Galeno - Op. Scelte | L | +
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1 L’itinerario culturale di Galeno e la medicina nel progetto ideologico dell’Impero romano
Sotto il principato di Adriano, Galeno nasce in una fase di solida coesione imperiale, e la sua formazione, tra Pergamo, Smirne e Alessandria, riflette i grandi fenomeni culturali dell’epoca: l’egemonia della koiné platonico-stoica, una forte ripresa religiosa e un rinnovato impulso scientifico.
Quando Galeno nacque a Pergamo nel 129, la società imperiale stava attraversando una fase di solida prosperità e coesione. “Quando Galeno nacque a Pergamo, nel 129, sotto il principato di Adriano, la società imperiale stava attraversando una lunga fase di solidità, di prosperità e di coesione” - (fr:2). Il vecchio dominio romano si era trasformato in uno Stato mediterraneo integrato, dove l’aristocrazia non percepiva più il potere imperiale come limitazione della propria libertà, e dove Traiano aveva mostrato la vitalità espansiva dell’impero, mentre i dissidi interni sembravano facilmente controllabili. “Il vecchio dominio romano si era ormai trasformato in un grande Stato mediterraneo integrato […] e i fenomeni di dissidenza all’interno — il disagio delle campagne, le rivolte ebree, la crescita del cristianesimo — sembravano essere agevolmente controllabili” - (fr:3).
Tre grandi fenomeni caratterizzano il panorama culturale di questa fase. Il primo è l’egemonia esercitata dalla koiné platonico-stoica, una visione del mondo e un’antropologia che permea ogni discorso culturalmente e socialmente riconoscibile. “In primo luogo, l’egemonia esercitata dalla koiné platonico-stoica […] nessun discorso, si può dire, è culturalmente accettabile e socialmente riconoscibile se non è tradotto nel linguaggio di questa koiné” - (fr:5). Questo linguaggio è parlato dall’imperatore, dai retori, dagli scienziati e da chiunque aspiri all’integrazione negli strati superiori della società. “L’imperatore stesso, da Adriano a Marco Aurelio, parla questo linguaggio; lo parlano i retori e gli scienziati; lo deve parlare il cittadino di qualsiasi polis dell’impero se aspira ad una integrazione negli strati superiori della società” - (fr:6).
Il secondo fenomeno è una vigorosa ripresa delle credenze e pratiche religiose, sia ufficiali che private, che arrivano a toccare la sfera del destino individuale e il controllo delle angosce personali. “Il secondo fenomeno di quest’epoca è una forte ripresa delle credenze e delle pratiche religiose: sia di quelle ufficiali, legate al culto dell’imperatore […] sia di quelle « private », che giungono a quella sfera del destino individuale […] dove non arrivano né la religione di stato né linee maestose dell’ideologia platonico-stoica” - (fr:7). Questa cultura è popolata di misteri, démoni, sogni profetici e riti salvifici, ma il contrasto con la razionalità ufficiale non è ancora evidente, risultando anzi i due piani pienamente compatibili. “La cultura dell’epoca è dunque popolata di misteri, di démoni, di sogni profetici, di riti salvifici; per ora, il contrasto con la razionalità ufficiale non appare evidente, anzi i due piani risultano pienamente compatibili” - (fr:8).
Il terzo fenomeno è la straordinaria ripresa della produzione scientifica incentrata sul Museo di Alessandria, con nuovi impulsi alla biologia, alla matematica e all’astronomia tolemaica. “Il terzo dei fenomeni […] è la straordinaria ripresa della produzione scientifica incentrata sul Museo di Alessandria […] la biologia da una parte, dall’altra - con Tolomeo - la matematica e l’astronomia ricevono nuovi, potenti impulsi” - (fr:9).
Tutti questi aspetti si riflettono nella Pergamo di Galeno, uno dei centri economicamente e culturalmente più vivi del Mediterraneo orientale. “La città era uno dei centri economicamente e culturalmente più vivi del Mediterraneo orientale” - (fr:11). Essa è sede delle cattedre canoniche di filosofia platonica, aristotelica, stoica ed epicurea, e punto di raccolta degli intellettuali della «seconda sofistica». Possiede inoltre una fiorente scuola di medicina con dogmatici, empirici, pneumatici e grandi anatomi come Satiro. “Sede delle cattedre canoniche di filosofia […] Pergamo possedeva al tempo stesso una fiorente scuola di medicina, in cui insegnavano dogmatici, empirici e pneumatici, ma soprattutto grandi anatomi come Satiro” - (fr:12). La città è dominata dall’Asklepieion, un grande insieme religioso, sociale e culturale a cui Galeno e la sua famiglia sono strettamente legati. “Dall’altro lato, Pergamo era dominata dall’Asklepieion […] Al culto di Asclepio, alla biblioteca del tempio […] Galeno e la sua famiglia erano strettamente legati” - (fr:13-14).
La figura del padre Nikon è esemplare e decisiva. Architetto, proprietario terriero e perfetto folités della società imperiale, vive delle sue rendite e non della professione, configurandosi come un dilettante di alto rango. “Proprietario terriero, egli vive, come si conviene a un gentiluomo urbano, a un perfetto folités della società imperiale, delle sue rendite e non — a differenza dei vecchi technitai la cui decadenza sociale è irreversibile — della sua professione” - (fr:17). Nikon aveva collaborato come architetto alla riedificazione del tempio e la decisione di avviare il figlio agli studi medici gli era stata dettata da Asclepio in sogno, episodio perfettamente in linea con un’epoca di sognatori e oniromanti. “Nikon, il padre, aveva collaborato come architetto ai lavori di riedificazione del tempio; la stessa decisione di avviare il figlio agli studi medici gli era stata dettata da Asclepio comparsogli in sogno” - (fr:15). Dispone di una larga paideia umanistica e di un vivo interesse per le scuole filosofiche, e impartisce al figlio un’educazione che segue vie maestre: la frequentazione delle scuole filosofiche, l’approfondimento della medicina e il legame con il tempio, dove il giovane Galeno entrerà nel collegio dei medici traendo vantaggio dall’osservazione delle ferite dei gladiatori. “L’educazione che Nikon impartisce al figlio segue queste vie maestre: la frequentazione delle scuole filosofiche […] l’approfondimento del sapere specifico della disciplina, la medicina […] infine, il legame con il tempio” - (fr:26).
L’insoddisfazione per lo spettacolo offerto dai filosofi settari è profonda: diatribe interminabili, dissensi sterili, povertà conoscitiva. “L’insoddisfazione del giovane Galeno per lo spettacolo che offrivano di sé i filosofi « settari » è profonda: le diatribe interminabili e inconcludenti, i dissensi fra scuole e all’interno delle scuole, la sterilità conoscitiva” - (fr:27). La ragione di questa chiusura dogmatica sta nell’istituzionalità cattedratica, che costringeva i filosofi ad esibire ortodossia settaria e a combattere per il consenso degli studenti da cui dipendeva la munificenza imperiale. “Costretti da un lato ad esibire la propria ortodossia settaria, per vedersi riconosciuto il diritto a professare […] dall’altro a stabilire con una polemica astiosa la superiorità della propria sètte sulle altre, per la conquista di quegli studenti dal cui consenso dipendeva in buona parte la munificenza dell’amministrazione imperiale” - (fr:30 e 38). Ai maestri di Pergamo, Galeno oppone la certezza delle matematiche, una tradizione di famiglia trasmessagli dal padre, che resterà un tema costante nella sua retorica della scienza. “Ai suoi maestri di Pergamo, Galeno oppone infatti la certezza incontrovertibile delle matematiche, pure e applicate — una tradizione nella sua famiglia di architetti, trasmessagli « fin dall’inizio dal padre »” - (fr:40).
A Smirne Galeno è allievo del grande anatomo alessandrino Pelope e frequenta le lezioni del neoplatonico Albino, interessato al suo ritorno ai classici e al suo sforzo di produrre una nuova sintesi filosofica organicamente compaginata. “Qui egli è, da un lato, l’allievo del grande anatomo alessandrino Pelope […] dall’altro, frequenta le lezioni del neoplatonico Albino, in cui lo interessa probabilmente il ritorno […] ai grandi testi dei classici” - (fr:43). Smirne è tuttavia solo un punto di passaggio: il primo approdo stabile è Alessandria, sede privilegiata per una formazione scientifica di prim’ordine. “Smirne — cioè Pelope e Albino — sono tuttavia solo un punto di passaggio per il giovane scienziato; il suo primo approdo stabile non può essere se non Alessandria” - (fr:45).
Ad Alessandria Galeno apprende la maggior parte del suo sapere anatomico e fisiologico, entra in contatto con la pratica del commento ippocratico e probabilmente con i tecnologi e con Tolomeo. “Ad Alessandria, Galeno apprende la maggior parte del suo sapere anatomico e fisiologico […] viene in contatto con la pratica del commento ad Ippocrate […] conosce probabilmente i tecnologi alessandrini” - (fr:48-50). Tuttavia dimostra insofferenza verso la chiusura dogmatica e lo specialismo angusto dei circoli alessandrini, troppo poco medici e troppo poco filosofi. “Ciò che colpisce Galeno è la chiusura dogmatica dei circoli alessandrini, dove il sapere si trasmette secondo linee maestro-discepoli gelosamente custodite, senza alcuna preoccupazione di una proiezione sociale” - (fr:56). Alessandria è una tappa obbligata, ma il suo progetto può realizzarsi solo a Roma.
Nella capitale imperiale Galeno trova una società ricca, cosmopolita e ipocondriaca. “Nella capitale imperiale, Galeno trova una società ricca, cosmopolita, culturalmente inquieta — e, come scrive Bowersock, ipocondriaca” - (fr:60). La radice di questa inquietudine sta nella sfaldatura fra la classe aristocratica egemone e l’apparato burocratico-militare dello Stato, che la opprime mentre ne protegge il privilegio. “Essa affonda nella stessa struttura del potere […] consiste nella sfaldatura fra la classe socialmente e culturalmente egemone, la grande aristocrazia romana e provinciale, e l’apparato burocratico-militare dello Stato, che essa non controlla più, che la opprime nel momento stesso in cui ne protegge l’egemonia e il privilegio” - (fr:62 e 77).
Il sapere medico interessa l’aristocrazia romana non solo per le capacità terapeutiche, ma anche perché è in grado di mostrare l’esistenza di un ordine certo nelle opere della natura. “Interessa anche il sapere sul corpo e sulla vita di cui egli è depositario […] è in grado di mostrare l’esistenza di un ordine certo nelle opere della natura, anche in quelle più segrete” - (fr:84 e 87). Questo sapere ha un ruolo importante nel grande progetto ideologico dell’età di Marco Aurelio, che mira a riconciliare lo stato imperiale e l’aristocrazia nel segno di una comune humanitas, comprovando la convinzione stoica di un ordine provvidenziale del mondo contro le controculture irrazionalistiche. “Lo scopo di questo progetto è di cancellare o di ridurre la sfaldatura di cui si è detto; di riconciliare lo stato imperiale, l’aristocrazia delle città, i nuovi ceti urbani di professionisti e funzionari nel segno di una comune condizione umana” - (fr:94).
Il progetto personale di Galeno e il suo successo dipendono dalla sua capacità di interpretare questi bisogni sociali emergenti. La sua attività romana segue le fasi di una rapida promozione sociale, dalla pratica terapeutica all’attività di conferenziere, fino a diventare soprattutto scrittore e teorico. “L’attività romana di Galeno segue le fasi di questa sua promozione: la pratica terapeutica — necessario passaggio iniziale — cede progressivamente il posto all’attività di conferenziere […] da ultimo, Galeno rinuncia sia alla clinica […] sia al pubblico dibattito, per essere soprattutto scrittore, teorico massimo di una scienza” - (fr:102). Anche come scrittore non accetta mai l’isolamento specialistico: le sue opere sono rivolte a un pubblico che comprende professionisti e filosofi, ma anche l’aristocrazia romana, gli alti funzionari e la corte. L’uso del greco anziché del latino indica la scelta di assumere come destinatario il folits della società imperiale, la classe egemone dello stato universale, non una clientela limitata a Roma. “Lo stesso uso del greco invece che del latino è indice della scelta di Galeno di assumere come destinatario del proprio discorso il folits della società imperiale modellata da Adriano e Marco Aurelio” - (fr:104).
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2 La rifondazione galenica della medicina come sapere egemone
Il pensiero di Galeno si sviluppa con una coerenza tematica che attraversa l’intera sua opera, pur senza assumere una forma rigidamente sistematica. Esso «muove, dunque, da una riqualificazione della figura del medico, che comporta il suo riscatto dalla degradazione a puro technités e dall’isolamento specialistico, e punta invece a liberare le potenzialità complessive del suo sapere» (fr:106). Si tratta di un progetto di ampio respiro culturale, volto a restituire alla medicina una centralità che le spetta per la sua capacità di offrire «indicazioni rigorose e certe sull’ordine provvidenziale del mondo, sul piano che regge la natura, sullo stesso destino dell’uomo» (fr:113).
Secondo Galeno, il potenziale universale della medicina, già evidente in Ippocrate, è stato progressivamente eroso da tre fratture: la separazione fra teoria biologica e pratica terapeutica, le divisioni settarie interne alla disciplina e il distacco dalla filosofia. La prima scissione si manifesta nell’abbandono dell’anatomia e dell’anatomo-fisiologia da parte del medico, che «tende ad ignorare sempre di più la teoria anatomica — e talvolta, come vedremo, ne fa un vanto e un principio di metodo» (fr:120), riducendosi a semplice mestierante. Sul piano epistemologico, ciò ha comportato la perdita del livello delle cause, del diotí, appiattendo la medicina su una «mera empeiria di una terapia sintomatica incapace di dar conto di se stessa» (fr:121). L’origine di questa frattura è individuata nell’enciclopedia aristotelica delle scienze, che riserva la teoria biologica al filosofo-physiologos e abbandona la pratica terapeutica alla manualità del technités, determinando così una condizione addirittura pre-ippocratica del medico.
Il conflitto tra le sette mediche è per Galeno sintomo di una patologia della techné. L’inconcludenza delle diatribe settarie «è l’indice dell’assenza di un criterio di razionalità cogente che consenta di dirimerle» (fr:143), e produce sclerosi nella ricerca e nell’insegnamento: «Ognuno, chiunque sia il primo maestro che incontra, diventa tale e quale lui, senza aspettare di imparar qualcosa anche da un altro» (fr:144). Galeno rifiuta di identificarsi con una setta particolare e si presenta piuttosto come erede della grande tradizione ippocratica. Contro la scuola empirica, che esclude l’indagine anatomo-fisiologica in nome di un’esperienza clinica ritenuta «coerente, autosufficiente e ‘tecnica’» (fr:148), egli riconosce tuttavia una parziale legittimità: gli empirici si collocano nella polarità dell’empeiria e sono quindi recuperabili a un’alleanza con i dogmatici.
Il vero nemico irrecuperabile è la scuola metodica. I metodici, poggiando su fisica epicurea e metodo scettico, rifiutano sia la paziente indagine empirica sia il logos causale. Alla complessità anatomo-fisiologica oppongono una rozza fisica biologica incentrata su eccessi di condensazione e rarefazione, e una terapia ridotta a farmaci rilassanti o astringenti. Per essi, «questo è l’unico logos che conti davvero, perché direttamente additato dai ‘fenomeni’» (fr:165); il resto è speculazione filosofica in senso deteriore. La medicina metodica si vanta di poter essere insegnata in sei mesi e promette successi terapeutici con minimo dispendio di tempo e denaro, collocandosi così, agli occhi di Galeno, «al di fuori della tradizione stessa della medicina, della sua dignità professionale e ‘tecnica’» (fr:168), e avvicinando il medico alla figura del ciarlatano. Il suo successo sociale risponde a esigenze di efficienza lavorativa, ma è del tutto estraneo al bisogno di assistenza attenta e prolungata proprio del paziente aristocratico, tramite necessario per la promozione sociale e l’egemonia culturale del medico galenico.
Per contrastare questa deriva, Galeno mobilita la tradizione ippocratica come fondamento unitario. Il suo ricorso a Ippocrate non è mero classicismo o ripresa della pratica alessandrina del commento ai testi, ma un’operazione di «politica culturale» (fr:192) che seleziona e forza i testi del Corpus: privilegia lo schema umorale quaternario e la medicina meteorologica, ignorando l’empirismo di Antica medicina, e attribuisce a quei testi conoscenze sul sistema nervoso e sulla distinzione vene-arterie che vi erano assenti. L’ippocratismo diventa così lo strumento per negare l’appartenenza a una setta e per «installarsi nel cuore stesso della techné» (fr:188), proclamando la necessità di un risanamento anti-settario. Al tempo stesso, questa tradizione viene presentata come compatibile con il razionalismo idealistico e teleologico, perché caratterizzata «fin dal principio da una prevalenza del logos sulla empeiria, del fine sulle altre cause» (fr:178). Tale costruzione permette a Galeno di rovesciare il rapporto gerarchico tra medicina e filosofia, arrivando a delineare l’immagine di un «Platone seguace di Ippocrate» (fr:177).
La filosofia ellenistica, ormai sclerotizzata e ridotta a techné fra le altre, ha perso il diritto di pronunciarsi sulla physis e sull’uomo. Se matematica e astronomia hanno legittimamente assunto il discorso cosmologico, «lo studio della physis vivente, e in particolare l’antropologia, spettano ora alla biologia — anzi, ad una medicina che sia in grado di riappropriarsi dei suoi fondamenti anatomici e fisiologici» (fr:205). La filosofia viene così confinata da Galeno in un’etica pedagogico-retorica, mentre il nuovo medico può finalmente esibire un sapere più garantito e capace di fondare una nuova antropologia, una nuova etica e una rinnovata cultura razionale di fronte alla disgregazione irrazionalistica.
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3 La medicina galenica come architettura del sapere e del potere nell’Impero
Il progetto culturale di Galeno si innesta su un mutamento radicale nella gerarchia dei saperi: la medicina, forte dell’acquisito controllo sull’antropologia scientifica, aspira a soppiantare tanto la filosofia quanto la politica nel governo della vita umana. Già nell’Ottimo medico si delinea “la stretta relazione esistente fra dieta, salute e comportamento morale” – (fr:216) e, insistendo su questo nesso, Galeno assegna al medico un ruolo causale sulla sfera etica, facendone “garante della salute morale dell’umanità” e “giudice di chi è recuperabile alla società e di chi invece ne deve essere irrimediabilmente escluso” – (fr:218). In un mondo ormai svuotato della figura del politico-filosofo platonico, dove “il potere ha assunto dimensioni universali” e il cittadino si è dissolto in un’umanità cosmopolitica – (fr:219), dove il comando è “passato sotto il controllo anonimo dell’apparato burocratico di Stato” – (fr:220) e la politica “non ha più spazio” – (fr:221), è la medicina a ereditare il ruolo di scienza architettonica, curando insieme corpo e anima e garantendo la virtù “non del cittadino ma dell’uomo in generale” – (fr:222).
Su questa base Galeno promuove il medico a figura di grande intellettuale, il logiatros, che raccoglie l’eredità culturale di figure come Posidonio e si installa “soprattutto al livello del logos” – (fr:231), inteso come ordine provvidenziale, ragione scientifica e discorso. L’espressione più concreta di questo medico del logos è la scrittura: “il discorso scritto, il libro” – (fr:232) diviene il canale primario di diffusione del messaggio medico, in una battaglia culturale che si combatte “nella sala di conferenze e poi nelle biblioteche” – (fr:233). Galeno è il primo autore antico a redigere una propria autobibliografia, in cui “la vita dell’autore, e le grandi vicende dei suoi contemporanei, appaiono accidenti di sfondo” – (fr:235) valutati solo in base all’aiuto o all’intralcio che recano alla composizione dei libri. Emblematico l’episodio della peste, “una fortunata circostanza” – (fr:237) perché consente al medico di abbandonare l’esercito e terminare il De usu. La scrittura è iscritta in una teleologia naturale che assegna alla mano, oltre alla presa sul mondo, il compito di scrivere, permettendo di “avere rapporti con Platone, Aristotele, Ippocrate e gli altri antichi” – (fr:239).
Due aspetti conseguono a questa nuova figura di intellettuale. Il primo è l’ideologia del medicus gratiosus [medico che agisce per favore] – (fr:241), che non vende la propria scienza come un bottegaio ma cura per pura filantropia, servo degli uomini per amore proprio come l’imperatore serve i sudditi – (fr:244). Deprofessionalizzato ed economicamente autosufficiente, il logiatros può scegliere i pazienti tra gli ottimati e accettare doni cospicui, condannando invece come innaturale avidità la necessità di percepire compensi, tipica del medico metodico – (fr:262-263). Il secondo aspetto è l’interesse per il linguaggio: Galeno persegue un linguaggio scientifico a univocità rigorosa, indispensabile a una medicina unificata – (fr:265), ma al contempo rifiuta il gergo specialistico degli alessandrini per un discorso “universalmente comprensibile” all’uditorio dei colti – (fr:267). Di qui l’enorme lavoro di commento filologico ai testi classici e la scelta di un vocabolario scientifico-divulgativo che restaura un greco unificato, capace di far circolare il nuovo sapere “senza alcuna gergalità” – (fr:280).
A questo nuovo medico Galeno offre non un sistema compatto ma un’enciclopedia del sapere medico-biologico, composta materiali di tradizioni diverse. Vi confluiscono l’anatomia alessandrina di Erofilo ed Erasistrato, impiegata però in un quadro fisiologico diverso – (fr:285); la zoologia e la fisiologia aristoteliche, riscritte per adeguarle a una teleologia più rigida – (fr:286); la patologia umorale ippocratica, da cui, con l’aiuto della fisica aristotelica, Galeno deriva la sequenza elementi-qualità-umori-temperamenti che diviene cardine della medicina galenica – (fr:287-288); lo schema del de generatione animalium sviluppato da Posidonio e dalla medicina pneumatica, con la triade calore innato-cozione-pneuma – (fr:289); infine, come polo di orientamento, il Timeo platonico letto in chiave medio-platonica, su cui vengono ribaltati come impliciti tutti i posteriori acquisti anatomici e fisiologici – (fr:291).
La scelta del platonismo contro lo stoicismo e in parte contro l’aristotelismo risponde a una pluralità di ragioni. Il platonismo del II secolo offre uno sforzo di sintesi sistematica tra Platone e Aristotele in un razionalismo dai caratteri teologici – (fr:294), mentre lo stoicismo appare chiuso in un dogmatismo arcaico indifferente agli sviluppi scientifici – (fr:295). Soprattutto, il rigido cardiocentrismo e l’ottimismo razionalistico stoici risultano insostenibili sul piano antropologico: Galeno preferisce la “più duttile e articolata antropologia platonica” – (fr:296). Recuperando la critica di Posidonio a Crisippo, Galeno reintroduce nell’anima le passioni radicate nella corporeità e accetta l’esistenza di un principio di malvagità innato, un “disordine provvisorio” da controllare ma non rimuovere – (fr:311). Questo gli consente di rifondare un razionalismo che non nega il negativo, ma lo rende governabile, condizione stessa di una scienza che tiene insieme “la ragione e la materia, l’anima e il corpo, dio e il mondo” – (fr:306) e che perciò può legittimamente esistere e meritare di essere costituita.
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4 La rifondazione galenica della scienza: teleologia, metodo e ordine provvidenziale
Il testo analizza il nucleo teorico del pensiero di Galeno, focalizzandosi sul suo tentativo di fondare una scienza medica e biologica capace di superare le aporie dello stoicismo e dell’irrazionalismo, per approdare a una comprensione razionale dell’ordine divino inscritto nella natura. L’argomentazione muove dal riconoscimento del male e della negatività materiale, la cui esistenza sarebbe assurdo negare “in nome di un razionalismo ottimistico contraddetto dalla quotidiana esperienza sociale” (fr:314). Altrettanto assurda, però, è la conseguenza di “una fuga mistica dell’anima dal corpo, di un bivio metafisico fra spirito e materia” (fr:315). Galeno evita entrambi gli estremi grazie a uno spostamento di livello del razionalismo stoico, operato attraverso Posidonio: l’ordine buono, assente sul piano individuale, “vige tuttavia nella totalità del mondo, che è pur sempre organizzato dalla provvidenza divina” (fr:318). L’uomo non può rifiutare questo mondo per cercare rifugio presso una divinità che si identifica con la Natura ordinata e ordinatrice (cfr. fr:319). La divinità agisce condizionata dalla materia increata – è questo l’insegnamento del Timeo a cui Galeno aderisce fermamente –, plasmando un mondo che è “forse il miglior mondo possibile” e, comunque, “l’unico mondo possibile” (fr:320, 321). Ne consegue che non esiste alcuna via – né divina, né umana, né mistica – per cambiarlo, e all’anima individuale è preclusa ogni evasione salvifica, poiché la scienza mostra il suo legame indissolubile con il corpo e ne mette in dubbio l’immortalità (fr:322).
La via maestra per uscire dalle secche dell’ottimismo stoico e dell’evasione irrazionalistica è allora la rifondazione di una scienza della natura “alla maniera classica”: capace di leggere l’ordine del mondo grazie alla teoria, e di controllare il disordine grazie alla tecnica medica (fr:330). Questa scienza getta un ponte tra fisiologia e antropologia, tra legalità naturale ed etica individuale, e si organizza secondo un metodo aristotelico di integrazione fra logos ed empeiria, modellato sul presupposto che l’esperienza è abbastanza omogenea al logos da poterne venire compresa (fr:332). Il modello generale di razionalità è invece quello platonico della geometria, invocata non per matematizzare il discorso biologico – operazione impensabile in un orizzonte qualitativo di elementi, dynameis e temperamenti – ma come “esempio della cogenza dimostrativa, della potenza conoscitiva, dell’universalità inquestionabile” che il nuovo sapere deve raggiungere (fr:334-336). La geometria diventa così paradigma di un’alta retorica scientifica, non la chiave per accedere a una struttura quantitativa della realtà, che sconta ormai l’epistemologia aristotelica con il suo rifiuto della riducibilità delle regioni categoriali dell’essere e con l’autonomia della fisica fondata sulla qualità (fr:344).
Il problema dell’enciclopedia galenica non è rintracciare un piano formale occulto dietro i fenomeni, ma “riprodurre, ripetere, nelle sue articolazioni, il logos che organizza la physis” (fr:346). La natura, infatti, non è più soltanto il principio interno di organizzazione degli organismi come nella biologia aristotelica, ma è “di molto anteriore ai corpi e più importante di essi”, un demiourgos che “forma ogni cosa generando con arte” (fr:350-351). Questa natura demiurgica è la divinità ordinatrice stessa colta nella sua non-trascendenza, presente in ogni fenomeno vitale. Di fronte a tale natura, la funzione del medico si sdoppia. Come teorico, egli riproduce nel discorso umano il logos divino: la sua scrittura è un “inno agli dèi”, una “preghiera” apofantica inscritta nello spazio della verità, l’unica forma di preghiera accettabile dalla tradizione razionalistica classica dopo Parmenide (fr:353-357). Questa preghiera è al contempo scienza, filosofia e teologia razionale, e si distingue dai misteri perché il suo logos, come quello della natura, è sempre articolato e dimostrativo, mai rivelato o intuitivo (fr:358-360). Come tecnico, il medico è a sua volta un demiourgos, l’analogo umano dell’artefice divino, ma la sua tecnica non si sostituisce alla natura: “L’artefice di tutto è la natura; il medico è l’aiutante” (fr:374). Egli interviene a rimuovere le cause non naturali delle patologie e a correggere le smagliature occasionali del piano naturale, agendo come imitatore della natura stessa perché ne conosce a fondo i processi e la logicità intrinseca (fr:375).
Da questo atteggiamento deriva uno spostamento radicale nell’idea galenica di teleologia rispetto a quella aristotelica. Se agli stoici Galeno rimproverava l’eccessiva rigidità del loro ottimismo, ad Aristotele contesta una certa rilassatezza, la propensione ad ammettere infrazioni inevitabili all’ordine di physis (fr:377). In Aristotele la teleologia è un assioma epistemologico che fonda la possibilità stessa di una scienza della natura, ma la sua efficacia non è coestesa a tutti i fenomeni: permane uno strato di causalità necessitata della materia, una ananke che spiega, ad esempio, la crescita dei peli o la nascita delle femmine (fr:388-390). In Galeno, invece, la teleologia acquista un fondamento direttamente teologico: essa esprime una concezione della natura come principio attivo del piano provvidenziale che, pur limitato dalla materia fin dal principio, non consente trasgressioni nel corso dei suoi processi. Ammettere uno scacco della teleologia significherebbe imputare un’impensabile défaillance alla divinità stessa e, con essa, l’impossibilità per la medicina di ripetere il compiuto logos della natura (fr:394-395). Di qui l’attacco di Galeno all’aristotelismo naturalista di Erasistrato e Stratone, e il suo sforzo di riappropriarsi del «vero» Aristotele attraverso il De usu partium, un enorme commento al De partibus che ne riordina la teleologia, colmando quelle che ad Aristotele sembravano smagliature e che vengono ora presentate come semplici lacune d’informazione scientifica (fr:399-400).
A questo progetto si affianca, con ruolo decisivo, la dottrina delle dynameis, le facoltà naturali. Esse entrano in gioco per sanare un pericoloso iato che si apre fra il disegno provvidenziale e il livello della corporeità più vicina alla materia – quello delle «parti omogenee» e degli organi semplici come fegato e cuore. Qui non è possibile leggere un’attività intenzionale, eppure da questi stessi tessuti dipendono processi basilari quali nutrizione, accrescimento e riproduzione; si creerebbe così uno spazio per il meccanicismo di Erasistrato o per il materialismo dei metodici, né si può pensare che la natura debba intervenire miracolosamente in ogni singolo fenomeno (fr:409-410). Le facoltà naturali sono allora il codice inscritto una volta per tutte nei componenti elementari dell’organismo, grazie al quale essi riproducono “automaticamente” e regolarmente il logos della natura (fr:413). Galeno è consapevole che spiegare un fenomeno postulando una facoltà apposita non è soddisfacente sul piano epistemologico, ma proprio per questo alla dottrina viene assegnato uno statuto assiomatico: essa è l’unica assunzione necessaria per poter parlare seriamente di un finalismo generalizzato a tutti i livelli del vivente, e per scongiurare una resa alla metodologia empirica o al linguaggio meccanicistico (fr:414-415). Senza questo assioma, secondo Galeno, non si dà scienza razionale della natura intesa come capacità di ricostruire il piano divino di physis in tutte le sue articolazioni.
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5 L’antropologia galenica: tra ordine naturale e gerarchia sociale
L’elaborazione antropologica di Galeno ridefinisce il rapporto tra anima e corpo, fondando una teologia razionale immanentistica che fornisce alla scienza medica un ruolo centrale nel mantenimento dell’ordine imperiale e sociale, interpretandone la fase di consolidamento difensivo.
Il testo delinea l’originalità del sapere medico galenico, la cui capacità risiedeva nel contribuire alla costruzione di una teologia non trascendente ma immanente alla natura. Una teologia fondata su una teleologia che, grazie alla dottrina delle dynameis, era in grado di dar conto dei rapporti tra organo e funzione e degli automatismi corporei. Come viene affermato, la scienza di Galeno era “in grado di esibire questa sua valenza teologica, di presentarsi anzi come la forma migliore di teologia” - (fr:419). Questa concezione offriva un’arma polemica contro le posizioni gnostiche e neoplatoniche, poiché la materia non appariva più come deprivazione d’essere, bensì come “capace di obbedire disciplinatamente a un codice provvidenziale” - (fr:422), risultando quindi molto più disponibile a una creazione divina rispetto a quanto lo fosse nella tradizione platonica e aristotelica.
Il distacco di Galeno dallo stoicismo avviene sul terreno dell’antropologia, con un recupero della tripartizione platonica dell’anima di cui Posidonio aveva già reso esplicito il carattere semimateriale tramite il vettore corporeo del pneuma. Tuttavia, “Galeno va tuttavia ben oltre Posidonio, perseguendo risolutamente per questo aspetto la via di un ritorno al Timeo” - (fr:432). L’anima galenica è articolata e gerarchica, e la tripartizione platonica viene corretta sotto due aspetti: uno ideologico e uno anatomico. Sul piano ideologico, l’anima non rappresenta più una mediazione politica che assicuri il trionfo della ragione tramite il consenso, come nella pólis del IV secolo, ma piuttosto “una struttura gerarchica di dipendenze, che non si illude di assicurarsi il consenso pieno delle parti inferiori, ma mira ad ottenerne una rassegnata subordinazione” - (fr:438). Questa scelta riflette il mutato clima politico dell’epoca di Adriano e Marco Aurelio, dove la proclamata trasformazione dei ruoli di comando in ruoli di servizio e l’armonia raggiunta tra le istituzioni imperiali rendevano inadeguata la rappresentazione della monarchia assoluta ellenistica, richiedendo invece un modello più fluido ma pur sempre gerarchico.
La correzione anatomica riguarda i canali del comando, che non possono più essere affidati alla parola e alla retorica come nel Fedro platonico. È il pneuma psichico ad assumere questa funzione, “circolando nell’organismo attraverso il sistema nervoso” - (fr:445). Galeno recupera la tripartizione platonica innestandovi la materializzazione dell’anima, per la quale si rifà all’Aristotele naturalista, spingendosi però oltre. Per Aristotele l’anima era la somma integrata delle funzioni del vivente, mentre nell’antropologia galenica le parti dell’anima sono “veri e propri princìpi differenziati e a volte persino ostili, connessi solo da una cooperazione necessaria alla vita” - (fr:474). Questa materializzazione porta a una conseguenza radicale: l’anima razionale, irascibile e nutritiva non sono indipendenti, ma dipendono dalla krasis materiale, dal temperamento buono o cattivo degli elementi che compongono i loro organi corporei, cervello, cuore e fegato, ovvero dal loro stato anatomo-patologico.
Tale materializzazione rafforza la gerarchia antropologica su basi naturalistiche: il primato dell’anima razionale non è più un dover essere etico-politico, ma coincide direttamente con il buon assetto del corpo e la sua salute. “Giustizia e salute sono dunque termini interscambiabili” - (fr:483). La causa del male non risiede in una “materia cattiva”, ma in una krasis inadeguata degli elementi, in un errore della natura stessa. Questa prospettiva dilata enormemente il ruolo sociale del medico, il quale, attraverso la dieta e la terapia, può agire direttamente sulle condizioni dell’anima, curando gli organi e mantenendo le necessarie gerarchie interne. L’«igiene mentale» promossa dal medico galenico, che è immediatamente anche un’igiene sociale, rimpiazza così la stanca educazione retorica della tradizione platonico-stoica, inaugurando “un sistema di controllo sostanzialmente privo di illusioni ‘umanistiche’ e moraleggianti” - (fr:493). Il medico può mantenere la salute di chi è naturalmente ben temperato, ma non può trasformare i “cattivi” in “buoni”, poiché non può alterare il piano ordinatore della natura. Anzi, la società e il medico devono prendere atto dell’esistenza di questo dislivello radicale tra gli uomini, proteggendo i “buoni” e reprimendo i “malvagi”, proprio come “si sopprime lo scorpione che pure non è colpevole del veleno che reca in sé” - (fr:495).
Si coglie in questa impostazione il senso di essere giunti a uno stadio terminale, di un ordine da difendere e consolidare oltre il quale non si può procedere, un senso che si avverte in tutto il sapere di Galeno. La sua antropologia è sì platonica e materialistica, gerarchica e difensiva, ma è anche consapevole della precarietà dell’edificio che descrive. Galeno avverte con lungimiranza l’imminenza di un pericolo per il suo sapere medico-biologico, un pericolo costituito dal dilagare di metafisica e irrazionalismo che il dominio neoplatonico nei secoli successivi avrebbe reso fatale per la medicina galenica. Questo dominio “privando di qualsiasi dignità ontologica quel mondo della natura sulla cui legalità essa fondava le sue garanzie epistemologiche” - (fr:518), segnerà la fine di un’epoca, simboleggiato dal fatto che sarà la figura del filosofo Plotino, e non più quella del medico, a primeggiare nella corte imperiale.
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6 Profilo biografico e apparato critico di un’edizione galenica
Il testo delinea un breve profilo biografico di Galeno e presenta l’architettura critica e bibliografica di un’opera che ne raccoglie gli scritti.
Il frammento si apre con una scansione essenziale delle ultime fasi della vita di Galeno, restituendo un’immagine dello scienziato in piena attività nonostante l’età. Viene menzionato un “periodo di intensa attività scientifica” (fr:554), durante il quale “si reca a Pergamo per recuperare la sua biblioteca” (fr:555), per poi fare “ritorno a Roma” (fr:556). La sua morte è collocata tra il 199 e il 200 d.C., all’età di settant’anni, con una significativa ambiguità sul luogo del decesso: “non sappiamo se a Roma o a Pergamo” (fr:557).
Segue la sezione intitolata “NOTA BIBLIOGRAFICA” (fr:558), che si articola in due parti. La prima, dedicata alle opere, specifica che “le edizioni, traduzioni e i commenti alle opere di Galeno tradotte in questo volume si trovano indicati in calce alle introduzioni premesse alle singole opere” (fr:560). La seconda e più corposa parte elenca gli “altri testi utilizzati nel commento” (fr:561), costituendo un repertorio sterminato di fonti che spazia dai Presocratici (fr:562) al Corpus Hippocraticum (fr:563) e a Platone (fr:566), fino agli studi moderni di lingua tedesca, inglese, francese e spagnola. Questa rassegna documenta il dialogo critico internazionale su Galeno, includendo lavori filologici, storici e filosofici che indagano il suo rapporto con Aristotele, la sua psicologia e il suo sistema fisiologico.
Il testo si conclude con l’avvertenza relativa a “la presente edizione” (fr:658). Viene chiarito che si tratta della “prima ampia scelta di opere di Galeno in traduzione italiana, corredata da un commento storico-critico” (fr:659), frutto di una collaborazione tra Ivan Garofalo e Mario Vegetti. Questa sinergia ha riguardato l’intera elaborazione del libro “nella forma della discussione e del confronto di idee” (fr:661), ma con una netta ripartizione delle incombenze: a Vegetti sono spettate “l’impostazione complessiva dell’opera e la stesura dell’introduzione generale”, mentre a Garofalo “la traduzione, l’introduzione e il commento di tutti i testi presentati” (fr:662). Si sottolinea con precisione la responsabilità esclusiva di ciascuno “per i rispettivi settori” (fr:663), a testimonianza di un’organizzazione scientifica rigorosa dietro l’impresa editoriale.
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7 Organizzazione del volume e autenticità dell’opera galenica
Una nota bibliografica che esplicita i criteri di selezione, le lacune e i problemi affrontati nell’allestire un’antologia galenica, seguita dall’introduzione all’autobiografia intellettuale I miei libri.
La presente nota bibliografica espone le scelte e le difficoltà incontrate nella realizzazione di una raccolta antologica degli scritti di Galeno. Di fronte alla mole sterminata della sua produzione, si è reso necessario un criterio rigorosamente selettivo: “Si trattava, in altri termini, di decidere quale aspetto del pensiero galenico fosse da privilegiare” - (fr:665). La direzione intrapresa, giudicata obbligata, riflette tanto le valutazioni che Galeno stesso diede della propria opera quanto la conferma offerta dallo sviluppo scientifico successivo, ponendo al centro “i grandi trattati anatomo-fisiologici, che erano destinati a condizionare per molti secoli il pensiero biologico” - (fr:667). Da qui la scelta di tradurre per intero Le facoltà naturali, quasi per intero L’utilità delle parti e di offrire un’ampia scelta dei Procedimenti anatomici (cfr. fr:668).
Accanto a queste opere maggiori, viene presentata una selezione di scritti minori di notevole importanza per comprendere la ricchezza dei motivi filosofici, metodologici e ideologici galenici. Tra questi spicca lo scritto autobibliografico I miei libri e piccoli trattati come Il miglior medico è anche filosofo e Le scuole di medicina, nei quali Galeno “opera alla ricostruzione, anche polemica, di una dignità etica e scientifica della professione medica, minacciata, a suo avviso, dall’impreparazione culturale dei medici e dall’emergere di tendenze irrazionalistiche” - (fr:670). A completare il quadro filosofico vi sono il Manuale di logica e Le facoltà dell’anima, saggio di psicologia ed etica «materialistiche» che segna un distacco dalla tradizione platonica (cfr. fr:671). Il versante clinico è documentato dall’Ars medica, l’opera forse di maggior successo dell’intero corpus (cfr. fr:672).
La selezione comporta tuttavia due lacune dichiarate. La prima, sul fronte medico-clinico, riguarda l’assenza del grande trattato De methodo medendi, “senz’altro un capolavoro di dottrina medica” - (fr:674). La seconda, di carattere filosofico, è l’omissione del De placitis Hippocratis et Platonis, opera di straordinario interesse anche per la ricostruzione storica del pensiero antico (cfr. fr:675). La traduzione di queste due opere avrebbe praticamente raddoppiato la mole del volume, risultando “fuori delle possibilità nostre e dei programmi dell’Editore” - (fr:676). Nonostante ciò, si confida di offrire “un primo, utile approccio al pensiero di Galeno” - (fr:677).
Sul piano del commento, le difficoltà sono peculiari. A differenza di un commento ad Aristotele, dove il problema è “di tener conto di ciò che è accaduto a valle del testo” - (fr:680), per Galeno la sfida è a monte: “esso consiste nel seguire le file delle molteplici tradizioni culturali che nelle sue opere si intrecciano e si compongono, dalla filosofia platonica, aristotelica e stoica al pensiero medico ippocratico, alessandrino e romano” - (fr:681). A ciò si aggiunge la sterminata estensione degli scritti e la scarsità di studi specifici, che rende “la bibliografia galenica una delle più scarne — in rapporto all’importanza del tema — che gli studi sul pensiero antico possano registrare” - (fr:682). Pur essendo disperato in partenza l’intento di un commento esaustivo (cfr. fr:684), si è cercato di agevolare la lettura con note esplicative, introduzioni critiche a ogni opera e un’introduzione generale storico-teorica (cfr. fr:685).
La traduzione ha incontrato due ordini di difficoltà: l’assenza di buone edizioni critiche per alcune opere, costringendo a basarsi sul testo spesso imperfetto del Kühn, e la scarsità di traduzioni autorevoli in lingue moderne (cfr. fr:686). Si è ovviato con cauti interventi testuali, costanza nell’uso dei termini chiave e segnalazione in nota dei passi di difficile interpretazione (cfr. fr:687). Il linguaggio medico galenico si presta più di quello ippocratico a essere reso con la terminologia moderna, “proprio perché esso sta alla base di una tradizione terminologica ancor oggi largamente in uso” - (fr:688). Nei casi dubbi, si è preferito il calco o la traslitterazione, come per i nomi di medici greci privi di italianizzazione consolidata (cfr. fr:689-690).
