logged-posts

Commissione Moro - 2015/17 | r | 10m


1 Attività e competenze della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro – Sintesi delle linee programmatiche e delle acquisizioni documentali

1.1 1. Mandato e obiettivi istituzionali

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro è stata istituita con la legge 30 maggio 2014, n. 82, con il duplice obiettivo di: - accertare eventuali nuovi elementi in grado di integrare le conoscenze già acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull’assassinio di Moro (“1874”, “4417”, “4418”, “7402”); - individuare eventuali responsabilità riconducibili ad apparati statali, strutture organizzate o singoli individui (“1874”, “40”, “4363”).

Il termine per la presentazione della relazione finale è fissato in 24 mesi dalla costituzione (“1875”, “4418”, “1113”). La Commissione opera in collaborazione con l’autorità giudiziaria, segnalando tempestivamente elementi rilevanti emersi durante l’inchiesta (“96”, “97”, “1901”).


1.2 2. Poteri e strumenti di acquisizione documentale

L’articolo 5 della legge istitutiva attribuisce alla Commissione ampi poteri di acquisizione, tra cui: - atti e documenti relativi a: - procedimenti giudiziari in corso, anche in deroga all’articolo 329 c.p.p. (segreto delle indagini preliminari) (“4443”, “1915”, “4457”); - inchieste parlamentari precedenti (“4443”, “1915”); - documenti custoditi da pubbliche amministrazioni o soggetti privati (“4445”, “1917”, “4425”). - facoltà di disporre accertamenti tecnici non ripetibili, nel rispetto delle garanzie processuali (“102”, “52”). - possibilità di avvalersi di collaborazioni esterne (a titolo gratuito, senza limite numerico predeterminato) per l’analisi documentale (“1886”, “4245”, “74”, “75”).

Nota peculiare: La Commissione ha scelto di non fissare un tetto massimo alle collaborazioni esterne, adeguando il loro numero alle esigenze investigative (“1885”, “1899”).


1.3 3. Aree tematiche di indagine e metodologia

Nel primo anno di attività (2015–2016), la Commissione ha strutturato il programma di audizioni e acquisizioni documentali attorno a cinque macro-aree (“162”): 1. Patrimonio documentale dell’Esecutivo: - Audizioni di 7 rappresentanti del Governo per individuare fonti informative e modalità di collaborazione (“162”). - Focus su documenti declassificati e procedure internazionali (rogatorie, estradizioni) (“168”). 2. Attività delle precedenti Commissioni parlamentari: - 8 audizioni di presidenti, vicepresidenti e membri attivi nelle inchieste passate (“162”). 3. Indagini giudiziarie: - 22 audizioni di magistrati ed ex magistrati coinvolti nei processi sul caso Moro (“162”, “1965”). - Analisi delle piste investigative trascurate (es. ruolo di Tullio Olivetti, traffici d’armi) (“4363”, “3528”). 4. Accertamenti tecnici delle forze di polizia: - 3 sedute dedicate ai risultati delle perizie balistiche, ricostruzioni grafiche e analisi forensi (“162”, “955”). - Impiego di tecnologie innovative (es. ricostruzione 3D della strage di via Fani) (“978”). 5. Ricostruzioni storiche e studi accademici: - Audizioni di 3 studiosi del caso Moro per valutare ipotesi alternative (“162”, “5061”).

Metodologia: La Commissione ha adottato un approccio multidisciplinare, combinando: - acquisizioni documentali mirate (archivi statali, atti giudiziari, fonti private) (“1920”, “48”); - audizioni libere ed esami testimoniali (“71”, “1923”); - accertamenti tecnici (es. analisi balistiche, esami DNA) (“52”, “1818”).


1.4 4. Criticità emerse e filoni prioritari

1.4.1 4.1. Lacune investigative storiche

1.4.2 **4.2. Trattative e “verità parziali”

1.4.3 4.3. Nuove piste e tecnologie


1.5 5. Risultati e prospettive


1.6 6. Osservazioni critiche


Riferimenti chiave: - Mandato istituzionale: “1874”, “4417”. - Poteri di acquisizione: “4443”, “1915”. - Lacune investigative: “3545”, “4006”. - Nuove tecnologie: “978”, “1818”. - Prospettive future: “1877”, “4428”.


2 Resoconto tecnico-giuridico sulla ricostruzione dell’agguato di via Fani e dell’omicidio di Aldo Moro – Analisi balistiche, dinamiche delittuose e accertamenti tecnici


2.1 1. Contraddizioni tra ricostruzioni e perizie

La ricostruzione della Polizia scientifica sull’agguato di via Fani e sull’omicidio di Aldo Moro presenta elementi di contrasto con precedenti perizie e testimonianze, in particolare riguardo: - Direzione dei colpi contro il maresciallo Oreste Leonardi: - La Polizia scientifica esclude che Leonardi sia stato colpito da destra, sostenendo che: - «L’assenza di impatti interni all’autovettura compatibili con colpi esplosi dalla destra» e «la presenza di impatti da sinistra che hanno attinto il maresciallo» dimostrano che «porgeva il fianco destro allo sparatore in una posizione ruotata verso sinistra» “(935), (882), (952)”. - I «due colpi mortali ritenuti nel corpo» avrebbero reso «inverosimile una torsione successiva se provenienti da destra» “(935), (952)”. - Contraddizioni segnalate: - Le perizie medico-legali e balistiche del 1980 (e la sentenza della Corte d’Assise del 1983) attribuivano invece colpi da destra a Leonardi “(915), (922), (948)”. - Il deputato Grassi ha osservato che «un militare esperto come Leonardi non si sarebbe voltato per difendere Moro, ma avrebbe sparato», ipotizzando che «i primi due colpi lo abbiano colpito mentre si voltava verso Ricci, scivolando poi inerte sul sedile» “(948)”. - La testimonianza dell’edicolante Pistolesi (che vide la Fiat 130 procedere a balzi dopo i primi colpi) «confermerebbe che i brigatisti avevano una preparazione militare» “(905)”, ma non è compatibile con la ricostruzione di un agguato statico.


2.2 2. Dinamica dell’agguato in via Fani

2.2.1 2.1. Fasi dell’attacco

La ricostruzione della Polizia scientifica “(882)” sintetizza l’agguato in sei fasi chiave: 1. Primi colpi da sinistra (lato bar Olivetti): - Fiat 130 in movimento: colpi singoli esplosi «da sinistra verso destra» contro l’auto di Moro, «probabilmente attingendo l’appuntato Ricci» “(882), (905)”. - Contraddizione: Il memoriale Morucci non menziona colpi singoli in movimento, «evidenziando una capacità militare superiore» “(905)”. 2. Raffiche contro l’Alfetta: - Da due posizioni diverse (sempre da sinistra), con l’auto ancora in movimento. 3. Urti tra veicoli: - La Fiat 130 tampona la Fiat 128 (targa diplomatica) e viene a sua volta tamponata dall’Alfetta. - Contraddizione: Il memoriale Morucci parla di «ripetuti tamponamenti» per liberarsi, «non confermati dai rilievi» “(905)”. 4. Colpi ravvicinati sulla Fiat 130: - Sparati «direttamente attraverso il finestrino sinistro anteriore», in rapida sequenza. 5. Fase finale con colpi da destra: - Due colpi (calibro 65 e Smith & Wesson) «sparati da destra verso sinistra» contro la scorta, «probabilmente per accertare l’annientamento» “(882), (907)”. - Movimento dello sparatore: «Girando intorno alle vetture» per portarsi sul lato destro “(907)”. 6. Neutralizzazione di Iozzino: - Sette colpi del mitra FNA43 (mai ritrovato) lo colpirono; «potrebbe esserci stato un quinto assalitore» “(921)”.

