Gassendi - Opera Omnia | eL
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1 Vita e opere di Pierre Gassendi nella prefazione di Samuel Sorbière
La prefazione di Samuel Sorbière all’edizione delle Opera Omnia di Pierre Gassendi, curata da Henri Louis Habert de Montmor, rappresenta una preziosa testimonianza biografica e storica sulla figura del filosofo e scienziato provenzale. Il testo illustra le circostanze della pubblicazione postuma, la formazione, i viaggi, le controversie scientifiche e la personalità di Gassendi, offrendo al contempo un vivido spaccato della Repubblica delle Lettere del XVII secolo.
L’edizione fu resa possibile dalla volontà testamentaria di Gassendi, che lasciò a Montmor tutti i suoi manoscritti inediti. Questi, con l’aiuto di eruditi come Claude Hardy, François Henry e Jean Capellan, vennero riordinati e pubblicati a Lione dai librai Laurent Anisson e Jean-Baptiste Devenet, sotto la supervisione dell’amanuense Antoine Potier, “qui audoris mentem & varias fcriptionis notas apprime callebat” (fr:16) [che conosceva perfettamente la mente dell’autore e le varie annotazioni di scrittura]. La prefazione stessa di Sorbière fu scritta per supplire a una biografia più estesa che Mathurin Neveu non aveva potuto completare per motivi di salute e impegni (fr:17).
Gassendi nacque a Champtercier, presso Digne, il 22 gennaio 1592 (fr:32). I genitori, Antonio Gassendi e Francesca Fabria, erano “morum fuauitate , & fidei in Religione maiorum perfcuerantia , potiusquam genere & diurnis in patria consficui” (fr:33) [distinti per la dolcezza dei costumi e la perseveranza nella fede degli avi, più che per nobiltà e ricchezze in patria]. Fin da bambino mostrò precoce inclinazione allo studio: “Vnde cum-primum firmato greffu domo egredi quadriennis valuit, vel coatancos inter concionatorem imitabatur , uel fotus in multam nodem Calo ferenoque Lunam & Sidera contemplabatur” (fr:35) [Onde, appena poté uscire di casa a quattro anni con passo sicuro, o imitava il predicatore tra i coetanei, o, raccolto fino a tarda notte, contemplava sotto il cielo sereno la Luna e le Stelle].
La sua formazione fu segnata dall’insegnamento del retore Gottfried Wendelin (fr:36) e poi, ad Aix-en-Provence, del filosofo minore Philibert Fesaye (fr:38). Dopo aver insegnato retorica a Digne, tornò ad Aix come professore di filosofia, abbandonando definitivamente la vita campestre per seguire le Muse (fr:44-45). Il suo primo importante lavoro, le Exercitationes paradoxicae (fr:46), attirò l’attenzione di Nicolas-Claude Fabri de Peiresc e Joseph Gaultier, che lo sottrassero alle dispute scolastiche (fr:47-48). Lo stesso Peiresc lo aiutò ad ottenere il canonicato e la prepostura di Digne, al prezzo di una controversia legale che lo portò a Grenoble e Parigi (fr:49-50).
L’unico viaggio all’estero di Gassendi fu quello in Belgio nell’anno 1628, con François Luillier (fr:52-53). Durante questo viaggio scrisse la Exercitatio contro Robert Fludd, in difesa di Marin Mersenne (fr:54). Sorbière descrive il metodo polemico di Gassendi: “Qvipfe nudare solebat perplexa & inuoluta verborum cortice sophifmata” (fr:59) [Infatti soleva denudare i sofismi intricati e avvolti nella corteccia delle parole], costringendo gli avversari a esprimere i loro ragionamenti in modo più chiaro (fr:60-61). Della disputa con Fludd, Sorbière ricorda come Gassendi, con stile socratico, avesse messo in ridicolo il “deliria Flvddana” (fr:55) [deliri di Fludd], rendendo palese “infpitimarum cogitationum deformitas” (fr:57) [la deformità dei suoi pensieri più sciocchi].
Il testo offre anche testimonianze preziose sui rapporti con Cartesio. Sorbière racconta che la principessa Elisabetta, nonostante il suo favore per Cartesio, desiderava leggere la Disquisitio metaphysica di Gassendi (fr:66). Egli stesso, su pressione di Cartesio, indusse Gassendi a rendere pubblica la sua confutazione: “illud inprimis ad expugnandam Viri modefitam afferens, efflagitaffe Cartesium … ne diutius ifia Diatriba inter paucos ambularet, sed palam & aperte hostem adoriretur” (fr:67) [portando soprattutto questo per vincere la modestia dell’uomo: che Cartesio aveva chiesto che quella dissertazione non circolasse più tra pochi, ma affrontasse apertamente e pubblicamente il nemico].
Un altro tema centrale è la fisiologia della circolazione sanguigna e dei vasi chiliferi. Gassendi, insieme a Pecquet, compì dissezioni su cani e cavalli (fr:71, 77) per verificare le scoperte di Harvey e Pecquet stesso. Sorbière afferma che Gassendi “non dubitauit enim amplius & circulationem Sanguinis iuxta Harvei demonftrationes fieri , & venas ladeas Pecquetianas Chylum exfugere , & in canalem Pecquettanum transfundere” (fr:70) [non dubitò più che la circolazione del sangue avvenisse secondo le dimostrazioni di Harvey, e che le vene latte di Pecquet assorbissero il chilo e lo trasfondessero nel canale di Pecquet]. Queste scoperte, a suo avviso, avrebbero potuto fondare una medicina meccanica, lontana dalle “qualitatum, in Elementorum, humorum, & temperam entorum fida proportione” (fr:73) [finta proporzione di qualità, elementi, umori e temperamenti].
La personalità di Gassendi è tratteggiata con note di estrema modestia e ritrosia alla fama. Non fece mai alcun segno di sé: “Nullum fcitet fecui indiesum fecerat Vir modestiffimus” (fr:79) [L’uomo modestissimo non aveva dato alcun segno di sé]. Fuggiva ogni forma di adulazione: “Nimirum adulationem omnem tantopere auerfabatur, vt de seipso vera dicere, quamsuis necessarium foret aliquando, tamen ftudibundus reformidaret” (fr:80) [Certamente aborriva talmente ogni adulazione, che temeva persino di dire il vero su di sé, per quanto talvolta necessario, con ripugnanza]. Accettò la cattedra regia di matematica solo per insistenza del cardinale di Lione, e la sua Institutio astronomica fu seguita da un pubblico numeroso di ogni età (fr:83-84). L’insegnamento, tuttavia, minò la sua salute, causandogli tosse e infiammazione polmonare (fr:85).
La malattia finale è descritta con dovizia di particolari. Nell’anno 1655, Gassendi fu colpito da un male letale. I medici praticarono numerose flebotomie, fino a tredici (fr:99, 102). Sorbière riferisce il dubbio se continuare il salasso: “an consultum esset abstinere a Phlebotomia, cui tolerande imparem se existimabat” (fr:99) [se fosse opportuno astenersi dalla flebotomia, che egli riteneva di non poter più tollerare]. Nonostante ciò, Gassendi si rimise alla Provvidenza (fr:101). Sorbière difende i medici, affermando che “Amicus enim Socrates, amicus Plato, sed magis amica veritas” (fr:105) [Socrate è amico, Platone è amico, ma più amica è la verità], e che la stessa metodologia era adottata anche per principi (fr:106). Gassendi morì serenamente, dopo aver completato la stesura del suo Syntagma philosophicum (fr:91).
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2 Morte, pietà e umanità di Gassendo: un ritratto da Samuel Sorberius
Il testo di Sorberius offre una testimonianza densa e commossa della fine di Pierre Gassendi, intrecciando la cronaca degli ultimi istanti con una riflessione sulla sua intera vita di filosofo e cristiano. La scena della morte è descritta con precisione quasi clinica, ma al tempo stesso con intento edificante: Gassendi, consapevole della fine imminente, rifiuta un intervento cruento – la flebotomia – e sceglie di morire “in Christo Domino” piuttosto che con sofferenza. Citando le sue ultime parole, Sorberius riferisce che il filosofo “nimio obfequio periifle” – (fr:108) [era perito per un eccesso di ossequio] e che, rivolto a Poterio, dichiarò: “fanus tfl, au, iflx vinum infirmatione placide obdormire in Christo Domino, quam maiori cum fenfudqg loris fisffocatione vitam amittere” – (fr:109) [è meglio, te lo assicuro, addormentarsi placidamente in Cristo Signore nella debolezza del vino, che perdere la vita con maggiore sofferenza e strozzamento]. La preparazione spirituale è meticolosa: chiede il sacerdote, si confessa, riceve il viatico tre volte e l’estrema unzione. Durante l’unzione, quando il sacerdote pronuncia la formula per l’odorato, Gassendi corregge prontamente: “imo per auditum” – (fr:115) [anzi per l’udito], a dimostrazione di una lucidità e di un fervore che “pofit, facrum fetheet viaticum debita cum veneratione tertium acci- piens” – (fr:113) [ricevendo per la terza volta il sacro viatico con la dovuta venerazione].
La morte stessa è raccontata con un dettaglio quasi iconico: “manist dextera reperta, fuerit regioni cordis appofta” – (fr:117) [la mano destra fu trovata posata sulla regione del cuore], gesto che Sorberius interpreta come ultimo segno di meditazione. L’ora e il giorno sono fissati: “die quidem Dominica Jtordpoft meridiem quarta vel circiter, w.Kal.Nouembris Anni d V irgineopar- tu u.vcxv. statu vero fui exado tam d nouem mensibus Lxnujui” – (fr:118) [il giorno di domenica, verso le quattro del pomeriggio, il 24 ottobre dell’anno 1655 dalla nascita verginale, all’età di sessantaquattro anni e nove mesi].
Il testo non si ferma alla cronaca funebre, ma intreccia una valutazione della personalità di Gassendi, segnata da una straordinaria umiltà che gli impedì di ottenere il riconoscimento che meritava. Sorberius scrive che “Obfuit nempe Viri faptentis modeftia” – (fr:137) [la modestia del saggio fu di ostacolo], e che “Gassendi virtus in cbfcuro latuit apud rerum Mtniftros” – (fr:149) [la virtù di Gassendi rimase nascosta presso i ministri delle cose]. Tale umiltà si manifestava in ogni aspetto della vita: “Faruo comentut vixit, nulli inut- dens diuittas operofioits” – (fr:157) [visse con poco cibo, non invidiando le ricchezze degli operosi]; beveva “ptifanam tepidam” per raffreddare i polmoni e osservava una dieta quasi monastica. La sua obbedienza era totale: “Sptfkmdam pribuir in humilitate obedientiam” – (fr:159) [praticò l’obbedienza nell’umiltà].
Eppure, questa modestia nascondeva un ingegno acutissimo. Sorberius cita l’ammirazione di Thomas Hobbes per la Disquisitio metaphysica contro Cartesio: “Opus fane tereti filo (f eximia figacitate ad vmbilicum perdudum fatis mi- rari non poterat Thomas Hobbivs” – (fr:199) [Thomas Hobbes non poteva ammirare abbastanza un’opera di levigata finezza e di straordinaria acutezza condotta a perfezione]. E aggiunge che Gassendi, nel confutare Cartesio, usò una cortesia tale che “nihil inuenias quod aduerfarinrux pungat” – (fr:203) [non trovi nulla che punge l’avversario]. La controversia si concluse poi in amicizia: “Sarta enim telfaque deinceps manfit inter illos amicitia” – (fr:209) [da allora rimase salda l’amicizia tra loro].
Il significato storico del testo è duplice. Da un lato, costituisce una fonte di prima mano sulla morte di un filosofo che fu al centro della repubblica delle lettere del Seicento, documentando i riti cattolici e la pietà personale di un pensatore spesso associato all’atomismo epicureo. Dall’altro, Sorberius usa la biografia per difendere la figura di Gassendi dall’accusa di essere solo un “buon uomo” e non un “grande uomo” – “bonum Virum facili crediderint, magnum non adeo libenter” – (fr:180) [credettero facilmente che fosse un uomo buono, ma non altrettanto volentieri che fosse grande]. La descrizione della sua umiltà, del suo rifiuto di competere per favori principeschi, e della sua integrità intellettuale – “nullum prxter- mifit occafionem pietatisfise comprobande” – (fr:132) [non tralasciò nessuna occasione per comprovare la sua pietà] – diventa così anche un’apologia della filosofia cristiana e un monito per i potenti che trascurano i veri sapienti.
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3 Prefazione all’Opera di Gassendi: Scienza, Saggezza e la Rete dei Dotti
“Præcipuum semper habuit ultimum philosophandi scopum Felicitatem, quæ in corporis bona valetudine & animi tranquillitate tota consistit.” (fr:216) [Considerò sempre lo scopo ultimo del filosofare la Felicità, che consiste interamente nella buona salute del corpo e nella tranquillità dell’animo.]
Il testo si apre con una vigorosa dichiarazione di metodo: la ricerca della felicità pratica guida ogni indagine, e a essa vanno subordinate le scienze particolari. L’autore critica aspramente coloro che si perdono in specialismi sterili, paragonandoli a un viaggiatore che si allontana dalla meta (fr:217) o a un mercante che dimentica lo scopo del suo viaggio (fr:220). Le discipline, quando diventano fine a se stesse, generano una reciproca intolleranza: il geometra disprezza l’oratore, il giurista ride del poeta (fr:222). In particolare, la matematica più astratta non giova al ragionamento corretto né alla conoscenza della natura, come mostrano insigni matematici “nihilo in ceteris rebus existere oculatiores” (fr:223-224) [essere per nulla più perspicaci nelle altre cose].
Contro questa deriva, l’autore propone l’esempio di Pierre Gassendi, che “vel solo Euclide armatus” (fr:225) [armato del solo Euclide] affrontò gli errori e le difficoltà della fisica. Gassendi eccelse in astronomia e ottica (fr:226-227), scrisse di musica e non lasciò intatta alcuna branca della matematica (fr:228), ma seppe sempre subordinare la dottrina alla saggezza: “Verum a Sapientia, non a Mathesi, præcipuum esse Gassendum … qui summus quidem Mathematicæ, sed idem sapientissimus fuit, Sapientiaque famulas disciplinas illas adhibuit” (fr:232) [Ma bisogna concedere che Gassendi fu eminente per Saggezza, non per Matematica… fu sommo in Matematica, ma anche sapientissimo, e adoperò quelle discipline come ancelle della Sapienza].
La parte centrale del testo è un lungo elenco di amici, discepoli e corrispondenti di Gassendi, che rivela la fitta rete intellettuale del Seicento. Tra i nomi spiccano Marin Mersenne, “tertius philosophantium commune centrum” (fr:238) [terzo centro comune dei filosofanti], Thomas Hobbes (fr:241), Ismaël Boulliau (fr:243), Gabriel Naudé (fr:243), Kenelm Digby che donò a Gassendi “Telescopio Eustachii illius Divini arte elaborato” (fr:263) [un telescopio fabbricato dall’arte di quel divino Eustachio], e Pierre Fermat, “tam longe intervallo relinquentem Diophantum Pythagoreosque omnes” (fr:295) [tanto superiore a Diofanto e a tutti i Pitagorici]. Vengono menzionati anche alti prelati, cardinali Barberini (fr:300), il principe di Conti (fr:303), la regina d’Austria Anna (fr:305) e la duchessa d’Aiguillon, nipote di Richelieu, che durante la malattia di Gassendi “Medicum suum quotidie misit” (fr:306) [mandò ogni giorno il suo medico].
L’elenco assume valore di testimonianza storica: non solo celebra Gassendi, ma documenta la circolazione delle idee, il mecenatismo e le relazioni personali che sostenevano la ricerca scientifica. Particolare attenzione è data a Jean Pecquet, scopritore del dotto toracico: “Ditabuntur opes, corruunt ades … at inserta præclaris inventis nomina nunquam intereunt” (fr:291) [Le ricchezze si accumuleranno, le case crolleranno… ma i nomi legati a nobili invenzioni non muoiono mai]. L’autore si scusa di non poter nominare tutti, ma afferma che basti ricordare “Hugonem Grotium, Dionysium Petavium” (fr:294) e molti altri.
Chiude il testo una dedica a Monmor, curatore dell’edizione delle opere di Gassendi, con l’auspicio che la sua impresa editoriale (fr:307-310) e i suoi studi di fisica (fr:316) portino frutti. L’esortazione finale è rivolta allo stesso Gassendi: “Adsis Tu quoque præsens optime Gassende, ut modestiæ & sapientiæ tuæ semper omnium animis obversetur imago” (fr:318-320) [Sii presente anche Tu, ottimo Gassendi, affinché l’immagine della tua modestia e saggezza sia sempre presente negli animi di tutti].
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4 Resoconto dell’epistola introduttiva alle Opere complete di Pierre Gassendi
Didascalia: Il volume presenta un’edizione postuma delle opere di Pierre Gassendi, corredata da elogi del suo genio, descrizione del suo metodo scientifico e cronaca della complessa impresa editoriale.
L’epistola al lettore delle Opera Omnia di Pierre Gassendi costituisce una testimonianza storico-letteraria di primo ordine sulla figura del filosofo, astronomo e teologo francese. Il testo, composto da un anonimo editore (probabilmente il libraio o un curatore vicino a Henri Habert de Montmor), esalta innanzitutto l’eccellenza intellettuale di Gassendi, notando come egli si sia guadagnato una fama europea pur non essendo di natali illustri: “Petrus Gassendus … tam amplum nomen virtute & scientia comparauit, vt nemo fit in Europa tota imbutus literis, quin illius fama & splendore cum admiratione perculsus fit” - (fr:336) [Pietro Gassendo … ha acquistato con la virtù e la scienza un nome così illustre che in tutta Europa nessuno è istruito se non è colpito da ammirazione per la sua fama e il suo splendore]. Le doti che gli vengono riconosciute sono acutezza d’ingegno, solidità di giudizio ed eleganza di stile (fr:337), ma soprattutto un’instancabile applicazione alla ricerca della verità: “nisi vehementissimo desiderio, quo flagrabat Veritatis investigandae, adiunxisset laborem improbum, & indefessam tum diu, tum noctis operam” - (fr:338) [se non avesse unito al veemente desiderio di investigare la verità un lavoro incessante e un’opera indefessa sia di giorno che di notte].
Il resoconto distingue poi i contributi di Gassendi nelle diverse discipline. Nella filosofia naturale, egli penetrò i misteri più reconditi della natura con meditazione ed esperimenti: “ita pervasit in abditissimas Naturae tenebras, vt tum meditatione, tum experimentis assiduis, & probatissimis, scientiam incompertam hactenus explorauerit” - (fr:347) [così penetrò nelle oscurità più nascoste della Natura, che sia con la meditazione sia con esperimenti assidui e probatissimi esplorò una scienza fino ad allora sconosciuta]. Nell’etica, Gassendi non trascurò di formare le norme per regolare gli affetti e dirigere i costumi (fr:348), e subordinò sempre la filosofia alla teologia, considerandola regola del suo pensiero: “Theologiam pro regula proposuerat sibi … peritissimus abtinuit a scribendo, modestia potiusquam praedarae facultatis ignorantia” - (fr:351) [si era proposto la Teologia come regola … espertissimo si astenne dallo scrivere, più per modestia che per ignoranza di una facoltà così eccellente].
La parte astronomica riceve la trattazione più estesa. Gassendi viene definito unico legittimo erede di Tycho Brahe (fr:354). Per oltre trent’anni si dedicò all’osservazione dei moti e delle distanze dei pianeti, delle eclissi, accumulando un’enorme mole di dati: “tot noctibus pervigilio traditis, ad lucem terrarum Orbi accersendam, & exsufflandam caliginem, vt posterorum dies ipsius noctibus deberentur” - (fr:360) [trascorse tante notti in veglia per procurarsi la luce del mondo e disperdere l’oscurità, in modo che i giorni dei posteri fossero debitori delle sue notti]. La fitta corrispondenza con i maggiori astronomi del tempo – Keplero, Longomontano, Galiliei, Scheiner, Hevelio e molti altri (fr:358) – attesta la sua centralità nella repubblica scientifica del Seicento.
Di particolare interesse storico è la cronaca della pubblicazione postuma. Dopo la morte di Gassendi (1655), il suo mecenate e amico Henri Habert de Montmor, insieme al presidente François Campion de Bochart, incaricò un gruppo di studiosi di curare l’edizione delle opere. Il patrizio lionese François Henry, il consigliere Claude Hardt e l’amanuense Antoine Potier sono espressamente lodati per aver ordinato i manoscritti, trascritto lettere, corretto bozze e diretto la stampa: “totam impendit industriam, vt illibata ad nos pervenirent praeclarissima Viri doctissimi monumenta” - (fr:380) [impiegò ogni industria perché giungessero a noi intatti i monumenti chiarissimi del dottissimo uomo]. L’epistola si conclude con l’indice dettagliato dei cinque volumi, che elenca il Syntagma Philosophicum (logica, fisica, etica), gli opuscoli filosofici (tra cui l’Examen Fluddanae Philosophiae e la Disquisitio Metaphysica contro Cartesio), le opere astronomiche e gli scritti umanistici (vite di Epicuro, Peiresc, Tycho, Copernico, Regiomontano). Questa struttura testimonia la volontà di offrire un’edizione completa e curatissima, destinata a diventare il riferimento per gli studi gassendiani nei secoli successivi.
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5 Resoconto del Trattato sulla Filosofia: Origine, Definizione e Requisiti
Il testo esamina le origini della filosofia, la sua distinzione dalla sofistica, e le qualità necessarie per diventare filosofi, includendo anche dibattiti sulla possibilità che donne e schiavi possano accedervi. Un tema centrale è il ruolo dell’ammirazione come principio del filosofare, con citazioni da Aristotele e altri autori.
La filosofia ha origine dall’ammirazione, come afferma Aristotele: “Homines enim, inquit, & nunc & initio philofophari ob admirationem cœperunt” (fr:1096) [“Gli uomini, dice, sia ora che all’inizio, cominciarono a filosofare a causa dell’ammirazione”]. Questo concetto è ribadito con l’idea che “philofophiae admiratio est” (fr:1090) [“l’ammirazione è (il principio) della filosofia”]. Il filosofo è anche definito amante delle favole, poiché “qui dubitat porro, atque admiratur, ignorare se reputat quare: & Philofophus, fapientiae amator fabularum amans quodammodo est; quippe fabula ex admirandis conftat” (fr:1097) [“chi dubita e ammira, ritiene di ignorare il perché; e il filosofo, amante della sapienza, è in certo modo amante delle favole; infatti la favola è fatta di cose che destano ammirazione”].
Il testo distingue nettamente il filosofo dal sofista, lamentando come il nome “filosofo” sia stato usurpato: “Ne circa Sophiftas tamen immorer; cum dicendum heic quis profitearur, quoniam decet illum non in hominem, fed in veritatem jurare” (fr:1086) [“Non mi trattengo tuttanto sui sofisti; poiché qui si deve dire che chi professa (filosofia) deve giurare non sull’uomo, ma sulla verità”]. Viene citata anche la posizione di Averroè, che “præoccupavit quicquid ab iis prodierat, nullius pretij habendum effe” (fr:1082) [“preoccupò quanto da essi era stato prodotto, affermando che non era di alcun valore”].
Un’attenzione particolare è data alle qualità innate e acquisite del filosofo. Si richiede un amore ardente per la verità: “Poftulat præterea amorem ardentissimum Veritatis, ac Falſitatis adeo mendaciique horrorem quam maximum” (fr:1147) [“Richiede inoltre un amore ardentissimo della Verità e un orrore quanto mai grande per la Falsità e la menzogna”]. Viene anche sottolineata l’importanza della docilità e della memoria: “qui Philofophus eft futurus, & Docilitatem, & Memoriam firmam” (fr:1145) [“colui che sarà filosofo, (richiede) Docilità e Memoria salda”]. Il filosofo non deve essere superbo né attaccato al denaro: “Poftulat denique ut ille fit non illiberalis naturæ; non immodestus, non quæstui deditus, non pusillanimus, non fuperbus, non timidus, non morofus, non iniuftus” (fr:1154) [“Richiede infine che egli non sia di natura illiberale; non immodesto, non dedito al guadagno, non pusillanime, non superbo, non timido, non scontroso, non ingiusto”].
Il testo affronta anche la questione dell’accesso alla filosofia per donne e schiavi, in polemica con alcuni autori. Di Epicuro si dice che distingueva tre generi di uomini adatti alla filosofia (fr:1113) e che ammetteva la possibilità per chiunque, purché dotato di ingegno. Contro l’affermazione di Lattanzio che solo un uomo, Temistene, avrebbe insegnato filosofia a donne, il testo ribatte: “mirari incipit, quomodo Latanius ignoraverit mulieres alias præter Themistoclen philofophatas” (fr:1144) [“incomincia a meravigliarsi come Lattanzio abbia ignorato che altre donne, oltre a Temistene, abbiano filosofato”], elencando poi molte figure femminili come Leontium, Teano, e altre (fr:1151). Per gli schiavi, si cita l’esempio di Museo (Mus), schiavo di Epicuro che divenne filosofo, e di Fedone, oltre a Menippo e altri (fr:1157-1161). Il testo conclude con le parole di Seneca: “Omnes, si ad primam originem recurritur, a Diis fiunt” (fr:1135) [“Tutti, se si risale alla prima origine, discendono dagli dei”] e “Bonum verum omnibus patet; omnes ad hoc fumus nobiles” (fr:1136) [“Il vero bene è aperto a tutti; tutti siamo nobili per questo”], affermando che la filosofia non respinge né elegge alcuno, ma è accessibile a chiunque si applichi con pazienza (fr:1137).
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6 La filosofia come sapere universale: un’analisi storica e geografica da un trattato scientifico
Il testo, tratto da un trattato filosofico di epoca moderna, analizza la natura della filosofia e la sua diffusione geografica, contrapponendo il vero filosofo – dedito alla contemplazione disinteressata e alla virtù – ai falsi sapienti, e dimostrando che la filosofia non è un’invenzione esclusiva dei Greci, ma è fiorita presso molti popoli antichi.
La riflessione iniziale riprende l’aneddoto pitagorico della vita come mercato, dove pochi contemplano la natura: “Pythagoram autem respondisse, similem sibi videri vitam hominum, & mercatum eum, qui haberetur maximo Ludorum” (fr:1176) [Pitagora rispose che la vita degli uomini gli sembrava simile a un mercato, quello che si teneva nel più grande dei giochi]. Di questi pochi, “raros esse quosdam, qui ceteris omnibus pro nihilo habitis, rerum naturam studiose intuerentur” (fr:1178) [sono rari coloro che, considerando tutto il resto per nulla, osservano assiduamente la natura delle cose], e vengono chiamati “sapientiae studiosos, id est enim Philosophos” (fr:1179) [amanti della sapienza, cioè filosofi].
Il vero filosofo è quindi definito attraverso qualità morali: “Amor sincerus Honestatis” (fr:1182) [Amore sincero dell’onestà]; egli “nullum pietatis, observantiae, amicitiae, humanitatis intermittit officium” (fr:1183) [non tralascia alcun dovere di pietà, osservanza, amicizia, umanità]; “aequitatis amans, innocensque est” (fr:1184) [è amante dell’equità e innocente]; “modestus, sobrius, continensque est” (fr:1185) [è modesto, sobrio e continente]. La sua vita è coerente con il suo insegnamento, al contrario di molti che “vita mirabiliter pugnet oratio” (fr:1189) [la vita contrasta mirabilmente con il discorso], e che vengono biasimati da autori come Seneca, Quintiliano e Luciano. “Quintilianus: ‘Nostris vero temporibus, sub hoc nomine maxima in plerisque vitia latuerunt’” (fr:1194) [Quintiliano: ‘Ai nostri tempi, sotto questo nome, si sono nascosti grandissimi vizi in molti’].
La seconda parte del testo esamina sistematicamente le tradizioni filosofiche extra-greche. L’autore premette che, sebbene “Philofophiae Etymologia Graeca sit” (fr:1211) [l’etimologia di filosofia sia greca], “non fuisse exteris nationibus illius omnino expertes, quin etiam celebres apud illas extitisse Philosophos” (fr:1211) [le nazioni straniere non furono del tutto prive di essa, anzi presso di esse sorsero celebri filosofi].
In India fiorirono i Gymnosophistae (fr:1213), divisi in Brachmanas e Sarmanas (fr:1214). Tra questi, gli Hyłobii “in silvis degant, & frondibus, studiisque silvestribus vescantur; corticibus arborum vestiantur, & veneris expertes” (fr:1215) [vivono nelle selve, si nutrono di fronde e studi selvatici, si vestono di cortecce d’albero e sono astinenti da Venere]. Esistono anche i Pramnae, filosofi polemici che deridono i Brachmana per la loro attenzione ad astronomia e fisiologia (fr:1217). Viene ricordato l’episodio di Calanus che si brucia su una pira davanti ad Alessandro (fr:1219), e di Mandones che risponde agli inviati del sovrano: “neque illum esse Iovis filium, qui tantillae parti Terrae imperaret; neque dono se indigere illius, quem finierat nihil capere; neque se minis vultu terreri” (fr:1219) [né quello essere figlio di Giove, che comandava a una così piccola parte della Terra; né lui aver bisogno del dono di chi aveva deciso di non prendere nulla; né lui lasciarsi spaventare dalle minacce].
Presso i Persiani i Magi erano tenuti in grande onore; “princeps eorum Zoroastres fuisse” (fr:1229) [il loro capo fu Zoroastro]. Essi sostenevano “duo esse rerum Principia, Daemones puta bonum, ac malum; Animos immortales esse, redivivosque homines” (fr:1230) [due principi delle cose, demoni buono e cattivo; le anime immortali e gli uomini destinati a rivivere].
I Chaldaei di Assiria e Babilonia praticavano la filosofia per tradizione familiare, “per generis, seu familiae traditionem acquiritur” (fr:1235) [si acquisisce per trasmissione di stirpe o famiglia], e a loro viene attribuita “Astrologiae summam peritiam” (fr:1237) [somma perizia in astrologia], nonché l’idea di un mondo eterno ma retto dalla provvidenza divina (fr:1239).
Passando agli Ebrei, si menzionano Farisei, Sadducei ed Esseni. Degli Esseni scrive Plinio: “gens aeterna est, in qua nemo nascitur” (fr:1243) [è una stirpe eterna, in cui nessuno nasce]. L’autore rileva che la filosofia ebraica è più antica di quella greca, citando Clemente Alessandrino (fr:1246).
Gli Egizi vantano un’antichità straordinaria; “Mercurius ille Trismegistus, qui fuit Thoyt nomine venerationi habitus, sit omni memoria superior” (fr:1263) [quel Mercurio Trismegisto, che sotto il nome di Thoyt fu venerato, è superiore a ogni memoria]. Le loro dottrine includono: “Principium esse Materiam, e qua excreta quatuor Elementa sint & Animalia quaedam effecta” (fr:1265) [il principio è la Materia, dalla quale, separata, si sono formati i quattro Elementi e alcuni Animali]; “Deos esse Solem, ac Lunam, illum Osiridem, hanc Isim vocatos” (fr:1266) [gli dèi sono il Sole e la Luna, chiamati rispettivamente Osiride e Iside]; “Mundum genitum, corruptioni obnoxium, atque sphaericum” (fr:1266) [il mondo è generato, soggetto a corruzione e sferico]. Inoltre, furono i primi a usare le figure animali per esprimere il pensiero, da cui i geroglifici (fr:1269).
Proseguendo verso Occidente, si incontrano gli Atlantici, filosofi dell’Africa settentrionale. Atlante, “cum esset Astrologiae peritissimus, dicitur sphaeram ab se inventam primus vulgasse” (fr:1271) [essendo espertissimo di astrologia, si dice che per primo divulgò la sfera da lui inventata]. Di qui la leggenda di Atlante che regge il cielo.
Infine, le filosofie americane (Perù e altre regioni) sono considerate recenti e limitate: “nihil aliud, quam aliqua ad mores spectantia observaverunt, de natura rerum nihil ratiocinantes, ac soliti solum mirari accedentem, & recedentem Solem, mutantem formas, ac interdum etiam intereuntem (sub radiis, nempe Solis) Lunam” (fr:1278) [non osservarono altro che alcune cose riguardanti i costumi, senza ragionare sulla natura, abituati solo a meravigliarsi del Sole che va e viene, della Luna che cambia forma e talvolta scompare (sotto i raggi del Sole)].
Il testo costituisce una testimonianza erudita del XVII secolo, che attraverso l’accumulo di fonti classiche e patristiche intende dimostrare la dignità e l’universalità della filosofia, contrapponendo il modello etico del sapiente alle degenerazioni dei falsi filosofi contemporanei.
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7 Druidi, Scuole Filosofiche e Metodi dell’Insegnamento: Un’Analisi dal “De Philosophia Universa”
La dissertazione esamina i filosofi barbari (Druidi, Ginnosofisti, Magi) e quelli greci, distinguendo tre fondamentali orientamenti gnoseologici e due modalità di trasmissione del sapere, l’oscura e la perspicua.
Il testo – tratto da un’opera probabilmente di Pierre Gassendi – offre una rassegna storica e metodologica della filosofia antica, includendo popoli considerati “barbari” dai Greci. La prima parte è dedicata ai Druidi, di cui si descrivono funzioni, dottrine e fortuna storica. Essi erano insieme giudici, sacerdoti e filosofi: “Ad hos magum adolt/centium numtrm difeiplina canta concnrrir , magneijue tf fnnt apud eos honoreinam fere de cnuiibm &controtterfitf p ablitu , priuatifjne conflitHH»ti fi quod eft admifiumfacinm tfi cadetfaSa fi de hereditate, de finibru controuerfia efi.” (fr:1282) (Presso di loro confluisce in gran numero la gioventù per l’istruzione, e godono di grande onore; risolvono quasi tutte le controversie pubbliche e private, e stabiliscono premi e pene). Credevano nella trasmigrazione delle anime: “Hac pauca apud e 01 grauiffima , &c. … imprimu hoc volunt perfundere , Non interire Animat , fedabaliu pofi mortem mmfirt ad aliot, atque M hoc maxime ad virtutem excitariputant , metu mortii negit Ilo.” (fr:1284-1285) (In primo luogo vogliono persuadere che le anime non muoiono, ma passano dopo morte ad altri, e con ciò pensano di spronare alla virtù, eliminando il timore della morte). Essi discutevano anche di astronomia e cosmologia: “ulta pratere a de Sideribm, atque torum motu { .de Mundi , ac terrarum magnitudine^de rerum natura, de Deorum im- mortalium vi, ac poteflate diffutant,& Juurn- tuti tranfdnht.” (fr:1286) (Inoltre discutono molto degli astri, del loro moto, della grandezza del mondo e della terra, della natura delle cose, della potenza degli dèi immortali, e tramandano ai giovani).
Il testo segnala la soppressione dei Druidi sotto Tiberio e Claudio: “Religione memorant temporibus Tiberij Claadiiquc Imperatorum ( (cilicet , cum ea pleumtque Digittzed by Google , & , ’ De Philosophia ‘vniuerse. … plerumque non perageretur , fine hominum fanguinc»ac cxdc) & id genus alia.” (fr:1291-1292) (Ricordano che la loro religione fu abolita ai tempi degli imperatori Tiberio e Claudio – quando non si poteva più celebrare senza sangue umano e stragi). Viene inoltre menzionata la continuità con altre figure: “exilliraacur.fvt a CqCarc obfccuatum cft) vide- ri fucccflifle iis Philofophis , quos Diodorus Sarenidos, Strabo Patet nominat qui & ipfi ; prxerant iacrificiis.Sc’ Narurx etia rerum eo- rcmplationi intenti erit.” (fr:1296) (sembra che ai Druidi siano succeduti i filosofi che Diodoro chiama Sarenidi e Strabone Patet, anch’essi addetti ai sacrifici e intenti alla contemplazione della natura).
La seconda parte si concentra sui filosofi greci e sulle loro modalità conoscitive. Seguendo Sesto Empirico, l’autore distingue tre “ragioni generalissime”: Dogmatica, Acatalettica e Scettica. I Dogmatici affermano di aver trovato il vero; gli Acatalettici ritengono che il vero non possa essere scoperto né compreso: “alij autc exiftimant.pronutiatuquc Verum eiulmodi cfte, vc nec inucniri,ncc percipi poflit,-vndc &dicunrur Acataleptici, quod exiftiment omnia efle iv7iA»-3« incomprehenjibilia.” (fr:1328); gli Scettici sospendono il giudizio e continuano a indagare: “alij denique neque ftacuutu verum inuentun» , comprehcnlumquc, neque decernunt inueniri,c6prehendique minime po fle, fed alfcnfuin fuftin entes, in difquititionc nihilominus, confidc- rationeque pertiftuntivnde Sc dicutur Scepti- ci.” (fr:1329). Viene poi discussa la collocazione di Epicuro, solitamente ascritto ai Dogmatici sebbene si avvicini allo Scetticismo: “Efle icitur illum potius accenfendum Dogmaticis,id maxime probat,qubd inter illa tus … Effato, JIlum, quifimel Sapient reuera.flolideque exiliterit , nunquam deincept in conditionem oppofitamdegener.tre.” (fr:1339-1348) (Si deve annoverare tra i Dogmatici, soprattutto perché stabilisce che il saggio mantenga salde le sue convinzioni e non degeneri mai nella condizione opposta).
Un tema centrale è la dicotomia tra metodo oscuro e perspicuo nell’insegnamento. “Sed vt ad alia gradum faciamus feiendum cft fuiffe duos gencraleis tradenda; Pliilofophix modos, vnuin obfcurum, alium pcrfpiCuum.” (fr:1352). Il metodo oscuro include poeti antichi (Omero, Esiodo, Orfeo) e filosofi come Empedocle, Senofane, Parmenide, ma anche Pitagora ed Eraclito. L’oscurità è talvolta difesa per evitare l’odio del volgo: “veritatein nempe obuclandam cffc.quod aperta fi fuerit.odium iuxta Comi- modo ex re feria ludicram faciunt , ac eo ipfo cum pariat.” (fr:1379). Tuttavia il testo mostra i limiti di tale approccio: i discepoli finiscono per arrovellarsi su interpretazioni incerte. “ecquid veri puras , interim proficiunt , qui in percipienda tamoperefudant ? … nihil aliud, quim vt hariolari addifeant, Sc quamcumque demum fuerint interpretationem comenti , certi nunquam fint de germana Principis fui intclligentia.” (fr:1365-1366) (Che progresso fanno coloro che tanto si affaticano nel comprendere? Nient’altro che imparare a congetturare, e qualunque interpretazione escogitino, non saranno mai certi del genuino pensiero del loro maestro). Come esempio si cita il mito di Er in Platone, oggetto delle critiche di Colote: “cur rnm]nquit,/ re- rum cale flium notionem ,fi habitum nos animo- rum docere voluifli ; nonfimplici , abfiluta & hoc infinuatione curatum rfifed quafita perfima, cafufque excogitata nouitas, compofitaaduocatifiena figmenti ipfarn querendi veri ianuam mendacio polluerunt?” (fr:1360) (Perché, se volevi insegnarci le nozioni celesti o la disposizione degli animi, non lo hai fatto con una semplice e chiara esposizione, ma hai inquinato la soglia della verità con la menzogna di una finzione ricercata?).
Al contrario, il metodo perspicuo è seguito da Aristippo, Zenone, Pirrone e soprattutto da Epicuro, che ripudiò la dialettica e preferì i vocaboli comuni: “cui ex didis in cius vira,ni- hil xque ac ««Ium perfttcuitas placuit , cui- que proinde hac dere Cicero non femel tefti.” (fr:1354-1355) (A lui, come risulta dalla sua vita, nulla piacque quanto la perspicuità, e di ciò Cicerone più volte rese testimonianza). L’autore conclude che l’oscurità volontaria, se talvolta giustificata in contesti politici, è dannosa nella filosofia naturale, dove la verità stessa dovrebbe essere chiara.
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8 Sulla segretezza dei filosofi antichi e la genesi delle scuole filosofiche
Il testo, estrato da un trattato di logica di Gassendi, si apre con una discussione sulla questione se gli antichi filosofi, in particolare Epicuro, abbiano deliberatamente celato le loro dottrine per sottrarle al volgo. L’autore esamina l’interpretazione di Simplicio e Clemente Alessandrino, i quali sostenevano che i sapienti nascondessero i loro insegnamenti. A proposito di Epicuro, si cita Cicerone: “Epicurus Deos verbo posuisse, re sustulisse; illudque haberi in libris vulgatis, hoc in arcanis?” – (fr:1394-1395) [Epicuro avrebbe posto gli dèi a parole, ma di fatto li avrebbe eliminati; e quel che si legge nei libri divulgati sarebbe diverso da ciò che è nei segreti?]. Tuttavia l’autore rigetta tale accusa, ricordando che Cicerone stesso difende Epicuro come “homine minime vafro” – (fr:1396) [uomo per nulla astuto].
Il discorso si sposta poi sull’oscurità voluta di Platone: “Si enim Plato … suam illam de Anima natura communibus verbis exposuisset sententiam, ecquid putas grande … dicere visus fuisset?” – (fr:1407-1408) [Se Platone avesse esposto la sua dottrina dell’anima con parole comuni, pensi che avrebbe detto qualcosa di grande?]. L’autore conclude che l’ambiguità serviva a suscitare ammirazione e reverenza, quasi un “insigne mysterium” – (fr:1408) [insigne mistero].
Dopo questa premessa critico‑storiografica, il testo intraprende una sistematica classificazione delle Sedae (scuole filosofiche). Viene definito il concetto: “Nihil est enim Seda aliud, … quam Disciplinae, vel Disciplinae sententia, sectio, studium” – (fr:1411) [null’altro è una setta se non una dottrina, o un’opinione di una dottrina, una suddivisione, uno studio]. Le denominazioni delle scuole derivano da vari criteri: dal fondatore, dalla patria, dal luogo d’insegnamento, dal modo di filosofare, dal fine o dal tenore di vita (fr:1413).
La narrazione storica inizia con i filosofi‑poeti: “Primum enim factio antiquissima philosophantium Poetarum fuit” – (fr:1415) [La prima e antichissima fazione dei filosofi fu quella dei poeti]. Seguono i Sette Sapienti, di cui l’autore discute l’incerta identificazione (fr:1421‑1424). I loro detti, come “Nosce teipsum” o “Ne quid nimis”, sono attribuiti a diversi autori (fr:1429‑1431), a testimonianza della confusione delle fonti.
Da questa fase gnomonica nacquero le due scuole capitali: la Ionica e l’Italica (fr:1432‑1436). Il capitolo VII è dedicato alla scuola Ionica, con capostipite Talete di Mileto: “Ac Principem quidem … facit Laertius Anaximandrum; sed constans sententia Plutarchi … Thaletem facit” – (fr:1442) [Laerzio pone Anassimandro come capo, ma l’opinione costante di Plutarco pone Talete]. Dopo Talete, la successione prosegue con Anassimandro (che “Geographicas Tabulas condiderit primus” – fr:1446 [per primo costruì tavole geografiche]), Anassimene (che pose l’aria infinita come principio, fr:1448‑1449) e Anassagora, che introdusse l’ “Homoeomeriam” e la “Mentem” ordinatrice (fr:1458‑1461). La cronologia di Anassagora è discussa con precisione filologica (fr:1454‑1457).
Da Anassagora si giunge ad Archelao, maestro di Socrate (fr:1462‑1463). Con Socrate la filosofia si volse all’etica: “Socrates … dedit se totum Ethicae, dictus proinde a Cicerone Philosophiam evocavisse e Caelo, et introduxisse in urbibus ac domos” – (fr:1464‑1465) [Socrate si dedicò interamente all’etica, perciò Cicerone disse che aveva richiamato la filosofia dal cielo e l’aveva introdotta nelle città e nelle case].
Tra i discepoli di Socrate emergono i fondatori di scuole: Platone, Antistene, Aristippo, Fedone, Euclide (fr:1468). Platone, in particolare, avviò la tradizione accademica. La successione scolastica è descritta minuziosamente: Speusippo, Senocrate, Polemone, Cratete, Crantore, e poi la svolta di Arcesilao con la Nuova Accademia (fr:1470‑1478). Seguono Carneade (che introdusse il verisimile, fr:1472), Clitomaco, Filone e Antioco, che tentò di riportare l’Accademia allo stoicismo (fr:1476‑1481). L’autore nota infine che la notizia della successione accademica si fa incerta dopo Filone, menzionando Plutarco e Apuleio come filosofi che pure appartenevano a quella tradizione (fr:1482‑1490).
Il testo si rivela così una preziosa testimonianza della storiografia filosofica del Seicento: mostra un’erudizione vastissima (citazioni di Laerzio, Clemente, Cicerone, Plutarco, Plinio, Simplicio, ecc.) e un intento critico, volto a dirimere le discrepanze delle fonti antiche e a ricostruire la genealogia delle dottrine. Particolare rilevanza assume la discussione sull’esoterismo filosofico, che – lungi dall’essere un dato neutrale – viene interpretata come strategia retorica per accrescere il prestigio del maestro.
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9 Storia delle successioni filosofiche antiche: dall’Accademia ai Cirenaici
Il testo traccia una dettagliata genealogia delle scuole filosofiche greche, partendo dal lascito di Socrate, attraverso le successive ramificazioni dell’Accademia platonica, del Peripato aristotelico, della scuola cinica, della tradizione stoica e della scuola cirenaica. L’opera si fonda su fonti classiche come Diogene Laerzio, Cicerone, Seneca e Plutarco, e si estende fino ai commentatori medievali arabi e bizantini, mostrando la continuità e le trasformazioni del pensiero filosofico.
La successione dell’Accademia antica viene descritta a partire da Platone e dai suoi immediati successori: «Polemo… circiter tempora Alexandri Imperatoris, fanis successorem, nunc Craterem, nunc Crantorem, nunc utrumque fieri videas» (fr:1492) [Polemone… intorno ai tempi dell’imperatore Alessandro, vedi ora Cratero, ora Crantore, ora l’uno e l’altro divenire successore]. Si sottolinea che «perseveravit, quae vocata est vetus Academia» (fr:1495) [perseverò quella che fu chiamata Vecchia Accademia]. Il punto di svolta è segnato da Arcesilao di Pitane, che «primus ex variis Platonis libris, sermonibusque Socraticis hoc maxime arripuit… nihil esse certi, quod aut sensibus aut animo percipi posset» (fr:1499) [per primo trasse dai vari libri di Platone e dai discorsi socratici questo punto principale: che nulla è certo che possa essere percepito con i sensi o con l’animo]. Viene poi menzionata la successione della Media e Nuova Accademia, fino a Lacide e alla scuola di Carneade.
Per il Peripato, il testo si sofferma su Aristotele: «Ad Aristotelem ut redeam, is Stagyræ natus Olympiade ic… ita a magistro Platone dissensit, ut ideo ab illo dicatur cum… in matrem recalcitranti fuisse comparatus» (fr:1501, 1503). La sua istituzione del Liceo viene spiegata: «Lycaeum, quod fuit Gymnasium iuxta Athenas celebre, elegit, in eoque docens sectam instituit, Peripateticam ideo dictam» (fr:1506). Tra i successori spicca Teofrasto, «Theophrastus Eresius e Lesbo» (fr:1514), e poi Stratone, Licone e Critolao. La trasmissione medievale è evidenziata da «sub millesimum autem vixerunt Eustratius et Eustathius» (fr:1543) e dal ruolo di Averroè: «Averroes autem imprimis, qui ob navatam sedulam in Aristotelem operam, Commentatori nomen fecit suum» (fr:1512) [Averroè, che per l’opera dedicata ad Aristotele si fece il nome di Commentatore], il quale «auctoritatem… conciliavit, ut ipsius operibus Latinis versis et in Galliam translatis, coeperit… ita publice praelegi» (fr:1513) [conciliò autorità, cosicché le sue opere tradotte in latino e trasferite in Francia iniziarono a essere pubblicamente lette].
La scuola cinica trova origine in Antistene: «Is in Morali Philosophia suadebate abunde virtutem ad felicitatem prædicans, omnemque adeo corporis cultu bonaque externa flocci faciens» (fr:1517) [Egli nella filosofia morale predicava abbondantemente la virtù per la felicità, disprezzando del tutto ogni cura del corpo e i beni esterni]. La figura di Diogene di Sinope è descritta con la celebre risposta ad Alessandro Magno: «illud Alexandri: vellem esse Diogenes, nisi essem Alexander» (fr:1531) [quel detto di Alessandro: vorrei essere Diogene, se non fossi Alessandro]. Il suo successore Cratete è ricordato per l’ascetismo: «Is talentorum ducentorum neglexit patrimonium; propinquos etiam baculo abegit… ac ut sese ad tolerantiam magis assuefaceret, aestate crassum pallium, hyeme vero lacerum induit» (fr:1536-1537) [Egli trascurò un patrimonio di duecento talenti; scacciò anche i parenti col bastone… e per abituarsi di più alla sopportazione, indossava un mantello spesso d’estate e uno lacero d’inverno]. Tra i discepoli spicca Ipparchia, «mirabilis illa Hipparchia» (fr:1544) [quella mirabile Ipparchia], che «non procos, non divitias, non nobilitatem… curavit, sed soli Crateti nubere voluit» (fr:1544).
La tradizione stoica inizia con Zenone: «Zeno… Athenas appulsus primum quidem Cratetem audivit… ac novam demum sectam instituit, quæ quia in Porticu quadam varie picturata, et Pœcile dicta Scholam habuit, appellata est Stoica» (fr:1554). A Zenone succedono Cleante, definito da Cicerone «maiorum gentium Stoicus, ac Stoicorum Pater» (fr:1568), e poi Crisippo: «Excepit Cleanthen Chrysippus Solensis, a quo nihil fuisse prætermissum in Stoicis Cicero scribit» (fr:1569). La successione prosegue attraverso Antipatro, Panezio e Posidonio. Il testo nota come, dopo Posidonio, la serie stoica si disperda in figure successive come «summus ille Seneca, et laudatissimus Epictetus, et optimus Philosophus Imperatorque Antoninus» (fr:1581-1582).
Infine, la scuola cirenaica, nata da Aristippo: «Aristippus itaque patria Cyrenæus… finem bonorum esse voluptatem, maximeque corpoream, non eam quæ in privatione… sed eam quæ in actione motuque consistit» (fr:1584-1585). La successione passa per la figlia Arete e poi per Teodoro, detto Theos per la sua dialettica (fr:1589), il quale «opiniones omnes de Diis sustulit, ac bonorum malorumque finem, lætitiam ac tristitiam dixit» (fr:1590). Teodoro risponde con dignità a Lisimaco, mostrando indifferenza alla minaccia della croce: «theodori quidem nihil interest, humine an sublime putrescat» (fr:1593-1594) [a Teodoro non importa se marcisca in terra o in alto].
L’intero testo rappresenta una testimonianza erudita della storiografia filosofica seicentesca, che intreccia cronologia, biografia e dottrina, dimostrando come il sapere antico sia stato trasmesso e interpretato attraverso secoli di commenti, traduzioni e dispute scolastiche.
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10 Resoconto del trattato sulle scuole filosofiche antiche
Il testo offre una dettagliata rassegna delle successioni e delle dottrine delle principali scuole filosofiche greche, con particolare attenzione alle derivazioni socratiche e alle tradizioni italiche. L’opera si distingue per l’intento di tracciare genealogie intellettuali, citando fonti come Diogene Laerzio, Agellio, Suida e Clemente Alessandrino, e per il tentativo di ordinare cronologicamente i filosofi.
La scuola Megarica viene definita come quella il cui fondatore fu Euclide di Megara: “eſt Megarica, ea ſcilicet cuius author Eucli… Megarcnfis fuit” (fr:1627) [è la Megarica, quella il cui autore fu Euclide Megarense]. Il testo ne sottolinea la vocazione dialettica e controversa: “Sczporrbab Euclide inſtitut praecipua vis in Diale&icis contentionibus”* (fr:1603) [da Euclide istituita, la forza principale era nelle contese dialettiche]. Tra i successori vengono menzionati Eubulide, famoso per i paradossi, e Stilpone, descritto come il più illustre tra i megarici.
La scuola Eleatica è ricondotta a Senofane, ma il nome deriva da Parmenide e Zenone, originari di Elea: “tamctfi porri faciac… Parmenides, & Zeno eius fucce flores Eleatx fuerint, ex Elea nempe ciuitatc Lucanis” (fr:1671) [tuttavia… Parmenide e Zenone suoi successori furono Eleati, dalla città di Elea in Lucania]. Zenone è indicato come successore di Parmenide, mentre Leucippo e Democrito proseguono la tradizione atomistica: “Celebris Leucippi fucceflor Democritus ille… qui & eadem cum illo docuit” (fr:1681) [Celebre successore di Leucippo fu Democrito… che insegnò le stesse cose].
La scuola Italica è fatta risalire a Pitagora: “inſtituit Pythagoras in ea rer gione Italix, qux olim magna… nunc Calabria dici-” (fr:1629) [la istituì Pitagora in quella regione d’Italia che un tempo si chiamava Magna Grecia, ora Calabria]. Il testo descrive il rigido tirocinio dei discepoli: “vt di/cipulos toto quinquennio (aut biennio) ſilenteis inſtituerit” (fr:1632) [che istruì i discepoli in silenzio per un intero quinquennio (o almeno biennio)]. Viene inoltre registrata la successione pitagorica fino a Filolao e Archita, e si nota che la scuola si estinse intorno al tempo di Aristotele: “Interiit proinde Sc£U circa Ariftotele… tempus” (fr:1635) [Pertanto la setta scomparve intorno al tempo di Aristotele].
L’opera assume un valore storico-dossografico fondamentale, poiché tenta di ordinare cronologicamente figure spesso intrecciate, come dimostra la discussione sulla priorità di Eraclito rispetto a Pirrone: “celebri illud Heracliti de rerum fluxu… referendum prius ad Pyrrhonem” (fr:1662) [quel celebre detto di Eraclito sul flusso… da riferire prima a Pirrone]. La distinzione tra scuole ioniche e italiche è ribadita con autorità: “duo tantum… genera, Ionicorum, & Italicorum” (fr:1677) [solo due generi, degli Ionici e degli Italici].
Attraverso le citazioni di autori antichi e le liste di successioni, il testo si configura come una testimonianza erudita della trasmissione del sapere filosofico, evidenziando continuità e fratture tra le correnti e offrendo un quadro complesso delle ramificazioni del pensiero greco classico.
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11 Resoconto del Trattato: Successioni Filosofiche e Partizione della Scienza
Il testo esamina la trasmissione delle dottrine filosofiche antiche, focalizzandosi sulle successioni di maestri e allievi, e sulla struttura stessa della filosofia, evidenziando divergenze e convergenze tra le scuole.
La ricostruzione delle genealogie filosofiche è un tema centrale. Viene discussa la successione da Democrito a Epicuro, citando il consenso di Clemente Alessandrino su sei passaggi, in contrasto con le sette di Eusebio e le cinque di Teodoreto: “Medium certe tenet Clementis fententia, qux fex fucccflioncs a Democrito ad Epicurum vfqucagnofcit, inter illam Eufcbi|,qux feptem , Se aliam Theodorcti , qux quinque” - (fr:1701) [«Certo, la sentenza di Clemente tiene una via di mezzo, che riconosce sei successioni da Democrito fino a Epicuro, tra quella di Eusebio, che ne ha sette, e l’altra di Teodoreto, che ne ha cinque.»]. La catena prosegue con Metrodoro di Chio, che condivide le opinioni di Leucippo e Democrito: “Vt vt fit Metrodorus Chius fertatus eafdcm cum Leucippo, Demeet itoque eft opiniones” - (fr:1702) [«Comunque sia, Metrodoro di Chio ha sostenuto le stesse opinioni di Leucippo e Democrito.»].
Particolare attenzione è dedicata alla scuola scettica. Si descrive la successione da Pirrone ad Anassarco, e poi ad Enesidemo, che è confutato da Laerzio riguardo alla presunta indifferenza di Pirrone: “Id certe Ainefidemus re- fellit apud Laertium, & vel ex eo quidem, qu6d Pyrrho nonaginta vix«it annos” - (fr:1718) [«Certamente Enesidemo lo confuta presso Laerzio, e anche per questo motivo, perché Pirrone visse novanta anni.»]. Viene inoltre chiarita l’identità di Sesto Empirico, autore di celebri opere contro i matematici e di scritti scettici, confermata dal fatto che Laerzio e Suida lo chiamano sia Empirico che Filosofo: “Huius nempe lunt przclari illi libri cum in mortario tunderetur , exhibuit , vt aduerfus Mathematicos , hoc eft, ProfclTorcs gloria ctiam-numcfllorcfcat” - (fr:1706) [«Di costui sono quei celebri libri contro i Matematici, cioè i Professori, che ancora oggi risplendono di gloria.»] e “confirmari vel ex eo poccft, qu6d decem librorum Sccpticorum autho- rem Laertius Sextum Empiricum , Se Suidas Sextum Philofophum dicat” - (fr:1708) [«può essere confermato anche dal fatto che Laerzio dice che l’autore dei dieci libri scettici è Sesto Empirico, e Suida dice Sesto Filosofo.»].
La figura di Epicuro è ampia analizzata. Vengono citate le sue opere, come le lettere a Erodoto, Pitocle e Meneceo, e le Ratae Sententiae (Massime Capitali). Lucrezio è indicato come colui che ha compendiato le principali opinioni di Epicuro nei suoi libri: “cretius qui (ex , illis fuis de neture libru ira videtur praecipuas Epicuri opiniones com- plexus” - (fr:1726) [«Lucrezio, nei suoi libri sulla natura, sembra aver compreso le principali opinioni di Epicuro»]. Si sottolinea l’importanza delle Ratae Sententiae, paragonate da Simplicio all’Enchiridion di Epitteto, e la loro funzione di florilegio: “Siquidem tamctfi videtur , quod dc illius placitis , dobrinique pn occupemus ; cum qux ad hanc rem attinent , commemoranda deinceps Simplicius falciculum hunc comparat cum Epibcti Enchiridio” - (fr:1736) [«Sebbene sembri che ci occuperemo dei suoi placiti e della sua dottrina; poiché le cose che riguardano questo argomento saranno ricordate in seguito, Simplicio paragona questo fascicolo all’Enchiridio di Epitteto.»]. Viene inoltre riportato l’aneddoto di Epicuro che, pur non avendo seguito Nausifane, ammirò Democrito: “ac videatur tamen per amccclforcs , Sc Democritum maxime, vc ex dibis in cius Vita manifeftum eft ; cum Sc Democriti dobrinam admiratus primum fuerit , Sc pro Democrito lele gclTcrit” - (fr:1725) [«e sembra tuttavia [poter essere riferito] attraverso i successori, e massimamente Democrito, come è manifesto da altre cose nella sua vita; poiché prima ammirò la dottrina di Democrito e si schierò per Democrito»].
Il trattato prosegue con la partizione della filosofia. Viene presentata la divisione in contemplativa (teoretica) e attiva (pratica), attribuita ad Aristotele e condivisa da Platone, Stoici ed Epicuro: “Earum itaque prior eft , qua folet Philofophia etiam -num i»r St/sfonubi, i. mfamuLu in Contemplati uam , Afliuam diuidi” - (fr:1756) [«La prima di esse è quella per cui la filosofia suole essere divisa in Contemplativa e Attiva.»]. Tuttavia, emerge un dissenso sulla suddivisione della parte contemplativa. Aristotele la suddivide in Teologia, Fisica e Matematica: “Verum ne heic loci hac in re more- f Mcuph 1 . raur > idemmet Ariftotcles Contempla* tiuam Philofophiam , in Theologiam , Phy- ficam , & Mathematicam fubdiftribuH” - (fr:1772) [«Ma per non trattenermi qui in questa cosa, lo stesso Aristotele suddivise la Filosofia Contemplativa in Teologia, Fisica e Matematica.»]. Gli Stoici e gli Epicurei, invece, riconducono la teologia alla fisica: “Nam Stoici quidem , Epicurei , & alij Theologicam panem retulerunt ad Phyficam” - (fr:1779) [«Infatti gli Stoici, gli Epicurei e altri riportarono la parte teologica alla Fisica»].
Un’altra partizione, più diffusa, è quella in Logica (o Razionale), Fisica ed Etica. Viene citato Cicerone a sostegno di questa tripartizione platonica: “Fuit accepta a fla- tone philofophandi ratio triplex , wa de & Vita , Adoribus ; altera de Natura, & & rebus occultu ; tertia de dijfcreudo , quid verum , aut quid falfitm , quid re fiunt «.Aeadcm” - (fr:1797) [«Fu accettata da Platone una triplice ragione di filosofare: una sulla vita e le azioni; l’altra sulla natura e le cose nascoste; la terza sul discernere cosa sia vero o falso.»]. Tuttavia, si nota che non tutti i filosofi abbracciarono tutte e tre le parti: alcuni si dedicarono solo alla fisica, altri solo all’etica, altri solo alla logica, mentre la maggior parte le accolse tutte. Il testo si conclude con la precisazione che la teologia, per Platone e i suoi seguaci, appartiene alla logica (dialettica) più che alla fisica: “Hoc cafu oportet Pla- toni , ciufquc Sedatoribus Tncologicam panem ad Logicam maxime , vt iam didum eft , attinere” - (fr:1800) [«In questo caso, è necessario che la parte teologica, per Platone e i suoi seguaci, appartenga massimamente alla Logica, come già detto.»].
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12 La Tripartizione della Filosofia e le Controversie sul Ruolo della Logica nel Pensiero Antico
Il testo indaga la struttura della filosofia, esaminando le diverse concezioni antiche riguardo alla sua divisione in parti e al ruolo specifico della logica, analizzando le posizioni delle principali scuole filosofiche.
La tradizione peripatetica è citata per la sua ripartizione, dove la logica non era inizialmente annoverata tra le parti principali. Il testo riporta come “Logica veto pars efie noua,qux in priore illa Philofophix diuifionc non audiebatur j quafi Ariftoteles in ea fupponeret Logicam non tam ede yrxf.” (fr:1806) [Ma la logica era una parte nuova, che in quella precedente divisione della filosofia non veniva ascoltata; come se Aristotele in essa supponesse che la logica non fosse tanto una parte, quanto…]. Si chiarisce che la logica veniva considerata non tanto una scienza o parte della filosofia, quanto piuttosto “modum fciendi , Sc organum ad Philofophiam conducens.” (fr:1807) [un modo di conoscere e uno strumento che conduce alla filosofia].
Una controversia antica riguardava la natura della logica, se fosse parte della filosofia o solo un suo strumento. La diatriba tra le scuole è esposta richiamando l’autorità di Filopono: “Sane veri, dum Philo- ponus , Loeica-ne pars , Organum-ve Phi- lofophiz fit , diflerit , refert voluifle Stoicos quidem Philofophix panem ede Lo- gicam ) Sc Academicos , Platonifvc Sedatores partem firoul , Sc organum; ac Peripateticos ab Ariftotele inftitutos eam fe- ci de Organum dumtaxat”. (fr:1808) [In verità, mentre Filopono discute se la logica sia parte o strumento della filosofia, riferisce che gli Stoici vollero che fosse parte della filosofia, gli Accademici e i seguaci di Platone la ritennero sia parte che strumento, mentre i Peripatetici istituiti da Aristotele la ritennero soltanto uno strumento].
Gli Stoici furono tra i principali sostenitori di una tripartizione della filosofia. Il testo precisa che “ij maxime fuere , qui trimem- brem huiulmodi Philofophix diuifionem -robarum.” (fr:1809) [furono essi soprattutto a rafforzare una tale tripartizione della filosofia]. Sebbene Cleante avesse proposto una diversa enumerazione di parti, divenne solenne che “Zeno, Chryfippus , Apollodorus , Pofidonius , Sc ali) , quos Laertius citat , treis foliim parteis facerent quas , Sc appellarent , Apollodo, rus quidem Locos , Chryfippus , Sc ftidro- rous Species , alij veri» Genera.” (fr:1810) [Zenone, Crisippo, Apollodoro, Posidonio e altri, che Laerzio cita, facessero solo tre parti, che Apollodoro chiamava Luoghi, Crisippo e i suoi seguaci Specie, altri Generi].
Per illustrare questo triplice schema, venivano usate vivide similitudini. La filosofia veniva paragonata a un giardino, dove “Logicam quafi fepem.” (fr:1813) [la logica era come una siepe], mentre “Ethicam , quafi frudus.” (fr:1812) [l’etica come il frutto]. Altre immagini sono quelle dell’uovo (“comparantes cum ouo , ccnfuerunt vitel- pom. … lum Ethicam referre, albumen Phyficam, tcftam Logicam.” (fr:1817,1818) [paragonandola a un uovo, ritennero che il tuorlo corrispondesse all’etica, l’albume alla fisica, il guscio alla logica]) e dell’animale (“Comparantes cum Animali , Animam dixe- runt ede Ethicam , fanguinem , Sc carnes Phyficam , olTa ac neruos Logicam.” (fr:1820) [Paragonandola a un animale, dissero che l’anima è l’etica, il sangue e le carni la fisica, le ossa e i nervi la logica]). Tali metafore illustravano il ruolo della logica come struttura protettiva e ordinante.
Particolare attenzione è dedicata alla posizione di Epicuro. Egli sembrava attribuire ogni importanza all’etica, riducendo la fisica a un mezzo per la tranquillità mentale e rifiutando la logica come dialettica inutile, “prorsis repudiat , eo nimirum fenfu , quo eftirda eft non medicina affedibus , fed officina argutiis.” (fr:1825) [la rifiuta del tutto, in quel senso per cui essa non è medicina per gli affetti, ma officina di sottigliezze]. Tuttavia, il testo mostra come egli abbia comunque sviluppato una “Canonicam”, una sorta di logica pratica. “Itaque pofi- ftt propemodim iis Phifofophis accenfcri, qui ex tribas illis vulgatis Philofophix partibus vnam dumtaxat retinueiunt” (fr:1826) [Perciò si può quasi ascrivere a quei filosofi che, delle tre comuni parti della filosofia, ne hanno conservata solo una]. Eppure, aveva una bipartizione effettiva: “Audi nimirum Senecam , Epi~ Epift.lj. M turei inquit , duae p*ru u Philefiphia puta- nerunt efft , Naturalem , ettjue eredem j Rationalem remonerent.” (fr:1829) [Ascolta Seneca: dice che Epicuro ritenne che due fossero le parti della filosofia, la naturale [fisica] e la morale, mentre rimosero la razionale].
Questa ambiguità viene risolta notando che la Canonica epicurea era come una logica strumentale, “quafi minus prxdpuam, Sc , vt loquuntur inftrumentariam , eo modo quo manus tum pars quxdam eft homi- nis , licet non tantx necc ditatis , quanrx cor , iecur , cerebrum -, rum inftrumcntum quoddam non modi» ad alia , fed ipfi etiam homini pafcendo , comendo , induendo, •liifque id genus neceflarioin.” (fr:1833) [come meno principale e, come dicono, strumentale, al modo in cui la mano è sì una parte dell’uomo, sebbene non di tanta necessità quanto il cuore, il fegato, il cervello, e tuttavia è un certo strumento non solo per altre cose, ma anche per lo stesso uomo per nutrirsi, vestirsi e altre necessità]. Così, la tripartizione per lui diventa: “Canonica , Phyfica, Ethiem”. (fr:1837) [Canonica, Fisica, Etica].
L’ordine di trattazione delle parti della filosofia fu oggetto di dibattito. Sebbene la logica fosse spesso premessa, non tutti concordavano: “propter pau- cos illos qui it Phyfica initium duxerunr, vt Panxtius , & Pohdonius , aut ab Ethica, vt Ptolemxenfis Diogenes.” (fr:1845) [a causa di quei pochi che cominciarono dalla fisica, come Panezio e Posidonio, o dall’etica, come Diogene di Tolemaide]. La ragione principale per anteporre la logica è che “Logica pars aliis prxmitcatur ; quando ca Mentem adiuuat, fle circa res tam naturalels, quam moraleis ratiocinecur.” (fr:1844) [è certo che la parte logica sia premessa alle altre, poiché essa aiuta la mente a ragionare sulle cose naturali e morali].
Infine, l’autore dichiara la propria indipendenza filosofica e il suo approccio critico. Afferma “nulli me Sedx nomen dare , qui omnibus honorem habeo, & nunc hanc , nunc illam, si quid ha- bere prx exteris probabile videatur , fcquor.” (fr:1862) [di non dare il mio nome a nessuna setta, che onoro tutti, e ora questa, ora quella, se sembra avere qualcosa di probabile rispetto alle altre, seguo]. La sua unica guida è la religione ortodossa, e nel filosofare intende anteporre la ragione all’autorità, considerando i dotti non come signori, ma come guide. Sul valore delle dottrine di Epicuro, pur riconoscendone alcuni pregi, mantiene una posizione cauta: “non probo on. … St non confidere ea potius intra limites rcrifimilitudinia ducam.”* (fr:1865,1867) [non approvo tutte… e le considererò piuttosto entro i limiti della verosimiglianza].
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13 Il Trattato Sulla Logica: Origini, Partizioni e Definizioni
Il testo esamina la logica come disciplina, discutendone la denominazione, le definizioni, le parti fondamentali e l’origine storica, sia naturale che artificiale. Viene tracciato un percorso che dalle prime forme di ragionamento umano giunge fino alla codificazione scritta della disciplina.
La logica viene presentata con molteplici nomi: “Logicae nomen retineri” (fr:1913) [Il nome di Logica può essere mantenuto], ma anche “Dialectica, Organica, Canonica” (fr:1914) [Dialettica, Organica, Canonica], a seconda della prospettiva. La definizione più generale è “Ars bene cogitandi” (fr:1915) [Arte del ben pensare], che si articola in quattro atti principali: “Bene imaginari; Bene proponere, Bene colligere, Bene ordinare” (fr:1935) [Ben immaginare, Ben proporre, Ben raccogliere, Ben ordinare]. Questi corrispondono alle quattro parti in cui la logica può essere divisa: “Primum sit de simplici Imaginatione: Secundum de Propositione, Tertium de Syllogismo, Quartum de Methodo” (fr:1961) [Il primo sia sulla Semplice Immaginazione, il secondo sulla Proposizione, il terzo sul Sillogismo, il quarto sul Metodo].
Il testo distingue tra “Logicam Naturalem” e “Artificialem” (fr:1970) [Logica naturale e artificiale]. La logica naturale è “ipsa Mens, Intellectus, Ratio” (fr:1971) [la stessa Mente, Intelletto, Ragione], innata e comune a tutti gli uomini. Quella artificiale, invece, può essere a sua volta “simplici observatione” (fr:1974) [semplice osservazione] oppure “in modum doctrinae traditur, ac conscribitur” (fr:1974) [tramandata e scritta come dottrina].
Per quanto riguarda l’origine, l’autore sostiene che la logica artificiale “originem longe altius repetendam esse” (fr:1998) [deve essere fatta risalire molto più indietro] rispetto alla semplice redazione scritta. Già nei tempi biblici si trovano esempi di ragionamento: “Serpens ea usus, ut caperet Parentes primos deciperet” (fr:1976) [Il serpente usò quel tipo di argomentazione per ingannare i primi genitori]; “Cainus patratum crimen detractare” (fr:1977) [Caino volle negare il delitto compiuto]. Anche nel libro di Giobbe si rinvengono “homines ita philosophatos, ut invicem quoque sibi obiecerint Artem differendi” (fr:1979) [uomini che filosofeggiavano così da esibirsi reciprocamente l’arte del disputare]. L’autore cita inoltre Salomone, la cui logica era basata “in capescendis sanis sermonibus, historiis gravibus, concinnis carminibus, Aenigmatibus” (fr:1988) [nell’afferrare discorsi sani, storie gravi, carmi ben composti, enigmi].
Passando ai Greci, si ricorda che “Prometheum hanc Artem detulisse ex caelo” (fr:1997) [Prometeo portò quest’arte dal cielo], e che “Pythagoras absque tali observatione tam eximii callere docereque potuerit Artes Mathematicas” (fr:1996) [Pitagora non avrebbe potuto conoscere e insegnare tanto eccellentemente le arti matematiche senza tale osservazione]. Tuttavia, l’origine della logica scritta è fatta risalire a quando “viri quidam habiti Sapientes aliquid egregii fuissent meditati” (fr:2000) [certi uomini ritenuti Sapienti avessero meditato qualcosa di eccelso] e poi “Regulas et confecerint, et conscripserint” (fr:2000) [avessero preparato e scritto delle regole]. L’autore conclude con un’immagine: “Mineruam Vlyssi semper assistentem, nihil aliud fuisse quam Prudentiam, Artemque illam” (fr:2002) [Minerva sempre assistente a Ulisse non fu altro che la Prudenza e quell’Arte], simboleggiando l’unione di ragionamento ed eloquenza.
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14 Origine e sviluppo della Logica antica: da Zenone a Protagora
Il testo affronta l’origine e la natura della Logica (o Dialettica) a partire dall’osservazione empirica, simile alla medicina: “gli uomini, come in medicina, dall’osservazione delle cose salutari e non salutari crearono l’arte; così, nel parlare, notarono cose utili e inutili e da ciò trassero l’arte” - (fr:2026). La Logica nasce quindi come arte della corretta argomentazione, ma viene presto distinta dalla Retorica. L’autore sottolinea la critica di Cicerone e Quintiliano a questa separazione: “Cicerone e Quintiliano si lamentano che due arti, che i saggi possedevano unite, siano state divise e separate” - (fr:2029), e che “Socrate, pur essendo il più saggio, non approvò lo studio nudo della Logica o Dialettica” - (fr:2030).
L’invenzione della Logica è attribuita a Zenone di Elea: “sembra da concedere all’autorità di Aristotele che Zenone Eleate ne sia stato l’inventore” - (fr:2050). Platone stesso, secondo il testo, “attribuisce a Zenone o anche a Parmenide la prima invenzione” - (fr:2051). Tuttavia, si riconosce che anche prima di lui esistevano precetti logici, come quelli di Democrito: “i Canoni di Democrito, contemporaneo di Socrate, erano di argomento logico” - (fr:2058).
La dottrina di Zenone è descritta come triplice: “un’arte triplice: delle Conseguenze, dei Colloqui e delle Contese” - (fr:2064-2065). La prima parte riguarda la deduzione di conseguenze: “Se si suppone che qualcosa sia o non sia, occorre considerare cosa consegua, cosa non consegua, e cosa consegua e non consegua simultaneamente” - (fr:2066). Proclo ne ricava ventiquattro modi di conseguenza (fr:2068-2069). La seconda parte è l’arte del dialogo: “Zenone fu autore della Dialettica e dei Dialoghi, e diede precetti per interrogare e rispondere” - (fr:2072). La terza parte è l’arte contendiosa, che apre la strada ai sofismi: “Aristotele definisce il sofisma come sillogismo eristico o contendioso” - (fr:2084).
Un aspetto peculiare è che il ragionamento veniva condotto per interrogazioni: “non era costume proporre sillogismi in modo assoluto, ma solo interrogando” - (fr:2076). L’interrogato era tenuto a rispondere affermando o negando, e da queste risposte si concludeva l’argomentazione (fr:2077). Esempi celebri sono il sillogismo del corno (fr:2078) e i paradossi di Zenone, come quello di Achille e la tartaruga: “Achille, per quanto veloce, non potrà mai raggiungere la tartaruga perché lo spazio è infinitamente divisibile” - (fr:2106-2107). Il testo menziona anche il dilemma di Protagora e Euathlo: “Protagora usò per primo questo dilemma: se Euathlo vince, non deve pagare per sentenza; se perde, deve pagare per contratto” - (fr:2109), e la controversia giudiziaria rimase irrisolta (fr:2113).
Infine, l’autore discute l’evoluzione storica: Protagora non divulgò pubblicamente la sua arte ma la insegnò privatamente (fr:2102). Il testo critica la separazione tra Logica e Retorica, sostenendo che entrambe dovrebbero restare unite, come sostenevano Cicerone e Quintiliano (fr:2030-2031). La testimonianza complessiva offre un quadro delle origini della logica formale, legata alla pratica del dialogo e della disputa, e mostra come già nell’antichità si dibattesse sul suo rapporto con l’eloquenza.
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15 Analisi del Trattato sull’Origine e la Varietà della Logica Antica
Il testo esplora le diverse scuole e figure della logica antica, concentrandosi in particolare sui paradossi logici (i “sophismata” di Eubulide), sulla dialettica platonica e sulle figure dei Megarici e degli Stoici.
L’analisi del frammento rivela una ricca discussione sulle origini e le varietà della logica antica, con un focus particolare sulle scuole megariche e stoiche e sui loro celebri paradossi. Il testo inizia citando la contrapposizione tra Democrito, dedito alla verità, e Protagora, associato alla logica di Gassendi, e prosegue con un esame dettagliato di Eubulide, successore di Euclide di Megara (non il geometra). A Eubulide vengono attribuiti diversi modi di ragionamento sofistici, definiti come “captiofx quædam rationes, Argumentario-ncfve, k voce fere quam continent” - (fr:2124-2125) [certe ragioni capziose, o argomentazioni, quasi dal nome che contengono].
Tra questi paradossi, il testo ne descrive vari, come il Mentitore (Pseudoemenos). La formulazione classica è citata: “Si dicu te mentiri, verumque dicu, mentiru i diciu…” - (fr:2129) [Se dici di mentire e dici il vero, menti…]. Un esempio celebre è quello di Epimenide: “Epimenidet ait omnei» Cretenfeu effi mendace u, ipfi veri Cretenfis eft i igitur ipfi non credendum…” - (fr:2130) [Epimenide dice che tutti i Cretesi sono bugiardi, lui stesso è Cretese…]. Di questo paradosso, il testo nota che Aristotele ne parla sia negli Elenchi che nell’Etica, dove la soluzione è “pene inexplicabilem” - (fr:2134) [quasi inesplicabile].
Anche il poeta Fileta è ricordato come vittima di questi argomenti: “Ipfe Philetas…. P/eudomenot me perdidit” - (fr:2138) [Lo stesso Fileta… Pseudoemenos mi ha rovinato]. Seguono descrizioni di altri modi: l’Achille, il Velato (Obuelatum), e il Sorite (Acervalem). Per quest’ultimo, la definizione è chiara: “Acervalem … prxclare definit Vlpianus , cum ab euiden-ter veru , per breuijjimsu mutationes … ad ea , qua euidenter falfit fient j perducitur” - (fr:2166) [L’Acervale … Vlpiano lo definisce bene, quando da ciò che è evidentemente vero, per gradini brevissimi, si arriva a ciò che è evidentemente falso]. L’esempio classico è quello dei chicchi di grano: “Si enim rogetur , Vnum , vel duo grana fiunt -ne acer-um, an-non…” - (fr:2169) [Se si chiede: uno o due chicchi fanno un mucchio?].
