Cardano - De Subtilitate - 1550 | L | +
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1 Il paratesto dell’edizione moderna del De subtilitate: testimonianza di una sfida intellettuale
La traduzione inglese del 2013 e i suoi apparati svelano lo sforzo filologico e la fitta rete di collaborazioni necessarie per rendere accessibile un’opera rinascimentale celebre per densità tecnica e oscurità linguistica.
Il volume The De Subtilitate of Girolamo Cardano, curato da John M. Forrester e introdotto da John Henry e dallo stesso Forrester, si apre con un’articolata sezione paratestuale che documenta il lungo lavoro di edizione e traduzione del capolavoro del medico e filosofo milanese (1501-1576). La pagina catalografica colloca l’opera entro la collana «Medieval and Renaissance Texts and Studies», assegnandole la classe bibliotecaria “Science–Early works to 1800” – (fr:9) [Scienza – Opere anteriori al 1800], scelta che ne ribadisce immediatamente l’appartenenza al canone del pensiero scientifico premoderno.
L’Indice (Table of Contents) dispiega l’architettura enciclopedica del trattato originale in ventuno libri, procedendo dai principi materiali sino a Dio: “Book I: The Principles, Matter, Form, the Vacuum, the Resistance of Bodies, Natural Motion, and Position … Book XXI: On God and the Universe” – (fr:22-23) [Libro I: I principi, la materia, la forma, il vuoto, la resistenza dei corpi, il moto naturale e la posizione … Libro XXI: Su Dio e l’universo]. Questa sequenza – che attraversa elementi, cielo, luce, metalli, pietre, piante, animali, uomo, anima, arti, demoni e sostanze primarie – rivela la volontà cardaniana di offrire una summa del sapere naturale e metafisico.
I Ringraziamenti (Acknowledgments) evidenziano la natura interdisciplinare e le asperità del lavoro di traduzione. Viene dichiarato senza reticenze che “Interpreting the mathematical components of De Subtilitate presents exacting and occasionally insuperable problems” – (fr:24) [Interpretare le componenti matematiche del De subtilitate presenta problemi esigenti e talvolta insormontabili]. Per questo motivo il curatore si è avvalso di esperti come Jacqueline Stedall e Alex Craik; allo stesso modo, riferimenti a testi medici greci antichi hanno richiesto il contributo di specialisti di filologia classica, a dimostrazione del carattere fitto di allusioni e tecnicismi della prosa cardaniana.
La sezione Simboli e Abbreviazioni (Symbols and Abbreviations) illustra il metodo ecdotico adottato. La traduzione si basa sulle tre principali edizioni latine: Parigi 1550, Basilea 1554 e Basilea 1560, tutte disponibili in rete e citate come “1550”, “1554” e “1560”. Per agevolare il confronto con l’originale, numerosi rimandi interni ancorano il testo inglese alla stampa del 1560: “In the translation, ‘&280,’ for example, indicates the location of the start of page 280 of the 1560 edition” – (fr:38) [Nella traduzione, «&280», per esempio, indica la posizione dell’inizio di pagina 280 dell’edizione del 1560]. Viene inoltre segnalata l’edizione critica parziale di Elio Nenci per i primi otto libri, segno dell’attenzione che l’opera continua a ricevere in ambito accademico.
L’Introduzione firmata da Henry e Forrester muove dalla fama durevole di Cardano, “mathematician, astrologer, physician, natural philosopher, occult philosopher, and more” – (fr:77) [matematico, astrologo, medico, filosofo naturale, filosofo occulto e altro ancora], per poi affrontare il paradosso di un autore tanto noto quanto poco letto a causa delle barriere linguistiche e concettuali. Viene ripreso il giudizio di Ian Maclean, secondo cui il latino di Cardano “cannot be described as pellucid” – (fr:93) [non può essere descritto come limpido], tanto da attirare lamentele già tra i contemporanei. A questo si aggiunge, con le parole di Anthony Grafton, la “length, variety, and technical density of Cardano’s works” – (fr:94) [lunghezza, varietà e densità tecnica delle opere di Cardano], che hanno a lungo scoraggiato gli studiosi. Proprio contro tali ostacoli la traduzione si presenta come “a modest effort to speed Cardano studies along” – (fr:96) [uno sforzo modesto per accelerare gli studi cardaniani].
Il testo analizzato non è dunque il trattato scientifico in sé, bensì l’insieme degli apparati critici e introduttivi che lo accompagnano. La sua testimonianza storica risiede nella documentazione trasparente di un processo di mediazione culturale: esso mostra il tentativo, condotto con strumenti filologici aggiornati e attraverso una collaborazione internazionale, di restituire a un pubblico più ampio un’opera chiave della filosofia naturale rinascimentale, superando la proverbiale asperità della lingua cardaniana e la complessa stratificazione delle edizioni d’autore.
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2 Il De subtilitate di Cardano: un compendio di filosofia naturale tra esperienza, occulto e riforma
Fra le opere di Girolamo Cardano, il De subtilitate si distingue come la più prolifica e ampiamente diffusa. “Of the flowers in Cardano’s garden, the De subtilitate can perhaps be seen as the most prolific” – (fr:112) [Tra i fiori del giardino di Cardano, il De subtilitate può forse essere considerato il più prolifico.] Pubblicato per la prima volta a Norimberga nel 1550 e tradotto anche in francese, fu il testo cardaniano più letto e ristampato fino all’avvento del De vita propria. L’intento dichiarato dell’autore non era offrire un semplice digesto aristotelico, come aveva fatto Jean Fernel per Galeno, bensì un vero e proprio compendio di filosofia naturale. “The De subtilitate, which one recent commentator has seen as marking ‘the beginning of a new phase in European culture,’ was nothing more or less than an attempt by Cardano to offer a complete compendium of natural philosophy” – (fr:115) [Il De subtilitate, che un commentatore recente ha visto come il segno dell’inizio di una nuova fase nella cultura europea, non fu altro che un tentativo di Cardano di offrire un compendio completo di filosofia naturale.]
Il progetto si colloca in un momento in cui l’aristotelismo dominante mostrava segni di crisi. “and the rediscovery of ancient alternatives to the philosophy of Aristotle were already making it apparent that the prevailing Aristotelian natural philosophy was in dire need of reform” – (fr:136) [e la riscoperta di antiche alternative alla filosofia di Aristotele rendevano già evidente che la filosofia naturale aristotelica prevalente aveva un estremo bisogno di riforma.] Cardano, tuttavia, non rigetta né abbraccia integralmente il sistema aristotelico: “Aristotelian natural philosophy is subverted, but not discarded” – (fr:139) [La filosofia naturale aristotelica è sovvertita, ma non scartata.] La sua impostazione resta fondamentalmente aristotelica, ma accoglie una quantità di correzioni e deviazioni che rendono l’opera, secondo lo studioso Ian Maclean, “little more than a declamation, a hotchpotch of disparate and uncoordinated facts, explanations, and erroneous beliefs” – (fr:151) [poco più di una declamazione, un guazzabuglio di fatti disparati e disordinati, spiegazioni e credenze erronee.]
La struttura del De subtilitate riflette questa natura composita. Dopo un esame dei principi primi (materia, forma, spirito, luogo, movimento), la trattazione si trasforma in una miscellanea di fenomeni che, agli occhi di Cardano, mostrano l’insufficienza delle categorie riduttive dello Stagirita. “the bulk of the work can be seen as a miscellany of phenomena which Cardano sees as exposing the inability of Aristotle’s neat system to account for all things” – (fr:142) [la maggior parte dell’opera può essere vista come una miscellanea di fenomeni che Cardano considera capaci di mostrare l’incapacità dell’ordinato sistema di Aristotele di rendere conto di tutte le cose.] Anthony Grafton ha paragonato il testo a una wunderkammer verbale: “On subtlety, accordingly, resembled at times a verbal equivalent of Aldrovandi’s museum . . . Cardano composed an artificial world of wonders” – (fr:145) [Il De subtilitate somigliava a tratti a un equivalente verbale del museo di Aldrovandi… Cardano compose un mondo artificiale di meraviglie.] Non vi sono illustrazioni nel libro, ma l’immagine del museo di Ulisse Aldrovandi serve a evocare la sovrabbondanza di esempi, particolari naturalistici e casi straordinari che popolano le pagine.
Uno dei caratteri più innovativi dell’opera è l’insistenza sull’esperienza personale. “experience plays a significant role in the De subtilitate, and Cardano’s work must be recognised as one of the major conduits for introducing experientialism and empiricism into Renaissance and early modern natural philosophy” – (fr:170) [l’esperienza gioca un ruolo significativo nel De subtilitate, e l’opera di Cardano deve essere riconosciuta come uno dei principali canali per introdurre l’esperienzialismo e l’empirismo nella filosofia naturale rinascimentale e protomoderna.] Cardano non si limita a proclamare l’autorità dell’esperienza, ma costella il testo di testimonianze in prima persona: “Cardano is explicit in affirming that experience is the only reliable authority, but more to the point, he frequently refers to his own experience, his personal familiarity, with the phenomena he describes throughout the De subtilitate” – (fr:171) [Cardano afferma esplicitamente che l’esperienza è l’unica autorità affidabile, ma soprattutto fa frequentemente riferimento alla propria esperienza, alla sua personale familiarità con i fenomeni che descrive lungo tutto il De subtilitate.] L’autore descrive armi, rimedi per calcoli vescicali, l’effetto della luce delle candele sulla Via Lattea o il disseccamento del grano presso una siepe, e conclude dichiarando: “What is set down here by way of examples is inserted . . . to enlarge experience” – (fr:174) [“Ciò che qui è riportato a titolo di esempio è inserito … per ampliare l’esperienza.”] Pur non essendo ancora un empirismo metodologico maturo, questo ricorso costante al vissuto contribuì a immettere l’istanza esperienziale nel discorso filosofico-naturale.
Il titolo stesso segnala una forte componente occulta, che costituisce un altro nucleo tematico rilevante. Cardano definisce la subtilitas come “the feature [ratio] by which things that can be sensed are grasped with difficulty by the senses, and things that can be understood are grasped with difficulty by the intellect” – (fr:192) [“la caratteristica [ratio] per cui le cose sensibili vengono colte con difficoltà dai sensi, e le cose intelligibili vengono colte con difficoltà dall’intelletto.”] L’editore Petreius, inoltre, promosse il libro vantando che “the book discussed the causes, powers, and properties of more than fifteen hundred varied, uncommon, difficult, hidden, and beautiful things, all of them observed by the author in various places, by personal trials” – (fr:193) [il libro discuteva le cause, i poteri e le proprietà di più di millecinquecento cose varie, non comuni, difficili, nascoste e belle, tutte osservate dall’autore in vari luoghi, attraverso prove personali.] L’opera perciò fu percepita come esoterica, e Giulio Cesare Scaligero la attaccò proprio in quanto tale. Tuttavia, Cardano ruppe con la tradizione magica che riservava le conoscenze più preziose a pochi adepti: “Cardano’s De subtilitate was one of the first books to break this mould, offering to make previously esoteric knowledge available to all” – (fr:210) [Il De subtilitate di Cardano fu uno dei primi libri a rompere questo schema, offrendo di rendere disponibile a tutti una conoscenza precedentemente esoterica.] Ciononostante, il testo rimane spesso oscuro, popolato di simpatie e antipatie occulte, talismani, guarigioni meravigliose, demoni e dello spiritus che Grafton ha definito “the super-glue of the Renaissance magician’s cosmos” – (fr:215) [“la supercolla del cosmo del mago rinascimentale”]. Fu proprio l’innesto di questo cosmo magico su un impianto riformista a rendere il De subtilitate così influente sui filosofi naturali successivi, da Francesco Bacone – che vi colse un modello per le sue storie naturali e artificiali – fino alla generazione di Telesio, Patrizi e Descartes.
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3 Il De subtilitate di Cardano: pubblico, ibridazione disciplinare e controversie
Un trattato che mescolò calcoli matematici e filosofia naturale, conquistò un pubblico eterogeneo e sollevò sospetti inquisitoriali, anticipando snodi cruciali della scienza moderna.
L’impatto del De subtilitate fu immediato e trasversale. Cardano stesso riconosceva che «questo, il più influente dei suoi libri, era più popolare tra la “moltitudine” che tra i dotti» (fr:218). Sebbene non sia chiaro a chi esattamente alluda con “moltitudine” (fr:219), è plausibile che il libro fosse apprezzato da «coloro che, nelle gerarchie disciplinari dell’epoca, si trovavano al di sotto dello status di filosofi naturali e teologi; come praticanti matematici, alchimisti, artigiani d’élite e altri che si guadagnavano da vivere cercando di comprendere e sfruttare i fenomeni naturali» (fr:226). Eppure, l’opera fu letta anche dagli eruditi e «continuò a essere presa sul serio fino a buona parte del XVII secolo» (fr:227), suscitando reazioni accese come quella di Giulio Cesare Scaligero, che secondo Charles Nisard «sembrava applicarsi a negare tutto ciò che Cardano affermava e ad affermare tutto ciò che l’altro negava» (fr:220).
L’aspetto più dirompente del De subtilitate risiede nell’inedita convivenza di registri disciplinari. «Un altro aspetto sorprendente e unico […] è il modo in cui le discussioni sulle macchine affiancano quelle sui processi naturali e, cosa ancora più notevole, il modo in cui calcoli e dimostrazioni matematiche convivono con le discussioni di filosofia naturale» (fr:228). Fino ad allora, la filosofia naturale si occupava di cause e spiegazioni qualitative (fr:231‑232), mentre la matematica poteva offrire solo descrizioni tecniche, prive di valore esplicativo (fr:233‑234). La Rivoluzione Scientifica è stata a lungo interpretata come “matematizzazione dell’immagine del mondo” (fr:235), ma studi recenti hanno mostrato il ruolo cruciale di figure ibride, capaci di essere insieme matematici e filosofi naturali (fr:236‑239). In questa genealogia, «è almeno sostenibile che Cardano debba essere riconosciuto come uno dei primissimi pensatori ibridi» (fr:240). Appare oggi anacronistico che un consumato matematico usasse la matematica per spiegare i fenomeni fisici, ma «data la separazione intellettuale tra filosofia naturale e matematica prima dell’età moderna, è assolutamente notevole che Cardano ricorra così disinvoltamente alla matematica nel De subtilitate, per poi tornare a filosofare sulla natura» (fr:243).
Un discorso analogo vale per la tecnica. In passato si riteneva che la meccanica studiasse una natura artificialmente vincolata e perciò “contraria alla natura” (fr:245‑246). Ricerche recenti hanno invece mostrato che, già nell’antichità, «lontana dall’essere contraria alla natura, l’attività delle macchine era vista come un’amplificazione dei processi naturali» (fr:249). Cardano fece propria questa visione, inserendo macchine e processi tecnologici nel cuore dell’indagine naturale con una disinvoltura che «mostra un contrasto drammatico con altre opere coeve di filosofia naturale» (fr:261). Se la meccanica sarebbe poi confluita nella matematica e infine nella fisica cartesiana, «il ruolo di Cardano in questa storia è stato finora a malapena notato dagli studiosi, ma dato il successo del De subtilitate e il modo in cui Cardano scivola quasi abitualmente nella discussione delle macchine e della matematica del loro funzionamento per illustrare un punto di filosofia naturale, sembra difficilmente credibile che non abbia giocato un qualche ruolo in questa vicenda» (fr:263).
Il rapporto tra “scienza” e religione offre un altro terreno di indagine ancora poco esplorato per Cardano (fr:264). Arrestato brevemente dall’Inquisizione nel 1570 (fr:265), si è spesso indicato l’oroscopo di Cristo come possibile causa, ma l’astrologia del tempo sosteneva che le stelle “inclinano ma non costringono”, e un oroscopo riferito a eventi così lontani poteva essere presentato come esercizio teorico (fr:280‑281). Furono forse i nemici a strumentalizzarlo (fr:282). Altri passi avrebbero potuto essere letti come scettici o addirittura atei, ma Cardano credeva nei demoni e sosteneva che «la fede nei demoni, nei miracoli e nell’immortalità dell’anima stanno o cadono insieme» (fr:286). In più luoghi, del resto, egli si rimetteva alla teologia: «nelle questioni in cui posso cadere in errore, mi affido ai miei superiori intellettuali, cioè ai teologi» (fr:288). E concludeva il De subtilitate con una professione di ortodossia: «Così Tu, Dio altissimo, da cui procede ogni bene, il cui cenno muove ogni cosa, la cui potenza non è confinata da alcun limite, splendore infinito, che solo doni vera illuminazione, solo sei veramente eterno, completo in Te stesso, conosciuto solo da Te stesso, la cui sapienza supera ogni pensiero, unico e senza pari, al di fuori del quale non c’è nulla, che mi hai guidato come un verme all’ombra della conoscenza, a cui devo tutto ciò che qui è scritto di vero – gli errori sono frutto della mia ambizione, temerarietà e fretta – Tu perdonami; e illuminando la mia mente secondo la Tua instancabile generosità, volgila a cose migliori» (fr:289). Restò cattolico, rifiutando persino un incarico lucrativo in Danimarca perché i danesi erano «dediti a un altro culto» (fr:296). Il libro XI, “Sulla necessità e forma dell’uomo”, fu tacciato di empietà per un passo epicureo sulla formazione casuale degli animali, ma Cardano non accoglie quella spiegazione (fr:299‑301). Se l’accusa fu montata, «potrebbe ben essere che la breve schermaglia di Cardano con l’Inquisizione non fu tanto il risultato di aver scritto opere irreligiose, ma semplicemente “perché visse in un’epoca in cui qualsiasi deviazione da un’autorità che aveva appena subìto una moltitudine di potenti assalti era destinata a essere investigata a fondo”» (fr:303). In ogni caso, affiancato ai nomi di Telesio, Patrizi, Bruno e Campanella, Cardano merita che le implicazioni religiose della sua opera ricevano un esame più approfondito (fr:305).
Sul piano editoriale, il De subtilitate segna un punto di svolta. Fino ad allora i compendi di filosofia naturale erano brevi e rigidamente aristotelici (fr:315‑316); Cardano offrì per la prima volta «un’alternativa in un solo volume a tali opere, fornendo un resoconto presumibilmente completo (se non sistematico) del mondo naturale e di tutto ciò che contiene, da una prospettiva per nulla pedissequamente aristotelica nei suoi precetti e assunti primari» (fr:317). L’autore raccontò di aver concepito l’opera sotto la spinta di sogni ricorrenti: «Nel sonno, sono stato sollecitato più di una volta a scrivere questo libro e, come mi apparve, a scriverlo suddiviso in 21 parti; i temi erano diversi, e verso la metà, alcuni frammenti di geometria. Poi, per tutto il testo, diverse discussioni nuove, assai raffinate e con argomenti veri; con una lucidità di linguaggio più che ordinaria, combinata con una certa gradita oscurità; e poi la continuità dello stile e la sottigliezza del ragionamento rendevano il progetto quasi divino ai miei occhi, tanto che nel sonno fui sopraffatto da un piacere tale che mai ne avevo provato l’uguale» (fr:322). Quel piacere, e l’audacia di mescolare saperi, avrebbero reso il trattato una testimonianza precoce di un mondo disciplinare in rapida trasformazione.
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4 L’opera sognata e l’essenza ambigua della sottigliezza
Il testo ripercorre la genesi del De subtilitate di Girolamo Cardano e analizza il nucleo filosofico dell’opera: il significato sfuggente di subtilitas. Cardano racconta che fu un sogno ricorrente a guidare la stesura del libro, a fornirne il titolo criptico e a scandirne le espansioni successive; una volta terminata la stampa, il sogno cessò quasi del tutto. L’introduzione si addentra poi nella duplice natura del termine chiave, oscillante tra una proprietà della mente che indaga e una caratteristica reale degli oggetti indagati, mostrando come questa tensione abbia alimentato un acceso dibattito con Giulio Cesare Scaligero e prefiguri distinzioni cruciali per la scienza moderna.
4.1 La nascita onirica di un’enciclopedia della natura
Il resoconto di Cardano è innanzitutto una testimonianza eccezionale sul ruolo del sogno nella creazione intellettuale rinascimentale. Egli afferma di aver riconosciuto nel sogno la materia e il nome del libro: “I could recognise the material, which would cover everything, and the book’s name, a slim and beautiful mark” – (fr:324) [Riconoscevo la materia, che avrebbe coperto ogni cosa, e il nome del libro, un segno sottile e bello]. A quel tempo l’opera “seemed printed at some distance, and with few copies in the town” – (fr:325) [sembrava stampata in qualche luogo lontano, e con poche copie in città]. I sogni continuarono a visitarlo e ogni volta lo spinsero ad accrescere il lavoro: “So when this had often happened to me, I started the little book with four sheets of paper at the outset; later I increased it to seven, then to 35” – (fr:326) [Così, poiché ciò mi accadeva spesso, iniziai il libretto con quattro fogli; in seguito lo portai a sette, poi a trentacinque]. E mentre il sogno si faceva più raro, “the more the book kept growing” – (fr:333) [più il libro continuava a crescere]. La crescita proseguì fino a cinquantasette fogli, poi a settantasei, fino alla prima edizione stampata con una tavola aggiunta (fr:334). Quando però il volume stampato appariva grande solo la metà di quello mostratogli in sogno, Cardano pensò che l’opera dovesse essere completata da qualcun altro (fr:335). In seguito, ispirato da un passo di Galeno sul modo di condurre a termine i libri, riprese il filo e aggiunse quasi altrettanto materiale rispetto alla prima edizione, portando l’incremento complessivo a cinquantasei pagine e l’intero libro a centotrentadue pagine (fr:337-338). Con le illustrazioni inserite, giudicò che il risultato finale “differs little at all from the one I saw during repose” – (fr:339) [differisce ben poco da quello che vidi durante il riposo]. La coincidenza tra visione e realtà è suggellata dal fatto che il sogno si interruppe non appena il libro fu pubblicato a Norimberga; l’unica ricomparsa si ebbe nel 1552, durante il viaggio in Scozia, il giorno prima di leggere un libro che gli procurò un piacere particolare (fr:342). Colpito dal fenomeno, Cardano fece incidere il proprio racconto “on the back of our copper plates” – (fr:341) [sul retro delle nostre lastre di rame], un supporto che resta di incerta identificazione (fr:350). L’esperienza onirica gli avrebbe inoltre ispirato il titolo dell’opera, il cui senso rimane “by no means clear” – (fr:345) [tutt’altro che chiaro]: perché definire la propria rassegna di filosofia naturale una «esposizione dettagliata e ampia della Sottigliezza»?
4.2 Il doppio volto della subtilitas: dalla mente alle cose
La parte centrale del testo affronta l’ambiguità del termine subtilitas, ereditato dal latino classico e divenuto, all’epoca di Cardano, lingua franca del discorso colto europeo (fr:355). Nella tradizione antica il vocabolo indicava, da un lato, la finezza di tessitura, la sottigliezza materiale, la delicatezza di fattura e, per estensione, la precisione logica di un argomento; dall’altro, denotava qualità della persona che esamina o produce tali oggetti: acutezza percettiva, raffinatezza di giudizio, minuziosità, profondità (fr:358-360). La definizione che Cardano stesso offre all’inizio del Libro I non scioglie il nodo: “The aim of our undertaking in this work is to discuss subtlety. It is the feature [ratio] by which things that can be sensed are grasped with difficulty by the senses, and things that can be understood are grasped with difficulty by the intellect” – (fr:362-363) [Lo scopo della nostra impresa in quest’opera è trattare la sottigliezza. Essa è la qualità per cui le cose sensibili sono colte con difficoltà dai sensi, e le cose intelligibili sono colte con difficoltà dall’intelletto]. A prima vista, osserva l’autore, sembrerebbe prevalere il secondo significato, quello di una facoltà della mente che fatica ad afferrare gli aspetti più fini del reale (fr:365). Su questa linea si mosse Scaligero, che nella sua lunga e aspra recensione del De subtilitate intese la subtilitas come “vis intellectus, qua difficilia cognitu facile comprehenduntur” – (fr:367) [una potenza intellettuale per cui le cose difficili da conoscere sono facilmente comprese]. In tale prospettiva, la sottigliezza non appartiene agli oggetti esterni ma risiede nella mente che percepisce la natura (fr:379), una distinzione che è stata interpretata come un’anticipazione della separazione galileiana e lockiana tra qualità primarie e secondarie (fr:380). Eppure, nota il testo, «se qui c’è un preannuncio della distinzione primario/secondario, esso è visibile in Cardano tanto quanto in Scaligero» (fr:381).
In effetti l’opera cardaniana pullula di esempi che mostrano la subtilitas come dote mentale: nel Libro XVII l’autore loda l’abilità del chirurgo che opera la cataratta, del medico che discrimina i polsi arteriosi, dello studioso che coglie le sfumature sonore delle parole o del condottiero che assume decisioni accorte (fr:384); nel Libro XVI elenca dodici pensatori distintisi per sottigliezza, tra cui Archimede, Aristotele, Euclide e Giovanni Duns Scoto (fr:385). Come ha osservato Nancy Siraisi, Cardano «talvolta scriveva come se la sottigliezza stessa fosse una qualità mentale posseduta da persone particolarmente dotate, fra cui sicuramente lui stesso» (fr:386). Tuttavia, in altri luoghi i due significati convivono: lo sforzo di penetrare la subtilitas insita nelle cose accresce la subtilitas di chi si applica (fr:387). Pierre Magnard ha suggerito una progressione naturale: dalla finezza di un tessuto che l’occhio stenta a discernere, alla complessità che l’intelletto discerne (fr:388). Con un’immagine culinaria, “to appreciate lobster meat requires a subtle palate – so lobster meat is subtle, as is the gourmet’s palate” – (fr:389) [per apprezzare la carne d’aragosta occorre un palato sottile: così la carne d’aragosta è sottile, come lo è il palato del gourmet].
Ciò nonostante, nella maggior parte del De subtilitate Cardano sembra considerare la sottigliezza una caratteristica reale del mondo materiale (fr:390). “Subtlety is not just a mental acuity, therefore, but a real feature of the material world” – (fr:391) [La sottigliezza non è solo un’acutezza mentale, dunque, ma una caratteristica reale del mondo materiale]. Ne offre una prova esplicita: “Chemists can therefore alter colour and weight, but not subtlety and robustness. Since testing for subtlety would be laborious and ambiguous, they chose to test gold by fire, and this is the reliable evidence on this issue” – (fr:392-393) [I chimici possono quindi alterare colore e peso, ma non la sottigliezza e la robustezza. Poiché saggiare la sottigliezza sarebbe laborioso e ambiguo, scelsero di saggiare l’oro col fuoco, e questa è la prova affidabile in materia]. Ingo Schütze ha pertanto ragione nell’affermare che il tema del De subtilitate non è il problema del perché le cose appaiano sottili ai nostri intelletti (fr:403). La medesima oscillazione si ritrova nell’Ars magna, dove Cardano definisce subtilis un espediente ingegnoso per trovare coppie di numeri (fr:404-405) e, soprattutto, dove affronta la radice quadrata di un numero negativo, un concetto che lo costrinse a torturarsi per accettarlo (fr:407). La sottigliezza di tali enti matematici – embrioni dei futuri numeri complessi – non è riducibile a un modo di operare della mente, ma appartiene al regno della matematica stessa (fr:409).
4.3 La sottigliezza nell’oratoria e il lascito di una nozione contesa
L’incertezza diventa quasi insormontabile quando Cardano esamina la sottigliezza in ambito retorico. Elenca sette vie per renderla operante nell’oratoria, e fra queste alcune che la rendono più oscura (fr:412). La prima è grammaticale (l’esempio è metuo, me tuo, me tu o), la seconda sofistica (come il paradosso del mentitore), la terza matematica e triplice (quale punto di un cerchio sia più vicino alla circonferenza; se le assunzioni di Archimede sulle eliche chiariscano la retta uguale alla circonferenza; se possa esistere una regola generale per il cubo uguale a cose e a un numero). La quarta è fisica, e si domanda se in ogni stagione appaiano nuove specie di cose o se il moto del cielo segua eccentrici. La quinta poggia sulla continuità ininterrotta del discorso, la sesta sul passaggio da un genere all’altro (come spiegare il sollevamento dell’acqua con una vite), la settima sulla legge (un uomo che non ha ottenuto metà dei voti non è liberato, chi non ne ha ottenuto due terzi non è condannato; per i casi incerti si decide in base alla vicinanza al numero di voti, come nel caso di dodici giudici in cui sette condannano e cinque assolvono) (fr:413-430). Di fronte a questa casistica, “It is impossible to tell whether he sees these subtleties as built into the nature of language, or merely as aspects of the mind of the speaker” – (fr:411) [È impossibile stabilire se egli veda queste sottigliezze come inscritte nella natura del linguaggio, o semplicemente come aspetti della mente di chi parla]. L’ambiguità, lontana dall’essere un difetto, costituisce anzi il cuore pulsante dell’opera cardaniana e la ragione della sua fecondità storica: nel tentativo di fissare i contorni della subtilitas, Cardano e i suoi critici hanno messo a tema, forse per la prima volta con tanta ampiezza, lo scarto tra le qualità che appartengono alle cose e quelle che appartengono al soggetto conoscente. Il sogno che aveva dato forma materiale al libro si prolunga così in un interrogativo che attraverserà l’intera rivoluzione scientifica.
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5 Il De subtilitate di Cardano: sottigliezza universale e destino di un’enciclopedia ribelle
Il nucleo del De subtilitate giace in una nozione di subtilitas che Cardano rifiuta di circoscrivere alle categorie aristoteliche, proponendola invece come tratto pervasivo del mondo e della mente. L’opera, accolta con clamoroso successo editoriale e al tempo stesso con feroci stroncature, rimane una testimonianza di come si potesse tentare di infrangere l’ortodossia peripatetica accumulando un repertorio sterminato di fenomeni, artifici e paradossi.
5.1 L’inafferrabile concetto di subtilitas
Già i contemporanei faticavano a ricondurre le molteplici manifestazioni della sottigliezza sotto una definizione unitaria. Di fronte a esempi come quello giuridico – «If eight had condemned him, he would be punished; if six had acquitted him, he would be freed ‐ with five acquitting, and seven condemning, he is geometrically condemned, but freed in accord with a special prerogative, which favours the acquitters; arithmetically his case will be undecided» (fr:431) [Se otto lo avessero condannato, sarebbe stato punito; se sei lo avessero assolto, sarebbe stato liberato – con cinque che assolvono e sette che condannano, egli è condannato geometricamente, ma liberato in virtù di una prerogativa speciale che favorisce gli assolutori; aritmeticamente il suo caso resterebbe indeciso] – la critica annota: «It is difficult to unite these seven under the rubric of oratory, let alone decide what they tell us about the nature of subtlety» (fr:433) [È difficile riunire questi sette sotto la rubrica dell’oratoria, figuriamoci decidere cosa ci dicano sulla natura della sottigliezza]. Di conseguenza «it is difficult to fathom what Cardano means by subtilitas» (fr:434) [è difficile comprendere cosa Cardano intenda per sottigliezza].
Eppure proprio l’impianto enciclopedico dell’opera conferma che Cardano la concepiva come una proprietà della realtà intera: «Subtlety is not just a feature of some aspects of the world, Cardano evidently believes, but of every aspect» (fr:436) [La sottigliezza non è solo una caratteristica di alcuni aspetti del mondo, evidentemente Cardano crede, ma di ogni aspetto]. Di qui la necessità di una rassegna totale. Nel libro II fornisce osservazioni generali sulle cose sottili: «Some then, such as air, are described as rarefied in themselves; some rarefied in quantity, like hairs; some so because they flow, like blood; some so because they can be divided into very tiny parts, like gold; others because they have several of these characteristics, like spirits, which are the instruments of our operations» (fr:437) [Alcune, come l’aria, sono descritte come rarefatte in se stesse; altre rarefatte in quantità, come i capelli; altre perché fluiscono, come il sangue; altre perché possono essere divise in parti minuscole, come l’oro; altre ancora perché possiedono più di queste caratteristiche, come gli spiriti, che sono strumenti delle nostre operazioni].
5.2 Natura e artificio: il rifiuto della distinzione tradizionale
Coerentemente con la pervasività della subtilitas, Cardano cancella il confine aristotelico fra naturale e artificiale: «And most things are made fine-grained by technical skill, like lead, which is so much refined by technical skill that it is reduced to the powder from which clocks are usually made; when molten it is rapidly rotated in a mortar, to convert it to powder when it cannot be held together» (fr:438) [E moltissime cose sono rese a grana fine dall’abilità tecnica, come il piombo, che viene così tanto raffinato dall’arte da essere ridotto alla polvere con cui si fanno di solito gli orologi; fuso, viene fatto ruotare velocemente in un mortaio per convertirlo in polvere quando non può essere tenuto insieme]. Precisa però che «Though technical skill reduces timber or stone or metal to very fine particles, it still does not mix or break down the substance, but only the quantity» (fr:439) [Sebbene l’abilità tecnica riduca legname, pietra o metallo a particelle finissime, essa tuttavia non mescola né rompe la sostanza, ma solo la quantità]. Scaliger, radicato nell’aristotelismo, vi lesse un’incongruenza di fondo: per lui «subtlety (as a mental phenomenon) could only be an accidental property» (fr:457) [la sottigliezza (come fenomeno mentale) poteva essere solo una proprietà accidentale].
5.3 Una reazione ostile elevata a manuale d’ortodossia
La critica di Scaliger si tradusse in una monumentale Exercitationes, descritta come «the most savage book review in the bitter annals of literary invective, and perhaps the only one ever to be longer than the book it examined» (fr:474) [la più feroce recensione negli annali amari dell’invettiva letteraria, e forse l’unica mai scritta più lunga del libro che esaminava]. Paradossalmente, quell’attacco divenne «a useful textbook for university institutions, which still maintained a solid core of peripatetic teaching on their syllabuses» (fr:490) [un utile libro di testo per le istituzioni universitarie, che mantenevano ancora un solido nucleo di insegnamento peripatetico nei loro programmi]. Maclean osserva che così «Scaliger has a well-defined place in the intellectual pantheon of Continental universities, whereas Cardano is either forgotten or seen as marginal to intellectual debate» (fr:476) [Scaliger ha un posto ben definito nel pantheon intellettuale delle università continentali, mentre Cardano è dimenticato o considerato marginale nel dibattito intellettuale].
Anche Bacone e Browne, pur riconoscendone l’erudizione, accusarono Cardano di mancanza di giudizio. Bacone lo accomunò a Plinio e ad Alberto Magno per le molte «fabulous matter, a great part not only untried, but notoriously untrue» (fr:491) [materia favolosa, in gran parte non solo non verificata, ma notoriamente falsa]. Sir Thomas Browne lo definì «a great enquirer of truth, but too greedy a receiver of it» (fr:492) [un grande indagatore della verità, ma troppo avido nell’accoglierla], aggiungendo che le opere più sospette erano proprio il De subtilitate e il De rerum varietate (fr:493).
5.4 Il progetto di una mente universale
Nonostante le accuse di incoerenza, l’architettura del De subtilitate manifesta una volontà totalizzante. L’opera «opens with the inanimate constituents of the world and their behaviour–basic principles, matter, form, motion and place, the elements–and concludes its upward path with God and the Universe» (fr:510) [si apre con i costituenti inanimati del mondo e il loro comportamento – principi primi, materia, forma, moto e luogo, gli elementi – e conclude il suo percorso ascendente con Dio e l’Universo]. Nel mezzo trovano posto il cielo, i metalli, le piante, gli animali, l’anima, le cosiddette «sottigliezze inutili» (un repertorio di fenomeni curiosi, giochi e teoremi euclidei), le scienze, le arti, i prodigi, i demoni. Vi figurano persino «a method of inducing local anaesthesia» (fr:516) [un metodo per indurre anestesia locale] e quesiti come «why bastards are more robust than legitimate children, and why philosophers are melancholic» (fr:512) [perché i bastardi siano più robusti dei figli legittimi e perché i filosofi siano melanconici]. Tale varietà giustifica la definizione moderna di «a sort of hulking encyclopaedia of the natural sciences which contains a little of everything: from cosmology to the construction of machinery; from the laws of mechanics to cryptology; from the application of the natural sciences to the accursed influence of demons» (fr:513) [una sorta di mastodontica enciclopedia delle scienze naturali che contiene un po’ di tutto: dalla cosmologia alla costruzione di macchine; dalle leggi della meccanica alla criptologia; dall’applicazione delle scienze naturali all’influsso nefasto dei demoni].
Cardano voleva mostrare ai lettori imbrigliati dall’aristotelismo che «There are more things under heaven and earth … Than are dreamt of in your philosophy» (fr:449) [Ci sono più cose in cielo e in terra … di quante ne sogni la vostra filosofia]. Come ha suggerito Maclean, «All subtlety lies at the very edge of perceptibility and intelligibility; thus a series of related concepts is attracted to it– difficulty, rarity, thinness, implausibility, and unexpectedness» (fr:448) [Tutta la sottigliezza giace proprio al limite della percettibilità e dell’intelligibilità; così una serie di concetti affini le viene attratta – difficoltà, rarità, sottigliezza, implausibilità e inaspettatezza].
5.5 Successo, riscritture e memoria storica
Nonostante le asperità, l’opera ottenne un successo immediato «being reprinted many times from its first appearance» (fr:450) [venendo ristampata molte volte dalla sua prima apparizione]. La prima edizione in folio uscì a Norimberga nel 1550 presso il celebre Petreius; nello stesso anno fu ristampata a Parigi, e nel 1551 apparvero edizioni in ottavo a Parigi e Lione (fr:525-526). Cardano, che considerava il De subtilitate tra i suoi libri più importanti, non seppe trattenersi dall’ampliarlo: due edizioni accresciute videro la luce nel 1554 e un’ultima, da lui stesso curata, a Basilea nel 1560 (fr:530-531). La versione francese del 1556 conobbe numerose ristampe fino al 1584 (fr:451). Cardano incluse l’opera nel testamento tra quelle che desiderava fossero ripubblicate dopo la sua morte (fr:452).
Eppure la storiografia successiva l’ha spesso relegata ai margini. Il presente studio suggerisce invece che, per la sua smisurata estensione e per la sua deliberata contaminazione tra discipline, il De subtilitate meriti un posto di rilievo nelle attuali indagini sul dissolversi delle separazioni fra filosofia naturale e scienze matematiche, sul ruolo dell’occulto e sulle origini dell’empirismo (fr:514,523). Come scrive Grafton, resta un «great and bizarre book» (fr:524) [grande e bizzarro libro].
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6 La gestazione del De Subtilitate e le sue dediche: scienza, polemica e celebrazione dinastica
Cardano difende l’esperienza e la ragione contro il culto dell’autorità, mentre consacra il proprio lavoro a potenti mecenati, intessendo elogi dinastici e stemmi araldici che fissano nella scrittura la memoria delle imprese familiari.
L’opera nacque da un abbozzo portato a termine in otto mesi dopo la morte di colui che ne aveva promosso il progetto, e fu poi migliorata e accresciuta lungo tre anni (fr:705‑706). Cardano volle saggiare la popolarità di ciò che intendeva dedicare al suo signore, così da prevedere il successo futuro (fr:707‑708). Mostra piena consapevolezza che molti leggeranno senza comprendere, e che la profondità nascosta “below the surface” – che conta più di quanto esplicitamente detto – offrirà il fianco alle critiche (fr:709‑710). Il vero bersaglio polemico sono gli aristotelici più rigidi: “For mankind is at present so sensitive that they prefer to deviate from the truth, from the evidence of their senses, from experience, from reason, and from everything, rather than from the authority of that man” – (fr:711) [Poiché al giorno d’oggi gli uomini sono così suscettibili che preferiscono allontanarsi dalla verità, dall’evidenza dei sensi, dall’esperienza, dalla ragione e da tutto, piuttosto che dall’autorità di quell’uomo]. Se a Galeno si perdona di contraddire Aristotele in punti non così evidenti né numerosi, a lui si rimprovera di abbandonarlo proprio là dove reggono “clear-cut arguments and reliable experience” – (fr:712) [argomenti lampanti ed esperienza sicura] – in non più di una o due questioni. Cardano precisa di non allontanarsi da Aristotele ma dai suoi cattivi interpreti (fr:713). Denuncia quanti, incapaci di costruire, si limitano a demolire: “proofs, experience, and the truth look to me like those who have learnt only how to demolish walls, and not how to put one stone upon another for building purposes” – (fr:731) [le prove, l’esperienza e la verità mi paiono come coloro che hanno imparato solamente ad abbattere muri, e non a posare una pietra sull’altra per costruire]. Alla solidità del fatto oppone la vuotezza delle illusioni: “genuine experience and trifling tales are quite different explanations which can be launched into the infinite” – (fr:716) [l’esperienza genuina e le storielle futili sono spiegazioni del tutto diverse che si possono lanciare nell’infinito]. Non manca il riferimento sferzante ad Alberto Magno, che lo stesso Plinio, più modesto, avrebbe deriso (fr:717), e l’enigmatica allusione a “cockroaches and the cave of Attica” – (fr:714) [scarafaggi e la grotta dell’Attica], che una nota dell’edizione riconduce all’allegoria platonica della caverna nella Repubblica, simbolo dell’ignoranza umana e della possibilità di liberarsene (fr:728).
La storia editoriale è scandita da tre edizioni e da dediche che mutano con le fortune politiche dei dedicatari. La prima stesura dedicata a Don Ferrando Gonzaga, principe di Molfetta, luogotenente imperiale, è datata Parigi, 21 aprile 1552, e si chiude con l’augurio per la felicità e la lunga vita dell’Aloysio al seguito del principe (fr:734‑738). Dopo la morte di Gonzaga, per bloccare “the mouth of Cerberus or Hydra” – (fr:756) [la bocca di Cerbero o dell’Idra] – Cardano rimaneggia a fondo il libro, tanto da farlo apparire completamente diverso, e dedica la terza edizione al nipote Don Consalvo Ferrando, duca di Milano tra 1558 e 1560, che l’autore aveva avuto in cura come medico (fr:749‑751). La dedica è presentata come un debito di riconoscenza, nonostante il doppio rischio di apparire adulatorio o di ripetere cose già note: “what is now very well known must, if not written down, be ultimately rendered unknown to posterity through the impact of time” – (fr:759) [ciò che ora è notissimo, se non fissato per iscritto, finirà per diventare ignoto ai posteri per l’azione del tempo].
L’elogio del dedicatario diventa così un pezzo di storia familiare e militare. Cardano celebra Cordova come patria comune di Seneca e Averroè, che da soli hanno dato lustro alla Spagna (fr:761‑762, 776). La discendenza del principe risale al condottiero che liberò Cordova dai barbari e dai maomettani durante un assedio memorabile, guadagnando ai suoi il nome di “Cordobans” (fr:777‑778). Il bisnonno materno, Don Dieghus, con cinquecento cavalieri forniti dai sudditi, sconfisse e catturò il re di Betica che assediava la cittadella di Lucena con cinquemila uomini: un’impresa tradotta in emblema araldico, “a depiction of twenty-two banners and of the Moorish king in chains appears on the arms of your family on your father’s side” – (fr:785) [una raffigurazione di ventidue stendardi e del re moro in catene compare sullo stemma della vostra famiglia dal lato paterno]. Parallelamente, le gesta del Consalvo Ferrando materno furono così splendide che, se non accadute a memoria d’uomo, sembrerebbero favolose, e da esse scaturì tutto il valore militare e l’ardore dei difensori della cristianità (fr:786‑788).
Il testo, oltre a offrire uno specimen dell’autopromozione scientifica e della prosa dedicatoria rinascimentale, fissa alcuni indicatori storicamente significativi. In una nota si apprende che lo stesso editore aveva pubblicato il De Revolutionibus Orbium Coelestium di Niccolò Copernico nel 1543 (fr:718), collegando indirettamente il libro di Cardano all’opera che avrebbe rivoluzionato l’astronomia. Vi si respira la tensione fra esperienza diretta e principio d’autorità, nonché la funzione della stampa nel diffondere e stratificare il sapere. Cardano vi appare consapevole della fragilità della fama e deciso a fissare nella scrittura tanto la verità della natura quanto la celebrazione dei potenti, in un intreccio che fa del De Subtilitate una testimonianza viva del mecenatismo e del dinamismo intellettuale del Cinquecento.
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7 L’elogio del Gran Capitano e l’introduzione alla sottigliezza: dedica e proemio del Libro I del De Subtilitate
Il brano, estratto dall’opera De Subtilitate di Girolamo Cardano, comprende la chiusa della dedica a Consalvo, discendente del “Gran Capitano” spagnolo Gonzalo Fernández de Córdoba, e l’avvio del primo libro, dove l’autore definisce l’oggetto e le difficoltà della propria indagine. L’insieme offre una testimonianza vivida del nesso tra celebrazione cortigiana, memoria umanistica e ambizione filosofico-scientifica.
La parte encomiastica esalta la figura del dedicatario come erede di una stirpe eccezionale. Cardano rievoca le vittorie del condottiero, la sua fortuna quasi prodigiosa e la sua integrità morale: “He was religious, dutiful, continent, so that he never during his so many victories seems to have done wrong to a married woman or virgin for holding out against him.” – (fr:830) [Fu religioso, pio, continente, così che, in tante vittorie, non sembra abbia mai fatto torto a una donna sposata o a una vergine che gli resistesse.] Per tali virtù gli fu attribuito il titolo di “Grande”, ma Cardano rincara: “it is not enough to have called Consalvus ‘Great’—call him ‘Great Leader’.” – (fr:832) [non basta chiamare Consalvo “Magno”: occorre chiamarlo “Magno Condottiero”.] Il testo sottolinea il ruolo decisivo del condottiero contro i Francesi, che aveva gettato nel terrore l’Italia: “You were the first to rid our fatherland of this terror, not only repelling the enemy’s weapons, but thrusting our own against him.” – (fr:854) [Tu per primo hai liberato la nostra patria da questo terrore, non solo respingendo le armi nemiche, ma spingendo le nostre contro di lui.] Prima del suo intervento, ammette Cardano, “We had forgotten how to win” – (fr:853) [Avevamo dimenticato come si vince], mentre dopo il suo avvento i nemici dovettero preoccuparsi di difendere i propri confini.
A fianco del protagonista compaiono altri capitani contemporanei, come Andrea da Capua (note 60 e 66, frr. 814, 833) e Fabrizio Colonna (fr. 821), che consolidano il quadro di un’epoca di conflitti italici e ascesa spagnola. Cardano elenca con precisione i possedimenti concessi al dedicatario, tra cui “Suessa, Terra Nova, Vestia, Loxa, Aquila, and villages beyond counting” – (fr:826) [Sessa, Terranova, Vestia, Loja, Aquila e villaggi innumerevoli], a suggellare il legame tra potenza militare e ricompensa regale. La dedica non è disinteressata: Cardano dichiara di voler ricambiare i benefici ricevuti e assicurare al principe una fama perpetua attraverso la scrittura. Il motivo umanistico della “seconda vita” affidata alle lettere è ribadito dalla citazione oraziana: “Many a brave man lived before Agamemnon, but all of them are hurried away, without a tear and unknown in their long night, through lack of a dedicated poet.” – (fr:867) [Molti uomini valorosi vissero prima di Agamennone, ma tutti sono trascinati via senza una lacrima e ignoti nella lunga notte, per mancanza di un poeta devoto.] E il corollario è lapidario: “Virtue kept concealed differs little from buried sloth.” – (fr:868) [La virtù celata poco differisce dalla pigrizia sepolta.] Per questo, conclude Cardano, “all wise and celebrated men have made much of this second life, which consists in the memorials of literature” – (fr:869) [tutti gli uomini saggi e illustri hanno tenuto in gran conto questa seconda vita, che consiste nei monumenti letterari.]
Concluso l’omaggio, l’autore entra nel merito della trattazione scientifica. L’obiettivo dell’opera è dichiarato con nettezza: “The aim of our undertaking in this work is to discuss subtlety.” – (fr:893) [Lo scopo della nostra impresa in quest’opera è discettare della sottigliezza.] Essa viene definita come “the feature by which things that can be sensed are grasped with difficulty by the senses, and things that can be understood are grasped with difficulty by the intellect.” – (fr:894) [la caratteristica per cui le cose sensibili sono comprese a stento dai sensi e quelle intelligibili a stento dall’intelletto.] Cardano avverte che proprio l’aspetto più oscuro di ogni disciplina è il più arduo da spiegare: “the only thing that can appear obvious and easy is this, that in each branch of study it is the most obscure aspect.” – (fr:896) [l’unica cosa che può apparire ovvia e facile è che, in ogni branca del sapere, esso ne è il lato più oscuro.] L’impresa è aggravata dalla necessità di schivare autori inattendibili: “I am to have people to avoid, like Pliny and Albertus, who in this field command no confidence, because they tell obvious lies” – (fr:902) [Debbo evitare autori come Plinio e Alberto, che in questo campo non ispirano alcuna fiducia, perché dicono palesi menzogne.] Al loro metodo contrappone un’istanza di rigore: “Trust in oracles used to be maintained without proof—but no trust in us will be maintained, if we have not added proof.” – (fr:911-912) [La fiducia negli oracoli si manteneva senza prove, ma nessuna fiducia in noi si manterrà, se non avremo aggiunto prove.] Il primato dell’esperienza sull’autorità è ribadito poco oltre: “writers have no authority that ranks with experience” – (fr:919) [gli scrittori non hanno autorità che eguagli l’esperienza.] Cardano lamenta inoltre la fatica di coniare termini nuovi per fenomeni appena scoperti, “in a language that is growing elderly” – (fr:914) [in una lingua che invecchia], e sottolinea la necessità di illustrare le cause “come ricevute da un oracolo”, ma con il supporto delle dimostrazioni.
Il brano si chiude con i versi di dedica che accompagnano il volume: “Illustrious offspring of ancient Dukes, engaged in increasing your Spanish dominion, ornament of ancient warfare … Gonsalvus, we send you this book, as appropriately as we can, as a measure of my confidence.” – (fr:888) [Illustre rampollo di antichi duchi, intento ad accrescere il dominio spagnolo, ornamento dell’antica arte bellica … Consalvo, ti inviamo questo libro, nel modo più adatto che possiamo, come pegno della mia devozione.] L’intero passaggio documenta in modo esemplare la compresenza, tipica del Rinascimento, tra la pratica del mecenatismo, la rivendicazione della fama imperitura garantita dalla letteratura e la fondazione metodologica di una nuova indagine sulla natura.
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8 La struttura della realtà e la definizione di sottigliezza nel De Subtilitate di Cardano
Un’impresa intellettuale di immensa fatica dichiara fin dall’inizio la sua ambizione: ordinare l’intero universo conoscibile attraverso una nuova partizione della sottigliezza, che dalle sostanze incorporee discende fino ai metalli e alle pietre, non senza esitazioni su ciò che sfugge alla certezza.
Girolamo Cardano confessa subito la sproporzione tra lo sforzo profuso e il riconoscimento che l’opera otterrà: “Itaque cum rem admodum laboriosam aggressi simus, non tamen pro laboris magnitudine, operi ipsi praemii vice utilitatis et gloriae tantundem accedet.” (fr:933) [E così, benché abbiamo intrapreso un’impresa assai laboriosa, all’opera compiuta non toccherà, in cambio della grandezza del lavoro, un grado di utilità e di gloria proporzionato.] Questa premessa introduce un trattato che aspira a mappare l’esistente secondo il filo conduttore della subtilitas.
Cardano delimita anzitutto ciò che non merita il nome di sottigliezza: gli oggetti oscuri per difetto delle parole, non per intrinseca complessità, “come nodi che per caso ritornano su sé stessi, e anche cose che appaiono ai sensi rarefatte e non compatte” (fr:940) [traduzione integrata]. A questa categoria appartengono realtà banali come “gambe umane sottili, rovinate fin dall’inizio da cattiva nutrizione o altra disgrazia” (fr:941). La definizione positiva colloca invece la sottigliezza in tre ambiti: “Therefore subtlety exists in three things: in substances, in accidents, and in representations.” (fr:942) [Perciò la sottigliezza esiste in tre cose: nelle sostanze, negli accidenti e nelle rappresentazioni.]
A partire da questa tripartizione, il testo dispiega una gerarchia degli enti e delle facoltà conoscitive. Tra le cose delle quali si dà conoscenza, alcune esistono veramente, altre soltanto appaiono: “Of those that appear, some do so as we slumber, but others while we are awake.” (fr:944) [Di quelle che appaiono, alcune lo fanno mentre dormiamo, altre mentre siamo svegli.] I sensi esterni chiamati in causa sono quattro: tatto, vista, olfatto e udito, perché il gusto sembra indegno di nota (fr:947). Per ciascuno di essi si presenta una quadruplice rappresentazione, a seconda che i sensi non percepiscano ciò che dovrebbero, percepiscano ciò che non c’è, percepiscano qualità in modo distorto oppure per via di somiglianza. La rappresentazione, termine complesso che lo Scaligero riconduceva a species e imagines e che Cardano più tardi sostituì con visiones, si manifesta nel discorso come prodotto dell’udito, nella pittura e scultura come prodotti della vista, mentre la scrittura si fonda su vista e udito, ma tutte queste forme esistono “con l’ausilio del senso interno” (fr:950).
Il grosso dell’estratto è occupato dalla ripartizione delle sostanze. “And some existent things are substances, others accidents.” (fr:962) [E alcune cose esistenti sono sostanze, altre accidenti.] Le sostanze si dividono in corporee e incorporee: queste ultime sono “immortali e incorruttibili: non hanno contrario e sussistono in sé” (fr:964-965). Tra le incorporee, ve n’è una sola indipendente da qualsiasi altra — Dio, e l’universo stesso è Sua opera — mentre le altre dipendono da ulteriori entità. Quelle legate a corpi immortali, cause permanenti di altre entità, sono chiamate sostanze primarie e presentano quattro caratteristiche: comprendono, producono, persistono, muovono e sono situate in un corpo. Cardano rinvia però gli argomenti più ardui ai De Arcanis Aeternitatis, opera rimasta a lungo manoscritta e quindi inaccessibile al lettore comune, circostanza che, nota Ian Maclean, evitava di «gettare perle ai porci».
Esistono infine entità immortali e incorporee che non causano nulla e sono attaccate a un corpo mortale; se sono di natura notevole, alcuni le chiamano demoni, “e ne discuteremo prima delle intelligenze” (fr:977). Le rappresentazioni, ventiquattro specie, sono trattate a sé stante proprio perché molti riconducono a esse gli eventi meravigliosi. Tuttavia Cardano adotta un atteggiamento metodico di cautela: “non è ancora chiaro agli studiosi della natura se esistano, per cui parliamone solo come probabili, prendendo le mosse dagli effetti, e anche questo con esitazione” (fr:990).
Dopo aver trattato anima, intelletto e sensi — condizione del piacere come percezione di cose sensibili — il piano dell’opera discende verso il mondo corporeo. “Of corporeal substances, some are in fact immortal, like heaven; others are liable to corruption.” (fr:1000) [Delle sostanze corporee, alcune sono di fatto immortali, come il cielo; altre sono soggette a corruzione.] Queste ultime si dicono semplici o miste e possiedono principi quali posizione, moto, resistenza corporea e una quantità fissa di sostanza. “In fact a body cannot be dissolved into incorporeal constituents, nor is a vacuum possible.” (fr:1021) [Un corpo infatti non può essere dissolto in costituenti incorporei, né il vuoto è possibile.] La materia e questi cinque aspetti si collocano nel primo libro; quindi si tratteranno i quattro elementi, per quanto Cardano nel Libro II argomenterà contro lo statuto di elemento del fuoco, riducendoli a tre. L’eco di questa innovazione si coglie in testimonianze poetiche posteriori: John Donne, nel 1611, scrive che “And new philosophy calls all in doubt, The element of fire is quite put out” (fr:1035) [E la nuova filosofia mette tutto in dubbio, l’elemento del fuoco è del tutto spento]. La discesa prosegue con il cielo, la luce, l’illuminazione e i colori; poi si giunge ai corpi composti, tra i quali quelli perfetti e dotati di vita si distinguono in metalli, di sostanza acquosa, e pietre, di sostanza terrea (fr:1029). I metalli, generati per esalazione vaporosa racchiusa e solidificata nelle pietre, saranno discussi per primi unitamente all’alterazione delle qualità, seguiti dalle pietre, chiudendo così un’architettura del sapere che dai principi primi arriva alle manifestazioni più concrete della natura.
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9 Piano dell’opera e dimostrazione della materia prima nel De Subtilitate
“Nulla è così piccolo da venire all’esistenza dal nulla” – (fr:1079)
Cardano, nell’introdurre il proprio trattato, dichiara che si discuterà del corpo che ha raggiunto l’apice della perfezione – l’essere umano – indagandone la creazione, la forma e le azioni (fr:1050). Gli aspetti che riguardano tale corpo sono ricondotti a quattro classi: alcuni condivisi con gli animali, altri propri dell’uomo; alcuni sono azioni che scaturiscono da una natura speciale della sua sostanza, altri ancora sono attribuibili alla sua struttura manifesta (fr:1051). Gli animali, si precisa, sono privi di intelletto (fr:1049).
A questi temi si aggiungono gli accidenti – pesantezza, leggerezza, compattezza, struttura porosa, ruvidità, levigatezza, durezza, morbidezza – che risiedono negli elementi (fr:1052) e sono presenti anche nei corpi misti. Vi sono poi caratteristiche comuni come la lucentezza e la trasparenza, che appartengono tanto alle pietre quanto agli esseri viventi, mentre la forma è una prerogativa dei soli esseri generati, trasmessa nella riproduzione (fr:1053, 1068). Un lessico tecnico serve a designare processi come generazione, corruzione, nutrizione, mutamento, crescita, attrazione, ritenzione, concozione, espulsione (fr:1054), e in tutte queste categorie Cardano riconosce una intrinseca sottigliezza (fr:1055).
Una lunga nota etnografica definisce il termine “barbaro”. Cardano, rifacendosi a Cass, nega che l’appellativo derivi da selvatichezza – poiché i barbari sono più umani di molti Greci e Italiani – né da costumi incolti o mancanza d’ingegno, né da rozzezza. La ragione è invece temperamentale: “si adirano prima di afferrare una questione, e dopo lo sfogo sono difficili da placare… proprio come un cavallo in corsa è più difficile da fermare di uno al passo, i Barbari sono difficili da richiamare dall’ira” – (fr:1056). Il lessico aristotelico è richiamato dal termine latino alteratio, calco del greco ἀλλοίωσις, uno dei sei tipi di movimento o cambiamento secondo Aristotele, insieme a generazione, distruzione, aumento, diminuzione e cambiamento di luogo (fr:1057‑1060).
L’opera è corredata da rinvii interni: nel Libro VI si tratta della trasmutazione dei metalli (fr:1061), nel Libro IX sono inclusi in una categoria pidocchi, lendini e certi topi (fr:1064), e anche il Libro X è menzionato (fr:1065).
Conclusa la rassegna degli argomenti, Cardano ritiene di aver spiegato a sufficienza cosa occorra dimostrare e in quale sequenza (fr:1069). L’utilità di un simile sforzo è massima: giova alla conoscenza della natura, alla comprensione di questioni difficili e allo svelamento di quelle oscure, e aiuta l’interpretazione di tutti i libri (fr:1071); insegna i punti di forza delle arti tecniche, svela aspetti nuovi e attraenti e contribuisce all’accumulo di ricchezza (fr:1072); distingue la verità in antiche incertezze, ad esempio nell’alchimia (fr:1073); “mostra le opere sensazionali sia della natura sia dell’abilità tecnica” – (fr:1074); recupera antiche scoperte pratiche dimenticate per il trascorrere del tempo o per guerre violente (fr:1075); e “insegna come avvengono le meraviglie visibili ai sensi, in tutti i casi” – (fr:1076).
L’ultima parte dell’estratto è dedicata a provare l’esistenza della materia prima, o hyle. La materia esiste perché la generazione incessante delle cose avviene sempre a partire da qualcosa (fr:1078): il grano da terra e umidità, gli animali da seme e sangue o da uova, la cenere dal legno. Nulla, per quanto minuscolo, viene all’esistenza dal nulla (fr:1079). La quantità di cenere prodotta è proporzionale alla massa del legno: da un giunco non può derivare molta cenere, mentre da una grande quercia non si ottiene mai una quantità esigua di cenere (fr:1080). Ciò indica che in ogni generazione è presente un sostrato comune, che chiamiamo materia prima o hyle (fr:1081). Quando una cosa si genera da un’altra, se la forma svanisce, ciò che rimane deve essere materia, altrimenti la cosa esisterebbe e non esisterebbe al tempo stesso (fr:1083). Anche la corruzione mostra lo stesso ordine di cose: nulla perisce interamente. Una mela marcisce e si trasforma in vermi; il legno che brucia diventa cenere; l’acqua per il calore del fuoco o del sole si fa vapore (fr:1087). “Il vapore e il fumo sono qualcosa; infatti soffocano una persona e, se raccolti, tornano a formare gocce d’acqua” – (fr:1088). È dunque chiaro che in natura esiste qualcosa nascosto al di sotto della forma, che non viene all’essere tramite generazione né svanisce tramite corruzione: è ciò che chiamiamo materia prima (fr:1089‑1090), “innata e mai destinata a perire” – (fr:1091), il sostrato primario che soggiace alle molte forme (fr:1093). La materia persiste ed esiste; anzi, esiste in virtù del suo stesso persistere (fr:1097). In atto è come l’abbiamo descritta, ma quando è predisposta dalle forme è una potenzialità, poiché può assumerle (fr:1098). “Così, resa pronta per una forma, è la potenzialità stessa” – (fr:1099).
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[5.1/1-26-1913|1936]
10 Cardano e la bilancia: angoli, centro del mondo e frode
Nel Libro I del De Subtilitate, Cardano rielabora la meccanica pseudo-aristotelica per spiegare l’equilibrio della bilancia, il ruolo degli angoli, la tendenza dei pesi verso il centro del mondo e il modo di smascherare una frode nella pesatura.
Il testo, tratto dal De Subtilitate di Gerolamo Cardano (Libro I, sul peso), si apre con un chiaro richiamo alla dimostrazione pseudo-aristotelica. “Pseudo-Aristotle (Mechanica 850a3-29) demonstrates lucidly why a balance beam pivoted midway along its top edge is in equilibrium and will return to its initial horizontal alignment if disturbed, while if it is pivoted on its bottom edge it is unstable and will not do so.” – (fr:1911) [Lo Pseudo-Aristotele (Mechanica 850a3-29) dimostra lucidamente perché una trave di bilancia imperniata a metà del suo bordo superiore è in equilibrio e torna all’allineamento orizzontale se perturbata, mentre se è imperniata sul bordo inferiore è instabile e non lo fa.] La comprensione del ragionamento è agevolata da due figure della traduzione Loeb di Hett (figg. 349 e 351), che – come annota l’edizione – “make the argument easier to follow than Cardano’s here.” – (fr:1912) [rendono l’argomentazione più facile da seguire di quanto non faccia Cardano qui.]
Cardano sviluppa poi il proprio esame con i punti F, R, C e Q. “Hence with the support above F, R will be heavier, so that F will pull the scale towards C, and with the support placed below, R will be heavier than F, so that it will pull the scale towards Q.” – (fr:1914) [Pertanto con il sostegno sopra F, R sarà più pesante, così che F tirerà la scala verso C, e con il sostegno posto sotto, R sarà più pesante di F, così che tirerà la scala verso Q.] A un’eventuale obiezione – che il peso in F dovrebbe essere più pesante che in C – Cardano replica mostrando che la teoria dell’angolo non si applica in quel caso perché le distanze dalla posizione estrema e dalla trave sono diverse: “the wider angle from the extreme position makes the weight heavier, provided the straight lines are equal; but as has been shown, a weight at C is more distant both from the extreme position and from the beam than at F, so that the angle theory is not valid there, but when we put weights in F and R, they are already equally distant both from the support and from the extreme position.” – (fr:1915) [l’angolo più ampio dalla posizione estrema rende il peso più pesante, purché le linee rette siano uguali; ma come si è mostrato, un peso in C è più distante sia dalla posizione estrema sia dalla trave che in F, sicché la teoria dell’angolo non vale in quel caso, ma quando mettiamo i pesi in F e R essi sono già equidistanti sia dal sostegno sia dalla posizione estrema.]
Di conseguenza, “accordingly then the angle theory needs examination.” – (fr:1916) [pertanto la teoria dell’angolo richiede esame.] La regola generale che ne emerge è: “the further weights are from the limit or the straight or oblique (that is, at an angle) line of descent, the heavier they are.” – (fr:1917) [quanto più i pesi sono lontani dal limite o dalla linea di discesa retta o obliqua (cioè ad angolo), tanto più sono pesanti.] Occorre però considerare la lunghezza delle rette: quando queste sono uguali, un angolo maggiore produce un peso maggiore (fr:1918). L’analisi si applica al caso concreto di una trave curva. “If then BC gets curved towards QC, it will be raised, and will be less far from the point B, and on that account will make weights lighter, and a gold piece of the correct weight will appear too light, and one too light placed on the opposite side will appear good.” – (fr:1919) [Se dunque BC si incurva verso QC, si solleverà e sarà meno distante dal punto B, e per questo renderà i pesi più leggeri, e una moneta d’oro del peso giusto apparirà troppo leggera, e una troppo leggera posta sul lato opposto apparirà buona.] L’inganno, tuttavia, può essere svelato: “But fraud is revealed by an empty balance, or alternatively by interchange of the coin and standard weight.” – (fr:1920) [Ma la frode si rivela con una bilancia vuota, oppure scambiando la moneta e il peso campione.] Un’annotazione editoriale informa che questo paragrafo compare per la prima volta nell’edizione del 1554 (fr:1929), a testimonianza di una stratificazione testuale.