2.2.2 2.2. Armi e munizionamento


2.3 3. Omicidio di Aldo Moro: ricostruzione balistica e dinamica

2.3.1 3.1. Scenario del crimine (Renault 4 in via Montalcini 8)

2.3.2 3.2. Prove d’ingombro e acustiche nel box


2.4 4. Reperti e accertamenti accessori


2.5 5. Punti critici e ambiguità

  1. Incongruenze sulla direzione dei colpi:
    • «La Polizia scientifica esclude colpi da destra, ma perizie e sentenze li confermano» “(915), (948)”.
  2. Numero degli assalitori:
    • «Quattro (memoriale) vs. nove (DIGOS); un quinto/sesto sparatore spiegherebbe bossoli e colpi da destra» “(911), (921)”.
  3. Provenienza delle munizioni:
    • «Appunto Spinella suggerisce un deposito riservato, ma Fiocchi smentisce specialità» “(6959), (1519)”.
  4. Dinamica dell’omicidio Moro:
    • «Ipotesi seduto vs. supino nel portabagagli; silenziatore inefficace e rischio di rumori» “(4983), (680)”.
  5. Depistaggi:
    • «Cartellino Casimirri e appunti Questura potrebbero essere operazioni di depistaggio» “(1533), (6460)”.

2.6 6. Riferimenti per approfondimenti


Nota: Per un’analisi completa, si consiglia la consultazione integrale dei verbali di sopralluogo (1978), delle perizie balistiche e dei resoconti delle audizioni parlamentari. Le contraddizioni segnalate potrebbero richiedere ulteriori accertamenti tecnici.


3 Dinamiche e testimonianze relative al sequestro Moro: interventi delle forze dell’ordine, veicoli coinvolti e anomalie segnalate


3.1 1. Interventi immediati delle forze dell’ordine e soccorsi


3.2 2. Veicoli coinvolti: percorsi, abbandoni e incongruenze


3.3 3. Anomalie e testimonianze non approfondite


3.4 4. Punti critici emersi

  1. Tempistiche incoerenti:
    • Partenza di Spinella prima dell’allarme ufficiale (9:03).
    • Abbandono della 132 prima delle 9:23 (ora della segnalazione radio), con Moro già a bordo “1554, 7302”.
    • Domanda: Chi coordinò le operazioni prima che la Sala operativa diramasse l’allerta?
  2. Veicoli e percorsi non chiariti:
    • Furgone grigio: Mai trovato, nonostante testimonianze concordi “1601, 2060”.
    • 128 blu: La sua collocazione in via Licinio Calvo dopo le 9:23 contraddice la versione di Morucci (trasbordo in piazza Madonna del Cenacolo) “1598, 1655”.
    • **Auto “ministeriali”: La 132 e la 128 blu furono descritte come veicoli ufficiali, ma nessun documento ne conferma l’uso da parte di istituzioni “7241, 2559”.
  3. Omissioni investigative:
    • Garage IOR: Nonostante la segnalazione del 16 marzo (Marinelli), fu ispezionato solo a novembre “7347, 2735”.
    • Testimoni ignorati: Barbaro, Pannofino, Ianni furono ascoltati solo 37 anni dopo “763, 1172”.
    • Fotografie scomparse: Rullini consegnati a Infelisi e mai recuperati, con possibili immagini di esponenti della ’ndrangheta “2029, 334”.

3.5 5. Riferimenti normativi e tecnici


Nota: Le contraddizioni tra le dichiarazioni di Morucci, i testimoni oculari (Stocco, Perugini) e i verbali ufficiali (es. orari di abbandono dei veicoli) suggeriscono la necessità di un approfondimento su: - I garage di via Balduina 323 (proprietà IOR). - I rullini fotografici scomparsi (con possibili immagini di complici non BR). - Le presenze non identificate (uomo con paletta, “piloti”, motociclisti). - La tempistica dell’arrivo di Spinella e la possibile conoscenza pregressa dell’agguato.


Per approfondimenti, si rimanda ai documenti originali con identificativi: “7345”, “2032”, “1554”, “1007”, “2586”, “1601”, “7241”, “1082”, “1201”, “2043”.


4 Le iniziative per la liberazione di Aldo Moro: trattative, canali paralleli e il ruolo della Santa Sede

4.1 Pubblicazione delle lettere di Moro e canali informativi

Il quindicinale Critica sociale pubblicò otto lettere di Aldo Moro solo nel numero del 30 maggio 1978 (pp. 53-57), datate tra il 24 marzo e il 1º maggio (2388). Le missive, indirizzate a esponenti politici (Cossiga, Zaccagnini, Taviani, Leone, Craxi) e alla DC, furono recapitate in date scalari e diffuse dalla stampa quotidiana già nei giorni successivi alla loro stesura. Umberto Giovine, allora redattore capo di Critica sociale, confermò di aver ricevuto almeno tre lettere dopo il 18 aprile 1978, trasmettendole a Bettino Craxi, che decideva se divulgarne il contenuto (6672, 2306, 2293). Le lettere circolavano in fotocopia anche attraverso ambienti milanesi legati all’Autonomia (es. libreria Calusca di Primo Moroni) e canali socialisti, suggerendo un collegamento indiretto tra la “prigione del popolo” e la politica istituzionale (3572, 6806).


Trattative segrete e divisioni politiche 1. Linee contrapposte all’interno dei partiti - Democrazia Cristiana: La segreteria (Zaccagnini, Galloni, Pisanu, Salvi) mantenne pubblicamente la linea della fermezza, ma emersero dissensi interni. Flaminio Piccoli e Amintore Fanfani (Presidente del Senato) mostravano aperture, mentre Giulio Andreotti e Francesco Cossiga agivano su fronti paralleli (1759, 343, 4944). - Benigno Zaccagnini fu descritto come “privo della necessaria energia” (4944), con rapporti diretti col Vaticano tramite mons. Achille Silvestrini (4944). Maria Eletta Martini gestiva i contatti ordinari con la Santa Sede (4944). - Renato Dell’Andro (Sottosegretario alla Giustizia, legato a Moro) e Franco Salvi (collaboratore di Zaccagnini) ebbero un colloquio teso a metà aprile: Salvi invitò Dell’Andro a dimettersi se intenzionato a deviare dalla linea ufficiale (2992, 3005). - Partito Socialista: Bettino Craxi si oppose fin dal Congresso PSI di Torino (aprile 1978) alla fermezza di Berlinguer (PCI) e Zaccagnini (DC), promuovendo contatti indiretti con i brigatisti detenuti (es. Renato Curcio, Alberto Franceschini) tramite avvocato Giannino Guiso e Aldo Bonomi (341, 2289, 6051). - Claudio Signorile (PSI) coinvolse Lanfranco Pace e Franco Piperno (Autonomia Operaia), con l’obiettivo di ottenere un ”segno politico” dalla DC** (2254, 3531). Fanfani fu contattato per un intervento in Direzione DC il 9 maggio, ma la decisione di uccidere Moro potrebbe essere stata anticipata per prevenire questa mossa (2374, 2254). - Partito Comunista: Enrico Berlinguer e Ugo Pecchioli (responsabile “problemi dello Stato”) si opposero a qualsiasi trattativa. Pecchioli arrivò a dichiarare: «Moro, sia che muoia sia che ritorni, per noi è morto» (144, 2090, 2200).

