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F. Redi - Esperienze intorno alla generazione degli insetti - 1668 | L | +


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1 La lettera a Carlo Dati e l’indagine sperimentale sulla nascita degli insetti

«QVAPROPTER QV£SO , NE NOSTRA LEGENTES ( QVONIAM EX HIS SPERNVNTVR MVl.TA ) ETJAM RELATA FASTIDIO DAMNENT ; CVM IN CONTEMPLATONE NATVRA N1HII, 1 OSSIT VIDERI SVPERVACWM .» – (fr:6/p.10) [Perciò ti prego: i lettori, poiché molte di queste cose sono disprezzate, non condannino con fastidio anche quelle che riferiamo, giacché nella contemplazione della natura nulla può apparire superfluo.]

Il testo costituisce la lettera dedicatoria e l’avvio delle celebri Esperienze intorno alla generazione degl’insetti di Francesco Redi, indirizzata a Carlo Dati. L’esordio è affidato a una citazione latina che scongiura il rifiuto preconcetto di osservazioni ritenute minuziose. Segue un riferimento iconografico – «Plm: nel pnmqto del Ltb: XL doue comincia d trattar degl’ Infetti.» (fr:7/p.10) – che indica la tavola fuori testo collocata nel libro a corredo della sezione sugli insetti; ulteriori marcature «INT.» (fr:12/p.12, 21, 27, 37, 47, 58, 65) scandiscono i punti in cui erano inserite incisioni.

Redi fonda l’intera sua indagine sul ruolo insostituibile dei sensi, veri intermediari fra la natura e la ragione. Scrive: «NON ha dubbio alcuno, che ne l’intendimento delle cose naturali dati sono dal supremo Architetto i sensi alla ragione, come tante finestre, o porte» (fr:9/p.11). Li chiama «vedette, o spiatori, che mirano a scoprire la natura delle cose, e ‘l tutto riportano dentro alla ragione» (fr:10/p.11), la quale giudica tanto più correttamente quanto più i sensi sono «sani, e gagliardi, e liberi da ogni ostacolo» (fr:10/p.11). Per questo ci si avvicina o ci si allontana dagli oggetti, mutando luce e posizione, non solo per la vista ma per tutti i sensi, perché «non è uomo alcuno, il quale abbia fior d’ingegno, che ricerchi dalla ragione il giudizio delle cose sensibili per altra via, che per quella più facile, e più sicura da’ propri sensi aperta, e spianata» (fr:13/p.12). Chi trascura questa pulizia sensoriale e costruisce la filosofia su apprensioni superficiali o relazioni altrui fa pronunciare alla ragione «una precipitosa, e fallace sentenza» (fr:15/p.12). Il consenso dei sapienti antichi e il verso dantesco – «Ella sorrise alquanto: e poi, s’egli erra / l’opinion, mi disse, de’ mortali / dove chiave di senso non disserra» (fr:17/p.13) – confermano che la ragione, da sola, «ha corte l’ali» (fr:17/p.13) e senza il soccorso dei sensi è «di peggior condizione» (fr:18/p.13), destinata a inciampare «nelle balze strabocchevoli, ed oscure» (fr:19/p.13) dell’errore.

Fortemente ancorato a questa premessa, Redi confessa di aver impiegato ogni cura nel soddisfare anzitutto gli occhi con «accurate, e continue esperienze» (fr:22/p.14), per poi lasciare all’estimazione della mente materia di filosofare. Da simile cammino è giunto a riconoscere la propria ignoranza su molte cose credute note e, quando scopre «qualche menzogna o dagli antichi scritta, o da’ moderni creduta» (fr:23/p.14), preferisce parlarne solo dopo aver chiesto il consiglio di amici saggi. Nel caso presente, avendo condotto numerose esperienze sul nascimento di quei viventi «che infino al dì d’oggi da tutte le scuole sono stati creduti nascere a caso, e per propria loro virtude, senza paterno seme» (fr:23/p.14), si rivolge a Carlo Dati, dotto amico che rende la Toscana non invidiosa dei Varroni e dei Plutarco, pregandolo di leggere la lettera e di offrire il proprio «sincerissimo parere» (fr:25/p.15) per poter emendare l’opera.

Prima di esporre le proprie esperienze, Redi ripercorre le opinioni degli antichi sulla generazione spontanea. Narra di coloro che credettero la terra, appena creata, coprirsi di una «certa verde lanugine» (fr:26/p.15) simile alla peluria dei neonati e produrre da sé tutte le specie animali, persino gli uomini, nati «come veggiamo nascere i funghi» (fr:28/p.16). Non tutte le genti, però, ritenevano che l’umanità spuntasse ovunque; alcune patrie, come l’Attica, si vantavano di essere state le sole generatrici: gli Ateniesi portavano fermagli d’oro a forma di cicala, memori dell’autoctonia, e Platone e Diogene Laerzio concedevano l’onore alla Grecia (fr:29/p.17). Archelao prescriveva un terreno caldo e fertile capace di produrre una poltiglia lattiginosa, primo cibo di bestie e uomini (fr:29/p.17). Empedocle ed Epicuro aggiungevano che nei primordi gli uteri della terra partorivano alla rinfusa creature imperfette e mostruose – descritte da Apollonio Rodio e figurate nel Minotauro, nella Sfinge, nella Chimera e nell’ippogrifo ariostesco (fr:30/p.17-31/p.18) – finché la terra, fatta più esperta, generò animali perfetti e, secondo Democrito, uomini a partire da piccoli vermi o, per Anassimandro, chiusi in corticce spinose simili a ricci di castagno (fr:32/p.18-33/p.19). Per Epicuro e seguaci, invece, uomini e animali uscivano da membrane rotte al momento della maturità, e la terra, dopo aver perduto la capacità di generarli, conservava la forza di produrre gli insetti: mosche, vespe, formiche, scorpioni e «tutti altri baccherozzoli terrestri, ed aerei, che da’ Greci ἔντομα, e da’ Latini insecta animalia furono chiamati» (fr:35/p.19).

Su questa permanente facoltà della terra tutte le scuole concordavano (fr:36/p.19, 38), ma divergevano sul modo. Alcuni invocavano la putredine, altri la cozione naturale; molti aggiungevano cause come l’anima del mondo, l’anima degli elementi, le idee, il calore dei corpi putrefatti, il calore celeste, la luce, il moto, le influenze superiori (fr:39/p.20). Non mancò chi postulò che avanzassero, nei cadaveri, residui di anima sensitiva e vegetabile, i quali, risvegliati dal calore ambiente, dessero nuova vita e organizzassero la materia corrotta (fr:40/p.21). Altri, «un’altra maniera di savie genti» (fr:41/p.21), riduceva tutto ad aggregamenti di atomi-semi, primordi di tutte le cose, creati e disseminati da Dio all’inizio del mondo (fr:43/p.21). Ed è qui che Redi introduce la voce di William Harvey: «Quel grandissimo Filosofo de’ nostri tempi, l’immortale Guglielmo Arveo, ancor egli ebbe per fermo, che fosse a tutti quanti i viventi cosa comune il nascere dal seme, come da un uovo» (fr:44/p.21). Le citazioni latine lo testimoniano: «Quippe omnibus uiuentibus id commune est, ut ex semine velut ovo originem ducant: sive semem illud ex alijs eiusdem speciei procedat, sive casu aliunde adveniat» – (fr:46,48) [Infatti è comune a tutti i viventi trarre origine da un seme come da un uovo, sia che quel seme provenga da altri della stessa specie, sia che giunga per caso da altrove]. Harvey riteneva, inoltre, che anche nel seme fortuito operasse un principio motore identico a quello del seme dei congeneri, potente a formare l’animale (fr:49-51/p.22). Aveva parlato di semi invisibili trasportati dai venti, ma senza dichiararne l’origine; Redi osserva che Harvey sembrava attribuirli a un agente equivoco e che forse, se non avesse perduto i suoi appunti nelle guerre civili, avrebbe potuto esprimersi più chiaramente (fr:52/p.22-53/p.23). Altri, invece, giudicano impossibile trovare una causa naturale efficiente e, come il più sottile dei filosofi antichi, la fanno risalire direttamente a Dio; già Ennio affermava che le anime fossero infuse nei viventi dall’alto: «Oua parire solet gentis pennis condecoratum; non animas, ut ait Ennius. post, inde nimirum divinitus pullis insinuans se ipsa anima» – (fr:55-56/p.23) [Prima la razza suole partorire uova ornate di penne, non anime, come dice Ennio; poi, dal divino, l’anima stessa insinuandosi nei pulcini]. Galeno stesso confessò di non aver mai saputo trovare come ciò accadesse e pregava chiunque l’avesse scoperto di farglielo sapere (fr:56-57/p.23); non riusciva a credere che la medesima sapienza artefice degli animali perfetti si abbassasse a formare scorpioni, mosche e lombrici (fr:57/p.23-59/p.24).

Di fronte a tanta discordanza, Redi non intende decidere quale opinione sia vera; esporrà la sua inclinazione «con animo peritoso, e con temenza grandissima» (fr:60/p.24), memore del monito dantesco a tacere quando il vero ha faccia di menzogna. La sua conclusione, maturata attraverso molte osservazioni, è che la terra, dopo le prime piante e i primi animali creati per comando divino all’inizio, «non abbia mai più prodotto da sé medesima, né erba, né albero, né animale alcuno perfetto, o imperfetto» (fr:60/p.24-61/p.25); tutto ciò che nasce proviene dalla «semenza reale, e vera delle piante, e degli animali stessi, i quali col mezzo del proprio seme la loro spezie conservano» (fr:61/p.25). Anche i vermi che brulicano su carni e vegetali in putrefazione – «Nonne vides quaecumque mora, fluidoque calore / corpora tabescunt, in parva animalia verti?» (fr:62/p.25) – non sono che figli di semi paterni: le materie putrefatte offrono soltanto un nido e un alimento, e se le madri non vi depongono le uova o i semi, «niente mai, e replicatamente niente vi si ingeneri, e nasca» (fr:63/p.25).

Per provarlo, Redi scende al dettaglio sperimentale. Seguendo la comune credenza che ogni fracidume generi vermi, all’inizio di giugno fa ammazzare tre serpi di Esculapio e le pone in una scatola aperta. Ben presto le carni si coprono di vermi a forma di cono, senza gambe apparenti, che crescendo di numero e di mole divorano la carne fino a lasciare le ossa. Quando i vermi riescono a fuggire da un piccolo foro, lo scienziato ripete l’esperienza l’11 giugno con altre tre serpi: dopo tre giorni compaiono i vermiccioli, tutti della stessa figura, ma i maggiori bianchi di fuori, i minori tendenti al carnicino (fr:66/p.26). Il resoconto si interrompe qui, ma proprio questa minuzia, questo ricorrere al fatto nudo e ripetuto, è il nucleo del metodo che Redi contrappone alle antiche autorità. Egli ha spogliato la ragione delle sue ali corte e l’ha costretta a camminare dietro ai sensi, verificando che là dove i semi non arrivano, la vita non sorge.


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2 L’esperienza di Francesco Redi: la confutazione della generazione spontanea degli insetti

Un’indagine meticolosa su come le mosche nascano non dalla carne putrefatta, ma da uova deposte da altre mosche, condotta attraverso osservazioni ripetute e l’esperimento cruciale dei vasi chiusi.

Francesco Redi, nel suo trattato Esperienze intorno alla generazione degl’insetti, conduce una serie sistematica di osservazioni per svelare l’origine dei vermi che compaiono sulla carne morta. L’indagine prende le mosse dall’esame delle forme di trasformazione di larve e crisalidi, che già suggeriscono un ciclo di vita ordinato. Egli nota come i vermi, dopo aver divorato le carni, «cercavano ansiosamente ogni strada per potersene fuggire» per poi divenire immobili e «raggrinzandosi in se medesimi insensibilmente pigliarono una figura simile all’uovo» (fr:68/p.27). Queste uova, inizialmente bianche e poi dorate, diventano «rossigne» oppure, «andando sempre oscurandosi alla fine diventò come nero: e l’uova tanto nere, quanto rosse, arrivate a questo segno, di molli e tenere che erano, diventarono di guscio duro e frangibile» (fr:68/p.27). L’osservazione ravvicinata mostra che «tra quell’uova rosse, e quelle nere, v’era qualche differenza di figura»: le nere presentano a un’estremità «una certa piccola concavità non molto dissimile a quella de’ limoni, o d’altri frutti quando sono spiccati dal gambo» (fr:71/p.28), assente nelle rosse.

Da queste uova emergono generazioni distinte di mosche. Dalle uova rossigne, dopo otto giorni, sguscia «una mosca di color cenerognolo, torpida, sbalordita, e per così dire, abbozzata» che in breve tempo distende le ali e assume «la conveniente, e naturale simmetria delle parti» (fr:72/p.28), vestendosi poi «d’un verde vivissimo, e maravigliosamente brillante» (fr:73/p.29). Dalle uova nere, invece, «penarono quattordici giornate a nascere certi grossi, e neri mosconi listati di bianco, e col ventre peloso, e rosso nel fondo, di quella razza istessa, la quale vediamo giornalmente ronzare ne’ macelli» (fr:74/p.29). Una terza generazione fa la sua comparsa dopo ventuno giorni: «certe bizzarre mosche in tutto dalle due prime generazioni differenti», più piccole delle mosche comuni, che «volano con due ali quasi d’argento, che la grandezza non eccedono del loro corpo, che è tutto nero di color ferrigno brunito e lustro» (fr:75/p.29-77/p.30). Di queste Redi descrive con precisione le «due lunghe corna, o antenne» e le zampe posteriori «molto più lunghe, e più grosse di quello, che a sì piccolo corpicciuolo parrebbe convenirsi; e son fatte per appunto di materia crostosa» di un rosso così vivo «che porterebbe scorno al cinabro; e tutte punteggiate di bianco paiono un lavoro di finissimo smalto» (fr:78/p.30).

La varietà delle mosche nate da un solo cadavere spinge Redi a estendere le prove. In sei scatole senza coperchio colloca serpi, un piccione, vitella, carne di cavallo, un cappone e un cuore di castrato. In tutti i casi, «in poco più di ventiquattr’ore, inverminirono» (fr:79/p.31), e i vermi si trasformarono in uova. Dalle uova delle serpi, tutte rosse e senza cavità, nacquero mosconi turchini e violati; dalle uova del piccione e delle altre carni, sia rosse sia nere, uscirono mosche verdi e mosconi neri listati di bianco, con la sola eccezione del cuor di castrato che produsse anche mosconi «turchini, e di quei violati» (fr:79/p.31). Prove analoghe condotte su pesci e ranocchi confermano il quadro: i vermi compaiono, si nutrono, si trasformano in uova e da queste sfarfallano le mosche. Nel caso dei barbi d’Arno, Redi nota come sulla carne si trovi «una innumerabile moltitudine di vermi sottilissimi» e, nelle congiunture della scatola, «ammucchiate molte piccolissime uova, delle quali, essendo altre bianche, ed altre gialle, schiacciate da me fra l’unghia, sgretolandosi il guscio, gettavano un certo liquore bianchiccio» (fr:84/p.32). I vermi crescono a vista d’occhio: «il seguente giorno arrivarono a tal grandezza, che ciascuno di loro pesava intorno a sette grani; e pure il giorno avanti ne sarebbono andati venticinque, e trenta al grano» (fr:86/p.33), divorando ogni residuo di carne fino a lasciare le lische «così bianche, e pulite, che parevano tanti scheletri usciti dalla mano del più diligente notomista d’Europa» (fr:86/p.33).

La ripetizione instancabile degli esperimenti su decine di animali — «con le carni e crude, e cotte, del toro, del cervio, dell’asino, del bufalo, del leone, del tigre, del cane, del capretto, dell’agnello, del daino, della lepre, del coniglio, e del topo; or con quelle della gallina, del gallo d’India, dell’oca, dell’anitra, della cotornice, della starna, del rigogolo, della passera, della rondine, e del rondone; e finalmente con varie maniere di pesci» (fr:89/p.34) — conduce sempre al medesimo esito: «sempre indifferentemente ne nacque, ora l’una, ora l’altra delle suddette spezie di mosche; e talvolta da un solo animale tutte quante le mentovate razze insieme» (fr:90/p.35). Cruciale è l’annotazione che «quasi sempre io vidi su quelle carni, e su quei pesci, ed intorno ai forami delle scatole, dove stavan riposti, non solo i vermi, ma ancora l’uova, dalle quali, come ho detto di sopra, nascono i vermi: le quali uova mi fecero sovvenire di quei cacchioni, che dalle mosche son fatti, o sul pesce, o sulla carne, che divengon poi vermi» (fr:90/p.35). Questo dato, già noto ai compilatori del Vocabolario della Crusca e ai cacciatori, richiama persino un celebre passo dell’Iliade. Redi cita Omero (XIX libro), dove Achille teme che le mosche «àttica um fJLQi Toppa fjtaoiTÌou aAmfiai t/W fxviai KOtSSCfcu xxtrec ^tAxoroVoff o>thAoxc i vAc ty}fùflwu , àttxuracm Sì vucpóv» – [«penetrino nelle ferite del morto Patroclo e vi generino vermi»] (fr:93/p.36), e Teti promette di tenerle lontane, conservando il corpo incorrotto «anco per lo spazio di un anno*» (fr:94-95/p.36).

Da queste osservazioni Redi formula il dubbio che «tutti i bachi delle carni dal seme delle sole mosche derivassero, e non dalle carni stesse imputridite» (fr:96/p.36). L’esperimento risolutivo è celebre: a metà luglio colloca in quattro fiaschi di bocca larga, ermeticamente chiusi con carta e spago, una serpe, pesci di fiume, anguille e vitella; in altrettanti fiaschi pone le stesse sostanze ma con le bocche aperte. «Nè molto passò di tempo, che i pesci, e le carni di questi secondi vasi diventarono verminose», mentre «ne’ fiaschi serrati non ho mai veduto nascer un baco, ancorché sieno scorsi molti mesi dal giorno, che in essi quei cadaveri furono serrati» (fr:98/p.37). Sugli orli dei vasi chiusi si trovavano talvolta cacchioni o vermicciuoli che «con ogni sforzo, e sollecitudine s’ingegnava di trovar qualche gretola da poter’ entrare per nutricarsi» (fr:98/p.37), ulteriore prova che l’infestazione proviene dall’esterno. La carne sotterrata, al riparo dalle mosche, «non generarono mai vermi» (fr:101/p.38), e in una boccia a collo lungo contenente interiora di capponi, i vermi nati non potendo risalire «ricadevano nel fondo della boccia e quivi morendo servivano di pastura, e di nido alle mosche, le quali continuarono a farvi bachi» (fr:101/p.38) per l’intera estate fino a ottobre.

Redi spinge la verifica anche sui cadaveri degli stessi insetti. Dopo aver ucciso una grande quantità di vermi e mosche, li ripone in vasi chiusi e in vasi aperti: «in quei primi non si generò mai cosa alcuna; ma ne’ secondi nacquero i vermi» che ridivennero mosche ordinarie (fr:102/p.38-104/p.39). Questo gli permette di confutare l’esperimento proposto dal gesuita Athanasius Kircher, secondo cui irrorando cadaveri di mosche con acqua melata si sarebbero generati «insensibilmente… alcuni minutissimi, e per mezzo del solo microscopio visibili vermicciuoli, che, a poco a poco spuntando l’ali dal dorso, pigliano la figura di piccolissime mosche» (fr:105/p.39). La limpida catena di prove costruita da Redi — osservazione delle uova, classificazione delle diverse specie di mosche, esperimenti comparativi, e infine l’impedimento fisico dell’accesso alle carni — costituisce una delle prime e più solide confutazioni sperimentali della dottrina della generazione spontanea, segnando una tappa fondamentale nella storia della biologia.


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3 La confutazione sperimentale della generazione spontanea degli insetti

Redi dimostra, attraverso un metodo sperimentale rigoroso, che i vermi nascono esclusivamente da uova o larve deposte da mosche, confutando autorità antiche e moderne.

Il nodo centrale del brano è la critica serrata che Francesco Redi muove contro la dottrina della generazione spontanea. L’autore descrive le proprie esperienze per provare che dalle carni degli animali morti non si generano vermi, a meno che non vi siano depositate le “semenze” da altri animali viventi. Dopo aver constatato che nei vasi chiusi i vermi non compaiono, Redi sente l’esigenza di eliminare ogni dubbio residuo legato alla mancata circolazione dell’aria e allestisce un esperimento di controllo: colloca le carni e i pesci in un vaso grande, sigillato con un sottilissimo velo di Napoli. La frase chiarisce lo scopo: “volli ancora tentar nuove esperienze col metter le carni, ed i pesci, in un vaso molto grande; e acciocché l’aria potesse penetrarvi, ferrato con sottilissimo velo di Napoli” – (fr:119/p.42-120/p.43) [volli tentare nuove esperienze mettendo carni e pesci in un vaso molto grande e, affinché l’aria potesse penetrarvi, chiuso con un sottilissimo velo di Napoli]. Nonostante l’aria passasse, sulle carni non si vide mai nemmeno un baco, mentre all’esterno del velo i vermi, attratti dall’odore, si aggiravano e tentavano con ogni sforzo di penetrare. Redi registra un’osservazione di straordinaria finezza: “una volta osservai che due bachi, avendo felicemente penetrato il primo velo, ed essendo caduti sopra il secondo che serrava la bocca del vaso, anco su questo s’erano tanto aggirati, che già con la metà del corpo l’avevano superato” – (fr:120/p.43) [una volta osservai che due bachi, penetrato il primo velo, erano caduti sul secondo e si erano tanto aggirati che l’avevano già superato con metà del corpo]. L’origine dei vermi è dunque esterna e legata all’attività delle mosche: “E curiosa cosa era in questo mentre il veder ronzare intorno intorno i mosconi; che, di quando in quando posandosi sul primo velo, vi partorivano i bachi” – (fr:121/p.43) [nel frattempo era curioso vedere i mosconi ronzare intorno e, posandosi sul primo velo, partorirvi i bachi].

[INT.] – (fr:122/p.12) L’argomentazione si fa poi serrata confutazione di autorità. Redi contesta il Padre Onorato Fabri, il quale, fondandosi su un singolo avvenimento in cui un moscone aveva partorito vermi vivi nella sua mano, aveva generalizzato supponendo che tutte le mosche figliassero bachi viventi e non uova. Redi oppone un dato empirico preciso: “Ed in vero alcune razze di mosche partorirono vermi vivi, ed alcune altre partoriscono uova, e me ne son certificato con la esperienza” – (fr:124/p.44) [In verità alcune razze di mosche partoriscono vermi vivi, altre uova, e me ne sono accertato con l’esperienza]. L’errore di Fabri, come quello precedente di Scaligero, nasce dall’aver scambiato un caso particolare per una regola universale. Redi ammette anzi che una stessa razza potrebbe, a seconda del calore della stagione, maturare le uova internamente e partorire larve già mobili: “può ben essere, che le stesse razze delle mosche (…) alle volte facciano l’uova, ed alle volte i vermi vivi, e che di lor natura farebbero forse sempre l’uova, se ‘l caldo maturativo della stagione non gliele facesse nascere in corpo” – (fr:125/p.44) [può ben darsi che le stesse razze di mosche facciano a volte uova e a volte vermi vivi, e che per natura farebbero forse sempre uova, se il caldo della stagione non le facesse schiudere nel corpo].

La critica si estende ad altri dotti. Giovanni Sperlingio, nella sua Zoologia, aveva sostenuto che i vermi delle mosche non fossero partoriti, ma nascessero dallo sterco delle mosche stesse, le quali – scriveva in latino – “omnia liguriunt, vermiumque materiam una cum cibo assumunt, ac assumptam per alvum reddunt” – (fr:127/p.45) [leccano ogni cosa, assumono insieme al cibo la materia dei vermi e la restituiscono attraverso il ventre]. Redi smonta questa ipotesi con un dato anatomico alla portata di chiunque: “le mosche hanno la loro ovaia divisa in due celle separate, le quali contengono l’uova, ò cacchioni, e gli tramandano ad un solo, e comune canaletto” – (fr:128/p.45) [le mosche hanno l’ovaia divisa in due celle contenenti le uova o larve, che convogliano a un unico canaletto comune]. La fecondità è prodigiosa: certe mosche verdi contengono nell’ovaia fino a duecento “cacchioni”. Insieme a Sperlingio, Redi segnala l’errore del Padre Atanasio Kircher e di un suo carissimo amico, il quale aveva attribuito al veleno del ragno la virtù di far “inverminare” il corpo delle mosche.