Altri paradossi menzionati sono il Corno (Cornutum) e il Calvo (Calvvs), affine al Sorite: “Pari fcilicet modo quxri potefl, a quoto vfque pilo amijfo calum quifiam cenfieri pojfit” - (fr:2174) [Allo stesso modo si può chiedere da quanti peli persi si possa ritenere uno calvo]. Questi modi, sebbene attribuiti a Eubulide, vengono anche assegnati da Laerzio a Diodoro Crono, che secondo il testo “adinuenifle iuxta aliquos Obuelatum, & Cornutum” - (fr:2179) [aveva inventato, secondo alcuni, il Velato e il Cornuto]. Diodoro è noto anche per il suo famoso argomento contro il movimento: “Si quid mouetur, aut quo in loco efl, monetur , aut in quo non efi … non igitur quidquam mouetur” - (fr:2183) [Se qualcosa si muove, o si muove nel luogo in cui è, o in cui non è … dunque nulla si muove]. Di lui si narra un aneddoto ironico, in cui il medico Erofilo lo zittì applicando il suo stesso ragionamento alla lussazione di una spalla.
Il testo prosegue con la figura di Stilpone, il quale “negaucrit alterum cnunciari dc altero” - (fr:2184) [negava che un termine si potesse predicare di un altro, come “animale” di “uomo”]. La sua dialettica, come riportato da Plutarco, e le sue interrogazioni su Minerva (se fosse figlia di Zeus o opera di Fidia) lo portarono a essere accusato all’Areopago.
Riguardo a Platone, il testo afferma che la sua Logica (o Dialettica) aveva due aspetti: uno intellettuale, coincidente con la scienza teologica, e uno razionale, coincidente con l’arte del disputare degli altri. La sua finalità era etica e conoscitiva: “vult Plato … Finem in eo efle , vt Mens … per ipfam repurgetur l prauis opinionibus, germanam ver6 icientiam induar” - (fr:2204) [vuole Platone che il Fine della Dialettica sia che la Mente si purifichi dalle false opinioni e rivesta la vera scienza]. Tuttavia, si nota che non compose un’opera specifica di dialettica, e che autori come Apuleio e Alcinoo hanno tentato di ricostruirla, spesso sovrapponendovi elementi aristotelici o stoici, ma “qux tamen , & alia id genus non in Platone mod6, sed etiam in quovis Authore reperire in promptu est” - (fr:2216) [le quali cose, tuttavia, e altre simili, non solo in Platone, ma in qualsiasi autore si possono facilmente trovare].
Il testo si conclude con la descrizione delle scuole ellenistiche, citando Cicerone che lega le arguzie dialettiche a Diodoro, Stilpone e Alessino, e menzionando Menedemo di Eretria, che “negatiuasfuftulit, & ex afiirmatiuis adroifn folas limpliccis” - (fr:2195) [tolse le enunciazioni negative e delle affermative ammise solo le semplici]. Infine, una serie di frammenti riassume la posizione di Carneade e degli Accademici, per i quali il criterio di verità non risiedeva nei sensi ma nell’intelletto, che solo poteva cogliere l’essere semplice e uniforme: “Iolam cenfebant ido-ueam jui crederetur, quia fola cerneret id, quod femper effit , /imple.r , cr vniufmodi” - (fr:2211) [Solo ad esso, a loro avviso, si doveva credere perché solo vedeva ciò che sempre è, semplice e uniforme]. Questo concetto, introdotto da Platone, viene indicato come “Ideam appellabant” - (fr:2212) [lo chiamavano Idea].
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16 Logica aristotelica: origini, struttura e dimostrazione scientifica
“definisce la dimostrazione come un sillogismo scientifico” - (fr:2349) [Definisce la dimostrazione come un sillogismo scientifico.]
Il testo analizza l’origine e la sistematizzazione della logica, muovendo dal metodo socratico. Viene ricordato come Socrate, secondo Aristotele, fosse solito interrogare l’avversario fino a costringerlo a concedere premesse, per poi concludere ciò che cercava: “magis fuit familiare Socrati, cum plura interrogasset, quæ fateri aduersarium necesse esset, nouissime id, de quo quærebatur, inferret” - (fr:2266) [fu più consueto a Socrate, dopo aver posto molte domande a cui l’avversario era costretto a concedere, da ultimo inferire ciò che si cercava]. Il testo sottolinea poi il ruolo di Platone e dei suoi successori (Senocrate, Aristotele), citando Cicerone: “Vtrique, inquit, Platonis vbertate completi, certam quandam disciplinæ formulam composuerunt” - (fr:2277) [Entrambi, dice, pieni della fecondità di Platone, composero una certa formula fissa di disciplina].
La trattazione si concentra quindi sull’opera di Aristotele, il quale diede alla logica un incremento assai maggiore di chiunque altro: “abs quo Logica longe amplius, quàm ab vllo alio habuit incrementi” - (fr:2273) [dal quale la logica ebbe un accrescimento di gran lunga maggiore che da qualsiasi altro]. Viene precisato che Aristotele usò il termine “Dialettica” non per l’intera arte, ma solo per la parte relativa ai sillogismi probabili contenuta nei Topici: “vt planum faciant Aristotelem Dialecticæ nomen non pro Arte hac tota, sed pro ea solum eius parte, quæ est de Syllogismis probabilibus, & Topicis libris continetur, vfurpauisse” - (fr:2278) [per mostrare che Aristotele usò il nome Dialettica non per tutta quest’arte, ma solo per quella parte che riguarda i sillogismi probabili ed è contenuta nei libri Topici]. L’ordinamento dei libri dell’Organon viene attribuito ad Andronico di Rodi, che li dispose nell’ordine poi accolto da tutti i Peripatetici; la ragione di tale ordine, riferita dagli interpreti greci, è che la logica è strumento della filosofia e la dimostrazione è il suo oggetto principale: “ea ordinis causam dixerunt, quod cum Logica sit Philosophiæ organum, ac proinde subiecta illius materies, etiam ex citato ab Ammonio Andronico, sit ipsa Demonstratio” - (fr:2286) [dissero che questa era la ragione dell’ordine, perché la logica è lo strumento della filosofia e pertanto la sua materia soggetta è la stessa dimostrazione].
Entrando nel merito della teoria sillogistica, il testo spiega che Aristotele volle risolvere ogni proposizione in due termini (soggetto e predicato), e raggruppò le domande in dieci categorie. La definizione del sillogismo emerge dalla struttura delle tre proposizioni: “distinctis ergo in Syllogismo tribus propositionibus, quarum duabus præmissis tertia, seu Conclusio ex necessitate sequitur, propositionem resolui voluit in duos Terminos, quorum qui verbum antecedit, Subiectum, qui sequitur, Attributum, Prædicatumue appelletur” - (fr:2297) [distinte quindi nel sillogismo tre proposizioni, delle quali, premesse due, la terza, ovvero la conclusione, segue per necessità, volle che la proposizione fosse risolta in due termini: quello che precede il verbo si chiama Soggetto, quello che segue Attributo o Predicato]. A partire dalla posizione del termine medio, Aristotele distinse tre figure: “idcirco Aristoteles tres Syllogismorum Figuras distinxit” - (fr:2305) [perciò Aristotele distinse tre figure di sillogismi]. Per ciascuna figura vengono enumerati i modi validi: quattro per la prima, quattro per la seconda, sei per la terza, per un totale di quattordici, ai quali Teofrasto ed Eudemo (con l’approvazione di Porfirio) ne aggiunsero altri cinque, detti imperfetti e indiretti. L’esposizione riporta i famosi versi mnemonici medievali: “Barbara, Celarent, Darij, Ferio, Baralipton, Celantes, Dabitis, Fapesmo, Frisesomorum; Cesare, Camestres, Festino, Baroco; Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo, Ferison” - (fr:2315) [, e traduce: Barbara, Celarent, Darii, Ferio, Baralipton, Celantes, Dabitis, Fapesmo, Frisesomorum; Cesare, Camestres, Festino, Baroco; Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo, Ferison]. Viene spiegata la funzione delle vocali (A, E, I, O per indicare universalità e qualità) e delle consonanti (S, P, M, C) per i procedimenti di riduzione dei modi imperfetti a quelli perfetti della prima figura, mediante conversione, deduzione all’impossibile o mutazione delle premesse.
La parte finale del testo è dedicata alla dimostrazione scientifica, trattata nei Secondi Analitici. Aristotele la definisce come un sillogismo scientifico: “Demonstrationem … esse definit Syllogismum scientificum” - (fr:2349) [definisce la dimostrazione come un sillogismo scientifico]. La scienza, secondo Aristotele, è conoscenza della causa necessaria: “Scire autem nos vult, cum putamus nos cognoscere causam, propter quam res est, eius esse causam, neque eam posse aliter se habere” - (fr:2350) [Vuole che noi sappiamo quando riteniamo di conoscere la causa per cui la cosa è, che essa è causa, e che non può essere altrimenti]. Di conseguenza la scienza riguarda solo ciò che è universale e necessario: “statuit ac vult adeo scientiam esse solum rei vniuersalis, ac necessariæ, quia hoc solum modo eiusmodi fit, vt se aliter habere non possit” - (fr:2352) [stabilisce e vuole che la scienza sia soltanto della cosa universale e necessaria, perché solo in questo modo essa è tale da non poter essere altrimenti]. Vengono elencati i requisiti dei principi della dimostrazione: veri, primi, immediati, più noti, anteriori, cause della conclusione e necessari. Il testo distingue tra dimostrazione a priori (per causa) e a posteriori (per effetto), fornendo esempi: per i pianeti (non scintillano perché sono vicini) e per la Luna (è globosa perché aumenta di luce, e viceversa). Infine, accenna alla funzione della definizione come termine medio nella dimostrazione, e ai diversi tipi di causa (formale, materiale, efficiente).
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17 La logica aristotelica e stoica: una sintesi di dottrine e controversie
Il testo offre un esame comparativo della logica di Aristotele e degli Stoici, con particolare attenzione ai sillogismi, ai sofismi e alle tecniche dialettiche.
Il trattato si apre con la distinzione fondamentale tra dimostrazione e dialettica. La dimostrazione, si afferma, procede da principi propri e necessari, generando scienza, mentre il sillogismo dialettico si basa su premesse comuni e probabili, producendo solo opinione. A tal proposito, il testo cita: “Dialecticus sequitur Syllogifmus, qui non, i.Top.i. vt Demon Aratio, ex ptopriis, neceflariifque principiis , procedit, neque vt illa gignit lciemiam ; fed procedit folum ex communibus, probabilibufque/fcu verifimilibus, & parit folum opinionem” - (fr:2372) [Il sillogismo dialettico segue non come la dimostrazione, procedendo da principi propri e necessari, né genera scienza; ma procede solo da premesse comuni e probabili o verosimili, e produce solo opinione.] Viene poi definita la natura delle premesse probabili: “Probabilia verd principia , propofiriondfve dicit , qux videntur vel omnibus, vel pletifque , vel fapientibus , iifque vel omnibus , vel maxime claris” - (fr:2373) [Chiama principi o proposizioni probabili quelle che sembrano tali a tutti, o alla maggior parte, o ai sapienti, e tra questi a tutti o ai più noti.]
Un nucleo centrale è l’esposizione della struttura dei Topici aristotelici. L’autore spiega che Aristotele dedica quest’opera all’arte di disputare probabilisticamente su qualsiasi argomento, basandosi su “luoghi comuni”. Il testo specifica: “DeAinauit porr6 huic Syllogifmo libros Topicos , in quibus nihil aliud, ouim Artem dilputandi tradit dc uibufvis rebus probabiliter , Se ex quibuf- Sam communibus locis” - (fr:2374) [Dedicò inoltre a questo sillogismo i libri Topici, nei quali non insegna altro che l’arte di disputare probabilmente su qualsiasi argomento e a partire da certi luoghi comuni.] Viene poi dettagliata la classificazione dei problemi in base a definizione, genere, proprio e accidente, e viene indicato il numero di luoghi (loci) impiegati per ciascun tipo: per l’accidente si dedica un libro, “Exotlus autem i Problemate , quod attinet ad Accidens, duos illi deAinat libros ; fecundum nempe, fi Problema de Accidente fimplici fit” - (fr:2377) [Inoltre, per il problema che riguarda l’accidente, gli dedica due libri; il secondo, se il problema è sull’accidente semplice.]
La seconda parte del testo si concentra sulla logica stoica, presentando una vasta dottrina dei “detti” (axiomata) e dei sillogismi. Gli Stoici dividono i “detti” in perfetti e imperfetti, e tra i perfetti danno particolare rilievo agli assiomi e ai sillogismi. Il testo riporta: “Axioma, feu , vt Cicero interpretatur, Eminciatio (aliquando etiam Effatum) definitur ab ipfis Ditium, quod aut verum aut falfum eft itemque, quo aliquid affirmatur, aut negatur , vt dies eft , dies non eft” - (fr:2439) [L’assioma, o come interpreta Cicerone, enunciazione (talvolta anche effato), è definito da loro come un detto che è vero o falso, e con il quale si afferma o si nega qualcosa, come ‘è giorno’, ‘non è giorno’.] Viene presentata una complessa casistica di sillogismi, inclusi quelli imperfetti e quelli “non dimostrabili” (indemonstrabiles), che si esprimono attraverso cinque modi (tropi). Il testo cita: “Is indemonflrabilcs habentur (hoc eft tales, vt quid fit Lucianus non indicat modo in Hcr- non Iit iplis probatio euidentior) qui vno Modorum quinque exprimuntur” - (fr:2463) [Sono considerati indimostrabili (cioè tali che non vi è una prova più evidente di essi) quelli che si esprimono con uno dei cinque modi.] Vengono poi elencati i cinque modi, ad esempio: *“Vnus,_/7 primum, ergo fecundum , atqui primum ; ergofecundum”* - (fr:2464) [Uno: se il primo, allora il secondo; ma il primo; quindi il secondo.]
Un elemento peculiare è la discussione sui sofismi, sia quelli aristotelici (fallacie) sia quelli stoici (c.d. “inextricabili”). Il testo distingue i sofismi veri e propri da quelli basati su parole o su cose, e menziona il sofisma dello Pseudo-Menone e il Sorite. Viene citato il giudizio di Cicerone sugli Stoici: “tatu dignum fic , quod Cicero de ipfis habet, dum , Scripfit , inquit , Rhetoricam Cleanthes; ****** Suit Chryfippus etiam,fedfic,vt fi quis obmutefiere concupierit , nihil aliud debent legere” - (fr:2404) [È degno di nota ciò che Cicerone dice di loro: ‘Scrisse, dice, una Retorica Cleante; ci fu anche Crisippo, ma in modo tale che se uno volesse diventare muto, non dovrebbe leggere altro’.] Il testo evidenzia anche la divergenza tra Stoici e Peripatetici riguardo alla natura delle rappresentazioni mentali (phantasiai): “Peripatetici non Phantafia , fed phantafe matM dicerent : at Stoici phantafmatum no. mine intelligunt vifes, cuiufmodi funt ea.quz in fomnis , aut per Animi furores apparent” - (fr:2429) [I Peripatetici direbbero non ‘fantasia’ ma ‘fantasma’; invece gli Stoici intendono con il nome di fantasmi le visioni, come quelle che appaiono nei sogni o per furore dell’animo.]
Il significato storico del testo risiede nella sua capacità di sintetizzare e confrontare le due grandi scuole logiche dell’antichità, mettendo in luce le loro tecniche argomentative, le definizioni e i criteri di verità. Costituisce una testimonianza della ricezione e della rielaborazione delle dottrine aristoteliche e stoiche in epoca moderna, con riferimenti a fonti come Diogene Laerzio, Cicerone e Seneca. La minuziosa catalogazione dei sillogismi e dei sofismi rivela l’interesse per la formalizzazione del ragionamento e per l’analisi degli errori logici, aspetto centrale nella tradizione logica occidentale.
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18 Logica epicurea e stoica: canoni, criteri e dispute sul fato
Il trattato esamina la logica antica, concentrandosi sulla dottrina stoica e su quella epicurea, con particolare attenzione ai criteri di verità, ai modi di ragionamento e alle controversie sul fato. Emerge una contrapposizione tra la complessa dialettica stoica, spesso criticata come astrusa e piena di “nugae” (sciocchezze), e la più sobria “canonica” di Epicuro, basata su pochi principi essenziali.
Un tema centrale è la critica degli stoici al concetto di “Fatum” (destino), che porta a paradossi logici come l’argomento “ignavo” o “inerte”. La formulazione classica è: “Si Fatum tibi est ex hoc morbo conualescere, siue Medicum adhibueris, siue non, conualesces. Item , si Fatum tibi est ex hoc morbo non conualescere , siue tu Medicum adhibuerit, siue non , non conualesces. Et alterutrum futurum est ; Medicum ergo adhibere nihil attinet” – (fr:2486, fr:2487) [Se è destino che tu guarisca da questa malattia, sia che tu chiami un medico sia che non lo chiami, guarisci; allo stesso modo, se è destino che non guarisca, sia che tu chiami un medico sia che non lo chiami, non guarisci; e l’una o l’altra cosa accadrà; quindi chiamare un medico è inutile]. Questo ragionamento viene definito “genus hoc Interrogationum Ignauum , atque Iners” – (fr:2488) [questo genere di domande ignavo e inerte], poiché, se accettato, “omnis e vita tollatur actio” – (fr:2489) [ogni azione viene tolta dalla vita].
A tale disputa si lega la figura del “Metens” (Mietitore), un esempio logico attribuito a Zenone. Il testo spiega che il “Fortasse” (forse) viene eliminato: “sit qui vt vel metat , vel non metat , ex neceßitate eueniturum est : quare ipsum Fortasse perit …” – (fr:2483) [così che sia che mieta o non mieta, accadrà per necessità; perciò il ‘forse’ scompare]. Viene inoltre menzionata la “Ratio Dominans” (ragione dominante), spiegata non come superiore alle altre, ma perché nella sua deduzione si fa menzione di una signoria: “Ratio videtur dicta Dominans, non quod aliarum imperans sit , sed quod Dominationis mentio in eius deductione fiat” – (fr:2500) [la Ragione è detta dominante non perché comandi sulle altre, ma perché nella sua deduzione si fa menzione del dominio].
La parte più estesa è dedicata alla logica di Epicuro, che rifiutò la dialettica stoica (“defpexit Logicam, Dialecticamve”) – (fr:2515) [disprezzò la logica o la dialettica], ma introdusse la “Canonica”, con pochi canoni a guida dell’intelletto. I criteri di verità per Epicuro sono tre: “…tria quoque Criteri a distinxit , quae & Senfum, seu mavis, Senfionem, Anticipationem , (eu Praenotionem , & Affectionem , feu Pafsionem dixit” – (fr:2525) [distinse anche tre criteri, che chiamò Senso (o meglio Sensazione), Anticipazione (o Preconcezione) e Affezione (o Passione)]. L’Anticipazione è definita come “nihil aliud est , quam notio quaedam in mente manens, quafi rei ante perceptae imago , atque monumentum” – (fr:2527) [null’altro che una nozione che rimane nella mente, quasi immagine e ricordo di una cosa percepita in precedenza].
Un punto cruciale è l’infallibilità del senso: “Canon I. Senfus nunquam fallitur ; ac proinde est omnis sensio , omnisque Phantasiae seu apparentia perceptio vera” – (fr:2531) [Canone I: Il senso non è mai ingannato; e di conseguenza ogni sensazione e ogni percezione di apparenza è vera]. La motivazione è che la falsità risiede solo nell’affermazione o negazione: “Senfus autem neque affirmet , neque neget ; sed solum in se speciem sensibilis rei excipiat , nudeque apprehendat rem …” – (fr:2532) [Il senso non afferma né nega, ma accoglie in sé solo la specie della cosa sensibile e apprende nuda la cosa]. L’opinione, invece, è una facoltà superiore che può essere vera o falsa: “Opinio est consequens Senfum , sensionique super-addita ; in quam Veritas , aut Falsitas cadit” – (fr:2545) [L’opinione è ciò che segue il senso e si aggiunge alla sensazione; in essa cadono verità o falsità]. Per decidere della verità di un’opinione, occorre attendere l’“euidentia Senfus” (evidenza del senso): “Opinio illa vera est , cui vel suffragatur, vel non refragatur Senfus euidentia …” – (fr:2552) [Quell’opinione è vera a cui l’evidenza del senso o dà suffragio o non si oppone], e “Opinio illa falsa est , cui non refragatur, vel non suffragatur Senfus euidentia …” – (fr:2555) [Quell’opinione è falsa a cui l’evidenza del senso non si oppone o non dà suffragio]. Infine, l’Anticipazione è la base di ogni indagine: “Canon VI. Anticipatio est ipsa rei notio , siue definitio , sine qua quidquam quaerere , dubitare , opinari , imo nominare non licet” – (fr:2566) [Canone VI: L’anticipazione è la nozione stessa della cosa, o definizione, senza la quale non è lecito cercare, dubitare, opinare, né nemmeno nominare alcunché]. In sintesi, il testo offre un confronto storico-critico tra due scuole, evidenziando sia la sottigliezza dei paradossi stoici, sia la concretezza empiristica dei canoni epicurei.
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19 Resoconto del trattato scientifico: Metodo logico da Ramo a Bacone a Cartesio
Il testo esamina tre principali sistemi logici: la metodologia di Ramo, il Novum Organum di Francesco Bacone e la logica cartesiana, evidenziando le peculiarità di ciascuno in relazione a scopo, procedimento dimostrativo e fondamento della conoscenza.
Per Ramo, il metodo consiste nell’ordinare gli assiomi secondo chiarezza e generalità. La frase (2878) recita: “Restat Methodus, qua definit, Dianoia ex variorum Axiomatum homogeneorum pro natura sua claritate propositorum; unde omnium inter se convenientia indicatur, memoriaque comprehenditur” – (fr:2878) [Resta il Metodo, che definisce la Dianoia a partire da vari Assiomi omogenei proposti secondo la loro chiarezza naturale; da cui si indica la convenienza di tutti tra loro e si comprende con la memoria.] Viene poi specificato l’ordine: “in Methodo vult considerari, ut universalius & clarius praecedat minus universale, aut singulare & obscurius sequatur: adeo ut gradatim a generalissimis, per subalterna, ad specialissima eruiatur” – (fr:2879) [(nel Metodo si vuole considerare) che l’universale e più chiaro preceda il meno universale o singolare, e l’oscuro segua; così che gradatamente dalle nozioni generalissime, attraverso le subalterne, si giunga alle specialissime.] Tuttavia, per i poeti si può invertire l’ordine per diletto o sorpresa (fr:2881).
Con Bacone (capitolo X), l’enfasi si sposta sulla riforma delle scienze. La sua logica si distacca da quella volgare per tre aspetti: fine, modo di dimostrare e inizi dell’indagine. La frase (2892) riassume: “Secunda itaque, seu Organum Novum ipsa est eius Logica, quam a Logica vulgari differre tribus maxime rebus voluit, videlicet Fine, Demonstrandi modo, & Inquirendi initiis” – (fr:2892) [La seconda parte, cioè il Novum Organum, è la sua Logica, che volle differire dalla Logica volgare specialmente per tre cose: il Fine, il modo di Dimostrare e gli Inizi dell’Indagine.] Il fine non è trovare argomenti ma “Inductiones operum Naturae, quae mentem convincant” – (fr:2892) [Induzioni delle opere della Natura, che convincano la mente]. Rifiuta il sillogismo perché “Syllogismus constat ex propositionibus; propositio ex verbis; verba sunt notarum notiones; notiones autem rerum male, temereque a rebus abstractae habentur; ex quo fit, ut propositiones sint prava quaedam praeiudicia, ex quibus nihil sani elicere liceat” – (fr:2894) [Il sillogismo consta di proposizioni; la proposizione di parole; le parole sono segni di nozioni; ma le nozioni sono ricavate male e avventatamente dalle cose; per cui le proposizioni sono cattivi pregiudizi, dai quali non si può ricavare nulla di sano].
Bacone introduce le tavole delle istanze come strumento per l’induzione autentica. La frase (2905) descrive il metodo: “Talis porro Inductio, quae est ipsa Clavis interpretationis Naturae adhibenda est, ut Intellectus regat in opificio Axiomatum, ad ipsum compar sit, hoc est exhibentur, & veluti coram ponuntur Tabulae, & coordinationes Instantiarum, seu notarum notionum, quae per Experientiam, aut Rationem habentur de aliqua re” – (fr:2905) [Tale Induzione, che è la stessa Chiave dell’interpretazione della Natura, va adoperata affinché l’Intelletto diriga nella fabbrica degli Assiomi, e sia ad essa proporzionata; cioè si espongano e si pongano davanti agli occhi Tavole e coordinazioni di Istanze, o di nozioni notevoli, che si hanno per Esperienza o Ragione intorno a qualche cosa.] Segue una dettagliata enumerazione di ventisette tipi di istanze prerogative (fr:2910-2937), tra cui Instantiac Solitariae, Migrantes, Ostensivae, Constitutivae, Conformes, Magicae ecc.
Infine, la logica cartesiana (capitolo XI) viene presentata come un diverso tentativo di rifondazione. Cartesio imitò Bacone nel voler eliminare ogni pregiudizio, ma percorse una via opposta: “Non eandem tamen viam est, quam Verulamius ingressus; sed cum Verulamius auxilia a rebus ad perficiendam Intellectus cogitationem petierit, ipse omni rerum cogitatione ablegata censuit in ipsa cogitatione satis esse praesidii, ut Intellectus posset vi sua in omnium rerum etiam abstrusissimarum, hoc est non modo corporum, sed Dei etiam, ac Animae notitiam perfectam venire” – (fr:2948) [Non percorse tuttavia la stessa via di Bacone; poiché mentre Bacone cercò gli aiuti dalle cose per perfezionare il pensiero dell’intelletto, egli, allontanato ogni pensiero delle cose, ritenne che nel pensiero stesso ci fosse sufficiente presidio perché l’intelletto potesse con la propria forza giungere alla perfetta conoscenza di tutte le cose, anche le più recondite, cioè non solo dei corpi, ma anche di Dio e dell’Anima.] Il suo metodo dubitativo è esemplificato nel passo (2952): “cumque aliqua sensus perceptio vera videretur, ac certa; ut quod tum se deprehenderet illeic esse, foco assidere, corpus, manus, alia habere, falli tamen se posse existimavit, quod forsan dormiret, cum in somnis eadem omnia, quae per vigiliam apparerent” – (fr:2952) [E sebbene qualche percezione dei sensi sembrasse vera e certa, come che egli allora si trovasse lì, sedesse accanto al fuoco, avesse corpo, mani e altro, tuttavia ritenne di potersi ingannare, perché forse dormiva, mentre in sogno appaiono le stesse cose che appaiono durante la veglia.]
Il resoconto mostra quindi l’evoluzione dalla metodologia deduttiva di Ramo, all’induzione sperimentale di Bacone con le sue tavole e istanze, fino al dubbio metodico cartesiano che pone il pensiero come fondamento ultimo.
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20 Resoconto del testo: Il fondamento cartesiano e la definizione della verità nella logica
Il testo presenta una sintesi del pensiero di Cartesio (Descartes) e una successiva discussione sulla natura della verità, inserita in un trattato di logica. L’estratto inizia con la narrazione del dubbio metodico cartesiano: si suppone l’esistenza di un genio maligno che inganna su tutto, ma si giunge al cogito come fondamento incrollabile. Viene citata la frase: “Itaque cura in ea se opinione se obfirmasset, vt omnia reputaret falsa: tum illud ipsum per se illuxit, quod vt falsa essent cetera, ipsum esse falsum non possit; videlicet quod ipse saltem qui cogitaret, exsistere deberet.” (fr:2955) [Così, quando si fu confermato in quell’opinione da ritenere tutto falso, allora da sé stesso gli si rivelò che, mentre tutte le altre cose sono false, egli stesso non può essere falso; cioè che egli stesso, almeno colui che pensa, deve esistere.] Da qui deriva il principio “Ego cogito, ergo existio” (fr:2956), posto come fondamento stabile per ogni ragionamento successivo.
Il testo prosegue descrivendo come dalla certezza del cogito Cartesio ricavi la natura della propria sostanza: “Deprehendo autem me esse non extensionem, non figuram, nec alia quae spectant ad naturam corpoream, sed praecise rem cogitantem” (fr:2964) [Scopro invece che io sono non estensione, non figura, né altre cose che riguardano la natura corporea, ma precisamente una cosa pensante.] Questa res cogitans è definita come “rem cogitantem, hoc est intelligentem, imaginantem, sentientem, volentem, nolentem, dubitantem” (fr:2965). Da ciò deriva la regola generale: “illud omne esse verum, quod valde clare et distincte percipio” (fr:2968). Tuttavia, per superare il dubbio sulla fallacia della chiara percezione, si dimostra l’esistenza di Dio a partire dall’idea di essere perfettissimo, poiché “realitas enim obiectiva huius Ideae est perfectior, quam ut vel a me, vel a quacumque re finita produci potuerit” (fr:2973). Dio, non ingannatore, garantisce la veridicità delle percezioni chiare e distinte. Viene inoltre dimostrata la distinzione reale tra mente e corpo: “certum est me a corpore meo revera esse distinctum, et absque illo posse exsistere” (fr:2988). Infine, la propensione a credere che le idee delle cose corporee provengano da esse stesse è confermata da Dio, quindi le cose materiali esistono (fr:2989).
Dopo la sezione cartesiana, il testo passa a discutere il fine (finis) della logica. La verità è il fine esterno della logica, mentre il fine interno è la corretta disposizione del pensiero: “cum Veritas esse Logicae finis dicitur, non esse eam sane habendam pro fine interno, talis enim est potius ipsa recte instituta cogitatio; verum pro externo, quatenus per recte institutam cogitationem, Veritatem assequimur.” (fr:3000) Si introduce poi la distinzione tra logica astratta (abducta/docens) e concreta (coniuncta/utens): la prima dà precetti universali, la seconda li applica a materie specifiche (fr:3002-3003). Viene citato Cicerone che definisce la dialettica come “veri et falsi quasi disceptatricem, iudicem” (fr:3007), ma si chiarisce che essa non giudica questioni particolari, bensì fornisce regole generali, come l’arte del freno non doma i cavalli ma fornisce lo strumento (fr:3012).
Segue un’importante distinzione della verità in due tipi: “unam, quae Exsistentiae seu Exsistantis, aliam quae Iudicii et Enunciationis vocetur” (fr:3015). La verità dell’esistenza è quella per cui una cosa è detta vera in sé (come verum aurum), mentre la verità del giudizio o dell’enunciazione consiste nella conformità del giudizio con la cosa: “veritas quaedam, quae in conformitate iudicii, enunciationisque cum re iudicata, enunciataque consistat” (fr:3024). Tale verità ha come opposto la falsità nella discrepanza. Il testo cita Epicuro (da Sesto Empirico) e Aristotele per supportare questa concezione. Infine, si annota la posizione stoica secondo cui non la cosa né la voce, ma il significato (λεκτόν, dictum) – ciò che propriamente chiamano assioma – è ciò che è vero o falso (fr:3028).
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21 Capitolo V: Sulla possibilità di discernere la verità mediante un criterio
Il testo esamina le concezioni antiche dei criteri di verità, proponendo una via di mezzo tra scetticismo e dogmatismo, e difende l’esistenza di una conoscenza certa seppur limitata.
La discussione si apre con l’esame delle posizioni dei successori di Platone. Speusippo e Senocrate vengono citati per la loro distinzione tra criteri sensibili e intelligibili. Si legge che Speusippo “opinatus est Senfum efle Criterium rerum Senfibilium, & Intellectum Intelligibilium” – (fr:3288) [ritenne che il Senso fosse il criterio delle cose sensibili e l’Intelletto delle intelligibili]. Platone stesso, secondo il testo, “statuit pro Criterio rerum sensibiliunt, feu earum quæ nempe, & Intelligibilium distingunt” – (fr:3292) [stabilì come criterio delle cose sensibili e di quelle intelligibili, distinguendole]. Senocrate aggiunse una terza facoltà, l’Immaginazione, “partim Senfum, partim Intellectum, partim Compofitum ex utroquefub Opinionis nomine pro Criterio habuerit” – (fr:3296) [in parte il Senso, in parte l’Intelletto, in parte il composto di entrambi sotto il nome di Opinione tenne come criterio].
Particolare attenzione è dedicata alla dottrina stoica della phantasia comprehensiva. Zeno è descritto mentre, con un gesto della mano, illustra la differenza tra “Vifum” (phantasia), “Affenfum”, “Comprehenfionem” e “Scientiam”: “Nam cum extenfis digitis adversum manum offenderat, Vifum … inquiebat, huiusmodi effe” – (fr:3326) [Infatti, quando mostrava la mano con le dita distese, diceva che la Visione era di questo tipo]; “Deinde, cum paululum digitos constrinxerat, Affenfum huiusmodi” – (fr:3327) [Poi, quando aveva contratto un poco le dita, l’Assenso era di questo tipo]; “Tum, cum plane comprefferat, pugnumque fecerat, comprehenfionem illam effe dicebat” – (fr:3328) [Poi, quando l’aveva completamente chiusa e aveva fatto il pugno, diceva che quella era la Comprensione]; “Cum autem lævam manum admoverat, & ipsum pugnum arcte, vehementerque comprefferat, Scientiam talem effe dicebat” – (fr:3328) [Quando poi aveva avvicinato la mano sinistra e stretto con forza quel pugno, diceva che tale era la Scienza]. Un aneddoto su Sphærus lo Stoico illustra il valore della phantasia comprehensiva: ingannato da mele di cera, il filosofo si difese sostenendo di aver assentito non alla realtà, ma “quod effe punica mala foret verisimile” – (fr:3333) [a ciò che era verisimile che fossero mele puniche].
L’autore propone poi una via media: “media quædam via inter Scepticos … & Dogmaticos videtur tenenda” – (fr:3337) [sembra si debba tenere una certa via di mezzo tra gli Scettici e i Dogmatici]. Riconosce che molte cose ritenute certe dai dogmatici sono ignorate, ma nega che gli scettici possano negare ogni criterio: “non omnia quidem, quæ Dogmatici fic feire putant, re vera fciunt, aut ad ea diiudicanda congruum habent Criterium; fcd neque omnia etiam, quæ in controversiam vertuntur a Scepticis, ita ignorari videntur, ut non Criterium aliquod iis dijudicandis habeatur” – (fr:3338) [non tutte le cose che i Dogmatici credono di sapere le sanno realmente, né hanno un criterio adatto per giudicarle; ma nemmeno tutte le cose messe in controversia dagli Scettici sembrano essere così ignorate, da non avere qualche criterio per giudicarle]. L’autore sottolinea la modestia conoscitiva umana: “Exiftimamus videlicet magno effe deputandum lucro, fi in hac tanta virium imbecillitate eo possimus assurgere, unde non ipfam quidem … Veritatis quasi corpus, fcd vel tenuem quandam ipfius imaginem, fue potius umbram intueri possimus” – (fr:3340) [Riteniamo cioè che si debba considerare un grande guadagno se, in questa così grande debolezza di forze, possiamo elevarceti al punto da poter contemplare non il corpo stesso della Verità, ma una sua tenue immagine, o piuttosto un’ombra].
Infine, vengono confutati gli argomenti radicali di Gorgia. Si afferma che “verum tamen eft, certumque, effe aliquid” – (fr:3350) [è vero e certo che esiste qualcosa] e che “nisi aliquid foret, non veniret illi in mentem inficiari aliquid effe” – (fr:3351) [se non ci fosse nulla, non gli verrebbe in mente di negare che qualcosa esista]. La percezione del sole è portata come esempio di verità immediata: “Ecquis certe eft, qui Sole exorto, ambigat vere fie cognosci, feu iudicari, fie dici, sive enunciari, Solem exortum, lucere fupra horizontem, creare diem, aliaque similia?” – (fr:3357) [Chi mai, sorto il sole, dubita che si conosca veramente, o giudichi, o si dica, o si enunci, che il sole è sorto, splende sopra l’orizzonte, crea il giorno e altre cose simili?]. L’autore conclude che, sebbene non tutto sia conoscibile, una qualche verità è accessibile e un criterio per giudicarla esiste.
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22 La logica e la verità: un esame critico delle scuole antiche
Il testo esamina il ruolo della logica nella ricerca della verità, distinguendo tra conoscenze immediate e dimostrazioni, e valutando criticamente i contributi di diverse scuole filosofiche, da Zenone ad Aristotele, fino agli Stoici e a Epicuro.
Alcune verità sono così evidenti da non richiedere dimostrazione: “neque efle nece ftariam,cum res funt adeo euidentes , vr enanciatione fola opus habeant” - (fr:3506) [né è necessaria, quando le cose sono così evidenti che hanno bisogno solo di un’enunciazione]. Tuttavia, chi si oppone a una proposizione non dimostrata può sostenere il contrario, ma solo in questioni dubbie o prive di esperienza e ragione: “pofle iuxta hypotheticum modum contrarium Hip- poni, enunciarique ab eo, qui contra infifter, tuerique volet oppofitum” - (fr:3507) [si può, secondo il modo ipotetico, contrapporre qualcosa di contrario ed enunciarlo da chi insiste contro e vuole difendere l’opposto].
Seneca viene citato per condannare la sottigliezza eccessiva: “quantum mali faciat nimia fubtilitat , & quam infefla PeritatiJit” - (fr:3512) [quanto male faccia l’eccessiva sottigliezza, e quanto sia nemica della verità]. La rassegna di opinioni contrastanti (Protagora, Parmenide, Zenone di Elea) porta allo scetticismo radicale: “Tota Eerum natura vmbra <Jl aut inanis , aut fallax” - (fr:3522) [Tutta la natura delle cose è ombra, o vana o ingannevole].
Il sesto capitolo (C A P V T VI) si concentra su cosa la logica possa apportare alla verità: “quid Logice ad Veritatem … conferat” - (fr:3527) [cosa la logica contribuisca alla verità]. La logica è definita come disciplina generale che guida le altre scienze: “Logica vcr6 sin- gulis preir,quidimque veluti facem przferr” - (fr:3528) [la logica invece precede le singole scienze e porta loro come una fiaccola]. Essa fornisce regole per il bene cogitare, suddiviso in quattro parti: “Bene imaginari, Bene prof>onere, Bene colligere, Bene ordinare” - (fr:3540) [Ben immaginare, Ben proporre, Ben raccogliere, Ben ordinare].
La logica di Zenone (eleatica) viene giudicata insufficiente per i primi due aspetti: “illla Zenonis,Eleatici- ve Logica, nihil deprehenditur haberc,quod per fc ad bene imaginandum , propofitioncfue texendum conducat” - (fr:3542) [la logica di Zenone eleatico non si trova avere nulla che di per sé conduca a ben immaginare e a tessere proposizioni]. Anche la logica megàrica (Euclide) è considerata eristica e di scarso valore: “tota Eriftica, contentiosave fit, vix quicauam in ca repcrias.quod Logicum fit” - (fr:3549) [tutta è eristica e contenziosa, a stento vi si trova qualcosa di logico]. I sofismi sono paragonati a giochi da ciarlatani: “totaquc adeb hu- iufmodi Logica & ludicra eft , & agyrtas po- tius , circumforancbfque decet” - (fr:3552) [tutta questa logica è ludica, e si addice piuttosto a ciarlatani e girovaghi].
Aristotele è l’unico che ha saputo organizzare la logica in un’arte sistematica: “Vnus itaque Ariiloceles fuit , qui Platoni, aliifque succedens eam curam se dignam afi- fumpfit” - (fr:3568) [Unico quindi fu Aristotele, che succedendo a Platone e ad altri, assunse tale cura come degna di sé]. I libri sugli Analitici servono al bene colligendum e al bene ordinandum, e da essi Ramo trasse le sue celebri regole: “Ramus nihilominus ex ipfis fua illa celebria De omni , Perft , Voiuer/ale primi deduxerit” - (fr:3572) [Tuttavia Ramo trasse da essi le sue celebri regole De omni, Per se, Universale primo]. La scoperta fondamentale di Aristotele è la necessità della conclusione dal medio: “nemo ante ipsu aut omeruarat , aut docuerat nccelficatem Conclufionis ex eo pendcrc,quid in appella- tis Prxmi (fis vocata Extrema fint coniundta cum Medio” - (fr:3574) [nessuno prima di lui aveva osservato o insegnato che la necessità della conclusione dipende da ciò che nei cosiddetti Premi è chiamato Estremi, se sono congiunti con il Medio].
La logica stoica mescola elementi estranei (grammatica, retorica) e viene criticata per la sua aridità: “Stoicorum Logica multa aliena habet” - (fr:3579) [La logica degli Stoici ha molte cose estranee]. Cicerone e Plutarco la deridono: “nihil aliud.qukm oflu nudttrent JfiMAt vellerent,contortius concluderent,dicerentfatu- lidiiis, ratiunculis iterentur” - (fr:3587) [non fanno altro che mostrare le ossa, strappare tendini, concludere in modo contorto, dire sciocchezze, ripetere ragionamenti inutili]. Luciano la accusa di creare sofismi come “corna” e “coccodrilli”: “idios nihil aliud , ejuam fibi mutui afngere Cornua , fa- & cere Crocodilos” - (fr:3588) [null’altro che fingersi reciprocamente Corna e fare Coccodrilli].
La logica di Epicuro, al contrario, è semplice ed efficace: esige solo chiarezza di parola: “exegit foium, vt quilquis loqueretur, oratione vteretur aperta” - (fr:3599) [richiese soltanto che chiunque parlasse usasse un discorso chiaro]. Questo metodo è elogiato come il più sicuro per smascherare i sofisti: “Cx- teriun ex illa ad bene imaginandum perti- nent ea, que de Phantafia … Denique ad bene colligendum” - (fr:3602-3604) [Inoltre da essa appartengono al ben immaginare le cose sull’apparenza sensibile … Infine, per ben raccogliere]. I sostenitori di Epicuro affermano che la sua logica dia una scienza assoluta di tutte le cose, ma in realtà essa si riduce a poche parole aride: “nihil tamen aliud , qu^m aridas quafdam litcrarum com- plicationes” - (fr:3604) [null’altro che aride complicazioni di lettere].
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23 L’istituzione logica secondo Gassendi: una sintesi critica delle tradizioni e la definizione di un’arte del ben pensare
Il testo presenta una disamina delle logiche esistenti (Lulliana, Baconiana, Cartesiana) per giungere alla definizione di una nuova “arte del ben pensare” suddivisa in quattro parti fondamentali.
Il trattato si apre con una critica alle logiche precedenti. L’autore, che si rivela essere Pierre Gassendi, osserva come manchino precetti adeguati per condurre il ragionamento. Si nota che “mancano alcuni precetti con cui il ragionamento sia debitamente istruito e siano prevenuti i paralogismi” - (fr:3606) [Mancano alcuni precetti con cui il ragionamento sia debitamente istruito e siano prevenuti i paralogismi]. Viene criticata la logica di Raimondo Lullo, poiché, nonostante sia ricca di materiale, “sembrava opera degna trattare qualcosa anche sul Sillogismo Necessario, Contingente o Probabile” - (fr:3615) [sembrava opera degna trattare qualcosa anche sul Sillogismo Necessario, Contingente o Probabile], ma con limiti. Anche la “Logica Verulamiana” (di Francesco Bacone) viene analizzata: essa “tutta, e per sé, tende alla Fisica, e quindi alla verità e alla genuina conoscenza delle cose” - (fr:3620) [Logica Verulamiana tutta, e per sé, tende alla Fisica, e quindi alla verità e alla genuina conoscenza delle cose], ma il suo rigetto del sillogismo è considerato ingiusto, poiché “sembra che il sillogismo venga ingiustamente riprovato, potendo chi lo disapprova essere confutato mentre ragiona, sia pure minimamente” - (fr:3623).
La logica cartesiana, pur imitando quella baconiana nell’esordio, è criticata per il suo principio fondamentale: “quel principio è massimo, che l’autore stesso così propone: È vero tutto ciò che percepisco chiaramente e distintamente” - (fr:3626). L’autore osserva che questo criterio non è immune da errori, poiché “accade talvolta, che ciò che ci sembra percepire chiaramente e distintamente, poi scopriamo falso” - (fr:3629).
Di fronte a questa varietà di approcci, Gassendi osserva come la logica sia una disciplina in continuo mutamento, simile alla luna, che “cresce e decresce senza mai cessare” - (fr:3632). L’autore propone quindi una sua Institutione Logica, definendola come “l’Arte del ben pensare” - (fr:3640). Quest’arte si articola in quattro compiti fondamentali: “Immaginare bene, Proporre bene, Raccogliere bene, Ordinare bene” - (fr:3657). Da qui la suddivisione dell’opera in quattro parti: “Prima sia sulla semplice Immaginazione, Seconda sulla Proposizione, Terza sul Sillogismo, Quarta sul Metodo” - (fr:3660).
La parte sulla semplice immaginazione definisce l’idea come “l’imagine che ci appare alla Mente quando pensiamo a una cosa” - (fr:3676). Vengono stabiliti canoni fondamentali. Il primo afferma che “la Semplice Immaginazione di una cosa è tale qual è la sua Idea” - (fr:3680). Il secondo canone è cruciale: “Ogni Idea che è nella Mente trae origine dai Sensi” - (fr:3685). Questo principio è sostenuto dall’osservazione che “chi è nato cieco non ha alcuna idea del colore” - (fr:3686) e che se un uomo fosse privato di ogni senso “non avrebbe idea di alcuna cosa, e quindi non immaginerebbe nulla” - (fr:3687). Il terzo canone spiega come si formano le idee: “Ogni Idea o passa attraverso i Sensi, oppure si forma da quelle che passano attraverso i Sensi” - (fr:3691). Questo permette la creazione di idee complesse per composizione (es: “dal leone, dal drago e dalla capra l’idea della Chimera” - (fr:3702)) o per astrazione, portando alla formazione di idee universali come il genere (es: “ciò in cui tutti convengono […] viene considerato come Idea comune, universale, generale, e si dice Genere” - (fr:3698)).
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24 La Dottrina delle Idee Generali e i Canoni della Conoscenza nel Trattato di Logica
Il testo presenta una sistematica analisi della formazione delle idee generali a partire da quelle singolari, delineando un metodo basato su aggregazione e astrazione, e stabilendo canoni per la loro perfezione e validità. La concezione di “idea universale” è spiegata come il risultato di un processo mentale che trasferisce e accomoda rappresentazioni: “ideam habet pro Idea universali, seu generali hominis … per translationem denique, & accommodationem” – (fr:3704) [Ha l’idea come idea universale, o generale dell’uomo … per traslazione e infine per accomodamento]. La mens umana, a partire dalle idee singolari ricevute dai sensi, produce idee generali con un duplice procedimento: “modo quidem duplici, uno aggregando, alio abstrahendo” – (fr:3714) [invero in modo duplice: unendo per aggregazione, l’altro astraendo].
L’aggregazione consiste nel riunire idee simili in un “aggregato” (aggeries), come nell’esempio dell’idea di animale formata da quelle di uomo, cavallo e leone: “Priore enim modo Mens similes ideas veluti seponens in unam cogit aggeriem” – (fr:3715) [Nel primo modo, la mente mette da parte idee simili e le raduna in un unico aggregato]. L’astrazione, invece, elimina le differenze e trattiene ciò che è comune: “Posteriore, … detrahit … seligensque solum id, in quo conveniunt” – (fr:3715) [Nel modo successivo … toglie … e sceglie solo ciò in cui convengono]. Ne deriva una gerarchia di idee via via più generali, dal singolare (Socrate) fino all’Ente, passando per animale, vivente, corpo, sostanza: “Ex aggeriebus Viventium & Inanimorum … generaliorem adhuc Corporum … generaliorem adhuc Substanitarum … aggeriem sive ideam omnium generalissimam Entium, sive Rerum” – (fr:3711-3712) [Dagli aggregati dei viventi e degli inanimati … una idea più generale dei corpi … ancora più generale delle sostanze … l’aggregato di tutte le generalissime degli enti, o delle cose].
Il testo richiama esplicitamente la “serie di Porfirio” come esempio di questa progressione, ma la estende fino all’Ente: “Talis est series, quam Porphyrius a Socrate ad usque Substantiam instituit … nos … efficientes seriem, Categoriamve Entium” – (fr:3723) [Tale è la serie che Porfirio istituì da Socrate fino alla Sostanza … noi … produciamo una serie, o categoria degli enti]. Viene inoltre presentata una rappresentazione schematica (fr:3724-3725) con differenze poste a sinistra e a destra, che permettono di muovere dal particolare al generale e viceversa.
Per quanto riguarda la perfezione delle idee, vengono stabiliti diversi canoni. Un’idea singolare è tanto più perfetta quanto più parti e attributi rappresenta: “Idea singulari tanto est perfectior, quanto plures partes, pluraque adiuncta rei repraesentat” – (fr:3751) [L’idea di un singolare è tanto più perfetta quanto più parti e più attributi della cosa rappresenta]; di conseguenza, la dissezione anatomica è lodata perché mostra parti nascoste (fr:3757-3758). Allo stesso modo, un’idea generale è tanto più perfetta quanto più completa è la sua rappresentazione, includendo il maggior numero di singolari: “generalis … tanto est perfectior, quanto est completior, ac repraesentat purius id, in quo singularia conveniunt” – (fr:3743) [L’idea generale è tanto più perfetta quanto è più completa e rappresenta più puramente ciò in cui i singolari convengono]. Tuttavia, se un’idea generale include caratteri non comuni a tutti i singolari, essa risulta meno generale e meno perfetta (fr:3753-3754).
Il fondamento ultimo della conoscenza è l’esperienza sensibile, considerata regola suprema: “licet experientia Sensibus peracta sit regula summa, ad quam, dum de re quapiam dubitatur, confugiendum sit” – (fr:3769) [Sebbene l’esperienza compiuta attraverso i sensi sia la regola suprema, a cui bisogna ricorrere quando si dubita di qualche cosa]. Ma tale esperienza deve essere “purgata da ogni inganno e da ogni dubbio” (fr:3769). Le idee acquisite direttamente dai sensi sono superiori a quelle ricevute per descrizione altrui: “Idea propria acquiritur Sensibus, perfectior est ea, quae ex facta ab alio descriptione formatur” – (fr:3772) [L’idea acquisita con i propri sensi è più perfetta di quella che si forma dalla descrizione fatta da un altro]; e il celebre detto “Segnius irritant animos demissa per aures, Quam quae sunt oculis commissa fidelibus” – (fr:3786) [Più debolmente colpiscono gli animi le cose trasmesse per le orecchie, di quelle affidate ai fedeli occhi] conferma la priorità della visione diretta.
Il trattato mette in guardia da numerose cause di errore. La temperie fisica o l’età alterano le idee: “ex Temperie … abstemius vini ideam ut gustatui ingratam habet” – (fr:3776) [Per la complessione … l’astemio ha l’idea del vino come sgradevole al gusto]. Gli affetti e le passioni deformano la percezione (gli amanti vedono nei loro cari ciò che non c’è, gli odiatori il contrario – fr:3777). La consuetudine rende familiare ciò che è sgradito (fr:3779), e il pregiudizio impedisce di ammettere fatti come l’esistenza degli antipodi (fr:3783). Anche l’autorità altrui va presa con cautela: molti raccontano cose mai viste, spesso per credulità – “Viri etiam habiti graves … prodigia narrent, quae non viderint” – (fr:3793) [Uomini anche ritenuti seri … raccontano prodigi che non hanno visto]; si ricordano i mitici popoli (Enotocoeti, Sciapodi, Acefali) che le esplorazioni moderne hanno smentito (fr:3795). Infine, i nomi ambigui e i discorsi figurati possono trarre in inganno, come nel mito di Cefalo e Procri, o negli oracoli ambigui (fr:3801-3802).
Il testo si configura come una testimonianza della logica scolastica del primo Seicento, ancora legata alla tradizione aristotelico-porfiriana ma già aperta alle nuove esigenze empiriche e critiche. La struttura canonica (con la numerazione di “Canon”) e i frequenti riferimenti ad autori classici (Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca) mostrano un intento didattico, mentre l’attenzione ai metodi di verifica sensoriale e agli errori dell’immaginazione rivela una nascente sensibilità sperimentale e anti-autoritaria.
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25 Il Metodo della Definizione e della Proposizione nella Logica di Gassendi
Il testo affronta i fondamenti della logica classica, partendo dall’analisi delle definizioni e delle idee per giungere alla teoria della proposizione e della verità, con particolare attenzione alle difficoltà insite nel cogliere le differenze specifiche e nell’evitare equivoci linguistici. L’estratto, proveniente da un trattato di logica del XVII secolo, testimonia il tentativo di sistematizzare il sapere attraverso strumenti aristotelici, dimostrando al contempo un’attenzione empirica alle ambiguità del linguaggio umano.
L’autore apre con una critica ai sofismi generati dall’equivocità delle parole: “Ac, vt przteream maximam partem delu- dentium bomines Sophifmatum inde pen- dere , femper enim vox aliqua zquiuoce acci- pitur ; deprehenfu facile eft rarum efle , vt opiniones,ob quas homines altercantur, non ex eo fint quod , ex eadem voce , aut phrafi hic vnam idem ille aliam Animo fingat” (fr:3803) [E, per tralasciare che la maggior parte dei sofismi che ingannano gli uomini dipende da ciò, poiché sempre una parola viene presa in senso equivoco; è facile capire che è raro che le opinioni per cui gli uomini litigano non derivino dal fatto che, a partire dalla stessa parola o frase, uno si immagina una cosa e un altro un’altra.]. La definizione corretta, dunque, deve basarsi su un’idea chiara della cosa: “vt fi Idea rem perfede rcprzfcntct , Defini- tio , hoc eft Oratio , qua rei naturam , eflentiamve declaramus , accurata fit; fin miniis pcrfc&c, minus accurata” (fr:3804) [così che, se l’Idea rappresenta perfettamente la cosa, la Definizione – cioè il discorso con cui dichiariamo la natura o essenza della cosa – sarà accurata; se meno perfetta, meno accurata].
Il metodo tradizionale prevede che la definizione sia composta da Genere e Differenza: “labor quidem non magnus eft , in agnofcendo Genere i facile enim occurrit feries, aggeriefve rerum , qua res continetur ; at difficultas plerumque eft in deprehendenda differentia , quz efle debet ciufmodi , vt per ipfatn res ab omni omnin6 alia difeematur” (fr:3805) [la fatica non è grande nel riconoscere il Genere: facilmente infatti si presenta la serie o aggregato di cose in cui la cosa è contenuta; ma la difficoltà per lo più sta nel cogliere la Differenza, che deve essere tale che per mezzo di essa la cosa sia distinta da ogni altra]. Vengono forniti esempi celebri: la definizione di “uomo” come “Animal rationale, mortale, rifut capax” (fr:3808) [Animale razionale, mortale, capace di ridere] – aggiustamento successivo per distinguere l’uomo da Dio e dalle bestie – e l’aneddoto di Platone che, dopo aver definito l’uomo come “animale bipede implume”, dovette aggiungere “con unghie larghe” quando gli fu mostrato un gallo spennato (fr:3809-3810). Ciò mostra come la differenza specifica debba essere assolutamente esclusiva.
La trattazione procede con i canoni della divisione logica (Canon XV, XVI, XVII). Il testo distingue tre tipi di divisione: del Genere in Specie, del Tutto in Parti, del Soggetto in Adiuncta (accidenti). Viene spiegato come ridurre l’infinità dei particolari a classi generali: “Sic reduximus infinitam hominum multitudinem in Europxos , Afiaticos, Africa- nos , Americanos” (fr:3829) [Così abbiamo ridotto l’infinita moltitudine di uomini in Europei, Asiatici, Africani, Americani], e analogamente per gli animali in Grestilia, Volatilia, Natatilia, ecc. (fr:3833-3834). Il tutto integrante (Totum Integrum) è distinto dal genere: “Idem pene eft dicendum de Toto quod Canon XVII . . . , fic fere Integrum vocant , quia ex Partibus, quas appellant Intcgranteis componitur” (fr:3837-3838) [Quasi lo stesso è da dirsi riguardo al Tutto che chiamano quasi Integro, perché si compone di Parti che chiamano Integranti].
Un’attenzione particolare è dedicata alle Relazioni. Ogni cosa si conosce non solo in sé ma anche in relazione ad altro: “vnaquxque res per fui ideam, non modi qualis fit in fc , abfoluteve cognofeitur , fcd intelligitur etiam qualis fit ad aliud , fiue comparati” (fr:3841) [ogni cosa per mezzo della sua idea non solo si conosce come è in sé, assolutamente, ma si intende anche come è rispetto ad altro, cioè comparativamente]. Vengono enumerati innumerevoli tipi di relazione – causali (Causa, Effetto), di azione/passione, di convenienza/discordanza, di luogo, tempo, ordine, uso – fino a quelle tratte da “Conuenientia , Sc Difcrepanda” (fr:3858) [Convenienza e Discrepanza] e da “Aftione , Sc Palfione” (fr:3853) [Azione e Passione].
La seconda parte dell’estratto è dedicata alla Proposizione. Essa viene definita come il giudizio che la mente formula unendo o separando le idee: “Mens ad varias , quas habet Ideas attendens , eas , qux mutui congruunt , affirmatione copulat •; eas, qux non congruunt , negatione deiungn: sicqueex fimplicibus imaginationibus compoutam facit” (fr:3869) [la Mente, attendendo alle varie Idee che ha, unisce con l’affermazione quelle che sono reciprocamente concordi, e separa con la negazione quelle che non concordano, e così da semplici immaginazioni ne fa una composta]. La proposizione si distingue in semplice (assoluta) e composta (ipotetica, disgiuntiva, ecc.). Viene poi introdotta la classificazione in universale, particolare e singolare, con l’uso di particelle come “Omnis, Nullus, Aliquis” (fr:3886-3887). Le proposizioni opposte (contrarie, contraddittorie) sono definite: “Propofitiones, vna Afirmatiua,alia Negatiua, quarum idem Subi edum , idemque Attributum eft, ilia» dici Oppofitas , Contrarias, Conrradidoriai, Rcpognamcia” (fr:3889) [Proposizioni, una affermativa, l’altra negativa, che hanno lo stesso Soggetto e lo stesso Attributo, si dicono Opposte, Contrarie, Contraddittorie, Ripugnanti].
Il culmine è il Canone I sulla verità: “Propositio illa est vera, quae enunciationem esse, quod ita est, si non est, quominus est falsa; ex oppositio, quod ut est, quod non est; vel ii, quod est, non est” (fr:3893) [Quella proposizione è vera che enuncia essere ciò che è, e non essere ciò che non è; falsa quella che, al contrario, enuncia essere ciò che non è, o non essere ciò che è]. La verità è conformità tra l’enunciazione e la cosa, mentre la falsità è discrepanza (fr:3894). L’autore sottolinea che finché non si afferma o nega nulla, né verità né falsità sussistono, ma solo potenzialmente (fr:3895-3896). Conclude con l’importanza di avere idee chiare e distinte per una scienza più perfetta: “Tanto qusfquc Scientia prxp ole t^quanto . . . perferiores Ideas habet” (fr:3852) [Tanto più eccelle una scienza quanto più ha idee più perfette], e raccomanda di possedere poche idee ma ben coltivate piuttosto che molte e male apprese (fr:3861-3863).
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26 Analisi del trattato logico: verità, attributi e proposizioni
Il trattato definisce la verità delle proposizioni in base alla congruenza dell’attributo con il soggetto, distinguendo tra attributi necessari (inseparabili) e contingenti (separabili), e analizza le condizioni di reciprocità, certezza e verosimiglianza.
Il testo, tratto da un’opera logica di epoca moderna (probabilmente seicentesca), si apre con la definizione fondamentale della verità proposizionale: “tum solurores enunciatur ede id, quod eft, cum Attributum Subiedo congruit” (fr:3918) [Allora una proposizione enuncia che una cosa è ciò che è, quando l’attributo concorda con il soggetto]. Questa congruenza è illustrata con l’esempio: “Sic cum, exempli gratii dicitur, Sal efi lucidus, vera eft Affirmatio” (fr:3919) [Così quando, per esempio, si dice ‘Il sole è luminoso’, l’affermazione è vera]. La verità viene inoltre distinta in verità mentale, verbale e scritta: “veritas Enunriationis proprii fit in Mente, Intellcduve cogitante, vnde ic Veritas Cogitationis … Veritas Sermonis … Veritas Scripturx” (fr:3905) [la verità dell’enunciazione propria è nella Mente o Intelletto pensante, donde la verità del pensiero … la verità del discorso … la verità della scrittura]. Tuttavia, la realtà in sé è sempre vera: “omnis res … eft femper in se vera res, fcu ipfum.quod eft Uk non aliud” (fr:3906) [ogni cosa … è sempre in sé una cosa vera, cioè ciò che è e non altro]. Un esempio di errore soggettivo è dato dall’oricalco scambiato per oro: “Sic nempe nos quidem falli podTimus Orichalcum ede aurum iudicantei … at ipfum in (e, non fani auram falfum, fed verum Orichalcum eft” (fr:3907) [Così possiamo ingannarci giudicando che l’oricalco sia oro … ma esso in sé non è falso oro, ma vero oricalco].
L’opera procede poi a canonizzare la distinzione tra attributi necessari e contingenti. Il Canon II (fr:3909) stabilisce: “Verita Propofitionu Affimatiua ex e pendet, quod Attributum congruat cejfarium dicitur, autfiparabiliter, O1 dicitur Contingens” [La verità delle proposizioni affermative dipende dal fatto che l’attributo concordi o necessariamente (inseparabilmente) o contingentemente (separabilmente)]. L’attributo inseparabile è tale che “Subicdum ede une ipfo non valeat” (fr:3910) [il soggetto non può esistere senza di esso], come “Animal refpedu Hominis” (fr:3911) [‘animale’ rispetto a ‘uomo’]. Quello separabile invece permette “ede Subicdum fine Attributo podit” (fr:3912) [il soggetto può esistere senza l’attributo], come “lucidum, feu lux refpedu Acris” (fr:3913) [‘luminoso’ o ‘luce’ rispetto all’aria]. Il Canon IV (fr:3915) specifica che l’attributo necessario è “aut Genue eft > aut Qualitas d Natura infita Subiedo” [o è un genere o una qualità innata al soggetto], con esempi come “Hominis Ratio, aptitudo ad rifum” (fr:3916) [la ragione dell’uomo, l’attitudine al riso]. Al contrario, gli attributi contingenti sono “Qualitas … externi adueniunt, Accidem a- rixque dicuntur” (fr:3922) [qualità che sopraggiungono dall’esterno, dette accidenti], come “in homine calor, quo i Sole fit calidus”* (fr:3923) [nell’uomo il calore che riceve dal sole].
Un aspetto centrale è la possibilità di reciprocazione tra soggetto e attributo. Il Canon VII (fr:3947) afferma: “Quoties Attributum tfi Genu/, Qualitas infita … Propria re ciprocefieri ex Attributo Subieftum potefi ; sed aduentitia, Cr communi non nifi cum limitatione” [Ogni volta che l’attributo è un genere o una qualità innata e propria, si può fare reciprocamente il soggetto dall’attributo; ma se è avventizia e comune, solo con limitazione]. Ad esempio, “Omni/ Home eft rijiu cepex, Omne rifm capax eft Hemo” (fr:3948) [Ogni uomo è capace di ridere, ogni capace di ridere è uomo] è valido perché la capacità di ridere è innata e propria; non lo è invece “Feriet eft elbm, Album eft pariet” (fr:3949) [Il muro è bianco, il bianco è muro], poiché la bianchezza è avventizia.
Il trattato affronta poi le proposizioni contingenti con soggetto singolare e determinato. Il Canon XI (fr:3966-3967) spiega che, quando l’attributo è contingente e il soggetto è singolare, “Propofitio Contingens efi, fiu ’vcraejfci&falfapotep” (fr:3966) [la proposizione è contingente, può essere vera o falsa], e tra due opposte “vnus verum, alius falfum dicet, tamctfi veee verum, vtet falfum dicat, ignorem” (fr:3967) [uno dirà il vero, l’altro il falso, anche se io ignoro chi dica il vero e chi il falso]. Ciò vale anche per il futuro: “Vnus, Coriftm heri lufit … alter … ex his, inquam, duobus vnus dicit … verum, alius falfum” (fr:3965) [Uno dice ‘Corisco ha giocato ieri’, l’altro ‘Corisco non ha giocato ieri’ … di questi due uno dice il vero, l’altro il falso]. La certezza di tali proposizioni, secondo il Canon XIII (fr:3973-3974), dipende dall’evidenza: “certitudo nihil aliud eft, qukm firmitas … qua Mens adhxretPropofitioni, quam neccilariam reputat” (fr:3974) [la certezza non è altro che la fermezza con cui la mente aderisce a una proposizione che ritiene necessaria]. Tuttavia, anche le proposizioni contingenti diventano certe quando sono supportate dall’esperienza sensibile: “aperit oculos opertet, ac rem fieri ipfi fenfui cuidentem” (fr:3977) [è necessario aprire gli occhi e rendere la cosa evidente ai sensi]. E ancora: “Et cum hxc propofitio, Sol eft maior Terra … necefiaria fit; talem tamen ede in se non eft latis, vt Mens illius certa fit, sed fieri etiam ipfi Ratione^eu Dcmon- Exigi tut etiam” (fr:3978) [E benché la proposizione ‘Il sole è più grande della Terra’ sia necessaria, non basta che sia tale in sé perché la mente ne sia certa, ma occorre renderla evidente con la ragione o dimostrazione].
La verosimiglianza è definita dal Canon XIV (fr:3986-3987): “Propofitionu ’vtrifimihtud’o … ex ce pendet, quid td em dentum mtgu, quem td obfimit—, tem tccetUt” (fr:3986) [La verosimiglianza delle proposizioni dipende dal fatto che abbiano più di evidenza che di oscurità]. L’esempio del solstizio illustra il concetto: “Proximo Solflitio vige bunt odoret … quia cum Cepe fxpius obferuatum sit calores Solftitio vigere, perrari autem vigere frigus … Propositio … longe propius ad euidentiam, quam ad obfcuritatem accedit” (fr:3988) [‘Al prossimo solstizio prevarranno i calori’ … poiché spesso si è osservato che i calori prevalgono al solstizio, raramente il freddo … la proposizione si avvicina molto più all’evidenza che all’oscurità]. Infine, il Canon XV (fr:3991-3992) raccomanda di possedere un repertorio di proposizioni necessarie, le “Maximas”, ossia “Communes Sementi, itdmque Effata, Pronunciata, Axiomata, Prima, ie pex fe nota Principia” (fr:3992) [Massime, anche dette Sentenze comuni, Detti, Pronunciati, Assiomi, Principi primi e per sé noti], come “Totum metue eft fui parte” (fr:3995) [Il tutto è maggiore della sua parte] o “Numerue emnu par eft^tut impar”* (fr:3998) [Ogni numero è pari o dispari]. Tali massime fungono da fonti per derivare proposizioni particolari.
Il trattato, con la sua struttura canonica e la terminologia scolastica, testimonia il metodo della logica formale rinascimentale, interessata a fondare la certezza del conoscere sulla congruenza ontologica tra soggetto e attributo, e a risolvere problemi classici come i futuri contingenti e la reciprocità dei termini.
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27 Trattato di Logica: Canoni, Luoghi e Sillogismo
Il testo costituisce un estratto da un trattato di logica di impostazione aristotelica, probabilmente destinato all’insegnamento. L’opera sistematizza i fondamenti del ragionamento attraverso Canoni (massime generali) e Luoghi (sedi argomentative), per poi descrivere la struttura del sillogismo. La sezione iniziale enuncia il principio di economia logica: “FruSbit fit per plura , quod aque commode per pauciora” (fr:4001) [Si fa invano con più mezzi ciò che può farsi con altrettanta efficacia con meno mezzi]. Segue una definizione del bene e del male come oggetti di appetizione e fuga: “Sonum eft, quod omnia apppetunt , & Ma- lum, quod munia refugiunt” (fr:4002) [Il bene è ciò che tutte le cose cercano, e il male ciò che tutte fuggono].
I Canoni sono presentati come proposizioni logiche proprie: “Canon XVL fflaximeu inter Propofitionu Logic propria efunt:qua td Locos Commnntii , ’vocatarve ScdtutArgn- mtntonmficCltnt” (fr:4004) [Il Canone XV: sono massime proprie delle Proposizioni Logiche; quelle che riguardano i Luoghi Comuni, o sedi di argomenti]. Essi si distinguono in generali e specifici per ogni luogo: “N imirum omnes ifti quidem , quos proponimus , Canones Maxima quadam Logica funt i at (pedatim tamen did tales folent, qua fpcAantad fingulos Locos” (fr:4005) [Tutti questi Canoni che proponiamo sono certo Massime Logiche, ma si dicono tali in particolare quelle che riguardano i singoli Luoghi].
I Luoghi sono classificati in due grandi categorie: “Locorum , qui vulgi traduntur, alios efle Rerum , alios Authoriratis” (fr:4009) [Dei Luoghi che si tramandano comunemente, alcuni sono delle Cose, altri dell’Autorità]. I luoghi delle cose si suddividono in coerenti (Genere, Specie, Proprietà, Definizione, Tutto, Parti, Soggetto, Adiuncta, Antecedenti, Conseguenti, Causa, Effetto, Simile, Pari, Relati) e incoerenti (Disparati, Dissimile, Maggiore, Minore, Contrari, Repugnanti, Privanti, Neganti). Per ciascun luogo viene fornita una Massima che giustifica la forza dell’argomento. Ad esempio:
- A Genere: “kftrptt tmmmt Gonni , Speciei ***** lconmemr,wt, quia conue nit Animali e fle liu predituro, id Homini aciam conueniet” (fr:4016) [Ciò che conviene al Genere conviene anche alla Specie; come, perché conviene all’Animale essere dotato di senso, ciò converrà anche all’Uomo].
- A Specie: “1~TyOfitaSptri»,pm»ur Gtmm , vt pofico Ho- mine in Rerum natura/equimr e fle Animal”* (fr:4019) [Posta la Specie, si pone il Genere; come, posto l’Uomo nella realtà, segue che sia Animale].
- A Definizione: “QVed comunit Definitioni , Definit» etiam ctnwmit i vt quia conuenit Arti bene- dicendi perfuadere, i pfi Rhetorica perfuade- rc conueniet” (fr:4025) [Ciò che conviene alla Definizione conviene anche al Definito; come, perché all’Arte del ben parlare conviene persuadere, alla stessa Retorica converrà persuadere].
- A Causa: “Volie confio, toluejfiam^t, fi arbor bo- ^na, fru<ftus boni ,fi laudabilis finis, lau- dabilis a^io” (fr:4047) [Posizione la causa, si toglie l’effetto; se l’albero è buono, i frutti sono buoni; se il fine è lodevole, l’azione è lodevole].
- A Contrari: “COntraria contrarii* curantur j vt calida frigidisjhumida ficcis” (fr:4076) [I contrari si curano con i contrari; come i caldi con i freddi, gli umidi con i secchi].
La seconda parte del testo introduce il Sillogismo come terza parte dell’istituzione logica: “V n c , vt ex fimplicibus no- tionibus Propofitio contexi- tur i fic ex Propofitionibus conftat qux jubetur prxeipua Cogitationis fpecies appellitata Syllogifmus” (fr:4093) [Come la Proposizione è composta da nozioni semplici, così il Sillogismo – che è detto la principale specie di pensiero – è costituito da Proposizioni]. La definizione formale recita: “Syllogifmus itaque nihil aliud eft ,quim Cogitatio , inter nave oratio , qua ex duabus quibufdam Propofitionibus pofitis , colligitur neceflariò tertia” (fr:4095) [Il Sillogismo pertanto non è altro che un pensiero, o piuttosto un discorso, per mezzo del quale, poste due determinate Proposizioni, si ricava necessariamente una terza]. Il sillogismo viene anche detto Ragionamento o Discorso, poiché si procede da una proposizione all’altra come in un calcolo: “Heinc , vt Grxcc sic dicitur.fic Latine Collcdfao, 6c frequentius Ratiocinatio , audd fit veluti quxdam computatio, qua addendo, aut fubtrahcndo,fumma, autrefiduum colligitur” (fr:4096) [Da qui, come in greco si dice, in latino si dice Collezione, e più frequentemente Ragionamento, quasi un calcolo per cui, aggiungendo o sottraendo, si ricava la somma o il resto]. Le tre proposizioni del sillogismo sono distinte in Proposizione (prima), Assunzione (seconda), e la conclusione; le prime due sono dette Premesse o Antecedenti.
Il testo si conclude con un richiamo all’Autorità, sia divina che umana, come fonte di argomenti: per esempio, “Q Vod probatur vel e mnibm , vel plurimu, vel Sapientibm ; iifque vel omnibm , vel plurimu , vel maxime notie , & claru , id im- probandum minime eft” (fr:4088) [Ciò che è provato da tutti, o dai più, o dai sapienti, e da questi o tutti, o i più, o i più noti e chiari, non deve essere in alcun modo disapprovato].
Il significato storico del trattato risiede nella sua completa sistematizzazione della logica topica e sillogistica, tipica dell’insegnamento universitario europeo tra il XVI e il XVII secolo. Esso testimonia la persistenza del metodo aristotelico nella formazione intellettuale, ancor prima del suo superamento da parte della logica moderna. La precisione tassonomica dei luoghi e l’attenzione alle massime rivelano un approccio quasi algoritmico al ragionamento, volto a fornire uno strumento pratico per la disputa e la dimostrazione.
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28 Trattato sul sillogismo: definizioni, figure e modi nella logica aristotelica
Il testo illustra la struttura del sillogismo categorico, con particolare attenzione alla conclusione, al medio, alle figure e ai modi. L’esposizione, di chiara impronta aristotelica, è sistematica e corredata di canoni ed esempi tratti dalla tradizione logica.
La conclusione viene definita come il nucleo del sillogismo: “At vero ipfa tertia dicitur Condufio, quod fit veluti claufula totius Ratiocinationis, itemque Complexio, quid duas notiones, poftquam funt fcorfim cum tertia comparatx.complc&atur” – (fr:4099) [Invece la terza è chiamata Conclusione, poiché è come la clausola di tutto il ragionamento, e anche Complessione, poiché abbraccia due nozioni dopo che sono state confrontate separatamente con una terza]. Essa è la parte principale del sillogismo, e il suo soggetto e attributo sono detti “per eccellenza”. La conclusione può essere affermativa o negativa, e si suppone posta come questione da dimostrare (problema, tesi o ipotesi).
Il medio è l’elemento intermedio tra soggetto e attributo: “Quoniam vero^ale Argumentum eft in- tercedens aliquid inter Subiedum, Sc Attributum j ideo frequens eft , vt vocetur Me- dium, & hac de caufa taro fubiedum , quam Atrributum dicuntur Extrema, liueTermini.” – (fr:4104) [Poiché un tale argomento è qualcosa che intercede tra Soggetto e Attributo, perciò è frequente che venga chiamato Medio, e per questa ragione Soggetto e Attributo sono detti Estremi, o Termini]. In un sillogismo affermativo come “Homo eft Animal, Animal eft vimen, ergo Home eft viuem” (fr:4106) il medio è Animal, che funge da genere rispetto a Homo e da specie rispetto a Viuens. Nel caso negativo (Homo non eft lepus), il medio è comunque presente, sebbene non occupi una posizione intermedia in senso stretto.
Il soggetto e l’attributo sono distinti per estensione: “Solet verb etiam Subiedum appellari Minus Extremum, Sc Attributum Extremum Maius, quia illud minus late paret quim hoc” – (fr:4110) [Suole anche il Soggetto chiamarsi Estremo Minore, e l’Attributo Estremo Maggiore, perché quello si estende meno di questo]. Inoltre, il soggetto è detto antecedente e l’attributo conseguente, poiché l’esistenza del primo implica necessariamente il secondo, ma non viceversa.
Il testo enuncia quindi i canoni per la forma del sillogismo assoluto. Il Canone II stabilisce che la disposizione più comoda è quella in cui il medio è posto tra soggetto e attributo: “Forma Abfoluti Syllogifmi commodifti- ma eft , njt Medium medio inter Subicftum, & Attributum loco col- locetur.” – (fr:4125) [La forma più comoda del Sillogismo Assoluto è che il Medio sia collocato in mezzo tra Soggetto e Attributo]. Questa disposizione è ritenuta la più naturale, e corrisponde alla mente di Aristotele nella prima figura quando afferma che il medio è in un altro e l’altro in esso. Tuttavia, si discute anche una forma alternativa (con inversione delle premesse) che, sebbene più magnifica perché parte dal generale, è meno semplice.
Successivamente vengono presentate due figure del sillogismo assoluto (Canone II riformulato): “Forma Abfoluti Syliogijmi Figuret funt dux. ; wna Cobxrerfi) feu ConiunSa alia Incokarem , feu Deiun&a y illa AjfirmatiHAy ifla Negatiua.” – (fr:4141-4142) [Le Figure del Sillogismo Assoluto sono due: una Coerente o Congiunta, l’altra Incoerente o Disgiunta; quella affermativa, questa negativa]. La Figura Coerente (o Affermativa) è caratterizzata dal fatto che tutte le proposizioni sono affermative e le tre parti (soggetto, medio, attributo) coerentemente connesse. La Figura Incoerente (o Negativa) ha la prima proposizione affermativa e le altre due negative; il soggetto è congiunto col medio, ma medio e attributo sono disgiunti, e lo stesso vale per soggetto e attributo.
I canoni specifici per ciascuna figura sono: - Per la prima figura: “Quod obolumcum quo e obaret cum aliquo , Cobarens eft Medio , affirmetur de eodem Subic&o.” – (fr:4152) [Ciò che è coerente con qualcosa, essendo coerente col Medio, sia affermato dello stesso Soggetto]. Ovvero, se A è contenuto in B e B in C, allora A è in C. - Per la seconda figura: “Quod Cobaret cum aliquo , incoharens cum eo eft > cum quo illud eft ineo - barens.” – (fr:4160) [Ciò che è coerente con qualcosa, è incoerente con ciò con cui quello è incoerente]. Se A è contenuto in B e B è escluso da C, allora A è escluso da C. Questa figura giustifica il principio che da due premesse negative non si può concludere nulla di certo, come illustrato dall’esempio del tentativo di inferire che “Nessun uomo è pietra” partendo da “Nessun uomo è pianta” e “Nessuna pianta è pietra”.
Il Canone V tratta dei modi di ciascuna figura: “Canon V. figura vtriyfque tresJunt Modi,nempe Generalis, Tarticularu, Miflue.” – (fr:4171) [Canone V. Ciascuna figura ha tre Modi, cioè Generale, Particolare, Misto]. La distinzione si basa sulla quantità delle proposizioni (generali o particolari) e sulla regola che “Conclufio (vulgari Enato )fimper Jequitur debiliorem partem” – (fr:4176) [La conclusione segue sempre la parte più debole]. Pertanto, se una premessa è particolare, la conclusione sarà particolare; se negativa, negativa. Viene inoltre discussa la validità del modo con due premesse particolari: esso è ammesso solo quando le premesse sono determinate (con nomi propri o pronomi dimostrativi), non quando sono vaghe e indeterminate.