  1. Il ruolo della Santa Sede e i tentativi di riscatto
    • Paolo VI incaricò mons. Cesare Curioni (ispettore cappellani carcerari) di avviare trattative segrete già dal 16 marzo 1978, con l’obiettivo di pagare un riscatto in denaro (circa 10 miliardi di lire, equivalenti a ~6,2 milioni di euro odierni) (2281, 6671, 6740).
      • Mons. Fabio Fabbri (segretario di Curioni) confermò di aver visto mazzette di dollari a Castel Gandolfo il 6 maggio 1978, coperte da un panno di ciniglia azzurra (5169, 6682). Il denaro non proveniva dallo IOR (2290).
      • Curioni ricevette fotografie di Moro prigioniero dall’intermediario delle BR (probabilmente legato a Guido Giannini, ex brigatista) e le mostrò a Paolo VI, che dubitò della loro autenticità (6671, 6680).
      • Gianni Gennari (assistente spirituale di Zaccagnini) smentì che Curioni avesse incontrato Curcio o Franceschini in carcere, ma confermò che i brigatisti detenuti si dichiararono estranei al sequestro (2291, 5176).
    • Contraddizioni sulla lettera del Papa alle BR:
      • Fabbri e Gennari divergevano su come Curioni contribuì alla stesura della lettera di Paolo VI agli uomini delle BR (21 aprile 1978). Fabbri negò la sua presenza fisica in Vaticano (3583, 6742), mentre Gennari affermò che Curioni partecipò alla stesura, forse per telefono (6741, 5167).
    • Fallimento della trattativa:
      • Il 6 maggio 1978, a Castel Gandolfo, mons. Pasquale Macchi (segretario di Paolo VI) fu informato del fallimento della trattativa per il mancato versamento del riscatto (2201, 6682).

Il progetto di grazia per Paola Besuschio - Giovanni Leone (Presidente della Repubblica) propose la grazia per Paola Besuschio (brigatista detenuta, non accusata di delitti di sangue), come gesto unilaterale per indurre le BR a liberare Moro (1759, 6769, 6785). - Francesco Paolo Bonifacio (Ministro di Grazia e Giustizia, ex allievo di Leone) non si oppose (1759), ma Zaccagnini (DC) e Berlinguer (PCI) bloccarono l’iniziativa, definita da Leone come “strappata dalle mani” (6746, 4483). - Besuschio negò di aver ricevuto visite in carcere o di essere stata informata del progetto (6736). - Andreotti suggerì di orientarsi su Antonio Buonoconto (altro detenuto BR) per ragioni tecniche (2722), ma la grazia non fu mai concessa.


Canali internazionali e depistaggi 1. Coinvolgimento palestinese e servizi segreti - Abu Sharif (OLP) affermò che le BR chiesero contropartite impossibili ai palestinesi, che si ritirarono. Gli USA sarebbero stati contrari a qualsiasi accordo (6813, 4859). - Servizi cecoslovacchi: Mantenevano contatti con Mario Moretti (BR) e Jiri Pelikan (ex direttore TV cecoslovacca), come canale tra KGB e CIA (343). - Steve Pieczenik (esperto USA) partecipò all’Unità di Crisi, trasferita dal Viminale al Ministero della Marina con la presenza di Licio Gelli (loggia P2) (343).

  1. Ipotesi sul luogo di detenzione
    • Viktor Aurel Spachtholz (anziano pittore) indicò una cantina a Roma usata da Carmelo Spagnuolo (ex magistrato radiato), descrivendola come una “prigione” (5161, 2439).
    • Pietro Di Donato (scrittore italo-americano) ipotizzò in Christ in Plastic (1978) un garage in via Balduina con accesso a una prigione sotterranea (6814, 2439).
    • Enrico Fontana (Paese Sera) individuò un edificio con sotterraneo nel 1986, ma la pista fu ignorata (5160).
  2. Depistaggi e informazioni fuorvianti
    • Don Mennini (viceparroco di Santa Lucia) negò di aver incontrato Moro, nonostante due lettere non recapitate sembrassero presupporre un suo coinvolgimento (791, 2436).
    • Corrado Guerzoni e Nicola Rana (collaboratori di Moro) usarono la parola in codice “sigari” nelle intercettazioni, forse per indicare notizie o riscatti** (2256, 2304).
    • Bruno Musselli (petroliere) era citato come possibile ”borsa” per un eventuale riscatto (6739).

Conclusione Le contraddizioni tra le fonti (es. ruolo di Curioni, effettiva esistenza di un “canale di ritorno” per Moro) e la mancanza di coordinamento tra i tentativi di trattativa (Santa Sede, PSI, DC) emersero come elementi chiave del fallimento. La linea della fermezza prevalse nonostante: - Aperture segrete (es. grazia Besuschio, contatti con brigatisti detenuti). - Divisioni interne (Fanfani vs Zaccagnini; Craxi vs Berlinguer). - Iniziative parallele (Vaticano, servizi stranieri, Autonomia Operaia).

Riferimenti critici: - “Critica sociale” (4 maggio 1979) attribuì la responsabilità del fallimento alla mancanza di unità politica (3531). - Francesco Cossiga (1991) scrisse a Spadolini: «Per il PCI, Moro era morto» (144). - Abu Sharif (2008) accusò USA e URSS di ostacolare soluzioni (4859).


Note per approfondimenti: - Fondo Leone (Archivio Senato) per documenti sulla grazia Besuschio (128). - Audizioni di Curioni/Fabbri per dettagli sui contatti con le BR (2281, 6671). - Lettere di Moro a Dell’Andro (29 aprile 1978) per riferimenti al modello palestinese (2200, 2974).


