). “Multae intercedunt aliae causae quae proportionem istam interturbant” [2025] conclude riconoscendo la complessità del fenomeno.


18 Declinazione magnetica e comportamento del ferro eccitato

Strumenti, osservazioni e leggi della variazione magnetica terrestre

Si tratta della descrizione di strumenti e fenomeni legati alla declinazione magnetica. Si presenta un anello di bronzo con vetro o specchio, “Aliusdemdepaulo maior anhulus atneus, vt priorem contineat” [2044], da disporre perpendicolarmente al polo magnetico terrestre (“dispone perpendiculo suo, & paruo verforio horizontali” [2045]). Si osserva che l’ago magnetico devia verso il basso in base alla latitudine: “In borealibus regionibus fili terminus boream respiciens sub horizontem descendit” [2046], mentre nelle zone meridionali punta verso il centro della Terra.

Si discute la necessità di un magnete forte (“validum magnetem fricare oportet” [2047]) e di strumenti di dimensioni adeguate (“Licebit maiore etiam uti instrumento, cuius diameter sit iovem digitorum” [2048]). Si specifica che il filo deve essere di acciaio (“filum sit ex Chalybe” [2049]) e che la croce dell’ago deve essere bilanciata e attraversare il centro del filo.

Si afferma che la declinazione magnetica è un fenomeno naturale e dimostrabile: “certa & perfpicua est concordantia” [2050]. Si corregge un errore storico: il polo magnetico rivolto a nord è in realtà australe (“meridionalis est, non borealis” [2051]). Si descrive come l’ago, toccato dal polo del magnete, si orienti verso i poli terrestri: “dirigetur versus meridionalem polum telluris” [2052].

Si nota che all’equatore non c’è declinazione (“declinatio magnetica nulla est” [2055]), mentre alle latitudini intermedie l’ago si inclina verso il polo più vicino (“declinatio apparet, & inclinat ferrum versus corpus telluris” [2058]). Si usa una sfera magnetizzata (“lapide rotundo” [2059]) per dimostrare che l’ago si dispone perpendicolarmente all’orizzonte ai poli e obliquamente alle latitudini intermedie (“descendit ferrum altero fine oblique versus polum” [2060]).

Si illustrano diagrammi che rappresentano la declinazione in diverse posizioni sulla Terra (“Diagramma declinationum ferri magnetici” [2066]), mostrando come l’ago si orienti verso i poli (“cuspides omnes sunt tactae ab Arctico vero terrella polo” [2068]). Si spiega che la declinazione varia con la latitudine (“declinatio magnetica in latitudine regionis graduum 50” [2074]) e si usano fili di ferro per visualizzare il fenomeno (“fila ferrea aequalia, longitudinis grani hordei” [2077]), che si dispongono orizzontalmente all’equatore e verticalmente ai poli (“in polis ipsis perpendiculariter ad centrum tendunt” [2079]).


19 Diagrammi e strumenti per la declinazione magnetica

Rappresentazione geometrica della conversione magnetica del ferro e misurazione della latitudine tramite strumenti declinatori.

Si presenta la trattazione dei principi geometrici e strumentali per la misurazione della declinazione magnetica e della latitudine terrestre. Ci si riferisce a un modello teorico basato su una terrella (modello sferico della Terra), dove “corpus telluris vel terrellae ACD L, centrum M, & æquator AD, Axis CL, AB Horizon” [2126] definisce gli elementi fondamentali: equatore, asse, orizzonte e centro. Si descrive un sistema di archi e quadranti per determinare la declinazione magnetica, partendo da un punto F sull’orizzonte e tracciando “arcus ad H, pro termino quadrantum declinationum” [2126], con particolare attenzione alla relazione tra latitudine e ampiezza degli archi di conversione.

Si specifica che “in latitudine 45 graduum media conversio magnetica dirigitur in æquatorem” [2129], evidenziando come la declinazione vari in base alla posizione geografica: “ante hunc autem, quadrante maiores sunt omnes conversionum arcus; post vero minores” [2129]. Il testo introduce poi un diagramma (“Diagramma conversionis magnetici ferri, declinationem magneticam indicans in omni latitudine” [2134]) che combina “circulus conversionum & circulus declinationum” [2135], con linee spirali per rappresentare la declinazione in ogni latitudine.

Si discute infine l’applicazione pratica tramite strumenti come il verforium (ago magnetico) e il declinatorium, che permettono di “cognoscere latitudinem regionis absque cælestium corporum […] auxilio” [2138]. Si sottolinea l’utilità per i naviganti, che “levissima opera, exiguo instrumento consolantur, & latitudinem loci intelligunt” [2140], pur riconoscendo possibili variazioni locali della declinazione (“in quibusdam locis variationem esse declinationis” [2144]). La precisione dello strumento è legata alla sua corretta orientazione: “in iusta positione […] ferrum magneticum […] infra Horizontem in obliqua sphæra ad certum aliquem gradum descendit” [2149], mentre errori di allineamento alterano la misurazione.