Il testo si conclude con una serie di esempi per ciascun modo, con termini semplici (Homo, Animal, Viuens, Lapis, ecc.) e con nomi propri come Socrates, Sophroniscus, Plato, illustrando sia la figura affermativa che quella negativa.
Storicamente, questo brano rappresenta un manuale di logica aristotelica in uso nel XVII secolo, probabilmente tratto dalle Institutiones Logicae di Pierre Gassendi (come suggerito dall’abbreviazione Gafiftndi a fr:4169). L’attenzione alla sistematicità, ai canoni e alla suddivisione in figure e modi testimonia la persistenza della tradizione logica antica nell’insegnamento universitario dell’epoca, pur con alcuni adattamenti didattici.
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29 Trattato sul Sillogismo Aristotelico: Figure, Modi e Forme Derivate
Didascalia come frase sintetica. Il testo presenta una sistematizzazione della dottrina aristotelica del sillogismo, analizzando le tre figure, i modi principali (perfetti e imperfetti), le loro proprietà e le forme sillogistiche derivate come entimema, gradazione e induzione.
Il trattato si apre con l’esposizione delle tre figure del sillogismo secondo Aristotele, specificando la funzione del termine medio in ciascuna. La prima figura è definita come quella “in qua Medium Propositionem inchoat, Assumptionem terminat” (fr:4201) [“in cui il Medio inizia la Proposizione, termina l’Assunzione”]. La seconda figura è descritta come “in qua Medium tam Propositionem, quam Assumptionem terminat” (fr:4202) [“in cui il Medio termina sia la Proposizione che l’Assunzione”], mentre la terza “in qua Medium tam Propositionem, quam Assumptionem inchoat” (fr:4203) [“in cui il Medio inizia sia la Proposizione che l’Assunzione”].
Il testo elenca i modi delle tre figure, riportando la celebre terminologia mnemonica: “Barbara, Celarent, Darii, Ferio, Baralipton, Celantes, Dabitis, Fapesmo, Frisesomorum, Cesare, Camestres, Festino, Baroco, Darapti, Felapton, Disamis, Datisi, Bocardo, Ferison” (fr:4205). Viene spiegato il significato delle lettere nei termini mnemonici: “Litera vocalis A, connotat Enunciationem… generalem Affirmativam; E, Generalem Negativam; I, Particularem Affirmativam; O, Particularem Negativam” (fr:4206) [“La lettera vocale A denota l’Enunciazione… generale Affermativa; E, la Generale Negativa; I, la Particolare Affermativa; O, la Particolare Negativa”].
Viene sottolineato che i quattro modi della prima figura (Barbara, Celarent, Darii, Ferio) sono considerati perfetti: “quatuor illos primos primae Figurae modos Barbara, Celarent, Darii, Ferio merito haberi ab omnibus perfectos” (fr:4208) [“i quattro primi modi della prima Figura Barbara, Celarent, Darii, Ferio sono giustamente ritenuti da tutti perfetti”]. Gli altri modi sono imperfetti e traggono la loro validità dalla riduzione a questi. L’esempio di Baralipton mostra la differenza: mentre in Barbara si conclude “Omnis ergo Homo est vivens” (fr:4210), in Baralipton la conclusione “Aliquod ergo viuens est Homo” (fr:4211) è vera ma “praeter rationis filum, inexspectateque detorta” [“al di fuori del filo del ragionamento e inaspettatamente fuorviata”].
Il trattato passa poi a considerare la riduzione delle figure aristoteliche a due tipi fondamentali: la Figura Coerente (in cui i termini medi legano gli estremi in modo diretto) e la Figura Incoerente (in cui il legame è mediato da una negazione). La prima figura di Aristotele “partim ad Coharentem, partim ad Incohaerentem pertinet” (fr:4199) [“appartiene in parte alla Coerente, in parte alla Incoerente”]. La seconda figura “ad Incoherentem reducitur” (fr:4219) [“si riduce alla Incoerente”]. La terza “partim ad Coharentem, partim ad Incohaerentem refertur” (fr:4230) [“si riconduce in parte alla Coerente, in parte alla Incoerente”].
Vengono illustrate le procedure di conversione per ricondurre i modi imperfetti a quelli perfetti. Per Camestres, ad esempio, il sillogismo “Omnis gemma est lapis, Nullum Animal est lapis, ergo Nullum Animal est gemma” (fr:4234) diventa “Omnis gemma est lapis, Nullus lapis est Animal, ergo Nulla gemma est Animal” (fr:4235) mediante conversione semplice dell’assunzione. Per Baroco, la conversione richiede un procedimento diverso: “in Baroco facienda est ex generali particularis; Assumptio autem, tum in utroque convertenda simpliciter est, tum in Baroco ex particulari generalis facienda” (fr:4232) [“in Baroco si deve fare dalla generale una particolare; l’Assunzione, sia nell’uno che nell’altro, deve essere convertita semplicemente, sia in Baroco si deve fare dalla particolare una generale”].
L’analisi prosegue con le forme sillogistiche imperfette: l’entimema, la gradazione e l’induzione. L’entimema è definito come “Syllogismus, in quo altera Sumptionum sic supprimitur, ut tamen subintelligatur” (fr:4253-4254) [“Sillogismo in cui una delle premesse è soppressa, ma tuttavia viene sottintesa”]. La sua natura è spiegata osservando che “nisi quae ore supprimitur sumptio Mente teneretur, Mens illationis vim non sentiret” (fr:4256) [“se la premessa soppressa a parole non fosse trattenuta dalla mente, la Mente non sentirebbe la forza dell’inferenza”].
La gradazione è descritta come un sillogismo che “Sumptionibus abundat” (fr:4262) [“abbonda di premesse”], impiegando più medi in serie. L’esempio “Omnis Homo est Animal; omne Animal est viuens; omne viuens est corpus; omne corpus est substantia; omnis ergo Homo est substantia” (fr:4264) mostra come si proceda “a primo ad ultimum argumentari” [“argomentare dal primo all’ultimo”].
L’induzione è presentata come “quae quidem imitetur ex plurium singularium recensione colligitur, alterutrive est Figurae” (fr:4278) [“ciò che si raccoglie dalla rassegna di più singolari, ed è dell’una o dell’altra Figura”]. Viene specificato che “Inductio Syllogismus reipsi est” (fr:4285) [“l’Induzione è in realtà un Sillogismo”] e che la sua forza probatoria dipende da una proposizione generale sottintesa, come nell’esempio “Omne Animal gregile viuit, omne item Volatile viuit, omne etiam Natatile, omne Reptile, omne Zoophyton, igitur omne Animal viuit” (fr:4286). Si nota che “nisi huiusmodi Propositio supponeretur, subpressa licet, subintelligeretur tamen, consecutionis vis nulla foret” (fr:4287) [“se una tale Proposizione non venisse presupposta, sebbene soppressa, ma tuttavia sottintesa, la forza della conseguenza sarebbe nulla”].
Il trattato si conclude con il sillogismo ipotetico o condizionale, “nihil aliud est, quam idem Enthymema his positum; semel suspensi, semel rato iudicio” (fr:4290) [“non è altro che lo stesso Entimema posto qui; una volta con giudizio sospeso, una volta con giudizio ratificato”], mostrando come la proposizione condizionale “Si Homo est Animal, est ergo Homo viuens” (fr:4291) sia in realtà un entimema in cui l’assunzione è sottintesa.
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30 Resoconto del testo di logica di Gassendi: tipi di sillogismo e principi di inferenza
Il passo esamina diverse forme di ragionamento sillogistico, distinguendo l’induzione, l’entimema, il sillogismo ipotetico, analogico e disgiuntivo, con particolare attenzione al dilemma e alla validità delle conclusioni a partire da premesse false. L’impostazione è tipica della logica scolastica seicentesca, ma l’autore inserisce esempi classici (Lucrezio, Orazio, il dilemma di Protagora ed Euathlo) e accenna all’argomento ad hominem.
L’induzione viene descritta come un procedimento in cui, dopo aver enumerato alcuni casi, si assume che non ve ne siano di contrari: “difficile plerumque, aut impoffibile etiam eft enumerationem omnium” (fr:4295) [è per lo più difficile, o anche impossibile, l’enumerazione di tutti]. Il sillogismo induttivo può essere affermativo o negativo, e si fonda sulla presupposizione che i casi elencati esauriscano la classe.
L’entimema è trattato come un sillogismo incompleto: “AlTumptio, ac fimul Conclufionem ede idemmet Enthymema , cum fubintelleda eadem Adumptione” (fr:4298) [l’assunzione e insieme la conclusione sono lo stesso entimema, sottintesa la medesima assunzione]. Viene distinto l’entimema condizionale (con la particella Si) da quello categorico; nel primo, “Si Sol lucet dies efi” (fr:4299) [se il sole splende, è giorno]. La regola è: “nullum fieri pofle Syllogifmum Abfolutum.qui appofita particula Si neri Hy potheticus non poffii” (fr:4300) [non si può fare alcun sillogismo assoluto che non possa diventare ipotetico aggiungendo la particella Se]. L’uso pratico dell’entimema condizionale è illustrato con l’esempio: “Si sperent, odijjem te… Non odi tegitura non saple” (fr:4306-4307) [se sperassi, ti odierei; non ti odio, dunque non spero].
Il sillogismo analogico è definito come “Relationum… fimilitudo” (fr:4310) [somiglianza di relazioni], cioè una proporzione tra quattro termini. Vengono presentate tre modalità: nella prima si prolunga la proporzione attraverso medi successivi (gradazione); nella seconda si introduce un aggettivo che spiega la proporzione, come nel caso geometrico: “Eft latm A ad latm B,vt angulm C ad angulum D, eft Angmlm C angulo D maior: Eft ergo Latm A Utere B maim” (fr:4334) [il lato A sta al lato B come l’angolo C all’angolo D; l’angolo C è maggiore dell’angolo D, dunque il lato A è maggiore del lato B]; nella terza si opera una semplice commutazione dei termini, come nella proporzione politica: “Iuftitia ad Rempublicam, vt baſis ad columnam… igitur reciproce Refpublica ad Iuſtitiam vt columna ad baſin” (fr:4340) [la giustizia sta alla repubblica come la base alla colonna, quindi reciprocamente la repubblica sta alla giustizia come la colonna alla base]. Il principio generale è “Similibus finalia conveniunt” (fr:4339) [cose simili convengono a cose simili].
Il sillogismo disgiuntivo (Canon XIV) opera “aut tollit ,vt ponat, ponitrue , ’Vt tollat s aut i» Hypotheticum definitsac ejfieitur Planus , ’vel Cornutus” (fr:4352) [o toglie per porre, o pone per togliere; oppure, inserito in un ipotetico, diventa piano o cornuto (dilemma)]. Esempi: “Aut dies eſt, aut nox eſt: Dies non eſt; igitur eſt nox” (fr:4354-4355) [o è giorno o è notte; non è giorno, dunque è notte]; e per la forma ponit ut tollat: “Aut dies eſt, aut nox eſt; dies eſt; nox ergo non eſt” (fr:4357) [o è giorno o è notte; è giorno, dunque non è notte]. Il dilemma (o Cornutus) si ha quando “duo contraria… non poſſint eſſe ſimul” (fr:4358-4359) [due contrari non possono essere insieme] e si viene “quali obuerſo cornu” colpiti da entrambi i lati. Viene riportato il famoso dilemma di Protagora ed Euathlo: “Aut cadam hac caufa, vero non Afiaticus; aut vincam… Si cadam, non debebo ex pacto; ſi vincam, non debebo ex ſententia” (fr:4365-4367) [o perdo questa causa o la vinco; se perdo, non dovrò per il patto; se vinco, non dovrò per la sentenza]. I giudici, “ancipites” (fr:4371) [incerti], rimandarono la causa all’infinito. Anche i geometri usano il dilemma per dimostrare l’uguaglianza di figure, come il cerchio e il triangolo rettangolo.
Il Canon XV tratta della verità della conclusione: “Ex Pramtffij mtru Conclufio dumtaxat •vera fcquitur ; exfaifis autem non modi falfa , fed ’vera etiam fcqui Hypothetice poteft” (fr:4379) [da premesse vere segue solo una conclusione vera; da premesse false non solo una falsa, ma anche una vera può seguire ipoteticamente]. Esempio: “omnis Homo tfi Equus , omnis Equus eft Animat , erro omnis Homo eft Animal” (fr:4386-4387) [ogni uomo è cavallo, ogni cavallo è animale, dunque ogni uomo è animale] – conclusione vera da premessa falsa. Questo vale sia nel caso di coherente* che di incoherente figura.
Infine, l’argomento ad hominem (o sillogismo ipotetico) consiste nel prendere come vere le ammissioni dell’interlocutore per trarre una conclusione opposta alla sua posizione: “cum aliquo homine differentes poſtquam, ille quidpiam admifit, illud ſeu verum, ſeu falſum ſic, tanquam verum ex ipſius mente, & ſupponimus, & aſfumimus” (fr:4390) [quando discutendo con qualcuno, egli ha ammesso qualcosa, noi lo supponiamo e assumiamo come vero secondo la sua mente]. L’esempio verte sulla natura della luce: se l’interlocutore ammette che un corpo rimbalza, si addensa e si disperde, e poi nega che la luce sia corpo, gli si oppone che la luce fa altrettanto, quindi è corpo.
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31 Il Trattato Sulla Classificazione dei Sillogismi: Dimostrativi, Suasori e Fallaci
Il testo, tratto da un trattato di logica, espone una tassonomia dei sillogismi basata sulla natura delle premesse e sulla certezza della conclusione, distinguendo tra dimostrazione scientifica, argomentazione probabile e sofisma.
Il frammento si articola in una serie di “Canoni” che
classificano i sillogismi in base alla loro validità epistemica. Il
Canon XVI introduce la dimostrazione
scientifica (Demonstratio Scientifica), che
produce una conclusione certa ed evidente perché le premesse sono per sé
note e causano la conoscenza della conclusione. L’autore afferma:
“Cum enim fcire id dicamur, quod nobis ita euidens cft, vt de
eo plane certi fimus, & Scientia proinde nihil aliud iit, quim que
habetur de aliqua re euidens, & certa noti- dillingui duplex,
fiquidem alia OftenGiu, alia Dcdulliuaad incommodum dicitur”
- (fr:4399) [Poiché si dice che sappiamo ciò che per noi è così evidente
da esserne completamente certi, e quindi la Scienza non è altro che una
conoscenza evidente e certa di una cosa, se ne distingue un duplice
tipo: l’una è Ostensiva, l’altra è detta Deduttiva all’incomodo].
Viene specificato che la dimostrazione ostensiva procede direttamente
da principi propri, mentre quella deduttiva
all’incomodo (Deductio ad incommodum) prova una
tesi mostrando che negarla porterebbe a un assurdo o a una
contraddizione. L’autore cita esempi classici:
“contradictionium , impoffibile , cuiufmodi efi , effe partem
maiorem toto , dari effedlum fine caufa , continens effe minus
tia” - (fr:4400) [contraddittorio, impossibile, come essere
parte maggiore del tutto, darsi effetto senza causa, il contenente
essere minore del contenuto]. La dimostrazione per deduzione
all’incomodo è considerata meno nobile di quella ostensiva, ma comunque
utile “quia plerumque Oftcnfiua dt c ft,& intii&r
aliunde eft neceffi- tatis” - (fr:4406) [perché spesso
l’ostensiva è difficile e altrove è necessaria].
Il Canon XVII elenca i luoghi
(Loci) da cui trarre il termine medio per un sillogismo
dimostrativo: genere, proprietà, definizione, enumerazione delle parti,
causa efficiente necessaria, effetto necessario. Seguono esempi:
“Sic Luna globofa ex effe&u ( varietate nempe facierum ,
quam figura hxc creat) poterit oftendi” - (fr:4410) [Così la
Luna sferica potrà essere dimostrata dall’effetto (cioè dalla varietà di
fasi che questa figura crea)].
Il Canon XVIII passa al sillogismo
suasorio o probabile
(Syllogismus Suasorius, Probabilis, Opinabilis). Qui le
premesse sono solo verosimili e la conclusione non impone un assenso
certo, ma lascia un margine di dubbio: “T Alis feilicet etiam
dicitur propter notitiam conclufionis , quam ita perfuadet , probitque ,
vt tamerfi plus euidentiar , quam obfcuritatis habeat, relinquar
nihilominus hxfitaiionis aliquid” - (fr:4423) [Tale è detto
a causa della conoscenza della conclusione, che persuade e approva in
modo tale che, sebbene abbia più evidenza che oscurità, lascia comunque
qualche esitazione]. Viene distinta l’Opinione (con
assenso incerto) dalla Fede (Fides), che
si basa sull’autorità di chi parla, e la Fede divina è considerata più
certa perché presuppone l’infallibilità di Dio: “Ex quo
efficitur , vt Fides diuina, feu quam Deo habemus , firmiffima fit ,
quia przconccpimus Deum fic ceno certius efle veracem , vt mentiri
omnino nec velit , nec poflit i Humana autem , (eu qu* homini ha- betur,
tametfi interdum fic admodum ruta;” - (fr:4448) [Da ciò
risulta che la Fede divina, o quella che abbiamo in Dio, è fortissima,
perché abbiamo preconcepito Dio come certamente verace, al punto che non
vuole né può affatto mentire; quella umana, invece, anche se talvolta è
abbastanza salda…].
Il Canon XIX elenca i luoghi per il sillogismo suasorio, che sono gli stessi di quello dimostrativo, ma con un medio che non è una proprietà necessaria, bensì contingente. L’autore sottolinea la probabilità delle conclusioni, come nel caso di Omero: “Probabilis quidem con- clufio ; at omnimode illius certitudini ob- ftat , quod , vt aduers&s Aftumptioncrn po- teft excipi , aliquando bonus dormitet Ho- merus.” - (fr:4456) [Conclusione certamente probabile; ma alla sua piena certezza si oppone che, come si può obiettare contro l’assunzione, qualche volta il buon Omero sonnecchia].
Il Canon XX tratta il sillogismo erroneo, sofistico o paralogistico, le cui premesse sono false o ingannevoli. Viene distinto il sofisma dovuto ad ambiguità linguistica (equivocazione, anfibolia) o a un vizio logico nascosto. L’esempio dell’equivoco su “Canis” (cane/stella) illustra come due premesse disparate producano una falsa conclusione: “quando di- citur , Quoddam Sidus efi Canis f Canu autem eft Animal latrant ; tjuoddam ergo Sidus efi Animal latrans quoniam ambiguitas eft in C A K O K XX- voce Canis” - (fr:4480) [quando si dice: un certo astro è Cane; ma il Cane è un animale che abbaia; quindi un certo astro è un animale che abbaia, poiché l’ambiguità è nella parola “Cane”].
Il Canon XXI conclude con un esempio di sofisma per anfibolia, in cui la stessa frase viene interpretata in modi diversi: “Chrcefm Halyn penetrans magnam peruertet apum vim , magna hac apum vis eft Perferum Chrcefm igitur Halyn penetrans magnam peruertet vim apum Perparum” - (fr:4489) [Creso, attraversando l’Ali, distruggerà una grande forza di api; questa grande forza di api è dei Persiani; quindi Creso, attraversando l’Ali, distruggerà una grande forza di api dei Persiani]. L’errore sta nell’uso promiscuo di “magna vis apum” riferito in una premessa alla ricchezza di Creso e nell’altra all’esercito persiano.
Il testo rappresenta una testimonianza della logica aristotelico-scolastica ancora viva nel primo periodo moderno, con classificazioni minuziose e l’attenzione alla distinzione tra conoscenza certa (scienza), opinione (probabile) e inganno (sofisma). I numerosi riferimenti a esempi astronomici (terra, luna, eclissi) e classici (Omero, Euclide, Apelle) mostrano l’intento di collegare la teoria logica a discipline scientifiche e umanistiche, riflettendo un sapere enciclopedico tipico dell’epoca.
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32 La Logica come Strumento di Verità: Sistema, Ambiguità e Metodo
Didascalia come frase sintetica.
Il testo, tratto da un’opera di logica, si presenta come una trattazione sistematica dei sofismi, del sillogismo e dei metodi di indagine, giudizio e insegnamento, con l’obiettivo di distinguere l’argomentazione valida da quella fallace e di fornire un percorso ordinato verso la conoscenza.
Il passo affronta inizialmente il tema dei sofismi e delle fallacie, riconoscendo che essi possono ingannare in ogni cosa. L’autore, richiamandosi ad Aristotele, elenca una serie di loci argumentorum, come l’omonimia, l’anfibolia, la composizione e la divisione. Un sofista, infatti, può argomentare che uno stesso soggetto possa essere considerato in modi diversi, come quando si sostiene che “una cosa può essere appresa o per divisione, come se in tempi diversi, o per composizione, come se nello stesso momento” (fr:4493). Viene anche mostrato come un argomento può basarsi su un’ambiguità di significato, come nel caso di “mangiare carne cruda” (fr:4494). Un esempio tipico di fallacia è presentato con il sillogismo: “Il topo rosicchia il formaggio; ma il topo è una sillaba; quindi la sillaba rosicchia il formaggio” (fr:4508), che l’autore definisce puerile e ridicolo (fr:4514-4515). L’ambiguità, come sottolineato, è al centro di questi inganni: quando si dice “l’Etiope è nero, ma non con i denti” (fr:4502), o “Sempronio è rigido d’inverno, non d’estate” (fr:4503), si evita una contraddizione solo perché l’affermazione non riguarda lo stesso aspetto del soggetto. L’autore cita Seneca a proposito di chi, invece di insegnare seriamente, gioca: “‘Mi vergogno’, dice, ‘in una materia così seria, di giocherellare con le parole’” (fr:4507).
L’opera prosegue delineando una teoria tripartita del metodo. L’autore afferma che i pensieri possono essere ordinati per: indagare e inventare, esaminare e giudicare, o disporre quanto trovato per insegnarlo ad altri. Questa tripartizione dà origine a tre metodi: Inventionis (di invenzione), Iudicii (di giudizio) e Doctrinae (di dottrina o insegnamento) (fr:4522-4523). Vengono quindi stabiliti dei canoni per ciascuno. Il primo canone stabilisce che “il Metodo di Invenzione consiste nel ricercare diligentemente il Medio” (fr:4525). Questo processo è paragonato a un cane che segue una traccia: “come un cane, se non vede la selvaggina, ne afferra la traccia e la segue annusando finché non la scopre” (fr:4527). Il secondo canone, invece, riguarda l’Analisi e la Sintesi: “Il Metodo di Invenzione, se inizia dal Soggetto, è Analisi o Risoluzione; se dagli Attributi, Sintesi o Composizione” (fr:4537-4538). L’autore illustra questo con l’esempio di una genealogia, dove si può procedere da un individuo verso l’antenato (analisi) o dall’antenato verso il discendente (sintesi) (fr:4532-4535). A tal proposito, si cita l’esempio geometrico: l’analisi consiste nel supporre il problema risolto e dedurre qualcosa di noto; la sintesi, invece, parte da ciò che è noto per dimostrare il problema (fr:4540-4542). Si specifica inoltre che il metodo di giudizio si basa su due criteri: il senso e la ragione, poiché “tutte le cose o cadono sotto i sensi, o sono percepite solo dall’intelletto” (fr:4559-4560). Quando la ragione sembra contraddire il senso, è preferibile dare credito al senso, come nell’esempio della freccia scoccata da una nave in movimento (fr:4573) o degli Antipodi, la cui esistenza, dapprima negata per ragioni, è stata poi confermata dall’esperienza (fr:4574, 4577).
Infine, viene affrontato il metodo della dottrina, che si basa sulla risoluzione e la composizione. Il quinto canone recita: “Il Metodo della Dottrina inizia con la Risoluzione e procede per Composizione” (fr:4554). L’autore spiega che in ogni arte o scienza si parte dalla scomposizione del tutto nelle sue parti più semplici e poi si procede a ricomporle. Ad esempio, nell’arte edilizia si insegnano prima le parti della casa e i materiali, poi come assemblarli (fr:4565-4568). Allo stesso modo in grammatica, si dividono le parti del discorso per poi insegnare a comporle (fr:4570). Nella medicina, dopo aver descritto le cause della malattia, si insegnano i rimedi e l’ordine per applicarli (fr:4574). Anche nella filosofia naturale, o fisica, si procede scomponendo la macchina del mondo nei suoi elementi per poi ricomporli (fr:4581). L’ultimo canone sottolinea che il metodo di dottrina “deve essere tale da esporre la materia soggetta nel modo più chiaro possibile” (fr:4585), perché l’obiettivo è che lo studente comprenda al meglio.
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33 La corruttibilità del mondo: argomenti epicurei e cristiani
Il testo, tratto da un trattato scientifico (probabilmente la Physica di Gassendi), presenta una serie di argomentazioni sulla degenerazione e la fine del mondo, attingendo a Epicuro, Lucrezio e ai Padri della Chiesa, e le confronta con le obiezioni teologiche. L’intento è dimostrare che il mondo, come ogni cosa composta, è mortale e destinato a dissolversi.
Il declino è attestato dalla natura stessa: l’acqua non si esaurisce mai (“De Aqua veri… magnus decursus Aquarum Undique declarat” - fr:5910), ma il testo sottolinea che anche la Terra è soggetta a erosione e che il mondo invecchia. I cristiani vengono accusati di causare questa decadenza: “Hac Christliants imputas , quod minuantur omnia Mundo senescente?” (fr:5908) [Attribuisci ai cristiani che tutto diminuisca col mondo che invecchia?]. L’invecchiamento è paragonato a quello umano: “Canos videmus in pueris ; capilli deficiunt, antequam crescant… sic in ortu adhuc suo … Mundi ipsius fine degenerat” (fr:5912-5913) [Vediamo capelli bianchi nei fanciulli; i capelli cadono prima di crescere… così all’inizio stesso della sua nascita… il mondo stesso degenera verso la fine].
Gli argomenti epicurei si basano sulla corruzione delle singole parti. Epicuro dimostra che tutte le parti del mondo sono mortali: “Aliud Epicuri argumentum … ex partibus Mundi, quae, cum omnes corruptioni pateant, mortalesque sint” (fr:5918) [Un altro argomento di Epicuro … dalle parti del mondo, che, essendo tutte soggette a corruzione, sono mortali]. Lucrezio è citato per la terra: “Principio pars Terrae nonnulla perusta Solibus … multa pulfata pedum vi … Corpora retribuat rebus” (fr:5922) [In primo luogo una parte della Terra bruciata dai soli … molto percossa dalla forza dei piedi … restituisce corpi alle cose]. Il flusso continuo mostra che nulla è eterno: “Haud igitur cessat gigni de rebus, & in res Reccidere assidue ; quoniam fluere omnia constat” (fr:5923) [Non cessa dunque di generarsi dalle cose e di ricadere in esse assiduamente, poiché è certo che tutto fluisce]. Anche le pietre e le costruzioni si disfano: “Denique non lapides quoque vinci cernis ab aevo? Non altas turres ruere … Non delubra Deum, simulacraque fessa fatisci” (fr:5948-5949) [Infine non vedi che anche le pietre sono vinte dal tempo? Non crollare le alte torri … non i templi degli dei e le statue stanche per il fato].
Un argomento centrale è la lotta continua tra le parti del mondo (terra, acqua, aria, fuoco), che minaccia la rovina finale: “Tertium argumentum deducit Lucretius ex pugna continua praecipuarum Mundi partium. Cum enim modo incendia, modo eluviones superent, existimat posse tandem evenire, ut cum totius Mundi ruina concertatio ista terminetur” (fr:5957-5959) [Lucrezio deduce il terzo argomento dal continuo conflitto delle parti principali del mondo. Poiché infatti ora prevalgono gli incendi, ora le inondazioni, egli stima che possa infine accadere che quella lotta si concluda con la rovina di tutto il mondo]. La natura stessa del mondo è mortale: “Totum naturam mortali corpore constat” (fr:5955) [L’intera natura consiste in un corpo mortale]. L’analogia con la morte umana è esplicita: “Nec ratione alia mortales esse videmur Inter nos, nisi quod morbis aegrescimus iisdem” (fr:5961) [Non in altro modo sembriamo mortali tra noi, se non perché siamo afflitti dalle stesse malattie]. Come noi comprendiamo la nostra morte vedendo morire altri, così dobbiamo concludere che il mondo morirà: “ita quamvis Mundi totius interitum non viderimus, debere nos tamen coniicere ipsum aliquando interiturum, ex eo, quod observemus Mundum iisdem quasi morbis teneri, quibus caetera, quae intereunt” (fr:5963) [così, sebbene non abbiamo visto la morte dell’intero mondo, dobbiamo tuttavia congetturare che esso un giorno morirà, dal fatto che osserviamo il mondo essere affetto dalle stesse malattie delle altre cose che muoiono].
L’argomento finale è che il mondo è dissolubile perché ogni sua parte è dissolubile, eccetto gli atomi e il vuoto: “Postremum Argumentum est affine primo, … quatenus supponit nihil esse posse ut ingenitum, ita incorruptum praeter tria, Atomos … Inane … & Universum … quia tale nihil sit, corruptioni obnoxium esse” (fr:5965-5967) [L’ultimo argomento è affine al primo, … in quanto suppone che nulla possa essere ingenerato e incorruttibile tranne tre cose: gli atomi … il vuoto … e l’universo … perché, non essendo nulla di simile, è soggetto a corruzione]. Viene discussa l’obiezione teologica: la volontà divina potrebbe preservare il mondo, ma il testo risponde che la mutabilità del mondo non implica mutabilità in Dio: “tota mutatio in ipso Mundo futura sit, non vero in ipsa Dei voluntate, quae esse constans, ac aeterna, immutataque potuit, ut Mundus mutabilis foret” (fr:5971) [tutta la mutazione avverrà nel mondo stesso, non nella volontà di Dio, che, essendo costante ed eterna, poté rimanere immutata mentre il mondo era mutevole].
Epicuro sosteneva molti modi di distruzione, non solo per fuoco o acqua: “fertur Epicurus censeuisse … Modis plurimis interire Mundum, quippe ut Animal, ac Plantam, et promiscue multifariam” (fr:5987) [Si dice che Epicuro abbia ritenuto … che il mondo perisse in molti modi, come un animale e una pianta, e indifferentemente in molti modi]. La dissoluzione finale sarà negli atomi: “ita disruptis fatiscentis Mundi … frufta illius varia in Atomos exsolutum iri” (fr:5989) [così, una volta spezzati i frammenti del mondo che si sfalda, le sue varie parti verranno risolte in atomi].
Il testo ha un significato storico notevole: documenta il confronto tra la fisica epicureo-lucreziana e la dottrina cristiana della fine del mondo, tentando di mostrare che le ragioni naturali non contraddicono la fede, e anzi la corroborano. Le citazioni da Minutio Felice e da Cipriano mostrano come già i Padri della Chiesa avessero affrontato accuse analoghe. Il trattato si inserisce nel dibattito seicentesco sulla mortalità del mondo, riprendendo e rielaborando le antiche argomentazioni atomistiche.
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34 Analisi della divisione dell’ente in sostanza e accidente e della natura di luogo e tempo
Dal trattato emerge una complessa riflessione sulle categorie dell’ente, con particolare attenzione alla dicotomia sostanza/accidente, alla sua origine storica e alla questione se luogo e tempo siano accidenti corporei o entità indipendenti.
Il testo si apre con una discussione sulle divisioni per negazione, che Aristotele chiama “infinite” perché, eccettuata la cosa semplice significata, comprendono tutto il resto: “Vocat autem Ariftoteles illa lib.de in- nomina negatione affc&a Infinita , quod Kr Pr> excepta fola nomine fimplici fignificata re, nihil fir , quod non comprehendant” (fr:6078) [Aristotele chiama quei nomi con negazione “infiniti”, perché, eccettuata la sola cosa significata dal nome semplice, non c’è nulla che essi non comprendano]. Tali divisioni sono giudicate improprie, ma alcune sono accettabili quando il termine negato include “pauciora quidem , fed nobiliora, quam fimplex nomen” (fr:6080) [cose più poche ma più nobili del nome semplice], come la divisione dell’ente in mobile e immobile, o in creato e increato.
La divisione fondamentale dell’ente è però quella tra sostanza e accidente. La ragione è che “neceffe fit omne Ens aut clfc per fi- , quo modo dicitur Subftantia ; aut non e Ile per fe , fed per aliud, fiue in alio .quomodo Accidens dicitur” (fr:6083) [è necessario che ogni ente sia per sé (sostanza) o non per sé ma in altro (accidente)]. Il testo esamina poi le diverse accezioni storiche: Aristotele intende la sostanza come soggetto ultimo che non si dice di altro, e ne dà esempi come “flmplicia corpora , vt Terra Jgnts, Aqua , & qua talia funt , ac vniueni corpora … & Animalia , & Daemonia” (fr:6093) [corpi semplici come Terra, Fuoco, Acqua, e tutti i corpi, e Animali e Demoni]. Egli ammette anche sostanze incorporee separate. L’accidente viene distinto in due modi: “fi non inflt ex necejfttate , neque vt plurimum” (fr:6100) [se non inerisce necessariamente né per lo più] (accidenti separabili, come la scienza nell’uomo) e “id,quod alicui per fe inefl, ita tamen , vt in effentia … illius non fit” (fr:6100) [ciò che inerisce per sé ma non è nell’essenza] (accidenti inseparabili, come la facoltà di ridere nell’uomo). Questa bipartizione è rintracciata anche in Pitagorici, Platonici ed Epicurei. La differenza tra Aristotele ed Epicuro sta nel fatto che “ille nomine incorporcx In- telligenriam Ccli motricem , ifte Inane inrclligat” (fr:6111) [quello intende per incorporea l’intelligenza motrice del cielo, questo il Vuoto]. Lucrezio, seguendo Epicuro, distingue “coniunctum” (inseparabile) ed “eventum” (separabile): “Nam quacumque cluent aut bu Conitenda duabue Xibueea inueniej,aut beri Euenta videbit” (fr:6128) [Tutte le cose che sono, le troverai o congiunte a due cose, o le vedrai come eventi].
La trattazione si sposta poi sulle categorie di quantità, luogo e tempo. Archita aveva tre specie di quantità (peso, grandezza, moltitudine), mentre Aristotele mantiene solo grandezza e moltitudine, distinguendo quantità continua e discreta. La quantità continua è ulteriormente divisa in linea, superficie, corpo, luogo e tempo. Il luogo è identificato con la superficie del corpo contenente, il tempo con la misura del moto celeste. L’opinione comune vuole che “Locum ge Tempus accidentia «fle corporea ; adeb proinde , vt fi nulla, k quibus penderent, § flent corpora , neque Locus, neque Tempus forent” (fr:6145) [Luogo e Tempo siano accidenti corporei, talché se non vi fossero corpi da cui dipendono, non vi sarebbero né Luogo né Tempo].
L’autore si oppone a questa tesi, sostenendo che luogo e tempo sono indipendenti dai corpi: “Nobis porri, qui» videtur, ctfi pulla eflent corpora , fupetfocp tamen , & Locum conflantem , Ac je»pus decurrensi” (fr:6146) [A noi invece sembra che, anche se non vi fossero corpi, rimarrebbero Luogo costante e Tempo fluente]. Per dimostrarlo propone un esperimento mentale: se Dio riducesse in nulla tutti i corpi entro la concavità del cielo lunare, “concipimus adhuc intra concauam Lunaris Csli fupetficiem , ioflun eandem, qux fuerat, regionem, fcd Elemov totum iam vacuam , omnnifque corporis Inanem” (fr:6160-6162) [concepiamo ancora la stessa regione che c’era, già tutta vuota e senza alcun corpo]. Il luogo e il tempo non sono quindi accidenti corporei, ma entità a sé stanti, tanto che la divisione tradizionale dell’ente in sostanza e accidente dovrebbe essere integrata con un terzo membro: luogo e tempo, in cui tutte le sostanze e tutti gli accidenti sono e durano.
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35 Spazio e tempo come entità incorporee nel pensiero di Gassendi
“locum efle intemallom, fpatiumve incorporeum , feu incorpoream Quantitatem” – (fr:6173) [il luogo essere un intervallo, uno spazio incorporeo, ovvero una quantità incorporea.]
Il testo, tratto dalla Physica di Pierre Gassendi, sostiene che Luogo e Tempo siano entità reali distinte dalla sostanza e dall’accidente. L’autore afferma che, oltre alle dimensioni corporee, esistono dimensioni spaziali incorporee, le quali permangono anche in assenza di corpi. La definizione fondamentale è che il luogo è un intervallo incorporeo dotato di tre dimensioni (lunghezza, larghezza, profondità) e che non dipende dall’intelletto umano. Si introduce così una netta separazione: “diftinguendx initio duplices dimenlioncs … Corporeas, alias Spatialeis diecte licear” – (fr:6175) [vanno distinte fin dall’inizio due specie di dimensioni: le corporee e le spaziali]. Tali dimensioni spaziali sono dette “incorporeas … & fpatialeis” – (fr:6185) [incorporee e spaziali].
Una conseguenza cruciale è l’immobilità dello spazio. Se Dio spostasse il mondo, lo spazio non si muoverebbe con esso: “Mundus mouehitur folus, ex cerro nempe fpatio immoto manente, in aliud immotum fe recipiens” – (fr:6196) [il mondo si muoverebbe da solo, mentre lo spazio rimarrebbe immobile, accogliendosi in un altro spazio immobile]. Inoltre, lo spazio è immeridiano e preesistente alla creazione: “Spatia immenfa fuifle, ante- quam Deus- conderet Mundum ; eadem elfc (upctfutura, fi Mundum fotte dcftruxcrit” – (fr:6191) [gli spazi immensi esistevano prima che Dio creasse il mondo; esisterebbero ancora se Egli lo distruggesse]. Questo solleva un possibile scrupolo teologico, ovvero che lo spazio sia indipendente da Dio. Gassendi lo risolve notando che lo spazio non è una realtà positiva: “pofitiuum nihil funr” – (fr:6192) [non sono nulla di positivo]; esso non è né sostanza né accidente, e quindi non rientra nella sfera delle cose prodotte. L’autore distingue la condizione dello spazio da quella delle essenze eterne (ad esempio l’essenza umana), che invece implicherebbero una indipendenza incompatibile con la teologia cristiana: “idem aflerere de ipfo Spatio non liceat” – (fr:6205) [non è lecito affermare lo stesso dello spazio].
Una parte centrale della discussione è la confutazione della dottrina aristotelica che ammette solo il corporeo. Gli aristotelici obiettano che, se tra le pareti concave del cielo lunare vi fosse il vuoto, non vi sarebbe alcuna distanza, e quindi le pareti si toccherebbero. Gassendi riporta la loro argomentazione: “nihil interpofitum habeant” – (fr:6211) [non hanno nulla di interposto], e quindi i lati “fe contingant inuicem” – (fr:6209) [si toccherebbero a vicenda]. La radice dell’errore è la presupposizione peripatetica che tutto ciò che è reale sia sostanza o accidente: “quia omne Ens, omntfve res Sub flantia, aut Accidens fit, Se quicquid Subftantia, Accidenfve non est, id sit Non-cns, Non res, sicu Nihil” – (fr:6212) [perché ogni ente o cosa è sostanza o accidente, e ciò che non è né sostanza né accidente è non-ente, non-cosa, come il nulla]. Gassendi ribatte che il nulla in questione non è assoluto: “nihil efle corporeum … at efle tan^ aliquid, quale Locum,ficu mavis Spatium, Interuallum” – (fr:6219) [non è nulla di corporeo, ma è qualcosa come un luogo o uno spazio, un intervallo]. Luogo e tempo costituiscono quindi un genere distinto rispetto a sostanza e accidente: “hzc duo fiunt genera rerum ab illis omni- nb diftin&a” – (fr:6214) [questi due costituiscono generi di cose del tutto distinti da quelle]. Anche la quantità, obiettano gli avversari, è accidente del corpo; ma Gassendi nega che ogni quantità sia corporea: “negandum eft, quid fit Inanis vc dimenfio, ita Quantitas incorporea” – (fr:6224) [si deve negare che la dimensione del vuoto sia quantità incorporea? No, è quantità incorporea].
La trattazione si appoggia a fonti classiche: Epicuro è citato per la definizione di spazio come “Incorporeum eft … neque figuram habet vffam, neque recipit … neque partitur, neque cficit aliquid, fed folum excipere corptti potefi” – (fr:6228) [è incorporeo, non ha alcuna figura, non riceve, non si divide, non produce nulla, ma solo può accogliere un corpo]. Vengono richiamati anche Lucrezio, Cicerone, Plutarco e Stobeo per l’uso dei termini inane, spatium, intervallum. L’autore critica infine la posizione di Crisippo, che riduceva lo spazio a “locum corporis maioris” – (fr:6237) [luogo del corpo maggiore], mentre Epicuro avrebbe definito meglio l’incorporeo. Il testo si inserisce nella polemica seicentesca contro la fisica aristotelica e rappresenta una difesa dell’esistenza del vuoto e dello spazio assoluto, precorrendo concetti newtoniani.
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36 Il concetto di vuoto (Inane) nella filosofia antica secondo Gassendi
Il testo esamina le molteplici definizioni e classificazioni del vuoto (Inane) elaborate dai filosofi antichi, le controversie sulla sua esistenza e le argomentazioni a favore o contro, con particolare attenzione alla tradizione atomistica.
Il trattato di Gassendi si apre con una definizione del vuoto come assenza di corpo in uno spazio capace di contenerlo. Il vuoto viene descritto per analogia con un vaso: “quemadmodum vulgavi sensu dicitur vas esse Inane, cum continendi liquoris capax, nullum tamen continet, sic Physico sensu is locus, seu ea regio, id spatium, quod continendi corporis capax, nullum tamen continet, dicitur Inane, seu Vacuum” (fr:6266) [«come nel senso comune si dice che un vaso è vuoto quando, pur capace di contenere liquido, non ne contiene alcuno, così nel senso fisico quel luogo, o quella regione, quello spazio che è capace di contenere un corpo ma non ne contiene alcuno, si dice vuoto, o vacuo»].
Il vuoto viene poi distinto in tre tipi (fr:6268-6272): il Separatum (spazio ampio e privo di corpi, come al di fuori del mondo), il Disseminatum o Interfperfum (spazi infinitesimi interposti nelle particelle di ogni corpo), e il Coaceruatum (uno spazio di media grandezza, formatosi dall’aggregazione di molti spazi minuscoli).
La controversia principale riguarda se il vuoto esista o meno. Gassendi elenca i filosofi che lo hanno ripudiato: “fuere semper, uti ac adhuc sunt, qui Inane quodvis repudiaverint” (fr:6274) – tra cui Talete e i suoi seguaci, Platone (che negò il vuoto anche dentro il mondo), Aristotele (che lo esclude sia fuori sia dentro il cielo), Empedocle e Melisso. Di quest’ultimo si dice: “maluerit motum negare rebus, asserereque omnia esse unum Ens immobile, quam statuere quidpiam Inane” (fr:6279) [«preferì negare il movimento alle cose e affermare che tutto è un unico Essere immobile, piuttosto che ammettere un qualche vuoto»].
D’altra parte, tra coloro che ammisero il vuoto, alcuni accettarono solo quello Separatum (Stoici, Xuthus), altri solo quello Interfperfum (Strato). I Pitagorici invece ammisero entrambi: “qui Inane tam Separatum, quam Interfperfum concesserint, fuere imprimis Pythagorei” (fr:6287). Essi ritenevano il vuoto necessario per la respirazione del mondo, con un influsso e deflusso dal vuoto esterno (fr:6288).
Il discorso si concentra poi sugli Atomisti (Leucippo, Democrito, Epicuro) e la loro concezione di un universo infinito, composto di corpi (atomi) e di vuoto infinito. Gassendi cita Lucrezio: “Contemplator enim quo Solis lumina cumque / Infertim fundunt radios per opaca domorum; / Multa a minuta modis multis per Inane videbis / Corpora misceri radiorum lumine in ipso” (fr:6303) [«Osserva infatti come i raggi del sole, penetrando fittamente attraverso le zone oscure delle case, ti faranno vedere molti piccoli corpi mischiarsi in molti modi nel vuoto, nella stessa luce dei raggi»].
Un argomento centrale per provare l’infinità del vuoto è attribuito a Epicuro da Cicerone (fr:6322-6328): “Quod finitum est, inquit, habet extremum. … At quod Omne est, id non cernitur ex alio extrinsecus. … Nihil igitur habet extremum: Quare nihil cum habeat extremum, infinitum sit, necesse est” [«Ciò che è finito ha un estremo. … Ma ciò che è il Tutto non è visto da altro all’esterno. … Dunque non ha alcun estremo: pertanto, poiché non ha estremo, è necessario che sia infinito»]. Similmente, Cleomede argomenta che il vuoto che circonda il mondo deve essere infinito, perché altrimenti sarebbe terminato da qualcosa di diverso dal vuoto, che non si può concepire (fr:6333-6337).
Il testo presenta anche una nota critica filologica (fr:6276): un passo di Stobeo che attribuiva a Talete e ai suoi seguaci il riconoscimento del vuoto è corretto da Plutarco, dove si legge invece che essi lo ripudiarono (ἀπηγόρευσαν).
Infine, Gassendi menziona autori minori come Asclepiade di Bitinia (medico che ammetteva atomi e pori vuoti) e Erone di Alessandria, il quale dimostra che il vuoto interfperfum esiste per natura e che talvolta può esistere anche il vuoto coaceruato (fr:6294-6297).
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37 Il Concetto di Vuoto Interstiziale e Coacervato nella Fisica del Trattato
Il testo si propone di dimostrare l’esistenza di un vuoto “disseminato” o interstiziale all’interno dei corpi, contrapponendolo al concetto di un vuoto “coacervato” di grandi dimensioni, la cui esistenza naturale è negata ma la cui creazione artificiale è ritenuta possibile. L’argomentazione si basa su esperimenti mentali e pratici, principalmente con aria e acqua, per confutare l’idea aristotelica che la natura aborrisca il vuoto e per spiegare fenomeni come la compressione, la rarefazione e la penetrazione dei corpi.
La discussione prende avvio dalla necessità di spazi vuoti per consentire il movimento. L’assenza di tali spazi impedirebbe qualsiasi spostamento, come illustrato dall’analogia con i grani di frumento: “”Se non vi sono spazietti vuoti interposti a quell’aria… non potrà avanzare… né avrà conseguentemente da dove spingere l’aria ulteriore” - (fr:6513, 6505) [Se non vi sono spazietti vuoti interposti a quell’aria… non potrà avanzare… né avrà conseguentemente da dove spingere l’aria ulteriore]. L’autore introduce un modello meccanico per la trasmissione del moto attraverso questi interstizi, paragonando l’aria a un cumulo di grano:”“concepirai anche come un corpo possa premere con la sua parte superiore i corpuscoli d’aria contigui… finché, fatta la compressione… parti laterali dell’aria si riversino in quel luogo” - (fr:6506). L’esperienza pratica è invocata per rendere il concetto tangibile: ““Se vuoi percepire la cosa con un esempio sensibile, muovi la mano o un bastone attraverso un mucchio di grano; osserverai una compressione e un infilarsi dei grani anteriori non dissimile, e anche una spinta, una deviazione e un succedersi di quelli laterali” - (fr:6510).
La negazione del vuoto interstiziale porterebbe a paradossi insostenibili, come dimostrato dall’esperimento mentale della “bombarda pneumatica”. Se l’aria compressa in un tubo non contenesse spazi vuoti, il suo volume ridotto implicherebbe che le particelle occupino lo stesso spazio, violando il principio di impenetrabilità: “”Se non ci sono spazietti vuoti… quanti sono i luoghi, tante sono le particelle d’aria… Comprimiamo l’aria fino a uno spazio di un dito… Domando: in che modo si comportano mille parti d’aria, se ormai i luoghi non sono che cinquecento? Non saranno forse due in ogni singolo luogo?” - (fr:6513, 6514, 6516, 6517). La soluzione proposta è che, come i grani in un moggio si assestano in uno spazio minore grazie a un migliore incastro, così le particelle d’aria:”“possono essere ricondotte in uno spazio più angusto, poiché da una consistenza più rada sono portate a una più densa… incastrandosi meglio negli angolini, riempiono più esattamente gli spazietti vuoti interposti” - (fr:6519). Questo modello viene esteso all’acqua, con l’aggiunta che la sua maggiore liquidità facilita il processo: ““lo stesso si deve dire dell’Acqua… spinge più facilmente le particelle d’aria… a causa degli spazietti più ampi dell’aria sovrastante” - (fr:6507).
Il fenomeno della rarefazione viene spiegato attraverso lo stesso principio, come nell’esempio dell’eolipila. L’aumento di volume del vapore non richiede una creazione di nuovo spazio, ma l’occupazione di interstizi preesistenti: “”non è più verosimile che… le parti residue di aria e acqua occupino tutto quello spazio che gli spazietti vuoti più ampi interpongono… e ciò per opera dei corpuscoli del fuoco… che non le lasciano riposare ma le costringono qua e là in modo che tutto lo spazio possa sembrare continuamente occupato per la rapidità del moto?” - (fr:6524). L’argomentazione prosegue con una critica serrata alla teoria aristotelica della rarefazione per”alterazione” o per spostamento a distanza, mostrando come essa conduca a un regresso all’infinito o a spiegazioni inverosimili: “”con questa procedura, si sarà condotti fino al Cielo… perché facciano libertà all’aria che sempre più indietro arretra, finché essa trovi posto negli spazi immaginari” - (fr:6534, 6535, 6536, 6537, 6538). L’autore conclude che la teoria aristotelica è insufficiente: ”“Aristotele si sforza di evitare questi scogli spiegando la cosa con l’alterazione; ma… lascia sempre una difficoltà speciale riguardo al moto locale, che interviene nella condensazione e rarefazione” - (fr:6539).
Prove sperimentali dirette del vuoto interstiziale vengono poi proposte. Un esperimento con l’acqua, simile a quello della bombarda, dimostra che la compressione d’acqua in un vaso di metallo, se non vi fossero spazi vuoti, implicherebbe la penetrazione dei corpi: “”Se nell’acqua racchiusa nel vaso non ci sono spazietti vuoti… quando il vaso viene battuto e la sua capacità diminuisce… le cento parti d’acqua rimanenti… non sarà forse necessario che si penetrino con alcune delle novecento… e così più corpi siano negli stessi luoghi?” - (fr:6544, 6546, 6547, 6548, 6549). Un altro esperimento, considerato”singolare“, riguarda la capacità dell’acqua di sciogliere quantità diverse di sali di forme differenti (cubica, ottaedrica, ecc.). La conclusione è che l’acqua deve contenere pori di forme corrispondenti:”“dunque ci sono nell’acqua spazietti ottaedrici e di altro genere… così l’acqua, anche se satura di sale, può comunque sciogliere l’allume e tutte le altre sostanze” - (fr:6556). La verifica pratica con l’allume in acqua già satura di sale conferma la teoria: ““mischiato l’allume nell’acqua impregnata di sale per diversi giorni… vidi la congettura avverarsi… l’allume fu sciolto… mostrò quanti e vari… piccoli scompartimenti conteneva” - (fr:6557).
Il testo distingue poi due tipi di vuoto. Il primo è il vuoto disseminato o interstiziale, la cui esistenza naturale è ormai provata: “”è stato dimostrato fin qui che il Vuoto Disseminato, o Interstiziale, si dà nei corpi mondani” - (fr:6581). Il secondo è il vuoto coacervato o di grandi dimensioni, la cui esistenza naturale è negata ma la cui creazione artificiale è possibile. Questo si verifica quando una forza sufficiente comprime i corpi, riducendo gli interstizi e accumulando lo spazio vuoto in un unico luogo:”“diciamo che il Coacervato non si dà… secondo natura; ma può essere creato oltre natura… in modo che da diversi spazietti o ritagli di spazietti si faccia uno spazio vuoto piuttosto grande” - (fr:6582, 6583). L’analogia con il moggio di grano viene ripresa per spiegare la creazione di questo vuoto: “”può il moggio… essere scosso in modo che i grani… si incastrino… gli spazietti minutissimi… si riducano, e sopra… appaia un luogo sensibile… coacervato, in cui non vi sia nulla di grano” - (fr:6587). Lo stesso vale per l’aria, la cui fluidità permette la formazione di un vuoto coacervato momentaneo (come nella canna di un fucile) o permanente (come nell’esperimento di Erone con la sfera di vetro):”“Momentaneo… se pensiamo a un globo o una fiamma che escono dalla canna… spingendo l’aria… lascino un vuoto… che poi si riempie… Permanente… se qualcuno forasse una sfera di vetro e… estraesse l’aria interna… lascerebbe dentro una grande vacuità” - (fr:6597, 6599, 6600). Il vuoto coacervato è quindi una conseguenza della compressione e del riassestamento delle particelle, non una negazione del vuoto interstiziale che è invece una condizione necessaria per la costituzione della materia.
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38 Resoconto del Trattato Scientifico sulla Resistenza dell’Aria e la Possibilità del Vuoto
Il testo esamina la natura della resistenza dell’aria, la sua gravità e il ruolo di queste proprietà nel determinare il comportamento dei fluidi e la possibilità di creare il vuoto, confutando le spiegazioni basate sul “metus inanis”.
Il trattato si apre con esperimenti che coinvolgono un sifone: “Si enim priufquam externm fubeat ekr , Siphonem digito opercularis , & in aquam tnuerteru , amoto digito aqua fuccedit , furfimque in pilaJinum feretur.” - (fr:6601) [Se infatti, prima che entri l’aria esterna, tappi il sifone con un dito, lo immergi nell’acqua e togli il dito, l’acqua subentra e sale nello spazio della sfera.] L’autore spiega che il vuoto persiste finché l’aria esterna, compressa, non preme il recipiente, e l’adesione è mantenuta dal dito che ostruisce l’apertura (6602).
L’indagine si concentra sulla resistenza dell’aria quando si cerca di comprimerla. L’autore spiega che nel movimento comune nell’aria, lo spazio si apre immediatamente dietro il corpo (6604). Invece, quando non c’è spazio di fuga, le parti d’aria devono comprimersi l’un l’altra, generando una resistenza a catena: “At in hoc negotio, quia nullus pone relinquitur locus, in quem preffus aer flarim perinde effundatur •> necelfe eft partes propellenti proxime , dum fubingrediuntur, contiguas compellant , qux tefiffant quidem nonnihil , fed cedant tamen , ac iterum fubingrediancur verfus vici- nas , aux rursus non-nihil refiffentes , fub- ingrediantur tamen , 5c compellant alias, qux iterum alias, aliafquc pati latione adi- gant” - (fr:6605) [Ma in questo caso, poiché non rimane spazio dietro in cui l’aria compressa possa immediatamente espandersi, è necessario che le parti vicine a quella che spinge, mentre entrano, spingano quelle contigue, che oppongono una certa resistenza, ma comunque cedono, e a loro volta entrano verso le vicine, resistendo ancora un po’, ma infine entrano, e ne spingono altre, e queste ancora altre e altre in successione].
Si argomenta che la causa di questa resistenza è la gravità dell’aria. L’autore sostiene che l’aria è naturalmente pesante, definita leggera solo in confronto ad acqua e terra: “Refpon- , deo , ex iis , qux dicenda inferifis fum , vi- deri podiis acrem efle fuapte natura gtauem, ac dici dumtaxat comparate leucm , quatenus eff miniis grauis , qukm aqua , cjptetaque corpora , qux deorsum tendentia refilire cum fursum coeunt.” - (fr:6607) [Rispondo, da ciò che dirò in seguito, che l’aria sembra essere di per sé pesante, e viene detta leggera solo per comparazione, in quanto è meno grave dell’acqua e di altri corpi, i quali, tendendo verso il basso, respingono l’aria che sale]. Questa idea è supportata da Aristotele, che afferma che elementi diversi hanno gravità nei propri luoghi e cita l’esempio degli otri gonfiati come più pesanti di quelli vuoti (6608). La gravità dell’aria deriva dalla sua costituzione come “textura quxdam halituum, feu corpufculorum ex Terra, & Aqua prodeuntium” (fr:6609) [una certa tessitura di esalazioni, o corpuscoli provenienti dalla Terra e dall’Acqua], che formano l’Atmosfera. L’autore propone che questa gravità sia dovuta a “ipfa Terre attra&io fit , qua versiis Terram illiciuntur , feteque inuicera versus Terram premunt” (fr:6609) [la stessa attrazione della Terra, per cui sono attirati verso di essa e si premono reciprocamente verso la Terra].
La percezione umana di questo peso è nulla, paragonata a quella di un uomo sul fondo del mare che non sente il peso dell’acqua, e all’abitudine che rende il peso dell’aria impercettibile (6610, 6611). La resistenza dell’aria è quindi equiparata alla forza necessaria per comprimerla in un recipiente chiuso, come in una bombarda pneumatica o un mantice (6613). Questa resistenza, analoga alla compressione di un mucchio di grano (6615), richiede una forza maggiore per vincere la resistenza progressiva dei corpuscoli. L’autore conclude che il vuoto non è temuto per se stesso, ma per la difficoltà di comprimere l’aria: “Itaque non Inanis metu , Ied ob non facilem aereorum corpufculorum accommodationi, gere poflit,cogatur.” - (fr:6618) [Quindi, non per timore del vuoto, ma a causa della difficoltà di accomodamento dei corpuscoli d’aria, è costretto a cedere]. Esperimenti comuni, come la ventosa, dimostrano che la natura non rifugge il vuoto, ma che in essi la resistenza è dovuta alla compressione e alla mancanza di spazio per l’aria (6621-6623).
Il caso della siringa (Diabete) è esemplare: non si può ritrarre lo stantuffo a fondo chiuso non per timore del vuoto, ma per la resistenza dell’aria che, non avendo spazio, resiste (6628, 6629). L’acqua sale nelle pompe (“Pompa”) non per aspirazione, ma perché l’aria esterna, più pesante, la spinge. L’autore lo spiega in dettaglio: “Videlicet tubo in aquam demi (Io, tametfi aflarium intra ipfum elatius remaneat ,qukm fit ipfa aqu$ vel putei, vel ftagni.vel fluuij fu perficies .multiplici ta- men vcloti exfu&u aerein cdu&ura,extr6que compulfum aqua fequitur” - (fr:6639) [Cioè, calato il tubo nell’acqua, anche se lo stantuffo rimane più in alto della superficie dell’acqua del pozzo, dello stagno o del fiume, con una molteplice e veloce estrazione dell’aria, questa viene espulsa, e l’acqua segue]. L’altezza massima di sollevamento è limitata a circa 5 orgye, poiché oltre questo punto il peso dell’aria e dell’acqua si equilibrano (6642).
La clepsidra e la botte (Dolium) dimostrano che l’acqua non esce se l’aria non può entrare, non per paura del vuoto, ma perché l’aria sottostante resiste: “At non ob id fanc confidit, fufpensique tum manet aqua, fed ob id, qu&d illius cafui ab aere rcfiftitur.” - (fr:6645) [Ma non per questo l’acqua si ferma e rimane sospesa, ma perché al suo cadere si oppone la resistenza dell’aria]. Lo stesso vale per il sifone (Siphon), dove l’acqua sale per la pressione dell’aria esterna sulla superficie, non per il timore del vuoto (6654, 6655).
L’esperimento della cucurbita (ventosa medica) è analizzato in dettaglio. L’effetto non è dovuto al vuoto, ma alla compressione iniziale dell’aria interna dalla fiamma, che la costringe a “in feipfum fuoingrediatur” (fr:6659) [entrare in se stessa] creando “machinulas” (piccole strutture), e successivamente, raffreddandosi e condensandosi, l’aria interna ridotta di volume permette l’innalzamento della carne (6672, 6673).
La tesi lucreziana è introdotta con l’esperimento di due corpi piani lisci: “Volunt autem vulgo ex eo quid corpus (uperins trahit inferius,qiiovfqucacr fubingredi , ac intercipi valeat , iniinuari Inanis fugam : fed Lucretius contrl.in ipfo Sc mox frigore condcnfato, minufque loci acris fubin^reffu Inane intercipi fic probat” - (fr:6670, 6674) [Il volgo vuole che il corpo superiore tragga l’inferiore finché l’aria non possa entrare e interporsi, invocando la fuga dal vuoto; ma Lucrezio, al contrario, dimostra che in questo stesso atto, e poi con il raffreddamento, l’aria condensata e ridotta di spazio, attraverso l’ingresso dell’aria, si interpone il vuoto]. L’autore analizza la resistenza al distacco, spiegandola con l’aria laterale che non può entrare a causa del contatto perfetto (6681). Il distacco avviene solo quando la forza di trazione supera la capacità dell’aria di comprimersi, creando “quafi machinulx” (come piccole macchine) che poi si espandono con impeto nel vuoto che si forma (6682). L’autore respinge le obiezioni aristoteliche, citando la necessità del vuoto per la rarefazione e condensazione (6687).
Viene menzionato il vuoto momentaneo nella fistola tormentaria (cannone), ma l’autore rimanda a una trattazione successiva (6688). Infine, vengono discusse e confutate le obiezioni tradizionali contro il vuoto, come la paura della disgregazione dell’armonia mondiale (6692) e l’impossibilità del moto nel vuoto (6696). L’autore osserva che il vuoto momentaneo nel cannone non è puro, ma la parte occupata è così piccola da poter essere considerata vuota (6689).
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39 Il vuoto e gli esperimenti di Torricelli: analisi di un trattato scientifico
Il testo esamina la natura del vuoto, la sua possibile esistenza all’interno del mondo e gli esperimenti con mercurio e acqua che ne dimostrano la realtà, confutando l’antico “orrore del vuoto”.
Il trattato si apre con una discussione sulla possibilità e le conseguenze del vuoto. Viene respinta l’idea che un piccolo vuoto possa causare catastrofi cosmiche, definendola simile a un sogno: “Paucis enim, somnio persimile est, ut ob factum exiguum intra Mundum hiatulum, qui imminentem abest, ut respectu molis ipsius tantus sit, quantus est respectu humani corporis porulus, strages toti Mundo impendeat, partiumque ipsius harmonia solvatur” (fr:6702) [È infatti molto simile a un sogno che, a causa di un piccolo squarcio nel mondo, così lontano dall’essere imminente da essere tanto grande rispetto alla mole del mondo quanto un poro rispetto al corpo umano, una rovina minacci tutto il mondo e l’armonia delle sue parti venga sciolta].
L’autore sostiene che il moto nel vuoto sarebbe più facile, ma non istantaneo, poiché la velocità dipende anche dalla forza del mobile e dell’impulso: “Non idcirco vero foret instantaneos, quoniam tarditas velocitasve mobilis non a sola medii occupatione, libertateve est, sed maxime etiam vel a vigore ipsius mobilis, vel ab impulsione moventis” (fr:6710) [Non per questo sarebbe istantaneo, poiché la lentezza o la velocità del mobile non deriva solo dall’occupazione o libertà del mezzo, ma anche in massima parte dal vigore del mobile stesso o dall’impulso del motore].
Il cuore del testo è la descrizione dell’esperimento di Torricelli. Viene raccontato come il dotto Riccio scrisse a Mersenne che Torricelli aveva osservato a Firenze: “Itaque paucos ante annos perscripsit Roma ad optimum Mersennum eruditus Riccius, solertem Terrictiliam observasse Florentia, cum assumpsisset tubum vitreum, altera parte, quasi fundo, sigillatum, ut loquuntur, hermetyce, altera, quasi orificio adapertum; et longitudinis quidem duorum Florentinorum Brachiorum… cum talem, inquam, tubum assumpsisset, hydrargyro complesset, eius orificium digito obduxisset, fundum sursum obvertisset; digitum orificio semper cohaerentem intra hydrargyrum in vase subiecto restagnantem immersisset, deincepsque digitum subduxisset; tum evenisse, ut hydrargyrus in vas subiectum defluens, non tamen totos effluxerit, sed restiterit intra tubum supra restagnantis superficiem ad altitudinem usque Brachii unius, cum quadrante; seu Pedum duorum, ac digitorum quamproxime trium” (fr:6724-6725) [Così pochi anni fa l’erudito Riccio scrisse da Roma all’ottimo Mersenne che il solerte Torricelli aveva osservato a Firenze: preso un tubo di vetro sigillato ermeticamente a un’estremità (come si dice) e aperto all’altra, della lunghezza di due braccia fiorentine… avendo riempito il tubo di mercurio, otturato con un dito l’orifizio, capovolto il fondo verso l’alto, immerso il dito, sempre aderente all’orifizio, nel mercurio stagnante in un vaso sottostante, e poi tolto il dito, accadde che il mercurio, defluendo nel vaso sottostante, non defluì tutto, ma si fermò all’interno del tubo sopra la superficie del mercurio stagnante fino all’altezza di un braccio e un quarto, cioè circa due piedi e tre dita].
Viene discussa la natura dello spazio rimasto sopra il mercurio. L’autore si chiede se sia vuoto: “primum, illudne spatium, quod post defluxum hydrargyri (adde et aquae) supra altitudinem remanet, putum putum sit Inane, seu vacuum?” (fr:6745) [primo, se quello spazio che rimane sopra l’altezza dopo il deflusso del mercurio (e anche dell’acqua) sia puro vuoto]. Conclude che non è pieno d’aria, poiché altrimenti l’aria non vi entrerebbe con tanta facilità quando si apre il tubo: “Non esse eam certe plenam aeris, qualis est, qui tubum exterius circumdat, quique aut per vitrum, aut per hydrargyrum eam penetret, res esse videtur satis manifesta” (fr:6757) [Non è certamente piena dell’aria che circonda il tubo all’esterno e che potrebbe penetrare attraverso il vetro o il mercurio; la cosa appare abbastanza manifesta].
La resistenza del mercurio è spiegata con un’analogia: la pressione dell’aria esterna agisce come un uomo che resiste al vento. “Res se perinde habet, ac si quis in planitie stans, ad talem usque venti flatum, impetumque immotus consistat; ecquid enim aliud dicatur, quam quia is natura id roboris habet, ut possit vento tum ad illum usque gradum resistere, ad ulteriorem vero, seu maiorem non possit; sed cedere omnino cogatur?” (fr:6783) [La cosa si comporta come se uno, stando in pianura, restasse immobile fino a un certo punto del vento e dell’impeto; che altro si può dire se non che egli ha per natura tanta forza da poter resistere al vento fino a quel grado, ma non può resistere a uno ulteriore o maggiore, ed è costretto a cedere del tutto?].
Viene stabilita una proporzione tra le altezze di mercurio e acqua, dimostrando che l’equilibrio dipende dalla resistenza dell’aria e dal peso specifico dei liquidi: “ut pondus hydrargyri se habet ad pondus aquae, eidem quantitate seu mole acceptae, ut quatuordecim proximi ad unum; ita reciproce duorum pedum ac triginta altitudo se ad altitudinem pedum duorum ac digitorum trium cum semisse, ut quatuordecim proximi ad unum se habet” (fr:6792) [come il peso del mercurio sta al peso dell’acqua, a parità di quantità o mole, come circa quattordici a uno, così inversamente l’altezza di due piedi e trenta sta all’altezza di due piedi e tre dita e mezzo, come circa quattordici a uno]. Ciò conferma che l’aria si equilibra con il peso del mercurio a quell’altezza.
Il testo prosegue con esperimenti successivi di Pascal e altri: “Nunc vero Paschalius (ut, erudito Auzotio referente, accipio) confectis tubis variis longe prolixioribus, pergit rem mirifice amplificare. Nam primum quidem, quod ille monuerat, cuiuscumque longitudinis (adde et crassitudinis, seu amplitudinis) fuerit tubus, hydrargyrum ita defluere, ut resistat semper ad eandem pedum duorum, et digitorum trium (vel potius digitorum trium, et quamproximi semissis) altitudinem, comprobavit ipse in tubo quindecim circiter pedes longo” (fr:6729) [Ora Pascal, come sento dal dotto Auzotio, costruendo tubi di vario tipo molto più lunghi, continua ad amplificare meravigliosamente la cosa. Per prima cosa, infatti, egli stesso comprovò in un tubo lungo circa quindici piedi ciò che quello aveva ammonito: che di qualsiasi lunghezza (aggiungi anche spessore o ampiezza) fosse il tubo, il mercurio defluisce in modo da fermarsi sempre alla stessa altezza di due piedi e tre dita (o meglio tre dita e circa mezzo)].
In conclusione, il testo testimonia il passaggio dalla concezione aristotelica del “horror vacui” alla fisica della pressione atmosferica. Gli esperimenti dimostrano che il vuoto può esistere e che la sua causa non è un’attrazione misteriosa, ma l’equilibrio tra il peso del liquido e la pressione dell’aria circostante.
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40 Esperimenti sul Vuoto e la Pressione Atmosferica: Un’Analisi da un Trattato Scientifico del XVII Secolo
Il testo descrive una serie di esperimenti e ragionamenti sulla natura del vuoto, della pressione atmosferica e del comportamento dei fluidi, basati sulle osservazioni di Torricelli, Mersenne e altri.
Il trattato si concentra sul famoso esperimento di Torricelli con il tubo di mercurio, utilizzato per dimostrare l’esistenza del vuoto e la pressione dell’aria. Un punto fondamentale è che l’altezza della colonna di mercurio in equilibrio non dipende dalla larghezza del tubo, ma esclusivamente dalla pressione atmosferica esterna. Il testo afferma: “non nihil intere (l, cuiuTmodi-nam longitudi- nis , feu prolixitatis , fcd nihil etiam refert cuius-nam latitudinis , amplicudinisve , fiue diametri tranfuerz f fit tubus , cum feu an- guftus, feu amplus fuerit, equilibrium con- ftanrer fiat in eadem altitudine” - (fr:6796) [non importa nulla di che tipo di lunghezza o larghezza, nulla importa anche di che larghezza, ampiezza o diametro trasversale sia il tubo, poiché, sia stretto che largo, l’equilibrio avviene costantemente alla stessa altezza.]
Viene descritto l’esperimento chiave di Mersenne, che stabilisce il peso necessario per creare il vuoto in un tubo di una certa ampiezza. Il testo cita: “retincri id poreft, quod primum k Merfenno eft obferuarum •, aflu ra- pto videlicet tabo,cuius tranfuerfa, feu qua- li baicos cauitatis diameter non fic maior vnriis quaruor digiti; cquilibrarum hydrar- gyrum eius efle ponderis quod duas Pari fi- , nas libras non excedat.” - (fr:6797) [Si può mantenere ciò che fu osservato per primo da Mersenne: preso un tubo la cui sezione trasversale, o diametro della cavità di base, non sia maggiore di quattro dita; il mercurio in equilibrio è di un peso che non supera le due libbre parigine.]
Il testo spiega il meccanismo di equilibrio e il comportamento del mercurio durante il deflusso. Descrive le oscillazioni del mercurio, paragonandole a quelle di un pendolo, fino a raggiungere l’equilibrio: “mox i defluxu refultatio , repetitaque reci- procatio , quovfque conquiclc.it haud fecus, quam pendulum corpus” - (fr:6803) [poi la risalita dal deflusso e la ripetuta reciprocazione, finché non si acquieta non diversamente da un corpo pendolo.]
Un aspetto cruciale è la spiegazione del perché l’altezza di equilibrio sia la stessa indipendentemente dall’ampiezza del tubo, nonostante la diversa quantità di fluido. La ragione risiede nel rapporto tra la forza esercitata dal fluido e la sua base, come spiegato con l’esempio dei “cilindri d’aria”. Il testo afferma: “dicere liceat , non relillere miniis magnum cylindrum aereum peramplo hydrargyrico, quim paruum perangufto; ac idcirco faCla commenfuratione fieri hydrargyri xquilibrium in eadem altitudine, taro intra peramp lum, quim intra perangullum tubum.” - (fr:6810) [si può dire che un grande cilindro d’aria non resiste di meno a un vasto cilindro di mercurio, di quanto un piccolo cilindro [d’aria resista] a uno stretto; e perciò, fatta la commisurazione, l’equilibrio del mercurio avviene alla stessa altezza, tanto in un tubo molto ampio quanto in uno molto stretto.]
Il trattato discute anche la variazione dell’altezza del mercurio in base all’altitudine, come dimostrato dall’esperimento di Pascal eseguito da Mersenne in Alvernia. Questo è un passaggio di enorme significato storico e di testimonianza per la fisica, in quanto fornisce la prova sperimentale che la pressione atmosferica diminuisce con l’altitudine. Il testo descrive l’esperimento: “Refert ille nempe alTumpto viteeo tubo quatemum pedum , cum cohzrente Illi rocn- … rcdirilTe hydrargyrum , in planitie quidem , ad polli- cum viginti quinque , & linearum quinque ac femiffis altitudinem, inque ea msnfilTe totis … in monte verfl vna prope leucs … rcftitific,& eodem … , ad altitudinem viginri quatuor pol- licum , 3c quatuor linearum : ac in vertice … montis Podij … , & leucz dodrante alrioris , ad altitudinem pol- licum viginti duorum , ac linearum quinque;” - (fr:6843) [Egli riferisce che, preso un tubo di vetro di quattro piedi, con la sua estremità… il mercurio risalì, in pianura, all’altezza di venticinque pollici e cinque linee e mezza, e vi rimase per intere…; sul monte, a circa una lega di distanza… risalì, e allo stesso modo, all’altezza di ventiquattro pollici e quattro linee; e sulla vetta del monte Podio… più alto di tre quarti di lega, all’altezza di ventidue pollici e cinque linee.]
La spiegazione di questo fenomeno è data dalla diminuzione del peso della colonna d’aria sovrastante con l’altitudine. Il testo chiarisce: “in humili loco defluens, fubfidcnfque intra tubum hydrargyrus confidat altius ; in fublimi autem humilius. Videlicet in humili , maior eft fupcrincumbcntis aeris copia; maior proinde panium connifus , atque grauitas … maior idcirco panium comprcffio , … qua- obrem Sc ncccflfc cd maiorem efie re fidentiam ad cedendum hydrargyro ; atque adeb vt xquilibrium fiat, maiore hydrargyri copia, altitudincve in loco humili, quim in fublimi opus fit.” - (fr:6853, 6854, 6856) [in un luogo basso, il mercurio che defluisce e si posa all’interno del tubo si ferma più in alto; in un luogo elevato, invece, più in basso. Cioè, in un luogo basso, maggiore è la quantità d’aria sovrastante; maggiore quindi è la spinta e la gravità… maggiore perciò è la comprimente compressione… e perciò è necessario che ci sia maggiore resistenza a cedere al mercurio; e quindi, affinché si stabilisca l’equilibrio, è necessaria una maggiore quantità o altezza di mercurio in un luogo basso che in uno elevato.]
Il testo esplora inoltre il concetto di compressione dell’aria, spiegando come l’aria possa essere compressa e come questa compressione si propaghi attraverso le sue particelle. Viene descritta la difficoltà di estrarre un dito da un “diabete” (un vaso con un collo stretto) o la resistenza dell’aria e dell’acqua al movimento. Il testo usa l’analogia della fiamma di una candela per spiegare come l’aria compressa possa apparire fluida: “Rem forte vtcumque per- cipies exemplo flammulz candelz , per quam, tametfi fursum intentam motione perniciffi- ma; … digitum tamen , bacillumve fic ducas, vt nullum fenfibile fluxiliratis diferi- men inter ipfam , Sc circumflantem placidum , limpidumquc acrem cxperiarc.” - (fr:6830) [Forse capirai la cosa in qualche modo con l’esempio della fiammella di una candela, attraverso la quale, sebbene sia protesa verso l’alto con un moto velocissimo… tu passi un dito o un bastoncino in modo tale da non sperimentare alcuna sensibile differenza di fluidità tra essa e l’aria circostante calma e limpida.]
Infine, il trattato si estende alla discussione sulla natura della fiamma e della combustione, collegandola alla pressione dell’aria. Spiega che la fiamma tende verso l’alto perché l’aria è meno compressa in quella direzione, e che l’aria è necessaria per la combustione perché è il corpo che cede meglio alla fiamma in espansione. “Quin-etiam declarari poteft , quorfum acr vulgd ad creandum flammam neceflarius fitr quia fcilicct vulgd aliud corpus non eft, quod magis fit pote ccdcre erumpenti flamma.” - (fr:6890) [Inoltre si può dichiarare perché l’aria sia comunemente necessaria per creare la fiamma: perché comunemente non c’è altro corpo che sia più capace di cedere alla fiamma che erompe.]
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41 Resoconto del Trattato Scientifico: Esperimenti sul Vuoto e Filosofia del Luogo
Il testo affronta la natura del vuoto e del luogo, basandosi su esperimenti con vesciche di pesce e mercurio, e discute le posizioni di Aristotele, Epicuro e Stoici.
Il trattato si apre con una spiegazione del comportamento della fiamma e della luce. L’autore sostiene che, nonostante l’aria comprima la fiamma, particelle sottili di fuoco (corpufcula ignis) sfuggono e producono luce, poiché “facile tranfiliant per inania fpatiola” (fr:6892) [attraversano facilmente gli spazi vuoti]. La fiamma si assottiglia salendo a causa della continua emissione di luce: “deminui flammam afcendendo, ac in acumen ideo abire” (fr:6894) [la fiamma diminuisce salendo e termina a punta]. Viene inoltre descritto un moto circolare dell’aria che alimenta il fuoco in un camino, spingendo aria esterna attraverso porte e finestre (fr:6896).
Un nucleo centrale del testo riguarda la descrizione di due esperimenti sul vuoto. Il primo, attribuito a Roberval, utilizza una vescica di pesce (vesicula) dentro un tubo di vetro con mercurio. La vescica, svuotata d’aria e legata, viene immersa nel mercurio; sorprendentemente, si espande: “Mirum autem fuit eam fic explicari, arcumque diduci” (fr:6906) [Fu sorprendente vederla così spiegarsi e distendersi]. L’autore confuta l’ipotesi che l’aria residua si rarefaccia, e propone come causa la forza elastica delle fibre della membrana: “caufam effe coniicio, tum ipfum motum fibrularum… tum circumfuam inanitatem” (fr:6911) [congetturo che la causa sia il movimento stesso delle fibrille… e il vuoto circostante]. Paragona la vescica a un cesto di vimini che torna alla sua forma dopo la compressione (fr:6912). Precisa che la forza è debole, a differenza della pergamena arida (fr:6914), e che l’aria circostante non oppone resistenza perché la vescica è immersa nel vuoto. L’autore menziona anche l’esperimento di Pascal sul monte Puy-de-Dôme, dove un otre si gonfia salendo a causa della minore pressione atmosferica: “deprehendit ipfum fic fenfiin inter confcendendum diftendi” (fr:6922) [scoprì che esso si dilatava gradualmente durante la salita].
Il secondo esperimento coinvolge un tubo con un piccolo vaso quadrato in cima e una vescica perforata. Il mercurio scende quando l’aria entra, dimostrando che la pressione dell’aria sostiene la colonna. L’autore spiega che “vaporis, calorifque corpufcula… acris ponderi obniti” (fr:6928) [le particelle di vapore e calore si oppongono al peso dell’aria], e che la causa del fenomeno è la forza di sollevamento, paragonabile a quella che sostiene le nuvole e i pappi (fr:6930).