La sezione dedicata a I miei libri (De libris propriis) chiarisce le circostanze della sua composizione. Galeno scrive per combattere le frequenti falsificazioni e per distinguere due tipi di scritture pubbliche: quelle destinate espressamente alla pubblicazione e quelle nate da appunti presi a lezione e divulgati arbitrariamente (cfr. fr:695-696). La preoccupazione prevalente riguardava lo stile, poiché le opere destinate alla pubblicazione erano stilisticamente curate e rivolte a un pubblico colto (cfr. fr:697-699). Un episodio emblematico ambientato nelle librerie del quartiere Sandaliario di Roma lo dimostra: un letterato, lette le prime righe di un volume con l’intestazione «Galeno il medico», esclama “«Questo non è lo stile di Galeno: questo libro ha un’intestazione falsa»” - (fr:753). L’aneddoto serve a stigmatizzare la superficialità culturale di chi “perseguono la medicina o la filosofia senza che siano neppure in grado di leggere bene” - (fr:754).
Galeno motiva così la genesi dei falsi e delle alterazioni: gli appunti, concessi senza titolo e solo come promemoria, alla morte dei primi destinatari vennero spacciati come propri o rimaneggiati da altri (cfr. fr:758-759). La loro natura occasionale spiega perché fossero stilisticamente diseguali e dottrinalmente incompleti (cfr. fr:762-763). Solo in seguito, quando gli esemplari discordanti gli furono portati per la correzione, Galeno decise di intitolarli «per i principianti» (cfr. fr:765). L’introduzione a I miei libri elenca poi le opere dettate o donate durante il primo soggiorno romano, tra cui Sulle ossa, Sulle pulsazioni e i libri anatomici per amici platonici, e ricorda come poté recuperarli tornando a Roma una seconda volta, mentre delle opere più compiute, come Sulla causa della respirazione e Sulla voce dedicate al console aristotelico Boeto, conservava già copia (cfr. fr:767, 770, 772).
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8 Contenuti dell’opera anatomica di Marino nell’epitome di Galeno
Un indice ragionato dei libri di Marino, perduti, come riassunti e organizzati da Galeno nei propri commentari, con riferimenti alla vascolarizzazione, alla teoria erasistratea e a singole strutture anatomiche.
Il testo presenta un elenco sistematico dei contenuti dei venti libri dell’opera anatomica di Marino, così come furono riassunti da Galeno nei quattro libri della sua epitome. L’incipit dichiara la perdita degli originali: “Opere non pervenuteci.” (fr:842). Viene poi evocato un preciso retroterra dottrinale, con il richiamo a “Le invisibili arterie e vene che si anastomizzano alle loro estremità secondo la teoria di Erasistrato accettata anche da Galeno.” (fr:843), a cui segue un rinvio al De usu partium (fr:845). L’intento è dunque storiografico e dossografico: fissare il debito verso la tradizione anatomica alessandrina e la continuità con il proprio pensiero.
Il primo libro dell’epitome galenica (fr:846) tratta dei “liquidi e fluidi” contenuti nei vasi e della nutrizione, collocandosi in una prospettiva funzionale. La rassegna prosegue con il quinto libro di Marino, dedicato alle parti della testa: “Nel quinto si tratta le parti della testa, e fra le altre, delle suture, delle sinfisi, di tutte le ossa della testa, dei fori fra la testa e la faccia, della mascella inferiore e dei suoi fori e se forma un’unica struttura, dei denti e dell’osso della trachea adiacente alla testa e delle parti contigue ad essa che si stendono all’altezza delle tonsille.” (fr:847). Il sesto libro scende allo scheletro del tronco e degli arti superiori e inferiori, elencando “l’osso sacro, dell’ischio, del fianco, dello sterno, delle scapole, degli acromi, delle clavicole, dell’avambraccio, del braccio, del radio e delle ossa del polso, delle dita, del femore e delle ossa cartilaginee ai due lati del ginocchio.” (fr:848).
Il secondo commentario galenico copre i libri dal settimo al decimo (fr:849). Il settimo (fr:850) dettaglia i rapporti tra cranio, meningi e nervi facciali, e passa in rassegna i muscoli masticatori (temporali e masseteri), quelli delle guance e labbra, i muscoli interni della mascella, le narici, la lingua con i suoi muscoli e i muscoli dell’occhio. L’ottavo (fr:851) prosegue con le strutture del cavo orale e del collo: “sulla bocca, le labbra, i denti, le gengive, l’ugula, la faringe, l’epiglottide, il velo pendulo, le tonsille, il naso, le narici, le orecchie, il collo e i suoi muscoli”. Il nono (fr:852) affronta i muscoli del diaframma e della schiena, la zona intercostale, l’epigastrio e torna sull’arto superiore. Il decimo (fr:853) è dedicato all’arto inferiore: gamba, cosce, articolazione del ginocchio. Una glossa testuale avverte di una “frase seclusa da Müller” (fr:854).
Il terzo libro dell’epitome (fr:855) accorpa i libri undicesimo, dodicesimo, tredicesimo, quattordicesimo e quindicesimo. Di particolare interesse è l’impostazione problematica del libro undicesimo (fr:856), dove Marino “espone la questione: «se del liquido muove dalla schiena al ‘polmone durante le inspirazioni e se nell’inghiottire dell’aria va nello stomaco»”, seguita dalla descrizione di esofago, trachea, polmone, cuore e di un’“escrescenza intorno al cuore”. Il dodicesimo (fr:857) tratta fegato, cistifellea, milza, intestini e mesenterio. Il tredicesimo (fr:858) elenca intestini, reni, uretere, vescica, uraco, canale urinario, membro virile e organi genitali maschili e femminili, utero, feti e “testicoli, che egli chiama gemelli”, più le adenoidi. I libri quattordicesimo e quindicesimo (fr:859-860) completano l’angioanatomia: vene sopra il fegato, vasi cardio-epatici, vene sottodiaframmatiche e l’intero sistema arterioso.
Il quarto e ultimo libro dell’epitome (fr:861) riunisce i libri dal sedicesimo al ventesimo. Il sedicesimo (fr:862) si apre con questioni neurologiche già dibattute: “se in esso vi è un movimento pulsativo e se inviamo il respiro verso di esso”, per poi trattare midollo spinale e meningi. L’insieme costituisce una preziosa testimonianza indiretta sull’estensione e l’ordinamento del sapere anatomico pre-galenico, restituendoci il piano di un’opera scomparsa attraverso la griglia selettiva del suo massimo erede.
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9 L’autobibliografia ragionata di Galeno
Galeno presenta qui un catalogo dei propri scritti, ordinato per ambiti disciplinari e corredato da precisazioni sullo stato delle opere e sulle circostanze della loro composizione. Il testo è un frammento del De libris propriis, nel quale l’autore ripercorre la sua produzione, chiarendo destinatari, metodo e vicende editoriali.
L’esposizione prende avvio dal settore terapeutico. Vi rientrano il Sul regime di Ippocrate nelle malattie acute, i Commentari a Ippocrate – “nei quali sono contenute moltissime osservazioni terapeutiche come anche diagnostiche e prognostiche” – (fr:888), i libri Sui ragionamenti terapeutici di Erasistrato (fr:887), nonché scritti dietetici e umorali:
“potrebbero considerare i tre libri Sulle facoltà nei cibi e quello Sul regime dimagrante, e il libro Sui buoni e i cattivi umori.” – (fr:886)
Segue la serie dei lavori dedicati alla prognosi e alle pulsazioni. Galeno enumera sedici libri sulla dottrina del polso: quattro Sulle varietà delle pulsazioni, quattro Sulla diagnosi, quattro Sulle cause delle pulsazioni, quattro Sulla prognosi attraverso le pulsazioni, più un libro introduttivo Sull’utilità delle pulsazioni per principianti (fr:890). Proprio in quest’ultimo non si tratta la pulsazione febbrile, scelta che alcuni criticarono; Galeno spiega:
“questo punto, che è al centro di una grossa questione, è troppo impegnativo per dei principianti.” – (fr:892)
Aggiunge che all’inizio del libro è esposta la duplice opinione sulla percettibilità della sistole arteriosa, e si invita il principiante a esercitarsi nell’ipotesi più semplice, quella della sistole impercettibile (fr:893). Nel grande trattato in sedici libri, invece, l’altra teoria sviluppata consente di reperire un segno febbrile (fr:894). Un compendio dei sedici libri e otto libri di spiegazione dell’opera di Archigene sulle pulsazioni completano la sezione (fr:899). Vi si aggiungono i tre libri Sulla dispnea (fr:900).
Una parte preponderante del testo è riservata ai commentari a Ippocrate, composti in due fasi distinte. I primi commenti, nati come esercizi privati, finirono in mani altrui:
“Non mi sarei aspettato che gli scritti dati agli amici sarebbero venuti in possesso di molte persone e fra questi i libri che illustrano le opere di Ippocrate.” – (fr:903)
L’autore precisa di averli redatti per addestramento personale, non in vista della pubblicazione (fr:904). Quando correggeva errori degli esegeti precedenti lo faceva solo se riteneva che l’errore potesse danneggiare i lettori nell’esercizio medico (fr:905, 909). Così presero forma i commenti agli Aforismi, al Sulle fratture, al Sulle articolazioni, al Prognostico, al Sulle ulcere, alle Ferite della testa e al primo libro delle Epidemie (fr:910). Più tardi, dopo aver ascoltato l’approvazione di una spiegazione errata, compose una seconda serie di commentari destinati consapevolmente alla pubblicazione (fr:911). L’elenco include il primo, secondo e sesto libro delle Epidemie, il Sugli umori, il Sul nutrimento, il Provretico, il Sulla natura dell’uomo, il Sull’ambulatorio, il Sui luoghi, arie, acque (che Galeno intitola Sulle zone abitate, le acque, le stagioni e le reggioni) (fr:912). Vengono indicati numero di libri di ciascun commento: sette per gli Aforismi, tre per le Fratture, quattro per le Articolazioni, tre per il Prognostico, tre più due per il Regime delle malattie acute (fr:913). Per le Epidemie il secondo libro ha sei volumi di commento, il sesto otto (fr:914); il Sugli umori ne ha tre, il Sul nutrimento quattro, il Sulla natura dell’uomo due (fr:919-920).
Galeno riporta anche la controversia sull’autenticità del Sulla natura dell’uomo e la sua replica in tre libri intitolati Ippocrate presenta chiaramente nel libro «Sulla natura dell’uomo» le stesse teorie che mostra negli altri scritti (fr:921). Oltre ai commenti, dedica a Ippocrate scritti polemici contro Licos e contro il metodico Giuliano, e un libretto dal titolo Il miglior medico è anche filosofo (fr:922-923).
Il catalogo prosegue con le divergenze dalle principali scuole mediche: sette libri contro Erasistrato, tra cui commenti alle opere sulle febbri e alla terapeutica (fr:926), tre sull’anatomia di Erasistrato, due sulla flebotomia (contro Erasistrato e contro gli erasistratei di Roma), uno sul contenuto di sangue nelle arterie, uno sull’utilità della respirazione, tre sulle facoltà naturali (fr:927). Contro Asclepiade sono registrati otto volumi Sulle teorie di Asclepiade e un piccolo libro Sull’essenza dell’anima secondo Asclepiade (fr:940). Verso la medicina empirica si collocano cinque libri di commento a Teoda, undici a Menodoto, due Schizzi empirici su Serapione, il Sull’esperienza medica, tre Sulle discrepanze degli empirici, più altri scritti polemici e compendi (fr:943). Contro i metodici sono annoverati sei libri Della scuola metodica e le confutazioni a Giuliano (fr:946).
La sezione successiva affronta i fondamenti logici della dimostrazione. Galeno racconta come, insoddisfatto delle dispute filosofiche, cercò un metodo sicuro per riconoscere le dimostrazioni valide. Dopo aver appreso dottrine logiche da Stoici e Peripatetici, le trovò inutili o discordanti; solo la geometria gli fornì un modello affidabile. Scrive:
“riscontravo infatti che le persone più dialettiche e i filosofi non solo dissentivano fra di loro ma anche con se stessi, ma tutti allo stesso modo approvavano le dimostrazioni geometriche” – (fr:957)
Da questo convincimento nacque il grande trattato Sulla dimostrazione in quindici libri (fr:962), perduto. Di esso e di altre opere logiche Galeno precisa quali andarono distrutte nell’incendio del Tempio della Pace, quali furono sottratte da schiavi e pubblicate senza autorizzazione (fr:963-964). Elenca commenti aristotelici, in particolare alle Categorie, agli Analitici primi e secondi (fr:965-967), e a Teofrasto. Aggiunge opere personali di logica: Sugli elementi essenziali per le dimostrazioni, Sulle proposizioni equivalenti, Sulle dimostrazioni causali, Sulla similitudine, Sui significati nella nostra lingua spontanea, Sulla migliore maniera di insegnare contro Favorino e molte altre (fr:981-986).
I libri di filosofia morale sono elencati in modo altrettanto fitto: spiccano il Sulla diagnosi delle passioni e degli errori propri di ciascuno (giunto fino a noi), i quattro Sui caratteri, il Sul fine della filosofia, il Sulla mancanza di dolore, e testi su temi come la calunnia (dove si parla anche della propria vita), l’onore, la consolazione, il pudore (fr:989). Seguono gli scritti riguardanti Platone (commenti al Timeo, compendi dei dialoghi, Sulle teorie di Ippocrate e di Platone in nove libri) (fr:998), quelli su Aristotele (nuovamente commenti logici e fisici) (fr:1001), le divergenze dagli Stoici (tra cui commenti alla sillogistica di Crisippo) (fr:1004), e uno contro Epicuro e la scuola edonistica, con lettere a Celso e Pudenziano (fr:1011).
L’intero resoconto è disseminato di annotazioni redazionali che informano sullo stato di conservazione dei testi: formule come “Opera perduta”, “Conservato in arabo”, “Testo corrotto”, “Commento non pervenutoci” (fr:895, 896, 930, etc.) testimoniano la storia della tradizione manoscritta e la parzialità di ciò che oggi leggiamo. Il catalogo di Galeno si configura così non solo come autobiografia intellettuale, ma anche come documento di come un autore antico percepiva la diffusione, la perdita e l’autenticità dei propri scritti.
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10 Terapia e controversia: il dibattito sulle scuole mediche in Galeno
Galeno illustra le divergenze tra empirici, dogmatici e metodici a partire dalla cura dei morsi velenosi, per mostrare come l’evidenza dei fatti e il ragionamento siano entrambi necessari alla medicina.
Il testo si apre con un caso clinico concreto: il morso di animali velenosi. La ferita, all’inizio, “non appare affatto diversa dalle altre ferite o almeno non all’inizio” (fr:1348); persino nel cane rabbioso “la ferita appare interamente simile a quella provocata a persone morse da qualche altro cane” (fr:1349). Tuttavia, se non curati subito, “tali sintomi che vengono dagli animali velenosi […] sono estremamente letali” (fr:1350). La terapia corretta non è la cicatrizzazione immediata, ma l’estrazione del veleno: “Non bisogna certo cercare di fare cicatrizzare e chiudere tali ferite, ma al contrario incidere molte volte, se sono molto piccole, e per lo stesso motivo adoperare medicine calde e acide e capaci di attirare e seccare il veleno” (fr:1353). Questo esempio pratico introduce la frattura metodologica: gli empirici adoperano tali rimedi “non guidati alla scoperta di esse dalla natura stessa del fatto, ma ricordandosi di quanto si è manifestato attraverso l’esperienza” (fr:1354), mentre i dogmatici ricorrono alla ragione. Galeno osserva che se i due schieramenti riconoscessero la validità di entrambe le vie, “non avrebbero bisogno di troppo lunghe discussioni” (fr:1356). Invece, “i dogmatici accusano l’esperienza chi di essere incoerente, chi di essere incompleta, chi di mancare di tecnica, e gli empirici di contro accusano la ragione di essere plausibile sì, ma non vera” (fr:1357).
Il dibattito si articola su più livelli. Le critiche di Asclepiade all’esperienza sostengono che essa è “completamente incoerente e incapace di scoprire neanche la più piccola cosa” (fr:1359). Erasistrato, invece, concede che “attraverso l’esperienza si trovino rimedi semplici per casi semplici, come ad esempio che la porcellana è rimedio dell’emodia, non però, rimedi complessi per i casi complessi” (fr:1360). Altri ancora accusano l’esperienza di “indeterminatezza e lungaggine e, come essi dicono di mancanza di metodo” (fr:1361). Gli empirici replicano screditando la pretesa dogmatica di conoscere la natura del corpo e la genesi delle malattie: “si arriva fino al probabile e al verosimile, ma non si ha alcuna conoscenza sicura” (fr:1362). Sul piano degli strumenti di indagine, i dogmatici approvano la dissezione e la teoria dialettica per i fatti non evidenti, mentre gli empirici “non ammettono che la dissezione scopra alcunché, né che, se qualcosa si scopre, ciò sia necessario alla medicina” (fr:1372); negano inoltre l’indicazione e l’analogia, e riconoscono solo l’epilogismo, “il ragionamento dei fatti evidenti e utile alla scoperta dei non-evidenti temporanei” (fr:1375). Cardine della loro posizione è il concetto di “appercezione”, la conoscenza vera e sicura, la cui mancanza genera la “discordanza non decidibile” (fr:1377) sui fatti non evidenti – discordanza che invece non esiste per i fatti evidenti, poiché “tutto ciò che si vede come è avalla quelli che dicono la verità e confuta quelli che dicono il falso” (fr:1379). Nonostante le infinite dispute, entrambe le scuole “adoperano la stessa terapia per le stesse affezioni” (fr:1380).
La terza scuola, quella metodica, introduce un mutamento radicale. I metodici “affermano che il luogo affetto non fornisce nessun aiuto per l’indicazione della terapia né la causa o l’età o la stagione o la regione o l’esame della forza del malato, della sua natura o del suo stato” (fr:1382). A loro basta l’indicazione che si ricava dalle affezioni considerate nelle loro generalità: “Chiamano generalità le caratteristiche che si trovano in tutte le affezioni particolari” (fr:1384), e le riducono a due stati fondamentali, “stenosi (restringimento) e […] rhysis (flusso) e affermano che ogni malattia è o costipata o rilassata o composta dai due stati” (fr:1385). La costipazione è l’arresto delle evacuazioni naturali, il rilassamento la loro eccessiva fuoriuscita; la complicazione si ha quando le due condizioni coesistono, come in “un occhio che abbondi di flegma e insieme soffra di cataratta” (fr:1386). L’indicazione terapeutica è meccanica: “nel caso di affezioni costipate, il rilassamento, nel caso di quelle rilassate, il restringimento” (fr:1388); nei casi complicati si affronta l’affezione più urgente. I metodici non si definiscono dogmatici perché “i dogmatici vanno a cercare i fatti non evidenti, mentre noi ci atteniamo a quelli evidenti” (fr:1391), e si distinguono dagli empirici per l’uso dell’indicazione anziché della semplice osservazione: “gli empirici, poi, adoperano sugli evidenti l’osservazione, essi invece l’indicazione” (fr:1395). La loro dottrina è “conoscenza delle generalità evidenti” (fr:1392), da alcuni qualificata come “consone e conformi al fine della medicina”, da Tessalo come “adatte e necessarie alla salute” (fr:1393). Sfrondando stagioni, regioni, età e cause, essi rovesciano l’aforisma ippocratico: “l’arte è breve, la vita lunga” (fr:1397), e promettono che la medicina “si può imparare tutta in sei mesi” (fr:1398). Galeno concede che l’insegnamento sia conciso, ma avverte: “se mentono si deve accusarli di superficialità” (fr:1400).
Per giudicare equamente la scuola metodica, Galeno propone di usare il criterio dell’evidenza, che i metodici stessi onorano. Fa quindi parlare direttamente le tre voci. Il metodico sostiene che cause procatartiche, stagioni, regioni ed età sono superflue perché “l’affezione indica la propria terapia” (fr:1417): “Se l’affezione è stitica, bisogna dare un lassativo, se è fluida, dare un astringente, qualunque sia la causa dell’affezione” (fr:1414). L’empirico ribatte con un esempio memorabile: due uomini morsi da un cane rabbioso. Uno, curato con la sola cicatrizzazione, “all’improvviso ebbe paura dell’acqua e morì fra gli spasimi”; l’altro, il cui medico conosceva la causa e somministrò farmaci contro la rabbia, “si salvò e divenne sano” (fr:1435-1437). L’evidenza, per l’empirico, impone di non trascurare cause, età e stagioni. Cita il diverso uso del salasso: “né voi né nessun altro ha mai osato togliere il sangue attraverso la vena a nessuno in tarda vecchiaia né a un bambino appena piccino” (fr:1442), e richiama Ippocrate: “Le purghe, sotto la canicola e prima della canicola, sono pericolose” e “d’estate purgare di più le parti superiori, d’inverno quelle inferiori” (fr:1443). Mostra poi come le parti del corpo modifichino la terapia: “l’aceto con acqua di rose è buon farmaco dell’infiammazione delle orecchie, ma, io credo, nessuno avrà il coraggio di versarlo su occhi infiammati” (fr:1458), e che nella “disposizione pletorica” occorre evacuare tutto il corpo prima di rilassare la parte infiammata, altrimenti “non solo non diminuirai l’infiammazione ma l’aumenterai” (fr:1463).
Il dogmatico interviene infine per smascherare la fragilità logica della scuola metodica: i suoi seguaci “siete d’accordo fra voi a parole ma dissentite nei fatti” (fr:1469). Alcuni giudicano le affezioni dalle secrezioni naturali, altri “affermano che le affezioni stanno nelle disposizioni stesse dei corpi” (fr:1471). Il dogmatico smonta il criterio delle secrezioni mostrando come in molte malattie sia benefico un aumento di sudore, urine o feci, e porta il caso estremo dell’emorragia dal naso che porta alla crisi: “Non solo la quantità di questa ma il suo tipo stesso è interamente al di fuori della normalità” (fr:1474). Ha visto pazienti “sudare tanto da inzuppare i feltri e altri che evacuarono dal ventre […] oltre trenta cotili”, eppure “non parve opportuno arrestare nessuno di questi processi perché veniva evacuato il motivo del male” (fr:1475-1476). Se i metodici seguissero la loro regola, “tali sintomi dovevano essere arrestati” (fr:1476). Il brano si chiude così su una confutazione serrata, che utilizza l’evidenza e il ragionamento per mostrare l’insostenibilità di una medicina ridotta a poche generalità, offrendo una testimonianza vivida del dibattito metodologico nella medicina antica e del tentativo galenico di fondere esperienza e logica.
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11 Distinzione tra sinfisi e adesione e la tecnica di scuoiamento nella dissezione anatomica
Galeno chiarisce fin da subito la differenza tra due tipi di unione dei tessuti, aspetto fondamentale per la corretta esecuzione della dissezione. La sinfisi è un’unione forte, che richiede uno strumento tagliente per essere separata: “Caratteristica comune alle parti unite per sinfisi è il non poter esser separate l’una dall’altra senza scalpello, o comunque senza essere violentemente strappate e senza che appaia in ciascuna delle due la piaga della separazione” (fr:1924). L’adesione, al contrario, è un legame debole mediato da sottili fibre, la cui separazione – detta scuoiamento – è facilissima e spesso fattibile con le sole dita: “L’unione dei corpi aderenti è invece debole, fatta da sottili collegamenti fibrosi, e la separazione, chiamata scuoiamento, è facilissima” (fr:1925). La pelle e la membrana sottostante esemplificano queste due condizioni: il derma forma sinfisi con la membrana e per staccarlo occorre lo scalpello, mentre la membrana aderisce ai corpi più profondi tramite collegamenti fibrosi “più sottili di tele di ragno” e si libera per semplice scuoiamento digitale (fr:1926, 1927).
La tecnica operatoria va condotta con precisione: “Bisogna separare la membrana appoggiando lo scalpello alla pelle, perché, se dovessi inclinare lo scalpello verso la membrana, la feriresti, se invece staccando la membrana dalla pelle ferisci la pelle non causerai alcun danno all’operazione che ti proponi di fare” (fr:1928). L’operazione richiede tempo e abilità, tanto che Galeno consiglia di eseguirla in anticipo quando si mostra a un appassionato, oppure di compierla in presenza di un amico che desideri apprenderla per poi mostrarla ad altri (fr:1929-1931). La sua delicatezza emerge anche dal fatto che affidandola a collaboratori meno esperti egli aveva trovato la membrana “strappata in molti punti e in altri attaccata alla pelle” (fr:1933), con conseguente perdita di visibilità di vene e nervi sottocutanei, specie nelle scimmie (fr:1934-1935). Negli animali più grandi, come cavalli e buoi, le strutture non scompaiono ma, non essendo più continue con i tessuti profondi, “non offrono più una conoscenza chiara di sé” (fr:1936), mentre nei piccoli animali ogni strappo distrugge completamente la preparazione (fr:1937).
Una volta liberata la membrana, prima che si essicchi, è essenziale osservare subito vene e nervi superficiali (fr:1938-1939). La visibilità dei nervi varia: “non in tutti i casi appaiono ugualmente chiari i nervi, sia perché essi sono più sottili per natura in alcune scimmie, come negli uomini, sia perché l’animale ha o non ha grasso” (fr:1940); negli animali magri i nervi sono più distinti, mentre in quelli grassi sono nascosti (fr:1941). L’abbondanza di sangue rende evidenti le vene, la scarsità le rende indistinte (fr:1942). Galeno raccomanda di osservare e memorizzare le radici dei nervi superficiali e il loro decorso, così da eseguire tagli longitudinali: “Così taglierai un sol nervo oppure nessun nervo; se invece applicherai lo scalpello trasversalmente ne taglierai molti in una volta” (fr:1943). Inoltre, troncare un nervo alla radice è paragonato al taglio del fusto di un albero: “così come tagliando in un albero un ramo o un rametto danneggi poco la pianta, mentre se tronchi il fusto, distruggi tutta la pianta, anche nel caso dei nervi, se operi il taglio presso la radice, renderai insensibile tutta la regione che traeva la sensibilità da quel nervo ramificantesi” (fr:1944).
L’apprendimento dell’anatomia dei nervi cutanei è subordinato alla conoscenza dei muscoli già descritta nel primo libro: “Se ricordi l’anatomia dei muscoli che ho esposto nel primo libro, imparerai certo anche ora a trovare facilmente le origini dei nervi che si disseminano nella pelle; se poi non te ne ricordi, lascia per ora questo libro e ricorri prima a quello” (fr:1945). Questo impianto didattico progressivo mostra il carattere sistematico del trattato.
Il discorso si sposta quindi sui nervi del braccio, a partire da un riferimento ippocratico e dalla descrizione del muscolo che occupa l’epomide – il punto di congiunzione tra omero e spalla – chiamato anche deltoide per la sua figura a triangolo (Δ) (fr:1950-1954). “Al vertice della figura deltoide (che è un triangolo) essa fa l’inserzione nel braccio” (fr:1954). L’osservatore è guidato a sollevare lo sguardo lungo il lato esterno del triangolo fino a vedere i piccoli nervi che salgono dal profondo, descritti come “peli sottili, simili a un frutice che abbia dei rami che si levano obliquamente chi in una chi in un’altra direzione” (fr:1956). Tali nervi originano da due radici: una dal nervo che innerva il deltoide, l’altra dal più grande dei nervi che vanno al braccio e che innerva i muscoli posteriori, per poi proseguire verso l’avambraccio in prossimità del condilo (fr:1962-1964). La distribuzione di questi nervi superficiali non è costante: “Non c’è infatti in essi costanza né quanto alla posizione, né quanto al numero o alla sottigliezza, come del resto nei grandi vasi e nervi non è fisso né il numero, come dicevo, né la posizione, né la dimensione” (fr:1960). Le origini restano tuttavia nella stessa regione e derivano dai medesimi tronchi (fr:1961).
La pelle anteriore del braccio riceve rami nervosi in alto dal secondo nervo che dal midollo spinale arriva al braccio, in basso davanti al gomito da un altro nervo spinale isolato fin dall’inizio (fr:1968). La pelle interna e posteriore è innervata da un nervo che origina dal secondo spazio intercostale e raggiunge il braccio attraverso l’ascella. Per vederlo chiaramente bisogna sezionare un piccolo muscolo che gli anatomisti trascurano, sotto il quale decorrono tutti questi nervi (fr:1970). Questo nervo intercostale si ramifica in tre parti: “con la porzione più alta alcune parti interne del braccio fino a dietro l’articolazione del gomito; con la parte successiva tutta la regione posteriore della pelle di questa regione; con la terza parte tutte le parti contigue fino alla scapola” (fr:1972).
L’anatomia dei nervi profondi del braccio viene descritta con precisione a partire dall’articolazione dell’omero. Il primo nervo che giunge al braccio dal midollo spinale passa attraverso l’ascella e penetra nel muscolo anteriore, proprio dove si inserisce il tendine del grande muscolo posteriore dell’ascella, prima che le due teste del muscolo anteriore si uniscano; fornisce quindi rami a entrambe le teste e prosegue verso il basso a contatto con la testa interna, più sottile, che origina da un’apofisi a forma di àncora (fr:1981-1982). Un secondo nervo entra più in basso, coperto subito dallo stesso muscolo. Da questi due nervi, che avanzano emettendo propaggini, nasce un nervo unico che raggiunge l’avambraccio attraverso la piega del gomito (fr:1985-1986). Il terzo nervo, il più grosso – intendendo “la sua dimensione in lunghezza, bensì solo quella circolare” –, entra in profondità assieme all’arteria e alla vena ascellari e si distribuisce ai grandi muscoli estensori del gomito; superato l’omero, invia un ramoscello cutaneo già menzionato nell’anatomia dei nervi superficiali (fr:1988-1991). Il quarto nervo è superficiale e appare sotto la pelle anche senza sezionare i muscoli; esso si ramifica nella regione anteriore del braccio prima dell’articolazione del gomito e attraversa quasi tutta la piegatura, ma le parti più alte di questa non ne ricevono propaggini (fr:1995-1997). Il quinto nervo non fornisce rami al braccio né in superficie né in profondità; per grossezza somiglia al primo e al quarto, mentre il secondo e il quinto sono “entrambi di grossezza tre volte maggiore del primo e del quarto”, e il terzo è il più pieno (fr:1999-2000). Ricapitolando, due nervi spinali si distribuiscono alla pelle del braccio, altri quattro in profondità ai muscoli, con sottili propaggini che raggiungono la cute (fr:2001-2002).
Passando all’avambraccio, dopo lo scuoiamento la prima origine visibile è il quarto nervo del braccio, che occupa quasi tutta la regione interna dell’avambraccio, si inserisce sotto la regione inferiore e si estende a non poche parti esterne (fr:2005). La parte alta, vicino al radio, riceve rami dal primo nervo all’interno e dal terzo all’esterno (fr:2006). Dei cinque nervi che attraversano la piega del gomito, uno è esclusivamente cutaneo e si ramifica prima della piegatura; ne restano pertanto quattro nervi profondi (fr:2007-2009). Il primo giunge nel mezzo dell’articolazione del gomito; il secondo, più in basso, poggia sul condilo interno e inferiore del braccio nel punto in cui è più liscio e meno convesso; il terzo, il più alto, incontra il condilo esterno e superiore e giunge all’avambraccio toccando il radio; il quarto è situato tra l’olecrano e la testa anteriore e inferiore del braccio (fr:2010). Il nervo che passa attraverso la piegatura emette propaggini sottili che aderiscono alla vena e all’arteria radiale, e fornisce rami al muscolo lungo del radio e alla vena omerale, “sottilissima, come una tela di ragno” (fr:2012-2014). Il resto del nervo, passato sotto la vena omerale, decorre in mezzo a quattro muscoli molto sottili e termina con il muscolo lungo del radio verso le parti del pollice (fr:2015-2016). La posizione rispetto alle vene determina la visibilità durante lo scuoiamento: i nervi che poggiano sulle vene scompaiono subito, mentre quello che giace sotto la vena rimane sempre visibile (fr:2017). L’intero primo nervo si esaurisce così; Galeno annota di averlo osservato tutto solo una volta, suggerendo la rarità di una preparazione tanto completa (fr:2018-2019).
Il testo costituisce una preziosa testimonianza del metodo anatomico alessandrino-romano: la distinzione tra sinfisi e adesione guida l’atto manuale, la descrizione dei nervi periferici è sorretta da un’attenzione alla variabilità individuale che non nega la costanza delle origini, e la progressione didattica – dal primo libro sui muscoli a questo sui nervi – rivela un progetto di insegnamento strutturato. La pratica dissecretiva è minuziosamente normata, con avvertenze per evitare danni e con l’ammissione della difficoltà di preservare strutture tanto delicate, offrendo uno sguardo diretto sulle mani dell’anatomista e sulla trasmissione del sapere.
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12 Distribuzione nervosa e venosa dell’avambraccio e della mano: descrizione anatomica e pratica settoria
Dal condilo esterno del braccio si dipartono nervi che si distribuiscono all’avambraccio e alla mano, mentre un complesso sistema venoso superficiale e profondo si anastomizza formando caratteristiche figure. L’esposizione, tratta da un trattato di procedure anatomiche, guida alla dissezione su scimmie e all’osservazione in vivo, insistendo sulla necessità dell’esercizio ripetuto per riconoscere le strutture.
Il testo descrive innanzitutto il decorso di un ramo nervoso – il «primo esterno» – che, giunto al gomito, si porta verso l’esterno dell’avambraccio. “Infatti questo nervo ramificandosi, dopo aver inviato le propaggini prima menzionate al braccio, va giù verso la diartrosi fra il muscolo più piccolo di quelli anteriori del braccio e la testa del muscolo lungo peculiare del radio, inviando una prima propaggine nelle parti esterne dell’avambraccio, la quale si dissemina superficialmente sotto la pelle in tutto l’esterno dell’avambraccio e del polso” – (fr:2024). Il nervo decorre visibile “quando il grande muscolo del radio che giace sopra questo muscolo sia stato tutto sezionato” – (fr:2024) e muove “in mezzo ai due muscoli, per lo più poggiando sopra l’uno e sotto l’altro” – (fr:2025). La sua terminazione raggiunge le dita: “L’estremità del nervo passa al polso in direzione delle dita grandi, e si ramifica in esse esternamente in superficie, interamente in due, e in metà del dito medio” – (fr:2029).
Il terzo nervo, il più grande, si dirige invece verso la regione interna dell’avambraccio. “Il resto del grande nervo, il terzo, si inclina verso la regione interna dell’avambraccio, subito sul muscolo bifido del polso, sulla cui testa dissi che esso sale” – (fr:2031). Fornisce esili diramazioni a diversi muscoli, tra cui “quello che estende le quattro dita, poi anche a quello che fa muovere obliquamente i due piccoli, e successivamente a quello che piega indietro il polso all’altezza del dito mignolo” – (fr:2032). Il ramo residuo si esaurisce “nella regione attorno all’articolazione, senza arrivare a nessuna delle dita” – (fr:2036), mentre la sua terminazione maggiore “s’immerge in profondità in quella regione dove dissi trovarsi il legamento che nasconde la testa dei tendini che stendono le quattro dita” – (fr:2037).
Gli altri due nervi innervano i muscoli interni. Cominciando dall’articolazione del cubito, si trovano propaggini “nei muscoli che fiettono le dita” – (fr:2040), mentre per tutti gli altri muscoli, tranne uno, le propaggini provengono dal secondo nervo. Il quarto nervo, che giunge all’avambraccio “fra l’olecrano e il condilo inferiore del braccio” – (fr:2041), fornisce un ramo al muscolo che flette il polso verso il mignolo, e più in basso al “più elevato dei due muscoli che flettono il polso e a quello che produce il tendine che s’inserisce sotto il palmo della mano” – (fr:2042). I due grandi nervi decorrono “in mezzo ai muscoli che flettono le dita, sopra all’uno e sotto all’altro” – (fr:2043) e, esauriti i ventri muscolari, raggiungono il polso e il metacarpo: il nervo più elevato si distribuisce “nelle due dita grandi e in metà del dito medio dalla parte dell’indice, il più basso nella parte restante del medio e nelle rimanenti due dita piccole” – (fr:2044). Il ramo più basso invia anche una parte considerevole “nell’esterno del braccio all’inizio del polso” – (fr:2045), intessendo “tutta la metà esterna della mano in superficie sotto la pelle, giungendo alla punta delle dita, per intero di quelle piccole, per metà del medio” – (fr:2046). L’altra metà del medio e il pollice ricevono invece la terminazione del nervo “menzionato per terzo” – (fr:2047).
Per quanto riguarda i vasi, “In tutto il braccio si ramificano una sola arteria e due vene” – (fr:2049). Una delle due vene è superficiale, visibile anche prima della dissezione, “chiamata omerale” – (fr:2052), e decorre “lungo il lato interno del muscolo deltoide” per poi scendere “piuttosto nella regione esterna dell’intero braccio” – (fr:2054). In prossimità del gomito si immerge nel muscolo lungo del radio e “si scinde in tre rami quasi uguali” – (fr:2056). Questa vena è ben evidente “specialmente in quei ginnasti che son di natura magri e muscolosi” – (fr:2057) e, nelle dissezioni di scimmie e altri quadrupedi, distribuisce propaggini alla pelle e ai muscoli. La vena profonda che giunge dall’ascella, “molto più grande dell’omerale” – (fr:2062), viaggia insieme all’arteria e, prima dell’articolazione, si divide in due rami: uno rimane profondo in contatto con l’arteria, l’altro si porta obliquamente verso la cute, visibile “anche prima della dissezione in animali gracili e con le vene grandi per natura” – (fr:2071). Una propaggine scende verso l’osso dell’avambraccio, “fra il condilo interno del braccio e la piegatura del gomito” – (fr:2074), e lo segue fino al suo termine; un’altra si biforca e la sua porzione inferiore raggiunge la vena satellite dell’avambraccio, mentre la superiore talora si anastomizza o si consuma ramificandosi (fr:2076‑2077). Si formano così confluenze venose multiple, talora così numerose e piccole da non potersi contare (fr:2085).
L’anastomosi più caratteristica è descritta al polso, dove la grande vena superficiale, unitasi a un ramo dell’omerale, forma un vaso che sale “sulla sommitità del radio” per poi scindersi “in due rami a un dipresso uguali, in modo che la disposizione dei due vasi risulta simile alla terza lettera (I, gamma)” – (fr:2087). Un ramo va al pollice e, dopo aver toccato il polso, si ramifica “in tutto l’indice posteriormente e lateralmente” – (fr:2088). L’altro ramo tende al mignolo e, prima di giungervi, emette una venuzza per lo spazio tra indice e medio (fr:2091‑2092); quindi, passato accanto all’epifisi obliqua, invia una piccola propaggine al dorso del medio e si divide per irrorare gli spazi tra medio e anulare e tra anulare e mignolo (fr:2093‑2094). Il testo aggiunge una notazione terapeutica: “taluni, che tagliano questa vena nel braccio sinistro e lasciano scorrere da essa il sangue, finché non si fermi spontaneamente, affermano che la milza trae giovamento da questa evacuazione” – (fr:2093).
Tutte le terminazioni si anastomizzano con rami delle vene vicine: “Talune vene, anche molto evidenti, s’incontrano nello stesso punto unendosi all’estremità, sicché si vedono chiarissimamente anche prima della dissezione negli animali magri e naturalmente dotati di vene larghe” – (fr:2095). L’ispezione in vivo è agevolata da calore, lavaggio, braccio abbassato e un laccio stretto nel punto desiderato (fr:2106). L’autore insiste poi su due utilità dell’esercizio reiterato: il riconoscimento visivo, paragonato a come i familiari distinguono gemelli identici, e la convinzione dell’esatta somiglianza tra parti umane e di scimmia (fr:2115). Infatti “tutte queste vene che vedi negli uomini prima della dissezione le vedrai nella scimmia che sezioni” – (fr:2116), e analogamente per le vene profonde. Perciò prescrive di esercitarsi molte volte sulla scimmia, affinché, avendo la fortuna di sezionare un corpo umano, si sappia mettere a nudo rapidamente ciascuna parte, “cosa che non è né semplice né può riuscire all’improvviso a una persona non pratica dell’operazione” – (fr:2118).
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13 Anatomia pratica e comparata: il primato della dissezione animale e la mappa chirurgica dei vasi e dei nervi
L’esperienza anatomica sulla scimmia è indispensabile per il chirurgo; la conoscenza dei vasi e dei nervi evita danni irreparabili durante la flebotomia e gli interventi.
Il brano si apre con una critica radicale agli anatomisti che, pur osservando con calma, incorrono in molti errori; la vera competenza anatomica nasce dalla pratica sulla scimmia. Chi si è esercitato su questo animale, afferma Galeno, «mette a nudo immediatamente ciascuna delle parti, ed è più facile per un uomo laborioso, precedentemente esercitatosi nelle dissezioni, apprendere delle cose osservandole rapidamente su un uomo morto, che per uno non esercitato scoprirle esattamente in tutta calma quando sono ben chiare» (fr.2121). L’inefficacia della pura esplorazione su un cadavere umano senza previa esperienza è provata dall’episodio dei medici che sezionarono un nemico germano nella guerra di Marco Antonino e non seppero imparare di più della posizione dei visceri (fr.2120). La struttura umana, per Galeno, è omologa a quella della scimmia, convinzione che si consolida «seziona molte volte cadaveri di bambini esposti» (fr.2125) e che trova conferma nelle continue osservazioni chirurgiche: «nelle stesse operazioni chirurgiche che ogni volta facciamo, asportando ora carni imputridite, ora ossi, tale somiglianza risulta evidente all’uomo esercitato» (fr.2126). Chiunque voglia apprendere può inoltre farlo già prima della dissezione, purché non sia «noncurante delle più belle cose» (fr.2127): molte nozioni sulle vene dell’avambraccio, come il rapporto tra vena ascellare e arteria prima del gomito, si colgono palpando persone magre e con grandi pulsazioni (fr.2129).
La sezione dedicata alle vene superficiali del braccio offre una guida precisa alla flebotomia. Galeno costruisce una gerarchia di preferenza in base alla sede del male: negli affetti sotto la clavicola la prima vena per utilità è quella che va alla piegatura del gomito, seguita da quella che scende all’avambraccio, la vena comune, quella che dall’omerale va alla piegatura e infine l’omerale; sopra la clavicola l’ordine si rovescia, con l’omerale al primo posto (fr.2143). Un pericolo grave sorge quando si incide la vena tesa sulla convessità dell’arteria sottostante dopo aver stretto il braccio, perché allora «la vena, sollevata sulla convessità dell’arteria, diventi più vuota nel punto in cui viene tesa, sicché colui che applica lo scalpello taglia-vene ad essa con la sua consueta misura di pressione e di abbassamento, attraversa rapidamente tutta la vena e ferisce la sottostante arteria» (fr.2133). Per evitare l’emorragia occorre quindi allontanarsi verso vene vicine, come quelle che scendono all’osso dell’avambraccio o la vena che sale alla sommità del radio (fr.2134-2135).
