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[1.1-21-42|62]
1 Prefazione al trattato di Regner de Graaf sugli organi riproduttivi femminili: giustificazione e finalità dell’opera
Frase sintetica: Questo estratto, corrispondente alla prefazione e al prologo poetico del trattato anatomico-medico del medico olandese Regner de Graaf, giustifica la scelta dell’autore di studiare e descrivere dettagliatamente gli organi genitali femminili, rispondendo a possibili obiezioni morali e sottolineando la necessità scientifica e medica di una trattazione accurata di queste parti, fino a quel momento ignorate.
Il testo si apre con la giustificazione della scelta di descrivere le parti genitali femminili: l’autore sostiene che nessuna parte del corpo è esente da malattie, e un medico che non conosca posizione e natura di queste parti non è in grado di curarle. Dal momento che nessuno aveva mai trattato l’argomento con sufficiente accuratezza, moltissimi medici avevano commesso errori nella cura di malattie di queste zone: “oportet etiam ad malevolorum quorundam calumnias freenandas oftendam necejfarium efte ut Tartes Genitales defcribantur; ftquidem nulla pars elf qua his aut illis morbu non mfeflaturaliquan^ do 5 quorum curationi Medicus im^ par exijiit^ qui illarum partium fitum atque naturam ignorat i cum itaque partium Genitalium hiftoria haHenm a nemine^fatis accurate pertratiata fuerit, quis non videt plurimos Medicos in partium illarum morbos non recte cognitos pertraHando hallucinatos fuifie:“* - (fr:43) [È necessario anche, per respingere le calunnie di alcuni malevoli, mostrare che è indispensabile che le parti genitali siano descritte; infatti non c’è nessuna parte che non sia affetta da queste o quelle malattie, per la cui cura è inadatto il medico che ignora la posizione e la natura di queste parti; dato che la descrizione delle parti genitali non è stata mai trattata da nessuno con sufficiente accuratezza fino a oggi, chi non vede che moltissimi medici hanno sbagliato nel trattare malattie di queste parti, non conoscendole correttamente?]
De Graaf richiama a sostegno della sua tesi l’autorità di Ippocrate, il quale già rilevava la differenza tra la cura delle malattie femminili e quelle maschili, e l’errore comune dei medici che non riconoscono questa differenza: “quemadmodum Hippocrates i infinuare videtur-i dum dicit: … Medici fimul peccant non exa6te caufam morbi percun6tantesj fed veluti viriles morbos fanantes, & multas novi jam ab hujufmodi affe€lribus corruptas, quare ftatim caufam interrogare oportet: multum enim differt muliebrium, ac virilium curatio.” - (fr:44) [Come Ippocrate sembra suggerire, quando afferma: Anche i medici peccano insieme, se non indagano esattamente la causa della malattia, ma curano come se fossero malattie virili, e io già ne ho conosciute molte rovinate da questi errori, per questo bisogna interrogare immediatamente la causa: infatti molto diversa è la cura delle malattie femminili e di quelle maschili.]
L’autore affronta poi la questione della pudicizia e dei termini considerati “osceni” nella lingua latina, a differenza del greco dove i nomi di queste parti erano accettati nell’uso medico. Citando Aulo Cornelio Celso, spiega la difficoltà di trattare l’argomento conservando pudore e regole dell’arte: “Proxima funt ea, quae ad partes obfcoenas pertinent: quarum apud Graecos vocabula & tolerabilius fe habent, & accepta jam ufu funt, cum enim omni fere Medicorum volumine atque fermone jactenrur: apud nos foediora verba , ne confuetudine quidem aliqua verecundius loquentium commendata funt: ut difficilius haec explanatio fit, fimul & pudorem , & artis praecepta fervantibus.” - (fr:45) [Vi sono prossime le parti che appartengono alle parti oscene: i loro nomi presso i Greci sono più tollerabili e già accettati dall’uso, infatti sono usati in quasi tutti i volumi e i discorsi dei medici; presso di noi [Latini] le parole sono più turpi, e non sono raccomandate nemmeno dall’abitudine da parte di coloro che parlano con pudore, sicché è più difficile fare questa spiegazione conservando insieme il pudore e le regole dell’arte.]
Nonostante questa difficoltà, De Graaf non si lascia scoraggiare: due sono i motivi che lo spingono: raccogliere tutte le conoscenze utili alla salute acquisite, e rendere accessibile la cura di queste malattie anche al pubblico, dal momento che pochi pazienti sono disposti a mostrare le proprie parti intime al medico. L’autore chiarisce che la sua finalità non è licenziosa, ma scientifica: descrive le parti per la conoscenza della natura e per l’utilità della medicina, non come incentivo alla lascivia. Citando Agostino d’Ippona, sostiene che la colpa dell’eventuale turbamento è di chi legge con intenzione impura, non dell’opera che risponde a una necessità: “quia non damnabilem obfcoenitatem commemoramus, fed in explicandis, quantumpofllimiis, humanae generationis affe&ibus, verba tamen obfcoena devitamus.” - (fr:49) [Infatti non noi commemoriamo una oscenità riprovevole, ma nello spiegare, per quanto possibile, i processi della generazione umana, evitiamo comunque le parole oscene.]
Il testo si conclude con un prologo poetico che difende nuovamente l’opera da accuse di indecenza e ne presenta i contenuti: “Non hic falfa fuo Leda dat ova Jovi; Nec timeant juvenes, lafcivia nulla docetur, Non levis obfccEnum pagina pandit opus.” - (fr:57) [Qui non ci sono contenuti licenziosi (riferimento al mito di Leda e Giove): non temano i giovani, non si insegna nessuna lascivia, non una pagina leggera rivela un’opera oscena.]
Il poema ribadisce che l’opera ha una serietà scientifica, ha come fine la rivelazione dei segreti della natura e la lode del Creatore: “Sola argumentis rerum Natura patebit, Lausque creaturis fumma Creator erit.” - (fr:59) [Sola la natura si rivelerà con le argomentazioni sui fatti, e il sommo Creatore sarà lodato per le sue creature.]
Infine, accenna alla teoria innovativa di De Graaf sulla generazione, secondo cui tutti gli esseri viventi, anche i mammiferi, traggono origine da un uovo: “Hic fua mortalis primordia ducat ab ovo: […] Mira fidesl en, ledlor, ovem fpedabis in ovo.” - (fr:60, 62) [Qui [si spiega che] ogni essere mortale trae le sue origini dall’uovo: […] Fede straordinaria! Ecco, lettore, vedrai la pecora dentro l’uovo.]
1.1 Significato storico
Questo estratto è una testimonianza fondamentale dello sviluppo dell’anatomia e della medicina moderna all’inizio dell’età moderna: dimostra la necessità di superare i pregiudizi morali per studiare tutte le parti del corpo umano, aprendo la strada alla ginecologia come scienza autonoma. De Graaf, che per primo descrisse accuratamente i follicoli ovarici (poi chiamati follicoli di Graaf in suo onore), sottolinea come la mancanza di conoscenze anatomiche sulle parti genitali femminili causasse errori terapeutici che danneggiavano le pazienti, un problema ignorato dalla medicina precedente. La difesa della libertà di studio di parti intime, separando la ricerca scientifica da accuse di indecenza, rappresenta un passaggio chiave per l’affermazione della medicina come disciplina empirica e autonoma.
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[2.1-33-138|170]
2 Legenda di tavola anatomica delle strutture addominali e pelviche femminili di Regnerus de Graaf
Frammento di legenda per illustrazione anatomica del XVII secolo, attribuzione a Regnerus de Graaf.
Questo frammento di testo scientifico è la legenda di un’illustrazione anatomica, incentrata sui vasi sanguigni addominali e pelvici e sugli organi riproduttivi femminili. Esplicitamente attribuito all’anatomista olandese Regnerus de Graaf, pioniere dello studio dell’anatomia riproduttiva del Seicento, segue la convenzione dell’epoca di usare il latino come lingua scientifica, con etichette numerate per corrispondere ai segni sulla tavola.
La prima parte del testo elenca le strutture dell’apparato urinario e i vasi renali: “C. Vena Emulgens five Renalis dextrd.” - (fr:139) [C. Vena emulcente (o renale) destra] “D. Vena Emulgens five Renalis sinistra.” - (fr:140) [D. Vena emulcente (o renale) sinistra] “E. Arteria Emulgens five Renalis dextra.” - (fr:141) [E. Arteria emulcente (o renale) destra] “F. Arteria Emulgens five Renalis sinistra, G G. Renes.” - (fr:142) [F. Arteria emulcente (o renale) sinistra; G G. Reni] “Uretheres ahfcift.” - (fr:144) [Ureteri, indicati sulla tavola]
Successivamente vengono etichettati i vasi spermatici e i vasi iliaci: “I. Arteria Spermatica dextra.” - (fr:145) [I. Arteria spermatica destra] “K. Arteria Spermatica sinistra.” - (fr:146) [K. Arteria spermatica sinistra] “Aneria iliaca.” - (fr:150) [Arteria iliaca] “Vena iliaca.” - (fr:152) [Vena iliaca] “Rami Arteria iliaca interni.” - (fr:154) [Rami dell’arteria iliaca interna] “Rami Arteria iliaca externi.” - (fr:155) [Rami dell’arteria iliaca esterna] “S S. Rami Vena iliaca externi.” - (fr:158) [S S. Rami della vena iliaca esterna]
La parte finale è dedicata ai vasi e alle strutture specifiche della pelvi femminile: “Ap 6 Regnerus de Graaf XX.” - (fr:163) [Tavola 6, Regnerus de Graaf, numero XX] “Arteria Hypogastrica ad uterum & vaginam delata.” - (fr:160) [Arteria ipogastrica diretta all’utero e alla vagina] “Arteriarum Umbilicalium portiones.” - (fr:167) [Porzioni delle arterie ombelicali] “a. Uteri fundas communi tunica involutus.” - (fr:168) [a. Fondo dell’utero avvolto dalla tonaca comune] “b h. Ligamenta Uteri Rotunda, prout ejus fundo committuntur.” - (fr:169) [b h. Legamenti rotondi dell’utero, nella loro connessione al fondo uterino] “c c. Tuba Fallopiana in situ naturali.” - (fr:170) [c c. Tube di Falloppio nella loro posizione naturale]
Dal punto di vista storico, questo testo è una testimonianza della metodologia anatomica del Seicento, in cui le tavole illustrate con legende etichettate erano lo strumento principale per diffondere la conoscenza del corpo umano. Si notano errori di stampa tipici delle pubblicazioni di epoca, con termini troncati o sbagliati, e diverse etichette composte solo da lettere ripetute senza descrizione, confermando che si tratta di un frammento estratto da un’opera più completa.
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[3.1-43-285|327]
3 Anatomia, funzione e rappresentazione della clitoride nel trattato di Regnerus de Graaf
Estratto anatomico del XVII secolo dedicato alla struttura e funzione della clitoride, con legenda delle tavole illustrative
Questo estratto da un trattato anatomico di Regnerus de Graaf descrive la struttura muscolare, vascolare e nervosa della clitoride, ne definisce la funzione e riporta la legenda delle tavole illustrative dedicate all’organo.
Per quanto riguarda la muscolatura, l’autore descrive un paio di muscoli solitamente attribuiti alla clitoride, che traggono origine dallo sfintere anale e si estendono fino all’organo. Diversamente da quanto affermato da altri autori, de Graaf ritiene che questo muscolo sia destinato all’orifizio vaginale nella contrazione, non all’erezione della clitoride: “Aliud mufculorum par, quod Clitoridi a plerifque adicribitur, a Sphin^ere podicis lato principio ortum retro Pudendi labra intra Clitoridem & Plexum retiformem perreptans, Clitoridi ita annedbitur, ut illud contrahendoVagin^ orificio potius , quam erigendse CUtotidi defl:inatum judicemus” - (fr:285) [Un’altra paio di muscoli, che dalla maggior parte degli autori è attribuito alla clitoride, ha origine dall’ampio inizio dello sfintere anale, si insinua retrocedendo tra le labbra della vulva dentro la clitoride e il plesso reticolare, e si lega alla clitoride in modo tale che, contraendosi, lo giudichiamo destinato all’orifizio vaginale piuttosto che all’erezione della clitoride.]
I vasi della clitoride sono costituiti da arterie, vene e nervi: arterie e vene traggono origine dai vasi pudendi e emorroidari, mentre i nervi originano dal tronco della sesta coniugazione nervosa. I vasi provenienti dai pudendi si distribuiscono sulla faccia dorsale della clitoride dopo l’unione dei due crura, per poi scendere ai lati e raggiungere le altre parti della vulva, inviando solo piccoli rami alla sostanza interna della clitoride: “Communicantur vero Clitoridi vafa a Pudendis orta, ubi duo ejus ligamenta five crura coeuntia, tertium ejus eorpus conftituuntj fupra cujus dorfum aliquantulum priind exfpatiantur, deinde ad latera ejus defcendunt, & reliquas Pudendi B f par 26 Regnerus de Graaf partes adeunt, emittendo tantiim exiguos quofdam ramulos ad internam Clitoridis fubftantiam.” - (fr:286) [I vasi originati dai vasi pudendi si distribuiscono alla clitoride quando i suoi due legamenti o crura si uniscono a formare il suo terzo corpo: prima si estendono un poco sulla sua faccia dorsale, poi scendono ai suoi lati, raggiungono le altre parti della vulva, emettendo solo alcuni piccoli rami verso la sostanza interna della clitoride.]
Tra le osservazioni peculiari, de Graaf sottolinea che i nervi che percorrono la faccia dorsale della clitoride sono molto grandi e si diffondono a tutte le parti della vulva. Le vene dei lati destro e sinistro si uniscono quasi sempre tramite anastomosi prima di scendere, e si connettono in innumerevoli punti, cosicché l’ingrossamento di un singolo ramo porta all’ingrossamento immediato di tutti: “Notandum hic Nervos per Clitoridis dorfum excurrentes admodum magnos efle, & ad omnes Pudendi partes difleminari: Venas vero dextri & fihiftri lateris, ut plurimum per anaftompfes fimul copulari, antequam ad Clitoridis latera defcendiiht, &: ad Flexum retiformem, ac alfaS Pudendi partes excurruntjubiin plures ramos dividuntur, qui rurfus in numerabilibus in locis fimul copulantur j ita, ut inflato uno ramo omnes ilico intumefcant.” - (fr:287) [Va notato qui che i nervi che corrono sulla faccia dorsale della clitoride sono molto grandi, e si diffondono a tutte le parti della vulva: le vene dei lati destro e sinistro invece, nella maggior parte dei casi si uniscono tramite anastomosi prima di scendere ai lati della clitoride, e di estendersi al plesso reticolare e ad altre parti della vulva, dove si dividono in molti rami, che a loro volta si uniscono in innumerevoli punti, cosicché gonfiando un ramo tutti si ingrossano immediatamente.]
De Graaf osserva inoltre una chiara differenza tra vene e arterie: “Inter dextri & finififi lateris Arterias anaftomofes rariflime obfervantur.” - (fr:288) [Tra le arterie del lato destro e sinistro le anastomosi si osservano molto raramente.]
L’origine dei vasi dalle emorroidali viene confermata dall’osservazione diretta dell’autore, che ha visto come gonfiando la clitoride con aria si distendessero anche i grandi vasi diretti alle emorroidi. La funzione dei vasi clitoridei è la medesima di quelli del pene: riempiono l’organo e le altre parti della vulva di sangue e spirito per causarne l’erezione.
La funzione generale della clitoride è duplice: sostenere la vulva per evitare che collassi, e risvegliare il desiderio sessuale sopito. Il glande clitorideo ha una sensibilità così acuta che viene giustamente considerato la sede del piacere amoroso: l’autore aggiunge che senza questa sensibilità nessuna donna accetterebbe di sopportare i disagi e i pericoli di gravidanza, parto e educazione dei figli: “Pudenda, ne collabafcant, fuftinere, & torpentem Venerem excitare: Glans enim tam acuto ac perceptibili fenfu prxedita eft, ut non immeritoAnioris^dulcedo, Veneris OEftrum, &c. appelletur: Sc revera nifi ill^e Pudendi par; tes tam exquifitiffimo delectationis, I &: tanti amoris fenfu prseditse eflent, ^ nulla mulier in fe fufcipere vellet tam I moleftam novem mendum geftatioi nem, laborioftffimam&ftepe exitialem foetus exclufionem, plenam folicitudinibus &c curis liberorum educationem.” - (fr:294 e 295) [Sostenere la vulva perché non crolli, e risvegliare il desiderio sessuale sopito: infatti il glande è dotato di un senso così acuto e percettibile, che non a torto viene chiamato la dolcezza dell’amore, lo stimolo del desiderio sessuale, ecc. Invero se queste parti della vulva non fossero dotate di un senso così squisito di piacere e di amore, nessuna donna vorrebbe sopportare su di sé una gravidanza di nove mesi così molesta, l’espulsione del feto così laboriosa e spesso mortale, l’educazione dei figli piena di sollecitudini e cure.]
La parte finale del testo riporta la legenda della terza tavola illustrata, che raccoglie diverse rappresentazioni della clitoride: la Figura I mostra la parte anteriore, con etichette per ogni struttura (clitoride, crura, glande, prepuzio, nervi, muscoli, legamenti di connessione al pube, arteria e vena); la Figura II mostra la parte posteriore, con etichette per la clitoride, la ninfa invertita, i muscoli dei crura e le loro fibre e le fibre dello sfintere connesse alla sostanza clitoridea; le Figure III e IV mostrano la clitoride orientata in modi diversi, evidenziando la sostanza spugnosa divisa da un setto intermedio.
