Christoph Scheiner - Rosa Ursina - 1626/30 | L
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[1.1-255-1522|1776]
1 Citazioni dei Padri della Chiesa e teologi sulla natura del cielo
Obiezioni e autorità a sostegno della natura corruttibile e liquida del cielo.
Il testo presenta una serie di obiezioni contro l’incorruttibilità del cielo, come il fatto che a occhio nudo non si vedano macchie sul Sole (fr:1524), e che l’occhio libero non sopporti l’aspetto del Sole (fr:1525). Segue un’ampia raccolta di autorità a sostegno della corruttibilità del cielo e dei corpi celesti. Secondo san Giovanni Crisostomo, tutti i corpi del mondo sono corruttibili (fr:1533). San Basilio afferma che il Sole e il Cielo sono corruttibili (fr:1536), posizione condivisa da sant’Ambrogio riguardo a Sole, stelle e Cielo (fr:1538), e da san Girolamo per Sole, astri e Cielo (fr:1539). A questa dottrina aderiscono anche sant’Ilario (fr:1541), sant’Epifanio (fr:1543), sant’Efrem (fr:1543), sant’Ireneo (fr:1545), san Cirillo Alessandrino (fr:1547), san Giovanni Damasceno (fr:1548) e sant’Agostino (fr:1551). Anche san Gregorio Magno concorda per un cielo corruttibile (fr:1559). Tra i teologi moderni, si citano a sostegno Alfonso Salmerone (fr:1572), Maldonato (fr:1583) e molti altri, come Becano e de la Cerda (fr:1600, fr:1601).
Un’altra sezione difende la natura liquida del cielo. Si riportano autorità dalla Sacra Scrittura (fr:1607) e dai Padri della Chiesa, tra cui nuovamente sant’Agostino (fr:1610), san Basilio (fr:1613) e sant’Ambrogio (fr:1615), seguiti da altri Dottori come san Giovanni Damasceno (fr:1623), san Giovanni Crisostomo (fr:1625) e san Bonaventura (fr:1632). Viene discussa la questione se i luminari siano posti nello stesso luogo continuo del cielo (fr:1634), concludendo che sono in più orbite ma in un unico corpo continuo chiamato firmamento (fr:1637). Si aggiungono autorità di teologi neoterici, filosofi e fisiologi (fr:1645), come il cardinale Bellarmino (fr:1646) e Federico Cesi (fr:1647). Il cardinale Bellarmino, nel suo De ascensione mentis in Deum, argomenta a favore di un cielo liquido dalla considerazione del Sole (fr:1651) e anche di un cielo igneo (fr:1653). Altre prove della liquidità sono desunte da argomenti ottici, dall’apparente disuguaglianza della Luna (fr:1668), dalla testa delle comete sopralunari (fr:1670) e dal moto di Marte, antico abitante del cielo solare (fr:1674).
Infine, si riportano autorità di filosofi antichi, come Seneca (fr:1682), e di astronomi, tra cui Claudio Tolomeo (fr:1687), Vitruvio (fr:1687), Igino (fr:1688), Arato (fr:1689), Manilio (fr:1690), Marziano Capella (fr:1692) e Niccolò Copernico (fr:1695). Si osserva che nuovi fenomeni celesti rendono dubbie le antiche ipotesi (fr:1699) e che la materia del cielo è la stessa di quella degli elementi sublunari (fr:1700). Il libro si conclude rispondendo alle obiezioni contro un cielo fluido, come quella derivante dal nome “firmamento” (fr:1706), e fornendo un epilogo e un indice degli autori citati.
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[2.1-41-1802|1842]
2 Elenco di autori e personaggi storici citati
Una serie di nomi, prevalentemente religiosi e studiosi, con titoli e provenienze.
Il blocco presenta un elenco di nomi di persone, spesso accompagnati da titoli, epiteti o indicazioni di provenienza. La maggior parte sono figure religiose (santi, cardinali, monaci) o studiosi. Tra i nomi ricorrenti ci sono vari “Ioannes/Ioannes” (Giovanni) e “S.” (San/Santo). Alcuni sono identificati con riferimenti a opere o cariche, come “D. N. Vrbani Octaui ab intimo Cubiculo, & ſacri Carad.” - (fr:1805) o “Ioannes Faber S. D. N. ab herbariis.” - (fr:1810). Compaiono anche autori classici e filosofi, ad esempio “Lucretius.” - (fr:1825) e “Lytanus.” - (fr:1829). L’elenco include infine riferimenti a testi o ruoli generici, come “Magiſier ſententiarum.” - (fr:1831).
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[3.1-1114-1990|3103]
3 La difesa di Apelle contro le accuse di plagio del Censore
Il Censore, nella sua opera, attacca esplicitamente e unicamente Apelle, accusandolo di aver usurpato le sue scoperte sulle macchie solari.
Il Censore, nella sua Historia sulle macchie solari, concentra tutte le sue critiche e le sue lamentele unicamente contro Apelle, accusandolo di aver prodotto opinioni ridicole e impossibili, e di essersi appropriato indebitamente della gloria della prima osservazione. “nomeni materia Censor in specie, ex professo, atque nominatim in sua Historia neminem persequitur praeter Apellem” - (fr:1991). L’intera disputa sembra essere un pregiudizio personale del Censore contro Apelle, la cui pazienza ha solo fornito più materiale per gli insulti. “tota illa Trutinatoris lamentatio in Apellis gratiam, vel potius praeiudicium instituta apparet” - (fr:1999).
Apelle respinge con forza queste accuse. Egli rivendica di essere stato il primo a osservare, disegnare e pubblicare le macchie solari, a partire dal marzo 1611, utilizzando metodi da lui stesso ideati, come l’immagine solare proiettata attraverso un foro. “primum Mense Martio Sole per nebulam inspecto… animadvertissem” - (fr:2075). Le sue osservazioni, numerose e continue, furono completate e inviate a Marco Velsero prima che il Censore avesse prodotto alcunché di stabile sull’argomento. “meas observationes editas, cum suis, et aliorum a se visis, in hoc correspondissen” - (fr:2319).
Il Censore, al contrario, ammette nella sua prima epistola a Velsero (4 maggio 1612) di non aver potuto fare molte osservazioni continue e di essere ancora incerto e sospeso nel suo giudizio sul fenomeno. “materiae difficultas et quod non potui facere multas observationes continuatas, me tenuerunt, et tenent adhuc suspensum, et irresolutum” - (fr:2413). Ciò dimostra, secondo Apelle, che al momento della pubblicazione della sua Tabula, il Censore non possedeva ancora una conoscenza certa del fenomeno, e quindi Apelle non avrebbe potuto rubargli nulla. “Cum igitur Censoris intelligentia eorum cognitione caruerit, quae et quando Apelles de Maculis edidit, ab ipsa procedere non potuerunt” - (fr:2536).
Apelle confuta punto per punto l’accusa di plagio: non rubò il metodo di osservazione (la “penna” solare), poiché lo usava già da mesi prima di ricevere la lettera del Censore che lo descriveva; non rubò le macchie stesse, poiché sono un oggetto visibile a tutti; non rubò l’arte di disegnarle, che perfezionò da solo; e infine, non rubò la dottrina, poiché le sue conclusioni (sul moto, la durata, la natura delle macchie) sono in molti punti opposte a quelle sostenute dal Censore nella sua storia. “Ego dixi; Moras Macularum Solarium apparentes esse inaequales… contra hacet plenis castris progrediatur Censor” - (fr:2513).
La testimonianza di Marco Velsero e dello stesso Censore nelle sue lettere confermano che Apelle pubblicò le sue osservazioni prima di aver visto la seconda epistola del Censore. “Comparuerunt tandem secundae V. D. literae… Desiderarem supra modum, ut Apelles istam scripturam conspexisset, antequam suos ultimos discursus typis mandasset” - (fr:2654, 2657). Apelle conclude affermando la propria innocenza e l’integrità del suo lavoro, difeso dalla verità dei fatti e dalla cronologia degli eventi.
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[4.1-284-3940|4223]
4 Le opinioni di Apelle sulle macchie solari e la controversia con il Censore
Il Censore accusa Apelle di aver mutato opinione sulle macchie solari, ma le date dimostrano che Apelle scrisse le sue osservazioni prima e in modo indipendente.
Apelle, nelle sue lettere a Marco Velser, espose le sue osservazioni sulle macchie solari prima che il Censore componesse la sua opera. “col penſare verranns ancora Alui inmente quelle ogeruazioni, quelle raggioni, e quelle ſoluzioni medeſime, che hanno perſuaſo me a ſcriuere cib che ho ſcritto nella prima, e nella ſeconda lettera, e che aggiungo nella preſente.” - (fr:3940). Il Censore, nella sua terza epistola, cerca di far credere che Apelle abbia corretto le sue prime idee dopo aver letto le sue, ma la cronologia prova il contrario. “Lector, ne in fraudem inducaris: omnia ea quæ Apelles in ſuis quinque epiſtolis cõformia opinionibus Cenſoris ſcripſit, prius eſſe ſccripta, vt ex datis patet, quam Cenſor vel primam vel ſecunda uam epiſtolam compoſuit.” - (fr:3946). Infatti, Apelle completò e inviò la sua prima Tabella il 12 novembre 1611, la seconda il 19 dicembre 1611 e la terza il 26 dicembre 1611 (fr:4019-4026), mentre il Censore scrisse la sua prima lettera solo il 4 maggio 1612 (fr:4031). La sua Tabella fu quindi concepita, scritta e pubblicata prima della prima epistola del Censore (fr:4037). Anche la sua “Disquisizione più accurata” (contenente altre tre epistole) fu in gran parte scritta prima della prima lettera del Censore e pubblicata il 13 settembre 1612, prima ancora che il Censore componesse la sua seconda epistola il 14 agosto (fr:4047-4058).
Il Censore sostiene che Apelle abbia cambiato opinione, ad esempio passando dal ritenere tutte le macchie di forma sferica allo scrivere che sono raramente sferiche e spesso irregolari (fr:4167-4168). Tuttavia, il tempo intercorso tra l’epistola in cui Apelle scrisse la prima affermazione (26 dicembre 1611) e quella in cui scrisse la seconda (16 gennaio 1612) è di soli 22 giorni (fr:4173). Il Censore, usando i termini “Olim” (un tempo) e “Nunc” (ora), inganna il lettore facendo credere a un lasso di tempo molto maggiore (fr:4178). In realtà, le epistole di Apelle formano un unico lavoro continuo e in divenire, come egli stesso dichiara, rimandando spesso conclusioni definitive a osservazioni future (fr:4084-4086, 4146-4147). “Pinxit enim vnam Tabulam, neque facta eſt alia aut diuerſa tempore” - (fr:4156). Egli procedeva per indagine, senza aver ancora deciso tutto in modo assoluto (fr:4145).
Il Censore accusa Apelle di non aver osservato nella prima Tabella molti particolari che poi descrisse nella seconda (fr:4182, 4206). Questa argomentazione è fallace: il non aver scritto qualcosa non significa non averlo osservato o saputo (fr:4220). Apelle potrebbe aver mostrato quelle proprietà attraverso disegni, oppure aver scelto di non scrivere tutto subito (fr:4215-4217). Il Censore, cercando di privare Apelle del merito della priorità e di farlo apparire incoerente, si comporta da giudice ingiusto (fr:3962-3963). “Ipſe piotc:ò Apellemſimpliciter abſoluit; ſe veoro damnat” - (fr:3961). La sua comparazione è male istituita e piena di insidie per trarre in inganno il lettore (fr:4073).
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[5.1-205-4310|4514]
5 Replica alle opposizioni del Censore riguardo alle macchie solari
Il Censore attribuisce ad Apelle affermazioni che questi non ha mai fatto, specialmente riguardo alla forma sferica di tutte le macchie solari e alla loro distanza dal Sole.
Apelle non affermò mai che tutte le macchie solari fossero di figura sferica. Il Censore fraintese, mentre Apelle scrisse chiaramente: “Si per plendorẽ Solis liceret partes illarum colluſtratas à non colluſtratis diſcernere, viſuros nos plurimas circa Solem L unulas cornutas, gibbas, nouas,& fortaſſe etiam plenas” - (fr:4323). Egli descrisse anche macchie di forma non sferica, come una “longa, aut etiam tiidgula” - (fr:4326). Pertanto, è falso che Apelle abbia pensato o detto “Omnes Maculas eſſe figuræ ſphericæ” - (fr:4325, 4381). Anche se molte macchie appaiono come lunule, ciò non richiede una sfericità perfetta: “ad Lunulas coaſtituendas neqve hoc requiritur, vt figuram ſphæricam tam ſtrictè& rigide ſumamus” - (fr:4378).
Sulla distanza, il Censore interpretò male l’espressione “Subit opinari” - (fr:4393), attribuendo ad Apelle l’idea che le macchie fossero stelle erranti molto lontane dal Sole. Apelle usò invece quel termine in senso metaforico, per indicare un’ipotesi che “venit in mentem” - (fr:4406). La sua posizione effettiva era chiara: “Has Maculas à Sole non multum recedere” - (fr:4418). Non affermò mai che fossero stelle erranti a diverse distanze: “Nunquam exiſtimauit hoc Apelles” - (fr:4431).
Le opposizioni del Censore si basano quindi su una cattiva interpretazione dei testi di Apelle, che aveva esposto le sue osservazioni con la disponibilità a correggersi se in errore: “paratus à quocunque pariter edoceri ſimilique beneficio affici” - (fr:4473).
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6 Esame e confronto di lenti e telescopi
Regole pratiche per riconoscere la qualità delle lenti e la loro disposizione in uno strumento ottico.
Per giudicare la bontà di una lente convessa, si deve osservare se l’immagine di un oggetto rettilineo, vista attraverso di essa, non risulta incurvata, specialmente immediatamente prima o dopo la stazione del sito rovesciato. “Obiectum in punctum confuſionis tunc deductum erit, quando illud oculo neque ſitu erecto, neq. euerſo, ſed omninò confuſo apparebit” - (fr:5498). Se la rettitudine appare mostruosamente incurvata, la lente è nulla. Un altro metodo è osservare un oggetto circolare, quadrato o triangolare attraverso la lente e ruotarla attorno al suo centro. Se la figura proposta rimane invariata, la lente è buona; se si deforma, è da scartare. “ſi circumgirata lens, obie… cti figuram ſemper ſibi ſimilem& æqualem oculo exhibuerit, bonarum cenſum augebit: ſi mutauerit, adnumerabitur malis” - (fr:5569).
Per esaminare la levigatezza e la pulitura di una lente, si deve rivolgere la sua superficie alla luce (del Sole, di una finestra o di una lampada) in modo che l’immagine della sorgente luminosa si rifletta sull’occhio. Osservando attentamente questa immagine riflessa sulla superficie della lente, si potrà discernere ogni asperità, cavità, polvere o disuguaglianza. “accuratiſſime animaduertet, quidquid terſum, quidquid fædum; quidquid plenum, quidquid vacuum… in illa extremitate apparuerit” - (fr:5584). Se i contorni dell’immagine riflessa sono uniformi e tersi ovunque, la pulitura è ottima; se appaiono asperi, lacunosi o distorti, la lente è di scarso valore.
