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Commissione Moro - 2015/17 | r | 10d


1 Mandato e Base Legale

La Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro è stata istituita con la legge 30 maggio 2014, n. Il suo mandato, ai sensi dell’articolo 1, è duplice (40, 4417, 1874): * Accertare “eventuali nuovi elementi che possono integrare le conoscenze acquisite dalle precedenti Commissioni parlamentari di inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e sull’assassinio di Aldo Moro”. * Accertare “eventuali responsabilità sui fatti di cui alla lettera a) riconducibili ad apparati, strutture e organizzazioni comunque denominati ovvero a persone a essi appartenenti o appartenute”. La Commissione opera in un quadro temporale di ventiquattro mesi, al termine dei quali deve presentare una relazione al Parlamento (41, 4418, 1875).

Poteri Istruttori e Metodologia Ai sensi dell’articolo 5 della legge istitutiva, la Commissione dispone di ampi poteri di acquisizione documentale (4443, 1915, 108): * Atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria, anche in deroga al segreto investigativo (art. 329 c.p.p.). * Atti relativi a indagini e inchieste parlamentari. * Documenti custoditi dalla pubblica amministrazione. * Infine, può disporre l’esibizione di documenti formati o custoditi da soggetti privati (4445, 1917, 118). Le attività istruttorie si articolano in tre principali tipologie: acquisizioni documentali, accertamenti tecnici e libere audizioni (4442, 1910, 104). Gli accertamenti tecnici non ripetibili sono condotti nel rispetto delle garanzie del codice di procedura penale per renderne gli esiti fruibili in sede processuale (102). La Commissione ha instaurato un rapporto di leale collaborazione con l’autorità giudiziaria, segnalando tempestivamente elementi di interesse emersi durante l’indagine (96, 97, 1901).

Aree di Indagine e Principali Risultanze Il programma di lavoro si è concentrato su diverse aree tematiche, approfondite attraverso un cospicuo numero di audizioni ed escussioni (162, 1965, 1946).

Limitazioni alla Divulgazione Per ragioni di sintesi e per non pregiudicare indagini in corso della Commissione o della magistratura, il resoconto si sofferma esclusivamente sulle questioni di maggior rilievo, nei limiti di quanto può essere reso pubblico allo stato dell’inchiesta (5214, 2531, 872).

Prospettive Future e Valorizzazione del Lavoro La Commissione intende proseguire gli accertamenti sugli ambiti ancora non affrontati e completare i filoni aperti, come quello sul bar Olivetti, per presentare una relazione finale che offra una complessiva rilettura della vicenda (4371, 4378, 1899). Il cospicuo patrimonio documentale acquisito, reso ricercabile tramite chiavi testuali, sarà messo a disposizione di studiosi e cittadini, ove non sussistano vincoli di riservatezza (121, 1923).


2 Ricostruzione della dinamica dell’agguato di via Fani e dell’omicidio Moro

Ricostruzione della dinamica dell’agguato in via Fani

Dagli atti acquisiti emerge una ricostruzione articolata dell’agguato, basata sulle indagini della Polizia Scientifica e su successive verifiche. * Fase iniziale: L’azione ebbe inizio con colpi esplosi, da sinistra verso destra, a colpo singolo sulla Fiat 130 su cui viaggiava Aldo Moro, mentre l’autovettura era ancora in movimento (882). * Sviluppo dell’agguato: Sono seguite raffiche contro l’Alfetta di scorta da due posizioni differenti, sempre dal lato sinistro. Successivamente, i colpi contro la Fiat 130 furono esplosi anche da una posizione ravvicinata, sempre da sinistra, attraverso il finestrino laterale anteriore sinistro (882). * Fase finale: In una fase successiva, ulteriori colpi furono esplosi da destra verso sinistra all’indirizzo degli uomini della scorta, da vicino e a colpo singolo (882). Complessivamente, sono stati esplosi 93 colpi di arma da fuoco, due dei quali provenienti dall’arma dell’agente Iozzino (882).

Controversie sulla dinamica e posizione degli sparatori

Sono state sollevate obiezioni alla ricostruzione ufficiale, in particolare riguardo alla direzione dei colpi che hanno colpito il maresciallo Leonardi. * Osservazioni critiche: È stato osservato che la ricostruzione della Polizia Scientifica appare in contrasto con molti atti processuali (935). In particolare, è stato rilevato che le perizie medico-legali e balistiche dell’epoca indicherebbero che il maresciallo Leonardi sarebbe stato colpito da proiettili sparati da destra verso sinistra (910, 947). * Repliche della Polizia Scientifica: La Polizia ha replicato evidenziando diversi elementi a sostegno della propria tesi, secondo cui tutti i colpi che hanno attinto il maresciallo Leonardi provenivano dal lato sinistro. Tali elementi includono: l’assenza di impatti interni all’autovettura compatibili con colpi esplosi dalla destra; la presenza di impatti di colpi certamente esplosi da sinistra; la presenza di due colpi mortali nel corpo di Leonardi che, se arrivati da destra, non gli avrebbero consentito di ruotare il busto verso sinistra; e la conformazione della frattura del vetro anteriore destro (18, 952). * Ipotesi alternative: È stata avanzata l’ipotesi che le ferite sul lato destro del maresciallo Leonardi siano attribuibili a una naturale torsione del militare, che girandosi sul sedile per proteggere Moro avrebbe esposto al fuoco la parte destra del corpo (888). Altra ipotesi suggerisce la presenza di un sesto assalitore sul lato destro, incaricato di neutralizzare specificamente Leonardi (922, 929).

Indagini tecniche e perizie sul munizionamento

Sono stati condotti accertamenti specifici sulle armi e sul munizionamento utilizzati. * Caratteristiche dei bossoli: Parte del munizionamento, in calibro 9 mm Parabellum, presentava assenza di data sul fondello e una verniciatura sigillante fuori standard (3129, 1512). Da ciò si evince che tali bossoli facevano parte di stock di fabbricazione non destinata alle forniture standard delle Forze Armate italiane (3130, 1512). L’assenza della data è una caratteristica delle munizioni destinate all’estero (3141). * Provenienza: Indagini presso la ditta produttrice, la Giulio Fiocchi di Lecco, hanno escluso che le munizioni fossero destinate a Forze armate o di polizia italiane (3168). È emerso che il munizionamento era stato prodotto in Italia ma destinato all’estero, dove la vendita per uso civile non richiedeva la punzonatura dell’anno (3141, 3165). Analogo munizionamento è stato rinvenuto in vari covi delle Brigate Rosse (1519, 3153).