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[4.1-35-351|385]
4 Descrizione anatomica delle ninfe e dibattito sull’imene in un trattato di Regnerus de Graaf
Brano estratto da un trattato anatomico secentesco di Regnerus de Graaf, che descrive struttura e funzione delle ninfe (labbra minori femminili) e riporta il dibattito contemporaneo sulle caratteristiche e l’esistenza stessa dell’imene, corredandolo di osservazioni personali su dissezioni di cadaveri di vergini.
La prima parte del testo è dedicata alle ninfe, che l’autore paragona per aspetto e colore alle creste che crescono sotto il gozzo dei galli: il colore rossiccio assunto quando sono eccitate dal desiderio sessuale le accomuna a queste strutture, mentre diventano pallide o livide nei cadaveri. “Ex quibus intelligi potest illas non male paleari, feu cristis illis, quae pullis gallinaceis gallinis sub gutture enascentur, comparari posse; eoque magis, cum in Veneris oestro percitis, eodem rubello colore gaudeant; in demortuis vero eas magis pallidas, & quandoque etiam lividas invenimus” - (fr:351-352) [Da ciò si può capire che queste possono essere paragonate giustamente a quelle creste che crescono sotto il gozzo di polli e galli, tanto più che, quando sono eccitate dal desiderio sessuale, assumono lo stesso colore rossiccio; nei cadaveri invece le troviamo più pallide e a volte anche livide.]
La loro struttura è composta da una parte esterna simile al tessuto delle labbra della vulva e delle pareti interne del naso, e una parte interna morbida e spugnosa, formata da piccole membrane e vasi sanguigni, adatta all’espansione: le ninfe si distendono infatti allo stesso modo del clitoride, quando il sangue affluisce in maggiore quantità attraverso le arterie per stimolazione nervosa. “Interna vero Nympharum substantia, quae mollis & spongiosa est […] ex membranulis & vasis leniter conflata, expansionibus aptissima est: distenduntur vero eodem quo Clitoris modo” - (fr:354-355) [La sostanza interna delle ninfe, che è morbida e spugnosa […] composta finemente da piccole membrane e vasi, è adattissima all’espansione; si distendono infatti allo stesso modo del clitoride.]
Sono attribuite a questa struttura tre funzioni principali: proteggere le parti interne genitali, coprendo il meato urinario e l’orifizio vaginale da agenti esterni dannosi come polvere e freddo; aumentare il piacere sessuale durante il rapporto, perché quando sono gonfie per l’eccitazione comprimono il membro maschile e aumentano la stimolazione, e la loro protuberanza contrasta anche l’allentamento dei tessuti dopo un prolungato rapporto sessuale, rafforzando il legame coniugale; dirigere il flusso dell’urina, per evitare che stilli nella cervice uterina: su quest’ultima funzione, riportata da Riolano, de Graaf non si esprime e lascia la valutazione ad altri. “Usus Nympharum est partes internas tueri. Meatum urinarium, & quodammodo Vaginae orificium, tegere, ne pulvere, frigore, aut aliis externis injuriis laedantur. viunt praeterea Nymphae ad majorem voluptatis concupiscentiam; quatenus inflatae, virile membrum comprimendo titillationem adaugeant” - (fr:357-359) [L’uso delle ninfe è di proteggere le parti interne. Coprire il meato urinario e in un certo modo l’orifizio vaginale, perché non siano danneggiati da polvere, freddo o altri agenti esterni nocivi. Inoltre le ninfe contribuiscono a una maggiore brama di piacere; quando sono gonfie, comprimendo il membro maschile aumentano la stimolazione.] “Praesunt item proflueni urinae & ita effusam dirigunt, ait Riolanus, ne in cavitatem cervicis distillet, quod an verum sit, aliis judicandum relinquimus” - (fr:361) [Presiedono inoltre al flusso dell’urina e la dirigono una volta fuori, dice Riolano, perché non stilli nella cavità della cervice uterina; se questo sia vero, lo lasciamo giudicare ad altri.]
La seconda parte del brano è interamente dedicata all’imene, la cui ricerca era all’epoca una delle questioni più controverse per gli anatomisti. Non c’era accordo nemmeno sulla sua esistenza: alcuni affermavano che la sua presenza è contro l’ordine naturale, altri sostenevano che sia presente in tutte le vergini. “In perscrutandis Naturae abditis non minimam Hysterotomicis curam atque difficultatem praebuit Hymenis investigatio: quoniam de eo multum inter se altercantur, atque digladiantur Anatomicorum peritissimi: multenim illum, si inveniatur, praeter Naturae institutum esse audacter asserunt: Alii vero illum in omnibus, quas secuerunt, virginibus adfuisse stentorea voce exclamant” - (fr:363) [Nell’indagare i segreti della natura, la ricerca dell’imene ha dato non poca preoccupazione e difficoltà agli anatomisti che studiano gli organi femminili: poiché i più esperti anatomisti litigano e si scontrano molto su di esso: molti affermano audacemente che se viene trovato, è fuori dall’ordine naturale; altri invece gridano a gran voce che l’imene era presente in tutte le vergini che hanno sezionato.]
Non c’era accordo nemmeno sulla sua sostanza, la sua posizione e la sua forma: sulla sostanza le opinioni variavano da membrana sottilissima simile a una ragnatela, a struttura carnosa, nervosa, venosa o spessa; sulla posizione veniva indicato in punti diversi, da subito dopo l’uretra, sotto le ninfe, fino alla parte interna del collo dell’utero; sulla forma la maggior parte parlava di un’unica apertura rotonda o oblunga, altri descrivono una formazione da quattro caruncole simili a bacche di mirto, altri ancora una membrana a cribro con molti forellini.
De Graaf riporta poi le sue osservazioni personali raccolte durante dissezioni di cadaveri di vergini di età diversa: ha osservato che l’orifizio vaginale è naturalmente ristretto, con una entità proporzionale all’età: più le ragazze sono giovani, più il restringimento è marcato. Nelle neonate l’orifizio è così piccolo che ammette a stento un pisello piccolo; in una ragazza di sei anni è più dilatato, circondato da rughe membranose; in una vergine di 24 anni rimane solo un circolo membranoso che non può essere penetrato dal membro maschile senza lacerazione. “Diductis a se invicem Vulvae labris in inferiori Pudendi parte altum conspeximus fraenulum, pauloque interius membranosas rugositates circum Vaginae orificium orbiculatim existentes ita dilatatas offendimus, ut membranosus quidam circulus tantum remaneret: quem virile membrum absque dilaceratione subire neutiquam potuisset” - (fr:379) [Dopo aver divaricato tra di loro le labbra della vulva, abbiamo scorto un alto frenulo nella parte inferiore del pudendo, e poco più internamente abbiamo trovato rughe membranose disposte circolarmente intorno all’orifizio vaginale, così dilatate che rimaneva solo un certo circolo membranoso: che il membro maschile non avrebbe potuto assolutamente penetrare senza lacerazione.]
Questa differenza di restringimento spiega perché nelle vergini più giovani il primo rapporto è più doloroso e accompagnato da sanguinamento: quando il restringimento è troppo marcato per essere dilatato, il tessuto si lacera rompendo i vasi sanguigni. De Graaf contesta poi la dottrina delle caruncole mirtiformi: non le ha mai trovate durante le sue dissezioni, e ritiene che gli anatomisti abbiano scambiato per caruncole vere e proprie le irregolarità e le corrugazioni membranose dell’orifizio vaginale, che scompaiono del tutto dopo il parto: se fossero strutture vere e proprie, rimarrebbero e costituirebbero un ostacolo alla nascita del feto. “Quatuor Carunculas myrtiformes adeo decantatas, cum hactenus frustra quaesiverimus, arbitramur plerosque Anatomicos orificii Vaginae corrugationes feu membranosas inaequalitates nullo certo numero comprehendendas nobis pro veris Carunculis obtrudisse” - (fr:381) [Poiché abbiamo cercato invano fino a oggi le quattro tanto celebrate caruncole mirtiformi, riteniamo che la maggior parte degli anatomisti ci abbia proposto come vere caruncole le corrugazioni o le irregolarità membranose dell’orifizio vaginale, che non hanno un numero fisso.]
Alla fine del testo superstite, de Graaf introduce la domanda se oltre al restringimento dell’orifizio vaginale da lui descritto esista un’altra membrana distinta, il cosiddetto “chiostro della virginità”, riportando solo che Johann Wier afferma che questa membrana esiste: il brano si interrompe a questa affermazione, senza conclusioni. “Aliam membranam reperiri refert Wierm de praestigiis Demonum /” - (fr:385) [Riferisce che un’altra membrana si trova, [Johann] Wier, De praestigiis Daemonum /]
Come testimonianza storica, questo testo documenta lo stato dell’anatomia femminile nel XVII secolo, prima della definizione moderna delle strutture genitali: conferma l’esistenza di un acceso dibattito su strutture ancora poco conosciute, e mostra l’approccio basato sull’osservazione diretta delle dissezioni che caratterizzava la nuova anatomia dell’età moderna.
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[5.1-20-401|420]
5 Discussione anatomica sull’imene e le ostruzioni congenite dell’orifizio vaginale nella trattatistica anatometica moderna
Il testo, estratto da un trattato anatomico dell’età moderna, affronta il dibattito sulla natura e la presenza dell’imene nelle vergini, basandosi su osservazioni cliniche e autoptiche di diversi autori del periodo. L’autore parte riportando casi osservati di membrane anomale che ostruiscono l’orifizio vaginale, contrariamente alle leggi della natura, che possono impedire il rapporto sessuale e la procreazione. Viene citato per primo un caso osservato da Regnerus de Graaf:
“Ali: tales membrana feu virginalia interlepta præter Naturam existunt, uti & Vaginas orificii coarctatio, sit utique, ut nubilis virgo Penem proportionatum admittere nequeat, cujus rei exemplum perhibet Parēus ubi ait: ipsam (membranam) semel tantum licuit mihi observare in virgine decemdecim annos natam, cum mater viro despondisset, sciretque nihilominus ipsam in pudendis subesse aliquid, quod quominus posset esse fecunda impediret, rogavit me ut ipsam inviserem” - (fr:404) [Esistono siffatte membrane o ostruzioni verginali contro natura, come anche restringimenti dell’orifizio vaginale, di tale entità che una vergine nubile non può accogliere un pene di proporzione adeguata; di ciò viene riportato un esempio, dove si afferma: mi è capitato di osservare questa membrana una sola volta in una vergine di diciassette anni, che la madre aveva dato in sposa, e sapeva nondimeno che vi era qualcosa nei suoi genitali che le impediva di poter diventare madre, per cui mi pregò di visitarla.]
La descrizione dell’osservazione e del trattamento chirurgico prosegue:
“Reperi igitur membranam quandam nervosam, tenuissimam sub nymphis, proxime ad foramen per quod mulieribus urina effluit præ foribus orificii cervicis uteri, medio sed exiguo foramine membranula illa pervia erat, quò menfes diffuere possent” - (fr:405) [Trovai dunque una membrana nervosa, sottilissima, sotto le piccole labbra, molto vicino al foro per cui urinano le donne, davanti all’ingresso della cervice uterina; questa piccolissima membrana era percorsa al centro da un foro molto piccolo, attraverso cui potevano fluire le mestruazioni.]
“Contemplatus ergo membrulæ illius tenuitatem, ipsam adactis vossellis reseci, quidquid ad reliquam curationem facto esset aptis matrem admonui: certe nupsit illa paulo post, & prolem peperit” - (fr:406) [Dopo aver osservato la sottigliezza di questa membrana, la recisi con strumenti taglienti, avvisai la madre di quanto era stato fatto per la cura e di quanto restava da fare; poco dopo la ragazza si sposò e partorì un figlio.]
Successivamente l’autore riporta l’accordo di Realdo Colombo, che conferma che questa membrana, chiamata imene dagli antichi, è presente solo in rari casi:
“Raro reperiri hanc membranam mecum sentit Realdus Columbus: sub nymphis, inquit in nonnullis virginibus non omnibus, alia membrana cernitur Hymen a veteribus appellata, quæ cum adest (raro autem adest) obsitat quo minus penis in uterum immittatur: nam crassities valde supra, vesicam versus, foramine donatur per quod menfes fluunt” - (fr:407) [Realdus Colombo è d’accordo con me che questa membrana si trova raramente: egli afferma che sotto le piccole labbra, in alcune vergini non in tutte, si distingue un’altra membrana chiamata imene dagli antichi; quando è presente (ma è presente raramente), osta a che il pene sia introdotto nell’utero: è molto spessa, verso la vescica, ed è dotata di un foro attraverso cui fluiscono le mestruazioni.]
“Addit & hanc se tantum observasse in duabus virgunculis, & in una grandiore” - (fr:408) [Aggiunge anche che egli l’ha osservata solo in due ragazze vergini e in una donna più adulta.]
Da queste osservazioni l’autore trae la conclusione che la membrana che ostruisce l’orifizio uterino o vaginale, se presente, è una anomalia contro l’intenzione della natura, il cui fine è rendere la donna capace di procreare:
“Ex quibus observationibus dicere possimus, membranam Uteri ostium recipienti si modo reperiatur, contra Natura intentionem virginibus inexistere, alias incisione opus non fuisset, nec impediret ingressum Penis in Uterum” - (fr:409) [Da queste osservazioni possiamo affermare che, se la membrana davanti all’orifizio uterino viene trovata, essa esiste nelle vergini contro l’intenzione della natura; altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di inciderla, né ostacolerebbe l’ingresso del pene nell’utero.]
“Naturae namque institutum in creatione faeminae fuit, illam opportuno tempore interveniente viri copula matrem reddere” - (fr:410) [Poiché il disegno della natura nella creazione della femmina è quello di renderla madre, al tempo opportuno, tramite l’unione con l’uomo.]
La conferma di questa tesi sta nella rarità della formazione: se fosse naturale, sarebbe presente sempre o nella maggior parte dei casi:
“Si enim naturaliter virginibus inesset, non raro sed semper, aut ut plurimum inesset, pro eorum, quæ secundum Naturam insunt consuetudine” - (fr:412) [Infatti se fosse presente naturalmente nelle vergini, non sarebbe rara, ma sempre o nella maggior parte dei casi, secondo la regola di tutte le cose che esistono conformemente alla natura.]
La disputa sull’imene è per l’autore solo una questione di nomi: se gli autori che sostengono che l’imene sia una formazione naturale esaminassero la loro descrizione, la controversia si risolverebbe, perché le diverse definizioni corrispondono alla medesima formazione anomala:
“qui Hymenem membranam esse in Vaginae orificio naturaliter constitutam dicunt, ne tamen hi se nobis opponant, & de nomine quæstionem nobiscum agitent; examinent prius an id, quod Hymenem nominant, a nostra Vaginae orificii coarctatione differat, & cessabit brevi sine dubio ulterior de Hymene controversia, quandoquidem Casserii, aliorumque opiniones levi opera cum nostra reconciliari possint” - (fr:413) [coloro che dicono che l’imene è una membrana costituita naturalmente all’orifizio vaginale, non si oppongano a noi e non muovano questioni di nome con noi; esamino prima se ciò che chiamano imene differisce dalla nostra descrizione di restringimento dell’orifizio vaginale, e cesserà presto senza dubbio ogni ulteriore controversia sull’imene, dal momento che le opinioni di Casserio e di altri possono essere riconciliate facilmente con la nostra]
“pansionem, nos membranosam coarctationem dicimus” - (fr:414) [quelli chiamano espansione carnosa o nervosa, noi chiamiamo restringimento membranoso.]
Infine l’autore contrasta l’opinione di chi afferma che esista una membrana naturale ad anello all’ingresso dell’utero, custode della verginità:
“quanquam sunt quidem disceptores, qui esse in ore uteri virginibus membranulam quandam annuli forma affirmant, nulla pars est in uteri ore, aut cervice, qua virginitatis custodia sit. Sed angustia tanta, & symphysis, sen coalecentia, et adstrictio labiorum tanta, ut sine dilaceratione partium, qua symphysi coierunt, admittere virile membrum non possit” - (fr:417) [benché vi siano studiosi che affermano che esista una piccola membrana a forma di anello all’orifizio dell’utero nelle vergini, non c’è alcuna parte all’orifizio dell’utero o nella cervice che sia custode della verginità. Vi è solo una tale angustia, e una simpisi, cioè coalescenza, e una tale adstrizione delle labbra, che senza lacerazione delle parti che sono coalesciute, non può accogliere il membro virile.]
Il testo si interrompe mentre cita Fernelio, che riporta la tradizione comune per cui l’imene è una membrana che si rompe al primo rapporto, causando sanguinamento.
5.1 Significato storico
Questa fonte è una testimonianza rilevante dello sviluppo dell’anatomia clinica nell’età moderna: dimostra che già prima dell’anatomia contemporanea, studiosi basati su osservazioni dirette hanno messo in discussione la credenza tradizionale che l’imene sia una caratteristica naturale presente in tutte le vergini, a testimonianza della verginità. L’autore invece dimostra che la formazione è rara, anomala e congenita, e descrive uno dei primi casi documentati di trattamento chirurgico di questa anomalia, con esito positivo di fertilità dopo l’intervento. Inoltre riflette il dibattito scientifico del periodo tra diverse scuole anatomiche sulla nomenclatura e la natura delle formazioni genitali femminili.
[6]
[6.1-29-422|450]
6 Dibattito sull’esistenza di un segno infallibile della verginità nel trattato anatomico di Regnerus de Graaf
Testo anatomico del XVII secolo che confuta la tesi dell’esistenza di un segno certo di verginità basato sull’imen e sul sanguinamento del primo rapporto.
