Commissione Moro - 2015/17 | r | 10m
1 Attività e competenze della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro – Sintesi delle linee programmatiche e delle acquisizioni documentali
1.1 1. Mandato e obiettivi istituzionali
La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro è stata istituita con la legge 30 maggio 2014, n. 82, con il duplice obiettivo di: - accertare eventuali nuovi elementi in grado di integrare le conoscenze già acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull’assassinio di Moro (“1874”, “4417”, “4418”, “7402”); - individuare eventuali responsabilità riconducibili ad apparati statali, strutture organizzate o singoli individui (“1874”, “40”, “4363”).
Il termine per la presentazione della relazione finale è fissato in 24 mesi dalla costituzione (“1875”, “4418”, “1113”). La Commissione opera in collaborazione con l’autorità giudiziaria, segnalando tempestivamente elementi rilevanti emersi durante l’inchiesta (“96”, “97”, “1901”).
1.2 2. Poteri e strumenti di acquisizione documentale
L’articolo 5 della legge istitutiva attribuisce alla Commissione ampi poteri di acquisizione, tra cui: - atti e documenti relativi a: - procedimenti giudiziari in corso, anche in deroga all’articolo 329 c.p.p. (segreto delle indagini preliminari) (“4443”, “1915”, “4457”); - inchieste parlamentari precedenti (“4443”, “1915”); - documenti custoditi da pubbliche amministrazioni o soggetti privati (“4445”, “1917”, “4425”). - facoltà di disporre accertamenti tecnici non ripetibili, nel rispetto delle garanzie processuali (“102”, “52”). - possibilità di avvalersi di collaborazioni esterne (a titolo gratuito, senza limite numerico predeterminato) per l’analisi documentale (“1886”, “4245”, “74”, “75”).
Nota peculiare: La Commissione ha scelto di non fissare un tetto massimo alle collaborazioni esterne, adeguando il loro numero alle esigenze investigative (“1885”, “1899”).
1.3 3. Aree tematiche di indagine e metodologia
Nel primo anno di attività (2015–2016), la Commissione ha strutturato il programma di audizioni e acquisizioni documentali attorno a cinque macro-aree (“162”): 1. Patrimonio documentale dell’Esecutivo: - Audizioni di 7 rappresentanti del Governo per individuare fonti informative e modalità di collaborazione (“162”). - Focus su documenti declassificati e procedure internazionali (rogatorie, estradizioni) (“168”). 2. Attività delle precedenti Commissioni parlamentari: - 8 audizioni di presidenti, vicepresidenti e membri attivi nelle inchieste passate (“162”). 3. Indagini giudiziarie: - 22 audizioni di magistrati ed ex magistrati coinvolti nei processi sul caso Moro (“162”, “1965”). - Analisi delle piste investigative trascurate (es. ruolo di Tullio Olivetti, traffici d’armi) (“4363”, “3528”). 4. Accertamenti tecnici delle forze di polizia: - 3 sedute dedicate ai risultati delle perizie balistiche, ricostruzioni grafiche e analisi forensi (“162”, “955”). - Impiego di tecnologie innovative (es. ricostruzione 3D della strage di via Fani) (“978”). 5. Ricostruzioni storiche e studi accademici: - Audizioni di 3 studiosi del caso Moro per valutare ipotesi alternative (“162”, “5061”).
Metodologia: La Commissione ha adottato un approccio multidisciplinare, combinando: - acquisizioni documentali mirate (archivi statali, atti giudiziari, fonti private) (“1920”, “48”); - audizioni libere ed esami testimoniali (“71”, “1923”); - accertamenti tecnici (es. analisi balistiche, esami DNA) (“52”, “1818”).
1.4 4. Criticità emerse e filoni prioritari
1.4.1 4.1. Lacune investigative storiche
- Mancata indagine sul bar Olivetti (via Fani 109):
- Nonostante segnalazioni del SISMI (1978) e dichiarazioni di Luigi Guardigli (traffico internazionale di armi), nessun accertamento fu condotto sul titolare Tullio Olivetti (“3545”, “4006”, “1266”).
- Ipotesi: La chiusura del locale (avvenuta due anni prima della strage) potrebbe aver agevolato la pianificazione dell’agguato (“377”, “1261”).
- La Commissione ha avviato approfondimenti su possibili connessioni con la criminalità organizzata (clan D’Agostino, De Stefano) (“1113”, “3514”).
- Dinamica della strage di via Fani:
- Incongruenze nelle ricostruzioni ufficiali (es. presenza di soggetti stranieri, perizia degli aggressori) (“384”, “875”).
- Nuove analisi balistiche hanno evidenziato anomalie nei reperti (es. traiettorie dei proiettili) (“978”, “5451”).
- Ruolo dei Servizi segreti:
- Ipotesi di infiltrazioni nelle BR e condizionamenti esterni (“4232”, “7425”).
- Mancata valorizzazione di informative (es. memoriale Morucci, contatti con la RAF) (“5214”, “5779”).
1.4.2 **4.2. Trattative e “verità parziali”
- Processo dissociativo di Morucci e Faranda:
- La loro collaborazione con lo Stato (anni ’80) ha influenzato la ricostruzione giudiziaria, con dichiarazioni contraddittorie e omissioni strategiche (“5635”, “5459”).
- Criticità: Morucci agiva contemporaneamente come testimone, consulente di apparati statali e interlocutore politico, senza trasparenza (“5459”, “4232”).
- ”Memoriale Morucci”:
- Documento chiave per la ricostruzione, ma privo di riscontri oggettivi in alcune parti (“908”, “5738”).
- La Commissione ha rilevato incongruenze nella versione brigatista (es. ubicazione del covo di via Montalcini) (“5905”, “3996”).
1.4.3 4.3. Nuove piste e tecnologie
- Impiego di moderne tecniche investigative:
- Analisi DNA su reperti (es. auto abbandonate in via Licinio Calvo) (“1818”).
- Ricostruzioni virtuali della strage (“5451”).
- Approfondimenti internazionali:
- Rogatorie per audire ex membri della RAF e interpreti coinvolti nei contatti BR-Palestinesi (“5216”, “5783”).
- Verifica del ruolo di Alessio Casimirri (latitante in Nicaragua) (“422”, “6117”).
1.5 5. Risultati e prospettive
- Documentazione resa pubblicamente accessibile:
- La Commissione intende mettere a disposizione (salvo vincoli di segretezza) il patrimonio documentale acquisito, organizzato per chiavi di ricerca testuali (“121”, “1923”).
- Collaborazione con la magistratura:
- Segnalazioni alla Procura di Roma su elementi contrastanti con le versioni ufficiali (“96”, “684”).
- Riesame di atti processuali (es. fascicolo sul bar Olivetti) (“6951”, “3514”).
- Prossimi passi:
- Completamento delle indagini su:
- covo della Balduina (possibile sito alternativo di prigionia) (“2537”, “6154”);
- ruolo della criminalità organizzata (Frank Coppola, clan calabresi) (“1113”, “7414”);
- trattative parallele (Santa Sede, esponenti socialisti) (“6481”, “3798”).
- Redazione della relazione finale, con valutazioni definitive sulle responsabilità istituzionali (“1877”, “4428”).
- Completamento delle indagini su:
1.6 6. Osservazioni critiche
- Limiti strutturali:
- Risorse insufficienti per indagini tecnologicamente avanzate (“63”).
- Ritardi nella declassifica di documenti sensibili (“1897”).
- Zone grigie persistenti:
- Contraddizioni tra dichiarazioni dei brigatisti e riscontri oggettivi (“3996”, “731”).
- Mancata chiarezza su interferenze esterne (Servizi, P2, apparati deviati) (“7414”, “5714”).
Riferimenti chiave: - Mandato istituzionale: “1874”, “4417”. - Poteri di acquisizione: “4443”, “1915”. - Lacune investigative: “3545”, “4006”. - Nuove tecnologie: “978”, “1818”. - Prospettive future: “1877”, “4428”.
2 Resoconto tecnico-giuridico sulla ricostruzione dell’agguato di via Fani e dell’omicidio di Aldo Moro – Analisi balistiche, dinamiche delittuose e accertamenti tecnici
2.1 1. Contraddizioni tra ricostruzioni e perizie
La ricostruzione della Polizia scientifica sull’agguato di via Fani e sull’omicidio di Aldo Moro presenta elementi di contrasto con precedenti perizie e testimonianze, in particolare riguardo: - Direzione dei colpi contro il maresciallo Oreste Leonardi: - La Polizia scientifica esclude che Leonardi sia stato colpito da destra, sostenendo che: - «L’assenza di impatti interni all’autovettura compatibili con colpi esplosi dalla destra» e «la presenza di impatti da sinistra che hanno attinto il maresciallo» dimostrano che «porgeva il fianco destro allo sparatore in una posizione ruotata verso sinistra» “(935), (882), (952)”. - I «due colpi mortali ritenuti nel corpo» avrebbero reso «inverosimile una torsione successiva se provenienti da destra» “(935), (952)”. - Contraddizioni segnalate: - Le perizie medico-legali e balistiche del 1980 (e la sentenza della Corte d’Assise del 1983) attribuivano invece colpi da destra a Leonardi “(915), (922), (948)”. - Il deputato Grassi ha osservato che «un militare esperto come Leonardi non si sarebbe voltato per difendere Moro, ma avrebbe sparato», ipotizzando che «i primi due colpi lo abbiano colpito mentre si voltava verso Ricci, scivolando poi inerte sul sedile» “(948)”. - La testimonianza dell’edicolante Pistolesi (che vide la Fiat 130 procedere a balzi dopo i primi colpi) «confermerebbe che i brigatisti avevano una preparazione militare» “(905)”, ma non è compatibile con la ricostruzione di un agguato statico.
- Presenza di un sesto assalitore:
- La Polizia scientifica e il memoriale Morucci parlano di
quattro assalitori, ma:
- Il rapporto DIGOS del 17 marzo 1978 e la sentenza del 1983 menzionano nove killer “(925), (6182)”.
- Il senatore Fornaro ipotizza un quinto/sesto
componente per spiegare:
- I «36 bossoli ritrovati vicino alla Mini Minor» (non giustificabili con le armi inceppate dei brigatisti) “(911)”.
- La «neutralizzazione del maresciallo Leonardi da destra», attribuibile a «un sesto assalitore, probabilmente passeggero della Fiat 128» “(922), (929)”.
- La perizia balistica del 1981 confermava che «Leonardi fu ucciso con una pistola 65 sparata da destra» “(6182)”.
- La Polizia scientifica e il memoriale Morucci parlano di
quattro assalitori, ma:
2.2 2. Dinamica dell’agguato in via Fani
2.2.1 2.1. Fasi dell’attacco
La ricostruzione della Polizia scientifica “(882)” sintetizza l’agguato in sei fasi chiave: 1. Primi colpi da sinistra (lato bar Olivetti): - Fiat 130 in movimento: colpi singoli esplosi «da sinistra verso destra» contro l’auto di Moro, «probabilmente attingendo l’appuntato Ricci» “(882), (905)”. - Contraddizione: Il memoriale Morucci non menziona colpi singoli in movimento, «evidenziando una capacità militare superiore» “(905)”. 2. Raffiche contro l’Alfetta: - Da due posizioni diverse (sempre da sinistra), con l’auto ancora in movimento. 3. Urti tra veicoli: - La Fiat 130 tampona la Fiat 128 (targa diplomatica) e viene a sua volta tamponata dall’Alfetta. - Contraddizione: Il memoriale Morucci parla di «ripetuti tamponamenti» per liberarsi, «non confermati dai rilievi» “(905)”. 4. Colpi ravvicinati sulla Fiat 130: - Sparati «direttamente attraverso il finestrino sinistro anteriore», in rapida sequenza. 5. Fase finale con colpi da destra: - Due colpi (calibro 65 e Smith & Wesson) «sparati da destra verso sinistra» contro la scorta, «probabilmente per accertare l’annientamento» “(882), (907)”. - Movimento dello sparatore: «Girando intorno alle vetture» per portarsi sul lato destro “(907)”. 6. Neutralizzazione di Iozzino: - Sette colpi del mitra FNA43 (mai ritrovato) lo colpirono; «potrebbe esserci stato un quinto assalitore» “(921)”.
2.2.2 2.2. Armi e munizionamento
- Provenienza delle munizioni:
- I bossoli Fiocchi 9 mm Parabellum erano:
- Con data (1969–1977): «destinati a forniture militari italiane» “(3130), (1512)”.
- Senza data: «destinati all’estero (uso civile) o a organizzazioni parastatali» “(1512), (3134), (6955)”.