La seconda parte del testo è un’ampia discussione filosofica sulla natura del luogo (Locus). L’autore critica la definizione aristotelica di luogo come “superficie immobile del corpo contenente”, proponendo invece che il luogo sia uno spazio o intervallo (Spatium, feu Intervallum) tridimensionale indipendente dai corpi: “non Superficiem primum immediatamve Corporum ambientium… fed effe Spatium, feu Intervallum” (fr:6970) [non la superficie prima e immediata dei corpi ambienti… ma essere spazio, o intervallo]. Sostiene questa tesi con vari argomenti: l’immobilità del luogo (una torre rimane nello stesso spazio anche se demolita e ricostruita, fr:6976), la possibilità di collocare angeli e Dio in uno spazio infinito (fr:6978-6985), e la coerenza con l’idea di vuoto. Cita autori antichi: Epicuro, che per primo definì il luogo come spazio vuoto (fr:6940); Platone, che intendeva il luogo come “ricettacolo” (receptaculum) (fr:6950); Filone e Galeno che lo considerano spazio pieno di corpo (fr:6964-6965). Critica le interpretazioni aristoteliche che cercano di fissare il luogo a un punto immobile come il polo o il centro (fr:6957-6958). Conclude che la concezione di luogo come spazio risolve meglio le questioni filosofiche, come il perché un oggetto si dica nello stesso luogo o cambi luogo (fr:6971-6972).
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42 Resoconto del trattato “De Materiali Principio Rerum”
Il testo esamina diverse concezioni del principio materiale della realtà, muovendo da una cosmogonia teologica fino alle dottrine di Aristotele, degli Stoici e di altri filosofi, con particolare attenzione alla natura della materia prima, alle qualità, alla quantità e ai processi di generazione.
La trattazione si apre con una visione secondo cui Dio, luce, ha diffuso il lumen primigenium: “Docet deinde , quia Opifex furamus ,Dcus videlicet lux eft , de nihil facilius effundi , replcrdque fpatium , quim manans k luce lumen potuit” (fr:7817) [Insegna poi che, poiché il Creatore supremo, Dio, è luce, nulla è più facile che effondersi e riempire lo spazio, quanto la luce che sgorga dalla luce]. Da questo principio luminoso si origina una scala di corpi: prima “Lumen primigenium , priraxvumve emicuiflc” (fr:7818) [La luce primigenia, primordiale, balenò per prima]. Segue una complessa gradazione che dalla corporalità procede attraverso mollities, vicosità, lubricità, fluidità, vapori, fino alla tenuità invisibile: “& corporeumfimul j illud tum w urigine , tum per omni* penetratione ,hoc > u minus ,ma^fvc rcfiflicur, ipsa atten uare… vt primb Latorem faciat, fecundo Mollitiem, tertii… Vifcofiiacem , quarto Lubrieoficacem, oux (it vifcofitas fluens,difcurr&ifque;quin- U) fluorem… sexti» Liquorem non fpiflabilem… septimo Vaporem , fcu fumofiiatem ; o&au6 inuifibilem Tenuitatem” (fr:7822-7823) [e corporeo insieme; quello sia dall’origine sia per ogni penetrazione, questo più o meno resistendo, si assottiglia… così che prima fa la durezza, seconda la mollezza, terza la viscosità, quarta la lubricità… quinto il fluido… sesto il liquido non spessibile… settimo il vapore o fumosità; ottavo la tenuità invisibile]. Da queste gradazioni e dalle loro combinazioni nascono i vari corpi, come pietre, metalli, piante e animali.
Si menziona poi l’autorità di Kenelm Digby, il quale, nel suo trattato sulla natura dei corpi, ha posto la materia prima degli elementi, ma senza privarla delle qualità: “quatenus in predaroillo, quem edidit nuper de Corporum natura Ttadatu, quatenus Materiam quidem cumPhilofophis… Elementis priorem fecit , at non perinde illam tamen qualitatibus denudauit, sed ipfam habuit , vt Quantitate , sic Rariuce, Denfitate^c Gcauitate quoque a (feclam” (fr:7830) [per quanto nel suo celebre trattato… ha posto la materia prima degli elementi, ma non l’ha per questo spogliata delle qualità, anzi l’ha ritenuta affetta da Quantità, Rarità, Densità e Gravità]. Digby deduce il calore dalla rarità, il freddo dalla densità, e da queste con la gravità l’umidità e la siccità, formando i quattro elementi aristotelici.
Particolare attenzione è dedicata alla definizione di quantità, che Digby identifica con la divisibilità: “Obfcruo foliim, ciim ipfi placear, Quantitatem nihil efle aliud, quhm Diuifibilitatcm , fen capacitatem , qua ex ea polllnt partes effici” (fr:7833) [Osservo solo che, secondo lui, la Quantità è nient’altro che la Divisibilità, o capacità di formare parti]. Rarità e densità non derivano da mescolanza di vuoto, ma da diverse proporzioni di quantità rispetto alla sostanza: “confiftere in variis proportionibus Quantitatis ad fuam fubAantiam” (fr:7833). Tuttavia, l’autore nota una difficoltà: quantità e materia sembrano coesistere indivisibilmente, cosicché ad ogni porzione di materia è legata una quantità fissa.
Il capitolo IV si concentra sugli Stoici e su coloro che sostengono una materia priva di qualità e figura: “DeOfimtaihuftttutntium Materiam proritu , ihuditatifvt om- nis ( wji iaxtd aliquos Figura ) ex- pertem” (fr:7839) [Di coloro che hanno fatto la materia prima priva di qualità, in modo che sia priva di ogni (secondo alcuni) figura]. Tra questi sono annoverati Pitagora, Platone, Aristotele e gli Stoici: “Didia eft autem Mato- ria hoc modo fpeftata non modo i fi- ne qtutllitMf , fed etiam ZuifpQ- , Sm/if , ««- fint ftrmtfine jptciejint fig**… fuifle Pythagoram , Platonem… Ariftotelem Stoicos” (fr:7841-7842) [La materia, così considerata, è detta non solo senza qualità, ma anche senza forma e senza specie e senza figura… furono Pitagora, Platone, Aristotele, gli Stoici]. Degli Stoici si dice che definiscono la materia come ciò da cui tutto deriva, soggetta a mutazione, né cresce né diminuisce nel suo insieme, e che da essa sorgono immediatamente i quattro elementi: ”Cum vellent… efle primam Materiam id , ex quo omni» fiunt, atque idcirc& ccnfeant illam efle mu- tationi obnoxiam , Ac nec crcfcere , nec dc- crefcete, quatenus tota confideratur… tum de- fendunt cx ipfa ftatim quatuot Elementa oriri,ex quibus omnia generentur”* (fr:7844).
La sezione centrale è dedicata ad Aristotele, il quale associa alla materia due altri principi: Privazione e Forma. La materia è descritta come “fimpliciffimam efle , &nudiffimam, vt ita loquar, Entitatem” (fr:7851) [semplicissima e nudissima, per così dire, entità]. Essa è “pura potentia, fiue capacitas mera, non a&iuam… fed paffluam” (fr:7862) [pura potenza, o mera capacità, non attiva… ma passiva]. Aristotele sostiene che la materia non è mai separata da ogni forma: “Docet autem Ati ftoteles non etie cam^csqtt* fepa- uz a Materia di (Unguantur, Sc cx quibus rabilem , tametfi cx fc nullam fotroam ha- mul,ac materiales omnes oriantur,& fiant” (fr:7863) [Insegna poi Aristotele che essa non è separabile, sebbene per sé non abbia alcuna forma… ma non per questo la materia può esistere separata da ogni forma].
Il testo spiega il processo di generazione: la Privazione è il punto di partenza (non-ente), la Forma il termine finale (ente), e la Materia il soggetto che permane: “Scilicet vo- lunt Generationem efle mutationem , fiue tranfitum i non ente io Ens , atque ideo exi- gere Terminum 4 efuo , ipfum non Ens , (cu res frigida euaderc in calidam at n«n pro- pterca ipfum frigus cft caloris Principium^ Ens, feu Formam f fle Subielhim, ipfam Maretiam” (fr:7894) [Vogliono infatti che la generazione sia una mutazione, cioè un passaggio dal non-ente all’ente, e quindi esige un termine da cui, il non-ente stesso… e un termine a cui, l’ente o la forma; soggetto è la stessa materia].
Viene discussa l’apparente contraddizione per cui Aristotele pone la Privazione come principio, pur affermando che nulla nasce dal nulla: “Et verum eft quidem rem omnem , antequam fiat , non c(Tc .* fed ipfum non-efle quid poflir conferre ad efle? Nonne proprium fit , ftupore dignum videri poteft, deridiculum cft dicere rem potius ex non efle…?” (fr:7911-7912) [Ed è vero che ogni cosa prima di essere fatta non è; ma il non-essere stesso cosa può conferire all’essere? Non è forse assurdo e degno di stupore dire che una cosa è fatta piuttosto dal non-essere…?]. L’autore conclude che la materia privata (affetta da privazione) è il soggetto da cui si generano i quattro elementi e poi tutti i corpi: “nunc (altem incelligicar Materiam ede ciufmodi, vt cx ipfa creari poffint imprimis qua- fortem! … rumtaqicn non ideo funt duo diftinguenda Principia,-quafi c(Tc priuatum addat aliquid; aut res Tuum dTc pattiin a materia, partim a tuor Elementa , ac deinde ex Elementis ex- tera omnia corpora” (fr:7915-7917) [ora almeno si fa intendere che la materia è tale che da essa possano essere creati innanzitutto i quattro elementi, e poi dagli elementi tutti gli altri corpi; e non per questo si devono distinguere due principi, come se l’essere privato aggiunga qualcosa, o che la cosa sia in parte dalla materia, in parte dalla privazione].
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43 Il Principio Materiale e le Idee nella Filosofia Platonica: Analisi di un Trattato
Il testo affronta la dottrina platonica dei principi primi, contrapponendola a quella aristotelica, e si concentra sul ruolo della materia, dell’Idea e del Dio come cause della realtà. L’autore esamina la concezione platonica di una materia informe e infinita, delle Idee come exemplaria eterni, e della loro relazione con il mondo sensibile, citando numerose fonti antiche e patristiche.
Viene esplicitato il sistema dei tre principi in Platone: “tria fuifTe ab ipfo conftirura Principia, Deum, Ideam, & Materiam” (fr:7924) [tre principi stabiliti da lui: Dio, l’Idea e la Materia]. La materia è descritta come principio ricettivo, infinito non per estensione ma per capacità di assumere forme: “Materiam Infinitam dici, non qubd immense extendatur … fed qudd infinite variari, ipfarii efic omnis formx , qualitatifquc expertem” (fr:7931) [si dice che la Materia sia infinita, non perché si estenda immensamente … ma perché può variare all’infinito, essendo priva di ogni forma e qualità].
Un elemento peculiare è la metafora del sigillo per spiegare l’Idea: “Plato concipit Ideam veluti figillum, quod pro fui figuratione figuram imprimit in cera, aliave re, cui applicatur” (fr:7966) [Platone concepisce l’Idea come un sigillo, che per la sua configurazione imprime una figura nella cera o in altra materia a cui viene applicato]. L’Idea è quindi un exemplar eterno nella mente divina: “Plato Ideas fiatuunt fiparalnleit a & Materia ,acin ipfo InteUeclu , Imaginatione Dei , qui ipfa Mens efi ,fubfiflent eis” (fr:8014) [Platone stabilisce che le Idee sono separate dalla Materia e sussistono nell’Intelletto stesso, nell’Immaginazione di Dio, che è la stessa Mente].
Il testo distingue nettamente tra universali e individui: le Idee riguardano solo i generi, non le cose singolari. “Vult enim folum efte Ideas immed diatorum generum … non item Indiuiduotum , vt Socratis, Bucephali ,aut huius ignis lingularis” (fr:7980-83) [Vuole infatti che ci siano solo Idee dei generi immediati … non invece degli individui, come Socrate, Bucefalo o questo singolo fuoco]. L’universale platonico è ante multa, mentre per Aristotele sarebbe post multa: “Plato autem, akm non neget efle aliquid Vniuerfale in multis … admific tamen etiam Vniuerfale ante multa, videlicet ipfam Ideam, k qua Angularia omnia pendeant” (fr:7997) [Platone, sebbene non neghi che vi sia qualcosa di universale nelle cose singolari … ammette tuttavia anche un universale prima delle cose singolari, cioè l’Idea stessa, da cui dipendono tutti i singolari].
Storicamente, il trattato documenta il dibattito scolastico sulla dislocazione delle Idee – se nel cielo o nella mente divina – e confuta la caricatura aristotelica che le chiamava “vaniloquia”. L’autore insiste che Platone non le collocò in un luogo empirico, ma nella Mente divina, citando a sostegno i Padri della Chiesa: “quod przter varia … docent Se Platonici omnes,& pleriq; Sandorum Patrum, vt cx GrxcisTheodoretus, ex Latinis Augustinus” (fr:8009-14) [il che, oltre a varie testimonianze, insegnano tutti i Platonici e molti dei Santi Padri, come tra i Greci Teodoreto, tra i Latini Agostino]. Il testo rappresenta quindi una testimonianza della ricezione tardo-rinascimentale del platonismo, con un’attenzione filologica e dossografica che intreccia fonti classiche e cristiane.
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44 La Provvidenza Divina come Principio Efficiente e Reggitore del Mondo
Il testo argomenta la necessità della Provvidenza divina come causa efficiente, conservatrice e ordinatrice del mondo, confutando le obiezioni epicuree.
Il trattato si apre stabilendo il fondamento teologico della Provvidenza: nulla è più degno della maestà suprema di Dio della cura delle cose, poiché tale cura dimostra la sua infinita sapienza, potenza e bontà. Viene posta una domanda retorica: “Quomodo id verd , fi agens EJT» Deum res fuas nullius rei gereret curam?” - (fr:10095) [Come sarebbe ciò, se l’agente, cioè Dio, non si prendesse cura di alcuna cosa?]. Si conclude che, essendo Dio Ottimo, è necessario che tutte le cose percepiscano la sua somma bontà.
Il rapporto di Dio con il mondo è di dipendenza intrinseca e continua. Il mondo, creato da Dio, non può essere abbandonato dal suo Autore. L’argomento è sviluppato con un’analogia fondamentale: “Eft igitur potius Deus caufa Mundi ,co modo, quo Solcaufa lucis ; ac proinde, quemadmodum lux ex acre perit , (i Sol ceflct influere ita eft Mundus penitus recafurus in nihilum, fi Deus ipfi fupponere delinat falutarera manum.” - (fr:10103) [Dio è dunque causa del Mondo, allo stesso modo in cui il Sole è causa della luce; e pertanto, come la luce svanisce dall’aria se il Sole cessasse di influenzarla, così il Mondo ricadrebbe completamente nel nulla, se Dio smettesse di porvi la sua mano salvifica]. Il mondo non è autosufficiente perché non ha in sé l’esistenza, che deriva solo da una forza continuativa.
L’ordine complesso e finalizzato dell’universo richiede un reggitore. La complessa macchina del mondo, composta da parti tanto grandi e varie, non potrebbe sussistere senza un governatore. Vengono offerte molteplici metafore: “Deum dixerunt efle in Mundo, quod eft Gubernator in naui.” - (fr:10105) [dissero che Dio è nel Mondo, come il Timoniere nella nave], e ancora Auriga, Precettore, Padre di famiglia, Principe, Imperatore. La confusione è inevitabile senza un moderatore.
L’argomento principale a favore della Provvidenza è tratto dalla contemplazione del mondo stesso. L’osservazione della disposizione, dello splendore, della costanza e dell’armonia dei corpi celesti e terrestri, con tanta simmetria e connessione, costringe ad ammettere una divinità la cui sapienza guida tutto. Viene citato Cicerone a sostegno: “Vtfi quis in domum aliquam, aut ingymnafium,aut inforum venerit ; cum videat omnium rerum rationem , modum , difciplinam , non poflit eafine caufa fieri indicare ; fdefit aliquem intcUigat, qui prsfit,&cui pareatur : multo magu in tantis motibut ,tantifqne vicifiitudinibut tam multarum rerum, atque tantarum ordinikut,in quibus nihil vnquam immtnfa , & infinita ventilat mentitafit , flatuat nectjfc efl ab aliqua mente tmtoi natura motusgubernari.” - (fr:10118) [Come se uno entrasse in una casa, in una palestra o in un foro, e vedesse in ogni cosa ordine, misura e disciplina, non potrebbe pensare che ciò avvenga senza una causa, ma capirebbe che c’è qualcuno che presiede e al quale si obbedisce: tanto più, in mezzo a moti tanto grandi e a così tante vicissitudini di cose, deve necessariamente stabilire che tali moti sono governati da una mente].
Le obiezioni epicuree vengono affrontate. La prima obiezione sostiene che la natura beata e immortale di Dio non potrebbe occuparsi delle cose terrene senza turbarsi e perdere la sua felicità. Ciò viene confutato affermando che, a differenza dell’uomo limitato, Dio, essendo onnisciente, onnipotente e onnipresente, non fatica affatto nel governare il mondo. La sua attività provvidenziale, lungi dall’essere un peso, è fonte di somma gioia. La seconda obiezione nega la Provvidenza speciale per gli uomini, basandosi sull’idea che Dio non possa provare né ira né gratitudine. Il testo risponde che la cura di Dio per tutti gli esseri, anche per i minimi capelli, è evidente dall’ordine cosmico. Viene sostenuto che non è indegno di Dio occuparsi delle cose più piccole, così come il Sole non si sporca generando vermi, perché la dignità non è nella materia ma nel fine e nell’ordine. La complessità del mondo e la sua meravigliosa armonia non possono essere frutto del caso, ma richiedono una causa sapiente. Infine, la Provvidenza divina è una causa generale di tutte le cose, che agisce attraverso una serie di cause naturali, e negare la causa prima significherebbe allontanarsi dal Padre ottimo.
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45 Il problema del male e la confutazione della provvidenza divina nel dibattito epicureo-stoico
“Itaque infeliciter natus iacet, manibus, pedibusque deuinctus : flens animal, caeteris imperaturum , a suppliciis vitam auspicatur , vnam tantum ob causam, quia natum est.” – (fr:10185) [Così il nato giace infelice, legato mani e piedi: piangendo, destinato a comandare sugli altri, inizia la vita con supplizi, per una sola ragione: perché è nato.]
Il testo raccoglie e discute gli argomenti epicurei contro l’esistenza di una provvidenza divina, incentrati sull’evidenza del male e della sofferenza umana. L’immagine della fragilità dell’infante, indifeso e piangente, è ricorrente: “Nauita nudus humi iacet infans, indigus omni” – (fr:10206) [Il fanciullo giace nudo al suolo, privo di ogni aiuto]. A ciò si aggiunge la descrizione pliniana della nudità umana, che distingue l’uomo dagli altri animali: “Hominem tantum nudum, & in nuda humo natali die” – (fr:10216) [L’uomo solo nudo, e nudo sul suolo nel giorno natale].
Il nucleo dell’argomentazione epicurea è formulato in un celebre dilemma, attribuito a Lattanzio: “Aut Deus vult tollere mala, & non potest; aut potest, non vult; aut neque vult, neque potest; aut & vult & potest.” – (fr:10208) [O Dio vuole togliere i mali e non può; o può e non vuole; o né vuole né può; o vuole e può]. Ciascuna alternativa porta a una conclusione incompatibile con la natura divina: “Si vult & non potest, imbecillis est, quod non Deo. Si potest, non vult, inuidus, quod aeque alienum a Deo. Si neque vult, neque potest, & inuidus & imbecillis est.” – (fr:10210-10212) [Se vuole e non può, è debole, cosa non da Dio. Se può e non vuole, è invidioso, cosa ugualmente estranea a Dio. Se né vuole né può, è invidioso e debole].
Gli epicurei sottolineano la disparità tra buoni e malvagi: “Bonos quidem neglegi, paupertate, morbis, servitute censeri; homines autem scelere omni contaminatos honore, divitiis praeesse, & liberis imperare.” – (fr:10241) [I buoni vengono trascurati, oppressi da povertà, malattie, servitù; gli uomini contaminati da ogni delitto eccellono per onori, ricchezze e comandano sui figli]. Cicerone, citato nel testo, riprende il lamento di Telamone: “Si curent, bonis bene sit, malis male; quod nunc abest.” – (fr:10226) [Se si prendessero cura, ai buoni andrebbe bene, ai malvagi male; ciò che ora non accade]. A ciò si aggiunge l’osservazione che i più religiosi sono spesso i più colpiti: “Maxime autem commonebat homines imprimis religiosos grauioribus malis affici.” – (fr:10205) [Soprattutto faceva notare che gli uomini più religiosi sono colpiti da mali più gravi].
Il testo riporta anche la replica stoica, per cui le punizioni divine si estendono ai discendenti, ma viene ironizzata: “O miram aequitatem Deorum! Ferretne ulla civitas latorem istiusmodi legis, ut condemnaretur filius aut nepos, si pater aut avus deliquisset?” – (fr:10247-10253) [O meravigliosa equità degli dèi! Quale città sopporterebbe un legislatore di tal genere, per cui il figlio o il nipote sia condannato se il padre o l’avo ha delinquito?]. Analogamente, Bione paragona un dio che punisce nei figli a un medico che cura il nipote per la malattia del nonno (fr:10254).
Tra le molte citazioni di autori antichi spicca quella di Claudiano: “Saepe mihi dubiam traxit sententia mentem, / Curarent Superi terras an nullus inesset / Rector, & incerto fluerent mortalia casu.” – (fr:10233) [Spesso un’opinione dubbia mi ha trascinato la mente: se gli dèi si curino delle terre o non vi sia alcun reggitore e le cose mortali fluiscano con sorte incerta]. E Ovidio: “Cum rapiant mala fata bonos, ignoscite fasso, / Sollicitor nullos esse putare Deos.” – (fr:10244) [Poiché le cattive sorti rapiscono i buoni, perdonatemi se confesso, sono indotto a pensare che non vi siano dèi].
Il significato storico del testo è duplice. Da un lato, testimonia la persistenza dell’argomentazione epicurea nel dibattito filosofico tardo-antico, tramandata da autori come Cicerone, Lucrezio, Plinio e Lattanzio. Dall’altro, mostra il tentativo dei Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Lattanzio) di confutarla, pur riconoscendone la forza: “Epicurus, qui … D. Augustinus potuisse illum gloriari” – (fr:10256). Il testo si conclude con un richiamo alla necessità di una retribuzione ultraterrena, data l’ingiustizia visibile nel mondo: “An heic indicem, quod inter agendum de Animi immortalitate dicetur, cum necesse sit Deum esse iustissimum, nihil aequius videri, quam ut prouideat homini de statu immortalitatis, in quo scilicet post interitum consequantur praemia vel supplicia, quae plerumque dum est in vivis non assequitur.” – (fr:10265-10266) [Forse qui indico che, quando si tratterà dell’immortalità dell’anima, poiché è necessario che Dio sia giustissimo, nulla sembra più equo che egli provveda all’uomo sullo stato di immortalità, in cui dopo la morte seguano premi o supplizi che per lo più non si conseguono mentre è in vita].
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46 Sulla Provvidenza Divina e la confutazione dell’Epicureismo
Il testo, tratto da un trattato scientifico-teologico di età moderna, sostiene la necessità di una provvidenza speciale di Dio verso l’uomo, contro le tesi epicuree dell’indifferenza divina, fondandosi sull’ordine cosmico, sulla natura delle passioni divine e sul ruolo della ragione umana.
Il brano si apre con una domanda retorica che mette in crisi il fondamento stesso del culto religioso se gli dèi fossero indifferenti: “An adiiciani tacitum lunt /tec curat omnino jnec quid agamus animad- lenium […] Quidefi , quod viles Diis immortalibus cultus, honores , preces adhibeamus?” – (fr:10267) [Forse aggiungono un silenzio nascosto? Non si cura affatto né nota ciò che facciamo… Che cos’è dunque che facciamo ricorrere agli dèi immortali vili culti, onori, preghiere?]. Subito dopo si afferma che, nonostante l’empio tenti di negare la Provvidenza, non può deporre la coscienza, “qux cftfcmpcr illi plufquam mille tcftcs” – (fr:10268) [che è per lui sempre più di mille testimoni].
Viene quindi introdotto il tema della conoscenza innata di Dio: “imprcila fit noftris animis anticipata notio, qua Deum tes noftras curare fentiamus” – (fr:10269) [è impressa nelle nostre anime una nozione anticipata, per cui sentiamo che Dio si cura delle nostre cose]. L’argomento si rafforza osservando che proprio nelle avversità gli uomini si rivolgono a Dio: “verum excitatur statim in aduersis, nullumquc nuius, atquc prxfcntius, quam ex festum quoque videtur tanto Deum fpecialiius prouidere hominibus” – (fr:10270) [ma essa viene subito risvegliata nelle avversità, e nulla è più presente di quanto sembri che Dio provveda più specialmente agli uomini].
Un nucleo importante è costituito dalla contemplazione dell’universo come prova della provvidenza. L’autore chiede: “Ad quid enim tantus decor Vni- poteft excipi, vt argumentari etiam quafi ad uerfi.nifi eftet Homo,qui confiderarer,ip$6qi hominem aduersus Epicurum poflit.” – (fr:10275) [A che scopo infatti un così grande ornamento dell’universo potrebbe essere ricevuto, se non ci fosse l’uomo che lo considerasse e potesse cantare un inno all’Autore?]. E ancora: “An tam tur libet exhibere Deo vifum cft, nec prouidere Jpepedatore ?” – (fr:10277) [Forse è parso a Dio così bello mostrare uno spettacolo e non provvedere allo spettatore?].
La discussione si sposta poi sulla natura delle passioni in Dio. Citando Seneca, si distingue l’ira divina come mera giustizia: “Turpare poteft illud Senccx , Procedam in f je | fa l( Tribunal , non furens, nec infefhu , fed vultu Ca/ftndi Phyfica” – (fr:10283) [Può essere biasimevole quel detto di Seneca: «Procederò in tribunale non furioso né ostile, ma con il volto della fisica castigata»]. Più avanti, si discute se in Dio possa esservi diletto: “Sin delegetur ; perspicuum eft.dclcclationcm clTc affe&ionum, (cu paffionum vnam, atque ideo non omnem, omnive modo acceptam paffionem alienam efle 1 diuina natura” – (fr:10294) [Se invece Egli prova diletto, è chiaro che il diletto è una delle affezioni o passioni, e quindi non ogni passione accolta in qualsiasi modo è estranea alla natura divina].
La questione del male e della libertà umana è affrontata con citazioni da Lattanzio. Dio ha creato l’uomo a sua immagine e gli ha dato la saggezza, ma anche la possibilità di scegliere tra bene e male: “Propofuit tamen ei & bona, & mala , quia fapientiam dedit , cuius omnis ratio in difitmtndis malisju bonis pojita &eft.” – (fr:10335) [Tuttavia gli propose sia i beni che i mali, perché gli diede la saggezza, la cui intera ragione consiste nel discernere i mali dai beni]. E ancora: “Non potefi enim qui/quam eligere meliora fcire quid bonumfit , nifi(liat fimul rttjcere, ac vitare , qua mala Junt.” – (fr:10336) [Nessuno infatti può scegliere le cose migliori, sapere che cosa sia il bene, se non sa al contempo respingere ed evitare ciò che sono i mali]. L’esistenza del male è dunque necessaria per l’esercizio della saggezza: “Namfi malum nullum fit, nudum periculum, nihil denique, quodladere virium,neque firmitas corporis efficere potefi, quo minus aut opprimantur a nobis, aut notha /ubtilafint p«ei?«: Potetl-ne igi- tur aliquis […] queri de Opi- hominem pejfit ,• tollitur omnis materiafapitntia, nec erit nomini neceffaria.”* – (fr:10341–10343) [Poiché se non vi è alcun male, nessun pericolo, nulla che possa ledere, né la forza del corpo può fare che gli animali non siano oppressi da noi o che le loro tane siano sottili, conclude: «Può dunque qualcuno, quando vede anche buoi e vacche, o cavalli, o elefanti con corpi e forze immani servire all’uomo, lamentarsi del Creatore…?»; se non ci fosse il male, verrebbe tolta ogni materia alla saggezza, e non sarebbe necessaria all’uomo].
Infine, viene ribadita la superiorità della ragione umana sulla forza bruta degli animali, come sintetizzato in: “Itafit , vt plus homini conferat ratio , quam natura mutts ; quoniam in iBts neque magnitudo lifquejum demum optes suum peragit /aptentia, & quidem bonum a t>petit ad vtilitatem , malum rei/cit ad/alutem.” – (fr:10341) [Così accade che la ragione rechi più vantaggio all’uomo di quanto la natura rechi ai muti; poiché in essi né la grandezza né la forza del corpo possono fare che non siano oppressi da noi, mentre la saggezza compie il suo ufficio, e il bene lo cerca per utilità, il male lo respinge per salvezza]. La lode alla divina bontà conclude il brano: “Vides ergo magis propter porc(t,qui expolito hominum dominia in ex- tera otnnia, Qfid veri, inquii feminum ratio, .dena«.De.”* – (fr:10351) [Vedi dunque che, più per questo, una volta esposto il dominio degli uomini su tutte le cose esterne, la ragione del seme disse la verità].
Il testo rappresenta una densa difesa della provvidenza speciale, tipica della teologia naturale del XVII–XVIII secolo, che intreccia citazioni classiche e patristiche per confutare l’epicureismo e affermare un Dio personale, giusto e attento alle vicende umane.
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47 Il moto e la quiete: atomi, gravità e cause nel trattato di fisica
Il testo esamina la natura del moto, partendo dal comportamento degli atomi, per giungere a una critica della dottrina aristotelica sulla gravità e sul moto dei gravi. L’autore sostiene che il moto atomico è intrinsecamente perpetuo e che la quiete assoluta non esiste; la violenza è sempre relativa a una natura particolare, non a quella universale. Viene poi discussa la distinzione tra moto naturale e violento, con particolare attenzione al moto dei corpi pesanti e leggeri, e infine si analizza la causa della gravità, rifiutando la spiegazione basata sul luogo e proponendo una forma di attrazione o trasmissione.
L’argomentazione si apre con il principio di azione e reazione tra atomi: “Ex quo efficitur , vt quia, quantum vna Atomus in aliam iinpatta ipfam impellit,tamum ab ipfa repellitur , sicque impetus neque incrcfcir, neque dccrefcit ; fcd ob fa&am compenfa- tionem idem fempet manet , & motus idcin perfeuerat” – (fr:10644) [Da ciò risulta che, poiché quanto un atomo spinge un altro nell’impatto, altrettanto ne viene respinto, e così l’impulso non aumenta né diminuisce, ma per la compensazione rimane sempre lo stesso e il moto persiste]. Questo porta all’assenza di quiete assoluta: “nulla e fle pq^it abfoluta , fcu omnimoda quies, ranquam nifu cxfiftcnte perpetuo , Sc agita- tione continua ( inteftini licet , infcnlibili- que )” – (fr:10645) [non può esserci una quiete assoluta o totale, come se esistesse uno sforzo perpetuo e una continua agitazione, anche interna e insensibile]. Il moto atomico è quindi più naturale della quiete, e ogni moto è naturale in origine, mentre la violenza è secondaria (fr:10647–10648). La violenza è sempre relativa a una natura specifica, non a quella universale; per esempio, la corruzione e la generazione sono naturali dal punto di vista del tutto, sebbene violente per le singole nature (fr:10649). Anche il moto animale, pur considerato naturale, implica violenza, come mostra la fatica e la riflessione continua (fr:10650).
La questione del moto dei gravi viene affrontata criticando la distinzione aristotelica tra moto verso l’alto (violento) e verso il basso (naturale). L’autore riporta l’argomentazione: “lapis non fertur fuk naturi fursum , fertur autem fui naturi deorsum ; unquam habens in fe principium iftius , non illius motus” – (fr:10656) [la pietra non è portata per sua natura verso l’alto, ma è portata per sua natura verso il basso, avendo in sé il principio di quel moto, non dell’altro]. Tuttavia, il testo mette in dubbio che il principio attivo risieda nella pietra, e propone invece una distinzione tra principio passivo (materia) e attivo (forma), concludendo che nella pietra vi è solo il principio passivo (fr:10657–10659). Viene quindi esposta la dottrina aristotelica del moto per sé e per accidente (fr:10662–10669), e la suddivisione del moto rettilineo in verso il centro (grave) e lontano dal centro (leggero) e circolare (fr:10670–10671). Ma l’autore osserva che non è chiaro se i corpi celesti si muovano da un principio interno, e propone di ricorrere al criterio dell’equabilità come carattere distintivo: “Aequabilitas af- quidem his vocibus ili , moucri fecundum fumi poreft , quah charaflcr , quo , fi motui naturam , fiuc naturaliter , Sc moueri prxter (concrive) naturam, fiuc violenter : fed cum adfit , iudicemus naturalem , fi abfit , vioientum*” – (fr:10676) [L’equabilità può essere assunta come carattere in base al quale, se al moto è presente, lo giudichiamo naturale; se assente, violento]. I moti celesti sono naturali perché equabili e perpetui (fr:10680–10682), mentre i moti rettilinei dei gravi e dei leggeri sono violentissimi perché iniquabili e di breve durata (fr:10686–10689). L’accelerazione dei corpi cadenti è indicata come prova della loro iniquabilità e violenza (fr:10690–10692).
L’analisi delle cause del moto distingue tra impulso (pulsione) e trazione. Viene criticata la spiegazione aristotelica che attribuisce il moto al generante; l’autore nota che il generante può essere assente o non esistere più, e che in tal caso non può essere causa efficiente (fr:10697–10698). Il moto di un proiettile è considerato violento e viene paragonato a un moto impresso dall’esterno (fr:10699). Si discute anche il ruolo dell’aria come mezzo impulsivo, ma l’autore rigetta tale spiegazione per il moto dei gravi: “Conlunxe- ram, inquam, & maxime quidem, vr dicerem caufam eius proportionis , qua acccleratio cadentium incrifcit , vt attingendum quoque mox cA : verum re deinceps attentius fpe&arJ , vifus mihi fum deprehendere Im- pulfionem acris nullam eAc” – (fr:10705) [Avevo congiunto, e soprattutto per dire la causa di quella proporzione con cui cresce l’accelerazione dei cadenti, ma poi, esaminata più attentamente la cosa, mi sono sembrato di cogliere che l’impulso dell’aria è nullo]. L’accelerazione dei cadenti non può essere spiegata dall’aria, perché altrimenti anche i proiettili verso l’alto accelererebbero (fr:10706–10710). Resta quindi l’attrazione come possibile causa, ma l’autore premette una critica alla nozione aristotelica di gravità come qualità intrinseca al luogo.
La gravità non può essere una qualità della pietra che la porta a cercare un luogo preciso, perché la pietra ha già un luogo ovunque si trovi (fr:10713). L’esperimento mentale della distruzione del mondo mostra che, se restasse solo una pietra in una vasta inanità, non avrebbe alcuna direzione privilegiata: “Intelligamus certe Deum, ciun lapis tenetur in aere medio , redigere in nihilum vniuerfam machinam Mundi, & relinquere solin lapidem : Quxfo inrclligimuf-ne lapidem eo cafu ire mutatum locum ?” – (fr:10719) [Certo immaginiamo che Dio, mentre la pietra è tenuta in mezzo all’aria, riduca al nulla tutta la macchina del Mondo e lasci solo la pietra: chiedo, forse intendiamo che la pietra in quel caso vada a cambiare luogo?]. In assenza di Terra e centro, non vi sarebbe moto verso nulla. La pietra tende dunque verso il corpo della Terra, non verso il centro: “videtur omnino ferri in Terram per se , & in locum Terrx solum ex accidenti” – (fr:10727) [sembra che sia portata verso la Terra per sé, e verso il luogo della Terra solo per accidente]. Ciò è confermato dall’ipotesi di uno spostamento della Terra: la pietra cadrebbe verso la nuova posizione della Terra, non verso il vecchio centro (fr:10731).
Infine, viene postulata la necessità di una trasmissione dalla Terra alla pietra per spiegare la gravità. Se non vi fosse alcuna comunione tra Terra e pietra, né emissione di alcunché, la pietra non si muoverebbe (fr:10732–10733). L’aria da sola non basta, perché circonda uniformemente; deve intervenire qualcosa che provenga dalla Terra: “Itaque prxter aerem , necefle eft admittas aducnire aliquid cx Terra in lapidem , cui fimile quid alia ex parte non aducniat” – (fr:10735) [Perciò, oltre all’aria, è necessario che tu ammetta che qualcosa giunga dalla Terra alla pietra, qualcosa di simile che dall’altra parte non giunga]. Tale trasmissione è paragonata all’azione di un frutto che invia la sua specie al fanciullo, attirandolo (fr:10737).
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48 Analisi del Trattato sul Moto e l’Attrazione Magnetica
Il testo, tratto da un trattato scientifico, esamina la natura del moto dei corpi cadenti e la gravità, utilizzando il magnetismo come modello esplicativo centrale. L’autore sostiene che la Terra sia un enorme magnete e che l’attrazione terrestre sia analoga a quella magnetica, criticando al contempo le spiegazioni aristoteliche e proponendo una nuova comprensione dell’accelerazione, con riferimenti espliciti alle recenti scoperte di Galileo.
La similitudine tra magnete e Terra viene introdotta fin dall’inizio: “Quanquam quid alia similia quaeram, cum nihil possit magis appositum afferri, quam Magnes, in quem Ferrum tendit” (fr:10738) [“Sebbene perché cerco altre cose simili, dal momento che nulla può essere addotto di più appropriato del magnete, verso cui il ferro tende”]. L’autore sviluppa questa analogia affermando che la Terra stessa è un magnete: “nihil esse aliud, quam ingentem Magnetem, et magnetem, qui eruitur ex mineris nihil esse aliud, quam paruulam Terram” (fr:10761) [“null’altro essere che un immenso magnete, e che il magnete estratto dalle miniere non è altro che una piccola Terra”].
Viene inoltre messa in discussione la tradizione aristotelica, in particolare l’idea che i corpi più gravi cadano più velocemente. L’autore nota che Aristotele non verificò sperimentalmente le sue affermazioni: “unus fere Aristoteles dixit, qui experimento probare non potuit” (fr:10769) [“quasi solo Aristotele lo disse, ma non poté provarlo con l’esperimento”]. E più avanti: “manifèstum est, Aristotelem … nunquam fuisse rem facilimam expertum; lapidem nempe … non cadere celerius … quam quod dumtaxat pependerit unciam” (fr:10783) [“è manifesto che Aristotele non fece mai l’esperimento facilissimo: una pietra … non cade più velocemente di una che pesa solo un’oncia”].
Il cuore della discussione riguarda l’accelerazione dei corpi in caduta. Il testo sottolinea la novità di una definizione recente: “Nuper itaque eximius Galilcus tum motum aequabiliter acceleratum definiuit illum, qui i quiete recedens, aequalia celeritatis momenta, non spatiis aequalibus, sed aequalibus temporibus acquirit” (fr:10831) [“Recentemente l’egregio Galileo definì il moto uniformemente accelerato come quello che, partendo dalla quiete, acquista uguali incrementi di velocità non in spazi uguali, ma in tempi uguali”]. Questa definizione segna un punto di svolta rispetto alle teorie precedenti, come quella attribuita a Ipparco. Il testo ricorda: “Memorabilis ad haec est, quae ab eodem Simplicio recitatur Hipparchi sententia” (fr:10808) [“Memorabile a questo proposito è l’opinione di Ipparco, riportata dallo stesso Simplicio”], secondo cui la velocità di caduta aumenta per accumulo di impulsi successivi.
Il meccanismo fisico dell’attrazione viene spiegato mediante corpuscoli sottili che fluiscono dal magnete o dalla Terra: “fluant insensilia corpuscula, quae attingant, afficiant, pelliciant ferrum” (fr:10757) [“fluiscano corpuscoli insensibili, che tocchino, affettino, attraggano il ferro”]. Questa concezione corpuscolare serve a giustificare l’azione a distanza senza ricorrere a qualità occulte.
Infine, l’autore analizza la proporzione dell’accelerazione, respingendo modelli che non corrispondono all’esperienza. Viene mostrato che se l’incremento fosse dovuto solo all’accumulo di impulsi, si avrebbe una progressione irreale: “ex brevi progressu per hos numeros, unum, quatuor, undecim, triginta unum, octoginta quatuor, etc. … quod et ab omni experientia longissime dissonat” (fr:10827-10828) [“da un breve progresso attraverso questi numeri – uno, quattro, undici, trentuno, ottantaquattro, ecc. – … ciò discorda grandemente da ogni esperienza”]. L’unica spiegazione coerente con i fatti è quella galileiana dell’accelerazione uniforme.
In sintesi, il trattato rappresenta un importante documento di transizione dalla fisica aristotelica a quella moderna, utilizzando l’analogia magnetica per ridefinire la gravità e incorporando le nuove scoperte di Galileo sull’accelerazione, pur mantenendo un approccio ancora intriso di linguaggio scolastico.
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49 Analisi del moto accelerato e dei proiettili in un trattato scientifico del XVII secolo
La caduta dei gravi è descritta con la progressione dei numeri dispari: “parteis autem (patij xqualcis, duc mavis fpatia , qux momentis ungulis continenter percurruntur, incrcfccrc ungulis momentis iuxta progref(ionem non vnirarum , (cd numerorum ab vnitate imparium” - (fr:10834) [le parti dello spazio uguale, o se preferisci gli spazi che sono percorsi continuamente in singoli momenti, aumentano in ogni momento secondo la progressione non delle unità, ma dei numeri dispari a partire dall’unità]. I numeri quadrati derivano dalla somma di dispari: “conficiuntur ex continua additione numerorum imparium” - (fr:10836) [sono formati dalla continua addizione dei numeri dispari]. Ne consegue che “aggregata fpariorum ab initio vfque motus peradorum efte vt quadrata temporum” - (fr:10837) [i cumuli degli spazi percorsi dall’inizio del moto sono come i quadrati dei tempi].
Galileo verificò empiricamente la legge: “narrat ille obferuaflc fe affumpti altitudine Florentinorum Brachiorum cenrum… ditniffum ex hac altitudine globum , decidere per ipfam fpatio minutorum fecundorum quinque” - (fr:10842) [egli narra di aver osservato, presa un’altezza di cento braccia fiorentine, che un globo lasciato cadere da tale altezza percorreva lo spazio in cinque secondi primi, o dieci mezzi secondi]. In questo esperimento il globo percorreva 1 braccio nel primo mezzo secondo, 4 nel secondo, 9 nel terzo, e così via fino a cento nel decimo. Mersenne corresse la misura: “intea quinque horx fecunda decidere globum ex altitudine non centum odoginta pedum , (ed trecentorum” - (fr:10843) [intanto Mersenne vide che un globo cade in cinque secondi da un’altezza non di centoottanta piedi, ma di trecento]. La proporzione rimase confermata anche su piani inclinati: “grauia tardius quidem per inclinatum planum feruntur , (cd eadem tamen accelerationis ratione” - (fr:10846) [i gravi si muovono più lentamente lungo un piano inclinato, ma con la stessa ragione di accelerazione]. Un esperimento con un tubo inclinato di due orge e globi rilasciati simultaneamente mostrò che arrivavano al fondo nello stesso tempo: “obfcruatos fuifle eodem momento, fimulve ad fundum pertinere” - (fr:10847) [furono osservati arrivare al fondo nello stesso momento, simultaneamente].
La dimostrazione geometrica utilizza un angolo rettilineo: “diuidimus enim vtrumque latus certis pundulis in parteis xqualcis , ac ducimus lineolas ex pundis vnius ad rcfpondcmia punda alterius” - (fr:10851) [dividiamo infatti ciascun lato in parti uguali con certi punti, e tracciamo linee dai punti di un lato ai punti corrispondenti dell’altro]. Le parti uguali dei lati rappresentano tempi uguali e momenti temporali: “ipfx imprimis partes xquales lateris vtriufvis referre polTum tempora, momenti- ve temporis xqualia” - (fr:10852) [le stesse parti uguali di ciascun lato possono rappresentare tempi, o momenti di tempo uguali]. La linea che scorre tra i lati, crescendo uniformemente, rappresenta la velocità crescenti: “hxc linea reprxfentare celeritatem vniformiter increfcentem” - (fr:10853) [questa linea può rappresentare la velocità uniformemente crescente].
La caduta di corpi di peso diverso avviene con la stessa velocità: “duo globi plumbei , vnus vnius vncix, alter librarum centum , & plurium , pari tempore decidant” - (fr:10865) [due globi di piombo, uno di un’oncia, l’altro di cento libbre e più, cadono in tempo uguale]. Ciò dipende dalla proporzione tra forza traente e parti da muovere: “vt cum fpatium ab vtroque mobili percurrendum xquale fit , po(Gt ab vtroque, xquali, aut eodem tempore percurri” - (fr:10868) [poiché lo spazio da percorrere per entrambi i mobili è uguale, esso può essere percorso da entrambi in tempo uguale o identico]. Tuttavia, se i corpi sono di materiali diversi ma stesso volume, il più grave cade più veloce: “is,qui grauior erit , feratur velocius ea proportione, qua crirgrauior” - (fr:10870) [quello che sarà più grave si muoverà più veloce nella proporzione in cui è più grave] — ma la differenza non è drastica: “non proptercak tamen… attinget Terram decuplo citius” - (fr:10871) [tuttavia non per questo toccherà terra dieci volte più velocemente]. La causa della maggior lentezza dei corpi leggeri è la resistenza dell’aria: “caula vero quamobrem fit aliquantulum tardior, pcrefiftcmiam ) tum quia celeritatis gradus non fe habent vt fpatia, fcd vt tempora, tum quia res foli attradione declarati commodius poteft” - (fr:10873) [la vera causa per cui è un po’ più lento sembra essere principalmente la resistenza dell’aria inferiore].
Il moto dei proiettili viene attribuito all’aria spinta dal proiettile, secondo Aristotele e i suoi seguaci: “moueri dicunt ab aere , qui vnk cum mobili k proiiciente primum motus , tum mobile fi- mul propellat” - (fr:10898) [dicono che [i proietti] sono mossi dall’aria, che, mossa insieme al mobile dal proiettante, poi spinge il mobile]. L’autore sostiene invece che il moto viene impresso al proiettile dal contatto con il proiettante: “nihil penitis polle proiici , nifi proiiciens proieAain rem non modi contingat ( idque vel per fe, vel per infirumeemmuumm,, qiuuoodd ille dicit mouens vt quo ) led etiamm Juo , quo interim agitetur , motu prooppcell-* lat.” - (fr:10904) [nulla può essere assolutamente proiettato, se non che il proiettante non solo tocchi la cosa proiettata, ma anche la spinga con il proprio moto col quale nel frattempo è agitato]. La forza impressa non è altro che il moto stesso: “cum nihil fit aliud imprelTum , quam motus, ad certum fpatium continuandus” - (fr:10911) [poiché nient’altro è impresso se non il moto da continuare per un certo spazio]. In assenza di resistenza, il moto sarebbe perpetuo: “nullum violentum elfe perpetuum; quoniam ibi nulla effiet repugnantia, fiuc rcfiftentia” - (fr:10920) [nessun moto violento è perpetuo, poiché lì non ci sarebbe ripugnanza o resistenza]. La traiettoria di un proiettile non è rettilinea eccetto che verso l’alto o verso il basso: “proiedionem nullam polfc proprie fieri dircac, fiuc fecundum re- olam lincam.nifi auc fursum, aut deorsilm > & ad perpendiculum quidem” - (fr:10921) [nessuna proiezione può essere propriamente fatta in linea retta se non verso l’alto o verso il basso, e perpendicolarmente]. Inclinata o orizzontale, essa devia immediatamente descrivendo una curva: “fiuc fiat oblique, fiuc fecundum horizontem,dcflede- reftatim incipit ^ lcopo,& lineam non redam, fed curuam defcribit” - (fr:10922) [sia fatta obliquamente sia secondo l’orizzonte, comincia subito a deviare dal bersaglio e descrive una linea non retta ma curva].
La velocità di caduta da grandi distanze (Luna, Sole, stelle fisse) viene calcolata in base alla progressione osservata sulla Terra: “fi globus vndecumque ceciderit , incipiat a veloci- tate , pergat per gradus , quos heic obferuamns , necefleeft tandem acquirat pernici- ratem illam incredibilem, quz deferibi folet” - (fr:10886) [se un globo cadesse da un punto qualsiasi, iniziasse con una velocità e proseguisse per i gradi che qui osserviamo, è necessario che alla fine acquisti quella incredibile velocità che si suole descrivere]. I tempi di caduta calcolati nelle ipotesi usuali sono: dalla Luna alla Terra in circa due ore e mezzo, dal Sole in undici ore e un quarto, dalle stelle fisse in un giorno e quindici ore; perforando la Terra, il globo raggiungerebbe il centro in venti minuti, mentre dalla Luna arriverebbe in un minuto e venti secondi, dal Sole in diciassette secondi, dalle stelle fisse in cinque secondi (fr. 10887-10891).
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50 Analisi del moto e della riflessione in un trattato di fisica del Seicento
Il trattato affronta la composizione dei moti nei proietti, la dimostrazione della traiettoria parabolica, gli effetti del moto del sistema di riferimento e la riflessione dei corpi, intrecciando osservazioni sperimentali e argomentazioni teoriche, con frequenti richiami a Galileo e ad Aristotele.
Il moto di un proiettile lanciato obliquamente viene scomposto in una componente verticale e una orizzontale: “Notandum rursus: cum lapis sursum, nec directe tamen, sed oblique proiicitur; motum illius spectari posse, ac si mixtum, compositumve ex perpendiculari, & horizontali” (fr:10927) [Da notare inoltre: quando una pietra viene lanciata verso l’alto, ma non direttamente, bensì obliquamente; il suo moto può essere considerato come misto, composto di verticale e orizzontale]. La componente orizzontale è uniforme: “illi tamen, qui est horizontalis, esse plane aequabilem, siue paris velocitatis” (fr:10972) [ma quello che è orizzontale, essere del tutto uniforme, cioè di uguale velocità]. La componente verticale è ineguale, accelerata in discesa e ritardata in salita. Galileo è esplicitamente citato per la dimostrazione della forma parabolica: “Demonstravit autem Galilaeus esse Parabolicam, feu qualem Geometrae in ambitu coni … describunt” (fr:10931) [Galileo ha dimostrato che è parabolica, o quale i Geometri descrivono nel cono]. Si esclude che la curva possa essere circolare: “manifestum est curvam lineam, quae hoc motu describitur, esse non posse circularem” (fr:10930) [è manifesto che la linea curva descritta da questo moto non può essere circolare].
Un tema centrale è l’influenza del moto del sistema di riferimento. L’esempio della nave in movimento mostra la relatività del moto: se si lancia una palla verticalmente lungo l’albero di una nave in moto uniforme, per chi è sulla nave la palla sembra salire e scendere in linea retta, ma per un osservatore a terra la traiettoria è una semiparabola. “necesse est, translata navi, describat per aerem curvam, que non tibi quidem, oculoque tuo … sed alii tamen, qui extra navim quieverit, observari possit” (fr:10950) [è necessario che, spostata la nave, descriva per l’aria una curva, che non a te né al tuo occhio … ma a un altro che sia rimasto fermo fuori dalla nave, possa essere osservata]. Da ciò si deduce che il moto orizzontale impresso dalla nave si somma a quello verticale del lancio, senza alterare le leggi della composizione.
Il testo affronta anche il problema della riflessione. Si afferma che l’angolo di riflessione è uguale a quello di incidenza: “angulus emersionis est semper aequalis angulo incidentiae” (fr:10995) [l’angolo di emersione è sempre uguale all’angolo di incidenza]. Tuttavia, si discute sulla causa della riflessione: alcuni sostengono che il corpo venga respinto dalla superficie stessa, altri che l’impeto continui a operare dopo l’urto. “Itaque satius longe videtur asserere pilam, cum ex pariete reflectitur, non ab ipso pariete sed ab eo qui illam in parietem proiecit, moveri, impetumque habere” (fr:10999) [Perciò sembra molto meglio affermare che la palla, quando è riflessa dal muro, non viene mossa dal muro stesso ma da colui che l’ha lanciata, e che possiede l’impeto]. La riflessione ideale sarebbe nulla se il proiettile incontrasse una superficie parallela alla sua traiettoria.
Il moto pendolare viene analizzato in relazione alla caduta libera. Si osserva che un peso che oscilla percorre la corda (diametro verticale) nello stesso tempo impiegato a percorrere un tubo inclinato adattato all’arco: “eodem, sive aequali tempore, quo globus movetur per totam diametrum perpendicularem, moveri eum quoque, per hanc lineam, aut tubulum, alveolumve ipsi accommodatum” (fr:11017) [nello stesso tempo, o uguale, in cui il globo si muove per tutto il diametro perpendicolare, muoversi anche per questa linea, o tubo o canale a esso adattato]. Ciò è coerente con la scoperta dell’isocronismo.
Il trattato rivela una tensione tra la nuova scienza galileiana e la fisica aristotelica. Da un lato si riconosce che il moto impresso è per sua natura indelebile: “omnem motum semel impressum esse ex natura sua indelebilem; ac nisi a causa externa, quae eum reprimat, non deminui, desinereve” (fr:10939) [ogni moto una volta impresso è per sua natura indelebile; e a meno che una causa esterna lo reprima, non diminuisce né cessa]. Dall’altro si discute ancora della possibilità di una breve sosta nel punto più alto della traiettoria, che viene negata con argomenti geometri. La trattazione della riflessione e della trasmissione delle vibrazioni (ad esempio, il tremolio dei vetri quando si sbatte una porta) mostra una sensibilità per gli effetti meccanici reali, sebbene la spiegazione resti talvolta legata alla teoria dell’impeto.
Il testo costituisce una testimonianza preziosa dello stato della fisica del moto nel Seicento, con esperimenti mentali (nave, proiettili, pendoli) e un uso sistematico della geometria per descrivere le traiettorie, anticipando la sintesi newtoniana.
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51 Trattato sul moto e la mutazione: pendolo, riflessione e classificazioni aristoteliche
Il testo affronta tre temi principali: le proprietà del moto pendolare, la riflessione dei corpi (in particolare su superfici liquide) e la definizione filosofica di moto e mutazione secondo Aristotele e Platone. L’autore conduce un’analisi sperimentale e teorica, citando osservazioni e confronti con fenomeni ottici, e si inserisce nel dibattito seicentesco sulla fisica del movimento, con chiari echi galileiani.
Moto del pendolo e isocronismo
L’autore descrive le oscillazioni di un peso sospeso a una corda
(penfilis), notando che “si globi in perpendiculo
abdu&usad quadrantis initium, indeque dimiflii, tanto defcendat
tempore ad vfque perpendiculum, quanto defcenderet per diametrum
totam” (fr:11023) [se una sfera, portata all’inizio del
quadrante e lasciata cadere, discende fino al perpendicolo nello stesso
tempo che impiegherebbe a percorrere l’intero diametro]. Dimostra
inoltre che il tempo di discesa è uguale a quello di risalita:
“Quod dico autem de defcenfu, idem de afcenfu, five emerfione
qualicumque, eft intelligendum, cum iam oftenfum fit afcenfum effe
tempore xqualem defcenfui” (fr:11025) [Ciò che dico della
discesa va inteso anche per la salita, poiché è già stato mostrato che
la salita è temporalmente uguale alla discesa].
Un aspetto cruciale è l’indipendenza del periodo dalla massa: “Mirum certe; vbi quiefcentem in perpendiculo globum abduxeris, tametfi ipfum non impellas, effe eum nihilominus ad perpendiculum rediturum” (fr:11020) [È certamente sorprendente: quando si allontana una sfera ferma dal perpendicolo, senza spingerla, essa torna comunque al perpendicolo]. L’autore sottolinea che “fi pio globulo vnius vnciæ appendas globum centum librarum,… non propterea tamen erunt itus, reditufque, fevibrationes celebriores, fed efficientur plane eiusdem, five xqualis durationis cum vibrationibus globuli vncialis” (fr:11026–11027) [se a un filo di un’oncia appendi una sfera di cento libbre, le oscillazioni non saranno più rapide, ma risulteranno della stessa durata di quelle della sfera di un’oncia]. Questo principio viene esteso anche a oscillazioni di ampiezza diversa: “Verum iftud quoque confentit cum eo, quod obfervavimus lapidem ingentem non cadere velocius, quam lapillum” (fr:11028) [Ciò concorda anche con l’osservazione che una pietra grande non cade più velocemente di una piccola].
L’autore stabilisce la relazione tra lunghezza del pendolo e periodo: “nimirum, quo chorda eft brevior, eo celiores vibrationes fiunt; quo prolixior, eo tardiores” (fr:11031) [cioè, quanto più la corda è corta, tanto più rapide sono le oscillazioni; quanto più è lunga, tanto più lente]. Fornisce anche un esempio numerico: “vibratio quæque eius Penfilis, quod fuerit treis Parifinos pedes cum fexta longum; vt intra fpatium vnius horæ peragat vibrationes circiter ter mille fexcentas” (fr:11041) [ogni oscillazione di quel pendolo che è lungo tre piedi parigini e un sesto, compie in un’ora circa tremilaseicento oscillazioni], citando l’osservazione di Mersennus primus [Mersenne].
Infine, l’autore ipotizza che in assenza di resistenza il moto sarebbe perpetuo: “confentaneum videatur fore, vt fi chorda haberi poffet immaterialis, aut nihil ponderans… tum vibratio fecunda tam altum eveheretur, quam prima… adeo vt motus femel cœptus videatur hoc cafu futurus perpetuus” (fr:11037–11039) [sembrerebbe coerente che, se la corda potesse essere immateriale o senza peso, la seconda oscillazione salirebbe tanto in alto quanto la prima, così che il moto una volta iniziato sarebbe perpetuo].
Riflessione e confronto con la rifrazione
L’autore analizza la riflessione dei corpi su superfici piane e liquide,
affermando che “conflat Angulum Reflexionis efTc angulo
Incidentis parem” (fr:11066) [è noto che l’angolo di
riflessione è uguale all’angolo di incidenza]. Spiega che il moto di un
proiettile obliquo è misto: “proie&ionem globi obliquam
effe mixtam, compofitamque ex parallela duplici, altera cum
perpendiculo, altera cum plano” (fr:11068–11069) [la
proiezione obliqua di una sfera è mista, composta da due componenti
parallele, una al perpendicolo e l’altra al piano]. Questa composizione
porta a una traiettoria curva, paragonabile a quella dei raggi
luminosi.
Un fenomeno particolare è il rimbalzo di una pietra sull’acqua, descritto con dettaglio: “quod fi fit proicdio admodum obliqua, vt vnius, duorum, trium, vel quatuor graduum, lapis etiam fupra aquæ fuperficiem ac in aerem refiliat fenfibiliter” (fr:11071–11072) [se la proiezione è molto obliqua, di uno, due, tre o quattro gradi, la pietra rimbalza sensibilmente sopra la superficie dell’acqua e nell’aria]. L’autore spiega il meccanismo: “lapis globufve ea obliquitate incidat in aquam, vt cum propter ipfius molem, cohærentiamque partium, non perinde profcindere ac aerem poffit, axis directionis pro fabræ refidentiæ modulo ita commutatur, vt non modo perveniat ad parallelifmum cum aquæ fuperficie, fed fupra ipfum quoque attollatur” (fr:11075) [la pietra o la sfera colpisce l’acqua con tale obliquità che, non potendo tagliarla come l’aria a causa della sua massa e coesione, l’asse di direzione viene modificato in modo da raggiungere il parallelismo con la superficie e persino sollevarsi al di sopra]. Egli osserva che la pietra può riflettersi con un angolo maggiore di quello di incidenza, e lo attribuisce alla deformazione dell’acqua: “aqua… corraditur solum, non tam premitur deorsum, quam antrorsum compellitur; fortulaque adeo excavata aqua… lapidi antrorsum tendenti quasi obex faba viam eius faciat sursum directiorem” (fr:11076–11077) [l’acqua viene solo raschiata e non tanto spinta in basso quanto spinta in avanti; la piccola conca d’acqua così scavata fa da ostacolo alla pietra che avanza, rendendo la sua via più diretta verso l’alto].
Per incidenze più verticali, invece, la riflessione è minima o nulla: “minor obliquitas… tunc aqua non tam fecundum fuperficiem corraditur, quam introrsum propellitur… lapis nufquam emergit, fed abforptus manet” (fr:11079) [con minore obliquità l’acqua non viene raschiata ma spinta internamente; la pietra non emerge mai ma viene assorbita]. L’autore traccia anche un parallelo con la rifrazione della luce, notando che “lapis penetrans in aquam, non meatum sibi commenfuratum reperit, sed ob vim impressam sibi ipse facit, neque in ipso ingressu pari evolutione axis” (fr:11063) [la pietra penetrando nell’acqua non trova un percorso commisurato, ma se lo crea da sé grazie alla forza impressa, senza che l’asse subisca una rotazione analoga a quella dei raggi luminosi].
Classificazione filosofica di moto e mutazione
Il testo si conclude con una disamina terminologica, citando Aristotele
e Platone. L’autore afferma che “Aristoteles Mutationem pro
genere habet… partitur ita vt omnis Mutatio inter duos terminos
versetur” (fr:11086) [Aristotele considera la mutazione come
genere… la divide in modo che ogni mutazione avvenga tra due termini].
Egli elenca le sei specie del moto secondo la tradizione aristotelica:
“Generationem, Corruptionem, Accretionem, Diminutionem,
Alterationem, & Lationem… duae primae secundum substantiam; duae
sequentes secundum quantitatem; quinta secundum qualitatem; &
postrema secundum locum” (fr:11091) [generazione,
corruzione, accrescimento, diminuzione, alterazione e traslazione; le
prime due riguardano la sostanza, le seguenti due la quantità, la quinta
la qualità, l’ultima il luogo]. L’autore contrappone la posizione di
Platone: “Plato omnino habere Mutationem pro genere Motus,
cujus duæ fint species, Latio nempe & Alteratio”
(fr:11096) [Platone considera la mutazione come genere del moto, di cui
due sono le specie: traslazione e alterazione]. Egli specifica che
“Motus ex Platone videtur esse univerf genere aliqua Mutatio,
ac definiri fpecialius poftea Mutatio loci aut qualitatis”
(fr:11108–11109) [il moto secondo Platone sembra essere una mutazione in
senso universale, e poi essere definito più specificamente come
mutazione di luogo o di qualità]. L’autore nota infine che secondo
questa impostazione “Accretionem, Decretonemque alterationes
quasdam censeri; Generationem vero & Corruptionem esse non tam
speciatim Motus, quam generatim Mutationis species”
(fr:11110) [l’accrescimento e la diminuzione sono considerati
alterazioni; la generazione e la corruzione non sono tanto specie
particolari di moto quanto specie del genere mutazione].
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52 Resoconto sull’atomismo epicureo e democriteo: qualità sensibili e principio di mutazione
Il testo, tratto da un trattato scientifico di epoca moderna (con frequenti citazioni da Epicuro, Lucrezio, Democrito e Leucippo), espone la dottrina atomistica secondo cui le qualità sensibili (colore, calore, odore, sapore, ecc.) non sono innate negli atomi, ma nascono dalla loro disposizione, ordine, figura e moto. Questo principio è argomentato attraverso analogie con le lettere dell’alfabeto, esperimenti empirici e l’autorità degli antichi filosofi.
Il nucleo della tesi è enunciato chiaramente: “non eft* innatos corporibus coloret , fed iuxta quafilam ordinationes , pofitionefque ad vifetm relatas , creari” (fr:11209) [i colori non sono innati nei corpi, ma vengono creati secondo certe disposizioni e posizioni relative alla vista]. L’analogia fondamentale è con le lettere: “Vt litera enim variat format habent , ita , inquit , <$• hac ipf* primordia ; nam funt aifera ,funt hamata, funt lauta” (fr:11211) [come le lettere hanno forme varie, così i principi primi sono aspri, uncinati, lisci]. La stessa idea viene sviluppata in (fr:11226): “Nam vt liter* funt Elementa feri- alia mutatio fit , quam fitus , Sc figur* partiurn in bullulas conformatarum” [come le lettere sono gli elementi della scrittura, e da esse sillabe, parole, periodi, così gli atomi sono gli elementi delle cose, da cui si formano le prime tenuissime aggregazioni].
Il testo illustra la dottrina con esperimenti pratici. Un esempio riguarda la generazione del colore: immergendo foglie di senna in acqua tiepida e aggiungendo olio di tartaro, l’acqua diventa rossa, sebbene “nullus rubor confimilis fuit neque in aqua , nc- que in foliis , neque in ipfo oleo” (fr:11230) [nessun rosso simile era né nell’acqua, né nelle foglie, né nell’olio]. La conclusione è che “ruborem creari , ob »” Folam miftionem , pofnionemauc variatam“ (fr:11239) [il rosso viene creato per la sola mescolanza e posizione variata]. Analogamente, per il calore: toccando separatamente olio di tartaro e olio di vetriolo non si avverte calore, ma mescolandoli “ebullire totum videbis , fummdquc incalefcere” (fr:11242) [vedrai il tutto bollire e scaldarsi molto]. La spiegazione è che “partium ordo, lituque iminuratus cft ; fa&aquc mutua incifionc.commiftiondque liquorum, tum aer fubingreflus cft” (fr:11244) [l’ordine e la posizione delle parti sono mutati; fatta la mutua incisione e mescolanza dei liquidi, l’aria è subentrata], producendo “corpufculorum cufpides obuertunt fefe , te in Icnfutn incurrentes compungunt” (fr:11244) [le punte dei corpuscoli si rivolgono e, urtando il senso, lo pungono], fenomeno che chiamiamo calore: “Huc qualitatem, quam calorem dicimus” (fr:11245).
La dottrina viene ricondotta agli antichi atomisti. Di Epicuro si cita la lettera a Erodoto: “arbitrandum efi , nudam qualitatem ex vulgo apparentibus competere ipfis ,prater figuram, Pondsu,Magmtudinem” (fr:11257) [si deve ritenere che la nuda qualità (oltre figura, peso, grandezza) appartenga a ciò che appare comunemente, non agli atomi]. Le qualità come colore e calore “pro varietate pofitionu Atomorum commutantur, ipfifmttque adeo Atomis non infunt” (fr:11258) [per la varietà delle posizioni degli atomi mutano, e quindi non sono negli atomi stessi]. Il meccanismo del mutamento è triplice: “aut tranfpoficione earumdem partium … aut acccffione nonarum , aut difccdione prxexfidemium” (fr:11343) [o per trasposizione delle stesse parti, o per aggiunta di nuove, o per allontanamento delle preesistenti].
Lucrezio è ripreso estesamente: nega che gli atomi abbiano colore, calore, odore o sapore. Il poeta latino argomenta che “Omnis enim coler omnino mutatur in omne u” (fr:11275) [ogni colore muta interamente in ogni altro], e che gli atomi “Nec iaciunt vllum proprie de corpore odorem” (fr:11276) [non emanano alcun odore proprio dal corpo]. L’immutabilità degli atomi è necessaria per evitare il nulla: “Immutabile enim quiddamftperare nectiffefi Ne res ad nihilum redigantur funditus omnes” (fr:11277) [è necessario che qualcosa di immutabile permanga, affinché le cose non siano ridotte al nulla].
Di Democrito il testo riferisce che “qualitatet rei[cere, ac velle … qualitatet ceteras fenfum efle ; cum nihil vere, & ex natura fua fit, hoc eft, vt seternum!, quale eft .perdurer, prxter Atomos, & Inane” (fr:11320-11321) [respingeva le qualità e voleva che le altre qualità fossero sensazioni, mentre nulla è veramente e per sua natura eterno, eccetto gli atomi e il vuoto]. Per Democrito, “Omnes itaque Atomi , qua corpufcula quadam funt , qualitatibus flent imma- nes” (fr:11341) [tutti gli atomi, che sono certi corpuscoli, sono privi di qualità]. Le qualità sensibili sono solo “opinione manis” [per opinione vana], mentre la realtà è solo “Hen , aut Meden” (fr:11339) [“qualcosa” o “niente”, ovvero atomi e vuoto].
Il testo registra anche le divergenze fra gli atomisti: Epicuro attribuisce agli atomi figura, peso e grandezza, ma “neque etiam vllatenus alterationis ejfe capacia” (fr:11346) [non sono in alcun modo capaci di alterazione]. Le alterazioni che gli uomini percepiscono (come “denigrari , albefieri” [annegrire, imbiancare]) non sono vere alterazioni degli atomi, ma solo “tranfpofitione partium” (fr:11345).
Infine, il testo sottolinea che la similitudine con le lettere è la chiave esplicativa: “appofitam admodum elTc fimilitudinem litciarun” (fr:11252) [la similitudine delle lettere è molto appropriata]. Come le stesse lettere, variando ordine e posizione, generano parole diversissime (ET/TE, ROMA/ARMO, SIMVS/MVSl), così gli atomi “exdem variis tranfpofitionibus quali- tates, fcu fpecies fui diucrfiffimas fenfui demonftrare” (fr:11215) [mostrano al senso qualità o specie di sé diversissime mediante varie trasposizioni].
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53 Il Calore e il Freddo nella Fisica Atomistica: Un’Analisi del Trattato
Il testo scientifico analizzato appartiene a un trattato di fisica seicentesco, probabilmente di matrice atomistica, che si inserisce nel dibattito tra la tradizione aristotelica e le nuove concezioni corpuscolari. Il capitolo sesto, intitolato “De Calore, & Frigore” (fr:11891), affronta la natura del calore non come qualità astratta, ma come effetto prodotto da specifici atomi, detti Atomi caloris. L’autore dichiara esplicitamente che il calore non va inteso come “quandam nudam, & solitariam qualitatem”, bensì come “certas Atomos, quatenus praeditae hae mole, hac figura, hoc motu, subingrediuntur, peruadunt, discutiunt, & reliqua peragunt” (fr:11881) [non si intende una nuda e solitaria qualità, ma si intendono certi atomi che, in quanto dotati di questa mole, questa figura, questo moto, sottentrano, penetrano, discutono e compiono il resto].
Le proprietà degli atomi caloriferi sono definite seguendo Democrito: devono essere “mole exiles, figura rotundas, motu celeres” (fr:11897) [di mole esile, di figura rotonda, di moto veloce]. La sfericità è giustificata dalla facilità di movimento e dall’attitudine a insinuarsi (fr:11899), mentre la velocità consente di “vehementer impingantur, turbentur, secermentur” (fr:11900) [urtare violentemente, turbare, separare]. L’autore nota che gli atomi sono per natura velocissimi, ma nelle concrezioni materiali la loro velocità viene “aut cohibetur, aut temperatur” (fr:11906) [o inibita o moderata].
Il calore si manifesta quando questi atomi, liberati da un vincolo, “subeant corporis poros, ac varie per partes eius penetrantes, ipsas a se mutuo diuellant, & solutionem continui faciant” (fr:11877) [penetrino i pori del corpo e, variamente penetrando le sue parti, le separino l’una dall’altra e provochino la soluzione della continuità]. Questo effetto generale di disgregazione è considerato l’aspetto fondamentale del calore: “dicendum videtur calorem ex hoc generali effectu spectandum potissimum esse” (fr:11878) [sembra che il calore vada considerato soprattutto per questo effetto generale].
Viene distinta una duplice modalità di liberazione degli atomi di calore. La prima avviene per “intromissione Atomorum similium” (fr:11910) [intromissione di atomi simili] che, provenienti dall’esterno, “Atomis caloris libertatem faciant sefe extricandi” (fr:11910) [facciano agli atomi di calore libertà di districarsi]. Esempi sono il legno che brucia per fiamma esterna (fr:11911) o la cera e l’olio esposti a una fiamma (fr:11912). La seconda modalità è il moto o la concussione: “motu, seu concussione” (fr:11913), sia moto intestino (come fermentazione o putrefazione) sia moto del corpo intero (come l’attrito o il camminare) (fr:11916). L’autore precisa che il moto da solo non basta se il corpo è privo di atomi caloriferi: “si ij halitus sint, nisi qui Atomi contineantur, nullus est motus, qui vel minimum concitare calorem possit” (fr:11917) [se non vi sono quegli aliti, cioè se non sono contenuti atomi, nessun moto può suscitare il minimo calore]; l’acqua agitata non si riscalda (fr:11918).
Un elemento centrale è il ruolo della materia pingue e viscosa come “veluti matrix caloris” (fr:11920) [quasi matrice del calore]. Gli atomi di calore, a causa della loro esilità e mobilità, possono essere trattenuti solo “intra pinguem, & viscosam materiam” (fr:11919) [entro materia grassa e viscosa], i cui atomi “hamatiores inter se” [più uncinati tra loro] oppongono resistenza alla loro fuoriuscita. Corpi privi di pinguedine, come l’acqua, non possiedono un principio di calore interno ma possono solo riceverlo dall’esterno (fr:11923-11924). La calce viva, pur non grassa, produce calore perché ancora contiene “maxima pinguis, vifcidive copia” (fr:11930) [grande quantità di materia grassa o viscosa] dopo la cottura.
Il testo dedica ampio spazio ai fenomeni termici concreti. L’ebollizione dell’acqua è spiegata con la penetrazione di atomi di calore che “particulas aquae infamantur” (fr:11925) [fumigano le particelle d’acqua] e la dilatazione che occupa uno spazio “centuplo, et millecuplo maius” (fr:11940) [cento e mille volte maggiore]. Il raffreddamento dell’acqua riscaldata è descritto come fuoriuscita degli atomi di calore, che “tanquam aduentitii nulla vi exsiliunt” (fr:11925) [come avventizi, saltano fuori senza alcuna forza]. I metalli fusi, come l’oro, bruciano più intensamente della fiamma perché “condat ex pinguedine denstore adhuc, quam oleum” (fr:11958) [contiene una pinguedine ancora più densa dell’olio] e trattengono gli atomi di calore più a lungo, causando una combustione più penetrante.
L’autore critica la tesi aristotelica secondo cui il calore “homogenea congreget, disgreget vero heterogenea” (fr:11965) [congrega gli omogenei, disgrega invece gli eterogenei]. Egli ritiene che l’effetto universale del calore sia disgregante, e che la congregazione degli omogenei sia solo accidentale (fr:11974). Inoltre, vengono discussi i gradi del calore, variabili a seconda della quantità e concentrazione degli atomi: “tanto edici intensiorem, quantoi caloris Atomi fuerint plures, et confertiores” (fr:11970) [tanto più intenso quanto gli atomi di calore sono più numerosi e più densi]. Il fuoco stesso non è che “caloris excessus” (fr:11969) [eccesso di calore], con innumerevoli gradazioni.
Storicamente, questo trattato testimonia il tentativo di fondare una fisica delle qualità su basi meccanicistiche e corpuscolari, in dialogo con le autorità antiche (Democrito, Platone, Aristotele) e con gli sviluppi della chimica pratica (distillazione, calcinazione, fusione dei metalli). La spiegazione atomistica del calore, con la sua attenzione alla forma, al moto e al mezzo materiale, anticipa alcuni temi della termodinamica pre-scientifica, pur restando ancorata a un quadro qualitativo e analogico.
[14.2/5-105-11977|12081]
54 Analisi atomistica del freddo: forme, proprietà e contesto storico
Il passo esamina la natura del freddo come qualità positiva, analizzando le forme degli atomi frigorifici e contrapponendoli agli atomi calorifici, in un quadro che si inserisce nel dibattito atomistico classico e nella riflessione sul principio di opposizione.
Il testo si apre stabilendo la contrapposizione fondamentale tra freddo e calore: “Cum verò constet Frigus e fle fumme calori oppofitum, conftat, u caloris eft proprium difeutere, & difgrcgare; e fle Frigoris proprium congregare, & compingere” - (fr:11978) [Poiché è noto che il freddo è sommamente opposto al calore, è noto che è proprio del calore dissolvere e disgregare, ed è proprio del freddo radunare e comprimere]. Questa proprietà aggregante determina la forma degli atomi frigorifici: secondo Democrito e Leucippo, essi sono cubici – “Quod ad figuram aurem ipfarum Atomorum attinet, videtur quidem Philoponus Democrito tribuere, vt frigoris Atomos cubicas eße cenfuerit” - (fr:11979) [Quanto alla forma degli atomi, sembra che Filopono attribuisca a Democrito l’opinione che gli atomi del freddo siano cubici] – mentre Epicuro propone una figura trigonica o piramidale: “Ad Epicurum quod attinet, is videtur Frigus referre ad figuram Trigonicam, feu Pyramidalem” - (fr:11982) [Per quanto riguarda Epicuro, egli sembra riferire il freddo a una figura trigonica o piramidale]. La scelta della forma è giustificata dall’opposizione con gli atomi sferici del calore: “Certi exinde perspicuum fiet, quemadmodum frigus calori opponitur, ita Atomos frigoris Atomis caloris oppofitas eße” - (fr:11991) [Da ciò sarà chiaro che, come il freddo è opposto al calore, così gli atomi del freddo sono opposti agli atomi del calore]; la figura tetraedrica è la più antitetica alla sfera – “Quod ad figuram, nulla eft, quæ fit fphæricæ oppofita magis, quatenus angulofa eft” - (fr:11993) [Quanto alla forma, nessuna è più opposta alla sferica, poiché è angolosa] – e la meno adatta al movimento: “Quod ad motum: nullum eft corpus, quod tetrahedrico fit ineptius” - (fr:11994) [Quanto al movimento, nessun corpo è più inetto del tetraedrico].
Il trattato correda la teoria atomistica con esperienze concrete. L’azione del nitro è emblematica: “Ex quo fit, vt corpufcula ipfis prædita fint… experimur non exfolui halinitrum, quin & penetrando in aquam, ipfam congelet” - (fr:12014) [Da ciò accade che i corpuscoli dotati di tali proprietà… sperimentiamo che il nitro non si scioglie senza penetrare nell’acqua e congelarla]. Un altro esperimento cruciale mostra come gli atomi calorifici vengano spinti all’interno da quelli frigorifici: “Adigi porro introrfum calorificas Atomos, frigorificis compellentibus, eo experimento comprobari poteft, quid fi lagenam generofo vino oppletam, gelido aeri exponas… deprehenfurus fis in medio glaciei fpiritum vini liquidum” - (fr:12066) [Che gli atomi calorifici siano spinti all’interno da quelli frigorifici può essere provato con questo esperimento: se esponi una fiaschetta piena di vino generoso all’aria gelida, troverai in mezzo al ghiaccio lo spirito del vino ancora liquido].
La questione centrale è se il freddo sia una qualità positiva o una mera privazione del calore. L’autore sostiene la prima tesi: “Si enim calor, qui eft in prunis, non habetur mera frigoris priuatio, fed vera, pofitiua, & a&tiua qualitas… quare Frigus, quod in niue, aut glacie detrita… habebitur mera caloris priuatio, & non potius vera, pofitiua, & a&tiua qualitas?” - (fr:12074) [Se infatti il calore nei carboni non è considerato una mera privazione di freddo, ma una qualità vera, positiva e attiva, perché il freddo nella neve o nel ghiaccio pestato sarà considerato una mera privazione di calore e non piuttosto una qualità vera, positiva e attiva?]. L’azione attraverso il vetro conferma che si tratta di una qualità reale: “An-non, fi a prunis qualitas immittitur, quæ per vitrum penetret… admittendum eft quoque immitti a niue aut glacie talem qualitatem” - (fr:12075) [Se dai carboni viene emessa una qualità che penetra il vetro, si deve ammettere che anche dalla neve o dal ghiaccio venga emessa tale qualità].
