Galileo - Il Saggiatore | N | ds
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[1.1-37-94|130]
1 Analisi della replica galileiana alla contestazione di Sarsi sulle opinioni intorno alle comete
Testo estratto dalla risposta di Galileo Galilei alle accuse di Lothario Sarsi (pseudonimo di Orazio Grassi, gesuita professore al Collegio Romano) nella polemica scientifica secentesca sulla natura e posizione delle comete, che vede coinvolto anche Mario Guiducci.
Il testo si apre con la citazione delle parole iniziali del proemio dell’opera di Sarsi, in cui l’autore afferma di aver trattato solo le posizioni di Galileo esplicitamente pubblicate intorno alle comete, scusandosi di non poter confutare altro perché Galileo avrebbe esposto le proprie tesi in modo oscuro e sintetico: “Atque hæc de Galilæi sententia, in iis quæ cometam immediate spectant, dicta sint.” - (fr:94) [E queste cose sulla opinione di Galileo, in quelle materie che riguardano direttamente la cometa, siano dette.] “Plura enim dici vetat ipsemet, qui, in bene longa disputatione, quid sentiret paucis admodum atque involutis verbis exposuit, nobisque plura in illum afferendi locum præclusit.” - (fr:95) [Infatti lo stesso Galileo impedisce che se ne dicano di più: egli, in una disputa ben lunga, ha esposto ciò che pensava con parole pochissime e molto oscure, e ci ha precluso la possibilità di portare altri argomenti contro di lui.] “Qui enim refelleremus quæ ipse non protulit, neque nos divinare potuimus?” - (fr:96) [Infatti come potremmo confutare quelle cose che egli non ha affatto esposto, e noi non abbiamo potuto indovinare?] Galileo rileva in queste parole due contraddizioni: Sarsi finge di non capire i passaggi che non gli offrono punti di attacco per la contraddizione, e inoltre la maggior parte delle tesi che si appresta a confutare non sono mai state esposte da Galileo o da Guiducci, ma inventate da lui stesso: “Nelle quali parole, oltre al vedersi la già detta intenzion di confutar solamente, io noto due altre cose: l’una è, ch’ei simula di non aver intese molte cose per essere (dic’egli) state scritte oscuramente, che vengon a esser quelle nelle quali non ha trovato attacco per la contradizzione; l’altra, ch’egli dice non aver potuto confutar le cose ch’io non ho profferite né egli ha potute indovinare: tuttavia V. S. Illustrissima vedrà come la verità è che la maggior parte delle cose ch’ei prende a confutare sono delle non profferite da noi, ma indovinate o vogliam dire immaginate da esso.” - (fr:97)
Si passa poi alla seconda parte del proemio di Sarsi, in cui l’autore afferma di voler fare cosa gradita a tutti coloro che non approvano le tesi di Galileo, di volersi astenere da parole offensive e di riportare solo le tesi ascoltate dal suo maestro Orazio Grassi; sostiene inoltre che Galileo avrebbe dichiarato in lettere private a amici romani di essere l’unico autore del discorso sulle comete attribuito a Mario Guiducci, riducendo quest’ultimo a mero copista: “Rem quamplurimis pergratam me facturum sperans, quibus Galilæi factum nullo nomine probari potuit: quod tamen in hac disputatione ita præstabo, ut abstinendum mihi ab iis verbis perpetuo duxerim, quæ exasperati magis atque iracundi animi, quam scientiæ, indicia sunt.” - (fr:99) [Sperando di fare cosa molto gradita a molti, ai quali l’operato di Galileo non è piaciuto per nessun motivo: cosa che tuttavia porterò a termine in questa disputa in modo tale, che ho deciso di astenermi sempre da quelle parole che sono segno di animo esasperato e irato, più che di scienza.] “Primum, enim, Galilæus ipse, in litteris ad amicos Romam datis, satis aperte disputationem illam ingenii sui fœtum fuisse profitetur; deinde, cum idem Marius peringenue fateatur, non sua se inventa, sed quæ Galilæo veluti dictante excepisset, summa fide protulisse, patietur, arbitror, non inique, cum Dictatore potius me de iisdem, quam cum Consule, interim disputare.” - (fr:103) [Innanzitutto infatti Galileo stesso, in lettere mandate a amici a Roma, professa in modo abbastanza aperto che quella disputa è un prodotto del suo ingegno; inoltre, dato che lo stesso Mario confessa con grande sincerità di non aver esposto invenzioni proprie, ma quelle che aveva ricevuto come da Galileo che dettava, con la massima fedeltà, permetterà, credo, non ingiustamente, che nel frattempo io discuta di queste cose con il Dittatore piuttosto che con il Console.] Galileo risponde prima di tutto che la presunta gratitudine di cui parla Sarsi riguarda solo persone che non hanno letto l’opera di Guiducci e si sono affidate a sue informazioni private, dal momento che già nel testo stampato Sarsi attribuisce a Guiducci affermazioni mai scritte da lui. Rileva inoltre che la promessa di astenersi da parole offensive è di per sé prova che Sarsi è già animato da ira, perché l’astinenza da un comportamento non ha senso se non esiste una disposizione ad adottarlo: “Ma per ora noto la sua confessione, d’essere internamente innasprito ed in collera, perché quando ei non fusse tale, il trattar di questo volersi astenere sarebbe stato non dirò a sproposito, ma superfluo, perché dove non è abito o disposizione, l’astinenza non ha luogo.” - (fr:106) Nega poi che le tesi riportate da Sarsi siano di Grassi, ritenendole troppo lontane dalle dottrine insegnate al Collegio Romano, e smentisce la notizia delle lettere private: spiega che durante il passaggio della cometa era infermo, quindi Guiducci si era offerto di inserire i suoi pensieri nel discorso che avrebbe tenuto all’Accademia, accanto a contenuti raccolti da altri autori e a ricerche proprie. Galileo aveva solo comunicato ai suoi corrispondenti che le sue riflessioni sarebbero state incluse nel testo di Guiducci, senza mai dichiararsi unico autore: “Questo è quanto è uscito da me, il che è anco in più luoghi stato scritto dal medesimo signor Mario; sì che non occorreva che il Sarsi, con aggiungere a vero, introducesse mie lettere, né mettesse il signor Mario a sì piccola parte della sua scrittura (nella quale egli ve l’ha molto maggior di me), che lo spacciasse per copista.” - (fr:115)
Infine si riporta l’accusa di Sarsi per cui Galileo si sarebbe lamentato di essere stato maltrattato da Grassi nel suo discorso e avrebbe disprezzato il Collegio Romano definendo i suoi maestri incompetenti in logica e le sue tesi sulle comete false: “Quid ergo causæ fuerit nescimus, cur ei, contra, adeo viluerit huius Romani Collegii dignitas, ut eiusdem Magistros et logicæ imperitos diceret, et nostras de cometis positiones futilibus ac falsis innixas rationibus, non timide pronunciaret.” - (fr:126) [Non sappiamo dunque quale sia stata la causa per cui egli, al contrario, ha disprezzato così tanto la dignità di questo Collegio Romano, da dire che i suoi maestri sono incompetenti in logica, e da pronunciare senza timore che le nostre posizioni sulle comete si basano su ragioni vane e false.] Galileo smentisce anche questa accusa: dichiara di non essersi mai offeso per le parole di Grassi, anzi la presenza di un contradittore illustre come lui è per lui motivo di orgoglio, perché la vittoria su un avversario valido è più gratificante. Spiega infine che è stato costretto a rispondere anche a Grassi perché la sua autorità aveva convinto molti astronomi europei a sostenere la tesi sbagliata sull’uso del telescopio per calcolare la distanza delle comete, quindi non ha potuto evitare di includerlo nella sua replica: “Fu adunque non mia elezzione, ma accidente necessario, ben che fortuito, che indirizzò la mia impugnazione anco in quella parte dov’io meno avrei voluto.” - (fr:130)
1.1 Significato storico
Il testo è un passaggio chiave della polemica sulle comete che avrebbe portato Galileo a pubblicare nel 1623 il Saggiatore, una delle sue opere più celebri. Testimonia le tensioni tra la nuova scienza galileiana e la cultura accademica istituzionale del XVII secolo, le dinamiche di attribuzione della paternità delle ricerche scientifiche, l’uso di pseudonimi nelle dispute intellettuali e il peso dell’autorità accademica nelle discussioni su nuove tesi scientifiche.
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[2.1-33-241|273]
2 Disputa sulla natura delle comete e critica al consenso come criterio di validità scientifica nel Seicento
Estratto da un passo di Il Saggiatore di Galileo Galilei, contenente la risposta alle argomentazioni del gesuita Orazio Grassi (alias Sarsi) sulle comete osservate nel
Il testo si inserisce nella polemica tra la corrente scientifica galileiana e la tradizione aristotelica gesuitica intorno alla natura e al moto delle comete. La disputa prende le mosse dalla proposta di Mario Guiducci, discepolo di Galileo, di considerare se le comete siano enti reali o semplici apparenze: Sarsi contesta l’ipotesi sostenendo che “niuno autore antico o moderno, degno d’esser avuto in considerazione, aver mai stimato la cometa potere esser una semplice apparenza” - (fr:243), e che la questione è superflua per il suo maestro Grassi, che disputa solo con autori affermati.
Galileo replica innanzitutto specificando che lui e Guiducci non appartengono al gruppo di interlocutori di Grassi, perché il loro obiettivo è la ricerca della verità e non il plauso popolare nelle dispute pubbliche: “abbiamo avuta intenzione di parlar solamente con quelli (sieno antichi o moderni) che cercano con ogni studio d’investigar qualche verità in natura, lasciando in tutto e per tutto ne’ lor panni quegli che solo per ostentazione in strepitose contese aspirano ad esser con pomposo applauso popolare giudicati non ritrovatori di cose vere, ma solamente superiori a gli altri” - (fr:244).
Successivamente Galileo contesta duramente il criterio usato da Sarsi per discreditare l’ipotesi di Guiducci, ovvero l’associazione della stessa a dottrine di Cardano e Telesio, giudicate infondate perché poco seguite. La sua critica si fonda su una riflessione più ampia sulla distribuzione della competenza filosofica e scientifica: paragona i veri filosofi ad aquile rare, mentre la massa di persone incompetenti è paragonata a stormi di storni rumorosi: “Io, signor Sarsi, credo che volino come l’aquile, e non come gli storni.” - (fr:252) e “È ben vero che quelle, perché son rare, poco si veggono e meno si sentono, e questi, che volano a stormi, dovunque si posano, empiendo il ciel di strida e di rumori, metton sozzopra il mondo.” - (fr:253). Afferma quindi che il numero di seguaci non è un criterio valido per giudicare una teoria: “Il giudicar dunque dell’opinioni d’alcuno in materia di filosofia dal numero de i seguaci, lo tengo poco sicuro.” - (fr:257), precisando anche che il contrario non è vero, ovvero teorie con pochi seguaci non sono necessariamente giuste, perché possono essere anche erronee e abbandonate da tutti.
Tornando alla natura delle comete, Galileo contesta la distinzione fatta da Sarsi tra capo (reale) e chioma (apparente): dimostra che sia il capo che la chioma sono costituiti da riflessioni di raggi solari su materia vaporosa, quindi sono sia reali per la materia che li costituisce, sia apparenti per il meccanismo di percezione della luce: “tanto la chioma quanto il capo non son altro che reflession di raggi in una materia, qualunqu’ella si sia; e che in quanto reflessioni sono pure apparenze, in quanto alla materia son cosa reale.” - (fr:262).
La seconda parte del testo riguarda il moto delle comete: Grassi sostiene di aver dedotto correttamente che il moto reale della cometa avviene su un circolo massimo dal fatto che il moto apparente è in linea retta, perché nessun autore antico aveva ipotizzato un moto rettilineo per le comete: “Sed quamvis verissimum sit, motum etiam per lineam rectam repræsentari debuisse rectum; cum tamen adversus eos lis esset, qui vel de cometæ motu circulari nihil ambigerent, vel quibus rectus hic motus nunquam venisset in mentem, hoc est contra Anaxagoram, Pythagoræos, Hippocratem et Aristotelem, atque illud tantum quæreretur, an cometes, qui in orbem agi credebatur, maiores an potius minores lustraret orbes; non inepte, sed prorsus necessario, ex motu in linea recta apparente inferebatur circulus ex motu descriptus maximus fuisse: nemo enim adhuc motum hunc rectum et perpendicularem invexerat.” - (fr:268) [Sebbene sia verissimo che anche il moto su linea retta debba essere rappresentato come retto, tuttavia siccome la disputa era contro quelli che non dubitavano affatto che il moto della cometa fosse circolare, o a cui non era mai venuto in mente un moto rettilineo, cioè contro Anassagora, i Pitagorici, Ippocrate e Aristotele, e si cercava solo se la cometa, che si credeva si muovesse in orbita, percorresse orbite maggiori o minori, non in modo inappropriato, ma anzi del tutto necessario, dal moto apparente in linea retta si deduceva che il cerchio descritto dal moto era massimo: nessuno infatti aveva ancora introdotto questo moto rettilineo e perpendicolare.]