- Vernice verde chiaro: «caratteristica della Fiocchi dal 1965 al 1976–77» “(3129)”.
- Contraddizioni:
- L’appunto Spinella-De Francesco (1978) “(6959),
(1535)” suggeriva che «le munizioni provenivano da
un deposito dell’Italia settentrionale con accesso limitato a sei
persone», ma:
- La Fiocchi ha smentito «specialità nelle verniciature» “(1519), (3153)”.
- Il perito Benedetti ha confermato che «il munizionamento era standard, venduto anche all’estero» “(1521), (949)”.
- Ipotesi depistaggio: «Le notizie nell’appunto potrebbero essere state formulate in modo allusivo» “(6959), (1533)”.
- L’appunto Spinella-De Francesco (1978) “(6959),
(1535)” suggeriva che «le munizioni provenivano da
un deposito dell’Italia settentrionale con accesso limitato a sei
persone», ma:
- I bossoli Fiocchi 9 mm Parabellum erano:
- Armi utilizzate:
- Mitra FNA43: «Sparò 49 colpi, ma solo 6 andarono a bersaglio (contro Iozzino)», «si inceppava facilmente» “(911), (3839)”.
- Pistola Smith & Wesson: «Usata nella fase finale, con due colpi sparati da destra» “(907)”.
- Skorpion e Walther: «Usate per l’omicidio Moro» (v. par. 3).
- Beretta M12: «Sequestrata a Piero Falcone, faceva parte di una partita destinata all’Arabia Saudita e sottratta durante il trasporto» “(6945)”.
2.3 3. Omicidio di Aldo Moro: ricostruzione balistica e dinamica
2.3.1 3.1. Scenario del crimine (Renault 4 in via Montalcini 8)
- Ipotesi principali: Moro seduto nel
portabagagli:
- «Colpito da almeno tre proiettili 65mm (Skorpion) al torace sinistro, con postura eretta» “(4979), (4962), (6940)”.
- «Successivamente accasciato e colpito da altri due proiettili (uno dalla Walther 9mm, uno dalla Skorpion)», «con direzione dall’alto verso il basso» “(4977), (4965)”.
- «Tracce ematiche e proiezioni di fluido biologico confermano questa sequenza» “(4973), (6968)”. Moro seduto all’interno dell’abitacolo:
- «Meno probabile, ma non esclusa» “(6932), (4962)”.
- «Cinque bossoli 65mm nell’abitacolo potrebbero provenire dalla Skorpion usata da dentro l’auto» “(6948), (912)”.
- Accertamenti tecnici:
- Residui di sparo:
- «Nove particelle sul cappotto di Moro (non indossato), numerosissime sulla giacca, meno sui pantaloni» “(4966)” → «Indicano estrema vicinanza all’arma» “(6935)”.
- Tracciato balistico:
- «Dodici proiettili totali» (non undici come in
precedenza ipotizzato):
- Otto estratti durante l’autopsia (7.65mm).
- Due tra maglia e camicia.
- Due fuoriusciti (uno 9mm repertato nel portabagagli) “(4971)”.
- «Almeno un colpo sparato con silenziatore a contatto» (tracce sulla giacca) “(4967), (965)”.
- «Dodici proiettili totali» (non undici come in
precedenza ipotizzato):
- Bloodstain Pattern Analysis (BPA):
- «Colature di sangue dall’alto verso il basso su maglia e pantaloni» “(4973), (6968)” → «Compatibili con postura eretta iniziale e successivo accasciamento» “(4970)”.
- Residui di sparo:
2.3.2 3.2. Prove d’ingombro e acustiche nel box
- Posizionamento della Renault 4:
- «Se parcheggiata a retromarcia con portellone aperto, la porta basculante del box poteva chiudersi» “(6957), (6961)”.
- «Se accostata a destra, lo spazio residuo a sinistra era 1–1.6m» “(6961), (2633)”.
- «Il fragore dei colpi (senza silenziatore efficace) sarebbe stato udibile nella tromba delle scale» “(680), (4989)”.
- Ipotesi sull’azione:
- «Non si esclude che Moro sia stato colpito nel box», ma «appare poco probabile per rapidità e rischi» “(4317), (6971)”.
- «La Skorpion con silenziatore artigianale non era particolarmente efficace» “(4983)”.
2.4 4. Reperti e accertamenti accessori
- Fibre e tracce biologiche:
- «Fibre rosse menzionate nella perizia Lombardi non sono state ritrovate» “(6929)”.
- «Quattro profili genetici (2M/2F) nella Renault 4, nessuno compatibile con Moro» “(6928), (1016)”.
- Documenti e fotosegnalamenti:
- Cartellino di Alessio Casimirri (1982):
- «Foto giovanile senza baffi, non censita nell’AFIS» “(6927), (1948)”.
- «Potrebbe essere un falso per depistaggio» “(6460), (1533)”.
- Appunti della Questura (1978):
- «Firmati da De Francesco e Spinella, con notizie su munizioni e indagini» “(6947), (1535)”.
- Cartellino di Alessio Casimirri (1982):
- Armi e munizioni in covi BR:
- «Cartucce Fiocchi senza data rinvenute in covi di via Gradoli, via Cornelia, via Pesci» “(76), (1520)”.
- «Pistola Beretta 65 mai periziata, sequestrata in via Gradoli» “(924)”.
2.5 5. Punti critici e ambiguità
- Incongruenze sulla direzione dei colpi:
- «La Polizia scientifica esclude colpi da destra, ma perizie e sentenze li confermano» “(915), (948)”.
- Numero degli assalitori:
- «Quattro (memoriale) vs. nove (DIGOS); un quinto/sesto sparatore spiegherebbe bossoli e colpi da destra» “(911), (921)”.
- Provenienza delle munizioni:
- «Appunto Spinella suggerisce un deposito riservato, ma Fiocchi smentisce specialità» “(6959), (1519)”.
- Dinamica dell’omicidio Moro:
- «Ipotesi seduto vs. supino nel portabagagli; silenziatore inefficace e rischio di rumori» “(4983), (680)”.
- Depistaggi:
- «Cartellino Casimirri e appunti Questura potrebbero essere operazioni di depistaggio» “(1533), (6460)”.
2.6 6. Riferimenti per approfondimenti
- Testi originali:
- Memoriale Morucci: “(13)”.
- Perizie Ugolini-Iadevito-Lopez (1978–79): “(1521), (3129)”.
- Relazione RIS (2015–2017): “(4955), (6950)”.
- Resoconti stenografici audizioni (8 luglio 2015, 23 febbraio/2 marzo/10 maggio 2017): “(954), (4981)”.
- Contraddizioni da verificare:
- «Perizia balistica 1981 (colpi da destra) vs. Polizia scientifica 2015 (colpi solo da sinistra)».
- «Testimonianza Pistolesi (auto in movimento) vs. ricostruzione statica».
Nota: Per un’analisi completa, si consiglia la consultazione integrale dei verbali di sopralluogo (1978), delle perizie balistiche e dei resoconti delle audizioni parlamentari. Le contraddizioni segnalate potrebbero richiedere ulteriori accertamenti tecnici.
3 Dinamiche e testimonianze relative al sequestro Moro: interventi delle forze dell’ordine, veicoli coinvolti e anomalie segnalate
3.1 1. Interventi immediati delle forze dell’ordine e soccorsi
Azioni di Sapuppo e Di Berardino: Dopo aver accertato che il brigadiere Zizzi era ancora in vita, Sapuppo tornò alla volante per chiamare la Sala operativa e richiedere un’ambulanza, mentre Di Berardino rimase nei pressi dell’Alfetta per tenere lontani i curiosi, consentendo solo ai colleghi sopraggiunti di avvicinarsi a Zizzi “2032”. Di Berardino confermò di aver richiesto l’ambulanza tramite la radio collocata davanti al sedile di Zizzi, osservando che il bar Olivetti era chiuso “2014, 1549”. Anomalia segnalata: Di Berardino non ricordava la presenza di personale DIGOS né di un giovane con paletta che impediva l’accesso a via Fani (come invece riferito da Gherardo Nucci), né di una persona in soprabito chiaro scesa da un’Alfa Romeo che allontanava i presenti (come dichiarato da Bruno Barbaro) “1007, 2034”.
Arrivo del dottor Spinella e discrepanze temporali: L’autista Emidio Biancone dichiarò che la partenza dall’Alfasud di Spinella dalla Questura avvenne prima delle 8:30, ma in una precedente versione aveva affermato di aver ascoltato la notizia dell’agguato dopo l’uscita dalla Questura “1345, 1063, 1082”. Contraddizione rilevante: La Sala operativa diramò l’allarme alle 9:03 e 9:05, ma l’Alfasud potrebbe essere partita prima di tale orario, sollecitando dubbi sulla tempistica “1082, 1201”. Spinella giunse in via Fani con un’autovettura della DIGOS normalmente assegnata al dottor Giancristofaro, poiché la sua auto era bloccata “1982, 1479”. Elemento peculiare: Correale (segretario di Spinella) salì a bordo con lui, circostanza non ricordata da Biancone “2041”.
Presenze non identificate e pressioni sugli agenti: Un agente (non identificato) riferì che, mentre Zizzi era agonizzante, due persone in borghese si presentarono come colleghi e tentarono di condurlo in Questura per ordine di Spinella. Al suo rifiuto, lo accompagnarono in ambulanza al Gemelli, ma dopo la visita medica insistettero per portarlo in Questura “1095”. Testimonianza controversa: Di Leva (agente della Polizia stradale fuori servizio) dichiarò di essere stato avvicinato da due colleghi che gli ordinarono di recarsi in Questura prima che l’ambulanza soccorresse Zizzi, ma non ricordava la presenza di un’Alfasud beige o di un uomo con paletta “1091, 1096, 2006”.
3.2 2. Veicoli coinvolti: percorsi, abbandoni e incongruenze
Fiat 132 (targa Roma P79560): Abbandonata in via Licinio Calvo tra le 9:15 e le 9:23, con a bordo Aldo Moro. La sua collocazione finale (lato destro, civico 1) fu segnalata dall’auto civile “Squalo 4” alle 9:23, con successiva comunicazione alle 9:27 dell’allontanamento a piedi di un uomo e una donna armati “7236, 2548, 1094, 7302”. Contraddizione chiave:
- Morucci affermò che la 132 proveniva da Piazza Madonna del Cenacolo con solo Raffaele Fiore a bordo “7241, 2559”.
- La testimone Maria Assunta Perugini vide invece due uomini e una donna a bordo della 132 in via Licinio Calvo tra le 9:15 e le 9:30 “2559, 7241”.
- Implicazione: Se la 132 aveva una donna a bordo (Balzerani o altra), il veicolo deve essersi fermato in un luogo intermedio per farla salire, confutando la versione di Morucci “2045, 1598”.
Fiat 128 (blu e bianca):
- 128 blu (targa Roma M53955): Rinvenuta il 17 marzo alle 4:10 in via Licinio Calvo Morucci dichiarò di essere sceso da questa auto all’incrocio via Massimi/via Bitossi, recandosi a piedi verso un furgone grigio chiaro in via Bitossi per caricare le borse di Moro “2586, 1596, 7261”. Problema: La testimone Elsa Maria Stocco descrisse il trasbordo di una sola borsa (tipo “24 ore”) e un borsone da un’auto “ministeriale” (possibilmente la 128 blu) a un furgone in via Bitossi alle 9:25, dopo aver sentito il radiogiornale delle 9:30 “1601, 2588”. Incongruenza: Morucci parlò di più borse e di un furgone vuoto, mentre la Stocco vide un solo uomo effettuare l’operazione “1602, 1598”.
- 128 bianca: Abbandonata anch’essa in via Licinio Calvo. La sua collocazione fu confermata da testimoni che videro un convoglio di tre auto (132 + due 128) superare una catena in via Casale De Bustis, con una donna che richiuse l’ostacolo “1587, 1590”.
Furgone non identificato: Morucci menzionò un furgone grigio chiaro in via Bitossi, ma nessun veicolo del genere fu mai rinvenuto. La Stocco lo descrisse come “di colore chiaro” con un conducente in attesa “1601, 2060”. Ipotesi alternativa: Il furgone potrebbe essere stato parcheggiato in un garage privato (es. via Balduina 323, proprietà IOR) “7345, 7250, 7287”. Verifiche negative: Ispezioni ai garage di via Balduina (eseguite il 16 novembre 1978) non diedero esito “7347, 2735, 2738”.