Il discorso si allarga poi a una questione cosmologica. “But why do weights seek to move towards the middle point of the world?” – (fr:1921) [Ma perché i pesi cercano di muoversi verso il punto medio del mondo?] La spiegazione è subito offerta: “For while a weight at F is arriving at C, it is getting nearer to the centre of the world, to which nature travels on the line PB. And while it is arriving from C at Q on the line BQ, and thus the weight’s tendency is to travel straight to the centre; in fact, since it is prevented by a restraint, it moves in the way it can move, and thus from the right or the left towards the perpendicular and middle.” – (fr:1923-1924) [Infatti mentre un peso in F giunge a C, si avvicina al centro del mondo, verso cui la natura viaggia lungo la linea PB. E mentre giunge da C a Q sulla linea BQ, la tendenza del peso è di andare diritto al centro; in realtà, poiché è impedito da un vincolo, si muove come può, e così da destra o da sinistra verso la perpendicolare e il mezzo.]
Alla domanda successiva – “But you will say, ‘Why is it then that when the scales are empty, C does not move towards Q?’” – (fr:1925) [Ma tu dirai: «Perché allora, quando i piatti sono vuoti, C non si muove verso Q?»] – Cardano risponde che anche D si sposterebbe, ma il bilancio complessivo dei movimenti contrasterebbe tale spostamento: “as much would still be lost on the D side as would be contributed to C itself. But what would be lost on the D side would be more contrary to nature than what was contributed to C itself would be in accord with nature. So the hindrance would be greater than the help.” – (fr:1933-1935) [tanto si perderebbe dal lato D quanto si guadagnerebbe per C stesso. Ma ciò che si perderebbe dal lato D sarebbe più contrario a natura di quanto ciò che si guadagna per C sarebbe conforme a natura. Così l’impedimento sarebbe maggiore dell’aiuto.] Perciò, con pesi uguali in C e D, “they will not only not move away from that position of their own accord, but if forced away they will return.” – (fr:1936) [non solo non si allontaneranno spontaneamente da quella posizione, ma, se costretti ad allontanarsi, vi ritorneranno.] La stabilità del giogo vuoto diventa così una conferma del principio di equilibrio.
Il passo, arricchito da puntualizzazioni filologiche (la nota di Cass sulla spinta del giogo, fr:1925; la glossa sul termine “meta” per la posizione estrema, fr:1927), illustra il modo in cui Cardano, a metà del Cinquecento, intreccia meccanica aristotelica, geometria degli angoli e fisica del moto verso il centro dell’universo. L’attenzione alla pesatura fraudolenta rivela inoltre un interesse per le applicazioni pratiche, mentre la successiva aggiunta del 1554 testimonia l’evoluzione del testo. Il discorso, sostenuto dalle figure pseudo-aristoteliche ma rielaborato con analisi originali, costituisce una testimonianza significativa del passaggio dall’eredità antica alle indagini naturali del Rinascimento.
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[6.1/1-21-1942|1959]
11 Della frode con le bilance e del principio della stadera
Cardano svela l’artificio con cui una bilancia a bracci disuguali può simulare l’equilibrio, e ne mostra lo smascheramento; passa poi alla stadera, riprendendo la legge di Archimede e il caso più complesso del giogo pesante.
La spiegazione muove dalla costruzione di una bilancia fraudolenta capace di far apparire dodici once come undici. Si prenda una barra metallica AB divisa in ventitré parti uguali, poiché undici e dodici sommati danno questo numero: “for a person seeking scales that display twelve ounces instead of eleven, let a metal bar AB be taken, divided into twenty three equal parts” – (fr:1939) [per chi cerchi bilance che mostrino dodici once invece di undici, si prenda una sbarra metallica AB, divisa in ventitré parti uguali]. Il fulcro, con la lingua e l’apertura della bilancia (l’agina), viene fissato al confine tra l’undicesima e la dodicesima parte, così che la distanza tra il fulcro e il punto di sospensione C, indicata come DC, superi AD di un undicesimo. Per compensare lo squilibrio a vuoto si alleggerisce il braccio più lungo limandolo o trapanandolo, oppure si applica un piatto più leggero in C che in A, finché, vuoti i piatti, la bilancia resta orizzontale nonostante la differenza di lunghezza: “we will make it lighter with a file or a drill, or we will add a lighter scale pan at C than at A, so much so that while the pans are empty, on the compensating basis of the length of AC and the thinness of DC, the support lies under the aperture, with the balance not hanging down in any direction” – (fr:1941) [lo renderemo più leggero con una lima o un trapano, oppure metteremo un piatto più leggero in C che in A, tanto che, vuoti i piatti, in virtù della compensazione fondata sulla lunghezza di AC e sulla sottigliezza di DC, il fulcro giaccia sotto l’apertura e la bilancia non penda da nessuna parte].
A questo punto, collocando nel piatto C un peso di undici once e nell’altro un peso campione da dodici once, la bilancia mostra ugualmente l’equilibrio, perché il braccio più lungo moltiplica l’effetto del peso minore: “But when we have added a weight of eleven ounces on the side C, and a standard weight for twelve ounces in the libra” – (fr:1942) [Ma quando abbiamo aggiunto un peso di undici once nel lato C e un peso campione per dodici once nella libra]. La frode viene però smascherata scambiando la merce con i pesi campione: se questi ultimi si pongono in C e la merce in A, il piatto C scende irrimediabilmente. Ciò accade per due ragioni concomitanti: il peso maggiore si trova ora nel piatto del braccio più lungo, ed è proprio quel braccio a essere più esteso; entrambe le cause spingono C verso il basso: “For the side C will move down for two reasons: because the greater weight is in its pan, and because CD is longer than DA” – (fr:1953) [Il lato C si abbasserà per due ragioni: perché il peso maggiore è nel suo piatto, e perché CD è più lungo di DA]. L’espediente è antichissimo; già lo Pseudo-Aristotele, nei Mechanica, descriveva come i venditori di porpora truccassero le bilance spostando il punto di sospensione e colando piombo in un braccio, oppure usando legno prelevato dalla radice o dai nodi, parti più pesanti dell’albero: “This is how sellers of purple arrange their weighing machines to deceive, by putting the cord out of the true centre, and pouring lead into one arm of the balance, or by employing wood for the side to which they want it to incline taken from the root or where there is a knot” – (fr:1944) [Così i venditori di porpora sistemano le loro macchine per pesare allo scopo di ingannare, spostando la corda dal centro esatto e colando piombo in un braccio della bilancia, oppure usando per il lato che vogliono far inclinare legno preso dalla radice o dove c’è un nodo]. La radice e il nodo costituiscono infatti una sorta di peso aggiuntivo naturale: “For the part of the tree in which the root lies is heavier, and a knot is in a sense a root” – (fr:1945) [La parte dell’albero in cui sta la radice è più pesante, e un nodo è in un certo senso una radice].
Il discorso si sposta poi sulla stadera, dichiarata subito più ardua e oscura: “More difficult and obscure is the case of the steelyard, on which we have written in Arithmetica” – (fr:1954) [Più difficile e oscuro è il caso della stadera, su cui abbiamo scritto nell’Arithmetica]. Vengono distinti due casi. Il primo, dovuto ad Archimede nelle sue Parabole, considera il giogo come privo di peso; qui il rapporto tra i pesi in equilibrio è uguale al rapporto inverso delle distanze dal fulcro: “The ratio of weights standing in equilibrium is that of the distances from the support they share” – (fr:1958) [Il rapporto dei pesi che stanno in equilibrio è quello delle distanze dal fulcro comune]. Ad esempio, se un peso D appeso in C è in equilibrio con G appeso in F e il rapporto FB:BC è quadruplo, allora D sta a G come quattro a uno: “if D hung from the small pan at C is in equilibrium with G hung at F, and the ratio FB : BC is fourfold, the ratio of D to G will be fourfold” – (fr:1959) [se D appeso al piccolo piatto in C è in equilibrio con G appeso in F, e il rapporto FB:BC è quadruplo, il rapporto di D a G sarà quadruplo].
Il secondo caso introduce il peso proprio della barra, supposta omogenea per dimensione e peso. Quando un solo peso è appeso al braccio più corto e il giogo, essendo pesante, raggiunge l’equilibrio, il rapporto tra quel peso e il peso dell’intera barra equivale al rapporto tra le differenze delle parti della barra e il doppio del peso minore: “when a weight has been hung on its own on the shorter portion, and the bar itself is weighty, of even magnitude and weight, and there is equilibrium, the ratio of the weight hung on to the weight of the whole bar will be as the differences of the parts of the bar to double the lesser weight” – (fr:1959) [quando un peso è stato appeso da solo sulla porzione più corta, e la barra stessa è pesante, di grandezza e peso uniformi, e c’è equilibrio, il rapporto del peso appeso al peso dell’intera barra starà come le differenze delle parti della barra al doppio del peso minore]. La pagina conserva traccia di un diagramma, ormai illeggibile, a cui il testo rinvia con una sequenza di caratteri corrotti: “But now, as this case is thus P x � r :a: T 1’1 1! …” – (fr:1955–1956). Restano tuttavia evidenti i capisaldi teorici: la bilancia fraudolenta a bracci disuguali come applicazione di una leva ingannevole, il metodo sperimentale per svelarla, e la formalizzazione archimedea estesa al caso reale del giogo pesante.
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[7.1/1-28-2355|2380]
12 La fiamma non è un elemento: movimento, nutrimento e trasformazione nel De Subtilitate di Cardano
«A flame never stays the same, but with unending generation one follows upon another, and for that reason it always has to appear in motion.» – (fr:2360) [Una fiamma non rimane mai la stessa, ma con una generazione senza fine una segue all’altra, e per questo motivo deve apparire sempre in movimento.]
Il testo, tratto dal secondo libro del De Subtilitate (il cui titolo affiora accidentalmente nel corpo della frase 2373), oppone una puntuale confutazione della natura elementare del fuoco. L’autore affida la propria definizione a criteri di stabilità e incorruttibilità: «But what I now term an element is what neither requires sustenance, nor is corrupted of itself, nor wanders about, but maintains a fixed position, as it has great mass, a mass according to nature, and it is ready for generation.» (fr:2354) [Ma ciò che ora chiamo elemento è ciò che non richiede nutrimento, né si corrompe da sé, né vaga, ma mantiene una posizione fissa, poiché possiede grande massa, una massa secondo natura, ed è pronto per la generazione]. Un elemento non è identificabile dal caldo o dal freddo: «To get back to our topic: what I call an element is not a very hot or cold thing, since such is hardly to be found.» (fr:2353) [Per tornare al nostro tema: ciò che chiamo elemento non è una cosa molto calda o fredda, poiché difficilmente se ne trova una]. Poiché nessuno di questi caratteri appartiene al fuoco, «we will not call it an element at all» (fr:2355) [non lo chiameremo affatto elemento].
Il fuoco – o meglio, la fiamma – è descritto come un’entità in perenne divenire, dipendente da un nutrimento esterno e in incessante movimento: «It moves about, unable to survive without nourishment, and burns the air beside it, and is called burning flame; a flame is nothing other than heated air.» (fr:2356) [Si muove, incapace di sopravvivere senza nutrimento, brucia l’aria accanto a sé ed è chiamata fiamma ardente; una fiamma non è altro che aria riscaldata]. La sua sostanza è estremamente rarefatta, capace di insinuarsi negli orifizi più angusti, e con il proprio moto separa e brucia i corpi, trasformandoli nella propria sostanza (fr:2358‑2359). Questa attività impedisce alla fiamma di restare identica a se stessa: si rinnova di continuo. «For when once in being, it invades the adjacent part of the air, and feeds upon its moisture, and in dying out &87 kindles another new flame.» (fr:2361) [Quando è in essere, invade la parte adiacente dell’aria, si nutre della sua umidità e, morendo, ne accende un’altra nuova fiamma].
Il movimento della fiamma è analizzato in dettaglio. Normalmente essa procede verso l’alto perché il nutrimento (l’umidità) convertito in fiamma ne ingrandisce il volume; non riuscendo a spingere il nutrimento a causa della sua tenacità, deve salire vigorosamente e sospingere la fiamma sovrastante (fr:2362‑2363). Se tuttavia il materiale che arde si trova in alto, la fiamma è costretta a discendere per la stessa ragione (fr:2364‑2365). Due casi notevoli di estinzione vengono addotti. Se una candela viene capovolta, la fiamma che scende brucia con tale intensità che, quando il materiale è umido, il fuoco disciolto si spegne all’improvviso: «This is why the flame of a taper is spontaneously extinguished on being pointed downward.» (fr:2367) [Ecco perché la fiamma di un cero si spegne spontaneamente quando viene puntata verso il basso]. Il comportamento dei legni è diverso, poiché la loro umidità non si dissolve; essi si estinguono per un’altra ragione: la parte superiore della fiamma, sospinta da quella inferiore più prossima al nutrimento, si trasforma in fumo, e questo fumo incontra la fiamma che lotta per salire e la soffoca rapidamente (fr:2369, 2376). «We have in fact stated that a huge amount of this is generated when by individual movements a flame, far distant from its nourishment and on its surface close to air, passes over into smoke; no wonder the smoke’s abundance rapidly puts out a fire it meets.» (fr:2377) [Abbiamo infatti detto che una grande quantità di questo fumo è generata quando, per movimenti propri, una fiamma lontana dal suo nutrimento e sulla superficie vicina all’aria si tramuta in fumo; non stupisce che l’abbondanza del fumo spenga rapidamente il fuoco che incontra].
Il fumo è descritto come entità intermedia tra fiamma e aria, duplice per natura. Il fumo che segue la fiamma, molto rarefatto, passa con rapidità nell’aria: «De Subtilitate: Book II into the air, and consequently does not cause suffocation nor burn the eyes, but only heats and dries.» (fr:2373) [De Subtilitate: Libro II nell’aria, e di conseguenza non provoca soffocamento né brucia gli occhi, ma solo riscalda e asciuga]. Esiste però un altro fumo, «which precedes the creation of a flame, and is moister, and does burn the eyes and suffocate, &88 because it does not easily turn into air.» (fr:2374) [che precede la creazione di una fiamma, è più umido e brucia gli occhi e soffoca, perché non si converte facilmente in aria]; esso è prodotto da carbone scadente e legno piuttosto umido (fr:2375).
L’autore precisa che la capacità della fiamma di spezzare ogni cosa non dipende dal calore in sé, ma dal moto rapido: «So the flame breaks everything up because of this rapid motion, not on account of the huge heat on its own.» (fr:2378) [Così la fiamma frantuma ogni cosa a causa di questo rapido movimento, non per l’enorme calore in quanto tale]. Tale movimento, benché incessante, sfugge all’osservazione perché procede per gradi (fr:2379). Infine, l’estinzione non coglie mai l’intera fiamma in un solo istante: «And the flame does not all go out at once, but only what is superficial; what is in the middle stays on till ultimately it reaches contact with air, otherwise it would not be in the midst of the flame.» (fr:2380) [E la fiamma non si spegne tutta in una volta, ma solo la parte superficiale; ciò che sta nel mezzo permane finché non giunge a contatto con l’aria, altrimenti non si troverebbe in mezzo alla fiamma].
Il valore storico di questo brano risiede nell’articolata critica alla dottrina degli elementi, condotta attraverso l’osservazione di fenomeni quotidiani e inserita nel più ampio dibattito rinascimentale sulla filosofia naturale. Sintomatico è il riferimento – emerso da una nota confluita nel testo (fr:2372) – al legame tra clima e salute, tema del trattato ippocratico Arie, acque, luoghi, che testimonia la persistenza di un’interazione feconda fra medicina e filosofia naturale.
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[8.1/1-28-2385|2410]
13 Dalla pratica dei camini alla teoria della combustione: un’analisi del fuoco domestico e della fiamma
Il testo, alternando osservazioni pratiche e teoriche, indaga le cause che ostacolano o favoriscono il tiraggio dei camini e la natura stessa della fiamma, offrendo uno spaccato della scienza empirica del Cinquecento.
Il testo analizza dapprima il problema del fumo che invade gli ambienti, identificandone le cause principali. L’uso di “legna verde e un’abbondanza di fiamma riempiono le camere da letto di fumo” – (fr:2383) [So green wood and abundance of flame fill bedrooms with smoke.]. A ciò si aggiunge l’azione meccanica del vento e i difetti costruttivi: “Anche i venti respingono il fumo, e una canna fumaria stretta ne blocca l’uscita, specialmente se è più stretta sul fondo così da non poter accogliere il fumo” – (fr:2384) [Winds too push back smoke, and a narrow chimney bars its exit, especially if the chimney is narrower at its bottom so as not to accommodate the smoke.]. La causa principale, tuttavia, resta il vento, poiché “il fumo sale sempre più in alto sia per l’impeto ricevuto dalla fiamma, sia per la sua leggerezza” – (fr:2385) [The principal cause is from winds, since smoke always rises higher both because of the impact acquired from the flame, and because of its lightness.]. Un camino aperto a tutti i punti cardinali è particolarmente vulnerabile: “un camino che ha aperture verso i quattro quarti è ostruito da ogni vento, essendo aperto in tutte le direzioni” – (fr:2386) [a chimney that has openings to four quarters is obstructed by every wind, being open in all directions.].
Per ovviare a questi inconvenienti, l’autore descrive un rimedio ingegnoso da lui stesso ideato. “Abbiamo escogitato un rimedio razionale” – (fr:2387) [We have devised a rational remedy.]. La soluzione consiste nell’installare una serie di condotti in terracotta orientati secondo i venti dominanti, ma con un accorgimento cruciale: “Nei quattro quarti, est, ovest, sud e nord, installate canali di terracotta appaiati rivolti verso di essi, in modo tale che uno conduca verso l’alto e l’altro verso il basso; è impossibile che otto venti soffino dalle quattro regioni principali del cielo, quattro inclinati verso il basso e quattro verso l’alto” – (fr:2388) [In the four quarters, east, west, south and north, instal paired pottery channels facing them, in such a way that one leads upwards and the other downwards; it is impossible for eight winds to blow from the four main regions of heaven, four inclining downwards and four upwards.]. La logica è chiara: creando una via di uscita sia per i venti che spirano verso il basso sia per quelli che spirano verso l’alto, si annulla la loro capacità di respingere il fumo. L’efficacia di questo metodo è garantita dall’esperienza: “A meno che non si verifichi questo, il fumo difficilmente può essere respinto all’indietro, una conclusione confermata con precisione anche dalla prova” – (fr:2389) [Unless that occurs, the smoke can hardly be driven backwards, a conclusion confirmed precisely also by trial.]. Altrettanto utili sono un’ampia base del camino e, in generale, canali inclinati solo verso il basso, sebbene la soluzione più sicura in assoluto sia un condotto racchiuso in una guaina non fissata al tetto sottostante. Una nota del curatore moderno sottolinea come non sia stato possibile identificare altrove lo schema “a quattro direzioni” di questa invenzione, di cui l’autore probabilmente andava fiero.
— more obvious.], una lettura integrata dalle successive osservazioni: “Di conseguenza, anche l’ingresso che segue al movimento è maggiore, ed è molto evidente perché la fiamma sia più vivida del resto del fuoco” – (fr:2398) [Consequently too the entrance that follows upon the movement is greater, and it is very evident why the flame is more lively than the rest of the fire.]. Questo spiega anche il comportamento di piccoli fuochi come le candele: “le candele bruciano finché la fiamma prospera, purché ci sia combustibile disponibile; quando la fiamma cessa, si estinguono totalmente da sole in un istante” – (fr:2399) [And consequently, tapers burn while the flame thrives so long as fuel is available; when the flame stops, they are totally extinguished of themselves in a moment.].
La natura del combustibile determina le caratteristiche della fiamma. Una sostanza grassa e umida genera fiamme durature, mentre una sostanza secca e rarefatta produce fiamme enormi. La combinazione di entrambe le qualità, come nel bitume, evoca “le fiamme più grandi e più durature” – (fr:2403) [But if both these are combined, both dry rarefied substance and some fatty very moist stuff, as in bitumen, then the largest and most long-lasting flames are evoked.]. Un fenomeno controintuitivo, come l’uso dell’acqua per ravvivare il fuoco, trova qui una spiegazione coerente. L’autore cita una testimonianza contemporanea: “Questo rende chiaro perché l’acqua versata sul bitume ardente evochi fiamme più grandi, un fatto raccontato anche da Georgius Agricola, uomo memorabile del nostro tempo, che in Islanda c’è evidentemente un monte chiamato Hecla, dal quale viene sprigionato un fuoco che è spento dalle cose secche ma nutrito dall’acqua” – (fr:2404) [This makes it clear why water poured over burning bitumen evokes larger flames, a fact also recounted by Georgius Agricola, a memorable man of our time, that in Iceland there is evidently a mountain named Hecla, from which fire is sent forth that is quenched by dry things but nourished by water.]. Su questa base si spiega la tecnica dei fabbri, che “stimolano regolarmente i fuochi spruzzandovi acqua; quando il fuoco è diventato più caldo, è stimolato dal freddo e nutrito dall’umidità, entrambi presenti nell’acqua” – (fr:2406) [This is also the reason why smiths regularly stimulate fires by sprinkling on water; when the fire has got hotter, it is stimulated by cold and nourished by moisture, both of which are present in water.].
Il testo culmina nell’applicazione pratica di questi principi alla metallurgia, enfatizzando il ruolo del movimento indotto dal mantice. Un fuoco vigoroso, alimentato dal mantice, non viene spento ma ravvivato da una moderata quantità d’acqua, poiché il mantice stesso stimola il movimento e la capacità del fuoco di penetrare. “I mantici sono essenziali nella lavorazione dei metalli” – (fr:2408) [Bellows are essential in dealing with metals,], perché un piccolo fuoco non può fonderli. Solo un fuoco animato dal mantice “si mette in movimento e si fa strada, e fonde i metalli” – (fr:2409) [But a fire fanned by bellows is set in motion and makes its way in, and melts metals.]. La rapidità del processo, infine, comporta un duplice vantaggio: “una minore perdita, e una parte più piccola del metallo viene bruciata” – (fr:2410) [Hence there is significant benefit in a rapid conclusion, both because loss is less extensive, and a smaller part of the metal is burnt up.].
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14 Fuochi rianimati dall’acqua: dal Tevere a Hekla, fra ricette antiche e il fuoco greco
Il De Subtilitate di Cardano raccoglie esempi e ricette di fuochi che l’acqua non spegne ma alimenta: un ponte fra osservazione naturale, tradizione alchemica e tecnologia bellica.
Il testo si apre con un prodigio narrato dalle fonti classiche: “about women who ’rushed down to the Tiber with burning torches, plunged them into the water and drew them out again, the flame undiminished, as they were made of sulphur and pitch [similar to bitumen] mixed with lime” – (fr:2413) [riguardo a donne che «corsero giù al Tevere con torce accese, le immersero nell’acqua e le trassero fuori, la fiamma intatta, perché erano fatte di zolfo e pece [simile al bitume] mescolati con calce»]. La miscela di zolfo, pece/bitume e calce spiega la resistenza all’immersione. Un comportamento analogo è attestato in Islanda, dove il vulcano Hekla – del quale si annota “It is 4920 m high” – (fr:2415) [è alta 4920 m], con la precisazione “44 Now spelled Hekla” – (fr:2414) [44 Ora scritto Hekla] – mostra un bitume ardente che l’acqua non può estinguere. La nota erudita rimanda al De ortu et causis subterraneorum di Georgius Agricola: “Nenci (133 n. 29) provides the relevant text of Georgius Agricola, De ortu et causis subterraneorum (1546), which states that it is burning pitch (‘bitumen’) at Hecla in Iceland which gives forth fire that consumes water, but not tow (‘stupa’), explaining this by saying that pitch is extinguished by dry things, but fed by water” – (fr:2416) [Nenci … fornisce il testo pertinente di Georgius Agricola, De ortu et causis subterraneorum (1546), che afferma che è pece ardente (‘bitumen’) a Hekla in Islanda a emettere un fuoco che consuma l’acqua, ma non la stoppa (‘stupa’), spiegando che la pece è spenta dalle cose secche, ma alimentata dall’acqua].
Cardano offre una spiegazione fisica del fenomeno. In un passo lacunoso del Libro II si legge: “and accumulating, it springs more vigorously from the coldness” – (fr:2417) [e accumulandosi, scaturisce con più vigore dal freddo]. Ne deriva l’affermazione: “Hence too, fires exist which are stimulated and kindled by water” – (fr:2418) [Perciò esistono anche fuochi che sono stimolati e accesi dall’acqua]. A questo principio si collegano due ricette. La prima, attribuita a Marco Greco, elenca i componenti: “They consist of naval and Greek pitch, 46 sulphur, wine sediment which people call tartar, sarcocoll,47 saltpetre,48 and a type of bitumen which people call petroleum” – (fr:2419) [Consistono di pece navale e greca, zolfo, sedimento di vino chiamato tartaro, sarcocolla, salnitro e un tipo di bitume chiamato petrolio], precisando “49 This is referred to by Marcus Gracchus” – (fr:2420) [Ciò è riferito da Marcus Gracchus]. La preparazione prevedeva l’aggiunta di calce viva: “50 Accordingly quicklime is added in double measure, and everything is mixed together with yolk of egg, and buried in horse dung” – (fr:2421) [Di conseguenza si aggiunge calce viva in misura doppia, e il tutto viene mescolato con tuorlo d’uovo e sepolto nello sterco di cavallo].
Una seconda ricetta dettaglia ulteriori ingredienti e introduce il fuoco greco: “Another recipe: oil of sulphur, petroleum, oil of juniper, and saltpetre, equal parts of each; black pitch, goose and duck fat, dove dung, the liquor called liquid vernix, 51 and it is made up with linseed oil; once again, the same amount of each; five parts of 46 Greek fire became a most important weapon to the Byzantines, and was used with success in their campaigns up to the 13th century” – (fr:2422) [Un’altra ricetta: olio di zolfo, petrolio, olio di ginepro e salnitro, parti uguali di ciascuno; pece nera, grasso d’oca e d’anatra, sterco di colombo, il liquore chiamato vernice liquida, e si impasta con olio di semi di lino; ancora, la stessa quantità di ciascuno; cinque parti di … il fuoco greco divenne un’arma importantissima per i Bizantini e fu usato con successo nelle loro campagne fino al XIII secolo]. Di quest’arma incendiaria navale si ricorda che “its exact composition is still a mystery” – (fr:2423) [la sua esatta composizione è ancora un mistero], ma si ritiene basata su nafta o petrolio con probabile aggiunta di zolfo o pece (fr:2424) e innesco a base di calce viva mescolata all’ultimo momento (fr:2425). Una volta acceso, il composto era quasi inestinguibile, richiedendo sabbia o aceto (fr:2426), e veniva lanciato da sifoni montati sulle prore delle galere (fr:2427). Il testo rinvia alla ricerca moderna di Haldon (fr:2429‑2430).
A corredo, sono definiti alcuni ingredienti. La sarcocolla è “A gum used for healing wounds etc., or the bush from which it comes” – (fr:2431) [Una gomma usata per guarire ferite ecc., o il cespuglio da cui proviene]; citata da Plinio (fr:2432‑2434), era apprezzata per la sua somiglianza con l’incenso polverizzato, dolce e leggermente aspra, utile a pittori e medici, impiegata contro le perdite e come unguento per bambini (fr:2435). Il termine “Halinitrum” – (fr:2436) è identificato da Partington come salnitro, già distinto da Agricola dal “nitrum” (soda) (fr:2437), e ampiamente descritto nella Pirotechnia di Biringuccio (fr:2438‑2440).
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15 Fiamme inestinguibili e polveri ardenti: Cardano e il «Liber ignium» di Marcus Graecus
Un estratto dal commentario cardaniano che intreccia ricette incendiarie, note filologiche e spiegazioni fisiche sul fuoco che l’acqua non può spegnere.
Il testo si apre richiamando l’edizione del Liber ignium ad comburendos hostes, attribuito a Marcus Graecus, curata da Hoefer. Questi, basandosi su un manoscritto della Bibliothèque royale di Parigi, «transcribed and translated the Liber ignium ad comburendos hostes attributed to Marcus Graecus from a MS in the Bibliotheque royale at Paris, observing Cardano’s error in writing “Gracchus” here» – (fr:2443) [trascrisse e tradusse il Liber ignium ad comburendos hostes attribuito a Marcus Graecus da un manoscritto della Bibliothèque royale di Parigi, osservando l’errore di Cardano che qui scrive “Gracchus”]. Lo stesso Hoefer «notes that Mesue cited Marcus Graecus in the 11th century, and suggests hesitantly that Marcus Graecus might be dated to the 8th century A.D.» – (fr:2444) [osserva che Mesue citò Marcus Graecus nell’XI secolo e propone, con esitazione, di datare Marcus Graecus all’VIII secolo d.C.]. L’antico ricettario «gives various recipes, and warns of the danger of explosion if they are prepared indoors» – (fr:2445) [fornisce varie ricette e mette in guardia dal pericolo di esplosione se vengono preparate al chiuso], e lo scopo dichiarato delle miscele «was to incinerate the enemy rather than to blow him to pieces» – (fr:2446) [era incenerire il nemico piuttosto che farlo a pezzi].
Una lunga nota etimologica riguarda il termine vernix caseosa. Benché l’espressione indichi dal 1846 il rivestimento sebaceo del neonato, l’autore osserva che «the word “vernix” is absent from OLD, but OED under the word “varnish” traces it to medieval Latin, and DuCange offers “vernicium” as equivalent to “liquata juniperi lacryma” and cites “vernix” from an undated MS in the Bibliotheque nationale, without assigning a meaning to it» – (fr:2447) [la parola “vernix” è assente dall’OLD, ma l’OED sotto “varnish” la fa risalire al latino medievale, e Du Cange dà “vernicium” come equivalente di “liquata juniperi lacryma” e cita “vernix” da un manoscritto non datato della Bibliothèque nationale, senza attribuirle un significato]. A ciò si aggiunge la glossa di Castelli: «Castelli offers vernisium = vernix = sandaraca; same as juniper gum, it seems, and no reference whatever JEROME CARDANO asphalt; extract with boiling water, and bury in horse dung» – (fr:2448) [Castelli propone vernisium = vernix = sandaraca; a quanto pare è la stessa cosa della gomma di ginepro, e nessun riferimento a Girolamo Cardano asfalto; estrarre con acqua bollente e seppellire nello sterco di cavallo]. La sandaraca, nota poi l’autore, «according to OLD is either arsenic disulphide = realgar, or “bee-bread”; both meanings cited from Pliny» – (fr:2458) [secondo l’OLD è o bisolfuro di arsenico = realgar, oppure “pane d’api”; entrambi i significati tratti da Plinio].
Segue una ricetta che mostra la tipica commistione di sostanze resinose e materie grasse: «of liquid vernix, of oil of sulphur and juniper, and of the oil made from flax seed, and of petroleum, and of exudation of larch tree, equal parts of each, of boiling water three and a half, then of saltpetre and dry laurel wood powdered, as much as required so that all these mixed together take on the consistency of mud» – (fr:2449) [di vernice liquida, di olio di zolfo e ginepro, e dell’olio fatto con semi di lino, e di petrolio, e di essudato di larice, parti uguali di ciascuno, di acqua bollente tre [parti] e mezza, poi di salnitro e legno secco di alloro polverizzato, quanto basta affinché tutti questi ingredienti mescolati insieme assumano la consistenza del fango]. Il preparato va poi «enclose everything in a glass vase and bury it for three months in horse dung» – (fr:2450) [racchiudere ogni cosa in un vaso di vetro e seppellirlo per tre mesi nello sterco di cavallo].
L’effetto descritto è duplice. «If therefore balls made from these stick to pieces of wood, they will take fire of themselves during showers; but this does not always happen» – (fr:2451) [Se dunque delle palle fatte con queste sostanze aderiscono a pezzi di legno, prenderanno fuoco da sole durante gli acquazzoni; ma ciò non accade sempre]. «What however always happens is that once kindled, the fire is not quenched by any water» – (fr:2452) [Ciò che invece accade sempre è che, una volta acceso, il fuoco non viene spento da alcuna acqua]. A queste miscele se ne affianca un’altra più prossima alla polvere da sparo: «A powder which takes fire very readily, with a flame which is vigorously consuming, is made from gunpowder and a third part of sulphur and Greek pitch» – (fr:2453) [Una polvere che prende fuoco molto prontamente, con una fiamma che consuma con vigore, è fatta con polvere pirica e una terza parte di zolfo e pece greca]. Il termine pulvis pyrius è glossato ricorrendo a Castelli: «Castelli states that this is a powder used for firearms and explosive weapons, made from nitre, sulphur, and charcoal; the reference given there is to Andreas Libavius» – (fr:2461) [Castelli afferma che si tratta di una polvere usata per armi da fuoco e ordigni esplosivi, composta da nitro, zolfo e carbone; il riferimento ivi dato è ad Andreas Libavius].
Cardano approfondisce poi il comportamento fisico di tali fuochi. «The way in which these fires are not put out by water is readily clear in view of the fact that they evoke a motion so powerful that flame acts on flame as bellows do» – (fr:2455) [Il modo in cui questi fuochi non vengono spenti dall’acqua è subito chiaro considerando che essi suscitano un moto così potente che la fiamma agisce sulla fiamma come fanno i mantici]. Da ciò discende una gerarchia tra le fiamme: «So this is why it is easy to quench a little flame, but very hard to quench a big one – harder than a small one, not only because it is bigger, but because it evokes a powerful motion by which the flame is cherished, as I said» – (fr:2456) [Ecco perché è facile spegnere una piccola fiamma, ma molto difficile spegnerne una grande – più difficile di una piccola, non solo perché è più grande, ma perché suscita un moto potente da cui la fiamma è alimentata, come ho detto]. La vastità del fenomeno impedisce un intervento tempestivo: «The size of the motion and of the flame compels people to keep far away, and hence help is not available to start with, and then as the smoke…» – (fr:2457) [L’ampiezza del moto e della fiamma costringe le persone a tenersi lontane, e quindi l’aiuto non è disponibile all’inizio, e poi quando il fumo…]. Lo stesso autore rinvia alla sua opera maggiore per ulteriori spiegazioni: «In addition, we have written more in those books of ours De Rerum Varietate, books which include a rich discussion of all the matters which receive rational explanation here» – (fr:2454) [Inoltre, abbiamo scritto più diffusamente in quei nostri libri De Rerum Varietate, libri che contengono una ricca discussione di tutte le questioni che qui ricevono una spiegazione razionale].
Il commentario si chiude con un accostamento erudito. Ricette analoghe, anche se non identiche, «are found in Biringuccio’s Pirotechnia, Book 10, cap. 9» – (fr:2459-2460) [si trovano nella Pirotechnia di Biringuccio, Libro 10, cap. 9], e la polvere pirica viene ricondotta ad Andreas Libavius, «German chemist, physician, and alchemist who made important chemical discoveries but is most noted as the author of the first modern chemistry textbook» – (fr:2462) [chimico, medico e alchimista tedesco che fece importanti scoperte chimiche ma è noto soprattutto come autore del primo manuale moderno di chimica], del quale si ricorda il doppio incarico accademico e civico: «He was professor of history and poetry at the University of Jena from 1586 to 1591 and then became town physician and inspector of the Gymnasium at Rothenburg» – (fr:2463) [fu professore di storia e poesia all’Università di Jena dal 1586 al 1591 e poi divenne medico cittadino e ispettore del Ginnasio di Rothenburg].
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16 La natura del fuoco nel Libro II del De Subtilitate
Cardano, nel Libro II del De Subtilitate, indaga la natura del fuoco combinando speculazione aristotelica e osservazioni concrete, con l’intento di sciogliere le “sostanziali incertezze” che lo avvolgono. L’analisi si articola attorno a tre nuclei: la conservazione del fuoco, la sua condizione di accidente che appare sostanza, e le cause della sua generazione.
La discussione si apre con il problema della conservazione del gelo sotto la cenere, un paradosso rispetto al ruolo del movimento nel mantenere il fuoco. Cardano riprende il filo con un’interrogazione diretta:
”124 But departing from these matters, let us return again to the power of fire, from which substantial uncertainties arise -when we said that it was maintained by movement, why (someone will say) is frost better conserved below ashes than in the open, when ashes prevent all movement?” – (fr:2816) [Ma allontaniamoci da queste questioni, torniamo alla potenza del fuoco, da cui sorgono sostanziali incertezze – avendo detto che si mantiene con il movimento, perché (dirà qualcuno) il gelo si conserva meglio sotto la cenere che all’aperto, quando la cenere impedisce ogni movimento?].
La risposta distingue tra la mobilità residua del gelo sotto la cenere e l’azione distruttiva dell’aria aperta: il fuoco ha sempre un certo movimento, il gelo un moto limitato che persiste anche sotto le ceneri, mentre l’aria circostante “preferisce disgregare piuttosto che essere disgregata” e disperde il fuoco se non protetto. Da qui discendono i tre modi di conservazione del fuoco:
”125 Thus the fire is preserved in three ways: either when it evokes movement from itself, as in tapers, and in general &113 when the flame protects itself by its own movement; or when it is promoted by movement from some other source, as happens when the wind blows, or with bellows, which is why big fires almost all arise while strong winds are blowing.” – (fr:2822) [Così il fuoco si conserva in tre modi: o quando produce movimento da sé, come nelle torce, e in generale quando la fiamma si protegge con il proprio movimento; o quando è favorito dal movimento proveniente da altra fonte, come accade col vento o coi mantici, ragion per cui quasi tutti i grandi incendi sorgono mentre spirano venti forti].
”Thirdly, when it is safe from the air, yet can still breathe, as occurs below ashes.” – (fr:2823) [In terzo luogo, quando è al riparo dall’aria e tuttavia può respirare, come avviene sotto le ceneri].
Chiarita la conservazione, Cardano affronta una questione più radicale: perché il fuoco è considerato comunemente una sostanza, mentre il ghiaccio, pur essendo ugualmente un accidente, non lo è? La ragione risiede nel diverso rapporto con il sostrato.
”It is another problem, why we are more accustomed to call fire a substance than ice; no one called ice a substance, but most people not only have called fire a substance, but have even considered it as one, although they are both accidents.” – (fr:2825) [C’è un altro problema: perché siamo più abituati a chiamare sostanza il fuoco piuttosto che il ghiaccio; nessuno ha chiamato sostanza il ghiaccio, ma i più non solo lo hanno chiamato sostanza, ma lo hanno anche considerato tale, sebbene siano entrambi accidenti].
La spiegazione è che gli accidenti ordinari non alterano il sostrato: l’acqua, il latte e il vino congelati, una volta cessato il gelo, appaiono identici a prima. Il fuoco, al contrario, “rovina la maggior parte delle cose”, e anche quelle che resistono, come pietre e metalli, mostrano un danno evidente. Questa capacità distruttiva e trasformante ha indotto a considerare il fuoco come qualcosa di più del semplice calore.
Cardano giunge così a una definizione netta:
”Consequently, as I said from the start, fire is nothing other than very powerful heat linked with dryness.” – (fr:2848) [Di conseguenza, come ho detto fin dall’inizio, il fuoco non è altro che calore molto intenso unito alla secchezza].
La secchezza è essenziale: senza di essa, neppure l’acqua bollente sarebbe fuoco. ”Then the essence of fire depends upon the very dryness, just as much as upon heat.” – (fr:2850) [Dunque l’essenza del fuoco dipende dalla secchezza stessa, tanto quanto dal calore]. Su questa base si spiega perché il ferro incandescente, pur privo di luce, abbia assunto la forma del fuoco, e perché l’“aqua ardens” (alcol distillato), pur consumandosi, non bruci la stoffa bagnata se non quando il calore raggiunge una determinata soglia. Solo quando il calore “può sopraffare l’aria” merita il nome di fuoco; allora acquista splendore e forza proporzionali alla densità del corpo che lo ospita, tanto che il carbone ardente è più caldo della fiamma e incendia all’istante la polvere da sparo.
La parte speculativa più densa riguarda le cause della generazione del fuoco, che “possiedono una grande oscurità”. Cardano enumera le vie con cui il fuoco si produce: propagazione, antispasi (concentrazione), percussione, frizione, decomposizione, combinazione. L’azione degli specchi concavi o delle sfere trasparenti è ricondotta alla combinazione, ossia alla concentrazione di calore disperso in un punto, che produce effetti grandi e perciò merita il nome di fuoco. L’antispasi si riduce alla combinazione, la propagazione è il normale accendersi da fuoco preesistente, frizione e percussione originano dal movimento, e la decomposizione da sola non basta ma è coadiuvata da altre forme di calore o movimento. La conclusione è che i modi genuini sono soltanto tre: combinazione, propagazione e movimento.
”And so, if we have taught the way in which fire is kindled by motion, we shall demonstrate all the ways by which a fire can be kindled; also, that only three are genuine, combination, propagation, and motion, although far more seem to exist.” – (fr:2877) [E così, se avremo insegnato il modo in cui il fuoco si accende per movimento, dimostreremo tutti i modi in cui un fuoco può essere acceso; anche che solo tre sono genuini, combinazione, propagazione e movimento, sebbene sembrino esisterne molti di più].
Dimostrare che il movimento genera fuoco equivale a dimostrare che il movimento è causa del calore, perché il fuoco non è altro che calore enormemente accresciuto (2878-2879). A questo punto Cardano attacca la spiegazione aristotelica, accusandola di essere una vuota petizione di principio:
”Therefore the Aristotelians ask in what way motion is heating, and make numerous quibbles; in the end they return to the point that heat is the effect of motion, and this is as if they were to say, ‘We do not know.’” – (fr:2880) [Perciò gli Aristotelici domandano in che modo il movimento riscaldi, e fanno molte sottigliezze; alla fine tornano al punto che il calore è l’effetto del movimento, e questo è come se dicessero: “Non lo sappiamo”].
Alla stessa stregua critica chi immagina un calore celeste immesso nell’aria e poi “tratto giù” dal movimento, mostrando l’incongruenza di attribuire calore alle stelle che si nega siano calde.
L’ultima sezione confuta l’idea, attribuita ad Alessandro di Afrodisia, che le scintille prodotte percuotendo pietre derivino dall’aria racchiusa in esse, convertita in fuoco dalla frizione improvvisa. Cardano obietta con una serie di osservazioni fisiche: le pietre più dure come il porfido non producono più scintille di quelle più tenere; due pietre dello stesso tipo non generano fuoco facilmente come cristallo e acciaio; e soprattutto, le scintille scendono lentamente, come fossero pesanti, cosa impossibile se fossero solo aria infiammata.
”Then why (the main point) do these sparks mostly sink downward in slow progress, as though they were heavy, if air alone is kindled?” – (fr:2898) [Allora perché (questo è il punto) queste scintille per lo più scendono lentamente, come fossero pesanti, se fosse solo aria a infiammarsi?]
”For pure fire either does not descend, or if it is made to do so by impact, it descends fast.” – (fr:2899) [Il fuoco puro infatti o non discende, o se è costretto a farlo da un colpo, discende velocemente].
Se il fuoco fosse effettivamente intrappolato nella pietra, questa brucerebbe e incendierebbe la mano di chi la tocca, né sarebbe necessaria la percussione con un’altra pietra: basterebbe la frizione tra due calcedonie. ”None of these being true, it is utterly clear that fire is not held within a stone.” – (fr:2902) [Non essendo vero nulla di ciò, è del tutto chiaro che il fuoco non è racchiuso nella pietra]. Cardano conclude che la generazione delle scintille richiede una precisa combinazione di durezza e forza di percussione, e va spiegata senza ricorrere a un fuoco preesistente nell’aria o nella pietra.
La sezione, corredata da note che situano l’opera nel 1538‑1539 e citano Aristotele (De iuventute e De respiratione) come fonti, offre una testimonianza del metodo cardaniano: osservazione empirica, ridefinizione dei concetti e tentativo di ridurre la molteplicità fenomenica a poche cause fondamentali. Il fuoco, da entità quasi sostanziale, viene riportato alla dimensione quantitativa di calore e secchezza, anticipando il successivo distacco tra calore e temperatura.
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17 Il fuoco da frizione e la natura del calore nel Libro II del De Subtilitate di Girolamo Cardano
«Così il fuoco non si nasconde nelle pietre, né è generato quando l’aria è colpita dall’aria.»
Il testo, tratto dal secondo libro del De Subtilitate di Girolamo Cardano e corredato dalle note di un’edizione critica moderna, affronta in modo serrato l’origine del calore e del fuoco generati per frizione, per poi allargare lo sguardo alla natura stessa del caldo, del freddo, del secco e dell’umido. Cardano dialoga con la tradizione aristotelica – in particolare con i Problemata pseudo-aristotelici e con il commento di Alessandro di Afrodisia – e utilizza la traduzione latina di Gaza (Basilea, 1537), come segnalato in “His source for the Latin translation is that of Gaza (Basle, 1537)” – (fr:2911), confrontandola con quella di Angelo Poliziano (fr:2912). Il filosofo pavese intende mostrare come il moto, applicato a una materia secca e rarefatta, sia il vero artefice della trasformazione in fuoco, respingendo sia l’idea di un fuoco latente nei corpi, sia quella di un freddo inteso come principio attivo.
La discussione prende avvio dall’osservazione delle pietre che, percosse o sfregate, emettono scintille. Cardano cita Alessandro di Afrodisia, il quale notava come alcune rocce, costituite da un corpo rado e leggero, non permettano all’aria di assottigliarsi a sufficienza per l’attrito: “some rocks consist of a loose-knit and light body; then the air is not so much thinned out by friction, not being influenced by any more vigorous blow, because of the body’s lightness” – (fr:2913) [alcune rocce sono costituite da un corpo a maglia larga e leggero; allora l’aria non è così assottigliata dall’attrito, non essendo influenzata da un colpo più vigoroso, a causa della leggerezza del corpo]. Da qui si sviluppa una minuziosa casistica: pietre vitree e morbide che al minimo tocco emettono un fuoco debole (fr:2917), macine rotanti coperte d’acqua che ugualmente producono fuoco (fr:2920), e la certezza che “fire is generated from the substance of a stone” ogni volta che la pietra viene sfregata (fr:2918) [il fuoco è generato dalla sostanza di una pietra]. La conclusione è netta: “fire does not lurk within stones, nor is it generated when air is struck by air” – (fr:2921) [il fuoco non si nasconde nelle pietre, né è generato quando l’aria è colpita dall’aria]. Il calore non è un’entità preesistente, ma il prodotto di un processo di riduzione della materia a parti minutissime (fr:2923), e le pietre più adatte sono quelle pure, non troppo dure, di sostanza rarefatta come calcedonio e cristallo (fr:2924), mentre le fragili o troppo dure sono inadatte (fr:2925). Un fenomeno analogo si osserva – aggiunge Cardano – nel piombo fuso dal movimento di una freccia, dove le estremità appuntite si sfregano (fr:2926).
Il nodo teorico è il legame tra moto, secchezza e fuoco. “What is kindled by motion should be dry, not wet” – (fr:2930) [ciò che è acceso dal moto deve essere secco, non umido], perché il secco è già “half fire” (fr:2931) [mezzo fuoco], e il fuoco perfetto è calore e secchezza (fr:2932). Quando un corpo secco è investito da un moto potente, si rarefà e si assottiglia, e una sostanza rarefatta e secca è di natura ignea (fr:2935): “a thinned-out and dry substance is fiery” – (fr:2935). La materia, afferma Cardano, coglie una forma commisurata a una quantità definita (fr:2936), cosicché il calore, principio celeste che proviene dagli astri e si lega alla materia secca, quando quest’ultima è ridotta dal moto senza resistenza dell’umido e senza l’impedimento di una forma precedente, assume la forma del fuoco (fr:2942).
Alla domanda cruciale – come possa generarsi calore nel freddo di una pietra, dove il freddo sembra dominare – Cardano risponde con una tesi radicale: il freddo non è altro che privazione di calore. “If cold is to be understood according to its action, it is nothing other than that celebrated heat in small quantity; what does not exist has no activities” – (fr:2946) [se il freddo è inteso secondo la sua azione, non è altro che quel celebre calore in piccola quantità; ciò che non esiste non ha attività]. Il freddo non può quindi “sorgere” da solo, ma solo il calore, che è in quantità grande rispetto alla scarsità della materia (fr:2947). Prova ne è il rigore delle febbri terzane, dove un intenso freddo è avvertito senza che vi sia materia fredda, ma per un allontanamento del calore (fr:2948). Analogamente, la secchezza è privazione di umidità (fr:2950), e il freddo risulta dall’ostacolo che una materia abbondante oppone all’ingresso e al moto del calore: “Much matter prevents heat making its way in and being in motion, and hence is cooling in this way” – (fr:2973) [molta materia impedisce al calore di farsi strada e di essere in moto, e quindi raffredda in questo modo]. Ciò che riscalda lo fa di per sé, ciò che raffredda lo fa solo per accidente (fr:2974). Anche la sensazione di rapido raffreddamento a contatto con corpi freddi si spiega con la fuga del calore all’interno del corpo toccato (fr:2977). Cardano contrappone questa concezione a quanti immaginano le qualità come attaccate alle sostanze e il freddo come principio naturale, i quali si avviluppano in nodi inestricabili e oscurano le cause con parole ambigue (fr:2980). L’impianto è coerente: il calore è la qualità celeste che, con l’aiuto del moto, crea il fuoco; se è sopraffatto e ostruito dalla materia, genera freddo (fr:2981-2982). L’aria riceve il calore dalla profusione di raggi del Sole e delle stelle (fr:2984), mentre la terra, non mossa, non può essere fredda quanto l’acqua (fr:2985).
L’ultima parte del brano sposta l’attenzione sulla sottigliezza delle sostanze, premessa per comprendere appieno l’azione del fuoco. Cardano distingue diversi tipi di sottigliezza: l’aria è rarefatta di per sé, i capelli per esile quantità, il sangue perché fluido, l’oro perché divisibile in parti minutissime, e gli spiriti perché riuniscono più caratteristiche (fr:2988, 2994). L’arte umana può ridurre molte sostanze in particelle finissime – come il piombo ridotto in polvere per orologi ruotandolo fuso in un mortaio (fr:2995) – ma, a differenza del fuoco, l’arte non mescola né scompone la sostanza, ma solo la quantità: “Though technical skill reduces timber or stone or metal to very fine particles, it still does not mix or break down the substance, but only the quantity” – (fr:2996) [sebbene l’abilità tecnica riduca il legno, la pietra o il metallo in particelle finissime, tuttavia non mescola né scompone la sostanza, ma solo la quantità]. Il fuoco, se scompone, separa; se mescola, non scompone (fr:2997). Solo la natura può simultaneamente mescolare e scomporre una sostanza (fr:2999). Il fuoco agisce per triturazione di corpi secchi, liquefazione di metalli o separazione di parti rarefatte nelle distillazioni (fr:3001). Vi è però un’eccezione istruttiva: quando la distillazione avviene con calore umido anziché con fuoco diretto, qualcosa viene scomposto e mescolato insieme (fr:3003). È il caso del bagnomaria: “this is what occurs when the containers are put into boiling water (what is called a ‘bain-Marie’)” – (fr:3005) [ciò avviene quando i contenitori sono posti in acqua bollente (ciò che è chiamato “bagnomaria”)]. Subito dopo, Cardano ricorda la distillazione in sterco di cavallo, impiegata per recuperare la parte più preziosa dagli scarti delle olive dopo l’estrazione dell’olio (fr:3006).
Il testo presenta non poche asperità, segnalate dalle note del curatore: un passo di sintassi latina è giudicato oscuro (“hie eo vehementior attritio quo id quod suppositum est, etiam duritie sua resistit, ut aer in medio compressus dum attenuatur attenuat” – (fr:2939), con “and meaning obscure” – (fr:2940) [e significato oscuro]), e una frase successiva è definita “this monstrous sentence lacks both coherent syntax and clear sense” – (fr:2959) [questa mostruosa frase manca sia di sintassi coerente sia di senso chiaro]. Altrettanto precaria è la sintassi di una sezione sulla sensazione di freddo (fr:2992-2993). Queste annotazioni documentano le difficoltà incontrate nel restituire un pensiero denso e talora contorto, ma proprio per questo prezioso come testimonianza di un momento in cui la filosofia naturale cercava nuove categorie per spiegare i fenomeni, muovendosi tra eredità aristotelica e pratiche alchemiche, in un dialogo serrato con autori come Scaligero (citato più volte nelle note, cfr. fr:2966, 2988n).
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18 Distillazione, acque e quinta essenza: la ricerca dell’etere nel De Subtilitate di Cardano
Dalla cozione naturale all’alcol rarefatto, Cardano indaga se le acque distillate conservino le virtù delle sostanze originarie e se sia possibile ottenere un elisir temperato capace di prolungare la vita, tra esperienze di laboratorio e il mito della fonte dell’eterna giovinezza.
Girolamo Cardano affronta il tema della distillazione partendo dalla capacità di alcune sostanze di trattenere il calore: “For when the substance is hot and moist, it can preserve heat over many months, and for an interval of time longer than bunches of grapes can, in proportion as the substance of olives is more compact and fatty” – (fr:3007) [Quando la sostanza è calda e umida, può conservare il calore per molti mesi, e per un intervallo di tempo più lungo di quanto possano fare i grappoli d’uva, in proporzione a quanto la sostanza delle olive è più compatta e grassa]. Tuttavia, osserva che il fuoco è indispensabile per fondere i metalli e che una distillazione condotta a calore troppo intenso compromette la possibilità di miscelare e scomporre correttamente: “But making a distillation very hot by fire involves unsuiting it for mixture and true breaking down” – (fr:3009) [Ma rendere una distillazione molto calda mediante il fuoco la rende inadatta alla miscelazione e a una vera scomposizione]. La vera azione disgregante non va attribuita al fuoco, bensì alla natura stessa: “So it is not really fire that breaks down, but nature itself, which concocts and mingles the whole of the substance” – (fr:3011) [Così non è propriamente il fuoco che scompone, ma la natura stessa, che coce e mescola l’intera sostanza]. Nella cozione naturale, le parti più spesse vengono suddivise grazie a un’azione che combina la forza del fuoco con la delicatezza di un bagno moderato, “a task beyond fire’s power” – (fr:3016) [un compito al di là del potere del fuoco].
Da queste premesse sorge un’incertezza sostanziale: se il fuoco riscalda e dissecca ogni cosa, tutte le acque ottenute per distillazione dovrebbero essere calde e secche. Ma la realtà è più complessa. Cardano nota che “all waters are cold and wet, when their substance prevails” – (fr:3019) [tutte le acque sono fredde e umide, quando prevale la loro sostanza], e che “the reality is always neither of these; indeed, some of these waters are more like what they were extracted from, for instance in rose-like smell, taste, and strength” – (fr:3020) [la realtà non è mai nessuna delle due; anzi, alcune di queste acque somigliano di più a ciò da cui sono state estratte, per esempio nell’odore, nel sapore e nella forza simili alla rosa]. Porta esempi concreti: l’acqua di piantaggine arresta il flusso di sangue, quella di lattuga no, l’acqua distillata di melissa, preparata infondendo la pianta nel vino bianco, aveva fatto credere a un uomo di aver recuperato la memoria, salvo poi rovinarsi la salute mangiando fegato caldo – un espediente che i chimici chiamano “fixing stars in the sky” – (fr:3026) [fissare le stelle in cielo]. La domanda centrale diventa dunque: “do these waters retain their special powers?” – (fr:3027) [queste acque conservano i loro poteri specifici?]. In passato Cardano aveva negato, giudicandole prive di odore e sapore; l’acqua di assenzio, per esempio, “neither smells of wormwood nor is bitter; furthermore, it is surprisingly sweet” – (fr:3029) [non odora di assenzio né è amara; per di più, è sorprendentemente dolce]. Tuttavia l’alcol – “alcohol creates belief that there is power in waters” – (fr:3030) [l’alcol fa credere che vi sia potere nelle acque] –, con la sua capacità di riscaldare, disseccare, penetrare e bruciare, dimostra che qualche potere permane.
Da queste osservazioni Cardano trae una classificazione che lega la natura della sostanza di partenza alle caratteristiche dell’acqua distillata: “anything that has a substance rarefied and linked to a cold substance gives forth a water not unlike itself, as a rose does” – (fr:3034) [tutto ciò che ha una sostanza rarefatta e legata a una sostanza fredda emette un’acqua non dissimile da sé, come fa la rosa]; “What has a rarefied and hot substance gives forth a similar one, but burning, as wine does, and some of the metals” – (fr:3035) [Ciò che ha una sostanza rarefatta e calda ne emette una simile, ma ardente, come fa il vino, e alcuni metalli]; “What has a thick and hot substance gives forth a different and debased one, as wormwood does” – (fr:3036) [Ciò che ha una sostanza spessa e calda ne emette una diversa e degradata, come fa l’assenzio]; “What has a thick and cold substance gives forth a different but not a debased one, as a gourd does” – (fr:3037) [Ciò che ha una sostanza spessa e fredda ne emette una diversa ma non degradata, come fa la zucca]. L’esito dipende dalla natura della sostanza e dall’intensità del fuoco: “those that need a powerful fire all are vigorously drying, and most of them also are warming” – (fr:3047) [quelle che richiedono un fuoco potente sono tutte fortemente essiccanti, e la maggior parte sono anche riscaldanti].
Questa analisi introduce un ulteriore problema: è possibile produrre un’acqua temperata, la cosiddetta Quinta Essenza? Cardano la descrive come una sostanza altamente rarefatta e mobile, “that holds on to a temperate (yet very plentiful) heat by its motion” – (fr:3049) [che trattiene un calore temperato (ma molto abbondante) grazie al suo movimento]. Tale etere, mescolandosi all’umidità primigenia, penetrerebbe nei solidi, eliminerebbe le impurità e restituirebbe il calore naturale, poiché “Old age is merely the diminution of the natural heat” – (fr:3053) [La vecchiaia è semplicemente la diminuzione del calore naturale] e il movimento viene ostacolato dall’abbondanza di sostanza terrosa. Un’acqua di calore temperato non affaticherebbe il cuore né danneggerebbe il fegato, offrendo la possibilità di prolungare la vita.
Il mito della fonte dell’eterna giovinezza si intreccia con questa speculazione. Cardano riporta la voce di una sorgente sull’isola Bonicca, nel Nuovo Mondo, capace di ringiovanire i vecchi senza però cancellare i capelli grigi o le rughe già formate; cita come testimone Pietro Martire d’Anghiera, ma aggiunge che Oviedo nega con insistenza. Pur non escludendo la possibilità, giudica il racconto poco credibile perché “it is said to happen quickly and in a few days” – (fr:3067) [si dice che avvenga rapidamente e in pochi giorni], mentre “a man grows old through a long range of years, so he cannot be rejuvenated except over a range of years” – (fr:3068) [un uomo invecchia in un lungo arco di anni, quindi non può essere ringiovanito se non in un arco di anni]. La verifica, conclude, è difficilissima.
Tornando al piano tecnico, la trasformazione dell’alcol in etere è descritta come un processo in cui l’alcol, mantenendo lo stato rarefatto durante la rotazione diurna e perdendo calore, sapore e odore, diventa etere; inizialmente possiede un odore che, moderandosi, diventa fragrante. “A fragrant odour, indeed, is nothing but a sharp one when it has shown itself moderate” – (fr:3100) [Un odore fragrante non è altro che un odore pungente divenuto moderato]. L’alcol, se ritorna a temperamento senza perdere la rarefazione, deve diventare fragrante e, di conseguenza, etere.
Accanto a queste vie sofisticate, Cardano menziona preparati estremi a base di carne di serpente o di elleboro, che aveva visto nella casa paterna, ma ne denuncia l’effetto ingannevole: “these ravage bodies, and recover a rouged picture of youth, but do not offer youth” – (fr:3107) [questi devastano i corpi e restituiscono un’immagine imbellettata di giovinezza, ma non offrono la giovinezza].
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19 L’etere, l’acqua ardente e la pietra: potenza e limite della materia rarefatta
La materia, assottigliata dal fuoco fino a uno stato intermedio tra il corruttibile e l’immortale, sprigiona poteri corrosivi e dissolutivi straordinari, la cui piena efficacia terapeutica, tuttavia, rimane in bilico tra la conferma dell’esperienza e la promessa della teoria.
La riflessione si apre con la definizione di una sostanza che possiede una giovinezza reale, poiché conserva e accresce ciò che ha. “Ether, however, offers real youth, since it keeps what it has for a long time, and enhances it.” - (fr:3108) [L’etere, tuttavia, offre una vera giovinezza, poiché conserva a lungo ciò che ha e lo accresce.] Questa condizione non è eterna, ma persiste finché nulla la ostacola, anche se molta materia la ostacola (fr:3110). Il calore del fuoco, descritto come un etere più caldo e rarefatto, è in grado di invertire il corso del tempo (fr:3111), proprio perché la sua vicinanza al cielo lo rende leggerissimo e capace di moderare, tramite la rotazione, il calore imposto dalle stelle (fr:3112). In modo analogo, un’acqua portata alla massima rarefazione dal calore del fuoco viene raffreddata dallo stesso movimento, raggiungendo una condizione temperata (fr:3113).
Tanto quest’acqua quanto l’etere rappresentano perciò “una sorta di stadio intermedio tra le cose mortali e quelle immortali” (fr:3114). L’etere, in particolare, possedendo una collocazione, una condizione temperata e una sostanza vicina al cielo, è ritenuto incapace di degradazione (fr:3115). Quando invece viene spinto verso il basso, si raffredda e nel corso dei secoli si degrada, rimanendo comunque uno stadio intermedio tra il mortale e l’immortale, una categoria a cui, secondo l’autore, gli Stoici credono appartenga l’anima umana (fr:3126-3127). Tuttavia, se derivato dall’alcol, l’etere risulta molto più rarefatto, poiché non è costretto dal movimento (fr:3128). Entrambi, dunque, sono fatti su una base simile (fr:3129).
Il discorso si sposta sull’azione del fuoco sulla materia comune: tutto ciò che è alterato dal suo calore assume un’evidente calidità e secchezza, come la calce e la cenere (fr:3130). Queste due sostanze differiscono perché il calore nella calce è illimitato, mentre nella cenere è quasi del tutto esaurito (fr:3131). Per questo motivo, chi prepara medicamenti cauterizzanti cerca il calore dalla calce e la secchezza dalla cenere (fr:3132). Su questa base opera chi estrae l’acqua con cui si separano i metalli (fr:3133). La ricetta prevede una parte di salnitro, tre parti di allume liquido detto “rochae” e una parte intermedia di sabbia, ingredienti distillati in vasi di vetro. Il primo liquido che fuoriesce viene raccolto separatamente quando la superficie del vaso appare color zafferano (fr:3134-3135). Aumentando il fuoco, compare una seconda frazione, per lo più inclusa nella precedente (fr:3136). Se raccolta in acqua di fonte, essa è così acre da sciogliere l’argento e separarlo dall’oro (fr:3137). Il processo di separazione è descritto con precisione: su una moderata quantità dell’acqua estratta si pone il peso di un obolo d’argento purissimo (dodici grani) e lo si lascia su ceneri calde finché non si scioglie. Si forma un sedimento simile a calce sottile che, una volta rimosso, consente di aggiungere altra acqua pura per ottenere un ulteriore sedimento analogo (fr:3138-3140). Alla fine, si ottiene un’acqua estremamente pura ed efficace per sciogliere l’argento e gli altri metalli, eccetto l’oro (fr:3141). Poiché evapora facilmente, deve essere conservata in un vaso di vetro accuratamente sigillato (fr:3142). La sua potenza è tale che, anche senza fuoco, riduce l’argento in acqua in ventiquattro ore, e con il calore moderato delle ceneri in due o tre ore; a questi vapori e all’acqua che ne deriva viene attribuita una forza mirabile, anzi incredibile (fr:3156).
Esiste poi una preparazione simile a base di sale ammoniaco, salnitro, calcanto e allume liquido in parti uguali, con l’aggiunta di un quarto di verderame, la quale non risparmia nemmeno le pietre (fr:3157-3158). Se si aggiunge un po’ di ostracite, chiamata smiris e usata per lucidare le gemme, si ottiene un’acqua più abbondante e migliore perché non viene bruciata (fr:3159). La ragione della potenza di quest’acqua è che la parte più secca, assottigliata dalla forza del fuoco, assume il potere corrosivo igneo (fr:3160). Ci si chiede allora perché l’acqua di separazione, pur essendo molto calda, non bruci (fr:3161). La risposta è che ciò che è molto caldo è più caldo, più sottile e meno secco, quindi può fortemente riscaldare ma non corrodere, mentre quest’acqua può corrodere ma non bruciare e può solo riscaldare un poco (fr:3182-3183).