5 Declassificazione e gestione degli archivi sul caso Moro: differenze tra le direttive Prodi (2008) e Renzi (2014), criticità emerse e attività di intelligence

5.1 1. Differenze tra le direttive Prodi (2008) e Renzi (2014) sulla declassificazione

La direttiva Prodi del 2008 e la successiva direttiva Renzi del 2014 presentano differenze sostanziali nell’approccio alla declassificazione dei documenti relativi al caso Moro e alle stragi del periodo 1969-1984: - La direttiva Prodi si limitava a invitare i Ministeri competenti a procedere alla declassifica dei documenti non in possesso delle agenzie di intelligence, senza imposizione vincolante. Per i materiali già in mano ai servizi, la declassifica era disposta direttamente dal Presidente del Consiglio (174, 211). - La direttiva Renzi del 2014, invece, ordina esplicitamente la declassificazione immediata e il versamento all’Archivio Centrale dello Stato, estendendo l’obbligo anche alle amministrazioni riluttanti. La Commissione parlamentare ha sollecitato l’estensione di questo regime anche ai documenti sul caso Moro, al fine di accelerare il processo (175, 176, 177). - Criticità: Il Sottosegretario Minniti ha evidenziato che la declassifica deve evitare la divulgazione di: - Interna corporis dell’intelligence (nomi agenti, strutture organizzative). - Dati sensibili su fonti o collaboratori stranieri non autorizzati alla pubblicazione (178). - Nonostante gli sforzi, atti** sono stati declassificati, ma **474 documenti (163 AISE, 311 AISI) richiedono ancora il consenso degli enti stranieri originari (184).


5.2 2. Stato dell’arte della declassificazione e archiviazione


5.3 3. Ruolo del DIS e coordinamento inter-istituzionale


5.4 4. Elementi peculiari e contraddizioni emerse

5.4.1 4.1. Hypérion e il “Superclan”: una rete ambigua

5.4.2 4.2. Gladio e le reti stay-behind

5.4.3 4.3. Depistaggi e omissioni


5.5 5. Audizioni chiave e dichiarazioni controverse


5.6 6. Punti critici da approfondire

  1. Ruolo di Hypérion:
    • Verificare se fosse effettivamente un centro di coordinamento eversivo con copertura CIA (3197, 2489).
    • Appurare i finanziamenti della rete di abbonamenti e i collegamenti con la Kiron Srl (3397, 3337).
  2. Attivazione di Gladio:
    • Chiarire perché la pianificazione segreta scomparve dal Ministero della Difesa (405).
    • Approfondire le esercitazioni a Roma durante il sequestro (3492).
  3. Depistaggi istituzionali:
    • Indagare sulla mancata bonifica di via Fani (1530) e sui contatti tra servizi e BR (2390).
  4. Documenti ancora mancanti:
    • Completare la ricognizione presso Archivio Storico Diplomatico e sedi periferiche (246, 247).

5.7 7. Riferimenti chiave per approfondimenti


6 La scoperta del covo di viale Giulio Cesare e le dinamiche investigative legate a Morucci e Faranda

6.1 1. Le indagini sulla zona Prati e il ruolo della DIGOS

Sin dal sequestro di Aldo Moro, gli investigatori maturarono la convinzione che nella zona Prati di Roma esistesse un covo brigatista. Questa ipotesi, emersa già nelle prime fasi delle indagini, portò all’attivazione di fonti informative e a un accurato vaglio delle persone residenti in quell’area, già note alla DIGOS per la loro appartenenza a formazioni dell’ultrasinistra e potenzialmente in grado di offrire appoggio ai brigatisti (“su tali basi, venivano pertanto attivate le fonti informative e, contestualmente, si procedeva ad un accurato vaglio di quelle persone, abitanti, in quella zona, che, per essere già note a questa DIGOS come appartenenti a formazioni dell’ultrasinistra, potevano fornire appoggio e ospitalità ai brigatisti rossi”5277, 3747, 3866).

L’attenzione si concentrò in particolare su viale Giulio Cesare 47, dove il 29 maggio 1979 furono arrestati Valerio Morucci e Adriana Faranda, latitanti dopo la loro fuoriuscita dalle Brigate Rosse. L’identificazione del rifugio fu possibile grazie a informazioni riservate pervenute alla Procura di Roma il 30 maggio 1979 in un’informativa firmata da Ansoino Andreassi, allora funzionario della DIGOS (“notizie riservatissime che avrebbero consentito di scoprire il covo di viale Giulio Cesare”3792, 2456, 3555).


6.2 2. Le fonti investigative: il ruolo dell’AutoCia e dei suoi gestori

La scoperta del covo fu attribuita a una fonte confidenziale legata all’autosalone AutoCia srl, situato in zona Portuense. Secondo le dichiarazioni del maresciallo Nicola Mainardi (audizione del 27 aprile 2016), la segnalazione provenne da Dario Bozzetti, uno dei tre gestori dell’autosalone, il quale – temendo accuse di favoreggiamento – si offrì di collaborare per facilitare il pedinamento di Morucci (2465, 3809, 2459). - Bozzetti e il socio Olindo Andreini avevano conoscenze pregresse con Morucci: quest’ultimo frequentava l’autosalone per incontrare Andreini, che lo conosceva fin dall’infanzia (“Morucci aveva abitato per un certo periodo in via Caroncini, nello stesso palazzo dove viveva la famiglia di Andreini”2460, 2462). - Adriana Faranda aveva acquistato due automobili presso l’AutoCia: una Citroën Mehari (21 maggio 1976) e una A112 (19 aprile 1977), circostanza documentata negli atti (3830, 3574). - Durante la perquisizione del 23 luglio 1979 presso l’autosalone e le abitazioni dei gestori, furono rinvenuti documenti di circolazione e contrassegni assicurativi in bianco, riconducibili alle attività della società (3832, 5273).

Controversie e ambiguità - Bozzetti ha negato di aver ottenuto vantaggi in cambio delle informazioni (come la concessione di un passaporto, rilasciato il 12 luglio 1979), ma le tempistiche suggeriscono una possibile negoziazione: il passaporto fu concesso il giorno dopo il suo interrogatorio in Procura e dieci giorni prima della perquisizione dell’AutoCia (3857, 3811, 3825). - L’ispettore Pasquale Viglione (audizione del 14 settembre 2016) confermò il coinvolgimento dell’AutoCia, ma emersero incongruenze sulle modalità di trasmissione delle informazioni alla Squadra Mobile. Alcune testimonianze suggeriscono che la DIGOS avesse già condotto perquisizioni nell’edificio di viale Giulio Cesare prima dell’irruzione del 29 maggio, conoscendo i nomi degli inquilini (“quando hanno visto sul citofono il nominativo della professoressa di matematica [Giuliana Conforto], sono andati direttamente al piano del suo appartamento”3868).


6.3 3. Il ruolo di Giorgio e Giuliana Conforto

Il covo era di proprietà di Giuliana Conforto, figlia di Giorgio Conforto, noto agente del KGB (come emerso dal dossier Mitrokhin). Nonostante questa circostanza fosse nota ai Servizi italiani prima del 1979, non furono avviate indagini approfondite su Conforto, né sulla figlia, imputata per favoreggiamento, partecipazione a banda armata e ricettazione (3851, 3951).