Grassi cita anche Keplero che aveva ipotizzato un moto rettilineo, ma lo rifiuta perché richiede il moto della Terra, non accettabile dalla dottrina cattolica: “Quamvis enim Keplerus ante Galilæum, in appendicula de motu cometarum, per lineas rectas eundem motum explicare contendat, ille tamen nihilominus vidit, in quales sese difficultates indueret: quare neque ad Terram perpendicularem esse voluit motum hunc, sed transversum; neque æqualem, sed in principio ac fine remissiorem, celerrimum in medio; eumque præterea fulciendum Terræ ipsius motu circulari existimavit, ut omnia cometarum phænomena explicaret; quæ nobis catholicis nulla ratione permittuntur.” - (fr:269) [Sebbene infatti Keplero prima di Galileo, nell’appendice sul moto delle comete, sostenesse di spiegare lo stesso moto per linee rette, egli tuttavia si accorse delle difficoltà in cui sarebbe incorso: per cui non volle che questo moto fosse perpendicolare alla Terra, ma trasversale; né uguale, ma più lento all’inizio e alla fine, velocissimo al centro; e stimò inoltre che dovesse essere sostenuto dal moto circolare della Terra stessa, per spiegare tutti i fenomeni delle comete: cosa che a noi cattolici non è permessa in alcun modo.]
2.1 Significato storico
Il testo è un documento chiave della storia della scienza seicentesca: testimonia la contrapposizione tra il nuovo metodo scientifico galileiano, fondato sulla verifica empirica e sulla critica dell’autorità degli autori antichi e del consenso maggioritario, e la tradizione aristotelica gesuitica, che subordinava la ricerca scientifica alla conformità con la dottrina religiosa e le tesi degli autori affermati. La riflessione sul criterio di validità delle teorie scientifiche anticipa i fondamenti della metodologia scientifica moderna, che rifiuta il consenso come prova di verità.
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[3.1-27-302|328]
3 Confutazione delle ipotesi di moto delle comete avanzate da Sarsi e definizione dei criteri di validità delle spiegazioni scientifiche dei fenomeni celesti
Estratto da Il Saggiatore di Galileo Galilei, parte della polemica con Orazio Grassi (sotto lo pseudonimo di Sarsi) sulla natura e il moto delle comete, in cui si confutano le obiezioni di Grassi e si condanna l’uso di costruzioni ad hoc prive di fondamento matematico per spiegare i fenomeni.
Il testo si apre con le domande avanzate da Sarsi per contestare le tesi di Galileo sulla cometa: egli ipotizza che la cometa potrebbe muoversi su orbita eccentrica rispetto al Sole, “Quid enim, si circulus, quo vehebatur, eccentricus Soli fuisset, et maiori sui parte aut supra Solem existente, aut ad septentrionem vergente?” - (fr:302) [Infatti, che cosa succederebbe se il cerchio su cui la cometa si muovesse fosse eccentrico rispetto al Sole, e la sua parte maggiore si trovasse o sopra il Sole, o rivolto verso nord?], su orbita ellittica “Quid, si motus circularis non fuisset, sed ellipticus, et quidem summa imaque parte compressus, longe vero exporrectus in latera?” - (fr:303) [Che cosa succederebbe se il moto non fosse circolare, ma ellittico, e per di più compresso nella parte superiore e inferiore, mentre si estende molto lateralmente?] o su traiettoria totalmente irregolare “Quid, si ne ellipticus quidem, sed omnino irregularis, cum præsertim, ex ipsius Galilæi systemate, nullo plane impedimento cometis, quocunque liberet, moveri licuerit?” - (fr:304) [Che cosa succederebbe se non fosse nemmeno ellittico, ma del tutto irregolare, soprattutto se, dallo stesso sistema di Galileo, è concesso che le comete si possano muovere liberamente in ogni direzione senza alcun impedimento?], accusando Galileo di non aver considerato queste possibilità.
Galileo risponde innanzitutto rigettando l’accusa: sottolinea che se si scusa il maestro di Sarsi (lo stesso Grassi) per non aver considerato il moto retto delle comete perché non introdotto da autori precedenti, allo stesso modo non può essere accusato lui di non aver considerato moti “stranieri” non presenti nella tradizione scientifica “Qui, primieramente, se io ammetto l’accusa che mi dà il Sarsi di poco considerato, mentre non mi siano venuti in mente i diversi moti ch’attribuir si possono alla cometa, non so com’egli potrà scolpare dalla medesima nota il suo Maestro, il quale non considerò il potersi ella muover di moto retto; e s’egli scusa il suo Maestro col dire che tal considerazione sarebbe stata superflua, non sendo stato da niun altro autore introdotto tal movimento, non veggo di meritar d’essere accusato io, ma sì ben nell’istesso modo debbo essere scusato, non si trovando autor nessuno ch’abbia introdotti questi moti stranieri ch’ora nomina il Sarsi.” - (fr:306). Specifica inoltre che spettava a Grassi proporre moti adeguati a spiegare le grandi digressioni delle comete, mentre egli aveva accettato il modello ticonico di moto circolare intorno al Sole, inettissimo a salvare le apparenze, senza menzionare altre ipotesi “In oltre, signor Sarsi, toccava al vostro Maestro, e non a me, a pensare a questi movimenti per li quali si potesse render convenevol ragione delle digressioni così grandi della cometa; e se alcuno ve n’è accommodato a tal bisogno, doveva nominarlo e quel solo accettare, e non lasciarlo sotto silenzio e introdurre con Ticone il semplice circolare intorno al Sole, inettissimo a salvar cotale apparenza, e voler poi che non esso ma noi avessimo commesso fallo, in non indovinare ch’ei potesse internamente aver dato ricetto a pensieri diversissimi da quello ch’aveva scritto.” - (fr:307).
Procede quindi a confutare singolarmente le ipotesi di Sarsi, vestendo i panni di Mario Guiducci, coautore del Discorso delle comete attaccato da Grassi: - Le orbite ellittiche o eccentriche con parte minore sotto il Sole non possono in nessun modo spiegare la digressione di 90 gradi della cometa, anche se si allungassero all’infinito “certo no, quando anco ei l’allungasse in infinito.” - (fr:314); - Le orbite eccentriche con centro declinato rispetto alla linea che congiunge l’occhio al Sole si possono disegnare su carta, ma se inserite nel sistema solare con le orbite note di Mercurio, Venere, Terra e Luna generano “essorbitanze e mostruosità” insostenibili “Quanto all’eccentrico, è vero che non è del tutto impossibile a disegnarsi in carta in maniera che causi la cercata digressione; ma dico bene al Sarsi che s’ei si metterà a delinear il Sole cogli orbi di Mercurio e di Venere attorno, e di più la Terra circondata dall’orbe della Luna, come di necessità convien fare l’uno e l’altro, e poi si porrà a volervi ingarbare un tale eccentrico per la cometa, credo certo che se gli rappresenteranno tali essorbitanze e mostruosità, che quando bene con tale scusa ei potesse sollevare il suo Maestro, si spaventerebbe a farlo.” - (fr:318); - Le traiettorie irregolari possono teoricamente salvare qualsiasi apparenza, ma non sono ammissibili in una spiegazione scientifica: Galileo definisce le linee regolari come traiettorie con descrizione ferma e determinata, definibili e per le quali si possono dimostrare proprietà “Chiamansi linee regolari quelle che, avendo la loro descrizzione una, ferma e determinata, si possono definire, e di loro dimostrare gli accidenti e proprietà: e così la spirale è regolare, e si definisce nascer da due moti uniformi, l’un retto e l’altro circolare; così l’ellittica, nascendo dalla sezzion del cono e del cilindro, etc.” - (fr:320), mentre le linee irregolari sono casuali, indefinibili e non permettono di conoscere nulla del fenomeno “Ma le linee irregolari son quelle che, non avendo determinazion veruna, sono infinite e casuali, e perciò indefinibili, né di esse si può, in conseguenza, dimostrar proprietà alcuna, né in somma saperne nulla.” - (fr:321). Usare linee irregolari per spiegare un fenomeno è equivalente a mascherare la propria ignoranza con termini vuoti, come le simpatie, antipatie e proprietà occulte della filosofia aristotelica, mentre la risposta sincera “Io non lo so” sarebbe molto più accettabile “Sì che il voler dire “Il tale accidente accade mercé di una linea irregolare” è il medesimo che dire “Io non so perché ei s’accaggia”; e l’introduzzione di tal linea non è punto migliore delle simpatie, antipatie, proprietà occulte, influenze ed altri termini usati da alcuni filosofi per maschera della vera risposta, che sarebbe “Io non lo so”, risposta tanto più tollerabile dell’altre, quant’una candida sincerità è più bella d’un’ingannevol doppiezza.” - (fr:322).
In chiusura Galileo nota che Sarsi stesso ha trattato questi argomenti in modo brevissimo, segno che ha compreso la loro debolezza, e critica il suo uso eccessivo di distinzioni logiche, sillogismi e disegni inutili che non apportano alcun sostegno alla tesi principale “Ma, senz’andar più lontano, entri pur V. S. Illustrissima in un oceano di distinzioni, sillogismi ed altri termini logicali, e troverà esser fatta dal Sarsi stima grandissima di cosa che, liberamente parlando, io stimo assai meno della lana caprina.” - (fr:327).
Il testo ha un grande significato storico: è uno dei passaggi chiave per la definizione del metodo scientifico moderno, in cui si afferma la necessità che le ipotesi di spiegazione dei fenomeni siano fondate su basi matematiche dimostrabili e non su costruzioni ad hoc prive di valore conoscitivo.
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[4.1-43-418|460]
4 Analisi delle confutazioni galileiane alle tesi di Sarsi sul telescopio e sulla natura delle comete
Testo tratto dal Saggiatore di Galileo Galilei, in cui lo scienziato replica alle argomentazioni di Orazio Grassi (pseudonimo Sarsi) relative al funzionamento del telescopio e alla validità dell’argomento dell’ingrandimento cometario per stabilirne la distanza dalla Terra.
Il testo si articola in due nuclei tematici principali: la confutazione della tesi secondo cui il telescopio avrebbe la facoltà di illuminare gli oggetti oltre che ingrandirli, e la risposta all’affermazione di Sarsi secondo cui Galileo si sarebbe offeso per le critiche di Grassi all’idea che il poco ingrandimento della cometa per mezzo del telescopio non sia un indice valido della sua distanza.