Altri veicoli sospetti:
- Austin Morris (targa T50354) e Mini Cooper (targa T32330): Parcheggiate in via Fani la mattina del 16 marzo. La prima, di proprietà di Patrizio Bonanni, era collegata a un’immobiliare (ENPAF) con legami familiari alla società Kiria “2648, 1027”.
- Alfasud giallo canarino (targa S88162): Visibile in foto, assegnata alla DIGOS ma utilizzata da Spinella. Potrebbe esserci stata una seconda Alfasud beige avvistata da testimoni “1087, 1974”.
- Motocicletta Honda: Avvistata da più testimoni
(Marini, Intrevado) con due uomini a bordo, armati.
Contraddizioni:
- Marini la descrisse come ferma vicino al bar Olivetti; Intrevado come in movimento a bassa velocità “1139, 1170, 1986”.
- Dettaglio peculiare: Alessandro Marini (fotografo) affermò che il parabrezza del suo motociclo fu danneggiato da proiettili, ma le foto mostrano il parabrezza intatto “1980, 1093”.
3.3 3. Anomalie e testimonianze non approfondite
- Presenze non identificate in divisa:
- Due “piloti” dell’Alitalia/Aeronautica: Visti da Alessandro Bianchi fuori dal bar Olivetti, con uniformi “teatrali”. Uno di essi esclamò “toiffel danks” (forse “danke” in tedesco) “1490, 1148”.
- Uomo con paletta: Segnalato da Nucci e Barbaro come persona che impediva l’accesso a via Fani. Barbaro lo descrisse come “bassa statura, soprabito chiaro, sceso da un’Alfa Romeo vecchia” “1007, 1022, 1560”. Problema: Nessun agente in servizio riconobbe questa figura “2034, 1979”.
- Rullini fotografici scomparsi:
- Gherardo Nucci: Consegnò un rullino (già sviluppato) al giudice Infelisi il 18 marzo, contenente foto scattate dopo le 10:00 (non nell’immediatezza). Infelisi tagliò 5 fotogrammi “interessanti” (mai ritrovati) “1201, 2043”.
- Eleonora Guglielmo: Trovò un rullino in un annaffiatoio e lo consegnò a un uomo in borghese (forse polizia) “1107, 1090”.
- Tommaso Ruggeri: Scattò foto durante la strage, ma mostrò una macchina fotografica senza rullino agli agenti. La signora Guglielmo lo vide tornare a recuperarlo “1209, 1107”. Ipotesi: Potrebbero esistere due o tre rullini distinti, mai analizzati “1203, 1107”.
- Segnalazioni non seguite:
- Garage IOR in via Balduina 323: Ispezionato solo otto mesi dopo (novembre 1978), nonostante fosse stato segnalato come possibile nascondiglio “7345, 7287”.
- Rumori in alfabeto Morse: Lucia Mokbel segnalò ticchettii notturni dall’appartamento dei “Borghi” (covo BR) il 18 marzo, ma gli agenti (inclusi Merola e Cioppa) non approfondirono “4759, 7286, 2738”.
- Elicottero bianco: Avvistato da Ianni e Intrevado sopra via Fani, mai identificato “1120, 2581”.
- Contraddizioni sulla scena del crimine:
- Bar Olivetti: Alcuni testimoni (Cimara, Bianchi) affermarono che era aperto; altri (Di Berardino) che era chiuso “1067, 1246, 2018”.
- Presenza di agenti in borghese: Pistolesi (edicola) vide due uomini in divisa militare e una persona con sottocasco da motociclista “1749, 1970”, ma nessun agente li riconobbe.
3.4 4. Punti critici emersi
- Tempistiche incoerenti:
- Partenza di Spinella prima dell’allarme ufficiale (9:03).
- Abbandono della 132 prima delle 9:23 (ora della segnalazione radio), con Moro già a bordo “1554, 7302”.
- Domanda: Chi coordinò le operazioni prima che la Sala operativa diramasse l’allerta?
- Veicoli e percorsi non chiariti:
- Furgone grigio: Mai trovato, nonostante testimonianze concordi “1601, 2060”.
- 128 blu: La sua collocazione in via Licinio Calvo dopo le 9:23 contraddice la versione di Morucci (trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo) “1598, 1655”.
- **Auto “ministeriali”: La 132 e la 128 blu furono descritte come veicoli ufficiali, ma nessun documento ne conferma l’uso da parte di istituzioni “7241, 2559”.
- Omissioni investigative:
- Garage IOR: Nonostante la segnalazione del 16 marzo (Marinelli), fu ispezionato solo a novembre “7347, 2735”.
- Testimoni ignorati: Barbaro, Pannofino, Ianni furono ascoltati solo 37 anni dopo “763, 1172”.
- Fotografie scomparse: Rullini consegnati a Infelisi e mai recuperati, con possibili immagini di esponenti della ’ndrangheta “2029, 334”.
3.5 5. Riferimenti normativi e tecnici
- Norme di procedura: Le ispezioni ai garage (art. 352 c.p.p.) furono eseguite con ritardo ingiustificato.
- Termini specifici:
- ”Auto ministeriale”: Veicolo con targa istituzionale (es. P79560).
- ”Squalo 4”: Auto civile della Polizia in servizio di pattuglia.
- ”Memoriale”: Documento redatto da Morucci sulla dinamica della fuga.
Nota: Le contraddizioni tra le dichiarazioni di Morucci, i testimoni oculari (Stocco, Perugini) e i verbali ufficiali (es. orari di abbandono dei veicoli) suggeriscono la necessità di un approfondimento su: - I garage di via Balduina 323 (proprietà IOR). - I rullini fotografici scomparsi (con possibili immagini di complici non BR). - Le presenze non identificate (uomo con paletta, “piloti”, motociclisti). - La tempistica dell’arrivo di Spinella e la possibile conoscenza pregressa dell’agguato.
Per approfondimenti, si rimanda ai documenti originali con identificativi: “7345”, “2032”, “1554”, “1007”, “2586”, “1601”, “7241”, “1082”, “1201”, “2043”.
4 Le iniziative per la liberazione di Aldo Moro: trattative, canali paralleli e il ruolo della Santa Sede
4.1 Pubblicazione delle lettere di Moro e canali informativi
Il quindicinale Critica sociale pubblicò otto lettere di Aldo Moro solo nel numero del 30 maggio 1978 (pp. 53-57), datate tra il 24 marzo e il 1º maggio (2388). Le missive, indirizzate a esponenti politici (Cossiga, Zaccagnini, Taviani, Leone, Craxi) e alla DC, furono recapitate in date scalari e diffuse dalla stampa quotidiana già nei giorni successivi alla loro stesura. Umberto Giovine, allora redattore capo di Critica sociale, confermò di aver ricevuto almeno tre lettere dopo il 18 aprile 1978, trasmettendole a Bettino Craxi, che decideva se divulgarne il contenuto (6672, 2306, 2293). Le lettere circolavano in fotocopia anche attraverso ambienti milanesi legati all’Autonomia (es. libreria Calusca di Primo Moroni) e canali socialisti, suggerendo un collegamento indiretto tra la “prigione del popolo” e la politica istituzionale (3572, 6806).
Trattative segrete e divisioni politiche 1. Linee contrapposte all’interno dei partiti - Democrazia Cristiana: La segreteria (Zaccagnini, Galloni, Pisanu, Salvi) mantenne pubblicamente la linea della fermezza, ma emersero dissensi interni. Flaminio Piccoli e Amintore Fanfani (Presidente del Senato) mostravano aperture, mentre Giulio Andreotti e Francesco Cossiga agivano su fronti paralleli (1759, 343, 4944). - Benigno Zaccagnini fu descritto come “privo della necessaria energia” (4944), con rapporti diretti col Vaticano tramite mons. Achille Silvestrini (4944). Maria Eletta Martini gestiva i contatti ordinari con la Santa Sede (4944). - Renato Dell’Andro (Sottosegretario alla Giustizia, legato a Moro) e Franco Salvi (collaboratore di Zaccagnini) ebbero un colloquio teso a metà aprile: Salvi invitò Dell’Andro a dimettersi se intenzionato a deviare dalla linea ufficiale (2992, 3005). - Partito Socialista: Bettino Craxi si oppose fin dal Congresso PSI di Torino (aprile 1978) alla fermezza di Berlinguer (PCI) e Zaccagnini (DC), promuovendo contatti indiretti con i brigatisti detenuti (es. Renato Curcio, Alberto Franceschini) tramite avvocato Giannino Guiso e Aldo Bonomi (341, 2289, 6051). - Claudio Signorile (PSI) coinvolse Lanfranco Pace e Franco Piperno (Autonomia Operaia), con l’obiettivo di ottenere un ”segno politico” dalla DC** (2254, 3531). Fanfani fu contattato per un intervento in Direzione DC il 9 maggio, ma la decisione di uccidere Moro potrebbe essere stata anticipata per prevenire questa mossa (2374, 2254). - Partito Comunista: Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli (responsabile “problemi dello Stato”) si opposero a qualsiasi trattativa. Pecchioli arrivò a dichiarare: «Moro, sia che muoia sia che ritorni, per noi è morto» (144, 2090, 2200).
- Il ruolo della Santa Sede e i tentativi di riscatto
- Paolo VI incaricò mons. Cesare
Curioni (ispettore cappellani carcerari) di avviare
trattative segrete già dal 16 marzo
1978, con l’obiettivo di pagare un riscatto in
denaro (circa 10 miliardi di lire, equivalenti
a ~6,2 milioni di euro odierni) (2281, 6671, 6740).
- Mons. Fabio Fabbri (segretario di Curioni) confermò di aver visto mazzette di dollari a Castel Gandolfo il 6 maggio 1978, coperte da un panno di ciniglia azzurra (5169, 6682). Il denaro non proveniva dallo IOR (2290).
- Curioni ricevette fotografie di Moro prigioniero dall’intermediario delle BR (probabilmente legato a Guido Giannini, ex brigatista) e le mostrò a Paolo VI, che dubitò della loro autenticità (6671, 6680).
- Gianni Gennari (assistente spirituale di Zaccagnini) smentì che Curioni avesse incontrato Curcio o Franceschini in carcere, ma confermò che i brigatisti detenuti si dichiararono estranei al sequestro (2291, 5176).
- Contraddizioni sulla lettera del Papa alle BR:
- Fabbri e Gennari divergevano su come Curioni contribuì alla stesura della lettera di Paolo VI agli uomini delle BR (21 aprile 1978). Fabbri negò la sua presenza fisica in Vaticano (3583, 6742), mentre Gennari affermò che Curioni partecipò alla stesura, forse per telefono (6741, 5167).
- Fallimento della trattativa:
- Il 6 maggio 1978, a Castel Gandolfo, mons. Pasquale Macchi (segretario di Paolo VI) fu informato del fallimento della trattativa per il mancato versamento del riscatto (2201, 6682).
- Paolo VI incaricò mons. Cesare
Curioni (ispettore cappellani carcerari) di avviare
trattative segrete già dal 16 marzo
1978, con l’obiettivo di pagare un riscatto in
denaro (circa 10 miliardi di lire, equivalenti
a ~6,2 milioni di euro odierni) (2281, 6671, 6740).
Il progetto di grazia per Paola Besuschio - Giovanni Leone (Presidente della Repubblica) propose la grazia per Paola Besuschio (brigatista detenuta, non accusata di delitti di sangue), come gesto unilaterale per indurre le BR a liberare Moro (1759, 6769, 6785). - Francesco Paolo Bonifacio (Ministro di Grazia e Giustizia, ex allievo di Leone) non si oppose (1759), ma Zaccagnini (DC) e Berlinguer (PCI) bloccarono l’iniziativa, definita da Leone come “strappata dalle mani” (6746, 4483). - Besuschio negò di aver ricevuto visite in carcere o di essere stata informata del progetto (6736). - Andreotti suggerì di orientarsi su Antonio Buonoconto (altro detenuto BR) per ragioni tecniche (2722), ma la grazia non fu mai concessa.
Canali internazionali e depistaggi 1. Coinvolgimento palestinese e servizi segreti - Abu Sharif (OLP) affermò che le BR chiesero contropartite impossibili ai palestinesi, che si ritirarono. Gli USA sarebbero stati contrari a qualsiasi accordo (6813, 4859). - Servizi cecoslovacchi: Mantenevano contatti con Mario Moretti (BR) e Jiri Pelikan (ex direttore TV cecoslovacca), come canale tra KGB e CIA (343). - Steve Pieczenik (esperto USA) partecipò all’Unità di Crisi, trasferita dal Viminale al Ministero della Marina con la presenza di Licio Gelli (loggia P2) (343).