[INT.] – (fr:130/p.12) La conclusione è perentoria e stabilisce il principio basilare: “Non invermina adunque, per quanto ho riferito, animale alcuno, che morto sia” – (fr:132/p.46) [Per quanto ho riferito, nessun animale morto produce vermi]. Da questa certezza sperimentale, Redi può smascherare come favola la credenza, tramandata dagli antichi, che le api nascessero dalle carni putrefatte dei tori. La rassegna delle varianti del mito ne mostra l’inconsistenza: Columella aderisce all’opinione di Celso, che non credeva possibile sterminare la razza delle api, rendendo superflua la ricerca nei corpi dei tori; Magone insegna che sono sufficienti i soli ventri; Plinio aggiunge la necessità di ricoprirli di letame; Antigono Caristio, infine, “vuole, che un intero giovenco si seppellisca sotto terra; ma che però rimangano scoperte le corna; dalle quali tagliate a suo tempo con la sega ne volano fuora (…) le Api” – (fr:136/p.46-137/p.47) [vuole che un intero giovenco sia sepolto sotto terra, lasciando scoperte le corna, dalle quali, tagliate a tempo debito con la sega, volano fuori le api]. Questa discordanza tra gli autori nel descrivere la “meravigliosa generazione” diventa la prova definitiva della sua natura fittizia, una menzogna favolosamente inventata e progressivamente arricchita nel tempo.


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4 La confutazione della bugonia nel laboratorio di Francesco Redi

Nel suo trattato sugli insetti, Redi demolisce con esperienze e ragionamenti la credenza, tramandata da poeti, filosofi e dottori, che le api potessero nascere dalla putrefazione di carcasse bovine.

Il brano si apre con un’ampia rassegna di voci autorevoli che, dall’antichità fino al Seicento, ripetevano la favola della generazione spontanea delle api dai corpi morti dei buoi. Redi cita subito Virgilio, che nel quarto libro delle Georgiche insegnava a produrre un nuovo sciame chiudendo un giovane torello ucciso in una celletta esposta ai quattro venti. La descrizione virgiliana è riportata con precisione, compresa la stagione propizia:

“nel principio sia di primavera, quando le grue tornando a le fredde alpi scrivon per l’aere liquido, e tranquillo la biforcata lettera de’ Greci” – (fr:160/p.51) [all’inizio della primavera, quando le gru tornando alle fredde Alpi scrivono nell’aria liquida e tranquilla la biforcata lettera dei Greci].

A quella stagione, dal tepore delle ossa in fermento “d’ogni parte allora tu vedi pullular quegli animali informi prima, tronchi, e senza piedi, senz’ali” (fr:160-161/p.51), che poi prendono figura e ali, “di vaghi color le pinge, e inaura” (fr:161/p.51). Il quadro è completato dall’immagine degli sciami lucenti che si levano “come una man di pioggia spinta dal vento, in cui fiammeggi il sole, o le saette lucide, che i Parti ferocissima gente, ed ora i Turchi scuoton da’ nervi degl’incurvati archi” (fr:162/p.51).

Questa credenza non era confinata ai versi. Redi elenca un lungo catalogo di sostenitori: “Non mancarono molti altri poeti tra’ Greci, e tra’ Latini” (fr:162/p.51) come Fileta di Coo, Archelao e Filone di Tarso. La menzione si estende ai prosatori e ai medici, tra cui “Origene, Plutarco nella vita del secondo Cleomene, Filone Ebreo” (fr:166/p.52). I moderni non sono da meno: “tutti i Filologi, e tutti i Filosofi moderni, che ammettono questa favola per vera” (fr:166/p.52). Tra questi spicca Pietro Gassendi, che leggeva il passo virgiliano con una giustificazione razionalistica: il vitello, nutrito di erbe cariche di semi, “con molta ragione ciò viene avvertito; conciossiecosachè in quel tempo il giovenco ha paseiuto l’erbe pregne di varj semi” (fr:167/p.52), e il timo con la cassia, ricchi di semi spiritosi, favorivano la metamorfosi in api. L’elenco prosegue con “Pietro Crescenzi, Ulisse Aldrovandi, Fortunio Liceti, Girolamo Cardano, Tommaso Moufeto, Giovanni Ionitono, Francesco Osvaldo Grembs, Tommaso Bartolini, Francesco Folli” (fr:168/p.53), fino a Filippo Giacomo Sachs e al gesuita Athanasius Kircher. Kircher, anzi, nel Mondo Sotterraneo aggiungeva che “dallo sterco de’ buoi pullulano alcuni vermi a guisa di bruchi, i quali in breve tempo mettendo ali, si cangiano in api” (fr:170/p.54).

A questo edificio di auctoritates Redi oppone il metodo sperimentale. Riguardo alla generazione da sterco bovino, scrive:

“Io non so, se questo commendabile Autore ne abbia mai fatta oculatamente la sperienza; so bene, che quando ho fatto tenere in luogo aperto, come vuole esso Padre Chircher, lo sterco, e de’ buoi, e di qualsivoglia altro animale, sempre ne son nati i bachi, e di primavera, e di state, e d’autunno e da’ bachi ne son sorte le mosche, ed i moscherini, e non l’api: ma se l’ho fatto conservare in luogo chiuso, dove le mosche, ed i moscherini non abbian potuto penetrare, ne figliarvi sopra le loro uova; non vi ho mai veduto nascere cosa alcuna” – (fr:171/p.54).

La medesima severità viene applicata alla questione del leone di Sansone, narrata nel capitolo 14 dei Giudici. Diversi autori, come Moufeto, ne avevano dedotto l’esistenza di api “leontogene” nate dalla carne del felino. Redi riporta la soluzione di Samuel Bochart: il cadavere, quando Sansone tornò a vederlo “dopo giorni, cioè dopo un anno” (fr:179/p.56), era ormai uno scheletro secco; “non fosse allora altro che un nudo scheletro, dentro al quale non abborriscono le pecchie di fare il mele” (fr:180/p.57). A conferma cita Erodoto e Sorano, che testimoniano sciami annidati su crani e sepolcri, e rievoca un aneddoto udito “al Cavalier Francesco Albergotti […] ch’ei ne vide un giorno un non piccolo sciame appiccato al ceschio d’un cavallo” (fr:181/p.57).

Quanto all’ipotesi che le api potessero deporre semi sulla carne del leone, Redi la liquida con l’osservazione diretta:

“Ma io risponderei che le pecchie sono animali gentilissimi, e così schivi, e delicati, che non solo non si cibano delle carni morte; ma ne meno su quelle si posano, e l’hanno incredibilmente a schifo. N’ho più volte in varj tempi, ed in luoghi diversi fatta esperienza, attaccando de’ pezzi di carne sopra, ed intorno agli alveari; e mai le pecchie ad esse carni non si son volute accostare” – (fr:185/p.58).

E a chi non credesse rimanda all’autorità non favolosa di Aristotele, nel capitolo quarantesimo del IX libro della Historia animalium. Il brano è così una testimonianza cardinale del passaggio dalla zoologia libresca, che mescolava Virgilio, Ovidio (“I quoque delectos maturatoi obrue tauros: (Cognita res usu) de putri ariscere passim Florilegi nascuntur apes” – fr:165 [Anche tu seppellisci, dopo averli uccisi, tori scelti: (cosa nota per esperienza) dalla putredine spuntano ovunque le api bottinatrici]) e la Bibbia, alla scienza fondata sul controllo empirico delle variabili e sulla replicazione delle esperienze.


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5 La critica di Francesco Redi alle generazioni spontanee di insetti

Un’analisi delle credenze popolari e delle testimonianze erudite confutate dall’esperienza diretta.

L’autore passa in rassegna una serie di credenze, da lui definite “favole”, riguardanti l’origine di api, vespe, calabroni e scorpioni da carni putrefatte, contrapponendo alle testimonianze degli antichi lo scetticismo e l’osservazione sperimentale. Un primo nucleo tematico riguarda una singolare narrazione proveniente dall’Europa orientale. In Russia e Podolia si crede all’esistenza di serpenti chiamati zjinija, descritti con una fisionomia ibrida: “che fi nutrifeono di latte, ed anno il capo , ed il becco fimile all’ anitre” (fr:218/p.64). Secondo il racconto, questi esseri “generano dentro de’ loro corpi viventi , e partorifeono poi per bocca , o per meglio dire, vomitano ogn’anno a poco a poco due feiami di pecchie almeno” (fr:218/p.64), note localmente come zjinijoiocki. L’autore riporta che “Quefto racconto in quelle prò vincie è tenuto per cofa certìfima” (fr:219/p.64), corroborato a Parigi anche dalla testimonianza di un tale “Signor Szizucha” riferita al “Signor’ Egidio Menagio” (fr:219/p.64). Tuttavia, il Menagio stesso dubita del prodigio, giudicando più verosimile un’altra dinamica: “qu’il eft vraisemblable , que ces serpens les ayant avalées avec leur miel , car la plus part des serpens aiment les chofes douces , ils les revomiffent de suite , en estant poursuivis” (fr:222/p.65) [che è verosimile che questi serpenti, avendole inghiottite con il loro miele – poiché la maggior parte dei serpenti ama le cose dolci – le rivomitino subito, essendone inseguiti], rigurgitando cioè api vive che avevano in precedenza ingerito mentre rubavano il miele dagli alveari (fr:221/p.65). L’episodio, in questa lettura, sarebbe stato un’osservazione isolata, trasformata in una credenza universale: “una fola volta forfè , che ciò fia accaduto, e che lì a (lato oiiTervato,può aver dato luogo alla favola , ed all’univerfale credenza” (fr:223/p.65).

Il secondo blocco tematico è dedicato alla questione della nascita di vespe e calabroni da carni in decomposizione, dogma sostenuto da un elenco imponente di autorità classiche e moderne. L’autore cita “Antigono, Plinio, Plutarco, Nicandro , Eliano, ed Archelao citato da Varronc” (fr:225/p.65), che indicano le carni equine come matrice per le vespe, mentre Virgilio estende l’origine anche ai calabroni (fr:226/p.65) e Ovidio menziona solo questi ultimi con il verso “Pressus inumo bellator e<]ttus crabonis origo eft” (fr:227/p.65). Tommaso Moufeto introduce una specializzazione basata sul tessuto specifico: “dalla carne più dura de’ cavalli nafcono i calabroni , e dalla più tenera le vefpe” (fr:228/p.65-230/p.66). A questa si aggiungono varianti ancor più dettagliate e in palese conflitto tra loro: i commentatori greci di Nicandro legano la virtù generativa alla pelle, ma solo a condizione che il cavallo sia stato morso da un lupo (fr:231/p.66); Giorgio Pachimero identifica nel solo cervello l’origine delle vespe, mentre il Landò fa nascere i calabroni dal cervello dell’asino (fr:232/p.66). La confusione regna sovrana nella sintesi di Servio, il quale “fconvolgendo ogni cofa, difle, che da cavalii nafcono i fuchi, da i muli i calabroni , c dagli aGni le vefpe” (fr:233/p.66). A completare questo catalogo di discordanze, Isidoro restringe il tutto al cuoio d’asino, mentre Olimpiodoro, Plinio, Cardano e Porta derivano dall’asino fuchi e scarafaggi, ma non vespe; infine, Oro e Antigono citano il coccodrillo come generatore rispettivamente di vespe e di scorpioni terrestri (fr:233/p.66). L’autore non prende posizione su quest’ultimo punto per mancanza di una prova diretta – “non voglio intrigarmi a favellarne 5 perchè non ne ho fatta l’ esperienza” (fr:234/p.66) – ma dichiara il proprio convincimento interiore basato sul metodo: poiché ha già provato sperimentalmente la falsità della nascita di insetti da muli, asini e cavalli, coerentemente ritiene una menzogna analoga l’origine delle vespe e degli scorpioni dal coccodrillo putrefatto (fr:234/p.66-235/p.67).

L’ultima parte del testo applica lo stesso scetticismo alla generazione degli scorpioni dai granchi. L’autore menziona una serie di autori moderni che hanno ripreso la dottrina: “Fortunio Liceto , Gio: Battifta Porta , il Grevino, il Moufeto , ed il Niercmbcrgio” (fr:236/p.67), i quali l’hanno appresa con eccessiva credulità da Plinio e questi, forse, da Ovidio. Il passo delle Metamorfosi ovidiane descrive il prodigio: “Cornano, littoreo demos fi brachia cancro , Citerà fuppofiat terree , de forte fepulta Scorp’w exihit , caudale minabitm unea” (fr:236/p.67). Plinio arricchisce il racconto di un dettaglio astrologico, specificando che l’operazione riusciva solo “Sole Cancri fignum transeunte” (fr:237/p.67) [mentre il sole attraversa il segno del Cancro], condizione tenuta in particolare venerazione dal popolo. A questa credenza si oppone l’osservazione empirica di Tommaso Bartolino, il quale in una lettera a Filippo Jacopo Sachs “afferma coftancementc di aver olfervato,che in Danimarca clou* è grandilììma abbondanza di granchi , da’ lor cadaveri putrefatti , e corrotti non nafeono gli feorpioni” (fr:238/p.67-240/p.68). Il Sachs, tuttavia, non è persuaso dalla prova empirica e “pofflbiliflìma crede cosi fatta generazione” (fr:241/p.68), ribattendo che le esperienze danesi non confutano la teoria, poiché i paesi settentrionali sono naturalmente privi di scorpioni. L’autore del testo si schiera con scetticismo, sospettando un errore comune che accomuna tanto il Sachs quanto Ovidio e Plinio (fr:242/p.68). La critica culmina con l’ultima notazione sulla credulità pliniana, che estende il potere generativo anche al basilico: “il baiTilico peftato, e pofeia coperto con una pietra gli generafle” (fr:243/p.68) scorpioni, precetto poi modificato da un compilatore greco, il quale insegnava a masticare la pianta ed esporla al sole (fr:243/p.68), a testimonianza della proliferazione e della trasformazione incontrollata di queste leggende.


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6 L’esperimento di Redi sulla generazione degli scorpioni: dall’errore popolare all’evidenza empirica

Dalla persistente credenza che il basilico generasse scorpioni all’osservazione diretta del parto viviparo, Francesco Redi mostra il passaggio cruciale da un sapere fondato sull’autorità a un sapere fondato sulla prova controllata.

L’estratto si apre con un catalogo di autori che hanno sostenuto l’idea di un legame fra il basilico e la nascita degli scorpioni. Se Giovan Battista Della Porta e altri come Mattioli e Liceto si erano appoggiati all’autorità di Plinio, una schiera di moderni – «tra eflì il Nierembergio, l’Elmonzio, il Sachs, ed il Chircher attribuifeono tal virtude a quella odorifera erba; e gliele attribuifce parimente il celebratiflìmo Padre Onorato Fabri nel lib. delle piante prop. 84» – (fr:246-247/p.69) ne era fermamente convinta. A costoro si aggiungeva il resoconto di un anonimo speziale austriaco citato da Sachs e Wolfgang Oeffero, il quale aveva messo a punto una procedura dettagliata per ottenere scorpioni dal basilico. Il procedimento, descritto con precisione quasi tecnica, prevedeva di pestare l’erba a luglio o agosto, spalmarla su un tegolo rovente per lo spessore di tre dita, coprire con un altro tegolo, sigillare le giunture con sterco di cavallo e sabbione e lasciare il tutto in cantina per un mese: «quindi metteva que tegoli in cantina per lo fpazio di un mefe, e pofeia aprendogli vi trovava dentro gli feorpioni belli e nati» – (fr:249/p.69). Redi sottolinea la potenza di queste idee radicate, osservando che «Vn* invecchiata, ancorché falfa opinione, fa gran forza nelle menti degli uomini»* – (fr:250/p.69). Tale forza spiega come persino un medico famoso, Iacopo Ollerio, potesse credere e scrivere che per aver troppo odorato basilico fosse nato uno scorpione nel cervello di un italiano, un fatto che l’autore giudica «baia cotanto incredibile» (fr:253/p.70), soprattutto perché Galeno, nel secondo libro delle potenze degli alimenti, aveva già negato esplicitamente questa generazione.

A dare ragione a Galeno fu un altro medico, Giovan Michele Fehr, il quale, con maggior rigore, ripeté le prove e trovò veridico l’antico maestro, dimostrando così che mentivano tutti coloro che, come si legge in Sachs, attribuivano la produzione di scorpioni non solo al basilico, ma anche al crescione e a varie sorta di legno fradicio; si arriva persino a ricordare che «Fortunio Liceto racconta, che Iacopo Antonio Marta Napoletano faceva nafeere gli feorpioni dalla terra, inarcandola col fugo della cipolla» – (fr:254/p.70). Contro questa selva di credenze, Redi invoca un altro pensiero, più solido: «Miglior penfiero fu quello del grande Ariftotile che infegnò effer generati gli feorpioni dalla congiunzione de’mafchi, e delle femmine» – (fr:256/p.71), le quali, a differenza di molti insetti, non depongono uova ma partoriscono piccoli vivi e perfetti, come osservato anche da Plinio, Eliano e, con minuzia, da Tommaso Furenio e Giovanni Rodio.

Il testo culmina con l’esperienza diretta di Redi, dichiaratamente condotta secondo il motto galileiano «provando e riprovando» che dà forza alla sua testimonianza. Ricevuti molti scorpioni dalle montagne pistoiesi, egli isola alcune femmine, già riconoscibili perché «più grandi, e più groffe de’mafchi» – (fr:258/p.71). Il 20 luglio le rinchiude in vasi di vetro senza offrir loro cibo. Alcune muoiono prima del parto, ma il 5 agosto una femmina «partorì non undici fcorpioncini, come crederono Plinio, ed Ariftotile; ma bensì trentotto benillìmo formati, e di colore bianco lattato, che di giorno in giorno fi cangiava in color di ruggine» – (fr:258/p.71); il giorno dopo, un’altra femmina ne partorisce ventisette dello stesso colore bianco-lattato. La correzione del dato numerico (da 11 a 38 neonati) e la descrizione cromatica offrono una prova tangibile contro le fantasie degli antichi e dei moderni, chiudendo la disputa con il peso di un’osservazione ripetibile e controllata.


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7 Anatomia e dibattiti su uno scorpione di Barberia

Un resoconto di osservazioni anatomiche e di una disputa scientifica sul meccanismo di inoculazione del veleno, testimonianza del metodo sperimentale che si affacciava nel XVII secolo.

L’osservazione descrive scorpioni provenienti dalla Barberia, caratterizzati da un colore prevalente verdegiallo dilavato, e quasi trasparente, come d’ambra - (fr:283/p.77) [verdegiallo slavato, e quasi trasparente, come d’ambra], ad eccezione delle parti più scure come il pungiglione e le chele, la cui cuspide è affatto nera - (fr:283/p.77). Viene registrata la rara occorrenza di esemplari bianchi e la ancor più infrequente comparsa di quelli neri: ma de’ neri non se ne vede, se non di rado - (fr:284/p.77).

Una porzione significativa del testo è dedicata a un esperimento di privazione del cibo, fornendo dati quantitativi sulla sopravvivenza. L’osservatore pesò due esemplari vivi, trovando che ciascuno arrivò alla quinta parte d’un oncia - (fr:282/p.77), e constatò un dimagrimento dopo oltre quattro mesi di digiuno. Un dettaglio notevole è la resilienza di uno di essi, che vive ancora tre altri mesi dopo, non si cibando - (fr:282/p.77).

La descrizione morfologica è minuziosa. Le chele sono descritte con un tronco di quattro nodi, o congiunture - (fr:285/p.77). Le otto zampe presentano una progressione di lunghezza, dalle prime più corte fino alle quarte, le più lunghe, che sono composte di sette fucili, e tutte l’altre suddette di sei solamente - (fr:286/p.77). Il dorso è fabbricato di nove commessure per lo più in foggia d’anelli - (fr:287/p.77), e tra i tronchi delle chele si notano due piccolissime eminenze ritonde, nere, e lustre - (fr:287/p.77). Sul ventre, composto da cinque commessure, si trovano due lamette dentate, che paion appunto due seghe - (fr:288/p.77), che l’animale distende e agita mentre cammina.

La coda è formata da sei vertebre, di cui l’ultima è un pungiglione molto grande, e uncinato - (fr:291/p.78). Le altre cinque sono descritte con una superficie superiore scanalata e dentata, mentre quella inferiore è convessa, rigate per lo lungo con alcune linee rilevate composte di punti nericci - (fr:291/p.78). Un comportamento caratteristico, comune a quasi tutte le altre specie, è il tenere la coda alzata, e piegata in arco - (fr:292/p.78), sia a riposo che in movimento, postura confermata dalle citazioni colte di Tertulliano e Ovidio.

Il testo culmina in una dotta disamina sulla natura del pungiglione. Viene presentata una Gran disputa tra gli scrittori: Galeno negava che la punta, così pulita, e sottile - (fr:294/p.78), fosse perforata, mentre una lunga lista di autorità, tra cui Plinio, Tertulliano e Aldrovando, sosteneva che lo scorpione non solo ferisse, ma versasse anche un liquido velenoso. La testimonianza di un contemporaneo, maestro Domenico d’Arezzo, riferisce la natura di questo veleno come un liquor bianco, e sottilissimo - (fr:295/p.79), aggiungendo una nota di contrasto con la tradizione poetica che lo voleva nero.


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8 La puntura dello scorpione e il metodo sperimentale di Francesco Redi

«non mi piacque contentarmi del veduto, e perciò cominciai a premere il pungiglione» (fr.297)

Il racconto trae origine dall’attenta indagine che Francesco Redi conduce sul pungiglione degli scorpioni, servendosi dapprima di microscopi fatti costruire appositamente a Roma e in Inghilterra. La struttura si presenta «di sustanza crostosa come quella delle locuste marine, non cedeva al tatto, e non riceveva compressione veruna» (fr.299), tanto che l’occhio, anche col più fine ingrandimento, non vi scorge foro alcuno. Redi non si fida del solo aspetto esteriore e comincia a premere il pungiglione, ma senza successo. Soltanto quando «adizzai lo scorpione, e l’irritai ad avventar molte punture sopra una lama di ferro» (fr.300), assiste a un evento decisivo: «improvisamente vidi una volta comparir sulla punta, una minutissima, e quasi invisibile gocciolina d’acqua bianca» (fr.300). La gocciolina compare ogni volta che l’animale, irritato, cerca di ferire con la coda. Da questa osservazione Redi deduce che «non dissero menzogna Eliano, e ’l Greco Scoliaste di Nicandro affermando l’ago, o pungiglione degli scorpioni esser forato d’un pertugio così insensibile, che si rende vano all’occhio il poterlo vedere» (fr.301). Dunque l’apertura esiste, ma è talmente sottile da sfuggire alla vista; il veleno non esce per semplice compressione meccanica, bensì solo quando l’animale lo inietta volontariamente.

La sperimentazione si sposta poi sulla pericolosità del veleno. Un primo esperimento con il pungiglione di uno scorpione di Tunisi già morto mostra che «le punture non avean portato loro detrimento di sorta alcuna» (fr.303) su un piccione e un calderugio, facendo sorgere il sospetto che persino gli scorpioni di Barberia potessero non essere velenosi (fr.304). Tuttavia un carteggio con il dottor Pagni, che esercita a Tunisi, conferma che «i Mori di quel paese affermano costantemente, che non passa anno, che non periscano molti uomini feriti dagli scorpioni» (fr.305), descrivendo il caso di un mercante colpito al piede sinistro, con dolori che risalivano fino alla spalla, guarito solo dopo scarificazioni e bevute di teriaca (fr.305). Lo stesso corrispondente aggiunge che i Barbari usano come preservativo «un certo ballettino, fatto con un pezzo di cartapecora quadra tagliata un poco da una banda, in cui sono scritti certi nomi Arabici, ed impressi alcuni figilli, e pentacoli» (fr.308), portato addosso o appeso alle porte. Questa credenza, unita all’uso di bere acqua in coppe di corno d’alicorno, alimenta in Redi il dubbio (fr.309), ma senza che osi ancora contraddire una tradizione così radicata.