Infine, il testo colloca la sede del freddo non negli elementi tradizionali (aria, acqua, terra) ma in specifici corpuscoli: “Ex quibus dico, qualitatem Frigoris requirendam eße non in natura aeris, natura aquæ, natura terræ; fed in natura corpufculorum, cuiufmodi, exempli caufa, nitrofa funt” - (fr:12042) [Da ciò dico che la qualità del freddo va cercata non nella natura dell’aria, dell’acqua, della terra, ma nella natura di corpuscoli come, ad esempio, quelli nitroosi]. Questo approccio si inserisce in una lunga tradizione filosofica – il testo cita Democrito, Leucippo, Epicuro, Aristotele, Filopono, Plutarco – e contribuisce a una fisica atomistica che interpreta le qualità sensibili come effetti di forme e movimenti corpuscolari, anticipando sviluppi della scienza moderna.
[14.3/5-105-12082|12186]
55 Il Corpuscolarismo e la Spiegazione delle Qualità Fisiche: Fluidità, Solidità, Umidità e Secchezza in un Trattato del XVII Secolo
Il testo affronta la definizione e la causa ultima di qualità fondamentali come fluidità, solidità, umidità, secchezza, morbidezza e durezza, inquadrandole in una visione corpuscolare della materia, in opposizione alla tradizione aristotelica. L’autore distingue accuratamente i termini, mostrando come le qualità sensibili derivino dalla disposizione, forma e movimento degli atomi, con particolare attenzione al ruolo del vuoto interstiziale e alla forma delle particelle.
55.1 Distinzione tra Fluidità/Fermezza e Umidità/Secchezza
L’autore premette che, prima di trattare di umidità e secchezza, è
necessario chiarire i concetti più generali di fluidità e solidità,
poiché l’ambiguità terminologica ha generato equivoci. Sostiene che le
parole “umido” e “secco” non possono essere
applicate a tutti i corpi fluidi o compatti, e cita come esempio il
fatto che Aristotele viene ingiustamente criticato per aver definito
l’aria “umida”, quando in realtà intendeva
“fluida”:
“…id fieri videatur iniurii, quando Ariftoteles id definiit ,
quod Latini non Humidum, fed Fluidum vertere debuerunt”
(fr:12099) [sembra che si faccia un torto, poiché Aristotele definì ciò
che i Latini avrebbero dovuto tradurre non come “Umido”, ma
come “Fluido”].
L’autore conclude che ogni corpo umido è fluido, e ogni corpo secco è
solido, ma non viceversa: l’umidità è una specie della fluidità, la
secchezza una specie della solidità:
“omne quidem humidum effe fluidum , omne ficcum firmum ; at
non viciffim omne fluidum humidum , omne firmum ficcum ; caque ratione
humiditatem fluiditatis cfte fpeciem,3c ficcicacem
firmitatis” (fr:12102) [ogni umido è fluido, ogni secco è
solido; ma non viceversa ogni fluido è umido, né ogni solido è secco; e
per questo motivo l’umidità è una specie della fluidità, e la secchezza
una specie della solidità].
55.2 Causa della Fluidità e della Solidità
La fluidità deriva dal fatto che gli atomi o particelle costituenti
hanno spazi vuoti interposti (fpatiola intercepta) e sono tra
loro mobili, potendo scorrere e adattarsi alla forma del
recipiente:
“Fluiditas , feu Liquiditas non aliunde oriri videtur, quim ex
eo, quod Atomi, fcu particulx, ex quibus corpus fluidum conftat,fpatio!a
intercepta habcanr,& fit intei fe… diftociatx fint , vt fine inuiccm
mobiles circum fupcrficiecul.ns , quibus fe contingunt.”
(fr:12103-12104) [La fluidità o liquidità sembra non provenire da altro
che dal fatto che gli atomi o particelle di cui consta un corpo fluido
hanno spazi vuoti interposti e sono tra loro dissociati, in modo da
essere mobili attorno ai punti di contatto].
Viene illustrato con l’esempio di un mucchio di grano, sabbia,
polvere, e infine acqua, dove la differenza è solo nella grandezza delle
particelle e degli interstizi: particelle più piccole danno l’apparenza
di continuità:
“id enim oritur cx co, quod quo grana minutiora funi , ei
fpatiola intercipiamur, quz infenfibiliora finr , corpufquc ex ipfis
ciftans videatur mimis.imcrruptum, fou, quod est idem, magis
continuum” (fr:12115) [ciò deriva dal fatto che quanto più
piccoli sono i grani, tanto più insensibili sono gli spazi interposti, e
il corpo che ne risulta appare meno interrotto, cioè più continuo].
La solidità (firmitas) ha invece origine dalla compattezza e
reciproca trattenuta delle particelle, dovuta a tre cause principali:
uncini che legano gli atomi, compressione da parte di atomi estranei, ed
esclusione del vuoto:
“Ad Firmitatem quod attinct;ea non aliunde cfle videtur,quim
cx co, quod Atomi, feu particulx.cx quibus corpus nonum conftar… ita fe
contingant, premintquo ad inuiccm.vc fingulz aut ntllo modo, aut
«gefrime dilTociari… ob non intercepta aliunde fpatiola idonea, emoueri
valeant.” (fr:12125) [Per quanto riguarda la solidità, essa
sembra non provenire da altro che dal fatto che gli atomi o particelle
di cui consta un corpo solido si tocchino e premano reciprocamente in
modo che ciascuna non possa essere spostata se non con grande
difficoltà, a causa della mancanza di spazi vuoti idonei].
La prima causa è ripresa da Lucrezio: “Denique qua nobis durata , ac ffiffa videntur, Hac magis hamatis inter ftfi effe neceffe ’fl.” (fr:12128-12129) [Infine, le cose che ci appaiono dure e compatte, è necessario che siano costituite da [atomi] più uncinati].
55.3 Umidità e Secchezza: Tipi di Umori
L’umidità è definita come un fluido che, applicato a un corpo
compatto, aderisce con le sue particelle minime, bagnandolo o
inumidendolo:
“Etenim ea ipfa [Humiditatis notio] videtur Humoris , ftuc
humidx rei notio,vc fit fluor, fcu liquor,qui indudusin rem compadam ,
per minimas fui particulas ‘illi adharre.it, ipsanique humedam,auc
madidam faciat.” (fr:12145) [Infatti la nozione stessa di
umidità sembra essere quella di un fluido o liquido che, introdotto in
un corpo compatto, aderisce ad esso con le sue particelle minime e lo
rende umido o bagnato].
Vengono distinti due generi di umore: macrum (acquoso) e
pingue (oleoso). Il primo evapora facilmente, non è
infiammabile; il secondo resiste all’evaporazione ed è
infiammabile:
“Notandum porri eft humorem duplicis prxfcriim e(Tc
generis,Macrum, fcu aqueum… & Pingue, fcu oleofum. Illud vi caloris
facile exfolvitur… hoc veri tametfi calorem admittat, non proprterea
tamen facile refolvitur… intereique ob cometas… Atomos caloris
inflammari potert.” (fr:12141-12142) [Si deve inoltre notare
che l’umore è di due generi: magro o acquoso, e grasso o oleoso. Quello
si dissolve facilmente per il calore; questo, invece, sebbene ammetta il
calore, non si dissolve facilmente… e tra l’altro, a causa degli atomi
di calore che si uniscono, può infiammarsi].
La causa di questa differenza risiede nella forma degli atomi: gli
atomi dell’umore acquoso sono più lisci (laevigatiores), quelli
dell’umore oleoso più uncinati (hamatiores):
“Nempe exinde fit, vt illz nullis detentz vncinis nullo
negotio auolent; iftz irretientes, atque irretit fe non-nifi magni
fada exagitatione… expediant.”* (fr:12151) [Infatti da ciò deriva
che quelli [atomi acquosi], non trattenuti da nessun uncino, volano via
senza difficoltà; questi [atomi oleosi], invece, intrecciandosi e
rimanendo intrecciati, si liberano solo con una grande agitazione e
moltiplici rivolgimenti].
55.4 Morbidezza e Durezza
Queste qualità vengono definite in relazione alla cedevolezza della
superficie: molle è ciò che cede al tatto, duro ciò che non cede:
“Ariftoteles definit … Durum, quod ex fuperfide in feipfum non
cedit; Molle, quod cedit… illud dicitur Durum, cum refiftat… illud
Molle, quod exceditur…” (fr:12160-12161) [Aristotele
definisce duro ciò che dalla superficie non cede in se stesso; molle ciò
che cede… si dice duro quando resiste… molle quando è superato].
L’autore spiega la morbidezza e la durezza nei corpi concreti
mediante la presenza di atomi duri (che non cedono mai) e di vuoto
interstiziale: più vuoto c’è, più le particelle possono spostarsi e la
superficie cedere, rendendo il corpo molle; meno vuoto, più si avvicina
alla durezza assoluta dell’atomo:
“…quicquid molle dicitur , conflat femper ex Atomis, qux funt
in fe mollitiei expertes… & molles, quatenus licet conflem ex Atomis
duris , intermiftum tamen habent Inane, ob quod ille mobiles
fint…”* (fr:12173-12174) [tutto ciò che si dice molle consta
sempre di atomi che sono in sé privi di mollezza… e sono molli in
quanto, sebbene composti di atomi duri, hanno tuttavia del vuoto
interposto, per cui quelle particelle sono mobili…].
Vengono descritti i meccanismi per cui il calore o l’umidità ammorbidiscono i corpi: le particelle di calore entrano nei pori, allontanano le particelle del corpo e creano nuovi spazi vuoti, consentendo la cedevolezza; l’umidità, penetrando, allarga le commessure. Al contrario, l’indurimento avviene per esclusione del vuoto e compressione delle particelle.
55.5 Significato Storico
Il testo rappresenta un tentativo di fondare una fisica corpuscolare meccanicista, in dialogo con la tradizione aristotelica e con la poesia atomista di Lucrezio. L’autore rifiuta le spiegazioni per forme sostanziali e qualità occulte, riconducendo ogni proprietà sensibile alla struttura, forma e moto degli atomi, nonché alla presenza del vuoto. Questo approccio è tipico della scienza del Seicento (Galileo, Cartesio, Gassendi) e si inserisce nel dibattito sulla natura della materia che porterà alla chimica moderna. La citazione e la critica di Aristotele mostrano il passaggio da una fisica qualitativa a una quantitativa e geometrica, mentre il ricorso a Lucrezio indica la riscoperta dell’atomismo classico.
[14.4/5-104-12187|12290]
56 Resoconto del trattato gassendiano sulle qualità meccaniche e sensoriali
Il testo, tratto dalla Physica di Pierre Gassendi, esamina le qualità dei corpi – in particolare flessibilità, tracibilità, duttilità, rigidità, fragilità, friabilità e rottura – per poi passare al sapore e all’odore, fondando ogni spiegazione su una teoria atomistica delle particelle e dei loro uncini. L’opera si inserisce nel rinnovamento seicentesco dell’atomismo epicureo, riprendendo e rielaborando Democrito, Epicuro, Lucrezio e Platone.
Flessibilità, tracibilità e ritorno elastico.
La flessibilità è riconducita alla mollezza e alla capacità delle
particelle superficiali di dissociarsi e ricomporsi. Gassendi spiega che
una verga flessa torna indietro per un moto di riflessione
continuo:
> “Verum res ex eo videtur pendere , quid huiusmodi reditus
nihil aliud sit , vt superius quidem , ac in Epistolis de Motu impresso
deduximus, quam quidam reflexionis motus, quem esse continuum cum
diuturno ostendimus” – (fr:12208) [Ma la cosa sembra
dipendere dal fatto che questo ritorno non è altro, come abbiamo dedotto
sopra e nelle Lettere sul moto impresso, che un certo moto di
riflessione, il quale abbiamo mostrato essere continuo con l’urto.]
L’autore illustra l’effetto con un bastone appoggiato su una
traversa: premendo un’estremità, l’altra si solleva per reazione,
fungendo la traversa da ipomoclio:
> “Illud hic solum repeto; si fuerit baculus transversum
trabeculae impositus, & tu uni ipsius extremo ictum imprimas, quo
deorsum pellatur, aliud extremum sursum necessario adigetur, ob
resistentiam trabeculae, quae vice hypomochlii sit” –
(fr:12209) [Ripeto solo questo: se un bastone è posto di traverso su una
travetta e tu imprimi un colpo a una sua estremità spingendola in giù,
l’altra estremità sarà necessariamente spinta in su, a causa della
resistenza della travetta che funge da ipomoclio.]
La stessa logica vale per la corda tesa (chorda): essa si
comporta come una doppia verga flessibile, e le oscillazioni si spiegano
con riflessioni successive. Gassendi nota che la forza di richiamo
diminuisce progressivamente, e che il tempo degli scatti è uguale per
ogni escursione:
> “An quia , vt in re pensili … ita in re tensili omnia
tempora , quibus pars chordi in medio accepta excurrit ex latere vno ,
sunt aequalia vni tempori , quo extremorum alterum , si praescinderetur
, traiiceret recta totam longitudinem , atque perueniret in locum
alterius , versus quod eadem semper vis posse traheret ?” –
(fr:12231) [Forse perché, come nel caso del pendolo, così in una corda
tesa tutti i tempi in cui la parte mediana della corda si sposta da un
lato sono uguali al tempo in cui una delle estremità, se fosse recisa,
percorrerebbe in linea retta l’intera lunghezza e giungerebbe al posto
dell’altra, verso cui la stessa forza tenderebbe sempre?]
Duttilità dell’oro.
Sull’oro, Gassendi richiama l’enorme estendibilità: un’oncia in lamine
coprirebbe dieci iugeri; un grano in fili si allungherebbe per
quattrocento piedi. La causa è la somma compattezza, la sottigliezza
degli atomi e la moltitudine degli uncini:
> “Sed vno verbo causa videtur summa auri compactio ,
particularum , seu Atomorum , ex quibus constat, tenuitas ; &
hamulorum , quibus illae se mutuo revinciunt , multitudo.” –
(fr:12237) [Ma in una parola, la causa sembra essere la massima
compattezza dell’oro, la sottigliezza delle particelle (o atomi) che lo
compongono e la moltitudine degli uncini con cui esse si legano
reciprocamente.]
Fragilità, friabilità e rottura.
Le proprietà opposte – fragilità e friabilità – dipendono dalla
rigidità: in un corpo fragile le parti superficiali non si dilatano né
si approfondano, ma si spezzano improvvisamente. Per i corpi friabili,
come l’arenaria, non vi è né flessione né trazione, ma solo sfaldamento
in granuli.
Sapore e odore: una teoria atomistica.
Passando al gusto, Gassendi definisce il sapore come configurazione di
corpuscoli che, penetrando nei pori della lingua e del palato, producono
sensazione. Riprende la distinzione epicurea tra sapore dolce (liscio e
rotondo) e amaro (uncinato e ruvido):
> “Videtur Sapor in ipsa re , quae Sapida dicitur , nihil
esse aliud, quam corpufcula eius configurationis , vt in linguam ,
palatumve subeuntia , eius contexturae ita applicentur, ipsumque ita
moueant, vt inde sit sensio, quae gustatio dicitur.” –
(fr:12255) [Sembra che il sapore nella cosa stessa che è detta saporita
non sia altro che corpuscoli di tale configurazione che, penetrando
nella lingua o nel palato, si applichino alla loro tessitura e la
muovano in modo da generare la sensazione chiamata gusto.]
Gassendi cita Lucrezio per spiegare perché uno stesso cibo sia dolce
per alcuni e amaro per altri, a causa della diversa struttura degli
organi:
> “Huc accedit, vt medie, lacdisque liquores … Hoc tamen
ipsum alijs possit praedulce videri, … Vt quod alijs cibus est, alijs
sit acre venenum.” – (fr:12267) [A ciò si aggiunge che i
succhi medi e lattiginosi … possono tuttavia apparire dolcissimi ad
altri … così che ciò che per alcuni è cibo, per altri è veleno
acre.]
La differenza è dovuta alla forma degli atomi: rotondi e lisci producono dolce; uncinati e spigolosi pungono e lacerano, generando amaro, acido, aspro.
Significato storico.
Il testo rappresenta un momento cruciale della fisica meccanicistica del
XVII secolo: Gassendi unisce l’atomismo democriteo-epicureo con
osservazioni sperimentali (verga, corda, battitura dell’oro) e con i
classici latini. La trattazione del gusto anticipa la chimica
sensoriale, fondando la percezione su forme atomiche e porosità degli
organi, in netta opposizione alle qualità aristoteliche. L’uso
sistematico di ipomoclio e riflessione mostra
l’applicazione dei principi meccanici anche ai fenomeni vitali.
[14.5/5-104-12291|12394]
57 Il gusto e l’olfatto secondo Gassendi: una sintesi delle cause materiali e della relatività sensoriale
Il testo, tratto dalla Physica di Gassendi, analizza la natura dei sapori e degli odori, confrontando e integrando le teorie di Platone, Aristotele, Democrito, Epicuro, Lucrezio e altri autori antichi. L’argomentazione si fonda su una concezione corpuscolare: sia il gusto che l’olfatto sono generati da particelle minutissime (corpufcula) che, per forma e disposizione, interagiscono con gli organi di senso, producendo sensazioni diverse a seconda della struttura di chi le riceve.
57.1 Il sapore non risiede nelle cose, ma nell’organo
Il testo stabilisce subito che “il sapore non è propriamente se non nella bocca stessa” – “non efi proprie Sapor , nifi in ipfo ore” – (fr:12295). La stessa sostanza può apparire amara a un soggetto e dolce a un altro, perché “la medesima cosa appare di sapore mutato, benché in essa nulla sia mutato” – “eadem res apparet mutati faporis, in qua mutatum tamen nihil est” – (fr:12300). La causa è nella variabilità della “temperie dell’organo” e nella “tessitura” della lingua (fr:12300, fr:12302). Questo principio è confermato dall’esempio dei febbricitanti (derivato da Lucrezio), per i quali ciò che di solito è dolce diventa amaro a causa della mutata conformazione dei pori (fr:12301-12302).
57.2 Il sale come causa principale del sapore
Un ruolo centrale è attribuito al sale. I chimici “sostengono che il sale sia la causa principale dei sapori” – “Chymici contendunt esse Sal in rebus causam Saporum praecipuam” – (fr:12310). La dimostrazione è empirica: “niente di saporito dal quale non si possa estrarre sale, e che, estratto il sale, non diventi insipido” – “nihil sapit ex quo extrahere Sal non detur, quod extracto Sale non reddatur insipidum” – (fr:12312). Anche l’acqua pura diventa saporita solo dopo aver sciolto il sale presente negli alimenti (fr:12302). Gassendi nota che Aristotele esigeva il calore per la generazione del sapore, ma ciò vale solo per le sostanze ricche di umore e povere di sale (fr:12310-12311).
57.3 Le figure dei corpuscoli e il dibattito con Aristotele
Il testo riprende la teoria democritea che riconduce i sapori alle figure degli atomi. Gassendi difende Democrito dalle critiche di Aristotele, il quale obiettava che il gusto giudica le figure non diversamente dalla vista (fr:12321-12324). Gassendi replica: “Se non si potesse dire acuto e ottuso, gobbo e piano, liscio e scabro, e altre cose del genere, non sarebbe lecito chiamarle contrarie?” – “Sed cur acutum , & obtusum ; gibbum , & planum,- laeve , & asperum, aliaque id genus dicere contraria non liceat!” – (fr:12332). La varietà delle forme, combinate con le infinite commistioni, spiegherebbe la molteplicità dei sapori (fr:12333-12334). Tuttavia, gli autori antichi riconoscono solo sette od otto generi fondamentali di sapore (dolce, amaro, acerbo, acuto, austero, salso, ecc.), come riportato da Platone e Galeno (fr:12335-12337).
57.4 L’olfatto: emanazione e natura intermedia
L’odore è definito come un “alito o vapore” – “halitum quemdam, aut vaporem” – (fr:12338). Seguendo Platone, Gassendi afferma che “l’odore è fumo o nebbia” – “Odorem fumum esse, aut nebulam” – (fr:12340). La differenza rispetto al gusto è netta: il gusto richiede il contatto diretto con l’organo, mentre l’odore “muove a distanza, penetra fino alle parti più interne del naso” – “hic moveat emissus, & re odora procul sita ab organo, penetret usque ad imas nareis” – (fr:12357). L’organo specifico è costituito da “due produzioni del cervello in una parte spugnosa, terminanti nei due nervi” (i cosiddetti processi mammillari) (fr:12351). La sensazione odorosa nasce dall’incontro tra i corpuscoli effluviali e la tessitura di questi processi.
57.5 La relatività e la specificità degli odori
Analogamente al gusto, anche l’olfatto è soggetto a variazione individuale: “la stessa emanazione appare di questo o di quell’odore a seconda della disposizione del singolo” – “eandem rem aut exhalationem apparere faciat huius, aut illius odoris” – (fr:12383). La prova è tratta dagli esempi di animali attratti o respinti da odori specifici (il cane segue le tracce, l’oca salvò Roma, la capra fugge l’origano, lo scorpione l’aconito) (fr:12369-12372, fr:12380). Gassendi osserva che molti animali sono attratti da odori non per ragioni alimentari, ma solo per il piacere – contro l’opinione di Teofrasto che lo riteneva eccezionale nell’uomo (fr:12373-12374, fr:12379).
57.6 La causa materiale comune: zolfo e sale
Il testo conclude proponendo un parallelismo tra gusto e olfatto: come il sale è la causa generale dei sapori, così “una sostanza sulfurea” – “Sulphuris nomine intelligunt pinguem, oleosamve substantiam” – (fr:12387) è la causa generale degli odori. Anche in questo caso, l’estrazione di tale sostanza (ad esempio da rose, pomi, cinnamomo) lascia la materia inodora (fr:12391-12392). La varietà degli odori dipende dalla diversa mescolanza dello zolfo con altri elementi, allo stesso modo in cui i sali mescolati generano sapori differenti (fr:12386-12388). Il testo si chiude con una nota critica verso chi ha confuso il sapore salso con l’amaro, lasciando al lettore la valutazione (fr:12394).
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58 Il Corpuscolarismo della Luce: Un Trattato Settecentesco tra Fisica e Filosofia Naturale
“Sufficiat iam, quocumque modo otiatur, qu* k Lucido peracrem , corporivcalia dia- lilientiiquc, ea non fint, qu* per fpadola phana diffunditur Lux, cfTc ipfam rem cor- acris inania tranfiliant, Sc quzeumque obuia poream , feu corpufculorum , radioruinve ex illuftrent , ac pro modulo calefaciant ?” - (fr:12684) [Basti ormai che, in qualunque modo si ottenga, le cose che si diffondono attraverso gli spazi vuoti dell’aria non siano altro che la stessa cosa della luce, e che attraverso i corpi e i vuoti dell’aria traversino e illuminino tutto ciò che incontrano, e riscaldino a loro modo?]
Il testo, tratto da un trattato di fisica (probabilmente secentesco o primo-settecentesco), sostiene con coerenza e ricchezza di argomentazioni la natura corpuscolare della luce, opponendosi implicitamente a concezioni ondulatorie o spirituali. L’autore, inserendosi nel dibattito tra “emissionisti” e “medievisti”, dimostra che la luce è un corpo che si propaga attraverso particelle (corpufcula) emesse da corpi lucidi.
La tesi centrale è che la luce, il calore e l’azione a distanza richiedono un medium materiale. L’autore afferma: “Cum nihil enim agere in rem refiftantem valeat , nifi tranfmittendo , mouendove aliquid per interceptam medium, Sc nihil tranfmitti , mouerique per medium, nifi corpus fit.poffit , confiat profcd& cum lucidum in rem difiantem agir, tranfmitti ab eo, mouerique aliquid , quod corpus fir,videlicet Lucem.” - (fr:12727) [Poiché nulla può agire su un corpo resistente se non trasmettendo o muovendo qualcosa attraverso il mezzo interposto, e nulla può essere trasmesso o mosso attraverso un mezzo se non è un corpo, è chiaro che quando un corpo luminoso agisce su un corpo distante, da esso viene trasmesso e mosso qualcosa, che è un corpo, cioè la Luce.]
La dimostrazione si articola in più sezioni. Prima di tutto, si analizza la propagazione e la riflessione: la luce è composta da una serie di corpuscoli sferici che, come palline che rimbalzano, seguono le leggi della riflessione meccanica. L’autore riprende la metafora della palla che rimbalza su un muro: “Quippe vt im- pada in parietem pila ab eo refilit, quia cor- pus cim fir.tranfire per locum k corpore oc- cupatum non poffit j ira non videtur pofle luris radius in corpus obuiam fadum impa- dusab ipfo rcpercuri.nifi quia illud fui cor- pulehtii locum oecupat-,neque poteft radius, vt put^,qui idem fit coque corporeus, ipfum occuparo.” - (fr:12714) [Come una palla lanciata contro un muro rimbalza, perché il corpo, essendo solido, non può passare attraverso lo spazio occupato dal muro, così non sembra che un raggio di luce possa, colpito da un corpo incontrato, rimbalzare da esso, se non perché esso occupa il luogo del suo corpo e non può il raggio, che è anch’esso corporeo, passare attraverso lo spazio occupato.]
Un punto centrale è la spiegazione della riflessione e rifrazione mediante la struttura granulare delle superfici e dei mezzi trasparenti. L’autore introduce il concetto di “poruli” (pori) e “corpufcula” nei mezzi diafani: “Vt paucis ve» x6,qua ratione fieri res poffit .declaretur, re- fumendum eft , quod dicebam mox,Virrum, Aquam, & quodlibet huiufmodi diaphanum corpus ita efle contextum,vt in eo corpofcu- Ja,& poruli inanes fefe inuiccm intercipiant; adeo vt nullum fit fenfibile pundum , in quo non plura corpufcula, pluriquc jjbatiola ina- nia intclligamur intermifla.” - (fr:12744) [Per dichiarare in poche parole in che modo ciò possa accadere, si deve riprendere ciò che dicevo poco prima: il vetro, l’acqua e ogni corpo diafano di questo genere sono tessuti in modo che in esso corpuscoli e pori vuoti si intersechino a vicenda, così che non vi è punto sensibile in cui non si intendano interposti molti corpuscoli e molti spazietti vuoti.]
La rifrazione viene spiegata meccanicamente: i globuli di luce che entrano obliquamente in un poro subiscono un’azione asimmetrica delle pareti, causando una deviazione. L’autore descrive il processo dettagliatamente: “Vnus igitur globulus k Sole in aquam direde aduenicns,ita fertur fecundum axem,feu quafi lineam impetus, fibrulafque ipfi paral- lelas , vt concepta fupremk quafi ori poruli, priufquam axis globuli ad illius medium per- ucniat.flbrula citerius,fcu ex parte Solis, orc lacufculum contingat , fitque adeo obftaculum, qu6 minus globulus ea parte, qua oram contingit, tam perniciter, quam reliqui tota, in qua ipfe axis eft , feratur.” - (fr:12750) [Un globulo che arriva dal Sole direttamente nell’acqua, viene portato secondo il suo asse e le sue fibrille parallele, in modo che, prima che l’asse del globulo giunga al centro della bocca del poro, la fibrilla più vicina, dalla parte del Sole, tocchi l’orlo del poro e costituisca un ostacolo che impedisce al globulo, nella parte che tocca l’orlo, di muoversi altrettanto velocemente quanto il resto del globulo dove si trova l’asse.]
Il testo fornisce anche una descrizione della propagazione e della visione, distinguendo tra luce primaria (diretta) e secondaria (riflessa). Viene riportato un noto esperimento con una camera oscura e due fori: “E flo in vno cubiculi ca- iufpiam patletc foramen non magnum, ac in oppofito , 8c e regione huius foraminis aliud fit, vt quafi tacefeete oculum ad videndum fit aliquanto maius.” - (fr:12700) [Si faccia in una stanza un foro non grande, e in opposizione, dirimpetto a questo foro, un altro foro alquanto più grande.] L’esperimento dimostra che la luce non è visibile nell’aria intermedia se non quando colpisce l’occhio. L’autore aggiunge: “Non hrrro aurem in declarando , vt primoria Lux repu- r£r , perniciterque accedentibus fuccedunt.” - (fr:12692) [Non starò ora a dichiarare come la luce primaria, velocemente, succedano ai corpi che sopraggiungono.]
Un aspetto peculiare è il paragone con l’acqua che scorre in un tubo per spiegare la continuità dei raggi: “vt aqu* virgula rigida , tensaque non fit , nifi quatenus partes peius orte ea rapiditate adiguntur it proximi rer fubinde in aliis , ac potefl hettrto rcfieXt fieri , didque & tertiario , & centenaria , dt millenaria , icc.” - (fr:12693) [Come una verga d’acqua non è rigida e tesa se non nella misura in cui le sue parti sono spinte con tale rapidità dalle parti successive, per cui possono essere riflesse un’altra volta, e si può dire che avvenga anche riflessione terziaria, centenaria, millenaria, ecc.]
L’autore affronta anche la relazione tra luce e calore, sostenendo che i raggi sono intrinsecamente caldi ma che la sensazione termica dipende dalla densità dei raggi: “Cum obferues fane , qui propiiks , propiufque ad ignem accederis , ci te maiorem, maiordmque lucem percipere, cum longiu$,longiufquc difcedis, minorem ; nihil colligere aliud potes, qukm omneis lucis ignex radios efle «qui calidos ; verim tuam cutem non e(lc capacem, quz ab illis fic afii- ciatur,vt calorem lcmiat>nifi conferti foeti nr quales funt prope ipfiim ignem,nam alioquin vbi rarcfcunr,& rari In cutem incurrunt, non mouetur cutis ab illis fenfibiliter,magis-qukm a raris granis pulueris, aut ramentis illis»qu» volitare per acrem ipfi Solis radij fcneftri* traie&i demonftrant.” - (fr:12787) [Poiché osservi che, più ti avvicini al fuoco, maggiore luce percepisci, e più ti allontani, minore, non puoi concludere altro se non che tutti i raggi del fuoco sono caldi, ma che la tua pelle non è in grado di essere affetta da essi in modo da sentire calore, se non quando sono densi e uniti, come accade vicino al fuoco; altrimenti, quando si rarefanno e cadono radi sulla pelle, essa non viene mossa sensibilmente da essi, più di quanto non lo sia da rari granelli di polvere o da quelle particelle che volano nell’aria nei raggi del sole attraverso una finestra.]
Il testo ha un significato storico notevole: rappresenta una difesa articolata della teoria corpuscolare della luce in un’epoca in cui cominciavano a emergere le teorie ondulatorie (Huygens). La struttura dell’argomentazione, basata su esperimenti mentali e analogie meccaniche, è tipica della fisica scolastica e cartesiana, ma l’autore mostra anche una conoscenza delle proprietà delle lenti e degli specchi (concavi, convessi, parabolici). Viene citato Filopono (un commentatore di Aristotele) per una teoria della riflessione, e si fa riferimento a specchi ustori e a lenti (concave per specchi, convesse per vetri). L’autore conclude che la luce è corpuscolare perché solo i corpi possono produrre calore, riflessione e rifrazione, e perché la concentrazione dei raggi (come in uno specchio ustorio) produce fuoco.
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59 Analisi del trattato sulla natura della luce e del colore
Il testo, tratto da un trattato scientifico di epoca moderna, esamina la natura fisica della luce e del colore, confrontando diverse posizioni filosofiche (aristotelica, epicurea, platonica) e proponendo una teoria corpuscolare della luce. Vengono discussi i principali argomenti a favore e contro la materialità della luce, la sua propagazione istantanea o successiva, e il meccanismo di formazione dei colori per mescolanza di luce e ombra.
L’autore si confronta innanzitutto con l’obiezione aristotelica secondo cui la luce non può essere un corpo, poiché altrimenti si avrebbero due corpi nello stesso luogo quando la luce attraversa aria, acqua o vetro. La risposta è che i mezzi trasparenti contengono pori e meati vuoti attraverso cui passano i corpuscoli luminosi: “Videlicet omne perfpicuum, […] habet porulos, meatulofve inanes, per quos lucis corpufcula admittantur, traiicianturque” (fr:12799) [Ossia ogni corpo trasparente ha pori e condotti vuoti attraverso i quali i corpuscoli di luce sono ammessi e trasmessi]. La luce quindi non si mescola con la materia del mezzo, ma viaggia attraverso spazi vuoti, senza che vi sia compenetrazione di corpi.
Si affronta poi la questione della velocità della luce. Contro chi sostiene che il moto istantaneo non possa appartenere a un corpo, l’autore osserva che i corpuscoli luminosi sono estremamente sottili e veloci: “Et certe, vt corpufcula lucis ea exilitate sunt, vt omnem captum fuperet; ita nihil mirum, fi ea pernicitate sint, quae imaginationis vim fugiat” (fr:12813) [E certamente, come i corpuscoli di luce sono di una sottigliezza che supera ogni comprensione, così non c’è da meravigliarsi se siano di una rapidità che sfugge alla forza dell’immaginazione]. Viene citato un esperimento con due candele e un corpo opaco per mostrare come i raggi si distinguano senza mescolarsi, e come l’ombra prodotta da una candela sia diluita dalla luce dell’altra, dimostrando che i raggi sono entità distinte che si propagano anche in numero innumerevole. La propagazione non è istantanea in senso assoluto, ma avviene in un tempo impercettibile: “poteft illa quidem dici aduenire impercepribili tempore ab eo Terrae puncto, e quo Sol nobis oritur” (fr:12821) [si può dire che essa giunga in un tempo impercettibile da quel punto della Terra da cui il Sole sorge per noi].
La teoria corpuscolare è difesa anche contro l’obiezione che la luce non viene trascinata dal vento o dall’acqua: la leggerezza e la capacità di passare attraverso i pori permette ai raggi di restare indisturbati, come un palo conficcato in un fiume: “quod Radij ad motum aquae, aut aeris non abripiantur, id non tam videtur arguere esse ipsos, ac lucem quodpiam accidens, […] quam substantiam veri corpoream, quae ab aqua, aut aere tanquam subiecto non pendeat, ac tam fine ipso praeterfluente, quàm palus defixus consistat” (fr:12835) [il fatto che i raggi non siano trascinati dal moto dell’acqua o dell’aria sembra dimostrare non che essi e la luce siano un accidente, ma piuttosto una sostanza veramente corporea, che non dipende dall’acqua o dall’aria come da un soggetto, e che rimane immobile come un palo conficcato, anche mentre il mezzo scorre].
La seconda parte del testo è dedicata al colore. L’autore riporta le opinioni degli antichi: i Pitagorici identificavano il colore con la superficie stessa; Aristotele lo definiva come il limite del trasparente in un corpo limitato; Platone lo considerava una fiamma, cioè un fulgore che emana dai corpi con particelle adatte a colpire la vista; Democrito ed Epicuro lo spiegavano come un ordinamento e una posizione degli atomi che, colpendo l’occhio, producono la sensazione cromatica. In particolare, per Epicuro il colore non inerisce ai corpi nelle tenebre, ma sorge solo quando la luce li colpisce: “non esse colores cohaerentes corporibus; sed iuxta quosdam respectus, vifuique ordines, positusque gigni” (fr:12862) [non esserci colori inerenti ai corpi, ma nascere secondo certi rapporti e posizioni rispetto alla vista]. L’autore condivide in parte questa visione e sviluppa una sua teoria: il colore è luce alterata dalla mescolanza di ombre. La luce diretta da un corpo luminoso (come il Sole) appare come candore puro; la luce riflessa da un corpo illuminato, invece, arriva all’occhio mescolata a ombre prodotte dalle irregolarità della superficie: “Qui autem radij reflexi adueniunt ex illustrato corpore ita mouent oculum, vt visus conuersus in corpus sentiat ipsum apprehendatque sub specie quidem candicantis, sed alteratae tamen, & quae iam vel non purus candor, vel alius color dici mereatur” (fr:12887) [I raggi riflessi che giungono da un corpo illuminato muovono l’occhio in modo che la vista, rivolta al corpo, lo senta e lo apprenda sotto una specie di biancore, ma alterato, tanto che si può chiamare o non puro biancore o altro colore]. Questa alterazione è dovuta all’interposizione di ombrellule (piccole ombre) create da corpuscoli nel mezzo o da asperità superficiali. L’autore chiarisce il fenomeno con l’esempio del Sole all’orizzonte, che appare rosso o giallo per l’interposizione di vapori: “ex Sole meridiano radij unceti allabuntur, ex horizonte autem commisti vmbellulis, quas intercepta vaporis corpufcula creant, […] coguntque in rubeam, flauam, liuidam, pallidamve degenerare” (fr:12889) [dal Sole meridiano i raggi giungono puri, dall’orizzonte invece mescolati a piccole ombre create dai corpuscoli di vapore intercettati, e costringono la sua apparenza a degenerare in rossa, gialla, livida o pallida]. Quindi il colore è il risultato della mescolanza di luce e ombra, con diverse proporzioni che determinano le varie tinte. La teoria viene estesa a tutti i corpi illuminati: ogni superficie, per quanto liscia, presenta microscopiche irregolarità che producono ombre, e la riflessione selettiva di raggi crea le diverse percezioni cromatiche. Lo specchio è il caso limite di superficie perfettamente liscia che riflette senza mescolare ombre, restituendo il candore puro della sorgente.
Il testo si conclude con l’affermazione che la natura del colore è identica alla natura della luce, ma solo alterata dalle ombre, e che i corpi nelle tenebre sono privi di colore (secondo la tradizione epicurea), pur mantenendo una disposizione superficiale che, in presenza di luce, produce colori specifici: “admittere quidem esse omnia quae coloris expertia, sed assumere tamen, non omnia esse aeque disposita, vt luce adueniente colores similes exhibeant” (fr:12882) [ammettere che tutte le cose sono prive di colore, ma assumere tuttavia che non tutte sono ugualmente disposte a mostrare colori simili quando giunge la luce].
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60 Resoconto sul trattato scientifico: De Qualitatibus Rerum – Sezione sui colori
“Nihil verb cft nece (Te admoneam pannum efle totum contextum cx filis, & fila nunc abeat in naucdinem , qua; magis, ma- efle intinda , imbutaaue liquore , per quem giique adhuc addcnGita in colorem croceum, diffufa fuerint infenfibilia granula feu dc- miniaccum ,rubriimve confletur ; nunc in triti, qui magis, magifquc addenfatus, sicquc nullam efle fenfibilcm partem luperfi- in cxruleum .violaceum , purputeumve colorem cranfeunt.” - (fr:12902) [Nulla è necessario (che ti ricordi) che il panno sia tutto tessuto di fili, e i fili ora diventino una superficie, che, più e più ancora aggiungendosi al colore croceo, si diffondano in insensibili granelli o … ora in un trito, che più e più addensato, così che non vi sia alcuna parte sensibile della superficie, passino al colore ceruleo, violaceo o purpureo.]
Il testo esamina la natura dei colori, sostenendo che essi non siano proprietà intrinseche dei corpi, ma il risultato dell’interazione della luce con superfici e strutture materiali. L’autore sviluppa l’argomento attraverso esperimenti mentali e osservazioni, citando autori antichi (Aristotele, Platone, Democrito) e fenomeni naturali (iride, collo di colomba, coda di pavone, schiuma, neve).
60.1 La genesi dei colori: riflessione, rifrazione e ombre
La tesi centrale è che i colori siano generati dalla luce stessa, modificata dalle caratteristiche delle superfici. Il testo afferma:
“Admoneo potius Colorem panni variari diuerfimode, polle.” - (fr:12905) [Avverto piuttosto che il colore del panno può variare in diversi modi.]
Questa variabilità è dimostrata con l’esempio di un tessuto esposto a diverse condizioni di luce. L’autore spiega che i colori dipendono da “reflexiones, refradioni , vmbellularum vices” (fr:12909). La scomposizione della luce attraverso un prisma di vetro è paragonata alla struttura del panno:
“Ecquidnam vero efle illos pter (peciales reflexiones , imermiftilquc vmbclfulas cogere in parem difpofiiionrm cum prifinate vitteo , aut Iridis coloribus putes , prxter radios lucis , qui ex rebus aducnientes refractionem geminam in vitro patiuntur ,vnam in latere, quo vitrum fub- pollir.” - (fr:12904) [Che altro pensi siano quei (colori) oltre a speciali riflessioni e mescolanze di ombre, riuniti in una disposizione simile a quella del prisma di vetro o dei colori dell’iride, se non i raggi di luce che, provenendo dagli oggetti, subiscono una doppia rifrazione nel vetro, una nel lato per cui il vetro è levigato…]
L’autore descrive come la luce, attraversando il vetro, venga rifratta e generi colori diversi a seconda dell’angolo di incidenza (circa trenta gradi) e della struttura del mezzo:
“& in tranfitu pet vitrum admittunt vmbellulas varias ,ob occurrentia corpufcula ex qui* bus vitrum contexitur (quibufque didum fupetius cft creati denique opacitatem pofle)” - (fr:12906) [e nel passaggio attraverso il vetro ammettono varie ombre, a causa dei corpuscoli che compongono il vetro (con i quali, come detto sopra, si può creare opacità).]
60.2 La non inerenza dei colori: esempi e dimostrazioni
Un passo fondamentale nega l’esistenza di un colore “vero” insito nei corpi. L’esempio del panno mostrato sotto diverse luci è emblematico:
“Deinde, provt eundem pannum varii ad lucem pofueris , qulun varianteis quxfo colores habebis ?” - (fr:12910) [Poi, a seconda che esponi lo stesso panno a diverse luci, di’, di quali diversi colori lo vedrai?]
L’autore sostiene che nessun colore può essere considerato inerente al panno, poiché tutti variano:
“Conftai pr ofedo tot illorum colorum in eo dem panno apparentium non pofle vllum tan- quam ipfi vere inhxrentcm afluini quin , ic exteri omnes inhxrcrc ccnlendi fint; quare & cum idem figiilatim dici valeat dc ora- nibus , nullum efle eorum , qui veri in* hxrear , fcd omneis pro vatiis lucis, »m- ficiant, ac radij aliunde traiedi ad bafin, aut Caftndi Phjficst.” - (fr:12920) [È certo che di tutti quei colori apparenti nel medesimo panno non se ne può assumere nessuno come veramente inerente ad esso, ma tutti gli altri sono da ritenere inerenti; perciò, poiché lo stesso si può dire singolarmente di tutti, nessuno di essi è veramente inerente, ma tutti sono prodotti da diverse condizioni di luce e raggi trasmessi altrove…]
Questa posizione è rafforzata dal confronto con la Luna e le nuvole:
“exemplum Lanx ad probandum ipfam nullius e fle ex fc coloris , que adeo inconflantis eft i fed hoc planum fiet ex alihs dicendis, cum non argenteum colorem mod£> , fed fccundarium quoque , & tam varios illos, qui in totali ptxfertim ipflus Eclipfi cernuntur, pingi in illa ex luce Solis dire da, reflexa ,refraua declarabimus.” - (fr:12924) [L’esempio della Luna per provare che essa di per sé è di nessun colore, tanto è incostante; ma ciò sarà chiaro da quanto si dirà in seguito, quando dimostreremo che non solo il colore argenteo, ma anche quello secondario e quelli così vari che si vedono specialmente nella sua eclissi totale, sono dipinti in essa dalla luce solare diretta, riflessa e rifratta.]
Egli cita Lucrezio per confermare che senza luce non c’è colore:
“Ex hifce ergo nihil mirum eft,fi Lucretius arguar in tenebris excis densifve , in quam lux nulla penetrat , ex quibus nulla refleditur, nullos prorfus effe colores;” - (fr:12926) [Da ciò non è quindi sorprendente che Lucrezio asserisca che nelle tenebre fitte, in cui non penetra alcuna luce e da cui nulla si riflette, non ci siano affatto colori.]
60.3 La distinzione tra colore vero e apparente è illusoria
Il testo dedica ampio spazio a confutare la distinzione tradizionale tra colori “veri” e “apparenti” (come quelli dell’iride o del prisma). L’autore sostiene che non vi sia differenza reale:
“Verum ex didis hadenus conflat, nihil differre verum dicas colorem verum, an apparentem j cum nullus non xqu& talis fle , talifquc appareat ex fux caufx neceflitate.” - (fr:12934) [Ma da quanto detto finora risulta che non fa differenza se chiami un colore vero o apparente, poiché nessuno è tale e tale appare senza necessità della sua causa.]
L’unica differenza è nella durata, ma ciò non toglie verità al fenomeno:
“Difcnmen eft folum , vc innui , circa durationem : at breuis duracio feu effedus , feu caufx, effedus ipflus verita- tem non tollit } nifl dicas non verum filium, qui aut nafeitur poflhumus , aut perit flarim ab exortu.” - (fr:12935) [La differenza è solo, come ho accennato, riguardo alla durata: ma la breve durata, sia dell’effetto sia della causa, non toglie verità all’effetto stesso, a meno che tu non dica che non è vero figlio colui che nasce postumo o muore subito dopo la nascita.]
L’esempio del vetro colorato che proietta colore sul muro viene analizzato:
“Rcfpondco efle nihilominus verum; quid nihil fit aliud, quam lux ipfa Solis, alij , aliarumve funt rerum…” - (fr:12938) [Rispondo che è nondimeno vero; che non è altro che la luce stessa del Sole, o di altre cose…]
L’errore sta solo nell’immaginazione, che colloca il colore nel luogo sbagliato:
“ac fallacia tota penes ipfam imaginationem fit, quod res colorat x fint , non quo loco funr, fed qua parte eft fpcculum , vnde poftremi radn reda via in oculum tendunt.” - (fr:12938) [e l’inganno è tutto nell’immaginazione, poiché le cose colorate sono, non nel luogo in cui sono, ma nella parte in cui è lo specchio, da dove gli ultimi raggi vanno diritti all’occhio.]
Questa analisi si estende al prisma: i colori non sono nel prisma ma nell’occhio, sebbene il prisma ne sia la causa efficiente:
“Quid, inquies, sunt- ne igitur colores in prifmate ipfo ?Rcfpondco omneis quidem colores efle dumtaxat proprii ,com- pletdque in oculo , cum fic ipfa lux , ifto quidem modo , in eodem folummodi fit; at interim tamen qui ex fad» per prifma traiedione gignuntur , dici pofle in ipfo efle efficienter , quatenus in eo eft caufa, ob quam in oculo tales deformentur.” - (fr:12942) [Che? – dirai – i colori sono dunque nel prisma stesso? Rispondo che tutti i colori sono propriamente e compiutamente solo nell’occhio, poiché la luce stessa, in quel modo, è solo in esso; ma tuttavia quelli che si generano per il passaggio attraverso il prisma possono dirsi essere in esso efficientemente, in quanto in esso è la causa per cui nell’occhio si formano tali colori.]
60.4 Le teorie antiche e la loro critica
L’autore passa in rassegna le opinioni di Pitagora, Empedocle, Aristotele, Platone e Democrito. Di Aristotele si riporta la classificazione in sette colori (bianco, nero, giallo, puniceo, purpureo, verde, ceruleo) e la distinzione tra estremi (bianco e nero) e intermedi (fr:12950-12951). Viene criticata l’idea che i colori siano proprietà elementari:
“Plato , cum fpecies primarias Album , Sc Ni- grum faciat , ac illud vocet difgre- gatiuum, hunc congregatiuum ViTus, & ex fimplici vtriufque miftionc fieri Fufcum doceat ; tum quia attribuit prxfcrtim albo, ….” - (fr:12962-12963) [Platone, che pone come specie primarie il Bianco e il Nero, e chiama l’uno disgregativo, l’altro congregativo della vista, e insegna che dal semplice miscuglio di entrambi si forma il Bruno; e inoltre perché attribuisce soprattutto al Bianco…]
Sofigene e Temistio vengono menzionati per l’interpretazione della luce lunare. L’autore conclude che la vera natura del colore è la luce stessa:
“Exinde ergo conflare poteft nullum pro- prii e (Te colorem non verum (tametfi ex communi vfu nihil prohibeat inter verum, apparcntdroque diftinguere,tanquaro inter rem conflantem , & fluxam , & nullum efle aut abfque luce, aut etiam aliud, quhm ipfammet lucem.” - (fr:12947) [Da ciò si può quindi stabilire che nessun colore è proprio non vero (sebbene nell’uso comune nulla vieti di distinguere tra vero e apparente, come tra cosa stabile e fluttuante), e che non v’è colore né senza luce, né altro che la luce stessa.]
60.5 Il bianco e il nero come gradazioni di luce e tenebra
Il testo analizza in dettaglio la percezione del bianco e del nero, mostrando come essi siano rispettivamente luce riflessa e assenza di luce. L’esperimento mentale con una parete di gesso e incisioni:
“Vt dicere ver 6 de piriacc pergam , con- cipe non vnora»fed plureis eodem gypfo illi- nem candicantem , promicantem , comicantem, ipjtndefc entem ; quam, cum conflet te- nebra* meras , fpu toralem vmbram efle ex- tos, eaque ratione difpofitos, vt ex primo direde excipiente Solarem locem , reflexio fiat in fecundam , ex fecundo in ccrrium, ex ter- netnum priuatiu£ oppofitum fummaz lud, tio in quartum, ac ira deinceps ; Primus condar e quoque debet eafHem tenebras, fiue enim longe candidior apparebit, quam fe- vmbram , fub nigredinis nomine edic extremum pofitiue oppofitum fu mino candori.” - (fr:12982) [Per procedere con l’esempio dell’intonaco, immagina non uno solo ma più muri intonacati di gesso, biancheggianti, scintillanti, rilucenti… Poiché è certo che le tenebre pure sono l’ombra totale, opposta per privazione alla somma luce, così anche si deve dire che le stesse tenebre, sotto il nome di nero, sono l’estremo opposto positivamente al sommo candore.]
Viene descritto come la riflessione multipla tra pareti riduca progressivamente la luce, portando al nero assoluto:
“Qui certi fimt gradus intermedij inter fummam lucem , & tenebras metas, iidem inter fummum candorem , tc meram nigredinem ; neque aliquid mere nigrum eft , nili quod eft mere rcnebtofutn.” - (fr:12983-12984) [Quei certi gradi intermedi tra la somma luce e le tenebre pure sono gli stessi tra il sommo candore e la mera nerezza; e niente è meramente nero se non ciò che è meramente tenebroso.]
L’esempio della schiuma e della neve illustra come la stessa sostanza (acqua) appaia bianca a causa della moltitudine di piccole superfici curve che riflettono la luce:
“Hae (ane ratione cura Spuma nihil aliud lit , quam congeries refiertiffima bullularum, coloris candi- di apparet, albaque e (Te dicitur;qu6d pundka, …. ex quibus refle&itut Lux fint inter fc vicinif- fima • ac proinde vnius , ciuique continui coloris videatur.” - (fr:12998-13000) [In questo modo, poiché la Schiuma non è altro che un ammasso fittissimo di bollicine, appare di colore candido e si dice bianca; perché i punti da cui si riflette la Luce sono tra loro vicinissimi, e quindi appaiono di un unico colore continuo.]
La neve è più bianca del ghiaccio proprio per la sua superficie irregolare e frastagliata:
“Caufa autem eft quia, dira talis glaciei fupetAcies non perinde crifpata, (eu eas protubcrariones , depreffiondfquc non habeat , quas habet fuperficics niuis, efficitur, vt cum fint vbique in niue deuexitates , & faciecule varie, ex quibas Lux reflc&i valeat , in spfa vero glacie non … nix candida vbique, non item verb glacies appareat.” - (fr:13010-13011) [La causa è che, poiché la superficie di tale ghiaccio non è ugualmente increspata né ha quelle protuberanze e depressioni che ha la superficie della neve, accade che, mentre nella neve vi sono ovunque convessità e varie faccette da cui la Luce può riflettersi, nel ghiaccio no… perciò la neve appare candida ovunque, non così il ghiaccio.]
60.6 Significato storico e testimonianza
Questo trattato si inserisce nel dibattito scientifico del Seicento sulla natura della luce e dei colori, anticipando posizioni che saranno sviluppate da Newton (scomposizione della luce) e da teorici della percezione. L’autore (probabilmente Pierre Gassendi, da “Cafendi Phyfica” – fr:12976) sostiene una teoria corpuscolare e meccanicistica, opponendosi alla tradizione aristotelica che attribuiva ai colori una realtà sostanziale. La critica alla distinzione tra colori veri e apparenti rappresenta una tappa importante verso una comprensione moderna dei fenomeni ottici. Il testo testimonia l’uso di esperimenti ideali e analogie (prisma, specchi, bolle d’aria) per argomentare una teoria unitaria della luce come origine di ogni colore.
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61 L’Analisi della Luce e del Colore: Dalla Microstruttura alla Percezione
Il trattato analizza la natura del colore e della luce, proponendo una spiegazione meccanica basata sulla struttura microscopica della materia e sull’interazione dei raggi luminosi, per poi estendere la discussione alla teoria della percezione visiva e al dibattito filosofico sulle “specie intenzionali”.
La spiegazione del bianco, e in particolare del candore della neve, è un punto di partenza cruciale. La teoria proposta riconduce il fenomeno alla struttura superficiale dei corpi. La neve è bianca non per una proprietà intrinseca, ma per la presenza di innumerevoli bolle e semisfere microscopiche sulla sua superficie. Queste strutture, o “facezie”, hanno la proprietà di riflettere la luce in tutte le direzioni, indipendentemente dall’angolo di incidenza: “ex vnaquaque bullulis, quales fiint bullularum , ant fcmiglobulorum , vt vndccumquc Lux affulgeat , Ane vbivis alique in oculum verfir.qus ipfam in illum rcfle&anc” (fr:13014) [da ciascuna delle bollicine, o semisfere, da qualsiasi parte la luce splenda, ovunque sono rivolte verso l’occhio e la riflettono in esso]. Questa riflessione diffusa è la causa della percezione del bianco: “nihil efle vero-firailius , qoiro , quodeumque corpus Candidum , feu Album vocamus , eius efle fuperficiei , que vbivis facieculas habear Lucem vndevis aduenien- lula vnicusin oculum rcfle&atur radius” (fr:13015) [niente è più vero del fatto che ogni corpo che chiamiamo candido o bianco ha la sua superficie che ovunque ha facce che riflettono nell’occhio il raggio di luce proveniente da qualsiasi parte]. La stessa logica è applicata al latte e ad altre sostanze, spiegando la perdita di trasparenza in corpi come la schiuma o il vetro smerigliato a causa della creazione di queste superfici riflettenti: “vides aquam fpumantem , vitrum bullatum , glaciem detritam, cornu derafum , Sc id genus cetera perfpicuitat em amittere, candorcmque induere ob crebritatem faciccularum” (fr:13017) [vedi l’acqua spumeggiante, il vetro bollato, il ghiaccio spaccato, il corno raschiato e altre cose simili perdere la trasparenza e acquisire il candore a causa della frequenza delle facce].
Il ragionamento si estende al colore nero, definendolo per opposizione. Un corpo nero è tale perché la sua superficie presenta facce che non riflettono i raggi luminosi verso l’occhio, ma li assorbono verso l’interno: “id corpus .quod nigrum , feu ammi vocamus eiu» fuperficiei licula, que ex aqua eft, collabentecorpufcu- efle debeat , cuius faciecule non tam radios la ilia proAliant, crecturque ex ipAs aura fri- gidiufcula i ea de caufa , uue radij lucis , Aue calor manus bullulas illas fodicet , Aeque ni* uem foluat , non poteft non ientiri frigus, quod ex ip As exfilit : quod idem eft etiam de extrorium rcfle&anr , quam introrfum , fcu verfus corporis profunditatem conuertaor vnde Sc peruenire ad oculum nequeagr” (fr:13021) [quel corpo che chiamiamo nero… deve essere di una superficie le cui faccette non riflettono i raggi verso l’esterno, ma li volgono verso l’interno, verso la profondità del corpo, da dove non possono giungere all’occhio]. Questa proprietà di assorbimento ha una conseguenza fisica diretta: i corpi neri si scaldano più rapidamente al sole, poiché trattengono più raggi: “duo corpora eiufdem materie , veltiti marmorez, vnum album , Sc aliud nigturo radiis Solis equi exponantur , id quod fuerit nigrum, & citius , Sc magis incalcfcere, quim quod fuerit album”* (fr:13023) [due corpi della stessa materia, ad esempio marmorei, uno bianco e l’altro nero, se esposti ugualmente ai raggi del sole, quello che sarà nero si scalderà più rapidamente e maggiormente di quello che sarà bianco].
Il discorso procede verso una teoria dei colori intermedi, che non possono essere il risultato di una semplice mescolanza di bianco e nero. La varietà di colori come il verde, il giallo o il violetto nasce da una combinazione più complessa di riflessione e rifrazione, che mescola luce e ombra in modi diversi: “ideo adhibenda eft reflexionum , refra- fliomimque varietas , qua lucem, ac vmbram iam commi flas rurfus commifceanr ; illarum tenores interruptos faciant , vnde Sc fenfotium variae diftrahant , var ioque afledu apprehenfionem variam inducant” (fr:13027) [perciò si deve ricorrere alla varietà delle riflessioni e rifrazioni, con cui mescolano nuovamente la luce e l’ombra già mescolate; interrompono i loro tenori, da cui anche distraggono variamente il senso e inducono una varia apprensione con vario affetto]. Viene poi descritta la scomposizione della luce attraverso un prisma di vetro, che genera sei colori principali, di cui due estremi, il rosso (o zafferano) e il violetto, e quattro intermedi, giallo, verde, rosso e porpora, ai quali si aggiungono innumerevoli variazioni per rarefazione, addensamento e mescolanza: “duos inde creari colores extrcmos,Miniaceutn, leu Croceum , Sc Violaceum , fiue Cxrulcum : priorem , qua parte ad bafin vitri refpedamus , pofteriorem , qua ad faftigium” (fr:13029) [ne derivano due colori estremi, il Miniaceo o Croceo, e il Violaceo o Ceruleo: il primo, dalla parte in cui guardiamo verso la base del vetro, il secondo, dalla parte in cui guardiamo verso il vertice]. L’autore riconosce la difficoltà di determinare con esattezza le proporzioni di ombra in ogni colore, citando Platone a sostegno della tesi che una simile indagine è al di là della portata della congettura umana: “Quis numerus fit, quxve temperatio vmbrarum in lingulis Co- loribus , exterique huiufmodi ; id operofius pro- fe&o eft,quim vt videatur humanae mentis conie£hiti percipi potTe” (fr:13030) [Quale sia il numero o la temperie delle ombre nei singoli colori e altre simili cose, è certamente più laborioso di quanto sembri poter essere percepito dalla congettura della mente umana].
Infine, il trattato si addentra in una profonda discussione sulla natura delle immagini visive, contrapponendo le teorie Peripatetiche e quelle Epicuree. La critica principale è rivolta alla nozione Peripatetica di “specie intenzionali” come meri accidenti, separabili dal corpo e in grado di viaggiare attraverso il mezzo. Il testo solleva obiezioni sulla loro generazione istantanea, sulla loro capacità di trasmettere una forma così complessa e sulla loro indipendenza dal supporto materiale: “quomodi tam citi abfoluit tyrorinium , vt fciti ade& penicillum vfurpet , ac imaginem fibi adeo fimilcm exprimat ’Tertia veto , Bc decima , & millefima, Sc centies-millies mil- lcfima, ab obiero , quomodo nihil cotum formarum obliuifcitur qux , antecedentes omnes ege- runt, fcd exprimit ita ad vnguem ?” (fr:13084) [in che modo sbriga così rapidamente l’apprendistato, da usare il pennello così abilmente e da rappresentare un’immagine a sé così simile? La terza, la decima, la millesima e la centomillesima, dall’oggetto, come dimentica nessuna delle forme che tutte le precedenti avevano fatto, ma la esprime così perfettamente?]. In opposizione, viene esposta la teoria Epicurea, che considera le immagini come entità corporee: “cenfiiit ille imprimis, quod ad naturam quidem Imaginum (pedtae, efle eas corporeas, texturas nempe corpufcu» lorum tenuitate mirabilei$,& quibufeum tele aranearum comparari haudquaquam pof- fint” (fr:13098) [egli ritenne, per quanto riguarda la natura delle Immagini, che esse siano corporee, cioè trame di corpuscoli mirabili per tenuità, e con le quali le tele dei ragni non possono in alcun modo essere paragonate]. Vengono distinti due tipi di immagini: quelle che si generano spontaneamente nell’aria e quelle che sono continue emanazioni, o “efflussi”, di membrane sottilissime dalla superficie dei corpi. L’esperienza degli specchi è usata come prova principale a favore della teoria dell’emissione, dimostrando che le immagini partono dai corpi stessi e vengono riflesse: “c Speculis experienti i qux fine vel vni- us monftrat tranfmitti imagines ex ipfis vf- que corporibus ; quando illis prxlentibus appellunt in mcculum , re quapiam inter- positu, &c.”* (fr:13107) [con l’esperienza degli specchi, che senza ombra di dubbio dimostra che le immagini vengono trasmesse dai corpi stessi; quando, essendo quelli presenti, giungono nell’occhio, interposta una qualche cosa, ecc.].
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62 Resoconto del trattato sulla Generazione e Corruzione
Analisi delle concezioni aristoteliche e antiche circa l’origine e la dissoluzione delle sostanze naturali.
Il testo si apre con la definizione aristotelica di generazione e corruzione, descritte come le due specie principali del mutamento: “Generazione, quando una cosa che prima non esisteva sorge quasi alla luce; Corruzione, quando una cosa prima esistente e poi non più esistente cade nelle tenebre e perisce” – (fr:13452). Subito emerge il nodo teorico centrale: se con la generazione si crei una nuova sostanza o se invece si tratti solo di una qualità o modo della sostanza che appare e scompare (“se per Generazione si crei una nuova sostanza, per Corruzione la vecchia perisca, o se sia solo una Qualità, o un modo della sostanza, che per generazione emerge, per corruzione svanisce” – fr:13453).
Viene quindi passata in rassegna la posizione di quei filosofi che negarono del tutto la generazione e la corruzione, come Parmenide e Melisso. L’autore nota che essi non le negarono espressamente, ma le dedussero dall’affermazione che tutto è un unico essere immobile (“non tanto questi Filosofi dissero espressamente che nulla si genera né si corrompe, quanto che ciò si deduce dal fatto che essi dissero che tutto è un unico Ente, immoto” – fr:13458). Aristotele stesso, commenta il testo, interpreta la loro posizione come una disputa non sull’esistenza dell’origine e della fine, ma sul loro modo (“non tanto negarono la nascita e la morte, quanto dissentirono dagli altri circa il modo stesso della nascita e della morte” – fr:13464).
Particolare attenzione è dedicata a Eraclito, la cui opinione che tutto scorre continuamente viene discussa: “che le cose nascono e fluiscono continuamente, e nulla di stabile” – fr:13473. L’autore riporta l’interpretazione di Cratilo, che giunse a dire che neppure una volta si può entrare due volte nello stesso fiume (“Cratilo aggiunse che nemmeno una volta si entra nello stesso fiume” – fr:13477). Vengono poi menzionati Democrito, Epicuro e altri che sottoposero a nascita e morte anche il mondo stesso, ammettendo tuttavia un comune sostrato (“ammisero un certo comune sostrato, dal quale e nel quale tutto si trasforma” – fr:13482-13483).
La trattazione si concentra poi sulla dottrina aristotelica, nella quale si distingue una generazione simpliciter (assoluta) e una secundum quid (relativa). La generazione assoluta avviene quando una cosa viene all’essere senza presupporre un soggetto sensibile che permanga, come quando dal seme nasce un uomo; l’alterazione invece lascia sussistere il soggetto (“Generazione, quando il tutto si muta nel tutto, né alcunché di sensibile rimane come soggetto; Alterazione, quando il soggetto sensibile permane nelle sue affezioni” – fr:13497-13498). Di conseguenza, la generazione produce sostanza, l’alterazione produce qualità (“la Generazione termina alla sostanza, l’Alterazione alla qualità” – fr:13499). Lo stesso vale per la corruzione: “la Corruzione è mutazione verso il non-ente assoluto” – fr:13501.
L’autore evidenzia una difficoltà: se la generazione produce una nuova sostanza, questa non può essere creata dal nulla, poiché la materia preesiste. La forma nuova è sì una sostanza, ma non esisteva prima come tale (“non si può dire che la sostanza venga prodotta assolutamente, come se prima non fosse esistita affatto e fosse fatta dal nulla” – fr:13512). Viene proposta l’analogia con un artefatto: come una statua o una casa non introducono nuova sostanza ma un nuovo modo di essere della materia (“nulla di nuovo vi è di sostanza: tutto ciò che è, già era; solo nuovo è il modo in cui la sostanza o la materia si comporta” – fr:13519). L’autore precisa che piante e animali sono macchine naturali in cui i principi del moto sono inclusi nella materia (“Piante e Animali non sono altro che naturali Automata, nei quali i principi del moto sono racchiusi e indotti dalle loro cause” – fr:13520).
Un lungo excursus critico esamina le posizioni di Empedocle, Anassagora, Leucippo e Democrito, accusati da Aristotele di aver confuso generazione e alterazione, riducendo il divenire a semplice mescolanza e separazione di elementi immutabili (“li rimprovera di non aver ritenuto che la generazione e la corruzione avvengano per trasformazione dei principi, ma solo per mescolanza, concrezione e secrezione” – fr:13527). Aristotele invece, pur accettando i quattro elementi di Empedocle, li considera trasformabili l’uno nell’altro attraverso le qualità elementari, e introduce una gerarchia di facilità nella trasformazione basata sulla presenza di qualità comuni (elementi simboleggianti e asimboleggianti) (“l’uno si genera più facilmente da ciò con cui ha simbolo, ossia una qualità comune” – fr:13530). Il meccanismo della generazione dei misti prevede la distruzione delle forme elementari e l’emergere di una nuova forma sostanziale del composto, mentre permangono le qualità attenuate (“tutte le forme degli Elementi periscono, e resta solo la loro materia insieme con le qualità residue, e al loro posto sorge una nuova forma sostanziale propria del misto” – fr:13534).
Il capitolo secondo si apre con l’affermazione che per l’origine e la generazione delle cose è necessaria la mescolanza dei principi (“Perché qualcosa sorga o si generi, è necessaria la mescolanza dei Principi” – fr:13543-13544). Viene discussa la causa del moto che rende possibile la mescolanza. Alcuni filosofi, come Anassagora e Empedocle, chiamano in causa cause esterne (la Mente, l’Amicizia e la Contesa). Aristotele, invece, attribuisce agli elementi un moto proprio (gravità e leggerezza) ma riconosce la necessità di un motore esterno, identificato nel cielo (“pose come causa il Cielo, rispetto al quale sia gli Elementi sia tutte le cose inferiori si comportano come materia” – fr:13552). Il moto uniforme del primo cielo genera la continuità delle generazioni, mentre i moti vari dei pianeti producono la varietà (“la serie incessante delle generazioni la riferì al moto del primo cielo, la varietà ai vari moti dei Pianeti” – fr:13553). L’azione celeste imprime un movimento alternato alla massa elementare, causando mescolanza e trasformazioni reciproche tra gli elementi (“la massa degli Elementi viene variamente mossa, e il Fuoco e l’Aria scendono, la Terra e l’Acqua salgono; poi per la loro propria forza il Fuoco e l’Aria tendono in alto, la Terra e l’Acqua in basso, e così si mescolano e si trasformano a vicenda” – fr:13557-13560). Viene infine notato che coloro che considerano i principi intrinsecamente mobili e attivi non cercano una causa esterna, ma li lasciano interagire per loro propria capacità.
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63 Resoconto del testo scientifico
Il testo, tratto da un trattato di fisica del periodo scolastico o proto-moderno, affronta il problema filosofico-scientifico della natura della mistione (mescolanza) e della generazione dei corpi, confrontando le dottrine degli antichi filosofi e le interpretazioni medievali. L’autore analizza i diversi modi di intendere la commistione – per semplice apposizione (compressione) o per penetrazione totale (coalizione) – e le implicazioni per la forma sostanziale e le qualità.
La controversia centrale è se la mistione avvenga per composizione di
particelle che mantengono la propria natura, oppure per una vera fusione
che produce una sostanza intermedia. Il testo riporta che alcuni
filosofi, come Democrito ed Epicuro, sostengono la prima tesi:
“prius solum genus mistionis agnoscunt” –
(fr:13574) [riconoscono solo il primo genere di mistione].
Al contrario, Aristotele e gli Stoici propendono per la seconda:
“Aristoteles, Stoici, & quotquot volunt generatione novam
produci substantiam, solum posterius profitentur” –
(fr:13575) [Aristotele, gli Stoici e quanti vogliono che con la
generazione si produca una nuova sostanza, professano solo il
secondo].
Viene discusso il criterio della perfezione della mistione: per gli
atomisti, la mistione perfettissima si ha quando la risoluzione arriva
fino agli atomi stessi, mentre una mistione solo apparente – come quella
di acqua e vino – può rimanere a livello di particelle sensibili.
L’autore nota la posizione di Epicuro:
“Epicurus speciatim corpus mistum dixerit non tam coalitum,
quam … Concretum” – (fr:13583) [Epicuro chiamò il corpo
misto non tanto coalito, quanto concreto].
Si cita anche la distinzione tra mistione secondo i sensi (es. mucchio
di grani) e mistione infrasensibile (es. acqua e vino), con riferimento
a Linceo:
“quaecunque Lynceus, ut speciatim habet Aristoteles,
discernere posset” – (fr:13580) [che Linceo, come
specificamente dice Aristotele, potrebbe discernere].
Il testo affronta poi il problema della forma nel misto: se la forma
sia una nuova sostanza o solo una qualità accidentale. Vengono esposte
le interpretazioni di Aristotele e dei suoi commentatori greci e arabi,
che considerano le qualità (caldo, freddo, umido, secco) come principi
essenziali degli elementi. L’autore critica la soluzione aristotelica
del “medium” tra i mistili:
“quomodo ergo particeps est?” – (fr:13612) [Come
dunque è partecipe?].
E conclude che l’unica via per spiegare la mistione senza contraddizioni
è ammettere la composizione di particelle minime che conservano ciascuna
la propria forma e qualità:
“si intellexerimus Materiam, Formam, Qualitates utriusque ita
diffecari in particulas minutissimas, ut quaelibet particula materiae
unius tueatur propriae suae formae, qualitatumque particulam, tunc
videbimur intelligere quomodo fiat mistio” – (fr:13635) [se
avremo inteso che la Materia, la Forma, le Qualità dell’uno e dell’altro
vengono talmente suddivise in particelle minutissime, che ogni
particella di materia dell’uno conservi la particella della propria
forma e qualità, allora ci sembrerà di intendere come avvenga la
mistione].
Il significato storico del testo risiede nella sua testimonianza del dibattito tardo-rinascimentale o barocco sulle teorie della materia, che cerca di conciliare l’atomismo antico con la tradizione aristotelica. L’autore si muove tra fonti classiche (Empedocle, Anassagora, Leucippo, Democrito, Epicuro, Aristotele, Stoici) e commentatori (Alessandro di Afrodisia, Filopono, Simplicio, Temistio), mostrando la persistenza di un problema filosofico fondamentale: se la mescolanza sia un processo meramente meccanico o implichi un cambiamento sostanziale.
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64 Il Dibattito sulla Forma Sostanziale: Tra Edizione e Creazione nella Fisica Aristotelica
Il testo esamina le controversie scolastiche riguardanti l’origine della forma sostanziale, contrapponendo interpretazioni che la considerano una nuova entità a quelle che la riducono a un modo della materia.
Il documento analizza le tensioni interpretative sorte intorno alla nozione di forma sostanziale, in particolare se essa debba essere intesa come una sostanza distinta e nuova, oppure come un modo di essere della materia. Il punto di partenza è il dissidio tra chi ritiene la forma “una nuova sostanza” e chi la concepisce come “un certo modo di comportarsi della sostanza” – (fr:13674). L’autore dichiara di tralasciare questo primo dissidio per concentrarsi sulla natura della forma che “si trova nel mondo” e che “determina la materia a una certa specie di corpo” – (fr:13676). Viene richiamata la distinzione aristotelica della triplice sostanza (materia, forma, composto) – (fr:13677) – e si afferma che “dalla materia e dalla forma si costituisce il corpo, come da due parti corporee” – (fr:13675).
Un nodo centrale è la possibilità che la forma sia una “sostanza” e se possa “essere educata dalla materia” o meno. Alcuni sostengono che la forma preesista in potenza nella materia, ma l’autore osserva che se la materia non ha attualmente la forma, “non può essere educata” – (fr:13719). Viene citata la posizione di coloro che, per evitare l’educazione, ammettono che “le Forme non siano educate dalla Materia, ma create divinamente e dal nulla da Dio” – (fr:13714). Questa soluzione è giudicata dura, poiché obbliga a “ricorrere a frequenti miracoli” – (fr:13715). L’autore nota che molti, pur rifiutando la creazione, ricorrono all’idea che la forma non sia “una certa entità sostanziale” ma “un modo di essere della materia” – (fr:13715).
La discussione si avvale di esempi artificiali per chiarire la generazione naturale. Si paragona la materia alla cera che riceve una figura, e si dice che “come in un’opera d’arte distinguiamo un soggetto, come la cera, e una specie, come la figura” – (fr:13696), così nel corpo fisico si distinguono materia e forma. Viene richiamata la definizione di generazione secondo Aristotele: “le cose che sono generate semplicemente si generano o per trasfigurazione, o per addizione, o per ablazione, o per composizione, o per alterazione” – (fr:13735). L’esempio della casa è emblematico: “una casa non è altro che pietre, calcina, legna, ecc.” – (fr:13762) – e “nulla in essa c’è che prima della costruzione non si trovasse nelle miniere, nelle foreste, ecc.” – (fr:13763). Allo stesso modo, “la materia delle cose naturali” ha potestà di “subire forme mediante trasfigurazione, addizione, ablazione, ecc.” – (fr:13738).
Le teorie di Empedocle e Anassagora sono presentate come alternative. Empedocle è citato per i versi che descrivono la generazione come “concrezione” e “mescolanza” di principi – (fr:13753). L’autore riferisce che secondo Empedocle “non c’è nascita di sostanza nuova, ma solo unione e separazione di elementi preesistenti” – (fr:13756). Anassagora, invece, non ammette che “la carne nasca da non carne” – (fr:13765); per lui la generazione è “l’educazione alla luce dei principi nascosti” e la loro “concrezione” – (fr:13779). La spiegazione di Anassagora si basa su particelle mescolate in ogni cosa, e “ciò che ha più particelle di una certa natura appare come quella natura” – (fr:13778).
Il testo evidenzia le contraddizioni dei Peripatetici posteriori, che, pur volendo seguire Aristotele, “sono caduti in tali difficoltà” e “hanno abbandonato le orme degli Antichi Interpreti” – (fr:13733). La difficoltà principale è conciliare l’idea che la forma sia una sostanza con il fatto che essa non sembra preesistere né essere tratta dalla materia. L’autore conclude che molti filosofi antichi, come Empedocle e Anassagora, consideravano la generazione come una semplice “concrezione” di elementi, senza introdurre nuove entità sostanziali – (fr:13758). In questo quadro, “la cosa generata o concreta non è altro che i principi stessi, in quanto uniti in un certo ordine e posizione” – (fr:13759).
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65 Resoconto sul trattato scientifico: Generazione e corruzione nella filosofia atomistica
Il testo espone la dottrina atomistica di Leucippo, Democrito ed Epicuro, contrapponendola alla teoria aristotelica delle forme sostanziali, e discute i modi di generazione e corruzione dei corpi naturali.
Il trattato si apre con l’esposizione della dottrina atomistica, secondo cui gli atomi, in numero infinito e differenti per forma, grandezza, posizione e ordine, si muovono nel vuoto e si aggregano per formare tutti i corpi. L’autore cita direttamente la posizione dei filosofi antichi: “Iam Leucippi, Democriti, Epicuri fententia est, Atomos ita concurrere, commisceri, coacervari, complicari, componi, disponi, vt voces notemus” (fr:13781) [La sentenza di Leucippo, Democrito ed Epicuro è che gli atomi concorrono, si mescolano, si accumulano, si intrecciano, si compongono, si dispongono, in modo che possiamo notare le voci]. Questo meccanismo di aggregazione e disposizione spiega la formazione di tutti i corpi, dalla legna al fuoco, dagli animali ai metalli.
Un punto centrale è la spiegazione della generazione del fuoco dalla legna. Il testo descrive come nella legna siano presenti corpuscoli di diversa natura, e come, mediante la loro separazione e riorganizzazione, si generi la fiamma: “Denique ex his esse Flammam, quae ex foco, partiumve aliarum impuriorum abiectione clara sit: quae tum exilitionis impetu, tum aeris statim diduci, circumque reprimentis instantia fur-sum abeat, acque etiam fluc-tuet, ob non rectam eruptionem corpufculorum omnium se ex materia craffiore expedientium […] quae pungat, penetret, dissolvat, ob corpufculorum subtilitatem, pernicemque eorumdem motum” (fr:13789) [Infine da questi esseri la Fiamma, che è chiara per l’espulsione del foco o di altre parti più impure; la quale, sia per l’impeto del balzo, sia per l’immediata rarefazione dell’aria e l’insistenza di ciò che la circonda comprimendola, si allontana verso l’alto, e anche fluttua, a causa della non retta eruzione di tutti i corpuscoli che si liberano dalla materia più crassa […] che punge, penetra, dissolve, per la sottigliezza dei corpuscoli e il loro rapido moto].
L’autore si sofferma sulla critica alle forme sostanziali aristoteliche, negando che la forma sia una sostanza distinta dagli atomi. La forma è piuttosto una disposizione, un accidente: “Ceterum enim negandum est actu germanum, perfectionemque respondentem Materiae aliud esse, quam Accidens, vel ex eo quidem, quod qualiscumque ille fingatur, extra materiam nihil sit” (fr:13795) [Del resto bisogna negare che l’atto genuino e perfetto corrispondente alla Materia sia altro che un Accidente, già per il fatto che, per quanto lo si finga, al di fuori della materia non è nulla]. La generazione non è quindi l’introduzione di una nuova forma sostanziale, ma una riorganizzazione degli atomi stessi.