- Ipotesi sul luogo di detenzione
- Viktor Aurel Spachtholz (anziano pittore) indicò una cantina a Roma usata da Carmelo Spagnuolo (ex magistrato radiato), descrivendola come una “prigione” (5161, 2439).
- Pietro Di Donato (scrittore italo-americano) ipotizzò in Christ in Plastic (1978) un garage in via Balduina con accesso a una prigione sotterranea (6814, 2439).
- Enrico Fontana (Paese Sera) individuò un edificio con sotterraneo nel 1986, ma la pista fu ignorata (5160).
- Depistaggi e informazioni fuorvianti
- Don Mennini (viceparroco di Santa Lucia) negò di aver incontrato Moro, nonostante due lettere non recapitate sembrassero presupporre un suo coinvolgimento (791, 2436).
- Corrado Guerzoni e Nicola Rana (collaboratori di Moro) usarono la parola in codice “sigari” nelle intercettazioni, forse per indicare notizie o riscatti** (2256, 2304).
- Bruno Musselli (petroliere) era citato come possibile ”borsa” per un eventuale riscatto (6739).
Conclusione Le contraddizioni tra le fonti (es. ruolo di Curioni, effettiva esistenza di un “canale di ritorno” per Moro) e la mancanza di coordinamento tra i tentativi di trattativa (Santa Sede, PSI, DC) emersero come elementi chiave del fallimento. La linea della fermezza prevalse nonostante: - Aperture segrete (es. grazia Besuschio, contatti con brigatisti detenuti). - Divisioni interne (Fanfani vs Zaccagnini; Craxi vs Berlinguer). - Iniziative parallele (Vaticano, servizi stranieri, Autonomia Operaia).
Riferimenti critici: - “Critica sociale” (4 maggio 1979) attribuì la responsabilità del fallimento alla mancanza di unità politica (3531). - Francesco Cossiga (1991) scrisse a Spadolini: «Per il PCI, Moro era morto» (144). - Abu Sharif (2008) accusò USA e URSS di ostacolare soluzioni (4859).
Note per approfondimenti: - Fondo Leone (Archivio Senato) per documenti sulla grazia Besuschio (128). - Audizioni di Curioni/Fabbri per dettagli sui contatti con le BR (2281, 6671). - Lettere di Moro a Dell’Andro (29 aprile 1978) per riferimenti al modello palestinese (2200, 2974).
5 Declassificazione e gestione degli archivi sul caso Moro: differenze tra le direttive Prodi (2008) e Renzi (2014), criticità emerse e attività di intelligence
5.1 1. Differenze tra le direttive Prodi (2008) e Renzi (2014) sulla declassificazione
La direttiva Prodi del 2008 e la successiva direttiva Renzi del 2014 presentano differenze sostanziali nell’approccio alla declassificazione dei documenti relativi al caso Moro e alle stragi del periodo 1969-1984: - La direttiva Prodi si limitava a invitare i Ministeri competenti a procedere alla declassifica dei documenti non in possesso delle agenzie di intelligence, senza imposizione vincolante. Per i materiali già in mano ai servizi, la declassifica era disposta direttamente dal Presidente del Consiglio (174, 211). - La direttiva Renzi del 2014, invece, ordina esplicitamente la declassificazione immediata e il versamento all’Archivio Centrale dello Stato, estendendo l’obbligo anche alle amministrazioni riluttanti. La Commissione parlamentare ha sollecitato l’estensione di questo regime anche ai documenti sul caso Moro, al fine di accelerare il processo (175, 176, 177). - Criticità: Il Sottosegretario Minniti ha evidenziato che la declassifica deve evitare la divulgazione di: - Interna corporis dell’intelligence (nomi agenti, strutture organizzative). - Dati sensibili su fonti o collaboratori stranieri non autorizzati alla pubblicazione (178). - Nonostante gli sforzi, atti** sono stati declassificati, ma **474 documenti (163 AISE, 311 AISI) richiedono ancora il consenso degli enti stranieri originari (184).
5.2 2. Stato dell’arte della declassificazione e archiviazione
- Ritardi e carenze strutturali:
- La direttiva Prodi (2008) ha impiegato due anni per la prima declassifica (2010), con il primo versamento all’Archivio Centrale solo nel 2011 (180, 2445).
- Il Ministero della Difesa ha trasmesso 49 atti (Esercito/Marina) al DIS nel 2008, ma la documentazione più corposa (Carabinieri) è stata versata solo tra settembre-ottobre 2012 (212, 219, 7289).
- Problemi logistici:
- Carenza di spazi negli Archivi di Stato (209, 3594).
- Documenti ancora dispersi in sedi periferiche (es. 27 km lineari di carte all’Archivio Storico Diplomatico) (246, 247).
- Alcuni atti (es. carteggio Moro quinquies) sono rimasti presso la Corte d’Assise di Roma per mancanza di spazio (201).
- Esclusioni rilevanti:
- Il Ministero dell’Economia ha dichiarato di non possedere documentazione sul caso Moro (3336).
- La Guardia di Finanza ha segnalato materiali investigativi, ma non è chiaro se siano stati versati (86).
5.3 3. Ruolo del DIS e coordinamento inter-istituzionale
- La legge 124/2007 ha riformato il sistema
intelligence, affidando al Dipartimento Informazioni per la
Sicurezza (DIS) il compito di:
- Centralizzare la documentazione declassificata.
- Coordinare le richieste di accesso (211).
- Tuttavia, la mancanza di un archivio centralizzato presso il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri ha ostacolato la ricostruzione (219).
- Collaborazione internazionale:
- Minniti ha assicurato impegno per sollecitare la declassifica di documenti stranieri (es. CIA, servizi francesi) (185, 3494).
5.4 4. Elementi peculiari e contraddizioni emerse
5.4.1 4.1. Hypérion e il “Superclan”: una rete ambigua
- La scuola di lingue Hypérion (Parigi, 1976),
ufficialmente un centro culturale, è stata indicata come possibile
”stanza di compensazione” per gruppi
eversivi, con copertura di servizi segreti (francesi,
CIA) (3197, 3270, 2485).
- Dirigenti: Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris (ex CPM) (3396, 3223).
- Attività sospette:
- Finanziamenti opachi: Promozione abbonamenti a riviste per forze dell’ordine (es. “Nuova Polizia”) mentre si militava in gruppi rivoluzionari (3333, 2413).
- Sedi in Italia: Roma (via Nicotera), Milano (via Albani), Venezia Mestre (residence Delfino) (3423, 3353, 3337).
- Villa di Galleriano (Udine): Luogo di riunioni durante il sequestro Moro, con prove teatrali per una messa in scena medievale (3474, 3498).
- Collegamenti internazionali:
- Francia: Hypérion aveva una villa protetta in Normandia (Rouen) con sistemi di schermatura sofisticati (2489, 3398).
- Belgio/Londra: Sedute a Bruxelles e Londra, con possibili legami CIA (2407, 2133).
- Contraddizioni:
- Mulinaris ha negato legami con il terrorismo, ma ammise che ”qualcosa di simile” a un centro relazioni internazionali esisteva a Parigi (2495).
- Il magistrato Pietro Calogero (indagini “7 aprile”) sostenne che Hypérion ”gravitasse nell’orbita CIA” (3198).
5.4.2 4.2. Gladio e le reti stay-behind
- Attivazione durante il sequestro Moro:
- Il generale Paolo Inzerilli (capo Gladio) ha dichiarato che la struttura non fu attivata operativamente, ma solo ”sensibilizzata” (monitoraggio anomalie) (5026, 3457).
- Esercitazioni: Una simulazione (nascondere persone in furgoni) fu svolta a Roma durante il sequestro, ma come test di resistenza (3492).
- Elicotteri: Inzerilli ha escluso l’uso di velivoli senza insegne, smentendo ipotesi di operazioni coperte (5030, 5054).
- Elenchi incompleti:
- La lista dei 622 “gladiatori” (1990) era parziale** e destinata a essere “bruciata” in caso di emergenza. Esistevano livelli più coperti (”organizzazione gialla” e “rossa”) (5008, 216).
- Contraddizione: Inzerilli ha parlato di tre Gladio (“bianca” sotto suo comando, “rossa” legata al PCI, “nera” ai Nuclei di Difesa dello Stato) (5001).
- Distruzione documenti:
- Molti atti furono eliminati per direttive UCSI o perché considerati “non necessari” (5002, 4888).
5.4.3 4.3. Depistaggi e omissioni
- Archivio vuoto al Ministero della Difesa:
- Durante il sequestro Moro, l’armadio con i piani Gladio fu trovato svuotato (405).
- Ipotesi: La documentazione potrebbe essere stata usata come merce di scambio per la liberazione di Moro (303).
- Mancata bonifica di via Fani:
- L’agente Saba (protezione obiettivi sensibili) si dichiarò sorpreso che il 16 marzo 1978 non fosse stata effettuata la consueta bonifica (1530).
- Rapporti con l’eversione:
- Il colonnello Notarnicola (SISMI) confermò che i servizi avevano informatori infiltrati in BR e Autonomia (2410, 2390).
- Toni Negri: Accertati contatti con il Centro Ricerche Socio-Economiche (CRise) di Parigi, simile al Cerpet romano (legato a Autonomia) (3299, 3291).
5.5 5. Audizioni chiave e dichiarazioni controverse
- Ammiraglio Tombolini (COMSUBIN):
- Ha evitato di fare nomi dei superiori gerarchici, passando in seduta segreta (5050).
- Ha ammesso l’uso di elicotteri militari (base Luni), ma negato quelli senza insegne (5054).
- Magistrati Dini e Roberti (Procura militare di
Padova):
- Denunciarono ostruzionismi da parte della Procura di Roma, che bloccò il sequestro degli archivi Gladio (630, 6155).
- Andreotti: La rivelazione di Gladio (1990) potrebbe essere stata un diversivo per coprire i Nuclei di Difesa dello Stato (NDS) (5020).
- Carlo Fortunato (Superclan):
- Confermò riunioni a Roma (via Beato Angelico) con Simioni durante il sequestro Moro (3472, 2693).
- Descrisse prove teatrali a Galleriano (Udine) per una messa in scena medievale (3474).
5.6 6. Punti critici da approfondire
- Ruolo di Hypérion:
- Verificare se fosse effettivamente un centro di coordinamento eversivo con copertura CIA (3197, 2489).
- Appurare i finanziamenti della rete di abbonamenti e i collegamenti con la Kiron Srl (3397, 3337).
- Attivazione di Gladio:
- Chiarire perché la pianificazione segreta scomparve dal Ministero della Difesa (405).
- Approfondire le esercitazioni a Roma durante il sequestro (3492).
- Depistaggi istituzionali:
- Indagare sulla mancata bonifica di via Fani (1530) e sui contatti tra servizi e BR (2390).
- Documenti ancora mancanti:
- Completare la ricognizione presso Archivio Storico Diplomatico e sedi periferiche (246, 247).
5.7 7. Riferimenti chiave per approfondimenti
- Direttive: “Direttiva Prodi” (2008) vs “Direttiva Renzi” (2014) (174, 175, 176).
- Hypérion/Superclan: (3197, 3270, 3474, 2489).
- Gladio: (5026, 5001, 405, 216).
- Depistaggi: (1530, 303, 2410).
- Audizioni: Tombolini (5050), Inzerilli (5026), Calogero (3198), Fortunato (3472).
6 La scoperta del covo di viale Giulio Cesare e le dinamiche investigative legate a Morucci e Faranda
6.1 1. Le indagini sulla zona Prati e il ruolo della DIGOS
Sin dal sequestro di Aldo Moro, gli investigatori maturarono la convinzione che nella zona Prati di Roma esistesse un covo brigatista. Questa ipotesi, emersa già nelle prime fasi delle indagini, portò all’attivazione di fonti informative e a un accurato vaglio delle persone residenti in quell’area, già note alla DIGOS per la loro appartenenza a formazioni dell’ultrasinistra e potenzialmente in grado di offrire appoggio ai brigatisti (“su tali basi, venivano pertanto attivate le fonti informative e, contestualmente, si procedeva ad un accurato vaglio di quelle persone, abitanti, in quella zona, che, per essere già note a questa DIGOS come appartenenti a formazioni dell’ultrasinistra, potevano fornire appoggio e ospitalità ai brigatisti rossi” – 5277, 3747, 3866).
L’attenzione si concentrò in particolare su viale Giulio Cesare 47, dove il 29 maggio 1979 furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda, latitanti dopo la loro fuoriuscita dalle Brigate Rosse. L’identificazione del rifugio fu possibile grazie a informazioni riservate pervenute alla Procura di Roma il 30 maggio 1979 in un’informativa firmata da Ansoino Andreassi, allora funzionario della DIGOS (“notizie riservatissime che avrebbero consentito di scoprire il covo di viale Giulio Cesare” – 3792, 2456, 3555).
