logged-posts

E. Torricelli - Lezioni Accademiche | L


1 Catalogo di una Biblioteca Scelta: Uno Specchio dell’Editoria Italiana tra Sette e Ottocento

Un estratto catalografico che testimonia il canone letterario e le pratiche editoriali dell’epoca.

Il testo presentato è un frammento di un catalogo bibliografico o di una lista di pubblicazioni, probabilmente relativo a una collezione denominata “Biblioteca Scelta di Opere Italiane Antiche e Moderne”. Il suo significato storico risiede nel suo essere una testimonianza concreta del mercato editoriale, dei gusti letterari e delle pratiche di stampa in Italia tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. Funziona come un inventario che rivela quali autori e opere erano considerati fondamentali e meritevoli di essere riproposti in edizioni curate.

Un elemento peculilare è la struttura stessa delle voci, che combina informazioni essenziali per un bibliografo o un acquirente. Per ogni opera, vengono tipicamente indicati: l’autore (ad es., “Cesarotti”, “Parini”, “Petrarca”), il titolo (spesso abbreviato, come “Rime” o “Il Cortegiano”), dettagli editoriali come la presenza di “Vita e Ritratto” dell’autore, il numero di volumi e il prezzo. La menzione ricorrente del “Ritratto” evidenzia come le edizioni dell’epoca puntassero a un valore iconografico e celebrativo, offrendo al lettore non solo l’opera ma anche un’immagine fisica e biografica del suo creatore.

I dati forniti sono prevalentemente quantitativi e descrittivi. Si notano precisi riferimenti a misure e formati editoriali, come in “Le stesse in 8, carta velina” (111), che distingue una pregiata edizione in ottavo su carta sottile, valutata 00, da un’edizione standard a 00. Allo stesso modo, la voce per Metastasio specifica “edizione fatta su al quelle u. Parigi, 1780, e Lucca, 1782; quattro soli voi.” (94), documentando un’edizione di pregio basata su stampe precedenti. La presenza di termini specifici del settore (“carta velina”, “Comento”, “prima edizione”) rafforza la natura tecnica del documento.

Il catalogo mostra una gerarchia di autori che spazia dai classici come Petrarca e Castiglione (“Il Cortegiano”) a figure più recenti e moderne come Parini, Cesarotti e Fantoni. La sezione iniziale, con “100 Rime di Pentimento spirituale, e Rime Sacre di circa 1 3 o Autori” (81), suggerisce anche una categorizzazione per generi tematici. Un possibile elemento di ambiguità risiede nell’uso di abbreviazioni e simboli (come », a, oo) il cui significato preciso (forse per indicare il prezzo in lire e soldi) è dato per scontato nel contesto originale ma potrebbe non essere immediatamente decifrabile oggi senza la chiave di lettura completa del catalogo.


2 Il dovere della memoria e l’eredità scientifica di Evangelista Torricelli

Prefazione che unisce l’elogio della tradizione erudita alla presentazione dell’opera e della vita del matematico faentino.

È un “antico e saggio costume” delle nazioni più riguardevoli onorare con “splendida rammemoranza” le azioni virtuose di chi ha lasciato ai posteri un “illustre esempio di segnalata virtù”. Questo tributo ai trapassati serve sia come “verace lode delle magnanime imprese”, sia come incentivo per i viventi a “camminare per le gloriose vestigia” degli antenati. L’osservazione delle opere dei maggiori è fondamento dell’apprendimento umano: vedendo le conseguenze di azioni dannose o gloriose, “a poco a poco impariamo a seguitare con ardente brama le cose utili ed oneste”. Preservare dalla “profonde tenebre dell’obblivione” le opere di uomini famosi per virtù è quindi un giusto tributo e una “sicura guida” per i posteri.

Questa cura deve essere ancor più diligente per gli scritti di coloro che, “coll’investigamento delle scienze si sono acquistati altissima fama”, poiché il sapere è alla felicità dell’animo ciò che la sanità è al corpo. Fra le discipline, un posto speciale spetta a quelle che per “universale consentimento” ottengono il pregio di maggioranza, come la matematica, “bella, nobile, ampia e fruttuosa”. Di chi l’ha professata con lode si deve fare “onorata memoria” e conservare con “diligente cura” i frutti del loro ingegno, affinché non diventino “infelice preda del Tempo divoratore”. Questo serve a testimoniare “la forza del loro spirito” e a rimuovere “dalle timide menti la falsa credenza” che il cammino della virtù sia troppo arduo, mostrando invece “con quali arti, e per quali vie” i grandi siano pervenuti alla vetta.

Per questa ragione, essendo passato “un lungo corso d’anni” dalla morte di Evangelista Torricelli, insigne filosofo e matematico, senza che le sue “opere maravigliose” siano state pubblicate, si è ritenuto doveroso onorarne il merito. Pubblicando ora le sue Lezioni Accademiche, si vuol far noto “chi egli fosse e di che alta dottrina fornito”, affinché, in attesa della stampa integrale dei suoi scritti, sia manifesto “a qual alto segno giugnesse l’intendimento del Torricelli” e quanto gli si debba “onoranza e d’applauso”.

Torricelli nacque a Faenza il 15 ottobre 1608 da “onorati parenti”. Di “pronto ed acuto ingegno”, studiò prima sotto il padre Gasparo e poi sotto lo zio paterno, il monaco camaldolense don Iacopo. Sentendosi “maravigliosamente chiamato alla contemplazione dell’altissime geometriche verità”, che aveva già studiato da solo per due anni, si trasferì a Roma a vent’anni circa. Qui, sotto la disciplina del padre Benedetto Castelli, celebre scolaro di Galileo, si dedicò interamente alla matematica, facendo tali progressi che, alla pubblicazione dei Dialoghi delle Scienze Nuove di Galileo, egli stesso compose un Trattato del Moto per “promuoverla ed ampliarla”. In quest’opera, usando i principi galileiani ma con “diversa maniera”, Torricelli “molte e belle verità comprese, e fece manifeste e palesi”.

Nel 1641, il padre Castelli, recandosi a Firenze, volle portare con sé il trattato del suo allievo per farlo conoscere a Galileo stesso, affinché il “sapientissimo vecchio” avesse la consolazione di vedere “qual abbondevol copia di perfettissimi frutti” le sue fatiche producevano mentre era ancora in vita. Torricelli accompagnò l’opera con una lettera a Galileo, nella quale dichiarava che alle opere dell’eccellentissimo “si conviene piuttosto l’ammirazione che il commento”, e che se i primi libri gli avevano suscitato “stupore supremo”, quest’ultimo sul moto aveva eccitato in lui “piuttosto l’ardire che la maraviglia”.


3 La collaborazione mancata e le scoperte solitarie di Torricelli

Un resoconto sul periodo fiorentino di Evangelista Torricelli, segnato dalla prematura morte di Galileo e dalla conseguente esplorazione autonoma di geometria e ottica.