Vengono poi esposti i tre modi di generazione secondo gli atomisti: per tranfpositione (per trasposizione), per acceffu (per aggiunta) e per diffeßu (per sottrazione). L’autore spiega che questi modi sono generalissimi per le generazioni da corpi concreti, ma esiste anche un modo più generale per la generazione immediata dagli atomi. Le citazioni illustrano il concetto: “Tertio «r* inter fe diuerfis compofit* fint ,dki poterit ifJbor, Difiejfu, feu, vt ille habet, wr ufdtfwn eas naturas ciufmodi efTe , vt ad germanam conditutioncm concrct* cuiufque naturx DetraiHone ca gigni dicuntur , quxeumque ex fccrerione fubfidunt.” (fr:13836) [Terzo per Sottrazione, o come egli dice, per detrazione, si dicono generati attraverso una sottrazione di natura, affinché per la perdita della costituzione genuina di ciascuna natura concreta si generino quelle cose che rimangono dalla separazione]. A questi modi si aggiunge il caso della generazione per semine (da seme), come nelle piante e negli animali.
Il testo affronta anche il problema della corruzione. L’autore sostiene che quando un corpo si corrompe, non perisce nulla di sostanziale, ma solo la disposizione o qualità: “Dicere enim illam redire in potestatem materiae, effugium est nominis vanum” (fr:13884) [Dire infatti che essa ritorna in potestà della materia è un vano rifugio del nome]. La forma, intesa come disposizione atomica, semplicemente cessa di esistere, e gli atomi si riorganizzano in altre configurazioni.
Infine, l’autore discute la diversità delle specie naturali e la ragione per cui non tutte le cose possono generarsi da tutte. Gli atomi, pur essendo gli stessi, richiedono una specifica disposizione per formare un dato corpo: “Scilicet vnxquxquc res cani exigit difpofi- l ‘ onctn » vc Atom * ipGuD conflitucmes , eas, 4ue ^bi congro* , adfcilcant , ac velut confocient ; alienas prxtereant , ac ve Imi refpuam.” (fr:13869) [Cioè, ogni cosa esige una certa disposizione, in modo che gli atomi che la costituiscono accorgano quelli che le sono congeniali, quasi li associno; e tralascino e respingano quelli alieni]. Questo spiega perché, ad esempio, non da ogni legno si ottiene mercurio, e perché gli esseri viventi si generano solo da semi specifici.
Il significato storico del testo risiede nella sua difesa dell’atomismo epicureo in un contesto scientifico e filosofico ancora dominato dall’aristotelismo. L’autore (probabilmente Pierre Gassendi) cerca di conciliare la teoria atomistica con la spiegazione dei fenomeni naturali, opponendosi alla concezione delle forme sostanziali e proponendo una spiegazione materialista e meccanicista della generazione e corruzione. Il testo è una testimonianza importante del revival dell’atomismo nel XVII secolo e del tentativo di fondare una nuova fisica basata su principi corpuscolari.
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66 Il dibattito sull’abitabilità della Luna e degli astri
La questione se la Luna e gli altri corpi celesti siano mondi abitati, e se i loro ipotetici abitanti possano essere simili agli uomini terrestri, viene esaminata attraverso il confronto tra antiche dottrine filosofiche e argomenti tratti dall’osservazione fisica e dalla ragione.
Nel testo si raccolgono le opinioni di vari autori antichi riguardo all’esistenza di altri mondi e alla presenza di esseri viventi, persino uomini, sulla Luna. Si menziona che Achille Tazio e altri hanno posto nella Luna una regione abitabile con fiumi e tutto ciò che è simile alla Terra, arrivando a favoleggiare che persino il leone di Nemea fosse caduto di lì: “Luna-ne, & Sol, reliquaque Aftra fint totidem Mundi, ab Achille Tatio, qui fpecialem in Luna ad inhabitandum regionem posuerunt, in qua essent & fluvii, & caetera omnia iis similia” (fr:15248). Senofane, citato da Lattanzio, afferma che comunemente si dà alla Terra il nome di “Mondo” e che chiedersi se la Luna sia un altro mondo equivale a chiedersi se essa sia un’altra Terra: “vulgo Mundi nomen ipsi Terrae accommodant […] adeo ut dum quaerunt, sit-ne Luna alius Mundus, quaerunt dumtaxat, sit-ne Luna alia Terra” (fr:15250). Pitagorici, Eraclide e Plutarco sono ricordati per aver sostenuto che ciascuna stella abbia un proprio mondo, e che all’interno del cavo della Luna vi sia un’altra Terra con un altro genere di uomini simili a noi: “Heraclidem, & Pythagoreos, quos Epicurus non ignoravit, unamquamque Stellam habuisse Mundum, qui complecteretur Terram, Aeremque, & Aethera proprium” (fr:15251). Persino Aristotele, pur non credendoci, avrebbe tratto dalla comune opinione l’idea che non sia impossibile che sulla Luna vi siano esseri che vedono e sono visti da noi: “Aristoteles ipse, non credidit quidem, iuxta ante dicta, sed desumpsit tamen ex trita sententia, quod assumpsit, non eodem modo impossibile dici […] videri vacuem, & visuros nos a nobis, qui in Luna degunt” (fr:15254).
Vengono poi esposti gli argomenti contrari all’abitabilità lunare. Si obietta che, a causa dei molteplici moti della Luna (longitudinale, latitudinale e di profondità), gli abitanti cadrebbero (come il favoloso leone caduto nel Peloponneso): “cum Luna tot, tantisque agitetur motibus, nempe in longitudinem, latitudinem, & profunditatem: non possent illi non decidere” (fr:15262). Inoltre, il calore eccessivo (il Sole verticale sulla Luna per circa quindici giorni consecutivi) e la tenuità dell’atmosfera renderebbero impossibile la generazione di venti e nuvole e quindi la vita: “in tanto calore, tantaque tenuitate ambientis, generari ibi non possent flatus, nubes pluviae, sine quibus neque gigni, neque perdurare res viventes possunt” (fr:15263). La mancanza di alimenti terrestri porterebbe alla necessità di nutrirsi di nettare e ambrosia, come fece Minerva con Achille: “oporteret proinde, ut Minerva Achilli alimenta respuenti instillavit Nectar, & Ambrosiam, sic & ipsam Lunam […] exhibendo Ambrosiam suos illos Homines enutrire” (fr:15264).
Plutarco viene lodato per aver osservato che in questa disputa peccano sia chi dà eccessiva fede a queste cose, sia chi le rifiuta del tutto, senza considerare con serenità ciò che è possibile o contingente: “praeclare observat Plutarchus multa esse, quae & ioco, & serio de hoc argumento dicantur […] ac in eadem versari culpa tum illos, qui his rebus nimiam fidem adhibent, tum illos, qui ipsis offenduntur nimium, fidemque omnem iis derogant” (fr:15265).
L’autore propone una posizione intermedia: è probabile che negli astri avvengano generazione e corruzione, ma non è altrettanto probabile che tali processi producano esseri simili a quelli terrestri, e ancor meno uomini: “cum probabile iam habuerimus, varia esse quae generari, corrumpique in Sideribus valeant; non perinde tamen probabile habemus eiusmodi ea esse, cuiusmodi sunt, quae hic in Terra generamur” (fr:15267). La ragione impone che gli abitanti, se esistono, siano di natura completamente diversa da noi: “ratio postulat, ut sint penitus diversae a nobis, Animalibusque Terrenis naturae” (fr:15268). A sostegno di ciò si addita la straordinaria varietà delle specie animali e vegetali già sulla Terra, resa nota dai viaggi e dalle navigazioni: “Nunquam certe divinassemus tam varia hic, illicque nasci, nisi fecissent navigationes, & peregrinationes fidem” (fr:15271). Se già tra continenti diversi le forme di vita divergono profondamente, tanto più dovranno divergere quelle lunari: “quanto magis diversa fore reputandum est ea, quae in proxima Luna, ac magis adhuc in caeteris […] orbe plane, ac toto Caelo, quod aiunt, a Terra distante, nascuntur?” (fr:15269). L’unica ragione per cui gli uomini si sono diffusi su tutta la Terra è la loro intelligenza e capacità di adattamento, ma verso la Luna mancano i mezzi e le forze per trasferirsi: “Ad orbem vero Lunae quod spectat, industria carent, ac viribus, imparesque omnino sunt, qui ex Terreno hoc ad illum emergant” (fr:15281).
Infine, si confutano le condizioni climatiche: il giorno lunare dura quasi quindici dei nostri giorni, con un Sole verticale per circa trecentocinquanta ore continue, producendo un calore insopportabile; e la notte altrettanto lunga genera un freddo estremo, reso ancora più intenso dalla depressione delle valli lunari e dall’altezza dei monti, come osservato al telescopio: “addamne convalles Lunares, cum sint pluribus vicibus Terrenis nostris depressiores, uti & montes elatiores sunt, quemadmodum ex observatis per Telescopium colligimus: exinde non modo calorem, verum etiam frigus non parum intendi” (fr:15294). Perciò l’uomo non può vivere sulla Luna, né essa può essere abitata in alcun modo plausibile: “nihil profecto non eo conspirat, ut intelligamus Hominem non posse in Lunae globo degere, seu non posse Lunam ab Hominibus ulla ratione inhabitari” (fr:15295). Ogni racconto di abitanti lunari va considerato alla stregua delle fantasie di Luciano, da accogliere solo come piacevole invenzione: “quicquid speciale de Selenicis, seu Lunae habitatoribus dici, aut fingi potest, pro eodem est habendum, ac facta illorum a Luciano descriptio, de qua, aliisque id genus commentis praefatur debere Lectores […] Hiatum ipsum illud adhibere” (fr:15297).
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67 Resoconto del trattato astronomico sulle costellazioni
Didascalia: Il testo descrive le costellazioni dello Zodiaco e boreali, le loro stelle principali, magnitudini e i miti classici a esse associati, evidenziando la suddivisione in dodecatemoria e l’origine della costellazione della Bilancia.
Il trattato presenta una dettagliata rassegna delle costellazioni, iniziando con le figure dello Zodiaco. Di Scorpius si dice che è anche chiamato Nepa, e che fu inviato dalla Terra per uccidere Orione con il morso: “Scorpitu, qui & Nepa, ille ftrit, quem Terra itnmific , vi morfu Orionem interficeret” (fr:15523). Vengono descritte le sue stelle, inclusa la celebre Cor Scorpii di prima magnitudine: “vnaefl in corpore medio primz magnitudinis inter duas quartx, fua rutilantia celebris, qu* CorSccrpif dicitur” (fr:15526). Il testo spiega anche come la costellazione della Bilancia (Libra) sia stata ricavata dalle Chele dello Scorpione: “Illius videlicet Chelas ad pedes prope Visginis prorenfas reduxere in caput … conftituere e* ipfis , pouculifqnc aliis circumflantibus Conii illationem nouam, qoam adhuc vocauero CbeLu , Se Librum quoque” (fr:15545). Viene menzionato l’uso dei dodecatemoria (dodicesimi di 30 gradi) introdotti dai Greci sull’esempio egiziano: “iam , eiira Grzri imitati iCgyptios volucre Se ipfi Zodiacum totum in Dodecatemoria, fcu duodecim parteis cqualeis diftribucre” (fr:15542). I caratteri zodiacali sono descritti come analogici: “Nam Arietis Charadter V, xefere, exprimicque quadamtenus Capuc.cor…” (fr:15563), e per ciascun segno vengono forniti i simboli: Tauri Caput, cornua-; Geminorum II; Cancri S; Leonis caudam Leoninam; Virginis alam, tunicamve Virgineam plicatam; Librz trutinam cum librili; Scorpij corpus caudaroque Scorpij cre&am; Sagittarii +> , Saginam applicitam arcui; Capricorni cum cauda reuoluta; Aquarij sK , fulionem aquz ex amphora; Piscilum X duos Pisceis lino coniunctos (fr:15562-15570).
Oltre lo Zodiaco, vengono elencate le costellazioni boreali, iniziando da Ursa Maior, detta anche Helice e Plauitrum maius: “Ursa Maior, ipfa ed Callido Lycaonis filia … Ipfa ed etiam Plauitrum maius ob feptem illas Stellas … quarum quz quadratum componunt, repraesentare quatuor rotas volunt” (fr:15564-15565). Di Ursa Minor si dice che è anche chiamata Cynosura, e che le sue stelle principali sono di seconda magnitudine, eccetto una di terza: “Scilicet omnes Septentrionales Stell; habentur Iccundz magnitudinis, tamctli quz trium caudx ed proxima videatur efle folum tertiz” (fr:15568). La Stella Polaris è descritta come la più vicina al Polo, distante circa due gradi e mezzo: “Stella Polaris, qu6d fit omnium proxima Polo, vi ab eo non multi amplius , quim gradibus duobus , ac feinifle iam didans” (fr:15559).
Il mito è parte integrante della nomenclatura: Andromeda è legata al mostro marino Ceto, e le sue stelle principali sono di seconda magnitudine: “Confpicua cft fua longitudine, ob treis Stellas fecundx magnitudinis , qux in eadem prope redla linea funt cum lucida ad Dorfum Periei” (fr:15526). Pegasus, nato dal sangue di Medusa, è associato alla fonte Ippocrene: “Pegaftss , ille cft alatus , & decantati fimus Equus, ex fanguinc Medufx natus, cuius ungula Heliconis faxum feriente nata Hippocrene” (fr:15621). La costellazione di Hercules (Engonasi) è rappresentata in ginocchio, con armi: “inlignia tamen geftat Herculis leua manuexuuium geftans , dextra clauam in Draconem intentans” (fr:15602). Cepheus e Cassiopeia sono descritti con le loro stelle, e Cassiopeia è detta avere cinque stelle principali di terza magnitudine: “Quinque prxcipux funt eius Stell? & magnitudinis quidem tertie” (fr:15605-15606).
Le magnitudini sono indicate con precisione; ad esempio, Lyra ha una stella di prima grandezza: “Lucida Lyra … inter Stellas magnitudinis prime eximia” (fr:15580). Corona Borealis è formata da cinque stelle, di cui una di seconda: “tum vna cft fecunde , quali gemma lucens, qux dicitur Lucida Corana” (fr:15597). Alcune costellazioni sono meno luminose, come Pisces: “Perexigux in illis funt tametfi fatis crebras Scellz , quippe vix pauculx magnitudinis quartx” (fr:15541). Vengono anche segnalate stelle particolari, come Vindemiator (Vindemiatrice) in Vergine: “illeinc Vindcmiatcice , fcu Stella , qu* ad alam dextram, Borcamvc cft lita” (fr:15520), e Arcturus in Boote: “In/ignis que Arllurus quali «frri iri, Vrfa cauda” (fr:15584).
Il testo ha un significato storico come testimonianza della sintesi tra astronomia classica e mitologia, con riferimenti ad autori come Cicerone, Ovidio, Virgilio e Igino. La trattazione delle costellazioni riflette le conoscenze pre-telescopiche, basate su osservazioni a occhio nudo e classificazioni di magnitudine. La suddivisione in 48 costellazioni tolemaiche è implicita, con particolare attenzione alle figure zodiacali e boreali. La menzione di stelle di terza e quarta magnitudine indica un catalogo dettagliato, mentre la descrizione di nova (fr:15586) accenna a eventi celesti contemporanei all’autore, probabilmente la nova del 1572 o
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68 Dai satelliti di Giove all’ordine delle stelle fisse: osservazioni, controversie e teorie in un trattato di astronomia
Il testo, tratto da un trattato scientifico, presenta una ricca messe di osservazioni telescopiche, dispute sulla priorità delle scoperte e riflessioni teoriche sull’ordine e la natura dei corpi celesti. Emerge la figura di Fontana, che con un telescopio a lenti convesse compie osservazioni dettagliate di Giove, Saturno, Venere e del Sole, spesso in contrasto con quanto riportato da Galileo e altri studiosi.
68.1 Osservazioni planetarie e controversie sulle scoperte
Fontana sostiene di aver visto cinque stelle intorno a Giove oltre ai satelliti Medicei, e di aver osservato due o tre stelle attorno a Saturno, interpretate anch’esse come erranti. Tuttavia, il testo sottolinea l’incertezza di tali osservazioni: “Quippe tamali dicat fe femper duas faltem circa louem vi- fefe interdum circa Saturnum duas aut treis Stellas , prxtct illos vidifleferibit, opinaturque ipfas quoque Errantcis circa Saturnum efle ; verumtamen idem de illis, ac de memo- didc neque dicere tamen poted,quó extera ratis quinque louialibus videtur dicendum; euaferint i neque qui condet i das duas , aut etiam plures alias , attinere ad illas quinque; clfc eas nimirum ex Inerrantium numero, prope quas contingit Saturnum tranfire.” - (fr:15964) [Dice di aver visto sempre almeno due stelle intorno a Giove, talvolta due o tre intorno a Saturno, e sostiene che anche queste siano erranti attorno a Saturno; ma di esse non può dire con certezza come siano sfuggite, né come quelle due o più altre si riferiscano alle cinque gioviali; esse sono senza dubbio tra le stelle fisse, vicino alle quali Saturno transita.]
Il telescopio di Fontana, descritto come eccezionale, gli permise di rilevare fasce su Giove prima di altri: “deprehendit primus ede louem quali fafeiacum, cuiufmodi ab eo dclineatx habentur.” - (fr:15965) [(egli) per primo scoprì Giove come fasciato, in modo tale da essere poi descritto da lui.] Queste fasce sono interpretate come zone d’ombra e luce variabili (“umbrofi oris lucis”, fr:15966).
Riguardo a Venere, Fontana riferisce di aver osservato due piccoli pianeti che le ruotano attorno, anticipando di quasi un anno le osservazioni di Galileo: “At veri efle duos globulos, minor^fvc Planctas circumcurfanreis Venerem , vnus Fontana ha&enns deprehendit , ac prodidit ; vfus fcilicet Tclcfcopio, quo ait fibi tantam apparare Vencrem,quanta apparet Luna citra Tclefcopium.” - (fr:15971) [Ma Fontana finora ha scoperto e rivelato che ci sono due globetti, cioè pianeti minori, che girano attorno a Venere, servendosi di un telescopio con cui dice di vedere Venere grande quanto appare la Luna a occhio nudo.] Vengono elencate quattro osservazioni datate (12 novembre, 15 ed 25 dicembre 1645, 22 gennaio 1646) che mostrano Venere con una o due “pilulae” (palline) di colore rosso sangue.
Il testo affronta anche la controversia sulla priorità nella scoperta delle macchie solari tra Galileo e Scheiner, citando le pretese di Rhaeus (presumibilmente il gesuita Christoph Scheiner) e di Galilei: “diflidium quidem prxterco.quod inter Galileura , & R.Cliriflopharurn Schcinerum Societatis Iis v intercedit citca obfer- uationem , dcte&iondmve primam Macularum Solarium; dum ille Patauio ad M.Vclfc- rum Duum- virum Aueuflanum feribens an- no fxculi duodecimo fub initium Maij dixit fub medium difeum , quam in ipfo limbo fe fe illas obferuade ante menfeis o&odecim, vifeudum prxbuit.Etvult quide Rheitaeam (vnde Si fc gerit in Dialogis primum inucntorem, obfcruataicmque illarum,1vti & exterarum omnium nouitatum Cxleflium , ab Macularum anno vfque decimo)!” - (fr:15984) [Trascuro le divergenze tra Galileo e Christoph Scheiner della Compagnia di Gesù circa la prima osservazione e scoperta delle macchie solari; mentre quello (Galileo) scrisse da Padova al M. Velser, nobile augustano, nell’anno del secolo dodicesimo all’inizio di maggio, dicendo di averle osservate diciotto mesi prima, sia nel mezzo del disco che nello stesso bordo. E Rhaeus (da cui appaiono nei Dialoghi come primo scopritore e osservatore di esse, e di tutte le altre novità celesti, comprese le macchie) pretende invece di averle scoperte per primo ad Ingolstadt nell’undicesimo anno, nel mese di marzo, e di aver compiuto osservazioni in novembre e dicembre, comunicate a Velser.]
68.2 Teorie sulla natura delle macchie e dei corpi celesti
A proposito delle macchie solari, si contrappongono due scuole: alcuni sostengono che siano pianeti che orbitano vicino al Sole (come Tardus e Malapertius), mentre altri (Galileo, Scheiner e “exteri”) ritengono che siano macchie vere e proprie, non corpi solidi e perpetui: “Siquidem videntur imprimis qux corpora ipfo margine conucxo didatuia. (fr:15978) … debere condancia, perpetuaque efTc.non vcr6 cuanida, feu ortui, interituique obnoxia, at veri Maculx plerumque … in ipfo dccurfu per difeum Solis fcnfitn mi- nunntur , ac denique priufquim ad medium … pcrucniam , fxpiffime tamen , priufquim ad cum peruencrinr , euanefeunt.” - (fr:15979-15981) [Sembra infatti che quei corpi mostrati dal bordo convesso debbano essere densi e perpetui, non evanescenti o soggetti a nascita e morte, mentre le macchie solari per lo più … nel loro percorso attraverso il disco solare diminuiscono gradualmente e infine, prima di raggiungere il centro o l’altro bordo, scompaiono.] Viene inoltre notato che le macchie appaiono irregolari, non circolari come ci si aspetterebbe da pianeti, e che il telescopio di Fontana, essendo a lenti convesse, le mostra invertite (de situ inverso, fr:15982).
68.3 L’ordine e la distanza delle stelle fisse
Una parte consistente del testo è dedicata alla posizione e alla natura delle stelle fisse. Si discute se siano tutte sulla stessa superficie sferica oppure a distanze diverse. Vengono richiamate le opinioni di Democrito, Platone, Aristotele e Cicerone, che pongono la sfera delle stelle fisse come la più esterna: “Omnium nomine Cicero, ymu eft, inquit, Colefiis extimus, qui reliquas «mutis comple{litur,/ummud ipfi Dent,arcens, & continens ceteras , in quo fknt infixi illi , qui voluuntur , Stellarum curfut fimpitemi , huic fubittlt funt feptem , qui verjantur retro contrarie metu, atque Colum.” - (fr:15994) [Cicerone a nome di tutti dice: ‘Il cielo è il più esterno, che abbraccia tutti gli altri, sommo dio stesso, che racchiude e contiene gli altri, in cui sono infisse quelle stelle che si volgono in corsi sempiterni; a questo sono sottoposti i sette (pianeti) che si volgono in moto retrogrado contrario al cielo.’]
Si argomenta che le stelle fisse siano più lontane dei pianeti perché i pianeti le occultano (transitano davanti a esse), come nel caso della Luna e talvolta dei pianeti superiori: “Sani ver6 elle Inerranteis Stellas Planetis omnibus fu peri ores, vel ex eo poteft colligi, qu&didi illis fubtcr-tranfeunt.dum ipfas no- bis obtegunt, tanquam inferiores , nobifque propiores.” - (fr:15997) [Che le stelle fisse siano superiori a tutti i pianeti può essere dedotto anche dal fatto che quelli transitano sotto di esse, mentre le occultano, come inferiori e a noi più vicine.]
Viene discussa la parallasse come metodo per determinare le distanze: “Ed vero fic aliud argumentum fubrilius , quod Adronomi ex vocitata Parallaxi , fcu vifus commutatione dedu- cunt.” - (fr:16008) [Ma c’è anche un altro argomento più sottile, che gli astronomi deducono dalla cosiddetta parallasse, cioè dal cambiamento di vista.] Poiché nei pianeti si osserva una parallasse (differenza di posizione vista dal centro e dalla superficie terrestre), ma nelle stelle fisse no, si conclude che la regione delle stelle fisse è molto più lontana.
68.4 La costanza delle posizioni stellari e la distribuzione irregolare
Il testo insiste sulla immutabilità della posizione relativa delle stelle fisse nel corso dei secoli, citando Ipparco, Tolomeo e osservazioni moderne: *“Nempe obferuauit varias Stellas ,qux rernz in eadem re&alinea.pro- dinatum a(Tuetus,quod in quincuncem, (imi- lixdve exfiftcrcnt.ipsifquefcriptis configna- uit , vt qui fequerentur , explorate pollent, illz-ne in cadctn linea, quz ab ipfo fuidet defetipta, pcrfencratcnt. (fr:16042) … Pcrfucrafle porro atque adeo fitum manere inuariatum ipfa fidem femper «bia-j-** fecit,ac etiam-nufacit.Quippe Ptolemxus ducentis fexaginta pdft annis •afdem in cifdein lineis competit •> & nos iam mille & quingentis a Ptolcmxo annis in cifdem adluic deprehendimus.”* - (fr:16043) [Osservò infatti varie stelle che giacevano sulla stessa linea retta, e le registrò nei suoi scritti, affinché chi venisse dopo potesse verificare se esse persistessero nella stessa linea da lui descritta. Che abbiano perseverato e che la posizione rimanga immutata, la cosa ha sempre fatto fede e ancora la fa. Tolomeo dopo 260 anni le trovò nelle stesse linee, e noi ora, a 1500 anni da Tolomeo, le troviamo ancora nelle stesse.]
Viene riconosciuta la disuniformità nella distribuzione delle stelle (alcune regioni più dense, altre più rade), ma ciò non è attribuito al caso bensì alla sapienza divina: “Venerari fiquidem prxftat Opificis summi imperferutabilem fapientiam, qui fic difpofuir , vc voluit omnia, ac velle nihil quoque cxcogitauic , ad quam attendere sit cuique in promptu.” - (fr:16040) [Conviene infatti venerare l’imperscrutabile sapienza del sommo Artefice, che dispose tutte le cose come volle, e non poté volere nulla che non fosse decorosissimo.] La varietà è paragonata alla bellezza dei paesaggi naturali (“vt rura,vt fal- tus,vt extera habent”*, fr:16048).
68.5 L’ordine dei pianeti
Infine, il testo ripercorre la diversità di opinioni sull’ordine dei pianeti: alcuni ponevano il Sole al primo posto, altri Venere, altri la Luna come la più alta. Viene citata la tradizione egizia e platonica che colloca Luna e Sole sotto i cinque pianeti erranti: “Celebris ex oppofic ™uid(pit^entia e fte l. ia Tonui. (fr:16052) … Id certe de Plntonc Macrobius; cum & ipfum quoque Platonem habeamus imitatio- ne Timxi Locri fententiam perfpicui hac de dcan.” - (fr:16054) [Celebre è l’opinione opposta nel Timeo … Macrobio lo afferma certamente di Platone, e abbiamo Platone stesso che, imitando Timeo di Locri, espone chiaramente il suo pensiero al riguardo.]
Il testo riportato si configura quindi come una testimonianza preziosa delle osservazioni telescopiche del primo Seicento e dei dibattiti teorici che accompagnarono la nascita dell’astronomia moderna, mescolando dati empirici, controversie di priorità e argomentazioni cosmologiche radicate nella tradizione classica.
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69 Le Controversie sull’Ordine dei Pianeti e la Rivoluzione Astronomica nel “Physica” di Gassendi
I testi analizzati, tratti da un trattato scientifico attribuibile a Gassendi, documentano il dibattito storico sull’ordine dei pianeti, culminante nella conferma telescopica del sistema copernicano e ticonico, e discutono la determinazione delle loro distanze.
Il testo affronta la questione dell’ordine e della posizione dei pianeti, un tema centrale nell’astronomia pre-moderna, evidenziando come le opinioni degli antichi fossero discordanti e come solo le osservazioni telescopiche abbiano portato a una soluzione. Inizia esaminando le fonti classiche. Si accenna a Pitagora, Platone e Aristotele, con riferimento a “Pythagoram apud Photium consensisse in ea vt Platonem, sic Pythagoram, & Aristotelem” - (fr:16057) [Pitagora, presso Fozio, concorda in ciò con Platone e Aristotele]. Viene menzionato che lo stesso Aristotele “non obscure testatur, qui ipsam aliunde ex Eudoxo, Callippoque supposuit” - (fr:16062) [non oscuramente testimonia, egli stesso la supposé da altri, da Eudosso e Callippo]. Gli Stoici abbracciarono la stessa dottrina. Una testimonianza interessante riguarda l’interpretazione di un oracolo di Apollo a Delfi, dove “edisseret numerum Vocalium pro numero Planetarum” - (fr:16065) [si discutesse il numero delle Vocali in base al numero dei Pianeti], e la vocale E rappresentava il Sole, come secondo pianeta.
Il dibattito principale riguarda l’ordine di Mercurio e Venere rispetto al Sole. Si nota che “non magna quidem est de tribus superioribus controversia” - (fr:16068) [non grande è la controversia riguardo ai tre [pianeti] superiori]: tutti concordano che Saturno è il più alto, seguito da Giove e poi Marte. L’ambiguità sorge per gli altri. Vengono citate due scuole di pensiero: una che pone Venere subito sopra il Sole e Mercurio ancora più sopra, come “vt prae exteris Stoici citati” - (fr:16069) [come gli Stoici sopra citati], e un’altra che pone Mercurio subito sopra il Sole e Venere sopra Mercurio. L’autore menziona una terza posizione, che all’epoca era ancora vigente, quella di porre Mercurio subito sopra la Luna, poi Venere, e infine il Sole tra Venere e Marte, “vt statim supra Lunam collocetur Mercurius, sequatur Venus, ac inter Venerem & Martem Sol” - (fr:16072) [che subito sopra la Luna sia collocato Mercurio, segua Venere, e tra Venere e Marte il Sole]. Questa disposizione, attribuita a Caldei, Archimede, Gemino, Cleomede, Cicerone, Igino, Manilio, Plinio e soprattutto Tolomeo, viene definita una mentorata opinio che tuttavia prevalse, “vt nempe Venus supra Mercurium, Sol supra Venerem statueretur” - (fr:16080) [che Venere fosse posta sopra Mercurio, il Sole sopra Venere], per ragioni di dignità e per i maggiori escursus di Venere dal Sole.
Il testo segna un punto di svolta cruciale con l’avvento del telescopio. L’aequivelocitas (pari velocità) di Venere e Mercurio con il Sole aveva già suggerito una diversa disposizione, “qua hos planetas Solemque habere nuper denique Telescopio intercedente competimus” - (fr:16087) [che questi pianeti e il Sole abbiano, recentemente infine, con l’intervento del telescopio, abbiamo scoperto]. L’autore cita come precursori Copernico e Tycho Brahe, che “senserunt Venerem & Mercurium non infra Solem distineri, sed libere illi ita circumduci, vt nunc supra, nunc infra sint” - (fr:16088) [ritennero che Venere e Mercurio non fossero distanti sotto il Sole, ma liberamente condotti intorno ad esso, in modo che ora siano sopra, ora sotto]. La prova definitiva arriva dalle fasi di Venere: “Fecit autem Telescopium illi circumductioni fidem, ipsae Veneris, ac Mercurii Phases, sed Veneris potissimum… conuincunt” - (fr:16095) [Il telescopio diede fede a quella circonduzione, le stesse Fasi di Venere e Mercurio, ma soprattutto di Venere, convincono]. Viene spiegato che Venere appare piena quando è lontana (oltre il Sole), e cornuta quando è vicina (al di qua del Sole), dimostrando che orbita intorno al Sole. Questo porta a una conclusione inconfutabile: “Exinde ergo videtur primum constans esse, ac indubia trium horum Siderum dispositio” - (fr:16098) [Da ciò sembra quindi per la prima volta costante e indubbia la disposizione di questi tre Astri], con Mercurio e Venere che “circumcurre” (corrono intorno) al Sole.
Questa nuova comprensione si estende a tutti i pianeti. L’autore sostiene che “observationes omnes in id consentire, vt quemadmodum Sol est centrum circumductionum Mercurii, ac Veneris, sic sit etiam Martis, Iouis, ac Saturni” - (fr:16101) [tutte le osservazioni concordano in questo, che come il Sole è centro delle circonduzioni di Mercurio e Venere, così lo sia anche di Marte, Giove e Saturno]. Si arriva quindi a una conclusione di portata cosmologica: “ac necesse omnino videri, vt aut Braheana, aut Copernicana sit vera” - (fr:16105) [e che appaia necessario del tutto che o la [disposizione] di Brahe o quella di Copernico sia vera]. La differenza tra i due sistemi è solo nel moto della Terra: nel sistema ticonico, il Sole e la Luna girano attorno alla Terra, mentre gli altri pianeti girano attorno al Sole; in quello copernicano, la Terra e la Luna girano attorno al Sole. Il testo specifica che “iuxta Braheum quidem eam Planetarum dispositionem esse, vt Terra in centro Mundi consistente… iuxta vero Copernicum eam esse, vt Sole ad centrum consistente” - (fr:16108) [secondo Brahe la disposizione dei pianeti è quella con la Terra al centro del Mondo… secondo Copernico è quella con il Sole al centro].
Oltre all’ordine, il testo discute le distanze. Viene introdotto il concetto di “Interuallum Sidera a Terra, ac inter se distita sint” - (fr:16133) [Intervalli con cui gli Astri siano distanti dalla Terra e tra loro]. Si precisa che le antiche misurazioni, come quella di Esiodo sulla distanza tra Cielo e Terra (un’incudine che cade per nove giorni), sono solo “generale” e “exorbitat” (fuori strada). Il metodo scientifico per esprimere le distanze è l’uso del semidiametro terrestre come unità di misura, “ipsa Semidiametro Terrae, quasi decempeda quadam uti” - (fr:16141) [usare lo stesso Semidiametro della Terra come una sorta di pertica]. La determinazione di questo semidiametro si basa sulla conoscenza della circonferenza terrestre, ottenuta da misurazioni di stadi e miglia, con una spiegazione dettagliata delle unità di misura: “Stadium continuit centum viginti quinque passibus” - (fr:16143) [Lo Stadio conteneva centoventicinque passi]. Infine, l’autore riconosce i limiti della conoscenza umana riguardo alla causa ultima della posizione dei pianeti. “Pendet nimirum res ex mera voluntate Opificis… Talem tamen necessitas humanam perspicaciam fugit” - (fr:16124, 16125) [La cosa dipende dalla mera volontà del Creatore… Tale necessità sfugge tuttavia all’acume umano]. Ogni ipotesi sulle cause, come i vortici di Cartesio, è considerata “hypothesis… mera” - (fr:16130) [ipotesi meramente], e la risposta più saggia è “profittendo ignorantiam, totum… in arbitrium supremi Opificis conferre” - (fr:16130) [professando l’ignoranza, rimettere tutto all’arbitrio del supremo Creatore].
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70 Misure astronomiche antiche e moderne: un confronto storico
Il testo raccoglie e confronta le stime del diametro terrestre e delle distanze dei corpi celesti da parte di astronomi antichi e moderni, evidenziando progressi e difficoltà osservative.
La trattazione si apre con una rassegna delle diverse misure del semidiametro terrestre espresse in stadi. Aristotele è citato per aver seguito matematici che lo fissarono a 639 stadi: “cx ^,terc imprimis Mathematici , quos citat, ac fequi videtur Ariftotelcs, qui fecerint Ter- rz Semidiametrum Stadiorum fexaginta triu millium fexccentorum triginta noucm” - (fr:16152) [Tra i primi matematici, che Aristotele cita e sembra seguire, fecero il semidiametro della Terra di 639 stadi]. Seguono i valori di Ipparco (44.000), Eratostene (40.000), Posidonio (38.182) e Tolomeo (28.636): “Ptolemzus Gcographus viginti o€ko millium fcxcentorum triginta fex” - (fr:16160) [Tolomeo geografo (fece) 636]. Tra i moderni, Willebrord Snellius viene lodato per la misura più accurata: “vnus eft dicendus Vvil- lebrordus Sncllius , qui omnium accuratiflima dimenGone … reponenda innuerit Stadiorum triginta vnum millia trecenta quadraginta quatuor” - (fr:16161) [Willebrord Snellius, con la misura più accurata, indicò da riporre 344 stadi]. Tuttavia, a causa di un errore nel rapporto tra piede renano e romano, il valore corretto è di 420 stadi, pari a 177 miglia italiche: “habenda eft potius Terra: Semidiameter Stadiorum triginta trium mil- linm , quadringentorum , & viginti ; hoc eft railliarium Italicorum quatuor millium cen- tum, & fcptuaginca feptem” - (fr:16165) [Si deve avere piuttosto il semidiametro della Terra di 420 stadi, cioè 177 miglia italiche].
Passando alla Luna, vengono riportate stime antiche estremamente ridotte, come quella di Petosiris e Nechepso, che dalla divisione del cerchio lunare in 366 parti ottenevano una distanza di appena 921 stadi e mezzo: “huius ambitus Scmidiametrum … non continere amplius , quim Stadia mille nongenta viginti vnum , ac femiflem” - (fr:16171) [Il semidiametro di questo cerchio non contiene più di 921 stadi e mezzo]. Altre stime, come quella di Eratostene (5.000.000 di stadi, pari a 125 semidiametri terrestri), sono giudicate eccessive. La posizione mediana, che assegna alla Luna una distanza di 56 semidiametri, è considerata migliore: “Melius fc habet quod ccnfuSrc apud Plutarchum ij , qui quafi medium tenentes fecere Lunz a nobis didantiam Semidiamc- trorum quinquaginta fex” - (fr:16183) [Sta meglio ciò che si trova presso Plutarco, coloro che, tenendo come il mezzo, fecero la distanza della Luna da noi di 56 semidiametri]. Gli astronomi successivi (Tolomeo, Copernico, Tycho, Lansberg) specificano le distanze apogee, perigee e medie della Luna, con valori che oscillano tra 34 e 68 semidiametri. Tycho è presentato come il più accurato, avendo corretto Copernico: “emendauit Copemicum Tycho circa maximam; arque ei quidem di- ligcntiil, iifque vfus cautionibus , vt quas di- ftantias prodidit videantur omnino reliquis ptzfciendz” - (fr:16193) [Tycho corresse Copernico intorno alla massima; e con quella diligenza e cautele, le distanze da lui fornite sembrano del tutto da preferire alle altre].
Per il Sole, vengono elencate le proporzioni antiche: i Platonici e Pitagora ponevano la distanza solare come doppia di quella lunare, ma con un valore lunare troppo piccolo (4 semidiametri), il Sole risultava a soli 11 semidiametri. Aristarco di Samo trovò una via di mezzo: “Aristarchus Samius … Diflantia, inquit, qua Solabefi a Terra, tim qua Luna abefl a Terra maior quidem , ^ o ’dede cupla , minor vero , quam vigecupla eJl” - (fr:16198) [Aristarco di Samo: la distanza di cui il Sole è lontano dalla Terra, rispetto a quella di cui la Luna è lontana dalla Terra, è maggiore di 18 volte, minore di 20 volte]. Gli astronomi moderni forniscono valori precisi in semidiametri terrestri per la distanza media: Tolomeo 170, Copernico 142 (o 160), Tycho 150. La difficoltà di misurare la parallasse solare è sottolineata: “Ex hoc autem ed , cur Lon- gomontanus didantiam Solis mediocrem fe- cerit … Semidiametrorum Terrae mille ducen- tarum o&oginta odio i Lanfbergius mille quingentorum … & Keplerus … vlque tet mille & Quingentas” - (fr:16204-16206) [Da ciò deriva che Longomontano fece la distanza media del Sole di 288 semidiametri, Lansberg di 500, e Keplero fino a 500].
Le distanze dei pianeti inferiori (Mercurio e Venere) sono discusse nel sistema tolemaico, con apogei e perigei che coincidono con quelli del Sole e della Luna. Per esempio, Mercurio al perigeo dista quanto la Luna all’apogeo: “Mercurij Perigeum didare k Terra , quantum Apogeum Lunz .Terrenis nimirum Semidiame- Pcrigca , didare quadringentis leprem, cum dcprcllitis, ducentis o&oginta quinque” - (fr:16212) [Il perigeo di Mercurio dista dalla Terra quanto l’apogeo della Luna, cioè 407 semidiametri terrestri, e il perigeo depresso 285]. Per Marte, Giove e Saturno, vengono fornite le distanze apogee, perigee e medie secondo Copernico e Tycho. Le discrepanze sono attribuite alla difficoltà di misurare parallassi molto piccole, specialmente per Saturno: “Parallaxium , diSlantiarumque menfuratio in tribus fuperioribut Planetis vix locum inueniat , ob ingentem eorum a Terris remotionem” - (fr:16231) [La misura delle parallassi e delle distanze nei tre pianeti superiori trova a malapena luogo, a causa della loro enorme lontananza dalla Terra].
Infine, la distanza delle stelle fisse è affrontata brevemente, ricordando gli antichi Egizi e Pitagora che le ponevano a distanze irrisorie, non superiori a 23 semidiametri terrestri. Tycho, al contrario, le colloca molto più lontano, mentre Plinio esprime scetticismo sulla possibilità di tali misure: “Au- rum, inquit, quo procedat improbitas cordis … aufique diuinare Solis ad Terram jpatia , M eadem ad Colum agunt” - (fr:16242) [L’oro, disse, a cui procede l’impudenza del cuore … osando divinare gli spazi del Sole verso la Terra, e da lì al Cielo].
Il testo si conclude notando come, nonostante le incertezze, la via di mezzo tra Copernico e Tolomeo possa essere accettata per la distanza media del Sole, e come le osservazioni moderne abbiano progressivamente corretto gli errori antichi, sebbene con notevoli difficoltà tecniche.
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71 Analisi delle distanze stellari e dell’armonia celeste nel trattato di Gassendi
Il trattato affronta due temi principali: la determinazione della distanza delle stelle fisse e l’ipotetica armonia musicale celeste, intrecciando osservazioni astronomiche con speculazioni pitagoriche e platoniche.
La prima parte stabilisce che la distanza delle stelle fisse è così grande da rendere impossibile la misurazione della parallasse. L’autore afferma: “dico solum eam esse Stellarum Fixarum a Terra distantiam, ut nulla omnino parallaxis discerni valeat” – (fr:16245) [dico che la distanza delle Stelle Fisse dalla Terra è tale che non si può distinguere alcuna parallasse]. La Terra stessa diventa un punto rispetto alla sfera delle fisse: “ac tota ipsa Terra collata ad sphaerae Fixarum amplitudinem evadente ut puncto” – (fr:16245) [e tutta la Terra stessa, confrontata con l’immensità della sfera delle Stelle Fisse, diventa come un punto]. Ne consegue che non possediamo uno strumento di misura adeguato: “destituimur decempeda, qua demetiri distantiam Fixarum a nobis possimus” – (fr:16247) [siamo privi di una pertica con cui poter misurare la distanza delle Stelle Fisse], quindi “nihil posse de illa certo definiri, ac integrum adeo unicuique esse de ea conicere, prout libet” – (fr:16247) [nulla si può definire con certezza, ed è quindi lasciato a ciascuno congetturarne a piacere].
Vengono citate stime storiche contrastanti: Albategno calcolò 000 semidiametri terrestri, Alfragano oltre 000, Tycho le ridusse a 000, ma l’autore nota che Tycho stesso ammise incertezza: “vix licere quidem propius olisit Affixarum Sphaerae limites Terra admonere, quam in distantia terdecies mille femidiametrorum Terrae circiter” – (fr:16249) [a mala pena si possa avvicinare i confini della sfera delle Fisse alla Terra più della distanza di circa tredicimila semidiametri terrestri]. Per sicurezza si aggiunsero altre migliaia di semidiametri. L’autore giustifica tale approssimazione: “neque enim haec exacta, et subtili mensuratione sunt pervestiganda, nec etiam accurata praecisio admodum in his est necessaria” – (fr:16250) [queste cose non vanno indagate con misurazione esatta e sottile, né è necessaria una grande precisione].
Copernico, seguendo Aristarco, suppose una distanza così immensa che non solo la Terra, ma l’intero “Magnus Orbis” (orbita terrestre) svanisce: “totus etiam Magnus Orbis … ad eandem distantiam consimiliter evanescat, sive pari modo pro puncto habeatur” – (fr:16254) [anche tutto il Grande Orbe scompare allo stesso modo, o è considerato un punto]. Lansberg calcolò le stelle lontane “vicies obies millies semidiametris magni Orbis; hoc est Terrenarum femidiametrorum ultra quadringenties centena millia” – (fr:16259) [venti … mille semidiametri del Grande Orbe; cioè oltre quattrocentomila centinaia di migliaia di semidiametri terrestri]. Aristarco aveva già proposto distanze enormi: “millies millies millies millesimam eius, quae a Terra usque ad Solem est” – (fr:16260) [mille volte mille volte mille volte la distanza Terra-Sole].
La seconda parte del testo si concentra sull’armonia delle sfere. Pitagora, ispirato dal suono dei martelli in una fucina, trasferì le proporzioni musicali ai corpi celesti: “deprehendit harmoniam, concinnitatemve consistere in intervallis, intervallorumve proportionibus” – (fr:16265) [scoprì che l’armonia e la convenienza consistono negli intervalli e nelle proporzioni degli intervalli]. Vengono elencati vari intervalli: dupla (ottava), tripla (dodicesima), quadrupla (quindicesima), sesquialtera (quinta), sesquitertia (quarta), sesquiottava (tono), sesquinona (tono minore), etc. L’autore spiega come Pitagora compose la diapason (ottava) da rapporti semplici: “dupla componatur ex sesquialtera, et sesquitertia” – (fr:16273) [la dupla si compone di sesquialtera e sesquitertia].
Espone poi la tradizione platonica: Platone nel Timeo divise l’anima del mondo usando progressioni geometriche (1,2,4,8 e 1,3,9,27). I Platonici tentarono di applicare queste proporzioni alle distanze planetarie, ma i risultati furono mostruosi: “immane quantum haec intervalla … omnem proportionem harmonicam, accommodatamve ad cantum excedant” – (fr:16300) [immensamente questi intervalli superano ogni proporzione armonica adatta al canto]. L’autore riporta il sistema di Tetracordi greci e la loro attribuzione ai pianeti (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno), ma conclude che “inepti simus, si in sonora hac harmonia refellenda tempus teramus” – (fr:16317) [saremmo sciocchi se perdessimo tempo a confutare questa armonia sonora], poiché non esistono sfere solide che producono suono e l’aria non è sufficiente a trasmetterlo.
Viene criticata l’applicazione forzata delle proporzioni musicali: “meri gratis, et citra ullam observationem accommodasse ipsis Siderum intervallis, celeritatibus, magnitudinibus … in sonora harmonia, nostrave Musica proportiones” – (fr:16333) [del tutto gratuitamente e senza alcuna osservazione adattarono agli intervalli, velocità e grandezze dei corpi celesti le proporzioni della loro armonia sonora o della nostra musica]. L’unica armonia ammissibile è quella dell’ordine e della proporzione creata dal “summus rerum Opifex”, ma l’autore dubita che sia misurabile dall’uomo: “hanc proportionem esse Hominibus perspectam … minime liquet” – (fr:16325) [non è affatto chiaro che questa proporzione sia nota agli uomini].
Infine, si accenna al tentativo di Keplero di usare i cinque solidi regolari per le distanze planetarie, ma l’autore lo liquida come speculazione priva di fondamento osservativo. Il testo si chiude con un richiamo alla modestia: “tametsi nos quantitas, et mensura lateat” – (fr:16330) [sebbene la quantità e la misura ci siano nascoste].
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72 Critica delle proporzioni celesti: armonie, solidi e dimensioni nei trattati astronomici del XVII secolo
Il testo, tratto da un trattato scientifico di epoca post-kepleriana, esamina con spirito critico i tentativi di assegnare alle orbite planetarie proporzioni geometriche e musicali, confrontandoli con le misure empiriche delle dimensioni e distanze celesti. L’autore, pur riconoscendo l’ingegnosità di Keplero e degli antichi, ne mette in luce le incongruenze, difendendo un approccio più prudente e fondato sull’osservazione.
72.1 I solidi platonici e le orbite planetarie
Keplero aveva proposto di inserire tra le orbite dei pianeti i cinque solidi regolari, assegnando a ciascuna coppia un poliedro specifico: “nimirum Saturno, & Ioni cenfuit interpofitum Cubum ; Ioui , & Marti Tetrahedron ; Marti , & Telluri Dodecahedron ; Telluri , & Veneri Icofahedron, Veneri , & Mercutio O&ahedron” (fr:16340) [cioè, a Saturno e Giove interpose il Cubo; a Giove e Marte il Tetraedro; a Marte e Terra il Dodecaedro; a Terra e Venere l’Icosaedro; a Venere e Mercurio l’Ottaedro]. Tuttavia, l’autore osserva che tale corrispondenza non è esatta: “Cubi quidem engmlie intimo Saturni circulo applicatio , centra plenorum fere tangere medium circulum Ionie : & Tetre M hedri anguiu intimo louio circulo infiftentibue, tentre plenorum Tetrehedri, renfere fore ar- tio circulum extimum” (fr:16356) [L’applicazione del cubo al cerchio interno di Saturno fa sì che i centri delle facce tocchino quasi il cerchio medio di Giove; e gli angoli del tetraedro, innestati nel cerchio interno di Giove, fanno sì che i centri delle facce del tetraedro tocchino quasi il cerchio esterno]. Le discrepanze emergono chiaramente: “ne vnuro quidem Regularium corporum deprehensum eft perferte exxquari (patio duobus Planetis intercepto , cbm aut ab illo deficiat , aut ipsum excedat , idque interdum ex vna , interdum ex vrraque parte” (fr:16361) [non si è trovato neppure uno dei corpi regolari che si adatti perfettamente allo spazio compreso tra due pianeti, ma o è minore o maggiore, talvolta da un lato, talvolta da entrambi]. Di conseguenza, l’autore giudica il sistema un mero gioco: “Sani vel e* hoc infinuari potcst esse hoc commentum merum lusum , ac Regularia corpora co qub non attinent traduci, quando iis locis, ad qux transferuntur, tam male congruunt” (fr:16362) [Da ciò si può intendere che questa invenzione è un puro gioco, e che i corpi regolari sono portati là dove non pertengono, poiché nei luoghi a cui sono trasferiti si adattano così male].
72.2 Armonie musicali e proporzioni universali
Il testo esamina anche la teoria kepleriana che associa alle distanze planetarie intervalli musicali. L’autore riporta che Keplero cercò di ritrovare “proportiones harmonicas non solum Pt ifcis illis notas, sed quas diximus etiam Postcrioribus agnitas teperiat ; ac in illa etiam Cxlefti harmonia appellatas Claueis camus tam mollis, qukm du- ri demonstret : & parteis quoque volgb vocatas Baffum,Tenorem , Altum, Discantum” (fr:16367) [proporzioni armoniche, non solo note agli antichi Pitagorici, ma riconosciute anche dai posteriori; e in quella stessa armonia celeste dimostra le chiavi (claves) del modo molle e del modo duro, e le parti volgarmente chiamate Basso, Tenore, Alto, Discanto]. Tuttavia, il tono è scettico: “Dicere porri etiam poterat , arbitraria magis , quam vera ; quippe qui his rebus pascuntur , quali aman- tes sunt qui ipsi , sibi somnia fingunt” (fr:16371) [Si potrebbe dire che sono più arbitrarie che vere, poiché coloro che si nutrono di queste cose, come innamorati, si creano da sé i sogni]. L’autore respinge l’idea che la natura debba conformarsi al nostro gusto uditivo: “Quali ver6 . . . quia aures nostrae qp ibusdam Tonorum proportionibus , ac proprietatibus demulcentur , debeat quoque parens Natura iis Tic demulceri , ut in conformatione prxeipuo- rum operum illas propterei inter conformandum , disponendumque praeipua opera vfurparit ?” (fr:16373) [Come se, poiché le nostre orecchie sono dilettate da certe proporzioni e proprietà dei toni, anche la madre Natura dovesse esserne dilettata in tal modo, tanto da usarle nella conformazione e disposizione delle sue opere principali?]. Viene quindi criticata l’antropomorfizzazione delle leggi cosmiche: “Eat nostras aureis delectant , forte & quorumdam aliorum Animalium : at non profedri omnium ; neque enim quibus Tunc organa diuerss texturz, par eft eaTdem proportiones .contemperariondfve accommodatas elTc, & gratas” (fr:16374) [Esse dilettano le nostre orecchie e forse anche quelle di alcuni altri animali, ma non certo di tutti; né a organi di diversa struttura sono adatte e gradevoli le stesse proporzioni e temperamenti].
72.3 Le dimensioni apparenti e reali degli astri
L’autore affronta la questione delle dimensioni reali del Sole e della Luna, contrapponendo l’opinione di Epicuro – che riteneva il Sole grande quanto appare – alle dimostrazioni astronomiche. Il testo cita Epicuro: “Magnitudo Solis, & reliquorum Siderum … tanta est , quanta apparet … ad ipsum vero rem jptUat , aut pauflo maior , aut pauHo minor , aut praeite tanta , quanta videtur” (fr:16397) [La grandezza del Sole e degli altri astri … è tanta quanta appare … ma quanto alla realtà, o è un poco maggiore, o un poco minore, o proprio quella che si vede]. Seguono le obiezioni: se il Sole fosse grande come un piede, la sua distanza dalla Terra sarebbe di soli 125 piedi, rendendolo più basso delle montagne: “sequeretur Solem non amplius distare a Terra , quam pedibus centum ,sc viginti quinque ; sicque inferiorem etiam montium verticibus fieri ; ut nihil dicatur de Luna , que ex ratione motuum colligitur esse debere tredccuplo propior” (fr:16426) [ne seguirebbe che il Sole non dista dalla Terra più di 125 piedi, e così sarebbe più basso delle cime dei monti; per non dire della Luna, che per ragioni di moti si raccoglie essere tredici volte più vicina]. Viene inoltre dimostrato l’assurdo di una volta celeste piccolissima: “toto scilicet ambitu non exsistente maiore pedibus septingentis & quinquaginta. Quo quid dici potest absurdius?” (fr:16427) [cioè l’intera circonferenza non sarebbe maggiore di 750 piedi. Cosa si può dire di più assurdo?]. L’autore conclude che le dimensioni reali si ottengono dalla distanza e dal diametro apparente mediante calcoli geometrici, e che l’esperienza telescopica ha ormai corretto le stime antiche.
72.4 Un richiamo alla prudenza e all’osservazione
Il tono complessivo è di moderazione critica. L’autore riconosce che una proporzione esiste nella distribuzione delle distanze planetarie, ma nega che debba essere quella delle consonanze musicali: “Itaque fatendum e(l quidem, quod & tam •nte fecimus parentem Naturaiq , sapientissimumve illius Authorem congruentissima quadam proportione Mundi interualla distribuisse ; at non sequi tamen , vt talis ea Iit, qualis inter fidium longitudines , quibus creantur Toni aurem dcliniendres” (fr:16384) [Dobbiamo ammettere che il padre Natura, o il sapientissimo suo Autore, ha distribuito gli intervalli del Mondo con una proporzione molto congruente; ma non ne segue che essa sia tale quale quella tra le lunghezze delle corde che creano i toni che dilettano l’orecchio]. Egli ammonisce contro la presunzione di voler imporre alle leggi cosmiche i limiti dei nostri sensi: “temperandum ab illis est” (fr:16388) [da ciò ci si deve astenere]. La vera conoscenza delle grandezze celesti viene dall’osservazione e dalla misura, non da speculazioni armoniche astratte.
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73 Misure e opinioni sul diametro del Sole e della Luna: un compendio di dottrine antiche e moderne
Il testo raccoglie e discute le stime antiche e moderne del diametro e della grandezza del Sole e della Luna, evidenziando le contraddizioni tra gli autori e proponendo un metodo sperimentale per ridurre gli errori di osservazione.
Il trattato si apre con una serie di argomenti geometrici e naturali per dimostrare che il Sole è molto più grande di quanto appaia. Il primo argomento è desunto dall’impossibilità che la velocità di un uccello eguagli quella solare: se si suppone che un uccello percorra duecento stadi nello stesso tempo, “ne talis quidem velocitas velocitati Solis adxquetur; nece fle erit ponere Solem maiorem , quam ftadia duccma” – (fr:16430) [neppure tale velocità uguaglierà la velocità del Sole; sarà necessario porre il Sole maggiore di duecento stadi]. Un secondo argomento si basa sull’osservazione che a mezzogiorno le ombre di colonne e alberi sono parallele: ciò implica che il Sole sia più grande degli intervalli tra gli oggetti, perché se fosse più piccolo le ombre divergerebbero (fr:16431). La prova più nota è quella del pozzo di Siene: quando il Sole è nel Tropico del Cancro, a trecento stadi non si genera alcuna ombra; di conseguenza “Sol debet non efle minor faltem trecentis ftadiis” – (fr:16433) [il Sole non deve essere minore almeno di trecento stadi]. Segue l’argomento delle isole: il Sole nascondendo intere isole con il suo disco, deve essere non più piccolo di esse (fr:16434‑16435). Una stima geometrica conduce a un diametro solare di almeno duemila stadi (fr:16436). Infine, dal passaggio della Luna nell’ombra terrestre si ricava che il diametro della Luna è circa la metà di quello della Terra, e poiché il diametro solare è trenta volte quello lunare, “eadem erit maior Terrae diametro fexies cum lemifle” – (fr:16439) [lo stesso sarà maggiore del diametro della Terra di sei volte e mezza]. L’autore ironizza: “An igitur Sol pedali non maior?” – (fr:16440) [Dunque il Sole non è più grande di un piede?].
La parte centrale del testo è dedicata alle divergenze tra gli antichi e i moderni sulla grandezza apparente del Sole e della Luna. Vengono citati Cleomede (che attribuisce al Sole una proporzione di trecento a uno rispetto alla Terra, fr:16504), Macrobio e gli Egiziani (che misuravano il diametro solare con un idrologio: “captande Solis diametri bydrologio”, fr:16447) e Aristarco, il quale nel suo libro De magnitudinibus et distantiis sosteneva che la Luna sottende due gradi del cielo (fr:16448). L’autore nota sospetti di errore testuale: “nifi Pappus ita le gi(Tct, & politionem hanc inmrobatam Hip parcho, & Ptolemxo dixi flet” – (fr:16449) [se non che Pappo lesse così, e questa posizione fu rigettata da Ipparco e Tolomeo]. Si elencano le opinioni di Senocrate, Parmenide, Empedocle, Archimede (che pone il diametro solare trenta volte quello lunare, fr:16454), e si riporta la stima di Aristarco: il diametro solare è maggiore di venti volte quello lunare ma minore di diciotto? In realtà “diametrum Solarem efle ad Lunarem maiorem, quamvigecuplam,minorcm,quamduodcui- gecuplam” – (fr:16455) [il diametro solare sta a quello lunare maggiore di venti volte, minore di diciotto volte], il che dà un volume di circa seimila novecento volte.
Per la Luna, le discrepanze sono altrettanto grandi. Alcuni la fecero maggiore della Terra, come gli Stoici e Plinio (fr:16461), altri minore, come Aristotele e i matematici che la stimarono maggiore di mezza Terra (fr:16466). La causa di tali divergenze è la diversa distanza assunta e l’apparente diametro lunare, che varia a seconda dell’osservatore e delle condizioni di luce (fr:16463). L’autore segnala che “diameter Lunx apogex … habet tribus , quatuot , aut quinque minutis” – (fr:16468) [il diametro della luna all’apogeo ha tre, quattro o cinque minuti in meno del perigeo], e che Tolomeo lo poneva a 31⅓ minuti, Tycho a 32 o 33, mentre egli stesso ha osservato “diametrum Lunx Apogex … minutorum folum viginti lex ac fecundorum triginta fex” – (fr:16470) [il diametro lunare all’apogeo di soli 26 minuti e 36 secondi] (fr:16470).
Per ovviare a queste incertezze, l’autore descrive un metodo strumentale per misurare il diametro della Luna usando una trave graduata e due perni. “Trabeculam … habuimus vitta duos , & vi inti pedes Parifinos longaro, rubrica, lincivc duci” – (fr:16492) [Abbiamo avuto una trave lunga due piedi e mezzo parigini, segnata con linee, divisa in circa quarantamila parti, e con perni alle estremità, posta a una finestra in modo che la luce lunare, passando tra i perni, proiettasse un’ombra su uno schermo sottostante]. Misurando la larghezza dell’ombra nera e applicando la trigonometria, si ottiene il diametro reale (fr:16494‑16503). Questo metodo è indipendente dall’affezione dell’occhio, che spesso ingrandisce gli oggetti luminosi (fr:16491). Con tale procedimento si è determinato che, quando la Luna è all’apogeo e a sessanta semidiametri terrestri di distanza, il suo diametro è di soli 26 minuti e 36 secondi, e di conseguenza il rapporto tra la Terra e la Luna è di circa 13 a 3, cosicché “Terra ollogiei femcl maior, quam Luna” – (fr:16508) [la Terra è maggiore della Luna di trentatré volte e mezzo].
La discussione si conclude con le stime del diametro solare da parte dei moderni. Tolomeo, con rapporto 11 a 2 dei diametri, ottenne un Sole “centies fexagies ftxits , 6c aliquid amplius” – (fr:16516) [centosessantasei volte e qualcosa di più] maggiore della Terra. Copernico, con rapporto 109 a 20, lo fece “centies trkies nouies cum fimijfe” – (fr:16521) [centotrentanove volte e mezzo] più grande. Tycho, con rapporto 389 a 75, giunse a circa centoquarantadue volte. L’autore, rifacendosi a Posidonio, ricorda che alcuni antichi arrivarono persino a “quinquagies nouies millies trecenties ,& nouies decies” – (fr:16514) [cinquantanove mila trecento diciannove volte] (cioè 59 319), ma si astiene dal giudicare, dichiarando: “Quanquam nobis quid definire, fiquitur, vt ccnfuerint cfTc Solem Tcrramaio rem millies, feptingenties, & vicies oihes” – (fr:16509) [Tuttavia non abbiamo la volontà di definire nulla, poiché alcuni hanno ritenuto il Sole maggiore della Terra mille, settecento e venti volte]. L’opera si presenta così come un’approfondita rassegna critica delle misure astronomiche, corredata da un innovativo strumento per una determinazione più oggettiva dei diametri.
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74 Discrepanze e Metodi nella Misura delle Dimensioni dei Corpi Celesti secondo gli Antichi e i Moderni
Un confronto serrato tra le stime di Tolomeo, Copernico, Tycho, Longomontano, Lansberg e Keplero rivela l’estrema difficoltà di determinare le reali dimensioni di Sole, Luna, pianeti e stelle fisse, a causa dei limiti strumentali e dell’inesatta conoscenza delle distanze.
Il testo si addentra in un’analisi dettagliata delle divergenze tra le valutazioni degli astronomi riguardo alle dimensioni del Sole rispetto alla Terra e alla Luna, evidenziando l’incertezza che domina l’astronomia pre-telescopica e i primi anni dell’uso del telescopio. Viene dapprima discussa la comparazione Sole-Luna: con i dati di Tolomeo “ex Ptolemxo Solis diameter ad diametrum Lunx se habeat ,vt nonaginta ex quatuor ad quinque ,feqoitur Solem iuxta illum cite Luna maiorem fexies miHies fixetn- ties quadragies quater” (fr:16528) [seguendo Tolomeo, il diametro del Sole sta a quello della Luna come 94 a 5, ne consegue che il Sole è 944 volte più grande della Luna]. Utilizzando invece i rapporti di Copernico, “diameter illius fe habeat ad diametrum huius, vt nouemdccim cum tribus quadragcftmis ad vnum , fequitur Solem iuxta illum cllc Luni maiorem fexies miHies nongenties quadragies” (fr:16529) [il diametro di quello sta a questo come 19,075 a 1, il Sole è 940 volte più grande]. Per Tycho “octoclccim ad vnum habuerit, {equitur Solem juxtaillum efle Luna maiorem quinquies mil- iies , odingeuties tricies bis” (fr:16530) [con 18 a 1, il Sole è 832 volte più grande]. Per Longomontano, “vt viginti tria potiffimum… fequitur Solem iuxta il- lum cite Luna maiorem deete s miHies” (fr:16531) [circa 23 a 1, il Sole è 000 volte più grande]. L’autore sottolinea la discrepanza e l’incredibile aumento apportato da Lansberg “adauxerit Lansbergius i quippe qui Solem Ter. maiorem habuerit quadringenties tricies sex” (fr:16534) [Lansberg ha aumentato il Sole tanto da renderlo 436 volte più grande della Terra], e ancor più da Keplero, che “non con- tentus habuilTe Solem maiorem, quimTer- ram ter miHies quadringenties fixagies nouies” (fr:16538-39) [non contento di avere il Sole maggiore della Terra 469 volte] poi stabilì una distanza tale da farlo “Terrram fuperare ducenties vicies bit miHies” (fr:16541) [superare la Terra 000 volte].
Le difficoltà osservative sono ampiamente discusse: si nota che “omnes organa quibus in illis obleruitandis vtimur , immenfa femper fpatia inobferuata prxtercunt inter, ac prxtcr illa pun&a , ad qux collineare nos exiftimamus” (fr:16548) [tutti gli strumenti con cui osserviamo lasciano sempre inosservati immensi spazi tra i punti verso cui crediamo di collimare]. L’autore richiama l’autorità di Archimede, il quale, “cum de captanda Solis diametro apparente agens , ld, inquit , vere ajfumere non j a Aren.” (fr:16549) [trattando della cattura del diametro apparente del Sole, disse che non si può assumere con verità], poiché “neque vifm, neque mansu , neque organa , quibus obfer- uatio peragitur , fide digna abunde funt ad ac- curate deraonflrandum” (fr:16546) [né la vista, né la mano, né gli organi con cui si compie l’osservazione sono sufficientemente affidabili per una dimostrazione accurata]. Si conclude che “ac fatis c(Tc nobis de- beat ,qu6J, ni fi liceat penitus fcopum ipfum attingcrc.ad quid piam tamen collineat e,quod przter propter fit, concedatur” (fr:16551) [ci deve bastare che, se non è possibile raggiungere perfettamente il bersaglio, ci si accontenti di collimare approssimativamente].
Passando alle stelle erranti (pianeti), l’autore presenta le stime degli antichi e dei moderni. Albategnio e Alfragano “fupponentes fingulas in mediis fuis a Terra diftantiis , fuppofuere fimul diametros earum vifibileis ad Solis diametrum comparatas” (fr:16562) [supponendo ciascun pianeta alla sua distanza media, stabilirono i diametri visibili in rapporto al Sole]. Tycho, basandosi sulle proprie osservazioni, stabilì che “Mercurium Terra minorem vndevicies-, Venerem fixies cum fextante t Manem terdecies-, Iouem au- tem c(T e maiorem quater decies , & Saturnum vicies bu” (fr:16568) [Mercurio è 19 volte minore della Terra, Venere 6,25, Marte 13, Giove 14 volte maggiore, Saturno 22]. Lansberg, seguendo i rapporti arabi, ritenne “minorem quinta” (fr:16569) [minore di un quinto]. L’autore accenna alla “Kepleri sententia” (fr:16570) [opinione di Keplero] che dava Mercurio minore 12 volte, Venere 3,5, Marte maggiore di 2/3, Giove 25,4, Saturno 46,66.
Un punto cruciale è l’effetto del telescopio: “Telefcopium docuit plu- rimum detrahendum efle ex quantitate appa- rente vt Lunz , fic etiam Stellarum ob pa- rem circumnradiationem , fiue fpurium lim- bum circa verum nucleolum , idei efficitur, vt etiam Errantes eadem diftantia fuppofita fuit in fcipfis longe minores , quira pcrfuafio” (fr:16571) [il telescopio ha insegnato che si deve detrarre molto dalla quantità apparente, sia della Luna che delle stelle, a causa di una uguale circonradiazione o alone spurio attorno al vero nucleo, per cui anche i pianeti, a parità di distanza, risultano in sé molto più piccoli di quanto si credesse]. Viene poi descritta l’osservazione di Galileo sulla stella della Lira, che “deprehendit aurem idum angulum efTe fecundorum folummodo quinque” (fr:16612) [trovò che l’angolo era solo di 5 secondi], dimostrando che la vera grandezza è molto inferiore a quella apparente a occhio nudo.
Per le stelle fisse, si menzionano le attribuzioni antiche: “Legimus attribuit Stellis Primx magnitudinis apparentem diametrum minati vnfus, ac (cmiffis” (fr:16575) [leggiamo che attribuivano alle stelle di prima grandezza un diametro apparente di 1 minuto e mezzo], e le stime di Tycho, che per le stelle di prima grandezza stabili un diametro di circa 2 minuti, e ne dedusse “mediocris Terram fua mole excedere vicibus fexaginta” (fr:16592) [la media supera la Terra di 60 volte]. Lansberg, invece, “detraxit… ob id quod dcmonftrat Tclefcopium” (fr:16594) [detrasse a causa di ciò che dimostra il telescopio], assegnando alle stelle di prima grandezza solo 1 minuto. Il testo conclude che “in di dantibus adeo rebus nihil aliud omnes, quam hariolamur” (fr:16604) [in questioni così lontane non facciamo altro che aruspicare], e che si tratta di “mera conie&ura” (fr:16604) [mera congettura].
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75 Osservazioni astronomiche e natura sferica dei corpi celesti in un trattato seicentesco
Lo studio dei fenomeni celesti, dalle fasi planetarie alla sfericità degli astri, basato su osservazioni telescopiche e ragionamenti geometrici.
Il testo affronta l’evidenza osservativa delle fasi di Venere come prova della sua natura globosa, citando il suo variare di luce simile alla Luna: “De Venere autem potissimum loquor, quam nemo est pene tantillum curiosus, qui non viderit perinde ac Lunam lumine augeri ac minui, … cornulatam, dimidiam, gibberam, ac plenam” - (fr:16781) [Parlo principalmente di Venere, che quasi nessuno è così poco curioso da non aver visto aumentare e diminuire di luce come la Luna, … cornuta, dimezzata, gibbosa e piena]. Si argomenta che, se fossimo su Mercurio, non vedremmo le fasi di Venere perché troppo vicini al Sole; analogamente, dalla Terra non osserviamo fasi di Marte, Giove e Saturno poiché siamo all’interno della loro orbita e vediamo sempre le facce illuminate dal Sole: “sed semper easdem facies, quas Sol respicit, illustratque obversas habeamus; videmur, inquam, pari iure conicere ipsos & Phasibus aliunde subire, & esse globosos” - (fr:16787) [ma abbiamo sempre le stesse facce che il Sole guarda e illumina rivolte verso di noi; sembriamo, dico, con pari diritto congetturare che essi stessi siano soggetti a fasi da un altro luogo e siano globosi]. Si aggiunge che, come da Mercurio Venere apparirebbe piana ma è sferica, così i pianeti esterni, pur apparendo piatti dalla Terra, sono globosi: “Hifce addo, ut ex Mercurio Venus facie plana appareret, ac nihilominus ex rotunda, circularique specie globosa in se vere putaretur; sic Martem, Iovem, et Saturnum facies licet planis e Terra spectatos, posse nihilominus vere ex rotunda specie reputari globosos” - (fr:16789) [A ciò aggiungo che da Mercurio Venere apparirebbe con faccia piatta, e nondimeno dalla forma rotonda o circolare sarebbe ritenuta veramente globosa; così Marte, Giove e Saturno, sebbene osservati dalla Terra con facce piatte, possono nondimeno essere reputati veramente globosi dalla forma rotonda].
Le osservazioni telescopiche rivelano la vera forma degli astri: telescopi accurati mostrano le stelle con contorno rotondo anziché raggiere: “exquisita tamen Telescopia istam arcum quasi fulgurationem relandunt, Stellasque, ut sunt, ambita rotundo demonstrant” - (fr:16790) [tuttavia telescopi accurati rimuovono quell’arco come un bagliore e mostrano le stelle, come sono, con contorno rotondo]. Anche i satelliti medicei (lune di Giove) sono considerati globosi come la Luna, poiché se osservati da Giove mostrerebbero fasi: “ex ipso tamen Iove spectatae apparentiae omnino sunt, quasi Luna nobis spectata ex Terra; ut proinde sint ipsae quoque perinde, ac Luna, globosae habendae” - (fr:16792) [tuttavia osservate dallo stesso Giove apparirebbero del tutto come la Luna vista dalla Terra; perciò anch’esse vanno considerate globose come la Luna].
La distinzione tra stelle erranti (pianeti) e stelle fisse è netta: le prime sono globi opachi che riflettono la luce solare e mostrano fasi; le seconde sono globi luminosi di per sé, come il Sole: “errantes … opacos ac obscuros globos; … Inerrantes pari cum Sole censu habendae, ut videlicet globi sint per se lucentes ac splendidi” - (fr:16799) [erranti … globi opachi e oscuri; … le fisse vanno considerate dello stesso genere del Sole, cioè globi luminosi e splendenti di per sé]. Tuttavia la sfericità delle fisse non è dimostrabile con lo stesso argomento delle fasi, ma solo per massima verosimiglianza basata sulla loro luminosità paragonabile a quella del Sole: “neque simili argumento convincere licet esse Inerrantes globosas; sed maxima solum verisimilitudo vel ex eo manet, quod … Sol ad illarum regionem translatus, nihilo foret fulgidior, splendidiorque appariturus” - (fr:16800) [Perciò non è possibile convincere con simile argomento che le fisse siano globose; ma rimane solo la massima verosimiglianza dal fatto che il Sole trasportato nella loro regione non apparirebbe più fulgido o splendente].
Il trattato precisa che la definizione di sfericità non va intesa in senso geometrico matematico, ma empirico: le superfici celesti presentano irregolarità (monti, valli, macchie) che a grande distanza diventano impercettibili: “non esse exacte adeo accipiendam, ut lineae omnes e centro in superficiem ductae sint prorsus ad unguem aequales … sed ita accipiendam, ut spectata quando occurrit, magna linearum prolixitate, intercedere aliquod longitudinis brevitatisque discrimen possit, quod quia spectanti eminus non apparet, pro nihilo ad sensum habeatur” - (fr:16805-16807) [non va intesa così esattamente che tutte le linee dal centro alla superficie siano perfettamente uguali … ma va intesa in modo che, quando si presenta all’osservazione, può intercorrere una certa differenza di lunghezza e brevità, che poiché non appare a chi guarda da lontano, viene considerata nulla ai sensi]. A riprova si cita il Sole, la cui superficie è resa ineguale da ebollizioni e macchie: “continua illa quasi ebullitione, eructationeque … macularum, facularumque materies, ex qua ipsa Solis superficies non potest non inaequabilis haberi” - (fr:16809) [da quella continua quasi ebollizione ed eruttazione della materia delle macchie e facole, per cui la stessa superficie solare non può non essere considerata ineguale].
Passando al moto celeste, si individuano due proprietà fondamentali degli astri: “duo praecipua, quaeque cum Magnitudine, & Figura in sensus praesertim incurrunt Siderum adiuncta, videlicet Motus, & Lux” - (fr:16820) [due principali aspetti che, insieme alla grandezza e figura, ricadono particolarmente nei sensi come proprietà degli astri, cioè il moto e la luce]. Il primo moto osservato è il diurno (da oriente a occidente): “quod primum ex Caelesti Motu apparuit … ipse est progressus, quo Sol, Luna, Stellae ab Ortu in Occasum ferri conspiciuntur” - (fr:16824) [la prima cosa che apparve dal moto celeste è il progresso con cui il Sole, la Luna e le stelle sono viste muoversi da Oriente a Occidente]. Da questo moto furono desunti i primi cerchi celesti: l’Orizzonte (finitor), il Meridiano (non visibile ma concepito mentalmente), e i Poli come cardini della rotazione: “debere in eo esse duo Puncta, super quibus quasi Cardinibus verteretur, unde & Mundi Cardines, & Graeca voce Poli seu vertices sunt dicti” - (fr:16843) [debiano esservi due punti, sui quali come su cardini esso ruoti; donde furono detti Cardini del Mondo e in greco Poli o vertici]. Successivamente furono riconosciuti l’Equatore e i circoli Artico e Antartico: “Fuere adhuc tres Circuli occasione huius primi Motus animadversi, AEquator nempe, & vocati Articus, & Antarcticus” - (fr:16846) [Furono inoltre notati tre circoli in occasione di questo primo moto: l’Equatore, e i cosiddetti Artico e Antartico].
Il testo mostra una coscienza della relatività dell’osservazione: la posizione dell’osservatore sulla Terra determina la visibilità dei poli e l’obliquità dell’orizzonte, e il cambiamento di latitudine altera i cerchi apparenti. Viene infine sottolineato che gli astri sono corpi veri e sensibili, mentre i cieli solidi delle concezioni comuni sono nulli: “Sidera sunt corpora vera, inque sensum cadentia; solidi autem, figuratique Caeli, quales vulgo habentur, sunt, ut etiam ante iam dictum est, nulli” - (fr:16811) [gli astri sono corpi veri e cadenti sotto i sensi; mentre cieli solidi e figurati come comunemente si ritengono, non esistono affatto, come già detto]. Questa affermazione, insieme alle osservazioni telescopiche, testimonia il passaggio dalla cosmologia aristotelica a una nuova fisica basata sull’evidenza sensibile e sulla geometria, segnando un momento cruciale della rivoluzione scientifica.
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76 Resoconto del trattato astronomico: moti celesti, sfere e misurazioni
Il testo, tratto da un trattato scientifico in latino, offre una descrizione dettagliata dei moti celesti, delle sfere e delle coordinate astronomiche, con riferimenti a fonti antiche e a misurazioni storiche. Vengono esaminati i comportamenti di stelle fisse e pianeti, le definizioni di poli, equatore, eclittica, declinazione e latitudine, e i fenomeni legati al moto apparente del Sole e della Luna.
76.1 Moto apparente delle stelle e configurazioni della sfera celeste
La descrizione parte dal comportamento degli astri in relazione all’orizzonte e alla posizione dell’osservatore. Viene illustrato il caso in cui i poli celesti coincidono con lo zenit e il nadir: “Finge demum nos sic procedere, vt nobis Polus Ar&icus fupra verticem conftituatur, altero facto fub pedibus; concipis etiam Aquatorem, qui semper inclinatior, indinatiorque factus fuerit, eo denique euafiffe, vt in ipso Horizonte sit, inque vnum cum illo coeat, neque ab illo discernatur” (fr:16871-16872) [Immagina infine che procediamo in modo tale che il Polo Artico sia posto sopra il nostro vertice e l’altro sotto i piedi; comprenderai anche che l’Equatore, diventato sempre più inclinato, arriva al punto da giacere sullo stesso Orizzonte, così da coincidere con esso e da non poterne essere distinto].
Quando entrambi i poli giacciono sull’orizzonte, le stelle si muovono parallelamente ad esso: “Sidcra, quæ prius cum ipfo obliquis, obliguifque mouebamur, moueri iam secundum Horizontem, ac neque fupra euehi, neque deuehi infra ipsum, sed, vt Manilius loquitur, Turbinis in morem aguntur” (fr:16873) [Le stelle, che prima si muovevano obliquamente con esso, ora si muovono secondo l’Orizzonte, senza sollevarsi né abbassarsi al di sotto di esso, ma, come dice Manilio, sono agitate a mo’ di turbine].
La variazione della posizione dei poli rispetto all’orizzonte determina la visibilità delle stelle: “Polus vterque minus, minufque alter fupra, alter infra ab Horizonte diftat, idcirco etiam anni nulla Sideta (saltem Fixa, ac in longum tempus) neque oriantur neque occidant; sed quæcumque lunt inter Polum elatam et Aquatorem, semper appareant; quæcumque inter Æquatorem et Polum depressum, semper delitefcant” (fr:16875-16877) [Ciascun polo dista sempre meno dall’orizzonte, l’uno sopra, l’altro sotto; perciò nessuna stella (almeno tra le fisse e per lungo tempo) sorge o tramonta; quelle che stanno tra il Polo elevato e l’Equatore appaiono sempre, quelle tra l’Equatore e il Polo depresso restano sempre nascoste].