Ricostruzione dell’omicidio di Aldo Moro e accertamenti sulla Renault 4

Il Reparto Investigazioni Scientifiche (RIS) dei Carabinieri ha condotto una complessa attività di ricostruzione della scena del crimine. * Dinamica delittuosa: Sulla base degli esami medico-legali e delle analisi delle tracce ematiche (Bloodstain Pattern Analysis), il RIS ritiene che Aldo Moro sia stato colpito da dodici proiettili, e non undici come precedentemente riportato (4971). L’ipotesi più probabile è che in un primo momento la vittima, con il busto eretto e verosimilmente seduta, sia stata attinta anteriormente al torace sinistro da almeno tre colpi sparati con la mitraglietta Skorpion (6926, 4973). Successivamente, la vittima sarebbe stata colpita da altri colpi mentre si trovava in posizione supina nel vano portabagagli della Renault 4 (4979, 6935). * Prove nel garage di via Montalcini: Sono state effettuate prove di ingombro e di ascolto dei colpi all’interno del box-garage di via Montalcini 8, dove si ipotizza sia avvenuto l’omicidio. Le prove hanno evidenziato che il fragore dei colpi, anche con il silenziatore montato sulla Skorpion, era percepibile all’esterno del box (6967, 4989). Le prove di ingombro hanno determinato che la Renault 4 poteva essere parcheggiata nel box con il portellone aperto solo a condizione che la porta basculante del box stesso fosse aperta (6955, 6957, 6968). * Tracce e reperti: Sugli indumenti di Aldo Moro sono state rinvenute numerosissime particelle di residuo di sparo, indicando un’estrema vicinanza dell’indumento a un’attività di sparo (4966). Il RIS ha anche confermato che il bossolo calibro 9 mm rinvenuto è stato esploso dalla pistola Walther sequestrata in un covo brigatista (4963). È stata segnalata una contraddizione riguardo al silenziatore: l’unico reperito non corrisponde al segno lasciato sugli indumenti di Moro, facendo ipotizzare l’uso di un diverso silenziatore, forse montato sulla Walther (4983).

Altre attività investigative della Commissione

La Commissione ha delegato ulteriori accertamenti su diversi filoni di indagine. * Analisi genetiche: Sono stati estratti profili genetici (DNA) da reperti rinvenuti nel covo di via Gradoli, nella Fiat 128 e nella Renault Nel covo di via Gradoli sono stati individuati quattro profili (due maschili e due femminili), nessuno dei quali compatibile con quello di Aldo Moro (156, 688). Sono in corso attività per attribuire i profili genetici isolati da mozziconi di sigaretta rinvenuti nella Fiat 128 (1949). * Accertamenti fotografici e documentali: Sono state effettuate analisi comparative di fotografie scattate in via Fani e sono in corso esami su un cartellino fotosegnaletico di Alessio Casimirri, datato 4 maggio 1982, che presenta diverse irregolarità formali e la cui origine e utilizzo sono oggetto di approfondimento (6137, 6155, 6460). * Approfondimenti sul munizionamento e sulle armi: Sono in corso verifiche sulla vicenda di una pistola mitragliatrice Beretta M 12, utilizzata in via Fani e facente parte di una partita di armi destinata all’Arabia Saudita, dalla quale risultavano mancanti alcuni esemplari (3122). Ulteriori accertamenti riguardano la possibilità di ripristinare armi inerti o assemblare armi artigianali utilizzando parti di armi giocattolo (4091, 4094).


3 Ricostruzione dell’Agguato di via Fani e Indagini Successive

Il presente documento sintetizza le informazioni relative alla dinamica dell’agguato del 16 marzo 1978, alle vie di fuga, ai ritrovamenti dei veicoli e ad alcune testimonianze chiave, sulla base dei materiali forniti.

Dinamica dell’agguato e prime reazioni

Vie di fuga e abbandono dei veicoli

Testimonianze su azioni sospette e trasbordo di borse

Presenze sul luogo e segnalazioni

Indagini su garage e covi

Vicende di rullini fotografici

Contraddizioni e punti non chiariti


4 Tentativi di Trattativa

Il presente resoconto organizza le informazioni acquisite, con particolare riguardo alle iniziative di trattativa per la liberazione dell’onorevole Aldo Moro e alle attività investigative della Commissione.

Attività Istruttoria e Acquisizione di Documenti La Commissione ha proceduto all’acquisizione di documentazione da fondi archivistici e soggetti privati. * Sono stati acquisiti documenti presso la Fondazione Spadolini Nuova Antologia, l’Istituto Luigi Sturzo e la Fondazione Gramsci (144, 1937). Tra questi figura una nota di Francesco Cossiga a Spadolini in cui si afferma che Ugo Pecchioli (PCI) disse, dopo la prima lettera di Moro, che “l’onorevole Moro sia che muoia sia che ritorni vivo dalla prigionia per noi è morto” (144, 3531). * È in corso l’acquisizione di materiale video e fotografico da archivi di quotidiani (la Repubblica, Il Messaggero, l’Unità, Il Tempo) e agenzie di stampa (ANSA, AGI, Associated Press), nonché di materiale audio e video RAI sul caso Moro (144, 1937). * Sono stati acquisiti documenti dal «Fondo Leone» presso l’Archivio storico del Senato, riguardanti il progetto di grazia per Paola Besuschio (128). * Alcune persone hanno declinato l’invito a essere audite, ritenendo di non poter aggiungere nulla agli atti o per condizioni fisiche non ottimali (165, 1966, 4456).

**2. Le Iniziative di Trattativa e la “Linea della Fermezza” Il dibattito politico fu caratterizzato dal contrasto tra la linea della fermezza, pubblicamente sostenuta da DC e PCI, e i tentativi di avviare una trattativa.

Il Ruolo della Santa Sede e di Monsignor Curioni La Santa Sede si attivò per ottenere la liberazione di Moro tramite il pagamento di un riscatto, incaricando monsignor Cesare Curioni, ispettore generale dei cappellani carcerari.