Il testo costituisce una testimonianza storica cruciale del passaggio di testimone nella scienza italiana del Seicento. Documenta il tentativo di una collaborazione diretta tra il giovane Evangelista Torricelli e il maestro Galileo Galilei, interrotta bruscamente dalla morte di quest’ultimo. La narrazione, di tono agiografico, celebra la figura di Torricelli come legittimo erede scientifico, descrivendo “la congiunzione in terra di questi due Luminari del mondo matematico” (175), un evento che le circostanze impedirono di realizzare compiutamente. L’intervento del Granduca Ferdinando II, che trattenne Torricelli a Firenze nominandolo suo matematico e filosofo (176, 177), assume un significato di cronaca istituzionale, mostrando il mecenatismo mediceo nel garantire continuità alla ricerca.

La produzione scientifica di Torricelli, sviluppata in autonomia, viene presentata come un corpus di eccezionale valore e originalità. Il testo ne elenca le opere principali, sottolineando sistematicamente il superamento degli antichi. Nei trattati geometrici, l’autore “dimostrò l’ingegno della Natura scherzante col moto intorno alla linea parabolica” (181) e, soprattutto, compì l’ardita operazione intellettuale di “ridurre a misura certa e determinata, i solidi di misura infinita” (186), guadagnandosi un primato assoluto. Il confronto con Archimede è un leitmotiv: il metodo per la quadratura della parabola è giudicato “molto più facili o spedite” (182) di quelle del siracusano, e la misura del cerchio necessaria per il solido iperbolico fu ritrovata “con modo tanto più facile e chiaro” (183).

Un’ampia sezione è dedicata alle invenzioni ottiche, dove emerge un elemento peculiare di cronaca scientifica: la descrizione della priorità e della ricezione delle scoperte. Torricelli perfezionò il microscopio, inventando quelli “a palline di vetro lavorate alla lucerna” (186), ritenuti “perfettissimi”. La corrispondenza con il matematico Bonaventura Cavalieri testimonia l’immediato entusiasmo della comunità degli studiosi, che vide in questa invenzione il raggiungimento di un “minimum, et maximum” (188). Il testo difende con vigore la paternità torricelliana della scoperta contro “debollissime e frivole ragioni” (193) di detrattori, citando come prova il riconoscimento di autorità contemporanee come Athanasius Kircher.

La scoperta ritenuta più importante, tuttavia, fu la soluzione del problema della “figura de’ vetri per l’uso del cannocchiale” (193). Torricelli afferma nella sua opera che, grazie alla forma da lui teorizzata, le lenti da lui realizzate superarono in qualità quelle di ogni altro ottico fino ad allora conosciuto a Firenze, come confermato da “repetitis saepius, summaque cum diligentia variis experimentis” (198). Il riconoscimento da parte del Granduca, che lo ricompensò con una “ricchissima collana d’oro” con il motto “Virtutis praemia” (195), sigilla il racconto, confermando il successo e l’alto profilo raggiunto dallo scienziato dopo la scomparsa del suo mentore.


4 La speculazione ottica e la scoperta del vuoto torricelliano

Un estratto biografico-scientifico che illustra le ricerche di Evangelista Torricelli sulle lenti e il suo celebre esperimento sulla pressione atmosferica, evidenziando il metodo sperimentale e il dibattito filosofico del tempo.

Il testo, tratto da una biografia o prefazione, ha un significato storico-testimoniale fondamentale: documenta il lavoro e il pensiero di Evangelista Torricelli, una figura cardine della rivoluzione scientifica seicentesca. Funge da cronaca della sua attività di ottico e di fisico, sottolineando non solo le scoperte, ma anche il metodo che le ha prodotte, basato sull’intima connessione tra speculazione teorica e verifica pratica. Il resoconto è anche una testimonianza del vivace scambio epistolare tra scienziati, come quello con Michelangelo Ricci, che caratterizzava l’indagine naturale dell’epoca.

Un elemento peculiare del testo è la dettagliata descrizione del segreto artigianale di Torricelli nella lavorazione delle lenti. Egli non operava empiricamente, ma “[era] certissimo che quella figura, che teoricamente aveva speculato, l’istessa appunto poteva dar loro anche in pratica” (221). La sua innovazione consisteva in una “maniera di centine, ed una forma d’attaccare i vetri al macinello, sua propria e particolare” (223) per garantire che la figura sferica perfetta, da lui ritenuta essenziale, non venisse rovinata dalla pulitura. La sua maestria è testimoniata dalla costruzione di un obiettivo di “straordinaria grandezza” con “un palmo di diametro” (219) che, usato da solo, funzionava come un telescopio.

La parte centrale del testo è dedicata alla famosa esperienza dell’argentovivo (224), ovvero del mercurio. Viene narrato l’iter della scoperta: dalla lettura di Galileo sul limite di innalzamento dell’acqua nelle trombe, all’intuizione di usare un liquido più pesante per ottenere il vuoto in uno spazio minore, fino alla realizzazione pratica affidata a Vincenzo Viviani (229). Torricelli non si limitò a osservare il fenomeno, ma ne fornì una spiegazione causale rivoluzionaria: la colonna di mercurio è sostenuta non da un horror vacui, ma dal “peso dell’aria” (225). Il testo espone con chiarezza il suo ragionamento: Noi viviamo sommersi nel fondo d’un pelago d’aria elementare (240) e il mercurio nel tubo si equilibra con il peso di questo “pelago” che grava sul mercurio nella vaschetta (245). L’esperimento era concepito anche come uno “strumento che mostrasse le mutazioni dell’ aria, ora più grave, e grossa, ora più leggiera e sottile” (235), sebbene l’influenza della temperatura ne complicasse la lettura (249).

Il testo mette in evidenza il dibattito scientifico e le obiezioni sollevate contro la nuova teoria. Michelangelo Ricci, pur apprezzando la teoria per la sua aderenza alla “semplicità della maniera, che suol tener la Natura” (251), avanzò tre obiezioni precise, chiedendo come si potesse escludere l’azione diretta dell’aria sulla superficie del mercurio (253), come si spiegasse la resistenza sentita in uno stantuffo (255), e come un corpo potesse contrastare con tutta la colonna d’aria sopra di sé e non solo con la porzione adiacente (256). La risposta di Torricelli, citata per esteso, è un esempio di ragionamento fisico rigoroso. Per la prima obiezione, ricorre all’analogia di un cilindro pieno di lana compressa (267): anche tagliando la lana, la pressione sul fondo rimane, dimostrando che la forza è trasmessa attraverso il mezzo. Per la seconda, usa l’esempio del vino che esce orizzontalmente da una botte (272), illustrando come i fluidi premano in tutte le direzioni.

Il resoconto, quindi, delinea la figura di Torricelli come teorico, sperimentatore e abilissimo artefice, il cui lavoro segnò un punto di non ritorno nella comprensione della pressione atmosferica e nella confutazione del vuoto come principio attivo.


5 La difesa dell’eredità scientifica di Torricelli e i suoi scritti inediti

Un resoconto sulla controversia postuma riguardante Evangelista Torricelli, la difesa della sua priorità scientifica da parte di Carlo Dati e il catalogo delle opere rimaste inedite alla sua morte.