Sarà l’esperienza diretta a sciogliere ogni riserva. Immobilizzato uno scorpione vivo di Tunisi in modo da impedirgli di pungerlo, Redi lo costringe a ferire più volte un piccione, una pollastra e un cagnolino; con meraviglia di tutti, «non ebbe ne pur minima offesa di veleno» (fr.310). Ecco però che all’apparente innocuità si oppone subito l’autorevolezza degli antichi: «tutti i filologi, tutti i medici e tutti gli scrittori della storia naturale» (fr.310) gridano che lo scorpione uccide belve feroci e grandi, compreso il leone; un erudito arabo, «Kemal Eddin Muhammed Ben Musa Ben Ila Eddemiri vi aggiugne il cammello, o l’elefante» (fr.311). A questa obiezione si somma quella, fondata, che gli animali fossero sopravvissuti perché lo scorpione, chiuso in un vaso da oltre quattro mesi senza cibo, aveva perso la sua «velenosa malizia» (fr.312) e perché l’esperimento era stato condotto a novembre. Tertulliano, Africano, nel suo Scorpiace aveva scritto «Familiare scriculi tempus aestas; Austro, et Africo saevitia velificat» (fr.312) [la stagione propria dello scorpione è l’estate; imperversa con il vento di mezzogiorno e d’Africa]. Macrobio, nei Saturnalia, aveva annotato «Scorpius hyeme torpet, transacta hac, aculeum rursus erigit it suum, nullum natura damnum ex hyberno tempore perpessa» (fr.314) [lo scorpione intorpidisce d’inverno; passato questo, drizza di nuovo il suo pungiglione, senza aver patito alcun danno naturale dalla stagione invernale]. Leone Africano raccontava che a Pescara, in Africa, gli abitanti fuggivano la città d’estate a causa degli scorpioni e vi rientravano solo a novembre (fr.315). Redi riconosce che l’opposizione è «saggiamente fondata» e «verissima, e più, e più volte dalla sperienza confermata» (fr.316).

A riprova, tiene lo stesso scorpione senza cibo per tutto l’inverno. A gennaio l’animale appare intontito, ma a febbraio riprende vigore (fr.319). Il 23 febbraio, a Pisa, Redi incarica il chirurgo Carlo Maurel di far pungere più volte un piccione. L’effetto è immediato: «il piccion grosso cominciò subito a vacillare, e con frequenti ansamenti, e tremiti andava quasi balordo movendosi in giro» (fr.320); dopo sedici ore cade a terra in preda a convulsioni, alle diciotto ore le zampe sono rigide e fredde, e muore dopo cinque ore esatte dalla ferita (fr.321). Con Niccolò Stenone, Redi esamina il cadavere: «il sangue solamente si era mantenuto liquido in tutte le vene e di esso sangue pur liquido n’era corsa, e ritiratasi una gran quantità ne’ ventricoli del cuore, il quale perciò appariva molto tumido, e gonfio» (fr.328), mentre nessun livido o gonfiore si nota alla cute e i visceri restano inalterati. Un secondo piccione, punto immediatamente dopo la morte del primo, «si morì in capo a mezz’ora» (fr.323); due ulteriori colpiti subito dopo non mostrano alcun malessere, segno che il veleno si va esaurendo. Recuperate le forze, lo scorpione il mattino dopo stilla dalla punta una «gocciolina minutissima di liquor bianco» (fr.323) e uccide un altro piccione; altre due cavie ferite a distanza di qualche ora sopravvivono (fr.326). Il veleno, quando è presente, agisce con rapidità e provoca rigidità degli arti inferiori, ma non lascia segni esteriori e — annota Redi con crudezza utilitaristica — la carne degli animali avvelenati si può mangiare senza pericolo, perché «gli animali fatti morire col morso della vipera, e col veleno terribilissimo del tabacco, si posson sicuramente mangiare» (fr.329); difatti i piccioni donati a un povero «gli fecero il buon prò» (fr.329).

Altre prove smorzano l’aura di invincibilità che circondava lo scorpione. Punto ripetutamente, una cervia non subisce danno; Redi nota che i colpi spontanei penetrano poco nella pelle, ed è costretto a forzare il pungiglione (fr.332). Sorge allora il dubbio che possano gli scorpioni di Barberia uccidere animali dalla pelle «durissima e grossissima» (fr.333) come leoni, cammelli ed elefanti. Lo scorpione utilizzato è fuori dal suo clima, sfinito da otto mesi di digiuno e forse ha esaurito il «velenoso liquore, che stagna nella cavità del pungiglione» (fr.333). Le punture si fanno via via più innocue: nei giorni successivi non muoiono né una folaga né vari piccioni, e infine nemmeno «una grand’aquila reale» (fr.335) soccombe. L’animale muore poco dopo, impedendo di verificare se, con un riposo più lungo, avrebbe rigenerato il veleno. Redi, tuttavia, si ripromette di proseguire lo studio non appena riceverà nuovi esemplari da Tunisi e da Tripoli, di cui allega la «figura delineata a capello nella loro grandezza naturale» (fr.336).

L’atteggiamento sperimentale si estende alle credenze sulla generazione spontanea. È definita «una novella da vegghie puerili» (fr.338) l’idea, tramandata da Plinio, che gli scorpioni morti bagnati di succo di elleboro tornino in vita. Altrettanto ridicola la ricetta che vorrebbe attirare tutti gli scorpioni con dieci granchi di fiume legati a un mazzo di basilico (fr.338), e falsissima l’asserzione di Avicenna che il granchio col basilico faccia morire subito lo scorpione (fr.338). Messo alla prova diretta, un cumulo di scorpioni uccisi ed esposto al sole in vaso aperto «in breve tempo inverminò; ed i vermi si trasmutarono al solito in uova nere, dalle quali … nacquero altrettanti mosconi listati di bianco» (fr.338). Dunque dalla carne morta non rinascono scorpioni, bensì mosche. Redi sa che il gesuita Kircher, nel Mundus Subterraneus, sosteneva il contrario: che dai cadaveri di scorpioni innaffiati con acqua di basilico si generassero nuovi scorpioni. Ripetuta la prova due, tre volte, «sempre deluso attesi indarno la desiderata nascita degli scorpioni; in vece de’ quali sempre mi comparvero mosche» (fr.340). La quarta volta sigilla il tutto in un alambicco ermetico e non compare più alcuna forma vivente: «non vidi mai né bachi, né mosche, né scorpioni» (fr.340). L’esperienza lo rafforza nella convinzione che «da’ cadaveri, se non vi è portato sopra il seme, non nasca mai animale di sorta alcuna» (fr.340). La stessa logica smonta invenzioni analoghe: anatre putrefatte non generano rospi, come voleva Giovan Battista Della Porta (fr.340); il corpo di una lucertola morta non produce vipere (confutando lo scoliasta greco di Teocrito); e capelli di donna lasciati all’umido non si trasformano in serpenti, contro quanto aveva affermato Avicenna (fr.340-341). In ogni caso, l’osservazione condotta con ostinato scetticismo rovescia l’autorità dei testi e inchioda la natura a parlare per sé.


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9 La critica sperimentale alla generazione spontanea: serpenti, vermi e mosche

Redi sottopone a verifica diretta le credenze classiche e bibliche sulla nascita di esseri viventi dalla putrefazione, mostrandone l’infondatezza e gettando le basi del metodo sperimentale.

L’autore prende le mosse dall’opinione di Plinio, secondo cui «le serpi nascon sovente dalla spinal midolla de’ cadaveri umani» (fr:349/p.93), opinione ripresa da Eliano con l’aggiunta che servissero cadaveri di uomini malvagi, sebbene lo stesso Eliano in seguito la mettesse in dubbio. La credenza era già stata attribuita a Pitagora da Ovidio, con i celebri versi: «Sunt qui cum clauso putrefacta est spina sepulchro, Mutari credant humanas angue medullas»“c’è chi crede che, putrefatta la spina dorsale nel chiuso sepolcro, il midollo umano si trasformi in serpenti” (fr:351/p.94). La tesi trovò sostenitori moderni come Fortunio Liceto e Marc’Aurelio Severino, il quale la difese con una “galante, ed ingegnosa digressione” e argomenti fondati su presupposti che Redi giudica non veri (fr:352/p.94).

L’autore rovescia la credenza affermando di ritenere «che non solo da’ cadaveri umani non nascono mai serpenti, né anguille, come vuole Fortunio Liceto; ma che ne anche s’ingenerino in essi spontaneamente vermi di spezie alcuna» (fr:353/p.94). Una simile affermazione poteva apparire ardita alla luce di passi biblici che ricordano la sorte della carne umana come pasto di vermi: l’Ecclesiaste (19,3), «Qui se iungit fornicariis erit nequam: putredo, et vermes hereditabunt illum»“chi frequenta le prostitute diventa malvagio: putredine e vermi lo erediteranno” (fr:353/p.94-354/p.95); Isaia, «detracta est ad inferos superbia tua … subter te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes»“la tua superbia è precipitata negli inferi … sarai steso sulle tarme e i vermi saranno la tua coperta” (fr:354/p.95); e Giobbe, «putredini dixi: pater meus es; mater mea, et soror mea, vermibus»“ho detto alla putredine: tu sei mio padre; e alla mia madre e sorella, ai vermi” (fr:355/p.95). Redi non nega il fatto, ma distingue: il testo sacro parla in generale senza specificare se quei vermi nascano spontaneamente dalla carne o se vi giungano dall’esterno, depostivi da altri animali, «il che è più probabile, anzi verissimo» (fr:355/p.95). Se si volesse intendere alla lettera la generazione spontanea, si dovrebbe allora credere che dai cadaveri umani nascano non solo vermi ma anche “rignuole, i serpenti, e tutte le altre maniere di bestie”, come minaccia l’Ecclesiastico (10,11): «cum enim morietur homo hereditabit serpentes, et bestias, et vermes»“quando l’uomo muore, erediterà serpenti, bestie e vermi” (fr:355/p.95). Redi ridimensiona questa minaccia assimilandola a quella di Geremia (16,4) sulle carcasse date in pasto a uccelli e fiere, indicando che le carni saranno certamente pastura «de’ vermi partoritivi sopra da varie generazioni di mesche» (fr:356-357/p.95), nati cioè da uova deposte da mosche, come affermato da Luciano nell’encomio della mosca (fr:359/p.96).

Per contraddire le favole sulla trasmutazione delle carni, Redi porta la propria esperienza diretta. Contesta Kiranide, che descriveva le carni di tonno putrefatte sulla spiaggia libica capaci di produrre vermi che si trasformano prima in mosche, poi in cavallette e infine in quaglie: «Niuno oggi si troverà di sì poco ingegno, … il qual non prenda a riso quelle baie» (fr:361/p.96). Egli stesso, pur dichiarandosi l’uomo più incredulo del mondo, volle «più volte vedere oculatamente ciò, che su le carni de’ tonni s’ingenerava, e sempre ne rinvenni il solo nascimento di vermi, i quali secondo la loro spezie si trasformarono poi in mosconi, ed in altre razze di mosche» (fr:361/p.96). In un successivo esperimento, scelse molti dei bachi più grossi nati nel tonno e li immerse in diversi liquidi – vino greco, aceto, succo di limone, agresto, olio, zucchero, sale, salnitro – per verificare se l’olio, noto nemico degli insetti, li uccidesse. Nessuno dei bachi morì: tutti si trasformarono al tempo dovuto in pupe nere e dopo quattordici giorni ne uscirono altrettanti mosconi. Solo quelli che erano stati unti con olio subirono un destino fatale: «i mosconi di quelli appena furono usciti del guscio, che incontanente si morirono; anzi alcuni morirono prima, che dal guscio fossero finiti d’uscire» (fr:362/p.97). Da ciò Redi deduce la veridicità del detto di Galeno, Luciano, Alessandro Afrodisco, Ulisse Aldrovandi e Giovanni Sperlingio secondo cui le mosche, se toccano o vengono unte con olio, muoiono (fr:363/p.97). E ne ebbe conferma spargendo una sola goccia d’olio su una mosca adulta: «in quello stesso momento ella cadeva fuor d’ogni credere morta» (fr:364/p.97).

Riguardo all’asserzione di Aldrovandi e Sperlingio che mosche così uccise possano rivivere se esposte al sole o cosparse di ceneri calde, Redi si mostra scettico e cerca la prova coi propri occhi: «non ebbi fortuna mai di poterne vedere né pur una ritornare in vita, ancorché ostinatamente facessi infinite volte replicarne l’esperienza» (fr:367/p.98). Per verificare se anche l’annegamento potesse essere reversibile, come sostenuto da Eliano, Plinio, Isidoro e molti moderni, immerge otto mosche in acqua resa freddissima con ghiaccio. Dopo un’ora e mezza, una è sul fondo, una delle galleggianti dà segni di vita, le altre sette paiono morte. Esposte al sole, in mezzo minuto due si muovono e volano via; dopo circa tre minuti la mosca che era andata a fondo e altre tre delle galleggianti riprendono a muoversi e ad agitare la proboscide, ma subito dopo si spengono definitivamente; le ultime due non danno mai segno di vita (fr:367/p.98-369/p.99). Dopo numerose altre prove con tempi e temperature diverse, Redi conclude «che quando elle son affogate da vero, a nulla è lor profittevole la forza, e la potenza del sole» (fr:370/p.99). Mette così in dubbio anche la credenza di Columella secondo cui le api morte sotto i favi e conservate asciutte d’inverno, esposte al sole impolverate di cenere di fico dopo l’equinozio, potessero tornare in vita (fr:370/p.99). L’insieme delle esperienze compone una testimonianza rigorosa dell’infondatezza della generazione spontanea e del valore dell’osservazione diretta contro l’autorità degli antichi.


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10 Esperimenti sulla sopravvivenza dei ragni e osservazioni sul cannibalismo animale

Francesco Redi indaga la resistenza al digiuno di insetti e aracnidi nati in cattività e discute criticamente la credenza nel cannibalismo tra animali, alternando esperienze personali e aneddoti.

Il testo si apre con un ritorno alle osservazioni sulle mosche nate dal tonno; Redi nota come queste, appena uscite dal guscio, inizino subito a liberarsi degli escrementi, da lui attribuiti al nutrimento assunto quando erano ancora vermi, aggiungendo un dato fisiologico rilevante: “in quel tempo, nel quale foru vermi, non ho mai veduto, che gettino escrementi di sorta alcuna” – (fr:372/p.99) [nel periodo in cui furono vermi, non ho mai visto che emettessero escrementi di alcun tipo]. Subito dopo, con una dichiarazione di cautela empirica, l’autore ammette: “io non l’ho esperimentato, ma parmi cosa lontana da ogni credere” – (fr:371/p.99) [io non l’ho sperimentato, ma mi pare cosa lontana da ogni credibilità].

L’attenzione si sposta sui ragni. Redi osserva che le mosche nate in vasi chiusi sopravvivono al massimo quattro o cinque giorni senza mangiare, un fatto che non giudica fuori dall’ordinario. Ben più sorprendente gli appare invece la capacità dei ragnetti, nati da uova deposte in vasi sigillati, di vivere molti mesi senza cibo apparente: “cosa più stravagante mi pare, che i ragni nati ne’ vasi chiusi dall’uova de’ ragni possano vivere tanti mesi senza apparente cibo” – (fr:375/p.100) [cosa più straordinaria mi sembra, che i ragni nati in vasi chiusi dalle uova dei ragni possano vivere tanti mesi senza apparente nutrimento].

Per verificarlo, il 5 luglio fa rinchiudere una femmina di ragno in un vaso di vetro coperto da un foglio di carta. Il 12 dello stesso mese osserva che la femmina ha costruito sul foglio un ricovero di tela a forma di mezzo guscio di nocciola rotonda, un “lavorìo” che Redi chiama, riprendendo Aristotele, “seno orbiculato” – (fr:376/p.100) [ricovero orbicolato]. All’interno della cavità si intravedevano moltissime uova bianche, perfettamente rotonde e non più grandi dei granelli di panìco. Il 30 agosto da quelle uova cominciarono a sgusciare ragnetti piccolissimi e bianchi, che subito iniziarono a filare qualche filuzzo di tela, comportamento già notato da Aristotele, il quale – ricorda Redi con una citazione in greco – aveva scritto che i piccoli subito producono ragnatele.

Nei due giorni seguenti finirono di nascere tutte le cinquanta uova. Redi, volendo allora verificare “quanto i piccoli ragni sapevan campare senza cibo” – (fr:377/p.100) [quanto i piccoli ragni sapessero sopravvivere senza cibo], non introdusse nel vaso alcun nutrimento. Il risultato fu che l’8 settembre qualcuno cominciò a morire e nella prima settimana di ottobre erano quasi tutti morti, eccetto tre che rimasero vivi insieme alla madre. La madre morì il 30 dicembre, mentre i tre piccoli sopravvissuti, nei quali “manifestissimamente si conosceva essere qualche poco ingrossati e cresciuti” – (fr:378/p.101) [si riconosceva con evidenza che erano un po’ ingrossati e cresciuti], arrivarono fino all’8 febbraio.

Sulle ragioni di quella crescita Redi formula due ipotesi. La prima, e a suo giudizio più probabile, è che avessero succhiato nutrimento dai cadaveri dei fratelli e della madre morti; la seconda è che la crescita fosse solo apparente, dovuta alla distensione dei corpi. Ciò lo porta ad affrontare la credenza popolare e letteraria secondo cui ogni animale mangerebbe i propri simili, respingendola con forza: “per molti esperimenti fatti, io trovo che nessuna favola fu mai più favolosa di quella, e niuna bugia fu mai udita più bugiarda” – (fr:379/p.101) [per molti esperimenti fatti, io trovo che nessuna favola fu mai più favolosa di quella, e nessuna bugia fu mai udita più bugiarda].

Subito dopo, tuttavia, Redi introduce una serie di esempi che mostrano una realtà più complessa. Ricorda di aver fatto mangiare a un leone carne di leonessa, ma precisa che l’animale non era spinto dalla fame, essendosi già nutrito abbondantemente di carne di castrato quello stesso giorno. Il cannibalismo occasionale è però attestato altrove: “ogni più triviale cacciatore sa per prova, che, se muore qualche cinghiale ne’ boschi, vien divorato dagli altri cinghiali viventi” – (fr:381/p.101, 383) [ogni più modesto cacciatore sa per esperienza che, se muore un cinghiale nei boschi, viene divorato dagli altri cinghiali vivi]; e lo stesso fanno gli orsi e le tigri. A quest’ultimo proposito, Redi racconta un aneddoto che vide come protagonista una tigre femmina inviata dal Bey di Tunisi al Granduca di Toscana: durante il viaggio da Livorno a Firenze, la tigre, che aveva con sé un piccolo di pochi mesi, “non so se per rabbia, o per ischerzo, lo azzannò così gentilmente, che gli spiccò di netto una zampa, o quasi tutta la spalla, […] e la tranghiottì ingordissimamente” – (fr:384/p.102) [non so se per rabbia o per gioco, lo azzannò con tale precisione che gli staccò di netto una zampa, o quasi tutta la spalla, e la inghiottì con grande avidità], benché nella gabbia ci fosse altra carne per sfamarsi.

La casistica si allarga ai gatti castrati che ingoiano i propri testicoli e alle femmine che divorano i piccoli appena nati; lo stesso fanno le cagne. E fra i pesci, il luccio, definito “pesce fierissimo di rapina” – (fr:387/p.102) [pesce ferocissimo predatore], non risparmia i lucci più piccoli, tanto che un luccio di sette-otto libbre può predarne uno di tre-quattro libbre. La scena che segue è descritta come “curiosissima”: il luccio vittorioso nuota con la preda che gli sporge dalla gola per uno o due palmi, trattenendola per molte ore finché la testa dell’ingoiato, introdotta nello stomaco, si intenerisce e si consuma, consentendo al resto del busto e della coda di scivolare dentro. Anche i gavonchi (una specie di anguille predatrici) ingoiano altri gavonchi più piccoli, oltre ad anguille gentili e murene; Redi ne ha trovato più volte gli esemplari nei loro lunghissimi stomaci.

Nell’ultima parte del resoconto, Redi torna ai ragni. Altri esemplari, maschi e femmine, furono da lui rinchiusi in vasi di vetro, ma non si osservò altro che la lunghezza della loro vita senza alimento: alcuni catturati il 15 luglio sopravvissero fino alla fine di gennaio. Registrò inoltre il fenomeno della muta: un ragno, dopo un mese di cattività, “gettò la spoglia sana, ed intera, la quale un altro ragno pareva” – (fr:392/p.103) [gettò la spoglia integra e completa, che sembrava un altro ragno], mentre un altro indugiò a spogliarsene dopo cinquanta giorni. Il fenomeno, nota l’autore, era già stato osservato prima di lui dal medico inglese Thomas Muffet nel suo Teatro degli insetti, il quale sosteneva che i ragni mutano la pelle non una volta all’anno ma ogni mese; Redi, con onestà intellettuale, commenta: “io non ardirei negarlo, né meno affermarlo, non l’avendo veduto” – (fr:395/p.104) [io non oserei né negarlo né affermarlo, non avendolo osservato].


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11 Strutture e Congetture: Il Ragno e il Formaggio nelle Osservazioni di Redi

Un’indagine che muove dall’osservazione minuta di ragnatele per approdare a una critica radicale delle teorie sulla generazione spontanea, tessendo una rete di prove contro il pregiudizio.

Nel vivo del suo metodo sperimentale, Francesco Redi dedica ampio spazio allo studio dei ragni, non solo per confutare le credenze sulla loro nascita, ma anche per svelare i meccanismi della loro ingegnosa architettura. L’osservazione diretta corregge interpretazioni affrettate: anche quando un ragno viene trovato all’interno di una galla, non vi è nato. Redi chiarisce infatti di avervi scoperto “alcun ragnateluccio, il quale nato, ed allevato fuor di quella si è per avventura intanato nel suo foro per ripararsi dalle ingiurie della stagione; in quella guisa appunto che giornalmente veggiamo negli screpoli degli alberi, e ne’ buchi delle muraglie quasi tutti gli altri ragni ricoverarsi” - (fr:414/p.108). Si tratta di un ricovero, non di una culla, chiudendo così la disputa con le esperienze del Mattiuolo con un rinvio ad altre creature, come mosche e vermi, che popolano le galle.

La vera meraviglia, e la difficoltà maggiore, risiede nella capacità del ragno di tendere i fili tra punti distanti senza poter volare. Redi raccoglie e soppesa diverse ipotesi. Una prima, dal sapore aneddotico, narra di un ragno che da uno sportello di carrozza ferma “improvvisamente si lanciò sul cappello d’un Cavaliere” - (fr:417/p.108-418/p.12) in arrivo, suggerendo che possano spiccare salti. Una spiegazione alternativa, più articolata, delinea un comportamento metodico: il ragno fisserebbe il filo a un ramo, si calerebbe a terra, camminerebbe fino al tronco di un altro albero e, risalendovi, “raggomitolino il lor filo, e lo tirino disteso alla giusta, e necessaria proporzione, ed altezza” - (fr:419/p.109).

A testimonianze dinamiche si affiancano meccanismi più statici, legati alla struttura stessa del filo. Un amico riferisce a Redi di aver visto due ragni penzolare dai rami e “si lanciarono l’un contra l’altro, ed essendosi aggavignati per aria, annodarono insieme i lor fili, e amenduni d’accordo si misero a tessere una gran tela” - (fr:420/p.109), unendo le loro forze e le loro pionieristiche strutture. Un’ipotesi alternativa ridimensiona l’abilità a mero caso fortuito: un ragno penzolante, sospinto dal vento, raggiungerebbe per caso un altro albero, e qui, “non essendosi strappato lo stame abbia potuto in quella distanza ordire il suo lavoro” - (fr:421/p.109).

A queste spiegazioni si aggiunge l’autorevole osservazione del Padre Blancano, per il quale il filo del ragno non è affatto un semplice filo liscio, bensì “ramoso, e sfilaccicato, o per meglio dire che egli è un filo dal quale hanno origine molti altri sottilissimi fili, che per la loro innata leggerezza quasi galleggianti nell’aria per ogni verso si stendono” - (fr:423/p.110). È sufficiente che uno di questi filamenti vaganti si impigli per fornire al ragno una via immediata, un ponte aereo già pronto per l’ordito della tela. Redi, pur trovando la cosa ragionevole, confessa di non aver avuto tempo per verificarla; la sua esperienza diretta sul campo nelle strade maestre, con pali di sostegno bassi e carreggiate larghe oltre otto o dieci braccia, lo lascia perplesso su come da un punto così basso i fili laterali potessero raggiungere l’altro lato, come è espresso nel testo che accompagna le tavole sugli insetti - (fr:424/p.110, 425, 426).