Il Progetto di Grazia per Paola Besuschio Emerse con insistenza un progetto, originato dal Presidente della Repubblica Giovanni Leone, di concedere la grazia alla brigatista Paola Besuschio.

Altri Temi e Testimonianze Rilevanti


5 Declassifica documentale e indagini sul Superclan/Hypérion

Direttive per la declassifica e gestione archivistica

Il processo di declassifica della documentazione sul caso Moro è stato regolato da direttive distinte. La “direttiva Prodi” del 2008 (fr. 175, 174) operava con due modalità: disporre la declassifica diretta per il materiale in possesso delle agenzie di intelligence e contenere un invito autorevole affinché i Ministri competenti procedessero alla declassifica della documentazione detenuta da altre amministrazioni. La successiva “direttiva Renzi” del 2014 (fr. 175, 177) ha invece disposto essa stessa la declassificazione in modo immediato e diretto. A seguito di una deliberazione della Commissione, è stato chiesto di estendere anche al caso Moro questo regime più stringente (fr. 176).

L’esecuzione del processo di declassifica implica una delicata attività di selezione per evitare la divulgazione di interna corporis dell’attività di intelligence, nomi di agenti, notizie che mettano in pericolo le fonti, violazioni della privacy o informazioni provenienti da organismi stranieri senza la loro preventiva autorizzazione (fr. 178). Il Sottosegretario Minniti ha assicurato particolare attenzione per le richieste di declassifica rivolte a organismi stranieri, generalmente poco inclini ad autorizzarla (fr. 185).

Il versamento della documentazione declassificata ha interessato inizialmente il Dipartimento di informazione per la sicurezza (DIS) e, successivamente, l’Archivio centrale dello Stato, anche a causa della cronica carenza di spazi che affligge la rete archivistica nazionale (fr. 201, 209). Sono stati versati oltre 500 atti, più 474 di servizi esteri per i quali era necessario il consenso degli enti originatori (fr. 184).

Il Superclan e la scuola di lingue Hypérion: struttura e attività

L’indagine della Commissione si è concentrata sul cosiddetto Superclan (o “La Ditta”), un gruppo nato da una scissione con le prime Brigate Rosse, e sulla scuola di lingue Hypérion, da essa promossa a Parigi nel 1976 (fr. 3196, 3223). Tra i fondatori e principali esponenti vi erano Corrado Simioni, Duccio Berio, Vanni Mulinaris e Françoise Tuscher (fr. 3394, 3396).

Elementi peculiari e criticità investigative

Audizioni su Gladio e strutture clandestine

Dalle audizioni di ex appartenenti a servizi e reparti speciali (come il generale Inzerilli e l’ammiraglio Tombolini) è emerso che la struttura Stay-behind (Gladio) non fu attivata durante il sequestro Moro, ma fu solo “sensibilizzata” per segnalare movimenti sospetti (fr. 4997, 5001). È stato affermato che l’allora Presidente del Consiglio Aldo Moro, “in teoria”, non doveva essere a conoscenza dell’esistenza di Gladio (fr. 5003). Sono state inoltre evidenziate le difficoltà incontrate nell’acquisire informazioni specifiche, come i nomi dei superiori o dei comandanti, durante le audizioni (fr. 5050).


6 L’arresto di Morucci e Faranda, il covo di viale Giulio Cesare e le relative indagini

L’arresto del 29 maggio 1979 e il covo di viale Giulio Cesare Il 29 maggio 1979, Valerio Morucci e Adriana Faranda, esponenti di spicco dell’area “romana” delle Brigate Rosse in dialettica con il comitato esecutivo guidato da Mario Moretti (3539), furono arrestati nell’appartamento di viale Giulio Cesare n. 47 a Roma, di proprietà di Giuliana Conforto (5218, 2456). La scoperta del covo fu resa possibile da una segnalazione pervenuta alle forze dell’ordine.

Le fonti informative e il ruolo della società AutoCia Le indagini hanno identificato una fonte primaria nei gestori di un autosalone in zona Portuense, la società AutoCia srl (2455, 3809). * La fonte di Mainardi: Il maresciallo Nicola Mainardi ha riferito di aver ricevuto l’indicazione del rifugio da Dario Bozzetti, uno dei titolari dell’autosalone. Bozzetti, temendo accuse di favoreggiamento, si offrì di creare le condizioni per un pedinamento di Morucci (2456, 3652, 3809). Un altro socio, Olindo Andreini, era un’antica conoscenza di Morucci, che frequentava l’autosalone (2461, 3825). * Riscontri materiali: Presso il covo di viale Giulio Cesare furono rinvenuti documenti di circolazione di automobili e contrassegni assicurativi in bianco riconducibili alle attività della AutoCia (3832, 5273). È documentato che Adriana Faranda acquistò due autovetture presso questo autosalone nel 1976 e 1977 (3830). * Trattativa e contropartite: La concessione di un passaporto a Dario Bozzetti pochi giorni dopo l’arresto, nonostante una diffida del Questore, è stata interpretata come una possibile contropartita per la sua collaborazione (3825, 3811).

L’attivazione parallela della DIGOS e le informazioni su Giorgio Conforto Accanto alla pista AutoCia, emerge l’attivazione indipendente della DIGOS. Un’informativa del 30 maggio 1979, firmata dal funzionario Ansoino Andreassi, faceva riferimento a “notizie riservatissime” sulla base delle quali si procedette a un accurato vaglio di persone nella zona Prati già note come appartenenti all’ultrasinistra (5277, 3747, 3866, 5276). Elementi suggeriscono una conoscenza autonoma del covo da parte della DIGOS, che sembrava già a conoscenza dell’appartamento di Giuliana Conforto (3868, 3865). La vicenda assume una dimensione più complessa per il ruolo del padre di Giuliana, Giorgio Conforto, identificato come agente del KGB noto ai Servizi italiani già prima dell’arresto (4373, 5218). L’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga affermò che fu proprio Giorgio Conforto a denunciare il covo “per difendere il Partito comunista italiano da accuse di collusione con le Brigate rosse” (5194, 3792). Tuttavia, questa tesi va valutata alla luce della militanza di Conforto in ambienti estremisti e filosovietici piuttosto che nel PCI (3947). Rimane inspiegabile la mancata investigazione su Giorgio Conforto nonostante la sua notoria attività di spionaggio (4373).