Il testo ha un significato storico e di testimonianza fondamentale, poiché documenta una controversia scientifica postuma del XVII secolo, mirante a difendere la reputazione e la priorità delle scoperte del matematico e fisico Evangelista Torricelli. L’autore della prefazione testimonia come, dopo la morte di Torricelli, un anonimo scrittore abbia pubblicato “un piccolo libro dell’istoria Cicloidale” nel quale con mal fondati argomenti viene intaccata la dottrina e la riputazione del Torricelli (336). Questo attacco spinse l’erudito Carlo Dati a scrivere, sotto lo pseudonimo di Timauro Anziate, una lettera di risposta stampata a Firenze nel 1663, in cui con copia di ragioni, con evidenza di fatti incontrastabili… fa chiaro vedere gli abbagli presi dall’autore dell’istoria Cicloidale, e la fama del Torricelli, e la verità… abbondevolmente difende (336). L’operazione di Dati fu così apprezzata da ispirare un’ulteriore “erudita Dissertazione” di Groningio (337).

Un elemento peculiare e rilevante è la rivelazione che Torricelli, prima di morire, si risolvè di dare alle stampe tutte le lettere… che erano passate fra esso ed i letterati francesi per mettere in chiaro la verità su alcune dispute, ma la morte glielo impedì (335). Questo fatto storico spiega l’esistenza di un corpus di scritti inediti e getta luce sulle pratiche di comunicazione e disputa scientifica dell’epoca. Tra questi manoscritti, viene menzionata una raccolta di problemi scambiati con matematici francesi, inclusi due proposti da Pierre de Fermat. Il primo, sul punto che minimizza la somma delle distanze da tre punti (noto poi come problema di Fermat-Torricelli), fu risolto da Torricelli in tre diverse maniere e poi proposto a Vincenzo Viviani (338). Il secondo, sul massimo rettangolo in un semicerchio, fu risolto subito, per via di luoghi piani (340).

Il testo fornisce un catalogo dettagliato degli altri trattati inediti lasciati da Torricelli, evidenziando la vastità dei suoi interessi. Si citano: un Trattato de Taeliunihus sulla stessa materia di Apollonio (341); un trattato sul centro di gravità del settore del ceicluo dimostrato sia con il metodo degli antichi che con quello degli Indivisibili (342); un trattato de’ Solidi Vasiformi, ovvero de’ bicchieri geometrici, descritti come solidi dalla forma complessa con piede parabolico e coppa iperbolica, parabolica o ellittica (343-344). Viene inoltre menzionata una risposta a Tommaso Bianchi, che opponeva al Lemma 20 di Torricelli, scritta per difendere il metodo degli Indivisibili (345). Questo metodo, sebbene allora nascente e oggetto di opposizione, è presentato come derivante da Galileo, sviluppato da Bonaventura Cavalieri e portato a maestria da Torricelli, che in questa risposta i biasimi, e mal detti altrui rintuzzando, il difese, e in chiara luce lo sospinse (347).

Un dato di grande rilevanza è la perdita di un insieme di studi sull’idraulica. Torricelli aveva condotto molte osservazioni intorno all’ acque correnti durante una visita nelle Chiane e aveva arricchito con molte e belle speculazioni il trattato del suo maestro, Benedetto Castelli (351-352). Castelli stesso, in una lettera del 1642, riconosceva il valore di queste scoperte, scrivendo a Torricelli: Mi pare d’avere scoperto una mano di cose totalmente incognite, e di grandissimo momento… VS. tenga conto delle cose che ella va ritrovando… perchè io penso d’ornare il mio libro col nome e coll’opere di VS. (355-356). Tuttavia, questi studi non si sa per qual sinistro avvenimento si sono perduti, nè finora si son potuti in parte alcuna ritrovare, una perdita giudicata di gravissimo danno (357).

Il testo si conclude annunciando che il volume in prefazione raccoglie le Lezioni Accademiche di Torricelli, tenute in diverse istituzioni come l’Accademia della Crusca, lo Studio Fiorentino e l’Accademia del Disegno (360-361). Viene messa in evidenza l’importanza di tre lezioni sopra la Forza della Percossa, in cui Torricelli affermava di esporre la dottrina raccolta dai discorsi con Galileo. L’autore nota che Alfonso Borelli, pur avendone sentito parlare, non le aveva mai viste, e sostiene che queste lezioni permetteranno di riconoscere come negli scritti di Galileo non vi fosse traccia della dimostrazione promessa sulla forza della percossa (362). Questo punto chiarisce una futura pubblicazione: nelle opere del Galileo… vi sarà fra l’altre un Dialogo della Forza della Percossa (363), collocando così le lezioni di Torricelli in un dialogo critico con l’opera del maestro.


6 La natura della forza d’urto: un’indagine galileiana tra momenti, tempo e resistenza

Analisi della lezione accademica di Evangelista Torricelli sulla forza della percossa, che esplora il paradosso di un’energia potenzialmente infinita generata dalla caduta di un grave e le ragioni dei suoi effetti finiti nel mondo reale.

Il testo, estratto da una lezione accademica di Evangelista Torricelli, costituisce una testimonianza diretta del vivace dibattito scientifico post-galileiano sulla meccanica. Il suo significato storico risiede nell’applicazione e nell’estensione critica dei principi del moto di Galileo, in particolare tentando di risolvere il paradosso della forza d’urto apparentemente infinita di un corpo in caduta. L’autore si confronta con obiezioni teoriche e esperienze comuni, sforzandosi di conciliare la ragione matematica con l’evidenza sensibile.

Il concetto cardine è che la gravità nei corpi naturali è una fontana continuamente aperta (fr. 419, 485), la quale produce ad ogni istante un momento di forza pari al peso del corpo. Quando un grave è in quiete su un sostegno, questo momento “svanisce” istante per istante, annichilito dalla resistenza del piano sottostante (fr. 421). Il paradosso nasce dalla caduta: libero dall’ostacolo, il grave in movimento conserva e accumula i momenti generati nel tempo (fr. 424, 425). Poiché anche il tempo di una caduta brevissima contiene “infiniti istanti” (fr. 430), ne consegue che la forza accumulata, o “impeto”, dovrebbe essere infinita (fr. 432, 443).

La risposta alle obiezioni si struttura su due pilastri. Primo, l’effetto finito della percossa dipende dal tempo di applicazione della forza. Se l’urto fosse veramente istantaneo tra corpi assolutamente non cedevoli, l’effetto sarebbe infinito (fr. 446, 476). Nel mondo reale, invece, tutte le materie cedono, “o poco o molto” (fr. 477). Questo cedimento, anche minimo, fornisce il tempo necessario per estinguere l’impeto accumulato: “in quel poco o molto tempo della cedenza, si dà campo all’infinità della forza, di potere estinguere quegl’infiniti” (fr. 478). Viene così formulato un principio generale: “I TEMPI PROPORZIONALI RECIPROCAMENTE ALLE RESISTENZE, SONO EQUIVALENTI PER ESTINGUERE L’ISTESSO IMPETO” (fr. 455-456). Una resistenza enorme (come l’ammaccatura del ferro) può annullare un impeto infinito in un tempo brevissimo, così come una resistenza piccola (il peso del grave stesso) può estinguere lo stesso impeto in un tempo molto lungo, come nella risalita teorica del corpo alla stessa altezza (fr. 448, 453-454).