Dopo aver rimosso le vene superficiali, si passa alle vene profonde e alle arterie (VII). Nell’avambraccio due vene profonde decorrono diritte fino al polso insieme alle arterie che si ramificano nei muscoli (fr.2148). L’arteria radiale è palpabile presso la diartrosi del polso; quella tra indice e pollice, solo nei magri; l’arteria ulnare, che corre accanto all’osso dell’avambraccio, non si distingue se il soggetto non è assai magro e ha pulsazioni fortissime, perché «la natura infatti conserva sempre le arterie in profondità non conducendo mai chiaramente nella pelle un loro ramo» (fr.2161). Sul dorso della mano non compare alcuna arteria, in quanto mancano muscoli; la regione interna, ricca di muscoli, ne riceve molte (fr.2162-2163).
Con il capitolo IX Galeno avverte che tali nozioni non vanno lette per diletto, ma impresse nella memoria per conoscere esattamente la natura di ogni parte e sapere dove un intervento può ledere vasi o nervi (fr.2170-2171). L’importanza dei nervi per la funzione manuale è ribadita dal primato del pollice e dell’indice: se si paralizzano i muscoli del pollice, «andranno distrutte tutte le operazioni della mano» (fr.2177). Il caso di un chirurgo imprudente incarna il disastro che l’ignoranza può provocare. Costui, con un unico rapido taglio circolare nella regione interna del braccio, «non soltanto tagliò il terzo nervo, ma anche i due davanti a questo, e oltre ad essi, naturalmente, anche l’arteria e la vena» (fr.2180), rendendo l’arto inservibile. Il paziente gridava: «Me disgraziato! m’hai tagliato il nervo» (fr.2183). L’episodio dimostra come la mancata conoscenza dei nervi possa annientare un arto con un solo gesto.
Galeno narra inoltre di aver scagionato alcuni medici accusati di aver leso un nervo durante la flebotomia, poiché aveva osservato nella dissezione di una scimmia un nervetto giacente lungo la vena interna del gomito, e lo additò come variante anatomica, non come errore (fr.2191-2193). Corregge anche l’opinione di quanti ritenevano che piccoli resti di nervi passassero dai muscoli alla pelle: «le cose non stanno così, come spesso avete visto. Vi sono infatti speciali radici dei nervi superficiali, che vengono distrutte quando le si strappa assieme alla pelle» (fr.2194-2195). Per metterli a nudo bisogna separare la pelle lasciando la membrana sui muscoli, operando al contrario della struttura naturale (fr.2196).
L’ultimo capitolo (X) trasferisce l’indagine agli arti inferiori. All’inizio della coscia si trovano quattro radici nervose per la cute: la prima, dai muscoli anteriori; la seconda, attraverso l’inguine sul muscolo lungo e stretto; la terza e la quarta, più difficili da vedere, presso il coccige e il foro dell’osso pubico (fr.2198-2199). Questi nervi cutanei sono in parte «assai piccoli e realmente simili a tela di ragno» (fr.2200) ma le loro radici talvolta ben visibili. Scavando nei muscoli compaiono le quattro origini profonde, tre di dimensioni simili e una quarta grandissima doppia (fr.2212). La prima ramifica solo nei muscoli anteriori; la seconda decorre con i grandi vasi; la terza attraversa il foro pubico e si distribuisce ai muscoli dell’articolazione; la quarta, origine dei due grandi nervi che scendono fino all’estremità delle dita del piede, irrora quasi tutta la parte posteriore ed esterna del femore (fr.2213-2216). Anche per queste regioni Galeno insiste sulla necessità di dissezioni ripetute: «devi sezionare molte volte accuratamente il braccio della scimmia: anche se avrai osservato qualcosa su di esso raramente, ti riuscirà utile lo stesso» (fr.2190-2191).
Il testo restituisce un’anatomia interamente piegata alla pratica chirurgica. Frutto dell’insegnamento di Galeno su animali, essa fornisce al medico una mappa topografica dei vasi e dei nervi, indispensabile per salassi e interventi, insieme a un monito costante contro l’improvvisazione. La scimmia vi compare come il modello principe, mentre la polemica contro gli incompetenti rivela il valore di testimonianza storica di una concezione medica fondata sull’esperienza diretta e sulla minuziosa osservazione anatomica.
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14 Dissezione e descrizione dei sistemi neurovascolari dell’arto inferiore e criteri di scelta del modello animale
Il testo offre una dettagliata guida alla dissezione e all’osservazione anatomica, concentrandosi sulla complessa rete di nervi e vasi che percorrono la gamba umana, con un costante rimando alla pratica diretta come fonte di conoscenza.
L’esplorazione dei nervi inizia con un’indicazione metodologica precisa: per renderli visibili, è necessario sezionare i muscoli già noti. “Questa origine sarà visibile sezionando i muscoli delle natiche che ti sono noti dal libro precedente” - (fr:2217) [Questa origine sarà visibile sezionando i muscoli delle natiche che ti sono noti dal libro precedente] e “Assieme a questi han da essere sezionati i capi dei muscoli della coscia, che, ho detto, nascono dall’osso dell’ischio nel numero di quattro.” - (fr:2218) [Insieme a questi devono essere sezionati i capi dei muscoli della coscia, che, ho detto, nascono dall’osso dell’ischio in numero di quattro.]. Solo dopo questa procedura “appaiono i grandi nervi che emergono all’esterno dalle parti interne dell’osso largo” - (fr:2219). Viene quindi descritta una gerarchia di nervi: inizialmente si osservano sottili nervetti che si “disseminano in tutti i muscoli esterni attorno all’articolazione” - (fr:2220), specificandone la distribuzione in muscoli particolari, come quello superficiale che allontana l’articolazione e un altro “che appare sempre livido” - (fr:2220) [che appare sempre livido]. Una volta che questi nervi sottili si sono “consumatisi in questi muscoli” - (fr:2221), restano visibili solo i grandi nervi che percorrono la coscia, fornendo una “maggiore propaggine al muscolo largo” - (fr:2221) [una maggiore propaggine al muscolo largo].
La descrizione prosegue verso la gamba, dove “Arrivano alla gamba due soli grandi nervi” - (fr:2226). Il loro percorso è tracciato con precisione: procedono sotto un muscolo largo, e giunti all’inizio della gamba “qui si separano l’uno dall’altro; il primo, più piccolo, si distribuirà nei muscoli esterni della gamba, l’altro, il più grande, nei muscoli interni.” - (fr:2228). L’ingresso nella gamba è descritto con dettaglio spaziale: uno entra “esternamente proprio sotto la testa del perone” - (fr:2229), l’altro, il più grande, “internamente all’inizio del polpaccio, immergendosi in esso in profondità” - (fr:2229). La destinazione finale di questi nervi è il piede, dove “Nella parte inferiore del piede arriva un solo nervo abbastanza grande, che si distribuisce in tutti i suoi punti.” - (fr:2232), identificato come la rimanenza del nervo che si distribuiva ai muscoli posteriori della gamba. Sulla parte superiore del piede, invece, si distribuiscono “quattro piccoli nervetti” - (fr:2235), residui di diversi tronchi nervosi, tra cui uno che “stende le sue terminazioni nelle dita grandi” - (fr:2235) mentre un altro si dissemina “nelle parti esterne del tarso vicine alle dita piccole” - (fr:2235). Di questi quattro, uno è superficiale, giacendo “sopra il legamento della diartrosi” - (fr:2237) e nutrendo solo la pelle, mentre un altro è profondo e si distribuisce a tutti i muscoli sottostanti.
Il resoconto passa poi al sistema venoso, strutturato con la stessa logica. Si descrivono due origini: una “piccola vena giunge nella gamba attraverso l’osso pubico” - (fr:2239) e una “grandissima, vena si distribuisce nell’intera gamba, movendo dal suo interno attraverso l’’inguine.” - (fr:2240). Quest’ultima è paragonata a un “tronco di tutte le vene della gamba” - (fr:2243). La descrizione segue un ordine topografico, distinguendo chiaramente tra vene superficiali, che “emergono senza ordine nella pelle e tali vene vengono chiamate da taluni medici sporades (sparse)” - (fr:2241) [emergono senza ordine nella pelle e tali vene vengono chiamate da taluni medici sporades (sparse)], e vene profonde. Le vene superficiali sono elencate in successione lungo la coscia: una propaggine all’interno, altre sparse, una “propaggine di notevole dimensione” - (fr:2246) a metà coscia, poi altre piccole, una “considerevole vena nell’interno del ginocchio” - (fr:2248) e così via. Per le vene profonde, si descrive una prima diramazione per i muscoli anteriori, poi “un’altra, ancora più profonda, assai grande, muove in mezzo al muscolo più grande di tutti e al muscolo anteriore interno, e da essa nascono molte vene che si distribuiscono in quasi tutti i muscoli della coscia.” - (fr:2250).
Un punto focale è la divisione della grande vena a livello del poplite. Qui, un ramo “attraversato il polpaccio arriva all’estremità malleolare della gamba e di qui, giunta nella parte inferiore del piede… vi si distribuisce” - (fr:2262), mentre l’altro ramo, passando anteriormente alla tibia, “si scinde in numerose vene” - (fr:2262). L’autore nota una variabilità anatomica: “Talvolta vediamo che, dopo che la grande vena si è scissa in due rami al poplite, la suddetta vena nasce da entrambi i rami.” - (fr:2261). Il testo sottolinea con enfasi il principio delle anastomosi, specialmente alle estremità: “Bisogna infatti sapere in generale, come già in precedenza si è detto, che le terminazioni delle vene si mischiano fra loro già in altre parti, ma principalmente nelle estremità del corpo.” - (fr:2268). La distribuzione segue una logica chiara: le terminazioni dal perone vanno alle piccole dita, dalla tibia alle grandi, e dalla regione intermedia alle dita medie. La piccola vena che passa per l’osso pubico, invece, nutre specifici muscoli, tra cui un “muscolo piccolo che occupa tutto il foro” - (fr:2274) e la “grandissima parte del muscolo che sorge dalla connessione” - (fr:2275) delle ossa pubiche.
Il testo prosegue con le arterie, stabilendo una correlazione sistematica con le vene profonde ma non con quelle superficiali. L’arteria principale entra “allo stesso modo che la grande vena, attraverso l’inguine” - (fr:2279). Si afferma che “Accanto a tutte le vene che, dicevo, nella coscia e nella gamba si ramificano nei muscoli, giace un’arteria, ma nessuna accanto alle vene superficiali.” - (fr:2282). Questa assenza di pulsazioni superficiali è confermata dall’osservazione clinica: “negli individui carnosi non si manifesta mai pulsazione in nessun punto della gamba (intera), tranne che nel tarso in direzione del secondo dito dopo l’alluce.” - (fr:2283), un punto che il medico “palpiamo spesso… quando non possiamo toccare quella del polso.” - (fr:2284) [Noi palpiamo spesso l’arteria che si trova lì, quando non possiamo toccare quella del polso.].
Infine, in un contesto più ampio sulla scelta del modello animale per lo studio anatomico, si afferma che la scimmia più simile all’uomo per la struttura di mani e gambe è quella in cui “la faccia non sia prominente né i canini grandi (queste caratteristiche crescono e diminuiscono infatti assieme)” - (fr:2313) [la faccia non sia prominente né i canini grandi (queste caratteristiche crescono e diminuiscono infatti insieme)] e che presenta altri tratti umanoidi come l’andatura eretta, il pollice e il muscolo temporale. L’osservazione di uno solo di questi tratti è ritenuta sufficiente per un giudizio complessivo sulla somiglianza: “Tuttavia basterà guardare a uno solo di questi aspetti per giudicare anche degli altri.” - (fr:2314).
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15 Tecniche di vivisezione per lo studio della voce e della respirazione in Galeno
Il testo illustra i procedimenti anatomici per sezionare i muscoli intercostali e i nervi in animali vivi, al fine di dimostrare sperimentalmente il controllo nervoso della voce e dei movimenti respiratori del torace.
Galeno descrive minuziosamente l’approccio chirurgico per isolare e ledere selettivamente le strutture toraciche. L’obiettivo è duplice: indicare la corretta tecnica di dissezione e, soprattutto, fornire la prova tangibile che la voce e l’ekphysesis (la forte emissione di fiato) dipendono dall’integrità dei nervi intercostali. Raccomanda di esercitarsi prima su animali morti, sezionando le fibre muscolari a partire dalla costola più bassa fino a quella più alta, per imparare a riconoscere i tre corpi in reciproco contatto: “i tre corpi, ossia della arteria, della vena e del nervo, ti appariranno infatti in reciproco contatto” (fr:3188). Per il vivo, è consigliabile un animale che grida forte, “quello più adatto alle dissezioni in cui viene lesa anche la voce” (fr:3192), e di grandi dimensioni, perché la pleura, la membrana che riveste le costole, sia robusta e non venga accidentalmente tagliata, cosa che causerebbe l’ingresso di aria esterna nel torace e la perdita parziale di respiro e voce (fr:3195, 3205).
La scoperta rivendicata da Galeno riguarda la specificità del danno nervoso. Mentre il semplice taglio della pleura era già noto ai suoi predecessori per causare perdita parziale di respiro, egli sottolinea che “è invece una nostra scoperta il fatto che, tagliati i due tipi di fibre in tutti i muscoli intercostali, va perduta non solo la voce ma anche l’emissione di fiato, come pure il fatto che tagliati i nervi soltanto, eccetto il midollo spinale, le fibre dei muscoli si conservano intatte, ma l’azione verrà distrutta” (fr:3209). A tal fine, il metodo migliore risulta la paralisi dei muscoli intercostali tramite la legatura dei nervi corrispondenti, da eseguire ai lati delle vertebre (fr:3213, 3214).
La strumentazione e la tecnica per isolare il nervo sono descritte con precisione. Dopo averlo scoperto con uno scalpello curvo, si utilizza un amo dalla punta né troppo acuta né troppo ottusa, in grado di passare sotto il nervo senza ferire i vasi o la pleura (fr:3215, 3216). Il nervo viene poi teso con le dita e legato con un filo di lino il più vicino possibile alla sua origine dal midollo spinale (fr:3222, 3224). Galeno mette in guardia dal tendere troppo per non strappare la radice, un danno che impedirebbe il recupero della voce dopo lo scioglimento del laccio (fr:3221, 3239). Per le dimostrazioni pubbliche, dove l’effetto drammatico è cruciale, si consiglia di preparare preventivamente i fili sotto i nervi senza serrarli, perché l’animale “colpito in questo modo grida, poi all’improvviso, divenuto senza voce, appena si stringono i nervi col filo di lino, impressiona gli spettatori, perché sembra una cosa meravigliosa che la voce vada perduta per dei lacci messi attorno a dei piccoli nervi del dorso” (fr:3233). L’uso di cappi moderatamente stretti, preferibilmente con materiali morbidi come la lana, consente un rapido scioglimento e il recupero della voce, moltiplicando la meraviglia (fr:3235, 3236, 3237).
La procedura non produce un danno uniforme. Galeno nota che la lesione è maggiore negli spazi intercostali veri, in particolare dal terzo al settimo, mentre nelle false costole l’effetto diminuisce fino a essere impercettibile nell’ultimo spazio (fr:3242, 3243). Il nervo del primo spazio è il più difficile da raggiungere e il meno significativo, mentre negli ultimi, pur essendo il muscolo piccolo, il nervo è grande e si distribuisce anche agli ipocondri (fr:3244, 3245). La dissezione riguarda quindi propriamente nove spazi (fr:3246).
L’effetto della paralisi dei nervi intercostali si manifesta con una precisa sequenza di sintomi: “l’immobilità dei muscoli intercostali; il secondo è la perdita della rapida emissione dello pneuma — la chiamo ekphysesis, senza cui non può essere prodotta voce, come si è mostrato; per questo segue un terzo sintomo: la mancanza di voce” (fr:3262). Questo stato si distingue dalla lesione dei nervi attorno alle carotidi, che lascia sopravvivere un “suono rauco” simile al russare, suono che invece viene abolito dalla paralisi intercostale o dal taglio del midollo spinale all’inizio del dorso (fr:3264, 3265).
Infine, Galeno presenta una gerarchia dei muscoli respiratori osservabile sperimentalmente. Con il midollo spinale reciso all’inizio del torace, l’animale respira solo con il diaframma, muovendo unicamente le parti inferiori del torace (fr:3274, 3277). Recidendo anche i nervi del diaframma, entrano in azione i muscoli alti del torace che sollevano le scapole (fr:3281). Questa sequenza dimostra che in condizioni di respirazione tranquilla è sufficiente il diaframma, mentre uno sforzo maggiore richiede l’intervento progressivo degli intercostali e dei muscoli superiori (fr:3275).
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16 Vivisezione e voce: i procedimenti anatomici di Galeno per lo studio della respirazione
Il testo, parte del trattato I procedimenti anatomici, espone con precisione didattica una serie di tecniche di dissezione e vivisezione finalizzate a comprendere il rapporto tra muscoli, nervi, diaframma, polmoni e voce. L’autore si rivolge a un discepolo con istruzioni minuziose, fondate sull’osservazione diretta e sulla ripetuta dimostrazione pubblica degli esperimenti. Emerge un metodo sperimentale che procede per lesioni selettive e osservazione degli effetti, in un intreccio continuo di anatomia descrittiva e fisiologia sperimentale.
16.1 Danneggiare il midollo spinale: tagli longitudinali e trasversali
L’autore indica manovre precise per isolare i processi vertebrali: “Voglio che tu presti particolare attenzione ai processi che formano la spina, a come essi sono leggermente inclinati in alto, allo scopo di dare il primo colpo di coltello dall’alto in basso alquanto obliquo e il secondo esattamente trasversale” - (fr:3310). La differenza tra lesioni longitudinali e trasversali del midollo produce conseguenze radicalmente opposte: “Tagliato nel senso della lunghezza, dall’alto in basso con un taglio diritto, il midollo spinale non paralizza nessuno dei due nervi dei muscoli intercostali, né a destra né a sinistra … se invece viene tagliato con un taglio di traverso, appena ne viene divisa una metà … vengono paralizzati di seguito tutti i nervi all’altezza della parte tagliata” - (fr:3314-3315). Da qui discende un impiego strumentale del taglio per controllare l’emissione vocale: “Se pertanto vuoi togliere metà della voce all’animale bisogna tagliare a questo modo; se invece vuoi che resti immediatamente senza voce devi dividere l’intero midollo spinale di traverso” - (fr:3316). L’interesse per la sostanza midollare è dichiarato anche in prospettiva futura, “di cui si parlerà nel quattordicesimo libro di questo trattato” - (fr:3312).
16.2 Asportazione delle costole e tecnica di taglio
L’autore raccomanda di sfruttare il momento del grido per visualizzare la posizione esatta della costola: “Desidero che tu presti attenzione, allorché l’animale sta gridando, alla posizione delle costole. Contraendosi in questa occasione fortemente i muscoli intercostali, le curvature delle costole diventano visibili, specialmente se si tratta di un animale esile” - (fr:3320-3321). Il taglio va eseguito lungo la costola, servendosi di un epikopos (incisore); la prudenza è essenziale perché “talvolta accade che gli inesperti … scivolando il coltello dalla parte curva e deviando in basso verso lo spazio intercostale, tocchino uno dei corpi che si trovano lì” - (fr:3325), e in quella zona decorrono nervo, arteria e vena (fr:3326). Dopo aver inciso fino al periostio, si deve radiare la membrana con uno “scalpello curvo di mirto” e proteggere la pleura inserendo un “meningophylax (salva-membrana) sottile o una spathomele piatta” tra periostio e osso (fr:3329). L’osso viene poi asportato con “due coltelli excisori” (fr:3330), oppure, in animali nati da poco, “basta anche un solo taglio di traverso fatto nella parte cartilaginosa della costola” (fr:3331).
16.3 Quattro procedimenti e proporzionalità del danno
Il testo elenca quattro procedimenti per paralizzare i muscoli intercostali e ledere fiato e voce: “uno mediante l’asportazione delle costole; un altro mediante il taglio del midollo spinale; il terzo mediante il taglio dei nervi e il quarto mediante il taglio delle fibre” - (fr:3337). Il danno è rigorosamente proporzionale: “Infatti si vede andare perduta tanta parte dell’emissione forte di fiato e della voce, quant’è la parte dei muscoli intercostali paralizzati” - (fr:3336). La lateralità e l’entità della paralisi dettano l’effetto: “Se i muscoli vengono paralizzati in una sola delle due parti, destra o sinistra, va perduta una metà dell’emissione di fiato e di voce. Se si tratta della metà di una parte andrà perduto un quarto delle azioni complessive” - (fr:3338-3339). Non conta solo il numero, ma anche la dimensione dei muscoli, perché “I più grandi differiscono infatti dai più piccoli secondo il danno” - (fr:3342). L’asportazione delle costole e il taglio delle fibre paralizzano selettivamente i muscoli che si inseriscono sulle estremità costali e le prime coppie dell’ipogastrio, producendo una contrazione toracica ridotta e un suono “piccolissimo e oscuro come fanno coloro che borbottano” - (fr:3346). Il taglio dei nervi, invece, causa una lesione “quasi uguale, o poco minore, a quella che seguiva al taglio del midollo spinale” (fr:3347), e “la voce va perduta più completamente nel caso di tagli del midollo spinale” - (fr:3343).
16.4 Immobilizzare il torace agendo sui nervi
L’autore spiega come rendere immobile l’intero torace “stringendo con lacci i soli nervi che ne muovono i muscoli” (fr:3353) e danneggiando le origini dei nervi frenici. Sugli animali supini e legati, dopo aver rimosso la pelle e individuato due grandi vene, si espongono i nervi che scendono lateralmente al collo. I nervi del diaframma “sono tre per parte generalmente nei porci, per lo più due nelle scimmie: raramente in queste ultime ne vediamo un terzo, o un quarto nei porci” - (fr:3363). La loro origine è cervicale: la prima coppia nasce tra quarta e quinta vertebra, la seconda tra quinta e sesta, la terza dopo la sesta, ed è “piccolissima” (fr:3364). Tagliate tutte queste coppie, “il diaframma diventa immobile” (fr:3365). La dissezione è complessa e per vedere i nervi occorre asportare pelle, muscoli che vanno all’omero e scapole, fino a esporre le coppie superiori dei muscoli toracici. Per i muscoli membranosi posteriori, di difficile innervazione, è più immediato recidere le teste muscolari: “Sappi infatti in generale di tutti i muscoli che, tagliata la loro testa, essi non funzionano più” - (fr:3381); quando le teste sono multiple e originate da processi ossei, è “più sicuro tagliare i muscoli in quella regione in cui si incontrano fra loro le teste” - (fr:3384).
16.5 Livello del taglio spinale ed effetti respiratori
La sede del taglio midollare determina quali muscoli toracici restano attivi. Un taglio completo tra terza e quarta vertebra arresta immediatamente la respirazione e immobilizza tutto il corpo sottostante; se eseguito più in alto, “l’animale muore immediatamente” (fr:3391-3392). Sezionando tutto il midollo dopo la sesta vertebra, “subito diventano immobili interamente i muscoli del torace e l’animale respira solo col diaframma” (fr:3393). La ragione è che la coppia più grande dei muscoli superiori del torace “riceve la diramazione della seconda coppia di nervi per lo più dopo la sesta vertebra” (fr:3395). Man mano che si scende con il taglio, restano attive più coppie muscolari: dopo la settima, restano funzionanti entrambe le coppie; dopo l’ottava o la nona si aggiungono i muscoli membranosi posteriori. La sesta coppia di nervi cerebrali, invece, non contribuisce alla respirazione, poiché “nessuna sua parte si inserisce in nessun muscolo del torace” (fr:3399), al contrario dei nervi frenici che permettono la sola respirazione diaframmatica quando tutto il resto è paralizzato.
16.6 Ispezione dello spazio pleurico e del pneuma
L’ultima parte affronta la questione dello spazio tra polmone e parete toracica. L’asportazione tradizionale di una costola offriva “una interpretazione non chiara” (fr:3403), ma l’autore perfeziona la tecnica rimuovendo anche una delle due membrane pleuriche, così da ottenere un’ispezione limpida che mostra “il polmone congiunto al torace” (fr:3404). Ancora più chiara risulta l’esposizione del diaframma dopo aver staccato il peritoneo dalla sua porzione tendinea. Si descrive una manovra di divaricazione: “tirerai in basso lo stomaco e sposterai lateralmente verso le parti carnose del diaframma quanto c’è ai due lati dello stomaco” (fr:3412); il risultato è che “tutti ammettano chiaramente che il polmone in questo punto è modellato sul torace, senza mai staccarsene, bensì standogli sempre attaccato in entrambe le fasi della respirazione” (fr:3413). Questo dato “confermano l’opinione di Erasistrato, secondo il quale non esce pneuma fuori dal polmone” (fr:3414). Tuttavia, appena l’animale muore, il polmone si allontana visibilmente dal diaframma (fr:3415-3416), suggerendo che il pneuma in esso contenuto venga evacuato nello spazio pleurico. L’ampiezza di tale spazio varia con la profondità del respiro: “nelle piccole respirazioni in taluni animali non è affatto percepibile, in altri appare assai piccolo” (fr:3420), ma si può ingrandirlo facendo correre l’animale prima dell’esperimento e paralizzando il diaframma, costringendo così la gabbia toracica a un’escursione maggiore.
Il testo costituisce una testimonianza straordinaria del metodo anatomico imperniato sulla vivisezione dimostrativa, in cui la parola scritta fissa in forma di protocollo operatorio conoscenze fisiologiche destinate a essere discusse pubblicamente e criticamente confrontate con le dottrine contemporanee, come quella erasistratea sul pneuma.
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17 L’arte della natura nella meccanica della mano: tendini, muscoli e movimento volontario
Nel De usu partium, Galeno espone una dettagliata analisi teleologica dell’apparato motorio della mano, fondendo osservazione anatomica e ricerca dell’utilità perfetta.
Il discorso si apre con una chiara delimitazione del metodo: l’indagine non verte sulle funzioni in sé, ma sulle loro utilità finali, assumendo come ipotesi quanto già dimostrato altrove. “Non è però ora il momento di far ricerche sulle funzioni: il nostro proposito non è di parlare di quelle ma delle utilità” (fr:4441). Vengono così richiamati i principi fisiologici fondamentali: “il principio di tutti i nervi siano il cervello e il midollo spinale … e che i nervi prendano la facoltà psichica dal cervello, le arterie quella pulsativa dal cuore, le vene quella vegetativa dal fegato” (fr:4443). Da ciò deriva che “l’utilità dei nervi sarà dunque di portare la facoltà della percezione e del movimento dal principio alle singole parti” (fr:4444), mentre le arterie conservano il calore e il pneuma psichico e le vene provvedono alla produzione e al trasporto del sangue (fr:4445). I muscoli, definiti “organi del movimento volontario”, hanno la loro terminazione nervosa nel tendine (fr:4447). Viene poi ripresa una distinzione fondamentale: i tendini, visibili, sono composti da nervi e legamenti, dai primi ereditano “percezione e movimento volontario”, dai secondi la capacità di legare, essendo il legamento “una cosa bianca e priva di sangue e di cavità … perfettamente insensibile e non può muovere nulla” (fr:4452-4455).
Applicando queste premesse alle dita, Galeno ne indaga la struttura ossca “adattissima ad organi prensili”, osservando come per muovere ossa dure la natura escogitò di far spuntare tendini dai muscoli dell’avambraccio e condurli dritti alle dita (fr:4450-4451). La scelta di tendini lunghi risponde a un preciso criterio di utilità: “era meglio che l’estremità della mano fosse leggera e sottile e che non diventasse, perché ingombra di carni, insieme pesante e grossa” (fr:4461). Esposti per lungo tratto, questi tendini sono protetti da una sostanza membranosa che fa da guaina, rendendo innocuo il contatto con agenti esterni e con le ossa (fr:4462). La forma stessa dei tendini è adattata allo scopo: rotonda nel decorso per resistere ai danni, piatta nel punto di inserzione sulla falange per “muovere più facilmente, tirandola con maggior presa” (fr:4463).
Il movimento di ciascun dito è scomposto in quattro direzioni – flessione, estensione e due movimenti laterali – e coerentemente “i tendini si attaccassero a ciascuna articolazione in quattro maniere”, originando dai diversi muscoli dell’avambraccio e della mano (fr:4464, 4466-4467). La distribuzione di questi tendini segue una logica funzionale precisissima. Nelle quattro dita, che esplicano le funzioni prensili “più numerose e più energiche”, si trovano due grandi tendini interni, mentre il pollice (detto anticheir, cioè “equivalente alla mano”, fr:4471 e 4476) possiede all’interno un solo tendine sottile perché la sua prima articolazione “è perfettamente inutile” alla flessione, e la sua funzione principale consiste nel poggiarsi sulle altre dita serrandole (fr:4480). Quanto ai tendini laterali, nelle quattro dita il più robusto è quello che le allontana dal pollice, poiché tale movimento è il più utile (fr:4486-4488). Per il pollice, invece, la natura pose addirittura quattro principi di movimento laterale, due per ciascun lato, così da rendere al massimo l’avvicinamento e l’allontanamento dall’indice (fr:4489-4491).
Un passo particolarmente celebre illustra la soluzione adottata per il tendine che piega il pollice. Affinché potesse tirare nella giusta direzione nonostante l’origine in posizione sfavorevole, “comincia di dove comincia quello che va verso il dito medio, e, facendosi portare da quello per un pezzo, trattenuto da forti membrane, se ne allontana solo quando si viene a trovare nel cavo della mano, proprio come le briglie della biga che collocate sul giogo si separano passando per certi anelli” (fr:4504). Così, quando è teso, il tendine trascina il dito non verso il muscolo, ma verso il punto dove la membrana lo fa deviare (fr:4505). Anche la gerarchia tra i tendini segue un principio generale: “Sempre la natura pone in profondità ciò che è il più importante, in superficie ciò che è meno importante” (fr:4509). Per questo motivo i tendini del pollice giacciono sotto gli altri sull’esterno della mano, e quelli per le quattro dita si articolano in due strati: l’aponeurosi profonda si divide in cinque tendini, quella superficiale in quattro, poiché il pollice non ne riceve da quest’ultima (fr:4516-4517). I tendini profondi muovono la prima e la terza articolazione, quelli superficiali la sola articolazione di mezzo, giudicata meno importante e perciò servita da un meccanismo che, in caso di lesione del tendine profondo, consente ancora un residuo di movimento (fr:4523-4524). “essendo meno importante fu ragionevolmente collocato in superficie” (fr:4525). L’intera architettura, per numero, grandezza, posizione, divisione e inserzione, risulta fatta “al fine del meglio” (fr:4526).
Infine, poiché la carne di per sé è insensibile, e sarebbe stato “assurdo che un organo prensile fosse coperto da una parte insensibile”, la natura non trascurò di fornire un’innervazione sensitiva (fr:4528). L’intera trattazione, costellata da glosse che segnalano l’origine scimmiesca di molte osservazioni (fr:4474-4475) e chiariscono termini come l’avverbio “eulogos” (fr:4477, “come ci si doveva razionalmente aspettare”), costituisce una testimonianza paradigmatica del teleologismo galenico. Attraverso un’analisi che unisce minuziosa anatomia e ricerca della causa finale, Galeno trasforma la mano in una dimostrazione di “eccelsa arte” (fr:4468), dove ogni particolare – dalla lunghezza dei tendini alle guaine protettive, dalla deviazione “a briglia” del tendine del pollice alla doppia aponeurosi flessoria – è interpretato come un ritrovato meraviglioso e pienamente razionale.
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18 L’utilità delle parti: meccanica dei tendini, prescrizione funzionale e critica all’epicureismo
Galeno dimostra come la struttura dei tendini della mano realizzi una sinergia perfetta tra movimenti di flessione, estensione e lateralità, rendendo la presa adattabile a ogni tipo di oggetto, e si oppone a chi riduce tale architettura all’esercizio anziché all’arte della natura.
Il testo analizza la disposizione e la funzione dei tendini che muovono le dita, a partire dalla loro origine. Inizialmente si afferma che le carni, una volta formatesi, diventano muscoli, perché “la genesi dei muscoli risulta da nervi dispersi in carni” – (fr:4529). Da questi muscoli la natura fa nascere tendini che si attaccano alle parti laterali di ogni dito: “in quelle di sinistra nella mano destra, in quelle di destra nella mano sinistra” – (fr:4530), mentre altri tendini, provenienti dai muscoli dell’avambraccio, si inseriscono anch’essi lateralmente.
Il discorso verte sull’utilità del piegare le quattro dita in modo che combacino perfettamente, senza lasciare spazi vuoti, specialmente quando si afferrano corpi piccoli o liquidi (fr:4532). Tale convergenza è garantita dal fatto che i tendini che flettono le dita nascono da un’unica origine, collocata “vicino alla piegatura del polso a metà quasi di quella regione” – (fr:4535). Questa origine comune costringe tutte le dita a puntare verso di essa. Così, “quando si piega solo la prima e la seconda articolazione, e la terza è tesa, le estremità delle dita rimangono congiunte insieme” – (fr:4536), nonostante le estremità siano più sottili e tenderebbero a distanziarsi. La geometria del movimento è spiegata col fatto che i tendini procedono per linee rette formando “angoli uguali con la testa” – (fr:4537), costringendo ciascun dito a sovrapporsi al proprio tendine e a piegarsi verso l’origine; per questa ragione “anche se si fa forza non si riuscirà a piegare le dita distanti fra loro” – (fr:4538). Natura avrebbe quindi reso impossibile fin dall’inizio un movimento inutile (fr:4539).
Per afferrare corpi voluminosi con una o entrambe le mani serve invece che le dita si distendano e si distanzino al massimo. A ciò provvedono i movimenti laterali: la natura li ha creati affinché le dita possano “distanziarsi quanto vogliamo” – (fr:4541). Anche in assenza di tali movimenti, i tendini estensori, partendo anch’essi da un’unica punta e dividendosi secondo angoli uguali, farebbero sì che le dita estendendosi si allontanino tanto più quanto più si allontanano dall’origine (fr:4542‑4543). Esperienza comune conferma che “se le stendi si distanziano, se le pieghi finiscono nello stesso punto” – (fr:4545). I movimenti laterali furono dunque creati non solo per distanziare le dita, ma per farlo il più possibile (fr:4546), e in aggiunta offrono la possibilità di congiungere le dita quando sono distese, tendendo il tendine laterale opposto di ciascun dito (fr:4548‑4549).
L’analisi della meccanica tendinea mostra una gerarchia precisa. Quando le dita sono flesse, i movimenti laterali devono restare inattivi perché inutili; quando invece le dita sono estese, tali movimenti diventano utili. A questo scopo la natura ha modellato la struttura dei tendini laterali in modo che siano incapaci di agire durante la flessione. I tendini laterali prendono origine da due gruppi muscolari diversi: alcuni dai piccoli muscoli interni della mano, altri dai grandi muscoli esterni dell’avambraccio. Di conseguenza gli uni sono più piccoli e deboli, gli altri più grandi e forti (fr:4554). Nella mano destra i tendini più deboli arrivano da sinistra e i forti da destra; nella sinistra avviene il contrario (fr:4555). Inoltre i tendini laterali esterni non sono attaccati esattamente al centro dei lati, ma “più in su ponendoli più vicini a quelli che tendono, allontanandoli da quelli che piegano” – (fr:4556). Così il movimento laterale interno risulta rafforzato e al tempo stesso resta inattivo durante la flessione (fr:4557). Il potenziamento del movimento laterale verso l’interno è necessario perché esso coopera con l’opposizione del pollice; la natura, che aveva opposto il pollice alle altre dita, comprese che il movimento delle dita verso il pollice avrebbe portato grande vantaggio (fr:4561‑4562). Perciò assegnò al movimento laterale interno “quale guida […] un tendine non piccolo, mentre limitò la grandezza degli altri” – (fr:4563), per non creare un movimento antagonista che ne equilibri la forza e per evitare il superfluo. La debolezza dei piccoli tendini interni durante la flessione è anzi utile alla loro completa inerzia (fr:4564).
Il discorso si appoggia a premesse dimostrate nel Sul movimento dei muscoli: in ogni articolazione solo la posizione mediana è indolore, mentre le posizioni estreme, raggiunte al limite della tensione muscolare, sono dolorose (fr:4566). Per le dita, quando la mano è completamente rilassata si mantiene la figura di mezzo e nessun muscolo è in funzione (fr:4567‑4568). Per estendere le dita si attivano i tendini esterni, per fletterle quelli interni; per combinarvi uno spostamento laterale si attivano insieme i muscoli estensori/flettori e quelli laterali (fr:4569‑4571). Durante la flessione, il movimento laterale esterno è reso inerte dalla posizione dell’inserzione vicina ai tendini estensori; il movimento laterale interno è invece neutralizzato dalla debolezza dei suoi tendini, giacché non è possibile che due movimenti opposti agiscano insieme (fr:4572). Come accade per le navi spinte da remi e vento laterale, l’effetto di una forza molto maggiore annulla quello della minore: i tendini flessori, molto grandi e persino doppi, sovrastano nettamente i tendini laterali, microscopici e difficilmente osservabili (“indistinguibili e difficilmente osservabili per la loro piccolezza” – (fr:4574)). Quando i grandi tendini flettono le dita, quelli piccoli sono trascinati dalla forza del movimento (fr:4575‑4579). L’ampiezza del movimento laterale va misurata non dagli estremi laterali, ma dalla posizione mediana in cui i tendini estensori sono perfettamente dritti; giudicando in questo modo appare evidente “la brevità di quella interna” – (fr:4585‑4591).
Il pollice, opponibile, ha caratteristiche inverse rispetto alle altre dita: “il più debole è quello interno, che nelle altre dita è il più forte” – (fr:4596), e i tendini più grossi sono quelli laterali, al contrario che nelle altre dita (fr:4597). Anche il pollice possiede doppi tendini per il movimento più importante, quello esterno (fr:4598).
L’ultima parte del testo confuta la dottrina di Epicuro e Asclepiade, secondo cui la grossezza dei tendini non dipenderebbe da un disegno provvidenziale, ma dall’esercizio: le funzioni più esercitate produrrebbero tendini grossi, quelle inerti tendini sottili (fr:4602‑4603). Galeno controbatte che un simile argomento non spiega né il numero, né la posizione, né le inserzioni dei tendini, e che già nei feti, “benché questi non svolgano con i tendini ancora nessuna funzione” – (fr:4606), si trovano tendini doppi o grandi secondo lo stesso schema riscontrato negli adulti. Se la grossezza dipendesse dall’esercizio, allora “coloro che faticano forse avranno quattro piedi e quattro mani” – (fr:4607), mentre gli oziosi avrebbero un solo arto. La critica si rafforza con i numeri: le articolazioni delle dita di entrambe le mani sono trenta, ciascuna con quattro inserzioni tendinee, per un totale atteso di centoventi attacchi; mancando però un’inserzione interna nella prima articolazione del pollice, “ne restano centodiciotto” – (fr:4609‑4610). Questa mancanza non è irrazionale, ma esattamente proporzionata all’uso: non serviva un movimento di flessione marcato del pollice in quella articolazione, e la natura ha omesso l’inserzione superflua, mentre ha realizzato con arte tutte le altre centodiciotto regioni (fr:4611‑4615). La conclusione è un appello ad ammirare i successi della natura piuttosto che biasimarne presunti errori, e a riconoscere la finalità di ogni dettaglio anatomico: quando le quattro dita si piegano del tutto, il pollice funge da coperchio o si sovrappone stringendo, rendendo conto della sua specifica disposizione (fr:4616).
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19 L’ingegno della natura e l’innervazione della laringe
Galeno, proseguendo l’analisi della laringe, affronta il problema apparentemente insolubile di come dotare di nervi i muscoli che la chiudono e la aprono, trovando nella soluzione adottata dalla natura una prova suprema della sua provvidenzialità artigianale.
Il testo, tratto dal libro XIV del De usu partium di Galeno, si inserisce in un’ampia disamina della struttura e della funzione della laringe. L’autore riprende il filo del discorso dopo una digressione sulla lingua, tornando ai muscoli che presiedono alla chiusura e all’apertura dell’organo. Egli parte da una constatazione anatomica che suscita meraviglia per il sapiente contrappeso di forze in gioco: i muscoli costrittori del torace, potenti e numerosi, trovano opposizione in due soli, piccoli muscoli laringei, coadiuvati dalla glottide. “Se si rivolge l’attenzione alla laringe e si riflette sulla dimensione e il numero dei muscoli che contraggono il torace si resterà meravigliati: a tutti questi si oppongono i due piccoli muscoli che chiudono la laringe” - (fr:6635). Questa sproporzione non è segno di debolezza, bensì di un preciso disegno funzionale: mentre i muscoli che chiudono devono opporre resistenza per trattenere il respiro, quelli che aprono offrono un passaggio agevole all’aria espirata con violenza, un compito che “può accadere anche senza l’intervento dei muscoli per l’impeto stesso del flusso d’aria” - (fr:6652).
La questione centrale diventa però l’innervazione di questi sei muscoli (i due che chiudono e i quattro che aprono), la cui peculiare disposizione anatomica crea un dilemma fisiologico. Galeno stabilisce un principio generale: in ogni muscolo, il nervo si inserisce nella “testa”, ovvero l’origine, e da lì porta la facoltà motoria o sensitiva, non inserendosi mai all’estremità. “Ovviamente in tutti i muscoli il nervo s’inserisce nella testa portando dal cervello o dal midollo spinale la facoltà percettiva o motoria, … mai nell’estremità: in tal caso ne farebbe il punto iniziale (la testa) e non l’estremità” - (fr:6639). Applicando questa regola, i muscoli che chiudono la laringe, avendo la loro testa sulla cartilagine tiroide in alto e dirigendosi verso l’aritenoide in basso, richiederebbero nervi provenienti dall’alto, in linea retta con la loro origine. Al contrario, i muscoli che aprono, con la testa in basso, necessiterebbero di nervi provenienti dal basso.