La disposizione delle lenti nello strumento è di fondamentale importanza. Avere lenti buone non basta; è necessaria una collocazione proporzionata e artificiosa, così come per costruire una casa non bastano mattoni e calce, ma occorre un’arte costruttiva. “Quemadmodum enim ex latere & calce arenata domus efficitur, domum tamen non habet qui areaam calcem& lateres habet; ſed artificioſa conſtructione eſt opus; ſic ſi lentes habeas,vt proportione debita illas colloces omnino neceſſarium eſt” - (fr:5603).
Si stabilisce un’armonia e un confronto tra l’occhio naturale e il telescopio artificiale. L’occhio è un tubo naturale, e il telescopio è un occhio artificiale. “Oeulus eſt tubus naturalis; Tubus eſi oculus artiſicialis” - (fr:5673). La cornea corrisponde all’apertura del tubo, l’umore acqueo all’aria tra le lenti, l’umore cristallino a una lente convessa, e la retina alla carta su cui si proietta l’immagine. “Tunicam corneam, nop, refert totum tubi orificium a 6 f. Humorem aqueum, nt poα, οmnibus cernis oculum per medium ſectum nes cauitates intra tunicam corneam&… exprimit” - (fr:5694-5695). Le somiglianze sono molte: entrambi ricevono le specie visibili in modo ordinato, la chiarezza della visione dipende dalla distanza dell’oggetto e dalla posizione della retina/carta, e entrambi possono adattarsi a oggetti vicini e lontani tramite l’accomodazione (nell’occhio) o lo spostamento della carta/retina.
Si analizzano diverse configurazioni di lenti (convesse e concave) e i loro effetti, confrontandoli con le strutture e le funzioni dell’occhio (umore cristallino, retina). Vengono descritti casi specifici di posizionamento delle lenti per ottenere immagini distinte, confuse, diritte o rovesciate sia sulla carta che nella percezione visiva. “Sicut obicetum in diſtantia tãdem aliqua remotiſima ab oculo quocunque penitus non videtur,& in viciniſſima non diſcernitur; ſic in ſpecierum per lentem intromiſſione, datur tandem aliquis tantus receſſus, vt ſpecies in charta penitus cuaneſcant” - (fr:5774).
Il trattato procede con una descrizione dettagliata della macchina osservatoria verticale, delle sue parti (tavoletta portacarta, fulcro, rostro, tubo) e del loro assemblaggio per osservare il Sole. “A, toliam chattæ denotat, Solari radio excipiendo deputatæ. Tabella chartifera, B. eſt aſſerculus, æquecraſſus vbiq.” - (fr:5615-5616). Vengono infine discussi l’uso e la pratica del telescopio (Helioscopium) per osservare il Sole, le sue macchie e facole, e per determinare grandezze visuali e distanze.
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[7.1-557-7485|8041]
7 Metodi per determinare l’angolo tra l’eclittica e il cerchio verticale
Esame dei metodi meccanici, geometrici e astronomici per trovare l’angolo di inclinazione, con esempi pratici e l’uso di strumenti come il globo e l’astrolabio.
Dato un cerchio osservatorio, è necessario tracciare l’eclittica. Per farlo, si deve ricavare dalla posizione osservata del Sole l’angolo che la linea verticale forma con l’eclittica al centro del Sole. “Oportet tractam, ex puncto C, vltimo diametri tet ex obſeruata& annotata vel hora, vel eleuatione Solis ſupra horizontem, elicere angulum, quem Verticalis linea in obſeruationem inducta, cum linea Eclipticæ” - (fr:7534). Questo angolo può essere trovato in vari modi: meccanici, geometrici o aritmetici-astronomici. “Ahj autem modi ſunt Mechanmci; alij Geometrici; alij Arithmetici ſiue Aſtronomici” - (fr:7546).
Un primo metodo meccanico utilizza un globo materiale. Nota l’altezza del Sole o l’ora, si posiziona il globo finché il luogo del Sole non raggiunge l’altezza data. “Locum Solis cleua, vel deprime verſando ſphæram, donec in datam altitucdmem S T, incidat locus Solis S” - (fr:7564). L’intersezione tra l’eclittica e il cerchio verticale sulla periferia dei cerchi descritti mostra l’angolo cercato. “videbis vbi Ecliptica, KSO, & vbi verticalis Q T, ſecent deſcripti circuli peripheriam, in punctis nimirum ſupra Z,, infra 7, 4A: namvtriuis iſti arcus, id eſt, vel Z.«, vel „, 4, menſurant angulum quæſitum” - (fr:7564). In pratica, la cosa è certa, sicura e facile se gli strumenti sono accurati. “Res in ſe certa, ſecura& facilis eſt, ſi inſtrumenta ſint accurata” - (fr:7567).
Un secondo metodo meccanico, che opera tramite il complemento dell’altezza del Sole, può essere eseguito anche su un piano, avendo solo l’eclittica e il parallelo passante per il vertice del luogo nella posizione che hanno sul globo. “non eſſe neceſſarium globum, ſed plano tantum Eclipticæ ABCD, cum parallelo FGHI, ſuſtentato ab aliquo fulcro, omnia poſſe perfici” - (fr:7610). Per ogni luogo di diversa latitudine, occorre uno strumento proprio. “Cuiſibet loco diuerſæ latitudinis, deberi proprium ſtatui inſtrumentum” - (fr:7614).
Un terzo metodo utilizza un analemma ellittico dell’eclittica. Si costruisce un’ellisse che rappresenti in proiezione il parallelo passante per il vertice. “Ellipſis circa hos axes deſcripta-, erit in Analemmate parallelus per verticem deſcriptus” - (fr:7639). Tracciata una retta che rappresenti il cerchio descritto dal luogo del Sole a distanza pari al complemento dell’altezza, la sua intersezione con l’ellisse dà il punto del vertice. “recta NQs repræſentat in Globo circulum ex loco Solis O deſcriptum,& ad interuallum complementi altitudinis Solis, qui in eodemglobo, neceſſario tranſit per verticem” - (fr:7644).
Un quarto metodo, ritenuto il più spedito, si avvale di un astrolabio universale adattato al piano dell’eclittica. “Hoc autemſemel rectè conſtructum, præferri poteſt etiamn globo, qui dithicillime paratur perfectus” - (fr:7697). Si determina il centro mobile del cerchio passante per il vertice. “Inuento autem centro N, nullo negotio deſcribitur ipſemet parallelus” - (fr:7691). Misurato sulla circonferenza dell’eclittica l’arco pari al complemento dell’altezza del Sole a partire dal suo luogo, e presa con il compasso la distanza del semidiametro dal centro N, si trova sulla circonferenza dell’astrolabio il punto del vertice. “A loco Solis A, computentur in Ecliptica… arcus complementi altitudinis Solis… acceptoquebeneficio circini, interuallum ſemidiametri KI, vel K G, ponatur alter pes, in-inuento puncto N,& reliquus transferatur ad parallelum Graduum .. alterutrum emm horum eſt punctum quæſitum” - (fr:7692). I segmenti sulla linea BED misurano immediatamente in gradi l’angolo di inclinazione cercato. “gradus quos hæc ſegmenta continent, ſunt gradus anguli qui quæritur: quos adſcripti vtrmquenumeri ſtatim indicant” - (fr:7692).
L’astrolabio permette di risolvere anche problemi pratici, come trovare l’inclinazione del verticale in cui sorge o tramonta il Sole in un dato giorno, o determinare il tempo più opportuno per osservare. “In quanta verticalit ad Eclipticas, inclinatione Sol quouis ſigni gradu oriatur, Mendere practisè ex aſtrolabio” - (fr:7742). Si ricava, ad esempio, che le osservazioni pomeridiane sono spesso più facili di quelle antimeridiane quando il Sole forma angoli minori con l’eclittica. “multo aciilus& certius obſeruari maculas, quando Sol ad Echpticam angulos minores facit… ſecure enuaciabis, hoc tempore, ſub eadem Solis alt tudmce, obſeruationes poit meridiem facilius inſtitui, quam ante” - (fr:7761).
Mediante il cerchio per il vertice tracciato nell’astrolabio e fatto ruotare annualmente, si possono mostrare praticamente il regresso, la stazione e il progresso delle macchie solari nel cerchio osservatorio. “circulum in Aſtrolabio per verticem traductum,& annuecirca centrum Aſtrolabij, dum obſeruationes de die in diem expono, circumductum, practice, ac luculeuter& quaſi vltro ob oculos poncre, quidquid in ca-latet” - (fr:7849). Quando il centro di questo cerchio si trova nel semicerchio australe, non c’è regresso o stazione, ma solo progresso. “Centro circuli per Verticem acti, in ſcmicirculo auftrali verJante, nulia contingit in parte eiuſclem circuli diurna, regreſgio, vel ſtatio, ſed mera progreſsio” - (fr:7865). Quando è nel semicerchio boreale, invece, si verificano regresso, stazione e progresso, sia al mattino che alla sera. “Centro citeuli per verticem ducm, in ſemicirculo:7 4, boreali verſante‚continget Macularum regreſFhionſtatio& progreshio, tamcirca ortum2, quam occaſum diurnum” - (fr:7881). Agli equinozi, non c’è regresso o stazione, ma solo progresso. “In squinocliis verſamte ceniro Circuli per verticem, nulla fit regreſmo, aut ſtatus, ſed mera progreſno” - (fr:7891). Il regresso inizia dopo l’equinozio di primavera e finisce in quello autunnale. “Initium regreſcio · nizimmediate ſit, pqt æquinoctium vernum… finis regrtſrionis contingit in æquinoctio autumnali” - (fr:7895). I suoi archi aumentano dall’equinozio al solstizio e poi diminuiscono proporzionalmente. “Regreſziones abaquinoctio verno ad ſoiſtitium vſque ſtiuale tam mane quam veſperi ſemper creſcuni; in ipſo vero ſolſtitio ſunt ſummæ,& exinde, ad aquinocttium auctumnale vſque, augmentit aniecedentibus proportionaliter decreſcunt” - (fr:7897). Il regresso delle macchie è l’arco del cerchio per il vertice compreso tra il punto di contatto e il punto di levata o tramonto del Sole. “Regreſſio Macularum eſt arcus Circuli per verticem, inter punctum contactus,& ortus vel occaſus, interiectus” - (fr:7975). La stazione delle macchie non è un punto geometrico, ma un intervallo di tempo sensibile durante il quale le macchie appaiono immobili. “Statio igitur Macularum contactu nõ v geometrico& rationali, ſed Phyſico& ſenſibili definitur… Macularum ſtatio, Temporis aliquam durationern,& motus diurni promotionem fieri ſignificat” - (fr:8009).
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8 Nota sulle osservazioni solari di Carlo Malaperti e altre, gennaio-febbraio 1625
Osservazioni delle macchie solari condotte a Douai, Roma e Ingolstadt mostrano il loro moto, l’assenza di parallasse e dettagli sulle loro forme e raggruppamenti.
Il gesuita Carlo Malaperti apprese il metodo di osservazione e registrazione delle macchie solari da Christoph Scheiner e dal suo allievo Giovanni Battista Cysat. In segno di gratitudine, inviò a Scheiner le osservazioni da lui condotte a Douai, affinché questi le ordinasse e pubblicasse per dare maggiore credito al fenomeno. “aliquas Duaci à ſe factas obſeruationes mihi Romam rogatus tranſmiſit; quas ego maximo labore in ordinem vnumque circulum … digeſtas tibi propono” - (fr:9268).
Le macchie furono disegnate con forme geometriche (stella, cerchietto, triangolo, quadrato) per evitare confusione. I dati forniti da Malaperti includevano i giorni di osservazione, ma talvolta mancavano l’ora o l’elevazione del Sole. “Maculas autem ſub ſtellæ, circelli, trianguli,& quadrati figura expreſſi, vt confuſionem euitarem” - (fr:9269). “nam dici & Ianuarij, hora non erat addita; diei & Februarij, dcerat elcuatio Solis; nil igitur immut aui” - (fr:9270, fr:9272).
Una macchia principale, indicata con la lettera A, fu seguita con attenzione. Il 31 gennaio, una sua parte toccava quasi il centro del disco solare. “Pars Maculæ mfernè tangebat ipſum centrum” - (fr:9275). Dall’altezza meridiana del Sole di 6 gradi, si deduceva che quella parte era davvero vicina al centro. “Ex quo colligus reuera rartem illam fuiſſe iuxta ipiſum centrum” - (fr:9278).
Le osservazioni di Douai, una volta riordinate, mostrarono una notevole congruenza con quelle condotte a Roma e a Ingolstadt. “admiror tantam cum meis& Ingolſtadianis congruentiam” - (fr:9283). Da queste osservazioni concordanti in luoghi distanti, risulta evidente che le macchie, compresa la A, non presentano alcuna parallasse. “Maculam hanc, vt& reliquas nullam habuiſſe parallaxim ex huiice trium locorum tam diſtantjum obſeruationibus palam eſt” - (fr:9286).
Un’immagine mostra il corso delle macchie dal 26 gennaio al 7 febbraio, simile a quello osservato a Roma e Ingolstadt nello stesso periodo. “Curſus Macularum, à Ianuarij, ad 7 Februari), ſimil15, 2 Romano et Ingolſtadiano, anni eilusdem” - (fr:9294). Si nota che la curvatura dell’arco del loro percorso e l’obliquità della corda rispetto all’eclittica aumentano. “Curuitat ar cus,& chordarlii ad Eclipticam obliquitas creſcit” - (fr:9305).
In un’altra serie di osservazioni (dal 1° al 13 febbraio), la macchia a iniziò a traversare l’eclittica intorno al giorno 6, rimase nell’emisfero nord il 7, 8 e 9, per poi ritraversarla il 10 verso sud, allontanandosene progressivamente. “Hæc Macula a, Eclipticam circa diem cœpit tranſcendere,& 7,8, at que ſupra ipham in plaga boreali in ceſſit; die rurſus eandem tranſiuit in partes auſtrales” - (fr:9316).
Il 10 febbraio, questa macchia mostrò davanti a sé due nuove macchie, quasi tangenti tra loro, con un seguito di macchie minute. “ante ſe monſtrauit nouas duas Maculas, ſemet quaſi tangentes vna cum multo minutarum circumiacentium comitatu” - (fr:9320). Queste due macchie avanti gradualmente si unirono, apparendo così più dense e spesse di quella che seguiva. “Duæ iſtæ antecedentes fenſim coierunt, atq. hinc euenit, vt ſub exitum denſiores& craſiiores apparerent, quam Macula ſequens” - (fr:9321, fr:9322). Inoltre, la distanza tra di loro il giorno 10 era minore che il giorno “die minus erat interuallum inter illas, quàm” - (fr:9323).
Il moto della macchia a sotto il Sole, dal 1° al 13 febbraio, durò dodici giorni completi. Considerando anche lo spazio tra la macchia e l’oriente/occidente, il suo percorso totale fu di oltre 13 giorni. “Inceſſus Maculæ a ſub Solc à die vſque ad fuit dierum com pletorum duodecim; … efficiet illud plus 40 quàm diem, igitur certum eſt hanc Maculam ſub Sole vltra dics inccſiile†” - (fr:9325).
Il 13 febbraio, la macchia più occidentale rasentò l’orizzonte, distinguendosi da esso solo per una sottilissima e confusa striscia biancastra, e vi rimase attaccata per circa due ore. “Macula occidentaliſſima veſperi horizontem ita raſit, vt abeo niſi confuſiſſima atq. ſubtiliſſima albicante lincola, idq. extra motum, diſcerni nonpoſſet.& hæſit hac ratione horizonti per duas hooras” - (fr:9333, fr:9335).