Su uno stesso fondamento, l’olio estratto dal calcanto grazie alla potenza del fuoco è acutissimo: converte la parte più secca in umidità e punge la lingua come fuoco (fr:3184). Si concorda che su questa base si possa produrre un’acqua capace di frantumare istantaneamente un calcolo alla vescica applicata tramite catetere (fr:3185). Per questo scopo servono due proprietà: la capacità di triturare la pietra e l’innocuità per la vescica; la prima è fornita dalla tecnica e dalla materia (fr:3186). Si potranno estrarre vapori ultimi dalla cenere di scorpione, dal prezzemolo macedone, dal tecolite o dalle pietre di granchio (fr:3187). Si potrebbe persino ottenere un’acqua capace di polverizzare il porfido (fr:3188), e la sua innocuità è garantita se la materia di partenza è del tutto priva di salsedine (fr:3189). Sarà appropriato estrarre l’acqua non da qualche tipo di sale, allume, calcanto o sedimento di vino, ma da una delle sostanze appena menzionate (fr:3190).
L’autore introduce una nota di cautela: “è sempre necessaria un’attenta esperienza nella conferma di una teoria sottile, così da poter volgere all’uso umano i punti che abbiamo esplorato così sottilmente, saldamente confermati dall’esperienza” (fr:3191). Egli stesso afferma di sapere che lo sterco di piccione e la pellitoria, l’uno o l’altra estratti in acqua, possono rompere i più duri calcoli alla vescica (fr:3192). Cosa sia e cosa farà, e senza danno, deve però essere chiarito dall’esperienza (fr:3193). Teoricamente sono molto apprezzati il sangue di cinghiale, la pelle di lepre e il vetro, ma forse non separatamente, bensì combinati insieme in una misura definita (fr:3194). Un tale rimedio dovrebbe essere metallico o alterato verso la natura del metallo (fr:3195). L’autore ricorda di aver sentito che qualcuno a Genova lo aveva trovato, ma si era perso alla sua morte, poiché non aveva voluto rivelarlo a nessuno (fr:3196). Ciò che è certo è che può essere trovato e che questa è la sua tecnica (fr:3197). Resta tuttavia il dubbio se le cose rarefatte siano più acute e più corrosive (fr:3198).
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20 L’esperienza della corrosione e la teoria delle mescolanze nel De Subtilitate di Cardano
Un medicamento che corrode le carni con poco dolore, acque fredde che fondono i metalli e il pepe che brucia ma non prende fuoco diventano, nella riflessione di Cardano, la via per una riformulazione della dottrina degli elementi e del calore.
Il brano, tratto dal secondo libro del De Subtilitate di Girolamo Cardano, intreccia osservazioni farmacologiche, interrogativi fisici e una decisa presa di posizione contro la filosofia libresca. Il testo si apre con rinvii all’autorità di Galeno, Paolo Egineta e Agricola su un’erba litontrittica: “Nenci (656) points out that Agricola (De naturafossilium 260-261) mentions that it gets its name because when swallowed with some wine, it breaks up renal stones” – (fr:3215-3216) [Nenci (656) fa notare che Agricola (De natura fossilium 260-261) riferisce che prende il nome perché, ingerito con del vino, frantuma i calcoli renali]. Subito dopo, l’editore segnala che il termine “experimentum” è qui vicino al significato moderno di esperimento – (fr:3217) – e che “parietaria” è un’erba che cresce sui muri – (fr:3218). La parte centrale del brano, apparsa per la prima volta nell’edizione del 1554 – (fr:3219), descrive un medicamento corrosivo tramandato da Andrea Lacuna di Segovia.
Il preparato, composto da allume, verderame, orpimento e calcitide in parti uguali, viene irrorato per otto giorni con aceto fortissimo, poi macinato e seccato al sole. Cardano osserva che “the longer it is ground, perfused, and dried, and the more the sun heats it up, the faster it removes the flesh that has sprung up in the bladder neck and the genitalia, and the less the pain as it does this” – (fr:3221) [quanto più a lungo viene macinato, irrorato ed essiccato, e quanto più il sole lo riscalda, tanto più rapidamente rimuove la carne che è cresciuta nel collo della vescica e nei genitali, e tanto minore è il dolore]. La ragione è che “thick things are broken up by the sun and by acid vinegar, but it is grinding that reduces them to powder” – (fr:3222) [le cose dense vengono disgregate dal sole e dall’aceto forte, ma è la macinazione a ridurle in polvere], mentre il minor dolore dipende dal distacco delle parti combuste – (fr:3223). Da qui l’autore sviluppa una classificazione degli agenti corrosivi fondata sulla densità o rarefazione della quantità e della sostanza. “So what is very rarefied both in quantity and in substance corrodes more quickly; but when the substance is moderated, they occasion less pain” – (fr:3225) [così ciò che è molto rarefatto sia in quantità che in sostanza corrode più rapidamente; ma quando la sostanza è moderata, causa minor dolore]. La combinazione ottimale è opposta: “what is thick in substance and rarefied in quantity corrodes fast and with little pain, and this is best” – (fr:3228) [ciò che è denso in sostanza e rarefatto in quantità corrode rapidamente e con poco dolore, e questo è il migliore]; per contro, “what is thick in quantity and rarefied in substance causes pain, and later is corrosive; what is thick in substance and thin in quantity acts later and without pain, like lime and gentle soap” – (fr:3226) [ciò che è denso in quantità e rarefatto in sostanza causa dolore e in seguito è corrosivo; ciò che è denso in sostanza e sottile in quantità agisce più tardi e senza dolore, come la calce e il sapone delicato].
Il discorso si allarga allora a un dubbio che l’esperienza ordinaria non scioglie: “If these waters are created by great heat, such as burning heat or that of separation, how is it that they are cold to the touch? Or if they are already chilled, how do they melt metals?” – (fr:3231-3232) [Se queste acque sono create da un grande calore, come quello della combustione o della separazione, come mai sono fredde al tatto? O se sono già raffreddate, come fanno a fondere i metalli?]. “Experience answers none of these questions” – (fr:3235) [L’esperienza non risponde a nessuna di queste domande]. Eppure la natura offre combinazioni altrettanto paradossali: “sulphur is very easily ignited, and yet in itself it is cold” – (fr:3236) [lo zolfo si infiamma molto facilmente, eppure di per sé è freddo]; “Pepper burns the tongue, and if it is eaten, inflames the body vigorously” – (fr:3237) [Il pepe brucia la lingua e, se ingerito, infiamma il corpo vigorosamente], e insieme “it is cold to the touch, and when fire is brought to it, takes fire reluctantly” – (fr:3250) [è freddo al tatto e, avvicinato al fuoco, prende fuoco con riluttanza]. Cardano rimprovera ai filosofi di aver trascurato questi fatti sensibili e utili per “study novel questions with novel names, in which you would be equally puzzled to make out our query and to see how to resolve it” – (fr:3251) [studiare questioni nuove con nomi nuovi, nelle quali saresti ugualmente perplesso sia nel capire la nostra domanda che nel vedere come risolverla]; anche se risolta mille volte, una simile questione “could contribute nothing of use to the human race” – (fr:3252) [non potrebbe portare nulla di utile al genere umano]. Uomini eminenti, “because they would labour under false principles, and just trifling noisily would be enough for them” – (fr:3253) [poiché lavoravano sotto falsi principi, e bastava loro un rumoroso trastullarsi], non hanno mai scoperto nulla per la vita concreta.
Per venire a capo del problema, Cardano propone una teoria delle mescolanze in cui “earth and water are the sole matters of mixtures, as the Philosopher too said, under apparent inspiration, that it is heat itself which concocts these things during mixing” – (fr:3257) [terra e acqua sono le uniche materie delle mescolanze, come disse anche il Filosofo, con apparente ispirazione, che è il calore stesso a cuocere queste cose durante la mescolanza]. La combinazione di terra e calore genera diversi corpi: “if there is much earth and heat, a fiery thing is created, as in the waters previously mentioned” – (fr:3258) [se c’è molta terra e molto calore, si crea una cosa ignea, come nelle acque menzionate prima], mentre un calore moderato con molta terra dà cose terrose, come le pietre. “An example of the first is pepper, of the second, stones” – (fr:3260) [Un esempio del primo è il pepe, del secondo le pietre]. Se l’acqua predomina e il calore è grande, si hanno sostanze aeree, grasse e infiammabili come gli oli, i grassi, lo zolfo e il bitume; se il calore è poco, dominano cose acquose come molti vegetali. Il pepe, pur essendo un “igneo”, non si accende facilmente “because along with the rarefied part there is a good deal of the earthy” – (fr:3265) [perché insieme alla parte rarefatta c’è una buona quantità di terra].
In questo quadro, l’aria e il fuoco sono esclusi dal novero degli elementi mescolabili: “air avoids mixture, and you never can mix the latter with the other two” – (fr:3289) [l’aria evita la mescolanza, e non si può mai mescolare quest’ultima con le altre due]; “about fire there can be no doubt, since it neither is an element nor generates anything” – (fr:3290) [sul fuoco non ci possono essere dubbi, poiché non è un elemento né genera alcunché]. Il fuoco, infatti, separa e divide le sostanze: “hence by fire bread is cooked but flesh is destroyed” – (fr:3298) [quindi col fuoco il pane viene cotto ma la carne viene distrutta]; la generazione compete invece al calore celeste: “generating is the special function of celestial heat, but not of fiery heat; indeed, fire is not life even in potentiality” – (fr:3296) [il generare è funzione propria del calore celeste, non del calore igneo; anzi, il fuoco non è vita neppure in potenza]. Coerentemente, Cardano loda l’alimentazione cruda: “if it were usual to eat flesh and eggs raw, it would do a good deal to prolong life” – (fr:3300) [se fosse usuale mangiare carne e uova crude, ciò gioverebbe molto a prolungare la vita].
Il brano si conclude, nel più tardo quinto libro, con una distinzione che precisa il vocabolario: “mixture of unlike things and they change their form — this is called generation … mixture of unlike things, and they do not all change their form — if it is of liquids, it is called crasis, as when water and wine are being mixed, but if of dry things, it is called mixture, as when millet and wheat and oats are combined together” – (fr:3302-3304) [la mescolanza di cose dissimili che cambiano forma – questa è chiamata generazione … la mescolanza di cose dissimili che non cambiano tutte forma – se è di liquidi, si chiama crasi, come quando si mescolano acqua e vino, ma se di cose secche, si chiama mescolanza, come quando si uniscono miglio, frumento e avena]. La testimonianza restituisce così l’immagine di un Cardano che, appoggiandosi all’osservazione diretta dei medicamenti e delle acque termali, ridisegna la fisica dei miscugli su una base empirica, polemizzando con la tradizione scolastica e saldando la medicina alla filosofia naturale con un vocabolario tecnico di sorprendente modernità.
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21 La quadruplice natura del calore e i suoi effetti nel De Subtilitate di Cardano
La discussione si apre con una riflessione sull’ambiguità del fuoco in cucina. Cardano osserva che, sebbene il fuoco possa unire i corpi, come quando produce cinabro da zolfo e mercurio, nella preparazione dei cibi agisce principalmente separando: “it still separates the substances of foods, and makes things worse by segregating thin from thick.” (fr:3313). Ne consegue un paradosso alimentare: uova, ostriche e molluschi sarebbero più salutari consumati crudi, e se non fosse per il disgusto e la ricerca di un’esistenza elegante, “there would hardly be any need or use for fire in preparing meals.” (fr:3315). Questa scelta di vivere “elegantly and not enough, rather than living for long but like beasts or peasants” (fr:3316) porta l’autore a ipotizzare che il consumo di cibi crudi fosse un fattore cruciale per la longevità degli anacoreti nel deserto, poiché i cibi cotti sono guastati dal fuoco.
Da queste premesse si sviluppa una sistematica classificazione del calore, ripartito in quattro nature distinte. La prima è il calore celeste, l’agente principale costituito dai raggi solari, “the origin and wellspring of the rest” (fr:3320). Questo calore, puro e non legato alla materia, riscalda ma non genera, motivo per cui Cardano polemizza con gli aristotelici, i quali “pursue their case with daring in directions where they cannot be confuted” (fr:3321) negando che questa possa essere una forma di calore, poiché il cielo ne è privo di qualità. La seconda è il calore igneo, legato alla secchezza. Questo non genera nulla, essendo “more an instrument of destruction and separation than of mixture or crasis, without which no generation can occur.” (fr:3323). Ogni calore di questo tipo è nemico della generazione, e la prova è che “eggs taken out of cinders do not produce chicks.” (fr:3325). La terza è il calore naturale, che richiede movimento e “browses on the substrate matter” (fr:3326). In esso si manifesta una duplice modalità: una con un movimento evidente, tipica degli animali a sangue, e una con un movimento oscuro, come quella che persiste nei semi e nei minerali.
Proprio quest’ultimo calore nascosto è descritto come una facoltà che, incanalandosi dalla pianta al seme o dalla montagna al metallo, porta a compimento la materia, specialmente quella terrosa. Se opera con grande intensità, la rende ignea e forma metalli; se con minore, forma una pietra. L’evidenza di questo calore sottile e dispersivo sta nel comportamento dei semi: “over a year or two, seeds that are stored get dry, even if they are anointed, and they age like human beings, developing wrinkles, getting lighter and infertile.” (fr:3336). Si giunge così al quarto tipo di calore: la semplice “vestigium”, la traccia del calore e non il calore in atto. Il pepe non scotta per il suo calore naturale, ormai esilissimo, né per una sostanza bruciata, ma perché conserva un’impronta termica. Lo stesso accade per l’alcol e la cenere fredda. La calce viva, invece, rappresenta un caso intermedio: trattiene il calore per un certo tempo nella sua sostanza secca, così che “if a little water is sprinkled on it, it usually ignites.” (fr:3346).
Cardano chiarisce poi la relazione tra calore e umidità confutando l’apparente eccezione della fiamma di una candela. Il fuoco si alimenta dall’umidità, ma non risiede in essa, proprio come un uomo che si nutre di mele non diventa sostanza di mela. Il fuoco si stabilisce solo in qualcosa di secco e molto rarefatto. Da questo principio deriva un sorprendente esperimento culinario: la cottura del pesce nella carta. Disponendo un foglio di carta con i bordi sollevati, cosparso d’olio, su carboni ardenti senza fiamma, l’olio ritira il calore e impedisce alla carta di seccarsi e incendiarsi, cuocendo gradualmente il pesce. Allo stesso modo, un filo avvolto intorno a un uovo non brucia nemmeno in una fiamma, perché “there is no fire unless heat is brought to a maximum, and it is always prevented by the egg from being brought to a maximum, because an egg cannot be burnt up.” (fr:3364).
La disamina prosegue distinguendo il potere generativo del calore umido. Il calore nell’acqua bollente non genera perché non risiede nella sostanza dell’acqua, la quale si raffredda appena rimosso il fuoco, eppure scotta come fuoco. Al contrario, il calore nell’umidità genera vita: “when flesh is out in the sun, little worms are generated, and worms in dung worms, and in Egypt, eggs covered up in dung give rise to chickens.” (fr:3371). Viene citato anche l’anedoto storico di Livia Augusta che, covando un uovo in seno, produsse un gallo con la cresta. Questo introduce il calore putrido, che nasce da quello igneo per la sua secchezza ma è simile a quello naturale perché associato alla generazione. La differenza è che il calore igneo ha un movimento manifesto, mentre quello putrido rappresenta una via di mezzo, tanto che un calore igneo moderato produce putrefazione, mentre uno più intenso brucia e incendia, spiegando l’ardore delle febbri putride.
La trasformazione tra queste forme di calore segue una direzione precisa. Il calore igneo non può convertirsi in calore naturale perché è secco e non può inumidirsi; inoltre, il primo separa e richiama verso l’esterno, mentre il secondo attrae e mescola internamente. Tuttavia, il calore naturale può degenerare in calore putrido e poi igneo, perché il calore asciuga ciò che è umido. Nel chiudere la discussione, l’effetto del calore sulla materia si concretizza nella preparazione della polvere da sparo. Perché qualcosa bruci con forza, “what is on fire must be highly rarefied and very dry, like chaff, alcohol, and gunpowder.” (fr:3400). L’aggiunta di salnitro contribuisce il caratteristico scoppio, tanto che si è tentato di creare una polvere silenziosa rimuovendolo, ma così facendo la gittata si riduceva a circa dodici passi, perché “what you have taken out of the bang is taken out of the impulse too.” (fr:3407). La forza e la natura del fuoco, conclude Cardano, sono profondamente influenzate dalla materia che lo alimenta, poiché ogni calore finisce per assomigliare al proprio combustibile.
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22 Calore, generazione e fusione: il soffio vitale nel De Subtilitate di Cardano
Dai combustibili alla fusione dei metalli, dalla putrefazione all’anima celeste: un percorso unitario tra tecnica e filosofia naturale.
La sezione del De Subtilitate qui analizzata indaga la natura del calore come principio attivo universale, capace di trasformare la materia, generare la vita e persino coincidere con l’anima. Cardano muove da osservazioni pratiche sui combustibili: “Hence the solider fuels create a sturdier heat” – (fr:3411) [Perciò i combustibili più solidi producono un calore più robusto]. Ne consegue un bagliore più vivo e intenso che, oltre a offuscare la vista, “dries up and consumes the celebrated very rarefied moistness in which the power of sight is located” – (fr:3412) [dissecca e consuma la celebrata umidità sottilissima in cui risiede la facoltà visiva].
La differenza del combustibile modifica profondamente anche il comportamento dei metalli. Se liquefatti con fuoco di legna dolce, essi “are made more tenacious, and softer” – (fr:3413) [divengono più tenaci e morbidi]; al contrario, “the product is hard and brittle when derived from stronger woods” – (fr:3414) [il prodotto risulta duro e fragile se ottenuto con legni più forti]. Tale diversità si ricollega a nature speciali citate dall’autore: “aqua ardens” – (fr:3415), “pyrius pulvis” – (fr:3416), “halinitrum” – (fr:3417) [acqua ardente, polvere pirica, salnitro]. L’annotazione erudita – (fr:3418) – identifica un riferimento al medico Brasavola, che attribuiva al duca Alfonso d’Este la scoperta di una polvere capace di lanciare un proiettile “sine bombo” [senza scoppio], testimoniando la circolazione di conoscenze pirotecniche nell’Europa del Cinquecento.
L’analisi prosegue con una classificazione delle tecniche di applicazione del fuoco. Il calore posto al di sotto è debole (“weak when placed underneath” – fr:3426), come nella cottura della carne, perché il fuoco tende naturalmente verso l’alto. Più efficace è il fuoco “reflex” – (fr:3427) – applicato sopra e sotto o di lato, in modo che una superficie opposta “reflects the fire’s force” – (fr:3428) [rifletta la forza del fuoco]. Con questo metodo i metalli teneri vengono separati dalle pietre e l’argento dall’ottone. Una terza varietà è il fuoco “ambient” – (fr:3429) – che avvolge il materiale su tutti i lati senza mantici. Il metodo più estremo e violento (“the most severe method, the most violent” – fr:3430) è impiegato per fondere le materie più resistenti nelle rocce durissime.
Cardano ne fornisce una descrizione tecnica minuziosa. Si preparano recipienti di “black silica with scattered white patches” – (fr:3431) [silice nera con macchie bianche sparse], lunghi quattro cubiti (almeno tre), larghi tre quarti di cubito, spessi tre dita, piegati sul fondo a forma di gomito e privi di base. Un’apertura a metà lunghezza, con un canale posizionato con precisione, permette di introdurre il “draught from bellows” – (fr:3432) [soffio dei mantici]; sul fondo un foro lascia colare la materia fusa. La parte inferiore del vaso è sigillata con un impasto di “potter’s clay and ground coal, crushed together and brought to the consistency of cement and more tenacious” – (fr:3434) [argilla da vasaio e carbone macinato, impastati fino a consistenza di cemento e più tenace]. L’insieme è chiamato “Manicae” metalliche – (fr:3435) – per la somiglianza con i bracciali protettivi dei gladiatori, dettaglio che nel trattato originale era verosimilmente accompagnato da un’illustrazione. Il materiale da fondere viene inserito insieme a carbone stratificato, e il soffio dei mantici svolge un triplice ruolo: inizialmente “makes the fire blaze up and supports the flame, and causes the fire itself to penetrate more powerfully” – (fr:3438) [fa avvampare il fuoco, sostiene la fiamma e lo fa penetrare con maggior forza]; in seguito, essendo freddo, “gathers the heat taken up by the metal and drives it inward, and thus liquefies the matter in which it is present” – (fr:3439) [raccoglie il calore assorbito dal metallo e lo spinge all’interno, liquefacendo così la materia in cui si trova]; infine impedisce che il fuso bruci e modera la temperatura – (fr:3440).
Chiarita la pratica, Cardano affronta le incertezze teoriche. La prima: se il calore nell’umido concuoce e genera aria (materia calda e umida), perché non includere l’aria tra i corpi misti? La risposta è netta: “there is no air here; air is actually made from fiery non-natural heat, and even if it were made, it is ejected” – (fr:3455) [qui non c’è aria; l’aria è generata da calore igneo non naturale e, anche se prodotta, viene espulsa]. A riprova, chi ha forte calore naturale è privo di flati, mentre chi ha bile abbondante ma poco calore naturale ne è pieno – (fr:3456). L’autore distingue poi tra l’affermare che i quattro elementi siano mescolati fin dall’inizio della generazione e il sostenere che nei misti si trovino parti equivalenti a quegli elementi – (fr:3457). La parte che appare simile al fuoco somiglia al nostro calore terreno, non all’elemento puro – (fr:3458). Soprattutto, quando si separano parti terrose e acquose, esse riproducono terra e acqua non solo per qualità ma anche per sostanza; le parti ignee e aeree, invece, riproducono fuoco e aria solo per qualità, non per sostanza – (fr:3459). Così terra, acqua e calore generano ogni cosa nell’umido, ma da essi appaiono quattro sostanze secondo una somiglianza di qualità – (fr:3460). L’aria, pur essendo per natura freddissima, nei corpi misti esiste come parte caldo-umida chiamata “aria” per affinità, senza esserlo realmente; analogamente, la porzione di terra vinta dal calore diventa più calda e secca e viene detta “fuoco” – (fr:3461-3464).
Cardano passa quindi a un problema più arduo: se il calore putrido in un corpo secco genera, come è possibile? Esso è di natura ignea, eppure manifestamente genera animali – (fr:3467-3468). La ragione è che non differisce da una sostanza naturale: posto in un corpo umido, è considerato naturale per ciò a cui è adatto, ma diventa innaturale e putrido per ciò a cui è dannoso – (fr:3469-3470). Così, quando la carne si distrugge, il calore al suo interno è putrido per la carne ma naturale per generare un verme – (fr:3471). Ogni calore putrido genera qualcosa e al tempo stesso distrugge qualcosa – (fr:3472). Con l’avvento del calore, gli elementi (tutti freddissimi) sono scossi e mescolati, e producono dapprima umidità, poi funghi, erbe, vermi e serpenti – (fr:3477). Qui si manifesta la sostanza stessa dell’anima, “because it consists in some celestial heat” – (fr:3478) [poiché consiste in un calore celeste]. Non esiste putrefazione che non sia generazione: il medesimo calore che nutre un uomo è putrido per la mela, ma naturale per l’uomo – (fr:3481). Il calore del seme è ritenuto più naturale perché avvia una transizione verso un essere più nobile; diventa invece putrido quando genera animali inferiori a quelli da cui proviene – (fr:3482-3483). La conclusione è sorprendente: “both natural heat and rotting heat are one and the same” – (fr:3488) [il calore naturale e il calore putrefattivo sono la stessa cosa]. Infatti, se si definisce putrido ogni calore che distrugge ciò che esiste, allora anche il calore del seme, che distrugge il seme per generare la pianta o l’animale, sarebbe putrido; ogni calore generante sarebbe allora putrido – (fr:3489-3490). Tuttavia è detto “naturale” perché genera qualcosa di simile a ciò da cui si stacca e più nobile della materia stessa; e poiché tutto ciò che è putrido genera qualcosa, anch’esso è naturale. I due differiscono solo per confronto – (fr:3491-3493).
Cardano spinge il ragionamento fino a identificare calore celeste e anima: “all celestial heat generates and corrupts, and is either soul, or soul’s instrument, or soul’s cause – it is not an instrument, however, because soul came first, nor is it soul’s cause, as in fact it is permanent; but it is soul” – (fr:3494) [ogni calore celeste genera e corrompe, ed è o anima, o strumento dell’anima, o causa dell’anima – non è strumento perché l’anima è venuta prima, né causa perché è permanente; ma è anima]. Richiamando Anassagora – (fr:3502) – afferma che tutto è mescolato e dotato di anima. Ogni cosa mescolata è generata e distrutta; ciò che genera e distrugge è il calore naturale, e il calore naturale è anima o non esiste senza anima – (fr:3503). Ne segue che “all hot things are mingled, and every hot thing is alive, or rapidly on the way into life” – (fr:3504) [tutte le cose calde sono mescolate, e ogni cosa calda è viva o in rapido cammino verso la vita]. Il calore celeste non si arresta finché non ha generato qualcosa, e in Egitto, dove è grande, produce persino animali completi come lepri e caprioli senza seme – (fr:3505-3506). I calori dei semi differiscono da quelli della putrefazione perché dispongono di materia più preparata e meno fetida; tuttavia anche nella generazione dal seme vi è molta putrefazione, come dimostrano i mestrui fetidi del parto – (fr:3507-3509). Il calore che non genera manca di umidità propria, o è in moto eccessivo o si esaurisce perché non è umidità grassa – (fr:3510).
Questo denso brano del De Subtilitate mostra la straordinaria sintesi cardaniana tra osservazione tecnica, speculazione aristotelica e istanze vitalistiche. La descrizione del forno «Manicae» costituisce una testimonianza preziosa della metallurgia rinascimentale, mentre la teoria del calore-anima colloca Cardano in un filone che, da Anassagora fino al dibattito sulla generazione spontanea, ha cercato nel calore il principio unificante tra materia inerte e vivente.
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23 Il calore celeste, l’anima e la decomposizione dei corpi nel De Subtilitate
«Infatti, i principi della generazione sono il calore celeste e l’umidità degli elementi; per questo nulla si genera nel ghiaccio (dove non c’è calore) né nella sabbia (dove non c’è umidità).»
Cardano stabilisce subito i due fondamenti cosmologici di ogni processo generativo: il calore celeste, principio attivo, e l’umidità elementare, principio passivo. La loro assenza definisce il secco e il freddo – «l’assenza di umidità è secchezza, come l’assenza di calore è freddo» (fr:3512). Partendo da questa polarità, l’autore affronta un nodo cruciale della filosofia naturale: la natura dell’anima. Se l’anima fosse soltanto calore celeste, osserva, sarebbe un accidente e non una sostanza; se fosse pura illuminazione (lumen), sarebbe corruttibile, perché – tolta la luce (lux) – l’illuminazione viene distrutta. Inoltre, se quel calore fosse un corpo, si avrebbe un corpo in un corpo, ipotesi già dimostrata impossibile (fr:3513‑3516).
L’edizione da cui proviene il testo segnala la difficoltà del passo: «Questo passo è carico di incertezze e ambiguità nel latino» (fr:3522), e l’editore si chiede dove termini esattamente la citazione («dov’è la fine di ciò che “dirai”?», fr:3523). Proprio per chiarire la coppia lux/lumen, il commento richiama la distinzione comune nel XIV secolo: la lux è la qualità luminosa stabile di un corpo brillante, mentre il lumen è la specie o immagine che da essa si diffonde, priva di esistenza fissa, mero effetto della lux (fr:3524‑3531). Il paradosso è illustrato con un’ironica notazione: «Presumibilmente, se il sole rilasciasse lux, ne resterebbe senza…» (fr:3532).
Superate le obiezioni, Cardano risolve la questione affermando che il calore in esame non è un corpo né un’impressione, e pertanto non è un accidente né un corpo penetrabile: è detto “corporeo” soltanto perché non può esistere senza un corpo (fr:3534). Diventa allora «evidente che ovunque vi sono cinque principi: materia, forma, movimento, luogo e anima» (fr:3535). L’anima è una forma, ma di tipo diverso da quella che si lega alla materia sin dall’inizio; se fosse dello stesso genere, i principi si ridurrebbero a quattro (fr:3536‑3538). Perciò ogni anima è permanente, contrariamente a quanto sostiene Platone – non soltanto quella degli animali perfetti – poiché «sarebbe come dire che le anime di uomini ciechi o muti sono diverse da quelle degli uomini perfetti» (fr:3539). L’autore rimanda poi al proprio De immortalitate animorum e ai De arcanis aeternitatis, dove aveva dimostrato che anche le piante possiedono un’anima che le governa e le fa generare semi e prole, benché prive di sensi (fr:3551‑3554).
Stabilita la natura dell’anima, il discorso si sposta sulla generazione dei corpi e sui diversi gradi di “cottura” della materia. Quando terra e acqua sono poco mescolate, emergono esseri inferiori come i vermi; se invece la mescolanza è vigorosa e il calore è potente ma temperato, si producono piante o animali più perfetti, soprattutto con l’aiuto di un seme non affine o proveniente da cadaveri e corpi estranei (fr:3544‑3545, 3555). Materie più frammentate e meno distanti dalla potenza del calore generante danno luogo a topi, serpenti, lepri, castori e persino a pesci di fiume, che «nessuna persona sensata metterebbe deliberatamente in nuovi stagni, eppure vi si insediano presto insieme» (fr:3556). Benché il calore sia uno solo, esistono numerosi “tipi” di calore (fr:3557): alcuni si adattano all’umidità umana, altri le sono ostili. Un calore modesto e naturale raccoglie l’umidità, un altro la brucia; non ogni calore che consuma umidità è «igneo», ma solo quello che per quell’umidità specifica è «igneo» (fr:3558‑3561).
La lunga analisi successiva classifica i processi di decomposizione a partire dall’interazione tra calore e umidità. Le cose secche non marciscono; quelle molto umide, come la carne o l’acqua stagnante, marciscono rapidamente, ma le sostanze grasse – pancetta, olio, noci, mandorle, salsicce – occupano una posizione intermedia e resistono più a lungo, perché trattengono molto calore innato (fr:3562‑3566). La decomposizione è prodotta da un calore contrario a quello naturale: quando intacca una sostanza grassa, la fa irrancidire trasformando il sapore dolce o grasso in amaro (fr:3567). I sapori freddi sono l’agro, l’acido, l’amaro, l’astringente e l’insipido; quelli caldi comprendono il grasso, il dolce, il salato, il pungente e l’acuto – quest’ultimo il più caldo di tutti (fr:3569‑3570). Un’esemplificazione concreta è offerta dall’olio di myrobalanum (noce di ben), quasi privo di odore e sapore e perciò temperato: non raggrinzisce e serve ottimamente per estrarre profumi. Al contrario, le sostanze che irrancidiscono diventano amare e si seccano; quelle immerse in olio d’oliva, invece, non irrancidiscono e restano conservate (fr:3586‑3588). L’olio stesso, se in grande quantità, resiste perché l’aria è la causa della corruzione, e l’abbondanza del corpo aiuta a preservarlo; «così il vino, l’acqua, l’olio e ogni cosa durano più a lungo grazie alla loro quantità» (fr:3589‑3590). Tuttavia, con il passare del tempo anche le sostanze grasse vengono alla fine erose (fr:3591).
Cardano individua quattro tipi di corruzione, né più né meno: «le cose che vanno a male sono del tutto corrotte e si dicono putride, oppure non del tutto – in tal caso (o a causa del freddo) non sono completamente corrotte e si chiama muffa; oppure accade a causa del calore, e si chiama irrancidimento; oppure accade a causa della secchezza, e si chiama carie» (fr:3597‑3598). La carie, propria di materiali terrosi come il legno, emana un odore minimo; la muffa un odore pesante, l’irrancidimento un odore rancido, la putrefazione completa un odore fetido (fr:3595‑3596). La decomposizione non può essere impedita a causa dell’umidità, ma se il substrato è umido, o impedisce del tutto il processo o marcisce integralmente; l’umidità di per sé non ritarda la decomposizione, bensì lo fa per il calore o il freddo che l’accompagnano (fr:3599‑3600). Per prevenire muffa e putrefazione, si deve eliminare la componente acquosa: è il caso del fuoco (come nella cottura del pane), della cottura del grasso, o della carne salata, dove la scarsa umidità unita al freddo e alla secchezza conservano – proprio come l’aria in movimento, che è fredda per natura e secca per il moto (fr:3609‑3610).
Il brano restituisce, attraverso le continue note critiche e i rinvii alle opere precedenti, un’immagine del metodo di Girolamo Cardano: un naturalismo ancora radicato nello schema aristotelico dei contrari e della forma, ma arricchito da osservazioni di chimica empirica, dalla botanica farmaceutica e dalla medicina. La disinvoltura con cui l’autore passa dalla teologia dell’anima immortale alla classificazione dei processi di rancidità testimonia la peculiare fusione di metafisica, storia naturale e arti pratiche che caratterizzava il sapere rinascimentale. Non è un caso che il testo rechi tracce di un dialogo editoriale attento alle sottigliezze terminologiche fra lux e lumen, segno della complessa ricezione di queste dottrine nei circoli universitari tra XIV e XVI secolo.
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24 L’osservazione del Nilo e la teoria delle acque nel De Subtilitate
Un’analisi delle piene nilotiche e dei fenomeni fluviali, tra resoconto storico e indagine delle cause naturali.
Il testo si apre con un’immagine efficace della pressione idrica, paragonata a un sifone che, se scoppia nel punto più basso di una valle, farà sgorgare l’acqua ovunque: “if it bursts under the pressure at the valley’s bottom, it will indeed ‘burst forth everywhere’” - (fr:5037). Questo principio è il preludio a una disamina più ampia, che ha come fulcro il fenomeno dell’inondazione del Nilo. Viene descritto il ciclo classico del fiume, che inizia a crescere al solstizio d’estate e inonda l’Egitto per quarantacinque giorni, per poi decrescere in un periodo simile. La chiave di volta per la prosperità del paese è l’altezza raggiunta dalle acque, misurata in cubiti. Il testo riporta una scala di valori precisa: “a 14-cubit increase used to bring the maximal fertility, but an increase of 8 cubits brought barrenness” - (fr:5042) [un aumento di 14 cubiti portava la massima fertilità, ma un aumento di 8 cubiti portava sterilità]. Viene poi descritta l’evoluzione storica di queste misure, dal tempo di Erodoto a Strabone, fino all’epoca contemporanea all’autore, dove un’inondazione di quindici braccia garantisce la massima fertilità, mentre tra quindici e diciotto provoca leggeri danni, e oltre i diciotto sommerge l’Egitto con gravi conseguenze. “Below that it never seems to happen” - (fr:5047) [Al di sotto di ciò sembra non accada mai].
Il testo introduce poi il metodo di misurazione, derivato da una fonte affidabile, Leon l’Africano. Si descrive l’isola di Michias, l’isola della misura, dove una cisterna quadrata profonda diciotto cubiti è collegata al Nilo tramite una chiusa sotterranea. Al centro si erge un pilastro graduato: “in the midst of the cestern there is erected a certain piller, which is marked and diuided into so many cubits as the cesterne itselfe containeth in depth” - (fr:5063) [in mezzo alla cisterna è eretto un certo pilastro, che è marcato e diviso in tanti cubiti quanti la cisterna stessa ne contiene in profondità]. Funzionari osservavano l’aumento giornaliero dell’acqua a partire dal 17 giugno, e bambini con sciarpe gialle annunciavano per le strade il livello raggiunto. Le conseguenze economiche erano direttamente proporzionali alla misura: se l’acqua si fermava al quindicesimo cubito, si sperava in un anno fertile; “but if it stayeth betweene the tenth and twelfth cubits, then it is a signe that come will bee solde tenne ducates the bushell” - (fr:5077) [ma se si ferma tra il decimo e il dodicesimo cubito, allora è segno che il grano sarà venduto a dieci ducati lo staio]. Oltre il diciottesimo cubito, il pericolo di carestia per troppa umidità o addirittura di inondazione catastrofica era concreto. Il rito si concludeva con il popolo che, stupito dalla piena, si dedicava alla preghiera e all’elemosina per quaranta giorni di crescita e quaranta di decrescita.
Cardano corregge poi le teorie degli antichi Greci, riportate da Erodoto, sull’origine della piena, come i venti di nord-ovest o l’Oceano che circonda il mondo, per sostenere invece una teoria basata sullo scioglimento delle nevi. “No one should think it strange that, since the Nile has its source where the Sun’s presence makes winter for us in our summer, which for them is the start of winter, the generation of snows and showers provides an increase for the river” - (fr:5068) [Nessuno deve credere strano che, poiché il Nilo ha la sua sorgente dove la presenza del Sole crea l’inverno per noi nella nostra estate, che per loro è l’inizio dell’inverno, la generazione di nevi e acquazzoni fornisca un aumento al fiume]. L’analisi si allarga quindi a un confronto tra i più grandi fiumi del mondo, stabilendo una gerarchia: “Therefore the Ganges is first, the Indus second, the Nile third, the Danube fourth. The fifth is in Libya, called the Niger by Ptolemy… this river is now called Senega by the Lusitanians” - (fr:5072-5073) [Pertanto il Gange è il primo, l’Indo il secondo, il Nilo il terzo, il Danubio il quarto. Il quinto è in Libia, chiamato Niger da Tolomeo… questo fiume è ora chiamato Senega dai Lusitani]. Vengono citate anche le straordinarie larghezze di fiumi come l’Acesine, il Plata e il Maragnonus (Rio delle Amazzoni), la cui foce è descritta come larga 80 miglia.
L’argomentazione prosegue esaminando una caratteristica peculiare del Nilo: l’assenza di brezza. La causa viene identificata nel calore solare. Una brezza, spiega il testo, si forma quando l’acqua assorbe un calore mite dal Sole, specialmente all’alba e al tramonto. Tuttavia, “since the Nile’s source is surely within the Tropic of Capricorn and travels entirely through the hot region, it will never be able to pick up a breeze - if some is created, it is at once destroyed by the Sun’s excessive heat” - (fr:5140) [poiché la sorgente del Nilo è sicuramente entro il Tropico del Capricorno e viaggia interamente attraverso la regione calda, non potrà mai raccogliere una brezza - se ne viene creata una, è subito distrutta dall’eccessivo calore del Sole]. La purezza dell’acqua del fiume è attribuita allo stesso percorso che la purga da ogni impurità terrena.
L’indagine si sposta infine sull’origine dei fiumi e sulla salinità del mare. Viene descritto il processo per cui la rugiada notturna e le nubi invernali, sciogliendosi, alimentano i corsi d’acqua: “at night a lot of dew comes down in summer, and a lot of cloud in winter; the result is that at the following dawn the river starts to rise greatly” - (fr:5151) [di notte scende molta rugiada in estate, e molta nuvolosità in inverno; il risultato è che all’alba seguente il fiume inizia a crescere grandemente]. Si spiega così la permanenza e la crescita dei fiumi, causate da pioggia e neve. Per quanto riguarda il mare, il testo confuta l’idea che l’acqua sorgiva dolce vicino alla costa provenga da una semplice filtrazione, proponendo invece un’altra spiegazione legata alla gravità del sale. “In fact the actual water gets sweet… not so much through the admixture of other waters, sweet waters, as through the heaviness of salt” - (fr:5168) [Infatti l’acqua stessa diventa dolce… non tanto per la mescolanza di altre acque, acque dolci, quanto per la pesantezza del sale]. Vengono quindi elencati tre modi in cui l’acqua marina diventa dolce: per mescolanza con acque dolci, per flusso e conseguente purificazione attraverso fango e sabbia, e per il depositarsi del sale a causa del suo stesso peso. La trattazione culmina con una dichiarazione di continuità eterna del mare, le cui parti — dal Mediterraneo al Caspio, dal Baltico all’Iperboreo — sono definite come “parts or buds of the Ocean” - (fr:5185) [parti o gemme dell’Oceano].
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25 Geometria della luce e misure del crepuscolo nel De Subtilitate
L’illuminazione è intesa come immagine della luce in un mezzo trasparente, e l’analisi geometrica del crepuscolo consente di calcolare l’altezza dei vapori atmosferici, rivelando la portata del genio umano.
Cardano apre la sezione dedicata all’illuminazione richiamando una distinzione cromatica: il nero opaco è propriamente detto “ater” – (fr:6065) [«ater», nero opaco in senso stretto.]. Dopo aver rinviato la trattazione dei colori, definisce l’illuminazione come “the image of light in a transparent body” – (fr:6073) [l’immagine della luce in un corpo trasparente.]. La trasparenza è triplice: uniforme, diseguale o varia nelle sue parti, e solo superficiale come negli specchi. La lucentezza propria di quest’ultima è chiamata “sheen”, termine che traduce il latino nitor (fr:6088). In un corpo uniformemente trasparente l’illuminazione procede in linea retta; in uno diseguale viene spezzata e riflessa dal mezzo rarefatto. Da qui la tripartizione canonica: “there are only three kinds of illumination: direct, reflected, and refracted” – (fr:6076) [vi sono solo tre tipi di illuminazione: diretta, riflessa e rifratta.]. Quella diretta mostra le cose come sono, la rifratta le altera, la riflessa le restituisce offuscate come dagli specchi, e talvolta i tipi si mescolano – per esempio in vetri spessi con rivestimento di piombo, dove riflessione e rifrazione coesistono.
La discussione sugli specchi rivela una gerarchia pratica e teorica. Gli specchi migliori sono di acciaio o argento, non di vetro o cristallo, “though people believe otherwise” – (fr:6079) [benché la gente creda il contrario.]. Quelli di vetro sono ritenuti migliori solo perché quelli di metallo si rovinano facilmente; in realtà gli specchi metallici sono più precisi, “glass ones are longer-lasting if they do not get broken; that smooth sheen is not so easily banished in glass” – (fr:6081) [quelli di vetro durano più a lungo se non si rompono; quella levigata lucentezza non si cancella così facilmente nel vetro.]. La ragione dell’aderenza dello strato riflettente risiede nell’umidità: “the bond of adhering things is present in moistness” – (fr:6104) [il vincolo delle cose che aderiscono è nell’umidità.]. I corpi che riflettono, però, alterano la figura, e i mezzi non uniformi – come gli specchi concavi, convessi o i corpi non omogenei – restituiscono immagini distorte (fr:6105-6106). Cardano osserva poi che tutto ciò che ha lucentezza (sheen) è in qualche misura trasparente, e che “therefore statues give out light even under water” – (fr:6109) [perciò le statue emettono luce anche sott’acqua.], un passaggio che la nota editoriale definisce di ragionamento opaco. A sostegno cita Virgilio (in realtà le Ecloghe 25-27), dove il pastore Coridone si specchia nel mare calmo: “I am not very misshapen – I saw myself recently on the shore, when a calm sea rested from the winds” – (fr:6110-6111) [Non sono molto deforme – mi sono visto di recente sulla riva, quando il mare calmo riposava dai venti.].
Una questione cruciale riguarda la penetrazione di raggi e calore: perché attraversano meglio corpi solidi e spessi ma trasparenti che corpi opachi, rarefatti e porosi? Cardano nega la teoria dei canali (meatus), perché l’aria è continua, e nel vetro o nel cristallo canali dritti non potrebbero sussistere senza far perdere coesione al materiale. “Illumination is in fact not a body, but the image of light, which has no need of channels nor of heat; heat is more corporeal” – (fr:6116) [L’illuminazione di fatto non è un corpo, ma l’immagine della luce, che non ha bisogno né di canali né di calore; il calore è più corporeo.]. Poiché i raggi vengono accolti in un solido, viene accolto anche il calore.
A questo punto si inserisce una digressione cosmologica. Se l’illuminazione è riflessa dalle stelle, la stella dovrebbe essere solida; ma allora perché non viene frantumata dal proprio moto? La soluzione chiama in causa l’anima del cielo: in noi l’energia (vis) si esaurisce perché proviene dal cuore, mentre “in heaven, where there is soul everywhere, there is eternal eagerness, and that is why the soul is not exhausted by the will” – (fr:6131) [in cielo, dove l’anima è ovunque, vi è slancio eterno, ed è per questo che l’anima non si esaurisce con la volontà.]. Il cielo non si affatica mai. Più problematico è il moto dell’orbita lunare che trascina l’etere; Cardano suggerisce che la proprietà di ruotare senza sforzo sia insita nell’etere stesso, e rinvia ai propri libri De aeternitatis arcanis (fr:6135) per la questione se l’universo abbia avuto inizio e fine. Conclude che il moto non ha avuto inizio, essendo eterno.
Tornando alla luce, Cardano si interroga sul crepuscolo, osservando che il cielo è chiaro prima del sorgere e dopo il tramonto del sole. La sera mantiene il nome di «twilight», mentre il mattutino ha mutato nome in «dawn». Qui commette un errore attribuendo a Virgilio un carme che è invece dell’Anthologia Latina (fr:6149-6150), ma il passo poetico descrive efficacemente l’aurora: “Dawn, glittering in her saffron apparel, had left the Ocean behind, and was aglow as her twin-yoked horses drew her along. The glossy white sphere bathed the pole in glinting light, and a bright beam flashed forth as the Sun arose” – (fr:6141-6142) [L’Aurora, splendente nel suo manto color zafferano, aveva lasciato l’Oceano, e arrossiva mentre i suoi cavalli aggiogati la traevano; il candido globo lucente inondò il polo di luce scintillante, e un raggio brillante guizzò al sorgere del Sole.].
La spiegazione fisica del crepuscolo è geometrica. Cardano immagina la sfera solare ABF, la Terra CD, e le tangenti ACE e BDE che convergono in F; la zona d’ombra è il triangolo CDE. Eppure le parti F e G non si vedono chiaramente perché i raggi solari passano senza essere riflessi. Il crepuscolo non dipende dalla dimensione del Sole, perché date le grandi distanze le linee CE e DE sarebbero quasi parallele. La luce giunge invece quando la parte superiore dell’ombra terrestre, compattata da vapori, riceve e riflette i raggi solari verso di noi. Ponendo il Sole sul circolo equinoziale, il crepuscolo inizia “19 degrees before its rise, that is, about an hour and a quarter before the rise of the Sun itself” – (fr:6157) [19 gradi prima del suo sorgere, cioè circa un’ora e un quarto prima del sorgere del Sole stesso.], poiché 360° corrispondono a 24 ore e 19° a 1 ora e 16 minuti. Con un’ulteriore costruzione geometrica (cerchio con centro C, tangente AD, vertice dei vapori E), e assumendo l’angolo FGD di 19° come al centro, si ricava che il raggio terrestre BC è di 5000 miglia, e che l’altezza dei vapori AE è di 288 miglia. “Look, can you see how far the subtlety of human genius can reach?” – (fr:6168) [Guarda, vedi fin dove può giungere la sottigliezza dell’ingegno umano?]. Cardano contesta Vitellione, che aveva stimato le esalazioni a sole 52 miglia, mentre qui risultano cinque volte e mezzo maggiori. Se poi il crepuscolo è prolungato a due ore, l’angolo al centro sale a 60° e l’altezza AE dei vapori raggiunge 772 miglia, che rappresenta il massimo a cui possono salire. Oltre questa quota non possono esistere arcobaleni, pareli, tripli soli, lune doppie, né piogge, grandini, nevi o brina, “and anything that originates from vapours” – (fr:6172) [e tutto ciò che trae origine dai vapori.].
Sul piano terminologico e filologico, il testo offre spunti notevoli. Il termine repraesentationibus (fr:6082) è di difficile interpretazione; l’editore ricorda che Cardano promette di trattare ventiquattro tipi di repraesentationes nel Libro XVIII, ma lì li sostituisce con visiones. Giulio Cesare Scaligero critica la nozione, ritenendo che le repraesentationes comprendano species e imagines derivate da accidenti filosofici, mentre Schiitze traduce il vocabolo con «Vorstellung» (fr:6085-6086). La digressione sugli specchi contiene anche una serie di note storiche sulla comparsa degli specchi di vetro a Venezia dal Trecento e sull’uso dello stagno con mercurio come supporto dal 1515, con leghe all’arsenico dal 1530, a testimonianza del contesto tecnico in cui Cardano scriveva. L’intero estratto, infine, combina una fisica ancora intrisa di aristotelismo e un approccio quantitativo che aspira a estrarre misure reali dal mondo sublunare.
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26 La cometa e l’arcobaleno nel libro IV del De Subtilitate: calcolo, confutazione del sublunare e geometria della riflessione
Cardano sfrutta misure angolari, osservazioni storiche e ragionamenti ottici per respingere l’idea aristotelica delle comete come esalazioni sublunari e per descrivere l’arcobaleno come riflessione indebolita del Sole su una nube rugiadosa.
Cardano affronta la natura delle comete a partire da una stima quantitativa della loro distanza. Dopo aver impostato una proporzione tra segmenti – «Hence AC to AE is as 5 to 3, and so AE is 8000 miles, plus 333 which I do not take into account» (fr:6176) [Quindi AC sta a AE come 5 a 3, così AE è 8000 miglia, più 333 che non prendo in considerazione] – egli confronta l’altezza del luogo che un osservatore milanese vedrebbe sotto il circolo invernale con la massima espansione dei vapori: «It is sufficiently established that the place which should be seen by an inhabitant of Milan under the winter circle is more than ten times as far from earth as the height of the vapours reaches» (fr:6177) [È sufficientemente stabilito che il luogo visibile da un abitante di Milano sotto il circolo invernale dista dalla terra più di dieci volte l’altezza raggiunta dai vapori]. Poiché le comete appaiono in quella regione, «they do not arise from vapours» (fr:6178) [non si originano dai vapori]. E neppure possono trovarsi più in alto, nell’etere, «since there is no inflammable material there» (fr:6179) [poiché lì non c’è materiale infiammabile]. Le note editoriali chiariscono il retroterra matematico: l’angolo AEG è di 71° (90° meno 19°) e il calcolo fornisce AE = 288,1 miglia, confermando la correttezza del procedimento trigonometrico (fr:6181). L’estensione stessa dei vapori è desunta da Witelo, che nella proposizione 60 del libro X del Peri Optikes – intitolata «Summorum vaporum consistentiam ad quantum possint elevati pertingere, possibile est inveniri» (fr:6184) [È possibile trovare l’estensione cui possono giungere i vapori sommi] –, usando osservazioni crepuscolari, argomenta che i vapori si elevano per 52 miglia (fr:6184).
Per rendere conto del comportamento dinamico, Cardano distingue un triplice movimento cometario. Il primo è diurno, da est verso ovest, comune a tutti gli astri (fr:6199). Il secondo è proprio, da ovest verso est, di poco inferiore a un grado al giorno, simile a quello di Venere (fr:6200). Il terzo, il più ampio, è in latitudine e diviene rapidissimo quando la cometa si avvicina ai poli (fr:6219‑6220). L’evidenza osservativa è tratta da eventi precisi: la cometa del 22 settembre 1532, dissoltasi il 3 dicembre successivo, in 71 giorni si spostò dal 5° grado della Vergine all’8° dello Scorpione, cioè solo 63 gradi di longitudine, «less in fact than one degree per day» (fr:6201) [meno di un grado al giorno]. Tale lentezza è incompatibile con una posizione sublunare, perché la Luna in 24 ore retrocede di tre gradi rispetto al primo mobile (fr:6203) e un oggetto più basso si muoverebbe ancora più in fretta: «This makes plain that it could not be under the Moon, for then it would be moving faster than the Moon, through the movement of the primary orb» (fr:6202) [Ciò rende evidente che non poteva trovarsi sotto la Luna, altrimenti si muoverebbe più velocemente della Luna per il movimento del primo orbe]. Un’altra cometa, riferita da Fracastoro nell’Homocentrica, apparve l’8 settembre 1531 a est del Sole, vicino al 24° grado della Vergine, e raggiunse in circa un mese il secondo o terzo grado dello Scorpione, coprendo una quarantina di gradi di longitudine con un moto «barely different from that of Venus or Mercury» (fr:6218) [poco diverso da quello di Venere o Mercurio]. Lo stesso Fracastoro, preoccupato di dover ammettere orbite cometarie superlunari con percorsi simili, si chiedeva: «Si vero non sit sub Luna orbis ille, difficulter quidem rationem assignare poterimus, cur fiat ut cometes omnes motum ilium in latitudinem habeant» (fr:6211) [Se poi quell’orbita non si trova sotto la Luna, difficilmente potremo rendere ragione del fatto che tutte le comete possiedano quel moto in latitudine].
Due ulteriori caratteri completano il quadro fenomenico. La coda «always faces precisely away from the Sun» (fr:6221) [è sempre rivolta esattamente lontano dal Sole], cosicché al tramonto essa punta verso est ed è visibile durante la fase oscura della Luna. Inoltre la cometa «mostly it accompanies the Sun in longitude, appearing only at twilight, yet not always» (fr:6222) [per lo più accompagna il Sole in longitudine, comparendo solo al crepuscolo, ma non sempre]. Cardano inferisce che una cometa è «a round mass in heaven, which is seen to be lit by the Sun, and while the rays pass through it, they create the likeness of a beard or tail» (fr:6223) [una massa sferica in cielo, che appare illuminata dal Sole e i cui raggi, attraversandola, creano l’aspetto di barba o coda]. Se non si vuole ammettere una generazione nei cieli – posizione aristotelica già confutata da Filopono nel VI secolo – si può ritenere che il cielo sia fitto di stelle non del tutto compatte e che, quando l’aria si secca e si assottiglia, esse diventino visibili (fr:6224). Il disseccarsi dell’aria innesca per Cardano tempeste, mareggiate, morte di nobili e principi (resi secchi da ansia, insonnia, cibi profumati e vini potenti) nonché carestie, ammutinamenti e cadute di regni; tuttavia, «though a comet can be a sign of them, it is not their cause at all» (fr:6227) [sebbene una cometa possa esserne un segno, non ne è affatto la causa]. Con ciò egli concorda con Plinio, che in Naturalis Historia 2, 22‑23 e 59 tratta le comete come indicatrici di circostanze future, senza attribuire loro potenza causale (fr:6234‑6237).
L’arcobaleno, «a more frequent event, and evidently occurring in the region of vapours» (fr:6228) [un evento più frequente, che si verifica evidentemente nella regione dei vapori], è ricondotto da Cardano a un meccanismo di riflessione e indebolimento della luce solare. L’arcobaleno sorge in «a dense dewy cloud full of droplets» (fr:6238) [una nube densa e rugiadosa piena di goccioline]; una singola goccia osservata contro il Sole mostra colori vividi. Tutto ciò che è fioco appare scuro, come le ombre (fr:6239). Quando una parete riceve simultaneamente raggi diretti e riflessi dall’acqua, parte della luce è intercettata (fr:6240). Se però l’elemento fioco viene illuminato e diventa brillante, «it changes over into colours in proportion to the supply of light» (fr:6242) [si trasforma in colori in proporzione alla quantità di luce ricevuta]. La nube è fioca, le goccioline sono brillanti, onde i colori: il cerchio interno, più vicino all’oscurità, appare azzurro; quello intermedio, con più luce, verde; l’esterno, più ampio e illuminato, color zafferano (fr:6243). Porpora e porpora verdastra non sono colori principali, ma nascono per mescolanza ai confini (fr:6244). Cardano fissa la condizione geometrica: «The centre of the Sun, of the eye, and of a rainbow are in one straight line» (fr:6245) [Il centro del Sole, dell’occhio e dell’arcobaleno giacciono su una sola retta]. I raggi perpendicolari sono riflessi da una pellicola concava (cava nebula); anche se la nube non è materialmente concava, le gocce sferiche riflettono perpendicolarmente e, poiché quella riflessione è debole e l’immagine del Sole è debole, essa «represents the appearance of colours» (fr:6265) [rappresenta l’apparenza dei colori]. Quando il Sole è all’orizzonte e l’occhio è allineato con il centro dell’arcobaleno, quest’ultimo si trova sull’orizzonte e l’arco appare come un semicerchio perfetto; tutta la parte sottostante resta invisibile (fr:6269). Se il Sole s’innalza, il centro dell’arcobaleno scende sotto l’orizzonte, la porzione nascosta della metà superiore aumenta e l’arco visibile rimpicciolisce: «Hence the higher the Sun, the smaller the portion of a single circle the rainbow has to be» (fr:6273) [Perciò quanto più alto è il Sole, tanto minore è la porzione di cerchio dell’arcobaleno]. La conclusione ricalca fedelmente la descrizione aristotelica di Meteorologica III, 371b27‑30 (fr:6283‑6285).
Le note dell’edizione situano queste pagine nel solco dell’ottica medievale. Witelo, nella proposizione 67 del Peri Optikes, definiva il colore xanthus come mescolanza di verde e rosso (fr:6258‑6260). Tuttavia, già Roberto Grossatesta aveva introdotto la rifrazione nello studio dell’arcobaleno, e Ruggero Bacone distingueva nettamente riflessione e rifrazione (fr:6255‑6257). A riprova della tensione tra osservazione e schemi antichi, viene segnalato che Pedro Nunez giudicava errato il diagramma di Cardano, poiché il primo chiarore andrebbe visto in G e non in E: «who ever saw twilight above the top of his head?» (fr:6187) [chi ha mai visto il crepuscolo sopra la propria testa?]. Scaligero obietterà che non si può ridurre la visione di tutti gli occhi a un unico punto, ma Cardano ha ragione nell’insistere sull’allineamento Sole‑occhio‑centro dell’arcobaleno (fr:6261‑6262). Complessivamente, l’analisi di comete e arcobaleno mostra come, già nel XVI secolo, la “sottigliezza umana” provasse a svelare i segreti celesti con modelli geometrici, misure empiriche e un dichiarato distacco dalla fisica aristotelica degli elementi.
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27 L’analisi dei fenomeni ottici celesti nel De Subtilitate di Girolamo Cardano
“As Aristotle rightly records, all of these have a single cause.” – (fr:6313) [Come giustamente riporta Aristotele, tutti questi hanno una sola causa.]
Il passo del IV libro del De Subtilitate indaga la natura e le cause di arcobaleni, pareli, virghe e corone. Cardano premette che l’angolo sotto cui appare l’arcobaleno rimane costante: “However, the circle’s size does not in fact vary.” – (fr:6286) [Tuttavia, la dimensione del cerchio di fatto non varia.] La sua spiegazione dell’arcobaleno doppio muove da un’analisi geometrica della riflessione: l’occhio giace sulla linea che dal Sole corre al centro della foschia, ma un secondo arco può nascere solo dalla luce già riflessa una prima volta. Per questo il secondo arco è più largo e assai più debole, sicché “for a third to arise from the second is impossible” – (fr:6291) [è impossibile che un terzo sorga dal secondo]. La sequenza cromatica risulta invertita: “the outer circle of the second rainbow will be blue, and the middle one green, as the outer one of the first rainbow is saffron — exactly the opposite of the original layout” – (fr:6293) [il cerchio esterno del secondo arcobaleno sarà blu, e quello intermedio verde, mentre quello esterno del primo è zafferano – esattamente l’opposto della disposizione originale].
La visibilità dipende dall’altezza del Sole: “when the Sun is on the meridian near the summer solstice, it has the maximum altitude of the semicircle. The result is that the rainbow’s centre is below the visual horizon by the semidiameter of its whole circle, so that the rainbow will not be visible.” – (fr:6294‑6295) [quando il Sole è sul meridiano vicino al solstizio d’estate, possiede la massima altezza del semicerchio. La conseguenza è che il centro dell’arcobaleno si trova sotto l’orizzonte visivo per metà del diametro dell’intero cerchio, per cui l’arcobaleno non sarà visibile]. Al contrario, “it will be visible around the autumnal equinox, and throughout the winter, and after the spring equinox, but less so the closer it gets to the summer solstice and the meridian, as I said” – (fr:6296) [sarà visibile attorno all’equinozio d’autunno, e per tutto l’inverno, e dopo l’equinozio di primavera, ma meno man mano che ci si avvicina al solstizio d’estate e al meridiano]. Un arcobaleno basso sull’orizzonte appare come porzione di un cerchio più grande: “The reason is that the eye decides that the rainbow is further away, because it is lower down” – (fr:6298) [La ragione è che l’occhio giudica l’arcobaleno più lontano, perché è più basso], e lo valuta perciò più ampio, secondo l’illusione già descritta per il Sole e la Luna all’orizzonte.
Cardano non limita l’arcobaleno alle sole foschie: “rainbows do not originate only from mists, but also through reflection of light from drops of water from oars while they are being plied in the sea; and around lights in winter with a south wind blowing, especially by people who have damp eyes; and from sunlit drops scattered on a house wall” – (fr:6312) [gli arcobaleni non hanno origine solo dalle foschie, ma anche dalla riflessione della luce sulle gocce d’acqua sollevate dai remi mentre sono manovrati in mare; e attorno ai lumi d’inverno quando soffia il vento di sud, specialmente da parte di chi ha gli occhi umidi; e dalle gocce illuminate dal sole sparse sul muro di una casa]. La causa è una sola, come già per Aristotele. I Parelia (falsi soli) si generano per riflessione in nubi di goccioline e non possiedono sostanza autonoma: “In fact the Parelias themselves happen only through reflection to the eye, no image at all being present in the clouds” – (fr:6339) [In realtà i Pareli stessi si producono solo per riflessione verso l’occhio, senza che vi sia affatto un’immagine nelle nubi]. La Corona, invece, “has substance, being generated from reflection of the Sun or Moon or some other star, and resembling a rounded shape formed into a circle from the centre by a thick cloud” – (fr:6341) [ha sostanza, essendo generata dalla riflessione del Sole o della Luna o di qualche altra stella, e somiglia a una forma arrotondata formata in un cerchio dal centro da una nube spessa]. L’occhio non la “inventa” come per l’arcobaleno e i pareli, ma vede qualcosa che esiste realmente nella nube. Cardano porta come prova i colori proiettati da un prisma triangolare o un cristallo esposto al Sole, che appaiono anche a un osservatore collaterale, laddove i colori immaginari di una riflessione soggettiva non sarebbero visti da altri nella stessa posizione.
Le Virghe sono strisce colorate ma rettilinee, “imperfect rainbows”, “they have no curve; they lie in a straight line” – (fr:6334) [non hanno alcuna curva; giacciono in linea retta]. Vengono descritte come archi circumzenitali, paralleli all’orizzonte. Cardano distingue i fenomeni anche per il loro valore meteorologico: “So a rainbow and Parelias usually presage gentle showers, because the droplets consist of finely divided water” – (fr:6340) [Così un arcobaleno e i Pareli presagiscono di solito piogge leggere, perché le goccioline sono costituite da acqua finemente suddivisa]; una Corona e le Virghe, invece, permangono a lungo immobili e “presage clouds, for it is a thick cloud that stays immobile so long without being abolished and dispersed by the Sun’s rays” – (fr:6361) [presagiscono nubi, poiché è una nube spessa a restare immobile così a lungo senza essere dissolta e dispersa dai raggi del Sole]. Una loro dissoluzione parziale e improvvisa indica venti dalla direzione della porzione strappata.
I Pareli della Luna sono rari non solo per ragioni fisiche ma anche perché “people are not watchful enough in the night, and they remain in unclouded locations and under the open sky” – (fr:6381) [le persone non sono abbastanza attente di notte, e rimangono in luoghi sereni e sotto il cielo aperto]. L’arcobaleno lunare è assai più bianco di quello solare: “a dim greenness is mostly presented instead of blue, saffron instead of green, and white instead of saffron” – (fr:6385) [un verde tenue si presenta per lo più invece del blu, lo zafferano invece del verde, e il bianco invece dello zafferano]. Quanto alla posizione, “a rainbow can only be seen in the east, the west, and the north — never in the south” – (fr:6386) [un arcobaleno può essere visto solo a est, ovest e nord – mai a sud], perché il centro si trova sempre sulla retta che va dal Sole all’occhio, e il Sole non è mai alle spalle dell’osservatore boreale in direzione nord. L’arcobaleno resta quindi un fenomeno geometricamente vincolato alla posizione reciproca dell’astro e dell’osservatore.
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28 Miti, miscele e la natura rarefatta dell’acqua e dell’olio nel De Subtilitate di Cardano
Un intreccio di fonti classiche e osservazioni empiriche rivela la concezione cinquecentesca della materia, sospesa tra autorità aristotelica e indagine sperimentale.
Il testo si apre con il richiamo al mito di Aretusa, del quale
Cardano discute le varianti letterarie. La versione ovidiana è definita
più romantica:
“The version in Ovid (Metamorphoses, 599, and at greater
length in Fasti, 423) is more romantic: Arethusa was a nymph who was
pursued by the river-god Alpheus (Alpheus being the largest river of the
Peloponnese) and passed under the sea to emerge as a spring near
Syracuse.” – (fr:7466, 7465, 7467, 7468) [La versione di
Ovidio (Metamorfosi, 1.599, e più diffusamente nei Fasti, 423) è più
romantica: Aretusa era una ninfa inseguita dal dio fluviale Alfeo
(l’Alfeo, il maggior fiume del Peloponneso) e passò sotto il mare per
emergere come sorgente presso Siracusa.]
Plinio il Vecchio rincara la meraviglia, riportando come fiumi che
odiano il mare scorrano sotto i fondali:
“But some rivers so hate the sea that they actually flow
underneath the bottom of it; for instance the spring Arethusa at
Syracuse, in which things emerge which have been thrown into the Alpheus
which flows through Olympia and reaches the coast in the
Peloponnese.” – (fr:7472) [Ma alcuni fiumi odiano a tal
punto il mare che scorrono addirittura sotto il suo fondo; per esempio
la sorgente Aretusa a Siracusa, nella quale riemergono oggetti gettati
nell’Alfeo, che scorre attraverso Olimpia e raggiunge la costa nel
Peloponneso.]