20 La rivoluzione copernicana e le teorie sul moto terrestre

“Si torna a discutere l’ipotesi antica del moto terrestre, tra resistenze filosofiche e nuove osservazioni matematiche”

Si presenta una trattazione storica e concettuale delle teorie sul moto della Terra, contrapposte al modello geocentrico. Si citano dapprima le posizioni di filosofi antichi come Eraclide Pontico, Ecfanto e Aristarco di Samo, i quali “exiftimabant terram mouere” [2263], ipotizzando un movimento rotatorio della Terra attorno al proprio asse o attorno a un fuoco centrale (come nel caso di Filolao). Si sottolinea come tali idee, pur elaborate da “mathematicus quidem illc insignis, & naturæ scrutator peritiffimus” [2264], siano state poi oscurate dal consenso popolare e dalle argomentazioni sofistiche, che hanno “explosam multa […] egregie inventa” [2265].

Si introduce quindi Copernico come figura chiave tra i moderni, il primo a “corporum cœlestium motus […] novis hypothesibus illustrare” [2266], proponendo un modello eliocentrico che trova seguito tra matematici e filosofi. Si discute la necessità di ammettere orbite immaginate per spiegare i moti celesti, come nel sistema tolemaico (“suppositi & imaginatione concepti orbes” [2267]), e si ribadisce l’antica opinione del moto diurno della Terra (“terram diurna revolutione 24 horarum spatio totam circumferri” [2268]). Si confrontano le due ipotesi: il moto apparente del cielo e dei pianeti da est a ovest o, alternativamente, la rotazione terrestre da ovest a est (“aut terra ipsa motu diurno, ab occasu in ortum” [2269]).

Si analizzano le obiezioni al moto celeste, evidenziando l’improbabilità di una sfera delle stelle fisse in rapida rotazione (“coelum supremum […] incitari rapidissimo illo […] cursu, verisimile non est” [2270]). Si nega l’esistenza di una sfera unica per le stelle, sostenendo che queste siano distribuite a distanze variabili (“non sphæras habent, comparari aut firmamento” [2271]) e che la loro apparente immobilità derivi dall’enorme lontananza (“propter inscrutabilem distantiam” [2271]). Si menziona inoltre l’osservazione di stelle invisibili a occhio nudo, percepibili solo con strumenti (“nec oculis […] percipiuntur” [2272]).

Si critica il concetto di “primum mobile”, un’ipotetica sfera celeste invisibile e incomprensibile, la cui esistenza sarebbe stata ammessa per spiegare i moti planetari (“mobile istud, corpus nullum visibile defert” [2278]). Si rileva l’incoerenza tra la presunta velocità di tale sfera e i tempi di rivoluzione dei pianeti, molto più lenti (“Luna […] diebus 27; Mercurius & Venus […] tardos; Mars annis duobus” [2279]). Si definisce l’idea del primo mobile come una “superstitio” [2281], utile solo per calcoli matematici ma priva di fondamento fisico, e si respinge l’ipotesi di un moto lentissimo delle stelle fisse (“stellas fixas eodem modo tardissimo motu procedere” [2283]).

Si conclude con una critica radicale al modello tradizionale, accusato di imporre un moto innaturale e forzato ai corpi celesti (“contra totius mundi inclinationem torqueri” [2284]). Si paragona il sistema delle sfere celesti a una costruzione artificiosa e assurda (“quasi in domo ahena […] parietes […] fanum” [2285]), sostenendo che i pianeti si muovano per una “incitatio circularis” [2284] intrinseca, non per costrizione esterna. Si ribadisce infine l’assurdità di attribuire alla Terra un moto di 24 ore (“motum […] 4 horarum spatio perficatur” [2290]), negando che tale ipotesi possa spiegare i fenomeni osservati.


21 Il moto magnetico della Terra e la confutazione delle teorie aristoteliche

La Terra come magnete animato: rivoluzione, poli e forze innate contro l’immobilismo filosofico

Si presenta la trattazione del moto terrestre come fenomeno magnetico e naturale, contrapposto alle concezioni aristoteliche di immobilità. La Terra è descritta come un corpo animato, dotato di “vires infitae” [2324] e di una “primaria anima” [2325] che ne regola la “conftantia polorum” [2325] e la “diurna revolutio” [2328]. Il suo movimento non è imposto da forze esterne, ma deriva da una “necessitate” interna [2345], che la spinge a ruotare “circa polos suos” [2353] per “bonum” [2324], ovvero per preservare la vita, il calore e l’equilibrio cosmico.

Le dimostrazioni si basano su esperimenti magnetici: un magnete galleggiante in acqua “conuertit se” [2334] e “fluitat” [2334] verso il polo naturale, così come “totus terra” [2336] tenderebbe a orientarsi se perturbato. La rotazione terrestre è paragonata a quella di un magnete “orbicularis” [2339], che si allinea “ad telluris conformitatem” [2339]. Si afferma che “terra habilem esse & idoneam ad mouendum circulariter” [2333], con parti che “rotantur etiam” [2333] anziché muoversi solo di moto rettilineo, come sostenuto dai peripatetici.