Queste osservazioni romane sull’emersione di nuove macchie il 10 febbraio e sui giorni successivi concordano con le osservazioni di Ingolstadt. “Hiſce à me Rome obſeruatis& circa nouarũ Macularum die exortum, atque ſequentibus diebus diſceſum annotatis, conſentiunt etiam obſeruationes Ingolſtadianæ” - (fr:9338). In particolare, anche lì si notò che l’11 e il 12 febbraio le macchie erano più distanti tra loro che non il “Nam die & multo amphus Maculæ magis inter ſe diſſidebât quam” - (fr:9340).
Il perfetto accordo tra osservatori in luoghi tanto distanti, con strumenti diversi, fornisce un argomento decisivo a favore dell’assenza di parallasse per questo fenomeno solare. “Hinc rurſus maximum deſumit ur argumentum, pro nulla huius Phoenomeni ad Solem parallaxi, ſeu aſpectus diuerſitate” - (fr:9343).
[9]
[9.1-225-9396|9620]
9 Osservazioni di macchie solari e facole, febbraio-marzo 1625
Resoconto dettagliato dei movimenti, trasformazioni e durata di gruppi di macchie e zone luminose osservate sul disco solare.
Tra il 5 febbraio e il 6 aprile 1625, vari gruppi di macchie solari (contrassegnate con lettere) e facole furono osservati e misurati nel loro percorso attraverso il Sole. La macchia a, australe, durò oltre 13 giorni, dividendosi e acquisendo nuove componenti il 4 marzo, prima di affievolirsi fino a diventare una facola al termine del suo corso. “Tertio, Macula a, australis mediocriter densa, sensim minor& rarior effea, in duas divisa, Martij novas acquisivit” - (fr:9453). La sua durata è confermata: “In suo per Solem decursu absumpsit plures quam dies& à non multum affig” - (fr:9457).
La macchia b, boreale, crebbe gradualmente per poi convertirsi in facole. “Tertio, Macula b, borealis in Sole nata, sensim creuit… & in Faculas convertisse videtur” - (fr:9459). Il suo corso fu completato in meno giorni rispetto alla macchia a, e gli spazi diurni orientali furono leggermente maggiori di quelli occidentali. “spaciadiurna orientalia sunt paullo maiora occidentalibus” - (fr:9461).
Altre macchie ebbero vite brevi. La c “trium dierum vitam non superasse certum est” - (fr:9462), scomparendo dopo il 27 febbraio. La d apparve improvvisamente il 2 marzo, “ex abrupto die Martij magnae apparuerunt” - (fr:9468), con una componente occidentale che mantenne vigore e acquisì una facola insigne.
Il comportamento delle facole è distinto. Anche quando intense, “Faculae quecunq. hactenus per tot anno; à me sunt advertae… tamen perimetrum Solis luce sua nunquam excessere” - (fr:9532), a differenza delle macchie che possono persistere a lungo sul bordo. Si osserva che macchie e facole si muovono allo stesso passo: “liquet Maculas& Faculas eodem passu incedere” - (fr:9594). Il moto di tutti gli elementi è curvo e diverso a seconda dell’emisfero: “Motus omnium curvus,& in parte borea ad Eclipricam accedens, inaustrali ab eadem recedens” - (fr:9603).
Le osservazioni furono condotte anche a Ingolstadt e mostrano una sostanziale concordanza, sebbene i circoli osservativi più piccoli non permettano di rilevare tutti i dettagli: “minores observationum circulos, ad hoc Phaenomenon perfecte detegendum… sufficientes non esse” - (fr:9480). Un esempio è la macchia media nel gruppo e, che l’osservatore di Ingolstadt “omnino non animadvertit” - (fr:9598).
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[10.1-61-9706|9766]
10 Osservazioni di Macchie Solari a Duaci e Ingolstadt
Confronto di osservazioni solari condotte in luoghi diversi negli stessi giorni, mostrando la concordanza dei fenomeni.
Le osservazioni delle macchie solari condotte a Duaci e quelle fatte a Ingolstadt nell’anno 1623 mostrano un corso “similis et idem” (fr:9748) [simile e identico] nonostante la diversità delle macole negli anni diversi. L’autore sottolinea che i cerchi di osservazione più grandi rappresentano sempre più accuratamente i dettagli del Sole: “quod ſemper ego dixi,& dico Maiores obſeruationum circulos… ſemper accuratius& diſtinctiis ea quæ ſunt in Sole repræſentare” - (fr:9731). Tuttavia, anche nelle osservazioni minori si possono vedere molte minutezze, come quelle della macchia C nei giorni 27, 30 e 31 marzo e 2 aprile (fr:9732, 9733). Viene evidenziata una “mirifica… conſonantia in tan diſſita re” (fr:9734) [meravigliosa concordanza in una cosa così distante] tra i luoghi, e si attesta che macchie, facole e ombre seguono la stessa regola nella parallasse (fr:9735). L’invito è a confrontare i singoli elementi per notare una “admirabilem congruentiam” (fr:9736, 9737) [ammirevole congruenza]. Le figure trasmesse non hanno grandezze accurate, ma i luoghi delle macchie sono stati diligentemente custoditi e identificate con le stesse lettere (es. ‘a’ per la macchia boreale) in entrambe le serie di osservazioni (fr:9740, 9741).
[11]
[11.1-35-9936|9970]
11 Osservazioni e dati sulle macchie solari del 1623
Macchie e facole osservate a Ingolstadt e Roma mostrano moti simili e parallasse nulla.
Le osservazioni delle macchie solari (Maculae) e delle facole (Faculae) registrate a Ingolstadt nell’anno 1623 mostrano una regolarità nel loro moto. “ratio motus ſimilis ommno exiſtit, diedus& menſibus ijſdem” - (fr:9959) [La ragione del moto è del tutto simile, negli stessi giorni e mesi]. Questo comportamento è confermato dal confronto con altre osservazioni: “Tubella ſexta Ingolſtadiana anni idem etiam docet& ſuadet” - (fr:9960) [La sesta tabella di Ingolstadt dell’anno 1623 insegna e suggerisce anch’essa la stessa cosa].
Le macelle descrivono archi nel loro percorso. “Vice verſa Macule a,& b, in Tabella V. deſignatæ, quia ſunt horizonti ortiuo viciniores, arcus deſcribunt, verſus centrum 5& Eclipticam accliues” - (fr:9953) [Viceversa le macchie a e b, designate nella Tabella V, poiché sono più vicine all’orizzonte orientale, descrivono archi, inclinati verso il centro e l’Eclittica]. Un esempio specifico è dato dalla macchia a: “Nam Macula a, per dies à centro verſus marginem progreſſa, deſcribit ſimiles arcus” - (fr:9961) [Infatti la macchia a, progredita per 6 giorni dal centro verso il margine, descrive archi simili].
Dai dati confrontati tra Ingolstadt e Roma emerge una fondamentale conclusione: “Ex his nulla Marum ad Solem aſpetus dmerſitas, tortiflimce itabilitur” - (fr:9968) [Da ciò si stabilisce con grandissima fermezza che non vi è alcuna diversità nell’aspetto di Marte rispetto al Sole]. Questo concetto è ribadito dalla frase: “Mulla Parallax” - (fr:9955) [Nessuna Parallasse]. Le osservazioni, sebbene a volte differiscano nel numero di macchie rilevate (“Nam Ingorltadij ſunt tantum duæ viiæ Macuiæ, Iuc Romr quattuor” - (fr:9966) [Infatti a Ingolstadt ci sono solo due vere macchie, a Roma quattro]), concordano nel mostrare moti simili negli stessi periodi.
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[12.1-205-10076|10280]
12 Osservazioni di macchie e facole solari nell’aprile-maggio 1625
Un resoconto giornaliero dell’evoluzione dei fenomeni sulla superficie solare, con particolare attenzione alla persistenza, alle trasformazioni e al moto di macchie e facole.
Tra il 5 e il 18 aprile 1625, un gruppo di facole apparve sul Sole, evolvendosi nel corso dei giorni. “IRIMO ſicut Aprilis à die quin… Facuſis eximijs alluxit” - (fr:10082) mostra come queste facole fossero brillanti e contrapposte a grandi macchie. La loro evoluzione è descritta giorno per giorno: il 5 erano molte e distinte (“Faculæ multæ vmbris… intercurrentibus oiſcretæ” - (fr:10090)), il 6 divennero più lunghe e larghe (“Longior& latior comparuit” - (fr:10094)), il 7 il loro splendore si attenuò (“ſplendore attenuari& debilitari viſa eſt” - (fr:10095)), l’8 si frammentarono (“In multas Faculas lacerata abiuit” - (fr:10097)), fino a diventare più rade e tenui il 9 (“Rariores& tenuiores omnes appareb ant” - (fr:10099)) e quasi impercettibili il 10 e 11 (“Aſpectum fatigabant… Die & millus Sol, affulſit” - (fr:10101, 10102)). Riapparvero debolmente il 13 (“Debiliſſimæ affulſerunt” - (fr:10104)), per poi riprendere vigore il 14 (“denuo quaſi reſtaurata flamma viuaciùs alluxere” - (fr:10105)) e splendere maggiormente il 15 e 16, prima di svanire del tutto il 18 (“tandem omnino vacuum reliquerunt aſpectui” - (fr:10111)). L’autore sostiene che si trattasse dello stesso gruppo in evoluzione, accompagnato dalla Macula b (“Faculas eſſe continuatione caſdem, quæ cxortæ tuetunt die .. ex concomitantia Maculæ b” - (fr:10112, 10114)).
Dal 18 aprile al 1° maggio, l’attenzione si sposta su una macchia australe (Macula a). “Macula a auſtralis… ſubintrauit Solem die Aprilis veſperi cum Faculis, & exiuit ſimiliter cum ijſdem” - (fr:10152). Questa macchia, inizialmente unita e sottile all’ingresso, variò molto in numero, figura, densità e grandezza durante il suo transito (“In progreſſu numerum, figuram,& habitum, itemq; nigrorem, denſitatem& lucem, magnitudinem quoq; vehementer admodum variauerunt” - (fr:10157)). Era spesso circondata da facole brillanti (“Intra ſeſe, ferè ſemper Faculam valde albicantem… circumtulit” - (fr:10161)) e da un alone scuro. Il suo moto fu curvilineo e obliquo rispetto all’eclittica (“Curſum mollitcr curuilineum& ad Ecipticam obliquum tenuit” - (fr:10169)) e durò circa tredici giorni (“Inceiſit ſub Sole dies quaſi tredecim” - (fr:10172)). L’autore ipotizza che questa possa essere la stessa macchia c osservata in un transito precedente, tornata dopo aver percorso l’emisfero nascosto (“Hæc Macula videtur vna ex ijs eſſe, quæ redierunt… hanc Maculam eſſe iam, quæ in Imagine .. Solem pertrauſijt” - (fr:10177, 10178)).
All’inizio di maggio (dal 2 al 14), si osservò un gruppo di macchie indicato come a. Il 2 maggio ne apparvero due, precedute da facole (“Macule a, die Maij due apparuerunt Præcedente Facula” - (fr:10228)). Nei giorni seguenti, accompagnate da un corteo sempre più ricco di facole e ombre, aumentarono di numero, arrivando a più di venti distinte il 5 (“vltra viginti diſtinctas numerare licuit” - (fr:10231)), per poi iniziare a diminuire dopo il Si notano discrepanze tra il numero di macchie osservate a Roma e quelle riportate da un osservatore di Ingolstadt (“Ingolſtadianus non viderit niſi quinque” - (fr:10231)), attribuite alla dimensione degli strumenti utilizzati (“paruorum Circulorum inſufficientiam” - (fr:10268)). Altre macchie minori (b, c) apparvero e scomparvero convertendosi in facole (“Maculæ b… die in Faculas abiuerunt” - (fr:10270); “Macule c… creſcentibus inde Faculis ipſæ decreuerunt… poſt diem, nullum ſui veſtigium… dederunt” - (fr:10271)). Si rileva che anche macchie piccole possono essere accompagnate da grandi facole (“Maculas paruas… plerumqusaꝑerre magnas ſecum Faculas” - (fr:10272)) e che i moti delle macchie appaiono rettilinei ma inclinati rispetto all’eclittica, con distanze non uniformi (“Curſus Macularum… apparere ferme rectilincos… ad Eclipticam inclinatos… diſtantias inter ſe non eſſe æquales” - (fr:10273, 10274)).
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[13.1-215-11216|11430]
13 Osservazioni e tabelle delle macchie solari
Tracciati di macchie solari osservate a Douai e Ingolstadt, con descrizioni della loro nascita, moto e mutazione in facole.
Sono presentate diverse serie di osservazioni di macchie solari, registrate principalmente a Douai e Ingolstadt negli anni 1618, 1622 e Vengono descritti i percorsi (Curſus) di specifiche macchie (identificate con lettere come a, b, c), spesso simili a quelli osservati in altri anni e luoghi. “curſum hunc recti æemulum, non ego ſed ipſemet Obſeruator ordinauit” - (fr:11216) [Questo percorso, emulo della retta, non l’ho ordinato io ma l’Osservatore stesso.] Viene sottolineato come nuove macchie appaiano sul Sole e come i loro moti siano simili, anche se non identici, a quelli precedenti: “vt aduertas non-oli mibi ſed alijs quoq., in Sole medio Maculas nouas naſci,& antiquas inuenies Motus haud abfimiles” - (fr:11224) [Affinché tu noti non solo a me ma anche ad altri, che nel mezzo del Sole nascono nuove macchie, e troverai che i moti di quelle antiche non sono dissimili.]
Le osservazioni sono dettagliate in tabelle che coprono periodi specifici, come dal 5 aprile al 10 maggio o dall’8 al 24 giugno. “Tabula I. Duaci in Collegio Academicco Socieftatis Ieſu Curſus Maculæ a. obſeruatz à 5o, Abrilis ad X—— 10, Maij” - (fr:11234) [Tavola I. A Douai nel Collegio Accademico della Società di Gesù, Percorso della Macchia a, osservato dal 5 aprile al 10 maggio.] Vengono annotati minuziosamente il numero, la posizione e le caratteristiche delle macchie e delle facole ad esse associate giorno per giorno. “Die1 Iunii Mac. per immiſſiouem vranis ſölg- per inſpectionem” - (fr:11272, 11273) [Il giorno 13 giugno, Macchie per immissione .. per ispezione ]
Il testo descrive i fenomeni osservati: la nascita di nuove macchie, il loro aumento e diminuzione, la mutua successione tra macchie e facole, e i loro moti. “Macularum in Sole ortus& occaſus phyſicus… Facularum poſt Maculas,& Macularũ poſt Facunla? mutua ſucceſſio” - (fr:11300, 11307) [Nascita e tramonto fisico delle macchie nel Sole… La mutua successione delle facole dopo le macchie, e delle macchie dopo le facole?] Si osserva che il moto, inizialmente quasi rettilineo, diventa curvilineo. “Motum ab vſq; … adhuc quaſi rectilineum… à die .. curuilineus eſſe incipit” - (fr:11294) [Il moto dall’8… ancora quasi rettilineo… dal giorno .. comincia a essere curvilineo.] Viene anche discussa la diversa efficacia dei metodi di osservazione (come l’inſpectio rispetto all’immiſſio). “Inpectionem præſtãtiorem elſe, Immſſione dolis in paruum Cire ulum obſeruatormum” - (fr:11288) [L’ispezione è più efficace dell’immissione di lenti in un piccolo cerchio dell’osservatorio.]