Il testo, tratto dal trattato di Regnerus de Graaf sugli organi riproduttivi femminili, apre riportando la posizione di Jean Riolan il Giovane, che per primo confuta la teoria tradizionale dell’imen come membrana che testimonia la verginità: “Meritior factus in rebus anatomicis, commentum Severmi Rinai Chirurgi Rarijienfis, de ijs Carunculis Hymenem constituentibus, vanum & fictitium esse deprehendi” - (fr:425) [Ritengo di aver scoperto che l’invenzione del chirurgo di Reims Severino Pineau, secondo cui queste caruncole costituiscono l’imen, è vana e fittizia.]
Riolan non nega comunque che le escrescenze carnose presenti all’interno della vulva possano contribuire alla valutazione della verginità, e ammette che il primo rapporto può causare sanguinamento per la loro separazione e usura: “Non inficior tamen illam angustiam Cunni interioris quæ fit ab illis carnositatibus ex reduplicato collo Uteri aliquid conferre ad dignoscendam virginitatem, & ex illis disjunctis carnositatibus attritis in primo coitu, supra vigesimum annum, præfertim in aridis virginibus, sanguinem stillare posse” - (fr:426) [Non nego tuttavia che questa ristrettezza dell’interno della vulva, prodotta da queste escrescenze carnose derivate dalla ripiegatura del collo dell’utero, contribuisca in qualche modo a riconoscere la verginità, e che dopo la separazione e l’usura di queste caruncole nel primo rapporto, soprattutto in vergini sopra i vent’anni e di costituzione asciutta, possa uscire del sangue.]
De Graaf pone quindi la domanda centrale del dibattito: “An illa sit certum virginitatis indicium Natura constitutum: id est signum distingens, virginem a muliere corrupta venereoque congressu assueti, quo posito infallibile habeamus de virginitate argumentum, quo etiam remoto mulierem esse statuamus” - (fr:430) [Se esista un segno certo della verginità istituito da Natura: cioè un segno che distingua la vergine dalla donna corrotta dal rapporto sessuale, per cui quando questo segno c’è abbiamo un argomento infallibile di verginità, e quando non c’è possiamo stabilire che la donna non è vergine.]
L’autore ricorda che la tesi dell’esistenza di un segno certo è supportata dal passo del Deuteronomio 22, dove il lenzuolo insanguinato viene presentato come prova ufficiale di verginità. Dopo aver classificato i segni in tre categorie (propri, che appartengono solo a un soggetto; inseparabili, che appartengono a tutti; propri e inseparabili, che appartengono a tutti e solo a quelli), de Graaf trae la sua conclusione: “Hisce positis dicendum erit linteum illud cruentatum, cujus mentio fit in Deuteronomio, signum quidem virginitatis esse, sed neque proprium, neque inseparabile, adeoque neque certum censeri posse” - (fr:438) [Stabilite queste premesse, va detto che quel lenzuolo insanguinato, menzionato nel Deuteronomio, è sì un segno di verginità, ma non è né proprio né inseparabile, e quindi non può essere considerato un segno certo.]
Le motivazioni sono due: in primo luogo, donne non vergini possono emettere sangue intenzionalmente per ingannare; in secondo luogo, esiste la possibilità di concepimento anche senza penetrazione completa del pene in vagina, perché l’utero può attirare lo sperma sparso all’esterno delle labbra. De Graaf dimostra questo punto con due esempi clinici concreti: 1. Il primo caso riguarda una donna che dopo un parto difficile aveva le parti genitali lacerate, che poi si sono saldate lasciando uno spazio solo per la punta di uno specillo, eppure ha concepito: “nulla fit generatio fine penis immissione, ex Galeni judicio omniumque Medicorum consensu, nuper tamen vidimus quandam mulierem, qua ex laborioso & difficili partu laceratas habuerat partes genitales, cujus Nympha & quatuor Caruncula tam arcte coaluerant, ut vix specilli cuspidem foramen admitteret, nihilominus decimoquarto abhinc anno concepisse” - (fr:442-444) [Nessuna generazione avviene senza l’immissione del pene, secondo il giudizio di Galeno e il consenso di tutti i medici; tuttavia noi abbiamo visto di recente una donna, che dopo un parto faticoso e difficile aveva le parti genitali lacerate, le cui piccole labbra e quattro caruncole sono cresciute insieme così strettamente che l’apertura ammetteva a malapena la punta di uno specillo, e nondimeno ha concepito quattordici anni fa.] In questo caso, lo sperma sparso tra le labbra fu attirato dall’utero, che lo accolse, e al momento del parto l’apertura fu allargata artificialmente fino alla dimensione necessaria per far uscire un feto sano.
- Il secondo caso, avvenuto nel 1660, riguarda una donna con imene imperforato che accusò il marito di impotenza davanti al giudice, sostenendo di non aver mai avuto rapporti: “Mulier imperforata impotentia & frigiditatis accusat maritum coram judice, quod nondum ab eo quidquam passa fuisset, cum utriusque partes diligenter indicerentur, mulier inventa fuit gravida” - (fr:448-449) [Una donna imperforata accusa il marito di impotenza e freddezza davanti al giudice, sostenendo di non aver mai avuto nessun rapporto con lui; quando le parti di entrambi sono state esaminate con attenzione, la donna è stata trovata gravida.]
6.1 Elementi peculiari e significato storico
Si tratta di una testimonianza fondamentale della rivoluzione anatomica del XVII secolo: rompe con una tradizione millenaria che legava la verginità a un segno fisico infallibile, supportata anche dall’autorità della Bibbia, e dimostra la sua tesi con casi clinici osservati direttamente, non solo con argomenti teorici. È inoltre una delle prime descrizioni documentate di concepimento senza penetrazione, confermata da osservazioni mediche, che contraddice la dottrina tradizionale galenica.
[7]
[7.1-32-471|502]
7 Resoconto del trattato di Regnerus de Graaf sui segni della verginità
Il testo analizza la questione dell’affidabilità dei segni della verginità, confutando la credenza popolare e culturale che questi siano indiscutibili, a partire da due casi concreti osservati.
Nel primo caso una donna concepisce immediatamente dopo il primo rapporto sessuale, avvenuto durante le mestruazioni, senza complicazioni: “Horufn autem nuptiae fabiis funt, cubuerunt simul pluentibus adhuc menstruis purgationibus, rem semel habuerunt, sed ita facile liber alit erit oportune, ut ex virgine facta sit mulier, quae eodem temporis momento concepit, gravidaque ipsa fuit” - (fr:471) [In questo caso le nozze furono celebrate, i due giacquero insieme mentre ancora fluivano le mestruazioni, ebbero un solo rapporto: la donna divenne madre così facilmente da passare immediatamente da vergine a moglie, avendo concepito nello stesso istante e risultando subito gravida.]
Nel secondo caso un mercatore bigamo, partito per lavoro subito dopo le nozze, torna a casa dopo venti giorni e non riesce ad avere rapporti con la moglie, perché l’orifizio genitale è diventato molto più stretto rispetto alla prima notte: “Reverfus vero domum Bigamus, uxor dormierunt simul sed rem habere tentarunt fruftra ifta prima vice; propter angustius multo redditum quam antea sinus pudoris orificium, post fluxionem menstruorum, partium pudendarum exsiccationem” - (fr:474) [Tornato a casa Bigamo, lui e la moglie dormirono insieme e tentarono di avere un rapporto invano in questa prima occasione dopo il ritorno: ciò accadde perché l’orifizio genitale era diventato molto più stretto di prima, dopo la fuoriuscita delle mestruazioni e l’essiccazione delle parti pudende.]
La donna presentava già chiari segni di gravidanza derivati dall’unico rapporto della prima notte: “Signa enim graviditatis apparebant inappetentia ciborum nempe, nausea perpetua, decolor facies, membrorum lassitudo & alia” - (fr:477) [Apparivano infatti segni di gravidanza: perdita di appetito, nausea continua, colore spento del viso, stanchezza delle membra e altri sintomi.]
Il mercatore non sapendo che le membrane genitali si dilatano quando sono umide e si restringono quando sono secche, sospettò che la moglie avesse già perso la verginità prima del matrimonio. De Graaf usa questo esempio per dimostrare che l’associazione tra verginità e rigidità dell’orifizio genitale è errata, e espone tre motivi per cui i segni comuni non sono affidabili, per arrivare alla conclusione chiave: “neque naturalem Pudendi orificii coarctationem, neque linteolum fanguine foedatum; certum & indubitatum virginitatis fignum exhibere” - (fr:486) [né la naturale costrizione dell’orifizio genitale, né il lenzuolo macchiato di sangue costituiscono un segno certo e indubitabile di verginità.]
I tre motivi della fallacia dei segni sono: 1. Le vergini che hanno uno o due rapporti durante le mestruazioni subiscono solo una piccola dilatazione, senza lacerazioni, quindi non perdono sangue al primo rapporto; 2. La naturale costrizione dell’orifizio può rilassarsi per l’abbondanza di umori corporei, fino a diventare più larga di quella di una non vergine, come osservato dai medici che curano il prolasso uterino; 3. Se una vergine adulta e healthy viene sposata a un marito giovane e debole, non si avrà comunque perdita di sangue.
De Graaf documenta poi la diffusione della consuetudine di verificare la verginità tramite il sangue della prima notte: era presente già presso gli antichi Romani (testimoniata dai versi di Claudiano) e permaneva al suo tempo presso Ebrei, Afrikani (in particolare a Fez in Mauritania), Siriani e anche in alcune regioni di Italia e Spagna. Questa usanza prevede che la macchia di sangue venga mostrata trionfalmente ai convitati per iniziare il banchetto nuziale, mentre se non c’è macchia la donna viene rimandata alla famiglia di origine con grande disonore. L’autore definisce questa consuetudine fallace e ridicola, perché le donne sanno come ingannare gli sposi con sangue falso inserito artificialmente nella vagina, e riporta un caso a sua conoscenza che dimostra l’inaffidabilità anche dei giudizi medici: “ut viderim fex probatæ fama obstetrices, mulierem quandam judicafse intactam virginem, quæ septem antea mensibus puerum pepererat” - (fr:500) [come ho visto io stesso che sei levatrici di provata reputazione hanno giudicato vergine intatta una donna che aveva partorito un bambino sette mesi prima.]
La conclusione finale moderata dell’autore è che, anche se la costrizione dell’orifizio vaginale non è necessariamente sempre presente nelle vergini, nella maggior parte dei casi c’è, e la rottura dei vasi sanguigni al primo rapporto è un evento comune. Per questo la legge di Deuteronomio si basa su una generalizzazione di ciò che accade per la maggior parte dei casi, non una regola assoluta che impone la presenza di questi segni in tutte le vergini. Infine, tutti gli altri segni esterni di verginità (mutamenti di voce, delle mammelle, dei peli, misurazione del collo, la prova delle api e altri) sono anch’essi inutili e inaffidabili.
7.1 Significato storico
Si tratta di una testimonianza rilevante della medicina anatomica del XVII secolo: un autore autorevole confuta esplicitamente una credenza popolare con enormi conseguenze sociali per le donne, dimostrandone la fallacia a partire da osservazioni anatomo-fisiologiche e casi concreti. De Graaf documenta inoltre la persistenza di questa usanza in diverse culture del suo tempo, denunciando l’ingiustizia di un sistema che può condannare donne innocenti, pur non contraddicendo apertamente la tradizione religiosa.
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[8.1-82-513|594]
8 Analisi del testo di Regnerus de Graaf su meato urinario e organi genitali femminili
Estratto da un trattato anatomico seicentesco sulle strutture urinarie e riproduttive femminili.
Il frammento si apre con le etichette per un’illustrazione dei genitali femminili esterni, poi introduce il sesto capitolo del trattato di Regnerus de Graaf dedicato all’analisi del meato urinario. L’autore giustifica l’approfondimento per correggere un errore diffuso tra le persone non esperte e le ostetriche: “CUM de mirandis Pudendi partibus j partiumque particulis jam a£tum fit, ne quid inta£tum remaneat, quod ad majorem earum elucidationem quoquo modo pertinere videatur, merito jam nobis Meatus urinarius perfcrutandus venit, ne erremus cum idiotis mulierculis, qvae in urinae fijppreflione cathetherem in Vulvse Vaginam injiciunt, credentes ex illi urinam reddi.” - (fr:533) [Poiché abbiamo già parlato delle meravigliose parti del pube e delle loro particolarità, perché non rimanga intatto nulla che possa contribuire in qualsiasi modo alla loro chiarificazione, giustamente ora dobbiamo esaminare il meato urinario, per non commettere l’errore delle semplici popolane, che nella ritenzione urinaria iniettano il catetere nella vagina della vulva, credendo che da lì venga espulsa l’urina.]
Dopo aver descritto la posizione del meato urinario (circa un dito trasversale sotto la clitoride, immediatamente al di sopra dell’orifizio vaginale tra le ninfe), de Graaf contesta la definizione tradizionale della piccola prominenza all’orifizio uretrale come “caruncola muscolare” con funzione sfinterica. Egli sostiene che lo sfintere vescicale è già sufficiente a contrarre il collo della vescica, e che ninfe e labbra proteggono già sufficientemente il meato da aggressioni esterne: “collum conftringendo fufficiatj ac proinde non magis in foeminis quam in viris Urethrae orificium carunculam defiderat: haud etenim ab externis corporis injuriis metuendum eft> ne Veficam urinariam ejufve Meatum fubeant 5 cum Nympharum productionibus, ac labiorum tegumentis satis superque muniantur.” - (fr:535-537) [il collo [della vescica] è sufficiente a stringersi, e quindi non più nelle donne che negli uomini l’orifizio dell’uretra necessita di una caruncola: infatti non c’è da temere che aggressioni esterne danneggino la vescica urinaria o il suo meato, dal momento che sono protetti più che a sufficienza dalle pieghe delle ninfe e dalla copertura delle labbra.]
De Graaf riporta poi le dimensioni dell’uretra femminile: la sua larghezza supera lo spessore di un pennino da scrittura, e può essere facilmente dilatata fino a ospitare un mignolo. Questa caratteristica è fondamentale per l’estrazione dei calcoli vescicali, anche di dimensioni pari a un uovo di piccione: “Latitudo Urethras facile fcriptorii calami craflitiem fuperat; imo levi opera, ita dilatari potefl:, ut digitum auricularem facillime admittat, quod ab iis omnino notandum, qui ad curam mulierum Veficae calculo laborantium arceflentur, quoniam Meatus ulteriori artificio ita dilatari potefi, ut calculi inilar ovi columbini magnitudine extrahi valeant.” - (fr:538) [La larghezza dell’uretra supera facilmente lo spessore del pennino da scrittura; anzi con poca fatica può essere dilatata tanto da ammettere facilmente un mignolo: cosa che va assolutamente annotata da coloro che si occupano della cura di donne affette da calcoli alla vescica, poiché il meato può essere dilatato con un intervento adeguato tanto da permettere l’estrazione di calcoli delle dimensioni di un uovo di piccione.] L’autore aggiunge che in alcuni casi calcoli di grandi dimensioni vengono espulsi spontaneamente senza incontinenza o altre complicanze.
Per quanto riguarda la struttura, de Graaf descrive una sostanza ghiandolare che circonda l’intero canale uretrale, tra la membrana interna e le fibre muscolari dello sfintere. Egli identifica questa sostanza come la prostata femminile, citando l’antica descrizione di Galeno e Erofilo, che avevano già affermato l’esistenza di una ghiandola prostatica anche nelle donne: “ita, ut non aded male fubftantia illa, mulierum Proflatae five corpus glandulofum poffit appellari, de quo etiamnum agere nobis videtur Galenus de ufii partium, qui ex Herophili decreto, perinde ac in viris, foeminis etiam glandulofas Proflatas ineffe fcribit.” - (fr:545) [tanto che non è errato chiamare questa sostanza “prostate delle donne” o corpo ghiandolare, di cui già parla Galeno nel De usu partium, che per affermazione di Erofilo, come negli uomini, scrive che esistono ghiandole prostatiche anche nelle donne.]
La funzione di questa ghiandola, per de Graaf, è produrre un fluido pituitoso-siero che rende le donne più pronte al rapporto sessuale e lubrifica le parti genitali durante il coito, contrariamente all’opinione che questo fluido serva a inumidire l’uretra: “Proflatarum illarum ufus, eft pituitofo-ferofum fuccum generare, qui acrimonii & falfedine fui mulieres falaciores reddit, pudendasque partes delectabiliter in coitu lubricatj neutiquam vero ad Urethram humectandam, (ut quidam opinantur) illum liquorem a Natura destinatum effe, vel inde patet; quia ita in ejus exitu collocantur ductus, ut erumpens Urethram non attingat, quod non fieret, fi ad humectandam Urethram liquor ille definatus foret.” - (fr:546-547) [La funzione di queste prostate è generare un succo pituitoso-siero, che con la sua acredine e salsedine rende le donne più lussuriose e lubrifica piacevolmente le parti genitali durante il coito, e questo liquido non è affatto destinato dalla natura a inumidire l’uretra, come alcuni opinano: lo si capisce dal fatto che i dotti sono collocati all’uscita [dell’uretra] in modo che il liquido che esce non tocchi l’uretra, cosa che non accadrebbe se il liquore fosse destinato a inumidire l’uretra.]
De Graaf elabora poi una teoria eziologica per la gonorrea nelle donne: per analogia con gli uomini, dove la gonorrea è una fuoriuscita di fluido dalle prostate, anche la gonorrea femminile ha origine nelle ghiandole prostatiche. Questa tesi è confermata, per l’autore, dal fatto che nessun’altra parte genitale (tubi uterine, utero, vagina) ha dotti abbastanza ampi da produrre la quantità di fluido tipica della malattia, e le autopsie di donne morte per gonorrea mostrano sempre le prostate ulcerate.