Secondo, l’autore distingue tra l’impeto della caduta e un nuovo impeto generato dall’elasticità nel caso dei rimbalzi. Un pallone o una palla di legno risalgono non perché conservino la forza dell’urto, ma perché quell’impeto viene prima totalmente estinto nell’ammaccare la superficie (fr. 527), e poi un “impeto nuovo” è generato dalla forza elastica dell’aria compressa o del materiale che ritorna alla forma originale (fr. 525, 530, 535). Materiali non elastici come il piombo, invece, restano ammaccati e non rimbalzano (fr. 519-520).

Un elemento peculiare è l’uso di metafore e analogie vivide per chiarire concetti astratti: gli uomini che resistono all’asta contro una folla che tira uno per volta (fr. 410-412) spiega l’accumulo dei momenti; la fontana che fornisce una botte d’acqua all’ora, ma cento botti in cento ore (fr. 416-418), illustra il ruolo del tempo; l’eroe Orazio sul ponte (fr. 469) e i sacchi di lana calati dalle mura (fr. 470-471) spiegano il vantaggio di affrontare la forza “pochi per volta”. L’autore rivela anche un’attenzione alle applicazioni pratiche, notando come le fortificazioni moderne evitino pietre troppo dure, preferendo materiali cedevoli come il tufo che, deformandosi, estinguono l’impeto di una palla di cannone in un tempo più lungo (fr. 475).

La trattazione non elude le difficoltà, ammettendo che è “par difficile a me ancora” immaginare l’estinzione di infiniti momenti in un tempo istantaneo, ma sostenendo che non è impossibile se l’estinzione avviene in “temi istantanei” (fr. 501-502). L’argomento si conclude affermando con forza che “niuna sorta di percossa tanto debole si può mai ritrovare che non faccia effetto” (fr. 540), e che la progressiva evidenza di molti colpi deboli è la dimostrazione che anche il primo, impercettibile, ha agito (fr. 543), sigillando così la tesi di una forza intrinsecamente illimitata.


7 L’Infinità della Forza della Percossa: Esperienze e Argomentazioni di un “Famosissimo Vecchio”

Resoconto delle esperienze e del ragionamento deduttivo utilizzati da un antico scienziato per dimostrare la natura infinita della forza d’urto.

Il testo presenta una serie di esperienze e argomentazioni, attribuite a un “famosissimo Vecchio”, sviluppate per confutare le opposizioni all’idea dell’infinità della forza della percossa. Il suo significato storico risiede nella testimonianza di un metodo sperimentale secentesco che, partendo da osservazioni concrete, tenta di estrapolare conseguenze metafisiche, abbellendo “le specolazioni della filosofia con ornamenti di erudizione” (593).

L’elemento peculiare è la procedura sperimentale basata sull’equivalenza tra l’effetto dinamico di un urto e l’effetto statico di un peso. La prima esperienza utilizza una serie di archi di diversa forza. Si sospende alla corda di un arco debole una palla di piombo di circa due once, lasciandola cadere da un’altezza fissa (un braccio); l’impulso incurva la corda di uno spazio misurato, ad esempio “quattro dita” (586-587). Per produrre la stessa curvatura con un peso statico, occorrono “circa dieci libbre” (588). Ripetendo l’esperimento con archi progressivamente più robusti, si scopre che per eguagliare l’effetto della stessa pallina in caduta serve un peso statico sempre maggiore: “più di venti” libbre, fino a ipotizzare che per un arco “gagliardissimo” servirebbero “mille libbre”, e per uno “mille volte più gagliardo”, “un milione di libbre” (589-592). Da questa progressione, lo scienziato deduce che “la forza di quel poco peso e di quel braccio di caduta è infinita” (592).

Una seconda operazione, “diversa… ma però simile di conseguenza” (595), conduce alla stessa inferenza. Colpendo due palle di piombo identiche con un martello caduto da un braccio d’altezza, si produce un’ammaccatura. Per replicare la stessa ammaccatura con un peso statico, occorrono, ad esempio, dieci libbre (596-598). Tuttavia, l’argomentazione chiave sfida l’idea che la forza della percossa sia equivalente solo a quel momento statico. Se si pongono “dieci libbre di peso quiescente” su un pezzo già ammaccato, esso “non si spianerà più”, avendo già sostenuto quel carico (602). L’implicazione è che la percossa, capace di produrre la deformazione, deve possedere una forza superiore e potenzialmente illimitata rispetto al peso statico che semplicemente la mantiene. Il ragionamento è presentato in forma retorica: “Ma pensatelo voi” (601).

Il testo è caratterizzato da termini e misure specifiche dell’epoca (“once”, “libbre”, “braccio”, “dita”) e da un’immagine vivida che adorna la speculazione: la forza della percossa è paragonata a “quei cani generosi” che rivelano il loro vero valore solo contro avversari formidabili come “leoni e… elefanti” (594). La logica procede per estrapolazione all’infinito da una serie finita di osservazioni, un salto concettuale che segna il passaggio dalla fisica alla filosofia naturale.


8 La natura della forza d’urto: materia, impeto e virtù impressa

Riflessione scientifica seicentesca che smonta l’idea intuitiva del ruolo diretto della materia nella generazione della forza, sostituendola con il concetto di “virtù impressa” accumulata nel tempo.

Il testo, attribuibile al contesto galileiano, costituisce una testimonianza storica del superamento della fisica aristotelica e dell’elaborazione di nuovi concetti meccanici. Contro l’opinione comune e l’errore degli “antichi filosofi”, si nega che la quantità di materia operi di per sé nella generazione della forza. L’autore argomenta che “la materia per se stessa non ha che far nulla” (634) e che “la materia per sè stessa è morta, e non serve se non per impedire e resistere alla virtù operante” (649). La sua funzione è puramente passiva: è un “vaso di Circe incantato, il quale serve per ricettacolo della forza e de’ momenti dell’impeto” (650).

L’analisi procede confutando sistematicamente le spiegazioni tradizionali della forza d’urto. Viene respinta l’idea che essa dipenda dalla velocità, portando l’esempio di un galeone e di una tavola di abete tirati in acqua: la tavola, sebbene arrivi alla sponda “con molto maggior velocità” (644), produce un effetto minimo rispetto alla nave. Viene altresì esclusa la dipendenza diretta dalla quantità di materia o dal peso, ricordando come Galileo abbia dimostrato che “l’accrescimento della materia nelle cadute naturali niente opera quanto all’accrescer la velocità” (638).

La tesi centrale è che la forza dell’urto sia invece la virtù impressa dalla potenza motrice e accumulata nel corpo mobile durante il tempo dell’azione. La forza non è istantanea, ma è il risultato di uno sforzo prolungato. Nell’esempio del galeone tirato per mezz’ora, l’autore spiega: “la forza, che per lo spazio di mezz’ora continuamente… scaturì dalle braccia… non è mica svanita in fumo… Si è bene impressa tutta nelle viscere di quei legnami” (655, 657). L’efficacia dell’urto è quindi proporzionale non alla mole o alla velocità, ma alla “renitenza del mobile all’esser mosso” (676, 699), perché una maggiore resistenza al moto costringe la potenza motrice a lavorare più a lungo, imprimendo un “maggiore cumulo di virtù” (699).