Ipotesi di un arresto negoziato La compresenza di diverse fonti informative, il trattamento di favore riservato a Giuliana Conforto (imputata ma non condannata per favoreggiamento) (3851) e le circostanze anomale hanno portato a ipotizzare che l’arresto possa essere stato in qualche modo “negoziato” (7423, 3969). La negoziazione potrebbe essere avvenuta: * Con Morucci e Faranda stessi, i quali in quella fase si trovavano in un vicolo cieco dopo la fuoriuscita dalle BR e il fallimento del tentativo di creare un movimento armato autonomo (7372, 2473). * Attraverso Giorgio Conforto, secondo la tesi di Cossiga (5194). * Con una compartecipazione di entrambe le parti (3678).

I rapporti con l’area di “Metropoli” e la fuoriuscita dalle BR L’arresto si inserisce nel contesto della fuoriuscita di Morucci e Faranda dalle Brigate Rosse e del loro tentativo di costruire un autonomo movimento terrorista (Movimento comunista rivoluzionario) in contatto con l’area di ex Potere Operaio riunita attorno a Franco Piperno e Lanfranco Pace, che diede vita alle riviste “Metropoli” e “Pre-Print” (3652, 5230, 2510). Il supporto offerto da Pace e Piperno a Morucci e Faranda nei primi mesi del 1979 non appare come un semplice aiuto materiale, ma potrebbe essere legato a una prospettiva di fuoriuscita dal brigatismo o di espatrio (5232).

Il possibile nesso con il covo di via Gradoli Le indagini dell’epoca ipotizzarono un nesso tra il covo di viale Giulio Cesare e quello di via Gradoli (utilizzato durante il sequestro Moro). Un appunto del 6 luglio 1979 di Ansoino Andreassi segnalava, sulla base di “fonti confidenziali diverse e non in contatto fra loro”, una possibile correlazione tra le due proprietarie, Luciana Bozzi (via Gradoli) e Giuliana Conforto (viale Giulio Cesare) (3957, 5271). Entrambi gli ambienti erano vicini, per opzioni ideologiche, a Franco Piperno e Lanfranco Pace (3973).


7 Indagini su Armi, ’Ndrangheta e Collegamenti con il Caso Moro

Costituzione e Attività della Commissione La Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro (XXIII legislatura) è stata istituita con legge 30 maggio 2014, n. La sua costituzione si è perfezionata con l’elezione del presidente Giuseppe Fioroni e dei componenti l’Ufficio di presidenza (fr. 65). Sino al dicembre 2017, la Commissione si è avvalsa di ventisei incarichi di collaborazione a titolo gratuito, tra cui ufficiali di collegamento con le forze di polizia, magistrati ed esperti (fr. 4427, 1887, 76). L’attività si è svolta in stretta collaborazione con le Procure di Roma e Reggio Calabria, titolari di indagini sul caso Moro e su un possibile ruolo della ’ndrangheta (fr. 4441, 1905, 98).

Il Traffico d’Armi del 1977 e i Collegamenti con la Criminalità Organizzata Un filone d’indagine significativo ha riguardato le investigazioni su un traffico internazionale di armi emerso nel * L’Avvio delle Indagini: Formalmente, l’indagine iniziò il 29 gennaio 1977, quando il Nucleo investigativo dei Carabinieri di Roma, con un rapporto a firma del tenente colonnello Antonio Cornacchia, segnalò alla Procura di Roma contatti tra Luigi Guardigli e elementi dei clan mafiosi calabresi D’Agostino e De Stefano, interessati a procurare “materiale tecnico (microspia e radioricetrasmittente)” (fr. 1268, 4029, 4179). * La Figura di Luigi Guardigli: Guardigli, titolare della società RA.CO.IN. impegnata in import-export, fu il principale indagato. Le intercettazioni evidenziarono suoi contatti con esponenti della criminalità organizzata calabrese e sospetti di traffico internazionale di armi (fr. 1270, 4030, 4007). * Soggetti Chiave nell’Inchiesta: Dall’inchiesta emersero figure legate a doppio filo con la criminalità organizzata e ambienti oscuri: * Tullio Olivetti: Proprietario di un bar all’angolo di via Fani, fu indicato da Guardigli come un contatto per traffici d’armi, valuta falsa e con “alte aderenze politiche”, incluso un rapporto con Maria Cecilia Gronchi, figlia dell’ex Presidente della Repubblica (fr. 1273, 4008, 1238). La Commissione ha rilevato come Olivetti, nonostante le evidenze, fu precocemente “rimosso” dall’inchiesta (fr. 3999). * Aldo Pascucci: Presentato come colui che fece da tramite tra Guardigli, Olivetti e Vinicio Avegnano, nonché con esponenti della criminalità come Frank Coppola e Giorgio De Stefano (fr. 4102, 4104, 4125). * Giorgio De Stefano: Esponente di spicco dell’omonimo clan, trattò direttamente con Guardigli l’acquisto di armi e microspie, come confermato da intercettazioni e dallo stesso Guardigli in audizione (fr. 4191, 4192, 4195). * Frank Coppola: Noto mafioso, fu indicato da Guardigli come presente in un incontro nella villa di Pascucci, sebbene quest’ultimo abbia successivamente ritrattato (fr. 1275, 4133, 4134, 4228).

Tullio Olivetti, il Bar di via Fani e le Omissioni Investigative La figura di Tullio Olivetti e il suo bar, situato nel luogo dell’agguato, sono stati oggetto di approfondimento. Oltre ai suoi traffici, è emerso che il bar era amministrato da una società il cui consiglio includeva Maria Cecilia Gronchi (fr. 1238). La Commissione ha evidenziato con particolare risalto la gravità di non aver indagato a fondo su questo soggetto e sul suo locale, considerato che “accendere i riflettori su questo locale avrebbe infatti fatto riemergere una vicenda di traffico di armi, che coinvolgeva soggetti appartenenti alla ’ndrangheta” e che le armi in questione “erano utilizzabili sia dalla criminalità organizzata che dalle Brigate Rosse” (fr. 3191). Questa omissione investigativa è stata giudicata grave a prescindere dall’esito degli accertamenti su un nesso diretto con il caso Moro (fr. 1788).