Dopo aver concluso lo studio delle parti genitali esterne e adiacenti, de Graaf annuncia che passerà alle parti interne. Seguono le descrizioni di due tavole anatomiche: la quinta rappresenta l’uretra aperta longitudinalmente sulla parte anteriore, la sesta mostra lo spazio tra ureta e vagina, entrambe con tutte le strutture etichettate. Il frammento si conclude con l’apertura del settimo capitolo dedicato alla vagina uterina, dove l’autore elenca gli organi genitali interni principali (vagina, testi - l’antico termine per le ovaie - utero) e le strutture accessorie (vasi, linfatici, legamenti, nervi).
8.1 Significato storico
Questo estratto è una testimonianza rilevante dell’anatomia riproduttiva del XVII secolo: de Graaf anticipa di secoli l’identificazione ufficiale della prostata femminile, descrive con precisione le caratteristiche dell’uretra femminile fornendo indicazioni pratiche per interventi chirurgici (l’estrazione dei calcoli) rilevanti per la pratica medica dell’epoca, e corregge errori comuni nella pratica cateteristica delle ostetriche. La sua teoria sull’origine della gonorrea dalle ghiandole prostatiche femminili è una delle prime ipotesi eziologiche organiche per le malattie sessualmente trasmissibili nella donna.
[9]
[9.1-34-601|634]
9 Resoconto della descrizione anatomica della vagina da un trattato anatomico del XVII secolo
Descrizione anatomica della vagina basata su dissezione diretta, con confutazione di teorie antiche e analisi di struttura e funzione.
Questo testo estratto da un trattato anatomico del XVII secolo (che cita come autore principale Regnerus de Graaf) descrive struttura, caratteristiche e funzioni della vagina, basandosi su osservazioni dirette di dissezione di cadaveri.
9.1 Caratteristiche morfologiche generali
L’autore descrive la forma della vagina come oblunga, adattata strutturalmente al pene durante il rapporto sessuale: “Figura ejus oblonga eft, quse ini coitu undique fefe Peni applicat, & fecundum omnes dimenfiones fefe eidem accommodat j ita, ut Vaginae figura concava, eadem fit cum Penis figura convexa.” - (fr:602) [La sua forma è oblunga, che durante il coito si adatta completamente al pene, e si accomoda a esso in ogni dimensione, così che la forma concava della vagina corrisponde alla forma convessa del pene.] Fuori dal coito, i lati della vagina si ripiegano su se stessi e assumono l’aspetto di un intestino rilassato, mentre cambiano forma nuovamente durante il parto. Nei neonati la vagina ha già una capacità notevole, nonostante l’orifizio esterno sia molto stretto; nelle vergini adulte l’orifizio è ancora più stretto, e l’estremità legata all’utero è più costretta, tanto che aperta longitudinalmente assume una forma simile a una nave. L’autore confuta esplicitamente la teoria antica che vedeva la vagina come un pene invertito (esterno nell’uomo, interno nella donna), definendola assurda: “Ridiculum plane eft, quod aliqui partem illam mafculorum Peni ita correfpondere velint, ut, quxin viris foris, illa in foeminis intus collocata fint: ridiculum dicimus j quia nullam omnino cum Pene fimilitudinem habet.” - (fr:607) [È chiaramente ridicolo quello che alcuni sostengono, che questa parte femminile corrisponda così al pene maschile, che ciò che sta fuori negli uomini stia dentro nelle donne: lo diciamo ridicolo, perché non ha alcuna somiglianza con il pene.]
Per quanto riguarda le dimensioni, l’autore riporta che le misurazioni erano controverse tra gli anatomisti perché difficili da effettuare, ma le sue osservazioni su donne morte in età giovanile hanno rilevato una lunghezza compresa tra 6 e 9 dita trasversali. Lo spessore è simile a quello di una paglia nella parte superiore, e due o tre volte maggiore in quella inferiore; la larghezza è simile a quella dell’intestino retto, ma varia moltissimo durante il rapporto: “namin coitu nunc brevior fit, nunc longior, nunc conftringitur, nunc dilatatur; idque magis vel minus prout foemina plus minufve libidine agitatur” - (fr:616) [infatti durante il coito ora diventa più corta, ora più lunga, ora è costretta, ora dilatata; e questo in misura maggiore o minore a seconda che la donna sia agitata da più o meno libido]
La superficie interna è costituita da tessuto nervoso, ed è molto rugosa, paragonabile dall’autore alla membrana del palato di un bue: le rughe sono irregolari, più numerose nella parte anteriore, per aumentare il piacere durante il rapporto: “quod ideo volunt,uc glans Penis inasqualitate illi blandius agitata majorem in coitu tentiginem, atque dele&bationem procreet.” - (fr:618) [questo accade perché il glande del pene, mosso dolcemente da queste irregolarità, provochi nel coito una maggiore eccitazione e piacere.] Le rughe sono molto evidenti nelle vergini, ma si cancellano gradualmente dopo ripetuti rapporti, parti multipli o flussi cronici, fino a rendere la superficie completamente liscia; l’autore riporta anche di aver trovato calcoli nella tonaca interna della vagina in un caso.
9.2 Secrezione e funzione
Lungo tutto il canale sono presenti pori e dotti, più numerosi e grandi nella parte inferiore vicino all’uretra: da questi dotti sgorga una quantità abbondante di fluido sieroso-pituitoso, che lubrifica il canale durante il rapporto, tanto da fuoriuscire anche all’esterno. Molti autori scambiavano questo fluido per il seme femminile, ma l’autore specifica che non si tratta di seme, e lo paragona alla secrezione della prostata maschile: definisce questa emissione polluzione femminile, e afferma che anche non essendo seme, le donne che la provocano tramite stimolazione sessuale si comportano altrettanto male degli uomini che si masturbano. L’autore conferma che una parte del fluido viene prodotta dalla tonaca vaginale, ma la maggior parte origina dalla prostata femminile posizionata intorno all’uretra, un’osservazione molto precoce per l’epoca.
9.3 Parti esterne e muscolatura
All’esterno, uno sfintere muscolare avvolge la parte inferiore della vagina, e ha il compito di stringere la canale quando necessario, soprattutto durante il rapporto, permettendo alla vagina di adattarsi a qualsiasi dimensione di pene: “Mulierum enim Vagina tam affabre faCta elt, ut fe omnibus, & finguli® fere mentufis accommodet > brevi occurrat, longas cedat, craffk dilatetur, tenui conftringatur: Natura enim omnibus Penis differentiis confuluit” - (fr:630) [Infatti la vagina della donna è fatta con tale abilità che si adatta a tutti i pene, quasi a ogni grandezza: se il pene è corto, [la vagina] si adatta opponendosi, se è lungo cede, se spesso si dilata, se sottile si stringe: la natura ha provveduto a tutte le differenti dimensioni del pene] Due corpi cavernosi posti ai lati dell’orifizio aiutano la costrizione, non comunicano tra loro e la loro struttura interna è una rete di vasi chiamata plesso rettiforme, che piena di sangue permette una migliore aderenza al pene.
9.4 Significato storico
Questo testo è una testimonianza dell’anatomia moderna del XVII secolo, basata sull’osservazione diretta tramite dissezione invece che sulla ripetizione di teorie antiche: l’autore confuta errori tramandati da secoli (l’omologia tra vagina e pene, la natura di seme della secrezione vaginale) e riporta osservazioni precise su struttura e funzione che anticipano scoperte successive della ginecologia moderna.
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[10.1-65-877|941]
10 Analisi del trattato di Regnerus de Graaf sul flusso mestruale femminile
Questo estratto dal trattato anatomico del medico olandese Regnerus de Graaf (secolo XVII) affronta in modo sistematico, basato su dissezioni e osservazioni cliniche, la natura, la via di uscita, le cause e le proprietà del flusso mestruale femminile.
La tesi centrale sostenuta dall’autore è che il flusso mestruale naturale venga espulso naturalmente attraverso l’utero, non attraverso la vagina o altre parti del corpo: “Ad primum quod attinet existimamus, menftruam eluviem naturaliter per Uterum expurgari, & non per Vaginam, Pudendum, aut alias corporis partes, per quas perperam Mulierum Organis, &c.” - (fr:877) [Per quanto riguarda il primo punto, riteniamo che la purificazione mestruale avvenga naturalmente attraverso l’utero, e non attraverso la vagina, la pudenda o altre parti del corpo, dove viene erroneamente localizzata da chi studia gli organi femminili, ecc.]
A sostegno di questa tesi, de Graaf porta diverse prove: per analogia, il nutrimento del feto in gestazione e il flusso di lochi dopo il parto passano esclusivamente per l’utero, come lui stesso ha osservato in dissezioni di puerpere: “videmus enim fcetus nutrimentum quod toto geftationis tempore a materno fanguine defumitur, per nullas alias vias, quam per Uterum tranfire: item illum, qui, enixo jam foetu, Lochiorum nomine foras eliminatur eadem via erumpere: uti id in puerperarum diffectionibus quandoque nobis obfervare licuit” - (fr:879) [Infatti osserviamo che il nutrimento del feto, prelevato dal sangue materno per tutta la gestazione, non passa per altre vie che l’utero: ugualmente, dopo la nascita, ciò che viene eliminato all’esterno con il nome di lochi esce per la stessa via, come abbiamo potuto osservare a volte nelle dissezioni di puerpere.] Altre conferme arrivano dalla maggiore quantità e dimensione dei vasi sanguigni che arrivano all’utero rispetto alle parti circostanti, dal dolore lombare che precede il flusso (dovuto alla distensione dei vasi ipogastrici), e dalle osservazioni di altri autori: Highmore ha notato che la membrana uterina interna è ruvida per l’apertura delle vene nelle donne mestruate, e de Castro riporta casi di donne con prolasso uterino che hanno visto il sangue uscire chiaramente dall’orifizio uterino.
De Graaf affronta poi due obiezioni principali alla sua tesi: 1. Se il flusso esce per l’utero, perché non abortiscono sempre le donne gravide con perdite mestruali? L’autore risponde che ciò è possibile quando le perdite sono moderate e interessano una parte dell’utero lontana dalla placenta (che aderisce solo a un lato dell’utero, non a tutta la sua superficie): solo se il flusso è eccessivo, interessa la sede della placenta o non può uscire per blocco dell’orifizio uterino, causa distacco della placenta e morte del feto: “refpondemus id poffe fieri fi menftrua moderata fint, & per illam Uteri partem evacuentur, quæ omnino a placenta liberæ eft in non enim illa omnibus Uteri partibus, fed tantum alterutri ejus lateri (uti postea demonftrabitur) adhærefcit: fi vero fluxus immoderatus exiflat, aut per placentæ locum erumpat, placenta in totum aut confque diffolvetur, ut fcetus fuperftes manere nequeat” - (fr:887) [Rispondiamo che ciò può accadere se le mestruazioni sono moderate e vengono evacuate da una parte dell’utero completamente lontana dalla placenta: la placenta infatti non aderisce a tutte le parti dell’utero, ma solo a uno dei suoi lati (come dimostreremo in seguito): se invece il flusso è eccessivo o rompe attraverso la sede della placenta, la placenta viene sciolta completamente o parzialmente, sicché il feto non può rimanere vivo.] 2. Perché la natura ha creato rami venosi che arrivano alla parete vaginale, se non per il passaggio del sangue mestruale? De Graaf risponde che la loro funzione primaria è favorire l’erezione vaginale durante il rapporto sessuale. L’autore chiarisce inoltre che non nega che il flusso possa uscire per la vagina, ma solo in modo anomalo: ammette infatti che il flusso può uscire per moltissime altre parti insolite del corpo (vomito, feci, urina, occhi, naso, orecchie, gengive, mammelle, ombelico, dita) e che la via anomala più frequente è proprio la vagina.
Per quanto riguarda le cause del flusso mestruale, de Graaf rifiuta due teorie diffuse: la prima che il ciclo mestruale dipenda dalle fasi lunari, la seconda che derivi da un eccesso di sangue (plethora) che ristagna nei vasi uterini fino alla loro apertura. Rigetta la teoria lunare perché il ciclo varia per temperamento individuale e non è fisso come i cicli lunari: “non eft itaque hujus periodi caufa in fempiternos & immutabiles lunæ curfus referenda” - (fr:897) [Non è quindi possibile ricondurre la causa di questo periodo ai cicli eterni e immutabili della luna]. Rigetta anche la teoria della plethora perché le dissezioni di donne morte improvvisamente durante il mestruo non mostrano una distensione dei vasi uterini sufficiente a contenere la quantità di sangue espulsa ogni ciclo.
La teoria proposta da de Graaf è che il flusso sia provocato da una fermentazione dell’intera massa sanguigna, non solo del sangue nell’utero: questo spiega perché le donne hanno sintomi generali (mal di testa, stanchezza alle gambe, disturbi gastrici) quando il mestruo arriva, e perché il sangue può uscire per parti insolite del corpo: “arbitramur menftruorum colluviem ftatis circuitibus per Uterum excernendam a fermentatione potius quam lunæ motu, aut foli fanguinis copia excitari” - (fr:902) [Consideriamo che la massa mestruale, escreta dall’utero a intervalli fissi, sia provocata da una fermentazione piuttosto che dal moto della luna o dal solo eccesso di sangue]. Quando il sangue non può uscire per l’utero (per polipi, catarro, cicatrici o altre ostruzioni), esce per le parti più deboli del corpo, come il vino fermentato che rompe le parti più deboli della botte. Sulla periodicità mensile, de Graaf ammette che dipende da leggi della natura ancora sconosciute, e osserva che un flusso giornaliero renderebbe comunque impossibile la concezione.
Sulla natura del sangue mestruale, de Graaf discute due teorie opposte: la prima lo considera velenoso e cattivo per qualità, capace di causare infertilità, aborto, malattie e addirittura di uccidere le piante e far impazzire i cani; la seconda nega che sia cattivo per qualità, perché il feto si nutre del sangue mestruale trattenuto in gravidanza. De Graaf aderisce alla seconda teoria: per natura il sangue mestruale è buono, pecca solo per quantità eccessiva, e diventa nocivo solo quando ristagna e marcisce, perché le impurità di tutto il corpo convogliano all’utero come in una fogna. cita a sostegno l’autorità di Ippocrate e Aristotele, che descrivono il sangue mestruale delle donne sane come sangue fresco: “quæ menftrua vocantur erumpunt, quod fanguis quafi recens occifi animalis eft” - (fr:921) [le mestruazioni che vengono chiamate così escono, perché il sangue è come quello di un animale appena ucciso]. Quando il sangue viene mescolato a troppo catarro o umore seroso, si ha la leucorrea (flusso bianco), che può essere periodica o continua, e causa spesso infertilità e morte, come nel caso clinico riportato da de Graaf: una donna che aveva nascosto il disturbo per pudore è morta con ulcerazione e putrefazione di utero e vagina, confermata dall’autopsia.
Infine, de Graaf affronta la distinzione tra leucorrea continua e gonorrea: le due patenze sono simili e facili da confondere, ma derivano da sedi diverse: la leucorrea deriva dagli stessi dotti del sangue mestruale, perché il sangue mestruale può cambiare colore gradualmente da rosso a bianco; la gonorrea deriva invece dalle ghiandole intorno al meato urinario, come de Graaf ha dimostrato con la dissezione di una donna morta di gonorrea, che presentava solo le ghiandole uretrali malate e utero e vagina sani: “Gonorrhoeam vero ex glandofo corpore provenire, & per lacunas circum & in Meatus urinarii exitu collocatas erumpere, cadaveris cujufdam mulieris hoc vitio infedti diffe&io palam fecit: nam Utero ejufque Vagina innoxiis, corpus glandofum five proflatas Urethræ circumpofitas folum male affe&as offendimus” - (fr:939) [La gonorrea invece proviene dal corpo ghiandolare, ed esce attraverso le lacune collocate intorno e all’uscita del meato urinario: lo ha dimostrato chiaramente la dissezione del cadavere di una donna infetta da questo male: infatti trovando utero e vagina indenni, abbiamo riscontrato che solo il corpo ghiandolare cioè le ghiandole intorno all’uretra erano malate.]
10.1 Significato storico
Questo testo è una testimonianza importante della transizione dalla medicina speculativa antica all’anatomia empirica moderna del Seicento: de Graaf basa ogni sua tesi su osservazioni dirette di dissezioni e casi clinici, confuta le teorie antiche non dimostrate (come l’influenza lunare) e riporta dati precisi, aprendo la strada allo studio scientifico della fisiologia riproduttiva femminile.
[11]
[11.1-25-1052|1076]
11 Analisi delle arterie preparatrici femminili: differenze con la specie maschile e confutazione di dottrine antiche di Regnerus de Graaf
Questo estratto da un trattato anatomico del XVII secolo di Regnerus de Graaf si concentra sulle caratteristiche delle strutture preparatrici dell’apparato riproduttivo femminile. L’autore specifica fin dall’inizio che queste strutture sono in gran parte simili a quelle maschili, già descritte in un suo precedente lavoro, per cui si limiterà a esporre solo le differenze osservate durante le sue dissezioni:
“Vasa Praeparantia in Mulieribus etiam quatuor sunt, & parum differunt ab iis, quae in Tractatu nostro de Virorum Organis gener, descripsimus. ne itaque actum agendo nostrum & lectoris tempus inutiliter teramus, proponemus dumtaxat differentias, quas in illorum Vasorum investigatione observavimus” - (fr:1052, 1053, 1054) [I vasi preparatori nelle donne sono quattro, e differiscono poco da quelli che abbiamo descritto nel nostro trattato sugli organi genitali maschili. Affinché quindi non perdiamo inutilmente il nostro tempo e quello del lettore ripetendo cose già dette, proporremo soltanto le differenze che abbiamo osservato durante lo studio di questi vasi.]