Per quanto riguarda la prima questione, Sarsi fonda la sua tesi su premesse di per sé vere, confermate da Galileo stesso: “Il telescopio rappresenta gli oggetti maggiori, perché gli porta sotto maggiore angolo che quando son veduti senza lo strumento.” - (fr:422) “Il medesimo, ristringendo quasi a un punto le specie de’ corpi luminosi ed i raggi sparsi, rende il cono visivo, o vogliamo dire la piramide luminosa, per la quale si veggono gli oggetti, di gran lunga più lucida; e però gli oggetti splendidi di pari ci si rappresentano ingranditi e di maggior luce illustrati.” - (fr:423) “Imperò che la ragione ci insegna che il lume raccolto in minore spazio lo debba illuminar più; e l’esperienza ci mostra che posta una lente cristallina al Sole, nel punto del concorso de’ raggi non solo s’abbrucia il legno, ma si liquefà il piombo e si accieca la vista: perloché di nuovo conclude, che con altrettanta verità si può dire che il telescopio illumina le stelle, con quanta si dice ch’ei le accresce.” - (fr:425)
Galileo rileva tuttavia la fallacia logica di Sarsi, che deduce una conclusione falsa da premesse vere per omissione di un elemento fondamentale del sistema telescopico: “mi duol bene oltre modo che l’essere esse vere gli è di maggior pregiudicio che se fusser false; poi che la principal conclusione che per esse doveva essere dimostrata è falsissima, né credo che ci sia verso di poter sostenere che gravemente non pecchi in logica quegli che da proposizioni vere deduce una conclusion falsa.” - (fr:427) L’elemento omesso è la lente concava, posta vicino all’occhio, che dilata i raggi invece di concentrarli: “È vero, signor Sarsi, che la lente, cioè il vetro convesso, unisce i raggi, e perciò moltiplica il lume e favorisce la vostra conclusione; ma dove lasciate voi il vetro concavo, che nel telescopio è la contrafaccia della lente, e la più importante, perch’è quello appresso del quale si tiene l’occhio, e per lo quale passano gli ultimi raggi, ed è finalmente l’ultimo bilancio e saldo delle partite?” - (fr:431) La tesi è anche smentita da evidenza empirica diretta: confrontando la visione della Luna con un occhio al telescopio e l’altro a nudo, si osserva che la seconda è molto più luminosa della prima. Galileo aggiunge anche una seconda confutazione teorica: anche se i raggi fossero concentrati, essendo rivolti verso l’occhio e non verso l’oggetto, renderebbero più luminoso il mezzo tra occhio e oggetto, facendo apparire quest’ultimo più scuro, come dimostra il fatto che le stelle sono più visibili in notti più buie: “Sarebbe vero questo, quando tal luce andasse a trovar l’oggetto; ma ella vien verso l’occhio, il che produce poi contrario effetto: imperò che, oltre all’offender la vista, rende il mezo più luminoso, ed il mezo più luminoso fa apparir (come credo che voi sappiate) gli oggetti più oscuri; ché per questa sola cagione le stelle più risplendenti si mostrano quanto più l’aria della notte divien tenebrosa, e nello schiarirsi l’aria si mostrano più fosche.” - (fr:438) Un elemento peculiare di questa sezione è la contraddizione palese nella posizione di Sarsi, che afferma che il telescopio illumina le stelle con la stessa verità con cui le ingrandisce, mentre lui e il suo maestro Grassi sostengono altrove che il telescopio non ingrandisce affatto gli oggetti: “V. S. Illustrissima sa poi che ed egli ed il suo Maestro ànno sempre detto, e dicono ancora, ch’ei non l’ingrandisce punto; la qual conclusione si sforza il Sarsi di sostenere ancora, come vedremo, nelle cose che seguono qui appresso.” - (fr:441)
Per quanto riguarda la seconda questione, Sarsi afferma che l’argomento secondo cui la cometa, ingrandendosi poco con il telescopio, sarebbe più lontana della Luna, era stato usato da Grassi per difendere il telescopio dalle accuse di essere uno strumento fraudolento che produce illusioni ottiche, e che Galileo si sarebbe offeso per questa tesi. Galileo nega categoricamente di aver mai lamentato offese: “nel trattato del signor Mario non vi è pur ombra di mie querele, né io già mai con alcuno, né anco con me stesso, mi son doluto, né meno ho conosciuto d’aver cagion di dolermi” - (fr:453) Egli riconosce la buona intenzione di Grassi di difendere la reputazione del telescopio, ma rileva che le argomentazioni usate sono false e dannose per la credibilità dello strumento stesso: “Voglio ancora ammettere al Sarsi che ‘l suo Maestro con buona intenzione si mettesse a sostenere quell’opinione, credendo di conservare ed accrescere la reputazione ed il pregio del telescopio contro alle calunnie di quelli che lo predicavano per fraudolente e per ingannator della vista, e così cercavano di spogliarlo de’ suoi ammirabili pregi: ma in questo fatto, quanto l’intenzion del Padre mi par lodevole e buona, tanto l’elezzione e la qualità delle difese mi si rappresenta cattiva e dannosa, mentr’ei vuole contro all’imposture de’ maligni fare scudo agli effetti veri del telescopio coll’attribuirgliene de’ manifestamente falsi.” - (fr:455)
Da un punto di vista storico, il testo è un documento chiave della disputa sulle comete che oppose Galileo ai gesuiti del Collegio Romano nei primi decenni del XVII secolo, e testimonia l’uso da parte di Galileo del metodo scientifico basato su coniugio di evidenza empirica e analisi logica delle argomentazioni per confutare tesi errate nel campo dell’ottica e dell’astronomia.
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[5.1-23-484|506]
5 Disputa sul funzionamento del telescopio tra Galileo Galilei e padre Orazio Grassi (Sarsi)
Estratto da Il Saggiatore (1623), il testo riporta la risposta di Galileo alla tesi di Grassi sull’ingrandimento telescopico, usata dal gesuita per calcolare la distanza delle comete.
Galileo apre la sua replica dichiarando che la sua confutazione delle tesi di Grassi non ha finalità offensive, ma solo lo scopo di correggere un errore diffuso, e si stupisce dell’accusa di Sarsi di aver preferito una battuta alla conservazione di un legame amichevole: “Ma voglio che il Sarsi creda che né io ancora, nel dimostrar falso l’argomento, non ho avuta intenzion d’offender il suo Maestro, ma ben di giovare a chiunque era in quello errore; né so bene intendere con quale occasione m’abbia in questo luogo a toccare col motto del volere, per non perdere un bel detto, perdere un amico” - (fr:484).
Viene poi riportata la tesi sostenuta da Sarsi in lingua latina: gli oggetti osservati con il cannocchiale sono ingranditi tanto più quanto sono vicini, tanto meno quanto sono lontani: “Nam asserimus, primum, obiecta tubo optico visa, quo propinquiora fuerint, eo augeri magis, minus vero quo remotiora” - (fr:488) [Infatti affermiamo, prima di tutto, che gli oggetti visti con il cannocchiale, quanto più sono vicini, tanto più sono ingranditi, mentre quanto più sono lontani, tanto meno lo sono].
Per dimostrare la sua tesi, Sarsi costruisce un sillogismo basato sul funzionamento pratico del cannocchiale: per osservare oggetti vicini è necessario allungare lo strumento, mentre per osservare oggetti lontani è necessario contrarlo, e la differente lunghezza corrisponde a un differente livello di ingrandimento: “Quæcumque non aliter quam productiore tubo spectari postulant, necessario augentur magis, et quæcumque non aliter quam contractiore tubo spectari postulant, necessario augentur minus; sed propinqua omnia non aliter quam productiore tubo, longe vero remota non aliter quam contractiore tubo, spectari postulant: ergo propinqua omnia necessario augentur magis, longe vero remota necessario augentur minus” - (fr:496) [Tutte le cose che non possono essere osservate se non con il cannocchiale allungato, sono necessariamente ingrandite di più, e tutte le cose che non possono essere osservate se non con il cannocchiale contratto, sono necessariamente ingrandite di meno; ma tutte le cose vicine non possono essere osservate se non con il cannocchiale allungato, le cose molto lontane invece non possono essere osservate se non con il cannocchiale contratto: dunque tutte le cose vicine sono necessariamente ingrandite di più, le cose molto lontane invece sono necessariamente ingrandite di meno].
Sarsi specifica anche che per oggetti posti a più di metà miglio di distanza la contrazione necessaria del cannocchiale è talmente piccola da non essere percepibile, ma rimane valida dal punto di vista geometrico, per cui anche corpi celesti come le stelle richiedono un cannocchiale più corto di quello usato per osservare la Luna: “quod si ea quæ ulterius deinde excurrunt, eadem spectari solent tubi longitudine, id fit non quia revera magis semper ac magis contrahendus ille non sit, sed quia maior isthæc contractio adeo exiguis includitur terminis, ut non multum intersit si omittatur, ac proinde ut plurimum negligatur” - (fr:498) [se invece le cose che si trovano a distanza maggiore vengono osservate con la stessa lunghezza del cannocchiale, questo accade non perché in realtà non debba essere sempre più contratto, ma perché questa contrazione maggiore è compresa in limiti così piccoli, che non importa molto se viene omessa, e per questo la maggior parte delle volte viene trascurata].
Galileo nota che Sarsi è molto sicuro della validità della sua tesi, quasi si aspetta che Galileo stesso la confermi nonostante la sua attuale negazione: “Qui, com’ella vede, si apparecchia il Sarsi con mirabil franchezza a volere in virtù d’acuti sillogismi mantenere, niuna cosa esser più vera della più volte profferita proposizione, cioè che gli oggetti veduti col telescopio tanto ricrescon più quanto son più vicini, e tanto meno quanto son più lontani; ed è tanta la sua confidenza, che quasi si promette ch’io sia per confessarla, ben che di presente io la neghi” - (fr:501).
Per confutare la tesi, Galileo adotta una strategia di reductio ad absurdum: evidenzia che se la tesi di Sarsi fosse vera, sarebbe possibile misurare qualsiasi distanza, terrestre e celeste, con una sola osservazione, un risultato mai ottenuto da nessuno studioso prima: “Signore, se questa cosa è vera, ecco spianata al Sarsi la strada ad invenzioni ammirande, tentate da moltissimi né mai trovate da alcuno; ecco non solo misurata in una sola stazione qualsivoglia lontananza in Terra, ma senza errore alcuno stabilite le distanze de’ corpi celesti” - (fr:504).
Subito dopo espone l’assurdità delle conseguenze della tesi: se la Luna, lontana più di centomila miglia, viene ingrandita 10 volte dal cannocchiale, una palla posta sulla cupola di una chiesa a un miglio di distanza dovrebbe essere ingrandita più di un milione di volte, un risultato palesemente falso: “se con qualche telescopio eccellente noi vedessimo la Luna ricrescere in diametro, verbigrazia, dieci volte, la qual è lontana più di cento mila miglia, come bene scrive il P. Grassi, la palla della cupola dalla distanza di un miglio ricrescerà in diametro più d’un milion di volte” - (fr:505).
Infine Galileo dichiara che presenterà i suoi dubbi sulla tesi di Sarsi per permettere a quest’ultimo di rafforzare la sua argomentazione se possibile: “Or io, per aiutare quanto posso un’impresa così stupenda, anderò promovendo alcuni dubbietti che mi nascono nel progresso del Sarsi, i quali V. S. Illustrissima, se così le piacerà, potrà con qualche occasione mostrar a lui, acciò, col torgli via, possa tanto più perfettamente stabilire il tutto” - (fr:506).
Il testo è un documento chiave della disputa scientifica tra Galileo e la scuola gesuita del Collegio Romano, che ha avuto come oggetto sia la natura delle comete (Grassi usava la tesi sull’ingrandimento telescopico per dimostrare che le comete sono corpi celesti posti oltre l’orbita della Luna, mentre Galileo sosteneva che si trattasse di fenomeni atmosferici) sia la comprensione del funzionamento del telescopio, strumento inventato solo pochi decenni prima e ancora oggetto di interpretazioni contrastanti. La strategia argomentativa di Galileo, basata sulla dimostrazione dell’assurdità delle conseguenze della tesi avversaria, è tipica del suo metodo scientifico e della sua scrittura polemica.
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[6.1-22-537|558]
6 Confutazione galileiana delle tesi di Sarsi sull’ingrandimento telescopico e la natura dello strumento
Passaggio tratto dal Saggiatore (1623) in cui Galileo risponde alle obiezioni di Orazio Grassi (scrittore con lo pseudonimo di Sarsi) sulla differente magnificazione di corpi vicini e lontani osservati con il telescopio, nel contesto della disputa sulle comete del Seicento.
Il testo si apre con la ricostruzione dell’accusa di Sarsi, che ritiene Galileo costretto a ricorrere a giustificazioni deboli per spiegare la mancanza di ingrandimento delle stelle fisse rispetto ai corpi vicini: “Qui, com’ella vede, il Sarsi introduce me, come ormai convinto dalla forza de’ suoi sillogismi, a ricorrere per mio scampo a qualunque debolissimo attacco, ed a dire, quando pur vero sia che le stelle fisse non ricevano accrescimento come gli oggetti vicini, che questo “saltem” non è servirsi del medesimo strumento, poi che negli oggetti propinqui si deve allungare; e mi soggiunge, con un Apage, ch’io ricorro a cose troppo minute.” - (fr:537) [testo già in italiano]
Galileo ribatte immediatamente che non è lui ad aver bisogno di argomenti ad hoc, bensì Sarsi stesso, che ha avanzato una tesi contraddittoria rispetto ai dati osservativi: “Voi avete avuto bisogno di dire che “saltem” nelle sottilissime idee geometriche le fisse richieggono abbreviazione del telescopio più che la Luna, dal che poi ne seguiva, come di sopra ho notato, che ricrescendo la Luna mille volte, le fisse ricrescerebbono novecento novantanove, mentre che per mantenimento del vostro detto avevate di bisogno ch’elle non ricrescessero né anco una meza volta.” - (fr:540) [testo già in italiano]
Per dimostrare che la modifica della lunghezza del telescopio corrisponde alla creazione di uno strumento diverso, Galileo usa un’analogia peculiare con gli strumenti musicali: spiega che la differenza tra strumenti non dipende dalla materia, ma dalla loro forma e dimensione, come dimostrato dalle canne d’organo, che producono note differenti anche di stessa materia se di lunghezza diversa, e producono note uguali anche di materia differente se di dimensioni identiche: “certo no, essendo tutte di piombo: ma suonano diverse note perché sono di diverse grandezze, e quanto alla materia, ella non ha parte alcuna nella forma del suono: perché si faran canne, altre di legno, altre di stagno, altre di piombo, altre d’argento ed altre di carta, e soneran tutte l’unisono; il che avverrà quando le loro lunghezze e larghezze sieno eguali: ed all’incontro coll’istessa materia in numero, cioè colle medesime quattro libre di piombo, figurandolo or in maggiore or in minor vaso, ne formerò diverse note: sì che, per quanto appartiene al produr suono, diversi sono gli strumenti che ànno diversa grandezza, e non quelli che ànno diversa materia.” - (fr:545) [testo già in italiano] L’analogia viene estesa a tromboni, corde di liuto e canna vocale, per poi arrivare alla conclusione sul telescopio: “Così, e non altrimenti (perché il maggiore o minor ricrescimento non consiste nella materia del telescopio, ma nella figura, sì che il più lungo mostra maggiore), quando, ritenendo l’istessa materia, si muterà l’intervallo tra vetro e vetro, si verranno a costituire strumenti diversi.” - (fr:551) [testo già in italiano]
Successivamente Galileo riporta e concede la validità formale del sillogismo latino di Sarsi: “Quæcumque diverso instrumento spectari postulant, diversum etiam ex instrumento capiunt incrementum; sed propinqua et remota diverso instrumento spectari postulant; diversum igitur propinqua et remota ex instrumento capient incrementum.” - (fr:554) [Tutte le cose che richiedono di essere osservate con uno strumento diverso, ricevono anche un ingrandimento diverso dallo strumento; ma gli oggetti vicini e lontani richiedono di essere osservati con uno strumento diverso; dunque gli oggetti vicini e lontani riceveranno un ingrandimento diverso dallo strumento] Sottolinea però che la conclusione del sillogismo non dimostra affatto le due tesi che Sarsi si era impegnato a provare, ritenute da Galileo false: “Il qual è di provar due punti principali: l’uno è che gli oggetti sino alla Luna, e non quei soli che sono nella camera, ricrescano assaissimo; ma le stelle fisse, non poco manco, ma insensibilmente, vedute queste e quelli coll’istesso strumento: l’altro, che la diversità di tali ricrescimenti proceda dalla diversità delle lontananze d’essi oggetti, e che a quelle proporzionatamente risponda: le quali cose egli non proverà mai in eterno, perché son false.” - (fr:558) [testo già in italiano]
Il testo costituisce una testimonianza chiave del dibattito scientifico seicentesco tra sostenitori del modello copernicano e della fisica aristotelica, e mostra il metodo galileiano di ricorrere a esperienze comuni per confutare argomenti speculativi senza riscontro osservativo.