Le macchie mostrano una varietà di forme: grandi e piccole, dense e rade, fertili (con nucleo) e sterili (senza). “Omnis ẽt generis terme Maculeę ſeſe oſtentaucre. Munmę, maximę medioctes; denſæ& raræ, foctę& ſteriles.” - (fr:11226, 11227) [Macchie di ogni genere si sono mostrate. Piccole, grandissime, medie; dense e rade, fertili e sterili.] Il comportamento di gruppi specifici è analizzato, come la trasformazione di una facola in una macchia, o la coalescenza di molte macchie piccole in poche più grandi. “I, Facula auſtralis, dis animaduerſa, conuerſa eſt die eirca centrumin Maculam” - (fr:11407) [La facola australe I, notata l’8, si è convertita il 12 circa al centro in una macchia.] “tota illa multitudinis turba, in tres quaſi ignobiles Maculas cõtracta fuit” - (fr:11391) [Tutta quella folla di moltitudine, fu contratta in tre macchie quasi ignobili.]
Le osservazioni sono accompagnate da immagini (Imagines) che illustrano i percorsi e le posizioni. “Notæ in XXVIII. Obſeruationum lmaginem, ſecundam Ilunij, à dic ad 24 eiuſdem.” - (fr:11292, 11293) [Note per la XXVIII Immagine delle Osservazioni, la seconda di giugno, dal giorno 8 al 24 dello stesso.] I numeri ai margini indicano le posizioni corrispondenti a ciascuna osservazione. “Numeri marginibus adſcripti. indicãt ſedes perpẽdiculorũ, ſingulis obſeruationibus in laterculo poſitis correſpondẽtium.” - (fr:11414, 11415) [I numeri scritti ai margini indicano le sedi delle perpendicolari, corrispondenti a ciascuna osservazione posta nel latercolo.]
[14]
[14.1-713-12626|13338]
14 Osservazioni di macchie solari e loro percorsi, 1625
Macchie solari osservate a Roma e altri luoghi tra settembre e dicembre 1625: comparsa, evoluzione, moto e confronto con osservazioni precedenti.
Le osservazioni descrivono minuziosamente le macchie solari (denominate con lettere) e il loro comportamento. La macchia australe a, dopo essere apparsa, si è dissolta in più piccole prima di scomparire: “Macula initio vna oblonga per aliquot dies, poſtea in plures paruas, ante interitum eſt reſoluta” - (fr:12638). La macchia boreale b ha percorso l’intero disco solare in circa tredici giorni: “b, Macula borealis nonnihil nuclei habens, totum Solem integra perambulauit ordinatiſſime diebus tredecim& ampliùus” - (fr:12640). Molte macchie mostrano cambiamenti nella forma, nel numero e si risolvono in facole o ombre prima di svanire. Il loro moto è descritto come curvilineo e obliquo rispetto all’eclittica, ma tendente alla rettilineità: “Omnitum motus eſt recti lineo valden Curuituvaffinis& ferme æqualis” - (fr:13011). Si nota che macchie osservate in anni e luoghi diversi mostrano percorsi simili, dimostrando che non sono fenomeni permanenti: “Vnde Maculas non perennare certum eſt” - (fr:13189). Le osservazioni di Duaci, Ingolstadt e Friburgo vengono confrontate con quelle romane, mostrando una notevole concordanza nonostante le differenze strumentali.
[15]
[15.1-415-13696|14110]
15 Osservazioni di macchie solari e loro evoluzione
Macchie solari osservate nel Collegio Romano della Compagnia di Gesù, con descrizione dei loro corsi, cambiamenti e caratteristiche.
Tra gennaio e marzo del 1626, nel Collegio Romano della Compagnia di Gesù, furono osservate e registrate diverse macchie solari. I corsi delle macchie, dalla loro comparsa all’orizzonte fino alla scomparsa, duravano tipicamente circa tredici o quattordici giorni, come dimostrato da un corso “similis & æqualis illi, qui accidit anno præterito” - (fr:13785). Le macchie spesso nascevano come semplici facole o ombre, per poi evolversi: “Macula, a, cum sequacibus vmbris & faculis” - (fr:13890). Durante il loro transito, cambiavano numero, dimensione e forma: una macchia poteva “in plures divisa comparuit” - (fr:13884), mentre altre “in vnam ferme continuam coiuerunt augescendo massam” - (fr:13896). I nuclei all’interno delle macchie potevano fondersi e crescere: “nuclei… in tres redacti videntur” - (fr:14104). La loro evoluzione seguiva uno schema riconoscibile: “in generatione, atque augmentatione nucleorum… candem servari rationem, quæ servatur in ipsa Macularum productione; quæ semper è tenuibus, minutis, & plerumque dissipatis vmbris in vnum coalescunt” - (fr:14106). L’aspetto finale poteva essere di macchie singole o raggruppate, spesso accompagnate da facole brillanti: “post se & ad latera in boream & austrum mirificas vmbras, & luculentissimas Faculas traxit” - (fr:13921). La curvatura dei loro percorsi e l’inclinazione delle corde rispetto all’eclittica aumentavano con l’avanzare della stagione, in concomitanza con l’ascensione del polo australe: “curuitas horum itinerum augescit… inclinatio chordarum crescit; polus australis ascendit” - (fr:13929).
[16]
[16.1-365-14276|14640]
16 Osservazioni di macchie solari nella Rosa Ursina
Resoconto dettagliato del moto, della forma e delle trasformazioni di gruppi di macchie solari osservate tra aprile e dicembre.
Tra il 7 e il 19 aprile, una macchia denominata a fu osservata per tredici giorni. Inizialmente lunga e ventricosa, si divise in più ombre e facole, per poi diminuire e scomparire, seguita da una grande facula. “Die in plures vmbras& Faculas maiores, quas poſt ſe traxit, ipſa augeſcens.” - (fr:14297) [L’8 si divise in più ombre e facole maggiori, che trascinò dietro di sé, ingrandendosi.] Il suo corso presentò somiglianze con quello di altre macchie descritte in precedenza.
Nello stesso periodo, le macchie b e c apparvero il 7 aprile. Si mossero su un parallelo sensibilmente uguale, con distanze apparenti tra loro che rimasero uguali in giorni diversi, fatto raro in questo fenomeno. “apparentes illarum inter ſe diſtantiæ, ſi ſumantur à centro, C, vtrimque æqualiter remotæ, inter ſe inuentæ ſunt ſenſu æquales: quales ſunt diei & ¹19.” - (fr:14309) [Le loro distanze apparenti reciproche, se misurate dal centro C, ugualmente remote da entrambe, risultarono sensualmente uguali: come nei giorni 8 e ] Entrambe crebbero verso il centro del disco solare per poi diminuire verso il tramonto. Il loro percorso fu sensualmente equidistante da quello della macchia a.
Un secondo gruppo di osservazioni, dall’8 al 17 giugno, riguardò tre macchie boreali (a, b, c) che formarono un triangolo. Il 21 maggio apparvero come un triangolo isoscele fisico, con spazi interni splendenti per facole lucenti. “triangulum, a b c, adhuc in omnem loci poſitionem eſt auctum, Maculæque a, b.& c, mitificentiſſimeè& numero& mole& denſitate creuerunt” - (fr:14398) [Il triangolo a b c fu ancora accresciuto in ogni posizione, e le macchie a, b e c crebbero mirabilmente in numero, mole e densità.] Nei giorni seguenti, il triangolo cambiò forma, diventando curvilineo e poi scaleno, pur restando sempre più grande della figura iniziale. Le macelle si separarono gradualmente, alcune coalendosi, altre scomparendo. Il loro corso complessivo durò circa tredici giorni.
Una terza serie di osservazioni, da giugno a dicembre, mostra il moto di due macchie (a e b) in mesi opposti. I loro percorsi appaiono subcontrari: la macchia a, boreale, si muove dall’orlo nord verso l’eclittica; la macchia b, australe, fa il percorso inverso. “Macula, a, eſt tota borcalis, b, tota auſtralis: a, ex ortu boreali F, tendit obliquè in occaſum, G. verſus Eclipticam, A, B, accedendo; ſic viciſſim Macula, b, ex ortu auſtrali, H, verſus Eclipticam& plagam borealem appropinquando, occaſum terminat in, I.” - (fr:14581) [La macchia a è tutta boreale, b tutta australe: a, dall’oriente boreale F, tende obliquamente verso il tramonto G, avvicinandosi all’Eclittica A, B; così viceversa la macchia b, dall’oriente australe H, avvicinandosi all’Eclittica e alla plaga boreale, termina il tramonto in I.] L’asse del loro moto è inclinato rispetto all’asse dell’eclittica e compie una piccola rivoluzione annua.
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[17.1-53-14726|14778]
17 Osservazioni e percorsi di macchie solari (1626-1627)
Analisi geometrica e temporale del movimento di diverse macchie solari, con confronti tra i loro percorsi e durate di visibilità.
Le osservazioni, condotte tra l’8 e il 18 agosto 1626 e dal 5 al 16 (o 9 al 22) febbraio 1627, documentano i percorsi di diverse macchie solari (a, b, c, d). “ab octauo Aug die, ad eiuſdem, anno item à die · ad & à ad Februarij, anno” - (fr:14733-14734)
La macchia a si mosse nella parte australe del Sole verso il polo boreale. Il suo arco di percorso, concavo verso nord e convesso verso sud, era minore di un semicerchio, come confermato dalla teoria e dalla pratica osservativa. “totaq. pars axis borea, RE’eminet ſupra planum Solare, ACBD,&altera ES, auſtrina extra idem in plaga oppoſita verſatur:neceſſe eſt arcum patentem, FaG, circa axis partem latentem, ES, rczulariter insolis ſuperficie deſcriptum, eſſe ſegmeato ſemicirculari minorem” - (fr:14736) “id quod& ipſa praxis obſeruatoria comprobat.” - (fr:14738). Il suo corso completo superò i 12 giorni ma non raggiunse i “& ſic totus curſus Maculę, a, vltra dies excedet quidem, ſed ad non perueniet.” - (fr:14742)
All’inizio, l’aspetto non uniforme della macchia a suggeriva che fosse in realtà composta da più macchie ravvicinate, ipotesi confermata nei giorni seguenti quando se ne distinsero due, tre e cinque, per poi fondersi o scomparire parzialmente. “quod ideo eueniſſe arbitror, quod Mac. plures in re fuerint, ſed aſpectu,&ſitu deciui vnam viſui repræſentarint” - (fr:14747) “cum die duæ; tres; quinq. diſtinctæ ſint conſpectę Maculæ: quæ tamen ſequentibus iterũ partim conflatæ … vel partim imminutæ interierũt.” - (fr:14748, 14750)
I percorsi subcontrari (opposti) a quello della macchia a furono quelli delle macchie b, c e d, osservate nel febbraio “Nunc ad Curſus huius Macule ſubcontratios venio, qui ſunt tres, Macularum, b, c, d, omneſq. cuenerunt anno 1527 menſe codem Febr.” - (fr:14751-14752) - La macchia b (australe) impiegò circa 13 giorni e 8 ore per attraversare il disco solare, descrivendo un arco maggiore di un semicerchio. “patet Mac. b, 4 horizonte ortiuo ad occiduũ insũpſiſſe dies &hor. circiter” - (fr:14757) - La macchia c, subcontraria alla a, completò il suo corso in circa 12 giorni e 16 ore, una durata inferiore sia ad a che a b, poiché il suo arco itinerario era minore di un semicerchio. “reperiemus itet ipſius dierum duodecim,& horarum ſedecim plus minus… arcum itinerariũ, I c K, ſemicirculo eſſe minorẽ.” - (fr:14775-14776) - La macchia d (australe) descrisse infine un arco maggiore di un semicerchio, essendo la più distante dal centro del Sole. “Acula tandem, d, auſtrina, cur-ſum, L d M, deſcripſit, ſemicirculo maiorem, quia axis partem E X,& polum, X, eleuatum reſpexit& a centro, E, omaium maxime abfuit” - (fr:14777)
Si nota che, nonostante la macchia b fosse più distante dal centro E della macchia a, rimase visibile più a lungo, a causa della geometria del suo segmento di percorso sulla sfera obliqua del Sole. “Aduerte, etiamſi Macula, b, à centro E, plus abfuerit, quam Macula, a… tamen nihilominus illa plus moræ in Sole fecit quam hæc” - (fr:14773)
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[18.1-45-15287|15331]
18 Descrizione e funzioni dell’eliotropio telescopico
Strumento per proiettare il disco solare e tracciare il moto delle macchie senza bisogno di un pesante pendolo.
Questa macchina, o è ricavata da un’unica asse ritagliata secondo lo spessore dello Zodiaco, o è composta da quattro listelli parallelepipedi (fr:15287). Le sue basi rappresentano la linea meridiana e l’equinoziale (fr:15290). Lo strumento è sospeso e girevole attorno a un asse (fr:15292). Una tabella estesa nel piano dell’equatore porta le ore equinoziali, indicate da un indice (fr:15293). Una colonna porta il segno zodiacale, rappresenta l’asse del mondo e, con il moto diurno, conduce i luoghi del Sole nello Zodiaco (fr:15296). La stessa colonna porta anche un supporto per la tabella portacarta e il tubo ottico (fr:15297). Questo supporto ha tre funzioni principali: sostenere la tabella portacarta, tenere fisso il tubo ottico e dirigere opportunamente il raggio solare (fr:15298, 15299, 15300), tanto che questa parte potrebbe essere chiamata “Raggio Telescopico” (fr:15301).
La tabella portacarta espone un foglio liscio e senza pieghe, su cui è disegnato un cerchio osservatorio il cui centro giace nell’asse del cono solare (fr:15302). Il diametro di questo cerchio rappresenta il cerchio orario in cui si muove il Sole e giace nello stesso piano dell’indice orario; l’altro diametro rappresenta l’equatore; l’intero cerchio designa il Sole e il suo centro lo rappresenta (fr:15303). Il tubo ottico porta il Sole sulla carta, o l’occhio verso il Sole, a seconda delle lenti usate (fr:15304). Due traguardi dirigono il raggio solare attraverso dei fori, costituendo così lo strumento all’altezza e alla posizione zodiacale debite del Sole (fr:15305).
Il Padre Grünberger propose una diversa composizione, in cui lo strumento non penda liberamente in aria dal proprio asse — cosa che nell’osservazione apporta facilmente vacillazione e tremolio — ma poggi su un piano fermo equatoriale, per evitare la trepidazione (fr:15307, 15316, 15317).
La principale comodità di questo strumento è nella osservazione delle Macchie solari, poiché il suo uso primario e principale è di dedurre il Sole sulla carta e mostrare il proprio progresso delle Macchie, immediatamente e senza quella laboriosa riduzione che solitamente interviene nello strumento verticale (fr:15320, 15321). Altri usi della stessa Macchina sono vari, a seconda di come si adatta il tubo ottico: con l’elioscopio si osserva il Sole tutto il giorno; con il telescopio si osservano similmente la Luna, Venere e altri pianeti; adattandolo alle stelle fisse, se ne ottiene il corso diurno senza errore e senza perdita della stella; infine, può essere usato per ricevere il Sole attraverso una lente convessa (fr:15323, 15324, 15326, 15328, 15331). Il modo più comodo per l’ispezione diurna dei siderei è questo, perché il luogo della stella si reperisce senza errore, ed è questo l’uso che il P. Grünberger affermò di aver principalmente inteso (fr:15329).