Elementi sospetti e ipotesi investigative - Francesco Cossiga (audizione del 1 marzo 2004) affermò che Conforto avrebbe denunciato Morucci e Faranda alla Squadra Mobile per ”difendere il PCI da accuse di collusione con le BR” (3783, 5291, 3860). Tuttavia, questa tesi è stata ridimensionata alla luce della militanza filosovietica e estremista di Conforto, già monitorato dal SID nel 1971 senza esiti concreti (4489). - Adriana Faranda ha ipotizzato che la scoperta del covo potesse essere collegata a: - Un haitiano precedentemente ospitato da Giuliana Conforto. - Saverio Tutino, giornalista de la Repubblica e compagno di Giuliana, che frequentava spesso l’appartamento (“lo vedevamo due volte a settimana”4627, 3978). - L’appunto di Andreassi del 6 luglio 1979 ipotizzò un legame tra i covi di via Gradoli e viale Giulio Cesare, attraverso le proprietarie Luciana Bozzi (via Gradoli) e Giuliana Conforto (viale Giulio Cesare), entrambe vicine ad ambienti di Potere Operaio e in relazione con Franco Piperno e Lanfranco Pace (3869, 2122, 3986).

Ipotesi di un arresto “negoziato” Alcuni elementi fanno supporre che l’arresto di Morucci e Faranda possa essere stato politicamente negoziato: - I due brigatisti erano in una fase di transizione** dalla lotta armata a un progetto politico alternativo (il ”Movimento Comunista Rivoluzionario”, legato a Metropoli e al Cerpet), e il loro isolamento li rendeva vulnerabili (5232, 3658). - La mancata indagine su Giorgio Conforto e la rapida archiviazione delle segnalazioni sul suo ruolo sollevano dubbi su possibili coperture (3969, 3792). - La concessione del passaporto a Bozzetti e la tolleranza verso l’AutoCia potrebbero essere state contropartite per la collaborazione (3811, 4639).


6.4 4. Il contesto politico: Morucci, Faranda e la dissociazione

Morucci e Faranda rappresentavano un’ala critica delle BR, vicina a Franco Piperno e Lanfranco Pace, che aspirava a un superamento della lotta armata attraverso un dialogo politico con lo Stato. Questo percorso emerse già durante il primo processo Moro (1980), quando i due presentarono una lettera di dissociazione che rifiutava sia l’etichetta di ”pentiti” sia quella di ”dissociazione politica” (associata a gruppi come quello di Toni Negri) (5406, 4642, 3519).

Dinamiche interne alle BR - Morucci e Faranda erano in conflitto con Mario Moretti (leader del comitato esecutivo) sulla gestione del sequestro Moro. Mentre Moretti spingeva per l’eliminazione di Moro, i due – insieme a Piperno e Pace – cercarono una soluzione negoziata, temendo che l’omicidio avrebbe isolato politicamente le BR (3539, 4458). - Dopo la fine del sequestro, i due tentarono di costruire un “partito armato” alternativo, coinvolgendo ex militanti di Potere Operaio e Autonomia Operaia, ma il progetto fallì per mancanza di supporto e repressione poliziesca (3693, 3652).

Il ruolo di Piperno e Pace - Piperno e Pace (responsabile di Notizie Radicali e legato al Cerpet) offrirono supporto logistico a Morucci e Faranda, facilitando i contatti con ambienti extraparlamentari e istituzionali (come il PSI, tramite Claudio Signorile e Antonio Landolfi) (3652, 3594). - La rivista Metropoli (fondata nel novembre 1978 da ex militanti di Potere Operaio) divenne un veicolo di comunicazione per le posizioni critiche verso le BR, pubblicando anche un fumetto sulla vicenda Moro che rivelava dettagli non noti (come la trattativa socialista) (3861, 2510).


6.5 5. Collegamenti internazionali: RAF e servizi esteri

Le indagini hanno esplorato possibili collegamenti operativi tra le Brigate Rosse e la RAF (Rote Armee Fraktion) tedesca, soprattutto in relazione al sequestro Moro e al rapimento di Hanns-Martin Schleyer (1977).

Incontri e tentativi di alleanza - Nel 1976, a Milano, si tenne un incontro tra vertici BR e RAF, con Inge Kitzler (moglie del brigatista Andrea Coi) come interprete. L’incontro fu maldestro e non produsse risultati concreti (1493, 3746, 4265). - Mario Moretti si recò a Parigi nell’estate 1978 per discutere un’alleanza militare con la RAF, ma abbandonò l’idea nell’agosto 1979 (2507). - Nel 1979-1980, Moretti propose alla RAF un’operazione di vendetta per i compagni arrestati o uccisi, ma il progetto fu abbandonato (5777).

Il ruolo dei servizi stranieri - Volker Weingraber, agente provocatore tedesco-occidentale, fu infiltrato in ambienti vicini alle BR nel 1978 con l’aiuto di Aldo Bonomi (legato ai servizi italiani). Weingraber cercò contatti con le BR, ma Bonomi lo respinse (5192, 1946, 5194). - Giorgio Conforto, oltre ad essere un agente del KGB, frequentava ambienti massonici (Associazione Giordano Bruno) e radicali, il che potrebbe spiegare la sua capacità di penetrazione negli ambienti dell’estremismo (3951, 5250). - La Stasi (servizi della Germania Est) monitorò i contatti tra BR e RAF. Secondo Gianluca Falanga, alcune informazioni potrebbero essere trapelate attraverso canali di polizia tedesca infiltrati (5251, 4268).


6.6 6. Contraddizioni e punti aperti


6.7 7. Conclusioni

La vicenda del covo di viale Giulio Cesare si inserisce in un contesto complesso, dove indagini parallele, interessi politici e dinamiche interne alle BR si intrecciano. Emergono tre ipotesi principali sulla scoperta del rifugio: 1. Segnalazione dell’AutoCia (Bozzetti/Andreini), con possibile negoziazione (passaporto in cambio di informazioni). 2. Ruolo attivo di Giorgio Conforto, per motivi politici (proteggere il PCI) o servizi stranieri (KGB). 3. Attivazione autonoma della DIGOS, con fonti indipendenti (forse legate a Giuliana Conforto o ambienti di Potere Operaio).

La mancanza di approfondimenti su Conforto e le contraddizioni nelle testimonianze (es. Bozzetti vs. Viglione) lasciano aperte domande sulla completezza delle indagini. Il caso riflette inoltre la frattura interna alle BR tra chi voleva proseguire la lotta armata (Moretti) e chi cercava una via politica (Morucci/Faranda), con ripercussioni ancora oggi oggetto di dibattito storico e giudiziario.


Riferimenti chiave per approfondimenti: - Appunto Andreassi (30 maggio 1979)3792, 2456. - Audizione Mainardi (27 aprile 2016)3809, 2465. - Dichiarazioni Cossiga su Conforto5291, 3783. - Testimonianza Faranda (11 luglio 2017)4627, 3978. - Documenti AutoCia3832, 3574.