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[7.1-119-581|699]
7 Confutazione galileiana delle tesi di Sarsi sulla natura e posizione delle comete
Resoconto delle argomentazioni di Galileo Galilei in replica alle tesi di Orazio Grassi (alias Sarsi) sulle comete del 1618, estratte dal Saggiatore.
Il testo si inserisce nel dibattito scientifico del primo Seicento intorno alla natura delle comete, contrapponendo la metodologia empirica e cauta di Galileo e del suo allievo Mario Guiducci alla cosmologia aristotelico-tolemaica sostenuta da Grassi. Galileo da subito evidenzia che anche nel caso la tesi della collocazione sopralunare delle comete fosse vera, le argomentazioni portate da Sarsi sono fallaci: “avvenga che anco intorno a conclusioni vere si può falsamente argumentare e commetter paralogismi e fallacie.” - (fr:595).
Prima di tutto, Galileo dimostra che Sarsi costruisce la sua argomentazione per dimostrare la collocazione della cometa tra la Luna e il Sole su citazioni false e manipolate del Nunzio Sidereo: “E prima, che io abbia scritto nel Nunzio Sidereo che Giove e Saturno non s’irraggino quasi niente, ma che Marte, Venere e Mercurio si coronino grandemente de’ raggi, è del tutto falso; perché la Luna solamente ho sequestrata dal resto di tutte le stelle, tanto fisse quanto erranti.” - (fr:601). Sarsi assume inoltre senza dimostrazione che le comete siano pianeti temporanei, assunto che Galileo ridicolizza: “Secondariamente, non so se per far che la cometa sia un quasi pianeta, e che, come tale, se gli convengano le proprietà degli altri pianeti, basti che il Sarsi, il suo Maestro ed altri autori l’abbiano stimata e nominata per tale: che se la stima e la voce loro avesser possanza di porre in essere le cose da essi stimate e nominate, io gli supplicherei a farmi grazia di stimar e nominar oro molti ferramenti vecchi che mi ritrovo avere in casa.” - (fr:602). L’argomentazione basata sull’ingrandimento della cometa osservata al telescopio, paragonato a quello di Mercurio, è inoltre infondata perché Mercurio non era osservabile al tempo dell’apparizione della cometa, per la sua vicinanza al Sole: “io credo di poter senza scrupolo creder, che il Sarsi non facesse altrimenti questo paragone, difficile anco per altro e mal sicuro a potersi fare, ma ch’e’ lo dica, perché, quando così fussi, servirebbe meglio alla sua causa.” - (fr:615).
Successivamente Galileo corregge la falsa rappresentazione delle sue tesi e di quelle di Guiducci da parte di Sarsi: questi afferma che Galileo considera le comete pure illusioni ottiche e il loro moto rettilineo e perpendicolare alla Terra come certezze, mentre in realtà sono solo ipotesi proposte per mettere in discussione le certezze della filosofia tradizionale: “Imperocché, che la cometa sia senz’altro un simulacro vano ed una semplice apparenza, non è mai risolutamente stato affermato, ma solo messo in dubbio e promosso alla considerazion de’ filosofi con quelle ragioni e conghietture che par che possano persuadere che così possa essere.” - (fr:632). Galileo contesta anche la fiducia eccessiva di Sarsi nel senso della vista, dimostrandone la fallibilità con esempi di riflessioni in specchi, riflessi solari su superfici lucide e altri fenomeni ottici: “Io confesso di non aver la facoltà distintiva tanto perfetta, ma d’esser come quella scimia che crede fermamente veder nello specchio un’altra bertuccia, né prima conosce il suo errore, che quattro o sei volte non sia corsa dietro allo specchio per prenderla: tanto se le rappresenta quel simulacro vivo e vero.” - (fr:639).
All’obiezione di Sarsi per cui vapori terrestri non potrebbero salire fino a zone sopralunari a causa dei venti, Galileo risponde che le perturbazioni atmosferiche non superano i 2-3 miglia di altezza, come dimostrato dalle cime dei monti che si trovano al di sopra della regione ventosa: “egli, che presta intera fede a gl’istorici ed a’ poeti ancora, non dovrà negare che la commozion de’ venti non ascenda più di due o tre miglia in alto, già che vi son monti la cima de’ quali trascende la region ventosa; sì che il più che possa concludere sarà che dentro a tale spazio vadano i vapori non perpendicolarmente, ma trasversalmente fluttuando: ma fuor di tale spazio cessa l’impedimento che dal camin retto gli disvia.” - (fr:665).
Per spiegare la sua cautela nel formulare conclusioni su fenomeni non direttamente osservabili come le comete, Galileo riporta la parabola dell’uomo che scopre progressivamente modi sempre nuovi di produrre suoni, fino a rendersi conto che la natura produce effetti con modalità inimmaginabili per l’uomo senza l’esperienza diretta: “Io potrei con altri molti essempi spiegar la ricchezza della natura nel produr suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando il senso e l’esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire alla nostra incapacità; onde se io non saperò precisamente determinar la maniera della produzzion della cometa, non mi dovrà esser negata la scusa, e tanto più quant’io non mi son mai arrogato di poter ciò fare” - (fr:689).
Infine, Galileo risponde all’obiezione per cui se la cometa fosse formata da vapori estesi illuminati dal Sole, dovrebbe apparire come un’area luminosa diffusa e non come un corpo puntiforme, usando l’esempio dei specchi e delle superfici riflettenti: da una superficie tutta illuminata dal Sole, solo un punto preciso riflette i raggi verso un osservatore in una posizione data, e il punto cambia al muoversi dell’osservatore: “Già non è dubbio, che di qualsivoglia specchio piano esposto al Sole tutta la superficie è da quello illuminata; […] nulladimeno all’occhio d’un particolare non si fa la reflession del raggio solare se non da un luogo particolare d’essa superficie, il qual luogo si va mutando alla mutazion dell’occhio riguardante.” - (fr:694).
Storicamente il testo è un documento chiave della rivoluzione scientifica: afferma la superiorità della metodologia empirica e della verifica sperimentale sulle argomentazioni basate sull’autorità di autori antichi o su ipotesi a priori, e mette in discussione la distinzione tradizionale tra mondo terrestre e mondo celeste, fondamento della cosmologia aristotelica.
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[8.1-125-757|881]
8 Confutazione delle argomentazioni di Sarsi sulla natura delle comete, da parte di Galileo Galilei
Resoconto delle critiche di Galileo alle tesi di Orazio Grassi (noto con lo pseudonimo di Sarsi), che sosteneva la natura sostanziale e celeste delle comete, contro l’ipotesi che si tratti di simulacri ottici prodotti da riflessione o rifrazione dei raggi solari su vapori sottili.
Il testo, estratto dal trattato Il Saggiatore del 1623, si inserisce nella disputa scientifica tra la nuova scienza galileiana e la tradizione fisica aristotelica del Seicento, e si struttura come risposta punto per punto alle argomentazioni di Sarsi a sostegno della natura non apparente delle comete.
In primo luogo, Galileo accusa Sarsi di attribuire a lui e al suo collaboratore Mario Guiducci opinioni mai sostenute, al solo fine di poterle confutare facilmente: tra queste, l’idea che le comete siano generate da vapori acquosi densi risaliti dalla Terra, “E prima, né il signor Mario né io abbiamo mai ardito di dire, che vapori aquei e densi sieno stati attratti in alto a produr la cometa; onde tutta l’instanza che sopra l’impossibilità di questa posizione s’appoggia, cade e svanisce” - (fr:759), o l’identità di materia tra comete e macchie solari: “Io non ho mai affermato, la cometa e le macchie solari esser dell’istessa materia; ma mi fo intender ben ora, che quando io non temessi d’incontrar più gagliarde opposizioni che le prodotte in questo luogo dal Sarsi, io non mi spaventerei punto ad affermarlo ed a poterlo anco sostenere” - (fr:786).
Galileo passa poi a confutare ogni argomento di Sarsi, partendo da quello sulle rifrazioni in alta quota: Sarsi sostiene che se le comete fossero prodotte da vapori oltre l’orbita lunare, le rifrazioni avrebbero alterato le misure delle distanze tra stelle di Ticone Brahe, ma Galileo dimostra che a quote molto elevate la sfera di vapori è così vasta rispetto alla Terra che i raggi stellari sono quasi perpendicolari alla sua superficie, quindi non subiscono rifrazioni sensibili: “Ora, perché il Sarsi colloca la cometa alta assai più che la Luna, ne’ vapori che in tanta altezza fussero distesi, niuna sensibile refrazzione far si dovrebbe, ed in conseguenza niuna sensibile apparenza di diversità di sito nelle stelle fisse” - (fr:768). Sottolinea anche l’errore di chi sostiene che la presenza di orbi celesti diafani causerebbe rifrazioni, spiegando che la loro vastità, con l’osservatore posto al centro del sistema, annulla qualsiasi effetto rifrattivo: “In questo medesimo errore sono incorsi alcuni, mentre si sono persuasi di poter mostrare, la sostanza celeste non differir dalla prossima elementare, né potersi dare quella moltiplicità d’orbi, avvenga che, quando ciò fusse, gran diversità caderebbe negli apparenti luoghi delle stelle mediante le refrazzioni fatte in tanti diafani differenti: il qual discorso è vano, perché la grandezza di essi orbi, quando ben tutti fussero diafani tra loro diversissimi, non permetterebbe alcuna refrazzione agli occhi nostri, come riposti nell’istesso centro di essi orbi” - (fr:770).
Per l’argomento ottico di Sarsi sul moto delle apparenze rispetto al Sole, secondo cui tutte le apparenze ottiche (iride, alone, riflesso nel mare) si muovono nella stessa direzione del Sole, mentre la cometa del 1618 si è mossa in direzione opposta, Galileo dimostra l’errore di base di Sarsi: il riflesso del Sole nel mare, preso come esempio da Sarsi stesso, si muove in direzione opposta al Sole, non uguale: “Adunque, movendosi il Sole da H verso F, il suo simulacro apparisce muoversi da L in N: ma questo, signor Sarsi, è apparir muoversi al contrario del Sole, e non pel medesimo verso, come avete creduto o più tosto voluto dare a creder voi” - (fr:816). Aggiunge anche che Sarsi non tiene conto del possibile moto della materia che produce il simulacro, che altererebbe il moto apparente della cometa indipendentemente da quello del Sole: “Notisi di più, che quanto il Sarsi va considerando in questo luogo accader tra l’oggetto reale e la sua immagine, è preso come se la materia in cui si deve formare il simulacro resti sempre immobile, e solo si muova l’oggetto; ché quando s’intendesse muoversi detta materia ancora, altre ed altre conseguenze ne seguirebbono circa l’apparenze del simulacro” - (fr:821).
Per l’argomento sulla forma circolare dei simulacri, secondo cui le apparenze ottiche sono sempre circolari o segmenti di cerchio mentre le comete hanno forma allungata, Galileo risponde che la forma dipende dalla disposizione della superficie riflettente rispetto all’occhio e al Sole: se la superficie è obliqua rispetto alla linea che congiunge occhio e Sole, l’apparenza non è circolare, come dimostra il riflesso del Sole nel mare, che è una striscia allungata simile alla cometa: “Se al Sarsi, nello scrivere la sua dimostrazione, fusse una volta passato per la fantasia di chiamar quella materia ch’ei si figura intorno al punto A, non vapori, ma acqua del mare, ei si sarebbe accorto che ’l suo argomento avrebbe nel modo stesso e coll’istesse parole concluso che la reflessione nel mare di necessità si deve distender per linea circolare; dal che poi mercé del senso, che mostra il contrario, avrebbe scoperta la fallacia del suo sillogismo” - (fr:838).