Conclusa questa disamina, Redi torna con vigore al suo nucleo argomentativo centrale: la confutazione della generazione spontanea. L’esperimento è brutale e chiaro. Una gran quantità di ragni, uccisi, viene lasciata in un vaso aperto; qui le mosche vi depongono le loro uova, e “que’ cadaveri in breve tempo inverminarono, ed i vermi induriti poi in uova, o crisalidi; dalle crisalidi nacquero altrettante mosche” - (fr:427/p.111). La conclusione è lapidaria: le carni non generano vermi da sé stesse.

Con lo stesso rigore, si accinge a smontare un’altra credenza radicata, quella dei vermi del formaggio, ritenuti prelibatezza da buongustai che si vantano di saperli far nascere. L’opinione del “sapientissimo Pietro Gassendo” è che le mosche, nutrendosi di foglie, vi depositino le loro semenze; queste, ingerite da mucche, capre e pecore, transiterebbero intatte per tutto il corpo dell’animale fino a giungere nel latte e, di conseguenza, nel formaggio. Redi esprime un dubbio profondo su questo passaggio, con una reverenza solo formale verso il grande filosofo, chiedendosi come quei semi possano sopravvivere a un simile percorso: “tritati, e masticati da’ denti degli animali, e nel loro stomaco ritritati, e cotti, e spremuti; quindi alterati forse di nuovo, e dirotti, snervati nell’intestino duodeno per quel ribollimento, che vi fanno il sugo acido del pancreas, e l’umore bilioso” - (fr:429/p.112). La sua contestazione culmina in un’ironica reductio ad absurdum: se ciò fosse possibile, allora da un formaggio fatto con latte di donna, che avesse mangiato certi cibi, si potrebbero generare non vermi, ma muggini o lucci (fr:429/p.112-430/p.12). Una conclusione paradossale che demolisce l’ipotesi dimostrandone le assurde implicazioni.


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12 L’origine dei vermi nei cibi: le esperienze di Francesco Redi contro la generazione spontanea

Attraverso osservazioni controllate su carni, formaggi e latticini, Redi dimostra che gli insetti nascono esclusivamente da uova deposte da mosche, e non per generazione spontanea dalla materia in putrefazione.

Redi allestisce un esperimento semplice e decisivo: colloca un «marzolino» fresco in un vaso di vetro lasciato aperto. Pochi giorni dopo compaiono vermi di due tipi, diversi per grandezza e comportamento.

“Aveva io in un grande alberello di vetro … fatto mettere un meno marzolino de’ più freschi … passati che furono alcuni giorni, vi si videro sopra alcuni vermi … i maggiori erano perappunto come tutti gli altri vermi, che nascono nelle carni; ed i minori … più bizzarri, e più lesti degli altri, con maggiore agilità su pel vetro camminavano, e accodando il muso alla coda, e facendo di se medesimi un cerchio, spiccavano in quà, ed in là vari salti; onde talvolta veniva lor fatto di lanciarsi fuora del vaso” – (fr:432/p.114).

Dopo la fase larvale, entrambi i tipi si trasformano in pupe («si raggrinzarono in uova») e da esse sfarfallano adulti differenti: “dalle ova più grandi scapparono fuora altrettante mosche ordinarie, e dalle più piccole dopo dodici giorni nacquero certi neri moscherini simili alle formiche alate” – (fr:434/p.115). La loro vitalità è tale che “appena che furon nati con grandissima, ed incredibile vivezza, e velocità sfavillando, e volando pareano, per così dire, il moto perpetuo” – (fr:434/p.115). L’accoppiamento poi suggerisce la possibilità di propagazione, benché gli insetti muoiano presto per mancanza di nutrimento.

Il controllo sperimentale è altrettanto stringente. Separando le parti verminose da quelle sane di un marzolino già intaccato, “dalle parti sane non furon generati mai più bachi; e da que’ bachi, che di già eran nati nelle parti verminose, nacquero poi molti di que’ neri moscherini … senza vedersi né pure una mosca ordinaria” – (fr:434/p.115). In una ricotta già bacata, invece, i vermi produssero solamente mosche ordinarie, mentre un raveggiuolo invernino a settembre generò sia mosche ordinarie sia moscerini simili a quelli che si aggirano intorno al vino e all’aceto – (fr:434/p.115). L’esito dipende, dunque, da quali mosche avevano deposto le uova.

Redi estende il ragionamento ai latticini, tradizionalmente creduti soggetti a generazione spontanea. Egli osserva che “né il latte, né il formaggio, né la ricotta, né quelli altri tutti latticini, mai non inverminano, se tenuti sieno in luogo, in cui le mosche, ed i moscherini entrar non portano” – (fr:431/p.113). La cottura non distrugge la virtù generativa dei semi, come insegnava Gassendi: “la cottura, secondo la dottrina del Gassendo, non pare, che porti pregiudizio alla virtù generativa, che posseggono i semi; conciossiecosachè ogn’uno sa, ed ogn’uno vede, che sulla ricotta, e sulle torte di latte nascono i bachi; e pure la ricotta altro non è, che il fiore del siero rappreso al fuoco; e le torte di latte son cotte, rosolate ne’ forni” – (fr:431/p.113). Tuttavia, la presenza di vermi non è imputabile alla cottura, bensì al fatto che “le mosche, ed i moscherini, vi partorivano sopra le loro uova, dalle quali nasceano i vermi, e da vermi le mosche” – (fr:431/p.113).

Perché i marzolini di Lucardo appaiono bacati persino all’interno? Redi, pur ammettendo che “dura cosa parrà a credere, che tutti questi latticini spontaneamente non bachino, vedendosi che aperti i nostri delicatissimi marzolini … molto sovente si trovano bacati nella più interna midolla” – (fr:435/p.116), ne spiega l’origine con un’osservazione morfologica: “i marzolini, prima che bachino, in molti luoghi crepolano, e si fendono; … su quegli screpoli, e su quelle aperture, dalle mosche, e da’ moscherini son partorite l’uova, ed i bachi, i quali, cercando sempre nutrimento più tenero e più delicato, s’internano nella più riposta midolla del marzolino” – (fr:439/p.116, 441).

A sostegno dell’ubiquità delle mosche sui prodotti lattiero-caseari, Redi richiama un celebre passo omerico: “onde quel greco Poeta … nel sedicesimo libro dell’Iliade, verso paragona i Greci, ed i Troiani, che combattevano, e si aggiravano intorno al cadavero di Sarpedone, gli paragona, dico, alle mosche ronzanti intorno alle secchie piene di latte munto nel tempo della primavera” – (fr:436/p.116). Le linee greche, benché corrotte nel testo tràdito, restituiscono il senso dell’immagine: “pn ip eìaptw on tt y<; ayyta fivn . XlV a pa roì vrtpì KXpQv oV«Aior” – (fr:437‑438) [come quando le mosche ronzano attorno ai vasi di latte nella stagione primaverile].

Il principio viene infine generalizzato a erbe e frutti: “così ancora è verissimo, che i frutti, e l’erbe crude, e cotte, nella stessa maniera tenute, non inverminano: e pel contrario lasciate in luogo aperto producono varie maniere d’insetti, or d’una specie, or d’un’altra, secondo la diversità degli animali, che sopra vi portano i loro semi” – (fr:442‑443). La convergenza delle prove esclude qualunque forma di nascita spontanea e riconduce ogni caso di inverminamento all’intervento di mosche o moscerini adulti, che depositano le uova sul substrato.


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13 La varietà delle nascite e lo smascheramento dell’equivoco della generazione spontanea negli esperimenti di Redi

Le decomposizioni di frutti e vegetali diedero vita a molteplici specie di insetti, ma nessuna originò dal nulla: ogni forma visibile derivava da un uovo, anche quando il fango e la terra sembravano generare spontaneamente la vita.

Francesco Redi annota con precisione la molteplicità di insetti che compaiono su un medesimo substrato, segno di una specificità ecologica già chiara al suo sguardo. Su un popone su cui aveva visto posarsi molti mosconi, nacquero piccoli vermi che in quattro giorni si trasformarono in uova e, dopo altri quattro giorni, in altrettanti mosconi; tuttavia non furono i soli: “in una fola erba ho veduta nafeere nello fteffo tempo fette, o vero otto razze di animaletti” – (fr:444/p.118). La stessa porzione di popone tritato, su cui avevano pascolato mosconi, mosche ordinarie e “un’ altra razza di moncherini piccoliflimi , e neri con lunghe antenne” – (fr:445/p.118), generò bachi di diverse dimensioni che, a loro volta, divennero uova di differenti grandezze.

Le dimensioni delle uova determinavano con regolarità il tipo di adulto e i tempi di sviluppo: “Dall’ uova maggiori dopo gli otto giorni lapparono inora mofche ordinarie : da alcune delle minori dopo quattro giorni nacquero mofeioni” – (fr:446/p.118), mentre dalle uova mezzane, dopo una settimana e mezzo, uscirono mosconi più grandi e grossi dei primi. Lo stesso schema si ripeté con cocomero, fragole, pere, mele, susine, agresto, limone, noci e pesche. Nel caso delle pesche conservate in un vaso di vetro – che impediva lo scolo del liquido della putrefazione – Redi poté osservare un dettaglio altrimenti invisibile: “in etto liquore nuotavano molti piccohttìmi vermi, che appena coli’ occhio fi potevano feorgere” – (fr:449/p.119). Da quei vermi, nutriti con la stessa materia decomposta, sfarfallarono mosconi che vissero a lungo e, accoppiandosi, generarono altri bachi, dando l’impressione di una catena che “foiTc quafi andata in infinito , fe più diligenza , e più accuratezza io vi avelli pofta” – (fr:450/p.119).

Non tutti i vegetali ospitavano la medesima fauna. Dalla zucca, tanto cotta quanto cruda, Redi non vide mai nascere altro che mosche ordinarie. Un fatto meritevole di nota riguarda i bachi sviluppatisi su una zucca cotta mescolata con uova e lasciata marcire: questi, giunti al momento di impuparsi, “andavano voltolandoli in quella poltiglia , che appoco appoco attaccandoli loro addotto gli ricopriva tutti , fino a tanto che pareano tante piccole zolle di terra” – (fr:452/p.120). Da quelle zolle sfarfallavano poi le mosche, offrendo una spiegazione limpida dell’errore di chi, non sapendo che dentro ciascuna zolla era celato un uovo, avrebbe creduto che gli insetti nascessero direttamente dalla terra.

Redi utilizza proprio questa apparenza per confutare l’autorità degli antichi. L’equivoco di Plinio – che nell’undicesimo libro della Storia Naturale scrisse che molti insetti volanti nascono dalla polvere umida delle caverne – e, più in generale, la convinzione che fango, belletta di fiumi e paludi generino infinite specie animali, si reggevano sulla medesima illusione ottica. A suggello, lo scienziato chiama in causa Pomponio Mela, che a proposito del Nilo scriveva: “Non pererrat auter~> tantum eam , fed tjìmo fidare exundans ettam irrigai , adeo tffcacibus aquis ad generandum alendumque , <x£ préter id quod fcatet pifctbus , quod Htppopotamos ,Crocodillofque njaftas belluas gigntt ; gltbn etiam infuridat animus , ex ipfaque inumo njitaìta effìnfrat.” – (fr:453/p.120) [Non solo la percorre, ma straripando sotto la canicola la irriga, con acque tanto efficaci a generare e nutrire che, oltre a brulicare di pesci e a generare ippopotami e coccodrilli, grandi bestie, infonde vita anche alle zolle e dalla stessa terra dà forma a esseri viventi]. La citazione, tratta probabilmente dal De chorographia*, condensa la credenza che Redi smonta pezzo per pezzo con l’osservazione diretta: ogni corpo vivente proviene da un uovo e quella terra che sembra generare spontaneamente non è che un involucro costruito dalla larva stessa.


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14 La confutazione della generazione spontanea tra poesia antica e nuovo sguardo scientifico

L’immaginazione poetica e l’autorità degli antichi avevano dipinto una natura capace di plasmare dal fango creature in ogni stadio di formazione. Francesco Redi, osservando la stessa natura con il proprio stupore, smonta questa visione rivelando la debolezza di un’intera tradizione.

Il testo si apre con un riferimento a Ovidio e al primo libro delle Metamorfosi, ma è il passo esteso riportato a dare corpo alla concezione antica: dopo la piena del Nilo, il limo riscaldato dal sole sembra generare vita. «Stc ubi deferuit madidos feptemfluus agros tNilus , (§/” antiquo fua flumtna reddidit alueo , Aethertoque recens exarfit ftdere Itmus ; Plurima cultore njcrfis ammalia glebis Inueniunt , (g^ in his quidam modo capta fub ipfum & ftafcendi jpattum : quidam imperfetta y Jutfque Tronca njident numeri s : eoaem in corpore fdfè Altera pars njiuit ; rudis efl pars altera tellus .»* – (fr:458/p.121) [Così, quando il Nilo dalle sette foci ha abbandonato i campi madidi e ha restituito le sue acque all’antico alveo, e la melma recente si è infuocata alla costellazione eterea, i coltivatori trovano moltissimi animali fra le zolle smosse, e tra questi alcuni colti appena nello spazio stesso del nascere, alcuni imperfetti e tronchi nelle giuste membra, e spesso nello stesso corpo una parte è viva, l’altra parte è terra grezza.]

La generazione è attribuita all’azione congiunta del calore e dell’umido, in un apparente paradosso: «Cumquefit ignis aqu<e pugnax ; T/apor humidus omnes 2(£S creai 9 ffi dtfeors concordia foetibus apta efl .» – (fr:460/p.121) [E sebbene il fuoco sia in lotta con l’acqua, il vapore umido crea tutte le cose, e la discorde concordia è adatta ai feti.] Questo equilibrio instabile spiegherebbe anche la comparsa di creature incomplete, descritte poco prima con parole che sembrano uscire da un mito: «@jr ex parte tam formata , ex parte adhuc terrea wi~ juntur .» – (fr:456/p.121) [i quali in parte già formati, in parte ancora terrei sono veduti.]

Secondo il trattato, tale opinione fu fatta propria da una lunga serie di autorità – Plutarco, Macrobio, Plinio, Eliano – e accolta senza verifiche dalla modernità: «Quefta opinione fu fecondata da Plutarco nelle queftioni convivali : da Macrobio , che la copiò da Plutarco, ne’ Saturnali : da Plinio: da Eliano, c finalmente da una innumerabile fchiera di An- tichi […] furono feguitati fenza penfar più oltre da infiniti ftrittori moderni.» – (fr:461/p.121). La rassegna delle fonti non è solo erudizione; serve a mostrare come il peso dell’autorità abbia inibito il pensiero critico, attirandosi persino una citazione poetica di severo ammonimento.

L’autore, che si rivela essere Francesco Redi, interviene in prima persona per esprimere il proprio sconcerto: «Io medefimo mi ftupifco , confiJciando come dav quelli Autori foffe (limata la natura così poco avveduta nella generazione di quegli animali , c rella tefsitura de loro membri , altri già condotti d’offa , e di carne ; ed altri nello ftesso tempo modellati di pura terra» – (fr:463/p.122). L’argomento è anatomico e logico: una natura che costruisce simultaneamente tessuti vivi e terra inerte appare incongruente. Redi incalza con un dato di presunta osservazione diretta, ricordando che Eliano sosteneva di aver visto con i propri occhi simili esseri in un viaggio da Napoli a Pozzuolo, e che Ovidio ribadì l’immagine nel libro XV delle Metamorfosi: «Semina limus habet utrides generantia ranas : Et generat truncas fedtibus . / Mox afta natanào Crura dat .» – (fr:464-465/p.122) [Il limo ha semi che generano verdi rane: e le genera tronche di arti posteriori. Poi all’aria per nuotare dà loro le gambe.]

Il significato storico del passo risiede nella testimonianza del metodo con cui Redi affronta la teoria della generazione spontanea. La natura non viene più raccontata attraverso la sola mediazione dei poeti antichi, ma interrogata con uno stupore critico che smaschera l’inverosimile. La descrizione ovidiana del limo che partorisce rane con arti ancora da completare non è liquidata come favola, ma usata come prova contro i suoi stessi sostenitori: la precisione del testo antico diventa, nelle mani dello scienziato, la miglior confutazione della pretesa naturalistica che per secoli vi si era appoggiata.


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15 La confutazione sperimentale della generazione spontanea: rane, rospi e l’autorità degli antichi in Francesco Redi

Attraverso il fallimento dell’esperimento di Kircher e l’osservazione diretta dello sviluppo larvale, Redi smonta la credenza nella nascita di rane dal fango, consolidando il metodo sperimentale contro le favole naturalistiche.

Redi dichiara apertamente il proprio scetticismo verso la generazione spontanea, senza tuttavia chiudersi a future evidenze: “Io per ora non mi sento inclinato a crederlo, non avendo per esperienza veduto cosa, che mi appaghi pienamente l’intelletto; son però sempre prontissimo a mutare opinione” – (fr:470/p.123). Questo atteggiamento lo conduce a esaminare con spirito critico una celebre ricetta attribuita al gesuita Athanasius Kircher. L’esperimento prometteva di generare rane dalla polvere di fossi disseccati, impastata con acqua piovana e scaldata al sole. La descrizione è ripresa fedelmente: “Piglia la polvere della melma di quelle paludi, e di quei fossi, dove le rane avranno fatti i nidi; Impastala con acqua piovana, e nelle mattine di state mettila ad un tiepido calore di sole in vaso di terra, […] e ci vedrai primieramente gonfiarsi certe bolle, dalle quali esce gran numero di ranuzze bianche, le quali anno solamente i due soli piedi anteriori” – (fr:477/p.125). Redi confessa di non aver mai ottenuto tale risultato, nonostante ripetuti tentativi, e attribuisce il fallimento a un impedimento legato al periodo di raccolta del materiale: “io feci sempre l’esperienza per appunto, come l’insegna il Padre Atanasio, e per farla mi servii della polvere di que’ fossi, che son rimasi rasciutti; ma questi non rimanendo asciutti per lo più se non di state, nel qual tempo son di già nate tutte l’uova, o semenze delle rane, non è maraviglia se non essendo uova tra quella polvere, non sieno da essa nate le rane” – (fr:482-483/p.126). Qui Redi sposta il discorso dal magico al biologico: la comparsa di rane non è creazione dalla materia inerte, ma schiusa di uova preesistenti.

A sostegno di questa tesi, Redi introduce la propria osservazione diretta della metamorfosi degli anfibi, contrapponendola agli errori tramandati da Plinio e Rondelet. La sua descrizione anatomica è precisa: “io ho però osservato, che quando le rane nascono ne’ fossi, o ne’ paludi, elle nascono in figura di pesce, non co’ soli piedi anteriori ma senza verun piede, con lunga coda, piatta, e per così dire tagliente” – (fr:484/p.126). Solo in seguito compaiono prima le zampe anteriori, poi quelle posteriori, mentre la coda si riassorbe senza mai dividersi per formare arti: “passato certo tempo si spogliano della coda, la quale non si divide in due parti per formar le gambe, come Plinio, il Rondelezio, e tanti altri scrittori anno creduto” – (fr:484/p.126). L’analisi anatomica è rafforzata dall’invito a usare il coltello anatomico e ad allevare le larve in un vivaio per seguire la progressione, segno della centralità dell’esperienza ripetibile.

Il medesimo approccio decostruisce un’altra diceria popolare, quella delle “ranuzze” o “botticine” che si credeva piovessero dalle nuvole o nascessero all’istante dalla polvere bagnata. Redi nota che questi animaletti, quando compaiono dopo uno scroscio d’acqua, sono già da giorni rifugiati nella terra secca: “quelle ranuzze, le quali si veggono, quando viene qualche spruzzaglia di pioggia, anno avuto il lor natale molti giorni avanti, e si trattengono nell’asciutto, e s’acquattano […] e perché son del colore di essa terra, non è così facile, quand’elle stan ferme, e rannicchiate, che l’occhio tra la polvere le possa distinguere” – (fr:487/p.127). La prova fisiologica è immediata: lo stomaco pieno di cibo e le budella cariche di escrementi testimoniano una vita precedente, e Redi attribuisce questa scoperta nientemeno che a Teofrasto, citato tramite Fozio, “infin nell’Olimpiade centoquattordicesima, o poco dopo, ne’ tempi del primo Tolomeo Re di Egitto, ella fu recitata nella scuola peripatetica da Teofrasto Eresio successor d’Aristotile” – (fr:487/p.127).

Il testo è punteggiato da marcatori di figure (fr:473 e fr:485, entrambi “INT.”), che segnalano la presenza di illustrazioni a corredo, e da riferimenti letterari: Redi immagina che le rane fossero morse da un “idro” o da serpenti velenosi simili a quelli della settima bolgia dantesca, citando direttamente i versi “Ed ecco ad un, ch’era da nostra proda, / S’avventò un serpente, che ’l trafisse / Là, dove ’l collo alle spalle s’annoda” – (fr:471/p.123). L’inserzione del poeta toscano trasforma la discussione naturalistica in un dotto contrappunto tra autorità antica e moderna, mentre la prosa di Redi – con i suoi brani in volgare seicentesco e le numerose riprese di Aristotele, Plinio e Alcazuino – testimonia il passaggio dalla compilazione erudita alla verifica sperimentale, fondamento della biologia moderna.


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16 Dalle cacce ad Artimino all’anatomia dei “Cavallucci”: un’osservazione di Francesco Redi con Niccolò Stenone

Un divertissement di villa diventa una testimonianza del metodo sperimentale seicentesco: Redi e Stenone sezionano bacherozzoli trovati tra le scope, ne contano le uova e ne sperimentano la sorprendente vitalità.

Mentre Francesco Redi soggiornava presso la corte medicea ad Artimino, durante il mese di settembre, gli furono portati moltissimi esemplari di una terza specie di insetti che il padre Kircher aveva illustrato come nata da paglia e giunchi imputriditi. I contadini del luogo li chiamavano “C^uallucci” e Redi notò subito che si presentavano in due varietà: “gli uni aveano il colore tutto verde con due linee bianche paralelle diftese da lati per tutta la lunghezza del corpo loro, e gli altri erano di color tutto ruggimoso” – (fr:497/p.137). I due gruppi avevano in comune “due cornetti in testa composti di molti, e molti nodi, o articoli” (fr:498/p.137), ma nei verdi essi erano “di color rofligno”, mentre negli altri assumevano la tinta del resto del corpo (fr:499/p.137).

La descrizione morfologica è minuziosa: il capo, “piccoliflmo, minore d’un granello di grano”, porta occhi “duri, e rilevati, e più piccoli d’un seme di papavero” – rosso nei verdi – e una bocca “fatta come quella delle cavallette” (fr:500-501/p.137). Il corpo è sostenuto da sei zampe, ciascuna con tre articolazioni, e le prime due nascono proprio sotto l’attaccatura del capo (fr:504/p.138). La porzione compresa fra le ultime zampe e l’estremità caudale è segnata da “dieci anelli, o incisure, o nodi”, dall’ultimo dei quali “spuntano due sottiliflmi pungiglioni” (fr:505/p.138). La lunghezza complessiva non supera “cinque dita a traverso”, e il diametro è generalmente uniforme; soltanto le femmine, con il ventre più gonfio e di forma romboidale, rivelano un addome più o meno rigonfio “secondo che è maggiore, o minore il numero dell’uova” (fr:506/p.138). Tanto i maschi quanto le femmine compiono la muta “in quella guisa, che fan le serpi, i ragni, ed altri insetti”, lasciando “una bianca, e sottiliflma tunica della steffa figura del lor corpo” (fr:507/p.138).

La presenza di Niccolò Stenone permise a entrambi di trasformare l’occasione in un’indagine anatomica. “Ci venne ad ambodue in pensiero d’osservar le viscere”, racconta Redi, e con la sezione scoprirono che dalla bocca partiva un canaletto che, percorrendo l’intero corpo fino a un forame vicino all’ultimo nodo caudale, “fa l’ufizio di esofago, di stomaco, e di budella”; intorno a esso trovarono “un confuso ammaflamento di varj, e diversi filuzzi, che son forse vene, ed arterie” (fr:509/p.139). Dalla metà del corpo fino alla coda si estendeva “un gran numero di uova legate insieme, o vertice da un filo o canale”, tanto sottile da non potersi discernere (fr:510/p.139). Le uova, “non più groffe de’ granelli di miglio”, erano in parte molli e giallastre, in parte più dure con guscio nero; in un solo animale ne contarono fino a settanta, e un altro, tenuto chiuso quattro giorni senza cibo, dopo aver deposto venticinque uova nella scatola ne serbava ancora in corpo quarantotto (fr:511/p.139).