Questo principio è esteso a diversi fenomeni. Nel moto dei proietti, si sostiene la teoria dell’“impeto impresso” (680) contro chi crede sia il mezzo a trasportarli, poiché altrimenti il loro moto dopo il lancio sarebbe “un effetto senza causa” (683). Nell’esempio della galera, si osserva che la velocità cresce perché “l’impeto della prima” vogata si conserva e a esso si aggiunge quello della seconda (687-688). L’argomentazione si avvale di immagini vividhe e paradossali per chiarire il concetto di accumulo di forza: l’uomo che spinge un muro per mezzogiorno potrebbe, se potesse accumulare e rilasciare tutta quella forza in un solo istante, forse “ispiantare una montagna” (663) o addirittura rinnovare “l’antica tragedia de’ Filistei” (665). Analogamente, si paragona il dolore sopportabile di chi giace su pietre dure per un’ora al danno catastrofico dello stesso uomo se cadesse dalla luna, concentrando in un istante tutta la pressione risparmiata (667-670).

Il trattato conclude affermando coerentemente che “l’efficacia nell’atto dell’urtare non sia altro che virtù impressagli dalla potenza di chi l’avrà mosso” (697) e che, per analogia con la caduta libera dei gravi, anche nella percossa artificiale vi siano ragioni per ritenere che “la forza dell’urto debba esser anch’essa infinita” (700).


9 La spinta vitale verso l’alto: un principio intrinseco della materia vegetale

Riflessione sulla forza che dirige la crescita delle piante, contrapponendo l’attrazione passiva del calore a un principio attivo di allontanamento dal centro della terra.

Il testo presenta un’argomentazione scientifica di natura filosofico-naturale, volta a confutare la teoria secondo cui la crescita verticale delle piante sia causata passivamente dall’attrazione del calore solare. L’autore propone invece che esista un principio intrinseco e attivo nella materia creata, descritto come “l’interno principio delle cose create sia il fuggir dal centro” (858). Questo impulso è presentato non come una mera risposta a uno stimolo esterno, ma come una manifestazione di un’inclinazione essenziale: “la materia creata manifesta la sua interna inclinazione” (843), specificamente “non di andar al centro della terra, ma piuttosto di partirsi da esso” (844).

L’argomentazione si sviluppa attraverso un’osservazione empirica e un ragionamento per analogia. Si descrive dapprima il processo vitale della crescita: con la primavera, “la virtù motrice del caldo” (846) risveglia e muove le particelle nutritive nel terreno. Queste, “inciampano casualmente” (848) nei semi e, risalendo attraverso “le vene occulte” (849), permettono lo sviluppo del germoglio e, progressivamente, di un albero maestoso. La questione centrale diventa quindi se questa “ascensione si faccia o passivamente per l’attrazione del calore, o pure attivamente” (852).

Per confutare la teoria dell’attrazione calorifica, l’autore porta prove osservative. Nota che se le piante cercassero attivamente il calore, nei climi nordici dovrebbero crescere inclinate verso sud, cosa di cui dichiara di non avere certezza. Tuttavia, offre un’osservazione decisiva dall’ambiente a lui noto: “nei giardini della Toscana i cipressi dirizzati colle cime, non già verso le parti calorifiche del mezzogiorno… ma sì ben verso ’l punto verticale della nostra sfera” (855). La prova più forte viene dall’osservazione degli alberi che crescono su pendii montani, i quali “non hanno riguardo al cuno, nè all’andar verso la zona passeggiata dal sole… ma solo osservano indifferentemente il partir a dirittura dal centro della terra” (857). La loro crescita perpendicolare alla superficie terrestre, e non verso il sole, dimostra che la direzione è dettata dalla fuga dal centro.

Il principio attivo di allontanamento è infine nobilitato attraverso un’analogia con altri fenomeni naturali e un ragionamento finalistico. L’autore osserva che in altri processi come “la diffusione della luce, nell’emanazione delle spezie visibili, nello spargimento del suono, la natura sempre si serve di quelle linee che chiamano divergenti” (863), suggerendo un’analoga tendenza espansiva nella crescita vegetale. Descrive questa spinta come un amore per “l’andare a dilatarsi, e, per dir così, a respirare nell’ampiezza del mondo più spazioso” (859), contrapponendola all’“ignobile appetenza” (860) di un ipotetico desiderio di confinarsi nelle viscere della terra, luogo di “perpetua morte” e “sempiterna infecondità” (861).


10 Confutazione della teoria peripatetica sull’origine dei venti e proposta di un nuovo principio fisico

Una lezione scientifica del Settecento smonta la dottrina classica che fa derivare i venti dalle “esalazioni secche” del terreno, avanzando una teoria alternativa basata sulla condensazione e rarefazione dell’aria.

Il testo costituisce una testimonianza storica del pensiero scientifico in transizione, dove l’autore, pur usando ancora un linguaggio e un metodo scolastico-dialettico, attacca frontalmente una teoria aristotelica (peripatetica) consolidata, sostituendola con una spiegazione meccanicistica fondata su principi fisici quantitativi. Il significato risiede nel metodo critico applicato: non si accetta un’autorità filosofica, ma la si mette alla prova dell’osservazione e del calcolo, segnando un passaggio verso la scienza moderna.

L’autore identifica come teoria dominante quella dei filosofi peripatetici, secondo cui il vento ha origine da “esalazioni fumose che dalla terra inumidita svaporano” (940), sollevate dal sole dopo le piogge, distinguendo un’esalazione umida (generatrice di pioggia) e una secca (generatrice di vento) (941). Contro questa visione, mobilita una serie di osservazioni contraddittorie che ne evidenziano l’inadeguatezza. Nota che la regola per cui i venti seguono le piogge vale solo per quelli settentrionali, mentre ”Gli scirocchi e i mezzigiorni spirano quasi sempre avanti alle pioggie” (945). Sottolinea poi l’assurdità logica della teoria: se ogni pioggia fornisse materia per il vento futuro, ”la materia della pioggia andrebbe sempre scemando, e crescendo sempre quella del vento” (943). Inoltre, osserva l’esistenza di venti periodici e regolari come ”l’aura mattutina” e gli ”zeffiri vespertini” (954), che spirano in assenza di piogge precedenti, chiedendosi retoricamente se si debba credere ”che ogni notte piova nella Dalmazia”* per generarli (955).

L’argomento decisivo è però di natura quantitativa. Richiamando le scoperte dei “moderni”, l’autore afferma che “una mole d’acqua se si converte in aria, non altrimenti dieci, ma 400 volte di maggior mole diventa” (970). Considerando che solo una piccolissima parte della pioggia (la “quarta e ultima porzione”) si trasforma in esalazione secca (973), e che un vento impetuoso può coprire gran parte d’Europa per molti giorni (974-978), conclude che “a generar tanto profluvio d’aria sarebbe necessario il tramutar tutto in esalazione secca un oceano intero” (979). Questo calcolo rende la teoria tradizionale fisicamente insostenibile.