Qui si manifesta l’aporia. Se l’origine dei nervi fosse il cuore, come alcuni ignoranti di anatomia sostengono, i sei muscoli riceverebbero rami in linea retta, ma il movimento di molti altri muscoli del collo e della testa diventerebbe impossibile. In realtà, essendo cervello e midollo spinale la vera origine, la regola generale vede i muscoli che vanno dall’alto in basso ricevere nervi dal cervello, e quelli obliqui dal midollo cervicale. Tuttavia, i sei muscoli laringei, per la loro traiettoria diritta e per la posizione delle loro teste, si trovano in una condizione di eccezionale difficoltà: “Essi infatti, in quanto vanno diritti dall’alto in basso lungo la laringe non avevano affatto bisogno di nervi obliqui; di diritti, provenienti dal cuore, non ne avevano; ne avevano provenienti dal cervello, ma disposti in direzione contraria alla loro” - (fr:6657-6658). Correva quindi il “grave pericolo che i summenzionati muscoli, soli fra tutti, mancassero di nervi che fornissero loro sensibilità e movimento” - (fr:6659).
L’intero passo è costruito come una dimostrazione della provvidenza della Natura, il vero “artefice degli animali”. La soluzione a questa difficoltà, che Galeno si trattiene dallo spiegare subito per sfidare idealmente i seguaci di Asclepiade ed Epicuro, rappresenta un “sapiente artifizio” (fr:6661) che corona l’argomentazione teleologica. Questa sospensione retorica non è solo un espediente polemico contro i filosofi che negano il finalismo, ma testimonia il metodo galenico: l’anatomia non è mera descrizione, ma svelamento di un progetto intelligente. Nel percorso, l’autore non manca di segnalare l’ignoranza altrui, come quella di Aristotele che non distingueva nervi e tendini (fr:6660), o di correggere implicitamente errori testuali (come suggerisce la nota a fr:6646-6647 riguardo alla lezione “chiudono” per “aprono”), rivelando un’opera che è al contempo trattato scientifico, testimonianza di una dibattuta tradizione anatomica e celebrazione dell’intelligenza immanente alla natura.
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20 La testa come sede del sensorio: protezione, sensibilità e disegno teleologico in Galeno
Dall’altezza degli occhi alla struttura del cervello e dei nervi, ogni particolare anatomico risponde a un vincolo preciso: conciliare la sensibilità necessaria alla percezione con la robustezza indispensabile alla difesa.
Il testo, tratto dal De usu partium di Galeno, indaga la logica costruttiva della testa e degli organi di senso. L’argomentazione si apre con un’analogia visiva: “Quelli che stanno a osservare da lontano l’assalto dei nemici o dei predoni salgono su mura o torri alte o su qualche monte” – (fr:7041). La postazione elevata serve alla sorveglianza, e proprio da questa esigenza funzionale muove la spiegazione anatomica: gli occhi non potevano trovarsi in basso, perché “la loro funzione richiede un luogo alto” – (fr:7040). Negli animali a corpo molle, tuttavia, occhi sporgenti su un collo allungato sarebbero stati troppo vulnerabili. La natura trova per l’uomo una soluzione conciliante: “non volle né impedire la funzione né disturbare la sicurezza, e trovò il modo di creare per essi una parte alta e adatta a proteggerli, mettendo, sopra, le sopracciglia, di sotto le mascelle, e collocando nelle parti interne il naso, in quelle esterne il processo zigomatico” – (fr:7047).
Questa robusta impalcatura da sola non basta a definire la testa. “Una tale congerie di cose non è ancora testa, poiché queste cose possono esistere anche senza la testa” – (fr:7048). La necessità della testa nasce dalla vicinanza che i nervi sensoriali devono mantenere con il cervello: nervi molli, che si romperebbero “subito e si ammaccherebbero facilmente” – (fr:7065) se uscissero dal cranio per un lungo tratto. Per questo “bisogna che ciascuno degli organi sensoriali sia vicino al cervello” – (fr:7066). La conclusione è netta: “il cervello è stato collocato nella testa per gli occhi, e ciascuno degli altri organi sensoriali a causa del cervello” – (fr:7068). Anche la bocca risponde a questa logica, poiché deve contenere la lingua, strumento del gusto, del tatto orale e della parola: “Non era bene che questa restasse nuda e completamente senza copertura, e non c’era niente di meglio della bocca per coprirla e difenderla” – (fr:7070).
L’analisi si sposta sul cervello, definito nella sua duplice natura. “Più molle la parte anteriore, più dura l’altra, che gli anatomisti chiamano cervelletto” – (fr:7079). Le due parti sono separate dalla meninge dura: la parte anteriore, principio dei nervi molli sensoriali, deve essere più modificabile; la posteriore, origine dei nervi duri destinati al movimento e al tatto, deve essere più resistente. Galeno osserva che “il molle è più adatto per subire un effetto, il duro per agire” – (fr:7051), e trasferisce questa polarità anche ai nervi: gli organi sensoriali che si muovono volontariamente possiedono entrambi i generi di nervi, cosicché “quando uno dei due nervi subisce un danno danneggia la parte solo per la funzione legata ad esso” – (fr:7054).
Ogni via sensoriale riceve una conformazione coerente con il proprio sensibile e con il proprio grado di esposizione. L’organo della vista esige trasparenza e abbondanza di pneuma psichico; “questa sola propaggine possiede giustamente un passaggio sensibile, perché è la sola a contenere moltissimo pneuma psichico” – (fr:7102). Il nervo ottico, molle all’origine, si compatta nell’attraversare il cranio e torna a distendersi nelle orbite, “cosicché pare cervello esattamente per il colore la consistenza e per tutto il resto” – (fr:7108). Per l’udito, la protezione prevale sulla sensibilità pura: la natura costruisce un labirinto osseo a spirale capace di “smorzare a poco a poco, con svariate deflessioni, la forza immediata che l’aria fredda avrebbe avuto se fosse entrata per via diretta” – (fr:7124). Il nervo acustico è perciò “più duro di quanto conviene alla sua funzione” – (fr:7130), mentre quello della lingua resta più molle perché la bocca funge già da scudo.
L’olfatto è l’ultimo senso esaminato. Le sue propaggini si trovano nei ventricoli anteriori del cervello e la protezione deve essere abbastanza rilassata da lasciar passare il vapore odoroso, “tanto più rilassata di quella dell’udito, quanto il suo materiale percettivo è più denso di quello dell’udito” – (fr:7138). Il discorso si chiude con un richiamo all’esperienza quotidiana e a Platone: “quando qualcosa ostruisce talvolta le narici, come da qualche parte dice Platone, «non filtra nessun odore, e solo l’aria, libera dagli odori, riesce a passare»” – (fr:7141).
L’intero brano documenta un modello anatomico-fisiologico in cui l’osservazione morfologica è inseparabile da una finalità funzionale. La coppia molle/duro, l’esigenza di protezione senza perdita di sensibilità, la gerarchia tra sensi più nobili (vista) e sensi più esposti o meno discriminativi (udito, olfatto) sono espressione di una medicina che cerca nel corpo la conferma di un ordine razionale.
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21 La duplice funzione dell’organo olfattivo e la struttura protettiva del cervello nel trattato galenico
Nel testo, l’autore esamina con minuzia anatomica e argomentazioni fisiologiche il rapporto tra l’organo dell’olfatto, la respirazione cerebrale e i sistemi di protezione del cervello, mostrando come la natura abbia orchestrato strutture e funzioni molteplici con economia di mezzi. La trattazione procede collegando la morfologia della mucosa nasale alla dinamica dei residui cerebrali, per poi estendersi alle meningi, ai ventricoli e alla logica che governa gli organi doppi.
L’osservazione diretta della copertura dell’organo dell’odorato svela una porosità variabile con lo stato del tessuto: “Finché essa è raggrinzita e rilassata e i corpi intorno ai pori cadono gli uni sugli altri, i fori risultano invisibili; ma quando nella dilatazione tali corpi si separano i fori si rivelano” (fr:7144). Ciò implica che il vapore odoroso, per essere percepito, deve attraversare una trama di passaggi più fitta di quanto suggerisca l’apparenza a riposo; l’esperimento consigliato prevede l’uso di acqua calda su un animale morto da poco per evitare che l’indurimento post-mortem falsi il risultato (fr:7144-7145). La lassità di questa copertura è inoltre testimoniata dalla frequente evacuazione di residui che dagli antichi erano chiamati blenna o coriza e dai moderni muco (fr:7146).
Qui emerge uno dei principi cardine dell’intera opera: “È infatti artificio fra i più consueti alla natura non tralasciare in nessun punto alcuna funzione o utilità d’un organo, quando è possibile che molte siano compiute bene dallo stesso unico organo” (fr:7147). Applicato ai condotti nasali, tale principio significa che gli stessi canali servono sia all’eliminazione dei residui provenienti dai ventricoli cerebrali – evitando così l’apoplessia – sia al riconoscimento degli odori, e ancora alla inspirazione diretta dell’aria verso il cervello (fr:7148-7152). Ippocrate, osserva l’autore, aveva già menzionato questa via di scarico (fr:7153). Delle tre funzioni, la respirazione cerebrale è giudicata la più essenziale: “prima di questa vi è il riconoscimento degli odori, e ancora più importante di quest’ultima e necessaria alla vita stessa è la inspirazione dentro il cervello” (fr:7152).
La copertura dell’organo olfattivo doveva però essere al tempo stesso porosa – per accogliere aria e vapori – e abbastanza lassa da permettere l’espulsione rapida di residui copiosi. Questa delicatezza strutturale comportava un grave rischio per il cervello, esposto al contatto diretto con l’aria esterna. Di qui l’introduzione di uno schermo osseo: “la natura aggiunse alla prima un osso pieno di complicati fori, come una spugna, allo scopo che nessun corpo vi battesse sopra e in particolare che il freddo, durante la nostra inspirazione, non entrasse direttamente nei ventricoli del cervello” (fr:7156). L’autore contesta il nome anatomico corrente di etmoidi (simili a crivello) e propone, sulla scorta di un’immagine ippocratica, di chiamarli spongoidi (a forma di spugna), perché “hanno dei fori complicati, come le spugne, e non diritti come i crivelli” (fr:7163-7164). A differenza della meninge dura, perforata come un setaccio, questi ossi presentano condotti tortuosi e curvi: “se qualcosa ha da andare al cervello passando per essi deve prima vagare a lungo e fare un lungo giro” (fr:7166). L’autore vede in ciò un esempio ulteriore della saggezza del demiurgo, che non solo fa servire un organo a più operazioni, ma fa sì che queste operazioni “traggono non poca utilità l’una dalle altre” (fr:7168).
La forma a spugna, spiega, blocca il passaggio di liquidi e vapori che un crivello lascerebbe invece transitare; per far uscire qualcosa da una spugna occorre comprimerla, succhiare o spingere con violenza. Perciò l’inspirazione e l’espirazione diventano indispensabili anche per l’olfatto e per la pulizia dei canali: “il riconoscimento degli odori ha luogo come prodotto secondario della inspirazione, e l’eliminazione dei residui come prodotto secondario della espirazione” (fr:7177). In questo scambio di favori, l’odorato protegge a sua volta la respirazione segnalando i vapori nocivi, costringendo l’animale a fuggire l’aria corrotta o a filtrare l’inspirato (fr:7179). Se i condotti si ostruiscono, la soffiata violenta (“la cosiddetta soffiata in fuori”, fr:7182) soccorre con la forza del movimento. Il discorso culmina riaffermando l’economia della natura: “basta un solo organo per molte funzioni e usi” (fr:7184).
L’analisi prosegue con le meningi. La membrana sottile (pia madre) sorregge il cervello, lo avvolge e fa da collegamento per tutti i vasi, proprio come il corion dell’embrione o il mesenterio (fr:7186-7188). L’autore critica gli anatomisti che chiamano corioidi solo le porzioni di tale membrana che tappezzano i ventricoli, mentre ne ignorano la natura unitaria altrove: estende quindi a tutto l’involucro il paragone con il corion, affermandone l’identica funzione connettivale (fr:7191-7192). Lo dimostra con un esperimento: scuoiatane la meninge sottile in un animale morto ma col cervello ancora in sede, “osserverai subito che il cervello, via via che ciascuna delle sue parti viene messa a nudo, si muove e si appiattisce verso l’esterno” (fr:7194). Ciò accade benché il cadavere abbia perso pneuma, calore e fluidi, quindi il cervello vivo, molle e umido, avrebbe ancora più bisogno di essere contenuto (fr:7195-7198).
La meninge spessa (dura madre) è invece definita “una barriera difensiva, per così dire, esposta all’impatto con il cranio” (fr:7200). Tra questa e il cervello la natura ha interposto la meninge sottile, secondo un principio di medietà che l’autore ricalca esplicitamente da Platone: come il dio pose acqua e aria fra terra e fuoco, così le due meningi mediano tra l’estrema durezza dell’osso e l’estrema mollezza del cervello (fr:7203-7211). La meninge sottile è tanto più molle della spessa quanto il cervello lo è di lei, e la spessa è tanto più molle dell’osso quanto più dura della sottile; grazie a questa doppia proporzione il contatto avviene senza danno (fr:7210-7211). Il cranio, come un elmetto, è fissato alla meninge spessa tramite legamenti membranosi che fuoriescono dalle suture, si fondono e formano il pericranio: “un’unica membrana chiamata pericranio, la quale — è evidente alla ragione, anche prima che lo si osservi con la dissezione — lega la meninge al cranio” (fr:7221).
Dopo aver digressionato fino al pericranio, l’autore richiama il discorso ai ventricoli cerebrali (fr:7224). I due anteriori compiono l’inspirazione e l’espirazione del cervello e preelaborano il pneuma psichico; da essi le parti inferiori, verso le narici, costituiscono insieme l’organo olfattivo e il canale di deflusso dei residui (fr:7227-7229). La loro dualità non è casuale: “era meglio che i ventricoli fossero due e non uno solo se pensiamo che i fori inferiori sono due e che tutti gli organi sensori sono gemelli e che lo stesso cervello è doppio” (fr:7230). Il principio generale è che, quando possibile, l’organo doppio garantisce sicurezza: “se uno dei due avesse a subire qualche danno, l’altro continua a servire” (fr:7232). A riprova viene riportato un caso clinico: “Io stesso una volta fui spettatore di uno spettacolo straordinario avvenuto a Smirne, nella Ionia: quel giovanetto ferito ad uno dei ventricoli anteriori che, a quanto sembrava, era sopravvissuto per volontà del dio” (fr:7233). L’osservazione dimostra che la perdita di un solo ventricolo non è immediatamente letale, a differenza della lesione di entrambi. Per la colonna vertebrale e il midollo spinale la duplicazione non era invece possibile: di conseguenza il ventricolo del cervelletto, da cui il midollo origina, rimane unico e deve essere grande per ricevere il pneuma già preparato nei ventricoli anteriori attraverso un passaggio che è “grandissimo” (fr:7240-7244).
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22 L’utilità della sesta e settima coppia dei nervi: la distinzione tra durezza e mollezza al servizio di sensibilità e movimento
“La natura ha chiaramente mostrato, particolarmente con questa coppia di nervi sulla quale è nostro proposito ora parlare, che da una parte non poteva esserci precisione alcuna di sensazione attraverso i nervi duri, e che dall’altra dal cervello non potevano nascere nervi duri, e dal midollo spinale nervi molli.” – (fr:7566)
Il passo, tratto dal De usu partium di Galeno, illustra il rapporto fra la consistenza dei nervi e la loro funzione, concentrandosi sulla sesta e sulla settima coppia di nervi che originano dalla base dell’encefalo. La sesta coppia – che la nota filologica identifica con gli odierni nervi glossofaringeo, vago e accessorio spinale – non è ancora completamente dura, ma risulta assai più dura dei nervi encefalici menzionati in precedenza: “È questa la sesta coppia 5, in aggiunta ai precedenti, dei nervi che nascono dalla base del cervello, neppure essi ancora perfettamente duri, pur tuttavia tanto più duri di quelli prima menzionati, 3 La sesta coppia di Galeno comprende i moderni nervi glossofaringeo, vago e spinale accessorio (May).” (fr:7559). Questa durezza relativa trova la sua ragione nella vicinanza al midollo spinale: “quanto la propaggine è più vicina al midollo spinale” (fr:7560), tanto più diventa dura, perché proprio lì risiede il “principio dei nervi duri” (fr:7561), essendo il midollo stesso “molto più duro del cervello” (fr:7561).
Galeno richiama la dottrina esposta nel libro precedente: la sensibilità esige propaggini molli del cervello, mentre la forza del movimento richiede propaggini dure, e per questo motivo la sostanza cerebrale si fa progressivamente più dura a partire dalle parti anteriori molli. “Le sue parti più dure sono quelle dove esso si congiunge col midollo spinale, laddove il midollo spinale è più molle che in ogni altra sua parte. Questo, a sua volta, via via che scende in basso diventa a poco a poco più duro.” (fr:7563-7564). La natura ha così predisposto un gradiente di durezza che maschera un principio economico: “la formazione del midollo offre all’animale l’utilità che nel corpo vi sia un principio dei nervi duri, non potendo il cervello assumere una così grande durezza per la ragione che dicemmo in precedenza.” (fr:7565).
La sesta coppia diventa il banco di prova di questa regola. Da un lato, i nervi duri non possono garantire precisione di sensazione; dall’altro, il cervello non può generare nervi duri, né il midollo spinale nervi molli. La soluzione è affidata proprio a questo gruppo di nervi che, pur non essendo durissimi, scendono fino all’osso sacro (detto anche “piatto”) distribuendosi a quasi tutti gli intestini e visceri: “Questi infatti scendono tutti fino all’osso piatto distribuendosi quasi in tutti gli intestini e i visceri, benché la maggioranza di essi si trovi lungo la spina, la cui terminazione è l’osso che da alcuni è chiamato sacro, da altri è chiamato piatto, dove si disse finiscono i nervi.” (fr:7567). Sarebbe stato preferibile un percorso breve e sicuro, ma la consistenza del midollo – ormai duro – impediva di generare nervi molli per i visceri, così come il cervello, massimamente molle, non poteva produrre i nervi estremamente duri necessari agli arti per le attività violente: “Che agli arti che servono alle attività forti e violente occorressero nervi durissimi è immediatamente chiaro, e non è certo meno chiaro che agli intestini occorrevano 725 726 727 728 590 L’UTILITÀ DELLE PARTI nervi molto molli” (fr:7569).
L’argomentazione teleologica si fa serrata. Gli intestini non hanno bisogno di movimento volontario, ma soltanto di sensibilità; il loro tessuto molle si unisce meglio con nervi molli. Inoltre, lo stomaco deve possedere “una esattissima percezione del bisogno di cibi e di bevande” (fr:7571). Per questo la porzione maggiore di questi nervi si porta alla “cosiddetta bocca” dello stomaco e poi alle restanti parti: “Perciò vediamo che la porzione più grande di questi nervi si disperde soprattutto sulla sua parte iniziale, la cosiddetta bocca, e successivamente a tutte le altre parti, fino al fondo.” (fr:7572). Una volta condotti giù dal cervello nervi per lo stomaco, la natura li ha assegnati anche agli altri organi addominali, benché l’utilità fosse minore; lo stomaco, infatti, richiedeva una facoltà appetitiva preceduta dalla percezione di ciò che manca (fr:7573-7574). Galeno respinge l’opinione di alcuni medici che attribuivano alle parti successive allo stomaco una sensibilità altrettanto precisa: “Io penso che esse posseggano una piccola sensibilità accessoria, ma che la maggior parte appartenga allo stomaco e alla sua bocca, dove appunto vediamo che i nervi sboccano in massima parte.” (fr:7576). La prova è data dalla fame violenta, durante la quale “coloro che hanno una fame violenta sentono contrarsi soprattutto questa e per così dire strapparsi e irritarsi” (fr:7577), fenomeno possibile solo grazie alla dotazione di nervi molli (fr:7578).
Lungo la loro discesa, questi nervi molli e dal lungo percorso sarebbero stati estremamente vulnerabili. La natura ha perciò provveduto alla loro protezione: “Li avvolge dunque con forti membrane e le congiunge ai corpi adiacenti che volta per volta incontrano scendendo.” (fr:7581). Tale accorgimento giova anche alla settima coppia di nervi, che viene unita e fasciata insieme alla sesta appena fuoriescono dall’osso cranico: “Unendo insieme questi a quelli della sesta coppia proprio quando essi escono fuori dall’osso della testa, li avvolse in forti membrane e li coperse accuratamente da ogni parte trovando un beneficio comune a tutti e due.” (fr:7583). La similitudine finale chiarisce il vantaggio meccanico: “così come le corde semplici e sottili sono completamente esposte ai danni, mentre quelle composte di più corde acquistano tanta più resistenza quanto aumenta il numero dei componenti, anche i nervi uniti insieme e intrecciati e stretti da comuni legamenti sono resi assai più resistenti di quelli singoli.” (fr:7584).
Storicamente, il brano testimonia il metodo anatomo-fisiologico di Galeno, fondato sull’osservazione diretta delle dissezioni (citate in fr:7580) e sull’integrazione con una rigorosa cornice teleologica. La sesta coppia, identificata dalla glossa moderna come il complesso glossofaringeo-vago-accessorio, rivela un’embrionale mappatura funzionale: nervi encefalici per la sensibilità viscerale, nervi spinali per il movimento somatico. La distinzione fra durezza e mollezza dei nervi, pur non corrispondendo all’istologia contemporanea, fissa un principio di correlazione fra struttura e funzione che dominerà il pensiero neurologico fino all’età moderna.
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23 Il disegno provvidenziale dei nervi motori: decorso, protezione e durezza nel trattato galenico
Il testo descrive il percorso e gli accorgimenti con cui la natura preserva e adatta i nervi motori, in particolare quelli della lingua (settima coppia), mostrando una costante tensione teleologica tra la mollezza intrinseca di queste strutture e la necessità di renderle sicure ed efficaci.
La protezione dei nervi inizia già nel collo, dove la natura, dopo averli separati dalle diramazioni per la lingua, “li unì nuovamente alle arterie carotidi che si trovano vicino e insieme a quelle fece loro traversare l’intero collo congiungendo i nervi alle arterie con comuni membrane” (fr:7589). Questa associazione prosegue nel torace: “nel torace, dove le arterie sono collocate sopra il ventricolo sinistro del cuore divise di nuovo i nervi e ne attaccò uno ciascuna delle due parti dell’esofago” (fr:7590). L’avvolgimento con membrane e il fissaggio ai corpi adiacenti rappresentano una strategia generale: “la natura avvolgendo tutte le altre loro diramazioni con membrane e fissandole ai corpi adiacenti le fa avanzare, rimediando ovunque alla suscettibilità ai danni dovuta alla loro mollezza con aiuti esterni” (fr:7593).
Un dettaglio notevole riguarda l’innervazione dello stomaco. Qui la natura introduce un incrocio deliberato: “Allorché fu sul punto di farne diramazioni nello stomaco, essa fece girare il nervo sulla destra a sinistra e quello sulla sinistra a destra, calcolando che bisognava prima farli obliqui, e poi operò le diramazioni” (fr:7591). Tale disposizione obliqua è giudicata superiore perché “era infatti di gran lunga meno suscettibile a danni che nel caso che la divisione fosse avvenuta con i nervi che andavano diritti in giù” (fr:7592).
La settima coppia di nervi cerebrali, di cui si dice “è immediatamente connessa a quella precedente” e che la natura “provvedendo alla comune sicurezza delle due apofisi escogitò tale accoppiamento” (fr:7597), ha origine “nella zona dove finisce il cervello e comincia il midollo spinale” (fr:7599). Dopo un tratto comune con i nervi della sesta coppia, si separa e “in piccolissima parte s’intrecciano con i muscoli diritti della laringe, mentre in massima parte si inseriscono ovunque nella lingua” (fr:7599). Questi sono identificati come “i primi nervi veramente duri, perché tutti quelli precedentemente menzionati sono più o meno molli, ma nessuno è duro come questi” (fr:7600), sebbene sia naturale che “quelli che si inseriscono nei muscoli sono chiaramente più duri degli altri” (fr:7601).
La mollezza originaria dei nervi motori è compensata dalla natura con diversi espedienti. Per i muscoli oculari, pur essendo piccoli, “si inseriscono dei nervi grandi, per la massa del corpo, per il fatto stesso che sono di consistenza più molle di quanto sarebbe conveniente per dei nervi motori” (fr:7604). Di conseguenza, “la natura ha compensato con la dimensione quanto è in difetto a causa della mollezza” (fr:7605-7606). Lo stesso principio vale per i muscoli temporali, dove “in ciascuno di essi si inseriscono infatti tre nervi, due provenienti dalla terza coppia […] e un terzo più duro”, cosicché “la forza necessaria per la loro azione deriva ai muscoli dal numero dei nervi” (fr:7608). Per i muscoli di mascelle, naso e labbra, invece, la durezza “sopravviene per la lunghezza del percorso, perché essi fanno una lunga strada attraverso le ossa” (fr:7610). Il principio fisiologico è enunciato con chiarezza: “in vicinanza del principio che è molle non era possibile alla natura far nascere un nervo duro, ma solo facendolo andare a poco a poco avanti e in alto, soprattutto quando li fa passare attraverso degli ossi, rende il nervo duro con la lunghezza del tempo e della distanza” (fr:7611). La stessa gradualità si osserva nel midollo spinale e nel cervello (fr:7612).
Alla luce di ciò, la conclusione è inevitabilmente finalistica: “i nervi motori della lingua non si sarebbero potuti inserire più opportunamente in altro luogo né adoperare una via migliore di quella che hanno effettivamente” (fr:7613), anche perché “dalle parti anteriori non vi era spazio alcuno disponibile” (fr:7614).
Il brano costituisce una testimonianza esemplare del metodo anatomico galenico, dove l’osservazione minuta del decorso e delle connessioni nervose non è mai disgiunta dalla ricerca del “perché” finale: ogni scelta costruttiva della natura risponde a un calcolo di utilità, sicurezza e compensazione di debolezze intrinseche, come la mollezza. L’insistenza su membrane, accoppiamenti, incroci e indurimento progressivo delinea un vero e proprio piano provvidenziale inciso nell’anatomia.
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24 L’innervazione dei muscoli masticatori e la distinzione tra nervi duri e molli nel De usu partium di Galeno
L’estratto affronta due temi intrecciati: la spiegazione teleologica del decorso del nervo duro destinato ai muscoli temporali e una messa a punto terminologico-funzionale della distinzione tra nervi duri e molli, fondata sull’origine anatomica e sul progressivo essiccamento.
Il passo si apre con la constatazione che i muscoli temporali, per la loro eccezionale grandezza e per l’ampia inserzione sulla mandibola, non potevano essere mossi adeguatamente dai soli nervi della terza coppia: “Quanto ai muscoli temporali, i nervi che ad essi giungono dalla terza coppia erano ancora più incapaci di muoverli; essi sono infatti grandi, occupano una grandissima parte di tutta la mascella inferiore e vi si inseriscono con grandissimi tendini” – (fr:7626). Per supplire a questa insufficienza, la natura ha inviato su ciascun lato un terzo nervo duro prelevato dalla quinta coppia, così che la forza motrice fosse garantita dal numero dei nervi anziché dalla loro singola grandezza: “La natura perciò su ciascuno dei suoi due lati inviò un terzo nervo duro dalla quinta coppia, in modo che quello che i muscoli degli occhi guadagnano dalla grandezza dei nervi fosse assicurato a quelli temporali dal numero dei nervi” – (fr:7627). L’evidenza empirica è addotta osservando che “Il predetto nervo appare più visibile negli animali in cui il muscolo temporale è grande” – (fr:7628).
L’autore si propone poi di descrivere il percorso di questo nervo, dopo aver esaurito la trattazione delle propaggini del cervello (fr:7629). Il nervo duro, ramo della quinta coppia, penetra nell’osso petroso e si divide in due porzioni che impegnano forami disuguali: la porzione maggiore si dirige all’orecchio, mentre l’altra, attraverso un foro più stretto detto anche foro cieco, compie un tragitto “variamente involuto come un labirinto” – (fr:7630). Tale disposizione non è casuale: “La natura non ha fabbricato senza uno scopo tale labirinto, bensì, come inviò un nervo duro pensando ai muscoli temporali, altrettanto fece con le mascelle” – (fr:7631). L’osso petroso, “inattivo e senza fori e particolarmente duro”, fornisce la sede ideale per formare un nervo duro (fr:7632). Il principio fisiologico invocato è che un nervo si indurisce allontanandosi dall’origine, e la lunghezza del tragitto attraverso una regione secca e arida — quale l’osso petroso — favorisce l’essiccamento: “quando un nervo è bagnato da parecchi liquidi non riceve alcun giovamento dalla lunghezza del viaggio, mentre quando attraversa una regione secca e arida si indurisce molto facilmente essiccandosi” – (fr:7633). A ciò si aggiunge il “vantaggio della sicurezza” garantito dalla posizione dell’osso (fr:7634). La curvatura del labirinto petroso realizza così tre scopi simultanei: “sicurezza, lunghezza della strada e secchezza della regione” – (fr:7635).
La distribuzione terminale vede la maggior parte del nervo duro aprirsi nel muscolo piatto della mascella, mentre una piccola porzione va ad assistere i nervi della terza coppia per i muscoli temporali, compensandone l’insufficiente durezza, “specialmente negli animali che hanno i temporali grandi” – (fr:7636). Ciò solleva una questione comparativa: perché ai temporali la natura ha fornito forza con tre piccoli nervi invece che con uno solo grande (fr:7637), mentre ai muscoli oculari ha destinato un unico grande nervo (fr:7638)? La risposta è anatomica e teleologica insieme: nella regione oculare non era ragionevole praticare molti fori; si era già dimostrato che conveniva usare il foro già esistente per i nervi della mascella superiore (fr:7639). Al contrario, le ossa temporali, molto più grandi e prive di fori porosi, potevano ospitare fori stretti per nervi della terza coppia; un foro largo nell’osso petroso ne avrebbe compromesso la struttura “molto involuta” (fr:7640). Dunque, poiché il nervo duro non poteva diventare grosso e non si poteva generare una pluralità di nervi teneri — già destinati ad altre parti — la natura ha saggiamente combinato i due generi di nervi (fr:7641). Inoltre, la molteplicità delle origini del movimento garantiva un margine di sicurezza: “se mai una di esse avesse ad essere danneggiata, almeno le altre restassero in servizio” – (fr:7642).
Dopo l’indicazione del capitolo XIV (fr:7643), l’autore sospende momentaneamente l’esposizione per chiarire la nomenclatura e la fisiologia dei nervi duri e molli (fr:7644). Invita il lettore a immaginare due nervi estremi — il più duro e il più molle del corpo — e un terzo nervo medio equidistante (fr:7645). Si definiscono quindi duri tutti i nervi compresi fra il medio e il più duro, molli quelli fra il medio e il più molle. La correlazione anatomo-funzionale è netta: “i nervi duri hanno una struttura ottima per i movimenti, ma sono per natura disadattissimi per le sensazioni, mentre, al contrario, i nervi molli sono naturalmente adatti per la precisione del senso, ma presentano un’insufficiente forza di movimento” – (fr:7646). I nervi perfettamente molli non sono affatto motori; quelli meno molli, prossimi ai medi, possiedono una certa capacità motoria ma molto inferiore a quella dei duri.
Sul piano dell’origine anatomica, il principio è altrettanto rigoroso: “l’origine di tutti i nervi duri è il midollo spinale e […] la sua estremità inferiore è l’origine dei nervi estremamente duri, mentre quella di tutti i nervi molli è il cervello, e […] la parte mediana della zona anteriore è dedicata ai più molli, e l’origine della sostanza dei nervi medi è la zona dove il cervello e il midollo spinale si congiungono” – (fr:7647). Un nervo nato molle dal cervello può diventare motorio solo allungandosi e procedendo, “a condizione che si dissecchi e diventi più duro” – (fr:7648). Il grado di essiccamento e la distanza dall’origine determinano quindi il momento in cui un nervo acquisisce funzione motoria (fr:7649). Vi sono nervi che conservano a lungo la natura originaria, come quelli destinati allo stomaco, i quali “si conservano per tutto il cammino quasi tali quali erano nati, perché essi dovevano rimanere sempre sensòri” – (fr:7651). Altri, invece, come i rami della terza coppia diretti alla bocca, illustrano il gradiente: quelli che si inseriscono direttamente nella lingua restano mollissimi e puramente sensitivi, mentre quelli che passano accanto ai denti grandi si essiccano, diventano più duri in prossimità dei canini e fuoriescono per innervare i muscoli delle labbra (fr:7652). Analogamente, il nervo che attraversa le orbite per raggiungere le ossa zigomatiche si indurisce al punto che, “benché sia piccolo, muove i muscoli sotto alla mascella superiore e le ali delle narici” – (fr:7653).
La chiusa del passo ribadisce la perfetta coerenza del sistema: tutto concorda con il discorso precedente, mostrando la forza motoria dei nervi duri e la debolezza di quelli teneri, la loro rispettiva funzione attiva e passiva, la ragionevolezza della loro origine dalle diverse parti dell’encefalo e la finalizzazione di ogni nervo a un organo specifico, con “la grandezza e la qualità che si addice alla natura della parte destinata a riceverlo” – (fr:7654).
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25 La specializzazione delle strutture craniche e oculari secondo Galeno
Galeno esamina la varietà delle suture craniche e la sofisticata architettura dell’occhio, mostrando come ogni dettaglio risponda a una precisa finalità funzionale dettata dalla natura artefice.
Il trattato si apre con una puntualizzazione terminologica sulle giunture del cranio. Galeno osserva che non tutte le unioni ossee sono suture propriamente dette: “Queste non sono le sole combinazioni di ossi, ma ve ne sono anche altre, che né Ippocrate né alcun altro di quelli che hanno accuratamente indagato sulla natura del corpo hanno stimato giusto chiamare suture.” – (fr:7730). A differenza delle suture vere, caratterizzate da un incastro reciproco, le agglutinazioni squamose decorrono longitudinalmente all’altezza delle orecchie e si formano per sovrapposizione di lamine ossee assottigliate: ciascun osso “si assottiglia a poco a poco fino a formare una stretta e sottile squama, e poi l’osso che scende da sopra si trova posto sotto e quello che sale dal basso vi sta esternamente sopra” – (fr:7734). Galeno attribuisce a Ippocrate l’omissione di questa distinzione, “credendole parte della sutura coronaria” – (fr:7737).
La morfologia peculiare delle ossa squamose è ricondotta a una ragione funzionale di protezione delle meningi. La parte superiore e laterale del cranio, a contatto con la meninge spessa, doveva essere porosa e cavernosa affinché i legamenti meningei vi si potessero ancorare; al contrario, le porzioni inferiori necessitavano di durezza e compattezza. “L’’osso superiore che scende dalla testa fu collocato all’interno, perché fosse per un lungo tratto in contatto con la meninge spessa (per un uso che dirò fra breve), mentre l’altro, quello duro che sale dal basso, è stato fatto a mo’ di barriera per il primo.” – (fr:7741). La natura ha così progettato una combinazione in cui l’osso cavernoso è protetto dalla sovrastante squama dura, mentre “tutti i legamenti che legano la meninge spessa al cranio terminano nelle cavernosità interne di questo osso” – (fr:7742). Le suture della mascella superiore, pur non essendo identiche a quelle craniche, sono comunque annoverate tra le suture e saranno trattate altrove – (fr:7738-7739).
Spostando l’analisi agli occhi, Galeno ne giustifica la collocazione anteriore, elevata e paritaria. La funzione visiva si regge su un organo primario, l’umore cristallino, “bianco, splendente, lucente, e puro” – (fr:7755), che però non può essere nutrito direttamente dal sangue a causa della sua natura completamente diversa. Qui interviene una complessa catena nutritiva: il cristallino riceve nutrimento per diadosi dall’umor vitreo, il quale a sua volta è alimentato dal corpo retiforme, una porzione di cervello fatta discendere che si espande a formare una sorta di rete. Questo corpo “somiglia bensì per la forma a una rete, ma non è assolutamente una tunica, né per il suo uso, né per la sostanza” – (fr:7762); piuttosto, “se la strappi via e la metti da sola formandone un mucchietto, ti parrà chiaramente di vedere un pezzo di cervello staccato” – (fr:7763). La sua utilità primaria è duplice: “di percepire le alterazioni del cristallino, e inoltre di trasportare e consegnare il nutrimento al vitreo” – (fr:7764). Esso appare perciò ricco di vasi, molto più di quanto la sua massa richiederebbe – (fr:7765).
Attorno a questi umori si dispone una sequenza di sette cerchi sovrapposti, osservabili con un’accurata dissezione, che convergono nel punto in cui il bianco dell’occhio confina con il nero, formando l’iride – (fr:7798-7800). A partire dall’interno si incontrano: il cerchio massimo del cristallino, il vitreo, il corpo retiforme, la tunica corioide (derivata dalla meninge sottile), un rivestimento proveniente dalla meninge dura (distaccato dalla corioide ma a essa connesso tramite processi vascolari), le aponeurosi dei muscoli oculomotori e infine la tunica periostia che fissa l’intero globo alle ossa – (fr:7788-7797). La meninge dura, saldamente unita alla corioide, media il contatto con le strutture più dure: “il corpo più molle è unito a quello più duro; la natura fece questo artificio tramite una così opportuna collocazione intermedia” – (fr:7795).
La costruzione della copertura anteriore dell’occhio rappresenta per Galeno un vertice di ingegno. La priorità era creare una barriera che fosse insieme protettiva e trasparente. “Una copertura spessa e dura sarebbe stata di danno agli occhi per la loro stessa funzione, mentre una sottile e molle sarebbe stata certo vulnerabile: sarebbe allora stato meglio un tegumento duro ma sottile al massimo, a condizione che fosse anche chiaro.” – (fr:7818). La natura sceglie come origine la tunica proveniente dalla meninge dura, l’unico cerchio esterno dotato di sufficiente solidità. Su di essa opera un progressivo assottigliamento e compattamento fino a ottenere una lamina che ricorda “corna tagliate in pezzi sottili” – (fr:7826), e proprio per questo gli anatomisti la chiamarono tunica cornea – (fr:7827). Il risultato è una struttura che unisce sottigliezza, durezza e lucentezza, divenendo “adattissima a trasmettere la luce, come le corna accuratamente levigate e assottigliate” – (fr:7828).
Di fronte a tale perfezione, Galeno lancia una sfida ai detrattori della natura, invitandoli a indicare un cerchio più adatto per generare la cornea o a concepire un progetto migliore: “Non l’avresti forse fatta sottile e trasparente, affinché trasmettesse le visioni senza impedimento, e dura, affinché proteggesse con sicurezza l’umore cristallino?” – (fr:7834). L’alternativa è l’ammirazione silenziosa di chi riconosce i limiti della propria capacità progettuale rispetto alla sapienza dell’artefice naturale – (fr:7831-7832).
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26 La difesa teleologica dell’occhio e la confutazione dell’accusatore
Un’argomentazione serrata che, a partire dai presunti difetti della tunica cornea, svela la provvidenza mirabile dell’artefice nella costruzione dell’organo della vista.
Il testo si struttura come una replica polemica contro un immaginario accusatore della natura, figura retorica che permette all’autore di dispiegare la sua anatomia teleologica. Il punto di partenza è l’analisi della tunica cornea, descritta come “sottile e compatta”, un’“adattissima barriera dell’organo della vista contro i danni provenienti dall’esterno” (fr:7837). Questa struttura comporta però tre inconvenienti intrinseci, che solo un artefice preveggente come Prometeo avrebbe potuto considerare: la difficoltà di nutrimento, essendo “compatta dura e sottile” e quindi incapace di accogliere vene; il rischio di danneggiare il cristallino con la sua durezza; e la dispersione della facoltà visiva, la cui essenza “è della natura della luce” (fr:7838) e che viene distrutta dall’incontro con luci più forti.
La strategia argomentativa si appoggia sull’evidenza empirica del danno che la luce intensa provoca alla vista: si citano i soldati di Senofonte accecati dalla neve (fr:7843), il tiranno Dionisio che accecava i prigionieri esponendoli improvvisamente a una stanza “spalmata di calce assai brillante” (fr:7848), l’affaticamento dei pittori che dipingono su pergamene bianche (fr:7849) e il ricorso a colori scuri per riposare gli occhi (fr:7850). L’esperimento del lucignolo posto sotto un sole splendente, la cui fiamma “s’affievolisce” e si spegne vicino a una fiamma più grande, dimostra che “la luce più piccola viene sempre vinta e dispersa da quella più grande” (fr:7858).
Per ovviare ai tre difetti, la natura elabora un unico artificio: la tunica coroide (detta uvea, simile all’uva), che nasce dalla meninge sottile ed è “in molti punti nera e in molti altri punti scura e grigia” (fr:7860). Questa tunica, facendosi partire insieme alla cornea dall’iride, svolge tre funzioni: nutre la cornea essendole giustapposta, impedisce il contatto traumatico tra cornea dura e cristallino, e offre un oggetto scuro su cui riposare la vista stanca (fr:7862). Non a caso, quando siamo abbagliati, “chiudiamo naturalmente le palpebre ricorrendo subito al rimedio congenito” (fr:7863). L’autore sottolinea come questo colore grigio non si trovi in nessun’altra parte del corpo, confermando che “la natura non ha fatto niente difettosamente o inutilmente” (fr:7865).
L’anatomia dell’uvea è descritta con precisione ammirata: presenta una villosità interna “umida e molle come una spugna” che, a contatto con l’umore cristallino, ne neutralizza la potenziale nocività, e una compattezza esterna che incontra la cornea dura senza subirne danno (fr:7867-7869). Il foro centrale, la pupilla, rappresenta il culmine di questo artificio: la natura “perforò in questo punto la tunica grigia simile all’uva” (fr:7873), creando l’unica zona in cui non vi è alcuna tunica interposta fra cornea e cristallino, permettendo “l’associazione e la mescolanza fra la luce interna e quella esterna” come attraverso un corno sottile e chiaro (fr:7878).
Per garantire la distanza fra cornea e cristallino all’altezza della pupilla, l’artefice proietta la cornea verso l’esterno, versa intorno al cristallino “un liquido fine e puro come quello che si trova nelle uova”, e riempie la regione pupillare di “pneuma etereo e luminoso” (fr:7879). La presenza di questi elementi è dimostrata attraverso l’osservazione anatomica: negli occhi dei vivi tutto appare teso e pieno, mentre negli animali morti l’occhio è raggrinzito; sezionando la cornea, fuoriesce un liquido fine e “tosto tutto l’occhio diventerà raggrinzito, contratto e rilassato” (fr:7886). L’esperimento del socchiudere un occhio provoca l’allargamento della pupilla dell’altro, fenomeno che “diventa chiaro per esperienza” come prova del riempimento pneumatico, poiché “l’uvea riempita dall’interno viene estesa e allargata moltissimo” (fr:7891-7892).
Nei vecchi, il raggrinzimento della cornea e il restringimento della pupilla sono ricondotti alla diminuzione dello pneuma proveniente dall’alto e alla debolezza senile della tunica (fr:7901). L’affezione chiamata tîsî, che colpisce un solo occhio restringendo la pupilla, si distingue dalla condizione senile bilaterale proprio per questa asimmetria che la rende facilmente diagnosticabile (fr:7903).