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[19.1-705-15337|16041]
19 Determinazione dell’angolo tra l’Eclittica e il meridiano
Un metodo per trovare l’angolo che l’eclittica forma con il meridiano celeste in qualsiasi giorno dell’anno, utilizzando sia calcoli canonici che costruzioni geometriche.
Per tracciare con precisione il moto delle macchie solari sul disco, è necessario conoscere la posizione dell’eclittica nel cerchio osservatorio. Poiché l’inclinazione dell’eclittica rispetto al meridiano cambia ogni giorno, è necessario un metodo per determinare questo angolo in qualsiasi momento. “Cæterum quia Sol in Ecliptica quotidie ſuos progreſſus, & ſemper nouos cum circulo horario angulos facit; hinc fit vt ipſa Ecliptica in Circulo obſeruatorio per centrumn quidem ſub forma lineæ rectæ accidat, ſiru tamen ſeu loco ſemper alio at que alio.” - (fr:15343). Pertanto, “Quare vt verus & genuinus Macularum motus acquiratur, neceſſe eſt Circuli horarij ad Eclipticam inclinationẽ cognoſcere quouis anni dic” - (fr:15356).
Il metodo principale si basa sulla trigonometria sferica. Considerando un triangolo sferico rettangolo i cui elementi noti sono l’arco di eclittica e l’angolo di massima declinazione solare, si può ricavare l’angolo cercato. “Data autem baſi in triangulo ſphærico vna cum alterutro angulorum non rectorum, dantur canonice reliqua, at que adeo in hoc triangulo e ho, latus ho, quod; metitur declinationẽ pũeti o, & latus eh, quod metitur aſcenſionem rectam arcus Eclipticæ c o, necnon angulus o.” - (fr:15371). La soluzione canonica utilizza l’analogia: come il seno totale sta al seno del complemento della base (l’arco di eclittica), così la tangente dell’angolo di massima declinazione sta alla tangente del complemento dell’angolo cercato. “Fiat vt ſinus totus, ad ſinum complementi baſis H O, beο eſt ad ſinum reliqot arcus HℳM; ita tangens anguls B HO, ad quartum; producutur tangens complemenii anzuli HOB.” - (fr:15381).
Per evitare i calcoli aritmetici, sono proposte diverse costruzioni geometriche o “pratiche analemmatiche”. Una di queste, chiamata “Pratica Regia”, permette di trovare l’angolo utilizzando solo riga e compasso. “Porro vt res hæc in praxi facillima, & abſque vllo arithmeticæ concurſu peragi valeat, conſtruxi inſtrumentum HDC, cuius beneficio acquires vtrumque angulum, tam illum quem facit horarius cum Ecliptica, quam ipſius complementi, idque ſolius regulæ & circini beneficio.” - (fr:15489). Lo strumento si basa sulla rappresentazione piana di triangoli sferici, dove i cerchi massimi sono proiettati come linee rette o ellissi. “Illi enim qui plano ſunt paralichi, omnes proijciuntur in lincas circulares, & ꝗqui ad idem planum ſunt recti, omnes in lincas rectas; & reliqui omnes ipſi plano obliqui exprimuntur per Elipſes” - (fr:15427).
Una tabella fornisce i valori dell’angolo per ogni grado dell’eclittica nei diversi segni zodiacali. “Vt autem tota vaius integri anni varirtas per gradus ſin galos Eclipticæ habeatur, non eſt opus totam Eclipticam, aut omnia ipſius ſigna peruadere, ſed ſutficit trium ſignorum, & graduum primi quadrantis angulos cxhibere calcu lo. Vnus enim idemque angalus communis eſt quattuor punctis Eclipticæ æqualiter à punctis cardinalibus remotis” - (fr:15396-15397). Per usarla, si cerca il grado dell’eclittica in cui si trova il Sole e si legge il corrispondente angolo. “Nam ſi ſcire deſideras, quemnam angulum cum Ecliptica faciat circulus horarius, quem Sol inſidet, ſignum & gradum ſigni accipe in Tabula” - (fr:15414).
Infine, il metodo è dimostrato essere strettamente legato alla determinazione della posizione dell’asse dell’eclittica nel cerchio osservatorio, che è essenziale per il fenomeno delle macchie. “Hęc enim non ſunt alligata Eclipticæ, ſed arcus AB, As, poſſumt eſſe maiores, ve nuncCres maxima declinatione prout videre eſt in hac ipſa figura Atque hic ſanè problemati propoſito finis imponi potuiſſet; imò etiamm multo ante debuiſſet, ſi neceſſitati tantum conſulendum fuiſſet; certè præter intentionem tanto cum comitatu problema alioquin ſatis plebæum prodijt: ſed macularum bhænomeno, demonſtrationiq. Praxis regię adſcribendum eſt” - (fr:15943-15945).
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[20.1-215-16385|16599]
20 Descrizione del sistema solare e fenomeni di luce
L’orbita di Mercurio e Venere intorno al Sole, con le loro distanze dalla Terra, e la ragione per cui le facole solari e i pianeti vicini al Sole non sono visibili di giorno.
Mercurio, il pianeta più vicino al Sole, lo circonda in un’orbita rapida. “Frcurius indiuiduo Soli iuncus conſortio, proximus Planetarum eſt, qui Solem ambir„2Xaimalo ſuo curſu coronat, temꝑre quc fere dimidio ſupra, medio role;m comparet” - (fr:16386). La sua distanza massima dalla Terra è calcolata in 1700 semidiametri terrestri “eſt, ſemidiam. terræ” - (fr:16389, 16419). Venere, il pianeta successivo, orbita attorno al Sole con un percorso più ampio. “proximus poſt Mercurium planetarum, Solem ambientium Venus eſt, quæ ctiam modo Sole altior, modo humilior ſua periodo eum circumſcribit,& multo maiore Circulo ambit.” - (fr:16423). La sua massima distanza dalla Terra è di 2029 semidiametri terrestri “dant diſtantiam Veneris maximam” - (fr:16436).
Le macchie e le facole solari non appaiono mai al di fuori del disco visibile del Sole, il suo “orizzonte”. “Mnlla Macula;, nulla Facula, ſeu primaria, ſeu ſecundaria, extra patentem Solis orhem. ſius horizon tem ipſus conſpicuum, vnquam apparet.” - (fr:16451, 16452). Questo orizzonte è il cerchio definito dai raggi visibili tangenti al globo solare “Olis horizon conſpicuus, eſt circulus, radijs vHfualibus globumsolis tangentibus determinatus” - (fr:16455).
La luce del giorno è la causa per cui i pianeti vicini al Sole e le facole non sono visibili. Durante un’eclissi solare totale, quando la luce diurna è rimossa, le stelle diventano visibili. “Solis totalis, cuiuſmodi çontigit mmno Dmi 1560,& viſa eſt in Luſitania, in tantum, vt ſtellæ fitmamẽti clariſſime apparerẽt.” - (fr:16496). “Lux diurna„ſpectl Planetari, & fttllarẽ diurnu m adimit.” - (fr:16483). La luce più forte (quella del giorno) soffoca la percezione delle luci più deboli (stelle, pianeti) nell’organo della vista. “maioris lucis præſentia, minoris in organo viſus ſensũ obliterari.” - (fr:16492). Pertanto, le facole, se esistessero nell’etere vicino al Sole, dovrebbero brillare, ma la loro luce è sopraffatta dalla luce diurna. “Lux Facularum eſgE fortiorem luce diurna; alioqui ſi lucx ætherat dieci lu- Cuaruà eſſet fortior pręualeret in oeulo” - (fr:16589, 16590).
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[21.1-113-16705|16817]
21 Osservazioni e corollari sul moto delle macchie solari
Le macchie solari si muovono con moto proprio, non diurno, e i loro percorsi sono simili e paralleli.
L’osservazione accurata, condotta con strumenti adeguati, mostra che il moto delle macchie solari è proprio e non dovuto alla rotazione diurna. “co, naullen, ſe retrocedere animaduerJam, utclligode mo.u Macularum proPrio, non commum Juoridiauno diurno” - (fr:16709). I loro percorsi, osservati in cerchi diurni, sono simili tra loro. “Omnium Macularum irinera tempore codem avpar ent generis,&htus ciuſcdem, cæieris paribus” - (fr:16744). Se uno è rettilineo, lo sono anche gli altri nello stesso periodo; se uno è curvilineo, lo sono tutti. “si vnius Maculæ iter eſt rectiliueum, etiamn aharum eſſc, tempore eodem, ſi vnius eſt curuilineum, etiam aliarum eſſe curuilinea, tempore eodem” - (fr:16745).
Da ciò seguono due corollari principali. Primo, le macchie non sono trasportate in orbite eccentriche attorno al Sole, altrimenti a volte apparirebbero retrograde, cosa che non avviene. “Maculæ non feruntur in orbibus Excentricis ſuo Solc, alioqui aliquando eſſeunt retrogradæ; qand tamen non fit” - (fr:16730). Secondo, non si muovono neppure su epicicli, sia sotto che attorno al Sole. “Maculæ non feruntur in vllis orbibus Epicyclis, ſeu ſub Sole, ſeu circa Solen” - (fr:16738).
Il moto è universale e comune a tutte le macchie, il che implica una causa unica. “Motus huiuas vnnierlalis,& onmmnibus Macuns coaunami” - (fr:16752). Questo moto si ripete annualmente con grande regolarità: i percorsi descritti sugli stessi paralleli in anni diversi sono simili e di durata pressoché uguale. “Omnin Macularum iiinera ab iſclem parallelis annue deſcꝛipta, ſunt ad ſenſum ſibi ſimilia,& plerumque tempore æqualia” - (fr:16768). Le macchie poste su paralleli uguali ma opposti (a distanza semestrale) compiono moti ordinariamente simili ma di tendenza contraria. “Omnes Maculæ in parallelis æqualibus deIatæ,& ſemeſtri temporis interuallo à ſediſtantes. faciunt motus quidem ordinarit ſimiles& æqualesſitu tamen,& iendentia ſubcontrarios” - (fr:16785-16786).
Due volte l’anno, i percorsi appaiono rettilinei: una volta tra fine novembre e inizio dicembre, e una volta tra fine maggio e inizio giugno. “Omnium Macularum,& Facularumitinera bit ſiunt in anno rectilinca ad ſenſum ſcmel circa ſinem Nouembrit;& initium Decembris:et ſemel intra ſinem Maii et initium Iunii” - (fr:16798). Questi percorsi rettilinei sono sempre obliqui rispetto all’eclittica, formando con essa angoli di circa sei-otto gradi. “Itinera omnia ſunt ad Eclypticam obliqua nulla vero vnquam25 parallela” - (fr:16806). “Omnes anguli quos it ineraiſta cum Eclyptica comp: ærndunt, ſunt inter ſeſe fere æquales,& inter ſex,& octo gradus verſantur” - (fr:16808). I moti rettilinei invernali vanno da sud-est a nord-ovest, mentre quelli estivi vanno da nord-est a sud-ovest. “Omnes brumales tendunt ex 2 Auſtro ortiuo, in occaſum borcalem. Omnes vero æſtiuales, tendunt ex ortu Aquilonari in occaſum auſtralem” - (fr:16814-16815).
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[22.1-383-17051|17433]
22 Macchie solari: moto annuo e apparenti
Il moto delle macchie solari si compone di un moto proprio quasi mensile e di uno annuo attorno all’asse dell’eclittica.
Le macchie solari si muovono sulla superficie del Sole descrivendo percorsi curvi. Questo moto apparente è in realtà la risultante di due moti regolari: uno proprio, che le porta da est a ovest in circa 13-14 giorni, e uno annuo, che avviene attorno all’asse dell’eclittica. “Macularum omnium itincra, circa aut paullo poſt initium Iunii rectilinca-,, paullatim inflectuntur in curuilinea” - (fr:17294) [I percorsi di tutte le macchie, intorno o poco dopo l’inizio di giugno, da rettilinei si flettono a poco a poco in curvi]. La loro traiettoria, quindi, non è mai circolare ma ellittica: “Omnium Macularum itinera curuilinea, ab ortu in occaſum expansa, ſapꝛunt curuitatem Ellipticam. Circularem certè nunquam exuibent” - (fr:17135-17136) [Tutti i percorsi curvi delle macchie, estesi dall’orizzonte all’occaso, hanno una curvatura ellittica. Certamente non mostrano mai una curvatura circolare].
Il moto annuo causa l’inclinazione variabile dei percorsi. L’asse attorno al quale avviene questo moto è mobile e si muove attorno all’asse fisso dell’eclittica. “motum hunc circa axem Eclipticæ ferri” - (fr:17408) [che questo moto avvenga attorno all’asse dell’eclittica]. Questa doppia rotazione spiega le regolari variazioni osservate: le macchie appaiono più curve in certi periodi (equilibri) e quasi rettilinee in altri. “Maculas circa finem Maij, & initium Iunii, quotannis facere motus ad ſenſum rectilineos” - (fr:17312) [Le macchie, verso la fine di maggio e l’inizio di giugno, ogni anno compiono moti che appaiono rettilinei].
Le osservazioni dimostrano che la velocità di transito non è uniforme. Le macchie si muovono più lentamente vicino ai bordi (orizzonte) del disco solare e più velocemente verso il centro. “Maculæ circa horizontes tardius, in medio Solis velocius moueantur” - (fr:17163) [Le macchie vicino agli orizzonti si muovono più lentamente, nel mezzo del Sole più velocemente]. Questo vale soprattutto per le macchie australi rispetto a quelle boreali. “maior circa horizontem tarditas animaduertitur in Maculis auſtralibus, minor in borealibus” - (fr:17166) [Una maggiore lentezza vicino all’orizzonte si nota nelle macchie australi, minore in quelle boreali].
I due moti combinati spiegano anche perché macchie che sorgono insieme non tramontano necessariamente insieme durante i periodi di moto curvo. “Tempore Motus notabiliter curuilinei, quæ ſimul oriuntur, vix vnquam ſimul occidunt” - (fr:17190) [Nel periodo di moto notevolmente curvo, quelle che sorgono insieme, quasi mai tramontano insieme].
Infine, da questo fenomeno complesso si deduce che le macchie non possono essere corpi planetari (come Mercurio o Venere) interposti tra noi e il Sole, poiché il loro moto osservato non corrisponderebbe a quello di tali pianeti. “Impossibile est, vt hæ Maculæ in Sole oriantur, ex vlla eiuſmodi orbis inter nos & Solem interpositione” - (fr:17289) [È impossibile che queste macchie sul Sole si formino per l’interposizione di qualsiasi orbita di quel genere tra noi e il Sole].
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[23.1-163-17765|17927]
23 Confutazione dell’ipotesi degli epicicli per le macchie solari
L’apparente moto anomalo delle macchie solari non è causato da epicicli, ma dalla rifrazione ineguale introdotta dalle lenti del telescopio.