Propone quindi un nuovo principio esplicativo: “quel notissimo e vulgatissimo della condensazione e rarefazione dell’aria” (984). La spiegazione si articola in due meccanismi. Il primo, per condensazione, è illustrato con un’analogia efficace: se una regione (es. la Germania) si raffredda bruscamente, la sua aria si condensa e diventa più pesante. Questo crea un vuoto in alto, dove l’aria circostante converge, e un eccesso di aria pesante al suolo, che defluisce verso l’esterno come vento (998-1002). L’autore parla di una ”circolazione” (1003, 1004). Il secondo meccanismo è speculare e avviene per rarefazione: se una provincia si riscalda, la sua aria si dilata e sale, richiamando aria più fresca e densa dalle zone circostanti a livello del suolo (1016-1018). Porta come prova pratica l’effetto del fuoco in una stanza in inverno, dove “per la porta della stanza riscaldata entrerà vento” (1019-1020).

Infine, dimostra l’efficacia euristica del suo principio mostrando come spieghi una vasta gamma di fenomeni osservati: le aure mattutine che spirano da luoghi freschi (1021), i venti che precedono i temporali (perché l’area del temporale è più fredda) (1022-1024), le brezze marine diurne (perché l’aria sul mare è più fresca) (1025-1026), e i venti periodici come gli etesii. La conclusione è che i venti attuali non possono essere causati da “piogge africane” (1027), ma da una circolazione innescata dal raffreddamento dell’aria a ponente e mezzogiorno (1028). Il testo si chiude con un elegante passaggio dalla speculazione alla pratica, affermando che in certi periodi l’osservazione dei venti è “materia da godersi piuttosto in pratica che da ventilarsi colla speculazione” (1029).


11 Apologia dell’Architettura Militare come Arte Sovrana

La Decima Lezione difende il ruolo fondamentale dell’architettura militare, equiparandola alle arti sorelle della pittura e della scultura, e ne celebra l’origine divina e gli scopi supremi di sicurezza e libertà.

Il testo si apre con una domanda retorica che respinge l’idea di una regressione culturale verso la barbarie, affermando anzi la necessità di perseguire con maggiore impegno le professioni gloriose che danno fama e abbelliscono la patria (1332, 1333). Viene presentata l’architettura come la terza sorella delle Grazie, che perfeziona e accresce il pregio della coppia formata da pittura e scultura (1334, 1335). La sua funzione è duplice: abbellire e assicurare le città (1336). Mentre le opere civili (templi, teatri, ponti) uniscono comodità e meraviglia (1337, 1338), esse da sole non garantirebbero la sicurezza, anzi potrebbero aumentare il pericolo. È quindi l’architettura militare, con la costruzione di fortezze e castelli, a farsi carico della custodia dei regni (1339).

L’autore attribuisce a questa disciplina il merito fondamentale di rendere possibile il godimento pacifico delle ricchezze e lo sviluppo delle arti in un clima di sicurezza (1340). Essa assicura che gli ornamenti della patria siano per gli abitanti e non per i nemici, permettendo di moltiplicare le bellezze senza timore di rapina (1341). Riconoscendo che qualcuno potrebbe giudicare “vile ed abbietta” un’arte che innalza lavori per lo più di terra (1342, 1343), replica che tali lavori materiali sono eseguiti da manodopera mercenaria e non dall’architetto militare (1344). Per nobilitare ulteriormente questa attività, ricorda che “nell’ultimo giorno della sua fatica s’impiegarono in lavori di terra gli altissimi ministeri dell’onnipotenza” (1346), alludendo alla creazione dell’uomo.

Per valutare la dignità di un’arte, l’autore propone di considerarne il fine, le conseguenze, gli autori e l’origine (1347). Il fine dell’architettura militare è nientemeno che “la sicurezza e la conservazione de’ regni” (1348), condizione indispensabile perché fortuna e virtù possano mantenere il possesso dei domini conquistati (1349, 1350). Mentre le altre professioni si dedicano al diletto dei sensi o alla speculazione, “sola l’architettura militare a fine di partorir il riposo e la quiete, o, per dir meglio, la sicurezza e la libertà all’altre professioni” (1351-1353). Cita quindi Vegezio, il quale proclamava l’arte della guerra superiore a tutte, poiché attraverso di essa “si conserva la libertà, si propaga la dignità delle province e si conserva l’impero” (1354, 1355).

Le conseguenze per i popoli che la praticano sono sicurezza, salute, onore e libertà; il disprezzo per essa porta invece a timore, servitù, ignominia e morte (1357). A sostegno, confuta l’obiezione rappresentata da Sparta, la repubblica che per secoli disprezzò le mura fidando solo nel valore dei cittadini (1358). L’autore osserva che si trattò di un caso unico e non imitato (1359), e che la stessa Sparta, quando un tiranno le fornì mura e in seguito i Romani le ordinarono di demolirle, pianse la perdita di quelle difese, riconoscendo con le lacrime la superiorità dello stato di città fortificata (1360-1366). Sottolinea che tutte le città principali della storia sono state fortificate, “ma oggidì più che mai , mentre si combatte collo spaventoso strumento dell’artiglierie” (1367).

Per quanto riguarda i professori di quest’arte, essi raggiungono altissima fortuna e autorità, diventando arbitri delle sorti dei regni (1372, 1373). Spesso sono re per nascita o lo diventano per virtù (1374), e i loro nomi, come quelli di Alessandro e Cesare, risuonano gloriosi nella storia (1375). Infine, l’origine dell’arte militare la differenzia radicalmente da tutte le altre: mentre le altre arti nacquero dopo la creazione del mondo (1378), “la sola disciplina militare, nata prima della produzione del tempo, trae l’origine sua di là dal principio degli anni, e supera d’antichità l’istesso universo” (1379). La sua prima manifestazione fu la guerra celeste tra le schiere angeliche di Michele e Lucifero (1380-1382). Avendo dunque “per coe v taneo il mondo, per patria il cielo, e gli angioli per professori” (1383), l’architettura militare è degnissima di essere affiancata alla pittura e alla scultura e di essere insegnata nello stesso luogo (1384-1386).

L’autore conclude scusandosi per la propria inesperienza, sostenendo però che nella teoria della fortificazione l’industria di un novizio, che si affida all’autorità di maestri che hanno scritto ciò che hanno visto in guerra, può valere quanto l’esperienza di un veterano (1387-1391). Sottolinea inoltre che in questa disciplina le invenzioni scolastiche sono superflue, dovendosi sottomettere l’ingegno a ciò che si pratica in campagna (1392), e promette di professare sempre le opinioni di maestri accreditati (1393).


12 La lezione tattica di Trasimeno e la prudenza di Fabio Massimo

Un confronto tra due condottieri romani dimostra come la fortificazione, più del valore individuale, fosse la chiave della potenza militare di Roma.

Il testo, estratto da una lezione o un trattato, utilizza due episodi storici della Seconda Guerra Punica come testimonianza esemplare per dimostrare un principio militare fondamentale: la superiorità della prudenza e dell’arte fortificatoria sull’ardimento temerario. La narrazione ha un chiaro scopo didattico, volto a istruire gli “uditori” attraverso il confronto tra la disfatta del Lago Trasimeno e la successiva, cauta strategia di Fabio Massimo.