Le differenze osservate sono tre, per decorso, lunghezza e ramificazione/inserzione. La prima differenza riguarda il percorso delle arterie spermatiche: negli uomini il decorso è quasi rettilineo verso i testicoli, mentre nelle donne le arterie sono contorte in gomitoli simili a tralci di vite e hanno un andamento serpiginoso: “Differunt primo Arteriie Spermaticae in eo, quod, quae in viris redo fere ductu ad Testes properant, in mulieribus nunc per varios cincinnos capreolos pampinosque vitium imitantes contorqueantur, nunc rursus de latere in latus flexo serpentino ductu Testes approperent, idque in uno, quam in altero patentius, similime eodem modo ac instituta sunt” - (fr:1055) [Le arterie spermatiche differiscono in primo luogo per questo: che quelle negli uomini procedono con percorso quasi rettilineo verso i testicoli, mentre nelle donne ora sono contorte in numerosi gomitoli ricci simili ai tralci della vite, ora procedono di nuovo da un lato all’altro con percorso flesso e serpiginoso verso i testicoli, con un lato più aperto dell’altro, pur essendo costituite allo stesso modo in entrambi i testicoli.]
La seconda differenza è la lunghezza: le arterie femminili non raggiungono mai la lunghezza di quelle maschili, perché i testicoli femminili sono posti all’interno della cavità addominale (attaccati alla regione superiore delle ossa coxali), mentre quelli maschili pendono esterni nello scroto, dimezzando la distanza dall’origine dei vasi. De Graaf sottolinea però che la lunghezza non influenza la perfezione del seme: “sed horum Vaforum longitudo, judicio nostro, parum ad feminis perfectionem facere videtur, quandoquidem galli gallinacei, quorum Arteriae Spermaticae admodum exiguae sunt, in Testibus semen aeque perfectum habeant, ac reliqua animalia, quorum Arteriae Spermaticae longissimae sunt” - (fr:1058) [Ma la lunghezza di questi vasi, a nostro giudizio, sembra contribuire poco alla perfezione del seme, dal momento che il gallo, le cui arterie spermatiche sono assai piccole, ha nei testicoli un seme altrettanto perfetto quanto gli altri animali, le cui arterie spermatiche sono lunghissime.]
Aggiunge che la circolazione del sangue è talmente veloce da rendere irrilevante qualsiasi ritardo dovuto alla lunghezza dei vasi, e che non avviene alcuna depurazione o miscela con altri umori all’interno dei vasi. Da questo deriva la confutazione di una antica dottrina: “graviter itaque decepti fuerunt Veteres, qui in valis illis sanguinem albescere sibi finxerunt, atque propterea Arterias ultra Testes excurrentes, Vasa semen Deferentia appellarunt” - (fr:1059) [Gravemente dunque furono ingannati gli antichi, che si immaginarono che il sangue diventasse bianco in questi vasi, e per questo chiamarono le arterie che scorrevano oltre i testicoli vasi deferenti del seme.]
La terza differenza riguarda ramificazione e inserzione: le arterie femminili si ramificano più tardi, e le arteriole che raggiungono i testicoli appaiono come rametti più che come ramificazioni. Negli uomini l’arteria si divide in due rami: il primario al testicolo, il secondario all’epididimo; nelle donne il ramo primario si dirige all’utero, dove si connette strettamente alle arterie ipogastriche, tanto che non è facile definire il confine tra i due tipi di vasi. De Graaf risolve la questione stabilendo che i testicoli femminili ricevono sangue da entrambe le tipologie di arterie: un gruppo di rami alimenta il testicolo, l’altro la tuba di Falloppio, che in alcuni casi riceve tutto il sangue dalle sole ipogastriche.
Successivamente de Graaf confuta l’esistenza di anastomosi tra arterie e vene preparatrici: se queste esistessero prima che i vasi raggiungano il testicolo, il sangue spinto dal cuore prenderebbe la via più facile e non nutrirebbe il parenchima testicolare. Per dimostrare questo ragionamento e confermare la nuova dottrina della circolazione del sangue (controversa nel XVII secolo), descrive un suo esperimento: “Hujus instrumenti extremitatem unam in apertam arteriam jugularem immisimus, alteram vero in venam jugularem inferuimus, firmiterque arteriam & venam circumcirca calamum ligavimus, cujus beneficio sanguinis circulatio ex arteria in venam jugularem tanto impetu peragebatur, ut visu tactuque sanguinis circulatio perciperetur, ipsa namque vena jugularis ab impulso sanguine non minus, quam arteria, pulsabat, ita ut animal vehementiori circulationis motu in summo vitae periculo versaretur, & reliquae partes minus sanguine irrorarentur” - (fr:1073, 1075, 1076) [Abbiamo immerso un’estremità di questo strumento nell’arteria giugulare aperta, l’altra l’abbiamo inserita nella vena giugulare, e abbiamo legato saldamente l’arteria e la vena intorno alla canna della penna: grazie a questo, la circolazione del sangue dall’arteria alla vena giugulare avveniva con tale impeto che la circolazione del sangue poteva essere percepita alla vista e al tatto; la stessa vena giugulare, sospinta dal sangue, pulsava non meno dell’arteria, tanto che l’animale si trovava in pericolo di vita a causa del movimento più intenso della circolazione, e le restanti parti ricevevano meno sangue.]
11.1 Significato storico
Questo estratto è una testimonianza chiave dello sviluppo dell’anatomia sperimentale del XVII secolo: de Graaf abbandona l’autorità degli antichi autori per basarsi su osservazione diretta delle dissezioni e sperimentazione per confermare le proprie ipotesi, sostenendo la nuova dottrina della circolazione del sangue. La descrizione precisa delle differenze anatomiche e della vascularizzazione dell’apparato riproduttivo femminile pose le basi per successive scoperte sulla fisiologia della riproduzione.
[12]
[12.1-20-1117|1136]
12 Resoconto della legenda anatomica di Regnerus de Graaf sul sistema riproduttivo femminile
Frammento estratto dall’opera anatomica del medico olandese Regnerus de Graaf, risalente alla seconda metà del XVII secolo, corrispondente alla legenda di una tavola che documenta una dissezione del bacino riproduttivo femminile. Il testo ha la funzione di etichettare le strutture marcate sulla tavola con identificatori alfabetici, descriverne natura e posizione, e riportare le scelte tecniche adottate durante la dissezione per migliorare l’osservazione.
Elemento peculiare del testo è la descrizione della pratica dissezione tipica dell’anatomia pre-fotografica: per rendere visibili le ramificazioni vascolari nascoste nella posizione naturale degli organi, i tessuti vengono spostati dalla loro sede originaria, come esplicitato: “Tejticuli extra fitutfi naturalem protratlh ut Arteriarum ramifcationes melius con-Jpiciantur.” - (fr:1121) [Testicoli, ovvero ovaie nella terminologia moderna, spinti fuori dalla loro posizione naturale, affinché la ramificazione delle arterie possa essere osservata meglio.]
La terminologia utilizzata corrisponde a quella dell’anatomia del XVII secolo; tra le strutture identificate e descritte si annoverano: - porzioni recise dei legamenti larghi dell’utero: “LigamentorumUteri Latorum portiones abfciffa.” - (fr:1119) [Porzioni recise dei legamenti larghi dell’utero.] - la tuba di Falloppio, già riconoscibile con questo nome all’epoca: “Tuba Eallopiana.” - (fr:1123) [Tuba di Falloppio.] - le arterie preparanti, termine antico per le arterie ovariche: “Arteria Praparantes fupra fimbrias collocata quarum fitum naturalem Tab.” - (fr:1127) [L’arteria preparante, collocata sopra le fimbrie, la cui posizione naturale è mostrata nella prima tavola.] “prima exhibet.” - (fr:1128) [la mostra.] - anastomosi tra arterie ovariche e ipogastriche: “Arteriarum Praparantium & Hypogafiricarum anafiomofes.” - (fr:1131) [Anastomosi tra le arterie preparanti e ipogastriche.] - legamenti di connessione tra ovaie (definite “testicoli” nella terminologia antica) e utero: “I X X. Ligamenta Tefitculorum quibus Utero anne^untur.” - (fr:1134) [XX. Legamenti dei testicoli con i quali questi sono connessi all’utero.]
Dal punto di vista storico, questo frammento è testimonianza della pratica di documentazione anatomica del XVII secolo, periodo in cui de Graaf fu un pioniere dello studio del sistema riproduttivo femminile (i follicoli ovarici prendono proprio il suo nome). Legende come questa permettevano di diffondere le osservazioni dirette da dissezione in tutta la comunità scientifica europea, contribuendo a sostituire le descrizioni errate ereditate dal passato.
Il testo è incompleto, come dimostra l’interruzione finale dopo la menzione delle anastomosi uterine: l’ultimo frammento sopravvissuto è “tertas” - (fr:1136) [terze].
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[13.1-24-1167|1190]
13 Resoconto della legenda anatomica sulle vene pelviche femminili di Regnerus de Graaf
Frammento di legenda per illustrazione anatomica del sistema venoso degli organi riproduttivi femminili, attribuito all’anatomista olandese Regnerus de Graaf, XVII secolo.
Il testo analizzato è un frammento di legenda per un’incisione anatomica, composto da etichette alfanumeriche corrispondenti alle strutture rappresentate nel disegno, scritte in latino anatomico del Seicento. L’attribuzione a de Graaf, pioniere dello studio degli organi riproduttivi, è esplicitamente indicata: “L 5, SS.Earun 170 Regnerus de Graaf SS.” - (fr:1184) [Foglio 5, SS. Pagina 170, Regnerus de Graaf, SS.]
Le etichette identificano progressivamente le strutture anatomiche a partire dalla preparazione della tuba di Falloppio destra: “G. Taba dextra extra fitam naturalem furfum protra^a.” - (fr:1167) [G: Tuba di Falloppio destra, protratta al di fuori della sua posizione naturale.]
Le lettere semplici ripetute (HH, KK, N, ecc.) sono mere etichette di identificazione delle diverse zone dell’illustrazione, mentre le descrizioni sono dedicate interamente al sistema venoso, in particolare alle vene praeparanti (termine antico per indicare le vene ovariche): “Vena Praparantes abfcijpt.” - (fr:1169) [Vene praeparanti (ovariche) sezionate.] “Anafiomofes inter venas Praparantes.” - (fr:1171) [Anastomosi tra le vene praeparanti.] “Venarum Praparantium propagines adTeftes tendentes^ ■ LL.” - (fr:1173) [Propaggini delle vene praeparanti che si dirigono verso i testicoli (termine del XVII secolo per indicare le ovaie, gonadi femminili). LL.] “Venarum Praparantium rami ad Tubas &fo~ liaceum earum ornamentum excurrentes.” - (fr:1174) [Rami delle vene praeparanti che si estendono verso le tube di Falloppio e le loro strutture correlate alla secrezione seminale.] “Vena Ptaparantes per anajlomoftn Hjypogaftricujun5la.” - (fr:1176) [Vene praeparanti congiunte tramite anastomosi alla vena ipogastrica.]
Seguono le descrizioni delle diramazioni delle vene ipogastriche, che irrorano le strutture uterine e annesse: “Vena HypogajlricatuhuloyUt infientur^annexa \00.” - (fr:1178) [Vena ipogastrica, collegata a un tubo per permettere l’iniezione di sostanze, contrassegnata dal numero ] “Venarum Hypogafiricarum rami injignes ad Uteri latera excurrentes.” - (fr:1179) [Rami importanti delle vene ipogastriche che si estendono verso i lati dell’utero.] “Earundem propagines ad Uterum tendentes.” - (fr:1181) [Propaggini delle stesse vene ipogastriche che si dirigono verso l’utero.] “Earundem rami ad venas Praparantes ex(^a~ tiantes.” - (fr:1182) [Rami delle stesse che si estendono verso le vene praeparanti.] “Earundem rami ad Ligamenta Uteri Rotun.” - (fr:1185) [Rami delle stesse che si dirigono verso i legamenti rotondi dell’utero.] “Earundem rami ad Ligamenta Uteri Lati tendentes.” - (fr:1188) [Rami delle stesse che si dirigono verso i legamenti larghi dell’utero.] “Earundem rami mfignes ad Uteri Vagkaut properantes, XX.” - (fr:1190) [Rami importanti delle stesse che si dirigono verso la vagina dell’utero, XX.]
Dal punto di vista storico, il frammento è una testimonianza diretta della pratica anatomica del XVII secolo e delle innovazioni di Regnerus de Graaf, che per primo sperimentò la tecnica di iniezione di sostanze coloranti nei vasi per studiarne la distribuzione: la menzione del tubo collegato alla vena per permettere l’iniezione conferma la presenza di queste sperimentazioni nel suo lavoro. La terminologia riflette lo stato della conoscenza anatomica dell’epoca, con l’uso di termini arcaici che oggi sono sostituiti da nomenclatura più specifica. Non sono presenti contraddizioni rilevanti, solo piccoli errori di trascrizione o stampa propri delle edizioni antiche.
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[14.1-32-1244|1275]
14 Trattato anatomico sulle ova femminili: definizione, diffusione e ruolo nella riproduzione
Estratto da un trattato anatomico della prima età moderna che definisce le strutture ovariche femminili, ne conferma la presenza in tutte le specie animali e ne chiarisce funzione e differenze rispetto a vescicole simili.
Il testo analizzato, in lingua latina, si occupa delle strutture vescicolari presenti nelle gonadi femminili, all’epoca chiamate convenzionalmente “testicoli femminili”. L’autore apre ricordando che queste strutture erano già state descritte da autori precedenti con nomi diversi, e decide di citarne solo due per confermare la verità delle proprie affermazioni: “de Marchettis , & alii variis nominibus defcripferunt: quorum teftimonia verbotcnus hic recenrere nimis taediofum foret j nullatenus tamen duos impraelentiarum recitare gravabimur, ut ex eorum ore di£ti veritas comprobetur” - (fr:1244-1245) [De Marchetti e altri autori li hanno descritti con nomi diversi; sarebbe troppo noioso riportarne qui le testimonianze alla lettera, tuttavia non ci peseremo per niente citare due autori al momento, in modo che la verità di quanto affermiamo sia confermata dalla loro bocca stessa.]
Dopo aver riportato le osservazioni di Falloppio e Castro sulla presenza di vescicole piene di liquido di diversa consistenza, l’autore adotta la denominazione di ova (uova) proposta da van Horne, invece del nome “idatidi” usato da Regnerus de Graaf, motivando la scelta con la stretta somiglianza con le uova degli uccelli: “propter accuratam fimilitudinem quam cum ovis in avium ovario contentis obtinent […] liquor enim in Tefticulorum Ovis contentus coctione eundem colorem, faporem, ac confidentiam accpirit, cum albumine in avium ovis contento” - (fr:1248-1249) [per la stretta somiglianza che hanno con le uova contenute nell’ovaio degli uccelli: infatti il liquido contenuto nelle ova dei testicoli femminili, con la cottura, acquisisce lo stesso colore, sapore e consistenza dell’albume delle uova di uccello.]
L’autore conferma quindi che queste ova sono presenti in tutti i generi di animali, non solo negli uccelli e pesci ovipari, ma anche nei vivipari, quadrupedi e nell’uomo. Le dimensioni variano sensibilmente a seconda della specie: “Ova haec pro animantium genere multum inter fe differunt; obfervavimus enim in cuniculis & leporibus ea vix rapae feminium quantitate excedere in porcis ac ovibus ad pifi magnitudinem plerumque accedere; in vaccis cerafi amplitudinem quandoque fuperare” - (fr:1255) [Queste ova differiscono molto tra loro a seconda della specie animale: abbiamo osservato che nei conigli e nelle lepri sono grandi poco più dei semi di rapa, nei maiali e nelle pecore arrivano perlopiù alla grandezza di un pisello, nelle vacche talvolta superano l’ampiezza di una ciliegia.] Oltre alle ova di maggiori dimensioni esistono anche esemplari quasi invisibili; la dimensione dipende anche dall’età e dall’accoppiamento: sono più piccole negli animali giovani, più grandi in quelli adulti, e dopo l’accoppiamento cambiano forma assumendo l’aspetto di globuli, in numero corrispondente a quello dei feti che l’animale partorirà. In un solo ovaio si possono contare anche più di venti ova piene di liquido limpidissimo. La presenza di ova in tutte le specie è confermata anche da osservazioni del collega N. Steennis, che ha trovato esemplari di diverse dimensioni anche in specie che l’autore non aveva potuto dissezionare, tra cui elci, porcellini d’India, tassi, cervi, lupi, asini e muli.
Alla domanda sul perché le ova si trovino anche in femmine sterili (come le femmine anziane o i muli), l’autore risponde che questo non contraddice la loro funzione: le cause della sterilità dipendono da altri fattori, come una conformazione errata degli organi o una materia inadatta al concepimento, non dalla presenza delle ova stesse.
Viene poi definita in modo chiaro la differenza tra ova vere e idatidi, un altro tipo di vescicole simili per aspetto: “Aliud Veficularum genus Hydatidum nomine notum, duplici ordinario conftat tunicd, cujus interior licet tenuiflimafit, ab exteriori tamen haud difficulter feparatur, nec liquor in illis contentus coitione facile indurefcit. Contra vero communes Ovorum tunicla fe invicem aegre dividuntur, atque illorum liquor coitione illicd indurefcit […] quod Hydatides aliquando a Tefticulorum membranis veluti apediolo propendeant, quod nunquam de veris foemellarum Ovis hadtenus obfervare potuimus” - (fr:1264-1265) [Un altro genere di vescicole è noto con il nome di idatidi: è costituito ordinariamente da due membrane; anche se la interna è sottilissima, si separa senza difficoltà dalla esterna, e il liquido in esse contenuto non si indurisce facilmente con la cottura. Al contrario, le membrane delle ova si separano difficilmente l’una dall’altra, e il loro liquido si indurisce subito con la cottura […] inoltre le idatidi alcune volte pendono dalle membrane dei testicoli femminili per mezzo di un peduncolo, cosa che non abbiamo mai potuto osservare finora per le vere ova delle femmine.]