L’ipotesi che le macchie solari si muovano su epicicli è impossibile per molte ragioni, tutte in contrasto con i fenomeni osservati. In primo luogo, se le macchie ruotassero su epicicli, la loro posizione reciproca cambierebbe in modo innaturale: “Certum liquæ Maculæ versus orientem, aliquæ est, si dicta Epicyclorum conversio cuilibet Maculæ attribueretur, situm Maculæ cuiuslibet, mutatum iri” - (fr:17772). Invece, le osservazioni mostrano che le macchie mantengono le loro posizioni relative. Inoltre, due macchie viste sorgere separate si avvicinerebbero fino a unirsi per poi separarsi di nuovo nel loro corso, il che non accade: “duæ Maculæ in ortu, v. g. à se aliquantulum disiunctæ, processu ab horizonte versus medium, semper ad se magis magisque accederent, donec omnino unirentur. deinde in semicirculo Epicycli interiore, seu perihelico vicissim disiungerentur” - (fr:17780, 17782). Un altro problema insormontabile è la reciproca penetrazione dei corpi: se ogni macchia avesse il suo epiciclo, questi cerchi si intreccerebbero e i corpi si penetrerebbero a vicenda, cosa impossibile: “si singulis, habes mutuas corporum& motuum implexiones, adeoque penetrationem” - (fr:17800). Anche ipotizzare diverse distanze delle macchie dal Sole per evitare queste collisioni è un’idea infondata e non dimostrata: “vnde constat, tam considerans asseueratio, videlicet Maculam unam à centro Solis magis distare quam alteram, idque extra dolem?” - (fr:17805). Infine, l’argomento decisivo è che l’anomalia nell’allargamento degli intervalli delle macchie vicino all’orizzonte si osserva solo con il telescopio, non a occhio nudo attraverso un semplice foro: “apparentiam istam nec in observationibus reflexis, nec in directis per nudum foramen accidere” - (fr:17830). Questo prova che la causa non è negli epicicli, ma nello strumento. La vera causa è la rifrazione ineguale prodotta dalle lenti del telescopio: “prouenit à sola Refractionis inæqualitate, quam lentes Telescopii in transmissam Solis speciem inducunt” - (fr:17845).
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[24.1-2091-18745|20835]
24 Macule solari: moto, aspetto e mutazioni
Analisi del moto, della forma e delle alterazioni delle macchie solari, con dimostrazioni geometriche e osservazioni sperimentali.
Le macchie solari presentano un moto regolare e un’aspetto variabile che ne dimostra la presenza sulla superficie del Sole. Il loro movimento apparente, se depurato dagli effetti di rifrazione ottica, risulta ordinato e corrispondente a una rivoluzione sulla sfera solare stessa: “Si Motui vero Macularum inest regularitas, Maculae insunt Soli” - (fr:18748). La loro sottigliezza (gracilitas) quando si trovano vicino all’orizzonte del disco solare è dovuta sia alla posizione obliqua rispetto all’osservatore, sia all’intervento della luce solare che le oblitera: “Gracilitas Macularum est partim ex illarum ad oculum situ, partim à lucis solaris interventu” - (fr:19767). Questa attenuazione apparente non è assoluta, ma dipende dalla prospettiva, poiché tutte le macchie, man mano che si allontanano dall’orizzonte, ingrandiscono, e viceversa: “Horizontalis Macularum gracilitas, non est absoluta illarum figura” - (fr:19786).
Le macchie subiscono un accrescimento e una diminuzione sia ottica (dovuta alla rifrazione e alla posizione) che fisica (reale). L’aumento fisico è continuo e ineguale, e avviene in ogni direzione, dal centro della macchia verso l’esterno: “Singularum Macularum augmentum physicum solet fieri ad omnem loci differentiam, à Maculae centro versus perimetrum procedendo” - (fr:19101). Analogamente, la diminuzione fisica avviene dalle estremità verso il centro. Il nucleo (nucleus) di una macchia, quando presente, è la parte più oscura e densa, situata per lo più al centro, e anch’esso cresce e decresce insieme alla macchia: “Ordinariè quando augetur physice Macula, augetur etiam nucleus” - (fr:19315). L’oscurità delle macchie non è una mera privazione di luce o un’ombra proiettata, ma una vera qualità fisica, un colore reale di un corpo opaco: “Macularum solarium apparens obscuritas, est vera realis, & physica, corporis opaci qualitas” - (fr:19441).
La figura delle macchie, considerata nella sua solidità, è quella di un corpo opaco di dimensione sensibile, per lo più sporgente al di sopra della superficie lucida solare: “Macularum solarium soliditas conflatur ex corpore solido opaco, obscuro adiaphano, atque extra superficiem solarem lucidam plerumque secundum aliquam sui portionem protuberante” - (fr:19793). La loro forma superficiale, vista frontalmente, è ordinariamente tondeggiante per le macchie semplici, mentre per quelle composte o informi è variabile e instabile. La figura solida assoluta non può essere conosciuta se non considerandole da ogni posizione, il che è impossibile, ma dalla loro posizione orientale, meridionale e occidentale si può arguire con sufficiente certezza che siano corpi sensibilmente profondi: “Macularum solarium figurae solidae & absolutae qualitas satis certe cognosci potest, ex illarum, Orientali, Meridionali, & Occidentali positione & aspectu” - (fr:19852).
Le continue mutazioni nelle macchie e nelle facole (faculae) - in grandezza, oscurità, figura e la loro reciproca trasformazione - richiedono e dimostrano l’esistenza di una vera alterazione fisica e di un generarsi e corrompersi delle stesse nel Sole: “Ex modo quo deficiunt, in cognitionem incaepitionis earundem satis luculenter deveni, illasque nascituras indiciis haud obscuris praenotare didici” - (fr:20526). L’argomento più palmare è la trasformazione delle macchie in facole, che non può avvenire per sola rarefazione o trasparenza, ma implica una vera mutazione della materia: “Ex eo quod Maculae solares rarefiant, non sequitur necessario, clariores futuras” - (fr:20026). Infine, la prova decisiva della loro ubicazione sulla superficie solare è fornita dalla mancanza di parallasse rispetto al Sole, come dimostrato da osservazioni concordanti da luoghi molto distanti della Terra: “Maculae solares respectu Solis, omni diversitatis aspectu carent” - (fr:20581).
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[25.1-35-21227|21261]
25 Osservazioni e questioni sul moto delle macchie solari
Dalle osservazioni si deduce il moto ordinario delle macchie, ma si notano anche irregolarità e si indagano le cause.
Dai corsi osservati, la maggior parte delle macchie segue un moto ordinario attorno a un asse comune. Tuttavia, si riscontrano delle irregolarità: “Sed& Refract onis negotium ex leanDico ordinarium, quia plerarumque tibus obſeruatorij, pertectum, ad hofce curſiis huic radici& claui congrucntes 10 exceſſus aut defectus etiam al: quid c”inueni” - (fr:21228) [Ma l’operazione della rifrazione, dall’ordinario insegnamento, poiché per la maggior parte delle osservazioni è perfetta, in questi corsi che corrispondono a questa radice e chiave, trovo anche qualche eccesso o difetto.]. Ci si chiede se queste anomalie derivino da un principio proprio delle macchie o da cause comuni a tutti i fenomeni, come l’impulso atmosferico delle macchie stesse: “An autem iſta exorbitantia ex alio nabitur. Quapropter initium, radicem& clauem poli atque axeos Mobilis ex obſeruatis auguror… vel ex mutua motuum contrariorum concurfatione, atque conflictatione, ſeu Macularum atcrali inpulfione,&c.” - (fr:21230, 21231) [Ma se questa irregolarità derivi da un’altra causa… Pertanto, dall’inizio, dalla radice e chiave del polo e dell’asse mobile, dalle osservazioni presagisco… o dalla mutua concitazione e conflitto dei moti contrari, ossia dall’impulso atmosferico delle Macchie, ecc.].
È certo che le macchie si muovono sulla superficie solare, il che prova la fluidità del Sole: “Hoc interim certum, tiam harum Macularum cuagationes ordinatas,& axes illarum cirecllo alligatos, ipſas Juc fuperficii Solari aditrictas efle: ex hoc phænomeno arsumen- tum torriſſimum traliitur pro iuperficiei ſolaris fluxibilitate,&c.” - (fr:21233) [Questo intanto è certo, che i vagabondaggi di queste Macchie siano ordinati, e i loro assi legati a un circolo, e che esse stesse siano attaccate a questa superficie Solare: da questo fenomeno si trae un fortissimo argomento per la fluidità della superficie solare, ecc.]. Il loro moto non è semplice, ma composto: “Maculæ quælibet in ſuis parallelis circa axem mobilem mouentur, inde fit vt non vno motu ſimplici circa illum axẽ, ſed variè mixto moueantur” - (fr:21233, 21234) [Le singole Macchie si muovono nei loro paralleli attorno all’asse mobile, da ciò avviene che non si muovano con un moto semplice attorno a quell’asse, ma con un moto variamente misto.].
Si pongono due questioni specifiche. La prima (Quaestiuncula XIII) chiede se tutte le macchie abbiano lo stesso asse e poli mobili: “Vtrum omnes Maculæ eundem axem& polos mobiles ab& in circello ducuntur iſta euidẽter, del.tos reſpiciant?” - (fr:21243, 21247) [Se tutte le Macchie abbiano lo stesso asse e poli mobili, e se da e nel circello siano condotte quelle cose, evidentemente, riguardino quelli?]. La risposta, basata sui fenomeni apparenti, è che la maggior parte si muove attorno allo stesso asse: “Reſpondetur ex Phænomeno communi tos apparentes… pleraſque Ma- culas& curſu ordinario ferri circa eun- dem ſenſu axem” - (fr:21248, 21249) [Si risponde dal Fenomeno comune dei moti apparenti… che la maggior parte delle Macchie siano portate con corso ordinario attorno allo stesso asse sensibile.]. Tuttavia, a volte si osservano variazioni nella velocità apparente: “Nihilominus tamen a nonnullis quandoque nonnihil exor- bitari eſt animad uerſum in motu appa- rente, eo quod alias celeritate motus allatas, ſui anteuertant” - (fr:21251) [Nondimeno però da alcuni talvolta è stato osservato deviare qualcosa nel moto apparente, poiché altre, per la velocità del moto acquisita, le superano.].
La seconda questione (Quaestiuncula XIV) riguarda l’uguaglianza della durata delle rotazioni: “Vtrum propri Macularum conuerſiones jint omnes mier ſe temporis duratione æquales,& quantæ?” - (fr:21236) [Se le conversioni proprie delle Macchie siano tutte tra loro uguali nella durata del tempo, e quanto?]. Dai corsi esaminati, risulta che non sono uguali: “Reſpondetur ex obſeruatis curſibus apparentibus,& accuratè examinatis, Macuiari non eſſe. Nam multi curſus bene explo- rati dies vix excedunt. Multi ad perueniunt:& nõnul- liad 2 aſpirare vidõtur” - (fr:21238, 21241, 21244, 21245, 21246) [Si risponde dai corsi osservati apparenti, e accuratamente esaminati, che non sono uguali. Infatti molti corsi ben esplorati difficilmente superano i 25 giorni. Molti arrivano a 27: e alcuni sembrano aspirare a ].
Per una migliore comprensione, si fornisce uno schema (Schema) che rappresenta il Sole con il suo cerchio massimo (eclittica solare AB) e il suo asse CD. Su questa base si descrivono i circoli (ad esempio cCFdp) lungo i quali si compie il moto annuo e attraverso i quali si genera la grande varietà di moti nel fenomeno solare: “VOCUSOVE dicta intelligen- tur melius, ſi res oculis ſubijciatur… erunt illi jjdem in quibus annuus motus perficitur,& per quos magna iſta motuum varietas in hoc Solate Phænomenon inducitur” - (fr:21256, 21261) [Le cose dette finora si comprendono meglio, se la cosa viene sottoposta agli occhi… saranno quelli stessi in cui si compie il moto annuo, e attraverso i quali quella grande varietà di moti in questo Fenomeno Solare viene indotta.].
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26 Sulla luce solare e la sua azione sulla Terra
Il Sole agisce sulla Terra per mezzo di specie radianti, che si propagano per via diretta, rifratta e riflessa.
La luce solare raggiunge la Terra attraverso le sue “specie radianti”, che comprendono non solo la luce, ma anche i colori e altre qualità del Sole. Questa azione si esercita in tre modi: direttamente, per rifrazione e per riflessione. “Sol agit iv illaſtratam ierii port onem ſimul radid di rrẽto, imul 1efracio, imul reflexο” - (fr:22245). L’azione diretta è la più forte, poiché i raggi giungono senza impedimento; quella rifratta è indebolita dal passaggio attraverso l’atmosfera; quella riflessa, proveniente dalle stelle illuminate, è la più debole. “Actio Solis fortiſſ- 5 ſtris, quos à patente nobis Solis hemivalarivcm-, ma oſt quæ fit ſpecie direcia: minus fortis uen vs2 quæ ſit refracta; minimè quæ ſit reflexa” - (fr:22259).
L’emisfero terrestre illuminato riceve l’azione diretta e rifratta del Sole, mentre la parte opposta (notturna) è raggiunta solo dalla luce riflessa dalle stelle sopra l’orizzonte. “Solis hemiſjhærium nobis apparens, agit in latentem& auer ſam terræ portionemé ſola reflexvone” - (fr:22279). La diversa intensità della luce sulle varie parti della Terra non dipende dal Sole, che emette raggi uguali, ma dall’atmosfera, che li indebolisce in modo differenziato, specialmente quando il percorso è obliquo (come all’alba o al tramonto). “omnem difgformitatem quam ſolaris brum qun. racdlus in illunnnanda terra patitur, tuam, 12neacus circuli max:mi in ſuperficie ter- ex ſtere ſol.s reg’one vipida ſeu Aimo- mtati” - (fr:22382). L’atmosfera, infatti, “smorza” il vigore della luce soprattutto nei raggi obliqui che percorrono un tragitto più lungo al suo interno. “Atmoſphæra radios Solis in ierram airettos non tanti refractione, ſeĩ multo magis longo tranſitu heheteh atq.ita elibet” - (fr:22391).
Se il Sole fosse fermo, produrrebbe comunque un’atmosfera, ma essa sarebbe estremamente disuniforme, con una zona perpendicolare al Sole violentemente riscaldata e la parte notturna ricevente solo un debole calore riflesso. “hanc Atmoſphęram, ſtante Sole producendam, ei quę nunc eſt valde diſſimilem futuram, propter diſſimilem cauſſæ producentis applicationem” - (fr:22422). Il moto del Sole è dunque provvidenziale, poiché distribuisce uniformemente la sua virtù, generando l’alternanza dei giorni, delle stagioni e una temperie adatta alla vita. “Vartus igitur Solis terreno globo à diuina prouidentia communicatur per motum localem diurnum& annuum, ipſius virtutis delatorem” - (fr:22434).
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27 Osservazioni sulle macchie solari e implicazioni per la fisica celeste
L’esame delle macchie solari, rese visibili dal telescopio, consente di indagare la natura del Sole e dei corpi celesti, offrendo strumenti per la geografia e l’orologeria, e fornisce verità fisiche che possono conciliarsi con la Sacra Scrittura.
L’osservazione delle macchie solari permette di costruire orologi solari, poiché “Si magnus accipiatur Circulus obſeruatorius… deſcribent ſingulæ ſuos vetuti arcus diurnos circa centrum circuli obſeruatorij: quorum ope fieri poſſe horologia Thelioſcopica” - (fr:22651). Tuttavia, il loro moto irregolare in estate rende complesso l’uso a questo scopo, mentre “ſemeſtri ſaltem hyemali, continua Macularum Progreſſio exiſtit, ſine vlla regrelſiioms iterruptione” - (fr:22654). Il fenomeno è utile anche per la geografia, in quanto “longitudines in toto terrarum orbe poſſunt certo… acquiri” - (fr:22660) se diversi astronomi osservano la stessa macchia.