7 Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro: composizione, attività e approfondimenti sul coinvolgimento della criminalità organizzata

7.1 1. Composizione e attività della Commissione

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, istituita con la legge 30 maggio 2014, n. 82, ha operato nel corso della XVII Legislatura con una composizione sostanzialmente stabile, pur con lievi variazioni nei componenti. Le principali sedute di insediamento si tennero il 2 ottobre 2014 (elezione del presidente Giuseppe Fioroni) e l’8 ottobre 2014 (completamento dell’Ufficio di Presidenza con i vicepresidenti Gaetano Piepoli e Lucio Rosario Filippo Tarquinio, e i segretari Federico Fornaro e Florian Kronbichler). La Commissione si è avvalsa di collaborazioni esterne a titolo gratuito, tra cui: - Tre ufficiali di collegamento con le forze di polizia (Laura Tintisona della Polizia di Stato, Leonardo Pinnelli e Paolo Occhipinti dei Carabinieri e della Guardia di Finanza). - Sette magistrati, tra cui Gianfranco Donadio, Guido Salvini, Antonietta Picardi, Massimiliano Siddi, Antonia Giammaria, Paolo D’Ovidio e Carlo Mastelloni (questi ultimi due perfezionati in fasi successive). - Quindici esperti e ufficiali di polizia giudiziaria, tra cui generali dei Carabinieri in quiescenza (Giovanni Bonzano, Pellegrino Costa, Paolo Scriccia), ufficiali dell’Arma, funzionari della Polizia di Stato (Maurizio Sensi, Cinzia Ferrante), accademici (Sabino Aldo Giannuli) e legali (Nunzio Raimondi). (Rif. 4380, 1887, 76)


7.2 2. Indagini sul traffico di armi e collegamenti con la criminalità organizzata

7.2.1 2.1. Il caso Guardigli e il traffico internazionale di armi

L’indagine sul traffico illegale di armi emerse il 29 gennaio 1977, quando il Nucleo investigativo della Legione Carabinieri di Roma (diretto dal tenente colonnello Antonio Cornacchia) segnalò alla Procura di Roma che Luigi Guardigli era in contatto con esponenti della mafia calabrese (clan D’Agostino e De Stefano) per la fornitura di materiale tecnico (microspie e radioricetrasmittenti) a Giorgio De Stefano di Reggio Calabria. Guardigli, amministratore della RA.CO.IN. (società di import-export con sede a Roma), fu indagato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di armi, insieme a oltre venti persone, tra cui Tullio Olivetti (titolare del bar in via Fani, legato a ambienti politici e criminali) e Aldo Pascucci (intermediario tra Guardigli e la criminalità organizzata). - Elementi chiave: - Guardigli dichiarò inizialmente di aver fornito armi a Vinicio Avegnano (indicato come amico di Olivetti e legato a Ordine Nuovo), ma successivamente ritrattò, sostenendo di essersi inventato tutto per ottenere protezione dalla Polizia (“4192”). - Le intercettazioni evidenziarono contatti con Frank Coppola (mafioso legato ai De Stefano) e Giorgio De Stefano, per il quale Guardigli avrebbe dovuto consegnare una microspia a Reggio Calabria (“4191”, “4194”). - Olivetti fu descritto come figura ambigua: trafficante di valuta falsa, in contatto con gruppi libanesi e con Maria Cecilia Gronchi (figlia dell’ex Presidente della Repubblica, sua socia nel bar) (“1273”, “4008”). - L’indagine si concluse con condanne minori per Guardigli e l’archiviazione per gli altri imputati, anche a causa di una perizia psichiatrica (Aldo Semerari) che ne minò la credibilità (“1299”, “4040”).

7.2.2 2.2. Il ruolo della ’ndrangheta e i legami con il sequestro Moro

La Commissione ha approfondito ipotesi di coinvolgimento della ’ndrangheta nel sequestro Moro, sulla base di: - Dichiarazioni di collaboratori di giustizia: - Saverio Morabito (ex vertice della ’ndrangheta) affermò che Antonio Nirta (“Due nasi”), esponente del clan di San Luca, avrebbe partecipato al sequestro Moro su input del colonnello Francesco Delfino (massone e legato alla P2), che avrebbe agevolato l’inserimento dell’eversione di destra nella criminalità organizzata (“4213”, “4208”). - Vincenzo Vinciguerra (eversore di destra) riferì di contatti tra Francesco Varone (’ndranghetista) e l’onorevole Benito Cazora per ottenere informazioni sul luogo di prigionia di Moro (“4127”). - Raffaele Cutolo (detenuto) dichiarò di aver saputo da un boss ’ndranghetista di tentativi di mediazione tra Brigate Rosse e criminalità organizzata per localizzare la “prigione del popolo” (“1110”). - Elementi processuali: - La Procura di Reggio Calabria ha confermato legami tra i clan De Stefano, Nirta e Piromalli con ambienti eversivi (“4848”, “4855”). - Antonino Fiume (collaboratore) parlò di due mitragliette simili a quelle usate in via Fani, custodite dalla ’ndrangheta (“4855”). - Indagini fotografiche: La Commissione ha chiesto al Reparto Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri di verificare se un soggetto ritratto in via Fani potesse essere Antonio Nirta (“4309”).

7.2.3 2.3. Il caso Casimirri e i depistaggi internazionali

Alessio Casimirri (“Camillo”), condannato per il sequestro Moro, fuggì in Nicaragua nel 1982 sotto falso nome (Guido Di Giambattista). La sua latitanza fu favorita da: - Protezioni locali: Secondo l’Ambasciata italiana a Managua, Casimirri godeva di coperture nel paese, dove gestiva un ristorante frequentato anche da diplomatici italiani (“6344”, “6145”). - Rifiuto dell’estradizione: Le autorità nicaraguensi opposero un diniego sistematico alle richieste italiane, nonostante Casimirri avesse offerto collaborazione (“6132”, “6263”). - Dichiarazioni della moglie: Mayra Vallecillo denunciò violenze e tentativi di sottrazione del figlio (“6348”).


7.3 3. Approfondimenti su altri filoni indagati

7.3.1 3.1. Il bar Olivetti e i legami politici

Il bar Olivetti (via Fani) fu al centro di traffici illeciti e frequentazioni ambigue: - Tullio Olivetti (titolare) era legato a: - Maria Pia Lavo (sua compagna, ex segretaria di Franco Evangelisti, esponente DC legato alla P2). - Ambienti massonici: Guardigli parlò di ”protezioni altissime” per il traffico di armi (“1339”). - Accertamenti: La Procura di Roma escluse Olivetti dalle indagini, nonostante le evidenze (“3999”).

7.3.2 3.2. Il ruolo dei servizi segreti e le piste internazionali


7.4 4. Contraddizioni e punti critici


7.5 5. Attività recenti della Commissione


7.6 6. Documenti di riferimento


Nota: Per approfondimenti specifici, si rimanda ai testi originali (identificativi tra parentesi). Le contraddizioni tra dichiarazioni e atti processuali suggeriscono la necessità di ulteriori verifiche, in particolare sui legami tra criminalità organizzata, servizi segreti e depistaggi.


8 Documentazione acquisita e attività delle Commissioni parlamentari sul caso Moro

8.0.1 1. Acquisizione documentale e fonti istituzionali

Le indagini sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro hanno coinvolto più Commissioni parlamentari d’inchiesta, istituite in legislature successive, nonché documentazione giudiziaria e di intelligence. Tra le principali fonti: - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (VIII Legislatura, legge 23 novembre 1979, n. 597), nota come «prima Commissione Moro» (125, 90, 1895). - Commissione monocamerale d’inchiesta sui risultati della lotta al terrorismo (IX Legislatura, delibera Camera 16-23 ottobre 1986) (125b1, 90, 270). - Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi («Commissione Stragi») (X Legislatura, legge 17 maggio 1988, n. 172; ricostituita in XI, XII e XIII Legislatura) (125b2, 90, 1895, 308). - Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (VIII e IX Legislatura) (125b3, 302). - Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività di intelligence italiana (XIV Legislatura, legge 7 maggio 2002, n. 90) (125b4, 90, 353).