Lo pneuma luminoso, come già dimostrato nei libri di Ottica, “apporta la facoltà più importante alla attività degli occhi” (fr:7908), mentre il liquido sottile non solo riempie lo spazio ma impedisce il disseccamento del cristallino e dell’uvea, la cui porzione interna “è simile a una spugna inzuppata” e, se seccata, perderebbe ogni utilità (fr:7912-7915). Il cristallino stesso non è una sfera perfetta, forma cara alla natura ma insicura perché “poggia su una superficie convessa e perciò facilmente rotolante”; una forma più piatta garantisce stabilità e ne previene il rotolamento fuori dall’umor vitreo in caso di colpi violenti (fr:7929-7930). La sua tunica propria è “più sottile e chiara delle ragnatele sottili” e non avvolge tutto il cristallino, lasciando scoperta la parte unita al vitreo, mentre la parte sporgente verso l’uvea è rivestita da questa membrana “levigata e lucida più di tutti gli specchi” (fr:7920-7922).
L’ultima sezione è dedicata alle protezioni esterne dell’occhio. La cornea, “esposta a tutti i disagi del fumo, della polvere, del gelo, del caldo” (fr:7933), è difesa da una serie di strutture concentriche: le ciglia come “steccato per i corpi minuscoli”, le palpebre che si chiudono contro corpi più grandi, le sopracciglia in alto, i pomelli in basso, il naso e la prominenza zigomatica ai lati (fr:7935-7936). La pelle e le palpebre, contraendosi e formando pieghe, fungono da scudi che ricevono per primi gli impatti, proteggendo la cornea sottostante. La loro sostanza non poteva essere né troppo molle e carnosa — sarebbero state vulnerabili — né perfettamente dura e ossea — non si sarebbero mosse facilmente e il contatto con la cornea “non sarebbe stato indolore” (fr:7944).
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27 La perfetta articolazione della testa: una testimonianza del metodo teleologico galenico
Galeno, nel De usu partium, descrive l’articolazione della testa con le prime vertebre e i muscoli che la muovono, elevando l’anatomia a prova di un’arte provvidenziale della natura, inconcepibile come frutto del caso.
Il brano costituisce una densa argomentazione anatomica e filosofica. L’autore, dopo un riferimento all’antico anatema di Platone contro chi, come Anassagora, negava la natura divina degli astri (“Anassagora riteneva il sole una massa di fuoco e incorse perciò nell’anatema di Platone” - fr:8931), si addentra nella complessa meccanica che permette alla testa di muoversi in modo sicuro e vario. Il punto di partenza è la necessità di una doppia articolazione: non bastava una semplice cavità sferica, perché la testa doveva potersi piegare in avanti, indietro e lateralmente. La soluzione risiede nei rapporti tra la testa, la prima vertebra (atlante) e la seconda (epistrofeo). La prima vertebra accoglie le convessità del cranio con le sue cavità superiori, permettendo i movimenti di flesso-estensione; la seconda vertebra, con la sua apofisi rivolta verso l’alto, crea un perno per la rotazione.
L’attenzione si concentra su questa apofisi, il cosiddetto “dente” dell’epistrofeo. “Questa apofisi è chiamata fyrenoeidos [a forma di nocciolo] dai medici recenti, dai più antichi veniva chiamato dente, e così lo chiama Ippocrate” (fr:8940). La sua funzione è cruciale, ma la sua posizione lo rende un potenziale pericolo per il midollo spinale. Di qui scaturisce l’elogio della natura, che escogita un rimedio di mirabile ingegno: “Perciò la natura, poiché l’apofisi in questo punto avrebbe toccato il midollo e l’avrebbe premuto e schiacciato soprattutto nei movimenti, escogitò un doppio rimedio perché neppure quello avesse a patire danni, incavando questa parte della prima vertebra e collocando in essa il dente che avvolse esternamente con un robusto legamento” (fr:8942). Questo legamento trasverso agisce come un cuscinetto protettivo: la sua assenza renderebbe inevitabile lo schiacciamento del midollo, poiché “la cavità della prima vertebra infatti non è in grado di trattenere su di sé da sola in tutti i movimenti il dente senza il legamento che lo circonda” (fr:8945).
Tutto il passo è un crescendo di confutazione del caso. L’autore passa in rassegna ogni dettaglio anatomico per mostrare come, seppur singolarmente si potesse forse immaginarlo fortuito, la loro concorrenza renda l’ipotesi insostenibile. La perfetta corrispondenza delle dimensioni tra prominenze e cavità articolari, la diversa altezza dei margini di queste ultime per prevenire lussazioni nei movimenti violenti, la presenza di un legamento specifico per il dente che non si trova in nessun’altra vertebra — tutto concorre a un disegno intelligente. “Ma ammesso anche questo, il fatto dei legamenti, di quello che collega l’estremità dell’apofisi ascendente con la testa e di quello che a un tempo stringe il dente e protegge il midollo, penso che nessuna persona sensata lo creda opera del caso e non d’arte” (fr:8966).
Dopo aver dimostrato la perfezione delle articolazioni e dei legamenti, il discorso si sposta sull’apparato muscolare, presentato come una ulteriore correzione a un apparente difetto: la sicurezza articolare, necessaria, limita l’ampiezza dei movimenti. La natura compensa questa rigidità non con una, ma con una molteplicità di strategie muscolari. “La sicurezza, alle articolazioni della testa derivò dai fattori che abbiamo detto; a danno, sua necessaria conseguenza, ai movimenti fu rimediato dalla natura col gran numero, la grandezza, la varietà di posizione dei muscoli” (fr:9012). Viene descritta una vera e propria coreografia di oltre venti muscoli, organizzati in coppie antagoniste, con funzioni distinte per la flessione, l’estensione e l’inclinazione, alcuni dedicati al movimento della sola testa sulle prime vertebre, altri al movimento dell’intero collo. La precisione con cui questi muscoli originano e si inseriscono, la loro diversa taglia — piccoli quelli direttamente sull’articolazione, robusti e lunghi quelli che dalla testa arrivano alla clavicola o allo sterno — risponde a un principio di economia e necessità funzionale. Un osso grandissimo come il cranio, che si articola con vertebre minuscole, non poteva che avere i muscoli motori primari ancorati su di sé, tranne pochi e piccoli muscoli profondi.
Il valore storico e testimoniale di questo testo è notevole. Offre uno spaccato vivido del metodo anatomico di Galeno, un metodo che, pur partendo dall’osservazione (spesso su animali e proiettata sull’uomo), la piega sistematicamente a un fine dimostrativo superiore: provare il finalismo naturale. Ogni struttura è interrogata non solo sul “come”, ma sul “perché”, e la risposta è invariabilmente la saggezza della natura. L’anatomia diventa così la base per una teologia naturale. Il brano documenta anche una polemica viva contro il materialismo atomistico o casualista, qui incarnato dalla figura di Anassagora, e il richiamo esplicito ai Procedimenti anatomici e al De musculis testimonia l’organizzazione di un corpus di sapere specialistico. La terminologia è altrettanto rivelatrice: nomi antichi come “dente” convivono con designazioni più recenti come “fyrenoeidos”, in un dialogo tra tradizione ippocratica e medicina contemporanea all’autore. L’intero ragionamento è un classico esempio di come, nella scienza antica, la descrizione anatomica potesse farsi strumento di speculazione filosofica e di celebrazione dell’ordine del cosmo.
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28 L’arte della natura tra movimento e sicurezza: la costruzione della spina dorsale
La natura non mira ai due obiettivi parzialmente ma, in generale, alla funzione, come prima per importanza, e alla sicurezza, come seconda dopo di quella, ma ai fini della conservazione della salute, viene prima la sicurezza, dopo la funzione.
Il ragionamento di Galeno muove da un principio generale: un corpo animale, per potersi muovere e adempiere alle proprie funzioni, non può essere fatto d’un unico pezzo come una statua di pietra o di legno. “Io credo che sia molto meglio che siano fatte così le membra in animali di pietra o di legno” – (fr:9044), osserva, perché “tutto il corpo di simili statue naturalmente è molto più resistente se fatto d’una sola pietra che se composto da molte” – (fr:9045). Tuttavia in un vivente il movimento esige articolazioni, e quindi una molteplicità di parti: “laddove infatti il movimento manca a una sua parte certamente parrà che non si distacchi affatto da quello di pietra, e così non è più neppure animale” – (fr:9047). Questo conduce al primo assioma: “essendo nell’essenza dell’animale soprattutto il muoversi, e poiché ciò non può darsi senza articolazioni, era perciò meglio che l’animale fosse composto da molte parti” – (fr:9048).
L’argomentazione non si ferma alla quantità ma introduce subito un limite: “tuttavia anche qui sta attento al limite del numero. La gamba infatti non ha bisogno di mille parti perché ne ha bisogno di molte” – (fr:9049-9050). La natura persegue simultaneamente due obiettivi: la funzione, che vuole disponibilità al movimento, e la resistenza ai danni. Considerati separatamente, essi appaiono contraddittori. “Quando guardi con la ragione al fatto che tutte le parti dell’animale devono muoversi variamente, rimprovererai alla natura d’aver fatto così grande l’osso della coscia” – (fr:9053); “quando di contro guardi solamente alla sicurezza, pensi che dev’essere uno solo l’osso della schiena, non, come effettivamente è, più di venti” – (fr:9054). La perfezione sta invece nella sintesi: “la natura non mira ai due obiettivi parzialmente ma, in generale, alla funzione […] e alla sicurezza, come seconda dopo di quella, ma ai fini della conservazione della salute, viene prima la sicurezza, dopo la funzione” – (fr:9055). Tale gerarchia costituisce la chiave per comprendere la struttura vertebrale.
Se l’osso della schiena fosse unico, il corpo sarebbe “immobile, come trapassato da uno spiedo o inchiodato a un palo” – (fr:9058). Ma la vera sapienza di Prometeo — cioè della natura artefice — non fu solo la divisione in più vertebre, bensì il loro numero e i loro rapporti: “né io né tu né un altro uomo avrebbe compreso […] il non fare cioè due, tre, quattro, o comunque poche vertebre nella spina dorsale, ma così numerose e allo stesso tempo variamente in rapporto fra di loro come effettivamente sono” – (fr:9059). Galeno si propone di dimostrare che “il loro numero ha sempre la misura migliore e che tutte le apofisi, tutte le congiunture articolari, tutte le sinfisi, i legamenti, tutti i fori sono meravigliosamente approntati in vista sia della funzione che della resistenza ai danni” – (fr:9060).
Il perno dell’intera costruzione è il midollo spinale, la “parte più importante di tutte quelle della spina dorsale” – (fr:9061), concepito come un secondo cervello. La sua protezione e la sua funzione spiegano l’ossatura: “Quattro sono le utilità della spina dorsale: 1) come base e fondamento degli organi necessari alla vita; 2) come via per il midollo; 3) come sicura protezione, e 4) come organo del movimento che gli animali fanno con la schiena; 5) (in sovrappiù) si aggiunge a queste la protezione dei visceri” – (fr:9073). Per ciascuno di questi scopi la natura ha assegnato una caratteristica strutturale: la durezza dell’osso come base, la cavità interna come via per il midollo, le barriere di protezione, le articolazioni multiple come strumento di movimento.
La suddivisione segue un criterio di numero e proporzione. Non due o tre ossa lunghe come al braccio, ma “ventiquattro ossi negli uomini senza contare l’osso piatto situato all’estremità inferiore” – (fr:9077), organizzati in quattro regioni: collo (sette vertebre), dorso (dodici), lombi (cinque) e osso sacro (composto di quattro pezzi). Il fondamento di tale scansione è la sicurezza del midollo. Se una sola vertebra si sposta bruscamente dalla connessione, è letale; se invece molte si spostano insieme con piccoli scarti, la distorsione del midollo risulta “circolare, non angolare” – (fr:9086). Galeno cita Ippocrate: «il midollo formando una curva in poco spazio ne soffre e la vertebra saltata fuori lo comprime, quando non lo spezza» – (fr:9087). Dunque “era meglio che il tutto fosse messo assieme con molte piccole articolazioni ciascuna delle quali contribuisce in piccola parte” – (fr:9088). Il piegamento a cerchio evita compressione, contusione o lacerazione del midollo.
Tale principio comporta anche la necessità di muscoli spinali con fibre oblique per ciascuna vertebra, anziché due lunghi muscoli estesi dalla testa all’osso sacro. “Se due muscoli, distesi dalla testa fino all’osso piatto avessero avuto lunghe fibre stese nel senso della lunghezza, non sarebbe stato possibile che ciascuna vertebra si muovesse singolarmente” – (fr:9095). La disposizione obliqua consente invece torsione laterale, flessione avanti e indietro, e movimenti parziali di tratti della colonna, da cui discende anche il movimento totale. “Nel poterla muovere parzialmente è compreso il poterla muovere tutta assieme […] mentre a quell’altra struttura movente la spina dorsale tutta intera allo stesso tempo non segue anche il movimento parziale” – (fr:9097).
La logica progettuale si estende alla dimensione delle vertebre. Le prime, cervicali, devono essere le più piccole — non solo perché nello stesso spazio ristretto si affollano molti organi, ma anche “per la combinazione di tutte le altre vertebre sottostanti”, posto che “una cosa portata da un’altra deve essere più piccola della cosa che la porta” – (fr:9112). Si genera così una gerarchia di grandezza crescente dall’alto verso il basso: l’osso sacro è il basamento più massiccio, la quinta lombare è la più grande, e via via diminuendo fino al collo. Qualche vertebra emerge localmente “un po’ più grande delle adiacenti, anche questo non senza una grande utilità” – (fr:9116).
La cavità delle vertebre segue ovunque la grossezza del midollo che deve accogliere e proteggere. Poiché il midollo è più spesso nelle prime vertebre, esse furono fatte “le più sottili di tutte quanto al corpo e le più larghe quanto a cavità interna” – (fr:9119). La natura scavò le vertebre “non per altro fine […] che per preparare una via sicura per il midollo spinale” – (fr:9125); perciò la loro larghezza interna eguaglia la grossezza del midollo in quel punto, e per rimanere leggere (trovandosi in alto) furono rese sottili di parete.
La grossezza del midollo stesso è calibrata con esattezza artigianale. Esso nasce dal cervello “proprio tanto grande quanto sarebbe bastato a tutte le parti inferiori” – (fr:9135). Galeno nota come il midollo si consumi completamente nelle diramazioni nervose, “come un tronco d’albero in numerosi rami” – (fr:9136), senza difetto né eccedenza: “se la natura avesse fatto nascere dal cervello in alto meno midollo di quello che serviva alle parti, certo l’estremità della spina dorsale si troverebbe priva di midollo e le parti basse sarebbero completamente immobili e insensibili; se invece ne fosse stato fatto troppo una sua parte all’estremità della spina dorsale, sarebbe superflua, una sorta di canale stagnante, inattivo e inutile” – (fr:9138-9139). Nell’uomo il midollo si divide in cinquantotto nervi e nasce già “tanto grande da essere perfettamente adeguato alla distribuzione” – (fr:9141). Le regioni di emergenza dei nervi sono disposte in modo da non subire mai compressione, schiacciamento o rottura, e ciascun nervo ha il volume esatto richiesto dalla parte che lo riceve.
A completare la protezione, la natura fece “spuntare la cosiddetta spina dal mezzo della parte posteriore, ponendo così davanti alla spina dorsale una sorta di palizzata” – (fr:9147), che avrebbe subito i danni prima di raggiungere le vertebre. La «spina» è osso ricoperto da cartilagine, il materiale più adatto alla protezione: “non potendo né essere spezzata né rotta come i corpi duri e friabili ma neppure essere tagliata o schiacciata allo stesso modo dei corpi molli e carnosi” – (fr:9149). A questa cartilagine si aggiungono legamenti nervosi larghi, robusti e spessi che congiungono le apofisi in un insieme unitario ma flessibile. Il legamento è “duro fino al punto di stendersi facilmente sulla spina dorsale che si flette, e molle fino al punto di non rompersi o comunque soffrire nello stendersi” – (fr:9152). Se fosse più duro contrasterebbe i movimenti, se più molle non garantirebbe la sicurezza; la sua misura intermedia “si adatta adeguatamente ad entrambe le necessità” – (fr:9155). La stessa giusta misura di durezza connota il legamento che unisce la parte anteriore delle vertebre.
In tutto il discorso, Galeno offre un saggio di anatomia teleologica in cui ogni dettaglio — numero, forma, spessore, obliquità, posizione — discende dall’equilibrio tra movimento e protezione. La testimonianza storica è duplice: da un lato, il testo mostra il metodo con cui la medicina antica integrava osservazione anatomica e filosofia della natura; dall’altro, tramanda la dottrina ippocratica delle distorsioni vertebrali e ne fa il fondamento per una spiegazione meccanica della vulnerabilità midollare. La natura vi appare come artefice che “non fa nulla senza uno scopo” – (fr:9120), e la spina dorsale ne è la dimostrazione compiuta.
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29 Connessioni provvidenziali: mammelle, utero e generazione nel De usu partium
“Spiegherò adesso perché le mammelle hanno tanto in comune con gli uteri: anche questo indicherà una meravigliosa arte della natura.” – (fr:9400)
Il testo indaga il disegno finalistico della natura nella costruzione dei corpi, mostrando come mammelle e utero siano collegati da un sistema di vasi comune per un’unica opera: nutrire prima l’embrione e poi il neonato. La natura, spiega Galeno, “avendo costruito entrambe le parti per servire a una stessa opera, le collegò per mezzo di vasi, che, partendo dal torace, dicemmo andare alle mammelle, e condusse vene e arterie agli ipocondri e a tutto l’ipogastrio connettendole poi ai vasi che salgono dalle parti inferiori, dai quali partono delle vene che giungono all’utero e allo scroto” (fr:9401). Questi vasi hanno la singolarità di attraversare il diaframma in entrambe le direzioni, “ora, partiti dalle regioni al di sopra del diaframma, vadano nella parte inferiore del corpo, ora dal basso vadano in alto” (fr:9402). Lo scopo è che “quando l’embrione si va accrescendo e formando negli uteri, le vene comuni facciano affluire nutrimento solo ad esso, e, quando questo è stato partorito, il nutrimento affluisca tutto questa volta alle mammelle” (fr:9403).
Da questo collegamento deriva l’impossibilità che mestruazioni e allattamento siano contemporanei: “175 176 177 178 742 L’UTILITÀ DELLE PARTI per questo non è possibile che nello stesso periodo le mestruazioni siano regolari e che la donna allatti; una delle due parti infatti si dissecca sempre in seguito al passaggio del sangue nell’altra” (fr:9406). Prima del concepimento, ogni mese la natura elimina i residui attraverso i vasi che scendono all’utero (fr:9407); durante la gravidanza l’embrione trae nutrimento da questi stessi vasi, i quali sono così ampi da accumulare sempre un’eccedenza (fr:9409). Tale eccedenza, “accumulandosi per tutto il tempo della gravidanza, per così dire, in magazzini di cibo, questi vasi comuni, li solleva e li distende completamente e quasi li allaga” (fr:9410); non avendo altra via, “la spingono le vene che si vanno distendendo e appesantendo, e nello stesso tempo la massa di tutto il ventre, che a causa della gravidanza cade su di esse e preme, spinge verso ciò che cede”, cioè le mammelle (fr:9411). Perciò Ippocrate afferma: «i latti sono fratelli delle mestruazioni, quando è passato l’ottavo mese e il nutrimento passa sopra» (fr:9412).
Scompensi di questo meccanismo danno segni diagnostici. Se il feto è debole e non attrae sufficiente nutrimento, il sangue sale anzitempo alle mammelle e il latte compare precocemente; “In una donna gravida molto latte che fluisce dalle mammelle indica che l’embrione è debole” (fr:9414). Al contrario, “Se ad una donna gravida le mammelle diventano improvvisamente aride, essa abortisce” (Ippocrate, frr:9415‑9417): la mammella si secca perché l’embrione, forte ma privo di nutrimento abbondante, ha tratto a sé tutto il sangue delle vene comuni, e poco dopo sopravviene l’aborto (fr:9417). Galeno precisa però che queste sono questioni di patologia, menzionate solo per la loro connessione logica con l’argomento; il vero scopo della trattazione è dichiarare “l’utilità dell’associazione degli uteri con le mammelle, e dei vasi che, partendo da quelli che s’inseriscono nel rene sinistro, vanno nel testicolo sinistro e nell’utero sinistro” (fr:9419). La natura ha così preparato “un duplice principio per la generazione degli embrioni, perché l’uno venisse maschio, l’altro femmina” (fr:9420).
La sezione successiva (IX) esamina perché all’uso delle parti genitali sia congiunto un piacere intenso e un desiderio assillante. La causa non è solo il volere divino, ma “la materia e gli organi costruiti opportunamente a tale scopo” (fr:9425). Le arterie e le vene che dai reni raggiungono i genitali passano oltre il fondo dell’utero e si ramificano; “Le estremità dei vasi distribuiti al seno sinistro dell’utero si congiungono qui con le estremità dei vasi ramificatisi nel seno destro; cosicché ha luogo un se pur leggero trasferimento del liquido sieroso all’utero destro” (fr:9427‑9428). Questo liquido sieroso, dotato di una qualità acre e irritante, “per natura stimola all’uso delle parti e procura piacere durante la loro attività” (fr:9429). L’autore ricorre all’esempio del prurito: come gli umori acidi sotto la pelle invitano a grattarsi e danno piacere, così il siero riscaldato produce un eccitamento irresistibile, soprattutto quando è accompagnato da “pneuma abbondante e caldo che brama essere esalato” (fr:9431). Le parti genitali sono state costruite molto più sensibili della pelle, perciò il piacere è più veemente (fr:9432). I residui sierosi hanno due utilizzazioni: la prima, sempre presente a sinistra, serve ad accrescere la freddezza delle parti sinistre; la seconda, talvolta presente a destra tramite lunghi vasi, serve a infondere desiderio e piacere (fr:9433‑9434). A ciò si aggiunge il contributo di corpi ghiandolari posti ai lati del collo della vescica, che contengono un liquido simile al seme ma più sottile (fr:9435).
Il seme stesso è descritto come “uno pneuma, quasi spumoso, tale che quando viene emesso, appare poco più tardi molto diminuito rispetto a quello originariamente emesso, si essicca rapidamente a causa della sua viscosità” (fr:9437). L’umidità del seme è densa, viscosa e piena di pneuma vitale, a differenza di quella acquosa e incotta del muco (fr:9438). Quando il liquido cade in un luogo appropriato diviene principio di generazione; in luogo estraneo, lo pneuma si esala e rimane il liquido viscoso (fr:9439). La formazione del liquido seminale è illustrata dalla disposizione dei vasi che vanno all’utero: la loro parte discendente forma volute simili a quelle dei vasi spermatici maschili, con la vena sopra e l’arteria sotto, che compiono molte curve intrecciate (fr:9441‑9442). “In questo intreccio il sangue e lo pneuma che vanno ai testicoli vengono concotti al massimo e si può chiaramente vedere che il liquido contenuto nelle prime spire è ancora acquoso, nelle successive diventa sempre più bianco, finché viene reso perfettamente bianco nelle ultime che terminano nei testicoli” (fr:9443). I testicoli maschili, più grandi e caldi, completano la cozione e rendono il seme perfetto; quelli femminili, più piccoli e freddi, producono un seme meno elaborato (fr:9444). L’intero quadro conferma la meravigliosa arte della natura e la sua economia provvidenziale.
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30 L’economia nervosa nel De usu partium: dalla biforcazione asimmetrica dei ricorrenti ai gangli toracici
La diseguale flessione dei nervi ricorrenti non nasce da un capriccio della natura ma dalla conformazione delle arterie toraciche; allo stesso modo, il rigonfiamento gangliare e l’intreccio di fibre cerebrali e spinali rispondono a un preciso disegno di robustezza e sensibilità.
Galen apre la discussione osservando che, pur provenendo entrambi dalla stessa coppia encefalica, i due nervi discendenti mostrano percorsi profondamente diversi: uno viene condotto «su per un lunghissimo tratto attraverso il torace mentre fece tornare su l’altro nel collo dopo un non lungo cammino» – (fr:10012) [su per un lunghissimo tratto attraverso il torace mentre fece tornare su l’altro nel collo dopo un non lungo cammino]. Apparentemente la natura potrebbe sembrare ingiusta «attribuendo caratteristiche disuguali a nervi di uguale importanza» – (fr:10011) [attribuendo caratteristiche disuguali a nervi di uguale importanza]. Tuttavia la causa non risiede nei nervi in sé, bensì, come precisa Galeno, «nella struttura dei luoghi attraversati» – (fr:10014) [nella struttura dei luoghi attraversati].
Per il lato sinistro l’elemento determinante è la grande arteria che sale dal cuore. Essa, «in un primo tempo sale su obliquamente e successivamente dividendosi col suo ramo maggiore si fissa sulla spina dorsale, mentre col minore si porta alla clavicola», dando origine alle carotidi e ad altri vasi – (fr:10015) [in un primo tempo sale su obliquamente… alla clavicola]. Il nervo discende insieme all’arteria carotide e ha bisogno di un punto di svolta per risalire verso la laringe. L’unica struttura adatta è lo stesso tronco dell’arteria massima, «meravigliosamente pronto per l’uso del nervo non solo per la sua dimensione ma anche per robustezza e posizione» – (fr:10025) [meravigliosamente pronto per l’uso del nervo non solo per la sua dimensione ma anche per robustezza e posizione]. La natura, pertanto, «scelse proprio questa arteria e attorno alla base di questa avvolse una diramazione della sesta coppia che, volta indietro verso l’alto, pose sopra la trachea sicché, poggiando su questa, essa salisse senza pericoli alla laringe» – (fr:10027) [scelse proprio questa arteria… alla laringe]. Si descrive qui l’ansa del nervo laringeo ricorrente sinistro intorno all’arco aortico.
A destra un simile punto di svolta non esiste – (fr:10028‑10029). L’arteria obliqua del torace destro genera dapprima la carotide, che sale verticale, e prosegue poi obliqua verso la prima costa – (fr:10033). Il nervo destro, attaccato alla carotide fin dall’origine, non può che ruotare nel punto in cui l’arteria obliqua si ramifica oltre la carotide, benché quella zona non sia sicura. Galeno sottolinea che «la natura avvertì bensì la sua pericolosità ma costretta a un uso necessario fece tutto quello che poteva procurare la massima sicurezza possibile» – (fr:10037) [la natura avvertì bensì la sua pericolosità… la massima sicurezza possibile]. Così essa «staccò il nervo ricorrente dal grande nervo nel punto in cui esso viene in contatto con la arteria obliqua, lo collocò poi sul dorso di quella e lo fece girare nell’angolo formato dalla diramazione della carotide», per poi condurlo su lungo la faccia interna della carotide e disporlo sul lato destro della trachea – (fr:10038‑10040) [staccò il nervo ricorrente… della trachea]. Per rendere stabile la svolta e la risalita, la natura gli tende «a mo’ di mano, la diramazione della sesta coppia» – (fr:10041) [a mo’ di mano, la diramazione della sesta coppia] e rafforza entrambi i lati della curva con ulteriori rami della stessa coppia – (fr:10042).
Giunti alla laringe, i nervi ricorrenti si intrecciano con i nervi della sesta coppia già menzionati. Questo mescolamento, che Galeno osserva con particolare chiarezza in orsi, cani e buoi, serve a ottenere «ulteriore robustezza e forza per gli uni e per gli altri», poiché «l’intrecciare assieme corpi deboli contribuisce alla forza degli uni e degli altri» – (fr:10044‑10045) [ulteriore robustezza… degli altri].
Conclusa la trattazione dei ricorrenti, Galeno passa ai nervi viscerali. Qui un nervo puro, non mescolato a fibre dure, scende dal cervello per portarsi alla bocca dello stomaco, «quale organo dell’appetizione dei cibi, posto, per così dire, sulla porta di tutti gli organi costruiti dalla natura per l’amministrazione del nutrimento» – (fr:10048) [quale organo dell’appetizione… del nutrimento]. Lo stesso cede piccoli rami a esofago, polmone e trachea; un nervo indipendente della stessa coppia va a fegato e cuore – (fr:10049‑10050). Al di sotto del diaframma, invece, questi nervi non procedono più isolati ma si mescolano con rami del midollo spinale. Dai loro intrecci emerge un doppio beneficio: i nervi spinali conferiscono resistenza, mentre quelli cerebrali assicurano la «precisione della sensibilità al di sopra delle altre parti» – (fr:10054) [precisione della sensibilità al di sopra delle altre parti].
Uno dei passi più sorprendenti è la descrizione di una sostanza rimasta ignota agli anatomisti – (fr:10055). Quando la natura deve condurre un nervo piccolo per un lungo tratto o farlo agire su un muscolo che richiede un movimento vigoroso, «sostituisce la sostanza del nervo con un corpo più grosso ma per il resto simile a quello» – (fr:10056) [sostituisce la sostanza del nervo con un corpo più grosso… simile a quello]. Alla prima occhiata sembra un nodo sferico cresciuto attorno al nervo, ma a una dissezione attenta si rivela «una sostanza simile al nervo, continua, unitaria in tutto e per ogni aspetto simile al nervo che finisce in essa e da essa poi si distende» – (fr:10057) [una sostanza simile al nervo… da essa poi si distende]. Si tratta del ganglio. Galeno lo individua tre volte su ciascun lato del corpo: appena sopra la laringe, all’entrata nel torace verso le radici delle costole e all’uscita dal torace, cioè sei volte in totale – (fr:10059‑10060). Questa puntuale osservazione corrisponde ai gangli del tronco simpatico cervicale e toracico.
La restante parte dell’esposizione esamina i nervi che, pur originando dal cervello, scendono al collo e alle scapole. Galeno nota che la natura non li conduce inutilmente, ma li inserisce proprio nei muscoli che «sollevano la scapola verso la testa» – (fr:10064) [sollevano la scapola verso la testa]. Così il grande muscolo occipito‑scapolare riceve un nervo considerevole insieme al sesto paio – (fr:10065‑10066). Tali nervi sono grandissimi non solo per la mole del muscolo, ma per la violenza dell’azione che solleva l’intera scapola – (fr:10067). Anche i muscoli che ruotano la testa ottengono innervazione da più origini vertebrali, in modo che ogni capo possa realizzare un movimento vario in successione – (fr:10070‑10071).
Nel prosieguo Galeno descrive i nervi glossofaringei, che negli animali dalla voce potente si distribuiscono soprattutto ai muscoli dell’osso ioide, mentre in altri raggiungono principalmente faringe e radice della lingua – (fr:10077‑10078). Precisa che nessun nervo encefalico scende sotto la faccia: tutti rimangono ai muscoli facciali e agli organi di senso – (fr:10079).
L’attenzione si sposta poi sul midollo spinale, che manda verso la testa nervi per il muscolo temporale e per i padiglioni auricolari. In animali con orecchie grandi e mobili, rami della seconda coppia cervicale apportano numerosi e grandi nervi all’orecchio; nell’uomo e nella scimmia, dove orecchie e temporale sono ridotti, salgono invece rami esigui – (fr:10081‑10088). Il testo cita i cosiddetti karkarodonta e gli animali con mascella grande, nei quali il muscolo temporale è massiccio e riceve un nervoso contributo cervicale – (fr:10089‑10090).
L’ultimo esempio di perizia tecnica è offerto dal muscolo largo e sottile che apre lateralmente la bocca, oggi noto come platisma. Le sue fibre anteriori, originate dalla spina del collo, sono accompagnate da nervi trasversali grandissimi e numerosissimi; quelle provenienti da scapola e clavicola ricevono nervi più piccoli che seguono l’andamento delle fibre – (fr:10093‑10094). La meraviglia di Galeno si concentra sui nervi che, usciti dai fori vertebrali, si dirigono in profondità fino alla radice della spina e poi risalgono perforando un legamento membranoso sottile e largo con fori di diametro esattamente uguale ai nervi stessi – (fr:10105). Dopo aver attraversato questi orifizi, i nervi aderiscono al legamento che li sostiene e li guida verso il collo – (fr:10106‑10107). «A guardarli si penserà che essi nascano dagli ossi stessi della spina, ma non è così», avverte Galeno; la loro vera origine è il midollo cervicale e la loro distribuzione esemplifica l’ingegnosità della natura, che li fa «subito salire accanto alle apofisi delle vertebre, e conducendone alcuni trasversalmente […] altri inclinandone attorno a certi punti di piegamento così da renderli diritti, verticali o obliqui» – (fr:10098‑10102) [subito salire… verticali o obliqui].
Nel complesso, il brano del De usu partium testimonia la minuziosa anatomia galenica, fondata su dissezioni accurate, e insieme la sua inesauribile esaltazione della finalità. La diversa lunghezza dei nervi ricorrenti, l’architettura gangliare e l’intreccio con i nervi spinali non sono accidenti, ma soluzioni provvidenziali. Proprio questa teleologia, espressa con ammirazione quasi narrativa — «è difficile esporre a parole un’arte siffatta, perché l’ingegnosità della natura […] pare quasi una favola» – (fr:10032) [è difficile esporre a parole un’arte siffatta… una favola] — fa del passo un documento storico di come la scienza antica intrecciasse osservazione empirica e riflessione filosofica.
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31 L’arte della natura nella disposizione di nervi e arterie
Il testo analizza la distribuzione dei nervi e delle arterie nel corpo umano, evidenziando la precisione e la previdenza della natura nel garantire sicurezza ed efficienza a ogni struttura, secondo il principio teleologico galenico.
Il brano si apre con una critica agli anatomisti che hanno ignorato le meraviglie della natura, in particolare la complessa muscolatura del collo e della testa. Viene sottolineato come i medici non conoscano le tre paia di muscoli che inclinano indietro collo e testa, né le altre quattro che muovono la testa senza il collo, e come la natura non abbia compiuto nulla approssimativamente, ma abbia fatto del midollo spinale l’origine dei nervi, assegnando a ciascuno “un percorso a seconda dei movimenti dei muscoli” (fr:10113). Questo principio di adattamento perfetto del percorso nervoso alla funzione muscolare è dichiarato universale: “E questo la natura ha parimenti fatto in tutto l’animale” (fr:10114).
L’analisi prosegue descrivendo la varietà dei percorsi nervosi nei muscoli del torace e della spalla. Si osserva come non esista un andamento semplice, ma “assai vario” (fr:10118), con nervi che si disseminano dall’alto in basso o viceversa, dal basso in alto, adattandosi alla direzione delle fibre muscolari. Per il muscolo grande che abbassa la scapola, ad esempio, si trovano “tutti i nervi disposti nella stessa direzione delle fibre” (fr:10117). L’autore menziona un muscolo sottile “anch’esso non conosciuto dagli anatomisti” (fr:10119), ribadendo la lacunosità delle conoscenze mediche del suo tempo.
Particolare attenzione è dedicata ai nervi per i muscoli che sollevano il braccio dalla punta della spalla. Si pone un quesito retorico, una sfida all’ingegno umano: “Di dove allora potremo far salire ad esso un nervo così in alto?” (fr:10129), per mostrare come la soluzione umana sarebbe imperfetta e pericolosa. Invece, la natura ha risolto il problema con “grandissima facilità” (fr:10131), generando un paio di nervi dal midollo spinale tra la quarta e la quinta vertebra e conducendoli in profondità, invisibili, accanto al collo della scapola e alla diartrosi della spalla, per poi distribuirli con una piegatura ai muscoli elevatori. L’intera distribuzione dei nervi alla scapola è pervasa dalla stessa “preveggenza e arte” (fr:10136).
Il testo introduce poi il concetto di “sicurezza” come fine primario nella disposizione nervosa, specialmente per nervi “privi di sostegno o destinati a fare un lungo percorso” (fr:10138). Per i nervi della mano, descritti come “così sapientemente nascosto che essi non sono neppure conosciuti dalla maggior parte dei medici” (fr:10141), si illustra un percorso a rischio attraverso il gomito, privo di carne e osseo. La natura ha ovviato con un “dispositivo ingegnoso” (fr:10142): ha accresciuto la testa interna dell’omero per nascondere il nervo delle dita piccole, e ha fatto passare quello per le dita grandi “esattamente fra l’ulna e il radio nel mezzo della diartrosi proprio nel punto più profondo” (fr:10143). La protezione continua fino al polso, dove i nervi sono protetti dalle prominenze ossee. Più in generale, l’abilità della natura nel nascondere i nervi usando ossa e grandi muscoli si ritrova identica nelle gambe, dove la distribuzione dei nervi è proporzionata all’importanza del muscolo per azioni vigorose.
Una differenza cruciale tra braccia e gambe è nel percorso: se tutti i nervi delle braccia decorrono internamente, quelli delle gambe scendono attraverso le parti posteriori della coscia. Ciò è imposto dalla diversa anatomia delle articolazioni: la spalla è distante dalle vertebre da cui nascono i nervi, mentre l’anca è congiunta alle vertebre lombari e sacrali. In assenza di uno spazio intermedio come l’ascella, la natura ha dovuto far scendere i nervi posteriormente, proteggendoli con un grandissimo muscolo e facendoli passare “fra la testa del femore e l’osso largo” (fr:10153), in una mossa descritta come meravigliosa. L’analisi si conclude con un’esortazione all’osservazione diretta tramite dissezione, affinché chi ama la verità possa controllare le affermazioni dell’autore nei suoi Procedimenti anatomici e ammirare le opere della natura, constatando che nessun nervo è mai esposto in punti pericolosi come i cigli della tibia o del perone, ma è sempre “nascosti presso i bordi degli ossi” (fr:10162).
L’ultima parte del brano è dedicata alla distribuzione dei vasi sanguigni, con la stessa lente finalistica. L’enorme arteria che nasce dal ventricolo sinistro del cuore si divide in un ramo discendente e uno ascendente. Per la sua posizione sospesa e il movimento senza sostegno nel torace, la natura ha provveduto alla sua sicurezza ponendole sotto il polmone come sostegno e avvolgendola con membrane. L’arteria ascendente sale senza dividersi fino alla prima costola, poiché “non era infatti privo di pericoli dividerla mentre era sospesa” (fr:10187). Ogni ramo non ha soltanto un osso come protezione, ma anche un letto morbido: una membrana che riveste le vertebre o una “grandissima e morbidissima ghiandola a guisa di tappeto” (fr:10195).
Si analizza poi la disposizione reciproca dell’esofago e della vena cava. Pur potendo congiungere l’esofago allo sterno e la vena alla spina, la natura ha fatto il contrario, unendo ciascuno all’osso più vicino per offrire una protezione immediata, evitando a un vaso di attraversare sospeso tutta la cavità toracica. Questa scelta procura un doppio vantaggio: all’esofago un percorso diretto verso lo stomaco, alla vena cava una posizione appropriata quando incontra l’arteria. L’arteria, più importante per la vita, è stata posta sulla regione mediana delle vertebre, con l’esofago lateralmente: “Infatti nella misura in cui l’arteria è più importante per la vita dell’esofago ha sortito una base più sicura” (fr:10205). Prova ne è il fatto che le vertebre del collo e le prime toraciche sono attraversate nel mezzo dall’esofago.
Il testo costituisce una solida testimonianza del metodo anatomico galenico, un’analisi che non si limita alla descrizione strutturale, ma cerca costantemente la finalità (utilità) di ogni dettaglio morfologico, in un’ammirazione incondizionata per un artefice che “non esita, diversamente da un pigro artista, a farli venire da lontano” (fr:10174) se necessario, ma che predilige la via più vicina, non facendo mai nulla “né in difetto né in eccesso” (fr:10174).
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32 Il processo di nutrizione e la critica alle dottrine materialiste in Galeno
L’assimilazione del nutrimento, fine ultimo di un complesso sistema di organi, si fonda su una sequenza necessaria di contatto e adesione, la cui comprensione permette di confutare le teorie che negano ogni facoltà operativa alla natura.
Il testo analizza il processo della nutrizione, definendone l’essenza e confutando le teorie filosofico-mediche che lo riducono a un fenomeno puramente meccanico. Il fine per cui la natura ha creato una tale molteplicità di organi è la nutrizione, intesa come “assimilazione dell’alimento a chi si alimenta” - (fr:10816). Questa definizione ne implica una seconda, poiché l’assimilazione non è un atto immediato, ma il punto d’arrivo di una sequenza fisiologica necessaria: “Perché questa avvenga deve esserci precedentemente un’adesione e perché avvenga quest’ultima, deve esserci precedentemente un contatto” - (fr:10817). L’umore nutritivo, fuoriuscito dai vasi, si diffonde nella parte, entra in contatto, aderisce e infine viene assimilato.
Per dimostrare la distinzione concettuale e fattuale tra questi tre stadi, l’autore ricorre a esempi patologici. L’anasarca, un tipo di idropisia, “chiaramente distingue il contatto dall’adesione” - (fr:10821). In questa condizione, la carne è umida, si verifica un contatto con il nutrimento trasportato, ma “essendo questo nutrimento troppo acquoso e non ancora ben trasformato in umore e non avendo acquistato quella vischiosità e collosità che conseguono alla presenza del calore innato, non si può verificare l’adesione” - (fr:10824). Il nutrimento scivola via dalle parti solide. Al contrario, nella “malattia bianca” si ha adesione ma non assimilazione. Ciò conferma la correttezza della sequenza proposta: “nella parte da nutrire ci deve essere prima il contatto, poi l’adesione e quindi l’assimilazione” - (fr:10826). Su questa base, si definisce una precisa gerarchia terminologica: è nutrimento in senso proprio solo ciò che già nutre, ovvero che è stato assimilato. Il materiale in fase di contatto o adesione è “quasi-nutrimento”, mentre il contenuto dello stomaco e delle vene è “nutrimento perché è destinato a nutrire, se verrà elaborato bene” - (fr:10829). L’autore cita Ippocrate a sostegno di questa tripartizione: «Nutrimento è ciò che nutre, nutrimento è anche il quasi-nutrimento e il futuro nutrimento» - (fr:10831).
Stabilita la natura del processo nutritivo, il discorso si sposta sul contrasto radicale tra due scuole di pensiero riguardo alla natura stessa. Da un lato vi è chi “suppone che tutta la sostanza soggetta a genesi e distruzione sia unitaria e capace di essere alterata” - (fr:10843), una scuola che riconosce alla natura un ruolo primario e artefice, dotata di facoltà attrattive, assimilative ed espulsive. Dall’altro lato vi è chi suppone “che la sostanza sia immutabile, inalterabile e divisa in particelle minuscole e divisa da spazi vuoti nel mezzo” - (fr:10843). Per questi ultimi, la natura e l’anima non sono sostanze primarie, ma il semplice risultato dell’aggregazione di corpi immutabili; di conseguenza, non esistono facoltà innate, e ogni cosa, inclusi i concetti morali ed estetici, “nascono in noi dalla percezione e attraverso la percezione” - (fr:10847).