L’autore descrive poi la formazione delle ova: queste si generano e maturano nei testicoli femminili allo stesso modo dei vitelli nell’ovaio degli uccelli: il sangue arterioso porta la materia adatta alla loro generazione e nutrizione, mentre gli altri liquidi tornano al cuore attraverso vene e vasi linfatici. Una volta raggiunta la dimensione naturale, le ova sono ospitate in follicoli; dopo l’accoppiamento con il maschio si sviluppa una materia ghiandolosa che forma la sostanza dei globuli destinati allo sviluppo del feto.
Infine, l’autore definisce il ruolo delle gonadi femminili: la loro funzione è generare, nutrire e portare a maturazione le ova, quindi esse devono essere chiamate ovaia e non “testicoli”, perché non hanno alcuna somiglianza con i testicoli maschili, né per forma né per contenuto, e sono invece assolutamente necessarie per la generazione: la loro rimozione causa sempre sterilità. L’autore confuta inoltre l’affermazione di Hofmann, secondo cui le vacche possono concepire anche dopo la rimozione delle gonadi se si accoppiano subito: questa affermazione vale per i maschi, non per le femmine, quindi è errata.
Il testo si conclude annunciando che la fecondazione delle ova e il loro passaggio all’utero saranno spiegati nei capitoli successivi, e descrive una tavola anatomica che mostra l’ovaio di vacca e pecora dopo l’accoppiamento, per permettere l’osservazione delle modifiche avvenute.
Dal punto di vista storico, questo estratto testimonia un passaggio fondamentale nella storia dell’anatomia riproduttiva della prima età moderna: abbandona la vecchia concezione che equiparava le gonadi femminili a quelle maschili (da cui il nome antico di “testicoli femminili”), definisce per la prima volta in modo chiaro le caratteristiche e la classificazione delle ova femminili in tutte le specie animali, e afferma il loro ruolo centrale nella generazione, gettando le basi per la successiva embriologia moderna.
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[15.1-24-1348|1371]
15 Il dibattito sull’esistenza di seme femminile nella generazione tra Aristotelici e seguaci di Ippocrate
Questo testo scientifico in latino, risalente alla seconda metà del Seicento (come confermato dal riferimento all’anatomista olandese Regnerus de Graaf), espone le argomentazioni contrapposte sul ruolo della donna nel processo di generazione, in un dibattito che precedette la moderna embriologia.
15.1 Argomentazioni aristoteliche contrarie all’esistenza di seme femminile
Gli Aristotelici negano che la donna contribuisca alla generazione con un proprio seme, e portano dieci argomenti a sostegno della tesi: “Qiiarto, fi perfectum virile Semen Na ge 196 Regnerus de Graaf generationi fufficiat^ quorfum Natu, ra foemincura adjicerer” - (fr:1348) [Quarto, se il seme maschile perfetto è sufficiente per la generazione per natura, a che cosa servirebbe aggiungere un contributo seminale femminile?]
“Quinto, fi Semen emitterent foemin 2 e( cum altero generationis principio, menftruo nempe fanguine, quoque pr^” - (fr:1349) “ditse fint^ citra prmrequifitum maris congreflum foetum edere polTenr” - (fr:1350) [Quinto, se le femmine emettessero seme insieme con l’altro principio della generazione, cioè il sangue mestruale, dovrebbero poter generare un feto anche senza il rapporto con il maschio.]
“Sexto j fi Seminis ad generationem ejaculatio |nunquam fine voluptate contingat, mulieres non conferent Semen , quandoquidem aliquando fine voluptate concipiant” - (fr:1351) [Sesto, se l’eiaculazione del seme necessaria per la generazione non avviene mai senza piacere, le donne non contribuiscono con un seme, dato che talvolta concepiscono senza provare piacere.]
“Septimo, gravida fit interdum foemina nulli humiditatis fuae excretione, nunquam vero citra menfes; menftruum igitur non Semen muliebre neceflarium eft ad generationem” - (fr:1352) [Settimo, una donna rimane incinta talvolta senza alcuna escrezione di un proprio umore seminale, ma non mai senza le mestruazioni; dunque è il mestruo, non il seme femminile, la componente femminile necessaria per la generazione.]
“Odavo, in omni procreatione aliud materiam aliud caufam efficientem prsbere oportet, foemina dat materiam, non poteft ergo efficiens efle” - (fr:1353) [Ottavo, in ogni procreazione è necessario che un genitore fornisca la materia, l’altro la causa efficiente che dà forma: la femmina fornisce la materia, quindi non può essere causa efficiente.]
“Nono, libidinofie foemince a crebro partu temperantur , & nonnullae a fabd confpedru ter intra inenfem fangui’ nis menftrui profluvium patiuntur” - (fr:1354) “I De Mulierum Organis^ &c.” - (fr:1355) [Riferimento all’opera De Mulierum Organis, sugli organi delle donne] ”197 quafi conante Naturi expellere id a quo irritatur”* - (fr:1356) [pag. 197: quasi che la natura cerchi di espellere ciò da cui l’organismo è irritato.]
“Decimo^Sacra Scriptura Levitici 1 viri fenainiflui, &foeminx fanguiniflux expiationem ponit; quafi huic menftruum folum, illi Semen infit” - (fr:1357) [Decimo, la Sacra Scrittura nel Levitico prescrive l’espiazione per l’uomo che ha perdite di seme e per la donna che ha perdite di sangue: quasi che alla donna appartengano solo i mestrui, all’uomo il seme.]
“Atque hx funt potiflimx rationes, quibus Ariftotelici Semen mulieribus denegandum volunt” - (fr:1358) [E queste sono le ragioni principali per cui gli Aristotelici sostengono che bisogna negare l’esistenza di un seme femminile nelle donne.]
15.2 Argomentazioni dei sostenitori della dottrina ippocratica favorevoli al seme femminile
I fautori della dottrina ippocratica, che afferma l’esistenza di un seme femminile, presentano controargomentazioni di pari peso: “Verumtamen non minoris ponderis argumenta Hippocraticx fententix fautores pro fui parte proferunt: Primo namque dicunt 5 Naturam nihil fruftra moliri, fed organa Semini procreando, excoquendo, & deferendo dicata mulieribus infunt 3 ergo & Semen ineft” - (fr:1359) [Tuttavia i sostenitori della dottrina ippocratica presentano da parte loro argomenti di non minor peso: Prima infatti affermano che la natura non fa nulla invano, e poiché nelle donne esistono organi dedicati a produrre, cuocere e trasportare il seme, dunque anche il seme esiste in loro.]
“Secundo, foeminx non minus quam viri nodfurnis pollutionibus infeftantur i & in viduis ac hs, qux Hyftericis paflionibus vexantur , copioiiffima craffiffimaque Seminis copia partium genitalium titillatione erumpit” - (fr:1360) [Secondo, le femmine non meno degli uomini sono affette da polluzioni notturne; e nelle vedove e in quelle che soffrono di disturbi isterici, una quantità molto abbondante e densa di seme esce per stimolazione delle parti genitali.]
“Tertio, dilledtis lminis qux diutius a coitu tempetarunt, Vafa feminaria, Teftes, & N 3 Uteri ipS Regnerus de Graaf Uteri cornua albo craffoque Semine referta eiTe experientia docet” - (fr:1361) [Terzo, l’esperienza anatomica di Regnerus de Graaf insegna che, dissezionando femmine che si sono astenute dal rapporto da lungo tempo, i vasi seminali, i testicoli e le corna dell’utero sono riempiti di seme bianco e denso.]
“Quar.” - (fr:1362) [Quar(to)] “Gonorrhoeam & Priapifmum fs. pe experiuntur mulieres, Sedum Semine nimium implentur partes genitales, libidinis ftimulo agitata fu. rias faepe, & rabiem concipiunt, qus fymptomata Seminis excretione ceffant” - (fr:1363) (fr:1364) (fr:1365) [Quarto, le donne sperimentano gonorrea e priapismo: poiché le parti genitali sono riempite di troppo seme, sono agitate dallo stimolo della libido e spesso provano furore e rabbia, sintomi che cessano con l’escrezione del seme.]
“Quint6,cafi:rataanimalia,foe. minas putamus, non folum foecundirate deftituuntur, fed venerese voluptatis omnem deponunt appetitum: quod in fuibus foeminis palam innotefcere a Galeno & aliis comprobatur” - (fr:1366) (fr:1367) [Quinto, gli animali femmina castrati non solo sono privati della fertilità, ma perdono ogni appetito per il piacere venereo: ciò è confermato da Galeno e altri autori per quanto riguarda le scrofe.]
“Cujus rei bene confeius rufticus ille fuit, qui, Wiero tefte, cum filiam fuam Amafio clam indulgere animadvertiflet, ipfam congrue vinculis obligatam caftravit, ut erat forte fues foeminascaftrandi peritus i unde nata amoris & libidinis oblita, rei tantum domefticae fedula deinceps operam navavit” - (fr:1368) [Di ciò era ben consapevole quel contadino che, per testimonianza di Wier, quando si accorse che sua figlia si concedeva segretamente a un certo Amafio, la legò opportunamente e la castrò, dato che era esperto nella castrazione di scrofe femmine; dopo l’operazione, dimentica di amore e libido, si dedicò da allora solo ai lavori domestici.]
“Nec fane minorisnots eft ratio illa, qu^afimilitudinefilio’ f rum ad matres defumitur: cum eni® non, i p t> non a materii 5 fed ab efficiente fimilitudo oriatur, fi matri filius affimilari debeat, ab ejufdem Semine effingi debebit: non folum fecundum fexum, fed fecundum plurima alia accidentia, ut verrucam, cicatricem, & alios morbos hereditarios: ex. gr.” - (fr:1369) (fr:1370) (fr:1371) [Né ha minore importanza l’argomento tratto dalla somiglianza dei figli alle madri: poiché la somiglianza non deriva dalla materia ma dalla causa efficiente, se un figlio deve assomigliare alla madre, deve essere formato dal seme di questa: non solo per quanto riguarda il sesso, ma anche per molti altri tratti accidentali, come la verruca, la cicatrice e altre malattie ereditarie, per esempio.]
Il testo si interrompe bruscamente a questo punto.
15.3 Significato storico
Questa testimonianza riflette il dibattito seicentesco sulla generazione, che contrappone la posizione tradizionale aristotelica (che assegna al maschio il ruolo di causa efficiente che dà forma, alla donna solo quello di fornitrice di materia tramite il sangue mestruale) alla teoria ippocratica dei due semi, che vede un contributo attivo di entrambi i genitori alla formazione del nuovo individuo. Quest’ultima posizione è supportata anche da nuove osservazioni anatomiche dell’epoca, come quelle di Regnerus de Graaf sui genitali femminili, e anticipa le scoperte moderne sulla gametogenesi femminile.
[16]
[16.1-49-1567|1615]
16 Resoconto del brano di Regnerus de Graaf sulla fecondazione e il funzionamento degli organi riproduttivi femminili
Estratto da un trattato anatomico secentesco sulla riproduzione femminile, con una teoria della fecondazione basata su osservazioni e anatomia comparata.
Questo brano è tratto dal trattato di Regnerus de Graaf dedicato agli organi riproduttivi femminili, in cui l’autore espone la sua ipotesi centrale sulla funzione delle tube di Falloppio e il processo di fecondazione. La tesi di partenza è la seguente: “judicamus primo verisimilimum Tubarum usum esse, quod in coitione foecundi subtiliori masculini feminis portioni ad Testes properanti transitum concedant; ut Ova in illis contenta irrorentur, deinde, quod Ova ei ratione foecundata, et e Testibus propulsa, ab extremitate Tubarum excipiantur, ac per internam earum cavitatem ad Uterum deducantur” - (fr:1569) [riteniamo in primo luogo molto verosimile che l’uso delle tube sia quello di consentire il passaggio alla parte più sottile del seme maschile fertile che si dirige verso i testi [ovaia], per fecondare le uova in essi contenute; poi, che le uova fecondate in questo modo, espulse dai testi, siano ricevute dall’estremità delle tube e condotte attraverso la loro cavità interna all’utero].
Per verificare questa ipotesi, de Graaf pone tre domande fondamentali: “petemus primo, an virile semen ad Uterum pertingat: secundo, an inde ulterius ad Tubas ascendat, tertio, an ascensus ille ad generationem necessarius sit?” - (fr:1570) [ci chiediamo in primo luogo: se il seme virile arriva all’utero; secondo, se di là salga ulteriormente alle tube; terzo, se questa salita sia necessaria per la generazione].
Alla prima domanda, l’autore risponde che la possibilità varia per specie: la cervice uterina è strutturata per bloccare le parti più spesse del seme in pecore e vacche, non ha ostacoli in conigli e lepri, e nelle donne la conformazione dei genitali permette al seme di arrivare all’utero. Per questa diversità, non si può stabilire una regola generale: “Ex hac rerum diveritate fatis constat, quod de feminis ascensu in genere nihil certi determinandum sit.” - (fr:1574) [Da questa diversità di casi è abbastanza chiaro che non si può stabilire niente di certo in generale sulla salita del seme].
Alla seconda domanda, de Graaf conferma che il seme può raggiungere le tube, confermato dall’osservazione: lo stesso Falloppio ha trovato seme nelle aperture tubariche in presenza di testimoni degni di fede. Questo seme non può provenire dai testi femminili (che non contengono materiale seminale) né essere generato nelle tube stesse, perché: “quod Natura pro feminis in viris generatione tam longas atque mirabiles tubas efformaverit, quod profecto supervacaneum foret, si in tam simplici organo tantam perfectionem nanciseretur” - (fr:1584) [poiché Natura per la generazione del seme negli uomini ha formato tube così lunghe e mirabili, cosa che sarebbe certamente superflua se una struttura così semplice potesse ottenere la stessa perfezione]. Inoltre le tube non possono conservare la componente vitale del seme, che sfuggirebbe dalle loro estremità aperte.
Alla terza domanda, de Graaf risponde che la salita del seme solido non è necessaria per la generazione: basta che l’aura seminale, la componente spirituale vitale del seme, raggiunga le uova nelle ovaia. Per confermare questa tesi usa l’analogia con gli uccelli: “Incredibile enim apparet, si totum semen, quod Gallus in momentaneo illo compressionis tempore in vaginam effundit, per uterum anfractuosum Oviductus tubum (in gallina foetante admodum latum, tribusque nostrarum ulnis quadrantibus longiorem) ad Ova pervenire, ac foecundare posse, nisi ad auram seminalem recurramus.” - (fr:1595) [Sembra infatti incredibile che tutto il seme, che il gallo emette nella vagina nel breve momento dell’accoppiamento, possa attraverso l’utero e la tortuosa tuba dell’ovidotto (che nella gallina gravida è molto larga e più lunga di tre quarti di braccio nostro) arrivare alle uova e fecondarle, se non ricorriamo all’aura seminale]. L’analogia è valida perché anche nelle donne le uova sono contenute nelle ovaia, come negli uccelli nell’ovario, e la struttura dell’estremità delle tube nei mammiferi corrisponde all’infundibolo negli uccelli, quindi non c’è motivo per un meccanismo diverso.
De Graaf analizza poi l’espulsione dell’uovo fecondato dall’ovaia: il processo dipende sia dall’attività dell’ovaia sia dalla disposizione propria dell’uovo. Dopo l’accoppiamento si sviluppa una massa ghiandolare che comprime l’uovo e lo espelle attraverso una piccola apertura chiamata papilla, che può dilatarsi per far passare l’uovo, proprio come la cervice si dilata durante il parto. I tempi variano per specie: “quod in cuniculis tertio post coitum die, in ovibus, vaccis, aliisque majoribus animalibus, quae diutius uterum gerunt, tardius evenit; unde nobis veritatis scopum minus attigisse videntur ii, qui humanos fetus trium, quatuor, aut octo dierum se invenisse gloriantur” - (fr:1604) [questo avviene il terzo giorno dopo l’accoppiamento nei conigli, più tardi in pecore, vacche e altri animali più grandi che portano la prole più a lungo; per questo ci sembrano che non abbiano centrato il bersaglio della verità coloro che si vantano di aver trovato feti umani di tre, quattro o otto giorni].
Alla fine del brano, l’autore lascia aperta un’ultima difficoltà non risolta: poiché le ovaie sono sospese nella cavità addominale, l’uovo espulso sembrerebbe cadere nella cavità invece di raggiungere le tube.
16.1 Significato storico
Questo brano testimonia lo sviluppo dell’anatomia riproduttiva moderna nella seconda metà del Seicento: de Graaf identifica per primo correttamente il percorso dell’uovo dall’ovaio all’utero attraverso le tube di Falloppio, anticipa la scoperta dell’ovulazione e usa il metodo comparativo tra specie per sostenere le sue tesi, rifiutando affermazioni non confermate da osservazioni. Il concetto di aura seminale riflette i limiti della conoscenza dell’epoca, prima dell’invenzione del microscopio e della scoperta di spermatozoi e ovuli umani.
[17]
[17.1-20-1651|1670]
17 Descrizione delle didascalie anatomiche della ventesima tavola di Regnerus de Graaf
Estratto di didascalie di illustrazioni scientifiche da un trattato anatomico del XVII secolo, dedicato allo studio dell’apparato riproduttivo femminile di ovino.