L’Ipotesi del Coinvolgimento della ’Ndrangheta nel Sequestro Moro La Commissione ha dedicato attenzione all’ipotesi di un coinvolgimento di elementi della ’ndrangheta nel sequestro. * Le Dichiarazioni di Saverio Morabito: Il collaboratore di giustizia Saverio Morabito riferì di aver appreso da altri criminali (Domenico Papalia e Paolo Sergi) che il ’ndranghetista Antonio Nirta, detto “Due nasi”, avrebbe partecipato al sequestro Moro. Nirta era descritto come massone, di estrema destra, legato alla famiglia De Stefano e al colonnello dei Carabinieri Francesco Delfino (fr. 4208, 4214, 4227, 1102). * Antonio Nirta: Le indagini della Commissione hanno cercato di verificare la presenza di Nirta in via Fani attraverso l’acquisizione di immagini fotografiche e l’analisi delle sue relazioni, in particolare con i De Stefano e con Delfino, anche alla luce del coinvolgimento di Giorgio De Stefano nel traffico d’armi del 1977 (fr. 4309, 4206, 4253, 4336). Il procedimento penale a suo carico per questi fatti fu tuttavia archiviato nel 1996 (fr. 4335). * Altre Testimonianze: Raffaele Cutolo, audito in carcere, dichiarò di aver appreso di contatti tra BR e ’ndrangheta per il reperimento di armi in relazione al sequestro Moro (fr. 1110). Vincenzo Vinciguerra riferì invece di un tentativo, tramite l’onorevole Benito Cazora e il ’ndranghetista Francesco Varone, di ottenere dalla criminalità organizzata informazioni sul covo di Moro (fr. 477, 1324).

I Brigatisti Lojacono e Casimirri: Profili ed Epatrio La Commissione ha approfondito i profili di due brigatisti la cui partecipazione all’agguato di via Fani è emersa con certezza solo in sede processuale. * Alvaro Lojacono: La sentenza del processo Moro-ter affermò con certezza la sua partecipazione all’operazione di via Fani, assieme ad Alessio Casimirri (fr. 6125, 5614). Riuscì a espatriare in Svizzera e poi in Algeria, anche grazie a contatti del padre nel PCI. L’estradizione e l’esecuzione della pena in Svizzera non ebbero successo (fr. 6112, 257, 258). * Alessio Casimirri: La sua latitanza si protrasse in Nicaragua, dove assunse la falsa identità di “Guido Di Giambattista”, contrasse matrimonio con una cittadina locale e ebbe un figlio (fr. 6372, 6131, 6347, 6267). Le autorità nicaraguensi negarono sempre l’estradizione e la possibilità di scontare la pena in loco (fr. 254). La datazione del suo espatrio rimane incerta, ma è certo che si trovasse in Nicaragua almeno dal dicembre 1983 (fr. 6455).

Contraddizioni e Ambiguità nelle Indagini Originali Il resoconto evidenzia diverse criticità e contraddizioni nelle indagini svolte nel * Svolta e Ritrattazione di Guardigli: Dopo aver inizialmente confermato i traffici e gli incontri con personaggi come Coppola e De Stefano, Guardigli ritrattò tutto, affermando di essersi inventato la storia per entrare nei servizi di sicurezza. Dichiarò che la ritrattazione fu provocata da minacce ricevute da personaggi legati al clan De Stefano (fr. 1295, 4196, 4068). * Divergenze tra Pubblico Ministero e Giudice Istruttore: Il PM Giancarlo Armati riteneva credibili le prime dichiarazioni di Guardigli, mentre il Giudice Istruttore Ettore Torri lo considerava un mitomane, affidandosi anche a una perizia di Aldo Semerari e Franco Ferracuti che definì Guardigli tale. L’inchiesta si concluse con condanne minori per Guardigli e l’assoluzione degli altri imputati (fr. 2183, 1298, 4043). * Assenza di Riferimenti alla Massoneria: Nonostante i rumors sulla stampa, negli atti processuali non sono emersi espliciti richiami a un coinvolgimento di ambienti massonici nel traffico d’armi, un aspetto che la Commissione ha rilevato come da chiarire (fr. 1341).


8 Quadro delle Commissioni Parlamentari e Acquisizione Documentale

Il presente resoconto organizza le informazioni fornite, raggruppandole per temi principali emersi in sede di audizioni e acquisizioni documentali da parte delle Commissioni parlamentari di inchiesta.

La vicenda del rapimento e dell’omicidio di Aldo Moro è stata oggetto di indagine da parte di numerose Commissioni parlamentari di inchiesta, i cui atti costituiscono un punto di riferimento fondamentale “per l’attività della Commissione, che tuttavia non ritiene di poterne accogliere gli esiti senza preventivamente sottoporli ad un’attenta revisione critica” (ID 90). Sono state menzionate, con i relativi riferimenti normativi: * La Commissione sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e sul terrorismo in Italia (VIII Legislatura). * La Commissione monocamerale sui risultati della lotta al terrorismo e sulle cause che hanno impedito l’individuazione dei responsabili delle stragi (IX Legislatura). * La Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi (Commissione Stragi, X, XI, XII, XIII Legislatura). * La Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (VIII e IX Legislatura). * La Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV Legislatura). La documentazione prodotta o acquisita da questi organismi è stata integralmente acquisita (ID 125, ID 1895). È stato inoltre stabilito un preciso “regime di divulgazione degli atti” che distingue tra atti segreti, riservati e liberi (ID 82, ID 1890).