L’autore costruisce la sua argomentazione mettendo in parallelo due condottieri romani. Da un lato, il console Gaio Flaminio, la cui “temeraria confidenza” (1441) e il disprezzo per le precauzioni lo portano alla catastrofe. Il suo esercito, sebbene “maggior di numero, ed ancora meno affaticato dal travaglio” (1438), viene circondato e distrutto perché Flaminio “non si cura di trincierarsi, o di fortificare gli alloggiamenti” (1439). La sconfitta è presentata con dati precisi e crudi: “in tre ore di combattimento vi si perderono venticinque mila Romani” (1442). La conclusione dell’autore è che Flaminio “conobbe che le vittorie di Roma non nascevano semplicemente dalla forza o dal valore… ma ancora, e principalmente, dalla perizia e diligenza nel fortificarsi” (1443-1444).

Dall’altro lato, Quinto Fabio Massimo (il “Temporeggiatore”) incarna il principio opposto. Con un esercito esiguo e demoralizzato, “un rifiuto di pochi soldatucci avviliti” (1455), egli evita sistematicamente lo scontro campale. Il suo metodo è meticoloso e ripetitivo: ogni volta che si ferma, “si fortifica, come se fusse stato in una sicurissima città” (1460). L’autore sottolinea questa tattica con una serie di esempi geografici (Arpino, Massico, Callicola, via Appia) che mostrano come Fabio, “in giusta distanza lo va seguitando, ed ogni volta se gli trincierà avanti agli occhi” (1462), neutralizzando Annibale. Anche di fronte allo stratagemma dei buoi infuocati, Fabio “stette saldo ne’ posti fortificati e sicuri” (1470).

Il significato storico dell’estratto risiede nella sua lettura della disciplina romana come fondata sulla tecnica e sulla prudenza più che sull’eroismo individuale. L’autore evidenzia come questa lezione fosse stata appresa persino dopo Fabio, poiché i consoli che lo sostituirono “ammaestrati gli si fortificavano a fronte, coll’arte tanto salutare imparata da Q. Fabio” (1476). La tragica conclusione a Canne, dove i Romani abbandonarono questa prudenza per vergogna, “sprezzano lo star sempre racchiusi fra le trinciere” (1487), conferma ulteriormente la tesi. L’episodio finale dei quartieri fortificati, che nemmeno l’esercito vittorioso di Annibale osa assaltare se non “accordarsi a giusti patti” (1491), è l’ultima, potente prova a sostegno della tesi centrale: “quanto grande sia stata l’utilità della fortificazione” (1492).


13 La celebrazione retorica dell’età dell’oro come contrappunto critico alla corruzione presente

Una declamazione accademica che esalta il mito del “secol d’oro” per condannare, per contrasto, i vizi dell’età contemporanea, rivelando una visione moralistica e ciclica della storia.

Il testo si presenta come un’elaborata declamazione accademica o un discorso, strutturato come una lode dell’età dell’oro e una condanna del secolo del ferro, con un chiaro intento moralistico e pedagogico. Il suo significato storico-testimoniale risiede nella perpetuazione di un topos culturale classico—il mito delle età del mondo—riattualizzato in un contesto probabilmente settecentesco (come suggeriscono i riferimenti a Torricelli e la formattazione “Digitized by Google”) per critica sociale. Il discorso non descrive un’era storica, ma costruisce un ideale etico e sociale da contrapporre alla corruzione percepita del presente.

L’autore stabilisce una gerarchia morale assoluta tra virtù e vizio. Afferma che “iSb la lode e gli applausi degnamente si convengono alla virtù, non è dubbio alcuno, amici, che al vizio con ogni ragione i biasimi e le maledicenze si converranno” (1499), e elenca le virtù degne di encomio: “la giustizia e la temperanza, la mansuetudine e la liberalità, la prudenza, la tolleranza” (1500). Il “secol d’oro” è l’incarnazione di queste virtù, mentre l’“età sfortunata” di ferro è quella “de’ tradimenti e delle crudeltà” (1502). L’operazione retorica centrale è proprio questa antitesi sistematica tra le due età.

L’analisi del nome “secol d’oro” è peculiare. L’autore affronta l’apparente contraddizione di denominare un’epoca di innocenza dal metallo spesso associato all’avarizia. Spiega che “dal più caro metallo si derivano i nomi, e si assegnano le materie alle cose più riverite” (1505), citando poi la tradizione classica (Ovidio) e la massima: “Quorl optimum vnleri volunt, saecnìum aureum appellimi” (“Chiamano secolo d’oro quello che vogliono sia il migliore”) (1508). Questo passaggio rivela una consapevolezza filologica e mitografica.

La descrizione dell’età dell’oro dipinge una società pre-agraria e pre-politica, caratterizzata dall’assenza di proprietà privata, conflitti e desideri artificiali. Si sottolinea che “nelle provincie indistinte giacevano le campagne senza termine, o divisione” (1512) e che “ciascuno possedeva il tutto” (1514). La natura provvedeva spontaneamente: “La fecondità non procurata de’ campi, e la clemenza delle stagioni mansuete provvedevano con benefizi spontanei a’ bisogni” (1517). Tuttavia, l’autore precisa che questa è “Lode nondimeno dovuta piuttosto a beneficenza di natura, che a posseso di virtù” (1518), indicando che la vera eccellenza dell’epoca sta altrove.

L’elemento psicologico e morale è centrale. Il secolo d’oro è felice soprattutto perché libero dai “due mostri” che tormentano l’uomo: “Il timore e la speranza” (1521), definiti “carnefici della mente umana” (1522). Inoltre, era assente l’“impudicizia”, respinta dalla “semplicità di vita… durezza d’educazione selvaggia; austerità di costumi incorrotti” (1523). L’assenza di disuguaglianze sociali estreme eliminava anche passioni corrosive come l’invidia e la compassione dettata dall’ingiustizia: “non rimirando se non eguali a se di merito e di fortuna, non aveva cagione di compatir l’innocenza della mendicità oppressa, ovvero di perturbarsi per l’esaltazione degli indegni” (1526).

La contrapposizione si estende alla sfera materiale e della sicurezza. I pastori dell’oro vivono in capanne semplici, “sotto capanne intessute di frondi e di canne palustri” (1528), ma godono di una sicurezza sconosciuta ai potenti: “Vegliano appresso a’ monarchi le cure e gli spaventi; dormono con i pastori la sicurezza e la tranquillità” (1532). La loro vita è ritmata dalla natura: “Sorgono del pari col sole” (1533) e trascorrono il tempo in “giuochi e scherzi innocenti” (1536), come “balli, ma senza lascivie; canti e musiche, ma di boscherecce sampogne; contese, ma senza perfidia” (1537).

Il testo, pur nella sua celebrazione idilliaca, non è una semplice rievocazione nostalgica. Funziona come uno specchio critico per l’“età corrotta” (1504). L’elencazione delle qualità dell’età dell’oro—assenza di legge (perché non necessaria), assenza di ambizione, di lusso, di inganno—costituisce un catalogo implicito dei mali del tempo presente dell’autore e del suo pubblico. La declamazione, quindi, usa il passato mitico come un potente strumento retorico per la condanna morale del presente.


14 Il lusso corruttore e la ricerca di una virtù moderna

Una critica illuminista al lusso e alla decadenza dei costumi, che contrappone la corruzione del presente a un ideale di felicità virtuosa ritrovato in un’élite intellettuale.