6.2 2. Le fonti investigative: il ruolo dell’AutoCia e dei suoi gestori
La scoperta del covo fu attribuita a una fonte confidenziale legata all’autosalone AutoCia srl, situato in zona Portuense. Secondo le dichiarazioni del maresciallo Nicola Mainardi (audizione del 27 aprile 2016), la segnalazione provenne da Dario Bozzetti, uno dei tre gestori dell’autosalone, il quale – temendo accuse di favoreggiamento – si offrì di collaborare per facilitare il pedinamento di Morucci (2465, 3809, 2459). - Bozzetti e il socio Olindo Andreini avevano conoscenze pregresse con Morucci: quest’ultimo frequentava l’autosalone per incontrare Andreini, che lo conosceva fin dall’infanzia (“Morucci aveva abitato per un certo periodo in via Caroncini, nello stesso palazzo dove viveva la famiglia di Andreini” – 2460, 2462). - Adriana Faranda aveva acquistato due automobili presso l’AutoCia: una Citroën Mehari (21 maggio 1976) e una A112 (19 aprile 1977), circostanza documentata negli atti (3830, 3574). - Durante la perquisizione del 23 luglio 1979 presso l’autosalone e le abitazioni dei gestori, furono rinvenuti documenti di circolazione e contrassegni assicurativi in bianco, riconducibili alle attività della società (3832, 5273).
Controversie e ambiguità - Bozzetti ha negato di aver ottenuto vantaggi in cambio delle informazioni (come la concessione di un passaporto, rilasciato il 12 luglio 1979), ma le tempistiche suggeriscono una possibile negoziazione: il passaporto fu concesso il giorno dopo il suo interrogatorio in Procura e dieci giorni prima della perquisizione dell’AutoCia (3857, 3811, 3825). - L’ispettore Pasquale Viglione (audizione del 14 settembre 2016) confermò il coinvolgimento dell’AutoCia, ma emersero incongruenze sulle modalità di trasmissione delle informazioni alla Squadra Mobile. Alcune testimonianze suggeriscono che la DIGOS avesse già condotto perquisizioni nell’edificio di viale Giulio Cesare prima dell’irruzione del 29 maggio, conoscendo i nomi degli inquilini (“quando hanno visto sul citofono il nominativo della professoressa di matematica [Giuliana Conforto], sono andati direttamente al piano del suo appartamento” – 3868).
6.3 3. Il ruolo di Giorgio e Giuliana Conforto
Il covo era di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, noto agente del KGB (come emerso dal dossier Mitrokhin). Nonostante questa circostanza fosse nota ai Servizi italiani prima del 1979, non furono avviate indagini approfondite su Conforto, né sulla figlia, imputata per favoreggiamento, partecipazione a banda armata e ricettazione (3851, 3951).
Elementi sospetti e ipotesi investigative - Francesco Cossiga (audizione del 1 marzo 2004) affermò che Conforto avrebbe denunciato Morucci e Faranda alla Squadra Mobile per ”difendere il PCI da accuse di collusione con le BR” (3783, 5291, 3860). Tuttavia, questa tesi è stata ridimensionata alla luce della militanza filosovietica e estremista di Conforto, già monitorato dal SID nel 1971 senza esiti concreti (4489). - Adriana Faranda ha ipotizzato che la scoperta del covo potesse essere collegata a: - Un haitiano precedentemente ospitato da Giuliana Conforto. - Saverio Tutino, giornalista de la Repubblica e compagno di Giuliana, che frequentava spesso l’appartamento (“lo vedevamo due volte a settimana” – 4627, 3978). - L’appunto di Andreassi del 6 luglio 1979 ipotizzò un legame tra i covi di via Gradoli e viale Giulio Cesare, attraverso le proprietarie Luciana Bozzi (via Gradoli) e Giuliana Conforto (viale Giulio Cesare), entrambe vicine ad ambienti di Potere Operaio e in relazione con Franco Piperno e Lanfranco Pace (3869, 2122, 3986).
Ipotesi di un arresto “negoziato” Alcuni elementi fanno supporre che l’arresto di Morucci e Faranda possa essere stato politicamente negoziato: - I due brigatisti erano in una fase di transizione** dalla lotta armata a un progetto politico alternativo (il ”Movimento Comunista Rivoluzionario”, legato a Metropoli e al Cerpet), e il loro isolamento li rendeva vulnerabili (5232, 3658). - La mancata indagine su Giorgio Conforto e la rapida archiviazione delle segnalazioni sul suo ruolo sollevano dubbi su possibili coperture (3969, 3792). - La concessione del passaporto a Bozzetti e la tolleranza verso l’AutoCia potrebbero essere state contropartite per la collaborazione (3811, 4639).
6.4 4. Il contesto politico: Morucci, Faranda e la dissociazione
Morucci e Faranda rappresentavano un’ala critica delle BR, vicina a Franco Piperno e Lanfranco Pace, che aspirava a un superamento della lotta armata attraverso un dialogo politico con lo Stato. Questo percorso emerse già durante il primo processo Moro (1980), quando i due presentarono una lettera di dissociazione che rifiutava sia l’etichetta di ”pentiti” sia quella di ”dissociazione politica” (associata a gruppi come quello di Toni Negri) (5406, 4642, 3519).
Dinamiche interne alle BR - Morucci e Faranda erano in conflitto con Mario Moretti (leader del comitato esecutivo) sulla gestione del sequestro Moro. Mentre Moretti spingeva per l’eliminazione di Moro, i due – insieme a Piperno e Pace – cercarono una soluzione negoziata, temendo che l’omicidio avrebbe isolato politicamente le BR (3539, 4458). - Dopo la fine del sequestro, i due tentarono di costruire un “partito armato” alternativo, coinvolgendo ex militanti di Potere Operaio e Autonomia Operaia, ma il progetto fallì per mancanza di supporto e repressione poliziesca (3693, 3652).
Il ruolo di Piperno e Pace - Piperno e Pace (responsabile di Notizie Radicali e legato al Cerpet) offrirono supporto logistico a Morucci e Faranda, facilitando i contatti con ambienti extraparlamentari e istituzionali (come il PSI, tramite Claudio Signorile e Antonio Landolfi) (3652, 3594). - La rivista Metropoli (fondata nel novembre 1978 da ex militanti di Potere Operaio) divenne un veicolo di comunicazione per le posizioni critiche verso le BR, pubblicando anche un fumetto sulla vicenda Moro che rivelava dettagli non noti (come la trattativa socialista) (3861, 2510).
6.5 5. Collegamenti internazionali: RAF e servizi esteri
Le indagini hanno esplorato possibili collegamenti operativi tra le Brigate Rosse e la RAF (Rote Armee Fraktion) tedesca, soprattutto in relazione al sequestro Moro e al rapimento di Hanns-Martin Schleyer (1977).
Incontri e tentativi di alleanza - Nel 1976, a Milano, si tenne un incontro tra vertici BR e RAF, con Inge Kitzler (moglie del brigatista Andrea Coi) come interprete. L’incontro fu maldestro e non produsse risultati concreti (1493, 3746, 4265). - Mario Moretti si recò a Parigi nell’estate 1978 per discutere un’alleanza militare con la RAF, ma abbandonò l’idea nell’agosto 1979 (2507). - Nel 1979-1980, Moretti propose alla RAF un’operazione di vendetta per i compagni arrestati o uccisi, ma il progetto fu abbandonato (5777).
Il ruolo dei servizi stranieri - Volker Weingraber, agente provocatore tedesco-occidentale, fu infiltrato in ambienti vicini alle BR nel 1978 con l’aiuto di Aldo Bonomi (legato ai servizi italiani). Weingraber cercò contatti con le BR, ma Bonomi lo respinse (5192, 1946, 5194). - Giorgio Conforto, oltre ad essere un agente del KGB, frequentava ambienti massonici (Associazione Giordano Bruno) e radicali, il che potrebbe spiegare la sua capacità di penetrazione negli ambienti dell’estremismo (3951, 5250). - La Stasi (servizi della Germania Est) monitorò i contatti tra BR e RAF. Secondo Gianluca Falanga, alcune informazioni potrebbero essere trapelate attraverso canali di polizia tedesca infiltrati (5251, 4268).
6.6 6. Contraddizioni e punti aperti
- Doppia fonte investigativa: Mentre la Squadra Mobile agì sulla base delle informazioni dell’AutoCia, la DIGOS sembra avesse indipendenti conoscenze sul covo, forse legate a Giuliana Conforto o ad altre fonti (5258, 3865).
- Mancata perquisizione di via Gradoli (18 marzo 1978): Nonostante segnalazioni (come il biglietto di Lucia Mokbel sui “rumori sospetti”), il covo non fu ispezionato. L’ispettore Elio Cioppa (audizione del 2 maggio 2017) attribuì la mancata azione a pressioni esterne o errori procedurali (4604, 5479).
- Ruolo di Saverio Tutino: Il giornalista, compagno di Giuliana Conforto, fu indicato da Faranda come possibile informatore, ma non furono approfondite le sue frequentazioni (4627, 4276).
- Documenti falsi e AutoCia: La presenza di contrassegni assicurativi in bianco nel covo suggerisce un coinvolgimento dell’autosalone nella fornitura di documenti falsi alle BR (3832, 4525).
6.7 7. Conclusioni
La vicenda del covo di viale Giulio Cesare si inserisce in un contesto complesso, dove indagini parallele, interessi politici e dinamiche interne alle BR si intrecciano. Emergono tre ipotesi principali sulla scoperta del rifugio: 1. Segnalazione dell’AutoCia (Bozzetti/Andreini), con possibile negoziazione (passaporto in cambio di informazioni). 2. Ruolo attivo di Giorgio Conforto, per motivi politici (proteggere il PCI) o servizi stranieri (KGB). 3. Attivazione autonoma della DIGOS, con fonti indipendenti (forse legate a Giuliana Conforto o ambienti di Potere Operaio).
La mancanza di approfondimenti su Conforto e le contraddizioni nelle testimonianze (es. Bozzetti vs. Viglione) lasciano aperte domande sulla completezza delle indagini. Il caso riflette inoltre la frattura interna alle BR tra chi voleva proseguire la lotta armata (Moretti) e chi cercava una via politica (Morucci/Faranda), con ripercussioni ancora oggi oggetto di dibattito storico e giudiziario.
Riferimenti chiave per approfondimenti: - Appunto Andreassi (30 maggio 1979) – 3792, 2456. - Audizione Mainardi (27 aprile 2016) – 3809, 2465. - Dichiarazioni Cossiga su Conforto – 5291, 3783. - Testimonianza Faranda (11 luglio 2017) – 4627, 3978. - Documenti AutoCia – 3832, 3574.
7 Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro: composizione, attività e approfondimenti sul coinvolgimento della criminalità organizzata
7.1 1. Composizione e attività della Commissione
La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, istituita con la legge 30 maggio 2014, n. 82, ha operato nel corso della XVII Legislatura con una composizione sostanzialmente stabile, pur con lievi variazioni nei componenti. Le principali sedute di insediamento si tennero il 2 ottobre 2014 (elezione del presidente Giuseppe Fioroni) e l’8 ottobre 2014 (completamento dell’Ufficio di Presidenza con i vicepresidenti Gaetano Piepoli e Lucio Rosario Filippo Tarquinio, e i segretari Federico Fornaro e Florian Kronbichler). La Commissione si è avvalsa di collaborazioni esterne a titolo gratuito, tra cui: - Tre ufficiali di collegamento con le forze di polizia (Laura Tintisona della Polizia di Stato, Leonardo Pinnelli e Paolo Occhipinti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza). - Sette magistrati, tra cui Gianfranco Donadio, Guido Salvini, Antonietta Picardi, Massimiliano Siddi, Antonia Giammaria, Paolo D’Ovidio e Carlo Mastelloni (questi ultimi due perfezionati in fasi successive). - Quindici esperti e ufficiali di polizia giudiziaria, tra cui generali dei Carabinieri in quiescenza (Giovanni Bonzano, Pellegrino Costa, Paolo Scriccia), ufficiali dell’Arma, funzionari della Polizia di Stato (Maurizio Sensi, Cinzia Ferrante), accademici (Sabino Aldo Giannuli) e legali (Nunzio Raimondi). (Rif. 4380, 1887, 76)
7.2 2. Indagini sul traffico di armi e collegamenti con la criminalità organizzata
7.2.1 2.1. Il caso Guardigli e il traffico internazionale di armi
L’indagine sul traffico illegale di armi emerse il 29 gennaio 1977, quando il Nucleo investigativo della Legione Carabinieri di Roma (diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia) segnalò alla Procura di Roma che Luigi Guardigli era in contatto con esponenti della mafia calabrese (clan D’Agostino e De Stefano) per la fornitura di materiale tecnico (microspie e radioricetrasmittenti) a Giorgio De Stefano di Reggio Calabria. Guardigli, amministratore della RA.CO.IN. (società di import-export con sede a Roma), fu indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di armi, insieme a oltre venti persone, tra cui Tullio Olivetti (titolare del bar in via Fani, legato a ambienti politici e criminali) e Aldo Pascucci (intermediario tra Guardigli e la criminalità organizzata). - Elementi chiave: - Guardigli dichiarò inizialmente di aver fornito armi a Vinicio Avegnano (indicato come amico di Olivetti e legato a Ordine Nuovo), ma successivamente ritrattò, sostenendo di essersi inventato tutto per ottenere protezione dalla Polizia (“4192”). - Le intercettazioni evidenziarono contatti con Frank Coppola (mafioso legato ai De Stefano) e Giorgio De Stefano, per il quale Guardigli avrebbe dovuto consegnare una microspia a Reggio Calabria (“4191”, “4194”). - Olivetti fu descritto come figura ambigua: trafficante di valuta falsa, in contatto con gruppi libanesi e con Maria Cecilia Gronchi (figlia dell’ex Presidente della Repubblica, sua socia nel bar) (“1273”, “4008”). - L’indagine si concluse con condanne minori per Guardigli e l’archiviazione per gli altri imputati, anche a causa di una perizia psichiatrica (Aldo Semerari) che ne minò la credibilità (“1299”, “4040”).