Per l’argomento sulla parallasse, secondo cui i simulacri solari hanno la stessa parallasse del Sole mentre le comete hanno una parallasse maggiore, Galileo prima nega la premessa: “Che il signor Mario ed io abbiamo mai scritto o detto che i simulacri prodotti dal Sole ritengano la medesima paralasse che quello (come il Sarsi in questo luogo afferma per fondamento del suo sillogismo), è del tutto falso; anzi il signor Mario, dopo aver nominati e considerati molti di tali simulacri, soggiugne così: ‘E avvenga che de’ sopranominati simulacri in alcuni la paralasse sia nulla, ed in altri operi molto diversamente da quello ch’ella fa negli oggetti reali’” - (fr:849). Poi sottolinea che le osservazioni di parallasse delle comete sono discordi tra di loro, e che l’osservazione citata dallo stesso Grassi della congiunzione della cometa con una stella fissa vista da luoghi molto distanti dimostra che la parallasse era nulla, contrariamente alla tesi di Sarsi: “Ma, signor Sarsi, se così è seguito, questo è del tutto contrario al bisogno vostro, poi che di qui si raccoglie, la paralasse essere stata nulla, mentre che voi producete questa autorità per confermar la vostra proposizione, che dice tal paralasse esser maggiore che quella del Sole” - (fr:856).
Infine, per l’argomento sulla durata, secondo cui le apparenze ottiche sono brevi e mutevoli mentre le comete sono stabili per mesi, Galileo risponde che la durata di un simulacro dipende dalla durata della materia che lo produce, non dalla sua natura di apparenza: se la materia è stabile, l’apparenza dura a lungo, come l’aurora boreale o il riflesso nel mare se le condizioni rimangono invariate: “tuttavia io non ci scorgo efficacia che mi persuada, mentr’io considero che, nel produr questi vani simulacri, v’interviene il Sole com’efficiente, e le nuvole e vapori o altre cose come materia; e perché l’efficiente è perpetuo, quando non mancasse dalla materia, e l’iride e l’alone ed i parelii e tutte l’altre apparenze sarebbono perpetue; la breve, dunque, o lunga durazione dalla stabilità e posizion della materia si deve attendere” - (fr:868). Aggiunge che le comete stesse hanno durate molto variabili, da pochi giorni a mesi, quindi la durata non è un criterio per distinguerle da apparenze ottiche: “In oltre, dalla minore o maggior durazione poco concludentemente s’inferisce un’essenzial differenza; anzi delle comete stesse, senza cercar altre materie, se ne son vedute alcune durare 90 e più giorni, ed altre dissolversi il quarto ed anco il terzo” - (fr:871).
Storicamente, il testo è un esempio paradigmatico del metodo scientifico galileiano, basato su dimostrazioni geometriche e osservazioni empiriche contro l’uso di argomenti basati sull’autorità aristotelica o su ragionamenti aprioristici. La disputa sulle comete ha anche un valore più ampio, in quanto mette in discussione la distinzione tradizionale tra mondo sublunare corruttibile e mondo celeste incorruttibile, fondamento della fisica aristotelica.
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[9.1-131-942|1072]
9 Confutazione delle obiezioni di Lottario Sarsi alla teoria delle comete di Mario Guiducci e Galileo Galilei
Estratto dal Saggiatore di Galileo Galilei (1623), testo di polemica scientifica nel quale si smentiscono gli argomenti del gesuita Orazio Grassi (pubblicati sotto lo pseudonimo di Lottario Sarsi) contro la spiegazione del moto e della chioma delle comete proposta da Mario Guiducci in collaborazione con lo stesso Galileo.
Il testo si apre con la confutazione del primo errore di Sarsi sulla percezione del moto apparente: Sarsi sostiene che lo stesso movimento presenti le stesse disuguaglianze apparenti da qualsiasi punto di osservazione e a qualsiasi distanza dal mobile, ma Galileo dimostra il contrario, specificando che per un moto rettilineo perpendicolare verso l’alto, gli spazi uguali percorsi vicino alla Terra generano mutazioni apparenti nel cielo molto più disuguali di quelli percorsi a grande distanza, dove le differenze diventano insensibili: “Si veda anco il secondo errore del Sarsi, ch’è ch’ei s’immagina che ’l medesimo movimento debba apparir fatto colle stesse apparenti inegualità da tutti i luoghi ond’ei venga osservato ed in tutte le distanze o altezze dove il mobile si ritrovi: tuttavia la verità è, che segnati nel moto retto perpendicolarmente ascendente molti spazii eguali, i movimenti apparenti, verbigrazia, di quattro parti vicine a Terra importeranno mutazioni in cielo tra di sé molto più disuguali che quelli di quattro altre parti assai lontane; sì che finalmente in gran lontananza la disugualità che nelle parti basse era grandissima, nell’altre resterà insensibile.” - (fr:942)
Sarsi basa le sue confutazioni anche su misure prese direttamente da figure disegnate senza rispettare le proporzioni geometriche, come dimostra il caso di un disegno nel quale un angolo di 1,5 gradi è disegnato come 15 gradi, e il semidiametro del concavo lunare, dichiarato 33 volte quello terrestre, è disegnato come solo triplo: “nella quale prova l’angolo DEA esser solamente un grado e mezo, se bene in disegno è più di gradi 15, ed il semidiametro del concavo lunare DE appena è triplo del semidiametro terrestre DB, il qual tuttavia egli nomina 33 volte maggiore” - (fr:947)
Successivamente Galileo evidenzia la fallacia logica centrale dell’argomentazione di Sarsi sul moto della cometa: per confutare l’ipotesi di moto retto, Sarsi assume arbitrariamente che la cometa si trovasse a 32 semidiametri terrestri dalla Terra e l’osservatore a 60 gradi dalla linea del moto, senza dimostrare che questi dati corrispondano alla realtà, e senza tenere conto che Guiducci non aveva escluso cause aggiuntive di deviazione al moto retto. Galileo ricorda che per confutare un avversario bisogna confrontarlo sulle sue premesse, non su quelle inventate a proprio favore: “Vuole il Sarsi, dalla gran mutazion di luogo che fece la cometa provar che ’l moto retto del signor Mario non gli poteva competere, perché la mutazione che segue a cotal moto è piccola: e perché la verità è che a questo moto retto ne possono seguir mutazioni piccole, mediocri ed anco grandissime, secondo che il mobile sarà più alto o più basso, ed il riguardante più lontano o meno dalla linea d’esso moto, il Sarsi, senza domandar all’avversario in qual altezza e in qual lontananza ei ponga il mobile e ’l riguardante, ripone l’uno e l’altro in luoghi accommodati al suo bisogno e sconci per quel dell’avversario, e dice: «Pongasi che la cometa nel principio fusse alta 32 semidiametri, e l’osservatore lontano 60 gradi.»” - (fr:957) “Quando si ha da convincer l’avversario, bisogna affrontarlo colle sue più favorevoli, e non colle più pregiudiciali, asserzioni; altrimenti se gli lascia sempre da ritirarsi in franchigia, lasciando l’inimico come attonito ed insensato, e qual restò Ruggiero allo sparir d’Angelica.” - (fr:964)
Sarsi introduce anche l’ipotesi del moto terrestre copernicano per confutare la teoria della cometa, ma Galileo chiarisce di non aver mai affermato tale moto, che anzi reputa falso in quanto cattolico, e inoltre evidenzia che Sarsi non comprende che l’effetto del moto terrestre sull’apparenza dei corpi celesti dipende dalla loro posizione, quindi non è uguale per tutti come per il Sole: “Qui, non avendo noi affermato né detto che di tal deviazione apparente ne sia cagione movimento alcuno di qualch’altro corpo, e men di tutti del corpo terrestre, il quale l’istesso Sarsi confessa di sapere che noi reputiamo falso, chiaramente apparisce ch’egli l’ha introdotto di suo capriccio per farsi adito a crescere il suo volume; per lo che niuno obligo cade in noi di risposta per mantenimento di quello che non abbiamo prodotto.” - (fr:970) “già che io veggo ch’egli senza niuna differenza di positura, o sotto o fuori dell’eclittica, o dentro o fuori dell’orbe magno, o di meridionale o settentrionale, o di vicino o lontano da essa Terra, stima che qual deviazione apparisce nel corpo solare, collocato nel centro di essa eclittica, debba ancor la medesima, o pochissimo differente, scorgersi in ogn’altro visibile oggetto, in qualsivoglia luogo del mondo collocato; cosa ch’è remotissima dal vero, e non repugna che, mediante la differente postura, quella mutazione che nel Sole apparisce tre gradi, in altro oggetto possa apparire 10, 20,” - (fr:971)
Per quanto riguarda l’obiezione di Sarsi basata su comete storiche con velocità di moto variabile, Galileo risponde che le generalità di Sarsi non hanno valore se non si tiene conto delle condizioni specifiche di ogni cometa (altezza, posizione geografica, periodo di apparizione), tralasciate dall’avversario: “Ma quello che ho scritto di sopra risponde ancora a questo, né altro ci bisogna, se prima, lasciando il Sarsi le troppo larghe generalità, non viene alle particolari considerazioni de’ particolari stati d’esse comete, quanto all’essere alte, basse, australi o boreali, ed apparse ne’ tempi de’ solstizi o degli equinozzi; condizioni tralasciate da esso, e necessarissime in cotali decisioni, com’egli stesso potrà conoscere qualunque volta con maggiore attenzione si ridurrà a questa speculazione.” - (fr:984)
Nella seconda parte del testo Galileo confuta l’accusa di plagio da parte di Keplero sulla spiegazione della curvatura della chioma delle comete: egli dimostra che le due teorie sono totalmente differenti, perché Keplero ritiene la curvatura reale, dovuta a rifrazione dei raggi solari nella materia stessa della chioma, mentre Guiducci e Galileo la ritengono apparente, dovuta a rifrazione della luce della cometa nella sfera vaporosa che circonda la Terra: “Il Kepplero vuol render ragione della curvità come ch’essa chioma sia realmente, e non in apparenza solamente, curva; il signor Mario la suppone realmente diritta, e cerca la causa della piegatura apparente.” - (fr:997) “Il Kepplero la riduce ad una diversità di refrazzioni de’ raggi stessi solari, fatte nell’istessa materia celeste in cui si forma l’istessa chioma, la qual materia, in quella parte solamente che serve alla produzzion della chioma, in altri ed altri gradi di vicinità all’istessa stella sia più e più densa, sì che, facendo altre ed altre refrazzioni, dal composto finalmente di tutte ne risulti una total refrazzione distesa non direttamente, ma in arco; il signor Mario introduce una refrazzione fatta non da’ raggi del Sole, ma dalla spezie dell’istessa cometa, non nella materia celeste aderente al capo di quella, ma nella sfera vaporosa che circonda la Terra: sì che l’efficiente, la materia, il luogo ed il modo di queste produzzioni sono diversissimi, né ànno altra communicanza tra di loro questi due autori, che questa sola parola refrazzione.” - (fr:998)
All’obiezione di Sarsi che la regione vaporosa terrestre non è perfettamente sferica, quindi non può causare la curvatura apparente della chioma, Galileo risponde che anche se fosse di forma ovale, la curvatura apparente esisterebbe comunque, solo di forma ovale invece che circolare, e le differenze tra le due forme sono impercettibili in archi di pochi gradi. Inoltre Galileo smentisce l’attribuzione di affermazioni false da parte di Sarsi, come quella che le comete si formino dai vapori terrestri che oltrepassano il cono d’ombra terrestre: “Il qual soggiunge, appresso, l’altra falsità, cioè che noi abbiam detto che la cometa si formi di quelli stessi vapori che, sormontando il cono dell’ombra, formano quella boreale aurora; cosa che non si trova nel libro del signor Mario.” - (fr:1030) “Non ne segue, dico, in buona logica questa conclusione, ma il più che ne possa seguire è che tal curvità non è parte di cerchio, ma di linea ovale e questo sarebbe il vostro infelice e miserabil guadagno, quando voi poteste aver per sicurissimo, la region vaporosa essere ovata, e non isferica. Se poi in fatto tal piegatura sia in figura d’arco di cerchio, o d’ellisse, o di linea parabolica, o iperbolica, o spirale, o altre, non credo ch’alcuno possa in verun modo determinare, essendo le differenze di cotali inclinazioni, in un arco di due o tre gradi al più, del tutto impercettibili.” - (fr:1037-1038)
Infine Galileo confuta l’obiezione di Sarsi sull’argomentazione sul concavo lunare: Sarsi fraintende che l’affermazione che il concavo lunare sia perfettamente liscio e sferico non è una loro convinzione, ma un’argomentazione ad hominem contro Aristotele, che usa le premesse aristoteliche per confutare la teoria dell’accensione delle comete per attrito con l’etere. Galileo ricorda che infatti loro non ammettono affatto l’esistenza di orbi solidi celesti, ma ritengono che l’universo sia pieno di una sostanza eterea sottile nella quale si muovono i corpi celesti: “Di più, finge il Sarsi di non s’accorgere che il dir noi che ’l concavo della Luna sia di superficie perfettissimamente sferica tersa e pulita, non è perché tale sia la nostra opinione, ma perché così vuole Aristotile ed i suoi seguaci, contro al quale noi argomentiamo ad hominem: e fingendo di trovar nel libro del signor Mario quello che non v’è, simula di non vedere quello che più volte e molto apertamente v’è scritto, cioè che noi non ammettiamo quella sin qui ricevuta moltiplicità d’orbi solidi, ma che stimiamo diffondersi per gl’immensi campi dell’universo una sottilissima sostanza eterea, per la quale i corpi solidi mondani vadano con lor proprii movimenti vagando.” - (fr:1068)
9.1 Significato storico
Il testo è un documento fondamentale della rivoluzione scientifica galileiana: dimostra l’uso di un metodo scientifico basato sulla logica, sulla critica delle assunzioni arbitrarie, sulla distinzione tra apparenza e realtà, e sulla confutazione delle fallacie retoriche degli avversari. Inoltre documenta la polemica tra Galileo e l’ambiente accademico gesuita sulle comete, uno dei temi centrali dell’astronomia del XVII secolo, prima del processo per l’eliocentrismo del
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[10.1-27-1094|1120]
10 Argomentazioni galileiane nella disputa con Lotario Sarsi sulla natura dei corpi celesti e sul moto dei fluidi
Estratto da un trattato scientifico seicentesco, corrispondente a pagine del Saggiatore di Galileo Galilei, in cui l’autore difende le proprie scoperte astronomiche e confuta le obiezioni dell’oppositore Orazio Grassi (noto con lo pseudonimo di Lotario Sarsi).