Ancora più straordinario è il dettaglio olfattivo:
“The following phenomena too are very wonderful: the Arethusa
at Syracuse smells of dung during the Olympic games, a likely thing, for
the Alpheus crosses to that island [Sicily] under the bed of the
seas.” – (fr:7476) [Anche il seguente fenomeno è assai
mirabile: l’Aretusa a Siracusa odora di sterco durante i giochi
olimpici, cosa verosimile, poiché l’Alfeo attraversa verso quell’isola
sotto il letto dei mari.]
Strabone, dal canto suo, menziona il ritrovamento di una coppa gettata a
Olimpia e la colorazione dell’acqua con sangue sacrificale, ma rimane
altamente scettico (fr:7477-7479). Cardano, citando queste fonti, non si
schiera, ma le utilizza come premessa per una discussione fisica sulla
natura dell’acqua dolce e salata.
L’indagine si sposta sulla possibilità di ottenere acqua dolce dal
mare. L’esperimento principe è quello aristotelico del recipiente di
cera:
“That saltness consists in an admixture is evident not only
from what has now been said but also from the following experiment. Make
a jar of wax and put it into the sea, having fastened its mouth in such
a way as to prevent the sea getting in. It will be found that the water
which gets through the wax walls is fresh, for the earthy substance
whose admixture caused the saltness is separated off as though by a
filter.” – (fr:7483-7485) [Che la salsedine consista in una
mescolanza è evidente non solo da quanto detto ma anche dal seguente
esperimento. Si fabbrichi un vaso di cera e lo si immerga nel mare,
chiudendone l’imboccatura in modo da impedire l’ingresso dell’acqua
marina. Si troverà che l’acqua passata attraverso le pareti di cera è
dolce, poiché la sostanza terrosa la cui mescolanza causava la salsedine
viene separata come da un filtro.]
Accanto a questo, Cardano ricorda una voce contemporanea su una sostanza
in grado di attrarre il sale come da un grumo di latte grasso, con
grande beneficio per la navigazione (fr:7490), ma la ridimensiona,
osservando che l’attrazione del sale non è straordinaria e che il
fenomeno del latte si spiega con il calore, non con una proprietà
occulta (fr:7491). Vengono poi elencati tre metodi generali per separare
il sale dall’acqua: farlo precipitare, costringerlo tramite calore e
filtrarlo; forse un quarto metodo potrebbe spuntare, qualora si
riuscisse a «smussare il potere acuto del sale», benché
forse attuabile solo in piccole quantità (fr:7492-7495). La coercizione
è realizzata con un calore che attrae, non dispersivo, un
principio che Cardano promette di chiarire più avanti
(fr:7497-7498).
Il baricentro del brano si colloca però sulla teoria delle miscele.
Cardano distingue quattro tipi di mescolanza. La prima è la mescolanza
di cose dissimili che mutano forma, ovvero la generazione. La
seconda, quando i liquidi dissimili non cambiano tutti forma, è la
crasis, come accade mescolando acqua e vino; se invece si
tratta di solidi secchi dissimili, si chiama semplicemente
mistura. Infine, se le cose sono simili, si ha un
cumulo, come un mucchio di cereali (fr:7500-7503).
Soffermandosi sulla crasis, l’autore nega che acqua e vino si mescolino
veramente: la forma del vino permane, mentre le sostanze non si
compenetrano.
“We said that wine mixed with water is being mixed through
crasis; since neither substance passes away, the form of the wine is
still there.” – (fr:7505) [Abbiamo detto che il vino
mescolato con acqua si mescola per crasi; poiché nessuna delle due
sostanze viene meno, la forma del vino è ancora presente.]
A riprova, porta un ingegnoso esperimento:
“And if a piece of linen is placed on wine mixed with water,
and sticks out of the pitcher, the water rises up through the linen out
of the whole vessel, and leaves the wine pure in the
wine-cup.” – (fr:7518) [E se un pezzo di lino viene posto su
vino mescolato ad acqua e fuoriesce dalla brocca, l’acqua sale
attraverso il lino fuori dall’intero recipiente, lasciando il vino puro
nella coppa.]
Il vino e l’acqua tendono inoltre a stratificarsi: l’acqua va sul fondo
rendendo insipido il fondo del bicchiere, ed è preferibile versare vino
sull’acqua piuttosto che il contrario. Versando gradualmente vino su un
pezzo di pane poggiato sull’acqua e poi rimuovendolo, si osserva il vino
galleggiare senza alcuna miscelazione (fr:7520-7521). In un bicchiere si
possono così distinguere tre strati: vino sotto l’olio e acqua sotto il
vino (fr:7522).
Questa disposizione solleva immediatamente la questione di quale
sostanza sia più rarefatta. Se il più leggero galleggia, l’olio è più
leggero del vino e il vino dell’acqua. Lo confermerebbe l’infiammabilità
(l’olio prende fuoco facilmente, l’acqua mai, il vino sta in mezzo) e,
sulla scorta di Galeno, il peso specifico: un vaso che contiene nove
libbre d’olio, riempito di vino, ne pesa dieci (fr:7524-7526). Da qui
scaturisce un elogio dell’olio come elisir di lunga vita:
“And so nothing is more conducive to long life than oil,
because it is very rarefied, very fatty, and devoid of residues. The
result is that it greatly kindles the natural heat, because of its
fattiness and rarefied state. Through its purity, it wearies the actual
heat very little, and does not block the pathways.” –
(fr:7527-7529) [E così nulla è più favorevole a una lunga vita
dell’olio, perché è molto rarefatto, molto grasso e privo di residui. Ne
consegue che esso ravviva grandemente il calore naturale, a causa della
sua grassezza e rarefazione. Per la sua purezza affatica pochissimo il
calore stesso e non ostruisce i passaggi.]
L’olio, inoltre, penetra facilmente, al punto da venire usato per
lubrificare serrature (fr:7545-7546). In contrasto, si cita una ricetta
per impermeabilizzare ghette con salnitro finissimo e cera fusa,
migliorabile aggiungendo una sostanza grassa (fr:7547-7548).
A questo punto, con mossa inattesa, Cardano dichiara di tornare al
suo dibattito programmato e rovescia la conclusione. Tre ragionamenti
mostrano infatti che l’acqua è più rarefatta dell’olio e del
vino. Il primo è sperimentale:
“First, that if water and oil are mixed and placed in a vessel
on a fire, all the water is evaporated before barely a drop of oil,
although the water is more resistant through its coldness, and takes up
less heat as it lies at the bottom, the vessel being cold there, and can
with some difficulty steam off, because the oil confines it, even if it
is turned into vapour.” – (fr:7551) [In primo luogo, se si
mescolano acqua e olio e si pongono in un recipiente sul fuoco, tutta
l’acqua evapora prima di una sola goccia d’olio, sebbene l’acqua opponga
maggiore resistenza a causa della sua freddezza, assorba meno calore
giacendo sul fondo – dove il recipiente è freddo – e possa vaporizzare
solo con una certa difficoltà, perché l’olio la imprigiona anche quando
si trasforma in vapore.]
L’apparente contraddizione tra la leggerezza dell’olio e la maggiore
rarefazione dell’acqua mette in luce l’accezione qualitativa e complessa
che il termine “rarefatto” possiede nel pensiero
cardaniano: non semplice densità, ma sottigliezza di parti e mobilità
sotto l’azione del calore. L’intera sequenza è una testimonianza vivida
di un sapere che, pur ancorato alle autorità classiche, cerca conferma
nell’esperienza e nella discussione argomentativa, registrando anche
ambiguità e punti di svolta non risolti.
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29 Proprietà dei Liquidi, Adulterazioni e la Natura della Mescolanza
Dall’osservazione del comportamento quotidiano di acqua, olio e vino, il testo si addentra nei metodi per sofisticare e riconoscere le frodi alimentari, per culminare in una riflessione teorica sulla natura imperfetta e graduale di ogni vera mescolanza.
Il discorso prende avvio da un confronto empirico tra acqua, olio e vino, basato su tre evidenze osservabili. Si nota innanzitutto che “quando qualcuno ha bevuto acqua in estate, essa esce immediatamente come sudore, cosa che l’olio e il vino non fanno” - (fr:7552). La ragione fisiologica addotta è duplice: l’acqua non è nutriente e “attraverso il freddo, il calore già disperso espelle l’umore all’esterno” - (fr:7554), espellendo solo la parte sierosa in ebollizione, senza che il calore stesso emerga. In secondo luogo, l’acqua è più trasparente dell’olio e del vino (fr:7553), caratteristica che, insieme alla rapida risoluzione, viene ricondotta a proprietà intrinseche: “la ragione della trasparenza è che manca di colore: la ragione della rapida risoluzione è che è minimamente grassa” - (fr:7554). Il testo si confronta poi con l’autorità aristotelica, secondo cui l’acqua è più rarefatta dell’olio (fr:7555). Il termine viene però subito precisato in una nota al testo: “con ‘rarefatto’ egli intendeva sottile e minimamente viscoso, o anche, non condensato” - (fr:7556), citando il De sensu et sensibilibus dove si legge che l’olio si diffonde più dell’acqua a causa della sua viscosità (fr:7564). Viene quindi confutata l’idea che il vino sia più rarefatto dell’acqua perché galleggia su di essa: “Egli forse darebbe la precedenza al vino sull’acqua, perché galleggia in superficie - ma ciò non lo prova” - (fr:7557). La capacità di galleggiare è invece attribuita alla grassezza, che è condensata e aderente, a differenza di una lamina di piombo che affonda (fr:7558).
L’analisi si sposta sulla mescolanza dei liquidi, introducendo il concetto chiave di crasis. La premessa è che “poiché tali cose riescono a malapena a mescolarsi, non creeranno mai una crasis” - (fr:7571), ovvero una mescolanza perfetta e stabile. Questo principio spiega perché il latte non si mescola veramente con il vino, dando origine a una frode ben descritta: “La gente generalmente travasa il vino che è andato a male in un recipiente pulito, e aggiunge gradualmente una decima parte di latte; poi dopo una settimana apre il recipiente e vende il contenuto a poco a poco, a condizione che appaia limpido e buono” - (fr:7573). Tuttavia, questa mistura è effimera. Il vino sofisticato “se rimane più a lungo nella coppa o nel recipiente, va di nuovo a male” - (fr:7574), e lascia una traccia rivelatrice: “inoltre, ciò che si è versato sul bordo della coppa lascia dietro di sé una grassezza burrosa, che svela l’inganno” - (fr:7575), un inganno che resta comunque “lucrativo” - (fr:7576). Non mancano altri metodi correttivi, come l’aggiunta di una decima parte di alcol o, più efficacemente, di zolfo, il cui odore però tradisce il trucco (fr:7577). L’uso di allume produce lo stesso effetto ma è giudicato pericoloso e violentemente dannoso per la salute (fr:7578). Il principio generale dei chiarificatori viene riassunto così: “tutto ciò che è pesante o viscoso chiarifica il vino - cose vischiose come il latte e l’albume […] Le cose pesanti agiscono precipitando verso il fondo” - (fr:7579), come i ciottoli di fiume polverizzati che, mescolati e asciutti, “attirano qualsiasi cosa simile all’argilla” - (fr:7581) portandola sul fondo e purificando il vino (fr:7582). Anche il sale è efficace, ma “svela l’inganno con il suo sapore e rende il vino sgradevole” - (fr:7583).
La seconda parte del brano è una vera e propria rassegna di metodi per lo smascheramento delle sofisticazioni, unendo chimica empirica e osservazione pratica. Riconoscere vini adulterati con sostanze metalliche è facile: “Lasciateli nella coppa per ventiquattro ore mentre la parte metallica si deposita sul fondo a causa del suo peso, e i vini diventano piatti e perdono il loro colore residuo” - (fr:7585). Se l’adulterazione è con il miele, il test è diverso: “lo si rivela subito spruzzando alcune gocce su un ferro rovente; quando il vino evapora, il miele rimane” - (fr:7586). Il principio fisico è chiaro: “Poiché la sostanza del vino è più rarefatta di quella del miele, quando la prima evapora rimane la seconda” - (fr:7587). Un metodo analogo è descritto per smascherare il miele sofisticato con farina di miglio: bollito e posto in un vaso di vetro, “rimane torbido nella sua parte superiore” - (fr:7588). Un aneddoto personale conferma l’applicazione di queste tecniche: “nell’anno passato ebbi l’opportunità di smascherare l’unguento di un mercante a Pavia” - (fr:7596). Anche l’olio d’oliva rivela l’inganno “quando prende fuoco; o crepita, o fischia, o si raccoglie più del suo fluido acquoso di quanto corrisponda alla quantità d’olio” - (fr:7598).
Tornando al vino corretto con il latte, il testo fornisce una spiegazione meccanicistica: non si tratta di una vera crasis. “È perché, creandosi una sorta di crasis, la parte grassa si deposita, portando con sé la parte torbida del latte e lasciando la parte acquosa nel vino - la parte che cela i difetti del vino” - (fr:7600). La precarietà di questa correzione è tale che “piccole porzioni del vino rivelano i difetti, perché a causa della loro debolezza vengono fatte andare a male più rapidamente dall’aria” - (fr:7601). Un altro correttivo per l’odore, l’arancia di Siviglia con chiodi di garofano (fr:7602), opera per attrazione e non per mescolanza.
La conclusione teorica stabilisce una gerarchia della mescolanza. “Quindi cose non simili per natura non creano una crasis, come il vino con l’acqua, a meno che non sia debole - tanto meno il vino con il latte, e questi liquidi non ne creano affatto una con l’olio” - (fr:7603). Una mescolanza più genuina è la lora, una bevanda fatta con vinacce bollite, perché ha subito l’ebollizione (fr:7604). Tuttavia, neppure essa è perfetta, perché “la mescolanza è opera della natura, non dell’arte, e nemmeno del fuoco” - (fr:7605). Si giunge così al cuore della teoria: in una vera mescolanza, ciò che appare è “una sola forma di un elemento, ma non precisamente: solo le proprietà degli altri” - (fr:7606). Se gli elementi non fossero presenti ovunque, il composto sarebbe un ammasso, non un’entità generata (fr:7607). Di conseguenza, “la forma di un elemento vittorioso in una mescolanza è imperfetta” - (fr:7609) e, come sostenuto da Melantone, è acquisita gradualmente (fr:7610), proprio come avviene per lo sviluppo di un feto che prima vive, poi sente e infine diventa dotato di mente, con l’anima che giunge dall’esterno (fr:7633-7635). La distinzione finale classifica tutti i corpi misti in tre categorie: “terrosi (come le pietre e le piante), acquosi (come il latte e l’olio) o interamente misti (come i corpi degli animali)” - (fr:7636), chiarendo che la mescolanza differisce da nutrizione e crescita perché in essa qualcosa si aggiunge a qualcos’altro, mentre nella crescita “ciò che è in potenza si aggiunge a ciò che è in atto” - (fr:7637) procedendo secondo la forma e non per divisione della materia.
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30 La vita nascosta dei metalli: anima, calore celeste e nutrimento nel De Subtilitate
Cardano sostiene che tutti i corpi misti, dalle pietre ai metalli, sono vivi perché nutriti e generati dall’anima, identificata con il calore celeste, e adduce prove sperimentali come l’aumento di peso dopo la morte e la crescita sotterranea simile a quella vegetale.
Nel libro V del De Subtilitate Gerolamo Cardano sviluppa una tesi radicale: ogni corpo misto partecipa della vita. Il fondamento è che crescita, nutrizione e generazione dipendono interamente dall’anima. «Il fondamento della crescita, della nutrizione e della generazione è quasi il medesimo; questi processi hanno luogo a partire dall’anima» – (fr:7641). Solo l’anima è in grado di rarefare, unire e trasmutare la materia; «È infatti compito della sola anima essere capace in questo modo di rarefare, quindi unire e trasmutare» – (fr:7642). Poiché ogni mescolanza richiede questa attività, «tutte le cose miste devono essere vive o esserlo state» – (fr:7645). La generazione stessa, infatti, non può avvenire senza l’anima, giacché essa sola opera la mescolanza (cfr. fr:7647).
L’anima è identificata con il calore celeste. Cardano richiama Ippocrate: «L’anima non è altro che quel famoso calore celeste» – (fr:7656), in accordo con Aristotele che assegnava al calore dello spirito una parentela con l’elemento delle stelle. Sia che il calore sia l’anima stessa o il suo strumento primario, la presenza di calore segnala quella dell’anima e dunque della vita: «Che il calore sia l’anima, o lo strumento primario dell’anima, dove appare il calore evidentemente deve essere presente anche l’anima, e quindi la vita – in verità, la vita non è altro che ciò che l’anima fa» – (fr:7658). In latino lapidario: «La vita infatti non è altro che l’opera dell’anima» – (fr:7671).
Cardano porta evidenze sperimentali. Quando il piombo è trasformato in biacca mediante combustione, il suo peso aumenta di un tredicesimo: «quando il piombo viene trasformato in biacca e bruciato, il suo peso aumenta di una tredicesima parte. La ragione è che il calore celeste svanisce – certamente nulla viene aggiunto, eppure il peso aumenta» – (fr:7659-7660). Il fenomeno è analogo negli animali, che divengono più pesanti alla morte perché l’anima e il calore si dipartono: «Una situazione analoga si presenta negli animali, che diventano più pesanti alla morte, perché quando l’anima viene esalata, con essa si dipartono anche il calore e tutto ciò che ha sviluppato – cosicché è chiaro che gli stessi corpi metallici e le pietre sono ancora vivi» – (fr:7661). L’obiezione – come può un corpo divenire più pesante se perde una porzione più leggera come il calore? – è sciolta con l’esempio dei vasi di vetro che galleggiano sull’acqua e affondano se rotti: l’aria interna li sostiene; allo stesso modo, «negli animali e nei metalli la parte ignea nell’aria toglie peso» – (fr:7678-7679). La perdita dell’elemento igneo che rendeva leggeri i corpi spiega l’apparente paradosso ponderale.
La vita dei metalli è confermata dalla loro crescita sotterranea, del tutto simile a quella vegetale. Cardano osserva che «nelle montagne nascono come piante: con foglie distese, radici, tronchi e, per così dire, fiori e frutti, cosicché un metallo o una sostanza metallica non è diverso da una pianta sepolta, del tutto generata sottoterra» – (fr:7700). Le specie metalliche sotterranee sono innumerevoli, al pari delle erbe in superficie, ma molte restano ignote perché nascoste in profondità o confuse per colore e sostanza (cfr. fr:7704-7708). In questi corpi si riscontrano i segni della nutrizione: «sono presenti vene e l’apparato della nutrizione, e passaggi non molto ampi ma più morbidi… così possiamo facilmente persuaderci che sono nutriti proprio come le piante e come le ossa degli animali» – (fr:7719). Se crescessero per semplice aggiunzione di materia, non avrebbero bisogno di tali strutture. Le pietre che si formano per solo calore, come il tufo, mancano di vene e organizzazione interna: «il tufo è privo di vita» – (fr:7720). Anche la morte, e quindi la vita, è attestata nei minerali: Cardano racconta che la pietra erculea, ossia la calamita, «è diventata spesso impotente nel giro di pochi anni; benché prima attraesse il ferro con vigore, in seguito col tempo ha smesso di farlo» – (fr:7722). E conclude: «Che cos’altro è in realtà la vita se non l’attività dell’anima?» – (fr:7723).
La presenza degli elementi nei misti segue due modalità: in virtù della generazione compaiono solo terra e acqua in senso sostanziale, ma l’azione del calore celeste rende manifesti più elementi tanto nella sostanza quanto nella natura (fr:7681). Questo spiega differenze di peso sorprendenti: «il piombo è più pesante della terra; nel piombo non c’è praticamente rarefazione, ma quando la terra non è compatta, lascia entrare aria, e quindi appare più leggera del piombo, perché contiene acqua invece di aria» – (fr:7685). La rarefazione e la presenza di elementi leggeri, modellati dal calore vitale, determinano la gravità apparente.
Sul piano storico, il passo offre una testimonianza esemplare della filosofia naturale rinascimentale, in cui il vitalismo alchemico si salda con l’autorità di Ippocrate, Aristotele e Melantone. Cardano utilizza osservazioni empiriche – l’aumento di peso nella calcinazione del piombo, l’assorbimento d’acqua da parte della cenere, la perdita di forza della calamita – per difendere una concezione animistica della materia. L’aumento ponderale dopo la combustione è spiegato come fuga del calore celeste, ignorando del tutto l’ossigeno che vi si combina, nozione allora inconcepibile. La descrizione della crescita mineraria come processo vegetale, dotato di organi e segni di maturazione, colloca i metalli lungo una scala degli esseri che culmina nell’uomo, la cui composizione appare lontanissima dagli elementi. Il testo mostra così il tentativo di leggere la natura attraverso un intreccio di osservazione diretta, tradizione classica e speculazione metafisica, tipico della scienza pre-moderna.
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[15.1/12-99-8148|8243]
31 Salnitro, sali e materia metallica nel libro V del De Subtilitate
Un percorso tra generazione spontanea, estrazione del salnitro, inchiostri e metallurgia, che mostra l’intreccio cinquecentesco di osservazione empirica, alchimia e testimonianza antiquaria.
Il brano si apre con un principio di filosofia naturale: ogni cosa porta in sé potenze che, grazie all’azione del sole, si traducono in atto. «What is in potentiality proceeds also to actuality through the Sun’s power; hence worms and flies leave behind in the places they occupy the means by which a faculty is supplied for the generation of other similar things and the multiplication of their kind.» – (fr:8148) [Ciò che è in potenza procede all’atto per virtù del Sole; perciò vermi e mosche lasciano nei luoghi che occupano i mezzi con cui si fornisce una facoltà per la generazione di altri simili e per la moltiplicazione della loro specie.] Più avanti si ribadisce la reciprocità fra atto e potenza: «There are actually powers in everything, so that they make something become in potentiality what it was previously in actuality [sic].» – (fr:8147) [In ogni cosa vi sono effettivamente potenze, cosicché fanno diventare in potenza qualcosa che prima era in atto.] Su questa base si innesta la trattazione dei sali e dei metallici.
La coltivazione del salnitro. Cardano affronta senza timore l’immagine di “seminare il sale”. Dopo aver estratto il salnitro dalla terra, se lo si ammucchia, dopo cinque o sei anni moltiplica il raccolto: «What is remarkable is that if saltpetre is formed into a heap when it is extracted from the earth, after five or six years it makes the harvest more plentiful.» – (fr:8145) [La cosa notevole è che se il salnitro, quando viene estratto dalla terra, viene raccolto in cumuli, dopo cinque o sei anni rende la raccolta più abbondante.] L’autore difende l’idea di seminare addirittura il salnitro disciolto in acqua, sparso su mucchi di terra come frumento: «And it ought not to be ridiculous to talk of sowing salt, for, as I said, if either the piles of earth from which it was extracted get warm under huts or else if the saltpetre is dissolved in water and scattered in heaps on the earth, just like wheat seed, after five years the harvest is made more ample.» – (fr:8146) [E non deve sembrare ridicolo parlare di seminare il sale, poiché, come ho detto, se i cumuli di terra da cui è stato estratto si scaldano sotto capanne oppure se si scioglie il salnitro in acqua e lo si sparge in mucchi sulla terra, proprio come semente di grano, dopo cinque anni il raccolto si fa più ampio.]
Il metodo di raccolta descritto è un misto di empiria e ricette artigianali. Il salnitro si ottiene gettando acqua carica di sterco di cavallo o piccione in cisterne forate, prelevando e rimettendo a scaldare il liquido in tre porzioni successive: «This is how it is collected: into perforated cisterns full of ox or horse dung- or, what is better, pigeon excrement-water is poured, and later taken out and used, to the extent of a third part of it; then a third part is poured over other dung and heated and taken out again; finally the third part remaining is placed in the open air and solidifies into saltpetre.» – (fr:8149, 8171) [Ecco come si raccoglie: in cisterne forate piene di sterco di bue o di cavallo – o, meglio ancora, acqua di sterco di piccione – si versa e poi si preleva e si utilizza, per la terza parte; poi un terzo si versa su altro sterco, si scalda e si ritira di nuovo; infine l’ultimo terzo si lascia all’aria aperta e solidifica in salnitro.] La frazione lavata viene sfruttata ripetendo lo schema. Se invece il salnitro è passato in acqua per diletto, si scalda per circa un’ora, si raccoglie con un cucchiaio e, non appena comincia a gelare sul pavimento, lo si toglie dal fuoco e lo si lascia solidificare (fr:8172-8173). Gli annotatori segnalano l’oscurità dell’espressione «voluptatis causa» (fr:8183) e della frase «cum primum in pavimento gelascere coeperit» (fr:8184).
Proprietà meccaniche del salnitro. La natura del salnitro viene spiegata con la presenza di una parte rarefatta mescolata ad acqua e terra: «And so, to return to the nature of saltpetre, there is a rarefied part in it, mixed with water and earth in salt, which while burning makes the earthy parts scatter; and consequently salt and saltpetre placed on a fire jump up and crackle.» – (fr:8174) [E così, tornando alla natura del salnitro, vi è in esso una parte rarefatta, mescolata con acqua e terra nel sale, che bruciando fa schizzare le parti terrose; di conseguenza sale e salnitro posti sul fuoco saltano e crepitano.] Un aneddoto domestico sostiene la tesi: «And when in the presence of my father-in-law at the fire, a slab of very old roof tile was placed on the fire, all at once it crackled, and fragments shot out in various directions with a great bang, but surprisingly without hurting any of those nearby.» – (fr:8175) [E alla presenza di mio suocero, posto sul fuoco un pezzo di tegola vecchissima, d’un tratto crepitò e frammenti schizzarono in varie direzioni con gran fragore, ma sorprendentemente senza ferire nessuno dei presenti.] La causa è attribuita a una modesta porzione di salnitro racchiusa nella vecchia tegola (fr:8176). Allo stesso principio risponde lo scoppiettio delle candele di sego o cera salata, che durano più a lungo delle altre (fr:8177).
Sali alcalini e allume. La trattazione passa ai sali di origine vegetale. Il sale chali (carbonato di potassio) o allume, usato per rendere duttile il vetro e come materiale, è importato dall’Oriente; tuttavia Brasavola di Ferrara (Antonio Musa Brasavola) sostiene che il migliore si produce da un’erba che cresce presso Comacchio, su un banco di acque salmastre: «It is imported from the East; but Brasavolo of Ferrara asserts that the best is made from a herb that springs up beside Comum on a bank of salty waters.» – (fr:8179) [Viene importato dall’Oriente; ma Brasavolo da Ferrara asserisce che il migliore si fa da un’erba che spunta presso Comacchio su un banco di acque salmastre.] Se la storia è vera, coltivare quell’erba sarebbe un lucroso affare (fr:8180). Si identifica poi la pianta Usnen (kali), grande quanto un albero, di sapore salato, che alcuni ritengono il tipo originario dell’Anthyllis (fr:8181). Le note chiariscono la terminologia: «250 “halinitrum”; see n. to Book II at 92 (1560).» – (fr:8150) [“halinitrum”: vedi nota al Libro II a 92 (1560).] e «256 This is the meaning of the Greek word Aphronitrum.» – (fr:8160) [Questo è il significato del vocabolo greco Aphronitrum.] Inoltre il Diospoliticum, carminativo citato da Galeno e Paolo Egineta, viene accostato a queste sostanze (fr:8161-8168).
Copperas, vitriolo e inchiostro. La materia del vetriolo (copperas) apre il discorso sui “succi” minerali: «A more rarefied substance of salt is the matter for copperas, of which there are such diverse species that it is a major task to disentangle them.» – (fr:8182, 8193) [Una sostanza più rarefatta del sale è la materia del copperas, di cui esistono specie così diverse che districarle è compito arduo.] Il volgo chiama il copperas “vitriolo”; arrostito annerisce a tal punto da servire per l’inchiostro: «The common people call copperas vitriol; it blackens so much that writing ink is made from it. This dust is of an ashy colour and after you have ground it up, when it is put in wine or water it makes it very black at once.» – (fr:8194-8195) [Il popolo chiama il copperas vitriolo; annerisce tanto che se ne fa inchiostro per scrivere. Questa polvere è di colore cinerino e una volta macinata, messa in vino o acqua, la rende subito nerissima.] La spiegazione è fisica: è un succo denso composto di parti rarefatte e carbonizzate, solubile in umido, che non dà disturbo alla penna perché non ravvicina la materia terrosa; ben bruciato esclude l’illuminazione e produce nero (fr:8196-8197). «And as it consists of the most rarefied parts, it produces a black writing ink of minimal stickiness.» – (fr:8198) [E poiché consta delle parti più rarefatte, produce un inchiostro nero di minima viscosità.]
Misy e sostanze lucenti. Tra le sostanze scelte spicca il Misy, chiamato vitriolo romano, il cui fumo pesante uccide gli alberi e imbruttisce i boschi; a volte brilla con gocce dorate (fr:8200). Cardano istituisce una gerarchia del lucente in tutto ciò che si estrae dalla terra: «In every kind of thing that is mined there is something that glitters- among the juices, for example, Misy; among the metals, gold; among the stones the gems and marbles; among the earths the silvery ones.» – (fr:8201) [In ogni genere di cosa che si scava vi è qualcosa che luccica – tra i sughi, ad esempio, il Misy; tra i metalli, l’oro; tra le pietre, le gemme e i marmi; tra le terre, quelle argentee.] La lucentezza nasce dove la materia compatta è levigata dalla natura o dall’arte (fr:8202). La Cuperosa (voce medievale, forse da cupri rosa) o chalcitis è la parte che spumeggia e non viene lavorata; è bianco-lucida, prossima al copperas, ed è un potente emetico (fr:8203-8204, 8214-8215).
Distillazione dell’olio caustico e usi medici. La bruciatura del copperas o del Misy permette di ottenere un olio acutissimo e urente tramite vasi di vetro. La procedura prevede di porre due libbre di calchantum in un vaso di vetro e questo in uno di ferro, distillare e, quando non esce più acqua, connettere il collo del vaso a quello di un altro vaso senza ventilazione, coprire d’argilla refrattaria e raccogliere l’olio in sacche, così da terminare l’operazione in un giorno (fr:8205-8207). L’olio, al tatto, cauterizza come ferro rovente (fr:8221-8222). Toccando dei porri verrucosi li fa cadere: «If anyone touches gashed warts with it, they will depart.» – (fr:8221) [Se qualcuno ne tocca porri escoriati, questi se ne andranno.] Viene sconsigliato per le ulcere interne, tranne in casi di marciume estremo come in certe tisi non dolorose (fr:8222). Contribuisce al distacco di cancri e membra corrotte applicato con un legno d’olivo (fr:8223).
Pirite (marcasite) e metallurgia. L’ultimo argomento è la pirite, chiamata dal popolo marcasite, un misto di pietra e succo: «As I said, the next topic is the remaining metallics mixed with juices, such as pyrites (ordinary people call it marcasite); it is made up from stone and juice.» – (fr:8224) [Come dicevo, l’argomento successivo sono i rimanenti metallici mescolati con sughi, come la pirite (il popolo la chiama marcasite); è composta da pietra e succo.] Ne esistono tante specie quanti i metalli conosciuti. Prende nome dalla scintilla che emette se percossa (fr:8226). Cosparsa di aceto forte e accesa, scioglie la milza molto indurita grazie alla rarefazione e al calore delle parti che penetrano attraverso pelle e peritoneo (fr:8227-8228). Da sola fonde a stento; aggiungendo piombo si scioglie, come accade a tutti i metallici più secchi. Senza piombo, se messa nel fuoco, sublima prima di fondere; perciò, quando si trovano oro o argento in una pietra, fonderli con piombo evita sprechi: «The result is that when gold or silver are present in a stone, if they are melted with the addition of lead, the expense will not be wasted; if these things are entrusted to fires on their own, something actually passes away, which can hardly be so small as not to exceed the waste of the lead.» – (fr:8231) [Il risultato è che quando oro o argento sono presenti in una pietra, se vengono fusi con aggiunta di piombo la spesa non sarà vana; se si affidano al fuoco da soli, qualcosa effettivamente svanisce, e difficilmente può essere così poco da non superare il costo del piombo.]
Cardano distingue una pirite sterile e una metallifera (principalmente rame, talvolta argento). La sterile, mista a piombo, produce verghette per i minuscoli caratteri da stampa: «The outcome of the unproductive kind is thought to be a vapour rather than metallic matter; but it is agreed to come from a kind of metal; when it is mixed with lead, it makes rods to represent the tiny marks in printing.» – (fr:8232-8233) [L’esito della specie sterile è ritenuto un vapore piuttosto che materia metallica; ma si concorda che provenga da una sorta di metallo; quando è mescolata con piombo, produce le bacchette per i minuscoli segni nella stampa.] L’annotazione chiarisce che notularum pro typis virgulas allude al metallo per caratteri tipografici (fr:8243). Una testimonianza diretta rafforza la descrizione: «In a slab of the whitest marble, I have seen such a quantity of golden pyrites that the whole slab looked full of metal, to prevent you knowing from close up whether it was rather gold floating on stone, or stone on gold.» – (fr:8234) [In una lastra di marmo candidissimo ho visto una quantità tale di pirite dorata che l’intera lastra sembrava piena di metallo, da non potersi dire da vicino se fosse piuttosto oro che galleggia su pietra, o pietra su oro.] L’estrazione si fa frantumando la pietra, più dura del marmo, della selce e della roccia, e fragile al tempo stesso (fr:8235-8236).
L’intero passo fonde osservazione, sapere artigianale e fonti antiche: Albertus Magnus è richiamato più volte, Galeno e Paolo Egineta per le sostanze medicinali, Brasavola per l’erba kali. La duplice vocazione del testo – insieme filosofico-naturale e pratico-operativo – testimonia il momento in cui la chimica comincia a svincolarsi dalla sola alchimia, pur restando immersa in un linguaggio di potenze, parti rarefatte e essenze. L’edizione del 1554 aggiunge la descrizione dettagliata della raccolta del salnitro; la versione del 1560 integra la distillazione dell’olio di vetriolo. Attraverso frasi spesso ellittiche e vocaboli ostici, Cardano consegna un inventario della materia minerale che servì da ponte per le generazioni successive.
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32 Le esalazioni, i metalli e le pietre: genesi minerale nel Libro V del De Subtilitate
Cardano espone una teoria unitaria sulla formazione dei minerali, in cui le piogge e le esalazioni sotterranee generano metalli e corpi intermedi, descrivendo una serie di sostanze dai caratteri peculiari e spesso velenosi.
Il brano prende avvio da un dato concreto della tecnica: “An alloy of lead, tin, and antimony became customary as ‘type metal.’” – (fr:8244) [“Una lega di piombo, stagno e antimonio divenne d’uso comune come ‘metallo per caratteri’.”]. Da questo riferimento alla pratica tipografica, l’autore si addentra immediatamente nella causa prima dei corpi minerali. L’origine di tali sostanze è ricondotta a un meccanismo di precipitazione ed esalazione: “So take all these showers as together the cause of these items, and from their descent metals too, stones, plants, animals, and particularly fishes are generated, extracted by the exhalation and by the metals’ power.” – (fr:8252) [“Si prendano dunque tutte queste piogge come causa congiunta di questi elementi, e dalla loro discesa sono generati metalli, pietre, piante, animali e specialmente pesci, estratti dall’esalazione e dalla potenza dei metalli.”].
Le cime dei monti diventano il luogo in cui tale materia si deposita e si trasforma progressivamente in metallo. Cardano scrive: “Indeed, on mountain surfaces such things abound, coloured and burnt up, and with time they pass over into metal, and contain metal, being separated from the matrix.” – (fr:8253) [“In effetti, sulle superfici dei monti tali cose abbondano, colorate e bruciate, e col tempo passano in metallo e contengono metallo, una volta separate dalla matrice.”]. La «matrice», che il commentatore definisce come “una pietra unita a un metallo” (fr:8265), agisce da grembo; quando il processo non giunge a compimento, resta una materia imperfetta, paragonata a una mola uterina o a seme versato in luogo estraneo: “Thus material of this sort is like a mole in relation to a fetus, and like semen poured out on an alien site.” – (fr:8254) [“Così un materiale di questo tipo è come una mola in rapporto a un feto, e come seme versato in un luogo estraneo.”]. La metafora biologica sottolinea il carattere organico della crescita minerale.
All’interno di questa gerarchia della materia, Cardano colloca numerosi minerali intermedi. Il Cisum, di etimologia incerta e forse germanica, sta fra la pirite e la galena. Dalla pirite stessa derivano sory, melanteria, chalcitis e misy. La melanteria è descritta come il “nero dei calzolai” e viene ascritta alla famiglia del vetriolo. L’autore ne nota acutamente la composizione: “It is obvious that there is alum in shoemaker’s blacking; if its clay is dissolved in water, the alum in it solidifies, and the blacking’s oil emits the smell of alum.” – (fr:8259) [“È evidente che c’è allume nel nero dei calzolai; se la sua argilla viene sciolta in acqua, l’allume in essa si solidifica, e l’olio del nero emette odore di allume.”]. L’osservazione della componente bluastra che vi risplende e la capacità di separare l’allume per dissoluzione mostrano un approccio empirico ante litteram.
Dalla pirite e dall’argento si genera una cadmia chiamata cobalto, celebre per la sua causticità. “This is so corrosive that it burns the feet of the miners; the reason is the heat, which is considerable but medium.” – (fr:8261) [“Questo è così corrosivo che brucia i piedi dei minatori; la ragione è il calore, che è considerevole ma medio.”]. Il calore moderato spiega perché la sostanza resti nel sottosuolo e possa essere scavata; un calore eccessivo la espellerebbe. Anche le miniere della valle Joachimica mostrano rocce che, pur fredde per natura, si scaldano a contatto con bitume, zolfo o succhi acre. Cardano osserva inoltre che la pirite presenta talvolta forme geometriche regolari, come dadi e cubi, quasi la natura gareggiasse con l’arte. Ne esiste una varietà fulva detta “aurea”, e una plumbea e squamosa, l’antimonio (o stibium), da cui si estrae “a red oil … very pungent; the oil smells of sulphur, and retains sulphur’s power.” – (fr:8283) [“un olio rosso … molto pungente; l’olio odora di zolfo e conserva la potenza dello zolfo.”]. L’antimonio ha pochi usi a causa della sua crassitudo, che può intendersi come densità, mentre la pirite viene ritenuta capace di “ridurre la milza”.
Sul piano teorico, per Cardano la pirite è la sostanza immatura del rame, e l’antimonio quella del piombo. A riprova, la vasta miniera di pirite presso Trieste nei monti Ocris è talmente estesa che, se la pirite fosse solo un’esalazione del rame, l’intera montagna dovrebbe consistere di rame. “In fact pyrites appears to be the immature substance of copper, not its exhalation” – (fr:8286) [“In realtà la pirite appare la sostanza immatura del rame, non una sua esalazione.”]. La distinzione tra materia immatura ed esalazione è per l’autore dirimente.
La cadmia (ossido di zinco, non cadmio) si presenta giallo zafferano, adatta per l’aurichalcum, e una sua varietà scavata ad Annaberg, quando bruciata, “smells - indeed, stinks - of garlic” – (fr:8287) [“odora – anzi, puzza – di aglio”]. I metalli possono nascondersi in altri “metallici”: l’argento si trova talvolta nell’antimonio ed è separabile solo col fuoco. L’antimonio fuso passa in una sorta di piombo che viene detta “quarta specie”. Analogamente, la chrysocolla è un succo che contiene oro, il cui nome allude all’uso come saldatore per il metallo nobile. Cardano distingue i prodotti che nascono dalla materia dei metalli (pirite, antimonio) da quelli che derivano dai metalli già formati, come il verderame, il copperas, le acque stigie. “Thus some are made from the matter of metals, others from the metals themselves” – (fr:8310) [“Così alcuni sono fatti dalla materia dei metalli, altri dai metalli stessi.”].
L’ultima parte è riservata all’orpimento e ai suoi affini. Tre sono le varietà: la nativa giallo zafferano; la bianca, detta arsenico; e una translucida e pessima, il rosagallum. L’orpimento sembra promettere oro, ma “cost exceeds the profit” – (fr:8312) [“il costo supera il profitto”], un ammonimento che richiama la fallimentare cupidigia di Caligola. Il fuoco trasforma l’orpimento in realgar nel colore ma non nella sostanza. Cardano ipotizza che forme analoghe possano generarsi sottoterra non come specie compiute, bensì come scarto. “There are vivid colours in wastes, too, and such colours are also created by fire” – (fr:8337) [“Anche negli scarti vi sono colori vividi, e tali colori sono creati anche dal fuoco.”].
Tutti questi composti arsenicali sono veleni immediati, letali per piante, animali e uomini. Cardano aggiunge una drammatica testimonianza: “And not only mice, but even wolves that have eaten some of it and cannot drink water not only die, but are carried off into such rabies that they attack animals of their own species” – (fr:8341) [“E non solo i topi, ma perfino i lupi che ne hanno mangiato e non possono bere acqua non solo muoiono, ma sono colti da una rabbia tale che attaccano animali della loro stessa specie”]. Egli stesso dichiara di averne verificato gli effetti, benché l’esperimento sia rischioso se si espongono animali innocui o se questi trovano acqua e vanificano così il decorso letale.
Il testo è una testimonianza eloquente del sapere mineralogico rinascimentale, sospeso fra l’eredità classica di Teofrasto e Plinio e l’osservazione diretta delle miniere sassoni. La terminologia è ancora fluida: la cadmia copre diverse sostanze che solo più tardi saranno distinte (ossido di zinco, calamina, cobalto). La chrysocolla non è l’odierno silicato di rame, ma un borace per saldature. La melanteria è il solfato di ferro. Cardano ordina queste entità in una gerarchia che va dalle esalazioni ai metalli, passando per innumerevoli “succedanei” della natura, e il suo testo offre un affresco puntuale del linguaggio e dei concetti con cui il Cinquecento tentava di dominare il mondo minerale.
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33 La Natura Ingannevole della Materia: Veleni, Metalli e Mercurio nel “De Subtilitate”
Un’esplorazione delle forze occulte che consumano i metalli e delle straordinarie proprietà del mercurio, tra osservazione empirica e teoria alchemica.
Il testo analizza la natura ambigua di sostanze capaci di distruggere i metalli, distinguendo tra veleni immediati e agenti che operano per corruzione progressiva. Non si tratta solo di veleni evidenti, poiché “c’è orpimento in oro e argento, e ci sono le altre cose secche, come antimonio, verderame, zolfo” - (fr:8345) [But poison is not in these alone; there is &386 orpiment in gold and silver, and there are the other dry things, such as antimony, verdigris, sulphur…]. Questi materiali agiscono secondo un meccanismo preciso: “rimuovono la loro umidità, affinché non possano essere prontamente fusi; ma man mano che il fuoco procede, poiché non c’è nulla che si opponga a quella secchezza, la sostanza del metallo viene bruciata e si trasforma in fumo” - (fr:8345). Il principio attivo è la distruzione del legante umido che conferisce esistenza al metallo: “quando essa è consumata, il metallo stesso svanisce, perché non ha esistenza senza quell’umidità” - (fr:8347).
Viene proposta un’analogia tra il comportamento dei metalli e quello del legno. “I grossi nodi degli alberi non bruciano da soli, ma prendono fuoco se associati a legna aggiunta; allo stesso modo, l’umidità di oro e argento, inadatta di per sé a bruciare, prende fuoco e si consuma quando si aggiungono orpimento, zolfo e simili” - (fr:8348). La trattazione sulle sostanze velenose si conclude con un’immagine di corrosione subdola: “Tra la loro specie c’è dunque quella che raschia la pelle alle monete, proprio come un serpente spesso perde la sua pelle, rimanendone la forma” - (fr:8349).
L’attenzione si sposta poi su materiali di uso pratico e artistico. La crisocolla, ora chiamata borace, è “un tipo artificiale, solitamente fatto con allume scisso e sale ammoniaco” - (fr:8359), usato dai orefici per saldare l’oro. Di maggior pregio è la pietra azzurra, il lapislazzuli, “molto bella, di un blu cielo con macchie dorate che vi scintillano in mezzo” - (fr:8362), la cui natura “offre all’artigiano una meravigliosa opportunità quando viene incisa - abbellisce l’oro e rappresenta vesti o stelle” - (fr:8363). La sua resistenza è leggendaria: “Il colore della pietra azzurra non è rovinato dal fuoco né dall’acqua, e a malapena da qualsiasi passare del tempo. Perciò è in grande reputazione e costosa” - (fr:8372-8373). La causa di ciò risiede nella sua sostanza “molto compatta e di materia molto rarefatta” - (fr:8374), frutto di una cottura prolungata che ha eliminato i componenti inutili. Vengono menzionati anche il realgar, la terra siderale per tingere il vetro di blu, e una misteriosa terra verde metallica chiamata “clorogea”.
Il testo procede con le sostanze miste a metalli come la galena, descritta come composta da piombo imperfetto e terra, utilissima per facilitare la fusione dei metalli dalla loro matrice rocciosa. Tuttavia, il culmine della trattazione è il mercurio. Si descrive un metodo per localizzarlo: “All’alba in aprile o maggio, a cielo sereno, osservano i vapori che salgono sulle montagne, e una sorta di nube, che non sale più in alto, ma molto insignificante, e attaccata alla terra, per così dire. È così che gli esploratori raggiungono la località del mercurio” - (fr:8397-8398). Le sue proprietà sono straordinarie: pesantissimo e rarefatto, “non solo assorbe l’oro, ma si fa anche strada attraverso la pelle di daino, che è estremamente spessa” - (fr:8401).
Questo conduce al suo effetto più paradossale sul metallo nobile per eccellenza. “Certamente l’oro sparso sul mercurio diventa più fragile di un guscio d’uovo, cosicché sviluppa crepe da solo, e diventa del tutto simile anche al cemento più tenero” - (fr:8426). L’autore cita un aneddoto personale: dopo aver provato l’effetto su una coroncina d’oro, la ruppe in molti pezzi, avvertendo che chi indossa anelli d’oro deve evitare di sporcarli con il mercurio. La spiegazione risiede nella natura del metallo: “il mercurio si fa strada a causa della sua sottigliezza, e compatta il metallo attraverso il freddo, così che diventa friabile” - (fr:8429). Il freddo estremo del mercurio è provato dal suo uso: “Così i Mori, e gli abitanti dell’Africa, in cerca di refrigerio nel caldo estremo, riempiono un vaso di pietra o legno con mercurio e vi mettono sopra una pelle - poi si sdraiano sulla pelle” - (fr:8432). La fragilità indotta è specifica dell’oro perché “è quasi solo, come mostreremo in seguito, nell’essere privo di una più densa untuosità; la sua umidità è molto rarefatta; ciò che è molto rarefatto e minimamente grasso gela molto prontamente” - (fr:8435).
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34 Mercurio, proprietà e testimonianza: il De Subtilitate di Cardano tra tensione superficiale e tossicità
Il brano, tratto dal Libro V del De Subtilitate di Girolamo Cardano, intreccia osservazioni di fisica, chimica e medicina in un’unica trama argomentativa, offrendo un esempio vivido di come la scienza cinquecentesca combinasse filosofia naturale, esperienza personale e annotazioni cliniche.
L’apertura del testo richiama un antico paradosso tramandato da Aristotele e poi da Agricola: l’acqua precedentemente riscaldata congela più rapidamente. Cardano (o il curatore) riporta il passo della Meteorologica: «Hailstones do sometimes occur in late summer, as we have said. If water has been previously heated, this contributes to the rapidity with which it freezes; for it cools more quickly» — (fr:8447-8448) [Le grandinate talvolta si verificano a fine estate, come abbiamo detto. Se l’acqua è stata precedentemente riscaldata, ciò contribuisce alla rapidità con cui gela; infatti si raffredda più in fretta.]. Viene precisato che Aristotele non sosteneva che l’acqua fosse ancora calda all’inizio del raffreddamento, ma solo che era stata riscaldata in precedenza (fr:8450). Il testo accosta a questo quesito una spiegazione moderna (discussa sul New Scientist nel 2006): l’acqua comune, specialmente quella “dura”, contiene sali che abbassano il punto di congelamento; il riscaldamento fa precipitare parte di questi sali, cosicché l’acqua precedentemente scaldata impiega meno tempo a ghiacciare, assumendo che entrambe le acque partano dalla medesima temperatura (fr:8452-8454). Resta tuttavia da chiarire quanto questo meccanismo sia realmente efficace (fr:8455).
Il corpo centrale del testo è dedicato al mercurio. Cardano lo presenta come una sostanza fredda e pesante, capace di penetrare i solidi e di “congelare” l’umidità dell’oro: «Since the coldness of mercury can make its way through solids (it is lacking in substance), it freezes the moistness of gold» — (fr:8456) [Poiché la freddezza del mercurio può attraversare i solidi (essendo privo di sostanza), congela l’umidità dell’oro.]. L’effetto è una fragilità simile a quella del ghiaccio, del legno o addirittura delle membra esposte a freddo intenso (fr:8457-8458).
Il mercurio, per la sua gravità, tende a riunirsi in un’unica massa rotondeggiante; è umido e grasso, e durante il movimento perde questa caratteristica rendendo più agevole il trasferimento verso un’unica sede (fr:8459-8460). Per la sua pesantezza e rotondità, esso scorre veloce e non trova mai quiete, da cui il nome argentum vivum (fr:8461-8462). L’analogia centrale è: «mercury is, so to speak, a metal not solidified; as ice is to water, so a metal is to mercury» — (fr:8463) [il mercurio è, per così dire, un metallo non solidificato; come il ghiaccio sta all’acqua, così un metallo sta al mercurio.]. Cardano lo descrive come una sorta di acqua condensata, non per calore né per freddo, ma per la presenza di una porzione terrea purissima e rarefatta che lo rende assai pesante, freddo, lucente e liquido; si tratta di un misto, non di un concreto solidificato (fr:8466).
Molto notevole è l’osservazione della tendenza a formare gocce sferiche. Mercurio e acqua, tra la polvere, si arrotondano per sfuggire al contatto con l’asciutto (fr:8469). La ragione geometrica è che «a sphere touches a plane only at a point» — (fr:8480) [una sfera tocca un piano soltanto in un punto.]. Sparsi su un tavolo polveroso, acqua e mercurio si radunano in sfere (fr:8481). Le grandi masse non lo fanno, ma nelle gocce la rotondità, con i bordi sospesi lateralmente e il peso sostenuto contro la teoria, è tenuta insieme da una lenta umidità («sluggish moistness»); poiché il mercurio forma sfere più grandi dell’acqua ed è più pesante, esso deve essere molto pigro (fr:8482). La nota del traduttore esplicita l’importanza del passo: «It is fascinating to watch the concept of surface tension being born!» — (fr:8495) [È affascinante assistere alla nascita del concetto di tensione superficiale!]. L’odio per l’asciutto e la viscosità persistente spiegano perché le particelle d’acqua mantengano la rotondità molto meno a lungo di quelle di mercurio (fr:8484-8485).
A questa trattazione fisica si salda una testimonianza autobiografica di notevole precisione. Durante un soggiorno presso la famiglia Negroli, celebri armaioli che doravano elmi, Cardano nota che un anello con giacinto portato al dito indice diventa spesso bianco (fr:8489-8490). Dapprima teme un avvelenamento, poi scopre che le macchie si lavano con sola acqua (fr:8506). Solo in seguito un ragazzo lo informa che il mercurio aderisce alle pareti della casa (fr:8509). Comprende allora che l’oro viene deturpato semplicemente passando in quell’ambiente, dove si indorano elmi di metallo, di cuoio e altri finimenti cavallereschi (fr:8510). L’osservazione è confermata da prove ripetute (fr:8511). Un dettaglio lo incuriosisce: dei cinque anelli che porta, solo quelli agli indici – uno a destra, uno a sinistra – sbiancano, mentre gli altri, al mignolo, restano indenni. Cardano deduce che gli anelli compromessi si trovano nella parte più alta della mano, senza protezione, e intercettano il vapore pesante che scende; gli altri sono riparati dalle altre dita (fr:8512-8513). Aggiunge un’ulteriore ipotesi: gli anelli all’indice erano di oro puro, mentre gli altri erano legati con smaltum, un vetro fusibile impiegato per decorazioni (fr:8514, 8522-8525). La concatenazione logica con cui distingue le possibili cause è una limpida applicazione di metodo empirico.
Da questa esperienza Cardano estende il discorso alla tossicologia. Il mercurio, sostanza rarefatta, emana un vapore sottile che, inalato, raggiunge il cervello e causa tremore, paralisi e tisi (fr:8515). Egli stesso dichiara: «I realised this from the evidence, because I have seen many goldsmiths who used to handle mercury, I reckon about a hundred, become emaciated» — (fr:8516) [Ho compreso ciò dall’evidenza, perché ho visto molti orefici, credo un centinaio, che maneggiavano il mercurio divenire emaciati.]. Coloro che mescolavano verderame e altri rimedi metallici subivano paralisi per indebolimento dei nervi oppure tremore, per l’ingresso del vapore metallico nei nervi (fr:8517). Cardano ritiene che tutti i metallici siano freddi e che agiscano raffreddando i nervi piuttosto che disseccandoli (fr:8518, 8528-8529). Il monito è esplicito: maneggiare il mercurio, specie vicino al fuoco, o semplicemente attraversare luoghi dove lo si lavora è pericolosissimo, provoca disturbi gravissimi da cui quasi nessuno guarisce (fr:8530).
Anche le donne che usano mercurio o sublimato come cosmetici perdono i denti, cui resta un aspetto squamoso e nero; il petto si stringe e il respiro diventa fetido (fr:8531-8532). Viene riferito il caso di una donna che, morta due anni prima per disturbi alla testa, presentava nel cranio due once di mercurio accumulatesi lentamente a causa dell’uso quotidiano del cosmetico (fr:8533-8534). Cardano non lo giudica sorprendente: il mercurio si trasforma in un vapore sottilissimo e può depositarsi nel cervello (fr:8535). La sua fluidità e la capacità di indebolire i nervi indicano che, in potenza, è umido più che secco, benché in atto si comporti come tale (fr:8537). Ciò che rimuove la sua umidità, come gli astringenti e le sostanze terrose, lo rinforza (fr:8538-8539).
Nel complesso, il testo offre tre livelli di interesse storico e scientifico. In primo luogo, la descrizione della coalescenza in sfere e della “lenta umidità” che le sostiene rappresenta un’intuizione precorritrice del concetto di tensione superficiale, rilevata anche dal commentatore moderno. In secondo luogo, il racconto dell’anello sbiancato costituisce un raro esempio di cronaca sperimentale personale, in cui uno scienziato del Cinquecento espone per filo e per segno il proprio percorso deduttivo. Infine, la documentazione clinica dei danni da mercurio su orafi, doratori e donne che ne facevano uso cosmetico costituisce una delle prime testimonianze organiche di patologia professionale e di mercurialismo cronico, ancorando l’osservazione alchemica a dati concreti e a un avvertimento pratico di salute pubblica.
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35 Mercurio e arte metallica nel De Subtilitate di Cardano
Un’indagine sulle proprietà del mercurio – tra solidificazione, potere corrosivo e pressione di vapore – si intreccia con la descrizione di minerali artificiali e ricette di laboratorio, testimoniando il connubio tra alchimia e tecnica nel Rinascimento.
Girolamo Cardano affronta nel Libro V del De Subtilitate la natura del mercurio e le possibilità di controllarne il movimento. Un primo nucleo di riflessioni riguarda la sua solidificazione. Cardano osserva che non è difficile arrestarlo, poiché altrimenti si trasmuterebbe in argento, ma la vera solidificazione richiede sostanze rarefatte che si mescolino completamente con esso. “So it is not hard to bring to a standstill, because it would pass over into silver if it were brought to a standstill; but since it is difficult to find something so rarefied as to be completely mixed with it, it is therefore solidified by sulphur, because sulphur’s very rarefied moistness burns” – (fr:8540) [Così non è difficile arrestarlo, perché se fosse arrestato si trasformerebbe in argento; ma poiché è difficile trovare qualcosa di tanto rarefatto da mescolarsi completamente con esso, viene perciò solidificato con lo zolfo, la cui umidità molto rarefatta brucia]. Lo zolfo agisce reagendo direttamente con il mercurio – una nota aggiunge che, strofinati insieme, producono il solfuro nero di mercurio (fr:8564). Anche altri corpi possono provocare la solidificazione: “And it is solidified by the substance of metals, since it absorbs that substance, and by smoke; it is solidified by some things, and by some things too it is restrained through tenaciousness” – (fr:8541) [Ed è solidificato dalla sostanza dei metalli, poiché l’assorbe, e dal fumo; è solidificato da alcune cose, e da altre è trattenuto per viscosità]. Non sorprende quindi che persino i succhi delle erbe possano rafforzarlo (fr:8542), o che la saliva, con la sua pigrezza, gli impedisca di scorrere: “On the same basis, it is prevented from flowing by saliva, because of its sluggishness” – (fr:8544) [Sulla stessa base, la saliva gli impedisce di scorrere per la sua viscosità]. Del resto, se il mercurio è già di per sé pigro, cosa c’è di strano nel fatto che venga frenato da un’altra sostanza pigra? (fr:8545).
L’autore introduce una distinzione cruciale tra l’essere solidificato e l’essere semplicemente trattenuto. “JEROME CARDANO and being restrained are different; whatever is solidified is restrained from movement—but not everything restrained from movement is forthwith solidified” – (fr:8552) [Girolamo Cardano – ed essere trattenuto è diverso; tutto ciò che è solidificato è impedito nel movimento – ma non tutto ciò che è impedito nel movimento è subito solidificato]. La solidificazione propriamente detta, cioè l’indurimento, esige quasi sempre l’aggiunta di zolfo o di un altro corpo (fr:8553), mentre il semplice trattenimento può avvenire con la sola saliva (fr:8554).
Il mercurio mostra anche un’aggressività distruttiva. “Then it kills trees because of its vast coldness and weight and power of corroding— slowly and not for certain, if it fails to reach the pith, but very fast and with certainty when it does reach it” – (fr:8555) [Poi uccide gli alberi a causa del suo immenso freddo, peso e potere corrosivo – lentamente e non con certezza se non raggiunge il midollo, ma molto rapidamente e con certezza quando lo raggiunge]. È inoltre un potente insetticida: “The same mercury slaughters flies, fleas, bedbugs, and all insects, especially along with black soap” – (fr:8556) [Lo stesso mercurio stermina mosche, pulci, cimici e ogni insetto, specie insieme al sapone nero]. Una nota spiega la natura di questo sapone: ““sapo”; Castelli remarks that “barbers and children know what it is”!“ – (fr:8565) [“sapo”; Castelli osserva che “barbieri e bambini sanno cos’è”!] e, secondo la stessa fonte, la ricetta più semplice univa grasso animale, cenere (da cui il colore scuro) e sale (fr:8568).
Segue una parentesi mineralogica sulla scoperta e la diffusione di minerali come il minio e il cinabro. Vi è chi nega che mercurio e minio fossero noti in Oriente già in antico (fr:8557). Cardano ricorda la vena di minio scoperta a Elbogano in Boemia (fr:8558), ma l’avvento del cinabro artificiale ne ha eroso il valore: “But the price and importance it once had departed with the introduction of manufactured cinnabar” – (fr:8559) [Ma il prezzo e l’importanza che un tempo aveva sono svaniti con l’introduzione del cinabro artificiale]. Il minio è paragonato al realgar, da cui si differenzia perché libera mercurio, da solo e ancor più se scaldato, e se il mercurio non viene separato lo riassorbe; il realgar, invece, non rilascia mercurio (fr:8560). Una nota chiarisce che il minium classico indicava sia il cinabro che il minio rosso, mentre il realgar è il monosolfuro di arsenico (fr:8571, 8576).
Un’altra proprietà notevole è la pressione esercitata dal vapore di mercurio quando è riscaldato in un contenitore sigillato. “I would like to record this too about mercury, that when enclosed in a glass or stone vessel and unable to breathe, it bursts the vessel when a vigorous fire is applied, just as gunpowder does and on the same principle, but with gentle heat it shakes it” – (fr:8562) [Vorrei ricordare anche questo sul mercurio: quando è chiuso in un vaso di vetro o di pietra e non può respirare, fa scoppiare il recipiente se esposto a un fuoco vigoroso, proprio come la polvere da sparo e per lo stesso principio, ma con calore moderato lo scuote]. Lo stesso principio spiega un’esperienza singolare: “So when a vessel containing mercury is inserted into a feverish animal, the animal goes into agitated movement, and ignorant people wonder what the reason is” – (fr:8579) [Così, quando un recipiente contenente mercurio viene inserito in un animale febbricitante, l’animale va in movimento agitato, e gli ignoranti si meravigliano di quale sia la ragione].
Cardano passa quindi a considerare come l’abilità tecnica possa imitare la natura. “So far, then, we have dealt with the nobler metallics that nature brings forth; but now let us see how far technical skill can emulate nature” – (fr:8580) [Fin qui abbiamo trattato dei metallici più nobili che la natura produce; ora vediamo fino a che punto l’abilità tecnica possa emulare la natura]. L’arte produce una lunga serie di sostanze artificiali: cinabro, sublimato di mercurio, precipitato, psoricum, smaltum, recrementum, lapis diphryges, cadmia, pompholyx, spodos, fiore di rame (fr:8582), e ancora scoria, vermicularis, stomoma, ruggine, azzurrite, biacca, sandix, ocra, plumbago, schiuma d’argento, purpurina, vetro (fr:8621).
Di queste, il testo offre ricette precise. Per il cinabro artificiale: “On cinnabar: put sulphur in a jar, melt it, add twice as much mercury, keep mixing with it on the fire till no appearance of mercury is visible” – (fr:8622) [Sul cinabro: metti zolfo in un vaso, fondilo, aggiungi il doppio di mercurio, mescola continuamente sul fuoco finché non è più visibile mercurio]; si lascia raffreddare, si riscalda di nuovo gradualmente finché non scricchiola più e si fonde a fuoco intenso fino a ottenere un fumo rosso (fr:8623‑8625). Il prodotto “does well for writing and painting with a red colour, and rivals native cinnabar” – (fr:8626) [Va bene per scrivere e dipingere con un colore rosso, e rivaleggia con il cinabro nativo].
Per il sublimato di mercurio, Cardano non esita a usare nomi comuni. “Argentum is sublimed in this fashion: I refer to ‘argentum vivum,’ and am not ashamed to use the barbarous name; but if you prefer Latin, it will be called ‘smelted silver,’ though this is not so clear” – (fr:8627) [L’argento viene sublimato in questo modo: mi riferisco all’“argento vivo” e non mi vergogno di usare il nome barbaro; ma se preferite il latino, sarà chiamato “argento fuso”, sebbene sia meno chiaro]. La procedura prevede: “Put equal weights of mercury and cobbler’s blacking into a mortar, and mix it with pungent white vinegar to the point that the mercury has stopped being visible; then smelt it in a glass vessel stopped up with clay till it solidifies” – (fr:8628) [Metti pesi uguali di mercurio e nero di calzolaio in un mortaio, mescola con aceto bianco pungente finché il mercurio non è più visibile; poi fondi in un vaso di vetro sigillato con argilla fino a che solidifichi]. Se del materiale non si aggrega, si ripete l’operazione con altro aceto (fr:8629).
L’estratto riflette perfettamente la mentalità del XVI secolo, in cui l’osservazione empirica del comportamento della materia – la reattività con lo zolfo, la tensione di vapore, la tossicità – conviveva con il linguaggio alchimistico e con la pratica di laboratorio. La minuziosa elencazione di metallici artificiali e le ricette per il cinabro e il sublimato mostrano un sapere tecnico maturo, sospeso tra farmacopea, metallurgia e arti decorative, che Cardano presenta con il dichiarato intento di mostrare come l’ars possa gareggiare con la natura.
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36 Sostanze Metalliche e Pigmenti nel De Subtilitate di Cardano
Un compendio di ricette e osservazioni su metallici, colori e loro sottoprodotti, tra alchimia pratica e nascente scienza moderna.
Il testo si addentra nella natura e nella preparazione di una varietà di sostanze metalliche e pigmenti, offrendo uno spaccato dettagliato della conoscenza tecnico-scientifica del XVI secolo. Non si limita a elencare materiali, ma fornisce precise istruzioni operative, valutazioni comparative e annotazioni terminologiche che rivelano una mente attenta alla sistematizzazione del sapere empirico. L’opera si inserisce in un contesto storico in cui il sapere degli antichi (come Teofrasto) viene riletto e integrato con le pratiche di bottega, dando vita a un trattato che è al contempo testimonianza di un’epoca e manuale tecnico.
L’analisi parte da una premessa storica sulla disponibilità dei pigmenti blu. Viene infatti citato lo studio di Caley e Richards su Teofrasto, che nel III secolo a.C. riconosceva la stabilità di soli tre blu: “Caley and Richards point out that in the third century B.C., in the time of Theophrastus, there were only three stable blue pigments available: lapis lazuli, azurite, and an artificial one called ‘frit’” - (fr:8639). Su questa base, il testo introduce sostanze di uso comune all’epoca, come i derivati del piombo. Si parla della “cerussa” (biacca) e della sua versione calcinata, “A product derived from the burning of white lead; Castelli gives ‘cerussa usta’” - (fr:8642), nonché del litargirio, identificato come “argenti spuma,” or litharge; the lead monoxide formed when air is blown over a molten silver-lead alloy - (fr:8644).