7.2.2 2.2. Il ruolo della ’ndrangheta e i legami con il sequestro Moro
La Commissione ha approfondito ipotesi di coinvolgimento della ’ndrangheta nel sequestro Moro, sulla base di: - Dichiarazioni di collaboratori di giustizia: - Saverio Morabito (ex vertice della ’ndrangheta) affermò che Antonio Nirta (“Due nasi”), esponente del clan di San Luca, avrebbe partecipato al sequestro Moro su input del colonnello Francesco Delfino (massone e legato alla P2), che avrebbe agevolato l’inserimento dell’eversione di destra nella criminalità organizzata (“4213”, “4208”). - Vincenzo Vinciguerra (eversore di destra) riferì di contatti tra Francesco Varone (’ndranghetista) e l’onorevole Benito Cazora per ottenere informazioni sul luogo di prigionia di Moro (“4127”). - Raffaele Cutolo (detenuto) dichiarò di aver saputo da un boss ’ndranghetista di tentativi di mediazione tra Brigate Rosse e criminalità organizzata per localizzare la “prigione del popolo” (“1110”). - Elementi processuali: - La Procura di Reggio Calabria ha confermato legami tra i clan De Stefano, Nirta e Piromalli con ambienti eversivi (“4848”, “4855”). - Antonino Fiume (collaboratore) parlò di due mitragliette simili a quelle usate in via Fani, custodite dalla ’ndrangheta (“4855”). - Indagini fotografiche: La Commissione ha chiesto al Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di verificare se un soggetto ritratto in via Fani potesse essere Antonio Nirta (“4309”).
7.2.3 2.3. Il caso Casimirri e i depistaggi internazionali
Alessio Casimirri (“Camillo”), condannato per il sequestro Moro, fuggì in Nicaragua nel 1982 sotto falso nome (Guido Di Giambattista). La sua latitanza fu favorita da: - Protezioni locali: Secondo l’Ambasciata italiana a Managua, Casimirri godeva di coperture nel paese, dove gestiva un ristorante frequentato anche da diplomatici italiani (“6344”, “6145”). - Rifiuto dell’estradizione: Le autorità nicaraguensi opposero un diniego sistematico alle richieste italiane, nonostante Casimirri avesse offerto collaborazione (“6132”, “6263”). - Dichiarazioni della moglie: Mayra Vallecillo denunciò violenze e tentativi di sottrazione del figlio (“6348”).
7.3 3. Approfondimenti su altri filoni indagati
7.3.1 3.1. Il bar Olivetti e i legami politici
Il bar Olivetti (via Fani) fu al centro di traffici illeciti e frequentazioni ambigue: - Tullio Olivetti (titolare) era legato a: - Maria Pia Lavo (sua compagna, ex segretaria di Franco Evangelisti, esponente DC legato alla P2). - Ambienti massonici: Guardigli parlò di ”protezioni altissime” per il traffico di armi (“1339”). - Accertamenti: La Procura di Roma escluse Olivetti dalle indagini, nonostante le evidenze (“3999”).
7.3.2 3.2. Il ruolo dei servizi segreti e le piste internazionali
- Colonnello Guglielmi: Secondo Pierluigi Ravasio (ex SISMI), Guglielmi sarebbe stato avvertito del sequestro Moro dal colonnello Musumeci, grazie a una fonte interna alle BR (”Franco”, studente di giurisprudenza) (“4849”, “139”).
- Pista libanese: Aldo Pascucci (legato a Olivetti) propose a Guardigli un trasporto di armi per i cristiani maroniti in Libano (“4082”).
- Coinvolgimento tedesco: Il terrorista Willy Peter Stoll (ucciso in Germania nel 1978) aveva documenti su rapporti Italia-Germania nel sequestro Moro (“1291”).
7.4 4. Contraddizioni e punti critici
- Ritrattazioni di Guardigli: Le sue dichiarazioni furono smentite in sede processuale, con gravi ripercussioni sull’indagine (“4192”).
- Mancata verifica dei legami massonici: Nonostante i riferimenti stampa, nessun atto processuale confermò coinvolgimenti diretti della massoneria (“1341”).
- Depistaggi: La liberazione di detenuti palestinesi (per evitare rappresaglie) solleva dubbi su scambi informali tra Stato e criminalità (“4181”, “6027”).
7.5 5. Attività recenti della Commissione
- Audizioni chiave:
- Giancarlo Armati (PM dell’indagine sul traffico d’armi) e Antonio Cornacchia (Carabinieri) (“201”, “4132”).
- Federico Cafiero de Raho e Giuseppe Lombardo (Procura di Reggio Calabria) su ’ndrangheta e sequestro Moro (“4848”).
- Richieste di approfondimento:
- Acquisizione di atti dalle Procure di Roma, Milano e Reggio Calabria.
- Verifica della pista Nirta tramite analisi fotografiche e dichiarazioni di collaboratori (“4309”, “4206”).
7.6 6. Documenti di riferimento
- Relazioni sull’attività svolta (relatore: Giuseppe
Fioroni):
- Approvate il 10 dicembre 2015, 20 dicembre 2016 e 6 dicembre 2017 (“4381”, “1834”, “2”).
- Sentenze e ordinanze:
- Moro-ter (1988): conferma del nucleo operativo di via Fani (“6648”).
- Archiviazione Nirta (1996): nonostante le dichiarazioni di Morabito (“4326”).
Nota: Per approfondimenti specifici, si rimanda ai testi originali (identificativi tra parentesi). Le contraddizioni tra dichiarazioni e atti processuali suggeriscono la necessità di ulteriori verifiche, in particolare sui legami tra criminalità organizzata, servizi segreti e depistaggi.
8 Documentazione acquisita e attività delle Commissioni parlamentari sul caso Moro
8.0.1 1. Acquisizione documentale e fonti istituzionali
Le indagini sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro hanno coinvolto più Commissioni parlamentari d’inchiesta, istituite in legislature successive, nonché documentazione giudiziaria e di intelligence. Tra le principali fonti: - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (VIII Legislatura, legge 23 novembre 1979, n. 597), nota come «prima Commissione Moro» (125, 90, 1895). - Commissione monocamerale d’inchiesta sui risultati della lotta al terrorismo (IX Legislatura, delibera Camera 16-23 ottobre 1986) (125b1, 90, 270). - Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi («Commissione Stragi») (X Legislatura, legge 17 maggio 1988, n. 172; ricostituita in XI, XII e XIII Legislatura) (125b2, 90, 1895, 308). - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (VIII e IX Legislatura) (125b3, 302). - Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività di intelligence italiana (XIV Legislatura, legge 7 maggio 2002, n. 90) (125b4, 90, 353).
Materiale acquisito: - Documentazione prodotta o raccolta dalle suddette Commissioni, inclusi atti giudiziari, verbali di audizioni, relazioni tecniche e dossier di intelligence (125, 1895). - Archivi giudiziari: atti dei procedimenti penali (es. procedimento n. 3349/90 sul ritrovamento delle carte di Moro in via Monte Nevoso; procedimento n. 6065/98 su indagini articolate, tra cui la «pista Markevitch» e il «dossier Havel») (426). - Documenti riservati o segreti: suddivisi in tre categorie (82, 1890, 511): - Atti segreti: consultabili solo dai componenti e collaboratori della Commissione, non riproducibili (art. 1). - Atti riservati: riproducibili previa autorizzazione del presidente (art. 2). - Atti liberi: riproducibili su richiesta scritta (art. 3).
8.0.2 2. Focus tematici emersi dalle indagini
8.0.2.1 2.1 Il ruolo dei servizi segreti e la figura di Giorgio Conforto
- Giorgio Conforto (1908-1986), indicato nel
dossier Mitrokhin come «Dario», era un
agente del KGB attivo in Italia dal dopoguerra
(353, 5308, 3949).
- Attività: secondo note del SISMI
(1979) e del SID (1972), Conforto, pur
«bruciato» come spia sovietica, sarebbe stato
impiegato come «agente d’influenza» con compiti
di:
- Infiltrazione negli ambienti diplomatici dei Paesi satelliti dell’URSS.
- Penetrazione nei movimenti extraparlamentari di estrema sinistra (raccolta di «umori, commenti e propensioni»).
- Influenzare il Partito Socialista Italiano (PSI) e il sindacato verso posizioni filocomuniste (5312, 3949, 3907).
- Collegamenti con il caso Moro:
- La figlia Giuliana Conforto ospitò Valerio Morucci e Adriana Faranda durante la latitanza (5340, 359).
- Anna Maria Conforto (zia di Giuliana) fu segnalata in un’informativa di polizia del 1979 per «seri dubbi di falsa testimonianza» (5289).
- Controversie: alcune fonti sostengono che Conforto fosse anche al servizio della CIA e dei servizi italiani (5589), ma l’onorevole Bielli ha escluso che fosse «l’agente più importante del KGB in Italia» (354).
- Attività: secondo note del SISMI
(1979) e del SID (1972), Conforto, pur
«bruciato» come spia sovietica, sarebbe stato
impiegato come «agente d’influenza» con compiti
di:
8.0.2.2 **2.2 Le carte di Moro e il «memoriale»
- Ritrovamenti:
- Via Monte Nevoso (Milano, 1978): primo ritrovamento delle carte di Moro, gestito dal colonnello Umberto Bonaventura, che affermò di averne fotocopiato il contenuto per il generale Dalla Chiesa prima di rimetterle a posto (300, 427).
- 1990: secondo ritrovamento in via Monte Nevoso, con materiali tra cui il «memoriale Morucci» (5643, 5550).
- Memoriale Morucci-Faranda:
- Redatto tra il 1984 (data della «Premessa») e il 1986, trasmesso alla Presidenza della Repubblica (Cossiga) nel marzo 1990 tramite suor Teresilla Barillà (5641, 5598, 5541).
- Contenuti: ricostruzione del sequestro e dell’omicidio, con nomi dei brigatisti sostituiti da numeri (5543, 4663).
- Destinatari: oltre a Cossiga, copie furono inviate al Ministero dell’Interno e all’autorità giudiziaria (5093, 6907).
- Criticità:
- Incompletezza: Morucci e Faranda ammisero di non aver rivelato tutti i nomi per evitare di passare da «dissociati» a «collaboratori di giustizia» (4665).
- Contraddizioni: le dichiarazioni di Laura Braghetti e Germano Maccari (1993-1996) su dinamiche e responsabilità dell’omicidio Moro risultano «contraddittorie» (6912).
- Ipotesi di depistaggio: il generale Dalla Chiesa o uomini dei servizi avrebbero ostacolato il ritrovamento integrale (320).
8.0.2.3 2.3 Il covo di via Montalcini e le segnalazioni pregresse
- Via Montalcini (Roma): identificato come
unico luogo di detenzione di Moro (511, 6888).