76.2 Moti dei pianeti: secondi moti, opposizioni e irregolarità
Il testo distingue tra il moto comune a tutti gli astri (primo moto) e i moti propri dei pianeti (secondi moti), che procedono da occidente verso oriente. Un passaggio fondamentale descrive la scoperta di tali moti: “De Planetis dicamus, coniecimus quidem superius, quo ordine illorum Eudoxum primum, qui eiusmodi motus tuli. Fr. in Græciam ex Ægypto transtulerit, id accipiendum esse videtur de generaliore quadam, exquisioreque notitia; at non furcaſſis de omnino priua, quafi nullam Græcia ante id tempus habuissem” (fr:16877-16879) [Parliamo dei pianeti: abbiamo congetturato sopra l’ordine secondo cui Eudosso per primo trasportò tali moti dall’Egitto in Grecia; ciò deve intendersi di una conoscenza più generale e sottile, ma non del tutto prima, quasi che la Grecia non l’avesse avuta prima di quel tempo].
Più oltre si specifica la natura di questi moti: “Verum hoc ut mittam generale Phænomenon circa motus Planetarum Secundos id maxime fuit, quod deprehensi sunt ita moueri sub Stellis Fixis, vt nunc obseruati sub Occidentalioribus, comperirentur post aliquod tempus illas reliquisse, et promotas fuisse versus Orientaliores” (fr:16895) [Per tralasciare questo fenomeno generale, il fatto più importante intorno ai secondi moti dei pianeti fu che essi furono scoperti muoversi sotto le Stelle Fisse in modo tale che, osservati sotto stelle più occidentali, dopo qualche tempo si trovavano averle lasciate ed essere avanzati verso stelle più orientali]. Questo moto non è direttamente opposto a quello diurno, ma obliquo, lungo lo Zodiaco: “Atque id quidem non motu præcise opposito illi, quo diatim vni cum Fixis versus Occasum deferrentur, sed obliquo ad illum, suboque secundum ductum Zodiaci” (fr:16896).
Viene anche menzionata la scoperta di un moto proprio dei pianeti attorno ai propri assi: “Denique ab inuento Telescopio deprehensum est competere ipsis quispiam motus proprius circa suos axes, vt is quorum euoluere corpus Solis circa seipsum Maculares Solares ostendunt; quo librari Lunam eius Maculæ nunc centro, nunc limbo propiores; quo Iouem situm commutare speciales eius fasciæ” (fr:16911) [Infine, con l’invenzione del telescopio, è stato scoperto che compete loro qualche moto proprio attorno ai propri assi, come le macchie solari mostrano che il Sole ruota su se stesso; con cui la Luna oscilla, con le sue macchie ora più vicine al centro, ora al bordo; con cui Giove cambia la posizione delle sue bande speciali].
76.3 Definizioni di declinazione, latitudine, ascensione retta e longitudine
Il trattato fornisce definizioni precise delle coordinate celesti. La declinazione è la distanza dall’Equatore: “distantia, siue receſſus non modo partium Eclipticæ, sed omnium etiam Cæli Punctorum Siderumve in ipsis existentium ab Æquatore, vocatur Declinatio” (fr:16929) [La distanza o allontanamento, non solo delle parti dell’Eclittica, ma anche di tutti i punti del cielo o delle stelle in esse esistenti, dall’Equatore, si chiama Declinazione]. Per misurarla si usa un cerchio che passa per i poli del mondo e taglia ortogonalmente l’Equatore: “quotiescunque alicuius Sideris declinatio inquiritur, concipiendus sit circulus, qui per Polos Mundi ductus, & Æquatorem recti secans, per illud Sidus transeat; tunc scilicet arcus, circulive illius portio, quæ inter Æquatorem, Sidusque intercipitur, ipsa est eius Declinatio” (fr:16931) [ogniqualvolta si indaga la declinazione di una stella, si deve concepire un cerchio che, condotto per i Poli del Mondo e tagliante l’Equatore ad angolo retto, passi per quella stella; allora l’arco o porzione di quel cerchio compresa tra l’Equatore e la stella è la sua declinazione]. La declinazione è boreale o australe a seconda dell’emisfero.
Analogamente, la latitudine è la distanza dall’Eclittica: “distantiam, receſſumve omnium Cæli Punctorum, Siderumve in iis existentium ab Ecliptica, Latitudinem appellari” (fr:16929) [la distanza o allontanamento di tutti i punti del cielo o delle stelle in essi esistenti dall’Eclittica, si chiama Latitudine]. Anche in questo caso si usa un cerchio passante per i poli dell’Eclittica: “quoties Sideris alicuius latitudo quæritur, concipiendus sit circulus qui per Ecliptice Polos transiens, Eclipticamque recti secans, per ipsum Sidus transeat; … arcus inter Eclipticam, Sidusque interceptus, ipsa est Sideris latitudo” (fr:16932) [ogniqualvolta si cerca la latitudine di una stella, si deve concepire un cerchio che, passante per i Poli dell’Eclittica e tagliante ortogonalmente l’Eclittica, passi per quella stella; … l’arco intercettato tra l’Eclittica e la stella è la latitudine della stella].
L’ascensione retta è definita come l’arco dell’Equatore che va dal punto equinoziale di primavera (principio dell’Ariete) in successione fino al cerchio di declinazione della stella: “Afcensio recta cuiusque Sideris est Æquatoris arcus, qui a puncto Æquinoctii Verni, principiive Arietis, procedendo in consequentia, & circulum declinationis eiusdem, qui Æquatorem secat, intercipitur” (fr:16936) [L’Ascensione Retta di ciascuna stella è l’arco dell’Equatore che, procedendo in conseguenza dal punto dell’Equinozio di Primavera, o principio dell’Ariete, fino al cerchio di declinazione della stessa che taglia l’Equatore, viene intercettato]. Si chiama “retta” perché nella sfera retta la stella sorge sull’orizzonte nello stesso momento in cui sorge il grado dell’Equatore corrispondente.
La longitudine è l’arco dell’Eclittica dal principio dell’Ariete (sempre in successione) fino al cerchio di latitudine passante per la stella: “Longitudo autem Sideris cuiusque est Eclipticæ arcus, qui ab eodem principio Arietis, tendendo etiam in consequentia, ad vfque gradum Eclipticae, per quem transit circulus latitudinis interficitur” (fr:16940) [La Longitudine di ciascuna stella è l’arco dell’Eclittica che, procedendo in conseguenza dallo stesso principio dell’Ariete, fino al grado dell’Eclittica attraverso il quale passa il cerchio di latitudine che viene intersecato].
76.4 Moti del Sole e della Luna: ineguaglianze, nodi, fasi
Il moto annuo del Sole è descritto come ineguale: “in motu Solis obseruatur, quod Sol inequabiliter Eclipticam motu annuo percurrit. Quippe ab Æquinoctio Verno ad Autumnale vfque, dies insumit centum octoginta septem; ab Autumnali in Vernum, non-nisi centum septuaginta octo; sicque in percurrendo vno Eclipticae dimidio totos novem dies, plusquam in altero moratur” (fr:16941-16943) [Nel moto del Sole si osserva che il Sole percorre l’Eclittica con moto annuo ineguale. Dall’Equinozio di Primavera a quello d’Autunno impiega 187 giorni; da quello d’Autunno a quello di Primavera solo 178; così nel percorrere una metà dell’Eclittica si trattiene ben nove giorni in più che nell’altra].
Viene anche discussa la variabilità dell’obliquità dell’Eclittica: “Obferuatum aliunde est, aut saltem creditum observari Declinationem maximam Solis, Obliquitatemve Eclipticæ variabilem … quatenus quæ prodita fuit ab Eratosthene, Hipparcho, Ptolemeo viginti trium graduum, & minutorum quinquaginta duorum, & trientis, ac deinceps minus, quovusque seculo superiore Copernicus eam prodidit graduum viginti trium, minutorum viginti octo cum duabus quintis” (fr:16944-16927) [È stato osservato altrove, o almeno si crede osservato, che la Declinazione massima del Sole, o Obliquità dell’Eclittica, è variabile… quella tramandata da Eratostene, Ipparco e Tolomeo era di 23 gradi, 52 minuti e ⅓, e poi meno, finché nel secolo scorso Copernico la riportò di 23 gradi, 28 minuti e ⅖].
Per la Luna, il testo descrive il moto di precessione dei nodi: “observari tam Nodos, quam Limites non esse constantes, sed repedare sensim per Eclipticam, hoc est moueri non in consequentia, vt ab Ariete in Taurum, & Tauro in Geminos, sed in antecedentia, vt ab Ariete in Pisces, & Piscibus in Aquarium … deprehensum est, non eodem die Nodum ascendentem circuitum Zodiaci absoluere, nisi per annos nouemdecim proxime” (fr:16951-16952) [Si osserva che sia i Nodi che i Limiti non sono costanti, ma regrediscono gradualmente lungo l’Eclittica, cioè si muovono non in conseguenza, dall’Ariete al Toro e dal Toro ai Gemelli, ma in antecedenza, dall’Ariete ai Pesci e dai Pesci all’Acquario … è stato scoperto che il Nodo ascendente non compie il giro dello Zodiagno se non in circa diciannove anni].
La Luna può raggiungere una latitudine massima di 5 gradi e un quarto a nord o a sud rispetto al Sole: “Luna possit euadere quinque gradibus, & quadrante Borealior Australiorque, quam Sol” (fr:16950) [La Luna può diventare più boreale o più australe del Sole di cinque gradi e un quarto]. Vengono descritte le fasi lunari e il fenomeno dell’eclisse: “Lunam nunc maiorem, nunc minorem, nunc totalem pati” (fr:16916) [La Luna subire ora una maggiore, ora una minore, ora una totale (eclisse)].
Le citazioni e le definizioni mostrano un approccio geometrico-matematico all’astronomia, con una chiara consapevolezza della complessità dei moti celesti e della necessità di misurazioni sempre più precise. Il riferimento a figure come Manilio, Eratostene, Ipparco, Tolomeo e Copernico colloca il testo in una tradizione in cui l’osservazione e la speculazione teorica si intrecciano, fornendo una testimonianza dell’evoluzione della conoscenza astronomica fino al periodo post-copernicano.
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77 Trattato astronomico del tardo Rinascimento: osservazioni, precessione e ipotesi
Un’analisi dei moti celesti, dalle ineguaglianze lunari al moto delle stelle fisse, fino alla discussione delle ipotesi astronomiche antiche e moderne.
Il testo presenta una vasta ricognizione dei moti planetari e delle stelle fisse, basata su osservazioni accumulate da Ipparco, Tolomeo, Albategno, Copernico e Tycho Brahe. Vengono descritte le ineguaglianze delle lunazioni, con la precisazione che le lune possono durare “dimidio pene die longiores, aut breviore” – (fr:16958) [quasi mezza giornata più lunghe o più corte] e l’intervallo tra congiunzione e opposizione può variare “interdum amplius, quàm sedecim, ac semissem” – (fr:16958) [talvolta più di sedici giorni e mezzo]. I nodi lunari sono definiti come le intersezioni dell’orbita con l’eclittica: “duae eam inter secent… sicuti habere etiam Nodos ascendentem ac descendentem” – (fr:16961) [due [intersezioni] la tagliano… così da avere anche i nodi ascendente e discendente] e si specifica che “Nodi Saturni quidem in gradu vigesimo primo Arietis ac Librae, Iovis vero in septimo” – (fr:16962) [I nodi di Saturno sono nel ventunesimo grado dell’Ariete e della Bilancia, quelli di Giove nel settimo].
Per i pianeti superiori sono misurate le latitudini massime: in Saturno “ad gradus duos cum minutis quinquaginta” – (fr:16966) [fino a due gradi e cinquanta minuti], in Giove “ad gradum unam cum minutis itidem quinquaginta” – (fr:16966) [a un grado e cinquanta minuti], in Marte “ad gradus usque septem” – (fr:16966) [fino a sette gradi]. I moti di direzione, stazionarietà e retrogradazione sono documentati: “Observatur porro … Directi, hoc est procedentes in consequentia … Retrogradi, hoc est procedentes in antecedentia … Stationarii … quasi stantes per aliquot dies” – (fr:16968) [Si osserva inoltre … Diretti, cioè procedenti in conseguenza … Retrogradi, cioè procedenti in antecedenza … Stazionari, come se stessero fermi per alcuni giorni]. Inoltre, “non esse eos unquam retrogrados nisi dum Soli opponuntur” – (fr:16969) [non sono mai retrogradi se non quando sono opposti al Sole] e l’arco di retrogradazione è tanto più breve quanto il pianeta è superiore: “in Saturno est solum septem graduum … in Ioue autem est decem; in Marte … duodecim” – (fr:16970) [in Saturno è solo di sette gradi … in Giove invece è dieci; in Marte … dodici].
Un aspetto peculiare riguarda Venere e Mercurio, per i quali si nota che “Latitudo Veneris ad limitem Boreum, quàm ad Austrinum maior; & Mercurii ex opposito” – (fr:16968) [La latitudine di Venere verso il limite boreale è maggiore che verso l’australe; quella di Mercurio al contrario] e che “Latitudo nempe Borea Veneris ad gradus usque novem excurrit, Austrina est non nihil minor” – (fr:16969) [La latitudine boreale di Venere arriva fino a nove gradi, l’australe è poco minore]. Venere può essere osservata di giorno: “conspiceretur nonnunquam interdiu” – (fr:16977) [talvolta veniva scorta di giorno] e le sue fasi sono simili a quelle della Luna, sebbene “dum est corniculata facit disculi amplitudo, ut radii vi cerni per diffusam, eaque species orbis creetur” – (fr:16981) [quando è falcata la grandezza del disco fa sì che i raggi vengano dispersi e si crei quella figura dell’orbita].
La parte più estesa è dedicata al moto delle stelle fisse (precessione degli equinozi). Ipparco per primo “deprehendit primus Inerrantibus quoque Stellis … competere alium, Planetarum instar ab Occasu in Ortum” – (fr:16986) [scoprì per primo che anche le stelle fisse hanno un altro moto, simile ai pianeti, da occidente a oriente] confrontando le osservazioni di Timocharide sulla Spiga della Vergine. Tolomeo, 265 anni dopo, “deprehendit ab illo ad se usque progressas Stellas duobus gradibus” – (fr:16990) [trovò che da lui fino a sé le stelle erano avanzate di due gradi] e concluse che il moto è “centenis prope singulis annis, singulis gradibus” – (fr:16993) [di circa un grado ogni cento anni]. Albategno e Tycho affinarono la misura: Tycho “ratiocinatus est Stellas promoveri uno gradu intra annos septuaginta, ac semissem; atque adeo moveri unoquoque anno … quinquaginta vno dumtaxat secundis” – (fr:16995) [calcolò che le stelle avanzano di un grado in settanta anni e mezzo; e quindi si muovono ogni anno di soli cinquantuno secondi]. La prova viene dalla stella Polare: “tempore Hipparchi … distabat a Polo duodecim gradibus” – (fr:17008) [al tempo di Ipparco distava dal polo dodici gradi]; nel 1632 “deprehendimus ipsam distare dumtaxat duobus gradibus, & quadraginta cum quadrante minutis” – (fr:17010) [troviamo che dista solo due gradi e quaranta minuti e un quarto] e si prevede che la minima distanza avverrà “proxime annum Christi bis millesimum, ac centesimum” – (fr:17022) [intorno all’anno 2100 d.C.], dopodiché ricomincerà ad aumentare.
Per distinguere costellazioni e segni zodiacali, il testo introduce i Dodecatemoria (segni non stellati): “concipiendum est … Zodiacus Stellatus se se ab eo sensim subtrahendo subducere” – (fr:17000) [si deve concepire che lo Zodiaco stellato si sottrae gradualmente a quello non stellato]; la denominazione dei segni viene mantenuta dalle costellazioni che occupavano quei dodecatemoria “ante duo annorum millia” – (fr:17003) [duemila anni fa], ma ora “tota pene Constellatio Arietis transiit in locum, quem eo tempore occupat Constellatio Tauri” – (fr:17004) [quasi tutta la costellazione dell’Ariete è passata nel luogo che allora occupava la costellazione del Toro].
La sezione finale discute le ipotesi astronomiche. Per i Caldei e gli Egiziani “vix aliud ex monumentis … quod Hypothesin sapiat, quam … supposuisse Lunam esse globum media parte lucidum” – (fr:17026-17027) [a malapena altro dai monumenti che sapesse di ipotesi, se non che supposero la Luna essere un globo luminoso per metà] e per Venere e Mercurio “supposuisse utrumque sursum deorsumque Soli circumduci” – (fr:17028) [supposero che entrambi fossero condotti intorno al Sole su e giù]. Eudosso, il primo a formulare ipotesi sistematiche, “primus fuit … qui … Hypotheseis commentus fuerit” – (fr:17037) [fu il primo … che escogitò ipotesi]. La necessità delle ipotesi è ribadita: “fieri videlicet non potest, ut calculus ullus motuum Sidereorum … instituatur … nisi innitendo, referendoque ad circulos, aliasve lineas” – (fr:17034) [non può certo accadere che un qualsiasi calcolo dei moti celesti sia istituito se non appoggiandosi e riferendosi a cerchi o altre linee]. Vengono contrapposte le sfere solide (omocentriche o eccentriche) e gli spazi liberi: “ex assumentibus solidas alii eas esse omnes homocentricas … alii nisi omneis, aliquas saltem Eccentricas” – (fr:17042) [tra coloro che assumono sfere solide, alcuni le ritengono tutte omocentriche … altri, se non tutte, almeno alcune eccentriche]. Infine si nota che il moto delle stelle fisse, sebbene ora sia accettato come regolare, “neque enim certi esse possumus invariatae omnino, perpetuaeque regularitatis” – (fr:17014) [non possiamo infatti essere certi di una regolarità del tutto invariata e perpetua] e la sua anomalia è chiamata da Copernico “Anomaliam Praecessionis Aequinoctiorum” – (fr:17015) [anomalia della precessione degli equinozi].
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78 Analisi delle Antiche Ipotesi sui Moti Celesti
Il testo esamina le diverse ipotesi astronomiche antiche – dalle sfere concentriche agli eccentrici e agli epicicli – evidenziando le difficoltà nel conciliare l’osservazione dei fenomeni (variazioni di grandezza, moti retrogradi) con la presunta regolarità e circolarità dei moti celesti.
Il trattato prende le mosse dalla convinzione – già radicata in Pitagorici e Platone – che i moti degli astri debbano essere perfettamente circolari e uniformi. La frase “perpetui & perfuafifima fit prxfumptio debere eos efle omnino xquabiles, & regulares, cuiufmodi fieri in fola figura omnium xquabiliflima, & regulari fima, qualis fola eft circularis pofit” – (fr:17056) [La supposizione più diffusa e convincente era che essi dovessero essere del tutto uniformi e regolari, come può avvenire solo nella figura più uniforme e regolare di tutte, che è la sola circolare].
Tale principio portò a cercare spiegazioni geometriche che salvassero l’apparenza mantenendo la circolarità. Eudosso fu il primo a proporre un sistema di sfere concentriche e solide, come indicato in “ipfe fuit, qui author Hypothefeon primus, orbeis ifuunfv Concentrica induxit, fphxras nimirum folidas, qux idem cum Mundo centrum habenteis Sidera infixa circumducerent” – (fr:17094) [Egli fu il primo autore di ipotesi a introdurre quelle sfere concentriche, cioè sfere solide che, aventi lo stesso centro del Mondo, trasportassero gli astri infissi]. Il sistema prevedeva sfere separate per ciascun pianeta: “attribuit Eudoxus tam Lunx quim Soli… tctnas fphxras, fuperioribus exteris quaternis” – (fr:17097) [Eudosso attribuì tanto alla Luna quanto al Sole tre sfere ciascuno, e quattro agli astri superiori].
Tuttavia, già i primi critici notarono incongruenze. La difficoltà principale era spiegare le variazioni di grandezza apparente dei pianeti, specialmente di Marte: “reddi ex ea caula non pofiit, quamobrem Planetx aded lenfibiliter crefcere magnitudine, decrefcat… Mars, in quo adeo eft confpicua mutatio” – (fr:17125) [non si può rendere ragione del perché i pianeti crescano così sensibilmente di grandezza e poi diminuiscano… Marte, in cui il cambiamento è così evidente]. La soluzione concentrica non poteva giustificare avvicinamenti e allontanamenti dalla Terra, come invece richiederebbero eccentrici o epicicli. Il testo afferma che “ob hafcc & confimiles difficultates… illa Concentricorum Hypothelis non admodum viguerit, fed iacuerit fere deferta” – (fr:17132) [A causa di queste e simili difficoltà, l’ipotesi dei concentrici non prevalse, ma giacque quasi abbandonata].
Si passò quindi agli eccentrici e agli epicicli. Il trattato ricorda che “qui Eccentricos agnouerint primi videmur fuide aliqui non longe poft ipfum Ariftotelem Mathematici, quos inter Ptolemzus folum nominat Apollonium Pergeum” – (fr:17142) [I primi che riconobbero gli eccentrici sembrano essere stati alcuni matematici non molto dopo Aristotele, tra i quali Tolomeo nomina Apollonio di Perga]. La definizione di epiciclo è chiara: “ex centro circulus minor deferibatur, qui tanquam maiori insistens appellettur Epicyclus” – (fr:17144) [Dal centro [del cerchio maggiore] venga descritto un cerchio minore, che, come appoggiato al maggiore, sia chiamato epiciclo].
Il testo dedica ampio spazio alle modifiche successive, come quelle di Callippo, che aumentò il numero delle sfere fino a trentatré, e di Aristotele, che introdusse le sfere revolventi per ripristinare l’armonia tra i moti. Tuttavia, “Revoluentes fphxras Ariftotelis impedimento potius, quam adjumento esse videri” – (fr:17114) [Le sfere revolventi di Aristotele sembrano essere più d’intralcio che d’aiuto]. Il tentativo di Fracastorio (XVI secolo) di restaurare i concentrici è menzionato, ma senza successo.
Significativo anche il passo sulle analogie con il moto delle navi e delle formiche sulla ruota, utilizzate per spiegare il moto retrogrado apparente: “Eodem vero modo ipfo Sole cogita, ut nimirum Cælum pro rota, & formica pro Sole sit” – (fr:17087) [Allo stesso modo, pensa proprio al Sole: che il Cielo stia per la ruota, e la formica per il Sole]. Questa immagine serviva a mostrare come il moto proprio del pianeta in una direzione potesse essere sovrapposto a un moto di trascinamento in senso contrario.
Infine, il testo sottolinea la permanente tensione tra fisica e matematica: “facereque magni oportet, quicquid hac in re affequimur; qui finis profello eft speculutioni Mathematica Philofiphia” – (fr:17066) [Bisogna dare grande valore a tutto ciò che otteniamo in questo campo; questo è davvero il fine della speculazione matematica e filosofica]. La ricerca di un modello unificante, pur tra difficoltà e abbandoni, testimonia la ricchezza del dibattito astronomico antico, qui documentato con citazioni da autori come Gemino, Cleomede, Macrobio e Simplicio.
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79 Il sistema tolemaico dei moti celesti: eccentrici, epicicli e la critica delle sfere solide
Esposizione dettagliata della teoria astronomica di Tolomeo, con le sue componenti fondamentali (eccentrici, epicicli, equanti) per Sole, Luna e pianeti, seguita da un esame storico-critico delle ipotesi sulle sfere solide e dalla presentazione di concezioni alternative, come quella dei cieli fluidi e del moto a spirale.
Il trattato presenta in primo luogo la teoria del moto solare basata sull’eccentrico. Si definisce il moto medio come equabile e uniforme: “il moto del Sole attraverso l’Eccentrico, poiché è sempre equabile e uniforme, viene chiamato moto Medio” (fr:17168). La linea che dal centro della Terra passa per il Sole, prolungata fino all’Eclittica, è detta linea del moto vero, mentre quella che dal centro dell’Eccentrico va al Sole, e da lì all’Eclittica, è la linea delle longitudini medie: “Questa è quella che si suole chiamare linea delle longitudini medie” (fr:17170). Viene poi spiegata la differenza tra moto medio e moto apparente (vero), che dà luogo alla Prostafaresi (o Equazione): “la differenza che intercorre tra il luogo Medio e il Vero, la cui misura è quell’angolo che, incontrandosi nel Sole, le due linee creano, è comunemente detta Prostafaresi” (fr:17172). La prostafaresi viene aggiunta o sottratta a seconda che il Sole proceda dal Perigeo all’Apogeo o viceversa, raggiungendo il massimo di circa due gradi e tre minuti “intorno alle Longitudini medie” (fr:17174). L’Anomalia è definita come l’arco tra l’Apogeo e il luogo medio del Sole: “l’Arco tra l’Apogeo e il luogo del Sole Medio, intercettato in successione, è ciò che chiamano Anomalia, o Irregolarità Media” (fr:17176), mentre l’arco tra lo stesso Apogeo e il luogo vero è l’Anomalia Vera (fr:17177). Si annota che l’Apogeo solare non è fisso, ma “procede sempre in successione” (fr:17178) di circa 51 secondi d’arco all’anno, spostandosi dall’inizio del Cancro.
Per la Luna si riconosce una maggiore complessità: “ciò che riguarda la Luna (e anche gli altri Pianeti) è cosa più molteplice e intricata” (fr:17189). Vengono introdotti un doppio moto di longitudine e latitudine (fr:17190-17191). La spiegazione richiede sia un eccentrico che un epiciclo, con il centro dell’eccentrico che ruota in precedenza attorno al centro della Terra, e il centro dell’epiciclo che si muove in successione (fr:17193-17194). Ne conseguono variazioni di distanza e velocità apparente: “quando la Luna si trova nella parte inferiore dell’Epiciclo, sia il moto di essa che quello del centro dell’Epiciclo nella successione concordano, non può il suo moto attraverso lo Zodiaco non apparire più veloce; e poiché stando nella parte superiore, il suo moto è in precedenza, mentre il moto del centro dell’Epiciclo procede sempre in successione, non può quel moto non apparire allora più ritardato” (fr:17196-17199). Viene distinto il mese periodico (rivoluzione rispetto alle stelle fisse) da quello sinodico (da congiunzione a congiunzione), più lungo perché il Sole nel frattempo si è spostato “di circa un grado al giorno” (fr:17200). Si precisa infine che la linea del moto medio lunare passa per il centro dell’Epiciclo, quella del moto vero per il corpo della Luna (fr:17207).
Per i pianeti superiori (Saturno, Giove, Marte) si adottano tre elementi: “per ciascuno si adotta un primo Eccentrico, un secondo Epicedio, e si aggiunge un terzo cerchio detto Equante” (fr:17213). L’Equante serve a rendere i moti uniformi non rispetto ai propri centri, ma rispetto al centro dell’Equante stesso (fr:17214). I moti sono tre: lentissimo dell’Apogeo, medio dell’eccentrico/centro dell’epiciclo (con periodi diversi per ogni pianeta), e veloce dell’epiciclo/planeta (fr:17215-17218). “E questo ultimo è il moto attraverso il quale si salvano le direzioni, le retrogradazioni e le stazioni” (fr:17219). La spiegazione è chiara: “Quando il Pianeta nella parte superiore dell’Epiciclo è portato in successione, proprio come il centro dell’Epiciclo stesso, è necessario che, concordando entrambi i moti, il Pianeta appaia diretto; e quando si muove nella parte inferiore in precedenza, poiché questo moto è più veloce del moto del centro dell’Epiciclo, è necessario che sembri retrogradare” (fr:17220). Le stazioni avvengono quando il moto retrogrado si volge verso di noi o il diretto si allontana, tanto che “non si può distinguere lo spostamento di qua e di là, accade che appaia per alcuni giorni come fermo” (fr:17221).
Per i pianeti inferiori (Venere e Mercurio) le ipotesi sono quasi le stesse, con la differenza fondamentale che “la linea del Motto medio di entrambi i Pianeti, cioè quella che, condotta dal centro del Mondo, passa per il centro dell’Epiciclo, è una e la stessa con la linea del moto medio del Sole” (fr:17235). Mercurio presenta una particolarità: il centro del suo eccentrico è mobile su un circolo che tocca il centro del Mondo e il centro dell’Equante (fr:17237). Anche in questi pianeti si spiegano direzioni, retrogradazioni e stazioni in base alla parte dell’epiciclo percorsa (fr:17243-17242). Il moto di latitudine deriva dall’inclinazione dell’orbita e dall’obliquità dell’epiciclo rispetto all’eclittica (fr:17240).
La seconda parte del testo affronta la storia e la critica delle ipotesi delle sfere solide. Dopo Tolomeo, gli Arabi e poi Campanus svilupparono l’idea di sfere solide e contigue, con eccentrici ed epicicli intesi come orbi reali di una certa grossezza, in cui i pianeti erano incastonati (fr:17248-17254). Peurbach e altri perfezionarono tali teorie, chiamate Theoricae. Ma il testo ne evidenzia le incongruenze: “non può essere escogitato nulla di più indegno di quell’opera bellissima e perfettissima che immense sciocchezze, farragine e intrico di tanti orbi e orbicelli” (fr:17278). È assurdo introdurre moti circolari regolari rispetto a centri altrui e non propri, come quelli dell’Equante “la cui corrispondenza, in particolare per la continua e sconvolgente distorsione dei centri degli Equanti attraverso orbicoli e circelli” (fr:17282). Inoltre, la precessione degli equinozi e la variazione dell’obliquità dell’eclittica, per giustificare le quali si erano moltiplicate le sfere (Nona, Decima, con trepidazioni e librazioni), sono ritenute basate su osservazioni incerte. Si citano le perplessità di Regiomontano: “o la moltitudine degli strumenti ha causato questa varietà, o la natura ha dato alle Stelle Fisse un moto ancora a noi nascosto; è molto difficile, a causa della sua lentezza, misurarne la qualità” (fr:17288). Quanto all’obliquità, si sostiene che essa sia rimasta invariata a 23°31’, e che le differenze millenarie siano dovute a errori strumentali e alla mancata correzione per la rifrazione atmosferica (fr:17290).
Infine, si presentano le ipotesi del cielo fluido e della Terra ferma al centro, risalenti ad antichi filosofi. Secondo Gemino, molti ritenevano “che tutti gli Astri, non aderendo ad alcuna Sfera, e quindi in un Cielo libero, si muovessero verso Occidente, mentre alcuni tendevano verso Oriente” (fr:17294). La spiegazione del moto apparente dei pianeti in successione era data dalla loro minore velocità rispetto alle stelle fisse: “le Stelle Inerranti, muovendosi più velocemente, precedono i Pianeti, e questi, compiendo i propri giri più lentamente, vengono lasciati indietro sotto i Segni più orientali” (fr:17295). Viene riportata l’analogia dei dodici corridori (fr:17296) e i versi di Lucrezio a sostegno di Democrito (fr:17303-17307). Epicuro stesso considerava possibile anche il moto a spirale dei pianeti, citato da Laerzio: “Quin potuit quoque ab initio ea circumgyratio his Sideribus imprimi, ut spirali motu… (fr:17310-17311). Questo moto permetterebbe di spiegare le stazioni e le retrogradazioni senza ricorrere a complessi ingranaggi di sfere solide.
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80 Analisi della luce lunare e delle teorie astronomiche in un trattato scientifico del XVII secolo
Il testo esamina la natura della luce lunare, confrontando teorie antiche e recenti, e discute fenomeni come le macchie solari, le fasi lunari e l’irregolarità della superficie della Luna.
Il trattato si apre con una riflessione sulle macchie solari, paragonate alle nuvole terrestri. L’autore ipotizza che la loro assenza in una presunta “zona torrida” possa dipendere dalla debolezza del moto di rivoluzione attorno all’asse, e che le macchie scure siano viste dalla Terra perché osservate dalla parte non illuminata, analogamente a Mercurio quando apparve come una lenticchia nera sul disco del Sole. Questa idea è espressa nei frammenti iniziali: “nos ex oppofito videamus Solis Maculas, vt-molcculas nigricanteis” (fr:18246) [noi invece vediamo le macchie solari come piccole masse annerite] e “an pro- fi fui flet ab aliquo inter ipfum, Solemque exfi Aenee fpc&atus” (fr:18246) [se fosse stato visto da qualcuno tra di esse e il Sole, sarebbe apparso rossastro].
Il discorso si sposta poi sulla Luna, di cui si riconosce una duplice luce: “duplicem in ipfa lucem vulgo agnofei” (fr:18250) [comunemente si riconosce in essa una duplice luce]. La prima, primaria, argentata e mutevole nelle fasi; la seconda, secondaria o suboscura, che rende visibile il disco durante le fasi crescenti e calanti, fino all’eclissi. L’autore ripercorre le opinioni degli antichi: Talete, Pitagora, Anassagora, Metrodoro e altri ritenevano che la Luna ricevesse la luce dal Sole, mentre Senofane e altri credevano in una luce propria. Viene citato Anassimandro, il quale pensava che la Luna fosse un orbe diciannove volte più grande della Terra, con un foro rotondo dal quale usciva la luce; le fasi sarebbero state provocate dall’otturazione e riapertura di quel foro: “Cum- que Luoam deficere ex huiufcc foraminis ob- turatione exi (rimaret” (fr:18278) [e pensava che la Luna tramontasse per la chiusura di questo foro].
La trattazione prosegue con la descrizione delle fasi lunari secondo la geometria dell’illuminazione solare, spiegando come l’aspetto della Luna dipenda dalla sua posizione rispetto al Sole. Viene menzionata l’opinione di Beroso, che immaginava la Luna come una palla metà ignea e metà oscura, ruotante su sé stessa. Lucrezio è richiamato per aver sostenuto entrambe le possibilità – luce riflessa e luce propria – senza escludere nessuna, come suggerito dal verso: “Luna potefi rodus Solu percujf nitere”* (fr:18297) [la Luna può splendere colpita dal sole].
L’autore adotta una posizione critica: “Nihil quidem videtur did proba- bilius , quam quod Luna fplendorem iuurn k Sole mutuetur” (fr:18307) [nulla sembra più probabile del fatto che la Luna prenda in prestito il suo splendore dal Sole]. Tuttavia, rigetta l’idea che la Luna sia uno specchio perfettamente levigato, perché in tal caso la riflessione avverrebbe solo da un punto, rendendo il disco invisibile. Invece, la superficie lunare deve essere scabra, con irregolarità simili a monti e valli: “debet potius Luna fecundum fuperKciem con- tinere multas … innaqttalitates, & efferitates, puti quafi montium , & vallium” (fr:18315) [la Luna deve piuttosto avere sulla sua superficie molte disuguaglianze e asperità, quasi come monti e valli]. Ciò spiega perché la luce solare possa riflettersi da molteplici punti verso l’osservatore.
Un fenomeno particolare discusso è l’apparente amplificazione del diametro lunare durante la notte, attribuito alla dilatazione della pupilla: “hac de ampliatio- ne… difeum Lunz plenz effici per nobem diametro ampliore , quim per diem, minutis quinquc” (fr:18338) [per questo ingrandimento il disco della luna piena appare di notte di cinque minuti più largo che di giorno]. L’autore specifica che tale ingrandimento non è reale, ma dovuto all’occhio, come dimostra l’uso del telescopio che elimina la luce spuria: “Telefcopium lucem illam fpu- riam adic&itiimquc circumcidens demon Aret ambitum tam partis lucide, quim obf- cure , ad vnum eundemque circulum attine* re”* (fr:18346) [il telescopio, tagliando via quella luce spuria e accessoria, mostra che il contorno della parte chiara e di quella oscura appartengono a uno stesso cerchio].
Il testo ha un significato storico notevole: rappresenta una sintesi erudita delle conoscenze astronomiche pre-galileiane e proto-scientifiche, mescolando citazioni di autori classici, osservazioni strumentali e tentativi di spiegazione fisica. La discussione sulle macchie lunari come prove contro la rotazione della Luna, e l’uso di modelli come scafo, semi sfere e opercoli, testimonia il passaggio da una scienza puramente speculativa a una basata su evidenze empiriche, pur con residue concessioni a teorie ormai superate. La menzione del telescopio e delle osservazioni comparative indica che l’autore era aggiornato sulle scoperte recenti, anche se il testo conserva un’impostazione scolastica e compilativa.
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81 Resoconto del Testo sul Sistema Lunare
Il testo analizza la natura della luce lunare, la percezione delle sue fasi, le eclissi e la conformazione della sua superficie, basandosi su osservazioni pre e post-telescopiche.
Il trattato esplora diversi aspetti della Luna, a partire dalle discrepanze tra l’osservazione a occhio nudo e quella telescopica. L’autore nota come la percezione sensoriale inganni riguardo alle dimensioni reali e alla progressione delle fasi lunari. Un concetto centrale è la promozione apparente della luce sul disco oscuro: il bordo della parte illuminata sembra invadere la zona d’ombra, portando a errori di misura. Questo fenomeno è evidenziato per le eclissi: “minor semper oculo nudo apparet Eclipfis, quàm reuerâ fit, quàmue Telescopio monftretur” - (fr:18349) [L’eclissi appare sempre minore a occhio nudo di quanto sia realmente e di quanto mostri il telescopio]. La distorsione è quantificata in circa un dodicesimo del diametro lunare, e l’autore sottolinea come questo abbia reso incerte le osservazioni astronomiche prima dell’invenzione del telescopio: “Ex quo obiter iudicare licet quâ incertitudine obferuatae fuerint, ac determinate quantitates Eclipfeon ante Telefcpium inuentum” - (fr:18351) [Da ciò si può giudicare con quanta incertezza siano state osservate e determinate le quantità delle eclissi prima dell’invenzione del telescopio].
Analizzando la cosiddetta luce secondaria (la luce cinerea della Luna nuova), il testo esamina e confuta diverse ipotesi antiche e moderne, come quella di una luce propria lunare, di una riflessione dall’atmosfera lunare o di una trasparenza del corpo lunare. L’autore si allinea alla teoria più verosimile, attribuendo questa luce alla riflessione dei raggi solari da parte della Terra e alla rifrazione dell’atmosfera terrestre: “Etenim dicenda fupereft opinio omnium verifimillima, quae ftatuit Secundariam lucem ita deriuari à Sole vt in ea gignatur per reflexionem quidem radiorum iftius à Terra…per refractionem vero coiundtim radiorum ab aere circum-terreno” - (fr:18400) [Resta infatti da esporre l’opinione più verosimile di tutte, la quale stabilisce che la luce secondaria sia derivata dal Sole in modo tale da essere generata in essa dalla riflessione dei suoi raggi dalla Terra e congiuntamente dalla rifrazione dei raggi dall’aria circumterrestre]. L’argomentazione si basa sull’analogia: se la Luna riflette luce sulla Terra, la Terra, essendo opaca e illuminata dal Sole, deve riflettere luce a sua volta sulla Luna, tanto più intensamente quanto più il suo disco è grande: “Non aliud fane, nifi quòd lux è Terra reflexa videtur effe tanto maior, ac illuftrare Lunam tanto magis quanto Terrae difcus eft maior Lunari” - (fr:18413) [Nient’altro davvero, se non che la luce riflessa dalla Terra sembra essere tanto maggiore e illuminare la Luna tanto più quanto il disco della Terra è più grande di quello lunare].
Il testo prosegue applicando il principio della rifrazione atmosferica per spiegare le variazioni di colore e luminosità durante le eclissi totali di Luna. L’autore propone un modello, paragonando la Terra e la sua atmosfera a una sfera di vetro piena d’acqua parzialmente oscurata, attraverso cui la luce solare si rifrange e si disperde, creando un cono d’ombra non uniforme. Questa rifrazione è la causa della luce residua che rende la Luna non completamente invisibile: “Contingit… Lunam…ea parte tranfire, quâ radij poft decuflationem ex vmbra excedant ; quare & non poteft Luna perinde obfcurari” - (fr:18430) [Accade che la Luna, quando entra e esce dall’ombra della Terra, passi in quella parte dove i raggi dopo l’incrocio escono dall’ombra; perciò la Luna non può essere oscurata allo stesso modo]. La posizione della Luna (al perigeo o all’apogeo) influenza la densità dell’ombra attraversata, determinando se l’eclissi sarà totale e oscura o meno.
Infine, il testo introduce il tema della facies maculosa della Luna, ovvero le sue macchie. Queste non sono viste come mere imperfezioni, ma come parte di una conformazione superficiale complessa. Citando Plutarco e la tradizione orfica, l’autore suggerisce che la vera faccia della Luna potrebbe essere nascosta da una sorta di larva o maschera, non uniformemente opaca ma reticolata e in parte traslucida: “videatur primitus effe Luna exiftimata habere germanam faciem lucidam… totam vero effe extrinfecus obductam laruam, non ex aequo folidam, aut opacam, fed veluti reticulatam, atque adeò paffim tralucidam” - (fr:18447) [sembra che in origine si credesse che la Luna avesse un volto genuino, luminoso e capace di pura luce, ma che fosse poi interamente ricoperta esternamente da una maschera, non uniformemente solida od opaca, ma come a forma di rete e quindi in parte traslucida].
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82 Teorie e osservazioni delle macchie lunari: un trattato scientifico del XVII secolo
Il testo esamina le macchie lunari a partire dalle antiche speculazioni filosofiche per giungere a dettagliate osservazioni telescopiche, rivelando il passaggio dalla congettura alla scienza empirica. L’autore – verosimilmente Pierre Gassendi – passa in rassegna le opinioni degli Epicurei, dei Peripatetici, degli Stoici e dei Pitagorici, per poi concentrarsi sulle proprie osservazioni condotte con il telescopio, corredate da disegni e misure.
La prima parte del trattato è una rassegna storica delle spiegazioni proposte per le macchie lunari. L’ipotesi epicurea è definita “m&iineit , Ex fuperdttu;obtCM\vc obfcurioris corporis reticuli inftar Lunz faciem fic obtegentis” (fr:18448) [«una specie di rete di un corpo più oscuro sovrapposto, che copre la faccia della Luna come un reticolo»]. Seguono le teorie peripatetica, stoica e pitagorica. La spiegazione peripatetica ritiene che le macchie siano “parteis rariores corporis Lunaris ,qux,vt iam attigimus , radios Solis combibentes, illos non perinde redeidant” (fr:18460) [«parti più rarefatte del corpo lunare che, assorbendo i raggi solari, non li riflettono allo stesso modo»]. Gli Stoici, seguendo Anassagora, pensavano che “patteis Lunx lucidiores tum igneas ede, tum elatiores czteri$;obfcuriorestuin aereas, tum indar fcu vallium, feu caucrnarum dcpreffiores” (fr:18462) [«le parti più luminose della Luna fossero ignee e più elevate, quelle più scure aeree e più basse come valli o caverne»]. I Pitagorici, infine, “voluerunt Lunam ede aliam Terram, cuius partes lucidio… resedent Contincntes,&Infulz”* (fr:18464-18466) [«vollero che la Luna fosse un’altra Terra, con parti più chiare come continenti e isole»]. L’autore riconosce un fondo comune in queste ipotesi, ma ritiene che quella pitagorica si avvicini maggiormente a quanto mostra il telescopio.
La parte centrale del testo descrive il metodo osservativo adottato. L’autore sottolinea la necessità di osservazioni ripetute e sistematiche: “prxmittendum cd ,ca non polle , vt par cd , innotelcere , si quis in Lunam non-nifi femel, iterum ve, aut longisdumtaxat interuallis refpiciat” (fr:18467) [«si deve premettere che esse non possono essere conosciute a sufficienza se uno guarda la Luna solo una o due volte, o a lunghi intervalli»]. Vengono utilizzati due telescopi: “vnum minus, quod vno profpeCtu torum Lunx dilcum exhibens” e “aliud maius, quod vno profpe&u non-nifi exiguam difei partem mondrans .minutiores particulas di- ftinftiflime exhiberet” (fr:18471) [«uno più piccolo che mostra l’intero disco lunare in una sola occhiata, uno più grande che mostra solo una piccola parte ma con minutissimi particolari»]. Per fissare le fasi, l’autore fece dipingere le fasi lunari da “eximijs Pi&oribus” (fr:18470). Viene menzionata l’intenzione di preparare una “Selenographix fpecicm” (fr:18472), poi abbandonata per altri impegni, mentre Hevelius, Langrenus e Riccioli sono lodati per i loro atlanti selenografici.
Un tema rilevante è il movimento di librazione della Luna. L’autore afferma: “conftat imprimis ede in Luna motum quemdam libratoium , cuius (it menftrua Periodus” (fr:18481) [«è evidente che nella Luna si verifichi un moto di librazione, il cui periodo è mensile»]. Questo fa sì che non sempre si veda esattamente la stessa faccia: “non cft, qtiamobrcm imagincte eandem femper particulam in eodem centro vi- fum iri” (fr:18482) [«non c’è ragione di immaginare che la stessa particella sia vista sempre al centro»]. La descrizione della macchia chiamata “Cafpiam” (fr:18485) illustra gli spostamenti apparenti.
Il trattato distingue tra Maculx perenneis e temporaneas. Le prime “fuperfidei xqua- bilis clTc” (fr:18492) [«sono di superficie uniforme»] e somigliano ai nostri mari: “illa Maculas habere analogiam cum Maribas noftris,qaxdida etiam j£quora funi” (fr:18494) [«che quelle macchie abbiano analogia con i nostri mari, che pure sono distese uniformi»]. Le macchie temporanee, invece, sono “minutiores innumere” (fr:18490) che appaiono e scompaiono vicino alla linea di terminatore. L’autore spiega il fenomeno per cui “qux partes Lunx circiter lutis,& vmbrx fe&ionctn appateut efle nigerrimx , eas pet Plenilunium candidillimas” (fr:18490) [«le parti che presso il terminatore appaiono nerissime, al plenilunio sono bianchissime»].
Sulla natura di queste formazioni, il testo argomenta che esse siano depressioni simili a bacini marini, circondate da rilievi. “Id vero arguitur ex co,quodorz,fcuqua(! littera circumflantia fenfibilcis vmbras in ip- fas proiiciunt” (fr:18495-18496) [«Ciò è dimostrato dal fatto che i bordi circostanti proiettano ombre sensibili su di esse»]. Vengono descritte formazioni a forma di “vnionum” (anelli lucidi) e valli profonde. La misurazione di un cratere (forse il cratere Copernico o Tycho) fornisce un diametro di circa “vl a metri Lunaris parsquim-proximetri- gcfima fecunda” (fr:18483) [«1/32 del diametro lunare»].
L’altezza dei monti lunari viene confrontata con quelli terrestri. “Adnoto cans appareat ; ca portio conuexx Lunaris Gi- D’ perficici, ex qua lumen Solis poteftea ratione LMt’ potius eos monteis Lunx efle ipfo Olympo quadruplo altiores” (fr:18504) [«noto che quei monti lunari sono quattro volte più alti dell’Olimpo»]. Con calcoli geometrici si stabilisce che “altitudo… comprobatur efle ftadiorum quadraginta, feu, quod cd idem , milliarium quinque” (fr:18507) [«l’altitudine risulta di 40 stadi, cioè 5 miglia»]. Il confronto con la Terra mostra che “in Terra nullius montis prope mare… comparandam cum idaaltirudinem habeamus” (fr:18516) [«sulla Terra non abbiamo monti presso il mare di altezza paragonabile»].
Il testo si conclude con osservazioni sulla distribuzione delle ombre. “Potif- (imum, inquam; nam & cum pafltm innume- ra» fmt (lue valles , (lue vaHcell , magis, minufvc profundx , aot latx : ideircfc vbique occurrunt particulx varix , qux pro modulo lucis candidule fini” (fr:18539) [«Soprattutto, dico, poiché ovunque si trovano innumerevoli valli e vallicelle, più o meno profonde o larghe, compaiono ovunque particelle variamente chiare secondo la quantità di luce»]. Le ombre dei monti si proiettano sempre dalla parte opposta al Sole, come si vede “prxfcrtim in idis veluti fcaphidiis , feu mavis , quaG vnionibus”* (fr:18528) [«soprattutto in quelli che sono come scafidi o mari, a forma di unioni»].
L’insieme del testo costituisce una importante testimonianza del metodo scientifico del Seicento, che combina la dossografia antica con l’evidenza telescopica, e fornisce una descrizione sistematica della superficie lunare gettando le basi della selenografia moderna.
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83 Osservazioni lunari e la natura della luce stellare in un trattato scientifico del XVII secolo
Il testo offre un’analisi dettagliata della superficie lunare e della luce delle stelle fisse, inserita nel dibattito cosmologico del Seicento. L’autore, partendo da osservazioni telescopiche, confuta antiche dottrine e propone interpretazioni basate su geometria e fisica.
Le osservazioni lunari si concentrano sulla morfologia delle macchie e delle zone illuminate. Viene descritta una “cuspis” luminosa e una macchia denominata “umbilicus”, con diametro di circa sessanta miglia, circondata da una “fossa” di venti miglia che “come se fosse piena d’acqua, non diventa bianca per alcun afflusso di luce solare, ma si osserva sempre più oscura” (fr:18552). L’autore nega che le macchie permanenti siano voragini profonde, come ritenevano gli Stoici, poiché “se fossero così profonde, la luce solare le riempirebbe e le farebbe diventare bianche” (fr:18555). La spiegazione delle ombre proiettate sulle macchie porta a concludere che esistono parti più elevate e più depresse: “non si può negare che sulla Luna vi siano parti più elevate e più depresse” (fr:18554). Un argomento cruciale contro l’obiezione che il bordo lunare appare uniforme, malgrado la presenza di monti e valli, è che “il margine della Luna è il termine visibile della convessità, e l’occhio non può percepire gli interstizi tra i monti perché i monti più vicini nascondono quelli più lontani” (fr:18569). L’autore menziona anche la “libratio” che, rivelando altre macchie quando la Luna oscilla, dimostra che “la faccia posteriore della Luna non sia diversamente conformata dalla anteriore” (fr:18574).
Passando alla luce stellare, il testo sostiene che le stelle fisse brillano di luce propria e non ricevuta dal Sole. Ciò è dimostrato dalla loro enorme distanza: “se supponiamo la distanza delle fisse dalla Terra di quattordicimila semidiametri terrestri, il Sole apparirebbe da lì con diametro non maggiore di due minuti e un quarto” (fr:18593), e quindi non potrebbe illuminarle. Le misurazioni di Galileo sul diametro della Lyra (cinque secondi d’arco) portano a calcolare distanze immense: “la distanza sarà ventiquattro volte maggiore di quella assunta da Tycho” (fr:18601). La scintillazione è interpretata come prova di luce nativa: “la scintillazione delle fisse deriva dal fatto che risplendono di luce nativa, come il Sole, e che quella luce è purissima” (fr:18612); i pianeti, che riflettono la luce solare, non scintillano perché “Mercurio brilla massimamente, Saturno è il più debole” (fr:18621). L’autore confuta l’ipotesi atmosferica di Aristotele, notando che “per questa ragione non solo le fisse, ma anche i pianeti e la stessa Luna dovrebbero tremolare” (fr:18611).
Infine, viene spiegato perché le stelle, pur essendo tanti Soli, non illuminano la Terra: calcolando i dischi apparenti, “se tutte le mille ventidue stelle fossero composte in un unico disco, questo non avrebbe diametro maggiore di un minuto e mezzo” (fr:18639), e quindi la loro luce combinata è trascurabile rispetto al Sole. Questo passo testimonia il passaggio dalla cosmologia geocentrica a quella eliocentrica, con osservazioni telescopiche e calcoli geometrici che ridefinivano la scala dell’universo.
[23.5/14-100-18650|18749]
84 Analisi del trattato sulla luce degli astri
Il testo esamina la natura della luce degli astri, a partire dalle stelle fisse, confrontandole con una fiamma di candela per stabilire la relazione tra diametro apparente e reale. Viene introdotto il principio che la percezione visiva è amplificata da un alone luminoso: “Igitur, cum diameter flammula apparens fit minuti diroidium ; vera tamen tantula cft,qux maior non fit dimidio facundi, tcrtilfve triginta” - (fr:18650) [Quindi, poiché il diametro apparente della fiammella è di due minuti, quello vero è così piccolo da non essere maggiore della metà di un secondo, o di trenta terzi.] Questo stesso fenomeno si applica alle stelle fisse, che appaiono molto più grandi di quanto siano in realtà a causa della loro luminosità e irradiazione. L’autore ipotizza che una stella fissa, se vista dalla stessa distanza del Sole, apparirebbe come un punto luminoso di dimensioni simili, e che la sua luce sia di gran lunga più pura e vivida di quella di una candela: “An-non porrb facile dabis Stellatum lucem e Ile faltem triplo puriorem, nitidiorcm,viuidiorcm, & fui circunwadiatione pollcntiofem, quam fit flamma candela” - (fr:18651) [Non concederai forse facilmente che la luce stellata sia almeno tre volte più pura, nitida, vivida e più potente nella sua irradiazione rispetto alla fiamma di una candela.]
Viene poi affrontata la possibilità dell’esistenza di pianeti attorno alle stelle fisse, analogamente al nostro Sole. L’autore sostiene che non vi è contraddizione nell’idea che attorno a ciascuna stella fissa orbitino pianeti, ma che questi non possono essere osservati a causa della loro estrema piccolezza, debolezza e vicinanza al loro sole: “Scilicet imprimis, non repugnare quidem circa fingulas,auc faltem aliquas Stellas Fixas perinde ac circa noftrum hunc Solem aliquos Planetas obire at fint-ne tamen aliqui > aut qui.” - (fr:18656) [Cioè, in primo luogo, non è in contrasto che intorno a ciascuna, o almeno ad alcune stelle fisse, orbitino alcuni pianeti come intorno al nostro Sole; ma se ve ne siano, o quali siano…] e prosegue: “Quoniam cum probabile fit habere illo» analogiam curo Planetis Solaribos , efle debeant nimis corpore exiles , nimis mucuacitia luce hebetes , nimis fuo quifque Soli propinqui, nimis i nobis difliri” - (fr:18658) [Poiché, essendo probabile che abbiano analogia con i pianeti solari, devono essere troppo esili nel corpo, troppo deboli per la scarsa luce, troppo vicini ciascuno al proprio Sole, troppo lontani da noi.]
Un altro tema centrale è la questione delle fasi di Venere e Mercurio, presentate come prova della loro luce riflessa dal Sole. L’autore descrive minuziosamente le fasi di Venere: “Cer te de ipfa Venere nnllum iam relinquitur dubium poftquam adei familiare euaht , vt Telefcopio deprehendatur eandem omnin& Phafeon varietatem, quam Luna fubire : pari quippe modo nunc plena , nunc corniculara, nnne femi-feda , nunc vtrimque gibbofa exhibetur.” - (fr:18665) [Certamente su Venere non rimane più alcun dubbio dopo che è diventato così familiare da essere rilevata al telescopio mostrare la stessa varietà di fasi che subisce la Luna: allo stesso modo ora piena, ora falcata, ora mezza, ora gibbosa da entrambi i lati.] Si spiega che la fase piena si verifica quando Venere è oltre il Sole, mentre la fase falcata quando è al di qua. Per Mercurio, la sua osservazione nel disco solare mostra che anch’esso brilla di luce riflessa, come conferma la sua ombra nera sul Sole: “Ad Mercurium quod attinet ; videtur fani fada illa i nobis obferuatio, arguere illam lucem perinde i Sole mutuari , atque Venerem ; quippe in difeo Solis confpcdus, perinde fuit nigricans , vt Luna , dum tegic eundem difeum Solis.” - (fr:18674) [Per quanto riguarda Mercurio, sembra che quella osservazione fatta da noi dimostri che esso riceve la luce dal Sole come Venere; infatti, visto nel disco del Sole, appariva nero come la Luna quando copre lo stesso disco del Sole.]
Per i pianeti esterni (Marte, Giove, Saturno) l’autore sostiene che anch’essi ricevono luce dal Sole, ma non mostrano fasi come Venere e Luna a causa della loro posizione: “Quod ad Martem , Iouem , Se Saturnum fpedat i nihil fane probabilius eft ,quim eos quoque lucem habere i Sole.” - (fr:18676) [Per quanto riguarda Marte, Giove e Saturno, nulla è più probabile del fatto che anch’essi abbiano luce dal Sole.] Spiega che, essendo sempre in opposizione o congiunzione, appaiono sempre pieni o quasi, e l’angolo di illuminazione è sempre acuto.
Viene discusso anche il fenomeno della scintillazione: i pianeti, a differenza delle stelle fisse, non scintillano, e questo è attribuito alla loro luce debole e alla superficie simile a quella lunare: “Et quamobrem quidem non fdntillcnr, fitvc eorum lux bebes , caufa videtur eadem, ux circa Lunam intclligcnda.” - (fr:18692-18693) [E per quale motivo non scintillano? Poiché la loro luce è debole, la causa sembra essere la stessa da comprendere per la Luna.] Inoltre, si menziona la presenza di macchie su Marte, Giove e Saturno. Su Marte si osservano macchie ora rotonde, ora allungate; su Giove fasce o zonule parallele all’eclittica; su Saturno, una figura ovale con appendici laterali variabili: “Saturnus vero, |uamquamin medio Iui difeo, qui aliunde Jane eft longe qukm Martius ,Iouiufque exilior, nihil heccrogcneum oftencet; donec tamen ouata cft , ac tam medius difeus , quim appoficitia quaft Utera in vnun^alborem in- Siderunu.” - (fr:18709) [Saturno invece, sebbene nel mezzo del suo disco, che peraltro è molto più esile di quello di Marte e Giove, non mostra nulla di eterogeneo; finché non è ovale, e sia il disco centrale che le appendici laterali si confondono in una bianchezza indistinta…] L’autore ipotizza che queste macchie siano regioni di materia differente e non semplici ombre, e che la loro variazione implichi una rotazione dei pianeti attorno ai propri assi: “Vrcumquc fit tamen , cx hac Macularum tam Martis, 6clo- uis ,quam Saturni variatione , inferri poreft corpora huiufeeraodi Planetarum efie non modi circa Solem,circaquc Terram mobilia, fed circa proprios eriam Polos ,axcifquc libra rilia.aut vcrfatilia” - (fr:18714) [Comunque sia, da questa variazione delle macchie di Marte, Giove e Saturno si può dedurre che i corpi di tali pianeti siano mobili non solo attorno al Sole e alla Terra, ma anche attorno ai propri poli, e che siano oscillanti o rotanti.]
La trattazione prosegue con i satelliti di Giove (Medicei), considerati corpi opachi che ricevono luce dal Sole, come dimostrano le loro eclissi nell’ombra di Giove: “Sunt nempe corpora opaca quemadmodum illa , Si lumen perinde a Sole rccipiunt,vt vel ex eo arguitur, qubd dum incurrunt in vrobram Iouis , cuanefeunt ex oculis , Sc pati Eclipfin obferuantur , non fccus ac Luna , dum incidit in vmbram Tcrrx.” - (fr:18720) [Sono infatti corpi opachi come quelli e ricevono la luce dal Sole, come si arguisce dal fatto che, quando cadono nell’ombra di Giove, scompaiono alla vista e si osserva che subiscono un’eclissi, non diversamente dalla Luna quando cade nell’ombra della Terra.] Viene immaginata la vista dalla superficie di Giove, dove si potrebbero osservare quattro lune con fasi e eclissi reciproche: “Heinc nihil e fle videtor dubium, quin, ft erter quifpiam in Ioue, illos obferuaret fpcrtaculo pulcro , quafi quatuor Lunas ipii circumduci , Phafciquc varias ex ordine fubirc,quemadmodum Lunam;fc pati aliquando Eclipfin, propter loucm ipfis.Solique interpofitum” - (fr:18721) [Da ciò non sembra esserci alcun dubbio che, se qualcuno si trovasse su Giove, li osserverebbe come uno spettacolo bello, quasi quattro Lune che gli ruotano attorno e che subiscono varie fasi in ordine, come la Luna; e talvolta subirebbero un’eclissi a causa di Giove interposto tra loro e il Sole.]
Infine, il testo tratta delle levate e tramonti dei corpi celesti, distinguendo tra quelli rispetto all’orizzonte (ortus e occasus propri) e quelli rispetto al Sole (emerio e occultazione). Viene citata la distinzione tra orto cosmico (con il Sole) e orto acronico (all’inizio della notte). L’autore menziona anche antiche opinioni, come quella di Eraclito sull’accensione e spegnimento delle stelle, e quella di Xenofane sul loro spegnimento di giorno: “Conftat vero prxrer germanam , &qux denique obtinuit, tcrcam, quod Xenophanes purauic Stellas Aeri interdiu euanidas , quAd mane exftinguantur , no&u lucere , quod carbonum inftaraccendamur.” - (fr:18748) [È noto inoltre, oltre a quella genuina e infine prevalente, l’opinione di Senofane, il quale riteneva che le stelle si spegnessero nell’aria di giorno, si estinguessero al mattino, e brillassero di notte come carboni che si accendono.] Queste concezioni sono respinte a favore di una spiegazione basata sull’ottica e sulla riflessione della luce solare.
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85 Antiche concezioni sull’origine e il moto del Sole e delle stelle
Il testo esamina le teorie degli antichi riguardo al sorgere e al tramontare degli astri, in particolare del Sole. Secondo una diffusa opinione, gli astri non si muovevano sotto la Terra, ma venivano accesi all’oriente e spenti all’occidente. Questa idea è attribuita agli Epicurei e a molti altri filosofi. Il passo cita l’autorità di poeti come Virgilio e Ovidio, e testimonia che “non desunt qui hoc contingere opinarentur, quasi nova forent Sidera, aut saltem de novo accensa” (fr:18751) [non mancavano quelli che pensavano che ciò avvenisse come se gli astri fossero nuovi, o almeno riaccesi di nuovo]. La medesima posizione è espressa da Manilio e Lucrezio, che parlano di “novos semper Soleis oriri” (fr:18767) [nuovi Soli sempre sorgere], anche se il testo precisa che si tratta di una riaccensione della stessa materia solare, non di un Sole completamente nuovo.
La base di queste credenze era la concezione della Terra piatta, circondata dall’Oceano: “Terram non sphaericam, sed planam esse existimarunt, ac simul putarunt circumfusam esse toti Terrae Oceanum” (fr:18773) [ritennero che la Terra non fosse sferica, ma piatta, e insieme pensarono che l’Oceano circondasse tutta la Terra]. Di conseguenza, “crediderunt Astra, cum orirentur, emergere ex Orientali Oceano; cum occiderent, demergi in Oceanum Occidentalem” (fr:18774) [credettero che gli astri, quando sorgevano, emergessero dall’Oceano orientale; quando tramontavano, si immergessero nell’Oceano occidentale]. Questa visione è confermata da Omero e dai più antichi: “Terram planam et ipsi Mundo conterminem statuunt, Oceanumque ipsi circumfusum” (fr:18775) [stabiliscono la Terra piatta e confinante con il Mondo stesso, e l’Oceano che la circonda].
Alcuni antichi, come Anassimene, invece sostenevano un moto circolare: “Stellas non sub Terram, sed circa illam converti” (fr:18783) [le stelle non si volgono sotto la Terra, ma intorno ad essa]. Il testo spiega che il moto “circa Terram” andava inteso come un passaggio attorno al “gibbum Septentrionalem” (fr:18786) [rigonfiamento settentrionale], non sotto la Terra.
La critica di Cleomede a queste teorie viene riportata e parzialmente confutata. Egli sostiene che sostenere l’accensione e lo spegnimento è assurdo quanto dire che “quos videt homines, vivere; quos videre desinit, mori” (fr:18790) [quegli uomini che vede, vivono; quelli che cessa di vedere, muoiono]. L’autore del trattato difende Epicuro, notando che egli non fu il solo ad avere tali opinioni, e che “non absolutae globi Terreni notitiae” (fr:18797) [la non perfetta conoscenza del globo terrestre] poté indurre molti in errore. Inoltre, gli antichi non avevano ancora dimostrazioni della rotondità della Terra: “nullum ipsis erat circuitus Terrae experimentum” (fr:18798) [non avevano alcuna prova del giro della Terra]. Solo ai tempi moderni, con la navigazione, si poté osservare che “qui navigarunt ad Ortum, occurrentes iis qui in Occasum solverant, unum amplius diem numerare” (fr:18800) [coloro che navigarono verso oriente, incontrando quelli che avevano salpato verso occidente, contarono un giorno in più].
Per quanto riguarda il ritorno del Sole all’oriente dopo il tramonto, gli antichi immaginavano un percorso settentrionale: “delapsa in Oceanum Astra iter deflectere versus Boream, circumireque tumorem illum” (fr:18779) [gli astri, caduti nell’Oceano, deviare il cammino verso settentrione e aggirare quel rigonfiamento]. L’autore cita anche autori cristiani, come san Basilio e il suo fratello san Cesario, che parlano del Sole che “ellevante se Cappadocum solo, inumbratur quidem radiorum fulgor per fluas et aquas” (fr:18816) [sollevandosi dal suolo della Cappadocia, lo splendore dei raggi viene oscurato dalle acque].
Il fenomeno dell’estinzione e riaccensione del Sole nell’acqua viene spiegato con esempi naturali: “cum fontes habeamus qui exstinctas faces accendere possint” (fr:18821) [abbiamo fonti che possono accendere fiaccole spente], e si menziona la “Fons Ardens” nei pressi di Grenoble (fr:18822). La luce del Sole, anche se apparentemente soverchiante, non annulla completamente le altre luci: “candelae etiam lux una cum meridiano Sole acrem illustrat” (fr:18840) [anche la luce di una candela illumina l’aria insieme al sole meridiano], ma la sua debolezza la rende impercettibile.
Infine, il testo distingue tra l’orizzonte sensibile e l’orizzonte “eliaco” delle stelle. L’Ortus Heliacus e l’Occasus Heliacus sono definiti come la prima apparizione o scomparsa di una stella nei raggi del Sole: “Ortus nihil aliud est quam ipsa emersio alicuius Sideris ex radiis Solis” (fr:18833) [il sorgere non è altro che l’emergere stesso di un astro dai raggi del Sole]; “Occasus nihil aliud quam ipsa Sideris alicuius in radios Solis immersio” (fr:18835) [il tramontare non è altro che l’immersione stessa di un astro nei raggi del Sole]. Questo spiega perché alcune stelle sono visibili solo in certi periodi dell’anno.
Il testo costituisce una preziosa testimonianza storica della complessità delle teorie antiche sul moto celeste e della lenta affermazione del modello sferico della Terra, documentando le controversie tra Epicurei, Stoici e altri filosofi, e il loro progressivo superamento grazie a osservazioni empiriche.
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86 Sul sorgere e tramontare degli astri: osservazioni e principi
Il testo discute i fenomeni di visibilità delle stelle fisse e dei pianeti, con particolare attenzione al sorgere e tramontare eliaco, alle differenze tra moto proprio e apparente, e a dettagliate osservazioni di Venere e Marte condotte nel XVII secolo.
Il trattato si apre con un esempio storico: la levata eliaca di Sirio (la Canicola) duemila anni prima avveniva circa venti giorni dopo il solstizio, mentre all’epoca dell’autore si è spostata di un mese a causa del moto delle stelle fisse. Viene ricordato che “quot loco adnotari potest, cum ante annos plus minus bis mille, oriretur Canicula viginti tribus, aut viginti diebus” (fr:18850) [In quel luogo si può notare che, più o meno duemila anni fa, la Canicola sorgeva ventitré o venti giorni dopo].
L’autore stabilisce quindi le condizioni generali per la visibilità delle stelle fisse rispetto al Sole. La prima regola è data dalla magnitudine: “Nam primum, quo unaquaeque Stella maior, atque lucidior est, eo exteris paribus, oritur citius, & occidit tardius” (fr:18853) [Infatti, quanto più ogni stella è grande e lucente, a parità di altre condizioni, tanto più sorge presto e tramonta tardi]. Segue una tabella dei gradi di separazione dal Sole richiesti: dodici per le stelle di prima grandezza, tredici per la seconda, fino a diciotto per le minute e nebulose (fr:18854). La posizione rispetto all’orizzonte e l’obliquità della sfera celeste influenzano anch’esse: le stelle più alte emergono prima e tardano a tramontare (fr:18855), mentre un orizzonte più retto (meno inclinato) fa sì che le stelle siano visibili più a lungo (fr:18856). Inoltre, “quo magis a Zodiaco, aut ipsa via Solis recedunt, eo breviori tempore latent” (fr:18857) [quanto più si allontanano dallo Zodiaco o dalla via del Sole, tanto più breve è il tempo in cui restano nascoste]. Viene anche notato che stelle che tramontano tardi non per questo sorgono tardi, ma spesso accade l’opposto, a causa della posizione dell’eclittica (fr:18858).
Un’importante precisazione terminologica riguarda la differenza tra “sorgere/tramontare” e “essere rivelato/occultato”. L’autore osserva che le stelle non si muovono da sé, ma appaiono e scompaiono per il moto del Sole: “Aduerti & illud circa Stellas potest, quod non tam vere dici debeant oriri & occidere, quatenus nullo suo motu id praestant, quam revelari, & occultari” (fr:18861) [Si può notare anche questo intorno alle stelle: che non tanto dovrebbero dirsi sorgere e tramontare, poiché non lo fanno con moto proprio, quanto essere rivelate e occultate]. Viene citato Plinio e si richiama la posizione dei Copernicani, secondo i quali “Stellas non tam attolli supra horizontem immotum, quam horizontem mobilem infra ipsas deprimi” (fr:18862) [le stelle non tanto si sollevano sopra l’orizzonte immobile, quanto l’orizzonte mobile si abbassa al di sotto di esse]. L’autore sottolinea l’incoerenza di chi accetta il sorgere e tramontare eliaco dovuto al moto del Sole, ma non quello orizzontale dovuto al moto della Terra.
Passando ai pianeti, i tre superiori (Saturno, Giove, Marte) sorgono e tramontano come le stelle fisse (fr:18865). A causa del moto più lento del Sole, “vix tandem nihilominus & assequitur, ut ipsi proinde intra claritatem eius occidant, & deserantur” (fr:18866) [tuttavia alla fine li raggiunge, cosicché essi tramontano dentro il suo bagliore e vengono abbandonati]. Vengono forniti i periodi dopo i quali ciascuno riappare eliacamente: Marte dopo venticinque mesi, Giove dopo tredici, Saturno dopo dodici e mezzo (fr:18867). La spiegazione è data dalla minore velocità dei pianeti rispetto al Sole: “aliquid vix interea conficiunt; ideo, ut illud quicquid est viae, superare Sol valeat, quodpiam supra annum, tempus exigit” (fr:18869) [nel frattempo quasi nulla percorrono; perciò, perché il Sole possa superare quel poco di strada, occorre un tempo che supera l’anno].
Per i pianeti inferiori, Venere e Mercurio, il comportamento è diverso: hanno sia levate che tramonti mattutini e vespertini (fr:18882), a causa del loro moto intorno al Sole. “Inde efficitur, ut cum suo circa Solem motu velociores sint, quam Sol suo motu in Ortum; & dum ultra Solem moventur, tendant ab Occasu in Ortum; dum infra, ab Ortu in Occasum” (fr:18883) [Da ciò consegue che, essendo più veloci del Sole nel loro moto intorno a esso, quando si muovono al di là del Sole vanno da occidente a oriente; quando al di qua, da oriente a occidente]. L’autore riporta osservazioni dettagliate di Venere e Marte condotte ad Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) tra la fine del 1634 e l’inizio del In particolare, descrive un caso in cui Marte, quasi tramontato eliacamente, riapparve dopo un mese “non nihil grandescens, magisque conspicuus, videretur potius oriri” (fr:18889) [divenuto un po’ più grande e più visibile, sembrava piuttosto sorgere]. Per Venere, le osservazioni mostrano come la sua latitudine boreale le permise di restare visibile anche a breve distanza dal Sole: “effectum est, ut Venus tantumdem, aut nonnihil amplius abfuerit a Sole secundum perpendiculum; unde & illustrata fuerit secundum falcem sensibilem” (fr:18923) [fece sì che Venere si allontanasse dal Sole della stessa quantità o un po’ di più in perpendicolo; per cui fu illuminata in forma di falce visibile]. L’autore nota che la visibilità di Venere non è sempre regolare: non sempre un tramonto tardivo corrisponde a una levata tardiva (fr:18948).
Infine, viene menzionato Mercurio: “in nostro hoc climate tametsi videri matutinus possit inter finem Iulii, & finem Februarii; & vespertinus inter finem Novembris, & finem Iulii; exteris tamen temporibus, licet interdum digrediatur a Sole quam longissime, hoc est, integro propè Signo; nihilominus radiorum illius splendore sic occultatur, ut fiat plane inconspicuus” (fr:18949) [nel nostro clima, sebbene possa essere visto mattutino tra fine luglio e fine febbraio, e vespertino tra fine novembre e fine luglio, negli altri tempi, sebbene talvolta si allontani dal Sole quanto più possibile, cioè di quasi un intero segno, nondimeno è talmente nascosto dallo splendore dei raggi solari da diventare del tutto invisibile].
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87 Analisi di un trattato scientifico del XVII secolo: osservazioni celesti, definizione del giorno, crepuscoli e rifrazione atmosferica
Il testo, tratto dal Liber IV di un trattato di fisica, presenta una disamina di fenomeni astronomici e atmosferici basata su osservazioni dirette, fonti classiche e ragionamenti geometrici. Le osservazioni planetarie sono accompagnate da una dettagliata discussione sulla natura del giorno, sulla disuguaglianza della sua durata, sul crepuscolo, sulla rifrazione atmosferica, sulle eclissi e sulle epoche cronologiche.
Le osservazioni di Mercurio e di altri pianeti costituiscono una testimonianza concreta dell’attività astronomica. L’autore riporta la difficoltà di osservare Mercurio in determinati periodi: “cum Mcrcorius exiftiinetur videri k nobis non polle matutinis temporibus , non modo per menfem Februarium , fed ne toto quidem fcmitfc pofteriore dibus” (fr:18950) [poiché si stima che Mercurio non possa essere visto da noi nei tempi mattutini, non solo durante il mese di febbraio, ma neppure in tutto il successivo semestre]. Vengono poi elencate posizioni di Saturno, Giove, Venere e stelle fisse come Antares, Cor Scorpii e Regolo, con distanze angolari precise, a dimostrazione di un’attenta prassi osservativa.
La definizione del giorno e la sua disuguaglianza sono affrontate con rigore. Il giorno viene inteso in due modi: “videri tamen poteft prior -naturalis po- tius dicendus, quod artificiale nihil habeat” (fr:18957) [tuttavia il primo può essere detto naturale, poiché non ha nulla di artificiale]. La disuguaglianza dei giorni è spiegata con due cause: la diversa obliquità dell’eclittica alle congiunzioni e l’eccentricità dell’orbita solare. “Altera, qu6d cum Sol , quanti cft Apogco vicinior, tanti incedat apparenter fegnius ; quanto Perigeo, tanti velocius ; eadem rursis particula illeic longior, heie bteuior reddatur” (fr:18983) [L’altra, poiché quando il Sole è più vicino all’apogeo, procede apparentemente più lentamente; quando al perigeo, più velocemente; la stessa particella diviene là più lunga, qui più breve].
Il crepuscolo e l’aurora sono analizzati in relazione all’atmosfera. L’autore spiega che la luce del crepuscolo deriva dalla riflessione dei raggi solari da parte dei vapori atmosferici e fissa il limite di 18° sotto l’orizzonte per l’inizio e la fine del crepuscolo: “Crepufculum videlicet incipere mane, Sc defc… cum Sol eft infra Horizontem ;radibus o&odecim fecundum pcrpcndicu- larem” (fr:19019) [che il crepuscolo inizi al mattino e finisca alla sera quando il Sole è sotto l’orizzonte di 18° secondo la perpendicolare]. Vengono discusse le variazioni stagionali e geografiche, notando che alle alte latitudini il crepuscolo può durare per più giorni.
La rifrazione atmosferica è descritta con precisione. Il testo spiega che i raggi provenienti da un astro si piegano verso la perpendicolare entrando in un mezzo più denso, facendo apparire l’astro più alto: “Ex hoc autem fit , vt cum omnes radij , qui aliunde adueniunt, obliquent que adeb refiadc adueniant; illitefpcdu noftri obliqui flirne incidant, qui ex Horizonte aducniunc , ac idc6 maxime refringantur” (fr:19037) [Da ciò accade che tutti i raggi che giungono da altrove arrivano obliqui; quelli che provengono dall’orizzonte sono i più obliqui rispetto a noi e perciò sono massimamente rifratti]. L’angolo di rifrazione all’orizzonte è di circa 34 minuti: “Quoniam veri angulus refta- dionis… triginta quatuor circicct minutorum eft” (fr:19038) [Poiché l’angolo di rifrazione è di circa 34 minuti]. La rifrazione diminuisce con l’altezza e diventa trascurabile oltre i 35° per Sole e Luna, oltre i 20° per le stelle.
Le eclissi sono interpretate come reciproche occultazioni di luce: la Luna eclissata perde la luce solare a causa dell’interposizione della Terra, mentre il Sole è eclissato dall’interposizione della Luna. “Quare obfctuarc hcic fit rcucra lucis priuatio in Lun , ob Terram interpofitam , aucricntemque ab ca lucem Solis, qua fola claret •, at Solaris fit priuatio lucis, non in ipfo Solc…fcd in Terra potius ob Lunam interpofitam”* (fr:19044) [Perciò si deve osservare che qui si tratta realmente di una privazione di luce nella Luna a causa della Terra interposta, che le toglie la luce del Sole di cui sola risplende; mentre la privazione solare è una privazione di luce non nel Sole stesso, ma piuttosto nella Terra a causa della Luna interposta]. Viene citato Keplero per l’interpretazione astronomica dell’occultazione del Sole.
Il testo include infine una rassegna delle epoche cronologiche usate per datare i moti celesti. “cum Epocba: fint varie vt Olym- piallum, Vrbis Romx condit ,Nabonalfari Babyloniorum Regis , Alexandri Magni » lulij Celaris, & tum celebrem cum-primis efle Epochen Natiuitatis Domini”* (fr:19044) [mentre le Epoche sono varie, come le Olimpiadi, la fondazione di Roma, Nabonassar re dei Babilonesi, Alessandro Magno, Giulio Cesare, ed è particolarmente celebre l’Epoca della Natività del Signore]. L’autore segnala anche la disputa sull’epoca della creazione del mondo, menzionando il calcolo di Keplero.
Il trattato si inserisce nella tradizione scientifica del Seicento, combinando osservazioni empiriche, autorità classiche (Lucrezio, Plinio, Strabone, Diodoro) e nascenti modelli geometrici dell’atmosfera. Costituisce una testimonianza del passaggio da una cosmologia geocentrica a una moderna comprensione della rifrazione e della luce, e documenta la pratica osservativa degli astronomi dell’epoca.
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88 Le eclissi nel pensiero antico: teorie, superstizioni e testimonianze storiche
Didascalia: Il trattato esamina le diverse interpretazioni filosofiche e scientifiche delle eclissi, confrontando spiegazioni razionali e credenze popolari.