Il testo raccoglie le didascalie della Ventesima Tavola del trattato di anatomia del medico olandese Regnerus de Graaf, la cui finalità esplicita è mostrare la struttura dell’utero di pecora e dei suoi annessi per confutare errori diffusi di autori precedenti sui vasi deferenti: “Regnerus de Graaf TABULA VIGESIMA Exhibet Uterum Ovillum cum annexis j ut quorundam circa vafa Deferentia lapfus deihonftretur.” - (fr:1667) [Regnerus de Graaf, Tavola Ventesima: mostra l’utero di pecora con le sue parti annesse, per confutare l’errore di alcuni autori circa i vasi deferenti.]
All’interno della tavola sono presenti due illustrazioni dedicate specificamente agli ovidotti (con varianti di scrittura del termine dovute alla stampa antica): La Figura II mostra l’ovidotto aperto per tutta la sua lunghezza: “Exhibet Ovidudum fecundum longitudinem apertum.” - (fr:1655) [Mostra l’ovidotto aperto longitudinalmente.]
Le diverse parti sono etichettate per chiarezza: A indica l’inizio dell’ovidotto, B l’estremità chiusa nello stato naturale, CC la tonica interna rugosa, DD la tonica esterna, EE l’ornamento foglioso dell’estremità. Una descrizione specifica di dettaglio anatomico riporta: “Foramn perexiguum in Oviduausextrem pufiUo foliaceo ornamento circumnll tum, H. Ligamentum Tejliculorum.” - (fr:1653) [Un foro piccolissimo nell’estremità dell’ovidotto, circondato da un ornamento foglioso; H. Legamento testicolare, cioè legamento ovarico.]
La Figura III mostra invece l’ovidotto insufflato, con l’estremità chiusa artificialmente per scopo di studio: “Exhibet Ovidudum inflatum, cujus extremitatem prceternaturaliter claufam offendimus.” - (fr:1664) [Mostra l’ovidotto insufflato, del quale mostriamo l’estremità chiusa in modo non naturale.]
Anche in questa illustrazione le parti sono etichettate: A corrisponde all’ovidotto, B all’inizio dell’ovidotto unito al legamento, C all’estremità chiusa artificialmente. Per la tavola complessiva dell’utero sono presenti infine le etichette generali: “A. uterus. BB. Uteri Cornua.” - (fr:1668, 1669, 1670) [A. utero. BB. Corna uterine.]
Come testimonianza storica, questo estratto documenta la pratica della ricerca anatomica del XVII secolo: De Graaf, pioniere nello studio della fisiologia riproduttiva, utilizzava dissezioni e illustrazioni dettagliate su campioni animali (per i limiti posti alla dissezione di cadaveri umani all’epoca) per correggere errori di conoscenza tramandati da autori precedenti. L’organizzazione delle illustrazioni con etichette per ogni struttura e la indicazione esplicita della finalità di confutazione di errori precedenti rappresenta un esempio dell’affermazione del metodo scientifico sperimentale in anatomia in questo periodo.
[18]
[18.1-21-1687|1707]
18 Leggenda anatomica di un utero gravido da un trattato di anatomia moderna
Il testo è la leggenda di un’illustrazione anatomica da un trattato scientifico di epoca moderna, che descrive le strutture visibili dopo la dissezione di un utero di donna gravida. Tutte le strutture sono contrassegnate da lettere e numeri, secondo lo standard usato per le illustrazioni anatomiche dell’epoca.
La legenda inizia con l’identificazione dei segmenti principali dell’apparato riproduttivo femminile: “A. Pars Vagina, B. Orificium internum Matricis aperta, C. Collum Matricis.” - (fr:1687) [A. Porzione della vagina, B. Orifizio interno dell’utero aperto, C. Collo dell’utero.] “D. Cavitas Matricis, E. Linea feparans cavitatem Matricis, Uteri fundus, G. Duo finus inventi infundo Uteri, HH.” - (fr:1688) [D. Cavità dell’utero, E. Linea di separazione della cavità uterina, Fondo dell’utero, G. Due seni individuati nel fondo dell’utero, HH.] “Crafsittes Uteri.” - (fr:1689) [Spessore della parete uterina.] “B. Ligamentum rotundum.” - (fr:1694) [B. Legamento rotondo.]
La descrizione delle strutture annesse all’utero riflette la concezione anatomica ereditata da Galeno, accettata fino all’epoca moderna, che prevedeva l’esistenza di testicoli interni e vasi ejaculatori funzionali al concepimento anche nella donna. Per il lato sinistro dell’utero l’autore riporta: “Ligamentum latum sive productio Peritonaei lateris finijlri, continens in plicatura ut Vasa deferentia & ejaculantia, K. Arteria Spermatica.” - (fr:1691) [Legamento largo, ovvero produzione del peritoneo del lato sinistro, che contiene nella sua piegatura i vasi deferenti e ejaculatori, K. Arteria spermatica.] “L. Vena Spermatica, M. Tefiiculus.” - (fr:1692) [L. Vena spermatica, M. Testicolo.] “N. Verum vas Ejaculatorium infertum fundo Uteri per sinum ibi inventum, O. Alterum vas Ejaculatorium, quod ingreditur Collum Uteri, quo ejaculantur mulieres a conceptu, P. Tuba Uteri.” - (fr:1693) [N. Vero vaso ejaculatorio inserito nel fondo dell’utero attraverso il seni ivi individuato, O. Un secondo vaso ejaculatorio, che penetra nel collo dell’utero, attraverso il quale le donne eiaculano dopo il concepimento, P. Tuba uterina.]
Una seconda serie di annotazioni descrive le strutture del lato controlaterale, dove l’autore ha osservato una formazione anomala: “S. Ligamentum latum ab ea parte, ubi Spurius hic Uterus formatus est.” - (fr:1695) [S. Legamento largo dalla parte dove è formato questo utero spurio.] “T. Arteria Spermatica.” - (fr:1696) [T. Arteria spermatica.] “V. Vena Spermatica, Y. Tefiiculus.” - (fr:1697) [V. Vena spermatica, Y. Testicolo.] “Z, Pars Tuba, [continuazione] Mulierum Organis &c.” - (fr:1698) [Z, Porzione di tuba uterina, sugli organi delle donne ecc.] “z Verum vas jaculatorium, quod fundum Uteri ingreditur per sinum supra didtum, 3 Alterum Jaculatorium, abiens in Uteri collam.” - (fr:1699) [z Vero vaso ejaculatorio, che penetra nel fondo dell’utero attraverso il seni sopra menzionato, 3 Un secondo vaso ejaculatorio, che arriva al collo dell’utero.]
La legenda si conclude con l’identificazione delle strutture della gravidanza, presenti all’interno della cavità uterina: “4 Vasa lacerata a fato aucto.” - (fr:1700) [4 Vasi lacerati dal feto in crescita.] “5 Foetus eo fitu, quo inventus fuit.” - (fr:1701) [5 Feto nella posizione in cui è stato trovato.] “Amnio fuo obvolutus.” - (fr:1702) [Avvolto nel suo amnio.] “6 Vasa Umbilicalia.” - (fr:1703) [6 Vasi ombelicali.] “7 Placenta substantia.” - (fr:1704) [7 Sostanza della placenta.] “cuidam carnose adimens.” - (fr:1705) [Avente una certa consistenza carnosa.] “8 Substantia carnosa.” - (fr:1706) [8 Sostanza carnosa.] “9 Ligamentum rotundum.” - (fr:1707) [9 Legamento rotondo.]
18.1 Significato storico e testimoniale
Questo testo è una chiara testimonianza delle concezioni anatomiche e fisiologiche del periodo pre-moderno, prima dello sviluppo della ginecologia scientifica. Conferma la diffusione della teoria galenica dei testicoli femminili interni e dell’ejaculazione femminile come elemento necessario al processo di concepimento, accettata nella scienza europea fino al XVII secolo. Inoltre, documenta la pratica della dissezione di cadaveri di donne gravide per studiare le strutture riproduttive: la menzione di un uterus spurius è quasi certamente l’annotazione di una malformazione uterina congenita (probabilmente un utero bicorne) osservata direttamente dall’autore durante la dissezione. Infine, l’uso esclusivo del latino come lingua di descrizione conferma lo standard linguistico comune per la scienza europea dell’epoca.
[19]
[19.1-114-1739|1852]
19 Descrizione anatomica delle strutture fetali in animali vivipari: membrane, umori, vasi ombelicali e placenta
Trattato anatomico del XVII secolo basato su osservazione sperimentale dello sviluppo fetale Il testo è un estratto da un’opera embriologica di Regnerus de Graaf, che raccoglie descrizioni e osservazioni sperimentali originali sulle strutture che circondano e nutrono il feto negli animali vivipari, uomo compreso.
Una prima osservazione iniziale spiega le divergenze tra le descrizioni di autori precedenti, dovute alla variabilità delle strutture tra specie diverse: “Quae primo confpectui sese offerunt, membranae sunt qvae a variis varie describuntur, cujus causam non aliam esse putamus quam, quod in diversis animalibus tum numero, tum figura, ac etiam situ diversae sint, sic ut nunc duo tantum, nunc tres, interdum quatuor enumerentur” - (fr:1739) [Le membrane che si presentano al primo esame sono descritte diversamente da autori diversi; noi riteniamo che la causa di ciò non sia altra che la diversità di numero, forma e posizione di queste strutture in animali differenti, così che ora se ne contano due, ora tre, a volte quattro].
Vengono poi descritte nel dettaglio le tre membrane fetali principali: 1. Corion: la membrana più esterna che avvolge l’intero feto. La sua forma varia moltissimo tra specie: rotonda nelle donne, a forma di rene nei conigli, oblunga nelle cavalle, estesa a riempire l’intero utero nei ruminanti con utero bipartito. Gli autori verificano sperimentalmente con un esperimento di inflazione su pecore che ogni feto possiede un corion distinto, anche quando più feti gestano nello stesso utero: “fimus tubulum in Chorii cavitatem cornu extremo correspondentem, quam cum flatu leniter distenderemus, vidimus illum circa medium sisti, nec ad alteram, in qui secundus foetus erat, pertingere nisi adaucto conamine septum, quod ex utriusque extremitatibus simul junctis constat, disrumperetur” - (fr:1746) [inserimmo un tubo nella cavità del corion corrispondente all’estremità di un corno uterino, e quando lo gonfindamo leggermente con aria, vedemmo che questo si fermava a metà e non arrivava all’altro corno dove si trovava il secondo feto, a meno che non rompessimo con maggiore forza il seto formato dall’estremità unite dei due corion]. Da questa osservazione gli autori traggono una conclusione originale: le membrane fetali si formano già nell’ovaio (testicolo ovarico, nel linguaggio dell’epoca) e non nell’utero.
- Amnios: la membrana più interna che avvolge direttamente il feto, più sottile e più bianca del corion, che contiene un liquido trasparente.
- Allantoide (o membrana urinaria): una membrana sottile priva di vasi sanguigni, che ha forma e posizione diversa tra specie: si estende tra corion e amnios negli erbivori, si localizza tra feto e placenta nei conigli, avvolge tutto il feto nelle cavalle e nell’uomo. Pur non essendo riusciti a dimostrare sperimentalmente il passaggio di liquore dalla vescica all’allantoide in tutte le specie, gli autori condividono l’opinione che la sua funzione sia ricevere l’urina del feto: “quantum ad nos spectat, in prius inclinamus, illam nempe tunicam in omnibus animalibus eodem officio fungi, quod est urinam excipere” - (fr:1776) [per quanto ci riguarda, propendiamo per la prima ipotesi, cioè che questa membrana svolga la stessa funzione in tutti gli animali, che è ricevere l’urina].
Successivamente il testo analizza la natura e la funzione degli umori (liquidi) contenuti nelle membrane fetali. Dopo aver ricordato il disaccordo tra anatomisti (alcuni li ritenevano esclusivamente escreti, altri nutritivi), gli autori confutano l’ipotesi escretica con osservazioni sperimentali: gli umori sono presenti già prima della formazione del feto, crescono nelle prime fasi della gestazione e diminuiscono o scompaiono completamente al parto, a differenza di quanto ci si aspetterebbe da prodotti di scarto. Concludono quindi che tutti gli umori ad eccezione dell’urina allantoidea sono nutritivi, e costituiscono il principio stesso della generazione: “Sentimus hos humores non solum nutritios; sed et ipsius generationis principium esse; quod facile probatur, cum in Amnio praeter dictum liquorem nihil existat, unde foetus formari vel enutriri possit” - (fr:1792) [Riteniamo che questi umori non siano solo nutritivi, ma anche il principio stesso della generazione; questo è facilmente dimostrabile, perché nell’amnios non esiste nient’altro oltre questo liquido da cui il feto possa essere formato e nutrito].
Il testo risolve anche un antico dibattito scolastico sulla nutrizione del feto, se avvenga per via orale o per via ombelicale, concludendo che avviene in entrambi i modi: “Enodavimus huc usque tacite summam difficultatem, in scholis saepe agitatam, videlicet, an foetus per os, an vero per umbilicum in utero materno nutriatur: statuendum est partim per os, partim etiam per umbilicum fieri” - (fr:1814) [Abbiamo finora risolto tacitamente la massima difficoltà, spesso dibattuta nelle scuole, se cioè il feto sia nutrito per bocca o per ombelico nell’utero materno: bisogna affermare che la nutrizione avviene in parte per bocca, in parte anche per ombelico]. La nutrizione orale è confermata dal ritrovamento dello stesso liquido amniotico nello stomaco del feto e dalla progressiva trasformazione del liquido in feci lungo l’intestino; la nutrizione ombelicale è confermata dall’osservazione di un cucciolo mostruoso nato senza testa e bocca, che sopravvisse un giorno dopo la nascita e presentava feci nell’intestino, dimostrando che la nutrizione era avvenuta via ombelico.
L’ultima parte del testo è dedicata alla placenta (chiamata cotiledoni nei ruminanti), la struttura che lega l’ovulo libero nelle prime fasi di gestazione all’utero. Viene descritta la sua variabilità per nome, numero, posizione e struttura tra specie: è unica per ogni feto, la sua posizione non è fissa perché l’ovulo è libero nelle prime fasi e si attacca dove rimane. Una osservazione chiave è che la placenta non riceve vasi dall’utero: i soli vasi che la percorrono sono quelli ombelicali fetali, che si ramificano nella placenta come radici nel terreno, senza necessità di anastomosi con vasi materni (che sarebbe pericolosa al momento del distacco della placenta nel parto).
19.1 Significato storico
Si tratta di un esempio emblematico di anatomia sperimentale moderna del XVII secolo, che abbandona il dibattito scolastico astratto su questioni relative allo sviluppo fetale per verificare le ipotesi con osservazioni dirette e esperimenti mirati su animali, con risultati originali che hanno anticipato scoperte successive della embriologia moderna.
[20]
[20.1-31-1884|1914]
20 Didascalie di tavole anatomiche di Regnerus de Graaf su placenta e malformazioni genitali infantile
Didascalie di incisioni anatomiche tratte da un trattato di anatomia del XVII secolo, documentano una dissezione placentare e un caso di ambiguo sviluppo genitale infantile.
Il testo è costituito dalle didascalie di incisioni anatomiche, opera dell’anatomista olandese Regnerus de Graaf, specializzato nello studio dell’anatomia riproduttiva. Le prime sezioni descrivono una preparazione dissezionata della placenta per l’osservazione delle sue strutture: “Placenta pars a fe invicem diducta, ut ramificationesejus conspiciantur” - (fr:1884) [Una porzione di placenta è stata divisa in parti, affinché le sue ramificazioni possano essere osservate.] “Posterior Chorii pars qua Placenta ramificationes arborum ad instar projiciuntur, antequam fefe in Uteri poros insinuant” - (fr:1885) [La parte posteriore del corio, dove le ramificazioni della placenta sono proiettate a somiglianza di rami d’albero, prima che si insinuino nei pori della parete uterina.] “TA 504 Regnerus de Graaf” - (fr:1886) [Tavola 504, Regnerus de Graaf]
Subito dopo viene presentata la tavola ventitreesima, dedicata alla documentazione di un caso di malformazione dei genitali esterni in un infante: “TABULA VIGESIMA-TERTIA Infantis Partes Genitales externas male conformatas exhibet” - (fr:1887) [La tavola ventitreesima mostra le parti genitali esterne malformate di un infante.]
Le etichette della tavola descrivono le caratteristiche dell’anomalia: la clitoride ha dimensioni e aspetto assimilabile a un pene virile, “A. Clitoris accuratam Penis virilis imaginem praesentans” - (fr:1888) [A. Clitoride che presenta esattamente la forma di un pene virile] con la ghiandola denudata (“Glans Clitoridis denudata” - (fr:1889) [Ghiandola del clitoride denudata]), mentre una protuberanza simula la presenza di testicoli (“Protuberantia Tefticulos quodammodo repraesentans” - (fr:1893, 1894) [Protuberanza che rappresenta in qualche modo i testicoli]). Sono inoltre etichettate le labbra del pudendo.
La tavola ventiquattresima è dedicata all’osservazione dei genitali interni dello stesso infante: “TABULA VIGESIMA-QUARTA Ejufdem Infantis partes Genitales internas exhibet” - (fr:1895) [La tavola ventiquattresima mostra le parti genitali interne dello stesso infante.]