La Figura di Giorgio Conforto e i Sospetti di Intelligence

Un aspetto peculiare emerso dalle indagini riguarda la figura di Giorgio Conforto e i suoi legami con la figlia Giuliana, che ospitò i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda durante la loro latitanza. * Agente del KGB: Giorgio Conforto, indicato con il nome in codice “Dario”, è emerso dal cosiddetto dossier Mitrokhin come “uno dei più importanti informatori di cui il KGB avesse avuto la disponibilità nel nostro Paese” (ID 3932). Tale ruolo era peraltro noto ai servizi di intelligence italiani e americani già dagli anni ’70 (ID 5302, ID 3752). * Ipotesi di Reimpiego: Note dei servizi (SISMI/SID) ipotizzavano che Conforto, “bruciato come agente informatore sovietico”, potesse essere stato riconvertito dal KGB come “agente d’influenza” per compiti di “infiltrazione negli ambienti diplomatici dei Paesi satelliti ed allineati; penetrazione nei movimenti extraparlamentari di estrema sinistra, per la raccolta di umori, commenti e propensioni; influenza e penetrazione nell’ambito del partito in cui milita” (ID 5312, ID 3776, ID 5308, ID 3949). Queste informazioni, sebbene circolanti tra i servizi, non furono trasmesse ufficialmente all’autorità giudiziaria (ID 3770). * Difesa Legale: Si segnala la circostanza che Giorgio Conforto scelse per la figlia l’avvocato Alfonso Cascone, descritto come “militante a lungo in formazioni della sinistra extraparlamentare” e indicato come “fonte confidenziale dell’Ufficio affari riservati del Ministero dell’interno” (ID 5354).

Criticità e Piste Investigative sul Sequestro Moro

Dalle audizioni sono emerse numerose criticità nelle indagini e piste investigative alternative o non completamente chiarite. * Il Luogo di Prigionia: L’appartamento di via Montalcini, intestato ad Anna Laura Braghetti, è indicato come l’unico luogo di detenzione di Aldo Moro (ID 511, ID 6888). Tuttavia, sono state rilevate diverse incongruenze: le dimensioni ridotte della “prigione” sono state giudicate incompatibili con le condizioni toniche del corpo di Moro al ritrovamento; si è registrato un ritardo nella perquisizione dell’appartamento nonostante una segnalazione fosse pervenuta a luglio, mentre l’irruzione avvenne solo il 4 ottobre 1978 (ID 335). * Il Memoriale di Moro e il Materiale di Via Monte Nevoso: Sono stati sollevati dubbi sulla distruzione degli originali del memoriale e sulla possibilità che ne esistessero più copie (ID 4660). Il ritrovamento del materiale nel covo di via Monte Nevoso a Milano nel 1978 presenta zone d’ombra, tra cui la mancata individuazione iniziale di un nascondiglio dietro un pannello (ID 579) e dichiarazioni contrastanti sulle modalità della scoperta (ID 295). La Commissione Stragi ha inviato tutto il materiale acquisito sulla vicenda alla Procura di Roma, che ha poi archiviato il fascicolo (ID 300). * La Pista Fiorentina e la Figura di Senzani: È stata approfondita la cosiddetta “pista fiorentina”, riguardante i collegamenti tra la gestione del rapimento, il comitato esecutivo delle BR che si riuniva a Firenze e la figura di Giovanni Senzani, descritto come “figura ambigua, che poteva svolgere un duplice ruolo, in seno alle Brigate Rosse e quale supporto informativo alle forze di polizia” (ID 456). Tuttavia, un magistrato audito ha escluso, sulla base delle sue conoscenze, contatti tra Senzani e il comitato toscano delle BR (ID 458). * Il Ruolo di Mario Moretti: Sono state espresse opinioni contrastanti su Mario Moretti. Da un lato, è stato definito un “personaggio chiave” che “a differenza del gruppo storico, riuscì ripetutamente a sfuggire all’arresto” e, secondo alcuni, “era protetto dai servizi segreti” (ID 313). Altri hanno avanzato l’ipotesi che fosse “condizionato, manovrato e protetto” e che abbia potuto svolgere un ruolo di informatore (ID 320). * Il Ruolo dei Servizi e del Consulente Americano Pieczenik: È stato evidenziato il ruolo dell’esperto statunitense Steve Pieczenik, il cui operato, volto a “contrastare la strategia delle BR” prevedeva, tra l’altro, di “ridurre l’attenzione della stampa sul caso Moro e mostrare che lo statista sequestrato non era indispensabile, svalutandone la figura” (ID 312). La sua posizione è stata poi definita con una richiesta di archiviazione (ID 669). Sono state inoltre segnalate la mancata consegna dei verbali delle riunioni del CIS, del CESIS e dei comitati di crisi, e lo scioglimento dell’Ispettorato antiterrorismo della Polizia nel gennaio 1978 (ID 335).

Il “Memoriale Morucci” e le Dichiarazioni dei Brigatisti

Una fonte controversa è costituita dal cosiddetto “memoriale Morucci”, un elaborato consegnato nel 1990 al Presidente della Repubblica Cossiga tramite suor Teresilla Barillà (ID 5641, ID 5531). * Origini e Contenuti: Il testo, presentato come una riflessione comune di Morucci e Faranda ma redatto da Morucci, ha una genesi complessa. Una “Premessa” era già stata depositata nel 1984 nel procedimento “Metropoli” (ID 5485, ID 5495). Le dichiarazioni rese dai due brigatisti in sede giudiziaria a partire dall’estate del 1984, in cui ricostruivano la vicenda indicando i brigatisti con numeri, costituiscono una parte consistente del memoriale (ID 5550). Lo stesso Morucci, in sede di audizione, ha mostrato un atteggiamento reticente, dichiarando più volte di non voler rispondere a quesiti già affrontati in passato (ID 4514). * Perplessità e Utilizzo: Sono state espresse perplessità sul memoriale, incluso un dubbio dello stesso Morucci in merito al ritrovamento di documenti dietro un pannello in via Monte Nevoso (ID 5711). L’audita Adriana Faranda ha dichiarato di essersi disinteressata del testo dopo averlo consegnato (ID 4651).

Altre Piste e Tematiche Rilevanti


9 Relazioni tra intelligence italiana, movimenti palestinesi e Brigate Rosse durante il sequestro Moro

Premessa archivistica e metodologica Il patrimonio documentale oggetto di analisi è stato integralmente digitalizzato e indicizzato a cura del personale del Nucleo delle Commissioni parlamentari di inchiesta della Guardia di finanza, sulla base della deliberazione dell’Ufficio di presidenza integrato dai rappresentanti dei gruppi del 21 ottobre 2014 (riferimenti: 4447, 1922, 120).