Materiale acquisito: - Documentazione prodotta o raccolta dalle suddette Commissioni, inclusi atti giudiziari, verbali di audizioni, relazioni tecniche e dossier di intelligence (125, 1895). - Archivi giudiziari: atti dei procedimenti penali (es. procedimento n. 3349/90 sul ritrovamento delle carte di Moro in via Monte Nevoso; procedimento n. 6065/98 su indagini articolate, tra cui la «pista Markevitch» e il «dossier Havel») (426). - Documenti riservati o segreti: suddivisi in tre categorie (82, 1890, 511): - Atti segreti: consultabili solo dai componenti e collaboratori della Commissione, non riproducibili (art. 1). - Atti riservati: riproducibili previa autorizzazione del presidente (art. 2). - Atti liberi: riproducibili su richiesta scritta (art. 3).


8.0.2 2. Focus tematici emersi dalle indagini

8.0.2.1 2.1 Il ruolo dei servizi segreti e la figura di Giorgio Conforto
8.0.2.2 **2.2 Le carte di Moro e il «memoriale»
8.0.2.3 2.3 Il covo di via Montalcini e le segnalazioni pregresse
8.0.2.4 2.4 La «pista fiorentina» e Giovanni Senzani
8.0.2.5 2.5 Il ruolo di Steve Pieczenik e gli Stati Uniti
8.0.2.6 2.6 La loggia P2 e le interferenze istituzionali

8.0.3 3. Elementi critici e questioni aperte


8.0.4 4. Riferimenti normativi e procedurali


8.0.5 5. Documenti e fonti citate


Nota: Per approfondimenti specifici, si rimanda ai testi originali (identificativi tra parentesi). Le contraddizioni tra fonti (es. dichiarazioni di Senzani vs. magistratura fiorentina) e le lacune documentali (es. verbali CIS) richiederebbero ulteriori verifiche.


9 Riferimenti al messaggio del 21 giugno 1978 e collegamenti tra Brigate Rosse, FPLP e vicenda Moro

9.1 1. Il messaggio del 21 giugno 1978 e la trasmissione delle dichiarazioni di Moro al FPLP

Il 21 giugno 1978, il colonnello Stefano Giovannone – capo centro SISMI a Beirut – trasmise un messaggio crittografato in cui riferiva che «le Brigate Rosse italiane avrebbero fatto pervenire in questi giorni personalmente a George Habbash, leader del FPLP, copia delle dichiarazioni rese dall’Onorevole Moro durante gli interrogatori subiti in prigionia, per quanto di interesse della resistenza palestinese» ”9” (2924, 3071, 5841). L’iniziativa era interpretata come un tentativo delle BR di «ristabilire un rapporto ufficiale di collaborazione e assistenza su piano anche operativo», asseritamente interrotto negli ultimi due anni ”9” (2924, 3071). L’attendibilità della notizia era valutata come «tre» (massimo livello) ”9” (2924)**.

Osservazioni chiave: - Scopo delle BR: La cessione delle dichiarazioni di Moro al FPLP sembra finalizzata a rianimare un canale operativo con i palestinesi, probabilmente per ottenere supporto logistico o politico. - Contenuto delle dichiarazioni: Secondo altre fonti, tra i documenti trasmessi vi sarebbe stato «un pezzo di verbale in cui Moro descriveva gli accordi tra servizi segreti NATO e israeliani per operare sul territorio italiano», con riferimento all’omicidio di Wael Zwaiter (rappresentante di Al Fatah in Italia, ucciso dal Mossad nel 1972) ”9” (3073, 5844). - Conferme indirette: Il messaggio è coerente con quanto emerso in altre informative, come quella del 30 marzo 1978, dove si menzionava l’impegno di Nimr Saleh** (dirigente OLP) nel «ricercare contatti con Wadi Haddad» (all’epoca a Bagdad) per ottenere informazioni sulla vicenda Moro ”9” (2924, 5831)**.


9.2 **2. Il contesto: rapporti BR-FPLP e il “lodo Moro”

Il messaggio del 21 giugno si inserisce in un quadro di relazioni ambigue tra BR e movimenti palestinesi, caratterizzato da: - Impegni formali di non aggressione: Il FPLP di George Habbash aveva più volte assicurato ai Servizi italiani (tramite Giovannone) che «l’Italia sarebbe stata esclusa da piani terroristici», in linea con il cosiddetto ”lodo Moro” (accordo informale tra Governo italiano e OLP per evitare attacchi sul suolo nazionale) ”9” (2781, 1439, 5948, 2782). - Esempio: il 17 febbraio 1978, Habbash aveva avvertito Giovannone di «un’operazione terroristica di notevole portata programmata da europei» che avrebbe potuto coinvolgere l’Italia, ma aveva garantito che il FPLP avrebbe operato per «escludere il nostro Paese» ”9” (2781, 1439, 5947). - Contraddizioni operative: Nonostante gli impegni, emersero segnalazioni di collaborazioni concrete tra BR e frange palestinesi: - Addestramento e logistica: Nel 1979, le BR importarono armi dal Libano, alcune delle quali destinate a gruppi palestinesi in Europa ”9” (5945). - Canali di comunicazione: La casella postale 142** a Roma (intestata a un esponente di Fatah) era utilizzata per scambi tra BR e palestinesi ”9” (5866, 5977). - Iniziative congiunte: Un’informativa del 1978** segnalava che «il FPLP e il gruppo di Abu Nidal erano favorevoli ad accogliere volontari europei per addestramento» ”9” (2886, 5830)**.

Ambiguità segnalate: - Il FPLP negarà ufficialmente qualsiasi coinvolgimento in azioni BR in Europa, limitando il supporto a «operazioni contro Israele» ”9” (5116, 2958). - Bassam Abu Sharif** (portavoce OLP) confermò che «i rapporti con le BR si interruppero nel 1976», ma ammise contatti con «gruppi minori non soggetti agli accordi OLP» ”9” (3063, 5857)**.


9.3 3. Le trattative durante il sequestro Moro: il ruolo di Giovannone e dei palestinesi

Il messaggio del 21 giugno va letto alla luce dell’attivismo diplomatico di Giovannone e dei Servizi italiani durante il sequestro: - Fase iniziale (marzo 1978): - Il 17 marzo, la Guardia di Finanza segnalò (via fonte confidenziale) che Moro era detenuto nella zona «Balduina-Trionfale-Boccea», con un solo carceriere ”9” (2671, 1713, 7273). - Il 18 marzo, Giovannone riferì che Arafat** aveva attivato la rete OLP in Europa per «trovare un canale diretto con i brigatisti» ”9” (2952, 2944). - Aprile 1978: tentativi di mediazione: - Il 24 aprile, Giovannone comunicò che «l’OLP aveva raccolto elementi utili per stabilire contatti» e che era in partenza per l’Italia con un aereo Snam ”9” (2944, 51). - Il 28 aprile, Nemr Hammad (rappresentante OLP in Italia) chiese un incontro con il ministro Cossiga per «proporre una collaborazione permanente tra servizi italiani e palestinesi» ”9” (2968, 5837). - Giugno 1978: la rottura: - Nonostante gli sforzi, le trattative fallirono. Abu Sharif** (FPLP) spiegò che «Wadie Haddad (capo operazioni FPLP) era in fin di vita» e che «la seconda generazione delle BR era infiltrata dagli USA», rendendo inaffidabili i contatti ”9” (3117, 5833)**.