Particolare rilievo è dato alle preparazioni a base di mercurio. Viene descritta la ricetta della “purpurina”, una complessa distillazione che coinvolge biacca, mercurio, sale ammoniaco e zolfo finemente macinati, dove infine “what is still at the bottom is called purpurina” - (fr:8647). Ancora più dettagliata è la produzione del precipitato rosso, a partire da mercurio. La procedura prevede la distillazione di allume, calcanto e sale per ottenere un’acqua corrosiva, in seguito combinata con il mercurio stesso. La fase finale è vividamente descritta: “Breaking the vessel, collect the material left over once more, and pound it very finely on the same table… put a strong fire under it, mix it with a bronze stick and stir for two hours, till it takes on nearly the brightness and redness of minium” - (fr:8659-8660). L’autore non si esime da un giudizio pratico e spietato sull’uso cosmetico di tale composto: “similarly, people use smelted silver as a cosmetic; 4·19 it does whiten, and adds radiance to women’s faces. It does loosen the teeth and produces foul breath” - (fr:8662-8663). L’effetto effimero dello splendore facciale, pagato con la perdita dei denti e l’alito cattivo (“foetor oris”, fr:8679), è un dettaglio peculiare che unisce cronaca, medicina e costume.
Proseguendo nella rassegna, il testo esplora i prodotti secondari della metallurgia, distinguendoli con precisione terminologica. La scoria è definita “recrementum” - (fr:8705), e di essa si nota pragmaticamente che “dross from silver and gold gets smelted a second time, in case anything people are greedy for is lost” - (fr:8689). La cadmia si forma durante la fusione “adhering to the furnace like a bunch of grapes” - (fr:8694), mentre la pompholyx si attacca alle pareti “very like little brushes of wool” - (fr:8697). Emerge una sottile gerarchia e confusione terminologica tra pompholyx, spodos e la cosiddetta “tutia”: “It is called Tutia by common people. But the name ‘Tutia’ also means ‘Spodos’” - (fr:8698-8699). Il testo fa chiarezza specificando che lo spodos, meno puro, proviene da “furnaces, in which metals are separated, and it solidifies in the smoke of gold, silver, and lead mixed with earth” - (fr:8701).
L’attenzione si sposta infine sul rame e i suoi derivati, con un confronto serrato tra verderame e ruggine. Mentre il fiore di rame si raccoglie come acqua colata dal metallo incandescente, la scaglia si stacca sotto i colpi del martello e il verderame si produce artificialmente esponendo rame a vapori d’aceto. La vera differenza concettuale tra verderame e ruggine sta nella loro natura fisica e conseguenza cromatica. Il verderame possiede particelle rarefatte e calde, quindi è corrosivo e di colore attraente; la ruggine del ferro ne è priva. Da questa osservazione scaturisce un principio generale sul colore: “the colour resides in the more subtle substance, if it is not shiny black, and since rarefied substance cannot be mixed with compact except through nature’s favour… every colour (except shiny black) is labile” - (fr:8723). Il colore, fugace per natura, trova stabilità solo nel nero lucido, definito come privazione di luce in una sostanza terrosa. All’apice di queste preparazioni artigianali si collocano sostanze composite come il “vermicularis” — ottenuto da una mistura di rame di Cipro, aceto e orina fermentata al sole “while the Dog Star roasts the earth” — e uno smalto per oreficeria, “a sort of glass with which cavities in gold are filled up, and is of various colours and outstanding charm” - (fr:8686).
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37 La fabbricazione dei pigmenti, dei metalli e del vetro nel De Subtilitate di Girolamo Cardano
Un manuale di tecnica artistica e metallurgica che svela i procedimenti per ottenere colori artificiali, la natura dei metalli e la straordinaria fragilità del vetro, in un continuo intreccio tra pratica di laboratorio e riflessione filosofica.
Il testo illustra con precisione la preparazione di diversi pigmenti e materiali di origine metallica, descrivendo procedimenti che combinano sostanze come argento vivo, aceto e sterco di cavallo. Si comincia con la produzione del caeruleum (azzurrite artificiale): si deve sospendere un bastone sopra un vaso contenente aceto, senza toccarlo, poi coprire il tutto con sterco equino tiepido. Dopo venti giorni si estrae il caeruleum dall’argento e, se necessario, si spalmano le lamine d’argento con mercurio (“smear the sheets of silver with mercury” - fr:8742 [spalmare le lamine d’argento con mercurio]). Trascorsi altri venti giorni, si raschia il deposito formatosi e lo si pone in un recipiente spalmato di schiuma d’argento (litargirio) per una leggera cottura; infine lo si lava con acqua di sorgente gelata e lo si fa asciugare al sole (“wash it with chilled spring water, to get the powder off, and dry it in the Sun” - fr:8744 [lavarlo con acqua di sorgente gelata, per rimuovere la polvere, e asciugarlo al sole]).
La biacca (cerussa) si ottiene mettendo aceto pungente in un recipiente, poi collocandovi sopra ramoscelli e sottili lamine di piombo del peso di una libbra, il tutto sepolto nello sterco equino. Dopo venticinque giorni si raccoglie la biacca, oppure, se si vuole essere più diligenti, dopo i primi dieci giorni si raschia la biacca formata, si rimettono le lamine e si ripete l’operazione per tre volte (“after the first ten days scrape off the white lead, and put the sheets back, and repeat thrice” - fr:8747 [dopo i primi dieci giorni raschiare la biacca e rimettere le lamine, ripetendo tre volte]). Una variante lucida e adatta alla cosmesi, importata dalla Spagna, prevede invece di porre fogli di piombo lucido (stagno) nell’urina e distillarla, trasformando il piombo in biacca.
Dalla biacca deriva la sandice (sandyx), un pigmento di un attraente colore rossastro. La si produce collocando la biacca in un piatto di ferro e scuotendola vicino al fuoco fino a farla diventare rossa e incandescente (“shake near a fire long enough for it to turn red and glow” - fr:8751 [scuotere vicino al fuoco tanto da farla diventare rossa e rendere incandescente]). Cardano, richiamando anche un verso di Virgilio (“Of itself sandix will clothe the grazing lambs” - fr:8753 [Di per sé la sandice vestirà gli agnelli al pascolo]), chiarisce che la migliore sandice si ricava dalla migliore biacca. L’ocra pallida si forma analogamente, fondendo piombo nero in un recipiente fino a ottenere un colore simile all’ocra nativa, che è di tinta fiammeggiante; la si può produrre anche arrostendo ocra rossastra.
Dal raffinamento del piombo separato dall’argento nascono litargirio e piombaggine (plumbago). Il litargirio, o schiuma d’argento, è piombo impuro che conserva una certa potenza dell’argento; la varietà fulva è detta “aurea”. La piombaggine ha un aspetto esterno simile al litargirio, ma la parte inferiore è di color cenere e quella mediana mista, e ridotta in polvere diventa rossiccia (“its lowest part of an ashy colour, its middle part of a mixed one. When it is reduced to powder, it turns out, so to speak, ruddy” - fr:8778-8779 [la sua parte più bassa di colore cenere, quella mediana mista. Quando è ridotta in polvere, risulta, per così dire, rossastra]).
La purpurina è descritta come un pigmento di colore sabbioso, simile all’oro se di alta qualità, ma poco resistente alle intemperie (“does not resist the weather” - fr:8781 [non resiste alle ingiurie del clima]). Si prepara con parti uguali di biacca e mercurio, più sale ammoniaco e zolfo in proporzione di un sesto o un quarto rispetto ai precedenti. Sale e zolfo vengono finemente macinati; la biacca è ridotta a fogli sottilissimi e amalgamata col mercurio. Il tutto si mescola in un vaso di vetro e si distilla: ciò che rimane sul fondo è la purpurina.
Cardano distingue due componenti in ogni materia metallica prodotta dall’arte: una rarefatta e ignea, che solitamente brucia e conferisce un colore notevole, e l’altra terrosa e molto essiccante. I metalli artificiali servono a tre scopi: la cura del corpo umano, la pittura e la contraffazione di metalli o gemme; un quarto uso, escluso dalla trattazione, è la preparazione di veleni.
Un prodotto eccezionale dell’arte è il vetro, che riesce a riunire in sé trasparenza e molteplicità di colori – bianco, azzurro, nero, porpora, verde – tutti insieme, imitando la natura di una gemma. L’autore ricorda di aver visto un vetro così scelto per brillantezza e varietà di colori da emulare un’agata a rilievo, lavorato con cera non più sottilmente. Da questa meraviglia scaturisce una riflessione sulla fragilità umana: la vita dell’uomo è molto più fragile del vetro, perché il vetro si rompe solo per un urto esterno, mentre la vita umana può spezzarsi da sé (“human life is much more fragile than glass, and especially as it breaks of itself, while glass needs an external attack” - fr:8802 [la vita umana è molto più fragile del vetro, e specialmente poiché essa si spezza da sé, mentre il vetro ha bisogno di un attacco esterno]). Cardano ricorda anche come dal vetro si possano fabbricare strumenti musicali dal suono dolce, effimeri al pari di un colore attraente o di una voce soave, destinati a perire in un istante per un piccolo incidente.
Il vetro deriva da tre pietre: una chiara (sabbia), il sale di cali e la pietra stellata, tutte macinate e fuse in grandi vasi grazie a un fuoco intenso, per poi essere lavorate in forni più piccoli.
Conclusa la rassegna delle sostanze ottenute per artificio, l’esposizione si volge ai metalli, definiti “cose perfette” insieme alle pietre. I metalli nativi sono sette: oro, argento, elettro (lega d’oro e argento), rame, rame ciprio, piombo e ferro. L’arte ne produce altri quattro innaturali: acciaio, stagno, oricalco e, ancora, rame ciprio, per un totale di undici sostanze metalliche. Cardano sottolinea la necessità di una grande sottigliezza per dimostrare che questo è il numero esatto e che non se ne danno di ulteriori.
La distribuzione geografica dei metalli riflette un ordine cosmico: l’oro e i metalli più perfetti si trovano in Oriente, mentre il ferro abbonda in Occidente. La ragione è che l’Oriente è più caldo e umido, condizione che favorisce una migliore “cozione” e generazione della materia. I vapori del mare trasportati da Est vengono cotti dal movimento del Sole e danno origine a gemme, oro, argento e a tutto ciò che diletta il genere umano; a Occidente, invece, gli stessi vapori sono spinti verso l’Oceano senza poter essere adeguatamente maturati dal calore solare (“the sea’s vapour is carried from the East over the earth, and concocted by the Sun’s movement; in the West it is carried off towards the Ocean” - fr:8822 [il vapore del mare è trasportato dall’Oriente sopra la terra e cotto dal moto del Sole; in Occidente è portato via verso l’Oceano]). Questa spiegazione unisce la pratica alchemica alla filosofia naturale, facendo della geografia una conseguenza diretta della fisiologia terrestre.
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38 La generazione, la trasmutazione e le proprietà dei metalli nella «De Subtilitate» di Girolamo Cardano
L’indagine rinascimentale sui metalli oscilla tra l’azione vivificante del Sole, l’osservazione diretta delle miniere e dei fiumi, e il sogno alchemico della trasmutazione.
Girolamo Cardano apre la sezione dedicata ai metalli richiamando l’influenza del moto solare sulla Terra: “JEROME CARDANO point is that the Sun’s motion imposes a similar power on the earth from its eternal rotation, so that the beginnings of things come from the East.” – (fr:8834) [Il punto di Girolamo Cardano è che il moto del Sole impone un simile potere sulla Terra dalla sua eterna rotazione, cosicché gli inizi delle cose provengono da Oriente.] I raggi mattutini sono dunque più benefici di quelli serali (fr:8835), mentre la presenza o l’assenza di montagne modula umidità e calore: se i monti mancano a occidente, i raggi del tramonto risultano carichi di umidità, ma quando l’aria è già rovente, le cose già arse non possono sperare alcun sollievo (fr:8836). Al contrario, “mountains in the West keep the Sun away from the same direction, and what faces them burns, and these mountains are worse than a plain” – (fr:8837) [i monti a occidente tengono lontano il Sole dalla medesima direzione, e ciò che vi è rivolto brucia, e tali monti sono peggiori di una pianura.] La Terra, inoltre, è illuminata molto prima a oriente, giacché nel mare non esistono montagne mentre sulla terraferma abbondano (fr:8838).
Tornando al numero dei metalli, Cardano ne dà una definizione operativa: “a metal is anything that is ductile and hard; wax and clay are ductile, but not hard; conversely, stones and pyrites are hard, but cannot be drawn out” – (fr:8840) [un metallo è qualsiasi cosa duttile e dura; la cera e l’argilla sono duttili ma non dure; al contrario, le pietre e le piriti sono dure ma non possono essere trafilate.] Svaluta poi la corrispondenza planetaria dei sette metalli, chiedendosi retoricamente chi possa credere che quei sette si accordino con il numero dei pianeti, per quanto si potrebbero assegnare oro al Sole, argento alla Luna, elettro a Mercurio, ferro a Marte, piombo a Saturno, rame a Venere e rame cipriota a Giove (fr:8841-8842). Propone invece una classificazione fondata su purezza e durezza: l’oro è perfetto, molle e puro; l’argento è puro ma duro; il ferro è duro e impuro; il piombo è molle e impuro (fr:8843). L’elettro risulta una lega d’oro e d’argento (fr:8844); il rame cipriota unisce rame e ferro e, analogamente ai muli, diviene più duro di entrambi i componenti (fr:8845). Il rame stesso è considerato “iron better concocted, and of stronger heat, so that sulphur smells more. The evidence is that iron passes over into copper” – (fr:8846-8847) [ferro meglio digerito, e di calore più forte, cosicché lo zolfo odora di più. La prova è che il ferro si trasforma in rame.] A sostegno di questa trasformazione cita la testimonianza di Agricola: presso Smolinitium in Pannonia esiste un pozzo dove l’acqua, incanalata in tre condotti, trasforma il ferro in rame, fenomeno mostrato a Cardano come un prodigio (fr:8848). (La nota 8858 identifica Smolenice come un villaggio nella Slovacchia occidentale.)
La possibilità di trasmutazione si amplia quando Cardano spiega che frammenti rarefatti mutano in argilla, la quale, cotta dai fuochi, diventa rame purissimo (fr:8860). Ferro e rame condividono la medesima materia, cosicché il ferro “passes over into copper when more fully concocted and impregnated” – (fr:8862) [si trasforma in rame quando è più pienamente digerito e impregnato.] Da tali osservazioni “that so celebrated problem arose: can metals be transmuted into each other through the intervention of technical skill?” – (fr:8864) [sorse quel celebratissimo problema: i metalli possono essere trasmutati l’uno nell’altro mediante l’intervento dell’abilità tecnica?] Ma prima di sciogliere il quesito occorre provare la superiorità dell’oro.
L’oro si genera in molteplici modi: mescolato con sabbia in Boemia, a Ligis, nei torrenti presso Goldeburg e la Valle dei Giganti, e sulle rive del Ticino e dell’Adda; oppure in pietre argentifere, come al colle di Montisregium, dove da una libbra d’argento fuso si ricava almeno mezza oncia d’oro (fr:8866). Cardano riferisce che Alberto Magno menziona oro nelle pietre solidissime e perfino “among the upper teeth of a human head, in the form of a very thin shaving” – (fr:8867-8868) [tra i denti superiori di una testa umana, sotto forma di una sottilissima lamella] – da cui dedurrebbe che l’oro si nasconda nei capelli umani. (In realtà, come chiarisce la nota 8879, Alberto parlava delle suture dentate del cranio, non dei denti in senso comune.) Cardano ipotizza piuttosto che l’oro si formi tra le pietre e venga trasportato dalle acque correnti, depositandosi nella sabbia e, per sedimentazione, persino tra gli interstizi di un teschio (fr:8868).
La natura dell’oro viene ulteriormente precisata: esso non si trova nelle profondità della terra, ma vicino alla superficie (fr:8884). Come i carboni che nascono sulle cime e si rinvengono alle radici dei monti, così l’oro compare nei letti dei fiumi tra le rocce (fr:8885-8886). “Thus though the most valueless metals are hidden in the depths of the earth and are generally impure, nature is generous and (so to speak) prodigal of gold, and has made the very surface the location of this pure metal, shimmering with its own colour, and in no need of fires or technical skill” – (fr:8887) [Così, mentre i metalli più vili sono nascosti nelle profondità della terra e generalmente impuri, la natura è generosa e (per così dire) prodiga d’oro, e ha fatto della superficie stessa la sede di questo metallo puro, splendente del proprio colore, e che non ha bisogno di fuochi o di abilità tecnica.] Sulle cime dei monti l’oro si genera per lo più misto a un po’ di rame; quando è immaturo, le acque montanti lo trascinano a valle, dove la sua sostanza solida viene “cotta”, sviluppata e portata a compimento, mentre l’erosione asporta il rame e le impurità (fr:8889-8890). I fiumi Adda, che esce dal Lago di Como, e Ticino, che esce dal Verbano, raccolgono sabbie, pietre e oro dai monti circostanti; “the gold is concocted at the bottom of the lakes, is perfected, and repurified” – (fr:8893) [l’oro viene digerito sul fondo dei laghi, è perfezionato e ripurificato.] L’oro puro è dunque generato dalla potenza del Sole sulle alte vette, spesso mescolato ad argento e rame, e richiede fuoco e arte per essere separato (fr:8894-8895). Lo si può inoltre recuperare da oggetti dorati, abiti, o disseppellendolo e ripescandolo (fr:8896).
Tre sono le modalità di raccolta: “either by converting what was already in the open, and in a lump, or by separating it from the other metals among which it lies hidden, or by gathering it pure” – (fr:8904) [o convertendo ciò che era già esposto e in massa, o separandolo dagli altri metalli tra cui è nascosto, o raccogliendolo puro.] L’Italia coeva non produce oro puro, tranne quel poco scoperto fra le sabbie del Ticino e dell’Adda (fr:8905). In Germania si scavano pozzi d’argento profondi cinquecento orgie (circa 900 metri) (fr:8907). Le pepite locali raggiungono la grandezza di una nocciola, come avviene ad Aldeburg nei Carpazi e a Slota (fr:8908). Ben più impressionante è la testimonianza di Gonzalo Fernández de Oviedo: in Perù fu dissotterrato un masso d’oro obrizo di 42¾ libbre (fr:8909), e sono comuni pezzi di quattro o addirittura sette libbre, segno di una natura prodiga, benché quelle regioni difettino di ferro (fr:8910-8911).
Infine Cardano indaga la lucentezza e la traslucenza. L’oro splende più di tutti, seguito da argento, rame, biacca, elettro (meno dell’oro ma più dell’argento), rame cipriota, ferro, piombo nero (fr:8912-8913). “For glinting is the product of pure moistness, light and solid, in which the light is collected as it is in mirrors” – (fr:8914) [Poiché il luccichio è il prodotto di un’umidità pura, leggera e solida, in cui la luce è raccolta come negli specchi.] L’unico metallo talvolta traslucido è l’argento crudo di colore rosso, simile a un carbonchio, da cui si ricava un materiale affine al minio (fr:8915). La traslucenza esige che la luce possa attraversare la sostanza, come accade nell’aria e nell’acqua; la terra, al contrario, la blocca, e quando l’umidità è bruciata, la terrosità sfugge e la trasparenza scompare (fr:8917-8919).
Il brano, tratto dal Libro VI del De Subtilitate (1550), condensa lo sguardo di un naturalista del Cinquecento. Vi convivono l’eredità alchemica (la trasmutazione, l’azione del Sole, la cottura dei metalli), la classificazione empirica, il ricorso a testimonianze di prima mano e ad autorità come Agricola, Alberto Magno e Oviedo, e un abbozzo di geochimica fluviale. La tensione tra meraviglia e verifica, tra il “miracolo” e la prova razionale, fa di queste pagine un documento prezioso della scienza rinascimentale nel suo farsi.
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39 La natura dei metalli e la trasparenza nel De Subtilitate
Dalla duttilità dell’oro alla natura acquosa dei metalli perfetti e all’enigma della trasparenza, Cardano costruisce una teoria della materia fondata sull’osservazione artigianale e sulla deduzione logica.
Cardano indaga le proprietà dei metalli e delle sostanze trasparenti partendo da esperienze concrete. L’osservazione che “quando la corniola traslucida di Girolamo Cardano è posta in una lampada diventa opaca a causa della fuliggine che vi si mescola per la combustione in atto” (“JEROME CARDANO is translucent, when it is placed in a lamp it becomes opaque because of the soot which is mixed into it because of the burning going on.” - fr:8932) introduce il problema della mescolanza e dell’opacità.
Subito dopo enuncia un principio fondamentale: “Tutti i metalli perfetti sono di sostanza acquosa e rarefatta; solidificano con il freddo, come si è detto trattando del ghiaccio, e si liquefanno con il fuoco” (“All perfect metals are of watery and rarefied substance; they solidify with cold, as was said when we were dealing with ice, and they turn liquid with fire.” - fr:8933). E precisa che “essere liquido è proprietà della sola acqua tra gli elementi” (“Being liquid is a property of water alone among the elements.” - fr:8934), fornendo una prova ulteriore: la sostanza metallica “è consumata dal fuoco, e la sua parte terrosa scompare con l’acquosità” (“Added to the rest of the evidence that metallic substance is rarefied is this, that it is consumed by fires, and its notable earthy part vanishes with the wateriness.” - fr:8935).
L’estrema rarefazione della materia metallica è dimostrata da un’analisi tecnica delle leghe. Cardano osserva che “può esserci un’oncia d’argento in cento libbre di piombo” (“There may be an ounce of silver in a hundred pounds of lead” - fr:8937) e, se l’argento è uniformemente distribuito, “la milleduescentesima parte di uno scrupolo d’argento vi sarà anch’essa mescolata in modo uniforme” (“So the 1200th part of a scruple of silver will also be evenly mixed in.” - fr:8938). Ne ricava una conclusione sulla finezza della materia: “Questa è la cinquantesima parte di un grano, quindi il metallo deve essere di sostanza estremamente rarefatta” (“This is the fiftieth part of one grain, so the metal has to be of extremely rarefied substance.” - fr:8939). Un’oncia, precisano le note, è la ventiquattresima parte di uno scrupolo, che a sua volta corrisponde a 1,296 grammi (“The twenty-fourth part of an ounce (L&S), and there are 576 grains to an ounce; Chapman (How Heavy? 82) offers 296 gram as the equivalent.” - fr:8949-8950).
Una terza prova della rarefazione sta nell’effetto sproporzionato di minime quantità di impurità sull’oro: “due grani di ferro o rame, mescolati con l’oro in modo da essere poco più di un quarantesimo, ne alterano il colore e la durezza così tanto che quasi diresti che è qualcosa di diverso” (“There is also a third piece of evidence of the rarefied nature of metals: that two grains of iron or copper, mixed with gold so as to be a little more than a fortieth part, alter its colour and hardness so much that you would almost say it was something different” - fr:8942). L’oro puro “brilla moltissimo, ed è di colore fulvo, tenero e molto flessibile” (“pure gold glistens quite a lot, and is of a tawny colour, soft and very flexible.” - fr:8942), mentre “con appena un quarantesimo di ferro mescolato, diventa duro, nerastro e con la sua lucentezza smorzata” (“But with barely a fortieth part of iron mixed in, it gets stubborn, blackish, and with its brightness blunted.” - fr:8943).
Se tutti i metalli sono acquosi, argomenta Cardano, dovrebbero essere anche rarefatti, combustibili o mescolati con terra, visto che non sono traslucidi. La compattezza non è un ostacolo, “poiché diamante e cristallo sono compatti e traslucidi” (“Compactness can be no obstacle, since diamond and crystal are compact and translucent.” - fr:8945). Introduce quindi un’analogia con la feccia d’oliva, il residuo acquoso dopo la spremitura (“amurca” - the watery residue after expression of the oil from olives. - fr:8952): se se ne mescola una piccola parte con molta acqua, “l’acqua diventerà rossa e resterà traslucida, ma non tanto quanto lo era prima” (“If then you have mixed a tiny part of dark opaque olive dregs completely with much water, the water will turn red and stay translucent, but not so much so as it was before.” - fr:8946). Applicando il principio all’argento, che è nero per natura — come si vede dalla macchia che lascia maneggiandolo (“silver is in itself black, as is obvious to those handling it, from the stain” - fr:8947) — questo, mescolato con umore acqueo, “diventerà rosso e traslucido, poi incandescente per il luccichio dell’argento; e chiamiamo questa mistura carbonchio per la somiglianza” (“it will turn out red and translucent, then glowing because of the glint of silver; and we call this mixture a carbuncle from the resemblance.” - fr:8947, 8956). Una nota dei curatori osserva che Cardano si discosta dalla fonte, Giorgio Agricola, trattando l’argento come nero per natura anziché bianco secondo la tradizione (“Nenci notes that Cardano diverges from his source, Georgius Agricola, in treating silver as black by nature, rather than the traditional white.” - fr:8954). Se la feccia d’oliva è troppa, l’acqua diventa opaca e nera; allo stesso modo, se la proporzione d’argento è eccessiva o impura, la mistura “non sarà traslucida” (“But if it were either blackish or more plentiful than in proportion to the aqueous part, or impure, it will not be translucent.” - fr:8958).
Cardano è soddisfatto della spiegazione su “perché ciò che è traslucido debba essere rosso, e sui suoi costituenti” (“Quite enough has been said on why what is translucent has to be red, and on its constituents.” - fr:8959). E osserva che nulla impedisce ad altri metalli derivati dal piombo o dal rame di essere traslucidi, “ma questo è un evento raro, a causa della loro impurità; l’argento è infatti più puro del rame e del piombo” (“there is nothing to prevent other metallics derived from lead or copper being translucent, but this is a rare event, because of their impurity; silver is in fact purer than copper and lead.” - fr:8960). Su questa base, conclude, “è possibile fabbricare gemme false” (“Accordingly, on this basis it is possible to manufacture fake gemstones.” - fr:8961).
Il discorso si amplia poi in una rassegna di sostanze traslucide. Tra le pietre lo sono la magnesia, l’armatura (la superficie lucente di conchiglie fossili, come la madreperla o pirite sostitutiva, “this word means the bright shiny surface of fossil shells, either original nacre or replacing pyrite and marcasite” - fr:8976-8977), la specularis lapis (forme trasparenti di mica o gesso usate per finestre, “A transparent stone, mainly forms of mica or gypsum, used for windows etc.” - fr:8978) e il fiore di gesso. Il solo marmo pienamente attraversabile dalla luce è il phengites (“only phengites is in general terms and completely penetrable by light” - fr:8964), una pietra dura come il marmo, bianca e traslucida anche dove presenta vene gialle, scoperta in Cappadocia all’epoca di Nerone e chiamata “pietra luminare” (“During Nero’s principate there was discovered in Cappadocia a stone as hard as marble, white and, even where deep-yellow veins occurred, translucent . . . called ‘phengites’ or the ‘Luminary Stone’” - fr:8987). Sono traslucide numerose gemme, tanto che molti credono “che ciò che non è traslucido non dovrebbe essere chiamato gemma” (“many people believe that what is not translucent should not be called a gemstone.” - fr:8965), e tutti i vetri. Tra i succhi: sale, allume, nitro e il nero dei sarti. La terra, invece, non può essere traslucida: se mescolata con acqua cesserebbe di essere terra, solidificandosi in pietra (“No kind of earth is translucent; if one is mixed with much water, it would cease to be an earth - solidified by the moistness, it would be turned into a stone” - fr:8968), e anche le gemme e il nitro, se ridotti in polvere, perdono la loro trasparenza perché “quando una terra non è coerente ma molto rarefatta, non può essere traslucida” (“So when an earth is not coherent but very rarefied, it cannot be translucent.” - fr:8970).
Tornando all’oro, Cardano ne annota l’odore: “Tra i metalli solo esso esala un leggero buon odore; l’argento viene dopo; il rame è il peggiore” (“It alone among the metals exhales a slight good smell; silver comes next; copper is worst” - fr:8972). La ragione risiede nel calore della generazione: “Poiché la sua sostanza è generata da un calore piacevole, nell’oro non rimane alcun odore sgradevole; ecco perché la sua generazione richiede il passaggio di molti anni; tutti gli altri metalli sono prodotti più rapidamente.” (“Because its substance is generated by pleasant heat, no nasty odour is left in gold; this is why its generation needs the passing of many years; all the rest of the metals are made more quickly.” - fr:8989). Da un calore moderato deriva una durezza lieve, perciò l’oro è tenero, “e tutto ciò che ha un buon odore sarà tenero, come lo è l’ambra” (“everything that smells good will be soft, as amber is.” - fr:8990).
L’ammirazione per la duttilità dell’oro e dell’argento fornisce misure precise che testimoniano la perizia degli artigiani. Un denario o scrupolo, pari a 24 grani d’argento, “è trafilato in un filamento di 134 piedi; questi sono circa cento braccia delle nostre unità” (“A denarius or scruple, 24 grains of silver, is drawn out into a filament of 134 feet; these are about a hundred brachia of our units.” - fr:8993). Ed è incredibile a dirsi che “una terza parte di un grano d’oro può circondare tutto questo” (“a third part of one grain of gold can surround the whole of this” - fr:8994). La ragione è che “due once d’oro sono stese su dodici libbre e mezza d’argento” (“two ounces of gold are spread over twelve and a half pounds of silver” - fr:8994). Con un calcolo diverso, “un’oncia d’argento in 3200 piedi (o 2400 delle nostre braccia), che sono racchiusi tutt’intorno da sei grani d’oro” (“An ounce of silver into 3200 feet (or 2400 of our brachia), which are enclosed all round by six grains of gold.” - fr:9027). Non meno mirabile è la sottigliezza dell’oro battuto a martello su foglie d’argento: “un’oncia d’oro ne copre otto d’argento in peso” (“an ounce of gold covers eight of silver by weight.” - fr:9029).
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40 L’oro nel De subtilitate: malleabilità, doratura e trasmutazione
Cardano esamina la capacità dell’oro di ridursi in foglie sottilissime, descrive tre metodi per dorare metalli e indaga se sia possibile fabbricare oro da altri metalli, contrapponendo osservazioni empiriche e teorie alchemiche.
Nel sesto libro del De subtilitate, Girolamo Cardano illustra le straordinarie proprietà dell’oro partendo dalla sua stupefacente sottigliezza: “After they have passed across into leaves, you cannot find which is the thinner, gold or silver; thus gold must be a hundredfold thinner than the incomprehensible thinness of silver; hence it comes about that an ounce of gold can cover more than ten iugera of land” – (fr:9030) [“Dopo essere stati trasformati in foglie, non si riesce a distinguere quale sia più sottile, se l’oro o l’argento; l’oro deve essere quindi cento volte più sottile dell’incomprensibile sottigliezza dell’argento; da qui deriva che un’oncia d’oro può ricoprire più di dieci iugeri di terreno”]. L’autore lega questa dote alla purezza e alla prolungata cottura della materia, che consente di decorare con poco dispendio opere in ferro e acciaio (fr:9031).
Per la doratura espone “three fairly easy methods” – (fr:9032) [“tre metodi abbastanza semplici”]. Il primo mescola l’oro battuto in foglie con mercurio; dopo il riscaldamento il mercurio viene spalmato sull’argento e, con fuoco e pettinatura, l’oro aderisce stabilmente (fr:9033‑9034). Su rame o ferro occorre invece un lavaggio preliminare con vino in cui siano sciolti sal ammoniaco e verderame in parti uguali con il doppio di feccia di vino, quindi si applica il mercurio come prima (fr:9035). Il secondo metodo impiega l’acqua di separazione (fr:9036), di cui l’autore aveva già trattato. Il terzo procedimento prevede di porre foglie d’oro su ferro arroventato, poi di strofinarle su ematite spagnola, “with a colour of blood outside (from which it drew its name) and of iron inside” – (fr:9037) [“con un colore di sangue all’esterno (da cui ha tratto il nome) e di ferro all’interno”], una pietra così dura da resistere alla lima e riducibile in polvere finissima. Cardano distingue nettamente la varietà spagnola da quella tedesca, inservibile, e accusa i medici del tempo di lasciarsi ingannare dalla somiglianza di colore e sostanza, scegliendo l’ematite sbagliata (fr:9058). Nel commento compare la dottrina delle segnature: “The colour was regarded as a ‘signature,’ a sign from God, indicating in this case that the stone related in some way to blood” – (fr:9046) [“Il colore era considerato una ‘segnatura’, un segno di Dio, che indicava in questo caso che la pietra aveva una qualche relazione con il sangue”], concetto che Cardano riprende da Paracelso (fr:9047).
Le tre qualità peculiari dell’oro sono “not to be consumed by fire, not to stain, and to be capable of extreme thinning” – (fr:9064) [“non essere consumato dal fuoco, non macchiare e poter essere estremamente assottigliato”]. L’oro non contiene untuosità, che macchia e facilita la combustione (fr:9065); può resistere a qualsiasi fuoco perché o non ha sostanza acquosa, oppure la sua componente terrosa, purissima, la trattiene saldamente (fr:9067‑9069). Ne deriva un metallo “very thin and very heavy, and very sluggish as well” – (fr:9070) [“molto sottile, molto pesante e anche molto pigro”].
Nell’ultima parte l’autore si chiede se l’oro possa essere fabbricato da altri metalli. Confuta la teoria che i metalli siano composti di zolfo e mercurio, argomentando che “out of two things already in existence a third cannot be made – so metals do not consist of sulphur and mercury” – (fr:9106) [“da due cose già esistenti non può formarsene una terza – dunque i metalli non sono composti di zolfo e mercurio”], tanto più che nei giacimenti metalliferi non si rinvengono insieme zolfo e argento vivo (fr:9107). La trasmutazione completa rimane problematica: solo l’argento, se reso più compatto e quindi più pesante e colorato, potrebbe forse diventare oro (fr:9114‑9115). Al contrario, gli altri metalli “are already burnt up, and what is burnt up cannot any longer revert to its original purity” – (fr:9121) [“sono già bruciati, e ciò che è bruciato non può più tornare alla sua purezza originaria”]. La separazione dell’oro dall’argento si ottiene con l’acqua di separazione, che scioglie l’argento lasciando l’oro sul fondo (fr:9079), oppure fondendo la lega e aggiungendo antimonio o zolfo con un ventiquattresimo di rame: l’oro, più pesante e non ancora fuso, si deposita e si raccoglie colando via l’argento (fr:9080‑9082). Un’ulteriore purificazione prevede martellatura in foglie, immersione in urina o aceto con sal ammoniaco e cottura in vaso alternata a polvere di mattoni e sale per ventiquattr’ore (fr:9083‑9087).
Cardano definisce l’oro “the consummation of the metals and of the effort” – (fr:9088) [“la perfezione dei metalli e dello sforzo”] e accenna all’esistenza di un “gold more perfect than gold” – (fr:9071) [“oro più perfetto dell’oro”], presente in ogni genere di cose mortali e immortali, eco della tensione alchemica verso una materia incorruttibile.
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41 La perfezione dell’oro e i limiti dell’arte: metalli, trasmutazioni e pratiche nel De Subtilitate di Cardano
Tra aristotelismo, esperienza tecnica e scetticismo ante litteram, un capitolo del trattato cardaniano mostra perché l’oro è incorruttibile, perché l’argento ne è una copia imperfetta e perché trasmutare i metalli è, per lo più, un’illusione.
L’oro gode di uno statuto unico. Cardano lo colloca in una «specie» distinta perché resiste al fuoco come nessun altro metallo, fatta salva l’argento: «gold is perfect and differs in kind from the other metals, since it is totally fire-resistant, and (as I said) no other metal is not destroyed by fire, except silver» – (fr:9129) [l’oro è perfetto e differisce per genere dagli altri metalli, poiché è totalmente resistente al fuoco, e (come ho detto) nessun altro metallo non viene distrutto dal fuoco, tranne l’argento]. La ragione è che l’oro manca di untuosità, cioè della parte grassa che rende gli altri metalli vulnerabili alla fiamma: «every metal is actually fatty, with gold the sole exception» – (fr:9133) [ogni metallo è effettivamente grasso, con la sola eccezione dell’oro]. Il fuoco, invece di compattarli senza separarli o indebolirli disgregandoli, brucia la materia grassa e con essa l’intera sostanza metallica (fr:9132). Perciò la prova del fuoco diventa, nelle mani degli artefici, l’unico esame veramente affidabile: «they chose to test gold by fire, and this is the reliable evidence on this issue» – (fr:9138) [scelsero di saggiare l’oro col fuoco, e questa è la prova affidabile in materia].
Proprio perché l’oro è diverso per genere, Cardano nega la possibilità di una trasmutazione alchemica completa. La sua argomentazione si appoggia a un’analogia biologica: «if a male and a female and a mole originate from the same blood and in the same place, yet it is not necessary, nor indeed possible, for one of them to be generated from another» – (fr:9135) [se un maschio, una femmina e una mola nascono dallo stesso sangue e nello stesso luogo, non è tuttavia necessario, né anzi possibile, che l’uno sia generato dall’altro]; la “mola” è qui l’ammasso abnorme che si forma talvolta nell’utero umano, come spiega una glossa – «the word “mole” not being linked to the burrowing beast but to the word used here by Cardano and meaning a mass» – (fr:9145). Allo stesso modo, benché tutti i metalli derivino dalla stessa materia ultima da cui provengono anche zolfo e mercurio, essi non sono miscugli di questi ultimi e non possono convertirsi l’uno nell’altro se non per accidenti, come si osserva con il rame e il ferro (fr:9134, fr:9136 e la nota contrastante fr:9142). Ne consegue che gli alchimisti possono alterare colore e peso, ma non la finezza e la robustezza: «Chemists can therefore alter colour and weight, but not subtlety and robustness» – (fr:9137) [i chimici possono dunque alterare il colore e il peso, ma non la sottigliezza e la robustezza].
Nonostante questa posizione, Cardano registra la fama di taluni che sostenevano il contrario. Il caso più celebre è quello del cosiddetto “droghiere di Treviso”, verosimilmente Bernard de Trèves (ca. 1406–1490), alchimista itinerante descritto nelle note come un personaggio che convinse altri a finanziare un grandioso quanto fallimentare esperimento con marchi d’oro, sale, vetriolo, acquaforte, gusci d’uovo, mercurio, piombo e sterco, conclusosi con la scusa di un crogiolo non abbastanza robusto (fr:9160–9165). Secondo il racconto, «that celebrated drug-seller from Treviso is thought to have achieved it – the man who in the presence of the Doge and wise men of the Venetian Republic transmuted mercury into gold, a miracle of which some traces still remain» – (fr:9152) [si ritiene che quel celebre droghiere di Treviso vi sia riuscito – quell’uomo che, al cospetto del Doge e dei sapienti della Repubblica Veneta, trasmutò il mercurio in oro, miracolo di cui restano ancora alcune tracce]. Cardano però liquida la pretesa con un giudizio netto: «what is certain is that mercury cannot be transmuted into gold, much less into silver» – (fr:9153) [quel che è certo è che il mercurio non può essere trasmutato in oro, né tantomeno in argento].
Il mercurio, infatti, è vicino all’oro solo nel peso e nella rarefazione, mentre nel colore si accosta all’argento; differisce da entrambi perché è fluido e svanisce al fuoco (fr:9140). Per trasformarlo in oro basterebbe solidificarlo, renderlo resistente alle fiamme e colorarlo, un compito assai più semplice che mutarlo in argento, dove occorrerebbe anche alleggerirlo e dargli una sostanza più densa – ecco perché «many people came to hope more for the transmutation of mercury into gold than into silver» – (fr:9151) [molti finirono per sperare più nella trasmutazione del mercurio in oro che in argento].
L’argento, tuttavia, è già quasi oro. La sua prossimità è così stretta che «silver is so like gold that the best silver is gold imperfect in substance and lacking in colour» – (fr:9154) [l’argento è tanto simile all’oro che l’argento migliore è oro imperfetto nella sostanza e privo di colore]. Cardano accetta una trasmutazione naturale lentissima: se puro, l’argento si converte parzialmente in oro nel corso dei secoli, come il piombo vetusto diventa argento (fr:9155). Ma se si estraggono con precisione i semi dell’argento dal rame o dal piombo, nessun tempo produrrà argento dal piombo, né oro dall’argento (fr:9156): la generazione dei metalli ha bisogno dei propri semi, non di semplici operazioni di laboratorio.
Questa concezione è espressa anche in un linguaggio quasi affettivo, quello delle amicitiae tra metalli: «gold and silver love black lead, and when they are melted they are mixed with lead; copper flees from lead, and both gold and silver consume white lead – you may prefer to call it tin» – (fr:9157) [l’oro e l’argento amano il piombo nero, e quando vengono fusi si mescolano al piombo; il rame fugge il piombo, e sia l’oro sia l’argento consumano il piombo bianco – che puoi chiamare stagno]. La diversa affinità consente le operazioni di coppellazione. Sebbene il piombo nero sia più pesante dell’argento allo stato solido, una volta fuso si rarefà al punto da galleggiare sull’argento fuso, permettendo di colarlo via insieme al rame e al ferro, mentre l’argento (ed eventualmente l’oro) resta nel crogiolo (fr:9173–9177). Il residuo di piombo viene poi eliminato dal fuoco (fr:9178) e l’oro, se presente, si separa con «acqua di separazione» o con altro artificio tecnico (fr:9179). Cardano documenta anche la separazione rame-piombo secondo il metodo di Vannoccio Biringuccio: «by placing the mass above an iron grid and surrounding it with fire; the lead easily melts and carries the gold and silver with it … and the copper is left behind “burnt” amid the ashes» – (fr:9181) [ponendo la massa sopra una griglia di ferro e circondandola di fuoco; il piombo fonde facilmente e porta via con sé oro e argento … e il rame resta “bruciato” tra le ceneri].
Accanto ai processi di separazione, il testo registra la conversione dei metalli in “acqua” per mezzo dell’orpimento e del calore, seguita da un interramento di un mese in terra umida o dall’esposizione al vapore acqueo – un accenno a tecniche di dissoluzione (fr:9183–9185). Tuttavia, «gold and silver barely pass over into water, because of the solidity of their substance» – (fr:9192) [l’oro e l’argento a stento passano in acqua, a causa della solidità della loro sostanza]; anche in questo resistono alla corruzione.
Non meno importante è la testimonianza mineralogica. L’argento si trova in terra, in pietre o commisto al rame, come nei monti di Sant’Anna e di Meissen (fr:9193). Talvolta appare in forme curiose: «resembling a herb with twigs originating from the stone – I have a specimen» – (fr:9194) [somigliante a un’erba con rametti che si originano dalla pietra – ne possiedo un esemplare], e una glossa precisa «quale apud me est» – (fr:9207). Cardano cita anche il rinvenimento boemo riportato da Georg Agricola, una massa d’argento di due talenti (circa 50 kg) che riproduceva forme di zappe, martelli e persino una figura umana con un bambino (fr:9196–9199).
L’arte può però ingannare l’occhio e la stessa pietra lidia. Cardano descrive due metodi per dare al rame l’apparenza dell’argento: il primo, più elaborato, prevede una polvere di orpimento bianco e salnitro da aggiungere al rame fuso insieme a mercurio e feccia di vino (fr:9200–9203, 9220); il secondo, più rapido, impiega argento sublimato e stagno (fr:9221). La pratica, nota da Pomponio Gaurico, mescola salnitro e arsenico al rame, e «for some people this turned out profitable, for others a punishment, since it is a base for forged currency» – (fr:9223) [per alcuni fu redditizio, per altri una punizione, giacché è un fondamento per la moneta falsa]. Diversa è l’argentatura lecita degli oggetti, che Cardano illustra con una ricetta: «Smear a jar with silver foam, then rub thin leaves of silver with alum and salt and dry wine sediment on a whetstone, and put them in a vessel» – (fr:9225) [spalma un vaso con schiuma d’argento, poi strofina foglie sottili d’argento con allume, sale e feccia di vino secca su una pietra per affilare, e riponi il tutto in un recipiente].
Il capitolo del De Subtilitate costituisce così una testimonianza stratificata: la condanna razionale della trasmutazione si intreccia con la cronaca di celebri mistificazioni, la descrizione esatta dei procedimenti di coppellazione e separazione dei metalli, lo sguardo da collezionista e l’attenzione alle frodi monetarie. In controluce, emerge una scienza dei metalli che comincia a svincolarsi dall’alchimia attraverso il fuoco, la bilancia e la pietra di paragone.
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42 L’arte dei metalli e le loro meraviglie nel Rinascimento di Cardano
Fra ricette di argentatura, leghe dai nomi antichi e segreti svelati, un sapere metallurgico che mescola pratica quotidiana e meraviglia.
Il testo offre uno spaccato delle conoscenze metallurgiche del Cinquecento, tratte dal De Subtilitate di Girolamo Cardano. L’autore alterna descrizioni di procedimenti artigianali a osservazioni sulle proprietà dei metalli, spesso filtrate dall’autorità degli antichi, ma arricchite da esperienze dirette e dalla curiosità verso fenomeni straordinari. Emerge un mondo in cui la manipolazione della materia è insieme tecnica e spettacolo.
La sezione si apre con una ricetta per argentare un oggetto. Il processo prevede di fondere tutto assieme col fuoco e di versarlo in acqua: “Everything is melted together by fire and poured &426 into water.” – (fr:9226) [Ogni cosa viene fusa insieme dal fuoco e versata nell’acqua.] L’oggetto da trattare va poi lavato con aceto in cui sia stato scaldato sale ammoniaco e spalmato con mercurio o bianco di piombo; quindi si aggiunge la mistura versata nell’acqua e si fa evaporare il mercurio o il bianco di piombo a fuoco vivo (fr:9227). Un altro metodo comune, privo di retrogusto amaro e non malsano, consiste nello spalmare l’interno dei vasi di rame con bianco di piombo per simulare l’argento (fr:9228). In una variante descritta, il vaso viene rivestito di pece nera; si scalda il bianco di piombo con un ferro rovente e lo si applica sulla pece, che viene distrutta dal calore lasciando aderire il piombo (fr:9229).
L’attenzione si sposta poi sull’elettro, una lega che occupa una posizione intermedia fra oro e argento. Cardano distingue l’elettro metallico dall’ambra, anch’essa chiamata electrum, precisando: “There are people who call amber electrum, but we are talking about the metal.” – (fr:9231) [C’è chi chiama elettro l’ambra, ma noi parliamo del metallo.] L’elettro nativo deve il suo fascino e le sue virtù all’oro mescolato con un quinto d’argento (fr:9232); se l’argento è in proporzione maggiore, il materiale non regge la battitura sull’incudine (fr:9233). Due sono le proprietà meravigliose che Cardano gli attribuisce: la bellezza, che lo rende adatto ai vasi, e la capacità di smascherare i veleni. L’elettro naturale, infatti, “reveals poisons in two ways: it squeaks, and it sends out rainbows” – (fr:9234) [rivela i veleni in due modi: squittisce ed emette arcobaleni]. Il fenomeno è ricondotto alla rarefazione dell’umidità interna: mentre questa si disperde, l’elettro stride e, mutando colore, mostra una chiazza che imita l’arcobaleno con vivido splendore (fr:9252). Cardano nota con rammarico che la ricchezza ha ormai perduto l’elettro di miniera, perché l’avidità e l’ignoranza delle sue virtù lo hanno fatto scomparire durante la separazione dell’oro dall’argento (fr:9254). Né lo stupisce che l’elettro venga alterato dai veleni, dal momento che perfino l’argento si guasta e l’oro diventa fragile al solo contatto col mercurio (fr:9255). Non meraviglia neppure che stagno, bianco di piombo e soprattutto l’oricalco assumano un colore non proprio per semplice contatto (fr:9235).
Sul piombo Cardano fornisce una classificazione quadripartita. Oltre al piombo nero comune e al piombo bianco, meno pregiato, esiste una terza varietà che la gente chiama stagno e una quarta, il bismuto, ancora sconosciuto ai più, che rappresenta una via di mezzo tra il nero e il bianco: “There are four kinds of it: the black, which is everyday; the white, which is lower-priced; the one that ordinary people usually call tin; and bismuth, up to now unknown, a sort of intermediate between black and white.” – (fr:9257) [Ce ne sono quattro tipi: il nero, comune; il bianco, più scadente; quello che la gente comune chiama stagno; e il bismuto, finora sconosciuto, una sorta di intermedio tra il nero e il bianco.] Il bismuto proviene solo dai monti Sudeti di Boemia (fr:9258) e si sviluppa dall’antimonio (fr:9259). Si credeva che ogni piombo aumentasse da solo, tanto che i tetti sprofondavano per il peso, e Galeno riferiva che, interrato in luoghi umidi, crescesse in dimensioni e peso (fr:9260-9261). Cardano distingue nettamente il piombo bianco dallo stagno: il primo si trova da solo, mentre lo stagno è sempre accompagnato dall’argento e assomiglia a piombo imbiancato con argento (fr:9262). L’inimicizia fra i metalli e il piombo bianco è tale che l’aggiunta anche di un centesimo di quest’ultimo all’oro o all’argento li rende fragili (fr:9263). Per lo stagno artificiale, la ricetta prevede una libbra di piombo nero ogni venticinque libbre di stagno nativo o piombo bianco (fr:9264); se si mescola una libbra di piombo nero con nove libbre di piombo bianco, si ottiene un metallo duro, ottimo per vasi, noto a Milano come peltro (fr:9265-9266). La durezza dello stagno aumenta perché il piombo nero si indurisce con il piombo bianco, e il piombo bianco è meno soggetto a crepe e rotture grazie alla morbidezza del piombo nero e alla sostanza che lo riempie (fr:9269, 9282). Tutti i tipi di stagno – anche quello artificiale – squittiscono, perché scorrono via dall’argento (fr:9268).
Il discorso sul rame sottolinea la sua nobiltà antica. Utilizzato non solo per armi difensive e scudi, ma anche per lance, Cardano ricorda che Omero fece brandire a Menelao una spada di bronzo all’inseguimento di Paride (fr:9288-9289). La sua qualità più preziosa è l’inalterabilità: a differenza di ferro e acciaio, non è intaccato dalla ruggine perché, come spiega l’autore, qualsiasi materia che sia stata arroventata più del giusto resta illesa dall’umidità; il rame denuncia l’esposizione al fuoco solo con l’odore, ed è perciò eterno (fr:9290-9292). Nell’antichità era per questo stimato più del ferro, mentre oggi l’avarizia fa preferire il ferro (fr:9293). Il rame di Cipro è più duro di quello comune; Cardano ne ha visto la varietà nativa con venature d’oro (fr:9306). Si menziona una pepita di ben duecento libbre trovata a Hispaniola, che alcuni dicevano di ferro, altri di ottone (fr:9307). Dalla lavorazione del rame si ottiene il cuprom (cuprum), la cui varietà più nobile contiene una libbra di piombo bianco (chiamato stagno) ogni quattro libbre di rame, e si mantiene nobile fino a un ottavo di piombo bianco; se si sostituisce l’oricalco al piombo bianco il valore cala, mentre se si usa piombo nero per risparmiare diventa di qualità pessima (fr:9309-9311). Questo materiale serve per grandi strutture a fuoco, per particolari vasi di vetro e per caldaie, con il vantaggio che, anche senza stagno, non comunica sapore né odore ai cibi (fr:9312-9313). L’auricalco (oricalco) è anch’esso frutto di abilità tecnica ed è antichissimo, citato persino da Apollonio Rodio negli Argonautica (fr:9314-9317).
Anche la musica trova spazio: le canne degli organi sono fatte di rame, alcune di piombo bianco, altre di legno, e producono una straordinaria varietà di timbri – trombe, corni, flauti, tamburi, lire e cetre – alternandosi in modo mirabile, mancando solo la voce umana, tanto più difficile da imitare quanto più è affascinante (fr:9302-9304). Il rame si presta in particolare alle trombe, perché emette un suono vigoroso e squillante, adatto alla musica dorica che incita alla battaglia (fr:9305).
Chiude il quadro una testimonianza curiosa: mentre scriveva, Cardano vide a Milano un uomo che si lavava pubblicamente mani e volto con piombo fuso, bagnando prima quelle parti con acqua. L’artista osservava due precauzioni, la rapidità e l’uso di un’acqua dotata di un notevole potere raffreddante e denso, capace di respingere il calore del piombo e impedirgli di aderire (fr:9283-9285). Alcuni attribuivano l’effetto al succo di portulaca o di mercorella, ma Cardano sospettava che l’uomo usasse invece una sostanza metallica, forse antimonio, perché lesinava l’acqua e a volte si feriva, mentre il guadagno era cospicuo – non meno di una moneta d’oro a esibizione –, cosa che non avrebbe giustificato un uso così parsimonioso se si fosse trattato di erbe economiche (fr:9286-9287).
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43 La botanica nel De Subtilitate di Cardano: ordine, odori e segreti della vita vegetale
Un’indagine sulle piante che dai fiori neri assenti alla sessualità vegetale, passando per la “cocitura” degli umori, costruisce una fisiologia compatta in poche pagine.
Girolamo Cardano dichiara di voler trattare solo i punti più oscuri della botanica, non quelli evidenti, e di farlo in modo assai stringato: “as the distinctions of all plants are virtually innumerable, it is not our purpose to cover them at length, as we did in the case of metallics; we have resolved only to deal with the more obscure points, not those that lie before our eyes” – (fr:11491) [poiché le distinzioni di tutte le piante sono praticamente innumerevoli, non è nostro scopo trattarle per esteso, come abbiamo fatto per i metalli; abbiamo deciso di occuparci soltanto dei punti più oscuri, non di quelli che stanno sotto i nostri occhi]. Così il resoconto su piante e animali sarà “very brief” (fr:11492).
L’analisi si apre con uno stupore: la natura ha scherzato tanto variamente nei fiori ma “without producing green or black flowers” (fr:11484). Il verde esiste nei fiori di salice e vite, ma “because of their resemblance to leaves we virtually disdain to call them flowers” (fr:11485). Quanto ai fiori di un nero lucido, Cardano pone una serie di domande: “Are any really black? And if there are, some doubt still persists, since they are extremely rare. Does a plentiful glow in the flowers reveal that glossy black is blue? Or, since glossy black must be situated in thick substance, is every flower derived from a very thin juice of its own plant?” (fr:11487-11490). La questione cromatica resta sospesa, ma serve a introdurre un metodo che cerca cause materiali.
Il catalogo delle piante procede per habitat e caratteri. “Some plants are town plants, some are wood plants, some grow in the sea, some in rivers, some on a river bank, some in marshes, some between rocks, some on ordinary soil, some (though few) among sand” (fr:11493). Non mancano le specie di luoghi particolari: “lichen, &522 in wells, some in shaded places, some in sunshine” (fr:11494). Appartengono a regioni straniere chiodi di garofano, cassia, aloe amara e, benché si trovino in Italia, si crede lo stesso del terebinto e del lentisco (fr:11495). L’elenco tocca poi la presenza di frutti, radici, foglie, rami e fiori; “some have hardly one of these – such as the truffles, the fungi, the maidenhair fern” (fr:11497). Si citano ancora piante odorose, maleodoranti o inodori (fr:11498), sempreverdi o a foglie caduche (fr:11499), a fogliame rado o fitto come il cipresso (fr:11500), ampie come il loto e il faggio (fr:11501), alte o basse, senza nodi o nodose come il bambù (fr:11502), dense come il legno di guaiaco, vuote come la canna, medie come il sambuco (fr:11503). La riproduzione conosce più vie: “Some spring forth spontaneously, some are sown, and some through grafting or being forked in, like the willow and the vine; or through the seed of something else” (fr:11504). Altre si attaccano, come l’edera (fr:11505), o si impiantano, come il vischio, strisciano come l’edera terrestre, o aderiscono al suolo come muschio e lichene; il muschio però “also sticks to trees and to water surfaces” (fr:11515).
— 25 “sabina”; juniperus sabina”* (fr:11477), quest’ultima identificata come ginepro sabino.
Un passo di notevole rilievo storico riguarda il sesso delle piante. Cardano osserva: “In some cases the sex is visible, as in oak and holm-oak; in other cases not at all, as with olive trees and vines” (fr:11517). L’annotazione editoriale sottolinea che “It is remarkable that Cardano should refer to sexual reproduction in plants, when its recognition is normally credited to Nehemiah Grew, who published in 1682” (fr:11531). Si ricorda inoltre che lo stesso Teofrasto conosceva l’impollinazione delle palme da dattero, ma la natura sessuale della riproduzione vegetale rimase non riconosciuta fino a Grew (fr:11532). L’accenno cardaniano, per quanto breve, costituisce dunque una testimonianza anticipatrice.
La trattazione si addentra poi nella distribuzione geografica e negli indizi climatici. “the box tree, bramble, and bracken come up of themselves, and better, in a cold climate and where the winter is fierce” (fr:11522). Il rovo che produce more è testimone di regione fredda, come il frumento lo è di regione temperata; gli aromi indicano invece regioni calde (fr:11523). La ragione è fisiologica: “Strongly hot seeds cannot actually mature in cold air, since they are of very rarefied substance. And without the air’s help, nature cannot sufficiently concoct, dry and thin out the substance of fruits. But it can do this in the case of roots” (fr:11524-11526). Qui compare il concetto-cardine di “cocitura” (concoction), mutuato dalla medicina galenica, applicato alla maturazione vegetale.
Le parti della pianta sono elencate in dettaglio: “root, trunk, branches, leaves, fruits, pedicles, umbels, berries, seeds, flowers, down, wood, bark, fibre, membrane, vein, matrix or pith, moisture, gumdrop, knot, and many others” (fr:11527, 11543). Gli alberi sempreverdi come palma, olivo, cedro e mirto sono “of more open structure, being hotter and drier, on the authority of Theophrastus” (fr:11545); criterio che non vale per le erbe, poiché il semprevivo ha sostanza più spessa e tuttavia conserva le foglie d’inverno (fr:11546). In generale, “the wild ones are of more open structure than the cultivated ones, and the perfumed ones than the heavy-smelling ones or the odourless ones”, e sono da preferire se nascono in montagna (fr:11547-11548).
Il problema dell’odore conduce al cuore della teoria della cocitura. “But why are the roots more often perfumed than the other portions, excepting only the flowers? – as in the sanamunda. The reason is that in roots a better concoction is achieved. Everything that has its moisture well concocted smells good; this type is the most rarefied and the most compact” (fr:11549-11551). Perciò quasi tutti i fiori profumano: “since the moisture in them is very rarefied, and quite scanty, so it very easily gets concocted. But the same cause that enables very easy concoction makes it perish more easily; it persists in the roots and trunks, as in the aspalathus, which we call santhalum” (fr:11553). La materia rarefatta dell’umore cotto aderisce saldamente alla sostanza terrosa (fr:11554). Lo stesso modello spiega il respiro gradevole dei fanciulli: “in some boys and young men, their breath sometimes smells pleasant for good reason, but can smell bad in the elderly or the intemperate – the rarefied moisture in the boys and the moisture in the young men rendered moderate by their great heat are capable of good concoction. In old men of scanty heat and intemperate, the character of the moisture prevents the achieving of complete concoction” (fr:11555-11556). L’esempio storico è Alessandro Magno: “long ago Alexander’s breath was pleasant, because he had a rather dry body and a very high colour; hence his corpse stayed free of foul odour for many days amid extreme heat” (fr:11557).
La comparazione tra piante e animali si fa esplicita quando Cardano discute le corrispondenze. “roots correspond to the stomach, but we compare them rather to the mouth, and the bottom of the stem and trunk to the stomach; leaves to hairs, bark to the hide and skin, wood to the bones, veins to veins, and the fibres of trees and herbs to those that are really present in animals” (fr:11576). La matrice nelle piante che non possono vivere senza è paragonabile ai visceri animali; nel salice, dove la vita è nella corteccia, “there is the bark rather than a matrix, indeed in willows it is to be regarded in the role of the fat of the matrix” (fr:11577). Le uova stanno ai fiori come il seme al seme vegetale, le estremità animali ai rami (fr:11578); “The actual fruit recalls the menstrual blood, in which mostly the seed is included” (fr:11579).
L’indagine si spinge fino all’anatomia della radice, dove la parte centrale legnosa è la sola viva e dotata di virtù. “its middle is woody, from which mostly the plant germinates. For this reason it possesses greater powers. Hence if it is removed from garlic, what is left is not so tangy, it does not smell so bad, and it seems less assuredly juicy” (fr:11581-11582). Il rivestimento consta di una tunica sottile, del pericarpo vero e proprio e di un involucro esterno (fr:11583). Cardano precisa che non usa “pericarpo” in senso proprio, ma per indicare ciò che racchiude il legno nella radice come fosse seme (fr:11584). Ne deriva un avvertimento pratico: “in making decoctions physicians go wrong in throwing away the woody part, since it is best of all; what puts forth the sprout is the only part to have powers, because it alone has been alive” (fr:11585). La parte legnosa, insomma, “is either the only or the main part of medical value. It alone sprouts, because it is alive, and does so at the part that is alive” (fr:11586-11587). Così la fisiologia vegetale si salda direttamente alla terapeutica, in una sintesi che, pur nella sua brevità, dispiega una coerenza teorica di matrice naturalistica.
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44 La botanica nel De Subtilitate di Girolamo Cardano: succhi, veleni e ingegno degli innesti
Un’indagine cinquecentesca sulla vita delle piante svela come ogni parte – scorza, fiore, latte, radice – obbedisca a un disegno che va dalla protezione alla generazione, mentre il Nuovo Mondo irrompe con piante mai viste e l’uomo corregge la natura con gli innesti.
Il testo analizza la morfologia vegetale partendo da un principio semplice: la scorza nasce dal legno come le foglie nascono dal fusto, ed entrambi hanno funzione protettiva. Nella cicoria e in piante affini, spiega Cardano, “some leaves also germinate from the bark, but the seed and flower do so mainly from the wood” – (fr:11588) [alcune foglie germogliano anche dalla scorza, ma il seme e il fiore lo fanno principalmente dal legno]. Ciò conferma che “as leaves come from the stem, so does bark from the wood - both are really for protection” – (fr:11589) [come le foglie provengono dal fusto, così la scorza proviene dal legno – entrambi sono davvero a scopo di protezione]. La vita della pianta è governata dalla trasformazione del succo: “At the bottom the juice is converted into root, the middle nourishes the root, the top part of the root turns into sprout” – (fr:11590) [in basso il succo si converte in radice, la parte media nutre la radice, la parte superiore della radice si muta in germoglio]. Per questo “the top of the root is its best part, and the one more independent of the earth’s nature” – (fr:11603) [la sommità della radice è la sua parte migliore, e la più indipendente dalla natura terrena].
Passando al fiore, Cardano nota come “the leaf of the flower is what is always shiny, and overall, since it consists of very rarefied substance” – (fr:11604) [la foglia del fiore è ciò che è sempre lucente, e nel complesso, poiché è costituita da sostanza assai rarefatta]. Il calice, una piccola guaina, “is what contains the flower; and the seed, for whose sake the flower is created, just like the seed of generation, and the pedicle, in which all this is mounted” – (fr:11605) [è ciò che contiene il fiore; e il seme, in vista del quale il fiore è creato, proprio come il seme della generazione, e il peduncolo, su cui tutto questo è montato]. L’eccezione è il «fiore di Apollo» (probabilmente l’eliotropio), che manca di calice: “it has no calix, and is yellow, with six leaves in it” – (fr:11607) [non ha calice, ed è giallo, con sei foglie al suo interno]. L’osservazione del suo ritmo quotidiano rivela un orologio vegetale: “At each twilight it shuts, and at midday is wide open” – (fr:11608) [a ogni crepuscolo si chiude, e a mezzogiorno è spalancato]; alcuni sostengono che a mezzanotte sia strettamente contratto, così da avere quattro cambiamenti in un piccolo cerchio. Cardano lo vide “at the place of Gulielmo Caulio, a French nobleman” – (fr:11611) [nel luogo di Guglielmo Caulio, un nobile francese], e ne ricorda lo stelo unico, il bulbo e le foglie simili a quelle del giglio. La ragione per cui la maggior parte dei fiori possiede un calice risiede nell’impedire la dispersione precoce della sostanza rarefatta: “before they are completed, the rarefied substance of the flowers was being dispersed” – (fr:11612) [prima che fossero completati, la sostanza rarefatta dei fiori andava disperdendosi]. Il fiore di Apollo, invece, “has to be of dense substance, and like a leaf” – (fr:11613) [deve essere di sostanza densa, e simile a una foglia], differendo però per il colore e per la presenza del seme centrale.
La finalità del fiore è il frutto e, ancor più, il seme. Cardano spiega che il seme “is evidently concocted from the earthy part, otherwise no generating power could exist in it or be preserved there” – (fr:11616) [è evidentemente elaborato dalla parte terrosa, altrimenti in esso non potrebbe esistere né conservarsi alcuna potenza generativa]. È necessaria una certa umidità più sottile perché l’elemento terroso si amalgami, ma l’eccesso di umidità nuoce alla generazione e alla conservazione. Poiché tale umidità si trova nella materia in fase di cottura e si assottiglia rapidamente per rarefazione, “some flower will precede all fruits” – (fr:11619) [un qualche fiore precederà tutti i frutti]. Dunque il seme è generato prima del fiore, sebbene si compia più lentamente.