Le segnalazioni preventive su un’operazione terroristica in Italia Il 17 febbraio 1978, il colonnello Stefano Giovannone, Capocentro del SISMI a Beirut, segnalò che il suo interlocutore del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) di George Habash lo aveva “vivamente consigliatomi non allontanarmi Beirut, in considerazione eventualità dovermi urgentemente contattare per informazioni riguardanti operazione terroristica di notevole portata programmata asseritamente da terroristi europei, che potrebbe coinvolgere nostro Paese” (2781, 1439, 5947). L’interlocutore assicurò che l’FPLP avrebbe operato “in attuazione confermati impegni miranti ad escludere nostro Paese da piani terroristici genere” (2782, 1440, 5948). Questo impegno è noto come “lodo Moro” (714).

L’attivazione palestinese durante il sequestro e i tentativi di contatto A sequestro avvenuto, i vertici dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si attivarono per supportare le ricerche: * Il 18 marzo, Abu Hol, responsabile della sicurezza OLP, assicurò che Arafat sarebbe stato immediatamente informato per contattare Habash e altri esponenti, considerando il sequestro un “atto di ostilità” (2918). * Farouk Kaddumi, per mezzo di Nemr Hammadi (rappresentante OLP a Roma), fece pervenire al ministro Cossiga “rinnovata assicurazione resistenza palestinese circa ricerca in atto” e che “Saleh”, un dirigente di prestigio, stava operando per stabilire un contatto anche con Wadi Haddad a Baghdad (2924, 5831). * Il 24 aprile, Giovannone comunicò che era stata “concordata positiva immediata azione vertici O.L.P. che habent già raccolto qualche utile elemento per stabilire contatti noti interlocutori” (2944, 6018). * Il rappresentante OLP a Roma, Nemr Hammadi, chiese di essere ricevuto da Cossiga per illustrare la posizione dell’OLP sulle BR e proporre una “forma di collaborazione permanente tra i servizi di sicurezza palestinesi e quelli italiani” (2947, 2968, 6058).

Le evidenze di collegamenti tra Brigate Rosse e movimenti palestinesi La documentazione indica l’esistenza di rapporti tra le BR e gruppi palestinesi, in particolare l’FPLP: * Informazioni pregresse (1974-1975): Una nota SID del 12 febbraio 1975 segnalava contatti tra le BR, l’IRA e estremisti palestinesi legati ad “Abu Ayad” (Salah Khalaf) e George Habash (5869). Una riunione segreta a Beirut, alla quale avrebbero partecipato anche quattro italiani, fu segnalata per il 15 febbraio 1975 (5873, 5883). * Iniziativa delle BR durante il sequestro Moro: Il 21 giugno 1978, Giovannone riferì che “le Brigate Rosse italiane avrebbero fatto pervenire in questi giorni personalmente at George Habbash, leader del Fplp, copia dichiarazioni rese da Onorevole Moro corso interrogatori subiti durante prigionia… si ritiene che iniziativa miri ristabilire rapporto ufficiale collaborazione et assistenza su piano anche operativo, asseritamente venuto meno ultimo biennio” (3071, 5841, 6093). Tra i documenti trasmessi vi sarebbero state parti relative agli accordi tra servizi segreti NATO e israeliani per operare in Italia e all’assassinio del rappresentante di Al Fatah Wael Zwaiter (5844, 3073).

Il ruolo del Fronte Popolare (FPLP) e dei gruppi estremisti L’FPLP, guidato da George Habash, si configura come uno snodo cruciale tra l’OLP, i servizi segreti dell’Est, e gruppi terroristici come quelli di Wadi Haddad, Abu Nidal e Carlos (6109, 5857, 5828). Bassam Abu Sharif, portavoce dell’FPLP, ha successivamente ribadito l’impegno del Fronte a escludere l’Italia dai suoi piani, pur ammettendo rapporti con le BR e altri gruppi europei esclusivamente per la lotta in Palestina (5114, 5116, 5812). Tuttavia, l’OLP non era in grado di garantire pienamente gli impegni assunti a causa della natura composita della galassia palestinese (6109).

La fonte della Guardia di Finanza sulla localizzazione del covo Il 17 marzo 1978, una “fonte confidenziale degna di fede” della Guardia di Finanza segnalò che Moro era detenuto nella zona “Balduina-Trionfale-Boccea”, controllato da un solo carceriere e con “larga disponibilità di cibo” (2692, 1713, 7273). Un successivo appunto del 21 marzo aggiunse che sarebbe stato presto trasferito nella “prigione del popolo” (2673, 7281).

Criticità e omissioni * Mancato approfondimento dell’allerta: Non risultano attività di approfondimento sulla segnalazione del 17 febbraio 1978 in connessione col sequestro Moro dopo la strage di via Fani (2837). * Omissioni nella trasmissione dei documenti: Il SISMI, nella redazione consegnata alla prima Commissione Moro, citò il cablogramma del 17 febbraio 1978 omettendo il passaggio relativo all’impegno dell’FPLP di escludere l’Italia dai piani terroristici (6105). * Attendibilità delle fonti: L’audizione di Bassam Abu Sharif nel 2017 ha fornito una versione dei fatti che, se da un lato conferma l’esistenza di rapporti, dall’altro tende a minimizzare la portata operativa dei legami tra FPLP e BR (5096, 5107, 5117).


10 Indagini relative a via Fracchia e al contesto del sequestro Moro

L’irruzione in via Fracchia e la gestione del materiale sequestrato

L’operazione dei Carabinieri nel covo di via Fracchia a Genova, avvenuta il 28 marzo 1980, fu parte di un’azione coordinata su più città del Nord Italia dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, basata sulle informazioni del collaboratore di giustizia Patrizio Peci. * Secondo il rapporto ufficiale, l’irruzione avvenne alle 4:30, ma una telefonata anonima al direttore del “Corriere Mercantile” Mimmo Angeli alle 00 della notte attesterebbe che i fatti d’arme si svolsero in realtà in anticipo (7129, 7130, 7133). * Nell’appartamento, occupato da Annamaria Ludmann, furono uccisi quattro brigatisti, tra cui Riccardo Dura, e rimase ferito il maresciallo Benà (7095, 7001). * Il verbale di sequestro elenca 753 reperti, descritti come un “tesoro” investigativo per la pregressa inviolabilità della rete logistica genovese (7012). Tuttavia, l’accesso a questo materiale, in particolare ai documenti rinvenuti, fu circoscritto. Il magistrato Luigi Carli, pur incaricato di redigere le conclusioni del P.M., dichiarò di non aver mai avuto a disposizione il materiale sequestrato, ma solo il fascicolo sulla dinamica dell’azione, lavorando “esclusivamente” su quegli atti (4833, 7161). * Il procuratore Antonino Squadrito e il procuratore aggiunto Luigi Francesco Meloni mantennero l’esclusivo possesso dei documenti di via Fracchia, secondo la testimonianza di un audito (4828). Carli affermò di essere stato messo in guardia dallo stesso Squadrito sulla natura “scottante” della vicenda, con riferimento a interessi dei servizi segreti (7170).