L’osservazione più singolare scaturì dalla constatazione che, pur privati delle viscere, gli animaletti “continuavano a vivere, e a muoversi, in quella guisa appunto, che fanno le vipere sventrate, ed altri molti insetti” (fr:512/p.139-513/p.140). Decapitandone alcuni, la testa isolata sopravviveva per breve tempo, mentre il busto senza capo “vivacissimamente per lungo tempo brancolava”. Di qui la decisione, “per ischerzo, e per un giuoco da villa”, di riattaccare il capo sul corpo: l’operazione riuscì con la stessa facilità con cui, nell’Orlando Furioso, l’incantatore Orrilo si riuniva le membra tagliate – “Più volte l’han smembrato, e non mai morto, / Né per smembrarlo uccider si potea, / Che se tagliato, o mano, o gamba gli era, / La rappiccava, che parea di cera” (fr:513-514/p.140). I versi, con il richiamo all’argento vivo degli alchimisti, chiudono l’episodio in chiave colta e ironica.

Al di là del divertimento cortigiano, il passo racchiude una solida testimonianza scientifica. Redi documenta con precisione l’esistenza di due sessi, la presenza di uova in numero rilevante e un’organizzazione anatomica interna ben definita, confutando implicitamente la pretesa di Kircher che simili animaletti nascessero per generazione spontanea dai vegetali imputriditi. L’incontro con Stenone, la dimensione quantitativa del conteggio e la scrittura limpida e vivace fanno di questo stralcio un manifesto del metodo sperimentale seicentesco, saldamente ancorato all’esperienza diretta e sorretto da un mecenatismo scientifico d’avanguardia.


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17 Le piante marce, i funghi e le mosche: Francesco Redi contro le favole degli antichi

L’esame minuzioso di erbe, funghi e altri materiali in decomposizione diventa occasione per confutare racconti meravigliosi e per mostrare come ogni ‘nascita’ di vermi e insetti dipenda dall’opera di animali adulti che vi depongono i propri semi.

Redi conduce il lettore in un percorso di osservazioni che mina alla radice l’idea di una generazione spontanea degli insetti. Comincia dal dato più semplice e replicabile: sulle erbe che imputridiscono compaiono sempre vermi, dai quali si sviluppano mosche comuni, ma spesso anche una moltitudine di minuscoli animaletti volanti. La ricchezza delle forme che si producono a partire da un’unica pianta è sorprendente, al punto che «da una pian- ta fola moltiflìme generazioni di animaletti volanti , e così minuti , che con molta ragione alcuni di e Ili furono da Tertulliano chiamati unius punBi ammalia» – (fr:527/p.145). Nel ricordo di Redi, sull’issopo, sullo spigo e sull’iperico nacquero, oltre alle mosche ordinarie, otto o nove razze diverse di moscerini, diversissimi nella figura.

Questa varietà non rappresenta però alcun prodigio. La meraviglia che Dioscoride e Plinio avevano attribuito al basilico masticato ed esposto al sole, capace di produrre bacolini, viene ridimensionata con un semplice dato sperimentale: lo stesso fenomeno si verifica su qualsiasi erba. La costanza con cui Redi osserva i vermi comparire su ogni specie vegetale infracidata lo porta a formulare una spiegazione precisa, che chiama in causa non una forza generatrice della materia morta, ma l’intervento di animali adulti: «tale accidente è co- mune a tutte queli erbe , fu le quali fon portati dagli animali i femi de’ vermi»* – (fr:526/p.145). È l’idea dei “semi” (uova) trasportati dagli insetti, che toglie all’evento ogni alone miracoloso e lo restituisce a un ordine causale naturale.

Non tutti gli esperimenti riescono secondo i desideri dello studioso. Sul prezzemolo Redi trova bachi simili a quelli che si trasformano in mosche, ma questi risultano pelosi, capaci di balzi improvvisi prima di fissarsi; la stagione avanzata, verso la fine di novembre, li uccide prima che possano trasformarsi in uova o dare origine a qualcosa di osservabile. Così, la fortuna non gli è favorevole: «non mi fu favore- vole la fortuna nel farmi vedere ciò , che ne fa- rebbe nato 3 imperocché morirono tutti , avanti che in uova, come gli altri, fi conduceffero , e fi fcr- maffero» – (fr:529/p.146). La morte precoce dei bachi, imputata al freddo, resta nel racconto come un limite materiale dell’indagine, mai come una smentita della regola generale.

Più acuto diventa il confronto con le auctoritates quando Redi chiama in causa Plinio e Zeze a proposito del miele. Plinio, nel ventunesimo libro della Storia Naturale, narra che sul monte Carina, nell’isola di Candia, non si trovino mosche e che il miele prodotto in quel luogo non venga mai toccato da esse: una singolarità che serviva per selezionare il miele medicamentoso. Zeze aggiunge che lo stesso accade per il miele attico, dove l’abbondanza di timo, con il suo odore acuto, terrebbe lontane le mosche. Michele Glica nei suoi Annali greci ripete la medesima ragione. Redi però rovescia la credenza con l’esperienza toscana: «io ho vedute le mofche partorir le loro uova, ed i loro vermi nel timo ; e da que vermi nafeerne le mofche , e quelle mofche golofamentc man- giarli non folamente il mele allungato con la decozione del timo , ma eziandio trangugiarli un* S lattuario» – (fr:534/p.146). La compresenza di mosche che depongono uova nel timo e che poi mangiano avidamente il miele addizionato con decotto di timo o un elettuario composto con foglie di timo e miele smonta l’antica favola. Con tono cauto ma fermo, Redi concede che forse ai tempi di Plinio la storia era veridica, ma in Toscana oggi essa «noverar fi potefle tra le favole»* – (fr:536/p.147).

L’universalità del fenomeno non si limita alle carni, ai pesci, alle erbe e ai frutti; per Redi è altrettanto vero che anche tutte le specie di funghi costituiscono un nido proporzionatissimo per mosche e altri animaletti volanti. Tuttavia introduce qui una distinzione decisiva: quella tra funghi già colti, ormai morti e putrefatti, e funghi ancora vivi, radicati in terra o sugli alberi. I primi si comportano come ogni altra sostanza organica in decomposizione, mentre i viventi generano un altro tipo di bachi. Questi ultimi non si trascinano strisciando, bensì camminano con piedi simili a quelli dei bachi da seta; e se i vermi delle mosche hanno un muso lungo e aguzzo, quelli dei funghi vivi hanno il muso corto e schiacciato, con una fascia nera. Finito di crescere, tali bachi abbandonano volontariamente il fungo che li ha nutriti e, invece di trasformarsi in uova, si fabbricano intorno un piccolissimo bozzolo di seta. Da ogni bozzolo, dopo giorni determinati, esce un animaletto volante: a volte una zanzara, a volte una moschetta nera con quattro ali, a volte una moschetta pure nera e dotata di quattro ali con il ventre allungato a forma di coda simile a quella dei serpenti (fr:536‑537).

Davanti a queste diverse nascite nei funghi viventi, Redi si interroga sulla causa efficiente prossima e la assimila a quella che genera insetti nelle piante vive e nei frutti viventi. Richiama l’opinione di Fortunio Liceto il quale, coerente con l’impossibilità che l’anima vegetativa produca un’anima sensitiva, postula che le piante traggano dalla terra particelle di anima sensitiva esalate dagli escrementi o dai corpi morti e viventi degli animali. Liceto aggiunge che dagli stessi corpi evaporano atomi o corpuscoli pregni di anima sensitiva, che volando per l’aria e attaccandosi alle cime delle piante, alle foglie e ai frutti rugiadosi provocherebbero la nascita dei bachi (fr:537/p.148, 539). Redi riporta questa dottrina senza farla propria, includendola tra le varie opinioni dei filosofi, ma l’intero impianto del suo discorso, fondato sull’osservazione delle uova deposte dagli insetti e sulla riproducibilità dei fenomeni, spinge piuttosto a cercare altrove la spiegazione.

Così, tra vermi di prezzemolo morti per il freddo, mosche che divorano il miele timato e funghi che allevano creature a sé stanti, il testo di Redi offre una testimonianza esemplare del metodo sperimentale seicentesco: l’autorità degli antichi non viene rifiutata per partito preso, ma messa alla prova, verificata o smentita con lo studio diretto dei fatti, in un percorso che, da esperienze minute sugli insetti, contribuisce a far crollare l’antico edificio della generazione spontanea.


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18 La generazione degli insetti nelle piante: tra osservazione e teoria vitalistica

Francesco Redi, confutando la generazione casuale, propone una teoria della “virtù” generativa intrinseca alle piante per spiegare l’origine degli insetti in frutti e galle, basandosi su un’osservazione meticolosa e annunciando un futuro trattato illustrato sull’argomento.

Redi introduce l’argomento presentando e criticando le opinioni altrui. La tesi prevalente, attribuita a Pietro Cadendo, sostiene che i vermi nascono nella polpa dei frutti a causa dei semi lasciati dalle mosche e da altri insetti sui fiori, i quali, “rinchiuſi, e imprigionati poi dentro a frutti , coi* aiuto del calore della maturazione divengano vermi” - (fr:540/p.149). L’autore liquida queste e altre idee come già discusse, preferendo esporre il proprio parere, secondo cui “i frutti , i legumi , gli alberi, e le foglie, in due maniere inverminalfero”* - (fr:541/p.149).

La prima maniera è convenzionale e non esclude l’azione esterna: i bachi, provenendo dall’esterno, “col rodere fi aprono la ftrada, ed arrivano alla più interna midolla de’ frutti, e de* legni” - (fr:542/p.149). La seconda maniera, di gran lunga più originale e centrale nel pensiero di Redi, configura un’ipotesi vitalistica. Egli ritiene verosimile “che quel!* anima, o quella virfi, la quale genera i fiori, ed i frutti nelle piante, fia quella ftefla , che generi ancora i bachi di effe piante” - (fr:543/p.149-544/p.150). Da questa idea scaturisce una riflessione quasi finalistica: la produzione di molti frutti potrebbe non avere uno scopo primario e autonomo, ma rappresentare un “uſiſio fecondarlo, e fervile, deftinato alla generazione di que’ vermi , fervendo a loro in veco di matrice”* - (fr:545/p.150), un luogo di dimora temporanea fino al momento della schiusa.

La prova fondamentale di questa tesi risiede nella struttura delle galle, come le coronate e i ricci capelluti delle querce. Redi descrive un processo interno e finalistico: al centro della galla si trova un uovo che “col creſcere , e col maturarfi di effa gallozzola va crefeendo c maturando anch’ egli” - (fr:545/p.150). Il culmine del processo è la metamorfosi: il verme “quando la gallozzola è finita di maturare… diventa , di verme , che era , una^ mofea ; la quale rompendo l’uovo, e cominciando a roder la gallozola , fa dal centro alla circonferenza una piccola , e fempre ritonda ftrada” - (fr:547/p.151). L’osservazione della costanza di questi fenomeni porta Redi a cambiare radicalmente opinione. Inizialmente sospettava, come i suoi contemporanei, che le galle fossero semplici tumori causati dalle punture delle mosche, le quali vi avrebbero deposto un seme. Confessa candidamente: “Io vi confeffo ingenuaméte,che prima d’aver fatte quelle mie efperienze intorno alla generazione degl’infetti, mi dava a credere… che le gallozzole foflero una malattia cagionata nelle quercie dalle punture delle mofche” - (fr:548/p.151). L’osservazione diretta smentisce questa ipotesi casuale.

Una serie di riscontri empirici rafforza la confutazione della generazione accidentale. Redi nota la presenza di bachi in frutti e legumi che nascono completamente chiusi e protetti, e soprattutto la regolarità assoluta nella nascita delle galle: “tutte le gallozzole nafcon fempre coftantemente in una determinata parte de’ rami , e fempre ne’ rami novelli” - (fr:551/p.152), su specifiche nervature delle foglie e con orientamenti costanti rispetto al suolo. Osserva inoltre che le vescichette contenenti vermi su foglie di olmo e leccio sono già visibili, seppur minuscole, quando le foglie stesse spuntano, e “vanno crefeendo al crefcere di efle foglie” - (fr:553/p.153). Conclude perciò di poter “più probabilmente credere , che la generazione degli animali nati dagli alberi, non fia una generazione a cafo” - (fr:555/p.153), sottolineando come ogni tipo di galla ospiti sempre “le proprie , e determinate razze di bachi , di mofche, e di mofcherini ; le quali mai non variano” - (fr:555/p.153).

La descrizione si sofferma anche sulla raffinata architettura interna della galla. Redi loda la “maftria ufata dalla natura nel formare queir uovo , e nel preparargli il luogo… corredato di tante fibre , e fili… quafi altrettante vene , ed arterie, che conducono l’opportuno fufiidio” - (fr:557/p.154), nutrimento essenziale per lo sviluppo del baco. L’esperimento conferma la dipendenza vitale della galla dalla pianta madre: se una galla coronata viene colta “fubito , che fpunti dall’ albero… quefta galla mai non baca” - (fr:558/p.154). Se colta con un uovo ancora troppo acerbo, l’uovo “va male , c non conduce il verme alla maturazione” - (fr:558/p.154). Queste osservazioni rivelano un processo con un “determinato , e prefiffo termine” - (fr:558/p.154), che varia a seconda della razza di galla, conducendo alla schiusa in stagioni diverse o persino dopo “lo fpazio intero di due anni, e oltre” - (fr:560/p.155).

A questo punto, Redi si rimette a un futuro lavoro più ampio, rivelando l’esistenza di un progetto editoriale in corso. Preannuncia la pubblicazione di una “particolare , e curiofa Storia de mi , e dmerfi frutti , ed animali , che dalle quercie , e da altri alberi fon generati” - (fr:561/p.155). L’opera, resa possibile dal mecenatismo del Granduca, sarà corredata da numerose illustrazioni realizzate dal pennello di Filizio Pizzighi, un dettaglio che sottolinea l’importanza attribuita alla documentazione visiva nell’indagine naturalistica.

Infine, Redi torna con decisione sulla sua ipotesi vitalistica, respingendo le obiezioni scolastiche che impedirebbero di credere “che una cofa meru nobile non poffa generarne una più nobile della generante” - (fr:563/p.156). L’esempio delle galle gli pare sufficiente a sgombrare ogni dubbio. Dichiarando apertamente di farsi beffe di tali argomentazioni, liquida i concetti di nobile e ignobile come “termini incogniti alla natura , ed inventati per adattargli al bifogno delle opinioni or di quefta , or di quella fetta” - (fr:563/p.156). Conclude, quasi con una sfida retorica, che non vede quale scandalo o paradosso vi sarebbe nell’affermare “che le piante , oltre alla vita vegetativa , godettero ancora la fenfibile, la quale le condizionafle, e le faceffe abili alla generazione degli animali , che da eße piante fon prodotti” - (fr:563/p.156), postulando per il mondo vegetale una forma di sensibilità funzionale alla generazione animale.


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19 Favole poetiche e dottrina nascosta: la critica di Redi alle credenze sulla sensibilità delle piante

Per sostenere l’opinione della sensibilità vegetale, Francesco Redi rifiuta le prove mitologiche e favolose, invitando a cercare la verità sotto il velo delle narrazioni poetiche.

Il passo, tratto con ogni probabilità dalle Esperienze intorno alla generazione degli insetti di Francesco Redi, si inserisce in una discussione sulla sensibilità delle piante, tesi per la quale Redi dichiara esistano ben «149 ragioni laudevoli» a favore. Nel presentare la propria argomentazione, lo scienziato toscano sceglie però di non servirsi delle «prove» tradizionali tratte dal mito e dalla favola. Così, dopo aver citato il nobile Orazio Ricasoli Rucellai che nei suoi Dialoghi dell’Anima fa «parlare altamente» Vincenzio Mannucci con solide ragioni, Redi prende nettamente le distanze dalle credenze irrazionali. Non intende addurre, a sostegno della sensibilità delle piante, il racconto pliniano secondo cui Pitagora vietava le fave perché in esse si nascondevano le anime dei morti, né la «favolosa virtude» attribuita allo stesso legume in certi manoscritti filosofici sotto il nome di Origene: qui si narrava che il filosofo caldeo Zareta, maestro di Pitagora, sostenesse che le fave macerate al sole sprigionassero un odore simile al seme umano e che, rinchiuse in un vaso sepolto, prendessero dapprima la forma di una parte vergognosa femminile e poi quella di un capo di bambino. Redi evita volutamente di riportare le parole greche di Origene o di Epifanio, rimandando semmai il lettore alle «erudite osservazioni fatte sopra Laerzio Diogene da quel grandissimo, e gentilissimo letterato, e nostro comune amico, e accademico Egidio Menagio».

«Per prova parimente della suddetta sensibilità delle […]» - (fr:574/p.158) [Per provare parimenti la suddetta sensibilità delle…]

Il discorso prosegue escludendo altre celebri immagini poetiche di piante animate: Redi non vuole rammentare «i virgulti di Tracia animati dallo spirito del morto Polidoro» (Virgilio), «i giardini di Alcina mentovati dall’Ariosto», o «le boscaglie inventate dal Boiardo e dal Berni». Né intende richiamare alla memoria l’orrida selva del secondo cerchio dell’Inferno dantesco, dove il tronco reciso grida e sanguina, pronunciando i celebri versi:

«Però, disse ’l maestro, se tu tronchi / Qualche fraschetta d’una d’este piante, / Li pensier ch’ài si faran tutti monchi» - (fr:576/p.159)

«Allor porsi la mano un poco avante, / E colsi un ramuscel da un gran pruno; / E ’l tronco suo gridò: “Perché mi schiante?”» - (fr:576/p.159)

«Da che fatto fu poi di sangue bruno, / Incominciò a gridar: “Perché mi scerpi? / Non hai tu spirto di pietate alcuno?”» - (fr:577/p.159)

«“Uomini fummo, e or semo fatti sterpi: / Ben dovrebb’esser la tua man più pia, / Se state fossimo anime di serpi”» - (fr:578/p.159)

«Come d’un stizzo verde ch’arso sia / Dall’un de’ capi, che dall’altro geme / E cigola per vento che va via» - (fr:579/p.159)

«Così di quella scheggia usciva insieme / Parole e sangue; ond’io lasciai la cima / Cadere, e stetti come l’uom che teme» - (fr:580/p.159)

Per Redi, queste invenzioni, «a prima giunta considerate, e senza molto inoltrarsi, son sole bizzarrissime de’ poeti» (fr:581/p.159), ovvero trovate fantastiche create «per dar pasto alla plebe, ed agli uomini ignoranti» (fr:582/p.160). Tuttavia, con un improvviso scarto, lo scienziato invita i lettori dotti a non fermarsi alla superficie, citando lo stesso Dante: «Ma voi ch’avete gl’intelletti sani, / Mirate la dottrina, che s’asconde / Sotto ’l velame de li versi strani» (fr:582/p.160). Esiste dunque una verità profonda celata dalle immagini poetiche, una dottrina che non va esibita banalmente. A suggellare il concetto, Redi ricorre ai versi del poeta burlesco Francesco Berni: le cose belle e preziose non si devono portare scoperte, perché non siano imbrattate dai porci; la natura stessa nasconde l’oro, le gemme e le perle sotto la terra, e le frutta dietro spine e cortecce, insegnando che i segreti vanno difesi dalla superficialità. Anzi, la giustizia divina vuole che il bene sia concesso solo come premio alla fatica di chi lo cerca:

«E son ben smemorati e pazzi quelli / Che fuor portando palese il tesoro, / Par che chiamino i ladri, e gli assassini, / E ’l diavol che gli spogli, e gli rovini» - (fr:583/p.160)

«Perch’anche par che la giustizia voglia, / Dandosi il ben per premio e guiderdone / Della fatica, a chi che n’ha voglia» - (fr:584/p.160)

La testimonianza è di notevole valore storico-scientifico perché mostra il metodo argomentativo di Redi: da un lato, la volontà di liberare l’indagine naturale dalle incrostazioni mitologiche e superstiziose; dall’altro, la convinzione, tipica dell’umanesimo scientifico secentesco, che la poesia possa custodire, sotto il velo dell’allegoria, verità degne di essere indagate, purché si abbia la disciplina e la fatica necessarie per estrarle dalla scorza che le protegge. L’opinione sulla sensibilità delle piante – vera o presunta che sia – viene così collocata in un orizzonte in cui la nuova scienza si confronta con la tradizione letteraria, respingendone gli abusi ma non disdegnandone le potenzialità euristiche.


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20 Sensibilità vegetale e generazione dei viventi nell’indagine di Francesco Redi

L’osservazione diretta e l’analogia con le patologie umane sono usate per confutare l’idea che il movimento sia l’unica prova del senso, sostenendo la sensibilità delle piante e indirizzando l’indagine verso la generazione costante dei vermi.

Redi introduce il problema della sensibilità delle piante a partire da un’esperienza diretta. Descrive il ritrovamento, durante un soggiorno a Livorno nel mese di marzo, di un organismo marino dall’aspetto ambiguo: “un certo pomo, o frutto marino abbarbicato nella terra tra gli screpoli di uno scoglio: la grossezza, e la figura di esso pomo era come quella di una arancia di mediocre grandezza, di quel colore per appunto, che anno i funghi porcini, che però fungo marino da i pescatori è chiamato” - (fr:593/p.162). L’osservazione della sua struttura interna rivela un fenomeno sorprendente. Sebbene l’interno della cavità apparisse come una sostanza inerte, contenente solo “certa acqua limpidissima sale, ed alcuni fili bianchi” - (fr:594/p.162), appena Redi inizia a pungerlo e tagliarlo con il coltello, l’organismo manifesta una reazione inequivocabile: “vidi manifestissimamente, che moto avea, e senso, raggrinzandosi, ed accartocciandosi ad ogni minimo taglio, e puntura” - (fr:594/p.162, 593). L’accostamento delle frasi mostra come un corpo apparentemente semplice e privo di organi complessi reagisca agli stimoli offensivi in modo analogo a un essere senziente.

L’autore allarga subito il discorso a una categoria più ampia di viventi, chiedendosi retoricamente se le spugne, classificate da alcuni esperti tra le piante, non mostrino la stessa reattività: “E le spugne, che pur da alcuni valentuomini sono noverate tra le piante, non si scontorcono elleno, e non si raggrinzano quando son toccate, ed offese?” - (fr:597/p.163). Viene così superata la barriera tra piante terrestri e organismi marini, accumunati dalla capacità di rispondere alle offese. La riflessione si sposta sulle piante in generale, riconoscendo che mancano prove conclusive sia per affermare sia per negare la loro sensibilità: “io so molto bene, che non v’è motivo, ne conghiettura, nè prova, nè ragione concludente, non tanto per la parte affermativa, quanto per la negativa” - (fr:592/p.162). Tuttavia, Redi sottolinea come le piante condividano con gli animali funzioni fondamentali quali nutrizione, crescita e riproduzione, e manifestino comportamenti finalizzati come la ricerca della luce e dell’aria aperta o la torsione per evitare influssi dannosi. L’argomentazione culmina in un’ipotesi suggestiva: se le piante non fossero radicate al suolo e possedessero organi per la favella, fuggirebbero gli aggressori ed emetterebbero lamenti: “e chi s’elle gambe avessero, e non fosser così altamente radicate in terra, che non fuggissero da chi vuole offenderle, ed offese, e Graziate non facessero i lor versi, ed i loro lamenti, se organi possedessero disposti, e proporzionati all’opra della favella?” - (fr:592/p.162). A sostegno di questa visione, l’autore richiama l’autorità della tradizione poetica toscana, citando Virgilio e Dante, quasi a suggerire che le loro favole contenessero una verità naturale: “E chi sa che Virgilio, Dante, e gli altri Toscani poeti con quelle lor favole non volessero insegnarci, che le piante non sono affatto prive di senso?” - (fr:591/p.161). In chiusa di questo passaggio, Redi invita con tono polemico a non lasciarsi ingannare dalle apparenze superficiali e a non derubricare tali idee a semplici “Sogni d’infermi, e fole di romanzi” - (fr:590/p.161), esortando invece a una comprensione più profonda.