La critica alle teorie aristoteliche è esplicita: si contesta l’idea che la Terra sia immobile al centro dell’universo (“terram totam quiescere” [2377]) e che i corpi celesti ruotino attorno a un “centrum caduco & corruptibili” [2375]. Si nega che il moto terrestre implichi “progressiones aut regressus stellarum” [2362], poiché la rotazione avviene “circa axem suum” [2364] senza alterare la posizione apparente delle stelle fisse. Si respinge anche l’argomento secondo cui la Terra, se in moto, causerebbe “templa & aedificia […] dirui” [2372], definendolo frutto di “muliercularum aniles ineptiae” [2372].

Il testo sottolinea la funzione vitale del moto terrestre: senza di esso, “Sol […] tellurem vulnera concipere” [2346], la Terra sarebbe “horrida” [2346] e priva di vita, con “noctes aeternae” [2346]. La rotazione genera invece “perpetua rerum vicissitudo” [2346], alternando “calores & frigora” [2346] e permettendo la “generatio” [2378]. Si ribadisce che il moto non è “alieno cursu” [2329], ma “naturalis” [2353], guidato da una “magnetica virtute” [2347] che la Terra “petit” [2347] e “repetit” [2347] come un magnete cerca il suo polo.

Infine, si confutano le obiezioni pratiche: l’assenza di vento contrario al moto terrestre (“aer […] non relinquitur” [2370]) e la stabilità degli oggetti proiettati (“cadunt rursus in locum suum” [2371]) sono spiegate con la resistenza dell’aria e la coesione del globo, mosso da “virtute magnetica” [2349]. La conclusione è netta: “volvitur igitur tellus” [2351], non per costrizione esterna, ma per una “necessitate” [2345] intrinseca, funzionale alla sua stessa esistenza.


22 Il moto magnetico della Terra e la precessione degli equinozi

La Terra ruota con moto costante e armonico, governato da forze magnetiche, mentre i suoi poli descrivono traiettorie complesse nel cielo.

Si presenta una trattazione del moto terrestre e dei fenomeni celesti ad esso correlati, fondata su principi magnetici e osservazioni astronomiche. Si discute innanzitutto la rotazione diurna della Terra, attribuita a una “virtù magnetica” [2414] che ne determina il movimento in “24 ore” [2416] senza variazioni misurabili da strumenti artificiali. Si afferma che tale moto non è casuale, ma “ordinato da un’intelligenza” [2416], in analogia con gli altri corpi celesti, i quali “hanno periodi certi delle loro rivoluzioni” [2417].

Si analizza poi il rapporto tra Terra e Luna, evidenziando una “simmetria e armonia” [2425] nei loro moti. La Luna compie una rivoluzione “in 29 giorni, 12 ore e 44 minuti” [2421], mentre la Terra “ruota in 24 ore” [2423], con una proporzione che riflette una “conveniente relazione magnetica” [2422]. Si sottolinea come la Luna, “più vicina e affine alla Terra” [2425], influenzi i fenomeni terrestri più degli altri astri.

Un tema centrale è l’inclinazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica, che determina le stagioni. Si spiega che se i poli terrestri coincidessero con quelli dello Zodiaco, “non vi sarebbe alcuna variazione delle stagioni” [2427], ma l’asse è inclinato di “circa 23 gradi e 28 minuti” [2429], garantendo “la generazione e la varietà delle cose” [2428]. Questa inclinazione, tuttavia, non è fissa: si descrive un moto di precessione degli equinozi, causato dallo spostamento dei poli terrestri lungo un cerchio artico dello Zodiaco. Tale fenomeno, osservato già da Ipparco e Tolomeo, era stato erroneamente attribuito a un moto delle stelle fisse, mentre si dimostra che “deriva da una certa inflessione dell’asse terrestre” [2443]. La precessione modifica “l’orizzonte, il sorgere e il tramontare delle stelle” [2444], con effetti visibili su scale temporali secolari (ad esempio, la Stella Polare si avvicina e si allontana dal polo celeste) [2449].

Si affronta infine la variabilità della precessione e dell’obliquità dell’eclittica, notando che il moto non è uniforme: “gli equinozi non si spostano sempre con la stessa velocità” [2459]. Si citano diverse ipotesi storiche per spiegare queste anomalie, come la “trepidazione” di Teone di Alessandria, poi abbandonata, o l’aggiunta di ulteriori sfere celesti, giudicate “mostruose” [2464]. Si conclude che, nonostante le osservazioni di Copernico e altri, “le cause di queste irregolarità restano incerte” [2482], e si rinvia a future ricerche basate su “esperimenti magnetici” [2483].


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