La prima parte del testo riporta le obiezioni avanzate da Sarsi, che usa le stesse scoperte galileiane per contestare le tesi dell’autore e la tradizionale dottrina aristotelica della perfezione sferica dei corpi celesti. Sarsi afferma per primo che la Luna è un corpo aspero, dotato di montagne e valli al pari della Terra: “Nihil apud illum verius, quam Lunam non asperam modo esse, sed, alterius Telluris in modum, Alpes suas, Olympum, Caucasum suum habere, in valles deprimi, in campos latissimos extendi, Lunæ certe montes in Luna desiderari non posse.” - (fr:1094) [Nulla è più vero per lui, del fatto che la Luna non è solo aspera, ma, alla maniera di un’altra Terra, ha le sue Alpi, il suo Olimpo, il suo Caucaso, è sprofondata in valli, si estende in larghissime pianure, di certo non si può negare che sulla Luna ci siano le montagne]. Sostiene poi che anche il Sole non è perfettamente sferico, data la presenza di facole più luminose del resto della superficie, e che se si ammette l’asperità della superficie lunare, si deve anche ammettere che il cielo concavo può trasportare esalazioni e aria, oltre che essere a sua volta aspro: “Addo etiam, ne Solem quidem, si aspectui credas, hanc adeo nobilem figuram sortitum; dum in illo faculæ quædam conspiciuntur reliquis longe partibus clariores, quæ vel asperum, vel non æque undique lumine perfusum, eumdem ostendunt.” - (fr:1100) [Aggiungo anche che nemmeno il Sole, se ci si fida dell’osservazione, ha ricevuto questa figura così nobile; dato che in esso si notano alcune facole molto più luminose delle altre parti, che mostrano che esso è o aspero, o non illuminato da luce uguale da tutte le parti]. Sarsi cita anche le affermazioni di Galileo sulle macchie solari come vapori che ruotano intorno al Sole, per sostenere che il corpo solare è aspro, non liscio e perfetto (fr:1103, 1104).
La replica di Galileo inizia con la confutazione del principio aristotelico di “nobiltà” delle figure geometriche applicata ai corpi celesti: “ed io, quanto a me, non avendo mai lette le croniche e le nobiltà particolari delle figure, non so quali di esse sieno più o men nobili, più o men perfette; ma credo che tutte sieno antiche e nobili a un modo, o, per dir meglio, che quanto a loro non sieno né nobili e perfette, né ignobili ed imperfette, se non in quanto per murare credo che le quadre sien più perfette che le sferiche, ma per ruzzolare o condurre i carri stimo più perfette le tonde che le triangolari.” - (fr:1107) L’autore confuta poi l’argomento per analogia con cui Sarsi deduce l’asperità del cielo da quella dei pianeti, paragonandolo al ragionamento di chi volesse dimostrare che il mare è pieno di squame perché lo sono i pesci che lo abitano (fr:1109). Spiega quindi la differenza funzionale tra la superficie dei pianeti e quella del cielo: i pianeti, opachi, devono avere una superficie scabrosa per riflettere la luce solare e rendersi visibili dalla Terra: se fossero lisci come specchi non rifletterebbero luce verso di noi, risultando invisibili (fr:1110). Il cielo invece deve essere perfettamente liscio, altrimenti le rifrazioni della luce sarebbero perturbate, e i movimenti e le apparenze dei pianeti ci arriverebbero confuse e irregolari (fr:1111). Galileo smentisce anche la falsa affermazione di Sarsi secondo cui l’autore avrebbe scritto che le stelle hanno figura varia e angolare: specifica che ha solo affermato che la loro luce è così intensa da nasconderne il contorno preciso (fr:1112).
Per quanto riguarda le macchie solari, Galileo specifica di non essersi pronunciato definitivamente sul fatto che a ruotare sia il corpo solare o l’ambiente che lo circonda, ma di sapere per osservazione diretta che le macchie compiono un giro completo in circa quattro settimane (fr:1113).
L’ultima parte del testo è dedicata alla confutazione dell’argomento di Sarsi sul rapimento del fuoco da parte del cielo concavo in rotazione: Galileo dimostra la profonda differenza tra il caso di un fluido che muove un corpo solido e quello di un corpo solido che muove un fluido, usando l’esempio del fiume e della nave: il fiume (fluido in movimento) muove la nave (solido contenuto), ma una nave in movimento non è in grado di muovere l’acqua di uno stagno in cui si trova (fr:1115). L’autore aggiunge che l’impeto del moto si conserva molto più a lungo nei corpi solidi e pesanti che nei fluidi leggeri: per questo se un fluido in movimento spinge un solido, l’impeto si accumula nel solido, mentre se un solido in movimento tenta di spingere un fluido, l’impeto si perde immediatamente nelle parti del fluido che non sono a contatto diretto con il solido, rendendo vana ogni azione di trasporto (fr:1116, 1117).
Il testo ha un altissimo valore storico: è un estratto del Saggiatore, opera del 1623 considerata uno dei manifesti della rivoluzione scientifica, in cui Galileo difende il metodo empirico basato sull’osservazione e la sperimentazione contro le argomentazioni dedotte da principi astratti della fisica aristotelica. Il documento testimonia anche la vivacità delle dispute scientifiche del Seicento, e la strategia argomentativa di Galileo, che usa anche analogie con l’esperienza quotidiana per confutare le tesi degli oppositori.
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[11.1-78-1178|1255]
11 Argomentazioni di Galileo nel Saggiatore contro le tesi di Orazio Grassi (Sarsi)
Estratto da un passo del trattato galileiano del 1623, che raccoglie risposte a critiche sul sistema copernicano, sulla natura delle comete e sulla causa fisica del calore.
In apertura Galileo rivendica il diritto esclusivo di pubblicare i suoi contenuti scientifici, contestando a Sarsi la scelta di diffondere dichiarazioni da lui espresse in contesti privati e non ancora definitive, che priverebbero l’autore della possibilità di correggere eventuali errori: “Tocca a me, signor Sarsi, e non a voi o ad altri, lo stampar le cose mie e farle pubbliche al mondo: e perché, quando (come pur talora accade) alcuno nel corso del ragionar dicesse qualche vanità, deve esser chi subito la registri e stampi, privandolo del beneficio del tempo e del potervi pensar sopra meglio, e da per se stesso emendare il suo errore e mutare opinione, ed in somma fare a suo talento del suo cervello e della sua penna?” - (fr:1178)
Passa quindi a correggere la distorsione del suo esperimento romano sul terzo moto della Terra attribuito da Copernico, che molti consideravano un’eccezione incongrua nel sistema copernicano perché contrario al senso di rotazione di tutti gli altri movimenti celesti: “Pareva a molti cosa molto improbabile, e che perturbasse tutto il sistema Copernicano, il terzo moto annuo ch’egli assegna al globo terrestre intorno al proprio centro, al contrario di tutti gli altri movimenti celesti” - (fr:1180) Galileo spiega di aver dimostrato con un esperimento con una palla galleggiante in un vaso ruotante che quel movimento è solo apparente, anzi corrisponde a una quiete rispetto ai punti di riferimento esterni, anticipando esplicitamente il principio di relatività del moto galileiano: “E tanto dicevo per rimuover l’improbabilità attribuita al sistema del Copernico: al che soggiungevo poi, che chi meglio considerava, conosceva che falsamente veniva da esso Copernico attribuito un terzo moto alla Terra, il quale non è altramente un muoversi, ma un non si muovere ed una quiete” - (fr:1182)
Successivamente contesta un errore logico fondamentale di Sarsi, che aveva paragonato la superficie contenente di un vaso al volume dell’aria contenuta per sostenere una sua tesi sul moto dei fluidi: Galileo ricorda che quantità di generi diversi non sono comparabili per definizione euclidea, e che l’affermazione di Sarsi è assurda quanto sostenere che la settimana sia più lunga di una torre o l’oro più grave di una nota musicale: “prima, col paragonare insieme due quantità di diversi generi, e però incomparabili, ché così vuole una diffinizion d’Euclide: “Ratio est duarum magnitudinum eiusdem generis”; e non sapete voi che chi dice “Questa superficie è maggior di quel corpo” erra non men di quel che dicesse “La settimana è maggior d’una torre” o “L’oro è più grave della nota cefautte”?” - (fr:1190) A supporto della sua tesi che solo un sottile strato d’aria aderisce alle pareti di un contenitore in rotazione, riporta l’esperimento delle due candele nel vaso ruotante: la candela attaccata al vaso si piega per l’urto con l’aria ferma, mentre quella tenuta ferma all’interno non subisce alterazioni, dimostrando che l’aria non segue il moto del contenitore.
Galileo ironizza poi sulla disputa sulla causa delle comete secondo la teoria aristotelica, sottolineando che si sta discutendo di enti la cui esistenza non è provata: l’orbe solido lunare, l’elemento fuoco, le essalazioni terrestri che si infiammerebbero per generare le comete: “Or ecco, e dal Sarsi e da me, fatto un gran dispendio di parole in cercar se la solida concavità dell’orbe lunare, che non è al mondo, movendosi in giro, la qual già mai non s’è mossa, rapisce seco l’elemento del fuoco, che non sappiamo se vi sia, e per esso l’essalazioni, le quali perciò s’accendano e dien fuoco alla materia della cometa, che non sappiamo se sia in quel luogo e siamo certi che non è robba ch’abbruci.” - (fr:1207)
Infine affronta la disputa sulla causa del calore: Sarsi riporta la tesi aristotelica per cui il moto è causa mediata del calore per via dell’attrito che ne deriva, sostenendo che la posizione di Galileo non è diversa da quella del filosofo greco: “Ait Aristoteles, motum causam esse caloris; quam propositionem omnes ita explicant, non quasi motui tribuendus sit calor, ut effectus proprius et per se (hic enim est acquisitio loci), sed quia, cum per localem motum corpora atterantur, ex attritione autem calor excitetur, mediate saltem motus caloris causa dicitur: neque est quod hac in re Aristotelem reprehendat Galilæs, cum nihil ipse adhuc afferat ab eiusdem dictis alienum.” - (fr:1212) [Aristotele afferma che il movimento è causa del calore; questa proposizione tutti la spiegano così, che il calore non va attribuito al movimento come suo effetto proprio e per sé (perché l’effetto del movimento è l’acquisizione di luogo), ma perché, siccome con il movimento locale i corpi si strofinano, e dallo strofinamento si eccita il calore, almeno mediatamente il movimento si dice causa del calore: né c’è motivo che Galileo rimproveri Aristotele in questa materia, poiché non ha ancora portato niente di contrario alle sue affermazioni.] Galileo ribatte che per generare calore serve l’attrito tra corpi solidi, non solo il moto di corpi fluidi come l’aria, e che è necessario un consumamento di particelle dei corpi che si strofinano. Risponde all’esperimento di Sarsi sul rame battuto che si riscalda senza perdita di peso rilevabile, spiegando che la perdita di particelle è troppo piccola per essere misurata dalle bilance dell’epoca, e riporta esempi di sostanze che perdono particelle insensibili (dorature, materie odorose, fumo da vetri e pietre rotti). Sottolinea anche che il ragionamento di Sarsi è fallace perché la perdita di particelle meno dense dell’aria potrebbe addirittura far aumentare il peso del corpo invece di diminuirlo: “A quanto sin qui ho detto, voglio, prima ch’io vada più avanti, aggiungere, per ammaestramento del Sarsi, come il dire: “Questo corpo alla bilancia non è calato di peso, adunque di lui non si è consumata parte alcuna” è discorso assai fallace, potendo esser che se ne sia consumato e che il peso non solo non sia diminuito, ma anco tal volta cresciuto; il che accaderà sempre che quello che si consuma e rimuove, sia men grave in specie del mezo nel quale si pesa” - (fr:1253)
Il testo ha un rilevante valore storico: è un passo centrale del Saggiatore, manifesto della nuova scienza galileiana, che afferma la metodologia sperimentale contro l’autorità aristotelica, anticipa principi chiave della fisica moderna e documenta la polemica sulle comete che opponeva Galileo ai gesuiti del Collegio Romano nel primo quarto del Seicento.