Il testo costituisce una severa testimonianza morale tardo-settecentesca o primo-ottocentesca, che denuncia la corruzione e la decadenza dei costumi dell’epoca, attribuendone la causa all’insaziabile desiderio di lusso. Questo desiderio è visto come una forza storica che perverte l’ordine naturale e sociale. L’autore individua nel lusso il motore di una serie di mali: dalla ricerca ossessiva di spezie orientali, dove “l’orientali Molucche infettassero con tanta merce di fuocosi aromati ogni cibo dell’Europa svogliata” (1571), alla confusione dei sensi, poiché “confondendo l’ordine de’ sentimenti, ministrò al gusto i tributi dell’odorato” (1572). La critica si estende alla ricerca di metalli preziosi, definita un’espressione di un’“insaziabilità del lusso” tale che “si reputava povero nisi haleret etiam quod posset totum statini perire” (1575) – cioè povero chi non possedeva anche ciò che poteva andare subito perduto.

L’estrazione di queste ricchezze è descritta come un’attività innaturale e autodistruttiva. Gli uomini “discesi nelle viscere della madre comune, cercano le ricchezze superflue nella regione de’ morti, dove trovano spesso prima la sepoltura, che i tesori” (1574). La stessa industria umana, se guidata dal lusso, diventa perversa, creando oggetti il cui “pretium faceret ipsa fragilità” (1576), il cui prezzo è determinato dalla loro stessa fragilità. La ricerca del superfluo spinge a rischi estremi, come quelli dei mercanti che “per comprar merci straniere, spendono fra le tempeste la vita, e cambiano la sicurezza co’ naufragi” (1577), o degli esuli che cercano una nuova patonia (“Exiliuique domos, et dulcia limina mutant / Atque alio quaerunt patriam sub sole jacentem” (1578)).

Questa corsa al lusso e al superfluo è presentata come la radice di tutti i mali sociali. L’autore elenca con orrore “Le fraudi della plebe interessata, l’ignominie dell’effeminata gioventù, i furori de’ popoli armati, gli odj intestini, il contagio de’ costumi, le persecuzioni, l’invidie, i tradimenti, gli spergiuri e le crudeltà, le rapine e i veleni” (1579), al punto da sentirsi costretto ad arrestare la descrizione. Questo catalogo di vizi definisce il presente come “quel secolo del vizio e delle miserie” (1580), in netta antitesi con un passato mitico, il “secolo dell’innocenza e della felicità”.

Tuttavia, il testo non è solo una condanna nostalgica. L’autore individua una possibile via di salvezza in una ristretta cerchia di destinatari, un’élite virtuosa che incarna un ideale moderno. Questi “uditori felici” non possiedono solo le virtù naturali del mitico “secol d’oro”, ma anche quelle insegnate dalla sapienza nell’“età del ferro” (1581). In loro, il lusso si trasfigura in virtù: “Sono i vostri lussi conferenze di poesie singolari; gare, ma d’eloquenza; controversie, ma d’erudizione e d ingegno” (1582). La loro sobrietà è gioiosa (“Trionfa nelle vostre mense la sobrietà, ma col contento e col diletto” (1583)) e i loro piaceri sono temperati da “sapienza e modestia” (1584). La conclusione è un’aspirazione a una sintesi: o il ritorno puro all’età dell’oro, o la prolungata perpetuazione di questo moderno ideale di “felicità di questa conversazione” intellettuale e virtuosa (1584).


15 Resoconto di un estratto di catalogo bibliografico ottocentesco

Un frammento di catalogo editoriale che testimonia la produzione libraria italiana della prima metà del XIX secolo, tra letteratura, scienza e opere di riferimento.

Il testo è un estratto numerato di un catalogo o di un listino di opere in vendita, databile alla prima metà dell’Ottocento. Il suo significato storico risiede nel fornire una testimonianza concreta del mercato editoriale e degli interessi culturali del tempo, documentando titoli, formati, prezzi e talvolta la disponibilità dei volumi. Un elemento peculiare è la struttura stessa delle voci, che combina in modo schematico autore, titolo, dettagli editoriali e prezzo.

Sono elencate opere di diverso genere. La letteratura è ben rappresentata, con edizioni di autori canonici come Ugo Foscolo, di cui si cita “PROSE e VERSI di UGO FOSCOLO; in 16 grande con Ritratto” (1623), e Petrarca, con le “Rime col Comento del Biagioli” (1640). Sono presenti anche opere di carattere storico-artistico, come la “Storia Pittorica dell’ Italia” di Lanzi (1630-1632), e storico-naturalistica, come la “Storia naturale è mèdica di Corfù” di Carlo Botta (1645). Un dato rilevante è la presenza di un’opera scientifica specialistica: il “Trattato delle malattie deile Arterie e delle Vene con Note di Breschet e Caimi” (1635), che indica un pubblico colto e professionalizzato. La precisazione “pubblicato il voi. I.°” (1636) suggerisce che si trattava di un’opera in corso di stampa o venduta a fascicoli.

Il catalogo fa uso di termini specifici dell’ambito tipografico-editoriale per descrivere il formato (“in 12 grande”, “in 8”, “in 16 grande”), la qualità della carta (“carta velina levigata” (1643)) e la presenza di illustrazioni (“con rami” (1650), “con figure” (1638)). Alcune voci sono contrassegnate dalla dicitura “(Bibl. Scel.)” o varianti (1624-1625, 1628-1629, 1633-1634, 1641-1642, 1647-1648), che probabilmente sta per “Biblioteca Scelta”, una collana editoriale nella quale l’opera era inserita. I prezzi sono indicati in lire („ 7 00, „ 4 00, lir. 2 50).

Un’ambiguità o incoerenza apparente riguarda la numerazione delle frasi, che sembra essere un identificativo di catalogo più che una sequenza logica di testo. Inoltre, la notazione “Le stesse” (1643) si riferisce a un’edizione diversa (in formato 8°) delle stesse “Rime” del Petrarca citate poco prima.


8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AACF46BF0D20E7256F65167653C1727B4D38D55DD45C55C0057F10E5C72D102500C852F71A2D986388E1216CE7A1A4C7FEE9D858DCD2D8C2ACD7914CE8F9DEFACD30FE34F857170A6D869CA85A17749E0BEA20C5CAA54ED83E66491F41F7C9176936DAE3EBEA120DCB12BA2B70DFCF98110AA050DB36E6B71A5503784F5EF876D9FE761BDE8A8891FD31CCD1B8C373517E2F14449949E7AD40D6B03D42E0A4EB3D473F2B932F3A62DE8FD8B7EDB7348EC53E75E2454A5AF7A53CE16FEC83C1F5B9A17D6A5F91A15488980FEBB9B1B17024452B8164C4DB80E81457CA8D62A086E8E57ED5B1330BF68951946975CCA65DFE71BC070971B8752CE9436EC59E0CC3EF06DDAACE50503A8EA24C9DB39BED9892B5448B07A87ADD9A0B9238C439F8964FEF16B73E8B5D82D7307E4C0FCE3B7EC33643050F7798F8A287B19F36A5ADD6B285F3E82555B3110BCA640E7940D0BA6B8DB173A47B9A8085222E2432916720279BA61C8F798F71A9E