La confutazione di questa seconda scuola, quella materialista, si concretizza in una critica serrata delle teorie del medico Asclepiade. L’esempio portato è la funzione dei reni. Mentre per Ippocrate, Diocle, Erasistrato e per l’evidenza stessa (nota persino ai macellai che osservano gli ureteri), i reni sono organi che secernono l’urina, Asclepiade propone una spiegazione paradossale. Egli ritiene “che il liquido che si beve si risolva in vapori e si diffonda nella vescica e poi in seguito al condensamento dei vapori riprenda la sua antica forma e ridiventi liquido da vapore che era” - (fr:10862), paragonando la vescica a una spugna. L’autore smonta questa ipotesi con obiezioni di logica fisica e anatomica: se i vapori attraversano le due robuste tuniche della vescica, perché non attraversano anche il peritoneo e il diaframma, riempiendo d’acqua le cavità del corpo? L’obiezione che il peritoneo sia più spesso è falsa per chi abbia pratica di dissezione: “la tunica esterna della vescica nasce dal peritoneo e ha le sue stesse caratteristiche naturali, mentre quella interna peculiare della vescica ha uno spessore più che doppio dell’altro” - (fr:10866). Inoltre, il movimento naturale dei vapori è verso l’alto, quindi “essi riempirebbero tutta la zona del torace e del polmone prima di arrivare alla vescica” - (fr:10869), collocata in basso.
L’autore racconta poi un aneddoto emblematico del dogmatismo settario. Un sofista, abile nell’eristica, lo sfidò sostenendo che se gli ureteri fossero canali aperti, il liquido, entrato nella vescica, dovrebbe fuoriuscire se questa viene compressa, proprio come non esce nulla da una vescica animale legata e schiacciata. Dopo questa affermazione, il sofista “d’improvviso, finendo con tono preciso e chiaro, si alzò e se ne andò” - (fr:10878). Questo comportamento dimostra, per l’autore, che “gli schiavi delle scuole non solo non hanno conoscenze sane, ma non accettano neppure di imparare” - (fr:10879). La replica, che il sofista non volle ascoltare, risiede nell’arte della natura, che ha creato un meccanismo unidirezionale per cui il liquido entra in vescica ma non può tornare indietro. L’ostinazione dei seguaci di Asclepiade, disposti a negare l’evidenza anatomica pur di non abbandonare le proprie ipotesi, spinge l’autore a un commento amaro: “La rivalità settaria è veramente un male difficilmente eliminabile, fra i più indelebili e più difficile a guarirsi di ogni tipo di rogna” - (fr:10874).
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33 Critica galenica della nutrizione come attrazione e della dimenticanza della genesi degli umori
Contro Erasistrato e Asclepiade, Galeno difende una fisiologia finalistica fondata sulle facoltà naturali, rifiutando il riempimento del vuoto e rivendicando l’importanza di studiare la formazione stessa di bile e sangue.
Il brano, tratto dalle Facoltà naturali di Galeno, si inserisce nella polemica contro il meccanicismo di Erasistrato e di Asclepiade. L’autore nega che il trasporto e la distribuzione del nutrimento siano spiegabili con la «necessità del riempimento del vuoto»: “Abbiamo infatti dimostrato che in questo caso non si può parlare di necessità del riempimento del vuoto, soprattutto nel caso di persone estremamente esili” – (fr:11340). L’interlocutore, pur distinguendo tra “distribuzione” attraverso le vene e “diffusione” nei nervi semplici e invisibili, continua ad appellarsi alla stessa necessità meccanica, il che obbliga Galeno a richiamarlo a una spiegazione che renda conto del nutrimento “nei LE FACOLTÀ NATURALI Q0i suoi teorici elementi” – (fr:11339), testo dove la cesura del titolo segnala il luogo teorico proprio della discussione.
L’analisi si appunta su un passo di Erasistrato (dal secondo libro dei Discorsi generali): “Negli ultimi e semplici [nervi] che sono sottili e stretti, l’aggiunta avviene dai vasi adiacenti, e il nutrimento viene attirato e depositato negli spazi vuoti lasciati dal materiale portato via, lungo i lati dei vasi” – (fr:11341). Galeno accoglie l’idea che il nervo semplice riceva il nutrimento “lungo il lato dalla adiacente vena semplice” – (fr:11343), essendo l’orifizio del nervo riservato al pneuma psichico – “il nervo semplice ricevendo il nutrimento coll’orifizio non potrebbe distribuirlo alla totalità di se stesso: essa è infatti dedicata al pneuma psichico” – (fr:11342). Parimenti ritiene corretta l’espressione «lungo i lati» e le parole che la precedono: “Il nutrimento viene attirato… lungo i lati dei vasi” – (fr:11345). Tuttavia, pur ammettendo l’attrazione, nega recisamente che la sua causa sia il riempimento del vuoto: “Anche noi ammettiamo che il nutrimento viene attirato, ma che ciò non avvenga per la necessità del riempimento del vuoto si è mostrato in precedenza” – (fr:11346).
Per Galeno il vero motore è una facoltà attrattiva specifica, paragonabile a quella magnetica: “Esso viene attirato in maniera non diversa da quella in cui il ferro viene attirato dalla calamita, che possiede una facoltà attrattiva della qualità del ferro” – (fr:11349). La distribuzione è quindi un processo attivo e articolato: “l’inizio della distribuzione è fornito dalla spinta dello stomaco, e tutto il movimento successivo è fornito dalla contrazione e dalla propulsione delle vene e dalla trazione a sé esercitata da ciascuna delle parti che vengono nutrite” – (fr:11350). Una volta riconosciuta questa dinamica finalistica – si parla di una natura «dotata di arte» – la necessità del vuoto viene abbandonata e con essa l’obiezione di Asclepiade, la cui premessa disgiuntiva è logicamente viziata perché “non è, in realtà, formata di due termini, ma di tre” – (fr:11351); con due termini il ragionamento si basa su un falso, con tre alternative non può esserci conclusione (fr:11352).
La seconda parte del testo sposta l’accusa su una lacuna ben più grave. Erasistrato, che pure avrebbe dovuto conoscere la filosofia peripatetica “anche in sogno”, non dice nulla di plausibile sulla genesi degli umori e tenta di occultare il problema dichiarandone inutile l’indagine: “non avendo nulla da dire in merito a questi ultimi che fosse neppure moderatamente plausibile egli pensa di ingannarci colla pretesa che l’indagine su queste cose non è affatto utile” – (fr:11354). Galeno rovescia l’argomento con un’analogia sferzante: “per gli dei, come è possibile che sia utile sapere come i cibi vengono cotti nello stomaco mentre è superfluo sapere come la bile si forma nelle vene?” – (fr:11355). Denuncia così l’assurdo di concentrarsi solo sull’evacuazione della bile, trascurandone la genesi, quando sarebbe “di gran lunga meglio impedire fin dall’inizio che se ne generi molta piuttosto che darsi la pena di evacuarla” – (fr:11357). L’incertezza di Erasistrato “se si debba supporre che essa si formi nel corpo o debba dirsi che essa è contenuta già all’esterno nei cibi” – (fr:11358) viene estesa al sangue: se è lecito chiedersi se la bile sia endogena o provenga dagli alimenti, altrettanto si deve fare per il sangue, magari seguendo l’antica ipotesi “di coloro che ipotizzano le omeomerie” – (fr:11360), con chiara allusione ad Anassagora.
La coerenza pratica imporrebbe di indagare quali cibi giovino alla produzione di sangue utilizzabile, perché “non è infatti ugualmente importante che il cibo non sia ben trasformato in chilo nello stomaco o che non sia generato sangue utilizzabile” – (fr:11362). Erasistrato, invece, che pur minuzioso nel distinguere i difetti della cozione “non si vergogna poi di non profferire non una parola, non una sillaba sopra i difetti della produzione del sangue” – (fr:11363), mentre l’esperienza mostra che “nelle vene si trova sangue sia denso che rado” – (fr:11364). Il silenzio su questo aspetto tradisce, agli occhi di Galeno, una fisiologia incompleta e distante tanto dalla tradizione filosofica quanto dalla realtà clinica.
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[20.1/1-24-11419|11442]
34 La confutazione del ruolo dello pneuma e la centralità del calore temperato nella fisiologia di Galeno
Attraverso una serrata critica alla dottrina di Erasistrato, il testo stabilisce il calore proporzionato come causa primaria delle funzioni fisiologiche e della corretta cozione, identificando nell’eccesso termico l’origine diretta del danno funzionale e della generazione di bile gialla.
L’analisi si apre con un esempio clinico preciso per isolare la vera causa del deterioramento digestivo durante la febbre. Se su un patereccio compare un bubbone, la cozione gastrica peggiora solo al sopraggiungere della febbre e non prima: “né il bubbone né la piaga sono capaci di ostacolare e danneggiare l’attività dello stomaco” (fr:11419). Se la lesione fosse la causa, avrebbe agito anche prima; poiché non è così, “è chiaro che la causa è l’eccesso di calore” (fr:11421). Il fenomeno febbrile si accompagna infatti a “alterazione del movimento nelle arterie e nel cuore e a un innaturale eccesso di calore” (fr:11422). Galeno mostra però che l’alterazione del movimento non può essere ritenuta responsabile: per i seguaci di Erasistrato, anzi, lo pneuma che giunge allo stomaco mediante le arterie favorisce la cozione, quindi un suo maggiore afflusso dovrebbe giovare (fr:11423). “Resta dunque che il danno all’attività dello stomaco sia causato solo dalla cattiva proporzione del calore” (fr:11424). Se mai lo pneuma precipitasse dentro “con più forza, continuità e in quantità maggiore di prima” (fr:11425-11426), la cozione negli animali che ne dipendono dovrebbe migliorare, non peggiorare; la spiegazione alternativa, che una proprietà coquente dello pneuma venga distrutta dalla febbre, viene bollata come un’assurdità (fr:11427-11428). L’argomento decisivo sposta il ragionamento sull’uomo, nel quale lo pneuma offre un contributo debole o nullo: poiché anche Erasistrato ammette che nello stato febbrile la cozione peggiora per un danno allo stomaco, “non può certamente dare altra spiegazione di questo danno che il calore innaturale” (fr:11430-11431).
Da questa premessa scaturisce una conseguenza teorica fondamentale. Se il calore innaturale danneggia l’attività per la sua stessa essenza, allora esso va annoverato tra le malattie primarie, perché “il cattivo temperamento non può essere causa delle malattie primarie se non perché il buon temperamento è stato distrutto” (fr:11432). Essendo le funzioni fisiologiche determinate dal buon temperamento, i loro danni primari derivano dalla distruzione di quest’ultimo (fr:11433). Anche per Erasistrato, dunque, la causa delle funzioni risiede nel buon temperamento del caldo; ne consegue che per ogni funzione la condizione migliore dipende dal temperamento equilibrato e quella peggiore dal temperamento viziato (fr:11434).
Tale principio viene applicato alla generazione degli umori. “Perciò se le cose stanno in questo modo, bisogna pensare che il sangue è frutto del calore proporzionato e che la bile gialla lo è di quello sproporzionato” (fr:11435). La formazione di bile gialla raggiunge il massimo in tutte le circostanze dominate dal calore: età calde, luoghi caldi, stagioni calde, temperamenti caldi, occupazioni calde, regimi caldi e malattie calde (fr:11436-11437). Contro chi dubita che questo umore si generi nel corpo umano, Galeno osserva come, in individui sani costretti a un digiuno insolito, compaiano bocca amara, urine biliose e morsi allo stomaco: manifestazioni che chiunque abbia minima esperienza del mondo riconosce (fr:11438). Porta infine l’analogia con la bollitura: tutti i cibi, se troppo cotti, diventano prima più salati e poi più amari. Il miele, l’alimento più dolce, illustra perfettamente il principio. Poiché esso possiede già per natura tutto il calore necessario alla genesi della dolcezza, una bollitura eccessiva non lo rende più dolce, ma lo danneggia e lo conduce rapidamente all’amarezza: “il calore esterno che sarebbe utile ai cibi insufficientemente caldi, per il miele diventa un danno ed un eccesso” (fr:11439-11442).
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[21.1/4-95-11538|11630]
35 La dottrina del flegma e la dimostrazione della facoltà ritentiva in Galeno
Galeno conclude la trattazione sugli umori distinguendo vari tipi di flegma e criticando chi se ne discosta, poi introduce il terzo libro delle Facoltà Naturali con un’analisi empirica e logica della capacità degli organi di trattenere i contenuti utili, esemplificata mediante utero e stomaco.
L’autore si sofferma anzitutto sulla natura del flegma, correggendone la nomenclatura: ciò che scende dal cervello andrebbe chiamato non flegma ma “blenna e coriza, come effettivamente viene anche chiamato” (fr:11536). Allo stesso modo in cui esistono due bili, una utile e naturale e l’altra inutile e innaturale, anche per il flegma vale una distinzione: “la parte che è dolce è utile all’animale e naturale, mentre di quanto è divenuto acido e salato la parte acida è completamente non concotta, quella salata è putrefatta” (fr:11540). L’incompleta cozione del flegma va riferita alla seconda digestione, quella che ha luogo nelle vene, non alla prima nello stomaco, perché se il flegma fosse sfuggito a quest’ultima “non sarebbe divenuto un umore affatto” (fr:11541). Galeno rimanda a un’opera futura la spiegazione dell’artificio naturale per l’evacuazione del flegma dallo stomaco e dagli intestini (fr:11538), ma sottolinea che la natura ha comunque provveduto almeno alla sua eliminazione (fr:11537), mentre la porzione veicolata nelle vene “è utile agli animali e non richiede evacuazione alcuna” (fr:11539).
Dopo aver dichiarato sufficienti i riferimenti a Ippocrate, Platone, Aristotele, Prassagora e Diocle (fr:11542), spiega di aver scelto di non trasportare tutto il loro pensiero ma di offrire solo quanto può spronare i lettori a familiarizzarsi con gli antichi e “può fornire loro un aiuto a leggerli più facilmente” (fr:11546). Loda chi spiega o integra quanto già ben detto, ma biasima sia gli scansafatiche sia gli ambiziosi che, come Erasistrato riguardo agli umori, “per desiderio di nuove dottrine ricorrono sempre ad astuzie e sofismi ora facendo volontarie omissioni” (fr:11549). Cita un proprio scritto su Prassagora, il quale, pur contando dieci umori oltre al sangue, non si allontana da Ippocrate ma ne suddivide in specie e varietà gli umori menzionati per primo (fr:11548).
Con l’inizio del libro terzo, l’attenzione si sposta sulle facoltà naturali. Richiamato che la nutrizione avviene per alterazione e assimilazione garantite da una facoltà attrattiva che trasporta l’umore appropriato e lo accosta alla parte, Galeno introduce un nuovo elemento: affinché l’umore accostato non si disperda ma permanga il tempo necessario ad aderire e assimilarsi, occorre un’ulteriore facoltà, che i predecessori “per la sua funzione, sono stati costretti a chiamare ritentiva” (fr:11560). La necessità logica di tale facoltà è dimostrata dal fatto che “supposto e accettato in precedenza che la natura è dotata di arte, e sollecita del bene dell’animale, è necessario che essa possieda una tal facoltà” (fr:11561). Tuttavia, al ragionamento si aggiungono prove fondate su fatti evidenti, più cogenti e riconoscibili mediante i sensi (fr:11563).
L’indagine parte dagli organi più grandi e cavi, stomaco e utero, perché in essi le funzioni sono più manifeste (fr:11565-11568). L’utero, trattenendo l’embrione per nove mesi, mostra una facoltà ritentiva più duratura e quindi più chiara di quella dello stomaco (fr:11572-11574). Durante la gravidanza, “il collo dell’utero è completamente chiuso e quest’ultimo avvolge da ogni parte il feto con il chorion” (fr:11575); la finalità è che il feto raggiunga la giusta grandezza. Una volta compiuto il compito, la facoltà ritentiva cede il passo a quella propulsiva: “quando l’utilità lo richiede la facoltà agisce, quando l’utilità non lo richiede, essa sta in riposo” (fr:11579). Se qualcosa va male durante la gestazione, l’utero non attende i nove mesi ma la ritentiva cessa immediatamente e subentra “la facoltà eliminativa-propulsiva” (fr:11581). Galeno riporta testimonianze cliniche: la bocca dell’utero appare chiusa alla palpazione delle ostetriche e le donne percepiscono una contrazione il giorno del concepimento, tanto da ritenere di aver ricevuto e trattenere il seme (fr:11584). Erofilo scriveva che “la bocca dell’utero non ammette neppure la punta di una sonda prima che la donna si sgravi” (fr:11586), e Ippocrate conferma che resta chiusa in gravidanza e nelle infiammazioni, ma in quest’ultimo caso diventa dura (fr:11587). L’espulsione del feto coinvolge tutto l’organo; sforzi eccessivi possono causare prolasso, “una cosa molto simile a quanto capita spesso nelle lotte e nelle liti quando, desiderando abbattere gli altri, andiamo giù anche noi” (fr:11593). Notevole è l’artificio per cui se il feto muore la bocca si apre subito quel tanto che basta per l’espulsione (fr:11595). Le levatrici monitorano la dilatazione graduale e solo quando è sufficiente fanno spingere la partoriente con i muscoli dell’epigastrio (fr:11596-11597).
Nello stomaco la facoltà ritentiva si manifesta con i rigurgiti, sintomi di debolezza; quando è in stato naturale, “anche se il suo contenuto è poco esso lo abbraccia tutto non lasciando vuoto nessuno spazio” (fr:11601), mentre se è debole lascia spazi vuoti e i liquidi fluttuano producendo rumori. La lunga permanenza di cibi e bevande in soggetti deboli non dipende da una ristrettezza meccanica del piloro: si inghiottono noccioli, anelli, monete e altri oggetti duri che vengono poi evacuati senza problemi (fr:11606); il passaggio non è determinato dalla chilificazione ma dalla cozione, “che è cosa diversa dalla chilificazione, come lo sono la produzione del sangue e la nutrizione” (fr:11611). Al momento opportuno “l’orifizio inferiore si apre e i cibi passano facilmente attraverso di esso anche se, per caso, hanno con sé una quantità di pietre, ossi, acini” (fr:11612). Nelle dissezioni su animali, quando la cozione è in corso, si osserva “il piloro perfettamente chiuso e tutto lo stomaco contratto intorno ai cibi in maniera assai simile a quella con cui l’utero si contrae attorno ai feti” (fr:11614). A cozione ultimata, invece, il piloro è aperto e lo stomaco mostra movimenti peristaltici (fr:11618). Erasistrato attribuiva ogni cosa alla contrazione dello stomaco, ma Galeno, con innumerevoli dissezioni su animali vivi, ha constatato che lo stomaco non è semplicemente contratto ma “perfettamente avvolto intorno ai cibi, sopra, sotto e da ogni parte, immobile, così da sembrare che si fosse unito ai cibi” (fr:11617), con piloro serrato come la bocca dell’utero in gravidanza.
Tale facoltà, presente con evidenza anche nelle vesciche, si inserisce tra l’attrattiva e l’eliminativa: la vescica biliare secerne gradualmente il suo contenuto, e sezionando gli animali la si trova ora piena, ora vuota, ora in stati intermedi, mostrando di non cedere subito la bile appena attratta (fr:11621-11622). Similmente, lo stomaco irritato dall’acidità o sovraccarico può espellere prematuramente il cibo con vomito o diarrea a seconda della parte colpita, rivelando che la ritenzione dipende da una facoltà attiva e non da semplici condizioni meccaniche (fr:11624-11626). Tutti i fatti osservati testimoniano, in conclusione, “una certa tendenza verso la qualità loro appropriata e per così dire una aspirazione ad essa, e un’avversione e, per così dire, un odio per la qualità estranea” (fr:11630).
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36 La fisiologia delle facoltà naturali: attrazione, ritenzione ed eliminazione nella digestione
Il brano espone, con argomentazioni teleologiche e riferimenti anatomici, il funzionamento del processo digestivo come manifestazione di quattro facoltà fondamentali: attrattiva, ritentiva, propulsiva ed eliminativa, in polemica con le dottrine di Asclepiade ed Erasistrato.
Galeno deduce l’esistenza delle facoltà naturali da un principio quasi psicofisico: “Ed è logico che quando desiderano una cosa la attraggano e quando sono avverse ad essa la eliminino.” (fr:11631). Dalla presenza di tendenza o attrazione deriva un godimento, poiché “niente di ciò che esiste infatti attira qualcosa per il fatto stesso di attirare, ma per godere di ciò che con l’attrazione si è procurato” (fr:11633). Tale godimento implica necessariamente il trattenere, sicché “la facoltà ritentiva ha la sua necessaria origine” (fr:11635), come mostra lo stomaco che trattiene e si contrae. Raggiunto il limite del godimento, subentra la facoltà eliminativa: “è il momento che agisca la facoltà eliminativa” (fr:11636). Queste quattro facoltà costituiscono l’armatura concettuale di tutto il discorso.
Lo stomaco si appropria del cibo adatto trasformandolo: “per questo attira la parte più utile dei cibi in forma di vapore e a poco a poco, e la deposita sulle proprie tuniche” (fr:11639). La digestione – detta cozione – è un’alterazione qualitativa del cibo secondo la natura dell’animale. Il cibo è dominato dalle qualità corporee: “l’essere dominato è alterarsi” (fr:11643). L’alterazione nello stomaco è maggiore di quella prodotta in bocca ma inferiore a quella del fegato e delle vene, che “riduce il cibo a sostanza del sangue” (fr:11646). Nella bocca, il cibo già cambia forma, come prova il pane lasciato fra i denti, che “non è esattamente pane … ha impresse le qualità della carne dell’animale” (fr:11647). Il flegma orale, attivo persino contro licheni e scorpioni, contribuisce a questa prima trasformazione (fr:11654-11655). Tuttavia, la superiorità dello stomaco è schiacciante, per il concorso del suo flegma, della bile, del pneuma, del calore e della vicinanza dei visceri: “come molti focolari accesi vicini a un gran calderone, a destra il fegato, a sinistra la milza, il cuore di sopra, e insieme al cuore il diaframma … ti convincerai che ha luogo una straordinaria alterazione nei cibi” (fr:11658). Solo dopo questa preparazione il cibo può divenire sangue, perché “nulla passa direttamente alla qualità opposta” (fr:11660).
La definizione di cozione sigilla l’argomento: “La cozione non è altro, evidentemente, che alterazione nella qualità appropriata a ciò che viene nutrito” (fr:11672). Contro Asclepiade, che cercava il “buono” al gusto (fr:11676), Galeno obietta che l’odore stesso del cibo trasformato testimonia la cozione: “Il fatto stesso che il cibo abbia l’odore del corpo mostra l’avvenuta cozione nello stomaco” (fr:11675). Erasistrato, inoltre, si attarda su una sterile disputa verbale, confondendo la cozione con la bollitura; avrebbe dovuto invece dimostrare che i cibi non subiscono alterazione o che essa è inutile, oppure confutare i principi attivi (caldo, freddo, secco, umido) che regolano ogni mutamento corporeo (fr:11679‑11682).
L’analisi passa poi alla deglutizione. Erasistrato nega qualsiasi attrazione da parte dello stomaco (fr:11686), ma l’esistenza di due tuniche con fibre a orientamento opposto smentisce la sua posizione: “La tunica interna ha le fibre dritte, perché esiste allo scopo della attrazione; quella esterna invece le ha trasversali, al fine di contrarsi circolarmente” (fr:11690). Il movimento degli organi naturali dipende dalla disposizione delle fibre, come si verifica nei muscoli (fr:11691‑11692). Nello stomaco, le fibre diritte, stirandosi durante la deglutizione, accorciano l’organo e trascinano l’esofago; “la faringe torna indietro tanto quanto è tirato giù l’esofago” (fr:11695). Al contrario, le fibre trasversali restringono il lume senza accorciare la lunghezza (fr:11696‑11698). Il vomito, che spinge il contenuto verso l’alto, è opera della sola tunica esterna, perché “nessuna tunica attrae in direzione della bocca” (fr:11706): perciò è più faticoso del deglutire, che sfrutta entrambe le tuniche. Alla base vi è una relazione di desiderio o disgusto: “lo stesso atto dell’inghiottire avviene rapidamente in coloro che hanno un appetito sufficiente … mentre in coloro che bevono per necessità un farmaco … la deglutizione … viene ottenuta con pena e difficoltà” (fr:11708). La tunica interna serve quindi all’attrazione, quella esterna alla contrazione e alla spinta, attiva anche nel vomito (fr:11709).
La forza attrattiva dello stomaco è così potente che in animali voraci come serranidi e dentici lo stomaco risale fin nella bocca: “per la spinta del desiderio, salga alla bocca” (fr:11713). Ciò è impossibile “a meno che lo stomaco non attiri a sé i cibi servendosi dell’esofago come di una mano” (fr:11717). Questa immagine conferma, su basi osservative, la teleologia dell’organo: “La natura infatti non avrebbe certo costruito senza uno scopo l’esofago con due tuniche con un assetto fra loro contrario” (fr:11721). La prova sperimentale ne offre la conferma: sezionando negli animali la sola tunica esterna, la deglutizione persiste; recidendo entrambi i tegumenti con tagli trasversali, l’animale ancora deglutisce (fr:11722‑11724). Galeno distingue così, con metodo empirico, la funzione specifica di ciascuna tunica.
Il testo possiede un forte significato storico: rappresenta un nodo centrale del De naturalibus facultatibus di Galeno, nel quale la fisiologia si costruisce attraverso l’intreccio di anatomia, osservazione clinica e principio teleologico. La polemica contro Asclepiade ed Erasistrato segna il distacco da una medicina riduzionista, mentre l’appello alle quattro qualità elementari (caldo, freddo, secco, umido) connette la fisiologia alla fisica aristotelica. L’argomentazione mostrata, dalla definizione di cozione all’esperimento di vivisezione, offre una testimonianza vivida del metodo scientifico antico, fondato sull’indagine della finalità naturale.
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37 Meccanica della deglutizione e critica alle teorie riduzioniste
Il testo si apre con un’analisi dettagliata del processo di deglutizione, basata sull’osservazione anatomica diretta. Viene chiarito che “l’animale è in grado di deglutire anche con una sola delle tuniche, ma non così bene come con tutte e due” – (fr:11725). L’osservazione cruciale riguarda il ruolo dell’aria durante la deglutizione: “nel deglutire l’esofago si riempie dell’aria che viene inghiottita insieme ai cibi la quale, quando la tunica esterna si contrae circolarmente viene spinta facilmente nello stomaco assieme al cibo, ma quando sussiste solo quella interna essa ostacola il trasporto dei cibi distendendo questa tunica e impedendone l’azione” – (fr:11726).
Da questa evidenza sperimentale scaturisce la confutazione di teorie alternative. L’autore critica Erasistrato per non aver riconosciuto come “la posizione obliqua dell’esofago infirma chiaramente la dottrina di coloro che pensano che il cibo inghiottito vada fin nello stomaco condotto dalla semplice spinta impressa dall’alto” – (fr:11727). L’unica osservazione corretta che gli viene riconosciuta è che “molti degli animali dal collo lungo inghiottono stando piegati in giù” – (fr:11728). L’argomentazione raggiunge così una conclusione metodologica precisa: “quanto si osserva non dimostra il come inghiottiamo ma il come non inghiottiamo” – (fr:11729), e che “non deglutiamo per la sola spinta impressa dall’alto: non è ancora chiaro se la deglutizione avviene perché lo stomaco attira il cibo o perché l’esofago lo accompagna” – (fr:11730). L’analisi anatomica porta a una conclusione funzionale: “la tunica interna esiste allo scopo di attirare, mentre quella esterna esiste allo scopo di spingere avanti” – (fr:11731).
38 Le quattro facoltà naturali come fondamento della fisiologia
Dalla dimostrazione particolare si passa alla teoria generale. L’autore ricorda il programma dell’opera: “dimostrare che la facoltà ritentiva si trova in ciascuno degli organi, come nel libro precedente avevamo dimostrato che esiste la facoltà attrattiva e in più quella alterativa” – (fr:11732). Nello stomaco vengono quindi identificate “queste quattro facoltà, quella attrattiva nel deglutire, quella ritentiva nel concuocere, quella espulsiva nei vomiti e nella discesa dei cibi concotti nell’intestino tenue — e che la cozione stessa rappresenta una alterazione” – (fr:11733).
Questo schema viene esteso come principio universale a tutti gli organi: “se essa attiri quanto le è proprio e elimini quanto le è estraneo e abbia il naturale potere di alterare e di trattenere quello che attira a sé” – (fr:11735), applicandosi senza eccezioni a “milza”, “fegato”, “vena”, “arteria”, “cuore”. La giustificazione è di ordine teleologico: “queste quattro facoltà sono necessarie ad ogni parte che deve essere nutrita e per questo dicemmo che esse sono le ancelle della nutrizione” – (fr:11736). Viene qui introdotto anche il concetto di affinità specifica tra organi e residui: “come le feci degli uomini sono piacevolissime per i cani, così i residui del fegato sono, in parte, appropriati alla milza, in parte alla vescica biliare, in parte ai reni” – (fr:11736).
39 Polemica contro i moderni e metodo di ricerca
L’autore esprime una netta riluttanza a ritornare su argomenti già trattati da figure autorevoli come “Ippocrate, Platone, Aristotele, Diocle, Prassagora e Filotimo” – (fr:11738), ma si vede costretto a farlo perché “gli antichi, pur avendo fatto giuste affermazioni su tali punti, hanno tralasciato di difenderli con ragionamenti, non sospettando neppure che sarebbero esistiti taluni sofisti talmente impudenti da tentare di muovere obiezioni ai fatti evidenti” – (fr:11739). I medici più recenti, “in parte convinti da tali sofismi han prestato fede a costoro” – (fr:11739), mentre chi ha tentato di confutarli è rimasto “molto lontani dalla capacità degli antichi” – (fr:11739).
L’opera si presenta quindi come una difesa della tradizione condotta con gli strumenti razionali che gli antichi stessi avrebbero usato: “ho provato a comporre i miei ragionamenti nel modo in cui gli antichi, se uno di loro fosse vivo, combatterebbero contro coloro che sovvertono gli aspetti più belli della nostra arte” – (fr:11740). Tuttavia l’autore è consapevole del pubblico ristretto a cui si rivolge: “vi sono parecchie cose perfettamente dimostrate dagli antichi, ma non comprensibili per la maggioranza degli uomini d’oggi, anzi non si tenta neppure di conoscerle per superficialità” – (fr:11741). Il destinatario ideale viene descritto con toni quasi iniziatici: “chi vuole conoscere qualcosa meglio della gente comune, deve superare gli altri di molto sia riguardo alla natura che all’educazione primaria” – (fr:11742), e deve “contrarre una sorta di pazzia amorosa per la verità, come un ispirato, e non tralasciare, né di giorno né di notte, di studiarsi e sforzarsi di imparare quello che i più illustri degli antichi hanno detto” – (fr:11743). Per tutti gli altri, “questo libro sarà superfluo, come se si raccontasse una favola a un asino” – (fr:11744).
40 Morfologia delle fibre e funzione degli organi
L’esposizione prosegue con l’evidenza offerta dal comportamento dello stomaco: “Nelle persone fortemente affamate lo stomaco manifestamente attrae e tira giù i cibi prima che essi siano completamente triturati nella bocca, e si disgusta e espelle il cibo nelle persone disappetenti e in quelle che mangiano per forza” – (fr:11747). Questa duplice capacità, attrattiva ed espulsiva, appartiene a “ciascuno degli altri organi” – (fr:11748). La base anatomica di tale dualità risiede nella struttura delle fibre: “anche se un organo consiste di un solo tegumento, come le due vesciche, l’utero, le vene, esso possiede entrambi i tipi di fibre, quelle longitudinali e quelle trasversali” – (fr:11749).
Esiste inoltre “un terzo tipo di fibre, quelle oblique, che per numero è molto inferiore agli anzidetti due tipi” – (fr:11750). La loro disposizione varia: negli organi a due tuniche si trovano “solo in una delle due, frammischiato alle fibre longitudinali”, mentre in quelli a tunica singola “si trova frammischiato agli altri due tipi” – (fr:11751). La funzione di queste fibre oblique è specifica: “forniscono un grandissimo aiuto all’azione della facoltà chiamata ritentiva” – (fr:11752), poiché “in questo periodo infatti bisogna che la parte sia stretta e tesa da ogni parte intorno al contenuto — lo stomaco nel periodo della cozione, l’utero in tutto il periodo della gestazione” – (fr:11753).
Viene quindi tracciata una comparazione anatomica sistematica: “la tunica della vena, essendo una sola, risulta di vari tipi di fibre; la tunica esterna dell’arteria è formata da fibre circolari, quella interna principalmente da fibre longitudinali, e con queste anche da poche oblique, cosicché le vene da una parte assomigliano, per la disposizione delle fibre, all’utero e alle vesciche, anche se sono inferiori in grossezza, dall’altra parte le arterie somigliano allo stomaco” – (fr:11754). Un caso particolare è quello degli intestini, che sono “i soli fra tutti gli organi ad essere formati da due tuniche, tutte e due con fibre trasversali” – (fr:11755).
41 Evidenza fisiologica delle quattro facoltà
Il discorso ritorna al programma principale: “dimostrare solo che le facoltà naturali sono, in numero di quattro, in ciascun organo” – (fr:11760). Un principio fisiologico fondamentale viene stabilito: “la parte non espelle il cibo attirato o interamente o anche il suo residuo prima che o lo stesso organo o la maggior parte del suo contenuto siano passati nella opposta condizione” – (fr:11762). Lo stomaco, “dopo che è ben pieno di cibo e ha succhiato e depositato la parte più utile del cibo nei suoi tegumenti, allora espelle il resto, come se fosse un peso estraneo” – (fr:11763). Lo stesso vale per le vesciche, che eliminano il contenuto quando “il materiale via via attirato diventa fastidioso o perché, per la sua quantità, le dilata, o le irrita per la sua qualità” – (fr:11763), e per l’utero, che “quando non sopporta più di essere dilatato, si sforza di mandar via ciò che l’affligge, oppure anche perché è irritato dalla qualità dei liquidi versati in esso” – (fr:11764).
Le cause che innescano l’espulsione sono ridotte a tre: “una massa eccessiva, il peso, l’irritazione” – (fr:11773). Il peso si verifica “quando il contenuto supera le forze dell’utero”; l’irritazione “quando o i liquidi prima chiusi nelle membrane, per la rottura di queste si versano nell’utero stesso o quando l’intero feto muore, va in putrefazione, si dissolve in dannosi sieri purulenti e così irrita profondamente il tegumento dell’utero” – (fr:11774).
L’autore insiste sull’universalità di questi fenomeni: “In tutti gli organi, pertanto, hanno luogo analogamente tutti gli effetti naturali e tutte le affezioni e le malattie in maniera evidente” – (fr:11775). Anche dove l’evidenza è meno immediata, come nel caso della vescica biliare, che “possiede pochissimi nervi” – (fr:11780), lo studioso deve applicare il ragionamento analogico: “se abbiamo dimostrato che essa attira l’umore appropriato, così che spesso essa si osserva piena, e che elimina questo stesso umore dopo non molto tempo, è necessario che essa desideri questa eliminazione dell’umore o perché è appesantita dalla quantità o perché la sua qualità si va mutando in irritante e acida” – (fr:11782).
42 Unità del condotto e bidirezionalità del flusso
Un principio anatomico-funzionale di grande rilievo viene affermato con chiarezza: “attraverso lo stesso canale hanno luogo, in tempi diversi, l’attrazione e lo scarico” – (fr:11785). L’orifizio dello stomaco “non solo chiaramente accompagna il cibo e le bevande dentro questo organo, ma nel caso di nausea compie anche il servizio opposto, e il collo della vescica epatica, che è uno solo, riempie parimenti e svuota la vescica, e la bocca dell’utero ugualmente costituisce l’ingresso per il seme e l’uscita per il feto” – (fr:11785). Viene ricordata l’autorità di Ippocrate, che spiegava la sterilità dicendo: “La sua bocca non è capace di attirare il seme” – (fr:11786).
Al contrario, “Erasistrato e Asclepiade, d’altra parte, arrivano a tal punto d’intelligenza da privare di tale facoltà non solo lo stomaco e l’utero, ma anche la vescica che sta sul fegato e anche i reni” – (fr:11787), posizione già confutata nel primo libro dove “non è possibile indicare altra causa per la secrezione dell’urina o della bile” – (fr:11791).
Questa bidirezionalità spiega fenomeni che altrimenti resterebbero incomprensibili: “la natura spesso scarica residui nello stomaco attraverso le vene” – (fr:11792) e “una certa quantità di cibo può, nei lunghi digiuni, essere attirata di nuovo dal fegato nello stomaco, attraverso le vene nelle quali era stata distribuita al fegato” – (fr:11793). L’autore osserva che negare questi fatti equivale a “non prestar fede neppure al fatto che i farmaci purganti attirano gli umori appropriati nello stomaco attraverso gli stessi orifizi per i quali precedentemente era avvenuta la distribuzione” – (fr:11794).
43 Dinamica delle forze e movimenti dei liquidi
Il principio che governa questi scambi viene formulato in termini di forza relativa: “quello che è più forte attira e quello che è più debole viene svuotato” – (fr:11797). Esiste una gerarchia naturale: “in tutti gli uomini e in tutti gli animali il cuore è più forte del fegato, il fegato più degli intestini e dello stomaco; le arterie più delle vene ad attirare quanto è loro utile ed ad eliminare quello che utile non è” – (fr:11799).
Tuttavia questa gerarchia può invertirsi in circostanze particolari. L’analogia illustrativa è efficace: “Supponiamo di tenere nelle mani dei cibi e di cercare di strapparli l’uno all’altro: se il nostro bisogno di cibo è uguale, è verosimile che prevalga il più forte, ma se quest’ultimo è sazio e per questo tiene in mano con poca cura il cibo eccedente oppure ha anche voglia di darlo ad un altro, e d’altra parte il più debole è terribilmente desideroso di cibo, niente impedisce che costui se lo prenda tutto” – (fr:11805). Allo stesso modo, “quando nello stomaco è contenuto molto cibo e il fegato ha appetiti e bisogni violenti quel viscere esercita una attrazione senz’altro più forte; di contro quando il fegato è riempito e teso mentre lo stomaco ha appetito ed è vuoto la forza della attrazione passa a quest’ultimo” – (fr:11804).
Questo spiega anche l’assenza di fame: “la sovrabbondanza di nutrimento nel fegato è la causa del fatto che l’animale non ha fame; infatti lo stomaco quando ha un nutrimento migliore e più facile a ottenersi non ne richiede di esterno” – (fr:11807). Quando entrambi gli organi hanno bisogno, il fegato cede solo “certi liquidi biliosi, flemmmatici e sierosi” – (fr:11808).
Lo stesso principio regola le flussioni patologiche: “Ciascuna parte infatti possiede una certa congenita tensione con la quale espelle il superfluo. Quando dunque una di esse diventa più debole in seguito ad una certa condizione, necessariamente i residui da tutte le parti del corpo confluiscono su quella parte” – (fr:11810-11811). Il meccanismo è descritto come una catena di depositi successivi: “la parte più forte deposita su tutte le sue vicine e ciascuna di queste a sua volta su certe altre più deboli, quindi queste ultime a loro volta depositano ciascuna su delle altre e così via per moltissimo tempo, finché il residuo, cacciato da tutte le parti non rimanga in una delle parti più deboli: di qui infatti non può più fluire in un’altra parte, perché nessuna di quelle più forti lo accoglierebbe e la parte affetta non è capace di espellerlo” – (fr:11812).
La conclusione riprende il fenomeno osservabile delle evacuazioni emorragiche in chi interrompe bruscamente l’esercizio fisico o subisce amputazioni: “essa non fa alcun male ma purga fortemente tutto il corpo e evacua le pletore, e certamente il trasporto dei residui viene effettuato attraverso le stesse vene per le quali aveva avuto in precedenza luogo la distribuzione” – (fr:11816). Il testo si chiude con l’affermazione che “Pensare che il movimento di trasporto del materiale sia a senso unico è proprio di una persona che non conosca affatto le facoltà naturali e particolarmente la facoltà eliminativa che è l’opposta di quella attrattiva; infatti i movimenti attivi e passivi di materia necessariamente dipendono da facoltà opposte” – (fr:11817). L’ultima immagine è quella di un organismo in cui “Ciascuna delle parti, quando attira l’umore appropriato, quindi lo trattiene e ne trae godimento, si affretta a eliminare tutto il residuo quanto più può, nella maniera più rapida e migliore, secondo il peso del residuo” – (fr:11818).
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44 La fisiologia della nutrizione e il movimento dei fluidi secondo Galeno
Nel quadro della dottrina delle facoltà naturali, Galeno analizza il complesso sistema di attrazione, repulsione e trasporto dei fluidi corporei, fondando le sue argomentazioni sull’osservazione clinica e sull’autorità di Ippocrate.
Il principio della facoltà eliminativa è descritto come una forza potente e direzionale. Lo stomaco espelle i residui superficiali con il vomito e quelli sedimentati con la diarrea, ma questa forza può agire in modo straordinario se le vie naturali sono ostruite: “La facoltà eliminativa possiede qualcosa di così violento e forte che nei casi di ileo, quando il passaggio in basso è completamente chiuso, si vomitano feci” - (fr:11821). Galeno spiega che, pur apparendo paradossale, questi residui risalgono meccanicamente attraverso un percorso obbligato che include tutto l’intestino tenue, il piloro, lo stomaco e l’esofago (fr:11827), mossi da contrazioni trasmesse dalle fibre trasversali.
L’interconnessione dinamica di tutte le parti del corpo è un punto centrale. Galeno estende il principio del trasporto a distanza citando Ippocrate, secondo cui non solo pneuma e residui, ma anche il cibo stesso può essere ricondotto dalla superficie esterna al punto d’origine. La pelle, se colpita da un freddo improvviso, non tollera più il liquido che prima la nutriva e lo considera un peso, sforzandosi di eliminarlo. Poiché lo scarico esterno è bloccato dalla condensazione, il residuo viene spinto di parte in parte “finché il trasferimento non finisca nelle estremità interne delle vene” - (fr:11832). Questo fenomeno cessa rapidamente, ma quando l’irritazione è interna, l’eliminazione diventa più violenta e duratura, come nell’ileo, dove l’intestino infiammato “non sopporta né il peso né l’acidità dei residui e perciò si sforza di eliminarli e cacciarli via il più lontano possibile” - (fr:11836), trasmettendo l’impulso fino alla bocca.