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12 Dibattito sul calore da attrito aerico e sulla validità di testimonianze vs esperienza diretta nel Saggiatore di Galileo Galilei
L’estratto riporta lo scontro tra Galileo Galilei e Orazio Grassi (alias Sarsi) sulla tesi secondo cui i proiettili in movimento veloce si accendono o fondono per attrito con l’aria, contrapponendo il metodo empirico galileiano all’uso di testimonianze antiche e moderne come prova di fenomeni naturali.
La tesi contestata viene sostenuta da Sarsi attraverso citazioni di autori di diverso tipo. In primo luogo cita poeti latini antichi che raccontano di frecce e ghiande di piombo scagliate con fionda che si incendiano durante il volo: tra gli altri Ovidio, che nelle Metamorfosi scrive “Non secus exarsit, quam cum Balearica plumbum funda iacit: volat illud et incandescit eundo, et, quos non habuit, sub nubibus invenit ignes” - (fr:1282) [Non si accese in modo diverso da quando un balearico scaglia un piombo con la fionda: quello vola e si incendia durante il percorso, e trova tra le nuvole fuochi che non possedeva prima], e Virgilio, che descrive frecce incandescenti nei giochi troiani e la fusione del piombo di una fionda lanciata da Mezenzio (fr:1290). Sarsi aggiunge poi argomentazioni basate su fenomeni di erosione per attrito: l’acqua che scava le rocce con la distillazione prolungata, il vento che consuma gli angoli delle torri, le gocce di pioggia e la grandine che si rimpiccioliscono e si arrotondano cadendo per l’attrito con l’aria (fr:1291, 1294). Come conferma non poetica cita prima Suida, che racconta che i Babiloni riuscivano a cuocere uova crude girandole velocemente in una fionda (fr:1315), poi Seneca, che attribuisce esplicitamente la fusione delle palle di piombo scagliate con la fionda all’attrito con l’aria che si rarefa e si infiamma (fr:1319), e infine lo storico moderno Omero Tortora, che riferisce di palle di artiglieria con anima di ferro e rivestimento di piombo che arrivavano sulle mura nemiche senza il rivestimento, perché questo si sarebbe fuso durante il volo (fr:1340).
Galileo confuta la tesi in più passaggi, fondando la sua argomentazione sulla supremazia dell’esperienza diretta sulle testimonianze di qualsiasi autore. Afferma infatti che “dico bene, parermi cosa assai nuova che, di quel che sta in fatto, altri voglia anteporre l’attestazioni d’uomini a ciò che ne mostra l’esperienza” - (fr:1296), spiegando che le testimonianze servono solo per accertare fatti passati e non verificabili, non per fenomeni naturali riproducibili: “S’essaminano i testimonii nelle cose dubbie, passate e non permanenti, e non in quelle che sono in fatto e presenti” - (fr:1325). Sottolinea anche che la quantità di autori non è un indice di verità, perché il ragionamento non è come il trasporto di pesi, dove più cavalli portano più carico, ma come la corsa: “il discorrere è come il correre, e non come il portare, ed un caval barbero solo correrà più che cento frisoni” - (fr:1327).
Per dimostrare l’infondatezza della tesi di Sarsi, Galileo cita un esperimento semplice: anche usando balestre potentissime, che richiedono la forza di 30 uomini per essere caricate, non si verifica nemmeno l’abbronzatura delle penne delle frecce tirate, per non parlare dell’incendio del legno o della fusione della punta di metallo (fr:1301). Poi confuta l’argomentazione sull’attrito: concede che l’acqua e il vento erodono materiali duri, ma questo succede in tempi lunghissimi (secoli), mentre il tempo di volo di un proiettile è di meno di un battito di polso, troppo breve per produrre un effetto simile (fr:1308). Aggiunge anche una contraddizione nel discorso di Sarsi: prima afferma che l’attrito rarefa l’aria fino ad accenderla, poi per spiegare il sibilo della fionda sostiene che l’aria si condensa (fr:1311).
Rispondendo alle testimonianze specifiche, Galileo fa ironia sulla storia di Suida delle uova cucinate in fionda: visto che anche adesso con uova, fionde e uomini forti non si ottiene l’effetto, la causa sarebbe l’essere babilonesi, non l’attrito (fr:1329), ricordando anche che il movimento nell’aria raffredda, non riscalda, come si prova dal vento sul viso quando si corre a cavallo (fr:1330). Per la testimonianza di Omero Tortora sulle palle di artiglieria, concede che il piombo si staccava dalla anima di ferro, ma spiega che questo succedeva per l’urto contro la muraglia, che schiacciava e dilaniava il piombo più morbido, non per fusione in volo (fr:1345). Aggiunge due prove decisive contro la fusione per attrito: una palla di piombo messa in fornace impiega più di 20 battiti di polso per fondersi, quindi non è possibile che l’aria faccia lo stesso in meno di un battito (fr:1348); inoltre palle di cera tirate con l’archibuso non si fondono, contraddicendo la tesi dell’attrito che dovrebbe fondere prima la cera, che ha un punto di fusione più basso del piombo (fr:1349).
Galileo chiude la sua argomentazione affermando di non voler disonorare gli autori antichi, che probabilmente credevano di dire il vero, ma rifiuta di subordinare i sensi e il ragionamento donati da Dio alle opinioni altrui: “io dico, non voler esser di quelli così sconoscenti ed ingrati verso la natura e Dio, che avendomi dato sensi e discorso, io voglia pospor sì gran doni alle fallacie d’un uomo” - (fr:1335).
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13 Disputa sull’illuminazione dell’aria e la natura delle aureole luminose nel contesto della polemica tra Galileo e Orazio Grassi
Il testo raccoglie prima l’argomentazione di Sarsi (pseudonimo di Orazio Grassi) a sostegno della tesi che l’aria impura può essere illuminata, poi la confutazione di Galileo della sua posizione, accusandolo di alterare la dottrina di Mario Guiducci.
La prima parte in latino espone la struttura della dimostrazione di Sarsi, che pone come punto di partenza la verifica della possibilità di illuminazione dell’aria, da cui dipendono tutte le proposizioni successive: “Porro ad harum propositionum veritatem investigandam, illud quod secundo loco positum est, primo est a nobis expendendum, hoc est an illuminari aër possit: ex hoc enim reliqua pendere videntur.” - (fr:1424) [Per investigare la verità di queste proposizioni, dobbiamo prima esaminare ciò che è stato posto al secondo posto, cioè se l’aria possa essere illuminata: da questo infatti dipendono tutte le altre questioni.] Sarsi si basa su due presupposti ottici e fisici condivisi: la luce non è visibile se non terminata da un corpo opaco, e l’aria pura è perfettamente trasparente, mentre l’aria mescolata a vapori diventa opaca e può riflettere la luce all’occhio: “Qua in quæstione supponendum, primum, ex opticis ac physicis est, lumen non videri nisi terminatum; terminari autem non posse, nisi corpore aliquo opaco; perspicuum enim, qua perspicuum est, lucem non terminat, sed liberum eidem transitum præbet: secundum, aërem purum ac sincerum maxime perspicuum esse, minusque proinde aptum ad lumen terminandum; aërem vero impurum, multisque vaporibus admixtum, et lucem terminare et remittere ad oculum posse.” - (fr:1425) [In questa questione bisogna prima supporre, dall’ottica e dalla fisica, che la luce non si veda se non terminata; che non possa essere terminata se non da un corpo opaco: il trasparente infatti, in quanto tale, non termina la luce, ma le lascia libero passaggio; secondo, che l’aria pura e sincerissima è massimamente trasparente, per cui poco adatta a terminare la luce; mentre l’aria impura, mescolata a molti vapori, può sia terminare la luce sia rimandarla all’occhio.] Come prove di questa tesi porta fenomeni naturali come aurora, crepuscoli, pareli e l’atmosfera lunare e gioviana citate da Galileo stesso nel Sidereus Nuncius: “Aurora enim in Solis exortu, atque in occasu crepuscula, satis indicant, impurum aërem illuminari posse; idem testantur coronæ, aræ, parelia, aliaque huiusmodi quæ ex aëre crassiori fiunt.” - (fr:1427) [L’aurora all’alba, e i crepuscoli al tramonto, indicano sufficientemente che l’aria impura può essere illuminata; lo dimostrano anche le corone, le aree, i pareli e altri fenomeni simili che si originano dall’aria più densa.] Sarsi confuta poi l’obiezione che questi fenomeni siano dovuti a rifrazione nell’umore oculare, e risponde all’esperimento galileiano della mano posta tra occhio e fonte di luce, spiegando che la pupilla non è indivisibile: per cui anche se una parte è coperta, i raggi luminosi arrivano alle parti restanti, per cui la fonte rimane visibile, anche se meno luminosa: “Cum oculi pupilla indivisibilis non sit, sed plures possit in partes dividi, poterit una illius pars tegi, reliquis non tectis; quamvis ergo, parte aliqua pupillæ obtecta, ad illam species obiecti luminis non perveniant, si tamen reliquæ apertæ remaneant et ad illas eædem species pertingere possint, lumen adhuc videbitur.” - (fr:1446) [Poiché la pupilla dell’occhio non è indivisibile, ma si può dividere in più parti, una parte può essere coperta mentre le altre restano scoperte; perciò anche se, coperta una parte della pupilla, le specie dell’oggetto luminoso non arrivano a quella, se le altre rimangono aperte e le specie arrivano a loro, la luce si vede ancora.] Infine Sarsi sostiene che una parte dell’aureola luminosa intorno alle stelle, visibile anche col cannocchiale, deriva dall’aria illuminata, non solo da fenomeni oculari.
La seconda parte in italiano è la confutazione di Galileo, che accusa Sarsi di alterare deliberatamente la dottrina di Mario Guiducci per poterla contestare: Guiducci aveva affermato che l’aria circonvicina a una fiamma non si accende né si illumina per effetto della fiamma stessa, mentre Sarsi parla di illuminazione dell’aria vaporosa a qualsiasi distanza, senza riferimento all’incendio, cavillando sul termine: “E prima, dove il signor Mario, redarguendo il detto di quei filosofi, disse che l’aria non s’accendeva né s’illuminava, il Sarsi mette sotto silenzio quella parte dell’accendersi, e solo tratta dell’illuminarsi: onde il signor Mario con ragion può dire al Sarsi d’aver parlato d’una cosa, ed esso aver preso ad impugnarne un’altra; aver parlato, dico, dell’aria circonvicina alla fiammella e dell’illuminazione che le può venire dal suo accendersi, e quello aver parlato dell’illuminazione che senza incendio viene sopra l’aria vaporosa, posta in qualsivoglia distanza dall’oggetto illuminante.” - (fr:1463) Galileo fa notare anche che Sarsi stesso ammette che a illuminarsi sono i vapori presenti nell’aria, non l’aria pura, e che la tesi sull’illuminazione dell’aria vaporosa per fenomeni come l’aurora era già stata esposta più volte da Guiducci stesso, per cui Sarsi non porta alcun argomento nuovo: “Adunque, signor Sarsi, sono i vapori grossi, e non l’aria, quelli che s’illuminano.” - (fr:1465) “Voi volete insegnarci che nell’aria vaporosa s’illumina l’aurora, che mill’altri ed il signor Mario stesso l’ha in sei luoghi scritto innanzi a voi.” - (fr:1468)
Da un punto di vista storico, il testo è un estratto da Il Saggiatore, l’opera di Galileo pubblicata nel 1623 come replica alla polemica di Orazio Grassi sulla natura delle comete: testimonia la prassi della disputa scientifica del Seicento, il confronto tra la nuova metodologia galileiana basata su esperimenti e osservazioni e la filosofia aristotelica tradizionale, e l’uso da parte di Galileo della critica alle manipolazioni terminologiche e alle alterazioni delle tesi avversarie per dimostrare la debolezza delle loro argomentazioni.