- Segnalazioni ante 1978:
- Professoressa Ciccotti: notò un’auto sospetta nel garage e segnalò il covo al cognato Mario Martignetti, che informò l’onorevole Remo Gaspari (DC). Gaspari trasmise la notizia al ministro Rognoni, non a Cossiga (828, 825, 822).
- Colonnello Cogliandro (SISMI): nel 1978 compilò un dossier su via Montalcini, con informazioni poi trapelate sulla stampa (5067).
- Ritardi nelle indagini:
- La perquisizione avvenne solo il 4 ottobre 1978, nonostante segnalazioni già a luglio (335).
- UCIGOS: presente in zona prima dell’irruzione, ma non intervenne (4812).
- Coinvolgimento di Anna Laura Braghetti: titolare dell’appartamento, arrestata nel 1980 (4812, 5627).
- Segnalazioni ante 1978:
8.0.2.4 2.4 La «pista fiorentina» e Giovanni Senzani
- Comitato rivoluzionario toscano: ipotizzato come
centro di coordinamento del sequestro (347, 456).
- Giovanni Senzani: figura ambigua, indicato come
possibile «doppio agente» (BR e servizi) (456,
319).
- Contatti con apparati dello Stato: fin dagli esordi della sua carriera (305).
- Dichiarazioni contrastanti:
- Morucci lo indicò come parte del comitato esecutivo (5066).
- Magistratura fiorentina negò contatti tra Senzani e le BR toscane (6888).
- Altri nomi:
- Igor Markevitch: musicista russo sospettato di legami con le BR, ma senza riscontri (5065, 393).
- Alessio Casimirri: confermò che via Montalcini era l’unica prigione di Moro (6896, 6407).
- Giovanni Senzani: figura ambigua, indicato come
possibile «doppio agente» (BR e servizi) (456,
319).
8.0.2.5 2.5 Il ruolo di Steve Pieczenik e gli Stati Uniti
- Steve Pieczenik: psichiatra del
Dipartimento di Stato USA, inviato in Italia come
consulente durante il sequestro (669, 328).
- Strategia: prevedeva di ridurre l’attenzione mediatica su Moro e svalutarne la figura per accelerare la crisi delle BR (312).
- Controversie:
- Archiviazione: il PM Ciampoli propose l’archiviazione per Pieczenik, poi revocata da Marini (661).
- Accuse di depistaggio: il senatore Gotor segnalò che la requisitoria di Ciampoli riportava brani tratti dai suoi libri senza citazione (809).
8.0.2.6 2.6 La loggia P2 e le interferenze istituzionali
- P2: definita dall’onorevole Andò
come «luogo di rifugio dell’oltranzismo atlantico»
(302).
- Iscrizioni rilevanti:
- Generale Grassini (SISDE): la sua affiliazione emerse solo successivamente (4896).
- Licio Gelli: sospettato di coinvolgimento indiretto, ma senza prove (308, 5485).
- Influenze sulle indagini:
- Commissione Anselmi: non riuscì a provare un ruolo diretto della P2 nel caso Moro (360).
- Scarsità di collaborazione: Andreotti e Cossiga furono criticati per aver limitato l’accesso a documenti (308).
- Iscrizioni rilevanti:
8.0.3 3. Elementi critici e questioni aperte
- Depistaggi e omissioni:
- Sabbia sugli indumenti di Moro: interpretata come tentativo di depistaggio (517).
- Mancata pubblicazione del «memoriale»: la parte relativa ad Andreotti** fu omessa dalle BR (312).
- Scomparsa di documenti:
- Verbali del CIS, CESIS e comitati di crisi (308).
- Materiale fotografico e registrazioni telefoniche (308).
- Contraddizioni nelle testimonianze:
- Colonnello Guglielmi: la sua presenza in via Fani fu giudicata «incredibile» (3907).
- Antonio Fissore: indicato come occupante della moto Honda in via Fani, ma con prove circostanziali (796, 800).
- Ipotesi alternative:
- «Doppio ostaggio»: interesse sia dei servizi occidentali (USA/NATO) che orientali (URSS) per le carte di Moro (321).
- Coinvolgimento israeliano: riferimento al colonnello Giovannone in una lettera di Moro (320).
8.0.4 4. Riferimenti normativi e procedurali
- Leggi istitutive delle Commissioni:
- Legge 23 novembre 1979, n. 597 (prima Commissione Moro).
- Legge 17 maggio 1988, n. 172 (Commissione Stragi).
- Legge 7 maggio 2002, n. 90 (Commissione Mitrokhin).
- Procedimenti giudiziari:
- **Processo «Metropoli» (1984): dichiarazioni di Morucci e Faranda (5543).
- Archiviazioni: es. richiesta per Steve Pieczenik (661).
8.0.5 5. Documenti e fonti citate
- Note dei servizi:
- Informativa SISMI-SISDE su Conforto (8 giugno 1979) (5312, 3772).
- Appunti del colonnello Cogliandro (1978) (5067).
- Atti giudiziari:
- Sentenza su Demetrio Perrelli (calunnia sul memoriale) (427).
- Memorandum Morucci per il SISDE (3 novembre 1990) (5643).
- Libri e pubblicazioni:
- Marco Clementi: «La pazzia di Aldo Moro» (2001) e «Storia delle Brigate Rosse» (2007) (711).
- Vladimiro Satta: «Odissea nel caso Moro» (2003) (741).
Nota: Per approfondimenti specifici, si rimanda ai testi originali (identificativi tra parentesi). Le contraddizioni tra fonti (es. dichiarazioni di Senzani vs. magistratura fiorentina) e le lacune documentali (es. verbali CIS) richiederebbero ulteriori verifiche.
9 Riferimenti al messaggio del 21 giugno 1978 e collegamenti tra Brigate Rosse, FPLP e vicenda Moro
9.1 1. Il messaggio del 21 giugno 1978 e la trasmissione delle dichiarazioni di Moro al FPLP
Il 21 giugno 1978, il colonnello Stefano Giovannone – capo centro SISMI a Beirut – trasmise un messaggio crittografato in cui riferiva che «le Brigate Rosse italiane avrebbero fatto pervenire in questi giorni personalmente a George Habbash, leader del FPLP, copia delle dichiarazioni rese dall’Onorevole Moro durante gli interrogatori subiti in prigionia, per quanto di interesse della resistenza palestinese» ”9” (2924, 3071, 5841). L’iniziativa era interpretata come un tentativo delle BR di «ristabilire un rapporto ufficiale di collaborazione e assistenza su piano anche operativo», asseritamente interrotto negli ultimi due anni ”9” (2924, 3071). L’attendibilità della notizia era valutata come «tre» (massimo livello) ”9” (2924)**.
Osservazioni chiave: - Scopo delle BR: La cessione delle dichiarazioni di Moro al FPLP sembra finalizzata a rianimare un canale operativo con i palestinesi, probabilmente per ottenere supporto logistico o politico. - Contenuto delle dichiarazioni: Secondo altre fonti, tra i documenti trasmessi vi sarebbe stato «un pezzo di verbale in cui Moro descriveva gli accordi tra servizi segreti NATO e israeliani per operare sul territorio italiano», con riferimento all’omicidio di Wael Zwaiter (rappresentante di Al Fatah in Italia, ucciso dal Mossad nel 1972) ”9” (3073, 5844). - Conferme indirette: Il messaggio è coerente con quanto emerso in altre informative, come quella del 30 marzo 1978, dove si menzionava l’impegno di Nimr Saleh** (dirigente OLP) nel «ricercare contatti con Wadi Haddad» (all’epoca a Bagdad) per ottenere informazioni sulla vicenda Moro ”9” (2924, 5831)**.
9.2 **2. Il contesto: rapporti BR-FPLP e il “lodo Moro”
Il messaggio del 21 giugno si inserisce in un quadro di relazioni ambigue tra BR e movimenti palestinesi, caratterizzato da: - Impegni formali di non aggressione: Il FPLP di George Habbash aveva più volte assicurato ai Servizi italiani (tramite Giovannone) che «l’Italia sarebbe stata esclusa da piani terroristici», in linea con il cosiddetto ”lodo Moro” (accordo informale tra Governo italiano e OLP per evitare attacchi sul suolo nazionale) ”9” (2781, 1439, 5948, 2782). - Esempio: il 17 febbraio 1978, Habbash aveva avvertito Giovannone di «un’operazione terroristica di notevole portata programmata da europei» che avrebbe potuto coinvolgere l’Italia, ma aveva garantito che il FPLP avrebbe operato per «escludere il nostro Paese» ”9” (2781, 1439, 5947). - Contraddizioni operative: Nonostante gli impegni, emersero segnalazioni di collaborazioni concrete tra BR e frange palestinesi: - Addestramento e logistica: Nel 1979, le BR importarono armi dal Libano, alcune delle quali destinate a gruppi palestinesi in Europa ”9” (5945). - Canali di comunicazione: La casella postale 142** a Roma (intestata a un esponente di Fatah) era utilizzata per scambi tra BR e palestinesi ”9” (5866, 5977). - Iniziative congiunte: Un’informativa del 1978** segnalava che «il FPLP e il gruppo di Abu Nidal erano favorevoli ad accogliere volontari europei per addestramento» ”9” (2886, 5830)**.
Ambiguità segnalate: - Il FPLP negarà ufficialmente qualsiasi coinvolgimento in azioni BR in Europa, limitando il supporto a «operazioni contro Israele» ”9” (5116, 2958). - Bassam Abu Sharif** (portavoce OLP) confermò che «i rapporti con le BR si interruppero nel 1976», ma ammise contatti con «gruppi minori non soggetti agli accordi OLP» ”9” (3063, 5857)**.
9.3 3. Le trattative durante il sequestro Moro: il ruolo di Giovannone e dei palestinesi
Il messaggio del 21 giugno va letto alla luce dell’attivismo diplomatico di Giovannone e dei Servizi italiani durante il sequestro: - Fase iniziale (marzo 1978): - Il 17 marzo, la Guardia di Finanza segnalò (via fonte confidenziale) che Moro era detenuto nella zona «Balduina-Trionfale-Boccea», con un solo carceriere ”9” (2671, 1713, 7273). - Il 18 marzo, Giovannone riferì che Arafat** aveva attivato la rete OLP in Europa per «trovare un canale diretto con i brigatisti» ”9” (2952, 2944). - Aprile 1978: tentativi di mediazione: - Il 24 aprile, Giovannone comunicò che «l’OLP aveva raccolto elementi utili per stabilire contatti» e che era in partenza per l’Italia con un aereo Snam ”9” (2944, 51). - Il 28 aprile, Nemr Hammad (rappresentante OLP in Italia) chiese un incontro con il ministro Cossiga per «proporre una collaborazione permanente tra servizi italiani e palestinesi» ”9” (2968, 5837). - Giugno 1978: la rottura: - Nonostante gli sforzi, le trattative fallirono. Abu Sharif** (FPLP) spiegò che «Wadie Haddad (capo operazioni FPLP) era in fin di vita» e che «la seconda generazione delle BR era infiltrata dagli USA», rendendo inaffidabili i contatti ”9” (3117, 5833)**.
Ipotesi sul fallimento: - Ostacoli politici: La proposta OLP di «collaborazione permanente» (28 aprile) potrebbe essere stata respinta dal Governo italiano, portando alla chiusura dei canali ”9” (2861, 2968). - Conflitti interni: Gruppi come Abu Nidal** (in conflitto con OLP) e frange della «seconda generazione» BR** (definite «infiltrate») avrebbero sabotato le trattative ”9” (3069, 5827)**.
9.4 4. Dati tecnici e archivistici
- Digitalizzazione degli atti: Il patrimonio documentale citato è stato «integralmente digitalizzato e indicizzato» dal Nucleo delle Commissioni parlamentari di inchiesta della Guardia di Finanza, con protezione criptata per gli atti riservati ”9” (4447, 1922, 120, 1891)**.
- Riferimenti incrociati: Le informative del
17 febbraio (operazione terroristica) e del 21
giugno (dichiarazioni Moro) sono collegate da:
- La fonte “2000” (Beirut), citata in entrambi i messaggi ”9” (1438, 2781).
- La casella postale di Piazza San Silvestro (Roma), usata da gruppi palestinesi per comunicazioni con le BR ”9” (5967, 5866)**.
9.5 5. Punti di attenzione e domande aperte
- Verifica delle dichiarazioni di Moro:
- Non risulta che siano state condotte indagini approfondite su «quale fosse l’obiettivo dell’operazione terroristica» menzionata il 17 febbraio o sul «progetto congiunto discusso in Europa» ”9” (1448, 6105)**.