L’autore confuta la credenza che le piante profumate producano sempre fiori inodori, citando il nardo e il cedro: “the leaves, flowers, and particularly the fruits smell excellently, and the rest is not odourless either” – (fr:11621) [le foglie, i fiori e specialmente i frutti odorano in modo eccellente, e il resto non è affatto inodore]. Segue una minuziosa classificazione di cinque varietà di cedro: il cedro propriamente detto, frutto molto grande; l’«arantium» (arancio), chiamato così per il colore dorato della scorza; il limone, dal succo tanto acido da intorpidire i denti; il «limuniate», nato dall’incrocio tra cedro e limone tramite innesto, con odore e sapore gradevolissimi; e infine la «mela d’Adamo», che “individual fruits preserve the mark of a bite on their skin” – (fr:11635) [i singoli frutti conservano sulla buccia il segno di un morso]. Tutti condividono lo stesso numero di parti (scorza, polpa, succo, tuniche e semi), sono spinosi, vigorosi, a foglia persistente, fragranti e di colore dorato, sebbene “in the citron the colour is more dilute because of its size, and in the lemon because of its coldness” – (fr:11638) [nel cedro il colore è più diluito a causa della grandezza, e nel limone a causa della sua freddezza]. Essi si trasmettono per innesto e hanno identici poteri, il che dimostra, secondo Cardano, che appartengono tutti alla stessa specie: un tempo esisteva un solo albero di cedro, e i nomi di arancio e limone non sono latini né greci, essendo stati inventati “not in antiquity, but shortly before us” – (fr:11646) [non nell’antichità, ma poco prima di noi]. La mela d’Adamo, in particolare, è ottenuta innestando cedro e arancio con una tecnica che imita il morso, e fu creata affinché un frutto economico, prodotto in abbondanza, potesse vendersi a caro prezzo “in memory of our first parent” – (fr:11648) [in memoria del nostro primo progenitore]. Cardano giudica severamente l’artefice, reo di aver ideato così male la procedura, “displaying in such an unsavoury fruit so much feminine self-indulgence” – (fr:11649) [mostrando in un frutto così insipido tanta mollezza femminile].
Il discorso si sposta sulle piante odorose e sulle loro proprietà. Le più profumate sono l’aloe amara o legnosa, la cannella, l’aspalato, il nardo, il silfio e il croco; pepe e zenzero, benché caldissimi, hanno poco odore. Gli alberi, di sostanza più rarefatta ma più compatta delle erbe, vivono a lungo perché il tempo coadiuva la potenza del Sole; le erbe periscono in fretta e solo poche, come il nardo, trattengono a lungo il profumo fuori dalle radici, tanto da dover essere considerate cespugli piuttosto che erbe. Una novità imbarazzante è il siliquastro, o pepe occidentale, giunto in Europa dall’isola Hispaniola nel 1493: “a herb with a long and practically red stem, frequent knots, the leaves of a laurel, white flowers, a single whitish root, with fibrous hairs, oblong pods that are large and quite reddish, like a purple colour, with prominent brilliance so as to suggest something poisonous, and a yellowing seed inside, a soft one” – (fr:11663) [un’erba dal fusto lungo e praticamente rosso, nodi frequenti, foglie di alloro, fiori bianchi, un’unica radice biancastra con peli fibrosi, baccelli oblunghi, grandi e assai rossastri, di colore simile alla porpora, con un brillantezza che ne suggerisce la velenosità, e all’interno un seme giallognolo e molle]. È talmente pungente da superare il pepe e va collocato “in the final rank of heat, dryness and rarefaction” – (fr:11664) [nell’ultimo grado di calore, secchezza e rarefazione], e la sua buccia stessa è acre quando il baccello è ancora acerbo. Sebbene importato da poco, non è privo di veleno.
L’analisi del veleno nelle piante è condotta attraverso il colore e la consistenza dei succhi. Le piante letali o sono quelle dall’odore o sapore insopportabile, oppure quelle che emettono un succo non verde, come tutte le specie di euforbia. Anche il fico emette un lattice corrosivo e la lattuga invecchiata diventa velenosa per eccesso di freddo. Cardano spiega che quando il succo muta colore dal verde, esso è corrotto o per eccesso di freddo, o per secchezza, o per putrefazione: “Coldness obstructs the operation of heat; but dryness prevents the conversion of what is being concocted” – (fr:11671) [il freddo ostacola l’operare del calore; la secchezza impedisce la conversione di ciò che si sta elaborando]. Di conseguenza, “every colour in plants except the green one is evidence of a poisonous quality” – (fr:11686) [ogni colore nelle piante tranne il verde è indizio di qualità velenosa].
L’ultima sezione indaga la natura del lattice vegetale, viscoso e tenace. La viscosità si origina quando il calore agisce più del dovuto sull’umidità sottile e sul grasso mescolato all’elemento terroso. Dalle radici delle piante lattiginose si ricava una colla quando il lattice marcisce, come avviene nella lattuga, nella cicoria e nel fico per l’abbondanza di umidità. Un indizio sicuro è che “where glue is created in a root, there worms are generated too” – (fr:11693) [dove si crea la colla in una radice, lì si generano anche vermi]. Il lattice della radice, mescolato con linfa di larice e pece greca più un po’ d’olio e cotto a lungo, produce un mastice resistente all’acqua. Non solo: il farfaraccio produce dalle radici una lana commestibile, e altre piante generano colori; nulla vieta che molte cose si formino sotto terra, poiché la terra è madre di tutto e “All that is generated underground is related to the juices; these products turn up more clear in the sprout” – (fr:11697) [tutto ciò che è generato sottoterra è legato ai succhi; questi prodotti compaiono più nitidi nel germoglio].
Il significato storico di queste pagine è duplice. Da un lato, esse testimoniano la botanica rinascimentale nel suo sforzo di coniugare osservazione diretta, erudizione classica e incipiente sperimentazione ( gli innesti, le prime notizie delle piante del Nuovo Mondo). Dall’altro, il testo è corredato da un fitto apparato di note che ne ricostruisce la genesi editoriale: apprendiamo così che i quattro paragrafi compaiono per la prima volta nell’edizione del 1554, e che una precedente confutazione sulle piante odorose è stata spostata più avanti. La menzione, tramite una nota, dei sospetti di avvelenamento di Alessandro Magno, della sua imbalsamazione e del passo dell’Amleto di Shakespeare che ironizza sulla sorte del corpo del conquistatore (fr:11591‑11598), mostra come il sapere scientifico circolasse insieme a quello letterario, in un intreccio tipico della cultura umanistica che Cardano incarna in modo singolare.
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45 Oli, semi e umori: la scienza della materia nel «De Subtilitate» di Cardano
Un capitolo che fonde botanica, chimica empirica e filosofia naturale, definendo i semi in base al contenuto oleoso, classificando i tipi di grasso e insegnando a estrarre oli, mucillaggini e profumi con una minuzia di dettagli tecnici che restituisce la concreta pratica di laboratorio del Cinquecento.
Il libro VIII del De Subtilitate di Gerolamo Cardano si apre con l’indagine sulla sostanza grassa che abita ogni seme, considerata il principio stesso della vita. Dopo aver ricordato che ciò che fu «compattato dal freddo e dalla siccità non poteva essere disciolto o separato altrimenti che dal caldo e dall’umido» — «But once compacted by cold and dryness, it could not be dissolved or separated otherwise than by hotness and wetness.» (fr:12305) [Ma una volta compattato dal freddo e dalla siccità, non poteva essere dissolto o separato altrimenti che dal caldo e dall’umido.] — l’autore enumera frutti e semi che custodiscono olio: dalle mandorle ai pistacchi, dalle noci alle noci moscate, dai pinoli ai noccioli di pesca e ciliegia, senza dimenticare semi di rapa, ricino, rafano, lino, giusquiamo e papavero (fr:12306, con i nomi volgari chiariti dalle note fr:12316‑12318). «Questi sono &562 celebrati», scrive, «e sia loro che tutti gli altri semi contengono un olio.» — «These ones are &562 celebrated, and both they and all other seeds contain an oil.» (fr:12307) [Questi sono &562 celebrati, e sia loro che tutti gli altri semi contengono un olio.]
La ragione va cercata nella natura stessa della vita. «In ogni seme c’è vita, e tutta la vita risiede nell’umidità grassa, e ogni cosa grassa (anche negli animali) è chiamata grasso, del quale ci sono tre specie: “pinguedo” dal nome del genere, “adeps” che avvolge certe parti e non è comune al tutto – come il grasso renale o omentale – e “sevum” che è più secco di entrambi, sicché si trova solo e massimamente negli animali cornuti, ed è ciò che è presente nelle cose prive di sensazione, come le pietre, e parti delle piante – anzi, l’intera pianta, anche nella pece e nel sale, nei metalli e in molte altre cose, ed è chiamato olio.» — «For there is life in every seed, and all life resides in moist fattiness, and everything fatty (in animals too) is called fat, ofwhich there are three sorts: “pinguedo” from the name of the kind, “adeps” which surrounds certain parts, and is not common to the whole - such as renal or omental fat- and “sevum” which is drier than either, so that it occurs only and maximally in horned animals, and is what is present in things devoid of sensation, such as stones, and parts of plants - indeed, the whole ofplants, also in pitch and salt, metals and a number of other things, and it is called oil.» (fr:12308) [In ogni seme c’è vita, e tutta la vita risiede nell’umidità grassa, e ogni cosa grassa (anche negli animali) è chiamata grasso, del quale ci sono tre specie: “pinguedo” dal nome del genere, “adeps” che avvolge certe parti e non è comune al tutto – come il grasso renale o omentale – e “sevum” che è più secco di entrambi, sicché si trova solo e massimamente negli animali cornuti, ed è ciò che è presente nelle cose prive di sensazione, come le pietre, e parti delle piante – anzi, l’intera pianta, anche nella pece e nel sale, nei metalli e in molte altre cose, ed è chiamato olio.] Il succo di ogni albero è quindi «un olio mescolato a terrosità» — «And the sap of every single tree is an oil mixed with earthiness.» (fr:12309) — e Teofrasto, ricorda Cardano, riteneva che dai semi le piante della loro specie prendessero origine, benché non si possa escludere che alcuni semi siano danneggiati e le piante nascano invece dalla decomposizione o dalla radice (fr:12311, 12319).
Per chiarire l’argomento servono definizioni precise. «Ciò che intendo per seme è ciò che è coperto da qualche guscio; il frutto è ciò che non è così coperto.» — «What I mean by a seed is what is covered with some shell- a fruit is what is not so covered.» (fr:12320) [Ciò che intendo per seme è ciò che è coperto da qualche guscio; il frutto è ciò che non è così coperto.] Di conseguenza alcuni semi stanno in piccoli baccelli, come fagioli francesi e ceci (fr:12321), altri aderiscono all’arista dei cereali, come il grano (fr:12322), e quelli nei frutti – semi di melone, mela, pera – sono racchiusi dal pericarpo (fr:12323). Cardano osserva che il seme è la parte più calda della pianta, modellata per la generazione, ma non la più acida né la più rarefatta né la più secca: in esso «il calore è in realtà moderato dall’abbondanza di umidità grassa; da qui sgorga una buona provvista di olio.» — «Heat is actually moderated by plenty of fatty moistness; hence a good supply of oil trickles from it.» (fr:12325) [Il calore è in realtà moderato dall’abbondanza di umidità grassa; da qui sgorga una buona provvista di olio.] L’esempio della fava indiana mostra come la buccia possa essere ricchissima d’olio mentre il nocciolo ne è privo, perché l’eccesso d’umidità impedisce la cozione nella forma dell’olio (fr:12326). Vi sono semi, come noce, lino, eliotropio e rapa, che ne contengono molto (fr:12327). L’autore distingue la noce come ciò che sta all’interno del frutto intero e contiene il seme, anche se l’uso comune chiama frutto la parte che si mangia (fr:12328‑12330); alla fine dichiara che «non c’è una differenza specifica tra semi e frutti» — «But as I have said, there is not a special difference between seeds and fruits.» (fr:12331) [Ma, come ho detto, non c’è una differenza specifica tra semi e frutti.]
L’abbondanza dell’olio è messa in luce con esempi tratti dal commercio e dall’etnobotanica. «Il seme di rapa produce così tanto olio che in alcune regioni della Germania non solo soddisfa il bisogno degli abitanti, ma viene anche esportato per profitto verso le città vicine.» — «Turnip seed produces so much oil that in some regions of Germany it not only meets the need of the natives but is also exported for profit to towns nearby.» (fr:12332) [Il seme di rapa produce così tanto olio che in alcune regioni della Germania non solo soddisfa il bisogno degli abitanti, ma viene anche esportato per profitto verso le città vicine.] In Etiopia l’erba Henna fornisce un olio abbondante ed eccellente (fr:12333). Tuttavia, la regola che una grande quantità di olio sia sempre sinonimo di qualità va sfumata: «La ragione ci insegna che in tutto ciò che contiene molto olio l’olio è anche eccellente» — «&564 Reason teaches us that in anything containing a lot of oil the oil is also an excellent one.» (fr:12334) [&564 La ragione ci insegna che in tutto ciò che contiene molto olio l’olio è anche eccellente.] — ma subito dopo l’autore ammette che un olio può essere eccellente anche in scarsità, mentre uno scadente «quasi soltanto con la scarsità»: esistono mostri di natura, e nulla impedisce che un olio abbondante sia cattivo, maleodorante o inutile perché non portato a compimento (fr:12343‑12345). «Tutto ciò che è pienamente cotto è portato a compimento.» — «Whatever is fully concocted is brought to completion.» (fr:12346) [Qualunque cosa sia pienamente cotta è portata a compimento.] Le fonti di un olio insieme copioso ed eccellente richiedono pertanto «un calore ben temperato e una grande quantità di umidità» — «the sources of an oil that is not only plentiful but also excellent greatly need a well-tempered heat and a great deal of moistness.» (fr:12342) [le fonti di un olio che sia non solo abbondante ma anche eccellente hanno grande bisogno di un calore ben temperato e di molta umidità.]
Dopo questa premessa, il discorso entra nel vivo della pratica estrattiva. L’olio «è fatto uscire dalla forza di un torchio» — «The oil is coaxed out by the power of an oil press.» (fr:12348) — e tre esempi bastano a illustrare i diversi procedimenti. Per la noce moscata si taglia a fettine, si bagna per tre giorni con vino cretese, si asciuga all’ombra per due giorni, si scalda in padella e si spruzza con acqua di rose prima di comprimere (fr:12350). Se si desidera un olio più abbondante ma meno efficace, si pesta la noce affettata, la si spruzza di vino e la si espone al sole finché forma una crosta, ripetendo l’operazione quasi fino a farla marcire; allora dà olio in gran quantità (fr:12351‑12352). Lo stesso metodo vale per i semi di giusquiamo e di papavero, ma usando acqua invece di vino e aspettando la putrefazione prima di metterli sotto torchio, poiché «si deve aspettare la putrefazione nel caso degli oli che non si bevono» — «It is in order to wait till rotting in the case of oils which are not drunk.» (fr:12354) [Si deve aspettare la putrefazione nel caso degli oli che non si bevono.] Il terzo esempio riguarda le mandorle: private della doppia pelle, leggermente tostate, con l’aggiunta di un quinto d’acqua, vengono scaldate e subito compresse, perché l’olio bevuto irrancidisce se lasciato attendere (fr:12356). In tutti i casi sono indispensabili calore e acqua: «se un olio non si liquefa, non può fluire, perché una cosa coagulata non può fluire» — «unless an oil liquefies, it fails to flow, for a coagulated thing cannot flow.» (fr:12357) [se un olio non si liquefa, non può fluire, perché una cosa coagulata non può fluire.] Il calore, tuttavia, consuma l’olio, perciò si aggiunge acqua che lo difenda dalla bruciatura; nei corpi più secchi, come la noce moscata, si impiega vino che esalta l’aroma e penetra più a fondo sciogliendo la materia (fr:12358‑12360). Cardano precisa che l’olio non si genera dall’acqua o dal vino, che sono solo «sue difese» — «its defences.265» (fr:12362) [sue difese.] — e si chiede se una parte di essi possa trasmutarsi in olio, dato che l’olio consta di umidità acquea e aerea, e dove l’ariosità umida è efficace il vino vi passa più facilmente perché anch’esso può prendere fuoco (fr:12362‑12363). Vi sono infine sostanze così oleose che, pestate e scaldate con tiepido calore naturale, «passano in olio senza spremitura, perché sono estremamente grasse, e abbondano in olio copioso con poca scoria terrosa.» — «There are things &566 so oily that when crushed and warmed with natural temperate heat, they pass […] over into oil without squeezing, because they are extremely fatty, and abound in plentiful oil that has little earthy waste.» (fr:12364‑12365) [Ci sono cose &566 così oleose che, quando pestate e scaldate con un calore naturale temperato, passano in olio senza spremitura, perché sono estremamente grasse e abbondano di olio copioso con poca scoria terrosa.] Tra queste, i fiori di sambuco, mentre l’olio di mandorla estratto senza fuoco è più gradevole e giova al petto (fr:12366‑12367).
Accanto all’olio, radici e semi ospitano un altro umore mucoso. Famosi sono i semi di lino, altea, psillio, marrubio, mela, pera, fieno greco; tra le radici, quelle di altea e aristolochia (fr:12368‑12370). Per estrarre questa sostanza, dopo averla pulita si pone in un vaso con acqua calda, quattro volte il suo peso, per una notte; poi si scola, si mette il materiale in un sacco di canapa o di lino e si raccoglie il succo mucoso battendo con un bastone e spremendo a mano, serrando via via il sacco finché non restano solo i semi (fr:12371‑12374). Cardano ne indaga la natura: «Poiché può ammorbidire le cose, ed è appiccicoso, ed è estratto &567 dal calore e dall’umidità, si conviene che una parte è di succo più grasso, e differisce da un olio in questo solo punto, che include in sé una parte terrosa.» — «Since it can soften things, and is sticky, and is &567 drawn off by hotness and moistness, it is agreed that a part is of more fatty juice, and differs from an oil in this point alone, that it includes an earthy part in itself.» (fr:12376) [Poiché può ammorbidire le cose, ed è appiccicoso, ed è estratto &567 dal calore e dall’umidità, si conviene che una parte è di succo più grasso, e differisce da un olio in questo solo punto, che include in sé una parte terrosa.] Rispetto all’olio, spesso privo di terra, questo succo è più denso; rimosso, semi e radici contengono meno olio, ma le radici stesse contengono il proprio olio (fr:12377‑12379). Il succo mucoso è più freddo e crudo dell’olio, perciò abbonda nelle radici dove l’olio scarseggia; si può dire che l’olio derivi dalla cozione del muco, cosicché ciò che era nella radice diventa, nel seme, olio vero e proprio (fr:12380‑12381). Il lino, ricco di succo mucoso, fornisce un olio senza acqua, usato puro contro i dolori; le mandorle, che di muco ne contengono poco, con l’aggiunta d’acqua danno un olio più copioso (fr:12382‑12383).
Il ricordo di queste operazioni conduce Cardano a descrivere un’arte allora in declino: il modo di impregnare i grassi di profumo, affinché pratiche in disuso da secoli possano tornare all’impiego. «Così al grasso purificato da ogni membrana si aggiunge una porzione di maggiorana dolce pestata con fiori, timo, &568 mirto, galinga, e un ottavo di aspalato limone.» — «So to fat cleansed of all membrane there is added a portion of sweet marjoram crushed with flowers, thyme,270 myrtle, galingale,271 and an eighth part of lemon272 aspalathus.» (fr:12389) [Così al grasso purificato da ogni membrana si aggiunge una porzione di maggiorana dolce pestata con fiori, timo, mirto, galinga, e un ottavo di aspalato limone.] Vi si uniscono vino bianco odoroso e acqua, si cuoce brevemente, si lascia riposare un giorno e si cola dopo aver ripulito il grasso; l’operazione va ripetuta più volte con nuove aggiunte di aromi, fino a che il grasso ha bevuto il profumo (fr:12390‑12391). Conservato con la sola spremitura dell’acqua e asciugato all’ombra, il grasso così preparato si mantiene perché «solo l’umidità acquea decade» — «only watery moistness decays.» (fr:12393) [solo l’umidità acquea decade.] e la grassezza si corrompe solo se costretta a marcire (fr:12394).
L’ultima parte del capitolo delinea una gerarchia degli umidi nelle sostanze miste. Vi sono quattro tipi: «il completamente crudo, chiamato acquoso; il completamente cotto, chiamato grasso; quelli cotti a un grado intermedio, chiamati mucosi; oppure quelli cotti oltre il limite – questa è la parte che gli alchimisti chiamano fuoco, particolarmente se richiede molto fuoco durante la sua estrazione, come nei metallici, mentre l’umidità aspra viene estratta con fuoco riflesso.» — «either the completely raw, and they are called watery; or the completely concocted, and they are called fatty; or those concocted to an intermediate degree, and they are called mucous; or those concocted beyond the limit- this is the part the alchemists call fire, particularly if it requires much fire during its extraction, as with metallics, while the harsh moistness is taken out with reflected fire.» (fr:12395) [o il completamente crudo, chiamato acquoso; o il completamente cotto, chiamato grasso; o quelli cotti a un grado intermedio, chiamati mucosi; o quelli cotti oltre il limite – questa è la parte che gli alchimisti chiamano fuoco, particolarmente se richiede molto fuoco durante la sua estrazione, come nei metallici, mentre l’umidità aspra è estratta con fuoco riflesso.] Non possono esistere né più né meno di queste quattro specie (fr:12396). In ogni misto genuino devono trovarsene almeno tre, anche se in molti metallici l’umore intermedio (il mucoso) rimane celato (fr:12397‑12398). L’ultimo, legato alla terrosità, non può essere rimosso facilmente e, quando si applica il fuoco, resta il dubbio se l’asprezza gli appartenga di per sé o sia effetto della fiamma (fr:12399‑12400). La distanza dal genere umido originario determina la resistenza alla corruzione: le cose acquose decadono presto e del tutto, le mucose completamente ma lentamente, le grasse lentamente e in modo incompleto, quelle bruciate né completamente né incompletamente (fr:12401‑12402).
Subito dopo, Cardano torna all’esperienza di laboratorio. Il grasso delle carni si estrae tagliandolo a fette, chiudendolo in un vaso di vetro coperto di pergamena e ponendolo in acqua bollente per sei o sette ore: quasi tutta la carne passa in grasso e si liquefa (fr:12403‑12404). Perfino il tartaro si liquefà con l’umidità, sepolto in marmo sotto terra o esposto al fumo dell’acqua bollente in un vaso di vetro (fr:12405). Queste pagine, arricchitesi di aggiunte tra le edizioni del 1550, del 1554 e del 1560 (fr:12312, 12337), raccolgono il sapere di un medico-filosofo che non separa mai la speculazione sui principî dalla concretezza del torchio e dell’alambicco, offrendo una testimonianza viva del modo in cui la scienza cinquecentesca indagava la materia animata.
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46 L’arte della distillazione e la preparazione di bevande nel libro VIII del De Subtilitate
Cardano illustra procedimenti per ottenere oli, acque aromatiche e bevande inebrianti, offrendo uno spaccato della chimica pratica e delle tecniche alimentari del XVI secolo.
Il passo dal libro VIII del De Subtilitate si apre con un procedimento attribuito a Fazio Cardano, padre dell’autore, menzionato per la prima volta nell’edizione del 1560 (fr:12413). Il metodo consiste nell’immergere un vaso rovente con tartaro in acqua, ottenendo immediatamente olio in superficie: “submerge a heated pot with tartar in water, and at once oil will come to the surface; by these methods many things reduced to lime by fire are changed into oil.” – (fr:12414) [immergi una pentola riscaldata con tartaro in acqua, e subito l’olio verrà a galla; con questi metodi molte cose ridotte in calce dal fuoco si trasformano in olio.] Cardano si interroga sulla natura di questo succo, chiedendosi se sia olio oppure acqua (fr:12415), e osserva che anche lo zolfo, bruciando, passa in olio e che il fumo raccolto mentre i corpi si raffreddano produce un olio (fr:12416). Per l’operazione occorre un apposito recipiente di vetro chiamato «nola» (piccola campana), e si usa diligenza nel rendere graduale la combustione (fr:12417‑12418).
L’indagine si estende al comportamento dei metalli calcinati: “But why do burnt metallics yield oil more easily, and also hold on to water? The water is extremely harsh.” – (fr:12419‑12420) [Ma perché i metalli bruciati cedono olio più facilmente e trattengono anche l’acqua? L’acqua è estremamente acre.] Cardano avanza una spiegazione fondata sulla mescolanza di terrosità che impedirebbe all’umor grasso di consumarsi del tutto, oppure ipotizza che i corpi non siano realmente combusti ma solo tostati, altrimenti ritornerebbero in cenere (fr:12421). In ogni caso, rimossa l’acqua, l’olio emerge più rapidamente e, poiché rimane meno esposto al calore, viene estratto più facilmente e in maggior copia (fr:12422‑12423). Il tema è rimandato all’opera De arcanis aeternitatis (fr:12424), e già nell’edizione del 1554 compariva un breve accenno all’estrazione di olio dal calcanto (vetriolo), poi rimosso nel 1560 (fr:12435).
Cardano introduce poi le sostanze che rilasciano olio senza cottura, come la trementina e il lentisco, precisando che si estraggono solo le parti più rarefatte e che l’estratto non possiede mai la piena virtù della sostanza originaria (fr:12425‑12428). Propone quindi una graduatoria degli estratti: “The best extract is the one whose substance runs out without a cooking process. The most reliable is what is made by infusions. The most effective is what is made by cooking processes—I refer to a dry process, not one in water—that is to be reckoned in the next place. In fourth rank is what is extracted from almonds. In fifth and final place is an ancient process which is carried out by means of cooking procedures with oil and water.” – (fr:12428‑12432) [L’estratto migliore è quello la cui sostanza fuoriesce senza cottura. Il più affidabile è quello fatto per infusione. Il più efficace è quello prodotto con processi di cottura – intendo a secco, non in acqua – che va collocato al secondo posto. Al quarto posto si colloca ciò che si estrae dalle mandorle. In quinta e ultima posizione è un processo antico che si realizza mediante cottura con olio e acqua.]
La distillazione delle acque aromatiche segue principi analoghi. Cardano descrive un alambicco formato da un vaso di terracotta A, sul quale viene teso un panno di lino a trama larga B; sopra si spargono rose, eufrasia o altri fiori, coperti da un piattello C, e si accende un fuoco sopra l’imboccatura del vaso (fr:12434, 12441‑12442). Con questo accorgimento si ottiene un’acqua di rose straordinariamente profumata e assai efficace (fr:12433, 12443). La figura di riferimento, assente in tutte e tre le edizioni, menzionava erroneamente un punto F (fr:12459). Per una distillazione rapida si può tenere un mestolo di vetro sul succo bollente, così che il fumo passi in gocce e si trasformi in acqua; con tale metodo l’aceto diventa facilmente acqua (fr:12445). L’acqua così prodotta servirebbe a rimuovere macchie e catarrali oculari, specialmente cuocendo la ruta in aceto bianco (fr:12446). Alcuni pongono muschio e altre sostanze odorose accanto al punto F, facendo sì che l’acqua trattenga anche quel profumo (fr:12447).
La riflessione si sofferma sul problema degli odori che non passano nell’acqua (gelsomino, garofano, giglio): la ragione starebbe nell’assenza di una parte più densa legata alla sostanza rarefatta (fr:12448‑12449). Per rimediare, occorre intercalare le foglie di erbe inodori con materia più spessa, senza bruciarla, in modo che l’odore si leghi e poi venga distillato (fr:12450‑12451).
L’applicazione moderata del fuoco rivela la capacità di intensificare le qualità dei corpi senza distruggerli. I Moscoviti ricavano dagli avena un’acqua distillata che riscalda e inebria come il vino, poiché l’avena, sostanza alquanto densa, una volta scaldata e rarefatta si assottiglia e acquista la natura dell’aqua ardens (acquavite) (fr:12453‑12454). Anche le foglie di canapa, ridotte in polvere, danno una bevanda piacevolmente inebriante perché agiscono sulla testa (fr:12454). Un decotto delle stesse foglie e dei semi, versato sulla terra, attira i vermi in superficie, forse per l’odore o per azione irritante (fr:12455). Fra i Tartari si distillava acqua dal latte, specie di giumenta, ottenendo una bevanda inebriante dopo averlo ispessito e tenuto presso il fuoco (fr:12467‑12468). Più in generale, Cardano osserva che una distillazione ripetuta aumenta il calore e la rarefazione, tanto che l’acquavite più volte distillata raggiunge un’acredine imbevibile (fr:12470‑12471). “So what emerges clearly from this is that wine has a fiery power, and that repeated distillation from almost anything, even the most compact, can create a drink which will warm and inebriate more than wine.” – (fr:12472) [Risulta quindi chiaro che il vino possiede un potere igneo e che la distillazione ripetuta di quasi ogni cosa, anche la più compatta, può creare una bevanda che riscalda e inebria più del vino.] La bevanda così ottenuta risulta gradevole e profumata perché viene rimosso tutto ciò che è sgradevole ed esaltata la potenza ignea e l’acredine della sostanza (fr:12474).
Accanto ai distillati, Cardano tratta bevande inebrianti prodotte senza distillazione, come l’idromele (medo) in uso presso i Moscoviti. “It is produced from honey and hop seed, and is kept in vessels sealed with pitch—although hardly any of them would be enough to produce drunkenness.” – (fr:12477) [È prodotto con miele e semi di luppolo e conservato in vasi sigillati con pece – sebbene difficilmente basti a produrre ubriachezza.] Una variante più nobile prevede quattro parti di zethum (una birra cruda), una di miele e una media quantità di semi di mirto; il tutto è cotto insieme, schiumato e infine addizionato di altre sei parti di zethum e lasciato coperto per quaranta ore (fr:12478‑12479). La versione comune sostituisce il zethum con acqua e i semi di mirto con luppolo, cuocendo finché compare un’amarezza non sgradevole (fr:12480‑12481, 12489).
Cardano riporta minuziosamente la ricetta del zethum o zythum, la birra dei Germani, secondo quanto lasciato scritto dal medico imperiale Nicolaus Pollio. L’orzo viene messo a bagno finché si rompe, poi essiccato, sfregato finemente e passato sotto la macina; alcuni lo inumidiscono in mucchi per tre giorni, lo lasciano germinare e lo seccano per altri tre giorni, quindi lo tostano in forno su teli di lino, ottenendo una gradevole dolcezza di miele (fr:12492‑12495). Dopo la cottura con acqua e la riduzione del volume, si aggiungono luppolo e altro orzo, si cuoce ancora e si travasa nella botte con una quantità moderata di lievito (fr:12496‑12499). Popoli del Nord preparano lo zethum con orzo e varietà di grano; quelli del Sud, cui è vietato il vino per precetto religioso, lo producono dal riso: la bevanda di riso, priva di luppolo, risulta più gentile ma ugualmente capace di inebriare (fr:12500). Il “vino di riso” è giudicato assai più gradevole e salutare degli altri zethum (fr:12501). In Dacia e Sarmazia si aggiungono maggiori quantità di mirto o luppolo (fr:12502‑12503). Cardano conclude che a tutti i mortali è concesso il vino e, in aggiunta, il miele: mezzo universale per confezionare bevande doppiamente piacevoli. Tra queste, l’antico oxymel (miele e aceto) è ritenuto più salutare di ogni zethum, sebbene leggermente più costoso, con trenta parti di miele e venticinque di aceto (fr:12504‑12506).
Il testo è costellato da annotazioni che ne sottolineano il carattere stratificato: la menzione del termine alchemico “igne reflexo” (fr:12410), l’assenza nella biografia di Henry Morley di interessi chimici del padre (fr:12412), i rimandi interni alla nota 52 (fr:12409) e le varianti redazionali fra il 1550, il 1554 e il 1560 (fr:12435, 12462, 12482, 12486). Emerge così non solo un trattato di “sottigliezze” naturali, ma anche una testimonianza viva delle pratiche di distillazione e fermentazione in uso nell’Europa del primo Cinquecento, nonché del modo in cui la scienza cardaniana cercava di spiegare le trasformazioni della materia attraverso gli strumenti concettuali dell’epoca.
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47 Umori vegetali e meraviglie arboree nel De Subtilitate: tra Bibbia, Nuovo Mondo e correzioni a Dioscoride
Cardano indaga le piante grasse, il bdellio biblico, il legno santo delle Indie Occidentali, la fabbricazione delle peci e le proprietà ottiche dei legni traslucidi, correggendo Dioscoride e offrendo una testimonianza della botanica rinascimentale tra erudizione classica e scoperte geografiche.
Nel libro VIII del De Subtilitate, Girolamo Cardano collega l’umidità delle piante alla sensibilità vegetale sostenuta da Platone: “So as fatty plants contain a lot of humour, 329 Plato (Timaeus 77b) wrote that plants partake of ‘sensation, pleasant and painful, together with desires.’” – (fr:12620) [Poiché le piante grasse contengono molto umore, Platone (Timeo 77b) scrisse che le piante partecipano di «sensazione, piacevole e dolorosa, insieme ai desideri»]. Porta esempi concreti come i germogli di palma che spuntano su rami secchi, l’aloe, il semprevivo e un albero indiano dalla foglia grande ma meno carnosa e con piccole spine sul dorso (fr:12619). La presenza di spine è la chiave per comprendere una contraddizione: “But since aloe is very bitter, why does it have very fatty leaves?” – (fr:12633) [Ma perché l’aloe, che è molto amaro, ha foglie assai carnose?]. La spiegazione sta nella necessità di calore e secchezza abbondanti in una umidità copiosa per generare le spine, sicché l’umido interno viene «bruciato» e il succo diviene amarissimo (fr:12635). Cardano ricorda infatti che tutte le verdure spinose, come i cardi, provocano l’urina proprio per la loro «calda umidità» (fr:12632).
Passando alle sostanze aromatiche, l’autore contesta l’identificazione corrente del bdellio con un semplice germoglio di palma. A suo avviso Mosè si riferiva a una pianta della Battriana: “But it seems that Moses had another kind of plant in mind, and the Bactrian district; &580 in fact there bdelium arises from a tree, not a bush- one that has the size of an olive tree, and the dark leaf of an oak tree, and the fruit of a wild fig; it is from that that I affirm bdelium arises, rather than from a palm shoot.” – (fr:12617) [Sembra invece che Mosè avesse in mente un’altra specie vegetale e la regione della Battriana; lì infatti il bdellio nasce da un albero, non da un cespuglio, delle dimensioni di un olivo, con foglia scura come la quercia e frutto simile al fico selvatico; sostengo che il bdellio provenga da quello, piuttosto che da un germoglio di palma]. A conforto cita la Genesi (2,12), dove si parla dell’oro della terra di Avila e del bdellio, e i Numeri (11,7), dove il colore della manna è paragonato a quello del bdellio (fr:12629‑12630). Il termine viene glossato con l’etimologia greca e se ne segnala la grafia usata da Cardano con una sola L (fr:12625‑12628).
L’attenzione si sposta poi su un albero legato a una malattia nuova e drammatica: il «legno santo» (lignum sanctum, guaiaco), importato dalle Indie Occidentali, dalla cui regione, nota Cardano, «si insinuò anche il morbo» (fr:12636), cioè la sifilide. L’autore ricorda di aver composto otto libri De morbo Gallico (1537‑1539) e decide di descrivere la pianta: “&581 It is grown in Spain and around the nearby islands of the New World, a little smaller than a walnut, with a patchy bark alternating between green and ashy, a leaf smaller and greener than a wild strawberry. The flower is shiny-white, the fruit saffron yellow, its shape and size similar to two wild lupins linked together.” – (fr:12638) [Cresce in Spagna e nelle isole vicine del Nuovo Mondo, è un poco più piccolo di un noce, con corteccia a chiazze verdi e cineree, foglia più piccola e più verde di una fragola selvatica. Il fiore è bianco lucente, il frutto giallo zafferano, simile per forma e dimensione a due lupini selvatici accoppiati]. L’albero è tanto diffuso da formare ovunque boschi simili ai nostri querceti (fr:12639). Da esso, come da qualsiasi altro albero, si estrae una linfa più pregiata del legno: si taglia il legno a fette spesse un dito e, esponendole al fuoco, si raccoglie il succo che ne trasuda (fr:12640).
Cardano fornisce poi una tassonomia dei succhi: “There are two kinds of sap: the liquid and the dry- and also the raw, such as that of the cherry and plum, and the fatty, such as that of all pine trees (it does burn).” – (fr:12641) [Vi sono due tipi di linfa: la liquida e la secca – e anche quella cruda, come la linfa del ciliegio e del susino, e quella grassa, come quella di tutti i pini (che brucia)]. Mentre il motivo per cui i succhi grassi bruciano e i crudi no è già stato chiarito, rimane da spiegare perché i primi diventano liquidi e altri rimangono secchi: “They liquefy because they contain little of earthiness; the edges, which have most earth, do not liquefy.” – (fr:12644) [Liquefanno perché contengono poca terrosità; i bordi, che ne hanno di più, non liquefanno]. Il succo dei pini è più «concocto» e adatto a maturare, ma non è il più caldo: il primato spetta all’Euforbio, “although it belongs to the kind of milk, not that of pine trees” – (fr:12645) [benché appartenga al tipo del latte, non a quello dei pini]. L’Euforbio, latte di una pianta spinosa di colore non perfettamente bianco, seccando nel tempo come la resina del lentisco fa ingiallire i denti (fr:12646‑12647). La sua potenza è terribile: “But it is very hot, and for this reason, if placed for a day on top of bare bones, it can remove the surface from them, such is its power. In the same way, milk of tithymal shatters teeth.” – (fr:12659‑12660) [Ma è caldissimo, e per questo, se posto per un giorno su ossa nude, può asportarne la superficie, tale è la sua potenza. Allo stesso modo, il latte del titimalo spezza i denti]. Cardano fonderà queste osservazioni su un principio generale: ogni pianta spinosa è eccessivamente secca; perciò l’euforbio è secco oltre misura, e il suo latte, non essendo di bianco splendente ma giallastro, non deriva da freddezza ma da secchezza e calore (fr:12656‑12658).
L’indagine si allarga alla natura dei succhi vegetali. Posto che nelle mescolanze esistono solo quattro umori, ci si chiede a quale appartenga la linfa. La risposta è analogica: “Sap is on trees what mucous juice is on herbs- the latter is hardly present in plants, while sap is uncommon in herbs.” – (fr:12662) [La linfa sta sugli alberi come il succo mucoso sta sulle erbe – quest’ultimo è quasi assente nelle piante, mentre la linfa è rara nelle erbe]. A differenza del muco, imperfetto rispetto al grasso dell’olio, “sap has fatty moistness mixed with wateriness and earthiness. There is thus oil in every sap, and thus it is easy to extract.” – (fr:12663‑12664) [la linfa possiede umidità grassa mescolata ad acquosità e terrosità. In ogni linfa c’è dunque olio, ed è perciò facile estrarne].
I succhi secchi sono come lo stirace, la pece greca e la pece navale. Si ottengono mettendo fette di pino in un forno a bruciare per un certo tempo: ciò che distilla nero e limpido è la pece navale, che assorbe olio e viene purificata da esso; a sua volta l’olio si pulisce con la crusca (fr:12665‑12667). I contenitori rivestiti di pece assorbono l’olio per la loro secchezza unita alla rarefazione (fr:12668). Tutte le gomme, essendo grasse e di sostanza acquosa, sono trasparenti perfino quando abbondanti. Un esempio spettacolare viene dal larice: “Hence if houses are made of thin larch planks, the planks glow so much when lights are placed on them that they seem wholly on fire.” – (fr:12670) [Perciò, se si costruiscono case con assi sottili di larice, queste risplendono tanto, quando vi si pongono dei lumi, da sembrare interamente in fiamme]. Il legno di larice è rossastro e traslucido, e questa proprietà, spiega Cardano, era sfruttata dai barbari e dagli antichi “to impress common people with these tricks; now it is enough to use them for stage scenery” – (fr:12671) [per impressionare la gente comune con questi stratagemmi; oggi bastano per le scene teatrali]. Tali effetti derivano dal fatto che ogni grasso è umidità traslucida, poiché in esso fiorisce il calore celeste che porta chiarezza, come quella del Sole, della Luna e delle stelle (fr:12674‑12676, 12686). Se nella sostanza è mescolata molta terra, essa luccica soltanto; se poca, luccica, brilla ed è traslucida (fr:12687).
Cardano torna poi a piante esotiche. Descrive una cassia (la cassia fistola) dal baccello liscio, color ruggine o nero, lungo anche più di un cubito, con un succo dolcissimo ma sgradevole e semi come lupini ma assai più duri. L’albero è alto, con foglie simili a quelle del noce ma più strette e sottili, fiore fulvo simile alla ginestra, intollerante del freddo e avidissimo di umidità, tanto da spingere le radici fino all’acqua sottostante. Per questo non può crescere nei nostri climi, dove le acque giacciono troppo in profondità (fr:12689‑12690).
Dopo aver elencato alberi dalla cui ombra emana un potere distruttivo – tossico, noce, euforbio, fico adulto, aconito, tasso, oleandro – si sofferma su una confusione botanica che coinvolge Dioscoride. La pianta che comunemente si chiama oleandro ha frutti che ricordano la cassia scura, non il mandorlo, e il gambo è nodoso. Cardano dichiara: “Dioscorides overlooked this and was deceived about the fruit, with the result that I would not regard the tree we have as oleander, but as dark cassia, because of the fruit’s resemblance.” – (fr:12692) [Dioscoride trascurò questo fatto e fu ingannato sul frutto, al punto che non considererei l’albero che abbiamo come oleandro, bensì come cassia scura, per la somiglianza del frutto]. Nondimeno, la pianta in questione, con foglia e fiore, è letale per bestie da soma, pecore, capre e maiali; per l’uomo è solo nociva, non mortale (fr:12693‑12694). Tra i frutti salutari cita loto, faggio e un «hobium» indiano, mentre fra i profumi utili apprezza rosa, mirto, nardo, cedro, ginepro e segnala la dannosità del bosso (fr:12695‑12696).
L’ultimo albero preso in esame è il brasilio, chiamato anche «verzino», le cui diverse colorazioni lo rendono prezioso per la tintura. Cardano ricorda che la provincia del Brasile prende nome proprio dai boschi formati da questa pianta. “Brasilium has entered the contest through the diversity of its colours – some people call it ‘verzinum.’” – (fr:12697) [Il brasilio è entrato in gara per la diversità dei suoi colori – alcuni lo chiamano «verzino»]. L’albero non è grande, simile all’enzina ma più sottile e posto più obliquamente, con foglia simile a quella della quercia ma non ruvida (fr:12716‑12717).
Il passo mostra il metodo di Cardano: all’autorità di Platone, della Bibbia e di Dioscoride affianca l’osservazione diretta, le notizie provenienti dalle Indie Occidentali e la pratica artigianale (estrazione di peci, uso scenico di legni traslucidi). Le integrazioni aggiunte nelle edizioni del 1554 e del 1560, segnalate dalle note, documentano un sapere in continuo aggiornamento. Il legno santo si lega alla diffusione della sifilide e al De morbo Gallico, offrendo una testimonianza del nesso tra nuovi prodotti esotici e nuove malattie nell’Europa del Cinquecento.
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48 La materia dei colori e la bellezza dei legni nel Rinascimento
Dal brasile al platano: tecniche tintorie, incanto estetico e osservazione botanica nel Libro VIII del De Subtilitate di Girolamo Cardano.
Il resoconto si apre con l’esame del brasile (brasilium), una fonte tintoria di cui Cardano descrive la qualità cromatica e la preparazione. “With age brasilium grows better, and reddens more, and in this differs from fake brasilium.” – (fr:12720) [Con l’età il brasile migliora e arrossisce di più, e in questo si differenzia dal brasile falso.] L’autore ne fornisce metodi precisi: alcuni immergono la polvere raschiata con vetro in una liscivia bollente, “An eighth part of the wood … is enough, with a moderate addition of alum among the hot cinders, and it is cooked for an hour, and put into use at once, and no Arabian sap is required.” – (fr:12724) [Un ottavo del legno … è sufficiente, con una moderata aggiunta di allume tra le ceneri calde; si cuoce per un’ora, si usa subito e non occorre gomma arabica.] Lo stesso Cardano preferisce tagliare il legno in fettucce sottilissime, macerarle in dieci parti d’acqua per almeno sei ore e far evaporare fino a perdere tre quarti del liquido, ottenendo un colore fulvo e lucente; prolungando la bollitura si passa al rosso sangue e poi all’azzurro (fr:12725-12727). Il colore vegetale, tuttavia, è instabile: “It is characteristic of all the colours which come into being from the parts of plants to change with time, and not to be pure at all, because the matter of plants is weak and full of humour.” – (fr:12729) [È caratteristico di tutti i colori che derivano dalle parti delle piante mutare nel tempo e non essere mai puri, poiché la materia vegetale è debole e piena di umori.] Più sicuro è il rosso di cinabro disciolto in acqua con gomma arabica o albume, ma la sua tendenza a depositarsi lo rende instabile se diluito troppo (fr:12731-12732).
La ricchezza cromatica non è solo estrattiva: olmo e olivo forniscono vasi e tavole dal colore brillante, la cui varietà, apparentemente un difetto, “what is spoken of as a blemish in clothing is welcome variety in these, because of being combined with glitter.” – (fr:12737) [ciò che nei tessuti è detto un difetto, in questi legni è piacevole varietà, perché accompagnato dalla lucentezza.] Cardano attribuisce la diversità dei colori alla diversità di calore e alla porzione oleosa (fr:12735), e nota che l’olio di lino, in particolare, esalta le venature del frassino rendendole quasi dorate (fr:12757-12759).
La rassegna dei legni pregiati colloca al vertice il platano, che affascinò Serse: “He actually attached bracelets, collars, cloaks, and the other regalia of nobility to its branches, to testify to his love.” – (fr:12778) [Appese realmente ai rami braccialetti, collari, mantelli e gli altri ornamenti della nobiltà, per testimoniare il suo amore.] La bellezza del platano, secondo Cardano, nasce da una chioma folta e sempreverde, rami robusti, ombra sana e abbondante, un tronco arrotondato nutrito da una polla limpida e venti che lo scuotono operosamente. Al secondo posto mette il loto, albero alto e profumato, il cui nome richiama il mito dei Lotofagi, ma avverte subito: “But this is no place for tales; a serious account is to be worked through.” – (fr:12786) [Ma qui non si tratta di favole; va condotto un resoconto serio.] Altre specie suscitano ammirazione: la betulla reca sulle radici immagini di piante, uccelli e quadrupedi (fr:12743), il tasso ha un vivo colore di rosa e serve per gli archi (fr:12754-12755), il frassino – importato dalla Germania – viene ridotto in fogli sottili per tavole di gran pregio, le cui onde naturali, nutrite dall’olio di lino, diventano permanenti (fr:12756-12759). Il succo di limone agisce sulle pelli modificando i colori in variazione alternata (fr:12751), e le radici di bambù attraggono per la diversità cromatica e il luccichio (fr:12752).
La sezione conclusiva affronta i sapori delle piante, osservando che esse accolgono tutti i colori ma non tutti i sapori: manca un sapore salato spiccato. Sebbene Teofrasto lo negasse, Cardano ritiene che “a number of plants are salty, but not so many as are bitter or sweet, nor so obviously so.” – (fr:12810) [un certo numero di piante è salato, ma non così numerose come quelle amare o dolci, né in modo altrettanto evidente.] La ragione sta nella difficoltà di attrarre un nutrimento denso e corrosivo, che nuocerebbe alla pianta umida. A riprova cita l’erba marina salgazum, che ricopre l’Oceano Indiano tanto da “so plentiful that it resembles flowery meadows” – (fr:12816) [così abbondante da somigliare a prati fioriti], e l’alga dei mari nostrani, che germoglia in primavera, fiorisce d’estate e muore d’inverno (fr:12817), entrambe nutrite da una sostanza grassa legata al sale e non dalla semplice salinità.
Questa sequenza, tratta dal Libro VIII del De Subtilitate, condensa alcuni tratti tipici del sapere rinascimentale: la precisione ricettistica accanto alla spiegazione filosofica della sostanza, l’intersezione fra estetica, tecnica e meraviglia naturale, e il ricorso all’autorità degli antichi (Teofrasto, Erodoto, Omero) sottoposto a verifica empirica. Il testo testimonia un momento in cui la botanica non era ancora separata dall’arte tintoria e dall’ebanisteria, e il dato sensibile – il colore, il luccichio, l’odore – conservava piena dignità di oggetto scientifico.
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49 La generazione dalla materia putrida e il confine tra specie e mostri nel libro IX del De Subtilitate
È la forma celeste, non la materia, a fissare le specie: gli animali nati dalla putredine sono solo esemplari imperfetti e mostruosi della loro specie, non creature di natura diversa.
Nel nono libro del De Subtilitate Girolamo Cardano affronta il problema della generazione spontanea, distinguendo con nettezza la riproduzione da seme da quella che ha origine dalla materia in decomposizione. La differenza essenziale risiede nella continuità del calore formativo: «Thus generations from seed and those from putrid matter differ in this, that in seed there is matter which receives heat always like the heat from which seed is generated, in other cases, there is a heat, but what happens is that the matter is either here or there, so that the generation of such things is fortuitous» – (fr:13491) [Così le generazioni da seme e quelle da materia putrida differiscono in questo, che nel seme c’è una materia che riceve sempre un calore simile a quello da cui il seme è stato generato; negli altri casi il calore c’è, ma la materia si trova ora qui ora là, cosicché la generazione di tali cose è fortuita]. Da questa casualità discende una conseguenza inevitabile: la scarsità e l’imperfezione. «So most of these are very small, and imperfect – very small, because not much matter is to hand suitable for generation when it is collected by chance, and imperfect, because such generation has little peace, and is therefore done quickly» – (fr:13492) [Perciò la maggior parte di questi esseri è molto piccola e imperfetta – molto piccola perché la materia adatta, raccolta per caso, è poca, e imperfetta perché tale generazione ha poca quiete e si compie in fretta]. E ciò che si fa in fretta, come nelle opere d’arte, non può raggiungere la perfezione.
La debolezza costitutiva tocca anzitutto i sensi interni e l’apprendimento. Cardano è categorico: «Therefore absolutely no animal generated from decay can have perfect and complete senses, although possessing them all; they lack all the external senses, and much more the internal ones, indeed they totally lack prudence, and are stupid» – (fr:13494) [Perciò nessun animale generato dalla putrefazione può avere sensi perfetti e completi, pur possedendoli tutti; mancano di tutti i sensi esterni e ancor più di quelli interni, sono del tutto privi di prudenza e sono stupidi]. Esistono eccezioni solo apparenti. Le api, per esempio, sono sì prudenti, ma «they are generated from particular matter, and do not lack a parent» – (fr:13495) [sono generate da materia particolare e non mancano di un genitore], oppure, se nascono da una carcassa di vitello, l’opera è della natura e non di una loro presunta intelligenza. Le formiche che sembrano prudenti nascono invece da seme e uova. Di conseguenza, «no animal generated from putrid matter is capable of training or of being tamed; the principle of learning is not inside them» – (fr:13498) [nessun animale generato da materia putrida è suscettibile di addestramento o di essere addomesticato; il principio dell’apprendimento non è dentro di loro]. Non sorprende che siano anche per lo più di vita breve: «animals that need to grow tame require time» – (fr:13545) [gli animali che devono diventare domestici hanno bisogno di tempo].
La questione più dibattuta riguarda la capacità riproduttiva di questi animali e il loro statuto di specie. Cardano contesta Aristotele, il quale negava che gli animali nati per generazione spontanea potessero a loro volta generare, e riteneva che da essi nascesse un animale di specie diversa. «I am quite dumbfounded at Aristotle, because although he allocates so much form to everything but so little matter, in this situation he gave the matter precedence over the form» – (fr:13524) [Sono davvero sbalordito da Aristotele, perché sebbene attribuisca tanta forma a ogni cosa e così poca materia, in questa situazione ha dato alla materia la precedenza sulla forma]. La vera causa è un’altra: la capacità di generare è un dovere degli animali robusti e perfetti. «The ability to generate is an obligation of the sturdy and perfect animals» – (fr:13503) [La capacità di generare è un obbligo degli animali vigorosi e perfetti]. Gli animali nati dalla materia putrida, essendo per lo più gracili, non generano, oppure generano esseri ancor più deboli, come i pidocchi che producono lendini o i topi che generano topi dalla potenza generativa così fiacca da non riprodurre il simile. Accade però che «a few in a hot region such as Egypt, or through good luck, are sturdy, and pass across into a continuing kind, and are propagated like the rest of the animals» – (fr:13518) [pochi, in una regione calda come l’Egitto o per buona sorte, sono robusti e passano a un genere continuativo e si propagano come gli altri animali].
La conseguenza capitale è che questi animali non costituiscono una specie separata. «The famous question is thus settled, whether the mice generated from putrid matter are of a different species from those that are generated by succession. Certainly not; the form is the same, and the activities, but they differ only as a monster differs from an intact animal of its own kind» – (fr:13520-13521) [La celebre questione è così risolta: se i topi generati dalla materia putrida siano di una specie diversa da quelli generati per successione. Certamente no; la forma è la stessa, e le attività, ma differiscono solo come un mostro differisce da un animale integro della sua specie]. Il paragone con le malformazioni umane chiarisce il concetto: «No one will actually say that a human being with one eye, or six-fingered, or from whose womb the back part of an infant protrudes, is an animal of another kind from a human being – a monstrous human being is what that is» – (fr:13522) [Nessuno dirà che un uomo con un occhio solo, o con sei dita, o dal cui ventre sporga la schiena di un infante, sia un animale di specie diversa da un uomo – è un uomo mostruoso]. Allo stesso modo il topo nato dalla putredine è un topo debole e mostruoso; le lendini sono mostri generati dai pidocchi. A garantire la stabilità della specie è il calore celeste: «The soul is determined by the heavenly heat, and all species have their own number» – (fr:13527) [L’anima è determinata dal calore celeste e tutte le specie hanno il proprio numero]; «Provided a species is capable of taking on a form, it is not changed on account of the matter» – (fr:13528) [Purché una specie sia in grado di ricevere una forma, non viene mutata a causa della materia]. La prova è data dalla diffusione di animali simili per forma in regioni lontanissime: «we see flies in Italy, Germany, India, and Ethiopia and other regions so widely separated, flies generated from matter so diverse, yet alike in form and way of life» – (fr:13539) [vediamo mosche in Italia, Germania, India ed Etiopia e in altre regioni così distanti, mosche generate da materia tanto diversa, eppure simili per forma e modo di vita].
Il libro si chiude con una rassegna sugli insetti e sui serpenti, di cui Cardano elenca le forme più insigni: «three kinds are the most distinguished: snakes on account of their size, bees and silkworms on account of the work they do» – (fr:13551) [tre generi sono i più ragguardevoli: i serpenti per la grandezza, le api e i bachi da seta per il lavoro che svolgono]. Vengono così raccolte testimonianze di taglia prodigiosa: «Marcus Attilius Regulus at the river Bagrada in Africa killed one 120 feet long with artillery» – (fr:13552) [Marco Attilio Regolo presso il fiume Bagrada in Africa ne uccise uno lungo 120 piedi con l’artiglieria] e «in the time of the Emperor Claudius, a baby was found unharmed in the stomach of a boa when it was killed» – (fr:13553) [al tempo dell’imperatore Claudio, un neonato fu trovato illeso nello stomaco di un boa quando fu ucciso]. Non mancano i riferimenti a draghi che «suck out the whole of an elephant and kill it» – (fr:13560) [succhiano tutto l’elefante e lo uccidono] e ad animali esotici come l’iguana («Hyuana, with a spiky back, voiceless, four legs, the tail of lizards, very sharp teeth, bigger than rabbits» – fr:13562 [l’iguana, con dorso spinoso, senza voce, quattro zampe, coda di lucertola, denti aguzzi, più grande dei conigli]) o l’armadillo («Bardati, from their resemblance to boss-wearing horses; they are of the tortoise kind» – fr:13563 [Bardati, dalla somiglianza con i cavalli bardati; sono del genere delle tartarughe]). Serpenti enormi si trovano a Sumatra, in Castiglia dorata (vipere di venti piedi con la testa grossa come quella di un capretto), nel regno di Senega; gli Epidauri, si ricorda, nutrivano e addomesticavano serpenti di grandezza notevole.
Il brano restituisce la fisionomia di un sapere rinascimentale in cui l’indagine naturale è al tempo stesso critica testuale, comparazione di autorità (Aristotele, Teofrasto, Galeno) e collezione di meraviglie geografiche. Cardano rettifica Aristotele servendosi di Teofrasto e dell’evidenza della forma, ma lo fa all’interno di una cornice che lega ancora le specie al numero e al calore celeste, in una sintesi tra osservazione e metafisica che segna una tappa significativa nella storia del pensiero biologico.
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50 La natura del veleno e dei serpenti nel nono libro del De Subtilitate di Girolamo Cardano
Cardano riconduce la mancanza di ali e zampe nei serpenti alla loro costituzione secca e velenosa, integrando osservazioni naturalistiche, testimonianze etnografiche e teorie umorali per costruire una spiegazione unitaria del mondo animale.
Nel nono libro del De Subtilitate, Girolamo Cardano indaga le ragioni fisiche che governano la presenza di veleno nei serpenti e in altre creature, collegandone la morfologia alla dottrina delle qualità elementari. La secchezza e la freddezza diventano i cardini di una fisiologia comparata che abbraccia il basilisco, la tarantola, le vipere e persino la teriaca. Accanto alle speculazioni teoriche, il testo tramanda una ricca raccolta di aneddoti e credenze, rivelando il tipico intreccio rinascimentale fra filosofia naturale, medicina e folclore.
La capacità dei serpenti di restare celati a lungo deriva dalla loro natura intrinseca: «This kind of snake is in the habit of lying hidden, and can do it for a long time, since it is satisfied with little food, because of the narrowness of its bowels, its scanty native heat, and the dryness of its temperament» – (fr:13589) [Questo tipo di serpente è solito restare nascosto, e può farlo a lungo, poiché si accontenta di poco cibo, a causa della strettezza dei suoi intestini, del suo scarso calore innato e della secchezza del suo temperamento]. I saltimbanchi lo sanno e li trasportano comodamente in cassette di legno con un po’ di crusca. Le dimensioni eccezionali si spiegano invece con il calore della regione: la loro carne è dura e compatta, come quella degli elefanti e, per analogia, degli alberi. «Their cold nature used to hinder snakes, so that only in the hottest regions can they reach such a size» – (fr:13593) [La loro natura fredda ostacolava i serpenti, sicché solo nelle regioni più calde possono raggiungere una simile grandezza]. Quando il calore non basta, subentra una secchezza estrema che rende l’animale assai distruttivo.
È proprio la secchezza a dominare la fisiologia del veleno. «But venom either is excess dryness or is linked to it» – (fr:13616) [Ma il veleno o è eccesso di secchezza o è legato a essa]. Le vipere acquatiche ne trattengono poco perché non possono essere secche; non tutti i serpenti sono velenosi e non tutti i velenosi strisciano. Fra i velenosi dotati di zampe, Cardano annovera scorpioni, rospi, ragni, alcuni granchi delle Indie Occidentali e certe formiche – pur riconoscendo che vespe e molte altre creature possiedono veleno. La natura ha conferito il veleno a pochi animali con zampe, e in misura ridotta, perché se fossero robusti diventerebbero troppo distruttivi; perciò li ha generati piccoli e lenti.
Il ragno delle Indie, grande come un passero, è per natura freddo – qualità che Cardano connette al veleno – ma dove cresce di più diviene meno velenoso. «For this reason nature has made no poisonous bird; or if it has, or will make one, its poison will be weak, as is that of the wasp, or it will not be a large or long-lived bird, or it will be rare and small, or will live in deserts» – (fr:13628) [Per questa ragione la natura non ha prodotto alcun uccello velenoso; o se lo ha fatto, o lo farà, il suo veleno sarà debole, come quello della vespa, oppure non sarà un uccello grande o longevo, o sarà raro e piccolo, o vivrà nei deserti]. Da tale economia naturale discende logicamente l’assenza di ali e zampe nei serpenti. La causa ultima è dichiarata poco oltre: «We said that creatures with venom are excessively dry, and so nature has involved horns and claws and bones in their flesh, and has not embellished them with feathers, thus shaping a drier body» – (fr:13631, 13638) [Abbiamo detto che le creature velenose sono eccessivamente secche, e così la natura ha inserito corna, artigli e ossa nella loro carne, e non le ha adornate di piume, plasmando un corpo più secco].
Nel quadro della secchezza velenosa si inserisce anche la discussione sul basilisco o regulus. Cardano riferisce la credenza che uccida con la sola voce o con lo sguardo. «If this is so, it is necessary for each spirit to be imbued with air, because the image that it sends with the help of light cannot have a share of venom» – (fr:13596) [Se è così, è necessario che ciascuno spirito sia intriso d’aria, perché l’immagine che esso invia mediante la luce non può avere parte del veleno]. Il paragone con le donne che durante le mestruazioni possono opacizzare gli specchi chiarisce come l’influsso nocivo possa trasmettersi per via invisibile. Una lunga annotazione erudita richiama la fisiologia di Jean Fernel, secondo cui accanto agli spiriti innati ve ne sono tre vaganti – naturale, vitale, animale –, e suggerisce che gli spiriti vitali e animali siano i due candidati di Cardano. Lo spiritus funge da «super-collante del cosmo del mago rinascimentale», come ricorda Grafton.
L’effetto del veleno freddo è esemplificato dalla tarantola, il cui morso induce un torpore letale. «Relief through music is well known, because it stimulates victims to dance; the dancing dispels the lassitude, and along with it the poison, which is by nature very cold» – (fr:13620) [Il sollievo attraverso la musica è ben noto, poiché stimola le vittime a danzare; la danza dissipa la spossatezza e con essa il veleno, che è per natura molto freddo]. Cardano corregge la spiegazione comune servendosi dell’exemplum socratico: l’esecutore prescritto a Socrate gli disse di camminare finché non avesse sentito pesantezza alle gambe, così che la cicuta agisse da sé. Dunque «it is not music but exertion that disperses poison, and the tarantula’s victims are stimulated to exertion by diverse kinds of music» – (fr:13622) [non è la musica ma lo sforzo che disperde il veleno, e le vittime della tarantola sono stimolate allo sforzo da diversi generi di musica]. Il veleno ritira gli spiriti all’interno; la musica, che già per natura stimola gli spiriti (come avviene in cavalli, fanciulli e idioti), offre un doppio aiuto.
La fenomenologia dei serpenti prosegue con osservazioni derivate dalla tradizione e dai viaggi. Lo sterco dei serpenti ha un buon odore, segno della perfetta cozione dovuta a secchezza e alla strettezza degli intestini. «Indeed, the dung of snakes that have a cup painted, as it were, on their forehead smells very good» – (fr:13640) [In verità, lo sterco dei serpenti che hanno come una coppa dipinta sulla fronte ha un odore molto buono]. Vengono menzionate le vipere dal capo crestato che vivono sotto le querce, presenti persino fra le case semibruciate dei remoti Sarmati. Olao Magno riferisce che i serpenti emettono veleni multicolori e che non toccano gli uomini nudi; a lui, da ragazzo, macchiarono gli abiti. Nell’India orientale, tra Calicut e Canonor, si trovano serpenti il cui fiato si sente a distanza e odora di muschio; ve ne sono altri, detti Mandali, estremamente micidiali, con testa cava romboidale, occhi vivaci, due soli denti canini e un artiglio sul naso o sulla coda.
La trattazione medica si concentra sulla vipera e sulla conservazione del veleno dopo la morte. «There are some venomous creatures that in fact lose their venom at death, such as rabid dogs, and scorpions; some keep it, such as vipers; and their flesh could do no other good in theriac if they were entirely free of venom» – (fr:13664) [Vi sono alcune creature velenose che in realtà perdono il veleno con la morte, come i cani rabbiosi e gli scorpioni; altre lo conservano, come le vipere; e la loro carne non potrebbe apportare alcun beneficio nella teriaca se fosse del tutto priva di veleno]. Persone che scuoiavano buoi uccisi da morsi velenosi vennero colpite dallo stesso male; il contagio sembra raggiungere i cadaveri in decomposizione. Nelle vipere, tuttavia, il veleno permane in potenza grazie alla potente secchezza, sicché è possibile maneggiarle impunemente da morte ma non mangiarle. L’aridità, inoltre, spiega la muta: «Through aridity, their dry skin is shed by vipers, and this is called the slough—what happens to them is what happens to human beings suffering from elephantiasis, that is, that from the vapour of corrupt humour, the skin dries and is shed» – (fr:13673) [Per aridità, la pelle secca viene persa dalle vipere, e questa è chiamata spoglia – ciò che accade a loro è quanto accade agli esseri umani affetti da elefantiasi, cioè che per il vapore di un umore corrotto la pelle si secca e si sfalda]. La muta avviene in primavera, dopo un lungo digiuno che dissecca il corpo e corrompe gli umori. Poiché la pratica naturale della vipera assomiglia al caso preternaturale degli elefantiaci, la sua carne deve giovare a questi malati.