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[14.1-81-1565|1645]
14 Analisi della disputa sulla natura delle comete tra Galileo Galilei e Orazio Grassi (Sarsi)
Resoconto delle argomentazioni galileiane per confutare la natura di fiamma delle comete, le difese aristoteliche di Orazio Grassi (pseudonimo Sarsi) e le contraddizioni rilevate nell’argomentazione avversaria, estratto dal Saggiatore del
Il punto di partenza della trattazione è la definizione di trasparenza formulata da Galileo e dal collaboratore Mario Guiducci, basata sulla relazione inversa tra visibilità intrinseca di un corpo e sua capacità di lasciar vedere oggetti posti dietro di sé: “Considerando noi, il trasparire d’un corpo non esser altro che un lasciar vedere gli oggetti posti oltre di sé, ci persuademmo che quant’esso corpo trasparente fusse men visibile, tanto potesse meglio trasparere; onde l’aria trasparentissima è del tutto invisibile, l’acqua limpida ed i cristalli ben tersi, traposti tra oggetti visibili, poco per se stessi si scorgono: dal che ci pareva che assai a proposito si potesse all’incontro inferire, i corpi quanto più per se stessi fusser visibili, dover esser tanto meno trasparenti; e perché tra i corpi visibili per se stessi, le fiamme per avventura parevano non esser degli infimi, però giudicammo quelle dovere esser poco trasparenti: l’autorità poi di Aristotile e de’ Peripatetici, aggiunta a questo discorso, ci confermò nell’opinione.” - (fr:1565)
Sarsi, difensore della dottrina aristotelica, interpreta diversamente la fonte peripatetica per sostenere la tesi opposta di trasparenza delle fiamme: “Circa la qual autorità mi par da notare come il Sarsi le vuol dare altra interpretazione da quella che apertamente suonan le parole; e dice che intesa bene è verissima, e che il senso è che i corpi, acciò che si possano illuminare, non devon esser trasparenti; e non, che i corpi lucidi non son trasparenti.” - (fr:1566)
Galileo rafforza la sua tesi con dati empirici e misure: verifica che un vetro incandescente impedisce la vista di oggetti dietro di sé al contrario del vetro freddo, che la parte più luminosa della fiamma di candela è meno trasparente, e che la grossezza di un corpo influenza direttamente la sua opacità anche se di per sé poco opaco: “Ma tornando al primo discorso, dico che oltre all’autorità de’ Peripatetici ci confermò ancora più il veder finalmente per esperienza un vetro infocato impedirci assai la vista degli oggetti, che freddo distintamente ci lascia scorgere, e l’istesso far la fiammella d’una candela, e massime colla sua superior parte, più lucida dell’inferiore ch’è intorno al lucignolo, la qual è più tosto fumo non bene infiammato che vera fiamma.” - (fr:1568) “Di più, avendo noi osservato, la grossezza del corpo, ben che per se stesso non molto opaco, importar tanto, che, verbigrazia, una nebbia, la quale in profondità di venti o trenta braccia non ci leva la vista d’un tronco, moltiplicata all’altezza di 200 o 300 ci toglie del tutto anco la vista del Sole stesso, pensammo non esser lontano dal ragionevole il creder che la non trasparenza ed opacità d’una fiamma non potesse mai essere così poca, che ingrossata in profondità di centinaia e centinaia di braccia non ci dovesse impedir l’aspetto delle minute stelle.” - (fr:1569)
Da queste premesse deriva l’argomento chiave contro la natura di fiamma della cometa: la chioma della cometa, spessa per stessa ammissione di Sarsi almeno 70 miglia, lascia vedere le stelle dietro di sé, cosa che non sarebbe possibile se fosse composta di fiamma: “Concludemmo per tanto, la profondità della chioma della cometa (che pur bisogna che sia non dirò col Sarsi e suo Maestro 70 miglia, ma al manco tante canne), quand’ella fusse una fiamma, doverci ascondere le stelle; il che vedendo noi ch’ella non faceva, ci parve avere argomento assai concludente per provar ch’ella non fusse uno incendio.” - (fr:1570)
Galileo contesta poi la validità delle esperienze di Sarsi, che dimostrano solo la trasparenza di piccole fiamme su oggetti vicini, non paragonabili per dimensione e distanza alla chioma della cometa, e rileva la fallacia metodologica dell’avversario, che non ha mai testato l’opacità delle fiamme su corpi luminosi lontani come le stelle: “E ritornando all’esperienze del Sarsi, per le quali ei ci fa vedere trasparir per varie fiamme diversi oggetti, dico che posso liberamente concedergli, tutto questo esser vero, ma di nessuno sollevamento alla sua causa: per lo stabilimento della quale non basta che la fiamma interposta sia profonda un dito, e che gli oggetti altrettanto vicini gli sieno, né molto più lontano il riguardante, o vero che gli oggetti sieno dentro alle stesse fiamme ed anco nella parte bassa, pochissimo lucida; ma ha di bisogno (altrimenti resterà a piè) di farci toccar con mano ch’una fiamma, ancor che profonda centinaia e centinaia di braccia e lontanissima dal riguardante e da gli oggetti visibili, non però ce n’impedisca la veduta” - (fr:1576) “Voi avete bisogno di mostrarci che la fiamma interposta non basta, contro alla nostra asserzione, ad occultarci le stelle, e per convincerci con esperienze dite che provando noi a riguardar uomini, tizzoni, carboni, scritture e candele posti oltre alle fiamme, sensatamente gli vederemo: né mai v’è venuto in pensiero di dirci che noi proviamo a guardar le stelle? e perché, in buon’ora, non ci avete voi detto alla bella prima: Interponete una fiamma tra l’occhio e qualche stella, ché voi né più né meno la vederete?” - (fr:1579-1580)
Un secondo argomento contro la natura di fiamma della cometa deriva dalla proprietà naturale delle fiamme di dirigersi verso l’alto: se la cometa fosse fiamma, la sua coda dovrebbe sempre puntare in direzione opposta alla Terra, con variazioni di forma e orientamento durante il suo movimento nel cielo che non sono invece osservate: “Avvenga che natura di tutte le fiamme conosciute da noi è di dirizzarsi all’in su, restando il lor principio e capo nella parte inferiore, se la barba della cometa fusse una fiamma ed il suo capo fusse la materia ond’ella traesse origine, bisognerebbe che la chioma direttamente si dirizzasse verso il cielo; dal che ne seguirebbe una delle due cose, cioè o che la chioma si vedesse sempre a guisa di ghirlanda intorno al capo (il che sarebbe quando il luogo della cometa fusse altissimo), o vero (e questo accaderebbe quand’ella fusse poco lontana da terra) bisognerebbe che, nel nascere, prima nascesse l’estremità della barba, ed in ultimo il capo, ed alzandosi verso il mezo del cielo, quanto più il capo fusse vicino al nostro zenit, tanto la barba dovrebbe apparire più breve, e nel vertice stesso dovrebbe apparir nulla o circondante il capo intorno intorno, e finalmente nell’andar verso l’occaso la barba dovrebbe parere rivolta al contrario, sì che il capo si vedesse inclinare all’occidente prima di lei; altramente, quando la barba andasse avanti come nel nascere, converrebbe che la fiamma, contro alla sua naturale inclinazione e contro a quello che faceva quand’era nelle parti orientali, risguardasse all’ingiù. Ma tali accidenti non si veggono nella cometa e suo movimento; adunque non è una fiamma.” - (fr:1592-1593)
Sarsi tenta di ribaltare l’argomento galileiano con un sillogismo, rilevando una contraddizione nella tesi di Galileo per cui la cometa è costituita da vapore illuminato (quindi luminoso) e allo stesso tempo trasparente, a fronte della regola per cui i corpi luminosi non sono trasparenti: “Illud etiam omitti non debet, eodem, quo Aristotelem urget, argumento Galilæum premi. Sic enim ille:”Flammæ perspicuæ non sunt; cometæ autem coma perspicua est; ergo flamma non est. At ego adversus Galilæum sic: Luminosa perspicua non sunt; cometæ coma perspicua est; ergo luminosa non est. Esse autem perspicuam indicant stellæ, eius interpositu nulla ex parte celatæ. Præterea, comam hanc luminosam esse asserit idem Galilæus, dum illam ex illuminato vapore existere contendit; vapor enim illuminatus corpus est luminosum. Neque dicat, loqui se de luminosis nativo ac proprio lumine fulgentibus, non autem de iis quæ lumen aliunde accipiunt. Nam hæc etiam rerum ultra ipsa positarum aspectum impediunt: si enim pila aliqua vitrea, aut amphora, vino aut re alia quacumque plena fuerit, et lumini exponatur, iis tantum partibus ex quibus lumen non reflectit пес illuminata comparet, vinum ostendet; ea vero parte qua lumen ad oculum remittit, nil nisi lucidum quid et candens spectandum offeret. Idem in aquis etiam a Sole illuminatis accidit, in quibus pars illa qua Sol ad oculum reflectitur, nihil ultra se positum videri patitur; reliquæ vero partes lapillos atque herbas in fundo subsidentes ostendunt. Quare illuminatorum etiam corporum erit, ulteriora obiecta velare ne videantur; atque hæc etiam luminosa dici poterunt. Si ergo hæc apud Galilæum nullam admittunt perspicuitatem, per cometæ barbam, vel luminosam vel illuminatam, stellas videre non possumus: at potuimus tamen: ergo et illuminata fuit cometæ barba, et perspicua.“ - (fr:1595-1604) [Traduzione: Non si deve omettere che Galileo è colpito dallo stesso argomento con cui attacca Aristotele. Infatti egli dice: “Le fiamme non sono trasparenti; ma la chioma della cometa è trasparente; dunque non è fiamma. Io invece contro Galileo dico così: I corpi luminosi non sono trasparenti; la chioma della cometa è trasparente; dunque non è luminosa. Che sia poi trasparente lo indicano le stelle, che con la sua interposizione non sono nascoste in nessuna parte. Inoltre, lo stesso Galileo afferma che questa chioma è luminosa, mentre sostiene che essa deriva da vapore illuminato; infatti il vapore illuminato è un corpo luminoso. Non dica che parla di corpi luminosi che risplendono di luce nativa e propria, e non di quelli che ricevono luce da altri. Infatti anche questi ultimi impediscono la vista delle cose poste oltre di loro: se infatti una palla di vetro, o un’anfora, piena di vino o di qualsiasi altra cosa, è esposta alla luce, mostrerà il vino solo nelle parti da cui la luce non si riflette e che appaiono non illuminate; nella parte invece da cui la luce rimanda all’occhio, non offrirà da vedere se non qualcosa di lucido e splendente. Lo stesso accade anche nelle acque illuminate dal Sole, nelle quali la parte da cui il Sole si riflette all’occhio non permette di vedere niente di posto oltre di sé; le altre parti invece mostrano i sassi e le erbe che giacciono nel fondo. Perciò è proprio anche dei corpi illuminati di nascondere gli oggetti più lontani perché non si vedano; e anche questi si possono dire luminosi. Se dunque questi secondo Galileo non ammettono nessuna trasparenza, attraverso la barba della cometa, sia luminosa sia illuminata, non possiamo vedere le stelle: ma invece abbiamo potuto: dunque la barba della cometa è sia illuminata sia trasparente.”]
Galileo risponde rilevando per primo la contraddizione interna all’argomentazione di Sarsi, che prima sostiene la trasparenza delle fiamme e poi l’opacità di tutti i corpi luminosi a seconda delle necessità della sua tesi, poi chiarisce che l’opacità non è un tratto binario ma dipende dall’intensità della luce e dalla grossezza del corpo: “E prima, noto com’egli, per effettuar questa sua intenzione, incorre in qualche contradizzione a se medesimo, e, quello di che più mi meraviglio, senza necessità. Di sopra, perché così compliva alla sua causa, fece ogni sforzo di provar come le fiamme sono trasparenti, sì che per esse si possono veder le stelle; qui, per convincermi colle mie armi, avendo egli bisogno che i corpi luminosi non sieno trasparenti, si mette a provare così essere con molte esperienze; onde pare che e’ voglia che i corpi luminosi sieno e non sieno trasparenti secondo che ricerca il bisogno suo” - (fr:1608) “Dico dunque ch’è verissimo che qualunque illuminazione, o propria o esterna, impedisce la trasparenza del corpo luminoso; ma non bisogna, signor Sarsi, che voi intendiate che dicendo noi così, vogliamo inferire che per ogni minima luce il corpo che la riceve debba divenir così opaco com’è una muraglia, ma che secondo la maggiore o minor lucidità perda più o meno della trasparenza: e così veggiamo nel principio dell’aurora, secondo che la region vaporosa comincia a participare un pochetto di lume, perdersi le minori stelle; dapoi, crescendo lo splendore, perdersi anco le maggiori; e finalmente, nella massima illuminazione, celarsi quasi la Luna stessa.” - (fr:1609)
La disputa si estende poi alla pretesa aristotelica di valore predittivo delle comete come segno di annate siccitose, ventose e interessate da terremoti: Sarsi difende la tesi con l’esempio del grano disperso per le strade come segno di abbondanza, Galileo ribatte che l’esempio non è pertinente perché la fiamma consuma la materia, per cui le comete se fossero fuoco che brucia le esalazioni secche che generano venti e siccità dovrebbero segnalare una diminuzione di questi fenomeni, non un aumento.
Nella parte finale Sarsi accusa Galileo di basare le sue tesi su esperienze false e ragioni deboli; Galileo risponde rimettendo il giudizio finale ai lettori che confrontino le argomentazioni di entrambe le parti, rilevando che Sarsi ha ignorato la maggior parte delle prove a sostegno della tesi galileiana.
Il testo è un documento chiave della storia della scienza moderna: testimonia la disputa tra la nuova metodologia scientifica galileiana, basata sull’esperienza empirica e sulla verifica quantitativa dei fenomeni, e la fisica aristotelica tradizionale sostenuta dalla Compagnia di Gesù nel periodo immediatamente precedente al processo a Galileo per l’eliocentrismo del
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