- La mancata menzione, nella relazione SISMI del 1978, dell’impegno FPLP a «escludere l’Italia da piani terroristici» (presente nel messaggio originale) solleva dubbi sulla completezza della documentazione ”9” (6105)**.
- Ruolo di Giovannone:
- Il colonnello fu centrale nelle trattative, ma in sede giudiziaria negò di conoscere «forniture di armi palestinesi alle BR» ”9” (3116, 2931)**.
- Domanda: Fu realmente all’oscuro dei contatti BR-FPLP, o omise informazioni per ragioni operative?
- Collegamenti internazionali:
- Le armi usate a via Fani potrebbero provenire da «partite esportate in Medio Oriente e rientrate via palestinesi» ”9” (7421)**.
- La RAF tedesca e l’Armata Rossa Giapponese erano citate in informative come possibili alleate delle BR in un «progetto congiunto» ”9” (1453, 5813)**.
9.6 6. Conclusioni
Il messaggio del 21 giugno 1978 rappresenta un punto di svolta nelle dinamiche BR-FPLP durante il sequestro Moro: - Obiettivo delle BR: Ristabilire un rapporto operativo con i palestinesi, probabilmente per ottenere supporto logistico o legittimazione politica. - Risposta palestinese: Nonostante gli impegni formali (lodo Moro), emersero canali paralleli con frange radicali (Abu Nidal, Wadie Haddad). - Fallimento delle trattative: Probabilmente dovuto a veti politici italiani, conflitti interni alla galassia palestinese e infiltrazioni nei gruppi brigatisti.
Raccomandazioni per approfondimenti: - Verificare se le «dichiarazioni di Moro» trasmesse al FPLP contenevano riferimenti a operazioni dei servizi segreti (NATO/Israele) in Italia ”9” (3073, 5844). - Incrociare i dati sulla casella postale 142** (Roma) con i movimenti di Mario Moretti e Giovanni Senzani in Libano (1979) ”9” (5977, 6067). - Analizzare il ruolo di Nemr Hammad** (OLP) e la sua proposta di «collaborazione permanente» con i Servizi italiani ”9” (2968, 5837)**.
Nota: I riferimenti numerici (es. “9”) rimandano alle frasi originali fornite. Per approfondimenti, si consiglia la consultazione degli atti digitalizzati della Commissione, in particolare i documenti del 17 febbraio 1978 (fonte 2000) e del 21 giugno 1978 (messaggio Giovannone).
10 Elementi emersi dalle dichiarazioni relative al covo di via Fracchia e alle dinamiche connesse al sequestro Moro
10.1 1. Il covo di via Fracchia: ricostruzione degli eventi e criticità
10.1.1 1.1. Cronologia e dinamiche dell’irruzione (28 marzo 1980)
- L’operazione in via Fracchia 12/1 (Genova),
coordinata dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa,
scattò alle ore 4:30 del 28 marzo 1980, come attestato
dal Rapporto giudiziario 16/6 del Nucleo operativo dei
Carabinieri (4730). L’azione rientrava in un’operazione più ampia
in Piemonte, basata sulle dichiarazioni di Patrizio
Peci (7048, 7123), pentito storico delle BR, che aveva indicato
il covo come sede di riunioni della direzione strategica.
- Contraddizione temporale: Il direttore del Corriere Mercantile Mimmo Angeli affermò di aver ricevuto una telefonata anonima alle 3:00 della stessa notte, che annunciava una “strage di brigatisti” in via Fracchia (7164, 7133, 7012). Questa segnalazione, se veritiera, anticiperebbe di oltre un’ora l’orario ufficiale dell’irruzione. Angeli confermò la circostanza in un editoriale del 12 febbraio 2004 (7104), citando anche un orologio fermo alle 2:42 trovato nel covo (1372).
- Dettagli operativi: L’ex capitano Michele Riccio (audito il 26 aprile 2017) precisò che l’azione fu anticipata rispetto al piano originale (previsto per le prime ore del mattino) per evitare che la notizia dell’operazione torinese raggiungesse i brigatisti genovesi (7130). L’irruzione causò la morte di quattro brigatisti (tra cui Riccardo Dura) e il ferimento di un carabiniere (6981).
- Materiale sequestrato:
- Il verbale di perquisizione elenca 753 reperti, tra cui archivi, armi e documentazione brigatista (1348, 7189). Riccio affermò di aver trovato nel giardino sacchi di plastica nera contenenti volantini e risoluzioni strategiche parzialmente macerati, ma nessun riferimento diretto ad Aldo Moro (7274, 7051).
- Criticità:
- Scavi nel giardino: Il PM Filippo Maffeo (giunto sul posto alle 6:45) descrisse uno scavo largo oltre un metro, profondo quanto “tre valigie medie” (7105, 4729). Riccio confermò gli scavi, ma negò il ritrovamento di materiali rilevanti (7274). Il magistrato Di Noto (collega di Carli) parlò invece di **sacchi con la scritta “da sotterrare” (3077).
- Discrepanze: Il procuratore aggiunto Luigi Carli (delegato a redigere le conclusioni del PM) dichiarò di non essere mai entrato nel covo e di aver lavorato solo sul fascicolo istruttorio (4833, 4574, 7022). Afferma inoltre di non essere stato informato né degli scavi né dei sacchi (533, 7051), pur ammettendo che colleghi torinesi (Caselli, Laudi, Miletto) gli avevano parlato di ”materiale eccezionale” (4745).
- Ipotesi di occultamento: Carli riferì che Squadrito e Meloni gli dissero che “di quel materiale se ne occupavano altri” (7029), lasciando intendere un possibile coinvolgimento di servizi segreti (SISMI/SISDE) (7101).
10.1.2 1.2. Ruolo di Patrizio Peci e dinamiche investigative
- Collaborazione di Peci:
- Il pentito fu contattato dal maresciallo Angelo Incandela (7095) e poi gestito da Dalla Chiesa, che organizzò un finto trasferimento per metterlo in contatto con i magistrati torinesi (7139, 6983). Le sue dichiarazioni portarono all’identificazione del covo, sebbene con indicazioni imprecise (462).
- Contraddizione: Peci fu sentito dalla Commissione nel 2016, ma non fornì scansioni cronologiche precise sulla sua collaborazione (7139). Alcune fonti (es. Zinola) citano un’intervista telefonica a Peci pubblicata dal Secolo XIX solo 20 anni dopo i fatti (7024), senza riscontri archivistici.
- Documenti di Moro:
- Caselli e Laudi (magistrati torinesi) avrebbero avuto accesso a documenti di via Fracchia (7164), tra cui possibili manoscritti di Moro (7172). Carli apprese l’esistenza di tali scritti indirettamente dai colleghi (7166, 7022), ma non li vide mai (4828).
- Dichiarazione chiave: Il PM Di Noto confermò che tutto il materiale fu messo a disposizione di Carli (5913), ma quest’ultimo smentì (7087). Maddalena (collega torinese) escluse di aver mai trattato il caso Peci (7087).
10.2 2. Collegamenti con il sequestro Moro e la colonna genovese
10.2.1 2.1. Ruolo di Riccardo Dura e della colonna genovese
- Dura era considerato un elemento
chiave della colonna genovese, destinato a diventarne il capo
(4787). La sua partecipazione all’agguato di via Fani
(16 marzo 1978) fu ipotizzata da Franceschini
(“Io sono convinto che a via Fani ci fossero anche Nicolotti e
Dura”) (4573), ma lo stesso Franceschini ammise di
non ricordare le fonti per Nicolotti (4573).
- Dettagli operativi: Dura uccise Guido Rossa (7184) contro le direttive BR (ferimento alle gambe), suscitando sospetti sulla sua affidabilità. Moretti preferiva Micaletto e Baistrocchi per la gestione politica (7184).
- Ipotesi sul sequestro Moro: Secondo Carli, Dura partecipò a riunioni sulla decisione di uccidere Moro, ma senza ruolo operativo (1362). Fenzi (brigatista genovese) confermò che la colonna genovese era favorevole all’esecuzione (559).
- Contrasti tra colonne:
- Le BR romane (Moretti) e genovesi (Micaletto) avevano visioni divergenti sulla sorte di Moro. Il comunicato n. 9 (diffuso dopo l’omicidio) fu attribuito ai genovesi (6518, 3646), a segnalare un cambio di guardia nel “carcere del popolo” (7223).
- Testimonianze: Morucci (BR romana) negò coinvolgimenti diretti della colonna genovese in via Fani (2672), ma Criscuolo (giornalista de l’Unità) riferì di foto ingrandite scattate in via Fani che mostravano brigatisti del Nord (6048, 468).
10.2.2 2.2. Possibili collegamenti con i servizi segreti e ambienti deviati
- Radio Città Futura:
- Il 16 marzo 1978, circa 45 minuti prima dell’agguato, l’emittente avrebbe diffuso un annuncio criptico (“forse rapiscono Moro”) (6982, 1386). La notizia circolò negli uffici della DIGOS romana (1414, 7124) e fu confermata da Vittorio Fabrizio (funzionario DIGOS), che la udì da Renzo Rossellini (direttore dell’emittente) (56, 1387).
- Criticità: La Questura di Roma minimizzò la segnalazione (601), e Improta (vicequestore) la archiviò come non confermata (1386).
- Figure ambigue:
- Luciano Dal Bello: Definito da Monastero (PM) un ”personaggio bifronte” legato al SISDE (4833, 7103). Chichiarelli (criminale comune legato alla rapina Brink’s) aveva contatti con Germano La Chioma (pregiudicato torinese) e Luigi Moschella (PM piemontese condannato per ricettazione), a sua volta collegato a uomini del SID (1716, 4738).
- Mino Pecorelli: Il giornalista (ucciso nel 1979) era in contatto con Dalla Chiesa e Servizi (370). Bossi (ex luogotenente di Turatello) riferì di un funzionario del Ministero dell’Interno (forse del SISDE) presente in via Fani, via Caetani e via Carini (7160).
- Ipotesi di depistaggio:
- Carli parlò di ”interesse dei servizi” per via Fracchia (7166) e di pressioni su Squadrito (7029).
- Monastero ipotizzò una ”struttura deviata” coinvolgente Chisena (SISDE), Moschella, Savona e Chichiarelli (2219).
10.3 3. Elementi peculiari e ambiguità
- Omissione di documenti:
- Carli e Di Noto negarono di aver visto scritti di Moro (533, 7022), ma Caselli (in Perché l’Italia ha sconfitto il terrorismo, 2009) confermò che i magistrati torinesi ne erano a conoscenza (6983).
- Domanda aperta: Perché i documenti di via Fracchia (se esistenti) non furono mai resi pubblici?
- Rapina Brink’s e comunicato n. 7:
- La rapina alla Brink’s Securmark (1978), rivendicata con un falso comunicato BR n. 7, fu collegata a Chichiarelli (4833). Il magistrato Monastero ipotizzò che l’operazione fosse un ”ringraziamento” per servizi resi (7187).
- Telefonate anomale:
- Il 28 marzo 1980, oltre alla telefonata ad Angeli, Peci chiese urgentemente di parlare con un magistrato durante un trasferimento (7172). Il PM Maffeo notò Riccio in stato di shock dopo l’irruzione (1458).
10.4 4. Riferimenti normativi e tecnici
- Procedimenti giudiziari:
- Processo Moro (1982): Fenzi dichiarò che Dura e Nicolotti erano in via Fani, senza prove (4719).
- Indagini su Radio Città Futura: La notizia del 1978 fu archiviata dalla Questura (601), ma ripresa dalla Commissione Moro VIII legislatura (6982).
- Documenti citati:
- Verbale di perquisizione via Fracchia (4730).
- Comunicato del Comando generale dell’Arma (7048).
- Articoli del Corriere Mercantile* (1980–2004)* (7010, 7104).
10.5 5. Segnalazioni di contraddizioni
- Orario dell’irruzione: Angeli (3:00) vs. Rapporto Carabinieri (4:30).
- Materiale sequestrato: Riccio (nessun riferimento a Moro) vs. Caselli/Laudi (documenti rilevanti).
- Ruolo di Dura: Franceschini (presenza in via Fani) vs. Morucci (nessuna prova).
- Scavi in giardino: Maffeo (sacchi “da sotterrare”) vs. Carli (non informato).
Note per approfondimenti: - Testi originali da consultare: - Verbale di perquisizione via Fracchia (4730). - Dichiarazioni di Peci alla Commissione (2016) (7139). - Articolo di Massimo Caprara su Il mistero della bomba a mano (Corriere Mercantile, 2004) (1372). - Libro di Caselli (2009) (6983). - Audizioni chiave: Riccio (26/04/2017), Carli (19/06/2017), Monastero (19/03/2015).
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