Per rendere comprensibile il movimento bidirezionale dei fluidi negli stessi vasi, Galeno ricorre all’analogia con la respirazione. Non c’è nulla di strano nel fatto che le vene che vanno dal fegato allo stomaco portino nutrimento in entrambe le direzioni, proprio come la trachea introduce ed espelle aria. Questo processo però avviene in tempi diversi, non simultaneamente: “allo stesso modo in cui noi inspiriamo in un certo momento e al contrario espiriamo in un altro momento, così il fegato attira in un certo tempo nutrimento dallo stomaco e lo stomaco, in un tempo diverso, l’attira dal fegato” - (fr:11848).
La gestione del nutrimento è articolata in tre fasi logiche e sequenziali. Nella prima, il cibo rimane nello stomaco dove è concotto e accostato fino a sazietà, e una parte raggiunge il fegato (fr:11868). Nella seconda, il cibo attraversa gli intestini, viene accostato alle loro pareti e al fegato, mentre il cibo del primo periodo aderisce allo stomaco (fr:11869-11870). Nella terza fase, lo stomaco assimila e si nutre, mentre l’adesione avviene negli intestini e nel fegato, e in tutto il corpo inizia la distribuzione e l’accostamento (fr:11871). Se l’animale è a digiuno, lo stomaco, bisognoso di nutrimento, “sottrae alle vene del fegato” - (fr:11878) il nutrimento non ancora assimilato. La redistribuzione è dinamica: come animali che condividono cibo in comune, gli organi si scambiano materia in tempi diversi, cosicché “non c’è da meravigliarsi che della materia ritorni indietro all’interno dalla superficie più esterna e che della materia sia portata allo stomaco dal fegato e dalla milza per quegli stessi vasi attraverso i quali dallo stomaco era stata prima portata a quegli altri organi” - (fr:11884).
Galeno introduce poi un principio fisico fondamentale per spiegare il riempimento delle arterie: la necessità del riempimento del vuoto. Le arterie, dilatandosi, attraggono dai corpi vicini la materia più leggera e sottile. “La cosa più leggera e sottile del corpo tutto è in primo luogo lo pneuma, in secondo luogo il vapore, e dopo questo, in terzo luogo, la parte del sangue che è più elaborata e raffinata perfettamente” - (fr:11900). Utilizzando l’analogia di un tubo immerso in acqua e sabbia, dimostra che aspirando si ottiene prima l’acqua, il fluido più leggero, e non la sabbia (fr:11905). Esistono quindi due tipi di attrazione: una meccanica per il riempimento del vuoto, che predilige il leggero, e una qualitativa, che seleziona per affinità: “altro è il modo in cui l’aria è attirata nei mantici, altro quello in cui il ferro è attirato dalla calamita” - (fr:11907). Le cavità del cuore e delle arterie si riempiono così di pneuma e vapore, mentre le loro tuniche, i corpi veri e propri degli organi, attraggono il nutrimento appropriato dal sangue. La prova di questo scambio è data dallo svuotamento congiunto di vene e arterie durante un dissanguamento, possibile solo grazie alle anastomosi tra i due sistemi (fr:11911-11912).
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45 L’anima come temperamento del corpo e la sua soggezione agli umori
Galeno dimostra che le funzioni psichiche dipendono interamente dal temperamento dei corpi omogenei, e che anche un’anima incorporea risulta schiava delle alterazioni materiali.
Il trattato si apre con un richiamo alla dottrina galenica: «Secondo Galeno le funzioni, o azioni (enesgeiai) sono proprietà delle parti omogenee» (fr:12176) e «Le parti composte, o organiche, hanno funzioni derivate da quelle delle parti omogenee che le compongono» (fr:12177). In questo quadro, l’essenza stessa dell’anima viene riportata a un temperamento: «è necessario che la sua forma sia posta come temperamento di quelle, cosicché l’essenza dell’anima è in un certo modo un temperamento, se vuoi, delle quattro qualità, calore, freddo, secchezza, umidità» (fr:12178). La parte razionale, se è una specie dell’anima, è mortale proprio perché è un temperamento del cervello (fr:12179‑12180); se invece la si pensa immortale secondo Platone, sorge la domanda «perché uno svotamento abbondante di sangue la separi e come mai faccia ciò la cicuta o una febbre ardente» (fr:12183). L’autore confessa di non riuscire a pensare un’essenza incorporea che non sia qualità o forma di un corpo (fr:12186) né a immaginare come possa distendersi in tutto il corpo; eppure è manifesto che «lo svotamento di sangue e il bere la cicuta tolgono l’anima al corpo e che una febbre forte lo surriscalda» (fr:12187).
L’esperienza quotidiana conferma la dipendenza dalle qualità corporee: «un eccesso di bile gialla nel cervello porta alla follia, uno di bile nera alla melancolia, e perché il flegma e in generale i refrigeranti sono causa di letarghi, in seguito ai quali soffriamo di danni alla memoria e alla intelligenza» (fr:12189‑12190). Il vino, se bevuto con moderazione, «contribuisce molto alla cozione, la distribuzione, l’ematopoiesi e la nutrizione e insieme rende la nostra anima più mite e nello stesso tempo più ardita, mediante naturalmente il temperamento del corpo, che esso ottiene a sua volta mediante gli umori» (fr:12204), ma in eccesso acceca l’animo, come illustrano i versi omerici citati (fr:12195‑12199). Anche il veleno dell’aspide sembra raffreddare e uccide istantaneamente come la cicuta (fr:12208), così da costringere chiunque affermi un’essenza propria dell’anima ad ammettere «che essa è schiava dei temperamenti del corpo, dal momento che hanno facoltà di separarla dal corpo e la costringono a sragionare e le tolgono memoria e intelligenza» (fr:12209‑12210).
Il testo richiama poi Platone stesso, che nel Timeo descrive l’anima immessa in un corpo soggetto a flusso e deflusso, dominata dall’onda dell’umidità, e spiega che solo quando «sopraggiunge in minor quantità la corrente della crescita e del nutrimento» l’anima diviene progressivamente ragionevole (fr:12216‑12218). La secchezza conduce all’intelligenza, l’umidità all’irragionevolezza, e «l’estrema secchezza procura estrema intelligenza» (fr:12220); poiché nessun corpo di animale mortale è privo di umidità come gli astri, nessuno raggiunge l’intelligenza estrema (fr:12221‑12223). Perciò la parte razionale, anche se di forma semplice, si modifica col temperamento, e quella mortale «è proprio il temperamento del corpo» (fr:12227): il temperamento del cuore costituisce la specie irascibile, quello del fegato la specie concupiscibile (fr:12228).
Sul piano dossografico, Andronico il peripatetico ebbe il coraggio di dichiarare l’anima temperamento o facoltà derivante dal temperamento; l’autore loda la franchezza ma biasima l’aggiunta di “facoltà”, poiché l’anima è sostanza secondo la forma e dunque deve identificarsi con il solo temperamento (fr:12229‑12231). Anche gli Stoici tengono l’anima come pneuma più secco e caldo della natura, risultato di un contemperamento di aria e fuoco: «Crisippo, per una ben temperata mescolanza di aria e di fuoco è risultato intelligente, mentre i figli di Ippocrate son risultati porcini per una mescolanza sbagliata» (fr:12240). Assunta come ipotesi l’alterazione della sostanza e la costituzione del corpo omogeneo mediante il temperamento, l’essenza dell’anima segue di necessità il medesimo principio, a meno che non si voglia postulare con Platone un’incorporea che esista di per sé (fr:12243‑12244).
La seconda parte del testo si sofferma sul rapporto tra secchezza, freddezza e intelligenza. Eraclito affermava «luce secca anima intelligentissima» (fr:12255) e gli astri, lucenti e secchi, godono di somma intelligenza (fr:12256). Tuttavia la vecchiaia estrema, pur secca, reca con sé deliri, e ciò va attribuito non alla secchezza ma alla freddezza: «manifestamente infatti la freddezza danneggia tutti gli atti dell’anima» (fr:12258). La conclusione generale è netta: «gli atti e gli affetti dell’anima seguono i temperamenti del corpo» (fr:12259). Se l’anima è forma di un corpo omogeneo si ha una dimostrazione scientifica a partire dall’essenza; se la si suppone incorporea secondo Platone, tuttavia anch’egli riconosce che è signoreggiata dal corpo per via dell’irragionevolezza dei bambini, di chi delira in vecchiaia o di chi subisce farmaci e umori alteranti (fr:12260‑12261). Il trattato consegna così una testimonianza cruciale del naturalismo psicologico antico, dove ogni moto dell’anima è letto come effetto di una mescolanza materiale.
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46 L’anima tra temperamenti e umori: il corpo come radice delle facoltà secondo Galeno
Il passo riportato, tratto da Le facoltà dell’anima di Galeno, costituisce una densa argomentazione sul vincolo che lega le capacità psichiche alla costituzione materiale del corpo. L’autore costruisce la propria tesi attraverso una fitta rete di citazioni da Eraclito, Platone, Aristotele e Ippocrate, offrendo al tempo stesso una preziosa testimonianza medica e storico‑filosofica.
Il testo si apre con un problema testuale: la ricostruzione di una sentenza di Eraclito. Secondo Galeno – o meglio secondo la tradizione erudita che egli riporta – la forma originaria sarebbe stata «Un yuyi copwrdTtn xal dplotn» - (fr:12265) [anima secca intelligentissima e ottima]. Tuttavia il raro termine si corruppe ben presto, e uno studioso come Wendland ne attribuì la corruzione agli stoici Panezio o Posidonio (fr:12266-12267). La frase, nella versione corrotta, era comunque nota al tempo di Galeno e circolava in Filone Ebreo, Plutarco e Musonio Rufo (fr:12268). Galeno stesso, pur essendo a conoscenza del dibattito, conferma la lezione vulgata osservando che «gli astri che sono sia lucenti che secchi» (fr:12271). Questo dettaglio filologico è funzionale a mostrare come già gli antichi collegassero luce e secchezza a intelligenza, premessa che il medico svilupperà in direzione somatica.
Il nucleo del ragionamento galenico è la confutazione dell’ipotesi di un’anima incorporea. Egli osserva che quando un individuo non solo perde le facoltà consuete, ma ne sviluppa di opposte – «quando uno crede di vedere ciò che non si vede e di sentire ciò che nessuno ha detto, e dice cose oscene o proibite o affatto incomprensibili» - (fr:12272) – allora non si tratta di un semplice impedimento, ma dell’insorgere di nuove facoltà negative. Ciò desta gravi sospetti sull’idea che «sia incorporea l’intera sostanza dell’anima» (fr:12273), perché non si spiegherebbe come un’entità non corporea possa essere condotta «alla natura contraria a lei stessa dai suoi rapporti col corpo» (fr:12274).
A sostegno di questa tesi, Galeno chiama in causa la clinica: «Che l’anima è signoreggiata dai mali del corpo si vede chiaramente nelle malinconie, nelle freniti e nelle pazzie» (fr:12276). L’osservazione è arricchita da un riferimento diretto alla peste antonina, che colpì l’impero romano dal 166 al 169 d.C. e che lo stesso Galeno visse in prima persona: «… cosa che Tucidide afferma accadesse a molti e che anch’io ho osservato nel morbo pestilenziale dei nostri tempi, non molti anni orsono…» (fr:12277). Qui il medico distingue tra un semplice difetto percettivo dovuto a un’offesa periferica (la cisposità, che non intacca la facoltà visiva) e una lesione della facoltà stessa, come avviene nella frenite in cui si vede «tre invece di uno» (fr:12277).
L’autorità di Platone è invocata con numerose citazioni dal Timeo. Il filosofo ammette che «quando infatti gli umori dei flegmi acidi e salati o anche quelli amari e biliosi vagando per il corpo non trovano sfogo, ma attirati dentro mescolando il loro vapore al movimento dell’anima si amalgamano ad essa» - (fr:12291) causano «innumerevoli malattie dell’anima». Persino le intemperanze morali trovano radici nella materia: «Il seme, nella persona in cui sia abbondante e vischioso, … è furioso per la maggior parte della vita … avendo l’anima malata e irragionevole a causa del corpo sarà considerato non come malato ma come volontariamente malvagio» (fr:12292). Platone giunge ad affermare che «nessuno … è volontariamente malvagio, ma diviene malvagio per la cattiva costituzione del corpo e l’allevamento privo di educazione» (fr:12297). Galeno legge in questi passi una conferma piena delle proprie dimostrazioni (fr:12298).
La posizione di Aristotele è altrettanto chiara. Nel secondo libro Sulle parti degli animali si legge: «Il sangue più denso e più caldo è meglio atto a produrre forza, quello più rado e più freddo meglio favorisce le facoltà sensitive ed intellettuali» (fr:12304). Le differenze nel temperamento sanguigno – presenza di fibre, purezza, fluidità – determinano sia il coraggio sia l’intelligenza. Gli animali con sangue fibroso e terroso sono collerici, e «perciò i tori e i cinghiali si lasciano facilmente trascinare dalla collera: il loro sangue è il più fibroso» (fr:12322). Al contrario, «gli animali che hanno il sangue troppo acquoso sono più paurosi» (fr:12317). Su questa base Aristotele dichiara che «La natura del sangue è causa di molte conseguenze riguardo al carattere e alla sensibilità degli animali», perché «esso è la materia di tutto il corpo» (fr:12326).
Un ulteriore tassello è costituito dalla fisiognomica. Galeno cita estratti dal primo libro delle Ricerche sugli animali, dove Aristotele descrive corrispondenze tra tratti somatici e carattere: «Chi ha la fronte ampia è piuttosto lento, chi l’ha piccola è rapido; chi ha la fronte larga è eccitabile» (fr:12334); «Sopracciglia diritte sono segno di carattere molle, se sono incurvate verso il naso indicano durezza» (fr:12336). E ancora, gli occhi medi sono «segno di ottimo carattere», quelli che sbattono poco indicano «impudenza e incertezza» (fr:12347). Galeno mostra così come la conformazione corporea, derivata dal temperamento, sia per Aristotele direttamente connessa alle qualità psichiche.
Il resoconto si chiude con un rinvio a Ippocrate, «colui che per primo di tutti i medici e filosofi scoprì questo tipo di osservazione» (fr:12349), confermando la genealogia della medicina filosofica che Galeno intende ripercorrere. La sezione assume un significato storico di rilievo: oltre a testimoniare la circolazione di frammenti eraclitei e platonici, offre uno scorcio sulla medicina delle epidemie (la peste osservata da Galeno) e sull’intreccio fra dottrine filosofiche e pratica clinica nel II secolo d.C., nel quale l’anima, lungi dall’essere una sostanza incorporea, affonda le sue radici negli umori, nel sangue e nella crasi del corpo.
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47 L’anima e il corpo: l’influsso dei luoghi e dei temperamenti secondo Galeno
Galeno, appoggiandosi a Ippocrate e a Platone, argomenta che le facoltà dell’anima – anche quella razionale – non sono indipendenti dal corpo, ma derivano dai temperamenti fisici determinati da clima, acque, suolo e nutrimento.
Il discorso muove da due lunghe citazioni ippocratiche per mostrare come la geografia umana generi insieme fattezze e costumi. Ippocrate osserva che chi abita «una regione montuosa e aspra ed elevata e ricca di acque, e son soggetti a violenti mutamenti di stagione» (fr:12378) possiede grande statura, coraggio e «selvaggio e fierezza», mentre gli abitanti di «paesi bassi, erbosi, oppressi dal caldo» sono brevilinei, carnosi, scuri di pelle, «meno femmatici che biliosi» e privi di innato valore, qualità che «potrebbero però sovvenire le istituzioni» (fr:12379). Galeno chiarisce subito che con «istituzioni» intende la condotta di vita usuale, il nutrimento, l’educazione e la consuetudine locale (fr:12380), temi che promette di approfondire in seguito (fr:12381).
Il legame fra ambiente e anima si fa ancora più esplicito nei passi seguenti. Dopo aver citato Ippocrate su regioni alte e pianeggianti dove gli uomini risultano «poco virile e mite però la mente» (fr:12382), e su terre aride che producono individui «biondi più che bruni, e quanto a costumi e indole inflessibili e di opinioni loro proprie» (fr:12383), Galeno richiama la massima centrale: «Troverai infatti che per lo più dalla natura dei luoghi dipendono sia l’aspetto sia le caratteristiche degli uomini» (fr:12384). La differenza fra regioni consiste nel caldo, freddo, umido e secco (fr:12385). A conferma, cita un passo ulteriore dove la terra «ricca e molle e impregnata d’acqua» con acque superficiali e stagioni orientate genera uomini «carnosi e … pigri e d’animo meschino» (fr:12388), e dove «quanto alle tecniche, sono grossolani non sottili né acuti» (fr:12389). Al contrario, una regione «spoglia e arida e aspra, battuta da bufere invernali e riarsa dal sole» produce corpi asciutti, ben articolati, scattanti, e menti «acutissime e di estrema intelligenza, in guerra poi i migliori» (fr:12391, 12392). Qui Ippocrate mostra «in maniera chiarissima che non solo i caratteri dipendono dai temperamenti delle stagioni, ma anche l’ottusità come pure l’intelligenza della mente» (fr:12390, 12393).
A questi argomenti ambientali Galeno affianca un rapido segno fisiognomico tratto dalle Epidemie. Ricorda la frase: «Colui a cui la vena pulsa nel gomito è maniaco e irritabile, quello invece a cui la vena è in riposo, è ebete» (fr:12394). Spiega che per «vena» gli antichi intendevano anche le arterie, e chiamavano pulsazione solo il movimento avvertibile come particolarmente forte (fr:12396). Ippocrate per primo estese il termine pulsazione a ogni movimento arterioso, ma nel passo citato deduce mania e irascibilità dal forte movimento dell’arteria «seguendo il modo antico di intendere la pulsazione» (fr:12397), poiché un battito energico segnala «grande quantità di calore nel cuore» che rende maniaci e irascibili, mentre «la freddezza del temperamento rende indolenti, pesanti e poco mobili» (fr:12398).
Galeno colloca Ippocrate come «il testimone più degno di fede di tutti» perché nel De aere, aquis et locis mostra che «le facoltà dell’anima dipendono dai temperamenti del corpo» incluse «quelle relative alla parte razionale» (fr:12400). Ma la sua adesione non è fideistica: «Io non credo a Ippocrate, come fanno i più, come a un testimone ma perché vedo che le sue dimostrazioni sono solide io lodo Ippocrate» (fr:12401). Tuttavia, a fronte di alcuni platonici che ammettono un impedimento dell’anima soltanto nelle malattie, negando che il corpo sano possa giovare o nuocere alle sue funzioni, Galeno trascrive Platone stesso. Nel Timeo la dea sceglie il luogo di nascita perché «il buon temperamento delle stagioni avrebbe prodotto uomini assennatissimi» (fr:12405), e nelle Leggi avverte che i luoghi «differiscono riguardo al generare uomini migliori e peggiori» (fr:12406, 12407). Platone aggiunge poi che «soffi e insolazioni», le acque e il nutrimento della terra forniscono ai corpi «cose migliori e peggiori, ma è non meno capace di causare tutto ciò anche nelle anime» (fr:12408). Galeno incalza: a meno che i platonici non pensino che i fattori ambientali influiscano sull’anima senza la mediazione dei temperamenti (cosa giudica coerente con l’intelligenza e la cultura di costoro, fr:12409, 12410), Platone riconosce che i luoghi danno giovamento e danno alla capacità di giudizio anche senza malattia (fr:12404).
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48 Classificazione dei corpi e dottrina dei segni nel Manuale di Medicina di Galeno
Il testo affronta la necessità di definire con rigore l’oggetto della medicina, chiarendo un’ambiguità terminologica: quando si dice che la medicina è scienza delle cose salutari, morbose e neutre, “si intende di tutte le cose particolari, si intende anche «di quali» e si intende anche «di alcune»” – (fr:12818) [si intende di tutte le cose particolari, si intende anche «di quali» e si intende anche «di alcune»]. L’opzione «di tutte» è “indefinibile e impossibile”, mentre «di alcune» risulta “difettoso e non scientifico” – (fr:12819). La sola via praticabile e scientifica è precisare «di quali» corpi si tratti, cioè individuare le specie di corpi sani, malati e neutri (fr:12820). Coerentemente, si annuncia di partire dai corpi, spiegando quali siano sani, malati e né sani né malati, per poi trattare segni e cause (fr:12821‑12822).
Il corpo sano viene distinto in due accezioni temporali: in assoluto e ora. Il corpo sano in assoluto è “ben temperato fin dalla nascita nelle parti semplici e prime; proporzionato negli organi che dalle parti sono composti” – (fr:12824) [ben temperato fin dalla nascita nelle parti semplici e prime; proporzionato negli organi che dalle parti sono composti]. Il corpo sano ora è invece “il corpo attualmente sano” – (fr:12825), il quale possiede la propria temperie e proporzione, non necessariamente quella ottima (fr:12826). All’interno del sano in assoluto si distingue il corpo sempre sano, dotato della migliore costituzione, e il corpo sano per lo più, che da essa non è molto lontano (fr:12827, 12856). In modo speculare, il corpo morboso in assoluto è “o mal temperato nelle parti omogenee o non proporzionato in quelle organiche, o entrambe le cose, fin dalla nascita” – (fr:12828), mentre il corpo morboso ora è tale solo per il periodo in cui è affetto da quegli squilibri (fr:12829‑12830). Il corpo sempre morboso dalla nascita presenta gravi difetti in tutte, in alcune o nelle più importanti parti semplici od organiche (fr:12831).
Il concetto di corpo neutro si articola in tre significati, già enunciati come modello logico generale: “1) non partecipano di nessuno dei due contrari; 2) partecipano di entrambi; 3) partecipano ora dell’uno ora dell’altro” – (fr:12815). Secondo il primo significato, neutro è il corpo che si colloca esattamente a metà fra il più sano e il più morboso (fr:12833). Può essere tale in assoluto – se lo è dalla nascita –, ora e per lo più, a seconda che rimanga stabile o ammetta qualche cambiamento (fr:12834‑12837). Nel secondo significato, neutro è il corpo che “partecipa dalla nascita contemporaneamente delle opposte condizioni, o in una sola parte o in due differenti” – (fr:12838): per esempio un corpo ben temperato ma difettoso nella conformazione o nel numero delle parti, o viceversa (fr:12839‑12840). Il terzo significato indica il corpo che “ora è sano, ora malato, per avvicendamento” – (fr:12843), come accade a chi è sano da bambino e malato da ragazzo; tale condizione non sussiste in uno stesso istante, ma solo in un arco di tempo più largo (fr:12844).
Dopo aver definito i corpi, il testo introduce i segni, classificandoli in salutari, morbosi e neutri. I segni salutari “diagnosticano la salute presente, prognosticano quella futura e fanno ricordare quella passata” – (fr:12848); quelli morbosi svolgono le medesime funzioni per la malattia (fr:12849). I segni neutri possono diagnosticare, prevedere o ricordare stati neutri, oppure mostrare condizioni non prevalentemente sane o morbose, in parte sane e in parte malate, ora sane ora malate (fr:12850). Ciascuna di queste distinzioni è valida rispetto ai tre tempi (fr:12851). L’autore nota che i medici antichi chiamavano spesso tutti questi segni “prognostici”, anche quando manifestavano fatti presenti o passati (fr:12852); riconosce inoltre che l’utilità diagnostica e prognostica è grande, mentre minore è quella anamnestica (fr:12853).
Il cuore della semeiotica galenica è l’analisi dell’ottima costituzione e dei gradi di allontanamento da essa. Nell’ottima costituzione la sostanza è caratterizzata dalla “giusta proporzione delle parti omogenee nel caldo, nel freddo, nel secco e nell’umido” e dalla proporzione delle parti organiche per quantità, qualità, conformazione e posizione (fr:12858). Da queste disposizioni procedono qualità avvertibili al tatto (durezza, mollezza) e alla vista (buon colorito, levigatezza, ruvidità), nonché la perfezione delle azioni, detta integrità (fr:12859‑12862). I corpi ancora sani ma non ottimi presentano piccoli difetti negli stessi ambiti; ciò che li separa dalla malattia è la “lesione percettibile dell’azione” – (fr:12868). Una lesione reale ma non percettibile caratterizza i corpi poco distanti dall’ottimo (fr:12869‑12870), mentre i corpi ormai malati mostrano una lesione evidente delle funzioni, fino al dolore e al deterioramento o alla distruzione dei movimenti (fr:12875‑12876). I corpi con azioni deboli diventano ambigui quando lo scostamento dalla norma è minimo: per questa via si costituisce la condizione neutra intesa come mancata partecipazione a una delle due azioni contrarie. L’autore mette in guardia dal pericolo di cadere nel “dogma dell’acipatheia (affezione perpetua)” – (fr:12877), cioè di ritenere patologico ogni minimo scarto.
L’intera gamma di condizioni viene ordinata lungo un asse continuo che ha come estremi opposti l’ottima costituzione e la malattia già formata. I corpi più vicini al primo estremo sono sani, quelli più prossimi al secondo sono morbosi, mentre il corpo che “appare distare ugualmente da entrambi” sarà neutro (fr:12879‑12880). L’ampiezza semantica della salute si tripartisce così in corpi sani, neutri e morbosi, ciascuno con una propria notevole estensione (fr:12873‑12874).
Prima di affrontare in dettaglio i segni propri di ciascun temperamento, il testo fornisce una classificazione delle parti del corpo, necessaria per localizzare i difetti. Le parti sono di quattro tipi: “alcune parti infatti sono princìpi, altre originano da queste, altre ancora non presiedono al governo di altre parti ma non sono neppure governate da altre, avendo innate le facoltà che le governano; altre ancora hanno facoltà sia innate che provenienti da fuori” – (fr:12886). Sono princìpi il cervello, il cuore, il fegato e i testicoli (fr:12887). Da essi originano e al loro servizio stanno nervi e midollo spinale (al cervello), arterie (al cuore), vene (al fegato) e vasi spermatici (ai testicoli) (fr:12888). Si governano da sé cartilagine, osso, legamento, membrana, ghiandola, grasso e carne semplice (fr:12889); altre parti, pur dotate di governo autonomo, necessitano di arterie, vene e nervi (fr:12890). Peli e unghie non hanno governo ma solo formazione (fr:12891).
L’ultima sezione conservata si concentra sui segni del temperamento cerebrale, iniziando dalla costituzione della testa. Cinque sono i generi naturali di segni: la costituzione della testa, l’integrità e la difettosità delle attività percettive, pratiche, di guida e naturali; a essi si aggiungono le alterazioni da fattori esterni (fr:12895‑12897). La testa piccola è “segno peculiare di una cattiva costituzione del cervello” – (fr:12899), mentre una testa grande non è di per sé buona, a meno che non derivi dalla forza della facoltà innata agente su materia abbondante (fr:12900‑12902). L’elemento discriminante è la proporzione: “questo è sempre buon segno” – (fr:12903). La forma normale viene descritta come “una sfera di cera perfetta lievemente schiacciata dalle due parti”; le parti anteriori e posteriori devono essere più convesse di una sfera, i lati più diritti (fr:12905‑12906). Anche l’occipite piccolo va valutato in rapporto agli altri elementi: se i nervi, il collo e le altre ossa sono conformi a natura, il difetto è solo di materia; se invece sono difettosi, il principio (la facoltà formatrice) è debole (fr:12907‑12909).
Il brano, proveniente dal Manuale di Medicina galenico, rappresenta una testimonianza esemplare dello sforzo classificatorio della medicina antica, in cui la definizione operativa di salute, malattia e neutralità si traduce in una griglia semeiotica fondata sull’osservazione e sulla graduazione delle lesioni funzionali, con un’influenza che attraverserà l’intera tradizione medica successiva.
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49 Indizi diagnostici dei temperamenti di cervello e cuore nel Manuale di medicina di Galeno
Il testo raccoglie, in forma compendiaria, un sistema di segni per riconoscere le qualità temperamentali del cervello e del cuore. Partendo dall’anatomia dell’occipite e del cervelletto, si stabilisce una corrispondenza tra struttura, funzioni nervose e attività psichiche, per poi estendere il ragionamento all’intero corpo. Ogni indizio – dai capelli ai residui, dalla forma del torace al carattere – è spiegato attraverso il prevalere del caldo, del freddo, del secco o dell’umido.
49.1 Dalla forma dell’occipite alla natura del principio
L’analisi inizia dalle parti posteriori del capo: “Assai spesso i difetti dell’occipite sono accompagnati dalla debolezza delle parti sopraddette, e rarissimamente avviene diversamente” – (fr:12910). L’occipite a punta va valutato con le stesse distinzioni usate per la testa grande; se la figura del cervelletto – “chiamato da certi medici cervello posteriore, ed è effettivamente sul dietro delimitato dalla sutura lambdoide” – (fr:12912) è buona, il segno è positivo. Il cervelletto è descritto come “il principio del midollo spinale, e attraverso questo di tutti i nervi attivi di tutto l’animale” – (fr:12913). Mentre la parte posteriore è collegata a “moltissimi nervi attivi”, la parte anteriore è collegata a “moltissimi nervi percettivi, ma con pochissimi nervi attivi” – (fr:12914). Quando entrambe sono ben disposte, ciascuna possiede robuste propaggini.
L’integrità o la difettosità delle attività-guida, quelle che derivano esclusivamente dal principio, offrono un indizio diretto del solo cervello: “la prontezza intellettuale è indizio di sostanza cerebrale fine, la lentezza intellettuale è indizio di sostanza cerebrale grossa: la facilità d’imparare è indizio di sostanza cerebrale ben plasmabile, la memoria di sostanza stabile” – (fr:12919). Al contrario, la difficoltà ad apprendere segnala sostanza mal plasmabile, la smemoratezza sostanza fluida, la mutevolezza d’opinione sostanza calda e la stabilità sostanza fredda (fr:12920).
Accanto a questi indizi tratti dall’attività psichica, il trattato ne annuncia altri due: “quello delle attività naturali, l’altro quello degli agenti esterni” – (fr:12921). Un cervello ben temperato nelle quattro qualità (caldo, freddo, secco, umido) regola adeguatamente i residui secreti da palato, orecchie, narici ed è pochissimo danneggiato da caldo, freddo, secco e umido esterni (fr:12923-12924). In tali persone i capelli infantili sono rossastri, diventano biondastri da ragazzi e biondi da adulti, né del tutto crespi né lisci, e difficilmente si diventa calvi (fr:12925). Ogni indizio, tuttavia, va inteso “come valido in zone ben temperate” – (fr:12926), e per i capelli occorre considerare anche il temperamento umorale corrispondente a quello del cervello (fr:12929).
49.2 Le discrasie semplici del cervello
Il testo delinea le quattro discrasie semplici con grande ricchezza di segni.
Un cervello più caldo del normale presenta testa arrossata e calda, vene oculari visibili, crescita rapida dei capelli. Se l’eccesso è marcato i capelli sono neri e forti, poi crespi, mentre un calore moderato dà capelli prima biondastri che imbruniscono, e in entrambi i casi la calvizie è precoce (fr:12933-12934). I residui sono “pochi e concotti” quando si sta veramente bene; se la testa si riempie per errori dietetici, essi aumentano ma restano concotti (fr:12935-12936). Quando il corpo è caldo e anche umido, i sonni sono brevi e non profondi (fr:12938).
Il cervello più freddo del normale si manifesta con escrementi troppo abbondanti nelle zone di efflusso, capelli dritti, rossi, resistenti, che crescono molto tempo dopo la nascita, sottili e mal nutriti. La testa non è calda al tatto né arrossata, le vene oculari sono invisibili e vi è sonnolenza. Queste persone sono facilmente danneggiate da cause fredde e colpite da catarri e corizze (fr:12939-12940).
Il cervello troppo secco mostra scarsezza di residui, sensi precisi, persone sveglie, capelli robustissimi che crescono in fretta, tendenzialmente crespi, e calvizie precoce (fr:12941-12942).
Il cervello troppo umido dà capelli lisci, nessuna calvizie, sensi ottusi, abbondanti residui, sonni lunghi e profondi (fr:12943).
49.3 Le discrasie composte del cervello
Le combinazioni delle qualità sono esaminate sistematicamente.
Calda e secca: assenza di residui, sensi precisi, veglia estrema, calvizie precoce; i capelli crescono velocissimi, neri, crespi; testa calda al tatto e arrossata fino al culmine dello sviluppo (fr:12947-12948).
Calda e umida: se l’eccesso è lieve si ha bel colorito, calore, vene oculari grandi, residui mediamente abbondanti e concotti, capelli dritti e biondastri, bassa tendenza alla calvizie. La testa si riempie con fattori caldi; se l’umidità aumenta i residui sono ancora più copiosi. Agli eccessi, la testa è malata, piena di residui, “facilmente danneggiata dagli agenti umidificanti e riscaldanti”, e “il vento del sud è il loro perpetuo nemico” – (fr:12952-12953). Trovano sollievo con i venti del nord, ma dormono in modo torpido e insonne, con sogni visionari e sensi confusi (fr:12954). Quando predomina il calore sull’umidità, gli indizi caldi sono dominanti e gli umidi deboli, e viceversa (fr:12955), regola che vale “in genere per tutte le discrasie composte” – (fr:12956).
Il temperamento freddo e secco rende la testa fredda e scolorita in proporzione all’intensità. Le persone sono prive di vene oculari e facilmente danneggiate da agenti freddi, con salute instabile: ora assenza di residui, ora catarri e corizze per cause minime. I sensi in gioventù sono precisi, ma decadono rapidamente con gli anni, e “per quanto riguarda la testa diventano presto vecchi tutti; per questo incanutiscono in fretta” – (fr:12959-12960). I capelli iniziali sono mal nutriti e rossi; con il prevalere della freddezza non diventano calvi, mentre se la secchezza domina moltissimo sulla freddezza compare calvizie (fr:12961).
Il temperamento umido e freddo causa torpore, sonnolenza, sensi deteriorati, aumento dei residui, facilità a riempimenti e a catarri, ma “tali persone però non diventano calve” – (fr:12962-12963).
49.4 Diagnosi trasferita agli organi sensoriali: l’esempio dell’occhio
Il testo sostiene che “partendo da questi sappi di poter trasferire la diagnosi a ciascun organo sensoriale” – (fr:12965). L’esposizione si concentra sugli occhi. Caldi al tatto, mobili e con vene ampie indicano temperamento caldo; freddo l’opposto. Umido si riconosce dalla mollezza e dall’abbondanza di umidità, secco dall’aridità e durezza (fr:12968-12969). La grandezza proporzionata e le funzioni integre rivelano “l’abbondanza della sostanza ben temperata da cui sono stati plasmati”, mentre la piccolezza con buona proporzione indica sostanza scarsa ma ben temperata; la piccolezza con cattiva proporzione e funzione difettosa segnala sostanza insieme scarsa e cattiva (fr:12972-12974). Il colore azzurro deriva da splendore e purezza dell’umore, mentre il nero è prodotto da scarsità, posizione profonda, opacità o impurità dell’umore sottile; l’umidità o secchezza dell’occhio si deducono dalla densità e abbondanza degli umori (fr:12978-12983).
49.5 I temperamenti del cuore
Il ragionamento sul cuore premette che le comparazioni qualitative vanno fatte rispetto al temperamento proprio dell’organo, non incrociate tra organi: “in qualunque maniera il cuore diventi in una natura più freddo, è molto più caldo di temperamento che il cervello più caldo” – (fr:12985).
Un cuore più caldo del normale si annuncia con respiro ampio, pulsazione veloce e frequente, prontezza d’azione e, se il calore è eccessivo, “irritabilità pazza e la temerarietà” – (fr:12987). Il torace è villoso e, in generale, il corpo è caldo a meno che non agisca un forte raffreddamento epatico (fr:12988-12989). L’ampiezza toracica è segno di calore, ma va confrontata con la testa: la grandezza del midollo spinale corrisponde a quella del cervello, quella delle vertebre al midollo, donde la spina dorsale. Il torace vi si congiunge come una nave alla carena; se il calore cardiaco lo distende durante la formazione, la sua grandezza rispecchierà tale calore. Di qui la regola: “se il torace è largo mentre la testa è piccola ciò è chiarissimo indizio del calore del cuore: se invece è piccolo mentre la testa è grande, anche questo è l’indizio più appropriato della freddezza del cuore” – (fr:12994). Se torace e testa sono proporzionati, la sola grandezza non è dirimente (fr:12995).
Il cuore freddo dà pulsazioni più piccole (non necessariamente più lente o rade). Il respiro è corrispondente; se il torace è più grande di quanto comporterebbe la freddezza, la respirazione diventa anche più lenta e più rara. Tali persone sono “per natura timorose, senza iniziativa e temporeggiatrici, e il loro petto è senza peli” – (fr:12999).
Il cuore secco produce pulsazioni più dure e un’ira “non pronta ma selvaggia e implacabile”, con corpo tendenzialmente più secco. Il cuore umido dà pulsazioni molli e un carattere incline all’ira ma facilmente placabile, con corpo più umido, sempre in assenza di un’azione contraria del fegato (fr:13001-13002). Per le combinazioni delle qualità prime, il testo annuncia che “le discrasie del cuore stanno nel modo seguente” – (fr:13004), ma la parte conservata si interrompe prima di svilupparne la trattazione.
L’insieme di questi indizi, fondato sulla corrispondenza tra struttura anatomica, qualità umorali e manifestazioni fisiologiche e comportamentali, costituisce un esempio compiuto del metodo galenico che, per secoli, ha guidato la semeiotica medica.
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50 I temperamenti degli organi e l’arte di leggerne i segni nel corpo
Un denso frammento di un manuale di medicina antica ordina i caratteri fisici, le pulsazioni, i respiri, la pelosità e i tratti comportamentali come altrettanti indizi diagnostici del temperamento di cuore, fegato, testicoli e dell’intero corpo, costruendo una fisiognomica umorale di rara sistematicità.
Il testo, che si presenta come sezione di un Manuale di medicina, analizza in successione i segni rivelatori della mescolanza di qualità primarie — caldo, freddo, secco, umido — nei principali organi e nell’insieme corporeo. La trattazione procede per organi (cuore, fegato, testicoli) per poi estendere il discorso alla “situazione generale del corpo” e alle combinazioni di discrasie, sempre tenendo fermo il rapporto fra manifestazioni superficiali e disposizioni interne.
Il cuore. Le prime pagine sono dedicate al temperamento cardiaco e ai suoi correlati più immediati: polso, respiro, pelosità toracica e carattere. Un cuore caldo e secco produce “pulsazioni […] dure e grandi, veloci e fitte, i respiri grandi e veloci e fitti” (fr:13005) e un carattere marcato: “pronti all’azione, animosi, veloci, selvaggi, non mansueti, testardi, impudenti, tirannici di carattere, perché sono irascibili e difficili a placarsi” (fr:13008); costoro hanno inoltre “il petto e l’ipocondrio più villoso di tutti” (fr:13007). La sproporzione fra cuore e torace aggrava la rapidità dei fenomeni: “Acquistano vieppiù velocità e frequenza se il torace non si sviluppa proporzionatamente al cuore” (fr:13006). L’aggiunta di umidità muta i segni: polsi diventano “molli e grandi, veloci e fitti” (fr:13011), la pelosità diminuisce ma non la prontezza all’azione, mentre l’eccesso di umido e caldo predispone a “malattie putrescenti, causate dalla corruzione e dall’imputridimento degli umori” (fr:13013). All’estremo opposto, un cuore umido e freddo dà polsi molli, “carattere indeciso, timido e esitante” (fr:13014) e petto glabro; il cuore freddo e secco rende le pulsazioni “dure e piccole” e chi ne è portatore “è meno irascibile di tutti” (fr:13018), trattenendo l’ira anche se costretto. L’autore avverte però che queste descrizioni riguardano esclusivamente le inclinazioni naturali e non i caratteri morali forgiati dalla filosofia: “quanto ho scritto sui caratteri o qui o in altri lavori al fine della diagnosi dei temperamenti non l’ho detto sui caratteri buoni o cattivi che si ottengono colla filosofia, ma su quelli naturali di ciascuno” (fr:13020).
Il fegato. L’esame del fegato si fonda sugli indicatori umorali e vascolari, oltre che sulla villosità dell’ipocondrio — definito come “la zona compresa fra le false costole” (fr:13032). Il calore epatico si manifesta con “larghezza delle vene, la maggior quantità di bile gialla” (fr:13022) e ipocondrio e ventre villosi; il freddo restituisce “strettezza delle vene, la maggiore quantità di fiegma, il sangue più freddo” (fr:13024) e regioni glabre. All’umido corrispondono “sangue più abbondante e più liquido, le vene più molli” (fr:13026), al secco densità e scarsità sanguigna. Le combinazioni estreme hanno esiti patologici precisi: il fegato molto umido e caldo è “facilmente preda di imputridimenti e di malattie da umori maligni” (fr:13037); se invece l’umore è poco mentre il calore sovrabbonda, il soggetto resta minimamente portatore di tali umori (fr:13038). Un passaggio notevole discute l’interazione fra i temperamenti di cuore e fegato: “Il calore che viene dal cuore può vincere la freddezza che viene dal fegato, come anche la freddezza può vincere il calore. Non è invece possibile che la secchezza sia mutata nel suo contrario dal cuore divenuto più umido” (fr:13029‑13030). L’umidità proveniente dal fegato è la qualità più facilmente sopraffatta: “è la più ?” (fr:13031‑13033), lacuna che tuttavia non impedisce di cogliere la gerarchia di forza fra le qualità attive.
I testicoli. La sezione XIII applica lo stesso schema al temperamento delle gonadi, con conseguenze su libido, fecondità, caratteri dello sperma e distribuzione dei peli. Il temperamento caldo e secco produce “sperma densissimo ed è fecondissimo, e eccita prestissimo, fin dall’inizio, l’animale al congiungimento”; i portatori “mettono presto i peli nelle parti genitali e in tutte quelle intorno, in su fino alla zona dell’ombelico, in giù fino a metà delle cosce” (fr:13044‑13045). L’umido aggiunto al calore rende “meno villose” le persone, ma con maggior produzione di sperma e maggior resistenza a più rapporti (fr:13047). Il temperamento umido e freddo, al contrario, dà sperma “acquoso, leggero e scarso, procrea femmine ed è poco fecondo” (fr:13049). Il testo stabilisce così una mappa completa per pronosticare la generazione e il comportamento sessuale.