La tavola è organizzata in quattro sezioni per una dissezione passo passo: 1. La figura I mostra la clitoride intera e le sue strutture (corpi crurali, porzioni muscolari asportate per l’osservazione); 2. La figura II mostra l’uretra aperta, con etichette per meato urinario, orificio vaginale, collo della vescica e porzione di clitoride retratta lateralmente; 3. La figura III mostra la vagina aperta, evidenziandone la caratteristica struttura rugosa: “A. Rugofa Vagina fubstantia” - (fr:1907) [A. Sostanza rugosa della vagina] e riporta le etichette per l’orificio vaginale, l’orificio cervicale dell’utero e le labbra pudende retratte; 4. La figura IV mostra l’utero e le sue strutture annesse: il testo è troncato dopo l’indicazione dell’etichetta A per il fondo dell’utero e l’abbozzo dell’etichetta BB.
Storicamente, questo testo conferma l’attenzione della anatomia moderna del Seicento per la documentazione della variabilità anatomica e delle malformazioni congenite: l’approccio di De Graaf, che prevede la descrizione sia delle strutture esterne che interne di un caso di sviluppo genitale ambiguo, rappresenta una delle prime documentazioni sistematiche di intersessualità prima dell’avvento della diagnostica moderna.
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[21.1-65-1930|1994]
21 Osservazioni anatomiche di Regnerus de Graaf sullo sviluppo della gestazione nei conigli
Descrizione sistematica delle modificazioni riproduttive dopo l’accoppiamento, da dissezioni effettuate a intervalli temporali controllati.
Questo testo estratto dal trattato anatomico di Regnerus de Graaf riporta una serie di dissezioni sperimentali su coniglie femmine, condotte a intervalli regolari dopo l’accoppiamento, per ricostruire il percorso degli ovuli e lo sviluppo progressivo dell’embrione. L’autore apre la trattazione con la descrizione anatomica del tratto riproduttivo: “Oviductus illi gracili principio a cornibus exorti ad quinque circiter digitorum longitudinem serpino ductu sensim magis ac magis sese dilatando ultra Testiculos excurrunt, donec versus illos retorqueantur, & infundibuli adinstar terminentur, quorum una extremitas eum Testibus, altera per gracillimam membranam rursus cum uteri cornu copulatur; ita ut hoc membranoso vinculo sese contrahente, infundibulum versus Testes cogatur, eosque amplexetur; … qui licet exigui, plurima tamen Ova limpidissima in se continebant, quibus dissectis liquor viscosus instar albuminis exprimebatur” - (fr:1930) [Gli ovidotti, che hanno origine sottili dalle corna uterine, si allargano gradualmente per circa cinque dita di lunghezza, superano le ovaie (chiamate qui testicoli secondo la nomenclatura antica per le gonadi femminili), poi si ripiegano verso di esse e terminano a forma di imbuto. Un’estremità è collegata alle ovaie, l’altra tramite una membrana molto sottile alla corna uterina: quando il legamento membranoso si contrae, l’imbuto viene spinto verso le ovaie e le avvolge. Le ovaie, pur piccole, contengono numerosi ovuli trasparenti; una volta sezionate, se ne ottiene un liquido viscoso simile all’albume d’uovo.]
De Graaf procede poi con l’analisi delle modificazioni a diversi tempi dopo l’accoppiamento: entro le prime 6 ore non si rilevano cambiamenti degli ovuli, non viene trovato sperma nella vagina o nelle corna uterine e solo i follicoli ovarici iniziano a imbibirsi di sangue e diventare rossi. Tra le 24 e le 27 ore i follicoli cambiano aspetto: da trasparenti e incolori diventano opachi e di colore rosso pallido, con una piccola papilla sulla superficie esterna, ma non si trovano ancora ovuli all’interno dell’utero, che mostra solo un leggero gonfiore della tonaca interna.
La prima osservazione chiave avviene a 72 ore (tre giorni dopo l’accoppiamento), quando si manifesta la mutazione più rilevante: “Septuaginta duabus horis sive tertio a coitu die aliam inspeximus, quae nobis longe aliam & maxime mirandam mutationem exhibuit, infundibulum enim Testiculos undique arctissime amplectebatur, quo retracto, in lateris dextri Testiculo tres folliculos aliquantulum majores ac duriores offendimus, in quorum superficiei medio tuberculum ad modum papillae exili foramine pertusum vidimus, in folliculorum vero dissectorum medio cavitas prorsus exinanita erat; quapropter vias, quas Ova transire debent, iterum iterumque perquisivimus, ac invenimus in Oviductus dextri medio unum, & in ejusdem lateris cornu extremo duo minutissima Ova” - (fr:1941) [A settantadue ore, tre giorni dopo l’accoppiamento, osservammo un altro individuo che mostrò una mutazione del tutto diversa e sorprendente: l’imbuto dell’ovidotto avvolgeva strettamente l’ovaia da ogni lato; ritirato questo, nel testicolo (ovaia) di destra trovammo tre follicoli un po’ più grandi e duri, sulla cui superficie centrale un tubercolo a modo di papilla era forato da un piccolo foro. Nel centro dei follicoli sezionati la cavità era completamente vuota. Per questo ricercammo più volte il percorso che gli ovuli devono compiere, e trovammo un ovulo nel mezzo dell’ovidotto di destra, e due ovuli piccolissimi all’estremità della corna uterina dello stesso lato.]
De Graaf conferma che gli ovuli rilasciati dalle ovaie sono dieci volte più piccoli di quelli ancora contenuti nei follicoli, perché questi ultimi includono ancora la materia glandolare del follicolo stesso. Nei giorni successivi gli ovuli migrano progressivamente verso il tratto medio delle corna uterine, aumentano di dimensione e si stabilizzano per l’impianto: al quinto giorno dopo l’accoppiamento sono così mobili da poter essere spostati con un semplice soffio. Al sesto giorno De Graaf rileva una discrepanza tra il numero di follicoli svuotati sulle ovaie e il numero di ovuli trovati nell’utero, e ipotizza tre cause possibili: l’espulsione prematura di alcuni ovuli verso la vagina, la degenerazione di alcuni ovuli all’interno del follicolo prima di raggiungere l’utero, o altri eventi imprevisti.
A partire dalla nona giornata si iniziano a distinguere le strutture embrionali: si formano i primi abbozzi della placenta, e nell’ovulo appare una piccola nuvoletta trasparente, troppo esile per essere analizzata. Al decimo giorno l’embrione è già visibile come una piccola struttura mucilaginosa a forma di verme, attaccato alla placenta tramite il corion. Al quattordicesimo giorno le strutture sono già chiaramente riconoscibili: “capite scilicet praegrandi ac pellucido, cum cerebello in apicem porrecto: oculi prominuli, os hians, & quodammodo etiam auriculae jam dignosci poterant: spina per dorsum albicante colore in longum protendebatur, quae circa sternum inflexa carinam referebat; ad cujus latera tenerrima vasa sanguinea excurrebant, quorum ramificationes ad dorsum & pedes extendebantur. In pectoris regione duo puncta sanguinea praecedentibus majora cordis ventriculorum rudimenta prae se ferebant” - (fr:1982) [La testa è grande e trasparente, con il cervelletto esteso in apice; gli occhi sono prominenti, la bocca aperta e si possono già riconoscere anche gli abbozzi delle orecchie; la spina si estende per il dorso di colore biancastro, e da entrambi i lati partono sottili vasi sanguigni che si estendono fino al dorso e alle zampe. Nella regione toracica due punti sanguigni più grandi dei precedenti mostrano gli abbozzi dei ventricoli del cuore.]
L’ultima dissezione riportata è quella effettuata al 29° giorno, penultimo giorno di gestazione, dove De Graaf fa un’osservazione peculiare sulle ovaie: “Videntur Ovorum folliculi in Testibus non in totum evanescere, sed aliquod in illis punctum relinquere; unde proculdubio contingit, quod cuniculi quo saepius pluresve fetus ediderint, eo etiam Testiculos majores ac albicantiores habeant; sic ut ex solo Testium inspectione, an saepius pepererint, & plures fetus habuerint, conjicere valeamus” - (fr:1989) [I follicoli che hanno rilasciato l’ovulo non scompaiono completamente nelle ovaie, ma lasciano un piccolo punto al loro interno; da ciò deriva senza dubbio che più la coniglia ha partorito e più feti ha avuto, più le ovaie sono grandi e biancastre; tanto che dalla sola ispezione delle ovaie si può indovinare se l’animale ha già partorito più volte e quanti feti ha avuto.]
21.1 Significato storico
Si tratta di una delle prime indagini sperimentali sistematiche sulla fisiologia riproduttiva dei mammiferi, condotta con un metodo innovativo per l’epoca: dissezioni a intervalli temporali controllati dopo l’accoppiamento per ricostruire il processo dinamico di ovulazione, migrazione dell’ovulo e sviluppo embrionale, dimostrando per la prima volta in modo osservativo che l’ovulazione avviene a tre giorni dall’accoppiamento e l’ovulo migra dalle ovaie all’utero attraverso l’ovidotto.
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[22.1-30-2026|2055]
22 Leggende delle tavole anatomiche di Regnerus de Graaf sullo sviluppo embrionale del coniglio
Estratto dalle tavole illustrative di un trattato di anatomia embriologica del XVII secolo che documenta lo sviluppo giorno per giorno dell’embrione di coniglio
Questo testo è tratto dall’opera del medico e ricercatore olandese Regnerus de Graaf, e raccoglie le legende di due tavole anatomiche dedicate all’osservazione dello sviluppo della gestazione nel coniglio, uno dei primi studi sistematici sull’embriologia dei mammiferi.
La prima sezione raccoglie le etichette per una dissezione dei genitali femminili: “Membrana tenuipma inter duo vincula exigens” - (fr:2026) [Membrana finissima estesa tra due legamenti] “MM, Vafa fanguinea ad TeJles excurrentia” - (fr:2027) [MM, Vasi sanguigni che si dirigono ai testicoli] Le etichette NN (fr:2028) e OO (fr:2030) non hanno descrizione specifica nel testo estratto. A seguire: “Vena Cava arteria Magna portiones” - (fr:2029) [Porzioni della vena cava e dell’arteria maggiore (aorta)] “Eypogafrica vafa ad uterum delata” - (fr:2031) [Vasi ipogastrici convogliati all’utero]
Successivamente sono riportate le etichette relative allo sviluppo dei follicoli ovarici dopo l’accoppiamento, con errori di stampa del testo originale che hanno trasformato ovarium in un termine simile a testiculus: “P. Cuniculi Teflictihis in quo fecundo a coitu die folliculorum papilla apparent” - (fr:2032) [P. Ovario di coniglio nel quale, il secondo giorno dopo l’accoppiamento, appaiono le papille dei follicoli] “Q^Tefliculus in quo tertio a coitu die folliculorum crapties & cavitates, in quibtu Ov* delituernnt, apparent” - (fr:2033) [Q. Ovario nel quale, il terzo giorno dopo l’accoppiamento, appaiono le pareti follicolari e le cavità nelle quali si nascondono gli ovuli]
Si passa poi alla descrizione della ventiseiesima tavola, interamente dedicata alle diverse fasi di sviluppo degli ovuli: “332 Regnerus de Graaj TABULA VIGESIMA-SEXTA Varias Ovorum figuras compIecSiens” - (fr:2034) [332 Regnerus de Graaf TAVOLA VENTISEIESIMA, che raccoglie le diverse forme degli ovuli]
De Graaf documenta in modo ordinato lo sviluppo progressivo giorno per giorno dopo l’accoppiamento: la prima figura mostra gli ovuli trovati nell’utero al terzo giorno (fr:2035), seguono campioni al quarto, quinto, sesto (fr:2036), e settimo giorno (fr:2037). All’ottavo giorno gli ovuli hanno già formato le camere uterine: “6 Cuniculorum Ova odava diei in utero celluUt efformantia” - (fr:2038) [6 Ovuli di coniglio all’ottavo giorno, che formano le camere uterine]
Le etichette descrivono la struttura dei campioni per ogni fase di sviluppo: - A indica sempre la cellula uterina chiusa che contiene l’ovulo (fr:2039) - Al nono giorno, in una cellula aperta, nell’ovulo non si trova ancora nessuna struttura definita oltre al liquido e una piccola formazione informe: “Cellula aperta^ in cujus Ovo exilis nubecula comparet” - (fr:2041) [Cellula aperta, nel cui ovulo appare una piccola nuvoletta] - Al decimo giorno, la cellula uterina è ripiena di vasi sanguigni (fr:2043), e nell’ovulo si può già osservare l’embrione come massa informe: “CeUula adaperta^ in cuj ut Ovo Embryo ut informis galba confpscttur” - (fr:2045) [Cellula aperta, nel cui ovulo l’embrione è osservato come una massa giallastra informe] - Al dodicesimo giorno, appaiono già i contorni definiti dell’embrione: “B. CeUula aperta, in cujus Ovo Embryonis delineamenta apparent” - (fr:2047) [B. Cellula aperta, nel cui ovulo appaiono i contorni dell’embrione] - Al quattordicesimo giorno, l’embrione è completamente formato e connesso alla placenta: “B, Embryo cum placenta &vafis umbilit^” - (fr:2050) [B, Embrione con placenta e vasi ombelicali]
Anche in questa sezione alcune etichette (come 1 B>, fr:2044) non sono descritte nel testo estratto.
Infine viene presentata la ventisettesima tavola, che mostra il feto di coniglio a 29 giorni di gestazione, completo di membrane e placenta: “TABULA VIGESIMA-SEPTIMA ^ Cuniculum viginti novem dierum cum Secundinis exhibet” - (fr:2051) [TAVOLA VENTISETTESIMA Mostra un coniglio di ventinove giorni con le membrane secondarie] “A. Cuniculus in Membrana Amnio conclufus” - (fr:2053) [A. Embrione di coniglio chiuso nella membrana amniotica] “Membrana Amniosflatu dijienta” - (fr:2055) [Membrana amniotica distesa]
Anche qui l’etichetta BB (fr:2054) non ha descrizione nel testo estratto.
Dal punto di vista storico, questo estratto è una testimonianza fondamentale della nascita dell’embriologia sperimentale moderna. Regnerus de Graaf fu il primo a condurre una osservazione sistematica, giorno per giorno, dello sviluppo embrionale precoce di un mammifero, utilizzando il coniglio come modello sperimentale per confermare l’esistenza degli ovuli nei mammiferi: la scoperta dei follicoli ovarici porta ancora oggi il suo nome. L’organizzazione per tavole e la descrizione precisa di ogni fase di sviluppo dimostra l’approccio empirico di De Graaf, che abbandonò le speculazioni precedenti per basare le sue conclusioni su dissezioni e osservazioni dirette.
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23 Indice delle ricerche sperimentali embriologiche su conigli di un trattato scientifico della prima età moderna
Frammento dell’indice delle materie di un trattato anatomico, che documenta una serie di dissezioni programmate per studiare lo sviluppo embrionale nel coniglio.
Il testo è un estratto dell’Index Rerum (indice delle materie del trattato, esplicitamente indicato nella voce finale), e raccoglie le voci degli argomenti trattati nell’opera con i relativi riferimenti numerici a sezioni o pagine.
L’elemento peculiare più rilevante è la presenza di una sequenza ordinata di dissezioni di coniglie femmine a intervalli di tempo crescente dopo l’accoppiamento: un approccio sperimentale sistematico, avanzato per l’epoca, per osservare passo per passo lo sviluppo dell’embrione. Oltre a questa serie, sono presenti voci di anatomia e embriologia generale: “Cotyledones” - (fr:2104) [Cotiledoni, strutture uterine coinvolte nello sviluppo embrionale] “Coxas ampliores cur habeant mulieres” - (fr:2105) [Perché le femmine hanno le anche più larghe] “Cuniculi foemella partes genitales” - (fr:2106) [Parti genitali della coniglia femmina]
La serie di esperimenti inizia con un controllo anatomico prima dell’accoppiamento: “Cuniculi ante coitum diffidi dissectione” - (fr:2107) [Dissezione della coniglia prima dell’accoppiamento]. Prosegue poi con ispezioni a intervalli di tempo sempre maggiori dopo l’accoppiamento, a partire da mezz’ora: “dimidia hora post coitum diffedi inspectio” - (fr:2109) [Ispezione dopo dissezione a mezz’ora dall’accoppiamento], per proseguire a 6 ore, 24 ore, 27 ore, 48 ore e 52 ore, per poi passare a ispezioni giornaliere a partire dal terzo giorno dopo l’accoppiamento: “tertio a coitu die diffecti inspectio” - (fr:2118) [Ispezione dopo dissezione al terzo giorno dall’accoppiamento], fino ad arrivare al diciannovesimo giorno: “vigesimo-nono a coitu die dissecti inspectio” - (fr:2126) [Ispezione dopo dissezione al diciannovesimo giorno dall’accoppiamento].
Chiudono il frammento due voci tematiche aggiuntive: la prima sui disturbi mestruali: “dolores lumbares menstruorum tempore utide” - (fr:2127) [Dolori lombari nel periodo mestruale], la seconda su temi embriologici generali: “Embryonis in Ovo primordium, augmentum, Excrementa embryonis unde” - (fr:2128) [Primordio dell’embrione nell’uovo ovarico, suo accrescimento, origine degli escrementi dell’embrione].
Sul piano storico, questo frammento testimonia l’affermazione del metodo osservativo sperimentale in embriologia già nella prima età moderna: l’autore progetta una serie di osservazioni controllate a intervalli regolari per ricostruire lo sviluppo embrionale, abbandonando il ragionamento puramente speculativo e adottando il coniglio come modello animale per ricerche riproduttive, una scelta che avvicina questo approccio ai metodi della scienza moderna. Non sono presenti contraddizioni o ambiguità, il testo si presenta come un indice ordinato che rimanda a contenuti più estesi nel corpo del trattato originale.
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