Dal punto di vista storico, questi passi documentano il metodo di un grande medico e matematico del Cinquecento, impegnato a ricondurre fenomeni disparati a poche cause primarie (la ratio di cui si cerca il fondamento). Le numerose note redazionali che accompagnano il testo – con rinvii alle varianti del 1554 e del 1560, a Isidoro, Luciano, Fernel e Olao Magno – mostrano come il De Subtilitate sia stato a lungo studiato come crocevia di saperi antichi e moderne esperienze, in cui la zoologia si intreccia con la farmacopea e la superstizione con l’indagine razionale.
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51 Tra veleno, inganni e meraviglie: il Libro IX del De Subtilitate
Cardano espone le virtù mediche e magiche della spoglia di serpente, riconduce la tossicità alla secchezza, demistifica la frode di un’idra a sette teste e affronta la questione dei principi vitali multipli servendosi di salamandre, granchi e di un macabro supplizio.
Il passo, integrato nell’edizione del 1560, si apre con una serie di rimedi legati alla muta del serpente. Cardano registra credenze popolari che attribuiscono a questa spoglia poteri sia curativi sia magici:
“If the eyes are rubbed each morning with a snake’s slough, people say that they [the people] are not impaired at all by blunting of vision, or by cataract.” – (fr:13683) [“Se ogni mattina si sfregano gli occhi con una muta di serpente, la gente dice che non ne risentono affatto dell’offuscamento della vista o della cataratta.”]
“If one’s face is washed in this diluted with water, one looks terrifying; if it is held under the tongue, one seems wise and eloquent; if it is placed under the sole of the foot, one is viewed with favour by princes and the magistracy.” – (fr:13684) [“Se ci si lava il viso con essa diluita in acqua, si appare terrificanti; se la si tiene sotto la lingua, si sembra saggi ed eloquenti; se la si mette sotto la pianta del piede, si è visti con favore dai principi e dai magistrati.”]
Subito dopo, Cardano collega il veleno dei serpenti a una qualità fisica fondamentale: la secchezza. Essa viene posta all’origine della loro pericolosità e spiegata come conseguenza di un insieme di mancanze.
“All snakes too that either have a claw on their tail or a horn on their forehead are excessively dry, and consequently very deadly.” – (fr:13685) [“Tutti i serpenti che hanno un artiglio sulla coda o un corno sulla fronte sono eccessivamente secchi e, di conseguenza, molto letali.”]
“So for snakes to possess venom, they had to do without hair, feathers, legs and other items, and they have little need to drink, and to have red eyes.” – (fr:13686) [“Così, perché i serpenti possiedano veleno, hanno dovuto fare a meno di peli, piume, zampe e altre cose, e hanno poco bisogno di bere, e devono avere occhi rossi.”]
La medesima logica della secchezza viene estesa ad altri animali: i pesci, generalmente umidi, non sono velenosi, ma fanno eccezione quelli che abitano ambienti aridi, come la lepre marina con la bile e la tracina con le spine (fr:13687). Anche le vespe confermano la regola: “Further, there are wasps with a sting, which is their driest part.” – (fr:13688) [“Inoltre, ci sono le vespe con il pungiglione, che è la loro parte più secca.”]
A questa spiegazione naturalistica si aggiunge una riflessione ecologica sulla pericolosità dei serpenti. Se fossero anche rapidi come una tigre, osserva Cardano, infliggerebbero danni enormi (fr:13689), e le regioni infestate dai serpenti saettanti (iaculi), che si lanciano dagli alberi, diventano inabitabili (fr:13690).
Il cuore del resoconto è però la denuncia di un clamoroso falso. I serpenti, nota l’autore, mostrano forme diversissime, e approfittando di tale varietà uomini del suo tempo hanno osato esibire un esemplare con due zampe e sette teste. La descrizione che segue è precisa come quella di un reperto anatomico:
“Snakes, just like fish, possess many diverse forms, so that people of our times, taking advantage of the variety, have dared to display a snake with two legs and seven heads-as is written in the Apocalypse: the middle head longer and thicker, the rest, being equally” – (fr:13691) […] “distant from it, matched and equal; as they receded further from it, their necks were thinner and shorter.” – (fr:13723) [“I serpenti, proprio come i pesci, possiedono molte forme diverse, tanto che uomini del nostro tempo, sfruttando tale varietà, hanno osato mostrare un serpente con due zampe e sette teste – come è scritto nell’Apocalisse: la testa centrale più lunga e spessa, le altre, ugualmente distanziate, uguali e simmetriche; man mano che si allontanavano da essa, i colli diventavano più sottili e più corti.”]
“The heads were vipers’ heads, the eyes behind the ears, the gape huge, the teeth very like dog teeth, but thinner, the front ones small, with those at the sides longer; the tongue broad like a human one, and the head like a human head; the skin very hard, unbroken, with cartilaginous spikes as though in a patchy sturgeon.” – (fr:13724) [“Le teste erano teste di vipera, gli occhi dietro le orecchie, le fauci enormi, i denti molto simili a quelli dei cani ma più sottili, quelli anteriori piccoli e quelli laterali più lunghi; la lingua larga come quella umana e la testa simile a una testa umana; la pelle durissima, integra, con spuntoni cartilaginei come in uno storione a chiazze.”]
“Necks separated from each other were projecting from the body.” – (fr:13725) [“I colli, separati l’uno dall’altro, sporgevano dal corpo.”]
“The tail half as long again as the whole body, like the tail of snakes.” – (fr:13726) [“La coda lunga una volta e mezza l’intero corpo, simile alla coda dei serpenti.”]
“Legs small, with long claws; the size of a rabbit; white under the stomach, on the back exactly lemon-coloured- that is, dilute green, mixed with the colour of chaff.” – (fr:13727) [“Zampe piccole, con lunghi artigli; grande come un coniglio; bianco sotto il ventre, sul dorso di un colore esattamente limone – cioè verde diluito, mescolato al colore della paglia.”]
Cardano sospetta subito l’inganno: due principi vitali non possono coesistere in un animale della stessa specie, e l’idra è notoriamente una finzione. Fu il dotto Ioannes Meona di Pisa a chiarirgli ogni cosa: “[…› that this monster had been dissected at Mantua, and a fiction had been devised.” – (fr:13729) [“Vale a dire, che quel mostro era stato sezionato a Mantova e si era ordito un inganno.”] L’episodio diventa così una testimonianza sulla frode alimentata dalla sacra fames auri, la maledetta fame dell’oro che, per Cardano, produce falsi miracoli tanto convincenti quanto quelli di natura.
La discussione sulla molteplicità dei principi si sposta poi sulla salamandra. Le viene attribuita la capacità di muoversi in direzioni opposte quando viene tagliata a metà, generando l’illusione di possedere due principi di movimento. Cardano descrive un incontro personale presso Padova:
“It is also very frequent in Italy, especially near Padua, where once I saw one while crossing the bed of some streams, looking just as though sprinkled with pebbles.” – (fr:13731) [“È anche molto frequente in Italia, specialmente vicino a Padova, dove una volta ne vidi una attraversando il letto di alcuni ruscelli, che appariva proprio come cosparsa di ciottoli.”]
“It was of a patchy sallow colour, with almost a snake’s tail- a snake too that barely feels it when close to small fires, and extinguishes them by extruding humour; divided down the middle, with the front part it proceeds forwards and with the back one backwards.” – (fr:13732) [“Era di un colore pallido a chiazze, con una coda quasi di serpente – un serpente che peraltro quasi non si accorge quando è vicino a piccoli fuochi e li spegne emettendo umore; tagliata a metà, con la parte anteriore procede in avanti e con quella posteriore all’indietro.”]
La spiegazione fisiologica, per quanto immaginifica, è coerente: entrambe le parti avvertono il dolore, ma la parte anteriore “calcola” che la ferita si trovi dietro e quella posteriore davanti; per sottrarsi alla sofferenza, la prima si muove in avanti e la seconda all’indietro (fr:13755‑13757). Ciò conferma che le salamandre non sono mostri con più principi, bensì animali che, a causa di un potere immaginativo debolissimo, danno l’apparenza del contrario (fr:13753).
Per risolvere definitivamente la questione, Cardano enuncia un principio generale: nessun animale, eccetto quelli mostruosi e imperfetti, può avere due teste, perché la natura non compie con mezzi numerosi ciò che può realizzare con meno e perché l’animale sarebbe in perenne conflitto con se stesso (fr:13758). Richiama poi la prova cruda e memorabile citata da Leone l’Africano:
“a man was cut in two by the executioner as a punishment, and with his upper part placed on a hearth where quicklime had been sparingly scattered, he survived for a quarter of an hour, and recognised people and gave replies.” – (fr:13763) [“un uomo fu tagliato in due dal carnefice come punizione, e con la parte superiore posta su un focolare dove era stata sparsa con parsimonia calce viva, sopravvisse per un quarto d’ora, riconobbe le persone e diede risposte.”]
“So an animal retains sensation everywhere, provided his heat allows it, and also retains every function of which the instrument has not perished.” – (fr:13769) [“Così un animale conserva sensazione ovunque, purché il suo calore lo permetta, e conserva anche ogni funzione il cui strumento non sia venuto meno.”]
Ne deriva una distinzione precisa: senza testa si può essere vivi ma non si sente, senza cuore si sente ma calore, movimento e vita fuggono rapidamente (fr:13770). Negli insetti, che necessitano di poco calore, la sensibilità e un’imperfetta capacità immaginativa – rivolta anche al futuro – persistono finché dura il calore vitale (fr:13772‑13774). È proprio per evitare il dolore futuro che le parti della salamandra si muovono in direzioni opposte.
Il resoconto si chiude con un secondo esemplare mostrato dal ciarlatano: un “drago” grande la metà del precedente, con due arti inferiori, collo e testa di serpente, e due piccole ali cartilaginee simili a quelle di un pipistrello, tanto fragili da non far credere possibile il volo (fr:13775‑13777). Cardano contrappone a questa finzione l’esistenza di un vero pesce drago e ricorda di aver visto, con gli amici Madii, un drago reale dalla lunga coda e collo, ornato di spine gemelle sia sul collo sia sulla coda (fr:13777). L’intero brano fonde così osservazione diretta, critica dell’inganno e ricerca dei principi naturali, restituendo una testimonianza viva del modo in cui il pensiero scientifico del Cinquecento affrontava il meraviglioso e il mostruoso.
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52 L’indagine di Cardano sul coccodrillo e sul camaleonte: meraviglia, autorità e spiegazione
Nel libro IX del De Subtilitate Girolamo Cardano affronta due animali esotici carichi di stupore, riunendo osservazioni antiche e moderne per indagare fenomeni ritenuti eccezionali. L’autore intende offrire cause di realtà oscure, appoggiandosi alla testimonianza di Aristotele come garanzia di affidabilità: “But our purpose is to present the causes of highly obscure things, so that the discussion would serve no purpose unless its reliability were created by the testimony of such a distinguished man, and reinforced” – (fr:14271) [Ma il nostro scopo è presentare le cause di cose assai oscure, perciò la discussione non servirebbe a nulla se la sua attendibilità non fosse creata dalla testimonianza di un uomo così illustre e da essa rafforzata].
La sezione dedicata al coccodrillo è breve e frammentaria, riportando dati e aneddoti. Si ricorda una credenza antica secondo cui gli abitanti di Tentyra placavano i coccodrilli con un medicamento: “It is believed that they calm the crocodiles by giving them a medicament; medicaments kill little beasts, but usually calm large ones first” – (fr:14213) [Si crede che calmino i coccodrilli somministrando loro un medicamento; i medicamenti uccidono le bestie piccole, ma di solito placano prima quelle grandi]. Si menziona poi la difficoltà di fuga da un coccodrillo fuori dall’acqua a causa della sua vista acutissima e della goffaggine nel girarsi: “It has very sharp sight when out of water, and since it cannot easily turn itself round, if anyone in flight runs slantwise, it does not follow – if it did, escape would be very difficult” – (fr:14215) [Ha una vista molto acuta fuori dall’acqua e, poiché non può girarsi facilmente, se qualcuno in fuga corre di traverso, esso non lo segue: se lo facesse, la fuga sarebbe assai difficile]. Cardano offre misure comparative: “About 1 1 metres” – (fr:14217) [Circa 1-1 metro?], aggiungendo che “But the largest (Indo-Pacific) crocodiles now hardly exceed 7 metres” – (fr:14218) [Ma i più grandi coccodrilli (indo-pacifici) oggi superano difficilmente i 7 metri]. Molti esemplari morti vengono portati a lui e distinti dalle lucertole indiane più grandi attraverso la mascella inferiore immobile e la dentatura: “Many dead ones are brought to us, and are distinguished from the larger lizards that originate in India, and whose dung smells very well, or they are distinguished by their body, with the lower jaw immobile, and the teeth” – (fr:14216) [Molti ce ne vengono portati morti, e sono distinti dalle lucertole più grandi originarie dell’India, il cui sterco ha un buon odore, oppure si distinguono per il corpo, con la mascella inferiore immobile e per i denti]. Il resoconto storico si completa con il riferimento allo spettacolo dei coccodrilli a Roma tratto da Strabone: “Strabo (Geography, 44; Loeb 8: 1 17) describes this display as occurring at Rome” – (fr:14223) [Strabone (Geografia, 17, 44; Loeb 8: 117) descrive questo spettacolo come avvenuto a Roma].
La parte più ampia e densa è riservata al camaleonte, introdotto come meraviglia ancora maggiore. Cardano decide di riportare per esteso la descrizione che Aristotele fece dell’animale, dichiaratamente conquistato dalla sua eccezionalità: “Aristotle, I say, elsewhere so concise, is so lengthy here, attracted by the great marvel of it” – (fr:14258) [Aristotele, dico, altrove così conciso, qui è tanto prolisso, attratto dalla grande meraviglia che suscita]. L’intenzione è chiara: “So I will relate first what Aristotle wrote about it, who, as we can deduce readily from his words, knew it and carefully handled it, and also dissected it” – (fr:14226) [Riferirò dunque per primo ciò che Aristotele scrisse su di esso, il quale, come possiamo dedurre agevolmente dalle sue parole, lo conobbe e lo maneggiò con cura, e anche lo dissezionò].
Il testo aristotelico viene citato integralmente. Se ne ricavano dettagli morfologici precisi: corpo simile a una lucertola, costole tirate verso il basso e collegate all’addome come nei pesci, la colonna vertebrale prominente, muso simile a quello di un babbuino “porcario” – “Muzzle closely resembling that of a pig-faced baboon monkey” – (fr:14229) [Muso molto simile a quello di un babbuino dalla faccia porcina], coda lunghissima che si arrotola su sé stessa in numerosi anelli come una cinghia – “Tail very long, ending in a thin portion, and curled on itself in numerous long rings, like a strap” – (fr:14229) [Coda molto lunga, che termina in una porzione sottile e si avvolge su se stessa in numerosi lunghi anelli, come una cinghia]. Le zampe sono piegate come quelle delle lucertole, ma i piedi sono divisi in due parti che si fronteggiano come il pollice rispetto al resto della mano; le dita sono fessurate in modo diverso tra anteriori e posteriori, dotate di piccoli artigli uncinati e il corpo ruvido come un coccodrillo – “Little hooked claws, the whole body rough, like a crocodile” – (fr:14233). Gli occhi, collocati in una cavità infossata, sono coperti da pelle tranne che per una piccola apertura, e non si muovono tramite la pupilla bensì ruotando l’intero occhio come una sfera, per guardare ovunque voglia: “It is not by movement of the pupil but by rotation of the whole eye and its conversion into a sphere that it looks in any direction it wishes” – (fr:14236) [Non muovendo la pupilla, ma ruotando tutto l’occhio e convertendolo in una sfera, guarda in qualunque direzione voglia]. Colore mutevole, simile a un coccodrillo quando è scuro, pallido come le lucertole, con chiazze come il leopardo; il colore muta su tutto il corpo e anche la coda e gli occhi ne partecipano. Dopo la morte diventa pallido e non cambia più. La dissezione rivela che il camaleonte non ha carne se non sul capo, sulle mascelle e un poco alla radice della coda; sangue solo nel cuore, negli occhi, in una zona sopra il cuore e nelle vene che vi conducono, in quantità minima. Il cervello è situato in alto, vicinissimo agli occhi, e l’occhio è circondato da un anello brillante come ottone, visibile rimuovendo la pelle esterna. Le membrane che attraversano il corpo sono numerose e robuste, più che in altri animali. Cardano aggiunge che, anche completamente dissezionato, l’animale continua a respirare a lungo, conservando un minuscolo movimento intorno alla base del cuore: “Even though wholly dissected, it goes on breathing for a long time, a tiny motion being still retained around the base of the heart” – (fr:14254). La milza non è evidente.
Alla fedele trascrizione aristotelica Cardano affianca quanto appreso dai contemporanei. L’aspetto cromatico si arricchisce di particolari: il corpo appare quasi verde con un certo luccichio, macchie di bianco opaco e azzurro; sotto l’addome il verde è più diluito e le macchie assumono la forma di chiavi, sporgenti e leggermente tondeggianti. Lo sguardo è vivace e allegro per via degli occhi verdi mescolati di bianco lucente e fulvo: “Its gaze is quite lively, and cheerful, because its eyes are green, and with a mix of shiny white and tawny they hold a lot of light, and so it looks happier” – (fr:14261). Viene descritto un gioco di sovrapposizioni cromatiche: il verde vivace risalta quando vi si pongono sopra bianco opaco o azzurro, mentre si offusca se posto sopra un colore scuro. L’alterazione del colore avviene anche senza stimoli esterni: se molestato o trattenuto con forza, le chiazze si scuriscono e il verde si oscura; se invece è allegro e vivace, i colori naturali si raddoppiano e si infiammano, tanto che appare evidente che il mutamento dipende dalle sue affezioni mentali – “it is obvious that the animal’s colour change occurs because of its mental experiences” – (fr:14266). Quando rivolto al sole, spalanca la bocca per accogliere i raggi e inghiottire aria; gradualmente il collo si gonfia, poi il resto del corpo, finché l’aria scende giù nello stomaco e anche quella parte si dilata. Cardano ricorda che il camaleonte nasce nell’isola di Socotra e solleva la questione se si nutra d’aria o di cibo: Aristotele afferma che consuma aria ma non dice che non usi altro nutrimento, pertanto o la notizia è falsa oppure lo Stagirita la ignorava; altri assicurano che l’animale mangia perché defeca – “There are people who steadily assert that it eats food, not air, because it excretes” – (fr:14270).
Il cuore speculativo del resoconto affronta due problemi: come il camaleonte cambi colore e come possa vivere senza cibo. La spiegazione del mutamento cromatico si fonda sull’analogia con gli esseri umani. L’ira arrossa, la paura sbianca; dove la pelle è sottile, l’umore tenue, le reazioni violente e non ci sono peli, il colore deve mutare – “So where the skin is thin and translucent, and the humour thin, and if the reactions are powerful at that point and there is no hair there, there has to be a change of colour” – (fr:14288). Nel camaleonte concorrono tutte queste condizioni: pelle traslucida, umore sottile, assenza di peli, scarsità di sangue che lo rende timido e incline a passare bruscamente dalla gioia al dolore. Perciò non stupisce che l’animale sia alterato dai propri affetti. Quanto al cambiamento indotto dalla presenza di un colore, Cardano lo interpreta come un’amplificazione: osservando una superficie di un dato colore, la parte del camaleonte dotata di colore simile “si infiamma” e raddoppia la propria tinta, proprio come negli uomini la percezione dell’amata erige il pene senza alterare il resto del corpo, o un oggetto spaventoso agita solo il cuore: “If there is a frightening thing, the heart flutters at once, not the foot or the penis” – (fr:14296). Le parti di colore simile attirano a sé umore chiaro e acquoso, ravvivando i colori. L’effetto è accostato a quello di foglie d’argento poste sotto gemme, che ne esaltano la luminosità. L’aria inghiottita e il conseguente rigonfiamento giocano un ruolo decisivo, paragonabile a ciò che accade nel collo del pavone: “In the throat of Indian peacocks (they change the colours of their hood into matt white, red and scarlet, with other patches also glinting among them) so much air is held that you might say it is an inflated drum” – (fr:14310) [Nella gola dei pavoni indiani (cambiano i colori del loro manto in bianco opaco, rosso e scarlatto, con altre chiazze che vi luccicano in mezzo) è trattenuta tanta aria che lo si direbbe un tamburo gonfiato]. Così il respiro trattenuto e la distensione che ne deriva sono la causa più potente, comune al camaleonte e al pavone, del mutamento cromatico visibile.
Per il problema del vivere senza cibo, Cardano ricorda che anche le cicale, stando ad Aristotele, ne fanno a meno, come proverebbe l’assenza di bocca e lo stomaco vuoto alla dissezione. Non intende negare che il camaleonte mangi, ma osserva che molti animali – orsi, rospi, serpenti – sopravvivono a lungo senza nutrimento; spiegare in quanti modi un animale possa vivere senza cibo gli pare un risultato degno. La trattazione si chiude con la promessa di una soluzione e con il richiamo alla duplice meraviglia del camaleonte: un mutamento cromatico spiegabile attraverso l’interazione tra pelle sottile, umori, affetti e aria inghiottita, e una capacità di sostentarsi che sfida l’esperienza comune.
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53 Stravaganze e catene causali nel mondo animale secondo Cardano
L’indagine si snoda tra insetti che vivono senza cibo, tartarughe che sopravvivono decapitate, anguille generate dalla putredine e coccodrilli perfetti, tessendo una trama di cause che separano il miracolo apparente dalla regolarità della natura.
Il passo si apre con la meraviglia per il fatto che le cicale, pur non assumendo cibo né bevanda, cantino tutto il giorno, producano uova, crescano, abbiano una pelle dura e si accoppino – “And this is the more remarkable, because most of them chirp all day, and produce eggs, and grow, and have a hard skin, and copulate — all work for food to do” – (fr:14315) [E questo è tanto più notevole, perché la maggior parte di esse cinguetta tutto il giorno, produce uova, cresce, ha la pelle dura e si accoppia – tutto un lavoro che il cibo dovrebbe compiere]. Cardano rivede l’autorità aristotelica: se un tempo le crisalidi e le uova di cicala venivano mangiate perché dolci, il termine “crisalide” in Aristotele si riferisce in realtà alle farfalle, mentre la generazione delle cicale è descritta in modo affatto diverso e senza quella parola (fr:14332-14336). Il vero nutrimento di questi animali è celeste: “So they are nourished by the dew of heaven; from dew manna is made, by which the Hebrew people were nourished in the desert” – (fr:14320) [Così sono nutrite dalla rugiada del cielo; dalla rugiada si forma la manna, con cui fu nutrito il popolo ebraico nel deserto]. A questa si aggiunge l’aria stessa, che contiene sempre una certa umidità corpulenta, come dimostrano le pietre sempre umide e i raggi del sole (fr:14322). Il calore rarefatto fa coagulare quest’umore, concoquendolo in una sostanza grassa, la cui dolcezza è testimoniata proprio dalla manna (fr:14323-14324). L’idea di un nutrimento aereo costante spiega perché le cicale prosperino in tempi secchi e regioni calde, senza pioggia, e amino l’olivo per la sua ombra scarsa (fr:14319).
Su questa base si innesta la discussione sugli animali che sopravvivono a lungo senza cibo. Serpenti, rospi, orsi e ghiri (pur con la riserva che i ghiri, se davvero si tratta di “mures avellaneis”, accumulano invece grasso per l’inverno) giacciono inerti senza riserve corporee (fr:14325). La spiegazione è duplice: “So an animal can always survive without food and drink on a double basis: either because it retains the remains of its original voracity, or because it is nourished by the sort of air we ourselves use” – (fr:14326-14340) [Così un animale può sempre sopravvivere senza cibo e bevanda su due fondamenti: o perché conserva i residui della sua voracità originale, o perché viene nutrito da quel tipo d’aria che noi stessi usiamo]. Tali cause possono sommarsi, tanto che vi sono uomini vissuti a lungo senza cibo (fr:14342). Cardano si stupisce di chi ha tentato di confutare quanto detto sul camaleonte: “for even if it did not live without food, it could still survive, since cicadas live like that” – (fr:14343) [perché anche se non vivesse senza cibo, potrebbe comunque sopravvivere, dato che le cicale vivono in quel modo]. La questione è di fatto, non di possibilità; e sull’attendibilità del racconto, egli invita a fidarsi (fr:14344-14345).
La meraviglia si sposta sulle tartarughe. Il dato più eclatante è che “this animal lives a whole day with its head cut off, and no other can live so long like that” – (fr:14346) [questo animale vive un giorno intero con la testa tagliata, e nessun altro può vivere così a lungo in quelle condizioni]; e Aristotele afferma che sopravvive a lungo anche con il cuore asportato, pur avendo sangue (fr:14347). Vengono distinte tre specie: terrestre di bosco, marina e palustre (fr:14348). Le tartarughe marine possiedono larghe cartilagini al posto delle zampe (fr:14349) e raggiungono dimensioni enormi nelle regioni calde, grazie all’umidità grassa diffusa in quei climi: “Hence tortoises, fish, snakes, elephants, all these grow huge” – (fr:14350) [Perciò tartarughe, pesci, serpenti, elefanti, tutti crescono enormi]. L’oceano indiano occidentale produce esemplari tali che sei uomini a stento ne trasportano uno (fr:14351); gusci di 123 libbre (circa 56 kg) lasciano immaginare la mole dell’animale (fr:14353). Gli Indiani usavano i carapaci più piccoli come scudi e i più grandi per coprire le case (fr:14354), pratica che presso i Romani antichi era diventata un’arte di lusso, con placche tagliate e bordature d’avorio o oro (fr:14355). La carne di tartaruga africana, assunta per sette giorni con pane, guariva l’elefantiasi se la malattia durava da non più di sette anni – effetto attribuito alla secchezza e al temperamento di quell’umidità grassa, sottile e adatta (fr:14356-14357). Le uova di tartaruga domestica non coagulano al fuoco, segno che non hanno bisogno di molta terrosità, a differenza di mattoni e gesso che invece coagulano (fr:14358). L’animale possiede un fegato molto grande ed è l’unico tra gli ovipari ad avere una vescica (fr:14360).
Cardano si chiede allora perché tanti prodigi si accumulino negli animali imperfetti e così pochi nelle piante e negli animali perfetti. La ragione è duplice: nei perfetti si riscontrano deficienze invece di miracoli, e vi sono numerose mostruosità; inoltre gli animali imperfetti non posseggono il sangue come unico succo vitale, ma ciascuno ha un proprio succo peculiare, dotato di potenze speciali che appaiono straordinarie proprio perché non corrispondono a quelle dell’intera categoria – “rarity always begets astonishment, frequency makes a thing look natural” – (fr:14364) [la rarità genera sempre stupore, la frequenza fa apparire una cosa naturale].
Il discorso prosegue con la generazione delle anguille e dei “burbots” (mustela, bottatrici). Natura amò tanto queste creature da far sì che “the most pleasing of the fish kind (such as the burbot already mentioned, and eels) to come into being without seed and without a parent” – (fr:14365) [i più gradevoli della specie dei pesci (come il burbot già menzionato, e le anguille) venissero all’essere senza seme e senza genitore]. Tra gli animali con sangue, l’anguilla è l’unica generata dalla putrefazione, priva di sesso e senza un inizio di generazione (fr:14366). Sopravvive fuori dall’acqua cinque o sei giorni, necessitando di poco raffreddamento e giovandosi dell’acqua rarefatta contenuta nell’aria (fr:14367-14368). Si crede che le anguille nascano dai burbot, chiamati budella della terra, per la grande somiglianza e per la mancanza di altra origine per le une e di altro fine per gli altri (fr:14369). Cardano distingue i burbot di grande taglia mangiati a Lione, diversi dai piccoli nostrani italiani, più rotondi, che vivono nel fango, sono più scuri e non raggiungono la stessa dimensione (fr:14370-14371). Entrambi condividono l’assenza totale di ossa: al posto della spina dorsale hanno una membrana fibrosa e tondeggiante come una corda (fr:14372). In Italia, dove sono rari, i grandi burbot sono considerati da molti migliori delle anguille; in primavera se ne trovano in abbondanza nel Rodano e nella Loira (fr:14373-14374). Qui la natura ha giocato accostando il più alto al più basso: in una specie tanto umile di cose morte non manca il paragone con la resurrezione, e si pensa che mosche e acciughe tornino in vita (fr:14375-14376). Le acciughe nascono così facilmente da sterco putrido e dalla sporcizia di altri pesci che non stupisce che da loro stesse putrefatte se ne generino altre intatte (fr:14377). Cardano lascia all’età futura scoperte maggiori; per ora il suo abbozzo, che collega le cause, basta a distinguere il vero, l’assurdo, il possibile e il favoloso (fr:14378-14392).
Infine, tra gli animali destinati a destare stupore spicca il coccodrillo. Mentre il camaleonte, il cui nome evoca un “leone terrestre”, è inerme, il coccodrillo possiede sguardo acuto, artigli affilati e forti, denti micidiali e una velocità tale da inseguire anche cani non ben dotati – da qui l’adagio “Come un cane che beve e succhia al Nilo”, che evoca il bere di corsa per paura di essere afferrato (fr:14393-14395, con nota erasmiana in fr:14404-14408). Ha pelle impenetrabile e una coda tanto robusta da rovesciare piccole navi e far inciampare tutte le zampe di un cavallo con un solo colpo (fr:14396). Ma il privilegio più grande è che vive indifferentemente in acqua e in terra: minacciato su un elemento, si rifugia nell’altro (fr:14397-14398). Cardano lo colloca tra gli animali perfetti, come l’elefante fra i quadrupedi, l’aquila fra gli uccelli, la balena fra i pesci, l’uomo fra tutti gli animali, e il “regulus” (se non è favoloso) fra i serpenti: “In the leader of each kind, nature has made a special effort” – (fr:14400) [Nel capo di ogni specie, la natura ha compiuto uno sforzo speciale]. Il coccodrillo non è generato da un uovo per umiltà d’origine, come bruchi, ragni e lucertole, ma per convenienza, come accade per gli uccelli (fr:14401).
L’ultimo scorcio introduce la classificazione degli animali perfetti con cui si apre il Libro X: la Manucodiata (uccello del paradiso) vive solo nell’aria ed è priva di zampe; l’aquila e la maggior parte degli uccelli vivono in aria e sul suolo; lo struzzo è terrestre ma simile a un uccello; il castoro condivide acqua e terra; e vi sono uccelli nuotatori come i cigni (fr:14413-14416). Così, attraverso una catena di cause e di esempi concreti, Cardano mostra come la natura, amante della varietà, semini prodigi soprattutto dove meno ce li si aspetterebbe, rendendo lo straordinario una chiave per comprendere l’ordine del mondo.
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54 Classificazione e generazione degli animali nel De Subtilitate di Cardano
Cardano indaga le modalità di generazione e le caratteristiche che separano gli animali, mostrando perché gli uccelli depongono uova, i pesci depongono uova imperfette e perché soltanto gli animali perfetti nascono da un grembo.
Il testo, tratto dal Libro X del De Subtilitate di Girolamo Cardano, esamina la diversità degli animali attraverso criteri classificatori e una spiegazione fisiologica della generazione. Cardano annuncia di non voler trattare ogni distinzione, ma solo «queste nove categorie e le specie più notevoli comprese in esse» e ricorda altre divisioni possibili: “There is another division, by behaviour, and another by manner of life, and another by method of generation.” – (fr:14419) [Vi è un’altra divisione, per comportamento, un’altra per maniera di vita e un’altra per metodo di generazione]. In base al comportamento si distinguono animali selvaggi, addomesticati e mansueti (fr:14420); quanto al regime di vita, alcuni si nutrono di carne, altri di piante (fr:14421); il metodo di generazione comprende quelli che nascono da uova, dalla putrefazione e da altri animali (fr:14422, 14434‑14435). Da uova si generano in quattro modi: uccelli, pesci, serpenti e alcuni insetti minuti come bachi da seta e cicale (fr:14435).
Stabilita questa griglia, Cardano si concentra su tre questioni da spiegare: “One is why all birds are generated from eggs, although they are perfect animals. Secondly, why fishes are. Thirdly, why imperfect creatures cannot generate an animal.” – (fr:14437‑14439) [La prima è perché tutti gli uccelli siano generati da uova, benché siano animali perfetti. La seconda, perché lo siano i pesci. La terza, perché le creature imperfette non possano generare un animale]. La spiegazione per gli uccelli è di ordine meccanico e provvidenziale. Se gli uccelli piccoli generassero pochi piccoli, la loro specie sarebbe presto distrutta; producono perciò nidiate numerose (fr:14440‑14443). Negli uccelli grandi, una gestazione interna sarebbe un peso eccessivo e prolungato, e costringerebbe a partorire piccoli imperfetti; di conseguenza “it was impossible for birds to be procreated out of birds, as beasts are out of beasts.” – (fr:14447) [era impossibile che gli uccelli fossero procreati da uccelli, come le bestie lo sono da bestie]. Dall’uovo derivano invece quattro vantaggi: il maschio non deve accoppiarsi tutto l’anno (l’accoppiamento, a causa della secchezza, è dannosissimo per gli uccelli, tanto che il passero non vive più di due anni); la madre si libera rapidamente del peso perché l’uovo raggiunge la dimensione completa in un giorno o al massimo due; le uova, covate a lungo senza svantaggio, possono produrre un animale perfetto; e un’intera covata viene incubata contemporaneamente, cosicché quanto difficilmente si compirebbe in quattro o sei mesi di gestazione si realizza con le uova “in a single month.” – (fr:14448‑14451, 14458) [in un solo mese].
Fanno eccezione il pipistrello e le volpi volanti. Il pipistrello, infatti, “bears an animal, not an egg, since it does not fly much — it lies low all winter, and only flies during the rest of the year, and only at twilight.” – (fr:14460‑14461) [partorisce un animale, non un uovo, poiché non vola molto — d’inverno resta inattivo e vola solo nel resto dell’anno e soltanto al crepuscolo]. Ha denti anziché becco, mammelle con latte e ali formate da una membrana, non da penne. I veri uccelli, invece, sono rivestiti di piume, hanno il becco, mancano di vescica e di mammelle e depongono uova (fr:14463).
Quanto ai pesci, le loro uova sono di un solo colore (quelle degli uccelli bicolori) e a sviluppo incompleto, completandosi all’esterno. La ragione è la profusione: “a fish cannot produce as many animals as it does eggs.” – (fr:14466) [un pesce non può produrre tanti animali quante uova produce]. Se il pesce generasse un animale vivo nell’utero, lo genererebbe dal sangue, diventando sanguigno e caldo e richiedendo polmoni e aria; non sarebbe più un pesce (fr:14467). La foca, che non depone uova, conferma il nesso: respira, ha una pelliccia folta grazie al suo calore, e non rilascia uova come un pesce (fr:14468, 14479‑14483). L’abbondanza dei pesci è favorita dalla facilità con cui l’acqua, principio di generazione, sostiene la vita, ma anche dal fatto che i pesci piccoli sono cibo per i più grandi e la disponibilità di piante acquatiche è scarsa, sicché il nutrimento proviene soprattutto da altri animali (fr:14470‑14472). A ciò si aggiunge la scarsa capacità sensoriale e di apprendimento dei pesci; per questo un feto verrebbe trascurato dai genitori e la maggior parte perirebbe, rendendo necessaria una produzione abbondante. Cardano enuncia qui un principio generale: “animals love and protect their fetus in proportion to the extent of their ability to sense and their prudence.” – (fr:14473) [gli animali amano e proteggono il proprio feto in proporzione alla loro capacità di sentire e alla loro prudenza]. L’amore, specifica, trae origine dalla capacità di apprendere (fr:14474). Di conseguenza, gli animali molto imperfetti si prendono cura del feto solo finché è nell’utero; quelli più perfetti custodiscono le uova ma ignorano il piccolo una volta uscito dal guscio; quelli perfetti proteggono la prole finché è vigorosa, come fanno cani, aquile e corvi; i più perfetti, uomo ed elefante, amano i figli quasi per sempre (fr:14475‑14487). Gli animali imperfetti non generano mai un animale da sé; nascono da uova o dalla putrefazione. Solo la generazione nell’utero può dare un animale perfetto (fr:14488‑14489). Cardano chiarisce che gli imperfetti esistono perché la natura non poteva crearne di più perfetti, non per avarizia di beni, giacché “nature cannot be grudging of good things, or fail to prefer what is good.” – (fr:14490‑14491) [la natura non può essere avara dei beni né mancare di preferire ciò che è buono]. D’altronde, le cose perfette non possono essere perfette fin dalla generazione; un animale imperfetto non può perciò nascere da una generazione perfetta, e questa non si compie fuori da un animale (fr:14492). La generazione perfetta esige risorse maggiori e la presenza di tutti i sensi; chi ha la facoltà di generare possiede tutti i sensi, e per questo “no imperfect animal is generated in a womb, but this is the mode of generation of perfect animals only.” – (fr:14493‑14495) [nessun animale imperfetto è generato in un utero, ma questo è il modo di generazione dei soli animali perfetti].
Un’apparente eccezione è la talpa, che nasce cieca da una talpa (fr:14496‑14497). Cardano obietta che la talpa possiede tutti e cinque i sensi; solo la vista è indebolita a ragione del suo fine: vive sottoterra, e se avesse occhi assai acuti sarebbe tormentata dal non vedere nulla e facilmente ferita dalla terra; non vedrebbe nulla di piacevole. Per questo “the visual faculty was very conveniently transferred into sharper hearing — it hears extremely well.” – (fr:14509) [la facoltà visiva fu assai opportunamente tramutata in un udito più acuto – ode in modo eccellente]. Non è tuttavia priva di occhi: ne possiede di piccoli, sporgenti e scuri, nascosti sotto il pelo (fr:14510). Così tutto ciò che nasce da un animale è un animale perfetto, e la separazione di quest’organo è spiegata (fr:14511).
Il testo si chiude con ulteriori distinzioni morfologiche fra gli animali perfetti: alcuni senza zampe, altri con due o quattro zampe; le creature alate ne hanno generalmente due, ma il pipistrello quattro; vi sono animali piumati, altri corazzati; gli uomini hanno braccia e mani al posto delle zampe anteriori, come gli uccelli hanno le ali; variano la forma della bocca e il rivestimento cutaneo, che può essere pelo, squame, aculei, corazza o penne (fr:14512‑14518). L’intero discorso è inframmezzato da note erudite che mostrano il dialogo con la tradizione e con le credenze del tempo. Viene ad esempio rievocato il mito dell’uccello del Paradiso, di cui giunsero in Europa esemplari senza zampe, tanto che Linneo nel 1758 denominò la specie Apoda, «priva di piedi», riprendendo scherzosamente la credenza che questi uccelli non toccassero mai terra (fr:14422); ma già John Ray nel 1692 aveva riportato l’opinione di Aristotele che ogni volatile alato ha piedi, rigettando quella favola (fr:14423). E si cita la martlet araldica, che reca ciuffi di piume al posto delle zampe (fr:14425). Emerge così il tipico intreccio rinascimentale tra osservazione naturalistica, autorità degli antichi e spirito critico, che fa di queste pagine una testimonianza significativa del metodo di Cardano e del suo debito verso Aristotele, Plinio e lo Scaligero.
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55 L’ibrido di Pavia e l’ordine della natura: testimonianze dal Libro X del De Subtilitate
La descrizione di un animale straordinario osservato a Pavia nel Cinquecento diventa l’occasione per un’indagine tra anomalia, geografia e filosofia naturale.
Il brano si apre con la minuziosa descrizione di una creatura dalla natura incerta, avvistata personalmente dall’autore: “Vi sono alcuni di varia specie e natura incerta, come quell’animale che vedemmo a Pavia il diciannove gennaio dell’anno presente. La taglia di un lupo, &683 piuttosto più lungo, la faccia e il ghigno di una lepre, con lungo pelo, e due denti molto lunghi, della lunghezza di un dito umano, sporgenti come quelli di uno scoiattolo.” – (fr:14519). A questo primo quadro si aggiungono particolari sempre più compositi: “Occhi di serpente, poiché non avevano angoli ed erano scuri.” – (fr:14520); “Aveva un ciuffo sul capo molto simile alla barba di un caprone, eppure somigliante alla cresta di un pavone.” – (fr:14521); “Il pelo di una donnola, e bello, tranne che sopra il collo somigliava a lana bianca lucente; zampe anteriori come alberi di tasso, orecchie e zampe posteriori non diverse da quelle umane, [522]tranne che sui piedi aveva artigli d’orso invece di unghie umane.” – (fr:14522).
La descrizione è incorniciata da una precisa scansione analitica, segnalata dai termini “divisio” (fr:14528), “membrum” (fr:14529) e “cortex” (fr:14531), che suggeriscono una scomposizione dell’animale secondo categorie retoriche e anatomiche. All’interno di questa griglia, trova posto anche l’osservazione sulle ali del pipistrello, introdotta come esempio di conformazione di membra: “Le due ali di un pipistrello sono costituite da una membrana tesa dalle zampe anteriori su ciascun lato, cosicché può essere considerato possessore di due ali e quattro zampe.” – (fr:14530). Sul dorso della creatura “sporgevano circa un centinaio di protuberanze, alcune delle quali erano ricurve all’apice” – (fr:14523), che “quando la creatura si muoveva, producevano un frastuono urtandosi tra loro” – (fr:14524). La coda unisce tratti aviari e spinosi: “La coda di un’oca, ma le penne terminavano con spine” – (fr:14525), tanto che “se non si vede il resto, la chiameresti un’oca, con spine lucide bianche e cineree simili a piume, e ampi quarti posteriori che riproducono quelli di un’oca.” – (fr:14526). La voce è “piuttosto indistinta, rauca come quella di un cane che abbaia” – (fr:14527). Il comportamento viene così riassunto: “L’animale è di cattivo carattere, eppure può essere facilmente gestito da un ammaestratore. I cani lo perseguitavano con grande ostilità.” – (fr:14541). Si trattava di un esemplare giovane, femmina, nutrito con pane inzuppato d’acqua (fr:14542-14543).
L’identità dell’animale resta incerta, ma il testo avanza un’ipotesi: “Si ritiene che questo fosse un porcospino, o nato da un porcospino, per esempio accoppiato con un orso o una scimmia.” – (fr:14544). La discussione si allarga alla diffusione geografica degli animali spinosi: un tempo il porcospino era confinato all’Africa, mentre “ora la Francia e l’Italia hanno maiali con spine, che spesso scagliano contro i cani, cosicché forse questo porcospino era diverso da quei maiali; spine, tuttavia, non più piccole di quelle di questi maiali; della lunghezza di un &684 palmo, molto affilate, leggere, striate di bianco e scuro.” – (fr:14545). Si distingue nettamente dal riccio, le cui spine sono piccole, fisse, e l’animale “si appallottola” – (fr:14546). Singolare è la notazione medica che segue: “Ma, santo cielo, fu creato per la salute umana; con la sua secchezza e il suo temperamento aiuta il fegato, i reni, la vescica, lo stomaco, i polmoni.” – (fr:14547).
Da questa figura anomala il discorso trascorre alla pecora, suo opposto per regione e morbidezza del vello. Cardano cita Virgilio per sostenere che un foraggio povero migliora la qualità della lana: “Se hai a cuore la lana, inizia con l’eliminare i boschi ruvidi e lappole e triboli, e evita i pascoli lussureggianti.” – (fr:14550). Per questo la lana inglese gode di fama, come un tempo quella di Mileto: “Intorno a lei le Ninfe solevano cardare i velli di Mileto” – (fr:14552). L’assenza di animali velenosi in Britannia, già notata, è ricondotta a tre fattori: il freddo che ostacola la generazione dei serpenti, la coltivazione intensa che li elimina, e la barriera marina che impedisce nuove invasioni (fr:14568-14569). Anche i lupi sono scomparsi, sicché il bestiame pascola indisturbato. Le greggi britanniche si dissetano con la rugiada, poiché “le acque lì sono mortali per le pecore – e anche perché nel foraggio umido abbondano i vermi” – (fr:14555). L’equilibrio ecologico si manifesta persino nell’eccesso di cornacchie, dannose per i raccolti al punto da spingere le autorità a offrire taglie (fr:14556-14557).
Il capitolo raccoglie poi due mirabilia. Il primo riguarda il luccio: “se si apre il ventre del luccio di fiume […] per esporre le uova, e poi lo si ricuce e lo si rimette tra le tinche negli stagni, il pesce viene guarito dal loro umore, mentre il luccio si strofina su di loro con il ventre.” – (fr:14572). Cardano ritiene la cosa verosimile per l’assenza di danni viscerali e la viscosità dell’umore che impedisce la corruzione (fr:14573). Il secondo prodigio riguarda le code delle pecore nei paesi caldi: “Giovanni Leone registra di aver visto nella città di Arsinoe in Egitto una coda di ottanta libbre di peso, e alcuni menzionano code fino a 150 libbre” – (fr:14576). La spiegazione è di ordine umorale: “Questo accade perché questo animale è estremamente umido e (tra i quadrupedi) freddo. E come le altre ossa non possono essere estese, nel caso l’animale sia sopraffatto dal proprio grasso, trasferisce tutto l’umore nella coda, e diventa enorme in carne e grasso, e le &686 ossa si estendono pure, e i nervi parecchio – per la loro natura umida sono sempre adatti alla crescita, come i pesci.” – (fr:14580-14581).
L’attenzione si sposta quindi sulle corna multiple. Cardano annota che a Milano si vedono castroni con quattro corna e che in Scozia e in Sarmazia il fenomeno è comune, con esemplari a sei o otto corna, raramente con numero dispari, e talora con un corno solo non centrale (fr:14582, 14597). Cita poi il caso aristotelico di una capra con un corno sulla zampa, attribuendolo a un “errore della natura, e per eccesso o difetto di materia adatta alla generazione delle corna” – (fr:14599). La natura, quando la testa è debole, “ritenne meglio dividere il carico piuttosto che gravare dannosamente il castrone” – (fr:14600). Da qui il racconto del montone con un solo corno frontale nato nella villa di Pericle. Gli indovini interpretarono il fatto come segno di riduzione del potere cittadino, profezia che si compì con la guerra del Peloponneso, la carestia, la peste e la schiavitù (fr:14601-14602). Anassagora, forse su suggerimento di Pericle, offrì una spiegazione anatomica: i ventricoli cerebrali dell’animale si erano fusi in uno solo, come mostrò con una dissezione (fr:14603-14604). Cardano controbatte che, se quella fosse stata l’unica causa, il corno sarebbe spuntato in seguito, non alla nascita, e conclude che “nulla impedisce che gli errori della natura abbiano le proprie cause e forniscano premonizioni del futuro” – (fr:14605-14606). La riflessione culmina in un giudizio sulla filosofia: “l’oscillante reciprocità della filosofia conduce sia alla distruzione che alla salvezza del genere umano” – (fr:14607), e in una mente malvagia essa diventa “una spada in mano a un ladro” – (fr:14608).
La stratificazione storica del testo è confermata da puntuali note editoriali: “È degno di nota che questa data sia riportata identica nelle edizioni del 1554, del 1560 e del 1600!” – (fr:14532) e “Il De Subtilitate fu originariamente scritto nel 1547-1549” – (fr:14533). Vi si intrecciano così l’osservazione diretta, la rielaborazione di fonti classiche e medievali, e la tensione tra meraviglia e spiegazione razionale che caratterizza la storia naturale del Cinquecento.
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56 La saggezza dello stambecco e la natura degli animali: filosofia, eresia e osservazione nel «De Subtilitate» di Cardano
Un brano che intreccia la critica alle dottrine averroiste con una minuziosa storia naturale di asini, cavalli e cammelli, rivelando il delicato equilibrio tra scienza e ortodossia nel Cinquecento.
Girolamo Cardano apre il Libro X del De Subtilitate con un’aspra rampogna contro quei filosofi che, insegnando l’eternità del mondo, la mortalità dell’anima e l’assenza della provvidenza divina, finiscono per giustificare ogni crimine, quasi dicessero: «suppose you are an overt usurer, an adulterer, an assassin, a poisoner, a traitor, work your way through all the crimes - all right, so long as it is kept under cover?» – (fr:14621) [«supponi di essere un usuraio palese, un adultero, un assassino, un avvelenatore, un traditore, percorri pure tutta la lista dei delitti – va bene, purché tutto resti nascosto?»]. A tale ammonimento segue un’allusione a uno stambecco stolto, «the foolish ram advised it» – (fr:14622) [«il montone stolto lo consigliò»]; l’animale, spiega subito dopo, è sciocco per natura: «creatures with cloven hooves are all more simple-minded than those with a single foot, and those with a single foot than those that have toes on their feet.» – (fr:14624) [«le creature con lo zoccolo fesso sono tutte più semplici di quelle con un solo piede, e quelle con un solo piede più di quelle che hanno dita sui piedi.»]. La classificazione zoologica fondata sull’estremità – «some have a single foot, some have twin hooves, some have toes» – (fr:14625) [«alcuni hanno un solo piede, altri lo zoccolo biforcuto, altri le dita»] – introduce così il discorso sugli animali che più interessano l’autore: i solidunguli, i cavalli e gli asini, e i bisulchi che li completano.
Queste pagine non sono solo un trattatello di storia naturale. Nelle note dell’edizione moderna si precisa che le tre tesi evocate – eternità dell’universo, negazione della provvidenza, anima mortale – derivano da Aristotele ma furono fatte proprie dal commentatore andaluso Averroè e, già nel XIII secolo, divennero oggetto di violente controversie a Parigi (fr:14632). Per la Chiesa cattolica si trattava di posizioni eretiche: la prima contrastava con il racconto della Creazione nella Genesi (fr:14634); la seconda, la mortalità dell’anima intellettiva, era stata condannata autorevolmente dal Concilio Lateranense del 1517, che negava che l’anima fosse «either mortal or “only one for everyone”» – (fr:14636) [«o mortale o “una sola per tutti”»]. Cardano, che scrive pochi decenni dopo e cita in nota il principale averroista italiano Pietro Pomponazzi (fr:14641-14642), mostra di conoscere il pericolo ma si mantiene ambiguo: affronta le eresie senza dichiarare di condividerle, proprio mentre descrive il comportamento degli animali come un artigiano che ha cura dell’utilità umana.
Il gruppo dei solidunguli viene passato in rassegna attraverso una serie di comparazioni fisiognomiche e comportamentali. Cavalli robusti ma poco tolleranti della fatica, asini pazienti ma deboli, cammelli che uniscono forza e resistenza: «some with a single foot are sturdy, but not tolerant of work, like horses; some are tolerant of work, but not sturdy, like donkeys; some tolerate work and are sturdy, like camels.» – (fr:14626) [«alcuni con un solo piede sono robusti, ma non tollerano la fatica, come i cavalli; alcuni tollerano la fatica ma non sono robusti, come gli asini; alcuni tollerano la fatica e sono robusti, come i cammelli.»]. Degli asini afferma con crudezza che furono creati stupidi proprio per sopportare meglio il lavoro: «To make donkeys quite tolerant of work, they were created stupid» – (fr:14627) [«Per rendere gli asini del tutto tolleranti della fatica, furono creati stupidi»]. La descrizione prosegue con dettagli sorprendenti: gli asini quando bevono immergono il muso con cautela, spaventati dall’ombra delle loro stesse orecchie riflessa nell’acqua (fr:14628); sono asciutti di natura e quindi nemici dell’acqua (fr:14629); la femmina partorisce dopo un anno e il maschio può vivere trent’anni, benché la fatica glielo impedisca raramente (fr:14630). Mancano di bile, carattere che condividono con cavalli, cervi e, parzialmente, con il cammello: «horses, the male and female deer, and indeed the camel too, the feature of lacking bile» – (fr:14631) [«cavalli, maschio e femmina del cervo, e invero anche il cammello, la caratteristica di mancare di bile»], sebbene per il cammello la questione sia «indiscretum», incerta (fr:14646). La ragione addotta è che hanno carni più asciutte e resistenti al lavoro (fr:14646).
Sui cavalli Cardano accumula osservazioni sulla nobiltà d’animo e sull’addestramento dei destrieri barbari, originari dell’Africa: «What people call Barbary horses originate in Africa, and are very swift because of their training» – (fr:14648) [«Quelli che la gente chiama cavalli barberi provengono dall’Africa e sono velocissimi grazie all’addestramento»]. Le giumente partoriscono puledri che si allenano ogni giorno per paura delle fiere; i piccoli vengono nutriti con latte di cammella e, crescendo, con paglia e stoppia (fr:14649-14650). Tale regime li rende rapidissimi, e Cardano suggerisce che un effetto analogo si potrebbe ottenere anche nelle nostre regioni con un’alimentazione a base di latte di daina: «for nutrition changes souls, let alone bodies» – (fr:14653) [«ché la nutrizione cambia le anime, per non dire i corpi»]. Il cavallo è dotato della percezione della gloria e dei propri doveri (fr:14654); in Irlanda si dice che i cavalli siano docili al punto da aggiustarsi nella postura per meglio accogliere il cavaliere (fr:14655). Prova della loro sagacia è l’affetto per i puledri: «no animal is so fond of its sons as a mare is of its foal» – (fr:14656) [«nessun animale è così affezionato ai suoi figli come la giumenta lo è al suo puledro»]. La longevità è incerta per via del lavoro, ma alcune giumente fra noi hanno raggiunto i cinquant’anni, mentre i maschi raramente superano i trenta; Aristotele registrò una giumenta vissuta fino a sessantacinque anni (fr:14657-14659).
Dall’incrocio fra asini e cavalli nascono i muli, che sommano la tolleranza alla fatica degli uni e la forza degli altri, «as if there were a craftsman looking after humanity’s advantage» – (fr:14659) [«come se ci fosse un artefice che provvede all’utilità del genere umano»]. L’autore corregge poi un errore comune: gli animali armati di lunghe corna e criniera che molti chiamano “asini selvatici” sono in realtà i bisonti (fr:14661). E sulla sterilità dei muli cita Aristotele per notare che in Fenicia esistono muli fecondi di razza a sé, benché il filosofo greco altrove neghi la possibilità (fr:14662, 14675-14677).
Il cammello costituisce il vertice della rassegna: «But the camel is the most outstanding of all» – (fr:14678) [«Ma il cammello è il più eccezionale di tutti»]. Cardano distingue la varietà africana a una gobba da quella battriana a due gobbe, di colore rugginoso (fr:14679-14680). La loro zampa, pur non essendo propriamente fessa, mostra un’impronta carnosa di cinque dita, inadatta ai terreni rocciosi (fr:14681). Una peculiarità notevole è l’assenza dei denti anteriori superiori, tratto che anticipa la ruminazione: «animals do not ruminate because of having horns, but because they lack the upper front teeth, which the camel too lacks» – (fr:14683) [«gli animali non ruminano perché hanno le corna, ma perché mancano degli incisivi superiori, dei quali anche il cammello è privo»]. L’animale orina all’indietro a causa dell’apparato genitale rivolto all’indietro (fr:14684), insegue i cavalli per istintiva avversione, ha un’altezza quasi da elefante dovuta alla lunghezza del collo, da cui anche il nome dello struzzo, struthiocamelus, “passero-cammello” (fr:14685, 14701). Il corpo è più snello di quello del cavallo, la testa piccola, gli occhi grandi e sporgenti (fr:14686).
Tre sono le varietà elencate in base alla taglia: l’Hugium, il più grande con una gobba, il Raguahil, il più piccolo e velocissimo, capace di percorrere centomila passi al giorno (fr:14689); la specie media, Becheti, a due gobbe (fr:14691). I migliori restano gli africani, derivati dai battriani (fr:14692). La resistenza alla sete è proverbiale: bevono ogni cinque giorni e sopportano fino a quindici giorni di astinenza, «because the animal is dry, and because nature has taken proper care that an animal living in deserts has minimal need of frequent drinking» – (fr:14694) [«perché l’animale è asciutto e perché la natura ha preso la giusta cura che un animale che vive nei deserti abbia un bisogno minimo di bere frequente»]. Anche la carne e il latte sono eccellenti, quest’ultimo da bere mescolato con un peso uguale o doppio d’acqua (fr:14697-14698).
La sezione si chiude con uno straordinario affresco etologico: il cammello danza al suono del flauto. L’addestramento avviene collocando il giovane animale su un pavimento caldo mentre un musico suona; il cammello alza le zampe per il calore e giorno dopo giorno associa il gesto al ritmo (fr:14706-14707). Trascorso un anno, l’animale esegue lo stesso movimento anche su terreno freddo: «this is the way the camel learns to dance» – (fr:14708) [«in questo modo il cammello impara a ballare»]. Ma Cardano si chiede perché meravigliarsi di un cammello abile, quando gli asini stessi danzano al flauto, si sdraiano di schiena al soffio di una voce nell’orecchio, trattengono il respiro come avvelenati e non si alzano né per minacce né per percosse? Eppure, alle lusinghe o alla prospettiva di portare belle donne balzano in piedi con prontezza, mentre se sentono nominare vecchie abbassano le orecchie e zoppicano (fr:14710-14711). Interrogati a gesti se gradiscono le belle giovani, annuiscono col capo; in mezzo alla folla sanno individuare l’uomo più bello (fr:14712-14713). L’asinello egiziano appare così poco diverso da quello celebre di Luciano (fr:14714). L’autore cita la testimonianza diretta di Leone Africano, che a Bebelloch, sobborgo del Cairo, vide più volte istrioni addestrare un asino a raspare un tronco ogni giorno di Venere, la festa islamica che corrisponde al sabato ebraico e alla domenica cristiana (fr:14715). Insegnare a un asino non deve stupire più di tanto, annota Cardano, poiché «the sensory part is capable of every use» – (fr:14716) [«la parte sensitiva è capace di ogni uso»]; l’asino stesso è dotato di sensibilità, e la meraviglia svanisce quando si riconosce il potere dell’addestramento e dell’abitudine.
Questa digressione naturalistica, disseminata di exempla e di riferimenti crociati ad Aristotele, Plinio e pseudo-Aristotele, non è pura erudizione. Cardano scrive in un momento in cui le tesi averroiste sulla mortalità dell’anima e sull’unità dell’intelletto erano sotto il fuoco incrociato delle gerarchie ecclesiastiche; il Concilio Lateranense V aveva appena ribadito l’immortalità dell’anima individuale. Egli, medico e filosofo naturale, sceglie di collocare la polemica teologica proprio in apertura di un libro dedicato alla subtilitate, la sottigliezza dei fenomeni naturali, quasi a suggerire che l’osservazione del creato – dalle zampe degli asini alla saggezza dei cammelli – offra argomenti più solidi di quelli dei filosofi che, negando la provvidenza e l’eternità dell’anima, si fanno consiglieri di ogni scelleratezza.
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57 L’anima sensitiva e l’ordine degli animali nel De Subtilitate
Cardano indaga la sagacia, la forma e l’origine degli animali perfetti, respingendo le spiegazioni puramente finalistiche e riconducendo la diversità delle specie all’azione di temperamenti e necessità naturali.
L’estratto si apre con eruditi richiami letterari: un satirico greco, Luciano, “raccontò di un asino capace di entusiastico coito con le donne” – (fr:14722), e Leone l’Africano narrò di un asino addestrato che “scorge qualche donna più avvenente e bella delle altre, le si avvicina e la tocca con la testa” – (fr:14723). Tali immagini curiose, commenta la glossa, forse alludono al modo in cui l’intrattenitore spogliava il pubblico, poiché “il ‘raschiare la proboscide’ non è espressione usata da Leone nel racconto originale” – (fr:14726).
Cardano entra nel vivo della trattazione con il tema dell’ammaestramento. L’intera arte di insegnare agli animali, afferma, “consiste in due parti: la pratica e la combinazione delle azioni” – (fr:14732). Tra i quadrupedi, gli ungulati sono più sagaci dei fissipedi; fra tutti spicca il cammello, cosicché “qualcuno avrà buon motivo di dubitare se debba dirsi animale più perfetto il cane o il cammello” – (fr:14734). Il confronto si articola su longevità, sensibilità musicale e disposizione all’addestramento: “il cammello vive talvolta cento anni, la vita del cane finisce al ventesimo” – (fr:14735), ma “i cani rispondono meglio all’ammaestramento” – (fr:14739). L’Autore propone una spiegazione temperammentale: “l’umidità del cammello è più grassa, e la sostanza del cane è più rarefatta, e per questo l’uno è più vicino all’uomo dell’altro” – (fr:14740).
Segue una serrata critica alla tesi che il cammello sia creato per l’uomo. Cardano elenca le peculiarità anatomiche – le gobbe, le quattro ginocchia, la protuberanza sternale su cui l’animale si posa – e si chiede: “a che servono quelle gobbe sul dorso se non a portare pesi?” – (fr:14741). Tuttavia definisce ridicolo crederlo; è preferibile supporre che “un cammello sia fatto con le gobbe perché, conducendo vita solitaria, quella parte piena di umore contribuisca molto a sopportare sete e fame” – (fr:14753). Allo stesso modo, le ginocchia e il cuscinetto ventrale servono all’animale stesso: avendo zampe lunghe e sottili e dovendo percorrere lunghi tragitti in luoghi aridi, “aveva bisogno di riposo, che non poteva ottenere in sicurezza sdraiandosi come asini e cavalli” – (fr:14755). La conclusione è netta: “queste caratteristiche non furono create per l’uomo, ma per il cammello” – (fr:14758).
L’indagine si allarga alle forme eccezionali degli animali più perfetti: uomo, elefante, cammello, coccodrillo e delfino. Cardano ne individua tre ragioni. La prima è la longevità, che richiede “umidità molto mescolata a grassezza” – (fr:14763) e una forma raffinata. La seconda ragione è che “un estremo si trova più lontano dal punto medio di quanto i punti medi non lo siano tra loro” – (fr:14765); l’estremo, in quanto massimamente distante, possiede una forma speciale. La terza è che gli animali perfetti raccolgono pregi di molti tipi e appaiono collocati in mezzo a essi, assemblando una forma propria. Il cammello, per esempio, “è a metà strada tra i fissipedi e gli ungulati, e benché privo di corna è molto simile ai cornuti; possiede inoltre la sua speciale gobba” – (fr:14768). L’uomo sta tra bipedi e quadrupedi ed è nudo; il coccodrillo partecipa dei pesci e dei quadrupedi, e “la sua caratteristica peculiare è muovere la mascella superiore tenendo ferma quella inferiore” – (fr:14773); l’elefante sta tra animali cornuti e non cornuti, essendo ungulato e dotato di proboscide.
L’esposizione volge poi alla sterilità dei muli, una questione che “affatica Aristotele e il resto dei filosofi” – (fr:14778). Cardano la risolve richiamando la dottrina della generazione imperfetta: “il seme del cavallo e dell’asino differiscono tanto da trovarsi ai limiti estremi di quelli che possono combinarsi per la generazione” – (fr:14779), perciò il nato è sterile. Altri ibridi, come i cani indiani nati da tigre e cane, i lyciscas da lupo e cane, o i laconic nati da volpe e cane, sono meno sterili o addirittura prolifici, perché “poco differenti dalla natura dei genitori” – (fr:14781). La causa generale è una: “tutto ciò che è procreato per generazione imperfetta, sia questa da putrefazione o da una grande discordanza tra seme maschile e sangue femminile” – (fr:14783). Cardano precisa inoltre che maschi sterili possono nascere da genitori anziani, o in chi ha seme viziato o testicoli asportati, e che le specie si alterano per questi mescolamenti e cessano di esistere – un’osservazione che il curatore giudica non sufficiente a farne un precursore dell’evoluzionismo (fr:14805).
Proprio a questo proposito vengono ricordati animali scomparsi o incerti: le alci di cui Cesare descrive le zampe senza giunture, e i cammelli indiani maculati come leopardi menzionati da Pausania, che “ora sono inesistenti o molto rari – poiché la generazione e la natura di qualsiasi animale imperfetto è incostante” – (fr:14807). L’ultimo brano tratta dei cani, nati anticamente dai lupi: “quando diventano selvatici, dapprima si trasformano in cani randagi, poi in lupi – e analogamente, con molte generazioni, i lupi addomesticati diventano cani” – (fr:14811). Prova della parentela è la rabbia, malattia comune a entrambi e più devastante nel lupo; un lupo rabbioso uccise oltre venti persone e molti animali, “nessuno scampò, tranne un uomo che aveva perso molto sangue dalle numerose ferite” – (fr:14813). Il passo offre così una testimonianza vivida del sapere zoologico e delle credenze cinquecentesche, sospese tra erudizione classica e osservazione empirica.
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58 Nel bestiario di Cardano: cani, ghiottoni e meraviglie del Libro X del De Subtilitate
Un intreccio di osservazioni zoologiche, aneddoti classici e resoconti coloniali rivela l’immaginario naturalistico del Rinascimento, tra antiche autorità, pratiche venatorie e un primo sguardo critico.
Il frammento, tratto dal Libro X del De Subtilitate di Girolamo Cardano e accompagnato da annotazioni che ne tracciano le varianti redazionali (1554 e 1560), raduna un campionario di animali in cui il cane occupa la scena principale. Cardano attinge a fonti classiche, a cronache della conquista del Nuovo Mondo e alla propria esperienza diretta, producendo un discorso che oscilla tra l’osservazione empirica e la meraviglia medievale.