La condizione generale del corpo e il canone della normalità. Richiamando il primato di cuore e fegato, il trattato afferma che “la situazione generale del corpo […] è simile a quella del cuore e del fegato” (fr:13052), ma aggiunge che la manifestazione si coglie nei muscoli, che “avvolgono tutte le ossa, carni composte dalla carne primaria, semplice, e dalle fibre” (fr:13055). I vasi sono considerati canali di sussistenza e non parte della sostanza stessa (fr:13057). Una diagnosi attendibile richiede condizioni ambientali temperate: l’esposizione al sole, le regioni non temperate o la vita all’ombra “a guisa di vergine” (fr:13061) alterano colore, mollezza e durezza. Il corpo “normale” è definito attraverso un paragone illustre: “come il canone di Policleto giunge al massimo di ogni normalità, cosicché a toccarlo non appare né molle né duro, né caldo né freddo, a guardarlo non appare né villoso né glabro, né grasso né magro” (fr:13065). Questo ideale equilibrio funge da medio proporzionale rispetto al quale si misurano tutti gli eccessi.
Segni delle qualità semplici e delle combinazioni. I paragrafi successivi illustrano gli indizi dei corpi più caldi, freddi, secchi o umidi presi singolarmente. Un corpo più caldo ma non più umido mostra carni “tanto più villose quanto sono più calde e con meno pinguedine, rossastre di colore e di pelo nero” (fr:13068); il freddo porta “mancanza di peli, la pinguedine, il freddo al tatto” con colorito roseo (o livido se estremo) (fr:13069‑13071). La secchezza rende gracili e duri, l’umidità più carnosi e molli (fr:13072‑13073). Quando le qualità si combinano, “prevarranno sempre gli indizi della qualità che prevale” (fr:13083): è una regola costantemente applicata nelle descrizioni delle discrasie miste, fino alle variazioni legate all’età, dove il passaggio dal caldo‑secco al freddo‑secco produce un aspetto “gracile e duro, melancolico e perciò nero e irsuto” (fr:13090). Il frammento si chiude con un’avvertenza diagnostica: la grandezza apparente di una parte può dipendere dalla sottigliezza delle ossa o dall’abbondanza della carne, e i liquidi interni, a seconda della loro densità e quantità, rendono la parte “più fluida o più solida” (fr:13095‑13098).
Valore storico e testimoniale. Il testo è un esempio nitido del metodo ippocratico‑galenico, che fondava la semeiotica sulla teoria dei quattro umori e delle qualità elementari. La minuzia sistematica con cui sono elencati i segni — dalla frequenza del polso alla pelosità dell’ipocondrio, dalla qualità dello sperma alla distribuzione dei peli pubici — testimonia l’ambizione di una medicina capace di leggere l’invisibile attraverso il visibile. Il rimando al Canone di Policleto mostra l’intersezione fra medicina e ideale estetico di proporzione. Non meno significativa è la cautela metodologica: l’autore riconosce che l’ambiente e le abitudini di vita possono mascherare i segni e distingue accuratamente il temperamento naturale dalla virtù filosofica, tracciando un confine che resterà a lungo dibattuto nel pensiero medico e morale. Nella sua densità, il passo appare come una pagina di fisiognomica umorale che, per secoli, offrì al medico una griglia interpretativa del corpo intero.
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51 La semeiotica galenica tra temperamenti, voci e congettura anatomica
Il testo, tratto dal Manuale di Medicina di Galeno, costituisce una densa rassegna di segni diagnostici volti a riconoscere i temperamenti innati, le condizioni patologiche e le disposizioni intermedie, offrendo un prezioso spaccato del metodo clinico ippocratico-galenico.
51.1 I segni del temperamento gastrico e la sete differenziale
L’analisi muove dallo stomaco, di cui si elencano indicatori per ciascuna discrasia elementare. Uno stomaco naturalmente secco si manifesta quando “le persone sono subito assetate e basta loro poca bevanda mentre di più le disturba; hanno rigurgiti, o l’eccesso di bevanda viene loro a galla, e preferiscono cibi alquanto secchi” (fr:13104). All’opposto, l’eccesso di umidità è segnalato dalla mancanza di sete, dalla tolleranza di abbondanti liquidi e dal gradimento di “cibi alquanto umidi” (fr:13105).
Il calore e il freddo stomacale non si leggono però solo sulla sete. Lo stomaco più caldo “concuoce meglio di quanto non appetisca, e molto di più i cibi duri per natura e difficilmente alterabili”, mentre quelli facilmente alterabili “in esso si corrompono” (fr:13106); i soggetti amano il caldo e tollerano moderatamente il freddo. Lo stomaco freddo, invece, ha “un buon appetito ma concuoce male”, specialmente i cibi freddi che “inacidiscono appunto facilmente in esso” (fr:13107), ed è “incline ai rutti acidi” (fr:13108) e danneggiato dall’uso smodato di cose fredde e dal contatto esterno prolungato (fr:13109-13110).
Cruciale è la distinzione tra discrasie congenite e acquisite: “Le discrasie dello stomaco dovute a malattie differiscono da quelle congenite in quanto desiderano i contrari e non i simili come quelle congenite” (fr:13111). Il canone terapeutico del contraria contrariis viene così ancorato alla natura della discrasia.
Poiché la sete può provenire anche da visceri toracici, Galeno introduce una diagnosi differenziale raffinata. “Coloro che hanno sete a causa del calore di tali visceri inspirano di più e emettono fiato a lungo e percepiscono il caldo nel torace e non negli ipocondri come coloro che han sete a causa dello stomaco” (fr:13115). Essi non si chetano subito bevendo, la bevanda fredda è più efficace della molta bevanda calda e “l’aria fredda inspirata che non dà alcun sollievo a chi ha sete causata dallo stomaco” (fr:13117) li rinfresca, mentre i soggetti opposti sono disturbati dall’aria fredda inspirata – “questo è il segno più importante di freddezza polmonare” (fr:13120). Ampiezza del respiro, localizzazione del calore e risposta all’aria fredda diventano così elementi discriminanti.
51.2 Voce, trachea e temperamento innato
L’esame della laringe e dell’apparato fonatorio introduce una teoria fisica della voce. Polmoni secchi sono “privi di residui e esenti da flegma e emettono una voce chiara”, quelli umidi danno voce “non chiara e rauca” (fr:13123). Tuttavia, altezza e bassezza della voce non dipendono direttamente dal calore, ma “dalla larghezza della trachea e da una forte emissione di fiato, la bassezza dai motivi opposti” (fr:13125). Perciò “l’altezza e la bassezza della voce non dipendono né sempre né primariamente, ma accidentalmente solo dai temperamenti innati, non da quelli acquisiti” (fr:13126). La voce diventa rivelatrice del temperamento innato perché “gli organi risultano tali per il temperamento e da questi dipende una certa voce” (fr:13127): una trachea liscia, frutto di giusta proporzione, produce voce dolce; la ruvidità, da secchezza e “difformità del corpo duro” (fr:13130-13131), genera voce aspra. Ugualmente, “non può esservi voce acuta senza faringe stretta, né voce grave senza una faringe larga” (fr:13133), e la strettezza è “prodotto di freddezza innata e la larghezza di calore innato” (fr:13134). Le alterazioni patologiche della voce riproducono tali rapporti, benché “offrono segni poco chiari del loro temperamento”, e solo l’osservazione di ciò che giova o nuoce e delle facoltà naturali può guidare (fr:13135). Il testo richiama qui il terzo libro dell’opera Sulle cause nei sintomi, fissando il principio che “il temperamento è quello che viene prima dell’integrità e della difettosità di ciascuna facoltà” (fr:13136).
51.3 Diagnosi degli organi interni: tra evidenza e congettura
I difetti di dimensione, conformazione, numero o posizione sono facilmente riconoscibili quando cadono sotto i sensi, come nel caso di testa, torace, arti (fr:13139-13141), ma “all’interno del corpo non è possibile diagnosticare tutto” (fr:13142). Galeno riporta casi eccezionali di visibilità esterna: “ho visto il ventre di una persona talmente piccolo, rotondo e prominente all’altezza dell’ipocondrio che si manifestava chiaramente alla vista e al tatto nella sua particolare delimitazione” (fr:13143), e analogamente una vescica prominente in caso di ritenzione (fr:13144). Per il resto, “nessuna delle altre parti interne mi ha mai offerto una diagnosi chiara” (fr:13149).
L’indagine deve allora servirsi di una “congettura dell’arte medica” (fr:13150). Il fegato offre un esempio magistrale: pazienti con vene strette, colorito spento, che dopo cibo flatulento o denso avvertono “una sorta di peso poggiato e sospeso sull’ipocondrio destro” o “una dolorosa tensione” fanno supporre “che il fegato sia piccolo e con passaggi stretti” (fr:13151-13152). In un altro caso, un soggetto apparentemente flemmatico che vomitava bile chiara e aveva feci quasi prive di bile indusse Galeno a congetturare che “il dotto che porta il liquido biliare mandava una sua non piccola porzione nel piloro dello stomaco”, come aveva visto in alcuni animali (fr:13153-13155). Da ciò il principio generale: per le realtà non percepibili “molto giova per la diagnosi la conoscenza delle cose che appaiono dalla dissezione e la scoperta delle azioni e delle utilità” (fr:13156). Chi vuole diagnosticare tali difetti deve perciò esercitarsi nelle dissezioni e nello studio delle funzioni (fr:13157). Il rimando ai trattati specifici, di cui si parlerà alla fine del libro, mostra la struttura enciclopedica dell’opera e la stratificazione del sapere galenico (fr:13158).
51.4 Segni dei corpi malati e prognosi
La sezione successiva distingue i corpi non sani. Alcuni segni cadono sotto i sensi per mutamenti di dimensione, colore, forma, numero, posizione, durezza, mollezza, calore o freddezza; altri, non visibili, si riconoscono “generalmente dalle lesioni alle azioni o dalle escrezioni o dai dolori o dai rigonfiamenti contro natura” (fr:13165). Sono poi passati in rassegna i segni propri di cervello (demenza, danni ai sensi o al movimento, secrezioni, dolori), cuore (dispnea, palpitazioni, polso, eccitazione, depressione, febbri, colorito), fegato (disordini umorali, scolorimento, alterazioni della nutrizione o delle escrezioni, pesantezza, dolori che producono anche dispnea e tosse per simpatia) e stomaco (difetti di cozione, appetito, singhiozzi, rutti, vomiti), torace (dispnea, tosse, dolore, espettorato) e trachea (dispnea, tosse, dolore locale, sputo, difetti vocali) (fr:13166-13171). Per ogni parte, la diagnosi si fonda su “gonfiore, dal dolore, dalla lesione delle azioni e in più dalla differenza delle escrezioni” (fr:13172). I gonfiori contro natura sono identificati come “infiammazioni, erisipele, scirri e edemi” (fr:13173); il dolore indica “nel luogo dove esso si fissa, o soluzione di continuità o subitanea alterazione” (fr:13174). L’azione può essere lesa per debolezza, errore o completa abolizione (fr:13177). Il testo rimanda alla trattazione Sui luoghi affetti per i segni delle malattie conclamate, mentre il Manuale si propone di insegnare i segni dei corpi che stanno per ammalarsi e di quelli che guariranno (fr:13179-13180).
51.5 I segni intermedi e la doppia valenza
A definire il territorio neutro tra salute e malattia, Galeno introduce i segni di coloro che stanno per ammalarsi. Tali segni sono “di tipo intermedio fra quelli dei corpi sani e dei corpi ammalati” (fr:13182): alcuni appartengono al genere dei segni naturali ma mutati per quantità, qualità o tempo, altri sono contro natura ma meno numerosi che nelle malattie (fr:13185). Questi indicatori sono quindi neutri e morbosi insieme: “quelli che rivelano lo stato presente sono neutri, quelli che predicono il futuro stato morboso sono morbosi” (fr:13188). Allo stesso modo, nei malati i segni di guarigione sono salutari perché annunciano la salute futura, ma morbosi in quanto attestano la malattia attuale (fr:13189). La duplicità semantica del segno riflette la natura di confine delle condizioni premorbose e convalescenti.
Il frammento testimonia così un metodo semeiologico che integra anatomia comparata, fisiologia delle facoltà, osservazione diretta e inferenza congetturale, fondando la diagnosi su una solida conoscenza delle cause e delle utilità – un lascito che per secoli ha orientato la medicina occidentale.
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52 Segni e cause nel Manuale di Medicina: il triplice valore del sintomo
Ogni segno e ogni causa, a seconda del rapporto con la forza del corpo e con il momento, assume significato salutare, morboso o neutro.
Il brano sviluppa una dottrina prognostica e terapeutica interamente fondata sulla relatività del segno clinico e della causa. L’assunto di partenza è che uno stesso fenomeno possa appartenere a tre categorie opposte. “Non c’è affatto da stupirsi che gli stessi segni abbiano i tre valori nelle diverse relazioni, venendo detti salutari morbosi e neutri” (fr:13193). Il carattere neutro si applica sia ai segni che compaiono durante la convalescenza — “i segni presenti nei corpi che si riprendono dalle malattie; in questo senso intendiamo, io credo, anche i segni della vecchiaia” (fr:13194) — sia a quelli che, pur essendo alterazioni modeste, non impediscono ancora le normali attività.
L’esposizione si articola prima sui segni che predicono la malattia futura e poi su quelli che si osservano in corso di malattia. I segni premonitori vengono distinti in due serie: le modificazioni quantitative, qualitative o temporali di funzioni naturali e le affezioni dichiaratamente contro natura ma ancora lievi. Nel primo gruppo rientrano le alterazioni dell’appetito, della sete, del sonno, delle evacuazioni, degli umori, della memoria, dei sensi e del desiderio sessuale. Tutte queste variazioni sono riassunte in una formula sintetica: “In poche parole: le cose prima secondo natura accresciute, diminuite, cambiate o per i tempi, o per le quantità o per le qualità” (fr:13207-13208). Appartiene invece al genere contro natura ogni dolore moderato o senso di pesantezza che non ostacoli le occupazioni consuete; qui si colloca il confine oltre il quale una condizione cessa di essere neutra per diventare malattia: “In tali condizioni infatti il confine della malattia è questo. Questo è il motivo per cui definiremo in senso relativo la stessa condizione già morbosa e neutra” (fr:13213-13214). La prognosi dipende dal rapporto con la forza vitale del paziente: “Rapportata al vigore della forza che regge facilmente o a quella che viene ormai vinta, ciascuna delle dette condizioni è o malattia o neutra” (fr:13215).
La medesima logica relazionale governa i segni nei malati, suddivisi in salutari, morbosi e letali. Il criterio fondamentale è la cozione o la sua mancanza. “I segni di cozione manifesta si considerano salutari come si considerano morbosi quelli di mancata cozione; quelli che non indicano chiaramente né cozione né mancata cozione sono di natura neutra” (fr:13231). Fra i neutri rientrano anche i sintomi critici e i fenomeni ambivalenti, come “le dita che si scuriscono” (fr:13232). Per l’analisi dettagliata dei casi particolari l’autore rinvia alle opere Sulla crisi e Sulle cause dei sintomi (fr:13234-13235), limitandosi qui a fissare i principi generali.
Passando alle cause, l’autore le distingue in conservative (che mantengono la salute presente), efficienti (che la procurano) e morbose. “Poiché, poi, di queste ultime, alcune conservano la salute, le altre la procurano, e le cause ‘conservative’ precedono sia cronologicamente che per importanza quelle ‘efficienti’, bisognerà cominciare da quelle ‘conservative’” (fr:13240). La ricerca prende le mosse dalla costituzione ottimale del corpo, la quale ha bisogno di soccorso perché è soggetta ad alterazione. Gli aiuti sono altrettante correzioni che agiscono gradualmente.
Le cause che alterano necessariamente il corpo vengono classificate in sei tipi: “Un tipo è quello legato al contatto con l’aria che ci circonda; un secondo è quello legato al movimento e alla quiete del corpo nel suo complesso e nelle sue parti; un terzo, quello legato al sonno e alla veglia; un quarto: ai cibi ingeriti; un quinto ai materiali escreti o trattenuti; un sesto, quello legato alle affezioni dell’anima” (fr:13253). Su queste sei classi di fattori è fondato il trattato di Igiene in sei libri, richiamato nel testo (fr:13259 e 13264).
Nessuna sostanza o attività è di per sé salutare o morbosa: lo diventa in relazione al bisogno del corpo. “Quando il corpo ha bisogno di movimento l’esercizio è salutare e il riposo morboso; quando invece ha bisogno di riposo è salutare la quiete e morboso l’esercizio” (fr:13261). Ciò implica che la giusta misura sia l’unico criterio valido, e che il tempo opportuno non costituisca un parametro autonomo, perché già compreso nella quantità e qualità: “Il tempo opportuno ha origine dal fatto che il corpo mortale è cangiante e mutevole e ha bisogno a seconda dei mutamenti ora di un rimedio ora d’un altro. Sicché non c’è il tempo opportuno come terzo tipo fra quelli menzionati” (fr:13272-13273). Lo si introduce tuttavia a scopo didattico.
Per la costituzione ottimale che viva in un ambiente ben temperato, la natura stessa regola sonno, appetito ed escrezioni. L’equilibrio va solo preservato, tenendo lontani gli eccessi delle passioni — “ira, tristezza, rabbia, paura, invidia, preoccupazione” (fr:13284) — e moderando i piaceri sessuali. Il capitolo si chiude con un riferimento a Epicuro, che negava qualsiasi uso salutare di tali piaceri; l’autore ne corregge la tesi, concedendo che l’attività sessuale sia salutare se praticata a intervalli tali da non provocare “sfinimento” e da lasciare “più leggero e con miglior fiato di prima” (fr:13286).
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53 Principi di Igiene e Terapia nel Corpus Galenico
L’estratto delinea una dottrina medica sistematica, incentrata sulla nozione di temperamento e sulla meticolosa classificazione delle cause che conservano o alterano la salute, distinguendo in modo rigoroso il campo dell’igiene da quello della terapia.
Il fondamento del benessere risiede in un equilibrio dinamico che rifugge ogni eccesso. Il momento ideale per qualsiasi pratica, infatti, si presenta “quando il corpo si trova esattamente a mezzo di tutte le situazioni estreme, che non sia cioè né troppo pieno né troppo vuoto, né troppo freddo né troppo caldo, né secco né umido eccessivamente” - (fr:13287). Tuttavia, lo scarto da questa condotta perfetta è previsto e gerarchizzato: “se mai ci si allontana un po’ dalla norma l’errore sarà piccolo” - (fr:13288), e in ogni caso, è “meglio per il corpo praticare attività sessuali piuttosto riscaldato che troppo raffreddato, troppo pieno piuttosto che troppo vuoto, e umidificato piuttosto che secco” - (fr:13289). La regola aurea è che l’ideale per ogni aspetto della vita, “quella della ginnastica, quando tutte le parti del corpo si muovono proporzionatamente” - (fr:13291) come “i cibi e le bevande: quelle più ben temperate” - (fr:13292), venga dedotto dalla “costituzione ottimale” - (fr:13290).
Da questa norma perfetta, l’autore sviluppa una tassonomia delle deviazioni e delle relative cause. Introduce una distinzione capitale tra le cause conservative, che mantengono un temperamento così com’è, e quelle correttive, che lo modificano per riportarlo all’ottimale. Per i temperamenti discrasici ma stabili, la logica è controintuitiva e sottile: se si vuole correggere una natura “troppo calda e troppo secca”, non si useranno “regimi caldi e secchi” - (fr:13305), bensì “regimi tanto più freddi e umidi del regime temperato quanto la natura in questione è più calda e più secca di quella normale” - (fr:13307). Questo principio si applica perché le nature “non tollerano i mutamenti bruschi” - (fr:13309), richiedendo un’azione graduale. Al contrario, per conservare un temperamento, la regola è l’analogia: “i corpi più caldi richiedono regimi più caldi, quelli più freddi regimi più freddi” - (fr:13301).
L’autore affronta poi un’importante precisazione terminologica, che rivela la profondità del suo pensiero: ci si chiede perché anche una causa che modifica in meglio un temperamento venga detta “conservativa”. La risposta chiarisce che il termine è stato concepito “riferendoci alla salute in generale e non alle sue specifiche differenze interne, sia che le cause oltre a conservare la salute modifichino in meglio l’intero temperamento, sia che conservino la situazione originaria; quelle invece che rendono la situazione peggiore le chiamiamo morbose” - (fr:13314). Si traccia così un confine netto tra ciò che preserva l’integrità funzionale (la “salute”) e ciò che la danneggia.
L’analisi si sposta poi sulle parti organiche e sui loro difetti specifici. La causa salutare si modella sulla tipologia dello scarto dalla norma, che può riguardare “difetti di conformazione, altre per i difetti di dimensione, di numero o di posizione” - (fr:13321). La soglia tra salute e malattia è definita da un criterio funzionale: una deviazione anatomica, se di poco conto, conserva “l’appellativo di sani, ma se se ne scostano molto prendono l’appellativo di morbosi. Se se ne scostano poi tanto da ledere l’azione diremo che vi è malattia” - (fr:13323). Le cause salutari per questi difetti sono descritte con concretezza pragmatica: le parti storte, “appena nate e tenere ritornano alla forma naturale raddrizzandole e fasciandole, ma se sono già diventate dure non ammettono più la correzione” - (fr:13330); le dimensioni di cavità e orifizi si regolano con “la quiete e da un’opportuna fasciatura” - (fr:13334) o con “il naturale movimento unito a un massaggio conveniente” - (fr:13335). In questo agire tecnico, il ruolo del medico è chiaramente subordinato: “L’artefice di tutto ciò è la natura: il medico è l’aiutante” - (fr:13337). La sezione si conclude con casi clinici emblematici, come quello del paziente con stomaco piccolo, tondeggiante e freddo, per il quale, constatata l’impossibilità di una guarigione, si adottò un regime palliativo con “cibi in minor quantità e nutrienti” - (fr:13343) per ridurre la sofferenza.
La parte finale introduce la distinzione cruciale per la pratica terapeutica, un contributo che l’autore rivendica con orgoglio poiché “quasi tutti i medici tralasciano” - (fr:13351): la differenza tra le cause della “discrasia già formatasi, altre quelle della discrasia ancora in formazione, ed altre naturalmente quelle della discrasia futura” - (fr:13351). Questa tripartizione fonda diversi ambiti della medicina: la profilassi e l’igiene per ciò che è futuro o in divenire, la terapia per ciò che è attuale. La cura si basa sul principio primario del “contrario di ciò che si vuole eliminare” - (fr:13363), con l’essenziale avvertenza che il contrario deve essere tale “non in apparenza ma in potenza” - (fr:13368), ovvero nella sua reale efficacia e non in una percezione superficiale. Infine, per la malattia in atto, viene illustrata la duplice strategia di “alterazione e evacuazione” - (fr:13372): la prima, come la cozione, modifica la materia morbosa; la seconda, tramite flebotomia, clisteri o revulsione, la espelle, fornendo un chiaro esempio del metodo con cui l’indagine medica doveva trovare le cause salutari nel concreto di “qualità, quantità, tempo, modo” - (fr:13380).
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54 La dottrina delle proposizioni nel “Manuale di Logica” di Galeno: tra Aristotele e gli Stoici
Un’esposizione chiara e concisa delle proposizioni categoriche e ipotetiche, che fonde terminologia aristotelica e concetti stoici, offrendo una testimonianza unica sulla logica antica.
Il testo si apre con una precisazione pragmatica sull’uso del termine “assioma”, avvertendo di “Non aver conflitti con coloro che chiamano generalmente assiomi tutti i discorsi dichiarativi: basta che tu conosca la loro abitudine e quando parlano intendili come vogliono loro” - (fr:14026). Si cita come esempio il noto principio “le cose uguali alla stessa cosa sono uguali fra loro” - (fr:14025), mostrando come anche questa verità generale rientri nella categoria.
Galeno procede quindi a una sistematica classificazione delle protasi (proposizioni) in base al loro contenuto. Esse possono esprimersi “intorno alla semplice esistenza”, come in “esiste la provvidenza”, oppure riguardare la sostanza, la grandezza, la qualità, la relazione, il quando, il dove, la postura, l’avere, il fare e il subire (fr:14029). L’analisi di queste coppie affermative e negative riflette dibattiti scientifici e filosofici centrali nella cultura greca; per esempio, “che l’aria fosse o non fosse un corpo già dai presocratici; che il sole orbitasse internamente o no all’orbita di Mercurio e di Venere era fra i massimi problemi astronomici” - (fr:14044). Quello che Aristotele chiamava “predicativo”, qui assume un nuovo significato: “ha il valore che nella logica stoica ha l’assioma semplice, contrapposto all’assioma ipotetico” - (fr:14046), in un’operazione tipica dell’autore che “dà nomi aristotelici a concetti stoici” - (fr:14047). Per chiarezza didattica, queste protasi sono dette “predicative” e i loro componenti “termini”, secondo l’antica consuetudine (fr:14033). In frasi come «Dione passeggia», si distinguono il “termine soggetto” e il “predicato” (fr:14033), mentre in «Dione è uomo» si aggiunge un “verbo ausiliario che indica la connessione dei termini” – la copula – che Galeno include a pieno titolo tra i termini, a differenza di Aristotele che li considerava solo gli estremi del sillogismo (fr:14035, 14048).
Quando il predicato si riferisce a un genere divisibile, come “uomo” o “albero”, è necessario specificare la quantità. Nascono così le proposizioni universali: “vengano chiamate universali affermative, come quando diciamo: « ogni uomo è animale»” - (fr:14039) e le “negative o privative universali, come quando diciamo: « nessun uomo è immortale»” - (fr:14040). Le proposizioni che non si riferiscono all’intero genere sono dette particolari, ad esempio l’affermativa “« qualche uomo è animale »” e la negativa “« qualche uomo non è animale »” (fr:14040, 14049). Notevole è l’equiparazione di quest’ultima con la forma “«non ogni uomo è animale »”, definita anch’essa “negativa particolare” (fr:14050). Per gli individui definiti numericamente, come Dione, non è lecito usare quantificatori: “« Dione è uomo » non è possibile aggiungere nessuna delle dette parole” (fr:14052).
L’analisi si sposta poi sulle protasi ipotetiche, che vertono non sull’esistenza semplice ma sulla relazione di conseguenza tra fatti: “«vi è qualcosa essendovi qualcosa» e «non essendoci qualcosa vi è qualcosa»” (fr:14054). Qui la distinzione terminologica tra scuole filosofiche è cruciale. Le protasi per connessione, come “se è giorno, c’è luce”, sono chiamate “« assioma implicato »” dai filosofi più recenti (gli Stoici), e “«protasi ipotetica per connessione»” dagli antichi (i Peripatetici) (fr:14064). Le protasi per alternativa, come “o è giorno o è notte”, sono dette “«assioma disgiunto»” dai primi e “« protasi ipotetica per alternativa »” dai secondi (fr:14064). Galeno precisa la sinonimia delle congiunzioni e mette in guardia da un’analisi superficiale. La natura logica di una frase può divergere dalla sua forma grammaticale: l’espressione “« se non è giorno è notte », che, detto nella forma d’espressione implicata, coloro che prestano attenzione solo al suono delle parole, chiamano implicata, ma quanti sono attenti alla natura delle cose chiamano disgiunta” - (fr:14066).
La differenza sostanziale risiede nel tipo di esclusione. L’esclusione perfetta, tipica del vero disgiunto, implica che “alcune cose oltre al non coesistere non possono neppure venir meno assieme”, rendendo necessario che una delle due sia vera e l’altra falsa (fr:14072). L’esclusione parziale indica invece solo che le cose “non coesistono”, ma potrebbero entrambe venir meno, come nella frase “« Dione non è ad Atene e all’Istmo »” (fr:14070, 14077). Un caso diverso è la semplice congiunzione, come “« Dione passeggia e Teone discute»”, dove gli eventi non si implicano né si escludono a vicenda (fr:14078). Viene poi introdotta una terminologia più raffinata, schematizzata in una tavola sinottica, vero e proprio unicum testimoniale: all’esclusione completa corrisponde l’”assioma disgiunto”, a quella incompleta l’”assioma vicino al disgiunto”, e per i casi in cui è necessario che si verifichi una o più parti, ma non una sola, si parla di ”quasi-disgiunto” (fr:14087, 14093-14095). Come spiega l’autore, nell’assioma “« Dione o passeggia o siede o giace o corre o sta in piedi »”, ogni singola parte esclude incompletamente le altre, ma tutte insieme si escludono a vicenda in modo completo, perché “è necessario che una sola fra esse si verifichi, e che le altre non si verifichino” (fr:14090). Per questa teoria della disgiunzione a più termini, il testo di Galeno è riconosciuto come l’unica fonte antica (fr:14095).
La diversa natura dell’esclusione determina le regole di inferenza. Nell’esclusione completa a due termini, si possono trarre due conclusioni: se si afferma un disgiunto, si nega l’altro, e viceversa (fr:14074, 14092). Nell’esclusione incompleta, invece, “l’assunzione è una sola, che uno degli assiomi si verifichi, e una sola conclusione, il non verificarsi dell’altro”; non si può affermare un disgiunto negando l’altro (fr:14096). Per le protasi condizionali, o implicate, le regole sono speculari: “se assumiamo l’antecedente avremo come conclusione l’assioma conseguente, e se assumiamo il contraddittorio dell’antecedente avremmo come conclusione il contraddittorio dell’assioma conseguente”, ma non si può concludere nulla né affermando il conseguente, né negando l’antecedente (fr:14101).
Infine, la sezione sulla contraddizione definisce due proposizioni contraddittorie come quelle “in esclusione reciproca completa” per cui è necessario che una sussista e l’altra no (fr:14104). Nelle proposizioni categoriche, l’introduzione della negazione segue regole precise: in una singolare come “Socrate passeggia”, la negazione si antepone al predicato diventando “Socrate non passeggia” (fr:14111, 14106-14107). Per le universali, invece, la contraddittoria è data dalla particolare di segno opposto, senza bisogno di premettere alcuna negazione aggiuntiva: la contraddittoria di una universale privativa è l’affermativa parziale, e viceversa (fr:14111). Queste coppie di proposizioni che condividono gli stessi termini sono significativamente chiamate “equitermini” (fr:14113).
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55 Inversione, conversione e formule indimostrabili: dalla logica stoica a quella peripatetica nel Manuale di Galeno
Galeno illustra le operazioni di inversione e conversione delle proposizioni, espone le cinque formule indimostrabili di Crisippo e discute le figure del sillogismo categorico, offrendo una testimonianza della sintesi fra logica stoica e aristotelica e del dibattito sulla priorità dei sistemi.
Il testo si apre con la distinzione fra due trasformazioni delle protasi (proposizioni). L’inversione (antistrophé) si ha «col cambiamento dell’ordine dei termini, cioè quando il soggetto diventa predicato, il predicato soggetto» - (fr:14115). La conversione (antitrophé), invece, è un’operazione che preserva la verità di entrambe le protasi di partenza, ma con regole precise: l’universale privativa scambia i suoi termini e resta vera, così come l’affermativa particolare; l’affermativa universale si converte solo nell’affermativa particolare; la negativa particolare non si converte in nessun’altra (fr. 14116). Tali regole logiche valgono anche per le protasi ipotetiche, dove l’inversione scambia antecedente e conseguente, mentre la conversione si realizza per contrapposizione: «infatti « se è giorno, c’è luce » si inverte in «se c’è luce, è giorno», e si converte in «se non c’è luce, non è neppure giorno »» - (fr:14118).
Viene poi introdotta la nozione di contrapposizione fra conclusioni sillogistiche: due conclusioni si contrappongono quando condividono una o più premesse e la premessa restante di ciascuna è contrapposta alla conclusione dell’altra (fr. 14120, 14124). In questo quadro si innestano le celebri “formule” (schemi) degli indimostrabili stoici, che Galeno attribuisce a Crisippo. La prima formula, detta “primo indimostrabile”, è il modus ponens: «se il primo, il secondo; ma il primo: allora il secondo» - (fr:14126). La seconda, il modus tollens, è: «se il primo, il secondo; ma non il secondo, allora non il primo» - (fr:14127). La terza, che nega una congiunzione, recita: «non insieme il primo e il secondo; ma il primo, allora non il secondo» - (fr:14128). La quarta, da una disgiunzione, conclude: «o il primo o il secondo; ma il primo, non allora il secondo» - (fr:14129). La quinta, ancora da disgiunzione, inverte la premessa assunta: «o il primo o il secondo; ma non il primo, allora il secondo» - (fr:14130). Galeno puntualizza che, come le premesse vere danno formule vere e conclusive, così «la formula contrapposta a una conclusione è anch’essa conclusiva» - (fr:14131).
Dopo aver menzionato il trattamento delle quasi-disgiunzioni e la possibilità di due assunzioni (fr. 14133), l’autore passa a confrontare il ruolo delle protasi determinanti negli ipotetici con i fondamenti dei sillogismi categorici. I seguaci di Crisippo chiamano tali assiomi “fondamentali” «poiché su di essi si fonda tutta la conclusione come la nave sulla chiglia» - (fr:14136). Viene citato il peripatetico Boeto di Sidone, il quale, caso notevole di osmosi fra scuole, chiama indimostrabili e “prime” le conclusioni tratte da premesse determinanti, negando ai sillogismi categorici il titolo di “primari” (fr. 14138-14139). Eppure, osserva Galeno, sotto un altro profilo i sillogismi categorici vengono prima: «nessuno infatti metterà in dubbio che il semplice viene prima del composto» - (fr:14139). L’atteggiamento pratico che ne deriva è di utilità più che di dogmatismo: «Non ha tuttavia grande importanza che in tali questioni si trovi una soluzione o la si ignori; infatti è necessario conoscere entrambi i gruppi di sillogismi, e questo è quanto è utile» - (fr:14141), con il monito a non ignorare l’altro gruppo (fr. 14142). È una chiara preconizzazione della logica mista peripatetico-stoica (cfr. nota a fr. 14147).
La differenza operativa fra ipotetici e categorici viene spiegata con l’assunzione necessaria: nei sillogismi ipotetici la seconda protasi afferma o nega necessariamente una delle parti della prima; nei categorici, invece, «chi dice: «tutto il bello è appetibile» per formare un sillogismo deve assumere nella seconda protasi o il bello o l’appetibile, non però assumere le stesse cose della prima protasi, né affermare o negare qualcosa in forma necessaria» - (fr:14150). Galeno mostra come si possa costruire un sillogismo aggiungendo una protasi del tipo «tutto l’appetibile è buono» (fr. 14151), ottenendo così una catena, e spiega la disposizione del termine comune nei sillogismi categorici, che permette di individuare le tre figure: «gli antichi filosofi chiamarono prima figura dei sillogismi categorici quella in cui il termine comune è soggetto di uno degli estremi e predicato dell’altro; la seconda quella in cui è predicato di entrambi gli estremi; terza quella in cui è soggetto di entrambi» - (fr:14157).
Prima di elencare i modi indimostrabili, Galeno introduce una correzione terminologica rispetto ad Aristotele: «essere predicato e essere affermato non significa la stessa cosa: infatti anche il termine negato viene predicato» - (fr:14164). Così, mentre per Aristotele “predicare” coincideva con “affermare”, qui si distingue, e si chiama “categorico” ogni enunciato in cui un termine è detto di un soggetto, sia in forma affermativa che negativa (fr. 14165). Correttamente, i sillogismi tratti da tali enunciati sono detti categorici, non tutti affermativi.
Nella prima figura, i quattro sillogismi
indimostrabili sono:
1) universale affermativa + universale affermativa → universale
affermativa;
2) universale privativa al termine maggiore + universale affermativa al
minore → universale privativa;
3) universale affermativa al maggiore + affermativa particolare al
minore → particolare affermativa;
4) universale privativa + particolare affermativa → particolare
privativa (fr. 14171-14174).
Sono i modi che la tradizione medievale chiamerà Barbara, Celarent,
Darii, Ferio (cfr. note a fr. 14186-14188). Nella seconda figura vi sono
quattro sillogismi, nella terza sei, tutti dimostrabili a partire da
quelli della prima (fr. 14176). La riduzione dei modi della
seconda figura viene descritta dettagliatamente: per esempio,
il primo modo (Cesare), con protasi universale privativa al termine
maggiore e universale affermativa al minore, si riduce al secondo modo
della prima figura (Celarent) mediante inversione della premessa
maggiore (fr. 14178). Un altro modo, con universale affermativa e
universale privativa, scambiate le premesse, conduce alla medesima
conclusione universale privativa (fr. 14195). Il terzo, con universale
privativa e particolare affermativa, si riduce al quarto modo della
prima figura (Ferio) per inversione dell’universale (fr. 14197-14198).
Il quarto, da universale affermativa e particolare negativa, richiede
metodi più complessi: «si dimostra sia con la riduzione ad
impossibile, sia con ciò che Aristotele chiama ékthesis
(expositio)» - (fr:14200). La reductio ad
impossibile consiste nell’assumere il contraddittorio della
conclusione desiderata e nel derivarne una contraddizione con le
premesse date; Galeno ne illustra lo schema con un esempio astratto:
«si predichi il primo di ogni secondo, ma non di qualche
terzo: dico che si concluderà che il secondo non vale per qualche terzo;
ciò è impossibile, ma se è possibile, allora si deve concludere il
contraddittorio universale» - (fr:14202).
Il testo testimonia così un momento cruciale della storia della logica: l’integrazione, operata da Galeno, fra la sillogistica aristotelica e la logica proposizionale stoica, superando le rigide contrapposizioni di scuola. L’apertura del Peripato, incarnata da Boeto, che eleva gli indimostrabili crisippei a sillogismi “primari”, e l’esortazione galenica a non trascurare nessuno dei due gruppi, conferiscono al brano il valore di una testimonianza viva del dibattito antico sulla natura e sui fondamenti del ragionamento deduttivo.
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56 La riduzione sillogistica e l’expositio nel Manuale di logica di Galeno
Nel solco di Aristotele, Galeno offre un compendio tecnico di logica formale: dai metodi di riduzione dei modi alla natura dell’expositio, fino al confine tra sillogismi validi e combinazioni infertili.
Il testo appartiene all’Institutio logica di Galeno e si concentra sulla validazione dei sillogismi attraverso la loro riduzione ai modi perfetti della prima figura, nonché sui procedimenti dimostrativi alternativi. La trattazione è densa di esempi, nomi tecnici medievali dei modi e rinvii puntuali ad Aristotele, spesso con discussione di varianti attribuite a Teofrasto.
Per i modi della seconda figura, Camestres si riconduce a Celarent mediante conversio simplex della premessa minore e della conclusione: “conversio simplex nella premessa minore e nella conclusione” (fr:14204). L’esempio aristotelico citato è “Tutti gli uomini sono sostanza, nessuna sostanza è numero; dunque nessun uomo è numero” (fr:14205), che invertendo le due proposizioni diventa un perfetto Celarent. Festino passa a Ferio per conversione semplice della premessa maggiore (fr:14206), mentre Baroco richiede una reductio per impossibile: assunta la contraddittoria della conclusione, si ottiene un sillogismo in Barbara la cui conclusione contraddice la premessa minore originaria, come mostra l’esempio “Tutti gli uomini sono bipedi; qualche animale non è bipede; qualche animale non è uomo” (fr:14208-14210).
La terza figura è esaminata in dettaglio in sei modi. Darapti, da due universali affermative a una particolare affermativa, si riduce invertendo la protasi con il termine minore, così da ricadere nel terzo modo della prima figura (fr:14214). Felapton, con conclusione negativa particolare, per inversione della stessa protasi si riconduce al quarto modo della prima figura (fr:14216). Disamis combina una premessa particolare affermativa e una universale affermativa: invertendo la premessa particolare e la conclusione si ottiene Darii (fr:14218, 14237). Datisi si riduce a Darii invertendo la seconda proposizione (fr:14251); l’esempio è “Tutti gli uomini sono mortali; qualche uomo è sapiente; dunque qualche sapiente è mortale”, e dopo inversione “Tutti gli uomini sono mortali; qualche sapiente è uomo; dunque qualche sapiente è mortale” (fr:14252-14253). Ferison si converte in Ferio ruotando la seconda premessa, come si vede in “Nessun uomo è immortale; qualche uomo è cinese; qualche cinese non è immortale” (fr:14259). L’ordine espositivo – Ferison prima di Bocardo – segue Teofrasto, che disponeva i modi per crescente complicazione; Aristotele adottava invece la sequenza Bocardo-Ferison (fr:14255).
Bocardo, il sesto modo, richiede una dimostrazione più articolata. Vi si applica sia la reductio ad impossibile sia l’expositio. L’esempio: “Qualche uomo non è sapiente; tutti gli uomini sono mortali; quindi qualche mortale non è sapiente” (fr:14263). Per reductio, si assume il contraddittorio della prima premessa, “Tutti i mortali sono sapienti”, si deriva in Barbara che tutti gli uomini sono sapienti, il che contraddice l’ipotesi iniziale (fr:14264). L’expositio opera invece estraendo una sottoclasse: “poiché qualche uomo non è sapiente, si prenda questa sottoclasse di uomini e chiamiamola (4) […] poiché tutti gli uomini sono mortali, qualche uomo è mortale, ma qualche uomo non è sapiente; dunque qualche mortale non è sapiente” (fr:14265).
Il procedimento dell’expositio (ekthesis) è descritto in forma generale per la seconda e la terza figura. Se il primo termine non si predica di qualche terzo, si sceglie un elemento – il quarto – di cui il primo non è predicato. Allora il primo non si predica di nessun quarto, ma si predica di ogni secondo; poiché il quarto è parte del terzo e il secondo si predica di tutto il terzo, il secondo non si predica del quarto e quindi non si predica di qualche terzo (fr:14212-14213). Una formulazione analoga si applica ai modi che coinvolgono una premessa particolare negativa: “il primo non si predicherà di nessun quarto: ma poiché il quarto è parte del terzo, il terzo sarà predicato di tutto il quarto; ma anche il secondo si predica del terzo interamente, cosicché si predicherà anche di tutto il quarto; ma anche il primo non si predica di nessun quarto: allora il primo non si predicherà di qualche secondo” (fr:14267).
La sezione conclusiva del testo allarga lo sguardo alla teoria generale. Vi si afferma che “Tutte le altre combinazioni delle protasi in ciascuna delle figure non sono valide e da esse non nasce nessun sillogismo” (fr:14270). L’autore distingue tra endeixis – scoperta di nessi consequenziali fondata sull’evidenza dei fenomeni – e dimostrazione, che procede da premesse vere. Ogni figura ospita sedici combinazioni possibili fra le quattro categoriche (due universali, due particolari), ma solo alcune generano sillogismi. Il testo ricorda che esistono “quattordici conclusioni già distinte” (fr:14274), le conclusioni valide dei modi delle tre figure, e che le proposizioni particolari sono contenute in quelle universali, mentre altre relazioni seguono per inversione (fr:14284-14286). L’opera si presenta come un compendio, non un’esposizione particolareggiata, e rinvia a uno scritto perduto Sulle proposizioni equivalenti (fr:14272, 14283). Viene infine osservato che in alcune combinazioni non valide una conclusione può comunque emergere invertendo le premesse, a differenza dei quattordici modi sillogistici che concludono direttamente (fr:14290).
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