Ipotesi sul fallimento: - Ostacoli politici: La proposta OLP di «collaborazione permanente» (28 aprile) potrebbe essere stata respinta dal Governo italiano, portando alla chiusura dei canali ”9” (2861, 2968). - Conflitti interni: Gruppi come Abu Nidal** (in conflitto con OLP) e frange della «seconda generazione» BR** (definite «infiltrate») avrebbero sabotato le trattative ”9” (3069, 5827)**.


9.4 4. Dati tecnici e archivistici


9.5 5. Punti di attenzione e domande aperte

  1. Verifica delle dichiarazioni di Moro:
    • Non risulta che siano state condotte indagini approfondite su «quale fosse l’obiettivo dell’operazione terroristica» menzionata il 17 febbraio o sul «progetto congiunto discusso in Europa» ”9” (1448, 6105)**.
    • La mancata menzione, nella relazione SISMI del 1978, dell’impegno FPLP a «escludere l’Italia da piani terroristici» (presente nel messaggio originale) solleva dubbi sulla completezza della documentazione ”9” (6105)**.
  2. Ruolo di Giovannone:
    • Il colonnello fu centrale nelle trattative, ma in sede giudiziaria negò di conoscere «forniture di armi palestinesi alle BR» ”9” (3116, 2931)**.
    • Domanda: Fu realmente all’oscuro dei contatti BR-FPLP, o omise informazioni per ragioni operative?
  3. Collegamenti internazionali:
    • Le armi usate a via Fani potrebbero provenire da «partite esportate in Medio Oriente e rientrate via palestinesi» ”9” (7421)**.
    • La RAF tedesca e l’Armata Rossa Giapponese erano citate in informative come possibili alleate delle BR in un «progetto congiunto» ”9” (1453, 5813)**.

9.6 6. Conclusioni

Il messaggio del 21 giugno 1978 rappresenta un punto di svolta nelle dinamiche BR-FPLP durante il sequestro Moro: - Obiettivo delle BR: Ristabilire un rapporto operativo con i palestinesi, probabilmente per ottenere supporto logistico o legittimazione politica. - Risposta palestinese: Nonostante gli impegni formali (lodo Moro), emersero canali paralleli con frange radicali (Abu Nidal, Wadie Haddad). - Fallimento delle trattative: Probabilmente dovuto a veti politici italiani, conflitti interni alla galassia palestinese e infiltrazioni nei gruppi brigatisti.

Raccomandazioni per approfondimenti: - Verificare se le «dichiarazioni di Moro» trasmesse al FPLP contenevano riferimenti a operazioni dei servizi segreti (NATO/Israele) in Italia ”9” (3073, 5844). - Incrociare i dati sulla casella postale 142** (Roma) con i movimenti di Mario Moretti e Giovanni Senzani in Libano (1979) ”9” (5977, 6067). - Analizzare il ruolo di Nemr Hammad** (OLP) e la sua proposta di «collaborazione permanente» con i Servizi italiani ”9” (2968, 5837)**.


Nota: I riferimenti numerici (es. “9”) rimandano alle frasi originali fornite. Per approfondimenti, si consiglia la consultazione degli atti digitalizzati della Commissione, in particolare i documenti del 17 febbraio 1978 (fonte 2000) e del 21 giugno 1978 (messaggio Giovannone).


10 Elementi emersi dalle dichiarazioni relative al covo di via Fracchia e alle dinamiche connesse al sequestro Moro


10.1 1. Il covo di via Fracchia: ricostruzione degli eventi e criticità

10.1.1 1.1. Cronologia e dinamiche dell’irruzione (28 marzo 1980)

10.1.2 1.2. Ruolo di Patrizio Peci e dinamiche investigative


10.2 2. Collegamenti con il sequestro Moro e la colonna genovese

10.2.1 2.1. Ruolo di Riccardo Dura e della colonna genovese

10.2.2 2.2. Possibili collegamenti con i servizi segreti e ambienti deviati


10.3 3. Elementi peculiari e ambiguità


10.4 4. Riferimenti normativi e tecnici


10.5 5. Segnalazioni di contraddizioni

  1. Orario dell’irruzione: Angeli (3:00) vs. Rapporto Carabinieri (4:30).
  2. Materiale sequestrato: Riccio (nessun riferimento a Moro) vs. Caselli/Laudi (documenti rilevanti).
  3. Ruolo di Dura: Franceschini (presenza in via Fani) vs. Morucci (nessuna prova).
  4. Scavi in giardino: Maffeo (sacchi “da sotterrare”) vs. Carli (non informato).

Note per approfondimenti: - Testi originali da consultare: - Verbale di perquisizione via Fracchia (4730). - Dichiarazioni di Peci alla Commissione (2016) (7139). - Articolo di Massimo Caprara su Il mistero della bomba a mano (Corriere Mercantile, 2004) (1372). - Libro di Caselli (2009) (6983). - Audizioni chiave: Riccio (26/04/2017), Carli (19/06/2017), Monastero (19/03/2015).


8C25D792558AE2D0FBFE47ED2A4D444160ACBAFB691AC8E5C5F89598E60FB577CD05FD54C2F8922A7853043C4E92701C0B49F853A40B685221A40623C4AE7C907CFAEF1F9E9DB814F33B5CE9D397CEDB9D7C18544E9895DD322D375172665A65FD07283AB66F0C0F8CCE7478A3F19218CF93A99A0DE87FC9034035B5F5F50A4DCDAA1DF6DB4F0AB5C56FCDBC1773AD1E813BDF768478495E16507F41D8F50A4BE382BBB3F1AB128474863033D19235A08FEC0A51CF5246E896EAA95965E728E0F921E8A42E74D29C3AC0B0F17BB5C8D5BAA8DB7298867E5B810A0C429CDBA44C576E6D01C5EBAA4F1EFB12B2475345B4E70DB4ED9794779951269A4080F633A227438A5FCB14288E152211DD09EFF1ADFDE3D48AD33488149DADC946C14DAB7F953E9CEE8AB6FBEE5856FEFDF8E1AB1901663AF3EB6A102DADB75C4EEFFEFE86EE9075FC3EBF1A1AEA2CBE82E13F16F1D7C2DC4585F7901804FF136F22F08C4CC5E9E1E779C27F5ADB10E54B8C8E3C7D9E76AEA54B420C0F6ACE06D6781D922B0F6F48056EC09853CD593A90D9BC1FDB20CDDC21EDB3AC8A