Per consolidare la sua tesi, l’autore introduce un’analogia clinica tratta dalla patologia umana, che demolisce l’equazione tra moto e senso. Ricorre all’esempio della paralisi per mostrare la possibile dissociazione delle due funzioni: “Nella paralisi accade talvolta, che in qualche membro si perda il senso, restando libero il moto, e talvolta si perda totalmente il moto senza minima offesa del senso” - (fr:598/p.163). Nel caso di un arto immobile ma ancora senziente, solo la capacità del malato di lamentarsi e comunicare il dolore rivela la persistenza del sentire: “Or chi direbbe in quello secondo avvenimento, che in quel membro paralitico, ed immobile fosse rimaso il sentimento, se il malato non avesse bocca, ne voce da poterlo significare, e non si lagnasse alle punture, ed agli strazzi, che per rendergli la saluto dal chirurgo gli son fatti?” - (fr:598/p.163). Simmetricamente, l’arto che si muove liberamente potrebbe essere privo di sensibilità, senza che un osservatore esterno possa accorgersene senza un segnale comunicativo del paziente: “similmente vedendosi libero, e franco il moto in un altro membro, chi crederebbe giammai, che non vi fosse anco il sentire se’l malato stesso non ne desse contrassegni?” - (fr:599/p.163). Da ciò deriva una conclusione netta che ridimensiona il valore del movimento come indicatore necessario di sensibilità: “Adunque il moto in che che sia non è argomento certo, come alcuni vogliono, per provare il senso” - (fr:600/p.163). L’argomento serve a Redi per giustificare come la reazione di un organismo vegetale, pur non essendo un movimento animale, possa comunque essere manifestazione di senso.

L’intera trattazione sulla sensibilità, tuttavia, non è il fine ultimo del discorso, bensì un preludio. Redi dichiara di lasciare a ciascuno la libertà di credere ciò che più aggrada, per ricondurre il lettore al suo obiettivo principale. Le esperienze condotte lo hanno persuaso di un fatto preciso riguardante l’origine dei vermi riscontrabili nei tessuti vegetali viventi: “per venire al mio principale intento bastami d’aver detto, che per l’esperienze fatte mi sento inclinatissimo a credere, che la generazione de’ vermi nell’erbe, negli alberi, e ne’frutti viventi non abbia una generazione a caso, ma sempre costantemente la stessa, e che le razze di que’ vermi si convertano poi quasi tutte” - (fr:601/p.163). L’affermazione sposta il baricentro dell’indagine dalla questione filosofica della sensibilità a quella biologica della generazione, stabilendo un principio di costanza e specificità nella riproduzione di questi organismi, in opposizione all’idea di una generazione casuale.


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21 Osservazioni sulla generazione e la metamorfosi degli insetti in ciliegie e nocciole

Un’indagine naturalistica tra descrizione morfologica, ciclo vitale e il problema dell’origine dei vermi, condotta con l’ausilio del microscopio e sospesa nel dubbio di fronte a evidenze contrastanti.

Il testo documenta un minuzioso esame della natura e dell’origine di alcuni insetti che infestano i frutti. L’osservazione si concentra sui vermi delle ciliegie e su quelli delle nocciole, mettendo a confronto morfologia, comportamento e ciclo di trasformazione. Per i bachi delle ciliegie, l’autore ne descrive l’aspetto e l’evoluzione, sottolineando una regola osservata: “Le specie delle ciriege bacano quasi tutte indifferentemente full’albero, e quando elle inverminano ogni ciriegia inverminata ha sempre un sol baco, ne mai in una sola ciriegia n’ho potuto trovar due” - (fr:604/p.164) [Le varietà di ciliegie sono quasi tutte soggette ai bachi sull’albero, e quando presentano i vermi, ogni ciliegia infestata ne contiene sempre uno solo, né mai ho potuto trovarne due in una sola ciliegia].

Il ciclo vitale del baco della ciliegia è ricostruito con precisione. La larva, descritta come “bianco senza gambe, e ha la figura del cono, come quegli delle mosche descritti nel principio di questa lettera” - (fr:605/p.164), è dedita esclusivamente a nutrirsi e crescere, trattenendo gli escrementi fino al momento della trasformazione (“fin tanto ch’e’ si mantien baco attende solamente a nutrirsi, e a crescere, senza mai sgravarsi degli escrementi del ventre” - fr:605/p.164). Raggiunta la dimensione necessaria, abbandona il frutto, si nasconde e muta forma e consistenza, “si raggrinza, e s’indurisce, e si trasforma in un piccol uovo bianco lattato senza mutar di colore” - (fr:605/p.164), una sorta di pupa dalla quale, con l’avvicinarsi dell’estate, fuoriesce una mosca nera e pelosa.

La descrizione dell’insetto adulto è notevolmente dettagliata, con una ricchezza cromatica che ne tradisce un’osservazione attenta e mediata da strumenti ottici. “Sul dorso si vede un mezzo cerchio di color d’oro” - (fr:606/p.164) e la testa è “listata per traverso d’una stretta fascia pur d’oro anch’essa” - (fr:608/p.165), dalla quale se ne diparte una più larga che copre lo spazio tra gli occhi. Questi ultimi sono “rossi circondati d’una linea d’oro” - (fr:608/p.165), mentre le ali, “bianche con certe macchie trasversali di color intra bigio, e nero” - (fr:608/p.165), sono disposte in modo tale da “somigliare le penne degli sparvieri” - (fr:608/p.165). Completano il ritratto sei piedi neri e pelosi, con le giunture “toccate d’oro” - (fr:608/p.165). L’autore specifica di aver inviato un foglio illustrativo con le figure del verme, dell’uovo e della mosca adulta, “non solo nella naturale loro piccola figura, ma ancora in più grande, e più distinta, conforme è mostrata dal microscopio d’un sol vetro” - (fr:609/p.165), prova dell’uso di un microscopio semplice per lo studio.

Totalmente diverso è il caso dei bachi che si trovano nelle nocciole fresche. La loro morfologia è descritta come quella di “un mezzo cilindro composto di tanti mezzi anelli bianchi, col capo di color cappellino, e lustro” - (fr:611/p.167), dotati di sei piccolissimi piedi e movimento lento. A differenza dei precedenti, questi vermi sembrano non completare mai una metamorfosi in insetti alati: “ancorché io v’abbia usata un’esattissima cura, non ho mai potuto vedere, che si trasformino in animali volanti; onde può essere, come credo, che vivano, e muoiano bachi, tali quali son nati” - (fr:612/p.167). A sostegno di questa osservazione, l’autore cita esperimenti di reclusione in cui esemplari di vermi simili sono sopravvissuti per lunghissimo tempo senza trasformarsi, come uno racchiuso in un vasetto di vetro “dal principio d’Agosto fino a tutto Maggio” - (fr:614/p.167).

L’origine di questi bachi rappresenta un dilemma che l’autore affronta senza offrire una soluzione definitiva. Da un lato, l’osservazione che molti altri frutti generano vermi al proprio interno suggerirebbe una generazione spontanea; dall’altro, l’esame del guscio fornisce un argomento a favore di una penetrazione esterna. Si nota infatti che nelle nocciole bacate è presente “nel guscio un piccol callo, o porro, o eminenza, che è forse la cicatrice del foro” - (fr:616/p.168), prodotto dal verme quando, piccolissimo, attraversò il guscio ancora tenero. Un secondo foro, più largo e presente in tutte le nocciole da cui il verme è fuggito, testimonierebbe l’uscita dell’animale ormai adulto. Di fronte a queste evidenze contrastanti, l’autore confessa il proprio dubbio e, pur propendendo per l’ipotesi della penetrazione esterna, cita l’autorità di un filosofo: “l’autorità d’un dottissimo filosofo mi faccia parer più credibile, che i bachi delle nocciuole sien bachi venuti di fuora, e non generati dentro di esse, e questi si è il celebratissimo Ioachimo Iungio di Lubecca nelle sue fisiche Dossoscopie” - (fr:617/p.168). Il passo documenta un metodo di indagine che, pur fondato sull’osservazione diretta e sulla raccolta di dati, riconosce apertamente i limiti della propria conoscenza e si confronta con le ipotesi filosofiche del tempo.


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22 Osservazioni sulla metamorfosi dei vermi delle susine e delle pere e sulla generazione delle farfalle

Un resoconto sperimentale che, dalla descrizione della vita dei bachi nella polpa dei frutti alla registrazione dei tempi di sfarfallamento, approda a una netta presa di posizione contro la generazione spontanea degli insetti.

Francesco Redi descrive con precisione i bachi che vivono all’interno delle susine, paragonandoli a quelli delle nocciole ma notandone l’andatura più svelta: «camminano con moto più veloce, e più lesto; ed alcuni son bianchi, ed altri rossigni» (fr:619/p.169). Questi vermi restano nel frutto nutrendosi della polpa e riempiendolo di escrementi finché, giunti a completo sviluppo, lo abbandonano e «ogni baco si fabbrica intorno un bozzoletto bianco di seta, dal quale rinasce poi in forma d’una farfallina grigia con la punta delle sue quattro ali macchiata di nero» (fr:619/p.169). La stessa appartenenza è riconosciuta ai vermi di pesche e pere: «Della stessa razza de’ vermi delle susine sono i vermi delle pesche, e delle pere, e fanno i bozzoli, e da’ bozzoli rinascono farfalle» (fr:620/p.169).

L’indagine si fa quantitativa con prove di laboratorio. Il 25 giugno Redi chiude «dieci, o dodici bachi delle pere moscadelle» in un vaso di vetro tappato con carta a più strati; tutti rodono il foglio e fuggono (fr:621/p.169). Il giorno successivo ripone altri due bachi in un vaso sigillato con sughero: «subito saliti nella parte superiore del vaso vi cominciarono a tessere due bozzoli, da ciascuno de’ quali il giorno quattordici di Luglio uscì una farfallina» (fr:621/p.169). Il 16 dello stesso mese preleva tre bachi da pere “bugiarde”: questi aspettano due giorni prima di mettersi al lavoro, e uno di essi, uscito dal primo bozzolo, «ne lavorò un’altro di nuovo» (fr:623/p.170). Le farfalle non compaiono nello stesso giorno ma scaglionate fra il 6 e il 15 agosto, portando Redi a concludere che «i bachi delle pere per lo più danno rinchiusi nel bozzolo intorno a diciotto giorni, alle volte però trapassano di gran lunga questo termine» (fr:623/p.170). Registra anche un dato sperimentale importante: «se i bachi son cavati dalle pere prima del lor necessario, e perfetto crescimento, non si conducono altrimenti a fare il bozzolo; essendo che in capo a pochi giorni si muoiono» (fr:623/p.170).

Dalla descrizione di queste farfalline nate dai frutti, Redi introduce il problema più ampio: «se tutte l’altre spezie di farfalle sieno generate dagli alberi, o pure se nascano dalle loro madri per concepimento d’uova, o di vermi» (fr:624/p.170). Constatato il disaccordo fra gli autori, espone senza esitazione il proprio parere. I maschi e le femmine si accoppiano: «S’uniscono i maschi delle farfalle con le femmine, e queste, restando così gallate le lor uova,» (fr:625/p.170) «ne fanno poscia in gran numero» (fr:627/p.171). Dalle uova nascono i bruchi (erucae). Questi si nutrono di foglie, mutano più volte la pelle e, completato l’accrescimento, seguono strade diverse: «alcuni tessono intorno a sé un bozzolo di seta: altri non fanno bozzolo, ma si raggrinzano, e s’induriscono, e si trasformano in crisalidi, o aurelie, e nel raggrinzarsi, e nell’indurirsi cavan fuora due, o tre fili di seta» (fr:627/p.171) con cui si fissano a un supporto; «cert’altri però d’un’altra razza, ancorché si raggrinzino, e s’induriscano, e si trasformino in crisalidi, non filano que’ due, o tre fili di seta e non s’attaccano a verun luogo» (fr:627/p.171), restando liberi di essere spostati dal vento.

Da questi bozzoli e crisalidi ignude, «come da un sepolcro», fuoriescono le farfalle, ciascuna specie con un proprio calendario: «alcune razze scappan fuora in capo a pochi giorni; altre indugiano delle settimane; ed altre de’ mesi» (fr:628/p.171). I bruchi che si trasformano in crisalidi o fanno il bozzolo al termine della primavera «non isfarfallano fino all’altra primavera dell’anno futuro» (fr:629/p.172). Redi non trascura un’eccezione che rende il quadro ancora più mosso: «dalle crisalidi ignude però non escono sempre le farfalle; ma da alcune maniere di esse escono talvolta delle mosche» (fr:629/p.172).

Il passo, tratto dalle Esperienze intorno alla generazione degl’insetti, costituisce una testimonianza fondamentale del metodo sperimentale seicentesco: l’allevamento in condizioni controllate, la cronaca dei tempi di sviluppo e l’osservazione delle varianti individuali preparano la confutazione della generazione spontanea. Redi mostra che non sono gli alberi a produrre direttamente le farfalle, bensì le uova deposte dalle femmine, e che il ciclo uovo–bruco–crisalide–adulto è governato da scadenze temporali e necessità di crescita che l’esperienza quotidiana rende incontestabili.


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23 Osservazioni sulla metamorfosi degli insetti e lo studio della generazione spontanea

In un resoconto di osservazioni meticolose, Francesco Redi indaga la trasformazione dei bruchi in farfalle, descrive nuove specie e mette alla prova l’idea che le piante possano generare insetti, muovendo così i primi passi della biologia sperimentale.

L’estratto proviene dalle Esperienze intorno alla generazione degl’insetti di Francesco Redi e raccoglie una serie di annotazioni compiute tra la primavera e l’autunno, in gran parte a Firenze e al Poggio Imperiale. Il fulcro del testo è la metamorfosi completa: bruco, crisalide, farfalla, seguita con una pazienza quasi da diario.

Un primo caso esemplare è il “bruco verde affai groffo, trovato in un viale del giardino di Boboli” (639), del quale Redi conta le zampe e le incisioni del corpo, notando “due macchiette di color rancio, o dorè” su ogni anello. Il metodo è già tassonomico: numero di zampe, colore, disposizione delle macchie. Quando il bruco compie la muta e tesse il bozzolo, l’osservazione diventa cronaca minuziosa: “A di cinque di Luglio fenz’aver in quefti quattro giorni mangiato, fece il fuo bozzolo tutto di feta bianca con molta sbavatura” (640). L’apertura all’estremità acuta del bozzolo e la fuoriuscita della farfalla confermano la continuità fra gli stadi.

La fase di crisalide è indagata con un esperimento naturale: numerosi bruchi pelosi raccolti su un ramo di quercia (647) vengono chiusi in una scatola. Qui Redi descrive il passaggio dalla larva alla pupa con una sequenza che oggi definiremmo etologica: “tutti quefti bruchi ftavano immobili … in capo a due giorni gettarono la fpoglia, fi fvegliarono, e fubito cominciarono a mangiar” (648). Dopo un secondo riposo e una muta, le larve diventano “sbalorditi, mogi, deboli, più piccoli di corpo” per poi trasformarsi in crisalidi “di color nericcio, che parevano tanti bambini fafeiati” (650).

Il momento della metamorfosi è colto dal vivo: “s’apre, e fi fende l’esterna spoglia fopra la groppa vicin’al capo … e da quello squarcio comincia la crisalide ad ufcir fuora sempre dimenandoti” (651). Redi descrive la successione cromatica della cuticola: “cominciando dall’estremità della coda, appoco appoco fi cangia … in dorè, quindi in roffo, e col mutar di colore sempre più indurisce la pelle” (652), con la gola che resta l’ultima a cambiare. L’intero processo, annota, si compie “in poco più tempo di mezz’ora”.

L’indagine non si limita alla forma. Redi incontra anche il fenomeno dei parassitoidi: dalle crisalidi di cavolo seccatesi in marzo, invece di farfalle, “nacquero altrettante mosche della razza di quelle, che comunemente ronzano per le noftre case” (670). All’apertura del guscio, “trovai un’uovo di color fra ’l paonazzo, e ’l roffo pieno d’una materia fimile al latte” (670), da cui era sgusciata la mosca. Aggiunge che le uova deposte in settembre dai bruchi produssero invece “piccoliffimi mofcherini nericci”. L’osservazione è doppiamente notevole: registra l’iperparassitismo senza ancora conoscerne il meccanismo, ma con la precisione di chi separa i fatti dall’interpretazione frettolosa.

Un altro filo conduttore è il confronto con la generazione spontanea, in particolare con l’idea che gli alberi possano produrre direttamente insetti. Redi dedica lunghi passi alle galle della vetrice (Salix) e del salcio: “fulle foglie della vetrice dalla parte più ruvida … nafcono alcune coccole, o pallottole verdi … nella parte interna … fi trova fempre un fol bruco fottiliffimo” (671-672). Per mesi “continuai ad inveftigare fe veramente que’ bruchi ufcivano di quelle pallottole, e fe fi trasformavano in farfalle, e non ebbi mai fortuna di trovarn’una fola, che foffe bucata” (674); i bruchi morivano sempre entro la camera. Lo stesso insuccesso ottiene con i “bitorzoli, o calli” della vetrice (676) e con le “tuberofità, o gonfietti di color verde … come fagiuoli” del salcio (676), dove “molte … eran forate, e dentro … non era rimafo altro, che le cacature del bruco” (676). L’ospite era fuggito o era morto, impedendogli di assistere alla metamorfosi.

Pur non riuscendo a chiudere il ciclo, Redi non forza la conclusione: “io non l’affermo, non lo nego” (671). La cautela è una cifra del suo metodo. Invia disegni delle piante e delle larve perché “delle loro nafcenze non è ftata mai fatta menzione ch’io sappia, da’ Semplicifti” (677), e aggiunge che la figura minore è al naturale, la maggiore “è fatta fecondo che fu moftrata da un piccolo, ed ordinario microfeopio”. Il microscopio entra così nella documentazione naturalistica.

L’ultimo tassello è la critica esplicita alla tesi del gesuita Athanasius Kircher, secondo cui “l’albero del moro genera i bachi da seta, impregnata dalla semenza di qualfivoglia animaletto” (678). Redi ribatte con la propria esperienza diretta: “ho … fatt’ufare particolariffima diligenza … e non ho mai potuto vedere un baco da seta natovi fopra, né contraffegno veruno” (679). È la dichiarazione di un programma scientifico che rifiuta l’autorità e si affida all’osservazione ripetuta.

Nel complesso, il testo testimonia il passaggio dalla aneddotica rinascimentale alla biologia sperimentale. Ogni bruco è misurato, ogni colore annotato, ogni muta cronometrata. La scrittura seicentesca, con le sue sbavature tipografiche (“IfìT.”, “ESPEZJEft.”), non cancella la modernità dello sguardo: Redi osserva, rinchiude, seziona, dubita. E quando la prova gli sfugge, lo dichiara, conservando i fogli smarriti e la memoria dei tentativi falliti.


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24 La metamorfosi degli insetti nelle Esperienze di Francesco Redi

Cronaca di osservazioni entomologiche tra maggio e giugno: uova, vermi e mosche rivelano trasformazioni inaspettate e differenze tra gli individui, tra dati puntuali e invio di disegni.

L’indagine prende avvio dall’esame diretto della vegetazione, pratica che conduce al ritrovamento di uova minuscole. L’autore fissa il ricordo con una data e un luogo precisi: «Chi pon mente fopra l’erbe , e fopra gli alberi, e negli fcrepoh de loro tronchi vi troverà fpesso di fimili uova , ed io mi ricordo , che’n torno al principio di Maggio , trovai nelle foglie del fambuco molti , e molti uovicini piccoliffimi 1 84 ESPEJfì.» (fr:681/p.192). Da quelle uova, in pochi giorni, assiste alla schiusa: «Ebbi piacere d’offervar quel che ne fofse per nafeere, ed in pochi giorni vidi ufeirne altrettanti minutiffimi verminetti , a’ quali fubito fomminiftrai delle foglie del fambuco , che da effi furono golofamente divorate.» (fr:684/p.193). La crescita è descritta con attenzione morfologica e cromatica: «Andarono crefeendo, e divennero di color giallo con molte macchie roffìcce : la coda loro terminava com’ una mezza luna, il capo era piccoliffimo , ed aguzzo , e , allora quando camminavano , cavavan fuora di fotto ’l ventre certe pallottoline come fe foflero gambe .»* (fr:685/p.193).

Il diario diventa serrato quando inizia la metamorfosi. «La maggior parte di quefti vermi il dì venzei di Maggio diventò immobile , abbandonando affitto il mangia, re , fenza mutarti di colore , o di figura ; ma il dì primo di Giugno ,fei de’fuddetti bachi fi rag.» (fr:686/p.193). Quegli esemplari «fi raggrinzarono in fe medefimi , e fi rappallottolarono , e divennero come tant’uova appuntate , e gobbe di color di ruggine.» (fr:687/p.193). L’uso del termine “uova” per indicare quelle che oggi chiamiamo pupe o crisalidi è un’ambiguità linguistica tipica dell’epoca, che crea una distinzione implicita tra le uova deposte sulle foglie e gli involucri rugginosi della trasformazione.

Lo sfarfallamento svela una difformità sorprendente. Il 12 giugno da una di quelle pupe «scappò fuori una mofca poco più grande delle mofche ordinarie, con due ali cartilaginofe , e bianche , e più lunghe del corpo ; con fei gambe gialle , con due cortifsimi cornetti, che le fpuntavano dal capo , il quale per di fopra era di color rugginofo , col dorfo dello fteffo colore , ma più chiaro , a cui fuccedeva una gran macchia di color quafi giallo .» (fr:688/p.193). Il ventre era «tinto d’un giallo Dì FRANCESCO 2{EDI. … giallo vivo , tramezzato da ftrifce nere trafverfali» (fr:689/p.193-690/p.194). «Subito che quella mofea fu nata , cominciò a gettar certo fterco bianco, e campò due foli giorni» (fr:691/p.194). Sette giorni dopo, dalle altre cinque pupe uscirono mosche assai diverse: «L’ altre cinqu’ uova nacquero fette giorni dopo ‘1 primo, e n’ufeirono altrettante mofche molto differenti da quella , che dal prim’ uovo era ufeita , ancorché foflero dello fteffo colore ; imperocché quefte cinque eran lunghe, e fottili, con Ali molto più corte del lor corpo e quali non erano due , ma quattro ; aveano fei gambe, due delle quali eran moltiffimo più lunghe dell altre quattro .» (fr:691/p.194) e «Dalla tefta fpuntavano due lunghiffime antennette aguzze, compofte di molti , e molti nodi.»* (fr:692/p.194). Anch’esse emisero lo sterco bianco e vissero quattro giorni. La compresenza in uno stesso allevamento di adulti tanto dissimili – un dittero con due ali e un insetto con quattro ali e lunghe zampe anteriori – fa pensare che l’osservatore avesse involontariamente allevato larve di specie diverse o persino un parassitoide, senza poterle discriminare negli stadi giovanili.

Resta impressa la riflessione sul rapporto dimensionale tra le fasi. La pupa è più piccola del verme, ma la mosca che ne fuoriesce è molto più grande dell’involucro, fatto che genera stupore: «a fegno che pare impoffibile , eh’ eli’ abbia potuto capirvi ; onde fi può credere, che vi fteffe molto rannicchiata , e riftretta : e perchè poca abilità mi pretta l’ingegno mio nel deferivere efattamente quefti animaletti, ve gli mando qui delineati , e nella lor propria , e naturai grandezza , ed ag- Aa granditi 1 8 6 ESPEZJEN.» (fr:693/p.194).

Le didascalie che accompagnano le tavole mostrano il ricorso all’illustrazione e all’ingrandimento: «JfTT. AGV INSETTI lifsimi , ma gialli .» (fr:682/p.34-683/p.193) e «JNT. AGV INSETTI granditi ancora da un’ordinario microfcopio di quegli d’un fol vetro 1 8 8 ESPEZJEN.»* (fr:694/p.38-695/p.195). Si precisa così che gli animaletti furono disegnati sia a grandezza naturale sia osservati al microscopio semplice.

Il documento ha il valore di una testimonianza del metodo sperimentale nascente: osservazione calendarizzata, descrizione morfologica, confronto tra individui, riconoscimento dei limiti verbali compensato dal disegno scientifico, nonostante la terminologia ancora fluida e gli inevitabili fraintendimenti tassonomici.


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25 Osservazioni su vermi e pidocchi e critica alla generazione spontanea

Francesco Redi descrive con precisione la morfologia e l’ecologia dei vermi rinvenuti nelle teste di cervi e castroni, contrapponendo al principio di autorità aristotelico il dato empirico e quantitativo, per approdare infine a una confutazione della generazione spontanea dei pidocchi.