Il testo si apre con il concetto del Grande Anno, il ciclo cosmico in cui tutti gli astri tornano alla loro posizione originaria. Viene citato Virgilio, il quale asserisce che “Sidera omnia in eadem loca fimul refti- ait, tuencur, vr motus fuos pari tenore indaurenr” - (fr:19050) [Tutti gli astri tornano simultaneamente negli stessi luoghi, perché continuino i loro moti con uguale regolarità], spiegando così la varietà dei fenomeni celesti, tra cui le eclissi.
La causa genuina dell’eclissi lunare è individuata nell’interposizione della Terra tra Sole e Luna. Come affermato: “docet Lunam fukirllam , atque oppefltam Soli, radiet eiut, & lumen ebfurare (hoc cd impedire, ne fit Tett- r confpicuuf ) tum ipflam incidentem in %m- bram Terra , cum efl e regione Solu interpefita interieBaque Terra, repent e deficere”* - (fr:19060-19061) [Insegna che la luna, opposta al sole, intercetta i suoi raggi e ne oscura la luce (cioè impedisce che il sole sia visibile) e che essa stessa, cadendo nell’ombra della terra quando la terra è frapposta tra il sole e la luna, improvvisamente viene meno]. Questa spiegazione è attribuita a Talete, Platone, Aristotele, agli Stoici e ai Matematici.
Tuttavia, il testo riconosce altre cause possibili, specialmente in Epicuro, il quale non si accontentava di una sola spiegazione. Egli riteneva che il Sole potesse eclissarsi a causa della Luna interposta, e la Luna a causa della Terra frapposta, ma anche per estinzione o per offuscamento (obduzione). Come riportato: “Deficere Solem ob Lunam ipfi r Tatnctfi porrA Eclipfcs quoque nebifque interpofitam , ac nabit idcirco tenebrat” - (fr:19065) [Il sole viene meno a causa della luna interposta, e anche a causa di una nube che lo oscura]. Viene inoltre ricordato che “Pluribus e caufis fieri tibi pajfe putandum ’fit” - (fr:19082) [Bisogna ritenere che possa accadere per più cause], citando sia la vera interposizione sia i due modi di estinzione e offuscamento.
Una distinzione fondamentale è tra eclissi solare e lunare: “illud cfle inter Solarem, Lonardque m fdipfin diferitninis , quod Lunaris quidem. … Nam cur Luna queat TerramJecludere Salit Lumine” - (fr:19065, parte successiva) [Questa è la differenza tra eclissi solare e lunare: che quella lunare… Infatti la luna può escludere la terra dalla luce del sole]. La trattazione dedica ampio spazio alle superstizioni e alle reazioni umane di fronte al fenomeno. Viene narrato come Anassagora fosse stato incarcerato per aver spiegato razionalmente le eclissi: “Anaxagoram in vincula propterei coniedum, Qui primus,m- nic In qu it , clariflimam, cenfidmtifftmamqHt ras lenem tmde Lnna iUumitfttur, in umbreturque feripte predidit” - (fr:19109) [Anassagora fu gettato in catene perché per primo scrisse e predisse la chiarissima e certissima causa dell’illuminazione e dell’oscuramento della luna]. Altri esempi includono il terrore dei soldati di Nicia, che “prx imperitia, & fupcrftitione, Edipfi Lunx … per Ueis quidem dies ,n Diodotus, & Piutar- rxque Stcllx in meridie coufpicerentur” - (fr:19134) [per imperizia e superstizione, a causa di un’eclissi di luna… per molti giorni le stelle furono visibili a mezzogiorno].
Il testo riporta anche spiegazioni alternative e curiose, come quella di Beato Cesario, il quale sosteneva che la luna “putuere obfita immutari” - (fr:19146) [viene mutata ricoperta di polvere], e che “Exiflimo lucem , ac fptendorem Luna infufiari fuliginofo, aui 4 terra vfque excitetur > dtre , immutarique hoc putuere illius adffteQum” - (fr:19148) [ritengo che la luce e lo splendore della luna siano offuscati da un fumo fuligginoso o da una polvere sollevata dalla terra, e che vengano mutati da questa polvere]. Questa idea è accostata a quella di Epicuro, sebbene il dotto Cesario non menzioni la causa geometrica dell’ombra terrestre.
In conclusione, il documento offre una ricca testimonianza del dibattito scientifico e filosofico sulle eclissi, mescolando spiegazioni razionali (interposizione, ombra) con ipotesi alternative (estinzione, offuscamento) e con le reazioni superstiziose che accompagnarono lo sviluppo dell’astronomia antica.
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89 Analisi delle eclissi nel trattato: evidenze osservative e metodo astronomico
Il testo dimostra la prevedibilità delle eclissi attraverso periodi certi e osservazioni accurate, illustrandone le cause geometriche e le tecniche di misura.
La prima e fondamentale argomentazione a sostegno dell’ordine matematico dei fenomeni celesti è la regolarità temporale delle eclissi: “Vcrumtamen ifta vt mittam; Tria fine fiint quz fidem abunde Mathematicorum fcnrcncix conciliant , Vnum eft , quid Eclipfes temporibus certis, periodi(que ratis pueniunt” - (fr:19150) [Ma, tralasciando ciò, tre cose sono quelle che abbondantemente conciliano fede alla sentenza dei Matematici: una è che le eclissi avvengono in tempi certi e periodi stabiliti.]. Tale affidabilità è confermata dal fatto che “Alreruin eft , qu£>d certi forma , & qui prxdicunrur Eclipfeis eueniunr” - (fr:19196) [La seconda è che le eclissi che vengono predette si verificano in una forma certa.].
Le condizioni geometriche sono esposte con chiarezza: “Primum enim Lunx defedus nunquam accidit, nifi inPlcnilunio;Solis,nifi in Nouikmio;dum illeic nempe Sol , & Luna opponuntur e diametro, Terra veri media inrcrcipirur ,qux vmbrifua lumen Lunx k Sole acceptum hebetare poflit” - (fr:19152) [Innanzitutto l’eclissi di Luna non accade mai se non in plenilunio; quella di Sole se non in novilunio; quando cioè Sole e Luna sono opposti diametralmente, con la Terra in mezzo che con la sua ombra può oscurare la luce della Luna ricevuta dal Sole.]. La varietà tra eclissi totali e parziali dipende dalla posizione rispetto ai nodi lunari: “Ac primam quidem, Ex hifcc ergo periodicis temporibus fit.vt fi requiratur cur alia Eclipfis totalis, alia vc- tamerfi fingi ali cauf* po(fi>t,quz Lumina- ropauialis fit; nihil defiderabitur , fi caufam libus officiant, iliaque cxtinguamppfa tamen efle dixeris, qubd aliquando Luminaria op- res clamare videatur nihil eUc ncceflc caufam aliam requirere; cum fit iftaadeo gei mana in prorapru”* - (fr:19200) [E prima di tutto, da questi tempi periodici deriva che se si domanda perché un’eclissi è totale e un’altra parziale, non mancherà nulla se si dice che la causa è che talvolta i luminari vengono a trovarsi nei nodi stessi o nelle vicinanze, e talvolta un po’ più lontani; poiché sembra che la cosa stessa proclami che non è necessario cercare altra causa, essendo questa così genuina e a portata di mano.].
La misura quantitativa del difetto viene espressa in digiti e loro frazioni: “folentque Mathematici , vt illarum quantitatem explicent, diftingncre diametros apparenteis tam Solis, quam Lunx in duodecim Digitos , quemlibet digitum in particulas sexaginta,quas minuta quoque appellant” - (fr:19208) [e i Matematici, per spiegarne la quantità, sono soliti distinguere i diametri apparenti tanto del Sole quanto della Luna in dodici dita, e ciascun dito in sessanta particelle, che chiamano anche minuti.].
Il trattato ricorre a numerosi esempi storici per corroborare la tradizione osservativa. Celebre è l’eclissi predetta da Talete: “Hcinc enim ciim Thales Miicfius prxdixif- fet illam Eclipfin,quam Herodotus contigi fle memorat anno sexto belli inter Lydos, & Medos” - (fr:19204) [Infatti poiché Talete Milesio predisse quell’eclissi che Erodoto ricorda essere avvenuta nel sesto anno della guerra tra Lidi e Medi]. Viene ricordato anche l’episodio di Caio Sulpicio Gallo che, durante la spedizione macedonica, rassicurò l’esercito: “Sumus certe ipfi rem experti Itum Callum, qui in expeditione Macedoni, ca militum Tribunus sub Paulo £mylio,cuia & superiore anno fuisset Q>nful,vt narrat T. Liuius, magna follicitudine liberauit exercitum” - (fr:19170) [Noi stessi certamente abbiamo sperimentato la cosa di Caio Sulpicio Gallo, che nella spedizione macedonica, tribuno militare sotto Paolo Emilio, e che anche l’anno precedente era stato console, come narra Tito Livio, liberò l’esercito da grande preoccupazione.].
L’autore presenta le proprie osservazioni condotte in diverse località (Digne, Aix‑en‑Provence, Parigi), con indicazioni precise di ora, digito e inclinazione. Ad esempio: “Nam cum obrcrualfemus Dinix, vbi Polus attollitur grad.44,min.$. Lunarem partialem Eclipfin anno M D C X X II I. die Aprilis X V. (contigit autem eius Initium hora mat.j. min.9. peruenitque ad Digitum vfi que vndecimum cum semifle” - (fr:19172) [Infatti avendo osservato a Digne, dove il Polo si eleva 44 gradi, 5 minuti, un’eclissi lunare parziale nell’anno 1623, il 15 aprile (il suo inizio avvenne alle ore mattutine 7 e 9 minuti, e arrivò fino all’undicesimo dito e mezzo)]. Per le eclissi solari fu sviluppato un metodo telescopico basato sull’osservazione delle macchie solari: “Cum iam ab annis aliquot obferuaf- femus Maculas Solis , radiis eius Telefcopio in obfcuram fcenam traieftis , exccptifque drculo albo diametri circiter pedalis , diftin- dxque in duodecim Digitos , & digitorum particulas j ac circumferentix diuifx heinc inde k radice Digiti primi, in 1 gradus … ca oc- casione cogitantes Eclipfin Solis nihil efle aliud ,qutai Maculam quandam insgnem, agnouimus iplam pofle facile pati ratione ooferaari” - (fr:19212) [poiché già da alcuni anni osservavamo le macchie del Sole, proiettando i suoi raggi con il telescopio su uno schermo oscuro, e ricevendoli in un cerchio bianco del diametro di circa un piede, diviso in dodici dita e in particelle di dita … in quell’occasione, pensando che l’eclissi di Sole non è altro che una macchia insigne, riconoscemmo che essa poteva essere osservata facilmente con questo metodo.]. Fu inoltre costruita una macchina apposita: “Excogitanimos vero etiam Machinam commodifltmam ,qua&Te!cfcopium imite- tur motum Solis; & circulus vni tranflatus indeflexos radios excipiat ; 3e idem circulus inrcrim ita conuoluarur , vt tumor vmbrx maximus in diametrum diuifain cadat :Sc simul transferatur perpendiculum ,quod Verticalis indicet fitum” - (fr:19216) [Invenimmo anche una macchina comodissima, con cui il telescopio imitasse il moto del Sole; e un cerchio trasportato insieme ricevesse i raggi non deviati; e lo stesso cerchio nel frattempo si volgesse in modo che il massimo rigonfiamento dell’ombra cadesse nel diametro diviso; e insieme si trasportasse un perpendicolo che indicasse la posizione del verticale.].
Tra le osservazioni particolareggiate spicca quella del 1631 a Digne, durante la quale fu notata una macchia solare trigemina: “Speciale au tem in hac Edipfi fuit , vt tranfeunte Luna ipfi Soli ad Auitinm , fuerit tunc in Sole Macula ter-gemina , qux k die vfque prima apparuerat , quamque tegere Luna ctrperit, cum cfTct iam defe&us Digitorum j . minut. 4 i.Sc dimiferit , ciim non edet amplius defe&us, nifi digitorum 7 .Sc min. ”* - (fr:19226) [Speciale in questa eclissi fu che, passando la Luna davanti al Sole verso l’Austro, c’era allora nel Sole una macchia trigemina, che era apparsa fin dal primo giorno, e che la Luna cominciò a coprire quando il difetto era già di 3 dita e 41 minuti, e la lasciò quando il difetto non era più di 7 dita e 29 minuti.].
Il testo, infine, richiama il ciclo sessagesimale di Metone e le correzioni di Callippo e Ipparco, confermando la continuità della tradizione astronomica: “Eclipfes in eofdem dies paucis horis exceptis redeunt post annos noucmdecim.Ieu intra menfeis, vt Plinius habet.m. vt propius, ix}. diefve 694 o. quot nimirum complexa eft Decem-noaennalis Periodus Metonis” - (fr:19162) [Le eclissi tornano negli stessi giorni, eccettuate poche ore, dopo diciannove anni, o entro i mesi, come dice Plinio, o più precisamente dopo 6940 giorni, corrispondenti al periodo diciannovennale di Metone.].
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90 Osservazioni di eclissi lunari e solari e discussione delle loro cause in un trattato seicentesco
Il testo presenta una raccolta di osservazioni astronomiche condotte prevalentemente a Parigi e in altre località europee tra il 1621 e il 1655, corredate da una riflessione teorica sulle differenze tra eclissi lunari e solari. L’autore descrive metodi di osservazione raffinati e discute il rapporto tra i diametri della Luna e dell’ombra terrestre, confrontando i propri dati con quelli di contemporanei come Hevelius, Eichstadius, Schickard, Bullialdus e Wendelinus.
Le osservazioni sono caratterizzate da una notevole precisione cronometrica. Ad esempio, per un’eclissi lunare del 21 agosto 1645 si registrano dettagli minutissimi: “Sic & aliam rursus observavimus Parisiis anno MDC XLV. die Augusti XXI. mane; […] quod contigit Sole alto grad.46. min.o. atque adeo hor. io. min. cum inclinatione graduum proxime triginta, transeunte Luna Soli ad Boream.” (fr:19251‑19255) [Così abbiamo osservato un’altra ancora a Parigi nell’anno 1645, il 21 agosto di mattina; […] che avvenne col Sole alto 46 gradi, 0 minuti, e quindi ore 10, minuti 4, con inclinazione di circa trenta gradi, passando la Luna verso Nord rispetto al Sole.]
Un altro evento significativo è descritto per l’11 agosto 1654: “Sic iterum aliam Menilij Habertini, seu in castro Illustris Monmorij, […] anno MDCLIV ac die Augusti XI. […] Contigit autem illius Initium hor.8.min.o.sec.40. Finis hora min.16.sec.16. Defectus maximus fuit Digitorum praecise ” (fr:19256‑19258) [Così ancora un’altra a Menil Habertin, o nel castello dell’illustre Monmor, […] nell’anno 1654 e il giorno 11 agosto. […] Il suo inizio avvenne alle ore 8, minuti 0, secondi La fine alle ore 10, minuti 16, secondi Il massimo difetto fu precisamente di 9 dita.] L’impatto sociale di tali eventi emerge dalla notazione: “Mirus fuit pauor, quem ob hanc Eclipfin, afflictique ipsi praesagia tota pene Europa praeceperat.” (fr:19264) [Fu meraviglioso il timore che per questa eclissi, e le profezie ad essa legate, quasi tutta Europa aveva anticipato.]
Per superare le difficoltà di stima del difetto lunare – che al telescopio appare maggiore che a occhio nudo – l’autore sviluppa un metodo basato su schemi predefiniti: “cum constaret nobis defectum ipsius videri semper Telescopio, quam oculo nudo, maiorem; […] ideo attendentes rem posse aestimatione sola peragi, excogitandum censuimus, qua ratione ea regi posset. Itaque apparavimus viginti tria Lunae deficientis Schemata […] ac deinceps Telescopio respectando in Lunam, subindeque eius defectum conferendo identidem con Schematibus compositis, deprehendimus aestimationem maximopere inde adiuvari.” (fr:19266‑19267) [poiché ci era noto che il difetto di essa si vede sempre al telescopio maggiore che ad occhio nudo; […] quindi, attendendo che la cosa potesse essere compiuta con la sola stima, pensammo di escogitare in che modo potesse essere regolata. E così preparammo ventitré schemi di Luna in eclissi […] e poi, osservando la Luna al telescopio e confrontando continuamente il suo difetto con gli schemi predisposti, scoprimmo che la stima ne risultava grandemente agevolata.]
Tale metodo è applicato a diverse eclissi, tra cui una totale del 1635 e una parziale del 1636 (fr:19268‑19274). Inoltre, per determinare la proporzione tra il diametro lunare e quello dell’ombra terrestre, l’autore sperimenta diversi rapporti: “Schemata alia deinceps apparavimus, in quibus Umbrae semidiameter esset dupla, & alia, in quibus dupla cum octante, cum quadrante, cum semisse. Ea vero ratione observavimus rursum Dinix Eclipfin […] congruere apparuit cum schematibus exhibentibus proportionem dumtaxat duplam.” (fr:19276‑19277) [Preparammo poi altri schemi, in cui il semidiametro dell’ombra era doppio, e altri in cui era doppio più un ottavo, più un quarto, più un mezzo. Con questo metodo osservammo di nuovo un’eclissi lunare […] apparve congruente con gli schemi che mostravano la proporzione soltanto doppia.] Un’ulteriore conferma viene da osservazioni successive (fr:19278‑19280).
Un aspetto centrale del trattato è la spiegazione della differente visibilità delle eclissi solari rispetto a quelle lunari. L’autore afferma: “Ratio est in promptu, ex eo quid Luna, cum re ipsa privetur luce, non possit non tantum apparere his, quantum illis privata apparet; at Sol, cum re ipsa non destituatur luce, sed tegatur solum a Lunari corpore […] ideo esse possit quaedam Terrae pars, cui Lunae aequalis, aut etiam maior Sole visa) totum Solem tegat; alia, cui dimidium; alia cui plus, vel minus; alia, cui nihil penitus.” (fr:19312‑19315) [La ragione è evidente, dal fatto che la Luna, essendo realmente privata di luce, non può non apparire a questi tanto quanto appare privata a quelli; ma il Sole, poiché non è realmente privato di luce, ma è coperto solo dal corpo lunare, […] perciò può esserci una parte della Terra a cui la Luna, uguale o anche maggiore del Sole vista, copra tutto il Sole; un’altra a cui la metà; un’altra a cui più o meno; un’altra a cui niente affatto.]
Discutendo la durata delle eclissi, l’autore spiega perché le eclissi lunari totali possano durare a lungo mentre quelle solari sono brevissime: “Si quaeratur vero praeterea, cur inter Eclipses Lunares totales, nonnullae sint longissimae morae intra totaleis tenebras, duarum scilicet, aut amplius horarum; ex Solaribus veri totalibus nulla sit, quae, praeter paucula minuta duret. Causa ex eo perspicua est, quod […] Luna diameter umbrae terrestris, qui Luna transit, sit longe maior diametro Lunae; […]” (fr:19337‑19341) [Se si chiede inoltre perché tra le eclissi lunari totali, alcune siano di lunghissima durata nelle tenebre totali, di due o più ore; mentre delle eclissi solari veramente totali nessuna dura, eccetto pochi minuti. La causa è chiara dal fatto che […] il diametro dell’ombra terrestre, che la Luna attraversa, è di gran lunga maggiore del diametro lunare; […]].
Infine, l’autore si interroga sulla forma del confine tra ombra e luce nei dischi lunare e solare: “Quomodo enim valeas explicare apposite, cur umbrae, lucisque confinium sit arcus, seu circuli portio tam in disco Lunae, quam in disco Solis; & in illo quidem circuli maioris, […] in illo minoris? Nisi quia ille arcus est umbrae Terrae, quae rotunditatem Terrae imitatur; hic vero arcus Lunae est, […]” (fr:19347‑19349) [Come potresti infatti spiegare appropriatamente perché il confine dell’ombra e della luce è un arco, o porzione di cerchio, sia nel disco della Luna che in quello del Sole; e in quello di un cerchio maggiore, in questo di un cerchio minore? Se non perché lì l’arco è dell’ombra della Terra, che imita la rotondità della Terra; qui invece è l’arco della Luna, […]].
Il testo si presenta come una testimonianza dettagliata delle pratiche osservative e delle discussioni teoriche dell’astronomia del XVII secolo, con particolare attenzione alla precisione delle misurazioni e alla comprensione dei fenomeni celesti. L’uso sistematico di schemi graduati (menzionati anche in fr:19319‑19324 per una raffigurazione della Luna divisa in 360 gradi) e il confronto con osservazioni di altri studiosi mostrano un approccio empirico e critico, volto a stabilire rapporti geometrici e a conciliare le osservazioni con le teorie correnti.
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91 Analisi del trattato scientifico sulle eclissi e i transiti planetari
“Nifi quia Luna motu suo in Ortum parte sua Orientali ex diametro Solis, non definit e fle satis magna subit Occidentalem tam umbrx terrenx, obscuritas” - (fr:19351) [Se non perché la Luna, con il suo moto verso Oriente, non cessa [di essere] nella sua parte orientale opposta al diametro del Sole, e subisce l’oscurità della parte occidentale dell’ombra terrestre, essendo abbastanza grande.]
Il testo, tratto da un trattato di fisica o astronomia (probabilmente del XVII secolo, dato il riferimento a osservazioni telescopiche), analizza in dettaglio le eclissi di Sole e Luna, le loro cause e le discrepanze osservative, per poi estendere la discussione alle cosiddette “eclissi stellari” dovute ai transiti di Mercurio e Venere. L’attenzione si concentra sugli effetti della penombra, sull’importanza del telescopio per rilevare i margini “temerati” (offuscati) e sulle difficoltà nel determinare con precisione gli istanti di inizio e fine delle eclissi.
La spiegazione della differenza tra eclissi lunari e solari è centrale: la Luna, muovendosi verso est, inizia a mancare dalla sua parte orientale entrando nell’ombra terrestre, mentre il Sole, nell’eclissi solare, viene coperto dalla Luna a partire dal lato occidentale. Viene inoltre discusso il ruolo della latitudine lunare nel determinare quale parte del disco (boreale o australe) venga oscurata. Si osserva che “Luna non semper latitudine destituitur, sed frequenter abest aliquantum ab Ecliptica, nunc ad Boream, nunc ad Austrum” - (fr:19355) [la Luna non è sempre priva di latitudine, ma spesso si allontana un poco dall’eclittica, ora verso nord, ora verso sud].
Un tema ricorrente è la penombra (o “inumbratio”), descritta come un’ombra progressivamente più densa che precede l’ombra piena. Nel corso di un’eclissi lunare, “primum quidem flavus sit, deinde suffuscus, tum aerugineus, ac postremumatri similor” - (fr:19363) [prima è gialla, poi bruna, quindi rugginosa e infine simile al nero]. L’autore critica l’idea che i colori osservati siano fissi, attribuendoli invece alla variabile immersione della Luna nel cono d’ombra. Per le eclissi solari totali, invece, “Sol non privatur luce, sed tegitur solum a corpore Lunae opaco” - (fr:19376) [il Sole non è privato della luce, ma solo coperto dal corpo opaco della Luna], e quindi non si osservano colori.
L’uso del telescopio è fondamentale per distinguere l’inizio reale dell’eclissi: “Admoneo veri eam gratiam deberi Telescopio, ut eius solius beneficio possimus agnoscere quo primo momento marginis temeratio fiat” - (fr:19379) [Avverto che questo vantaggio è dovuto al telescopio, così che solo con il suo aiuto possiamo riconoscere in quale primo momento avvenga l’offuscamento del margine]. Senza di esso, la penombra viene scambiata per l’inizio dell’eclissi, portando a errori di cronometria. L’autore riporta osservazioni proprie, come quella del 14 giugno 1620 a Parigi, dove “intelleximus debuisse Initium adnotari tardius, hoc est in ipsa marginis per Telescopium temeratione” - (fr:19402-19404) [comprendemmo che l’inizio doveva essere annotato più tardi, cioè nell’offuscamento stesso del margine attraverso il telescopio].
Il testo include numerosi riferimenti storici, da Dionigi di Alicarnasso ed Erodoto fino a osservazioni medievali e moderne. Viene menzionata un’eclissi del 1239 d.C. che “visum fuit diem converti in noctem, circa meridiem, et stellae apparuerunt” - (fr:19369) [parve che il giorno si convertisse in notte, verso mezzogiorno, e apparvero le stelle]. Altre osservazioni sono attribuite a Clavio (Roma, 1567), a Cornelio Gemma (Lovanio, 1567) e a Keplero. L’autore nota la discrepanza tra i vari osservatori a causa della penombra: “mirum est non congruere Tempora ab Observatoribus diversis notata” - (fr:19391) [è sorprendente che i tempi annotati da diversi osservatori non coincidano].
La seconda parte del testo introduce le “eclissi stellari” (Stellatae Eclipses), causate dal passaggio di Mercurio o Venere davanti al Sole o alla Luna. L’autore spiega che nessuna stella fissa può eclissare la Luna, ma i pianeti inferiori sì: “quae possint ipsimet Lunae partem aliquam Solis tegere, ipsae Stellae sunt Veneris, et Mercurii” - (fr:19419) [quelle che possono nascondere alla Luna stessa una parte del Sole sono le stesse stelle di Venere e Mercurio]. Viene descritta la difficoltà di osservare tali transiti a causa delle piccole dimensioni apparenti, in particolare di Mercurio: “exilitas sola fuit, quae ante inventionem, ac citra subsidium Telescopii, inobservabiles illos fecit” - (fr:19441) [solo la piccolezza, prima dell’invenzione e senza l’ausilio del telescopio, li rese inosservabili].
L’autore riferisce le proprie osservazioni del transito di Mercurio del 7 novembre 1631, seguendo le previsioni di Keplero. Mercurio apparve come una macchia nera sul disco solare, ma con un diametro non superiore a un terzo di minuto d’arco, tanto che “abfuerit oppido quim longe, ut citra opem Telescopii conspicabilis redderetur” - (fr:19432-19434) [fu assai lontano dall’essere visibile senza l’aiuto del telescopio]. Per Venere, nonostante l’attenta vigilanza nei giorni 6 e 7 dicembre dello stesso anno, non fu osservato alcun transito. Viene infine discussa la natura del cono d’ombra terrestre: “nonnulli existimant conum umbrae non pertinere ad Martem, sed post eum terminari” - (fr:19423) [alcuni ritengono che il cono d’ombra non arrivi fino a Marte, ma termini prima]. L’autore propone invece una prosecuzione cilindrica infinita dell’ombra oltre un certo punto, sebbene sempre più tenue.
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92 Osservazioni Astronomiche sulle Occultazioni nel XVII Secolo
Il testo documenta una serie di osservazioni astronomiche focalizzate sulle occultazioni di pianeti e stelle fisse da parte della Luna, condotte tra il 1627 e il 1646 in diverse località europee. Vengono riportati dati cronometrici, descrizioni dei fenomeni e considerazioni metodologiche, evidenziando il ruolo del telescopio e la necessità di misurazioni precise. Emerge una distinzione tra occultazioni reali, in cui un corpo celeste ne copre un altro, e semplici eclissi per intercettazione di raggi, come nel caso del Sole.
92.1 Occultazioni di Pianeti
Le osservazioni di Marte e Giove sono descritte con dettaglio, includendo la posizione del satellite rispetto al bordo lunare. Per Marte si nota: “cura vifus porr6 lupirer fuit ipfum limbum iam attigi ile (Tcleicopio intclligc) Auftrini , parte ciufdcm limbi quafi fcpnma ab Auftrina cufpide” - (fr:19499) [Quando poi Giove fu visto aver già toccato il bordo (intendi col telescopio) australe, con una parte dello stesso bordo quasi settima dalla cuspide australe.] L’occultazione di Giove è descritta in due eventi: il primo nel gennaio 1646, con “Texit autem Luna fuperiorc margine Ioucm.eodem propi modo , quo diximus Martem” - (fr:19480) [La Luna coprì Giove con il margine superiore, in modo simile a come abbiamo detto per Marte.] Il secondo evento, nell’aprile successivo, include la misura dell’intervallo tra immersione ed emersione: “Arcus Lunaris marginis inter motibus regendis tam Martis., quam Lunx.” - (fr:19489) [L’arco del margine lunare tra i moti da regolare tanto di Marte quanto della Luna.] Per Mercurio e Venere, si menziona il passaggio davanti al Sole: “ties okferuauimus , fiue obferuando ratiocinari fumus rranfiiftc Mercurium vitra corpus Solis quando vifus citra non fuit” - (fr:19469) [spesso osservammo, o ragionammo osservando, che Mercurio transitò oltre il corpo del Sole quando non fu visto al di qua.]
92.2 Occultazioni di Stelle Fisse
Vengono elencate numerose occultazioni di stelle, in particolare delle Pleiadi, con date e orari precisi. Un esempio: “Prior anno M D C X X X V 1 . ac dic Marti) Getfleudi PbjjJic.” - (fr:19441-19442) [La prima nell’anno 1636 e nel giorno di marzo …] Segue la descrizione della posizione rispetto ai bordi lunari: ”occuluit Stellam D’ Anguli occidui, in Quadrilatero Pleiadum, s,t!itTna- limbo fui obfcuro , ac duabus illius quintis a cufpide Auftrina.” - (fr:19495) [occultò la stella dell’Angolo occidentale, nel Quadrilatero delle Pleiadi, con il suo bordo oscuro, e con due quinti di esso dalla cuspide australe.] Altre stelle citate includono Regolo (Cor Leonis), con “Luna imprimis, cum foremus Diniz , occuluit Regulum” - (fr:19514) [La Luna, specialmente quando eravamo a Dini, occultò Regolo.]
92.3 Considerazioni Metodologiche e Strumentali
Il testo sottolinea l’importanza del telescopio per distinguere i dettagli: “Attendimus aurem Tclefcopio { nam oculo alioquin nudo occul- memoro” - (fr:19455) [Prestammo attenzione col telescopio (infatti con l’occhio nudo altrimenti …)] Vengono discusse le differenze tra occultazioni e eclissi, chiarendo che “NihilominustaropofTunc Stcllx dici Eclipfin a Sole pati, cum radiis cius occulcantur.quim dicuntur pari i Luna , alilfve Sicilis Erranti- bus , cum non ipfarum corporibus , fed radiis dumtaxat teguntur.” - (fr:19472) [Nondimeno, le stelle non si possono dire subire eclissi dal Sole, quando sono nascoste dai suoi raggi, come si dice subiscano dalla Luna o da altri pianeti erranti, poiché non sono coperte dai loro corpi, ma soltanto dai raggi.] Si fa riferimento anche a fonti antiche, come Aristotele e astronomi ellenistici, per contestualizzare la rarità di certi fenomeni: “vt Ariftotcles vidi fle fc Lunam, cilm foret J^gnuQ-, occolrare Martem , fubeundo illum , parte obfcura, & deferendo lucida.” - (fr:19474) [come Aristotele vide che la Luna, quando era in congiunzione, occultava Marte, passando sotto di lui con la parte oscura e lasciandolo con quella luminosa.]
92.4 Significato Storico
Il testo costituisce una testimonianza diretta delle pratiche osservative del XVII secolo, mostrando l’uso combinato di telescopi, orologi e confronti con diametri lunari per determinare posizioni e distanze. La registrazione minuziosa di date, ore e posizioni relative (cospicue, decime di diametro) riflette lo sforzo di migliorare la precisione astronomica. Inoltre, il richiamo ad autori classici e la discussione su eventi rari (come l’occultazione di Giove osservata a Parigi) indicano un dialogo tra tradizione e innovazione, fondamentale per lo sviluppo dell’astronomia moderna.
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93 Osservazioni astronomiche e dibattiti teorici nel XVII secolo: occultazioni, Saturno e comete
Un resoconto di osservazioni astronomiche e interpretazioni filosofiche sulla natura di pianeti, satelliti e comete, tratto dal trattato di Gassendi.
Il testo si apre con la descrizione di occultazioni lunari. Viene riportata un’osservazione della Luna che copre una stella delle Pleiadi: “Finalmente all’ora 10, minuti 10, la più orientale delle Pleiadi emergeva già dal lembo luminoso, e distava da esso quanto è larga la metà di una macchia di Caspia, osservandola quasi tre settimane dall’angolo boreale.” (fr:19553) Seguono menzioni di altre occultazioni lunari di stelle fisse come Spica Virginis, stelle dello Scorpione e del Sagittario, ritenute sufficienti per la trattazione (fr:19554).
Vengono poi descritte eclissi reciproche tra pianeti. Keplero testimonia di aver visto a Tubinga, con Maestlin, Giove occultato da Marte al mattino del 19 gennaio 1591 (fr:19556-19558). Marsilino osservò Marte occultato da Venere il 3 ottobre 1590 (fr:19559-19561). Keplero pensava inoltre di aver visto Mercurio coperto da Venere l’8 giugno 1591 (fr:19562). Gassendi stesso riferisce di aver osservato pianeti vicini ma senza mutua occultazione: “A noi invece capitò di vedere pianeti vicini tra loro, ma non che si coprissero reciprocamente.” (fr:19563) Egli descrive l’incontro di Venere e Marte del 14 ottobre 1622, visti a occhio nudo al crepuscolo, con una distanza pari a tre quarti del diametro apparente di Venere, paragonata a quella tra il “Secondo Cavallo” e il cavaliere nella costellazione dell’Orsa Maggiore (fr:19564). Il giorno seguente Venere era passata dall’altra parte e Marte si trovava a Meseborea (fr:19565). A Parigi, il 31 luglio 1632, all’aurora, osservò Venere alta circa sette gradi e Mercurio vicino, leggermente più a nord, tanto da trovarsi quasi nella stessa longitudine eclittica (fr:19568). La distanza dei margini, a occhio nudo, sembrava pari a un diametro di Venere, mentre al telescopio appariva circa cinque diametri (fr:19569).
Riguardo alle lune di Giove (dette Medicee o Pianetini gioviani), il testo osserva che le occultazioni sono frequentissime, sia tra loro sia con Giove stesso (fr:19570). L’occultazione reciproca è percepibile quando Giove si trova sull’eclittica o nelle sue vicinanze, poiché allora le orbite dei satelliti si allineano e si intersecano (fr:19572). Quando Giove ha latitudine boreale, la parte superiore delle orbite declina a sud e quella inferiore a nord; quando ha latitudine australe accade l’opposto, a causa della Terra che non si allontana mai dal piano dell’eclittica (fr:19573).
Una parte sostanziale è dedicata alle osservazioni di Saturno e dei suoi anelli (detti “Anfae” o “globuli”). Galileo lasciò registrata un’osservazione del 1° dicembre 1612: nei giorni precedenti Saturno era apparso solitario e rotondo come Giove, mentre per un triennio fino al solstizio estivo era stato tricorpore, con due stelle laterali parallele all’equatore (fr:19576). Gassendi, nel 1642, lo trovò solitario e rotondo, più piccolo del solito a occhio nudo (fr:19578). Nel 1643, dopo il tramonto eliaco di Saturno, riapparve tricorpore, con due globuli laterali dello stesso colore del globo centrale (fr:19582). Le osservazioni proseguirono negli anni successivi: nel 1645 gli interstizi oscuri tra i globuli divennero più netti e le anse mostrarono una forma lunulata (fr:19585-19587). Nel 1646 gli interstizi cominciarono a fondersi con l’alone del globo centrale (fr:19588). Nel 1650 le anse apparivano più contratte e arrotondate (fr:19597). Nel 1651 la curvatura degli interstizi si appiattì (fr:19599). Nel 1655 le anse erano rotonde, con interstizi ancora sensibili ma separati dal globo centrale, sebbene il lato occidentale apparisse più piccolo e più vicino al globo (fr:19601-19602). L’autore, colpito da malattia, non poté completare le sue speculazioni sulle mutazioni di Saturno e incaricò il suo amanuense di continuare le osservazioni (fr:19603). Nel gennaio 1656, a Parigi, Saturno apparve rotondo senza satelliti a Ismaël Bullialdus, e fu visto solitario anche dall’amanuense nei mesi di febbraio e giugno (fr:19606-19607).
La seconda parte del testo tratta della natura delle comete. Viene definita la loro natura intermedia tra astri e fenomeni sublunari: “Prima di esaminare quali opinioni degli antichi Epicuro abbia innovato, è opportuno notare che le comete sono di una certa natura intermedia tra gli astri e le cose sublunari; sono ambigue: infatti si muovono di doppio moto, diurno e proprio come gli astri, e sono soggette a nascita e morte come le cose sublunari.” (fr:19615) Aristotele distingue due generi: la “Cometa” propriamente detta, con chioma diffusa in circolo, e la “Barbata”, con chioma allungata in una sola direzione (fr:19616-19618). Altri autori aggiungono specie come Disco, Pitite, Ippio, Pogonias, Xiphias, Ceratias, Lampadias, ma tutte riconducibili ai due generi aristotelici (fr:19622-19623). È ormai usuale distinguere nella cometa due parti: il capo (o globo o stella), di forma rotonda, e la coda (o chioma) che si estende in lunghezza (fr:19624).
Vengono esposte le principali teorie sull’origine. Aristotele riteneva la cometa un’esalazione calda e secca, portata nella regione superiore dove si accende per il movimento dei corpi celesti (fr:19627). I Pitagorici la consideravano un pianeta errante (il sesto, forse chiamato Elettra) che appare raramente (fr:19635). Anassagora e Democrito la interpretavano come una coapparizione di pianeti che si avvicinano fino a sembrare toccarsi (fr:19646), oppure come un riflesso di luce tra pianeti e stelle fisse, simile a ciò che si osserva con specchi che si rimandano la luce (fr:19647). Seneca riferisce che Zenone di Cizio condivideva questa opinione: “Il nostro Zenone, dice Seneca, è in quella opinione.” (fr:19649) Il testo si conclude con l’inizio del libro quinto, dedicato alle comete e ai nuovi astri (fr:19610-19611).
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94 Osservazioni e teorie sulle comete in un trattato scientifico del XVII secolo
Il testo descrive l’aspetto, il moto e la natura fisica delle comete, basandosi su osservazioni dirette e su confronti con fonti antiche e moderne, con particolare attenzione alla variabilità della loro forma e velocità.
Il resoconto si apre con la descrizione dell’apparizione iniziale di una cometa, caratterizzata da una “non nihil candidior, ac non male referens colorem vix ladcx” (fr:19753) [non poco più bianca, e non male somigliante al colore del latte], la cui forma fu “talis quidem sefe initio Cometx forma exhibuit” (fr:19754) [tale si mostrò all’inizio la forma della cometa]. L’autore osserva poi l’evoluzione della coda: il 20 dicembre “hori y. matutina fufa fuit cauda per primum te Equum ad cius axctn interuifum” (fr:19758) [all’ora 5 del mattino la coda fu distesa attraverso il primo cavallo fino al suo asse interrotto] e il 21 dicembre “fufa fuit cauda pet fecundum Equum” (fr:19763) [la coda fu distesa attraverso il secondo cavallo]. La coda viene descritta con colori cangianti: “rubicundioribus radiu flagrabar, coque denficribus, magi/que apparenti bsu, quo capiti propiores erant” (fr:19814) [ardeva con raggi più rossastri, e tanto più densi e apparenti quanto più erano vicini alla testa], mentre verso l’estremità era “rariores, mistus lucis infinuabant” (fr:19815) [più radi, mescolati con la luce].
Il moto della cometa è descritto come duplice: “alter cxlestium omnium communis, quo mpc vt Sidera omnia circuitione integtam ab ortu in occafum fingulis diebus peragebat” (fr:19760) [uno comune a tutti i corpi celesti, con cui compiva la completa rotazione da oriente a occidente ogni giorno] e “alter proprius, quo interim promouebatur in Boream, cum inclinatione quadi in occafum” (fr:19765) [un altro proprio, con cui nel frattempo avanzava verso settentrione, con una certa inclinazione verso occidente]. Il moto proprio fu ineguale: “initio duorum circiter graduum cum befle; & fub diem fextum Decembris integro prope gradu increuiffet” (fr:19766) [all’inizio di circa due gradi con due terzi; e verso il sesto giorno di dicembre era cresciuto di quasi un grado intero], per poi decrescere “vt fub finem non fuerit nifi proximi beffis gradus” (fr:19767) [tanto che verso la fine non fu che circa due terzi di grado]. L’itinerario della cometa “fuit per mediam Libram .perque Booten” (fr:19779) [fu attraverso la metà della Bilancia e attraverso Boote], transitando “proxime fupracius carpum ,ae re- motius fupra Helicen.Vrfimve Maiorem” (fr:19782) [molto vicino sopra il suo polso, e più lontano sopra l’Elice o Orsa Maggiore].
L’autore confronta queste osservazioni con comete del passato, citando in particolare quella descritta da Aristotele “inter Stellas Canis” (fr:19821) [tra le stelle del Cane], quella osservata da Seneca dopo la morte di Demetrio, “non minorem Sole clarumquc lumen emittentem” (fr:19823) [che emetteva una luce non minore del Sole], e la cometa del 1585 descritta da Tycho Brahe “obfeuro, raro, & nubilofo lumine proditum” (fr:19825) [prodotta da una luce oscura, rada e nebulosa], simile all’ammasso del Presepe. Da questi esempi si trae una generalizzazione: “omnium fere motus initio velocissimus” (fr:19829) [il moto di quasi tutte all’inizio è velocissimo], come quella del 1577 che “initio in dies singulos quinque graduum” (fr:19830) [all’inizio di cinque gradi al giorno] e quella del 1585 di “trium graduum” (fr:19831) [tre gradi], mentre verso la fine il moto diventa “remidus… dimidij gradus circiter in Angulos dies” (fr:19835) [lento… di circa mezzo grado al giorno].
La spiegazione teorica di questo comportamento si basa sul fatto che il moto proprio della cometa è “non circularem, sed rectilineum (quod Keplerus primus fuit fufpicatus) acellc quidem in fe xqualcnv, fiue vniformcm; sed apparere nobis inzquabilem” (fr:19836–37) [non circolare, ma rettilineo (cosa che Keplero per primo sospettò) ed in sé uguale, cioè uniforme; ma apparire a noi ineguale] a causa della prospettiva. Il testo spiega che “via Cometæ… circulum illcic loci tanget” (fr:19847) [la via della cometa toccherà il cerchio di quel luogo], e che “oculus quidem nofter mensurans illius inceffum per circuli partes… iudicabit illum tardiorem, tardioremque evadere” (fr:19848) [il nostro occhio, misurando il suo andamento attraverso le parti del cerchio, giudicherà che diventi sempre più lento] man mano che si allontana dal punto di contatto. Ciò spiega anche perché “vix ullum tamen delinere, nifi motu demum lentissimo facto” (fr:19828) [quasi nessuna cometa cessi se non con un moto divenuto infine lentissimo].
Un ulteriore tema affrontato è l’aspetto delle code. L’autore discute come alcune comete possano apparire “circum criniti” (fr:19844) [circondate da capelli] senza una coda distinta, suggerendo che “in ipfa circiter cum Sole oppofitione vifus est; quo in situ Terra existente interposita, cauda illius ex adverso Solis protensa, Terrae quoque respectu facta postica, videri e Terra exporrecta non potuit” (fr:19849) [fu vista quasi in opposizione al Sole; in tale situazione, con la Terra interposta, la sua coda, protesa dalla parte opposta al Sole e divenuta posteriore rispetto alla Terra, non poté essere vista da Terra come distesa], ma solo come un alone circolare intorno alla testa. Questo fenomeno è confermato dall’osservazione di Rothmann, che “vidit… in medio fui corporis parte compailiori lumine proditus, circa extremitates vero rarior” (fr:19825–26) [la vide… nella parte mediana del suo corpo prodotta da una luce più compatta, ma intorno alle estremità più rada].
Infine, il testo sottolinea la varietà delle forme cometarie: “diffusionis esse in extremo latè, prope ipsam caput angustae: tametsi diffusio esse possit in his dilatatior, in illis contractior; in his prolixior, in illis brevior; in his denfior, in illis rarior; in his elatior, in illis obscurior” (fr:19891) [la diffusione è ampia nell’estremità, stretta presso la stessa testa: sebbene la diffusione possa essere in alcune più dilatata, in altre più contratta; in alcune più prolissa, in altre più breve; in alcune più densa, in altre più rada; in alcune più elevata, in altre più oscura], confermando che “tales certe intelligimus fuisse pene omneis, quotum huc-usque ex dat memoria intelligimus” (fr:19892) [certamente tali comprendiamo essere state quasi tutte quelle di cui abbiamo memoria fino ad oggi].
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95 Analisi del trattato seicentesco sulle comete
Il testo, tratto da un trattato scientifico latino, presenta osservazioni e riflessioni dettagliate sui moti, le distanze e la natura delle comete, con particolare attenzione alla determinazione della loro posizione mediante parallasse e alla direzione delle code rispetto al Sole. L’autore si confronta con le testimonianze di antichi e moderni (Aristotele, Seneca, Plinio, Regiomontano, Tycho Brahe, Keplero, Snellio) e fornisce una propria analisi basata su misure precise.
Vengono descritti diversi comete storiche, evidenziando la variabilità dei loro percorsi. Una cometa del 1472 quasi percorse un semicerchio: “non modu superavit quadrantem , sed proxime etiam ad semicirculum accedit” (fr:19856) [non solo superò il quadrante, ma si avvicinò anche al semicerchio]. Il suo itinerario è dettagliato tra costellazioni: “Nunc incedebat per crura Bootis […] per pectus Cassiopeiae, super Andromeda ventrem” (fr:19857) [Ora avanzava attraverso le gambe di Boote […] per il petto di Cassiopea, sopra il ventre di Andromeda]. L’autore sottolinea che la massima velocità si osserva circa a metà del percorso: “vix ullum Cometam, nisi facto motu lentissimo evanescere” (fr:19860) [a stento una cometa, se non con moto lentissimo, svanisce] – ma specifica che può sparire anche in moto veloce se intercettata dai raggi solari.
La direzione della coda è costantemente opposta al Sole: “posse quoque caudam quoquoversum dirigi, quatenus emittitur semper in plagam a Sole aversam” (fr:19876) [la coda può essere diretta ovunque, in quanto viene sempre emessa nella regione opposta al Sole]. Tuttavia, Tycho osservò una cometa del 1577 con coda rivolta verso l’opposto di Venere, non del Sole: “direxisse continenter caudam in oppositum Veneris, potiusquam Solis” (fr:19880) [aver diretto continuamente la coda verso l’opposto di Venere, piuttosto che del Sole], suggerendo una possibile deviazione.
La parte centrale del testo è dedicata alla parallasse per stabilire se le comete siano sublunari o superlunari. Vengono confrontate osservazioni simultanee fatte ad Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) e a Leida (Snellio), e a Goa. I calcoli mostrano una differenza di parallasse trascurabile: “Fuit ergo Cometa utrobique visus ubi esse debuit; quare et Parallaxi caruit” (fr:19918) [La cometa fu quindi vista in entrambi i luoghi dove doveva essere; perciò fu priva di parallasse]. Si conclude che la cometa era ben al di sopra della Luna: “An-non igitur quam longissime supra hanc regionem sublunarem fuit?” (fr:19919) [Non fu dunque lontanissima al di sopra di questa regione sublunare?]. Un’ulteriore analisi mostra che la parallasse era inferiore a quella solare: “Cometa ne tantam quidem parallaxin habuisse, quantam Sol” (fr:19926) [la cometa non ebbe nemmeno una parallasse tanto grande quanto quella del Sole].
La natura fisica della cometa è descritta come costituita dalla stessa materia della testa: “caudam eiusdem materiae cum capite” (fr:19946) [la coda è della stessa materia della testa], con la testa compatta e la coda rarefatta. L’apparente contrazione della coda è spiegata con la prospettiva: “caudam […] apparere tamen, cum in humili situ est, recurva specie” (fr:19940) [la coda appare tuttavia, quando è in posizione bassa, con aspetto ricurvo].
Il testo rappresenta una testimonianza fondamentale del dibattito seicentesco sulla natura delle comete, offrendo un’analisi critica delle osservazioni e applicando metodi geometrici e parallattici per dimostrare la loro posizione celeste ben al di sopra della Luna, in linea con le nuove astronomie post-copernicane.
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96 Critica dell’astrologia ed esposizione del suo sistema: da un trattato scientifico
Il testo presenta una serrata critica delle pretese causali dell’astrologia, fondata sull’assenza di osservazioni empiriche, seguita da una minuziosa descrizione delle dottrine astrologiche – segni, pianeti, case, dignità, aspetti – che l’autore sottopone a esame.
L’argomentazione prende le mosse dalla constatazione che gli astrologi cercano di ottenere credito sostenendo che gli astri non sono semplici segni, ma vere cause fisiche: “Imprimis ergo Aftrologi conciliare fidem ex eo nituntur , quod eft omnibus in conferto; Sidera e fle non mera Signa, (cd caufas quoque Phyficai plurimorum effe- tluum” (fr:20223) [In primo luogo, dunque, gli astrologi cercano di guadagnare credito dal fatto che è evidente a tutti; che gli astri non sono meri segni, ma anche cause fisiche di molti effetti]. Tuttavia, l’autore nega che esista alcuna osservazione a sostegno di tali effetti specifici: “Non (ane; neque illi vnqnam obferuatione vlla oftendene minimum effedum , quem ad vnum Signum, Sidufvc.potiufquim ad aliud, aut ad aliam caufam referre oporteat” (fr:20226) [Non certo; né essi hanno mai mostrato con alcuna osservazione il minimo effetto che si debba riferire a un segno o astro piuttosto che a un altro o a un’altra causa]. La ragione, fondata sull’esperienza, è del tutto assente: “Nulla omnino ; cum om- nis ratio nitatur experientia , & experientia heic nulla fit” (fr:20228) [Nessuna; poiché ogni ragione si basa sull’esperienza, e qui non vi è alcuna esperienza].
Il nucleo dell’obiezione è che gli astri sono cause solo generali, mentre gli effetti particolari devono essere ricondotti a cause inferiori: “Addo vero , cum Sidera fint generales (o- liim caufx refpc&u horum inferiorum ; pofccerc rationcm,vt determinatio lingularis cur iufque cffcAus ad fingularcm aliquam cau- fam,qux in his inferioribus fit, non ad Sidera ipfa referatur” (fr:20229) [Aggiungo poi che, poiché gli astri sono cause solo generali rispetto a queste cose inferiori, la ragione esige che la determinazione singolare di ciascun effetto venga riferita a una qualche causa particolare che si trovi in queste cose inferiori, non agli astri stessi]. Viene portato l’esempio del calore solare, generale, ma la durezza o la liquefazione dipendono dalla natura del suolo e della cera (fr:20235); analogamente, la produzione di piante o animali dipende dalla forza del seme (fr:20236). L’autore conclude che è contro ogni ragione attribuire un effetto agli astri senza conoscere anche le cause inferiori che concorrono (fr:20239).
Dopo questa serrata critica, il testo si volge a esporre in dettaglio il sistema astrologico, a partire dalla divisione dello zodiaco. Viene descritta la suddivisione in dodici segni, ciascuno di trenta gradi, e le molte classificazioni (stagionali, boreali/australi, ascendenti/discendenti, cardinali/fissi/mobili, per elementi, per genere, fertilità, ecc.): “Heinc prxdpua eft illis cura circa Signoruin,& graduum Zodiacidiftributionem.vr circa prxeipuum fundamentum Artis” (fr:20244) [Da qui la loro cura principale riguarda la distribuzione dei segni e dei gradi dello zodiaco, come fondamento principale dell’arte]. Vengono elencate le qualità dei segni: “Sed Se prxrerci conftitucrc alia Ignea, puti Arietem, Leonem, SagirtaiiiMn; alia Terrea, puta Taurum , Virginem , Ca- ricornum; alia Aerea, puti Geminos, Liram , Aquarium ; alia Aquca.piua Cancrum, Scorpium,& Pifceis” (fr:20247) [Ma inoltre stabilirono altri [segni] ignei, come Ariete, Leone, Sagittario; altri terrei, come Toro, Vergine, Capricorno; altri aerei, come Gemelli, Bilancia, Acquario; altri acquei, come Cancro, Scorpione e Pesci].
Seguono le attribuzioni dei pianeti ai segni (domicili, esaltazioni, esili, cadute) e le cosiddette dignità essenziali (casa, esaltazione, triplicità, termine, decano): “Vt , fi Plancta fuerit in quinto gradu cum quinque minutis Aricris(quod exemplum Firmicus habet) quia hic numerus duodecies multiplicatus dat sexaginta vnum,quz 1 principio Arietis fupputata definum in primum ——” (fr:20261) [Così, se un pianeta si trova nel quinto grado con cinque minuti dell’Ariete (esempio che ha Firmico), poiché questo numero moltiplicato per dodici dà sessantuno, computato dall’inizio dell’Ariete termina nel primo…]. Vengono poi illustrate le qualità dei pianeti: calore, secchezza, umidità, e la loro distinzione in benefici e malefici (fr:20266-20268).
La trattazione prosegue con i dodici luoghi o case astrologiche, descrivendone i diversi metodi di divisione (mediante i poli dello zodiaco, dell’equatore, o le intersezioni di orizzonte e meridiano) e le loro denominazioni: “Dicitur vulgi» modus xqu.dis. Po Acriorem Porphyrio tribuunt.cumqin Gauricus amplc&i- turj& Scaliger reflatur lnuos ipfo eodem vti” (fr:20318) [Il metodo volgare è detto equale; il più acuto lo attribuiscono a Porfirio, e Gaurico lo abbraccia; e Scaliger riferisce che alcuni usano lo stesso, però con la diminuzione di otto gradi sia negli inizi delle case sia nei luoghi dei pianeti]. Viene anche menzionato il metodo di Campano e Gazulo per il verticale, e quello di Regiomontano detto “razionale”. Le case sono poi associate a diverse aree della vita: “I.Domus (qux Sc Afccndcns, & Horofcopus diciturj vocatur etiam Domus Viur , complexionis, & corporeorum accidentium” (fr:20323) [La I Casa (che è detta anche Ascendente e Oroscopo) è chiamata anche Casa della vita, della complessione e degli accidenti corporei]; la II è delle ricchezze, la III dei fratelli, ecc. (fr:20325-20337).
Infine, vengono descritti gli aspetti planetari (sestile, quadrato, trigono, opposizione, congiunzione) e le loro forze o debolezze, nonché le nozioni di applicazione e separazione, e altri dettagli come la combustione, l’ipaugio, le stelle fisse e le cosiddette “parti della fortuna”. L’autore conclude la sezione con un accenno alle grandi congiunzioni (Saturno-Giove ogni vent’anni) e alla varietà di tecniche usate per determinare il dominatore del tema natalizio o dell’anno.
Il testo, pur nella sua esposizione dettagliata, mantiene un tono critico, denunciando l’assenza di fondamento empirico e la confusione tra cause generali e particolari. Costituisce una preziosa testimonianza della contesa tra scienza emergente e tradizione astrologica, e fornisce una sintesi enciclopedica delle dottrine astrologiche del tempo.
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97 Critica radicale dell’astrologia in un trattato di fisica del primo Seicento
Il testo smonta le fondamenta dell’astrologia giudiziaria, evidenziando arbitrio, incoerenze e l’impossibilità di una validità universale.
Il brano, tratto da un trattato di fisica (probabilmente l’opera di Pierre Gassendi, a giudicare dal riferimento a “Gailendi Phyfica”), costituisce una serrata confutazione dei principi astrologici. L’autore dichiara subito che tali dottrine sono mere invenzioni, prive di fondamento: “ecquis enim ftatim non videat efle omnia mera figmenta, vtpote ex mero arbitrio, & forte, ac nulli, aut vaniffimi occafione excogitata ?” (fr:20347). Il ragionamento si sviluppa attraverso l’analisi di tutti gli elementi costitutivi dell’astrologia – case, segni, domicili, esaltazioni, triplicità, decani, aspetti – mostrandone l’arbitrarietà e le contraddizioni.
Un primo argomento cruciale è la relatività geografica: se ci si trovasse agli antipodi o sotto i poli, l’intero edificio astrologico crollerebbe. “fi apud noftros Antcecos, Amipodifvc egerimus, rota hxc machinatio peru«tenda penitus fit ; iam enim prorsus oppofita iis, qux funt allata , aflerenda erunt” (fr:20348). All’equatore “nihil fieri poteft confufius” (fr:20349), mentre sotto i poli “qualifnain, amab6, crit Aflrologia , vbi milia pars oriens, nulla occidens” (fr:20350). Ne consegue che occorrerebbe un’astrologia speciale per ogni luogo, e non esisterebbe una generale: “vt fua vniufcuiufquc loci fpccialis Aflrologia fir, ge- neralis nulla” (fr:20351).
L’autore passa poi a contraddire le attribuzioni dei segni. Il segno dell’Ariete è considerato igneo, eppure sotto di esso cadono abbondanti piogge: “Arietem efle Igneum,fub quo tantx pluuix” (fr:20353). La distinzione tra segni maschili e femminili è ridicola: se il Toro è femminile, perché non chiamarlo Vacca? “debebat Ouis Arietem fcqui, aut faltetn non Taurus, fed Vacca inferibi” (fr:20360). I domicili planetari sono costruiti senza motivo: “quafi vero Planctæ omnes Signa omnia non prxtercurrant” (fr:20361), e le esaltazioni sono mantenute nonostante i cambiamenti delle absidi: “At nunc.apfiJibus mutatis.quorsumnam caf dem Exaltationes nihilominus retinent?” (fr:20365).
Vengono derise anche le triplicità (ad esempio, “quid nimiri eft Veneri, cum Capricorno commune?” fr:20370) e i decani, che sottraggono parti del dominio ai pianeti. “Nonne iniuna Mercurius exfularc it Geminis domo fua cogirur,quotum prima pars a Iouc, fecunda i Marte, tertia k Sole occupatur?” (fr:20373). L’assegnazione di province e città a segni particolari è definita “ridiculum magis” (fr:20375), così come il dominio sulle parti del corpo: “Eftnc etiam quidpiam rifu magis dignum Dominata illo in humani corporis parttis?” (fr:20379). L’autore ironizza sul fatto che i Pesci, privi di piedi, reggano i piedi umani (fr:20381).
Un’altra incongruenza riguarda la precessione degli equinozi: le proprietà attribuite agli asterismi non sono più valide, poiché i segni si sono spostati. “cum folum k bis mille annis Afterifmi fuerint in Dodecatemoriis cognominibus … Tunc autem nihil tale omnino obfer- uari potuerit in Dodecatemoriis humidis, quod confonum foret Afterifmis igneis” (fr:20385). Per quanto concerne la natura dei pianeti, l’idea che Marte sia caldo perché rosso e Saturno freddo perché pallido è confutata con sarcasmo: “Quafi vcrA omnia, qux rube fcunt , neceffarid fint ignea; qu® pallescunt, […] nivea?” (fr:20388). Inoltre, se Marte fosse così ardente, perché non lo sentiamo d’inverno? “Cur autem illos Martis ardores non experimur per hyemem?” (fr:20389). La distinzione tra pianeti benefici e malefici è arbitraria: “Cur non ccnfcatur potius Mars fuo nos calore foitcrc ?” (fr:20396).
L’autore riporta poi l’opinione di Macrobio (fr:20401–20407), il quale spiega che i nomi “benefico” e “malefico” derivano solo dal colore e dalla tradizione, non da vere proprietà. Sulla natura di Mercurio, “nihil forte mirum: cum is enim raro euadat confpicuus” (fr:20409). I numeri delle dignità (cinque testimonianze di forza, quattro di esaltazione, ecc.) sono fissati senza ragione: “vnde coguofcanc Planctas in Domibus fuis habere quinque, non fex, aut qoatuor teftimonia Fortitudinis” (fr:20411). L’appello a numeri pitagorici o tolemaici non regge: “Certi inquit, funt numeri, per quos non videt; nemo non agnofcit ea nulla ra- tione , aut obferuatione fieri probabilia” (fr:20415).
La critica investe anche gli aspetti (sestile, trigono, quadrato, opposizione). Essi furono trasposti dalle espressioni del volto umano: “quia enim nos bencuo- lentiam, dum aliquid scxtiliter […] refpicimus. fignificamus ; maleuolentiam quadrati- , fcu toruc quid infpicimus ; & amorem tursus maiorem, dum triangularitcr intuemur; iracundiam, […] e diametro” (fr:20440–20442). Se non vi fosse questa analogia antropomorfa, non vi sarebbe motivo per scegliere quei particolari angoli. L’autore nota inoltre che Keplero ha già aggiunto nuovi aspetti come il biquintile e il tridecile (fr:20436), dimostrando l’arbitrarietà del sistema.
Infine, l’ultima parte del brano discute la divisione delle case. Perché la prima casa è quella ancora sotto l’orizzonte? “cur prima Domus ell potius eapats,qux tota adhuc sub Terra latet , quam ca , qux tota fupra T erratn cll ?” (fr:20445). E perché l’ottava casa è detta “omicida”? “Vndenam illi tama malitia?” (fr:20451). In conclusione, l’autore ritiene che l’astrologia non sia altro che un insieme di “commenta plufquim arbitraria” (fr:20416), prive di qualsiasi fondamento osservativo o razionale.
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98 Confutazione dell’Astrologia Giudiziaria in un Trattato del Rinascimento
Un attacco sistematico alla pretesa scientifica dell’astrologia, basato su critiche empiriche, storiche e logiche, con esempi di fallimenti clamorosi.
Il testo si configura come una requisitoria contro l’astrologia giudiziaria, smontandone le fondamenta attraverso una serie di argomentazioni che negano la possibilità di previsioni certe. L’autore contesta innanzitutto la base empirica dell’arte, sostenendo che molti dei suoi asserti derivano da esperienze fallaci e da paralogismi. A tal proposito si afferma: “Experientiam fallacem ; quando tam varia interuenium, qux hallucinationem fciant, Sc paralogifmum non caufx tanquam caufx patiantur ; vt Experimenta rariffima fint, qux quidpiam cuiufpiam effectus germanam effe causam conuincant” - (fr:20934) [Esperienza fallace; quando intervengono tante variabili che producono allucinazione e fanno incorrere nel paralogismo di prendere la non-causa per causa; cosicché sono rarissimi gli esperimenti che convincano che qualcosa sia la causa genuina di un effetto].
Viene inoltre messa in luce la storica inaffidabilità delle osservazioni astrologiche: “Primum vidimus Chaldxos nihil exquifitum prædixifle, Sc neque ex ipfis, neque ex Ægyptiis Hipparchum, atque Ptolemaum habere potuifle obferuationes aliquas circa veros motus, fiue loca vera quinque Planetarum” - (fr:20939) [Per prima cosa abbiamo visto che i Caldei non predissero nulla di preciso, e che né da loro né dagli Egizi Ipparco e Tolomeo poterono avere osservazioni riguardo ai veri moti o ai luoghi veri dei cinque pianeti].
L’autore evidenzia la variabilità delle condizioni geografiche e temporali che renderebbero impossibile l’universalità delle regole astrologiche. La diversità dei climi e dei costumi inficia qualsiasi pretesa di validità globale: “Quid fi exteras varietates, nempe Tempeftatis calidæ, vel frigidæ, lanx, vel morbofæ complexionis, de qua iam dictum, cuius occa none longe abfuerint Aftrologi vt prædicerent Anglo illi nuper… forum item humilis, illuftris; plerumque faufto Cælo contingere, & faufta infaufto ; atque adeo Aftrologos, dum inspecta Genitura aliquid ante denunciant, toto cælo aberrare quæ dicere quæ non eueniant, præterea quæ eueniant”* - (fr:20971) [Che dire delle varietà esterne, come le stagioni calde o fredde, la complessione grassa o malaticcia, di cui si è già parlato, in occasione delle quali gli astrologi furono lontani dal predire per quell’Inglese… che spesso accade che un cielo favorevole tocchi a gente umile e uno sfavorevole a gente illustre; e così gli astrologi, quando esaminata una genitura annunciano qualcosa, sbagliano completamente sia dicendo cose che non accadono, sia tralasciando quelle che accadono].
Il cuore della dimostrazione critica è costituito da esempi di fallimenti clamorosi di astrologi celebri. Viene citato il caso del re Enrico II di Francia, sulla cui morte Gaurico aveva formulato una previsione completamente errata: “Conftat ex hiftoriis Henricum II. Galliæ noftrum Regem obiiffe anno ætatis quadragefimo completo, ex oculari vulnere: En autem de eo Gaurici Vaticinium in Prognoftico anni M D LV I. … viuet fœlicissimus annos LXX.” - (fr:20973-20975) [Risulta dalle storie che il nostro re di Francia Enrico II morì a quarant’anni compiuti per una ferita all’occhio: Ecco invece il vaticinio di Gaurico nel Prognostico dell’anno .. vivrà felicissimo per 70 anni]. Anche Cardano è fatto oggetto di biasimo per le sue profezie, definite inadeguate: “Vide fcilicet .quam belle Cardanus prædixerit flebileis calus virorum fibi amiciffimorum, Checi Angli, Raconeti Galli, & fimilium.” - (fr:20982) [Vedi con quanta grazia Cardano predisse i casi luttuosi di uomini a lui amicissimi, come Checo l’Inglese, Raconeto il Francese e simili].
Queste critiche si estendono all’assurdità logica di alcune affermazioni: “Pro fc£to, vt cafus Principis luctuofus, fic ridicula hariolatio” - (fr:21009) [Per la setta, come il caso del Principe fu luttuoso, così fu ridicola l’ariolazione]. Viene inoltre riportato il parere di autorità classiche, come Cicerone, per corroborare la tesi: “Ciceronis teftimonium fufnciar, cuius verba funt : … vt mitti permirum videatur quemquam exflare, qui etiam nunc credat iis, quorum proditia quotidie videat re, & euentu refelli” - (fr:20965) [Sosterrei la testimonianza di Cicerone, le cui parole sono: … così che sembra molto strano che esista ancora qualcuno che creda a cose i cui prodigi ogni giorno vede essere smentiti dai fatti e dall’esito].
Il testo si conclude infine con un riferimento ironico a Nostradamus, rinviando la discussione delle sue celebri centurie ad altra sede: “Fafturus videor operi pretium, fi heic veritatis amore, non diffimulem quod de Michaele Noftradamo comprouinciali meo dicendum occurrit. Nam de famofis quidem illis Tetraftichorum centuriis, alius eft nobis dicendi locus” - (fr:21010-21011) [Sembra che farò cosa utile se qui, per amore della verità, non dissimulo ciò che si deve dire del mio conterraneo Michele Nostradamo. Infatti delle sue famose centurie di tetrastici abbiamo un altro luogo dove parlare].
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99 Confutazione dell’astrologia: un trattato tra esperienza personale e critica scientifica
Testimonianza diretta di uno studioso che, attraverso la propria biografia e l’analisi di celebri casi, smonta le pretese dell’astrologia giudiziaria, attribuendone i successi al caso e le fallacie all’ignoranza o all’impostura.
Il testo si apre con una critica esplicita all’astrologia giudiziaria, sostenendo che un astrologo che sbaglia le predizioni «par «ft omnino aedere, donatum alioquin non fxiiJTe fpeciali afflatu, aut genio, quo kfalforom euenruum prididionc aucttcrctur» (fr:21012) [è del tutto giusto che ceda, poiché altrimenti non sarebbe stato dotato di un particolare afflato o genio con cui potesse essere accreditata la predizione di eventi falsi]. L’autore contrappone la propria esperienza personale a quella di un astrologo chiamato Morino, dimostrando come le previsioni di quest’ultimo siano sistematicamente smentite dai fatti. Viene citata la propria vita: l’autore non si è mai dedicato seriamente all’astrologia né alla navigazione, eppure «Denique , non pertranfibit L X X V. atatir annum , at ille uc pertraafiit quidem L I V.» (fr:21016) [infine, non supererà il 75° anno di età, ma egli non superò neppure il 54°] – Morino aveva predetto una lunga vita, ma l’autore (o il soggetto in questione) morì a 54 anni. L’astrologo aveva anche previsto malattie e lutti, ma l’autore racconta: «Bilem in fa patietur inuitus , nec talia effugere erit in cius poceftate , fcd dumtayt ferre patien- ter, etfi i coniuge femper abhorreat ob Sa- turnum praue inflnm in cufpidc feptimaj» (fr:21033) [soffrirà la bile suo malgrado, e non sarà in suo potere fuggire tali cose, ma solo sopportarle pazientemente, anche se sempre aborrirà dalla moglie a causa di Saturno malefico nella cuspide della settima] – eppure l’autore afferma di avere avuto un matrimonio felice e duraturo: «at mihi nefcio quo fato res mala fa&a bona eft ; adeo concordem ducimus vitam , vt etiam nobis aliquando conueniat vetus Ulud Epitaphium, ixcrunt fimul annos XXX.» (fr:21035) [ma a me, non so per quale fato, la cosa cattiva si è trasformata in buona; tanto concordemente conduciamo la vita che talvolta ci si addice quel vecchio epitaffio: vissero insieme trent’anni] e «fine iurgio & querela» (fr:21036) [senza litigi e lamentele].
L’autore prosegue confutando punto per punto le predizioni astrologiche con la propria biografia: gli astri promettevano sterilità, ma «mihi ah herede nuBo metum fa- •V c” , cr tamen Uberi fuperfimt plures qukm obmfuerit ut Prouinctaudexcufiuionem Tutela» (fr:21039) [a me minacciava sterilità il talamo e la solitudine domestica, o Morino, e tuttavia mi sopravvivono più figli di quanti ne abbia richiesti la tutela per l’esclusione dalla provincia]. Allo stesso modo, le previsioni su viaggi, eredità, cariche pubbliche vengono sistematicamente smentite: «Magnatum beneuolentiam vt fierem admonet, ego Urorum Principum fattorem pene non minus quam odia pertimefio» (fr:21052) [mi ammonisce a sperare nella benevolenza dei grandi, io temo il favore dei principi quasi non meno dell’odio]. L’autore rivela che le predizioni di Morino, pur presentate come certe, si basavano su un’interpretazione forzata delle configurazioni celesti, esemplificata dal caso di Lutero, per il quale Cardano e Gaurico avevano calcolato oroscopi completamente diversi e sbagliati (fr:21076–21079). L’errore fondamentale è che «An non vides , fi cucma cx veris Planetarum locis praedici debuerim, lib. de nou. SteLL.p.777. & prxdiifta tamen ex falfis aflumptis eadem contigerint i perinde efle , quocumque loco Planctam quempiam habeas , quicquid demum cx eo prxdicas» (fr:21073) [non vedi che, se gli eventi dovessero essere predetti dalle vere posizioni dei pianeti, e tuttavia le stesse cose predette a partire da assunzioni false accadono comunque, è come se avessi un pianeta in qualsiasi luogo, qualunque cosa tu predica da esso].
L’analisi si sposta poi sulle cause della falsa credibilità astrologica. L’autore ne individua tre: il caso («Vna eft Fortuna , fcu Cafus» fr:21056 [Una è la fortuna, o il caso]), per cui «Cum tam multa enim effutiant , quid mirum nifi in omnibus fallanr» (fr:21057) [poiché sbraitano tante cose, che meraviglia se non falliscono in tutte?]; l’astuzia degli astrologi, che usano ambiguità e condizioni per salvare ogni risultato: «ambigue plxrumquc loquuntur , Se Oraculorum iuftar , fic fundunt vaticinia, vt quicquid cucniat , prxdidum fuifle interpreteris» (fr:21102) [perlopiù parlano ambiguamente e, a mo’ di oracoli, spargono vaticini in modo che tu interpreti come predetto qualunque cosa accada]; e l’ignoranza dei creduli, i quali «ipfi feipfos fic magni faciunt, vt quicquid fibi acciderit , Cxlo fuifle cu- rx confidant» (fr:21112) [si stimano così tanto da credere che tutto ciò che accade loro sia stato cura del cielo]. L’autore conclude con un invito a non fidarsi: «Rueres modo , Gaffende mi, quoin Mufit loco deliri antefilicernium hotninie Cxcerum largiendum eft quidem contingere po(Tc,vt quidpiam interdum cucniat gerras npomtm l plane non longe d tuis lucubra- cx iis,qux ab Aftrologis prxdicuntur» (fr:21055) [Continua pure, mio caro Gassendi, in quale luogo di follia l’uomo prima del funerale… del resto bisogna concedere che può accadere che qualcosa di quelle che gli astrologi predicono avvenga talvolta…], ma ammonendo che «alias cflc cautas , quam qilx Aftrologiam commendatam faciant» (fr:21055) [altre sono le cause rispetto a quelle che renderebbero raccomandabile l’astrologia]. Il trattato si chiude con un elenco di famosi fallimenti astrologici, tra cui quello di Cardano sull’oroscopo di re Edoardo VI d’Inghilterra: «Sane , cum gloriatus fuiflet horas centum a ie impenfas circa Genituram Edoatdi fexti Anglorum Regis , quam pri- mam fecit cx duodecim nihil tamen di- uinauir minus , quam ea qux Regi cue- “2 nerunt» (fr:21089) [Certo, dopo essersi vantato di aver speso cento ore intorno alla genitura di Edoardo VI re degli Inglesi, che fece come prima tra dodici, nondimeno non predisse nulla di meno di ciò che accadde al re].
[26.3/3-102-21115|21216]
100 Contro l’Astrologia Giudiziaria: Critiche Razionali e Fallimenti Storici
Un’accesa polemica contro l’astrologia giudiziaria, denunciandone la mancanza di fondamento scientifico, la credulità popolare e la tendenza degli storici a distorcere i fatti per compiacere i potenti.
Il testo costituisce una serrata critica all’astrologia giudiziaria, o “Iudiciaria vocata Astrologia”, come viene definita nel finale (fr:21209). L’autore ne smonta le pretese scientifiche attraverso esempi storici, contraddizioni logiche e l’analisi della psicologia umana. La prima accusa è rivolta ai principi che vi fanno cieco affidamento: l’autore nota che coloro che più confidano nelle divinazioni sono poi i più sfortunati, citando esempi come Emanuele di Portogallo, Pietro d’Aragona, Simeone di Bulgaria e Ludovico Sforza, i quali, “confisi Aftrologis , nihil non fauftum fpondentibus , paffi funt tamen infigneis cladeis” - (fr:21120) [confidando negli astrologi, che promettevano ogni prosperità, subirono tuttavia gravissime sconfitte].
100.1 La credulità popolare e il ruolo degli storici
Un tema centrale è la superstizione del volgo e la sua tendenza a interpretare gli eventi secondo aspettative astrologiche. L’autore spiega che la plebe “oftentatione creat” - (fr:21125) [crea con ostentazione] la fama degli astrologi, anche quando la maggior parte delle predizioni fallisce. La mente umana, debole, tende a ingannarsi: “Quid feciflet, fi cumulatus ingentibus opibus fuiflet ; aut munus in ordine fuo adeptus fui flet maximum ? Sed nempe nunquam non occurrit , quo humana infirmitas rationis impos (cipfam ludat” - (fr:21124) [Cosa avrebbe fatto, se fosse stato colmato di immense ricchezze o avesse ottenuto il massimo incarico nel suo ordine? Ma certo non manca mai l’occasione in cui la debolezza umana, priva di ragione, inganna se stessa].
La critica si estende agli storici, accusati di amplificare e distorcere i fatti per accattivarsi il favore del pubblico o dei potenti. L’autore cita Seneca: “Nec magna , inquit , molitione detra- te. – Quidam incredibilium relatu commendationem parant , & alioqui aliud aliarum , fi per quotidiana duceretur , miraculo excitant. Quidam creduli, quidam negligentes funt ; qui- bufidam mendacium obrepit , quibufdam placet” - (fr:21140-21144) [Non grande fatica, dice, toglie autorità a Eforo. La storia è… Alcuni cercano lode raccontando cose incredibili e svegliano meraviglia con altre cose, se si procedesse per le quotidiane. Alcuni sono creduloni, altri negligenti; ad alcuni il falso si insinua, ad altri piace]. In particolare, sulle morti dei principi gli storici aggiungono ogni sorta di prodigi, come “cornices, bubones, malos genios , & , v t nuper, Campanilia fponte fonamia” - (fr:21137) [cornacchie, gufi, spiriti maligni e, come di recente, campanili che suonano da soli].
100.2 Confutazione di presunte prove astrologiche
L’autore analizza e respinge vari pretesi successi dell’astrologia, smontandoli con argomentazioni razionali. Per esempio, riguardo alla predizione della morte di Alessandro Magno a Babilonia, egli osserva che essa poteva essere fatta per congettura, non per arte divina: “id ta- men dici potuit non quafi ex Alitis pronifum.fcd quod Chaldxi id coniiccrcnt cucni- rcillcic polle maxime, quod poterat alibi.fcu ex crapula, feu ex aliaeaufa” - (fr:21148) [tuttavia poté essere detto non come se fosse promesso dagli astri, ma perché i Caldei congetturarono che ciò potesse accadere massimamente, il che poteva avvenire altrove, o per sregolatezza o per altra causa].
Un altro caso celebre, quello di Augusto, il cui oroscopo avrebbe predetto l’impero, viene liquidato come falso: l’autore ricorda che Scaligero ha dimostrato che al momento della sua nascita non sorgeva il Capricorno, ma il segno opposto (fr:21151). Inoltre, molti nati sotto il Capricorno non hanno affatto dominato il mondo (fr:21152). Perfino l’aneddoto dell’astrologo che avrebbe predetto la propria morte per un cane, verificatasi effettivamente, viene spiegato come “aut cafu fecit, aut ex coniectura” - (fr:21158) [o avvenne per caso, o per congettura], dato che la lacerazione riguardava solo il cadavere, mentre gli astrologi non estendono le loro previsioni oltre la morte (fr:21159).
100.3 Esempi moderni e conclusione
Il testo prosegue con esempi più recenti, come l’astrologo Diophanto, che predisse di morire per la caduta di una trave – cosa che l’autore giudica non riconducibile ad alcun principio astrologico, ma solo a coincidenza (fr:21166). Viene narrato anche l’incontro tra Enrico VII d’Inghilterra e un astrologo: il re, dopo aver visto fallire la predizione della propria morte, concluse ironicamente di essere più esperto dell’astrologo stesso (fr:21176-21178). L’autore cita infine Luca Gaurico, celebre astrologo del secolo precedente, che pur avendo predetto la morte di Giovanni Bentivoglio, finì torturato, mostrando “quanto ipse sui in Arologiani fiducii , in Principem temeritate , in seipsum insaniam” - (fr:21193) [quanta fiducia egli stesso avesse nell’astrologia, temerarietà verso il principe, follia verso se stesso].
Il testo si chiude con un giudizio netto, riprendendo i versi di Ennio contro gli astrologi e gli indovini, definiti “superstitiosi vates, impudentesque barioli, aut inertes, aut insani, aut quibus egestas imperet” - (fr:21206) [superstiziosi vati, impudenti ciarlatani, o inerti, o folli, o comandati dalla povertà], e con la demarcazione finale tra l’astrologia giudiziaria e lo studio degli effetti celesti (fr:21209). L’intera argomentazione rappresenta una testimonianza storica del razionalismo scientifico che, nel Seicento, combatteva le superstizioni astrologiche radicate nella cultura di corte e popolare.
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