Grazie al telescopio, è ora possibile studiare da vicino il Sole: “Nunc autem Telioſcopij inuento& patefacto vſu, fas eſt regiones illas ætherias… intrare” - (fr:22670). Questo studio diretto del Sole attraverso le sue macchie e facole fa emergere numerose verità fisiche, poiché “AD PHTSIOLOGIAAM CAEL.Eleſtem plurimæ Veritates panduntur è Phænomeno ſolari” - (fr:22665). Solleva inoltre questioni fondamentali sulla natura dei cieli e degli astri, come “An aſtra… ſint orbibus cæleſtibus infixa” - (fr:22681) o “An Sol habeat aliquid mixti?” - (fr:22618). La decisione su tali questioni spetta ai fisici, ma il fenomeno fornisce gli elementi: “Quæ ſtionk itarum… ſuſcitatari, deciſio defer kur Phyſßicis” - (fr:22739).
L’utilità principale di questa conoscenza è liberarsi dall’errore: “Et omnium quidem prima atq. maxima boni Litterarij vtilitas eſt, liberari ab errore, ignorantie tenebris exui” - (fr:22747). Le verità naturali scoperte non contraddicono la fede, dato che “contra Veritates naturales neq. Scripturam Sacram, neq. Theologam vnquam enunciare” - (fr:22751-22752). Infatti, il fenomeno dissipa l’oscurità: “quod Maculis ſuis ab intelligẽtia noſtra noctem imperitiæ eclimnat” - (fr:22757), permettendo alla mente di compiere progressi.
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28 Eclissi solare alla morte di Cristo e testimonianze antiche
Un’eclissi solare eccezionale, accompagnata da terremoti, oscurò il mondo alla morte di Cristo, come riportato da fonti storiche e patristiche.
Alla morte di Cristo, avvenne un’eclissi solare totale e insolita che si estese per tutto il mondo, come attestano i Vangeli: “Marcus, c. 15: v. LuC4, c. v.44. MatthEus, c. vert.” - (fr:22851, 22852, 22853). Questa non fu un’eclissi ordinaria, poiché la Luna era quasi opposta al Sole: “Quomodo igitur iſtæ tene„ bræ defectus Solis fuerint, cũ eo tempore Luna pene è regione Soli oppo„ſita fuerit?” - (fr:22863). Lo storico Cedreno riporta l’evento annotando che “Dominus noſter… Chriſtus fupplicium adijt” e che in quel tempo “Solis exifitit defectus, „ omnibiuis prioribus maior, noxque „ dieci hora ſexta oborta eſt, ita vt& „ſtellæ in cælo conſpectæ ſint” - (fr:22856, 22886). Anche Flegone di Tralles, citato da Eusebio, descrive “magna& excellens… defectio Solis” durante la quale “dies hora ſexta ita in tenebroſam noctem „ verfus, vt ſtellæ cæli vifa tint”, accompagnata da un grande terremoto in Bitinia che distrusse parte di Nicea - (fr:22873, 22874, 22887). Altre fonti, come Tertulliano, Luciano Martire e Orosio, confermano la memoria di questa eclissi nei documenti pagani. Africano aggiunge che quel giorno “tenebras admo„ dum terribiles per totum mundum „ obortas, terræ motu ſaxa dirupta” - (fr:22888). Gli Ebrei chiamarono quell’oscurità “Solis detectum”, una definizione considerata assurda e contro natura dall’autore: “Eas te„ nebras lüdaæi Solis detectum appel„ Uint, abſorde id quidem, meo udicio ο „& repugnante natura” - (fr:22889).
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29 Sulla natura del Sole e delle sue macchie, dedotta dalle osservazioni telescopiche
L’osservazione del Sole attraverso il telescopio rivela macchie, facole e colori che permettono di indagare la sua natura materiale, correggendo nel contempo antichi errori idolatrici.
L’osservazione telescopica del Sole (“DE SOILIS ᷑οεRE EX Pbænomeno ſolari per Telioſcopium patefacto” - (fr:22999)) permette di distinguere i suoi colori: le macchie mostrano “ſimilitudinemcorporis Opaci,& coloris q aſi nigri”, le facole un “colorem defæcatæ ſubaibeſcentis flammæ”, mentre il resto della superficie solare mostra un colore simile a “liquefacti ſtanni aut plumbi” - (fr:23014). Questa varietà di fenomeni visibili (“Maculæ, Faculæ, Vmbræ, æquabiles Solis plagæ” - (fr:23016)) fornisce indicazioni sulla natura fisica del Sole. Molti moderni, basandosi su queste apparenze, ritengono che al fenomeno solare vada attribuita una natura ignea (“Phænomeno ſolari naruram igncam tribuendam eſle cenſeant” - (fr:23136)). Le loro ragioni includono il fatto che il telescopio mostra le parti del fenomeno solare “condenſari,& rarefieri” e “intenſionem,& remiſſionem fieri”, processi che sulla Terra non avvengono senza calore (“abique interuentu caloris apud nos non fieri dictitant” - (fr:23142)). Mostra inoltre che macchie e facole “augeri,& minui” e “in extia Solis ſuperficie de nouo naſci,& muerire”, mutazioni che si ritiene avvengano con l’ausilio del calore (“caloris auxilio fieri nonpalle comendunt” - (fr:23146)).
Questo fenomeno solare serve anche a confutare antichi errori idolatrici. Infatti, “Legimus paſſim& antiquitus& modo, Solem inſtar Numinis à multis Natiombus adoratum eſſe” - (fr:22959). Ad esempio, i Persiani, dopo il miracolo dell’ombra retrocessa per il re Ezechia, istituirono una festa in onore del Sole come Dio (“in honorem Solis tãquam Dei, diem feſtum Triplichatis dictum inſtituerunt” - (fr:22962)). Tuttavia, “Quæ omnes hoc vnico Solis Phænomeno erroris ſacrilegi conuinci poſſunt” - (fr:22971), perché “in Sole vero noſtro, ſunt ienebraæ; igitur Sol noſter, Deus non eſt” - (fr:22973) e “apud Solem noſtrum mutatio& viciſſitudinis obumbratio cont inua exiſtit; igitur Sol noſter non eſt Deus” - (fr:22974).
Si nota anche una connessione tra le macchie solari e le comete. È degno di considerazione che “ordinarios Cometas plerumque in vicinia Solis oriri& conſpicabiles fieri, ſenſim ab eodem recedendo; multos è Solis radijs barbatis aut caudatis, latente apud solem capite, naſci” - (fr:22978). La somiglianza nei modi di crescere e diminuire porta a chiedersi: “An igitur ſimilis materia a Sole ſele liberet,& inde in Come tam accenſa per æthera vagetur?” - (fr:22980). Alcuni astronomi, come si cita in una disputa del 1619, ritenevano probabile collocare la cometa “Solem inter, ac Lunam illum ſtatui poſſe” - (fr:22989).
Per investigare la natura della luce solare, si conducono esperienze ottiche. Ad esempio, facendo passare il Sole “per minutiſſimum foramen” su una carta in luogo oscuro, si ottiene un’immagine rotonda (“Figura huius imagilus cſt ſemper rotunda” - (fr:23169)) la cui luminosità non è uniforme: è “intenſioris in medio, remiſſioris in excremos” - (fr:23168). Inoltre, ”Hæc imago fiet ſenſibiliter maior, ſed obſcurior, à foramine minore; minor, ſed clarior à foraminemaiore” - (fr:23177). La spiegazione di ciò risiede nella natura della propagazione della luce: ”radius Solis lucidus, à quolnibe: Solis punctoi in vnicum lamellæ punctum directus” costituisce la specie o immagine del Sole (”ſpeciem, ſeu imaginem Solis nominamus” - (fr:23191)). Se il foro è piccolissimo, da ogni punto del Sole passa solo un raggio, producendo un’immagine grande ma tenue; con un foro più grande, passano più raggi, producendo un’immagine più piccola ma più luminosa, poiché ”lux maior in oculo, ſenſum lucis minoris”* elide - (fr:23342).
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30 Citazioni patristiche e teologiche sulle acque sopra il firmamento
Un dibattito teologico sulla natura e collocazione delle acque menzionate nella Genesi, con riferimenti a Padri della Chiesa e teologi come Agostino, Molina, Bonfrerius e Hurtadus, che le interpretano come acque elementari reali sopra il cielo.
La discussione verte sull’interpretazione delle acque poste “sopra il firmamento” (Genesi 1:7). Diversi autori, citando la Scrittura e i Padri, sostengono che si tratti di acque elementari reali, non di vapori o metafore. “Diuiſitque aquas quæ erant ſub firmamento, ab his quæ crant ſuper firmamentum” - (fr:24640). Questa lettura “propria” è attribuita a molti, come “onmes lancti Patres” - (fr:24642).
La posizione è sostenuta da passi scritturali chiari: “extendens cælum ſicut pellcin, qu¹ tegis aquis ſuperiora eius” - (fr:24604, fr:24646) e “Aquæ quæ ſuper cælum ſunt” - (fr:24606, fr:24649). L’autorità della Scrittura è ritenuta superiore a ogni ragione umana: “maior eſt quippe buius ſcripturæ auctoritas, quam omnus buman- ing[enii] capacitas” - (fr:24590).
Autori come Ludovico Molina e Petrus Hurtadus de Mendoza difendono questa interpretazione. Molina, dopo aver filosofato diversamente, cambia parere basandosi sulla “ratione mocentis,& Seripturæ ſaeræ Latrumque auctoritate” - (fr:24597). Hurtadus scrive: “Igitur nomine aquarum intellige=, quod Seriptura ſonit aperte, aquan ſcilicet elementares, in& ſub cælo” - (fr:24667). Si respinge l’idea che “firmamento” significhi solo aria, poiché “supra quem nullæ ſunt aquæ” - (fr:24671), o che le acque siano un cielo “glaciale” di diversa specie.
La materia del cielo stellato e degli elementi sublunari sarebbe stata ricavata da queste acque primordiali: “Itaque materia cæli, ignis& aẽris prius fuit materia aquæ” - (fr:24684). L’argomento finale è che Dio ha potuto collocarle lì e la Scrittura, attestandolo, non usa un linguaggio metaforico: “ſi Deus id feciſſet& voimiet atteſtari, quo ſermone ſyncerius& clarius poſſet?” - (fr:24692).
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31 La dottrina dei Padri della Chiesa sulla natura corruttibile del cielo e degli astri
I Padri della Chiesa, basandosi esclusivamente sulle Sacre Scritture, affermano che i cieli, il sole, la luna e le stelle sono per natura corruttibili e soggetti a una futura trasformazione fisica, non solo a una cessazione del moto.
I Padri e Dottori della Chiesa sostengono unanimemente che il cielo visibile e i corpi celesti non sono eterni né incorruttibili per natura, ma creati e destinati a una trasformazione. Questa dottrina si fonda sull’autorità delle Scritture e non sulla filosofia pagana, anzi, i Padri rifiutano esplicitamente le opinioni filosofiche contrarie. La corruttibilità del cielo è provata dalle citazioni bibliche che preannunciano il suo passaggio e rinnovamento.
“Cælum & terra tranſibunt” - (fr:25260) [Il cielo e la terra passeranno.] “Ipſi peribunt tu autem permanes, & omnes ſicut veſtimentum veteraſcent” - (fr:25254) [Essi periranno, ma tu rimani, e tutti come una veste invecchieranno.] “Præterit enim figura huius mundi” - (fr:25237) [Passa infatti la figura di questo mondo.]
San Giovanni Crisostomo insegna che tutti i corpi del mondo sono corruttibili e che il cielo e la terra saranno trasformati. “omnia mundi corpora ſunt corruptibilia” - (fr:25233) [tutti i corpi del mondo sono corruttibili.] “Hæc quæ videmus, on dia cum ſot caduca& inſtabilia, nunquam cadem permanent: omniaenun rransfigurabuntur,& calum, Eterra,& marta” - (fr:25241) [Queste cose che vediamo, tutte insieme caduche e instabili, non rimangono mai le stesse: infatti tutte saranno trasfigurate, e il cielo, e la terra, e il mare.]
Sant’Ambrogio, commentando la Genesi, attribuisce al cielo una natura ignea e composta, soggetta quindi a dissoluzione. “Elementa autem qua- iu junt om.tuor aer, ignis; aqua& terra, quæ 2⁴,& ipa in omnibus ſibi inuicem mixta ſunt” - (fr:25431) [Gli elementi poi sono quattro: aria, fuoco, acqua e terra, i quali sono tra loro mescolati in tutte le cose.] “Quod enim compoſitum ex corruptibilibus clementis eſt, neceſſæ cſt refoluatur” - (fr:25440) [Infatti ciò che è composto da elementi corruttibili, necessariamente si dissolve.]
San Girolamo spiega che la “perdizione” dei cieli significa una mutazione in meglio, non un annientamento totale. “Ex quo oſtenditur, perditionem cælorum non interitum ſonares ſed mutationem inmelius” - (fr:25548) [Da ciò si mostra che la perdizione dei cieli non significa distruzione, ma mutazione in meglio.] “Si enim de Sanctis ſcriptum eſt: non omnes quidem dormiemus, ſed omnes immutabimur: Quanto magis hoc de cælo, ac Sole ſtelliſqq. credendum cſte” - (fr:25550) [Se infatti riguardo ai Santi è scritto: “non tutti certo moriremo, ma tutti saremo mutati”, quanto più questo deve credersi riguardo al cielo, al sole e alle stelle?]
Sant’Agostino, pur discutendo diverse opinioni, riconosce che il cielo rientra nella natura degli elementi e che i Padri spesso seguirono in ciò Platone. “Expoſitores ſacræ Scripturæ in hoc diuerſificati ſunt, ſecundũ quocd diuerſorum philoſophorum ſectatores fucrunt, à qusbus in philoſophicis, quæ ad fidem non ſpectant, opmiones Hatonis, & ideo ponunt cælum de natura elementorum” - (fr:25835) [Gli espositori della Sacra Scrittura si sono diversificati in questo, secondo che furono seguaci di diversi filosofi, dai quali nelle cose filosofiche, che non riguardano la fede, presero le opinioni di Platone, e quindi pongono il cielo nella natura degli elementi.]
L’apostolo Pietro, nella sua seconda lettera, è l’autorità principale citata per dimostrare che i cieli attuali, come il mondo antico, sono riservati al fuoco per il giorno del giudizio, subendo una dissoluzione fisica simile a quella avvenuta con le acque del diluvio. “Cæli autem qui nunc ſunt,& terra eodem verbo repoſiti ſunt, igni reſeruati in diem iudicij,& perditionis impiorum hominum” - (fr:25225) [I cieli poi che ora sono, e la terra, per la stessa parola sono riservati al fuoco per il giorno del giudizio e della perdizione degli uomini empi.] “per quæ ille tune Mundus aqua inundatus periit” - (fr:25224) [per le quali quel mondo di allora, inondato dall’acqua, perì.]