L’indagine prende avvio da un interesse ripetuto per i vermi che popolano le cavità craniche dei cervi. Redi dichiara di averli cercati con assiduità sia negli esemplari più anziani sia nei giovani chiamati fusoni, rilevandone la presenza «quasi in tutti»; non mancano tuttavia eccezioni che egli registra con scrupolo, come accadde «il dì ventisette di Febbraio, che di dieci teste di cervo, che feci aprire, nove erano verminose, ed una sola osservai libera da quel flagello; e pochi giorni dopo, di sei capi di fusoni, quattro solamente contenevano i vermi» (fr:722/p.201). L’autore stabilisce subito un confronto con i vermi che si generano dalla carne putrefatta, dai quali questi si distinguono per dimensioni e aspetto: appaiono «senza niun paragone moltissimo più grandi» e dissimili nella figura, essendo «fatti com’un mezzo cilindro, piatti nella parte inferiore, che tocca la terra, e rilevati per di sopra, o bianchi, ma distinti da molte strisce di mezzi anelletti pelosi, i di cui peli sono di color di ruggine» (fr:726/p.202). La descrizione morfologica è condotta con attenzione anatomica: possiedono «due bianchi piccolissimi cornetti in testa, che gli scortano, e gli allungano, e gli rimpiattano a lor voglia, come fanno le chiocciole» (fr:727/p.202), e sotto tali cornetti «stanno due uncinetti o rampini neri, duri, e con gran solletico, e noia pungentissimi: di tali rampini pare che se ne servano a camminare, imperocché si attaccano prima con essi, e poscia si avanzano col corpo al cammino, e serpeggiano senza gambe» (fr:728/p.202). L’estremità posteriore, adibita all’espulsione degli escrementi, è «scanalata per traverso, e la scanalatura è marcata di due macchie nere a foggia di mezze lune» (fr:729/p.202).

Uno dei rilievi più significativi riguarda la quantificazione, che Redi utilizza per correggere l’affermazione aristotelica secondo cui il numero di tali vermi si limiterebbe a circa venti. Egli obietta che «quantunque Aristotile lo restringa al venti in circa, nulladimeno io ho contato in una sola testa fino a trentanove di così fatte bestiuole, e non mai meno di venti» (fr:730/p.202). L’esperienza diretta prevale sull’autorità, come ribadisce con una punta di ironia: «E perché egli è Aristotile bisogna credergli ancorché dica la menzogna» (fr:724/p.201).

Lo studio si estende poi ai vermi reperiti nelle teste dei castroni, giudicati «similissimi» nella forma a quelli dei cervi, benché se ne discostino per alcune caratteristiche. Sono «minori, e alquanto fieri, meno pelosi; e solamente listati di strisce trasversali nerastre, che molto campeggiano sul bianco di tutto il corpo; non son però listati tutti di nero, ma solamente i maggiori, e finiti di crescere; essendo che i minori, e nati forse di poco sono affatto bianchi» (fr:733/p.203). Anche le due macchie nere sull’estremità presentano una differenza diagnostica: in questi vermi «son nere sì, ma di figura perfettamente circolare» (fr:734/p.203), anziché a mezzaluna. Quanto alla localizzazione, Redi riferisce di averli trovati «in alcune cavità degli ossi della fronte, ai quali si appoggiano le corna» e «ne’ canali del naso, e dentro a quella cavità, che è nelle radici delle corna stesse» (fr:735/p.203). La presenza di tali parassiti era nota anche alla cultura popolare e letteraria, come attesta la citazione del poeta Caporali, il quale rappresenta Amore come un verme «che nasce entro le corna de’ castroni, / e gli raggira, e catta di cervello» (fr:737/p.203). I pastori, osserva Redi, attribuivano le smanie e i comportamenti irrequieti dei castroni a questi «bacherozzoli, che imperversano più aspramente del solito nella lor testa» (fr:738/p.204). A differenza di quelli dei cervi, questi parassiti sono meno numerosi e «rare volte arrivano ad esser dodici, o quindici al più» (fr:738-739/p.204).

L’ultima parte del brano assume un marcato valore di testimonianza storica e scientifica. Redi, dopo aver ribadito il proprio vincolo metodologico — «Equi piacciavi di ricordarvi, ch’io mi restringo sempre a quei che ho veduto con gli occhi miei propri, e che fuor di questi non nego mai, e non affermo che che sia» (fr:739/p.204) —, allarga il discorso alla generazione di quei «abominevoli e odiosissimi» animali che i Greci chiamavano φθεῖρες (pidocchi). Ammette che essi potrebbero formarsi per la medesima via dei vermi cervini, ma esprime una chiara preferenza per l’ipotesi della generazione sessuale, appoggiandosi all’opinione di Johannes Sperling: si sente «più inclinato a credere col dottissimo Giovanni Sperlingio, che abbiano il lor natale dall’uova fatte dalle lor madri, fecondate mediante il coito» (fr:739/p.204). Su questa base contesta Aristotele e i moderni che ritenevano le lendini incapaci di produrre alcunché: «ei s’ingannò al certo, perché ne moltiplicano in infinito; e mi parrebbe indarno l’affaticarmi nel provarlo, trovandosi ben soventemente, e i peli de’ quadrupedi, e le penne degli uccelli gremite di quei lendini» (fr:739/p.204). L’intero passo documenta così un momento cruciale del metodo sperimentale seicentesco, in cui l’osservazione anatomica, il conteggio e la critica delle fonti si saldano per scalzare l’antico pregiudizio della generazione spontanea.


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[26.1/1-15-752|763]

26 Osservazioni sui parassiti dei pesci e l’esperimento della foca

Francesco Redi, attraverso l’indagine degli «insetti» che infestano gli animali marini e un’esperienza diretta con una foca, mette alla prova la dottrina della generazione spontanea, aderendo infine all’ipotesi aristotelica del limo come nido dei semi.

Redi parte dalla tradizione naturalistica e dalla voce dei pescatori per introdurre il problema degli organismi che molestano i pesci. “Gli autori della iìoria naturale riferifeono , e tutti i pefeatori lo raffermano, che i pefei anco» ra fon moleftati da varie maniere d infetti 5 e fon nomi a loro notiffimi la pulce , il pidocchio , t> la cimice di mare.” – (fr:749/p.207) [Gli autori della storia naturale riferiscono, e tutti i pescatori lo confermano, che i pesci sono anch’essi molestati da varie specie di insetti; e sono loro notissimi la pulce, il pidocchio e la cimice di mare.] L’autorità degli antichi è chiamata in causa: “Ariftotile lo fcriffe de ‘ delfìni , c de’ tonni : altri 1’ anno affermato del filinone, e del pefcefpada : Plinio ne parlò in ge- nerale dicendo .” – (fr:750/p.207) [Aristotele lo scrisse dei delfini e dei tonni; altri lo hanno affermato dello xifia e del pesce spada; Plinio ne parlò in generale dicendo.] La celebre sentenza pliniana “Nulla cofa e , che non nafea m ma’ re.” – (fr:751/p.207) [Nulla cosa è, che non nasca in mare.] fa da sfondo alla rassegna. Non mancano ulteriori dettagli: “Fi fono infin quegli animai» ^zj efimi deli ofterie che fafitdtofi “vilocemenlc laltcllano , e quegli che tra’ capelh s’afeondono .” – (fr:752/p.207) [Vi sono inoltre quei minutissimi animali delle ostriche che, infastiditi, vilmente le altercano, e quelli che tra i capelli si nascondono.] E ancora, gettando l’esca: “Tirandofi ?” (fr:753/p.207) [Tirandosi] “efea fuor del?” (fr:754/p.207) [l’esca fuori dell’] “acquai Ofl fi trouano fpeffo aggomitolati intorno ; e quefli fi di- 1 ce, che la notte rompano il fonno a pefei in mare ; £-» alcuni nafeono in alcuni pefei , tra’ quali fi nouera il cai- ade.”* – (fr:755/p.207) [acqua, se ne trovano spesso aggomitolati intorno; e si dice che la notte rompano il sonno ai pesci in mare; e alcuni nascono in certi pesci, tra i quali si annovera il caviale.]

Per dare credito a questi racconti, Redi si appella direttamente alla propria esperienza. “Acciocché polliate più facilmente aderire air autorevole fentimento di quefti approvati funtori DI FRANCESCO 2{ED1 .” – (fr:756/p.207) [Affinché possiate più facilmente aderire all’autorevole sentimento di questi approvati scrittori di Francesco Redi.] Racconta quindi di una ricerca condotta a marzo nei pressi dello scoglio della Meloria: “…vidi alcuni animaluzzi accaccaci fra le spine di molti di que ricci j i quali animaluzzi aveano lo lleiTo colorito de* gamberi; e di figuramenro, e di gran- dezza eran limili a’ porcellini , o afelli terreltri , ancorché non averterò coma in tefta , ma folamente due piccolillìmi occhi neri , e felTanta fottililfime ganghe fituate intorno al lembo della loro feorza: e tengo che di quefti così facti intendere Anftotile nel cap: 3 1 del 5 libro della fua utiiiifima ftoria degli animali.” – (fr:757/p.208) [vidi alcuni animaletti appiattati fra le spine di molti di quei ricci; questi animaletti avevano lo stesso colore dei gamberi e per figura e grandezza erano simili ai porcellini di terra, sebbene non mostrassero corna sul capo ma soltanto due piccolissimi occhi neri e sessanta sottilissime zampe disposte intorno al margine della loro corazza: ritengo che a siffatti animali intendesse riferirsi Aristotele nel cap. 31 del V libro della sua utilissima Storia degli animali.] Pochi giorni dopo, fra le giunture dell’armatura di una locusta marina trova “…un* altro infetto, he feorpion marino dicefi dal volgo de’pefcatori.”* – (fr:758/p.208) [un altro insetto, che dal volgo dei pescatori è detto scorpione marino.]

Giunto al punto di valutare se queste presenze fossero accidentali o regolari, Redi si dichiara incline all’opinione di Aristotele. Dopo una pausa tipografica (“Ma r 200 ESPEH1EX.” – fr:759, “mT.” – fr:760/p.123), sotto la rubrica “AGUINSETTI” (fr:761/p.209) scrive: “Se ciò folte cafo fortuito , o avvenimento confueto , non ardirei farne parola ; inclinerei nulladimeno a foferivermi alla fentenza d’Aridotile affermante , che gl’infetti aquatici non na- feono dall’ etterne parti de’ pefei , ma fon gene- rati nel limo, che a mio credere è il nido, in cui fi depofitano , e fi covano i femi degF infetti.” – (fr:761/p.209) [Se ciò fosse caso fortuito o avvenimento consueto, non ardirei farne parola; inclinerei nondimeno a sottoscrivere la sentenza di Aristotele, il quale afferma che gli insetti acquatici non nascono dalle parti esterne dei pesci, ma sono generati nel limo, che a mio credere è il nido in cui si depositano e si covano i semi degli insetti.]

La conferma sperimentale arriva da un’occasione offerta dal Granduca: “Dalla real generofità del Sereniamo Granduca, mio Signore mi fu conceduta ,que(V inverno pat fato una foca , o vecchio marino , che fe ìsu chiamino .” – (fr:761 cont.) [Dalla reale generosità del Serenissimo Granduca, mio Signore, mi fu concessa, quest’inverno passato, una foca, o vecchio marino come sogliono chiamarla.] L’animale “Campò fuor dell’acqua fenza cibo quattro fettimane intere , e molto più avrebbe campito , fe per fervizio del Teatro anatomico di Pifa non fi fofle fatta fvenare .” – (fr:762/p.209) [Campò fuori dell’acqua senza cibo per quattro settimane intere, e molto più avrebbe campato se, per servizio del Teatro anatomico di Pisa, non fosse stata fatta svenare.] Durante tutta la permanenza presso di lui, Redi esaminò a più riprese il folto e morbido pelo della foca, cercando animaletti parassiti: “…ma non fe ne trovò mai nè meno un folo .”* – (fr:763/p.209) [ma non se ne trovò mai neppure uno.] L’assenza di pidocchi e simili sulla foca tenuta lontana dall’acqua, in condizioni controllate, deponeva contro l’idea che nascessero spontaneamente dal corpo dell’ospite e avvalorava l’ipotesi che i loro semi allignassero altrove – nel limo, come sosteneva Aristotele.


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27 La varietà e la specificità dei pidocchi degli uccelli nelle osservazioni di Francesco Redi

Francesco Redi indaga la diversità e la specificità dei pidocchi degli uccelli, descrivendone le razze e le appendici boccali, in un’ottica sperimentale seicentesca.

Redi, dopo aver già menzionato i pollini in precedenza, sente di dover esporre con ordine quanto ha appreso da numerosi esperimenti. “Già che ho fatto nuova menzionde’ pollini, e’ non farà fuor di propofito divifar con più par- ticolarità” – (fr:764/p.209) [Giacché ho fatto nuova menzione dei pidocchi, non sarà fuor di proposito raccontare con più particolarità] – e “201 ticolarità quel che intorno a ciò per molti efpe- rimenti abbia comprefo” – (fr:765/p.210) [ciò che intorno a ciò attraverso molti esperimenti abbia compreso].

La regola generale è che “In tutti quanti gli uc- celli di qual fi fi a generazione fi trovano 1 pol- lini, ed ogni fpezie d’uccello ne ha la Tua pro- pria,© per dir meglio, le Tue proprie, e determinate razze totalmente differenti tra di loro” – (fr:766/p.210) [In tutti quanti gli uccelli di qualsivoglia genere si trovano i pidocchi, e ogni specie d’uccello ne ha la propria, o per meglio dire, le sue proprie e determinate razze totalmente differenti tra loro]. Contemporaneamente nota un’eccezione riguardante gli uccelli tuffatori: “Per lo contrario i merghi, che volgarmente fon chiamati marangoni; i tuffali, che fono i colimbi de’ greci, e tutti gli altri uccelli, che fi tuffano, e predano fott’ acqua, e ufano le paludi, e gli (lagni, anno gran quantità di pollini, che d’ogni ftagione dimorano tra le loro piume” – (fr:764/p.209) [Al contrario, gli smerghi, chiamati volgarmente marangoni, i tuffetti, che sono i colimbi dei greci, e tutti gli altri uccelli che si tuffano e predano sott’acqua e frequentano paludi e stagni, hanno gran quantità di pidocchi, che in ogni stagione dimorano tra le loro piume].

L’indagine prosegue censendo le forme diverse. “Di tre diverfe fogge ne trovai nell’ aftore, e nella gallina di Guinea volgarmente detta gallina di Faraone; di quattro nella marigiana; di due nel cigno, nell’ oca falvatica reale, nel gheppio, e nel piviere” – (fr:767/p.210) [Tre fogge diverse ne trovai nell’astore e nella gallina di Guinea, volgarmente detta faraona; quattro nella marzaiola; due nel cigno, nell’oca selvatica reale, nel gheppio e nel piviere]. Alcuni uccelli, tuttavia, condividono pidocchi molto simili. “Egli è però vero, che vi fon cer- ti uccelli, che n’ anno alcuni fimiliffimi, anzi gli fteiTi 5 imperocché l’aquila reale, ed il vaccaio ne anno di que* grandi , che fi trovano nel gheppio, difegnati nella tav: 13 5 ed oltre a que- lli , nel vaccaio fe ne trovano cert’ altri fimili di figura, ma non di colore , a quegli del corvo, che fon rapprefentati nella tav: i5;e nell’aquila rea- le alcun’ altri fimihflìmi agli ovati dell’ aftore” – (fr:768/p.210) [È però vero che vi sono certi uccelli che ne hanno alcuni similissimi, anzi gli stessi; imperocché l’aquila reale e il capovaccaio ne hanno di quelli grandi che si trovano nel gheppio, disegnati nella tav. 13; e oltre a quelli, nel capovaccaio se ne trovano certi altri simili di figura, ma non di colore, a quelli del corvo, rappresentati nella tav. 15; e nell’aquila reale alcuni altri similissimi agli ovati dell’astore]. Tra le somiglianze registra che “certi pollini dell’ ottarda, e della gallina prata- iuola raffoniigliano in gran parte a’ lunghi dell’ aftore, che fon nella tav: 1” – (fr:769/p.210) [certi pidocchi dell’ottarda e della gallina prataiola assomigliano in gran parte ai lunghi dell’astore, che sono nella tav. 1]; e “nel picchio, e nel filunguello n’ ho veduti de’ fimili a quello dello ftorno figurato nella Tav: 2 ; e nel germano reale quafi degli fttffi , che fi trovano nell’ oca reale” – (fr:770/p.210) [nel picchio e nel fringuello ne ho veduti di simili a quello dello storno figurato nella Tav. 2; e nel germano reale quasi gli stessi che si trovano nell’oca reale].

Per la gru descrive una forma particolare: “Tra le penne della gru s* annidano pollini della-, figura , che potrete vedere nella Tav.” – (fr:771/p.210) [Tra le penne della gru si annidano pidocchi della figura che potrete vedere nella Tav.] e “3 bian- Ce chi … tutti | c rabefcati quali di caratteri , o cifro nere” – (fr:772/p.211, 774) [bianchi, e tutti rabescati quasi di caratteri, o cifre nere], riconducibili alla tavola Pidocchi identici, “a capello”, ritrova “in certi uc- celli nutriti nel giardino di Boboli portati ulti- mamente d’ Affrica , dove da’ Mori fon chiamati in lor linguaggio Bukpttaia ; quali reputo che fieno un’altra fpezie di gru” – (fr:775/p.211) [in certi uccelli allevati nel giardino di Boboli portati ultimamente dall’Africa, dove dai Mori sono chiamati in loro lingua Bukpttaia; i quali reputo siano un’altra specie di gru], concludendo che si tratti probabilmente della gru balearica.

Redi estende l’osservazione a tutti i volatili del giardino granducale. “negli ftruzzoli non fi fon mai trovati pollini in veruna ftagione. Vna cicogna parimente non ne avea, ed in effa può eflere ftato cafo fortuito, non eflendovi fe non quella fola; ma, gli ftiuzzoli furono dodici, tra’ quali certuni eran venuti di pochi giorni di Barberia” – (fr:776/p.211) [negli struzzi non si sono mai trovati pidocchi in alcuna stagione. Una cicogna parimenti non ne aveva, e in essa può essere stato caso fortuito, non essendovi che quella sola; ma gli struzzi furono dodici, tra i quali certuni erano giunti da pochi giorni dalla Barberia].

Riguardo alle dimensioni, constata un’assenza di proporzionalità con la taglia dell’ospite: “Dei retto la grandezza de’ pollini non corrifponde alla grandezza, o piccolezza degli uccelli  effen.do che negli uccelli di gran corpo fi trovano raz.ze di pollini grandi, e razze di piccoli 5 e negli uccelli minori fe ne ravvifano de’grandi : quindi mi fovviene di averne veduti certi nelle merle , che di grandezza non cedevano a quegli del cigno” – (fr:777-779/p.211) [Del resto la grandezza dei pidocchi non corrisponde alla grandezza o piccolezza degli uccelli, essendo che negli uccelli di gran corpo si trovano razze di pidocchi grandi e razze di piccoli, e negli uccelli minori se ne ravvisano di grandi: quindi mi sovviene di averne veduti certi nei merli, che di grandezza non cedevano a quelli del cigno].

Infine offre una descrizione morfologica della bocca: “Se i pollini fi guardano per di fopra non fi vede loro la bocca 5 Ma fe fi oflervano volti al- lo ‘nfu,clla fi fcorge bcniflìmo , ficuata in quel lato del mufo , che volta verfo la terra , ed è fatta a foggia di un paio di tanaghette noiu molto dillìmili a quelle della bocca de’ tarli” – (fr:781/p.212) [Se i pidocchi si guardano da sopra, non si vede loro la bocca; ma se si osservano voltati a pancia in su, ella si scorge benissimo, situata in quel lato del muso che volge verso terra, ed è fatta a foggia di un paio di tanagliette non molto dissimili a quelle della bocca dei tarli], rimandando alla tavola per la figura.

Le annotazioni di Redi, frutto di esperienze dirette e di un esame minuzioso, rappresentano una delle prime attestazioni moderne della specificità parassitaria e del rigore osservativo che, nella seconda metà del Seicento, avrebbe contribuito a scalzare la dottrina della generazione spontanea.


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28 Osservazioni microscopiche su pidocchi, pollini e zecche nella «Esperienze» di Francesco Redi

Redi descrive con minuzia le forme e i colori di parassiti e uova di insetti, avvalendosi di un solo microscopio romano per fissare nelle figure ogni dettaglio e difendendo la libertà d’indagine naturalistica.

Nell’esaminare i «pollini» (le lendini o uova dei pidocchi) Francesco Redi ne sottolinea l’infinita varietà di forme, che egli reputa tanto bizzarre da rinunciare a un lungo catalogo scritto e preferire l’immagine: “Sono in fomma le razze de pollini di fembianzc così dmfate, ftrane , contraffatte , e differenti , che per non formarne un lungo , e fazievol catalogo nel defcriverle , ho amato meglio farvene veder alcune difegnate a mia richieda, e miniate dai Sig.Filizio Pizzichi , le quali ho fatto pofeia intagliare nel miglior modo , e ordine, che la brevità del tempo ha potuto concedermi.” – (fr:783/p.212) [In somma, le razze dei pollini sono di sembianze così disformi, strane, contraffatte e differenti che, per non compilare un lungo e noioso catalogo nel descriverle, ho preferito farvene vedere alcune disegnate a mia richiesta e miniate dal signor Filizio Pizzichi, che ho poi fatto intagliare nel miglior modo e ordine che la brevità del tempo mi ha concesso]. L’opera a stampa include ancora un riferimento esplicito al “8. dov’ è intagliato il pollino del cigno” – (fr:782/p.212) [tavola 8 dove è inciso il polline del cigno]. Quanto alla colorazione, Redi afferma che “quando i pollini efeon fuora de* lendini, e’ nafeano tutti bianchi, ma che pofeia col crefeere, appoco appoco, ed infenfibilmente fi colorifcano mantenendofi però diafani in modo, che mirati col microfeopio, e da quello ingranditi , fi feorga molto bene il moto delle vifcere , e l’ ondeggiamento de* liquori in effe contenuti”* – (fr:785/p.212) [quando i pollini escono dalle lendini, nascono tutti bianchi, ma in seguito, crescendo a poco a poco e insensibilmente, si colorano, rimanendo tuttavia diafani così che, osservati al microscopio e da questo ingranditi, si scorge benissimo il moto dei visceri e l’ondeggiamento dei liquidi in essi contenuti]. Questa opinione, dettata dall’esperienza, è rafforzata dalla somiglianza cromatica con le penne degli uccelli che li ospitano.

Per tutte le osservazioni l’autore si serve di un unico strumento, che diventa garanzia di uniformità nelle misure e nelle proporzioni: “mi fon fervito fempre d’uno fteffo microfeopio di tre vetri, lavorato in Roma da Euftachio Divini con lodeuole, e delicata fquilìtezza.” – (fr:788/p.213) [mi sono servito sempre dello stesso microscopio a tre lenti, fabbricato a Roma da Eustachio Divini con lodevole e delicata squisitezza]. Con questo solo microscopio egli fa rappresentare “tre differenti razze di formiche non alate, che fi trovano in Tofcana; il punteruolo del grano $ il bacherozzolo che rode i canditi , c le droghe ; quello che va pellegrinando tra capelli, e nel dolio degli uomini ; quell’altro che fi appiatta fra* peli dell’ anguinaia $ il pidocchio dell’ afino , del cammello , e di un certo montone Africano venuto di Tripoli di Barberia”* – (fr:789/p.213) [tre differenti razze di formiche non alate che si trovano in Toscana; il punteruolo del grano; il baccherozzolo che rode i canditi e le droghe; quello che vaga tra i capelli e nella pelle degli uomini; quell’altro che si appiatta fra i peli dell’anguinaia; il pidocchio dell’asino, del cammello e di un certo montone africano venuto da Tripoli di Barberia]. Di quest’ultimo viene fornita una descrizione comparativa con i «càdroni del Fisan» (forse montoni asiatici), notando le orecchie larghe e pendenti, la coda sottile e lunga, le corna e il pelo più lungo e ispido, che lo fanno riconoscere come razza distinta.