I documenti di Aldo Moro e gli scavi nel giardino

Un tema ricorrente concerne il possibile rinvenimento di scritti di Aldo Moro nel covo e le operazioni di scavo nel giardino. * Il dottor Carli apprese dall’ex compagna di Peci, Maria Giovanna Massa, del ritrovamento di “materiale eccezionale” e, in seguito, ebbe conferma dai magistrati torinesi Caselli, Laudi, Maddalena e Miletto dell’esistenza di tali manoscritti (4834, 7164, 7172). Tuttavia, quando chiese delucidazioni a Squadrito e Meloni, non ricevette risposte nel merito, ma gli fu detto che se ne occupavano “altri” (7168). * Il P.M. di turno, Filippo Maffeo, giunto sul posto intorno alle 6:45, notò in giardino uno scavo “largo oltre un metro”, non molto profondo, tale da poter contenere alcune valigie (7139, 7143). L’allora capitano Michele Riccio, comandante della sezione anticrimine, confermò di aver fatto eseguire scavi, rinvenendo solo volantini e risoluzioni strategiche in sacchi di plastica, ma nulla riguardante Moro (4730). * Il magistrato Carli, invece, dichiarò di non essere mai stato informato né degli scavi né del rinvenimento di sacchi con la scritta “da interrare” (7160). La questione degli scavi e del loro tempismo ha generato criticità nella ricostruzione cronologica degli eventi (7124).

Il ruolo della Colonna Genovese e i collegamenti con il sequestro Moro

Sono emersi elementi sul profilo della colonna genovese delle BR e su possibili suoi legami con la vicenda Moro. * Riccardo Dura, ucciso a via Fracchia, era un elemento di punta, molto preparato militarmente, ma non godeva della piena fiducia di Mario Moretti. Si distinse per aver ucciso, di propria iniziativa, Guido Rossa, anziché solo ferirlo come stabilito (4723, 4721). * Secondo una dichiarazione resa al primo processo Moro, l’audito Enrico Fenzi era convinto della partecipazione di Dura e di un altro brigatista, Nicolotti, all’agguato di via Fani. Per Dura, la convinzione derivava da discorsi tra detenuti a Palmi all’epoca della sua morte (4573, 6985). * La colonna genovese, guidata da Rocco Micaletto, era considerata la più intransigente riguardo alla necessità di uccidere Moro, posizione che potrebbe aver causato attriti con la colonna romana (3643, 6983, 4722).

La collaborazione di Patrizio Peci e il ruolo del generale Dalla Chiesa

La collaborazione di Patrizio Peci fu determinante per le operazioni del 28 marzo * Il maresciallo Angelo Incandela colse i primi segni di “cedimento” di Peci. Una volta maturata la decisione di collaborare, fu organizzato un finto trasferimento per metterlo in contatto con il generale Dalla Chiesa e i magistrati di Torino (6499, 7189). * Dalla Chiesa insistette per un’azione simultanea a Genova e Torino per evitare che la notizia degli arresti a Torino vanificasse la sorpresa a Genova, in quanto la base di via Fracchia era nota a Peci (7223, 4733). * Peci, alla notizia dell’esito sanguinoso dell’irruzione di via Fracchia, entrò in crisi (7212).

Anomalie e informazioni pregresse sul sequestro Moro

Il resoconto evidenzia alcune circostanze pregresse e informazioni che hanno caratterizzato le indagini sul sequestro. * L’annuncio di Radio Città Futura: Il 16 marzo 1978, l’emittente radiofonica, secondo diverse fonti, avrebbe preannunciato il rapimento di Moro con circa tre quarti d’ora di anticipo. La notizia circolò negli ambienti della DIGOS di Roma, sebbene l’argomento fosse trattato con grande cautela e imbarazzo (1348, 1402, 1414, 1417, 57). * Il contesto pre-sequestro: Sono state ricordate una serie di circostanze che precedettero il rapimento, tra cui: lo scioglimento del Nucleo antiterrorismo di Dalla Chiesa e del Servizio antiterrorismo della Polizia; articoli allarmistici di Mino Pecorelli; la mancata assegnazione di un’auto blindata a Moro; la presenza di auto riconducibili ai servizi in via Fani (310, 64). * La pista dei falsi e i collegamenti con i servizi: Nell’ambito delle indagini sull’omicidio del falsario Chichiarelli, autore del falso comunico n. 7 delle BR, emerse che il suo ambiente era fortemente intessuto di correlazioni con soggetti dei servizi. Il magistrato Francesco Monastero ritenne che Chichiarelli non avesse la capacità di operare da solo in certe “situazioni particolari” e che dietro di lui potesse esserci una “logica di eterodirezione” riconducibile ad “apparati istituzionali” (462, 533).

Peculiarità e criticità segnalate: * Disallineamento cronologico: Esistono versioni contrastanti sull’orario dell’irruzione (tra le 00 e le 4:30) e sull’ingresso all’ospedale del maresciallo ferito, che creano criticità nella ricostruzione temporale (7129, 7102, 7045). * Gestione riservata del materiale: Il materiale sequestrato in via Fracchia, potenzialmente di enorme rilevanza, non fu messo a disposizione di tutti i magistrati coinvolti, generando sospetti e omogeneità di versioni tra i diversi attori istituzionali (4833, 7161, 7168). * Informazioni premonitrici: L’annuncio del rapimento da parte di Radio Città Futura, se veritiero, rappresenta un elemento di grande rilevanza, rimasto in gran parte inesplorato o trattato con estremo riserbo dalle autorità dell’epoca (1348, 1402).


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