San Clemente Romano, discepolo di Pietro, conferma questa interpretazione, descrivendo il cielo visibile come destinato a essere rivolto e sostituito. “Et tunc,(quando numerus prædeſtinatorum impletus fuerit) iſtud quidem viſchile cælum reuolueretur, vt illud verò quod eſt ſuperius, appareret” - (fr:26357) [E allora (quando il numero dei predestinati sarà compiuto) questo cielo visibile sarà rivoltato, affinché appaia invece quello che è superiore.]
I teologi più recenti, come Alfonso Salmerone, Luis de Molina e Cornelius a Lapide, concordano con questa lettura patristica, sottolineando che i cieli saranno rinnovati nella sostanza, assumendo una forma migliore e più gloriosa, ma senza essere ridotti al nulla.
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32 Cielo liquido o duro? La disputa teologica e filosofica
Le acque sopra il firmamento e il moto libero degli astri impongono un cielo permeabile e fluido, non solido.
Il testo presenta un’ampia raccolta di citazioni patristiche, teologiche e filosofiche che sostengono la natura liquida (fluida, permeabile) del firmamento celeste contro l’opinione della sua durezza (solidità adamantina). Gli argomenti principali si basano sull’autorità della Sacra Scrittura e dei Padri della Chiesa.
La Scrittura afferma l’esistenza di acque sopra il firmamento (“Et aquæ quæ super cælos sunt” - (fr:27011) [E le acque che sono sopra i cieli]) e descrive il loro scendere durante il diluvio attraverso le “cataractæ cæli” - (fr:27769) [le cateratte del cielo]. Se il firmamento fosse duro e impenetrabile, questo passaggio sarebbe impossibile senza un miracolo continuo. Invece, molti Padri spiegano questo fenomeno naturalmente, presupponendo un cielo fluido. Sant’Agostino, ad esempio, pur riconoscendo la potenza divina, ammette che le acque, rese sottilissime, possano sostare sopra il firmamento per la sua natura liquida: “cur non possit & super illud levius cælum minutioribus guttis & levioribus immanare vaporibus?” - (fr:27317) [perché non potrebbe anche sopra quel cielo più leggero diffondersi con gocce più minute e vapori più leggeri?].
Il secondo argomento decisivo è il moto degli astri. Se il firmamento fosse un solido unico e rotante, tutte le stelle fisse avrebbero lo stesso moto. Tuttavia, le Scritture e i Padri attribuiscono un moto proprio e libero ai pianeti (chiamati “erraticæ” - (fr:28110) [erranti]) e talvolta anche al sole e alla luna, descritti come posti, non fissati, nel firmamento. San Giovanni Crisostomo spiega chiaramente: “Posuit Deus Adam in Paradiso, non quod innixerit eum Paradiso, sed quod in Paradiso praecepit ut esset… Similiter & de stellis quispiam dixerit, quod imperavit eis, ut sint in firmamento cæli” - (fr:27901) [Dio pose Adamo nel Paradiso, non perché lo inchiodasse al Paradiso, ma perché comandò che fosse nel Paradiso… Allo stesso modo si può dire delle stelle, che comandò loro di essere nel firmamento del cielo]. Questo implica un moto libero in uno spazio pervio, non un’incastonatura in una volta solida.
Sant’Agostino riporta anche l’esistenza, al suo tempo, di un modello astronomico che salvava i fenomeni celesti con un firmamento stante e stelle mobili: “inventas esse vias a rerum harum tractatoribus, omnia nihilominus cæli Phænomena defendendi” - (fr:27405) [sono state trovate vie da coloro che trattano queste cose, per spiegare ugualmente tutti i fenomeni celesti]. Ciò richiede necessariamente un cielo cedevole e permeabile.
La posizione contraria, che sostiene un cielo duro e di una “quinta essentia” incorruttibile, è attribuita ai filosofi peripatetici seguaci di Aristotele. I Padri, come Basilio Magno e Ambrogio, la respingono spesso, preferendo attenersi alla lettera della Scrittura. Basilio deride l’essenza quinta come un’invenzione (“pro tempore excogitatam” - (fr:27519) [escogitata per l’occasione]) e definisce il firmamento “neutiquam reluctantem aut solidam” - (fr:27508) [per nulla resistente o solida].
La discussione coinvolge anche la questione della corruttibilità del cielo, con molti autori (come Cesario, Genebrardo, Saliano) che, citando passi scritturali (es. “cæli sicut fumus liquescent” - (fr:27060) [i cieli come fumo si liquefaranno]), ne sostengono la trasformazione, non l’annichilazione, alla fine dei tempi.
In conclusione, dalla gran mole di testimonianze patristiche e teologiche addotte, emerge che l’opinione tradizionale nella Chiesa, basata su un’interpretazione letterale di molti passi biblici, favoriva un concetto di firmamento come corpo fluido, permeabile e non di solidità adamantina, per permettere sia la sussistenza delle acque superiori sia il moto libero e differenziato dei corpi celesti. L’autorità del cardinale Bellarmino, citata in chiusura, conferma che questa posizione era ritenuta ben fondata nella Scrittura e nei Padri.
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[33.1-161-28845|29005]
33 La natura fluida del Sole e il numero dei cieli
La discussione astronomica e teologica sulla struttura del cosmo, con particolare attenzione alla natura fluida del Sole e al dibattito sul numero dei cieli.
L’osservazione delle macchie solari mostra il Sole in movimento, con una superficie che sembra agitarsi come oro fuso: “Hac enim, inquit, ratione vidi ſuperſiciem Solis commoueri, non aliter ac aurum à ſummo calore hquefactum” - (fr:28845). Questo porta a considerare il Sole non come un corpo solido, ma fluido. Padre Raphael Aversa sostiene che le macchie solari siano reali, variabili, mobili e si trovino nel Sole stesso, il che implica una sua natura liquida: “Secundum ipſum tam Maculas ſolares quam Solem ipſum cenſeri […] eſſe ſubſtantiæ perſpicuæ, lucidæ& liquidæ” - (fr:28988, 28989). La loro formazione e scomparsa potrebbe avvenire senza corrompere la sostanza solare.
Parallelamente, si discute il numero dei cieli. Gli astronomi tradizionalmente ne postulano otto, ma molti teologi e filosofi, come Pietro Hurtado de Mendoza, sostengono che un unico cielo di ampia profondità sia sufficiente a contenere tutti i pianeti e le stelle, evitando inutili moltiplicazioni: “Colligunt Aſtronomi octo cælos ex ſeptem blanetis& ſtellis fixis. Porro leuc eſſe hoc argumentum oſtendo: qina in codem cælo poſſunt eſſe plutes Planctæ” - (fr:28877, 28878). Sant’Ambrogio, San Tommaso e altri Padri della Chiesa enumerano solo tre cieli (aereo, stellato ed empireo), criticando chi ne ipotizza di più basandosi su mere opinioni: “Et quomodo dicunt aliqui factos multos cęlos? Non ex diuina ſcriptura hoc didicerunt, ſed ex ſuis opinionibus” - (fr:28893, 28894). La dottrina prevalente ammette dunque un cielo liquido e fluido, in accordo con gli astronomi e i Padri.
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[34.1-43-29010|29052]
34 Difficoltà contro la teoria dell’emersione e immersione delle macchie solari
Una serie di obiezioni logiche e osservative dimostra che le macchie solari non possono formarsi per emersione dalla o immersione nella sostanza solare.
Le macchie solari presentano caratteristiche incompatibili con l’idea che emergano dall’interno del Sole per poi reimmergersi. “Sæpe dum Macula augetur, alicubi findatur, illud emersione, hoc immersione deberet fieri; simul ergo emergeret extra, simul immergeretur intra Solem; quod fieri nequit.” - (fr:29012) [Spesso mentre una Macola cresce, da qualche parte si fende, ciò dovrebbe avvenire per emersione, questo per immersione; dunque emergerebbe fuori e contemporaneamente si immergerebbe dentro il Sole; cosa che non può avvenire.] Inoltre, il loro comportamento osservato contraddice tale modello: cambiano forma e intensità pur restando in uno stato stazionario, “Maculæ æquabiles, admodum tenues; augescunt, & decrescunt sensim per circuitum, quæ fieri nequeunt emersione, & demersione” - (fr:29017) [Le macchie uniformi, piuttosto tenui; crescono e decrescono gradualmente lungo la circonferenza, cosa che non può avvenire per emersione e immersione] e spesso degenerano in facole senza scomparire. “Pleræque Maculæ in Faculas degenerant; & maxime sæpe Maculæ vel nullas, vel parvas, minimas maximas Faculas post se relinquunt.” - (fr:29024) [La maggior parte delle Macchie degenera in Facole; e molto spesso le Macchie lasciano dopo di sé o nessuna, o piccole, minimissime o grandissime Facole.]
L’ipotesi dell’emersione/immersione creerebbe un moto irregolare, in contrasto con il fenomeno regolare osservato. “Dum enim emergunt extra Solem Maculæ dum in statu versantur in superficie extrema eiusdem, & rursus quando demerguntur, intra eundem & cum eodem volvuntur, haec autem motum irregularem exhibent, quod Phænomeno repugnat.” - (fr:29035) [Infatti, quando le Macchie emergono fuori dal Sole mentre si trovano nello stato sulla sua superficie estrema, e di nuovo quando si immergono, dentro di esso e con esso ruotano, queste cose mostrano un moto irregolare, il che è in contraddizione con il Fenomeno.] La teoria è quindi insostenibile, tanto che l’autore inizialmente non l’ha nemmeno presa in considerazione per la sua assurdità. “Huius tandem, emersionis & demersionis Macularum solarium cogitatio, tametsi inter elucubrandum sæpe animo occurreret meo, mentionem tamen nullam feci, quia, nunquam futurum putabam, ut opinatio per se tam absurda vel patronum, vel assertorem inveniret.” - (fr:29038) [Infine, il pensiero di questa emersione e immersione delle macchie solari, sebbene spesso mi venisse in mente mentre riflettevo, tuttavia non ne feci menzione, perché non avrei mai pensato che un’opinione di per sé così assurda potesse trovare un sostenitore o un assertore.] Il metodo corretto è seguire il fenomeno, non costringerlo a teorie arbitrarie. “Astronomi synceri est Phænomenon sequi non antevertere: veritatem ex obiecto accurate observato, non obiectum invitum ad arbitraria figmenta trahere.” - (fr:29046) [Compito dell’astronomo sincero è seguire il Fenomeno, non prevenirlo: dedurre la verità dall’oggetto accuratamente osservato, non trascinare l’oggetto riluttante verso arbitrarie invenzioni.]
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[35.1-135-30802|30936]
35 Indice di autori e argomenti astronomici
Riferimenti a opere, autori e osservazioni celesti, tra cui la posizione delle acque sopra i cieli e la natura del firmamento.
Il testo elenca una serie di riferimenti bibliografici e tematici, principalmente incentrati su questioni cosmologiche e astronomiche. Si menzionano autori classici, padri della Chiesa e studiosi in relazione a specifiche pagine e argomenti. Un tema ricorrente è la discussione sulla presenza delle acque sopra i cieli, come attestato da numerosi autori: “Aquæ veræ clementares ſuper cælos eſſe probantur” - (fr:30826) [Si prova che le acque vere elementari sono sopra i cieli]. A tale proposito, vengono citati molti sostenitori di questa tesi, tra cui “Kunckus Ambroſius” - (fr:30828), “Sanctus Auguſtinus” - (fr:30838), “Sanctus Baſilius” - (fr:30842) e “Sanctus Thomas” - (fr:30917).
Viene inoltre affrontato il dibattito sulla natura del cielo, se liquido, igneo o incorruttibile, citando autori come “Apollonius pro cælo liquido” - (fr:30816), “Apollinarius pro cælo igueo” - (fr:30817) e “Ariſtoteles pro cęlo ĩncorruptibili allatus reijcitur” - (fr:30927) [Aristotele, addotto per il cielo incorruttibile, viene respinto]. Si riportano anche osservazioni solari, in particolare macchie registrate in anni specifici: “Aprilis Imasο Macularum ſfolarium prima anm 1625” - (fr:30825) [La prima immagine delle macchie solari dell’anno 1625 in aprile].
Il testo include riferimenti ad altri argomenti come l’arte telescopica, “Ars in le itibus telioſcopicis naturam iiitatur” - (fr:30933) [L’arte nelle osservazioni telescopiche imita la natura], e un indice riguardante l’autore Apelles, di cui si discute l’identità e si citano gli scritti: “Apelles quis ſit à plerisque ignoratur” - (fr:30809) [Chi sia Apelles è ignorato da molti]; “Apellis ſcripta ſemper continuata eſſe oſtenditur” - (fr:30810) [Si dimostra che gli scritti di Apelle sono sempre stati continuati].
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[36.1-375-31002|31376]
Riferimenti bibliografici sull’essenza e la natura del cielo
Un elenco di riferimenti ad autori e fonti che trattano della natura del cielo (corruttibile, igneo, liquido) e delle acque sopra i cieli.
Il testo consiste in una fitta serie di riferimenti bibliografici, con indicazioni di pagina e riga, che citano autori e opere in relazione a specifiche tesi sulla natura del cielo. Si menzionano ripetutamente le argomentazioni pro aquis supra caelos e le posizioni sul cielo corruttibile, igneo o liquido.
“Becanus pro aquis fupra cælos affertur” - (fr:31012) [Becano viene citato per le acque sopra i cieli.] “pro natura cæli corruptibili” - (fr:31015) [sulla natura corruttibile del cielo.] “Catharinus pro cælo corruptibili” - (fr:31064) [Catarino a favore del cielo corruttibile.] “De Cælo corruptibilt” - (fr:31068) [Sul cielo corruttibile.] “pro Cælo igneo auctoritas Eccleſiæ” - (fr:31169) [L’autorità della Chiesa a favore del cielo igneo.] “Liquida Cæli ſubſtantia probatur” - (fr:31287) [Si prova la sostanza liquida del cielo.]
Gli autori citati spaziano dai Padri della Chiesa e teologi (come Agostino, Tommaso, Bonaventura, Bellarmino) a filosofi e scienziati antichi e moderni (come Aristotele, Platone, Seneca, Galileo, Keplero, Copernico, Tycho Brahe). L’elenco sembra strutturato come un indice tematico che raccoglie le fonti a sostegno delle diverse posizioni dottrinali e filosofiche sull’argomento.
8C25D792558AE2D01BC85E630CA9D24F7007B99263B90C91E2C2D58E7696144CB6D704AE09BACC2DEAE4BB6F4C2EDC6A48579EC8D4A84AACF46BF0D20E7256F65167653C1727B4D38D55DD45C55C0057F10E5C72D102500C3E1328DB839D7573D65996E362FAA9CBF294ABDE37EC2D7EAFA392557AF6D0B1ABD1BD6DD10104CF071B332BBA2B659A0DAF67BDE276010E2A78D5FCC92B75D2800F8A88168759F5CD80AF0BD6FC0E0C0A9BCF6895090A7DF4B555922CE357A94EC6350E4FB938522A00D2A723B76CFD2BC37819EF77A858896A277BB9B1789B71515DBA56B4EEE569EC64E52825CFFECE5B5369FE855A7FD2A21C2CD742AD727150252D1C14345C83318961E79CFF541FC99201C7421062F7BD4BA516FD996F0DAE356D593BCB7632736656E0A35672F318A887A02964A40A07262EB7CEFA82494595174E686648096A7BEC5ED36A8735D1FB8AE7252B2DF7245015E6596EB629211D2267E15229ED3D2CFBDA41608637CCE7313FA16A742652FC957594D5CE