Il confronto si estende alle zecche. “Nello (le(fo modo è difegnata la zecca del capriuolo, e della tigre.” – (fr:790/p.213) [Nello stesso modo è disegnata la zecca del capriolo e della tigre]. E, precisando una somiglianza morfologica, “La zecca del leone ha perappunto la fteffa figura di quella della tigre , folamente differente nel colore , e nella grandezza , effendo molto maggiore quella del leone; la quale è tutta di color lionato chiaro, eccetto in una parte del dorfo […] in cui fi vede un gobbo di color tanè ofcuro, e di quefto fteffo tanè è tutta colorita, tinta la zecca della tigre.” – (fr:791/p.213-792/p.214) [La zecca del leone ha appunto la medesima figura di quella della tigre, differendo solo nel colore e nella grandezza – essendo molto maggiore quella del leone – ed è tutta di color leonino chiaro, tranne una parte del dorso in cui si vede una gobba di color tanè scuro; dello stesso tanè è tutta colorita la zecca della tigre].

Nonostante l’accuratezza descrittiva, Redi si imbatte nei limiti imposti dagli animali pericolosi. “Ho fatto ricercare fe le tigri fieno infettate ancora da pidocchi , ma non fe ne fon mai ravvifati ; ed il fienile dico di tutti quanti i leoni , pardi , orfi , icneumoni , gatti di zibetto , e gatti felvaggi affricani , che con antico , e real coftume fon mantenuti ne* ferragli del Sereniflimo Granduca” – (fr:793/p.214) [Ho fatto ricercare se le tigri siano infestate anche dai pidocchi, ma non se ne sono mai ravvisati; lo stesso dico di tutti i leoni, pardi, orsi, icneumoni, zibetti e gatti selvatici africani che per antica e regale consuetudine sono mantenuti nei serragli del Serenissimo Granduca]. Cautamente aggiunge che la mancata osservazione non esclude la presenza: “non nego contuttociò che non ne pollano avere , ma folamente affermo , che quefti animali che di orefente vi fi trovano, non ne anno , o per trovargli non fi è ufata quella puntual diligenza , che conveniva , imperocché lo fcherzar intorno alle tgri, ed a leoni è un certo meftiere, che non fi trova così facilmente chi voglia imprenderlo”* – (fr:793/p.214) [non nego tuttavia che possano averne, ma solamente affermo che gli animali che di presente vi si trovano non ne hanno, oppure per trovarli non si è usata la puntuale diligenza che si conveniva, giacché scherzare intorno alle tigri e ai leoni è un mestiere per il quale non si trova facilmente chi voglia intraprenderlo].

L’intera dissertazione, nata come semplice lettera, cresce fino a trasformarsi in un libro dallo stile «secco e digiuno d’ogni leggiadria». Ciò offre a Redi l’occasione di ribadire la legittimità della libera discussione scientifica. “non vorrei già che qualcuno fi biafimaffe di me per aver io detto forfè troppo francamente il mio parere intorno ad alcuni fentimenti de più rinominati Maeftri del noftro, e de* paffati fecoli” – (fr:793/p.214) [non vorrei già che qualcuno mi biasimasse per aver espresso forse troppo francamente il mio parere intorno ad alcuni pareri dei più rinomati maestri del nostro e dei passati secoli]. A sigillo, invoca la libertà della «Republica Filosofica» e cita Seneca: “la quale, come diceva Seneca, «omnibus patet, nondum est occupata; qui ante nos fuerunt non Domini sed duces sunt: multum ex illa etiam futuris relictum est».”* – (fr:795/p.215) [la quale, come diceva Seneca, «è aperta a tutti, non è ancora stata occupata; coloro che ci hanno preceduto non sono padroni ma guide: molto di essa è stato lasciato anche ai posteri».] Così, l’indagine microscopica dei pidocchi e delle zecche si salda alla rivendicazione del diritto di procedere liberamente nel rintracciamento della verità, senza tirannia intellettuale.


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[29.1/1-11-1027|1037]

29 Indice di un trattato scientifico tra natura e auctoritates

Frammenti di un indice che intreccia voci zoologiche e rimandi eruditi, specchio di un sapere enciclopedico di età moderna.

L’estratto restituisce una porzione di quello che con ogni probabilità è un indice analitico (o un index rerum ac nominum) di un’opera scientifica a stampa, organizzato in ordine alfabetico. Le voci superstiti, seppur scarne e talora corrotte dalla scansione, mostrano due piani distinti ma conviventi: da un lato i riferimenti al mondo naturale, dall’altro le citazioni di fonti storiche e letterarie.

La componente naturalistica è rappresentata da nomi comuni di uccelli accompagnati da un termine ricorrente e da un rinvio a tavole fuori testo. Si legge infatti:

“Germano reale , e fuoi pollini” – (fr:1027/p.225) [Germano reale, e fuori pollini ]

e subito dopo:

“Gheppio y [noi pollini tau.” – (fr:1028/p.225) [Gheppio e noi pollini tav.]

La presenza di “tau.”, abbreviazione di tavola, conferma che l’opera era corredata di illustrazioni, destinate almeno a queste due specie. Più enigmatico il segmento «pollini», forse un termine tecnico-morfologico o l’esito di una lettura errata del tipografo; in ogni caso il numero “201” vi è costantemente associato, indicando una trattazione unitaria. Una voce isolata come “Gtob” – (fr:1030/p.225) [Gtob ] potrebbe appartenere allo stesso ambito lessicale, ma la sua opacità non consente di scioglierla con sicurezza.

Il secondo gruppo è costituito da rimandi a personaggi storici e ad autori, ciascuno con il rinvio di pagina. Compaiono figure della tradizione bizantina e umanistica:

“Giorgio Pachimero \$6* Giorgio Pifida” – (fr:1031/p.225) [Giorgio Pachimero, 86; Giorgio Pifida, ]

dove la sequenza di simboli nasconde verosimilmente un “86” o una cifra analoga. Seguono, con ogni probabilità nella stessa colonna, “Gio<van Michele Fchr.” – (fr:1033/p.225) [Giovanni Michele Fchr.], “60, Giovanni Hpdio Ci.” – (fr:1034/p.225) [60, Giovanni Hpdio Ci.], “Gio: Pagni” – (fr:1036/p.225) [Gio: Pagni, ] e un semplice rimando numerico “71.” – (fr:1037/p.225) [71.]. Frasi come “13.” – (fr:1029/p.219) [13.], “42.” – (fr:1032/p.225) [42.] e “<?3.” – (fr:1035/p.225) [<?3.] sono probabilmente i numeri di pagina residui di voci il cui lemma è andato perduto nel frammento.

La commistione di osservazioni ornitologiche e auctoritates – tra cui spiccano i bizantini Giorgio Pachimere e Giorgio di Pisidia (qui “Pifida”) – colloca questo indice nel solco della trattatistica enciclopedica di età rinascimentale e barocca. Essa documenta un metodo scientifico che costruiva il sapere sugli animali tanto sull’esperienza diretta e sulle immagini (le tavole indicate) quanto sul recupero e sulla discussione delle fonti antiche. Il testo originario doveva dunque essere un’opera di storia naturale che ambiva a coniugare descrizione morfologica, erudizione classica e apparato iconografico, scandita da un imponente sistema di rinvii interni di cui l’indice superstite conserva l’ossatura.


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[30.1/1-18-1108|1123]

30 Indice delle «Cose più notabili» da un trattato secentesco

Un frammento di indice analitico restituisce, attraverso voci sperimentali e botaniche, la testimonianza di una confutazione della generazione spontanea degli insetti.

Il testo è quanto rimane della tavola “DELLE COSE PIV NOTABILI” (fr:1112/p.227) di un’opera scientifica del Seicento, quasi certamente le Esperienze intorno alla generazione degl’insetti di Francesco Redi. Le voci, ciascuna seguita da rinvii di pagina, formano un catalogo di esperienze e osservazioni che miravano a demolire l’antica credenza della nascita degli animali dalla materia inanimata. La lingua è un italiano volgare fitto di grafie incerte e corruttele tipografiche, ma i concetti emergono con chiarezza.

L’indice ruota in larga parte intorno alle mosche e agli esperimenti condotti per smentirne l’origine spontanea. Un caposaldo è l’inganno della terra: “M(fche credute falbamente nate dalla terra ” – (fr:1106/p.227) [Mosche, Credute falsamente nate dalla terra, ]. La prova principe compare nell’annotazione *“/or /jjwra mofche amm mazzate , e ripofte in vafo aperto y e ferrato , che** ne nafea ” – (fr:1111/p.227) [Formica, Mosche ammazzate, e riposte in vaso aperto e serrato, che ne nasca, ]; le mosche uccise e collocate in recipienti esposti all’aria o sigillati mostrano che non si genera nulla da carne morta quando non vi sia accesso di adulti. La conclusione è netta: “Tfon fon generate da’ cadaveri delle-^ monche 3 0  nafeono di quella grandezza , che finpre”* – (fr:1112/p.227) [Non sono generate dai cadaveri delle mosche, Nascono di quella grandezza, che sempre …], ossia le mosche non nascono da mosche morte e compaiono già con la taglia definitiva.

L’indice accumula ulteriori confutazioni particellari. Nega la nascita dallo sterco: “Non nafcono dallo flerco delle mofche ” – (fr:1115/p.228); nega la nascita dal letame: “Non nafcono dal letame putrefatto ” – (fr:1117/p.228); e indaga persino l’ipotesi di cadaveri umani: “Come poffan nafcere da cadaueri umani \$6.” – (fr:1118/p.228) [Come possano nascere dai cadaveri umani, ]. Sul fronte della riproduzione osservata, l’indice distingue tra modalità ovipare e vivipare: “Partorìfcono uermi y e uo^va ” – (fr:1114/p.228) [Partoriscono vermi e uova, ]; “35. anno l o<~uata 3 5 .”* – (fr:1116/p.228) [Hanno l’ovata, ].

Accanto alla biologia, compaiono esperimenti sulla fisiologia e sulla morte delle mosche. Una voce registra l’effetto letale di olio e acqua: “Vnte coli olio , e affogate nell acqua muoiono , e non riflet- tano ” – (fr:1119/p.228) [Unte con olio e affogate nell’acqua muoiono, e non risuscitano, ]. Un’altra annota la sopravvivenza senza nutrimento: “Mojcke fubito nate quanto ui- <-uano fcmjL mangiare ” – (fr:1122/p.228) [Mosche subito nate, quanto vivono senza mangiare, ].

Il catalogo non si limita agli insetti. Voci isolate tradiscono la presenza di sezioni naturalistiche più ampie. Un gruppo riguarda i vermi associati alle carni: “JSfaf d’ njermi di varie forte di carni ” – (fr:1107/p.227) [Varietà de’ vermi di varie sorti di carni, ]. Un altro, malgrado l’estremo degrado dei caratteri, lascia intravedere una sezione di orticoltura: “«rfte <&t’ £rKr/?j W cavolo d<* O’frmt de/ fambuco ”* – (fr:1109/p.227) [Orto e giardino; cavolo Dell’orto del sambuco ]. La presenza di numeri spogli come 25 (fr:1108/p.218), 185 (fr:1110/p.227), 88 (fr:1120/p.219), 89 (fr:1121/p.220) e 1 (fr:1123/p.13) indica porzioni di testo andate perdute o rinvii di pagina rimasti orfani delle corrispondenti voci, restituendo l’immagine di un indice corrotto ma coerente nel suo impianto.

Il significato storico di questo frammento risiede nella sua natura di testimonianza diretta di come la scienza sperimentale del tardo Rinascimento catalogasse e rendesse reperibili le prove contro la generazione spontanea. L’organizzazione per «cose notabili» trasformava un insieme di osservazioni in una mappa di riferimento rapido per il lettore, agevolando la diffusione e la verifica dei risultati. Il linguaggio, italiano e non latino, conferma l’intento di raggiungere un pubblico colto ma non esclusivamente accademico, segnando un passaggio cruciale nella comunicazione della scienza moderna.


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[31.1/1-12-1170|1180]

31 La confutazione della bugonia in un frammento di apicoltura moderna

Un elenco di fonti classiche e di esperienze empiriche smentisce la credenza nella nascita delle api da carcasse animali.

Il frammento riporta, attraverso un testo gravemente danneggiato, una serrata contestazione della generazione spontanea delle api, fondata sull’autorità degli antichi e sul riscontro diretto. I primi righi fissano le coordinate erudite del discorso: compaiono i nomi di “P Palladio ” (fr:1170/p.229), con probabile rinvio a un passo dell’Opus agriculturae di Palladio, e “Varacelfo 3” (fr:1171/p.229), lezione corrotta da emendare come ‘Varrone, libro III’ del De re rustica. Il cuore dell’argomentazione, però, è la negazione esplicita di quanto proprio quelle fonti sostenevano. L’autore scrive infatti “Pecchie non nafcono dalle carni de’ tori” (fr:1171/p.229) [Le api non nascono dalle carni dei tori] e ribadisce poco oltre “Non nafcono dalle carni de leoni” (fr:1174/p.229) [Non nascono dalle carni dei leoni], scalzando così due dei pilastri della mitologia bugonica.

La componente osservativa non è assente. L’annotazione “diuerfi artifìzj ufatia tal effetto” (fr:1173/p.229) [diversi artifici usati a tale effetto] suggerisce che furono allestiti veri e propri tentativi pratici, forse coprendo le carogne per verificare la mancata comparsa degli insetti. La frase successiva, “nafcono dallo fieno de Luci” (fr:1173/p.229), per quanto oscura, sembra proporre un’origine alternativa delle api da materiale vegetale (il fieno) anziché animale, segno di una mentalità che cerca cause naturali differenti.

L’immaginario classico è smontato anche attraverso un elenco di celebri episodi. La sequenza gravemente stravolta “jciame nel ca m davvero d’ un Icone , w/ fcpolcro à* /poetate , wi yrA/0 n» camallo” (fr:1177/p.229), restituita con buona approssimazione, allinea tre topoi letterari: lo sciame nel corpo d’un leone, che richiama l’enigma di Sansone (Giudici 14,8); il sepolcro di poeta, probabile allusione alla nascita delle api dal cadavere del bue nelle Georgiche* di Virgilio (IV, 281-314); e il cavallo, caso registrato da Plinio il Vecchio (Naturalis Historia XI, 23). Il loro simultaneo richiamo, immediatamente dopo le recise smentite, serve a creare un fronte compatto di credenze da rigettare.

Chiude il frammento un dato di etologia apistica: “3Sfr?w fi pofano fu lt-> carni morte” (fr:1179/p.229), verosimilmente ‘le api si posano sulle carni morte’, subito temperato dall’incompleto “Alo) te non r fujcitano i” (fr:1179/p.229), forse ‘allora che non risuscitano i…’. L’osservazione è capitale: gli insetti frequentano i cadaveri ma non vi si generano, smontando l’apparenza che aveva alimentato per secoli la favola della bugonia.

Il passo, pur nella sua frammentarietà, è una testimonianza significativa del mutamento di paradigma in atto tra XVI e XVII secolo. Prima ancora delle sistematiche confutazioni di Francesco Redi, un anonimo autore di cose rustiche, munito di spirito d’osservazione e di attenzione filologica, usava i classici contro sé stessi per demolire un mito naturalistico millenario.


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[32.1/1-16-1243|1258]

32 Indice di un erbario ornitologico: tracce di un catalogo illustrato del Seicento

Una serie di didascalie superstiti restituisce l’ossatura di un perduto apparato iconografico dedicato agli uccelli acquatici e rapaci, dove nomenclatura popolare e residui latini convivono con le ingiurie della trasmissione materiale.

Il frammento in esame conserva l’elenco delle figure previste per un gruppo di tavole zoologiche, verosimilmente appartenenti a un’opera naturalistica illustrata a stampa o manoscritta di età barocca. La successione dei capi è scandita da indicatori numerici quasi sempre accoppiati a un sostantivo che designa la specie e all’abbreviazione “tav.” (tavola), qui variamente deformata dai processi di scansione e riconoscimento ottico dei caratteri: “off ” (fr:1243/p.230) [probabilmente «tav. »], “3. della folaga ta~u” (fr:1246/p.230) [«3. della folaga (tavola)»], “4. della garza tarv” (fr:1247/p.230) [«4. della garza (tavola)»], “5. dell’ Airo»ne ta<-v” (fr:1248/p.230) [«5. dell’airone (tavola)»], “8. r german turco tarv” (fr:1250/p.230) [«8. e germano turco (tavola)»], “9. de//’ ^ oca reale tav” (fr:1251/p.230) [«9. dell’oca reale (tavola)»], “12. del gheppio tau” (fr:1258/p.230) [«12. del gheppio (tavola)»]. La regolarità della formula conferma che ci troviamo di fronte ai resti di un indice o di un corredo di didascalie, nel quale ogni voce rinvia a una tavola figurata numerata.

Il repertorio ornitologico si concentra su specie di ambiente umido e su rapaci, componendo un piccolo campionario della fauna che poteva interessare tanto un principe collezionista quanto uno speziale o un medico. Vengono chiamati in causa la gru, la folaga, la garza (voce settentrionale per ‘airone cenerino’), l’airone maggiore, il palettone (la spatola), l’aliardeola (quasi certo l’airone guardabuoi, Ardeola ibis), un enigmatico “de/ fcn/” (fr:1249/p.230) [forse «del fenicottero»], il germano turco (anatra dal piumaggio nero e bianco, oggi Anas crecca o affine), l’oca reale, il gabbiano accompagnato dalla glossa latineggiante “laro”, il pavone bianco, il piviere e l’arcavola — termine regionale che potrebbe indicare l’alzavola o altra anatra minuta — seguita dall’abbreviazione “Ut.”, forse residuo di un riferimento incrociato o di un nome scientifico indecifrabile. La presenza del binomio gabbiano / laro (delgabbiano, ovvero, laro — fr:1252/p.230) lascia intravedere un momento di passaggio in cui il nome latino, sentito come più autorevole, viene affiancato a quello volgare per fissare l’identità della specie prima dell’adozione sistematica della nomenclatura linneana.

L’aspetto più vistoso del testo è la corruttela materiale che ne offusca la lettura. Numerose stringhe tradiscono le storture di uno scanner o di un riconoscitore ottico che ha disarticolato le parole: “<4?//0 /torno Lianco tav” (fr:1244/p.230) cela forse un «intorno bianco» o un «pavone bianco» (più avanti dichiarato in forma più chiara), mentre “cpaer- quedula ta<v” (fr:1257/p.230) si lascia difficilmente ricondurre a una lezione certa, sebbene “quedula” possa alludere alla quaglia o a un’onomatopea del canto. L’interpunzione e i caratteri speciali (^, /, ~, <) sono testimoni passivi dell’incidente di digitalizzazione, ma insieme ricordano quanto il sapere naturalistico fosse affidato a un fragile supporto cartaceo, qui sopravvissuto per via indiretta.

Dal punto di vista storico il frammento costituisce una micro-testimonianza del modo in cui si costruiva, prima delle grandi tassonomie illuministiche, un inventario della natura visibile. L’associazione rigida fra nome, numero e tavola rivela un’editoria già abituata a organizzare le immagini in serie, con un embrionale apparato di richiami. L’elenco, per quanto malconcio, permette di riconoscere un lessico ornitologico stratificato, nel quale convivono termini dotti (laro, forse aliardeola da ardeola), denominazioni tecniche degli uccellatori (palettone, arcavola) e vocaboli dialettali (garza). L’insieme andrebbe forse ricondotto a un trattato seicentesco come quelli di Ulisse Aldrovandi o di Giovanni Pietro Olina, nei quali le tavole incise su rame venivano numerate e descritte con didascalie che univano il nome volgare, l’equivalente latino e, talvolta, una brevissima nota ecologica. La frammentarietà del reperto impedisce di attribuirlo con sicurezza a un’opera specifica, ma la sua lingua e la sua struttura lo collocano senza dubbio nel solco della grande tradizione enciclopedica barocca, quando l’ornitologia europea cercava un paziente compromesso fra l’eredità di Plinio, l’osservazione diretta e il gusto per la meraviglia sistematica.


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[33.1/1-15-1281|1294]

33 Annotazioni naturalistiche sugli scorpioni: generazione, morfologia e veleno

Un mosaico di osservazioni, confronti regionali e smentite di false credenze raccolte in un trattato zoologico del primo periodo moderno.

Il testo si presenta come una sequenza di appunti fittamente annotati, corredati da rinvii a pagine e a una figura, che esaminano lo scorpione sotto molteplici aspetti. L’autore prende le mosse da una revisione critica di antiche convinzioni, citando anzitutto una fonte classica: “Scoliafle di Teocrito 8 1 Scorpioni non nafeono dalla terra” – (fr:1280/p.232) [Scolii di Teocrito 8, Gli scorpioni non nascono dalla terra ]. Subito viene negata ogni origine per generazione spontanea da sostanze putrefatte o da esseri fantastici: lo scorpione non deriva “ne dal cocco- drillo” – (fr:1281/p.232) [né dal coccodrillo ], “ne da’ granchi fotterrati” – (fr:1282/p.232) [né dai granchi sotterrati ], “ne dal basilico , ne dal crescione , ne dal legno fraudo” – (fr:1283/p.232) [né dal basilico, né dal crescione, né dal legno marcio ], e neppure dal “carpione fauolcfo nato nel ceruello di un uomo 60” – (fr:1286/p.232) [favoloso carpione nato nel cervello di un uomo 60]. L’elenco di smentite prepara il terreno a una descrizione fondata sull’osservazione diretta.

L’attenzione si sposta quindi sulla riproduzione e sulle prime fasi di vita. L’autore chiarisce che gli scorpioni sono vivipari e prolifici: “Scorpioni non partorirono ucrva , ma ammali njwi , e ne fanno piti di undici 61” – (fr:1287/p.232) [Gli scorpioni non partoriscono da utero, ma animali vivi, e ne fanno più di undici ]. Dei neonati si annotano resistenza e rapporto con la madre: “fubtto nati quanto campino fenzjt mangiare come filano nel njentre della madre non ammalano la madre , ne fono da effa ammazzati non fon~> rvelenofi in Italia” – (fr:1288/p.232) [Subito nati, quanto campino senza mangiare come stiano nel ventre della madre non ammalano la madre, né sono da essa uccisi non sono velenosi in Italia ]. Quest’ultima notazione introduce un primo dato geografico di grande interesse: l’innocuità degli scorpioni italici.

Segue un passaggio morfologico puntuale: “quanti nodelli anno nel- la coda” – (fr:1289/p.232) [quanti noduli hanno nella coda ]. La comparazione regionale diventa poi il nucleo centrale della seconda parte. Si parla di “Scorpioni di Igitto” – (fr:1290/p.232) [Scorpioni d’Egitto ] e di “in che differivano dagf Italia- ni” – (fr:1291/p.232) [in che differivano dagli Italiani ], ampliando il confronto con gli “Scorpioni diTunifi lor deferitone fe tllor pungiglione fia forato di che colore fa il lor veleno” – (fr:1292/p.232) [Scorpioni di Tunisi loro descrizione se il loro pungiglione sia forato di che colore sia il loro veleno ]. Vengono cioè messe a confronto morfologia e natura del veleno in tre aree del Mediterraneo, con domande precise sulla struttura dell’aculeo e sul colore della sostanza tossica.

Lo studio del veleno è approfondito da un richiamo a ricerche empiriche: “75. tfperienzj: interno al lor veleno da 70 fi- no a” – (fr:1293/p.232) [75. esperienze: intorno al loro veleno da 70 fino a ]. La sezione conclusiva tocca il folclore e il dato visivo: “Superazione de* barbari per preferiva)jeiie di che tempo feti velenofi 73, lor pgura” – (fr:1294/p.232) [Superstizione dei barbari per preservarsi di che tempo sieno velenosi 73, loro figura ]. Qui si segnala non solo una credenza popolare sulle difese contro il veleno, ma anche la stagionalità della pericolosità e, dato prezioso, la presenza di un’illustrazione alla pagina 70, a conferma che il testo era parte di un’opera corredata da figure.

Nel suo insieme, il frammento restituisce una testimonianza significativa del metodo naturalistico tra tardo Rinascimento e prima età moderna: l’autorità degli antichi (Teocrito) viene utilizzata per demolire false generazioni spontanee, mentre l’osservazione diretta, l’anatomia comparata e la raccolta di esperienze su base geografica costruiscono un sapere che distingue le specie, misura la prole, nega l’aggressività materna e storicizza la pericolosità. L’insistito confronto tra «Egitto», «Italia» e «Tunisi» fa di queste note un piccolo atlante zoologico regionale, dove la figura citata doveva rendere immediatamente visibili le differenze descritte, e dove superstizione e dato sperimentale coabitano in un medesimo elenco di punti, rivelando la stratificazione delle fonti e l’intento enciclopedico dell’opera originaria.


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