La rassegna si apre con due creature ibride sul piano della nomenclatura. Dell’alce si ricorda che «there is a beast called the elk, in form between a deer and a camel, which breeds in the land of the Celts» – (fr:14823) [«viene menzionata una bestia chiamata alce, di forma intermedia tra un cervo e un cammello, che si riproduce nella terra dei Celti»]. Ancora più esplicito è il caso della giraffa, per la quale Pausania testimoniava di aver visto «Indian camels with the colour of leopards» – (fr:14824) [«cammelli indiani con il colore dei leopardi»]; l’antico nome inglese «Camelopard» – (fr:14828) [«camelopardo»] ne perpetua la percezione di un animale composito.
La generazione ibrida interessa direttamente il cane. Cardano annota che «the dog copulates with the fox and the tigress, with common sons that reproduce the form of both» – (fr:14837) [«il cane si accoppia con la volpe e la tigre, generando figli comuni che riproducono la forma di entrambi»], purché coincidano i periodi di gestazione e l’alimentazione. L’«alopeca», frutto dell’incrocio cane-volpe da lui stesso osservato, «was male and mute; I do not know whether they all are» – (fr:14839) [«era maschio e muto; non so se lo siano tutti»].
L’indole del cane viene letta in chiave affettiva e quasi morale: «This most talented animal appears to associate deliberately with a human being, since nature always strives to link like with like, and the resemblance of their habits begets and preserves friendship» – (fr:14840) [«Questo animale talentuosissimo sembra associarsi deliberatamente con l’essere umano, poiché la natura tende sempre a unire il simile con il simile, e la somiglianza delle abitudini genera e conserva l’amicizia»]. L’eccezionale docilità fa da sfondo all’intera trattazione.
Il contesto ambientale e l’addestramento plasmano varietà estreme. I cani di Corsica sono «very fierce and strong and big, both on account of the air (in moist air, what is naturally dry grows large) and on account of their exertion and training» – (fr:14841) [«ferocissimi, forti e grandi, sia per l’aria (nell’aria umida ciò che è naturalmente secco cresce grande) sia per l’esercizio e l’addestramento»]. Cibo, lotta, aria e natura li alterano fino a farli sembrare di specie differenti.
La testimonianza storicamente più cruda riguarda i cani da guerra impiegati nelle colonie. «At one time the dogs of Rhodes were trained to hate Turks, and the Bezerillo to hate Indians» – (fr:14844) [«un tempo i cani di Rodi erano addestrati a odiare i Turchi, e il Bezerillo a odiare gli Indiani»]. Si trattava di un molossoide usato nella conquista del Messico, capace – secondo Gonzalo Fernández de Oviedo – «to distinguish Indian people from Spaniards» – (fr:14845) [«di distinguere gli Indiani dagli Spagnoli»]. Cardano ne riporta le capacità quasi sovrumane: «They are greatly maddened by human flesh, and have supernaturally sharp senses; so that this dog was trained to lead along those who are willing, to mangle those who refuse, and to spare those who have fallen down» – (fr:14846) [«Sono enormemente inferociti dalla carne umana e hanno sensi soprannaturalmente acuti; così questo cane veniva addestrato a guidare chi acconsentiva, a sbranare chi rifiutava e a risparmiare chi cadeva»]. L’animale sapeva persino riconoscere chi combatteva e chi fuggiva, e attaccare su indicazione nominale o gestuale. Di fronte alla spiegazione provvidenzialistica degli spagnoli, Cardano contrappone una lettura disincantata: «What these people credit to God’s will and indulgence, I put down to feeding on human flesh, or to practice, or rather to demonic aid. Nor have I convinced myself that such cruelty is pleasing to God» – (fr:14847-14848) [«Ciò che costoro attribuiscono alla volontà e all’indulgenza di Dio, io lo ascrivo al nutrirsi di carne umana, o all’esercizio, o piuttosto all’aiuto demoniaco. Né mi sono persuaso che una tale crudeltà sia gradita a Dio»].
Il capitolo si addentra poi nella patologia canina. La rabbia è «a disease proceeding from dry decay; hence it is more aggressive in a wild animal, one already spontaneously drier» – (fr:14834) [«una malattia che procede da un decadimento secco; perciò è più aggressiva in un animale selvatico, già spontaneamente più secco»]. Una volta insorto l’orrore per l’acqua, «all rabies is incurable» – (fr:14835) [«ogni rabbia è incurabile»]; Cardano cita Ovidio: «None with the dread of waters is healed» – (fr:14836) [«Nessuno con il terrore delle acque viene guarito»], ricordando che l’altro nome del male è appunto idrofobia.
Grande spazio è dedicato al Rosomacha, il ghiottone (Gulo gulo), descritto come un animale quasi araldico: «with the size of a dog, the face of a cat, the back and tail of a fox, rough and tough feet and claws, and teeth too» – (fr:14859) [«con la taglia di un cane, la faccia di un gatto, il dorso e la coda di volpe, zampe e artigli ruvidi e robusti, e denti anch’essi»]. I cani, che non temono i lupi, fuggono il ghiottone. La sua pelle, bianca con screziature fulve, ricorda i tessuti asiatici chiamati zambeloti, fatti di pelo di capra. Le pelli di ghiottone «hold on to heat when they have taken it up; they take it up instantly, which is why it is apparel for princes, on account both of its beauty and its scarcity—though they do initiate wild dreams» – (fr:14864) [«trattengono il calore quando l’hanno assorbito; lo assorbono all’istante, motivo per cui sono abbigliamento da principi, sia per la bellezza sia per la rarità – sebbene provochino sogni selvaggi»]. Al pari dei cibi, le pelli generano visioni notturne a seconda della loro qualità, e le loro unghie consumate provocano ronzii auricolari e vertigini. All’animale sono attribuiti poteri magici nei denti e un grasso che sana ogni ferita. Con il suo intestino si ottengono corde per lire dal suono più roco, e il sangue mescolato a miele e acqua era bevuto nei matrimoni, benché non sia chiaro se come succedaneo del nettare o come amuleto. La voracità del ghiottone, che «when it feeds on corpses, and its stomach is entirely full, it squeezes out what it has eaten from its bowel between two trees slightly separated, and then goes back to cramming itself» – (fr:14888) [«quando si nutre di cadaveri e ha lo stomaco del tutto pieno, spreme fuori ciò che ha mangiato dall’intestino tra due alberi leggermente scostati, per poi tornare a rimpinzarsi»] – dà a Cardano l’occasione per una sentenza antropologica: «Thus the Lithuanians are the most voracious of men» – (fr:14889) [«Così i Lituani sono i più voraci degli uomini»].
L’ultimo, ampio movimento del testo è un minuzioso manuale di psicologia e addestramento canino. Il cane è collerico e rissoso, ulula al fragore delle campane e delle trombe e, fissando la Luna, «suppose that she despises them, and take it ill—boys and women wail in the same way when they cannot exact retribution for their wrongs» – (fr:14901) [«suppongono che essa li disprezzi e se ne rammaricano – ragazzi e donne si lamentano allo stesso modo quando non possono ottenere vendetta per i torti subiti»]. L’abitudine di alzare la zampa per urinare è spiegata con la presunta natura ossea del pene – un dettaglio che l’annotatore moderno si premura di smentire. Il talento si riconosce dai tratti somatici: «Those that have the head rounded and the nose quite lowered are more talented» – (fr:14894) [«Quelli che hanno il capo arrotondato e il naso piuttosto abbassato sono più talentuosi»]. La fame è la maestra per eccellenza, secondo il detto di Persio: «the belly—an expert at copying sounds denied by nature» – (fr:14922) [«la pancia – esperta nell’imitare suoni negati dalla natura»]. Per insegnare al cane a riportare oggetti, Cardano descrive un metodo progressivo che parte da un pezzo di pane gettato a terra e giunge, attraverso scatole, chiodi, acqua e muri, fino al trasporto di ferri e pietre. La sua esperienza personale ne conferma l’efficacia: «Over a period of six months I trained a dog so well that no boy could appear more docile, or more responsive to commands, since it could understand the very nods» – (fr:14923) [«Nell’arco di sei mesi addestrai un cane così bene che nessun ragazzo poteva apparire più docile o più pronto ai comandi, poiché capiva persino i cenni»].
Nel loro insieme, questi appunti offrono una testimonianza significativa del modo in cui la cultura scientifica cinquecentesca catalogava il vivente. Cardano cuce insieme l’autorità degli antichi (Pausania, Ovidio, Persio), le relazioni dei conquistadores (Oviedo) e il sapere naturalistico nordico (Olao Magno) con osservazioni tratte dalla quotidianità – come i cani girarrosto dell’osteria di Leo a Pavia. L’atteggiamento critico verso le spiegazioni soprannaturali, il ricorso a categorie elementari (secco/umido, caldo/freddo) e l’attenzione per i processi di addestramento fanno di questo frammento un campione eloquente del passaggio tra la vecchia historia naturalis e una prima, empirica scienza degli animali.
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59 Varietà canina e sapienza elefantina nel De Subtilitate di Girolamo Cardano
Nel decimo libro del De Subtilitate, l’autore indaga l’ingegno animale attraverso l’osservazione diretta, le fonti classiche e i resoconti di viaggio, soffermandosi sulla sorprendente diversità dei cani e sulla complessa intelligenza degli elefanti.
Cardano esordisce rilevando l’incredibile ventaglio di forme e attitudini dei cani: “There is no fixed size of dog, nor talent, nor a single colour, nor a voice” – (fr:14925) [Non esiste una taglia fissa del cane, né talento, né un solo colore, né una voce]. Alcuni sono grandi quasi come un bue, altri poco più di un topo; alcuni muti, altri rumorosi, altri ancora ululano (14926). Il mantello spazia dal rossiccio al bianco lucente, dal bruno allo scuro, fino al pezzato, e le attitudini corporee vanno dal grasso al veloce corridore (14927). Per l’addestramento, tuttavia, si scelgono cani “that are hairy, and with hair far from straight, but thin and soft, and flowing downward122- they seem more talented, and more tolerant of hard work, and more obedient, and less given to barking, like the more popular ones from Mljet” – (fr:14924) [che sono pelosi, con pelo tutt’altro che dritto, ma sottile e morbido, fluente verso il basso122—sembrano più talentuosi, più resistenti alla fatica, più obbedienti e meno portati ad abbaiare, come i più popolari di Mljet]. Come chiarisce una nota, “the ‘meliteus’ was a breed of dog not from Malta but from an Adriatic island now called Mljet” – (fr:14934) [il ‘meliteus’ era una razza canina non originaria di Malta ma di un’isola adriatica oggi denominata Mljet]; questi cani, pur apprezzati, sono però inutili per via della taglia ridotta (14924). Dal punto di vista caratteriale, “some lean, some rough and ready and virtually uncouth, some tame, cruel, some fierce, some timid, and indeed ready for anything, whether strong in their senses or in their talent” – (fr:14937) [alcuni magri, alcuni rozzi e quasi incolti, alcuni mansueti, crudeli, alcuni feroci, alcuni timidi, e invero pronti a tutto, forti nei sensi o nell’ingegno]. Tale varietà conduce a una conclusione antropomorfa: “there is nothing that in its way of life and variety imitates the different types of human being so well as the dog” – (fr:14938) [non c’è nulla che nel modo di vivere e nella varietà imiti i diversi tipi umani così bene quanto il cane].
Vi è però chi antepone a essi elefanti o scimmie per laboriosità e sagacia (14939). Cardano introduce l’elefante con una celebre descrizione coreutica, precisando un dettaglio anatomico: “127 Not in its ears; ‘I myself have seen an elephant actually clanging the cymbals and others dancing; two cymbals were fastened to the player’s forelegs, and another on his trunk, and with his trunk he rhythmically beat the cymbal on either leg in turn; the dancers dance in a circle; raising and bending their forelegs in turn, they too kept in rhythm as their cymbalist gave the beat’ (Arrian, Indica,” – (fr:14951) “5-6; Loeb 2: 347).” – (fr:14952) [127 Non nelle orecchie; ‘Io stesso ho visto un elefante suonare i cembali e altri danzare; due cembali erano fissati alle zampe anteriori del suonatore e un altro sulla proboscide, e con la proboscide batteva ritmicamente il cembalo su ciascuna zampa a turno; i danzatori danzano in cerchio; alzando e piegando a turno le zampe anteriori, anch’essi tenevano il ritmo quando il cembalista dava il battito’ (Arriano, Indica, 5-6; Loeb 2: 347).] Questi animali, prosegue, sono sensibili alla pietà, onorano un re, riconoscono e fanno rispettare i giuramenti, adorano gli astri, soffrono, riconoscono il conducente e cercano vendetta per i torti subiti; “appear to fall short of humanity only in lacking speech, since many human beings appear more savage than elephants in their practice and their movements” – (fr:14941) [sembrano mancare dell’umanità solo nella parola, poiché molti uomini appaiono più selvaggi degli elefanti nelle azioni e nei movimenti].
A conferma, fornisce la propria testimonianza: “We have seen a fairly young elephant (belonging to Queen Maria of Bohemia, daughter of the Emperor Charles the Fifth), evidently thirteen years old; they are in their prime around their sixtieth year, and certainly live for two hundred years” – (fr:14942) [Abbiamo visto un elefante abbastanza giovane (appartenente alla regina Maria di Boemia, figlia dell’imperatore Carlo V), evidentemente di tredici anni; sono nel pieno delle forze verso i sessant’anni, e certamente vivono duecento anni]. Aggiunge che alcuni rapporti parlano di trecento anni, cosa che ritiene credibile benché rara, osservando parallelamente come, sebbene ottant’anni siano una vita umana già molto lunga, alcuni individui raggiungano i centoventi (14943-14944). L’esemplare descritto mostrava una docilità eccezionale: “it understood its driver as well as another human being could” – (fr:14945) [capiva il suo conducente bene quanto un altro essere umano]. Faceva richieste, avvertiva, e “when he wanted to climb up, it would bend its right leg, and raise it so that he could move up gradually” – (fr:14947) [quando lui voleva salire, piegava la zampa destra e la sollevava in modo che potesse salire gradualmente]. Se il bastone di comando cadeva, “it picked it up in its trunk and presented it to its driver” e, se avvertito di cercarlo, “‘Find your driver,’ it went straight to him and found him, and would fawn on him wonderfully” – (fr:14948) [lo raccoglieva con la proboscide e lo porgeva al conducente; ‘Trova il tuo conducente’, andava dritto da lui e lo trovava, e lo festeggiava meravigliosamente]. Alla presenza dell’Arcivescovo di Milano, lo salutava inclinando zampe anteriori e testa e, all’ordine “Say something”, barrisce (14949-14950).
La descrizione morfologica è altrettanto minuziosa. L’altezza del giovane era tale che un uomo a braccia levate non ne toccava il dorso, con una larghezza pari a due buoi (14958-14959). Negli adulti la massa può raggiungere l’equivalente di venticinque buoi, con significative differenze tra regioni e lignaggi (14960). Gli esemplari più grandi arrivano a dieci cubiti d’altezza; le zanne, nell’animale osservato, misuravano un cubito e mezzo, ma Cardano ne ha viste altre di quasi sei cubiti, curve all’interno – se diritte supererebbero i sette cubiti (14961). Cita poi Ludovico de Varthema, che riferì di due zanne del peso di 325 libbre, un dato che lascia immaginare la mole dell’animale (14962-14963). Le proporzioni sono singolari: la lunghezza corrisponde poco all’altezza, poiché l’elefante è molto più alto di quanto la sua lunghezza suggerisca (14964). Le zampe sono rotondeggianti, simili a pilastri, dotate di articolazioni ma con un profilo così continuo che “without seeing the legs bend, you would think they had no joint” – (fr:14966) [senza vedere le zampe piegarsi, si penserebbe che non abbiano giunture]. Da qui, secondo Cardano, derivò la credenza antica che l’elefante ne fosse privo, rafforzata dall’andatura a gambe tese (14967). Le zampe anteriori sono più lunghe delle posteriori (14968). L’andatura a gambe distese suggerisce grande forza e consente velocità, benché muoversi dall’estremità sia più faticoso, con un’argomentazione meccanica – una lancia si spinge con più difficoltà dall’estremità che dal centro (14969). I piedi sono piatti, divisi in cinque dita poco visibili, indifesi (tanto che i Romani li colpivano con asce) e larghi come i dischi di piombo che si usano per mangiare (14987-14988).
La proboscide è descritta come un organo straordinario: “The trunk extends outward from the top of its forehead, and is not linked to the head like the nose in other animals, but separate, extending right down to the ground, so that its length is almost as great as the animal’s height” – (fr:15000) [La proboscide si estende dalla sommità della fronte, e non è unita alla testa come il naso negli altri animali, ma separata, arrivando fino a terra, sì che la sua lunghezza è quasi uguale all’altezza dell’animale]. Chiamata anche pro muscis o mano, funge da narici (15001-15002). La sua sostanza è fibrosa e coriacea, “it shortens and lengthens it as it pleases; sometimes it makes it so short that it measures hardly a cubit, and then it is very wide, and sometimes it extends it so that it is narrow and reaches the ground, barely thicker than a human arm” – (fr:15004) [la accorcia e l’allunga a piacimento; a volte la fa così corta da misurare appena un cubito, ed è molto larga, altre volte la estende sì che si fa stretta e raggiunge il suolo, poco più spessa di un braccio umano]. Con essa beve, afferra il cibo e lo porta alla bocca; senza di essa non può né mangiare né bere (15017). La bocca è nascosta sotto il capo, priva di denti anteriori, con solo gengive, molari e le due colossali zanne che sporgono dalla mascella superiore (15018). La proboscide è anche un’arma formidabile: “with one or a second blow, by winding their trunk round them, they lay low trees which twenty men have not been able to overturn” – (fr:15021) [con uno o due colpi, avvolgendo la proboscide, abbattono alberi che venti uomini non sono riusciti a rovesciare]. Infine, “It emits two sorts of voice: a harsh one from its trunk, like a trumpet call, and one from its mouth like a man talking and breathing at the same time, so that Aristotle calls it ‘panting’” – (fr:15024) [Emette due tipi di voce: una aspra dalla proboscide, simile a uno squillo di tromba, e una dalla bocca come un uomo che parla e respira insieme, tanto che Aristotele la chiama ‘ansimare’].
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60 L’elefante nel De Subtilitate: etologia, uso bellico e la controversia sulle zanne
Cardano analizza l’elefante intrecciando osservazioni personali, fonti classiche e una dotta disputa anatomica che oppone Giuba e Pausania a Filostrato.
La trattazione si apre con la voce dell’animale, strumento di espressione emotiva. “È evidente che questa è adatta all’espressione delle emozioni, e specialmente della commiserazione; perciò non sorprende che i cavalli non abbiano una paura tanto enorme dell’animale quanto ne hanno di entrambe le sue voci” – (fr:15025). La distinzione fra i due suoni è affidata a una nota erudita: “Spirabundus… se l’elefante emette la voce senza usare la proboscide ma solo la bocca, produce un suono simile al vento, simile a quello che fa un uomo quando sospira e geme. Se usa la proboscide, il rumore è come una tromba divenuta rauca” – (fr:15032‑15036). Cardano corregge però il luogo comune confrontandolo con l’esperienza diretta: “Ma i cavalli che vedemmo qui si mostravano tanto impavidi di quell’animale che i muli (peraltro timidissimi) gli si avvicinavano spontaneamente; ritengo perciò che il racconto sul suo comportamento in battaglia e sulla voce vada interpretato come riferito agli elefanti in collera” – (fr:15051).
L’uso bellico, un tempo temibile, viene descritto con precisione. “In guerra, gli Indiani solevano legare una spada lunga due cubiti all’estremità della proboscide, e con quella uccideva i nemici” – (fr:15026). L’elefante “normalmente riconosce soltanto dalla voce del cornac chi debba colpire e chi risparmiare” – (fr:15027). Per trasportare combattenti si impiegavano “due catene di ferro legate sotto il ventre per fissare due basti, una per lato, e vi pongono sopra un castello di legno, nel quale una squadra di sei uomini (e talvolta fino a quattordici) combatte in piedi con ogni sorta d’arma” – (fr:15029), detti “clitellae” (fr:15037) e noti come “howdah (dall’arabo ‘haudaj’)” (fr:15038). Il progresso dell’artiglieria ha però reso questa tattica obsoleta: “Ma oggigiorno, con lo sviluppo delle artiglierie, questo modo di combattere ha perso valore, soprattutto perché gli elefanti temono il fuoco, e perciò gli Indiani portano regolarmente torce contro di loro, cosa che li spaventa a tal punto che, fuggendo, fanno molto più danno ai propri che al nemico combattendo” – (fr:15039). La forza bruta rimane straordinaria: “E c’è una tale forza nel suo corpo che due attaccati insieme possono tirare a terra una grossa barca carica” – (fr:15028).
Cardano distingue i sessi: “Le femmine sono più irascibili e selvagge, e più robuste dei maschi, benché di corpo più piccolo” – (fr:15040). La riproduzione è lentissima: “– cosa notevole, poiché maturano così lentamente – portano il feto nel grembo dal dodicesimo anno (se iniziano molto presto) o dal quindicesimo (se iniziano molto tardi); lo portano per interi due anni” – (fr:15041). Il maschio “inizia l’attività sessuale nel quinto anno, e copula davvero, né vi torna se non ogni tre anni; non ha inclinazione a montare di nuovo una femmina che ha lasciato gravida” – (fr:15042). Alla nascita “il piccolo è grande come un vitello di tre mesi, e quando cammina procede a poco a poco, tanto da sembrare un mulo ammaestrato o un cavallo asturiano” – (fr:15043). Cresciuti, “si muovono con tanta dolcezza che chi non è abituato a cavalcarli, o chi è trasportato nei castelli di legno, è colto da nausea come chi è in mare, tanto è grande il corpo dell’animale” – (fr:15044). Persino l’andatura lenta supera un uomo frettoloso: “anche quando camminano piano, un uomo che va in fretta a stento li raggiunge” – (fr:15045).
Il regime alimentare è proporzionato alla mole: “Prendono una gran quantità di cibo e bevanda – una quantità incredibile” – (fr:15046). “Nelle regioni più fredde sono nutriti con grano cotto e miele, per poter resistere all’assalto del clima; ma nei loro paesi si nutrono di erbe, rami e frutti, motivo per cui abbattono gli alberi” – (fr:15047). L’habitat è “luoghi paludosi e fangosi, e regioni calde” – (fr:15048). L’apprendimento rivela una memoria tenace: “Sono avidi di gloria, e ciò che imparano di giorno, generalmente lo ruminano durante la notte” – (fr:15049). L’antica notizia che “producono la voce dei cinghiali, per spaventare i cavalli” – (fr:15050) viene ridimensionata dall’osservazione sopra citata.
La proboscide è strumento di precisione insuperabile: “La proboscide ha una tale destrezza che può persino raccogliere un bastone – da qui la frase di Augusto, «come uno che stia per porgere un bastone a un elefante»” – (fr:15052). Cardano richiama l’aneddoto svetoniano: “Svetonio (Divus Augustus, 2) riferisce che Augusto, per ricercare familiarità ed evitare eccessiva riverenza, sopraffaceva con una battuta un postulante che esitava porgendo un libretto «come offrendo un bastone a un elefante»” – (fr:15061‑15062). La proboscide “la restringe alla base a piacimento, e ne allunga alcune parti, ne contrae altre, sì che un uomo che raccolga qualcosa con le dita non fa di meglio” – (fr:15053).
Il valore commerciale si concentra sulle zanne e su una parte insolita: “La caratteristica più pregiata in loro sono le zanne che sporgono, e il pene (anche presso gli Indiani) venduto a carissimo prezzo, per nessun altro scopo a mia conoscenza se non per il sesso, e perciò molto ricercato dai re” – (fr:15054). Dell’avorio si descrivono qualità e conservazione: “Le zanne, perché il miglior avorio è costituito da esse; si ricava da tutte le ossa degli elefanti, ma l’alta qualità dalle zanne, la più economica dalle ossa, la qualità media dai denti molari” – (fr:15064). “Tutto l’avorio è tenace, solido e di un bianco lucente, tanto che nulla è migliore per i pettini” – (fr:15065). “Il suo pregio è così grande che si colloca tra le gemme e l’oro, benché una buona disponibilità dovrebbe renderlo più economico” – (fr:15066). “Si conserva con olio o acqua, altrimenti si secca; seccando, perde prima la lucentezza, poi si corrode, infine si spacca. Così viene protetto dall’aria con il vapore dell’olio o dell’acqua” – (fr:15067‑15068). “I giovani hanno denti più bianchi e morbidi, come in ogni specie animale; i vecchi li hanno più grandi, più duri, più secchi, più scuri; i migliori sotto ogni aspetto sono negli adulti” – (fr:15069). “Non è chiaro se queste zanne vengano sostituite; ma se lo sono, la sostituzione completa deve avvenire una volta sola.” – (fr:15070).
Proprio la natura delle zanne innesca la lunga disputa. “Ciò diede luogo a una disputa tra Pausania e Filostrato: Pausania sosteneva fossero corna, Filostrato che fossero denti – una bella disputa davvero, ma alla maniera greca (e specialmente dei loro oratori), di nessuna utilità” – (fr:15071). Cardano espone i cinque argomenti di Giuba e Pausania. Giuba nota che “le corna non vengono mai sostituite come nei buoi e nelle capre, mentre i denti vengono sostituiti”; poiché le zanne degli elefanti non sono sostituite, “non sono denti, ma piuttosto corna” (fr:15073‑15074). Pausania, con premessa opposta, “dice che le corna sono sostituite, come nei cervi, ma i denti più grandi non lo sono mai – quelli prominenti dei cinghiali non vengono sostituiti. Ma le zanne degli elefanti vengono sostituite – quindi le zanne degli elefanti non sono denti, ma piuttosto corna” – (fr:15075‑15076). A queste prove l’autore aggiunge due argomenti più solidi: “Il primo è che le zanne degli elefanti sono lisce, precisamente arrotondate, e prive di taglio, il che è appropriato per le corna; tutti i denti hanno una punta appuntita, come quelli del cinghiale, dei cani e di tutti gli altri. E ancora, come già detto, l’elefante manca di denti nella parte anteriore, non solo della mascella superiore, ma anche di quella inferiore, il che è proprietà esclusiva degli animali cornuti. Dunque queste sono le corna dell’elefante” – (fr:15104‑15106). Inoltre “l’elefante, inoltre, ha l’abitudine di affilarle, come un toro affila le corna, cosa insolita per i denti. Infine, le zanne degli elefanti sono rammollite e piegate dal fuoco, proprietà delle corna; i denti vengono piuttosto bruciati dal fuoco che rammolliti” – (fr:15100‑15101), e “i denti originano dalle mascelle, le corna dalle tempie; ma le zanne degli elefanti originano dalle tempie, non dalle mascelle, e Pausania dice di averlo visto nel teschio di un elefante” – (fr:15097).
La replica di Filostrato si basa su tre punti: “Il primo è che sulle corna crescono anelli alla base in relazione al numero degli anni, come accade nei buoi e nelle capre; non così sui denti, che sono lisci tutt’intorno, e non si aggiunge nulla se non la dimensione con il numero degli anni. Ma le zanne degli elefanti sono così – lisce e senza anelli. Sono solide tutt’intorno, e non hanno parte vuota se non un piccolissimo foro, il che è appropriato per i denti. Le corna invece sono vuote all’interno, come si può vedere nei buoi. Inoltre, non esiste animale dotato di corna se non quelli che hanno zoccoli, e per di più fessi, come cervi, caprioli, buoi, capre; ma l’elefante non ha zoccoli ai piedi, bensì dita, e i suoi piedi non sono fessi, ma divisi in cinque parti” – (fr:15107‑15112). Cardano liquida la tenzone come vacua: “I Greci… cavillano così, nell’assoluta insensibilità della superficialità e dell’inesperienza – il primo argomento di chi dice che siano corna è tanto ridicolo che gli opposti assumono ipotesi contrapposte per giungere alla stessa conclusione” – (fr:15113). Il suo giudizio si estende anche a una nota filologica: “Il testo legge con sintassi enigmatica ‘Vidimus nos capite ilium quae cupit evertere prementem’, ma ho tradotto ‘Vidimus nos capite illam quam cupit evertere prementem’” – (fr:15031), mostrando l’attenzione critica con cui vagliava le fonti.
[20.10/15-101-15126|15226]
61 L’elefante, capolavoro della natura: il disegno teleologico nel De Subtilitate di Gerolamo Cardano
Nel decimo libro del De Subtilitate, Cardano muove da una disputa erudita sulla natura delle zanne dell’elefante per costruire un affresco in cui anatomia, cosmologia e morale convergono verso un’unica persuasione: l’elefante rappresenta il vertice della perfezione accessibile alla materia corruttibile. La riflessione si apre con un contrasto tra autorità antiche, Giuba e Pausania, circa la sostituzione delle zanne, subito liquidato come sterile: «JEROME CARDANO people (Juba) wishes the tusks of elephants never to be replaced, but Pausanias wishes them to be replaced; yet if one or the other is accepted, no conclusion can be drawn» – (fr:15126) [Girolamo Cardano ricorda che Giuba vorrebbe le zanne degli elefanti mai sostituite, mentre Pausania le vorrebbe sostituite; ma accogliendo l’una o l’altra tesi non si può concludere nulla].
L’errore di Filostrato, che chiamava le zanne denti perché «solide, non cave come le corna», scatena la verve polemica di Cardano: «he dared to say that the tusks of elephants are not hollow inside, when they obviously are, just like the “thunderbolts” of boars in the whole of the part that is inserted into the temple» – (fr:15129) [osò dire che le zanne degli elefanti non sono cave all’interno, mentre lo sono palesemente, proprio come i “fulmini” dei cinghiali in tutta la parte che si inserisce nella tempia]. L’intera questione gli appare oziosa: «Such stupidity on their part makes me ashamed – that virtually pointless question» – (fr:15131) [Tale stupidità da parte loro mi fa vergognare – quella questione quasi inutile]. La soluzione vera è offerta dalla sostanza stessa: i denti si riconoscono per «matt white, with little translucency, and not readily capable of bending; if it is forced, it breaks» – (fr:15132) [bianco opaco, con poca traslucenza, e non facilmente pieghevole; se forzato, si spezza].
Superata la pedanteria classificatoria, Cardano introduce il suo autentico interesse: perché l’elefante ha ricevuto questa forma. La risposta è schiettamente finalistica: «nature aims at the ideal perfection in all respects; that is, to be made like the gods, so to speak» – (fr:15139) [la natura mira alla perfezione ideale sotto ogni aspetto; farsi simile agli dèi, per così dire]. L’animale doveva eccellere per longevità, beatitudine, sapienza e serenità d’animo (fr:15140). Ed ecco che la spiegazione anatomica diventa corollario di un progetto divino imitato. Per essere longevo occorrono calore e umidità; per questo l’elefante nasce nelle regioni torride e vive in luoghi paludosi, trovandosi solo in India e in Africa (fr:15149). La mole garantisce sicurezza contro gli altri animali e contro la violenza dell’aria, ma un corpo troppo denso perirebbe rapidamente come quello dei buoi (fr:15147). L’alimentazione a base di piante, tronchi e frutti preserva la probità morale – gli animali carnivori sono irascibili, fraudolenti, crudeli e superbi (fr:15151) – e scongiura il paradosso di una mole che dovrebbe uccidere ogni altra creatura per sfamarsi.
La catena delle soluzioni meccaniche è stringente. I rami sono spesso più alti di quanto un animale, per quanto grande, possa raggiungere: «so it armed it with a hard head and trunk, and with tusks, so as to push trees down» – (fr:15156) [così lo armò di un capo duro, di proboscide e di zanne per abbattere gli alberi]. La proboscide, capace di contrarsi, estendersi e ruotare a piacere, supplisce alla mancanza dei denti anteriori – rimossi dalla natura per fornire materia alle enormi zanne – e all’ostacolo che queste oppongono alla bocca nel raggiungere il suolo (fr:15168-15170). Gli occhi, piccoli e laterali, non possono infossarsi per via delle zanne e della proboscide, ma proprio questa posizione li protegge: «In that way the animal would be rendered blind before old age, especially as it was on the way to a long life» – (fr:15189) [altrimenti l’animale sarebbe reso cieco prima della vecchiaia, tanto più che era destinato a lunga vita].
Il disegno non trascura alcun dettaglio. La pelle durissima e spessa, resa ancor più compatta dalla materia che altrove produrrebbe peli, respinge gli attacchi dei leoni e le intemperie, e con un solo scrollone si asciuga in un attimo (fr:15174-15176). Contro gli sciami di mosche e calabroni, che né coda né proboscide possono debellare completamente, soccorrono la pelle segnata da un reticolo in cui i parassiti restano imprigionati e schiacciati (fr:15173). La lingua, ridotta a un piccolo organo celato, basta a servire i molari, i quali «constructed so sturdy and convenient that (as Aristotle confirms) all the food is instantly ground into flour» – (fr:15179) [costruiti così robusti e opportuni che, come conferma Aristotele, tutto il cibo è immediatamente ridotto in farina]. La gestazione biennale, prolungata in ragione della vita lunga, non impedisce parti numerosi, assicurando la continuità della specie (fr:15180).
Dalla complessione corporea Cardano sale alla saggezza, tratto che distingue elefante, cammello e uomo dagli altri animali: «No short-lived animal can be very sagacious» – (fr:15194) [Nessun animale di vita breve può essere molto sagace]. Si tratta di una saggezza acquisita, frutto dell’esperienza, da cui germina la rettitudine (probitas), come già dimostrato nei libri De Sapientia (fr:15198). Sagacia e rettitudine conducono a una condizione gregaria e fortunata: «all good fortune, which is beyond reckoning, is obtained through the custom by which we protect and cherish our dear ones, and they look after us in return» – (fr:15200) [ogni buona sorte, che è al di là del calcolo, è ottenuta attraverso l’abitudine con cui proteggiamo e amiamo i nostri cari, ed essi si prendono cura di noi in cambio]. Così l’elefante diventa il più grande, forte, longevo, sagace, mansueto, sicuro e fortunato di tutti gli animali, imitazione della suprema perfezione divina (fr:15201). In questa gerarchia all’uomo spetta un genere separato e immortale; all’elefante, la vetta della materia corruttibile: «nature has in fact granted the elephant the ultimate perfection that could be created from mortal matter» – (fr:15202) [la natura ha infatti concesso all’elefante la perfezione ultima che poteva essere creata dalla materia mortale].
Accanto al grandioso affresco morale, Cardano registra somiglianze e conflitti tra animali. L’elefante ricorda il maiale nella coda, nella proboscide, nella pelle, nell’indole quando è provocato, nella propensione alla mandria e ai luoghi umidi (fr:15203), ma se ne distingue per le dita (cinque non fesse) e per la totale assenza di denti anteriori. Ben più aspra è l’ostilità con il rinoceronte, l’unico vero nemico: «The story goes that in the year 1513 A.D. one was brought to the King of Portugal on the first day of May, and two years later the King matched it with an elephant as an entertainment at Lisbon, and the rhinoceros won» – (fr:15213) [Si racconta che nell’anno 1513 d.C. ne fu portato uno al Re del Portogallo il primo giorno di maggio e che due anni dopo il Re lo fece combattere con un elefante a Lisbona come spettacolo, e il rinoceronte vinse]. Dalla cronaca affiora la lezione: la natura ha voluto che nulla fosse del tutto invulnerabile. Solo la mandria può garantire all’elefante sicurezza da tale avversario (fr:15215).
Il capitolo si chiude su due creature straordinarie. Il monoceros – che Cardano identifica con l’orice di Aristotele – ha corpo di cavallo, mantello di donnola, testa di cervo e un unico corno dritto sulla fronte, lungo tre cubiti, e abita l’Etiopia; il suo corno è ritenuto uno straordinario antidoto contro i veleni (fr:15218-15224). A settentrione, sotto qualità d’aria opposte, vive invece un animale simile al cervo, con zampe anteriori piuttosto lunghe e un’escrescenza carnosa; dei suoi zoccoli si dice che sospesi al collo abbiano virtù portentose (fr:15225). Il trattato di Cardano intreccia così osservazione, tradizione e meraviglia, offrendo una testimonianza vivida del sapere naturalistico cinquecentesco e della sua costitutiva tensione a scrutare, dietro la varietà delle forme, l’ombra di un’idea perfetta.
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62 Annotazioni zoologiche dal X libro del De Subtilitate: Cardano fra autorità antiche e nuovi mondi
Le glosse che accompagnano il Libro X del De Subtilitate di Girolamo Cardano restituiscono uno spaccato del sapere naturalistico rinascimentale, in cui l’erudizione classica si intreccia a osservazioni empiriche e a notizie di animali esotici. Il testo, arricchitosi attraverso le edizioni del 1550, 1554 e 1560, mostra una costante fedeltà alle fonti antiche accanto a un progressivo aggiornamento delle conoscenze.
L’ombra degli antichi domina la trattazione del monoceros. Da Aristotele si recupera che l’orice ha un solo corno e zoccoli fessi: “The oryx has a single horn and cloven hooves” – (fr:15236) [L’orice ha un solo corno e zoccoli fessi]; mentre l’«asino indiano» lo possiede con lo zoccolo solido. Plinio fornisce il ritratto canonico dell’unicorno: “a very fierce animal called the monoceros, which has the head of the stag, the feet of the elephant, and the tail of the boar, while the rest of the body is like that of the horse; it makes a deep lowing noise, and has a single black horn, which projects from the middle of its forehead, two cubits in length” – (fr:15241-44) [un animale ferocissimo chiamato monoceros, che ha testa di cervo, piedi di elefante e coda di cinghiale, mentre il resto del corpo è simile a quello del cavallo; emette un profondo muggito e ha un solo corno nero che sporge dal mezzo della fronte, lungo due cubiti]. Cardano accoglie queste credenze senza riserve, conformandosi alla tradizione.
Uno spazio esteso è riservato a un animale che abita presso i Daci e che nel linguaggio comune è detto “Magnus” – (fr:15268) [Grande]. La sua descrizione si precisa nel 1554 e nel 1560; già nel 1550 si chiariva che “it is wrongly alleged to have no knees” – (fr:15259) [si afferma erroneamente che non abbia ginocchia]. L’animale, che alcuni scambiano per l’onagro a causa delle lunghe orecchie, è eccezionalmente veloce – “it is certainly very speedy, so as to cover two hundred miles in a period of twenty four hours” – (fr:15251) [è straordinariamente veloce, tanto da coprire duecento miglia in ventiquattro ore] – e può resistere senza cibo né bevanda per tutto quel tempo; un passo enigmatico “zethicum mansuescit avidum” – (fr:15252) resta intraducibile, forse alludendo a una bevanda fermentata. L’animale è epilettico e non può essere ridestato “until it puts the hoof of its back leg into its ear” – (fr:15247) [finché non porta lo zoccolo della zampa posteriore nell’orecchio]; ha cuore freddissimo e cervello non solo freddo ma traboccante di flemma. Le sue corna sono spesse alla base più di un palmo. Cardano distingue nettamente questa creatura dall’alce descritto da Cesare: “the elk, as Caesar described it, is like a he-goat, with a blotchy skin, and has legs without a joint. But we can see its joints, and a skin like a stag” – (fr:15254-55) [l’alce, come lo descrisse Cesare, assomiglia a un caprone, con pelle chiazzata e zampe prive di giuntura. Noi invece vediamo le sue giunture e una pelle come quella del cervo]. Qui l’osservazione diretta prevale sull’autorità classica.
Le note raccolgono anche creature lontane, spesso dotate di un marsupio ventrale. Dall’Etiopia proviene un animale con “a front part like a fox, the tail and back part of a long-tailed monkey, the front legs human, the ears of a bat, and it has a ‘money-bag’ under its belly, in which it carries its young” – (fr:15257) [parte anteriore simile a una volpe, coda e parte posteriore di scimmia dalla lunga coda, zampe anteriori umane, orecchie di pipistrello e una «borsa» sotto il ventre, in cui porta i piccoli]. Analogo comportamento è attribuito alla Chiurca delle Indie Occidentali, mustelide che “carries its sons with it in the same fashion” – (fr:15279) [porta i figli con sé nello stesso modo]. Sono, evidentemente, tra le prime evidenze di marsupiali giunte ai naturalisti europei.
La rassegna dei bovini rivela la tensione fra catalogazione esaustiva e sintesi. Si citano i buoi spagnoli dalle corna di due cubiti portati dalla regina di Boemia, il bisonte europeo – il bonasus, il cui nome viene storpiato in “Bomasi” (fr:15297) – di cui Plinio narra che in fuga “emits a trail of dung that sometimes covers a distance of as much as three furlongs, contact with which scorches pursuers like a sort of fire” – (fr:15301, da N.H. 40), e i bufali d’Italia, confinati oltre gli Appennini. Questi ultimi sono così selvatici che “can only be led round by an iron ring inserted in their nostrils; they are aroused by red and by a mixed colour, and strike down human beings” – (fr:15284) [possono essere condotti solo con un anello di ferro infilato nelle narici; sono eccitati dal rosso e dai colori misti e abbattono gli uomini]; sono tanto robusti da tirare al pari di due buoi. Le loro corna, più flessibili e adatte alla lavorazione, giovano di una tinta scura, mentre la carne invecchiando diventa quasi immangiabile. Cardano stesso frena l’elenco: “if I want to record every kind of ox, a more verbose account will be required than would suit this book” – (fr:15281) [se volessi registrare ogni specie di bue, occorrerebbe un resoconto più verboso di quanto si addica a questo libro].
Dopo le rassegne particolari, il discorso si fa sistematico e affronta la logica delle corna a partire da un fondamento fisiologico: gli erbivori hanno denti smussati, inadatti alla difesa, e perciò “they are armed partly with horns and partly with stouter claws” – (fr:15289) [sono armati in parte di corna e in parte di artigli robusti]. La classificazione separa le corna cave da quelle solide. Tutti i possessori di corna cave ne hanno due, come i buoi. Le corna solide, invece, compaiono in numero variabile: “those armed with solid ones either have one, as the Monoceros and Rhinoceros do, or two, as she-goats and chamois do, or more, like stags and those of that kind (such as roe deer); these have branching horns, instead of having more numerous ones” – (fr:15310) [quelli armati di corna solide ne hanno uno, come il monoceros e il rinoceronte, oppure due, come capre e camosci, o più, come i cervi e quelli della stessa specie (ad esempio i caprioli); questi hanno corna ramificate, invece di averne un numero maggiore]. La ramificazione equivale per natura a possedere molte corna: “whatever has branched horns virtually has many horns; this is in fact nature’s intention” – (fr:15319) [ciò che ha corna ramificate virtualmente ne ha molte; questa è, di fatto, l’intenzione della natura].
La giustificazione di tale distribuzione è teleologica. Se le corna fossero sparse su tutta la testa, oltre il primo paio sarebbero inutili alla difesa e ostacolerebbero le orecchie, mentre gli altri sensi sarebbero disturbati dalla materia cornea. Di fatto, nessun animale, tranne alcuni castroni e poche creature insolite, presenta corna disseminate. Fra le eccezioni figurano la renna, che “have three horns” – (fr:15313) [hanno tre corna], l’aspide ceraste con sette corna (quattro paia secondo Plinio), le lumache con quattro corna (due lunghe, due corte e tutte retrattili) e due specie d’insetti. In questi casi la funzione non è offensiva: “they were given to the snails for feeling their way, and to the asp for creating a deception; while the rest of the body lies hidden in the sand, the horns stick out like grass sprouts” – (fr:15315) [furono date alle lumache per tastare la strada, e all’aspide per generare un inganno; mentre il resto del corpo giace nascosto nella sabbia, le corna sporgono come germogli d’erba]. Tra gli insetti, solo certi coleotteri impiegano le due corna mobili come vere armi. La cornificazione è inquadrata in un principio che Cardano enuncia con nettezza: “nature has filled up all the limbs of the classification, so far as was possible, otherwise it would have been foolish” – (fr:15323) [la natura ha riempito tutte le suddivisioni della classificazione, per quanto possibile, altrimenti sarebbe stata stolta]. Coerentemente, gli animali che dispongono di corna solide e ramificate, proprio perché investono molte risorse in queste strutture, risultano “timid, and stupid, and fleet of foot” – (fr:15320) [timidi, stupidi e veloci di piede].
Nel complesso, il testo testimonia l’ambizione di Cardano di fondere la lezione di Aristotele, Plinio e Cesare con l’osservazione diretta e i resoconti di viaggio, offrendo un compendio zoologico in cui la tassonomia si lega alla filosofia naturale e la materia si stratifica, edizione dopo edizione, inseguendo un ordine universale.
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63 La dottrina delle corna e la natura degli animali cornuti nel Libro X del De Subtilitate
L’estratto affronta l’origine, la forma e il significato delle corna negli animali a partire da una prospettiva che intreccia cause finali, efficienti e materiali. Cardano muove da tre assunzioni: la natura ha il compito di abbellire il mondo e lo realizza creando ogni specie animale così come si ornerebbe un giardino di fiori diversi; la natura di alcuni animali è troppo debole per difendersi, perciò nessuna varietà di essi può sopravvivere se manca di protezione; infine gli animali sono generati per sé stessi e per l’abbellimento universale, non in funzione di altri animali. L’idea che la creazione risponda a un ordine decorativo è così espressa:
“For when the order had been given to embellish the world, nature could not do this better than by fashioning every kind of animal included in the first classification, just as if arranging a garden and embellishing it with flowers of every kind.” – (fr:15335) [Quando fu dato l’ordine di abbellire il mondo, la natura non poteva farlo meglio che plasmando ogni tipo di animale compreso nella prima classificazione, proprio come se sistemasse un giardino e lo abbellisse con fiori di ogni tipo.]
Su queste basi, stabilito di dotare alcuni animali di corna simili ad alberi, si rese inevitabile che le corna fossero solo due ma ramificate, dure e solide per non spezzarsi; non essendo vive – altrimenti avrebbero avuto vene e nervi – e non potendo piegarsi, dovevano essere dure, perché un’arma molle è inadatta al combattimento, a meno che non sia flessibile, ma la flessibilità è propria di ciò che è umido e vivo, come i rami:
“it was inevitable firstly that there were no more than two horns, but branched ones; branched ones hard and solid to prevent breakage; since they are not alive (they would have been provided with veins and nerves), and were so soft (soft weapons are no good for combat), they were unable to bend- hence they had to be hard- any soft thing is unsuited for violent use unless it is flexible- a flexible thing is moist and alive, as tree branches are.” – (fr:15339) [era inevitabile innanzitutto che non ci fossero più di due corna, ma ramificate; ramificate, dure e solide per evitare la rottura; poiché non sono vive (altrimenti sarebbero state provviste di vene e nervi), ed essendo così morbide (le armi morbide non sono adatte al combattimento), non potevano piegarsi – perciò dovevano essere dure – qualsiasi cosa morbida non è adatta a un uso violento a meno che non sia flessibile – una cosa flessibile è umida e viva, come i rami degli alberi.]
Da ciò deriva una catena di proprietà: le corna ramificate sono solide, secche e dure; la loro materia proviene dal cervello e dal sangue, quindi sono ricche di elemento terroso e portano con sé bile nera, sia nel cervello sia nel sangue. La conseguenza sul carattere è immediata: tutti questi animali sono stupidi e timidi, e proprio per questo devono essere veloci nella fuga; la velocità è resa possibile dall’esercizio e dalla paura. Cardano formula così il nesso tra umore e indole:
“Hence, as matter of this kind pours from the brain and is generated from blood, horns will have blood and a dry brain, and be rich in much earthy element. But we have shown that everything like this is not fully developed, so they are all stupid and timid; these are the consequences of plentiful black bile, whether in the brain or in the blood.” – (fr:15343-15344) [Perciò, poiché una materia di questo genere fluisce dal cervello ed è generata dal sangue, le corna avranno sangue e un cervello secco, e saranno ricche di molto elemento terroso. Ma abbiamo mostrato che tutto ciò che è così non è pienamente sviluppato, cosicché sono tutti stupidi e timidi; queste sono le conseguenze di un’abbondante bile nera, sia nel cervello sia nel sangue.]
Tra gli animali forniti di due sole corna solide, timidi e stolti ma veloci, Cardano annovera caprioli, camosci, capre e lo stambecco color cenere, che vive sui crinali e che – aggiunge con una notazione assente in Plinio – perde la vista se non abita luoghi molto freddi. Le corna di questi animali possono raggiungere diciotto nodi, ciascuno indicante un anno, e a volte superano il peso di quattordici libbre, tanto da essere apprezzate come recipienti per bere. L’autore dichiara di averle osservate personalmente a Sicini e nella villa di San Maurizio, oltre che presso i Sedusii e gli Anversani, e le descrive molto scure.
Il camoscio di Germania, animale leggero e asciutto, ha corna più larghe, perché la larghezza è segno di debolezza così come la forma arrotondata lo è di robustezza. Cardano spiega così la loro agilità tra le rocce: non sono appesantiti dalle corna e non mancano di nulla quanto a leggerezza e resistenza, essendo molto secchi. Passa poi alla capra domestica, notevolmente più addomesticabile degli animali con corna ramificate, e riporta un esempio spettacolare di addestramento a cui assistette: una capra ammaestrata saliva su sette tubi di legno impilati uno sull’altro fino a raggiungere il soffitto. La descrizione minuziosa del procedimento costituisce una testimonianza di cronaca curiosa:
“Ferrando (once upon a time a Turk, now turned Christian) used to set up a wooden pipe no more than the width of a fist, and the goat used to put on it first one foot, then the other front foot, and afterwards the back feet in the same order; when it had climbed up, Ferrando used to set up another pipe, placing it under a foot; then little by little it put on it one of the front feet, and the back feet in the same way, till little by little the one pipe stood upon the other pipe. While he held the pipes together right to the seventh, the she-goat used to make its way up in the same fashion, till it was standing almost with its back under the ceilings.” – (fr:15368-15369) [Ferrando (un tempo turco, ora convertito al cristianesimo) era solito sistemare un tubo di legno non più largo di un pugno, e la capra vi appoggiava prima una zampa, poi l’altra anteriore, e successivamente quelle posteriori nello stesso ordine; una volta salita, Ferrando posizionava un altro tubo, mettendolo sotto una zampa; poi, a poco a poco, la capra vi appoggiava una delle zampe anteriori e quelle posteriori allo stesso modo, finché un tubo stava in piedi sopra l’altro. Mentre egli teneva insieme i tubi fino al settimo, la capra saliva allo stesso modo, finché si trovava quasi con il dorso contro il soffitto.]
La medesima capra imparò a camminare su tegole disposte in fila, imitando il padrone funambolo. Cardano aggiunge un dato di comportamento naturale: le capre detestano la saliva umana e non mangiano nulla che sia stato prima assaggiato dall’uomo, mentre le lucertole, al contrario, la leccano avidamente.
Quanto agli animali con più di due corna e ramificate, il più docile è la renna. Catturate in Lapponia, vengono addomesticate, attaccate ai carri e impiegate al posto dei cavalli, coprendo più di centocinquanta miglia al giorno – distanza che la nota ragguaglia a circa 224 chilometri. Cardano osserva che di norma la renna possiede tre corna: due molto lunghe ai lati e una piccola al centro, tutte ramificate; e quando per caso se ne trovano solo due, si tratta di un’eccezione analoga a quella dei castroni. La comparsa di corna multiple viene paragonata ai polloni che spuntano dal piede di piante come meli e noccioli, anziché dal tronco.
Sulla questione del numero di corna, Cardano distingue il caso degli animali monocorni – l’orice, l’asino dell’India e i tori etiopici – per i quali è opportuno un corno unico e robusto perché le parti del cervello confluiscono in una sola. In tutti gli animali con più di due corna, invece, le femmine generalmente ne sono prive. Plinio riteneva che la materia dei denti passasse a formare le corna; Cardano respinge questa idea con due ragioni, una tratta dalla causa finale e una dalla causa efficiente: le madri, mentre portano i feti nel grembo, devono essere leggere e agili, e corna molto grandi sarebbero loro d’impaccio; inoltre, essendo animali timidi, le femmine lo sono al massimo grado e le corna non servirebbero loro a nulla. A ciò si aggiunge un difetto di calore necessario a generare, spingere ed estendere la materia cornea. Il paragone è calzante:
“thus horns are to stags what a beard is to human beings, so that they seem made for decoration alone, and neither of them is present in the female sex.” – (fr:15395) [così le corna stanno ai cervi come la barba sta agli esseri umani, cosicché sembrano fatte per sola decorazione, e nessuna delle due è presente nel sesso femminile.]
La regola conosce eccezioni: sui crinali di regioni freddissime, per il rinforzo del calore naturale dovuto alla freddezza dell’aria, anche le femmine possono portare le corna.
Cardano affronta quindi il paradosso della pecora: i montoni combattono con le corna, ma queste sono solo ombre e simulacri di armi, non armi vere. Se così è, qual è la loro salvezza? La risposta è che la pecora sembra fatta per l’umanità, non per sé stessa. L’origine viene fatta risalire alla Sarmazia, dove l’animale è chiamato “Suas”; di lana color cenere e dalle carni dolcissime, tali che i re dei Parti e degli Sciti non disdegnavano di cacciarle. La domesticazione sarebbe stata favorita dal bisogno di lana contro il freddo, come per altre bestie di regioni fredde dotate di pelli preziose.
Il colore chiaro di molti animali delle regioni fredde – merli, aquile, cinghiali, orsi, cervi, lepri – è ricondotto a una causa materiale precisa: la canizie sorge dalla muffa, la muffa dal disuso, il disuso dalla debolezza del calore, e la debolezza del calore dal freddo eccessivo dell’aria, specialmente sulla pelle sempre esposta. In alcuni casi rari, anche il caldo esterno può produrre lo stesso effetto, facendo esalare il calore innato; perciò non è assurdo che in Libia si trovino lepri bianche. Cardano porta a sostegno testimonianze di Pausania e aggiunge una memoria poetica: Tito Calpurnio Siculo nei Bucolica menziona le fiere bianche, lepri e cinghiali dalle zanne integre, che si potevano ammirare a Roma quando la città era dominatrice del mondo, e l’autore stesso ricorda di aver veduto la manticora e l’alce nei boschi.
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64 Tra meraviglia e dubbio: animali, mostri e variazioni nel De Subtilitate di Cardano
Cardano, attraverso un fitto dialogo con poeti e naturalisti antichi, distingue ciò che è favola da ciò che è osservazione, costruendo un catalogo ragionato delle forme viventi e delle loro cause di mutamento.
Il testo si apre con la rievocazione di una schiera di bestie descritte dal poeta Calpurnio Siculo nella sua settima egloga. Cardano, riportando i versi del poeta romano, elenca tori dalle gobbe sporgenti, altri dalle creste irsute, uro dal mento barbuto e dalla giogaia irta di setole, e poi foche e orsi fatti combattere in spettacoli acquatici, nonché una mandria di «cavalli» deformi nati nel fiume che irriga i campi con onde primaverili (fr:15436). Subito dopo, l’autore interviene per ridimensionare la portata fantastica del passo: «There is nothing fabulous described here, although a poet is at work; it has a marvellous and barely credible shape; we are aware that the account of the Nilotic horses is well known» – «Nulla di favoloso è qui descritto, per quanto sia un poeta all’opera; la forma è meravigliosa e a stento credibile; sappiamo bene che il resoconto dei cavalli nilotici è noto» (fr:15437). I «cavalli nilotici» sono gli ippopotami, la cui menzione è inevitabile perché il termine hippopotamus non entra nell’esametro, come ricorda una nota erudita (fr:15462). Di queste creature Cardano si riserva di spiegare più avanti la dentatura, «in the front part they resemble horses, in the back part they end up as fish» – «nella parte anteriore assomigliano a cavalli, in quella posteriore terminano come pesci» (fr:15439).
Il catalogo prosegue con i tori peonii dal pelo irsuto su tutto il corpo, ma specialmente su petto e mandibola, testimoniato da Pausania (fr:15441), e con gli uri, robusti tori germanici dalla barba caprina sotto il mento (fr:15443). Cardano è attento alle varietà regionali: la Sardegna possiede il muflone (mufium), simile a un cervo ma con corna da ariete, che può essere chiamato anche subulo, ossia un giovane cervo dalle corna dritte e non ramificate (fr:15444, 15467). La differenza fra i due, precisa poi, è che il subulo ha corna più lunghe e robuste, mentre il muflone le ha più corte, tortili e cave sin dalla base, proprio come un montone (fr:15468).
Dalle descrizioni particolari Cardano distilla una teoria del mutamento. «Species are actually mixed up in extraordinary ways, either through coitus (as mentioned already in the case of that remarkable animal), or through the effect of region» – «Le specie si mescolano in modi straordinari, sia attraverso l’accoppiamento (come già ricordato per quell’animale notevole), sia per effetto della regione» (fr:15469). Gli esempi si accumulano: i tori germanici hanno una barba prominente e un corpo più grande, i peonii sono villosi, quelli libici, chiamati Lant nella lingua materna, hanno corpo bianco lucido, zoccoli neri e pelle impenetrabile, pregiata per la sua bellezza (fr:15469). Anche i serpenti variano con i luoghi: in Etiopia e Libia le vipere sono scure come gli uomini, bruciati dal sole eccessivo, cosicché «in these regions no more account is taken of the human beings for being dark than of the vipers» – «in quelle regioni non si dà più peso all’essere scuri per gli uomini che per le vipere» (fr:15471). L’età introduce un ulteriore fattore: i topi incanutiscono nella vecchiaia, e persino i nati da genitori sfibrati mostrano i segni di un’estrema vecchiezza, con la pelle raggrinzita che rivela organi deboli (fr:15472-73). Cardano formula così una gerarchia di cause: «the first principle of change is due to the mixing of diverse species, the second one is due to regions, the third is due to age and to generation from parents that are too young, or worn out by old age» – «il primo principio di mutamento è dovuto all’incrocio di specie diverse, il secondo alle regioni, il terzo all’età e alla generazione da genitori troppo giovani o consumati dalla vecchiaia» (fr:15475). Nelle regioni estreme, soprattutto verso sud e nord, la variazione raggiunge il suo massimo; poi, in scala minore, contano l’orientamento da est a ovest, la presenza di paludi o luoghi aridi, e la differenza fra montagne e pianure (fr:15476).
L’Africa, in particolare la Libia, genera molti mostri non solo per il calore e la siccità, ma per la scarsità d’acqua che costringe animali diversi a mescolarsi: così nascono i rinoceronti, e il poeta ricorda i tori con la gobba come i cammelli (fr:15477). L’alce, già menzionato, è rarissimo da avvistare. Cardano ne spiega la cagione con le parole di Pausania: «It can smell a human being far off, and when it has detected one, it hides in gorges and very deep caves, and it is not permissible to hunt it on its own, but to come upon it by chance, when hunters have enclosed a space of a thousand stadia on a hunt for other wild beasts» – «Fiuta l’uomo a grande distanza e, quando l’ha scoperto, si nasconde in gole e caverne profondissime; non è possibile dargli la caccia da solo, ma lo si incontra per caso quando i cacciatori, durante una battuta per altre fiere, circondano uno spazio di mille stadi» (fr:15478, 15500-03). Cardano riferisce poi che l’alce, descritto da Cesare simile a un capriolo, avrebbe forse una gobba sul dorso, aspetto che lo collocherebbe fra cervo e cammello (fr:15487-88).
Proprio qui il testo rivela una stratificazione critica di notevole interesse. Cardano si era affidato alle antiche edizioni di Calpurnio che leggevano manticoram, un mostro favoloso, là dove oggi si legge alcen, l’alce. I commentatori moderni annotano che le edizioni recenti, «instead of following older editions such as the Aldine from about 1500 in reading “Manticoram sylvis etiam quibus editur Alcem I Vidimus,” read here “hie raram silvis etiam, quibus editur, alcen. I Vidimus” – “here the elk, rare even in the woods that produce it. We have seen …”» – «invece di seguire le edizioni antiche come l’aldina del 1500 che leggevano “Manticoram …”, qui leggono “ecco l’alce, raro perfino nei boschi che lo producono. L’abbiamo visto …”» (fr:15452-54). Dunque la manticora, anziché comparire nel testo poetico come essere reale, è un errore di trasmissione. Consapevole della fragilità delle fonti, Cardano prende comunque posizione: «The manticore does not have a reliable author, but I regard it as a poetic adjunct» – «La manticora non ha un autore attendibile; la considero un ornamento poetico» (fr:15489). Di essa parlarono Ctesia, seguito da Plinio, e anche Aristotele la ricorda, ma senza piena fiducia. Cardano nota con stupore che per tante generazioni romane e per lo stesso Pausania la manticora non fu mai avvistata (fr:15490-91). La si colloca in India, ma in fondo Libia ed Etiopia sono nella stessa fascia; qui abbondano le tigri, di cui Cardano offre una testimonianza personale: «We have seen two of them at Florence, which people said were tigers, though they resembled leopards» – «Ne abbiamo visti due a Firenze, che la gente diceva fossero tigri, sebbene somigliassero a leopardi» (fr:15494). Una nota puntualizza che se avevano il mantello maculato (maculosus) non potevano essere tigri striate, il che spiega il sospetto (fr:15519).
Al leone, che vive nelle stesse terre, Cardano dedica un ritratto vigoroso, sintesi di eccezionali qualità fisiche e di un’indole iraconda. Le ossa, durissime e quasi prive di midollo, «are said to emit fire when struck together» – «si dice emettano fuoco quando vengono sfregate» (fr:15495). La pelle è impenetrabile, la forza tale da trasportare un cammello in bocca e attaccare da solo duecento cavalieri, con un ruggito rauco; «Nature has created a wrathful creature, because it is a very brave one; and being of such a hot nature, every second day it languishes with illness and it roars, not all day, but at determined hours» – «La natura ha creato una creatura collerica, perché molto coraggiosa; e avendo una natura così calda, ogni due giorni langue per la malattia e ruggisce, non tutto il giorno ma a ore determinate» (fr:15497-98).
Chiude la rassegna un elenco di animali pregiati per le pelli: linci, svariati mustelidi – martore, lardironi, furetti, piroli, ermellini, genette – e soprattutto gli zibellini, i più costosi per bellezza e rarità. La Lapponia, nel profondo nord, li produce: animali quasi glabri perché vivono all’ombra, dove la forza del sole è debolissima (fr:15522-23). Ogni specie ha artigli e denti molto acuminati, e una coda pelosa che, come negli scoiattoli, fa da vela per spiccare balzi da un albero all’altro (fr:15526-27). L’abbondanza di queste bestie si spinge fino a tredici gradi dal polo, dove i boschi sono bassi e la regione inospitale, ma le pelli sono più belle e le varietà innumerevoli (fr:15528-29).
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65 Animali dall’odore dolce, acquatici e scimmie: le osservazioni di Cardano nel Libro X del De Subtilitate
Cardano esamina gli odori animali, descrive la civetta, il mosco, il castoro e l’ippopotamo, e mette in discussione le conoscenze degli antichi confrontandole con i propri occhi e con le relazioni dei viaggiatori.
Il testo si apre con un’osservazione sulla resistenza della pelle del collo in alcuni animali, come volpe, furetto e «sardirole», che la natura ha reso più solida perché più esposta al pericolo, consentendo così al pelo di durare più a lungo: “The skin on the neck is usually longer-lasting, as occurs in the fox and ferret and ‘sardirole’; nature has provided this part with a more solid skin, because it is at risk” – (fr:15530) [«La pelle sul collo è di solito più durevole, come accade nella volpe, nel furetto e nella “sardirole”; la natura ha dotato questa parte di una pelle più solida, perché è a rischio»]. Subito dopo Cardano ricorda che Aristotele negava agli animali la possibilità di possedere odori gradevoli, ammettendo solo la pantera, ma non in primavera, e Teofrasto non dissentiva (fr:15531). La pantera, dopo aver mangiato l’aconito, cercherebbe escrementi umani per lenire il dolore, e i cacciatori appendono sterco umano agli alberi per trattenerla (fr:15542–15544). Cardano ribatte che mentre il letame animale, copioso e umido, può soffocare la piacevolezza dell’odore, nelle piante l’odore è moderato, secco e ben cotto; così negli animali dallo sterco odoroso, questo deve essere moderato e secco, come nei grandi lucertoloni di cui ha già parlato – cioè i coccodrilli – e nei serpenti (fr:15544–15545). Per non lasciare nulla di intentato, la natura creò animali dall’odore dolce, e non uno solo, ma con diversità di specie (fr:15546).
Il primo esempio è la civetta (Zibethum), simile a un gatto ma più grossa, prodotta in Spagna, armata di denti e molto feroce, con pelo piuttosto ispido e muso allungato come il tasso (fr:15547–15548). Nei genitali di maschio e femmina, la natura ha posto una piccola borsa da cui si raccoglie con un cucchiaio d’argento un liquido di un profumo così intenso che “anche tre grani superano un peso di parecchie libbre di qualsiasi albero molto odoroso” – “it is of such a fragrant odour that even three grains outdoes a weight of several pounds of any very odorous tree” – (fr:15549) [«è di un odore così fragrante che persino tre grani superano un peso di parecchie libbre di qualunque albero molto odoroso»]. Di fronte a un problema così arduo, la natura dovette realizzare qualcosa di grande; allo stesso modo gli uomini, alle prese con una difficoltà, cercano di produrre qualcosa di ammirevole, e quando devono superare un limite lo fanno con un margine notevole (fr:15550).
L’altro animale odoroso è il mosco (moschus, il cervo muschiato). Cardano lo vide solo morto, nella via dei Vessilliferi a Milano, mentre ebbe modo di vedere vive le civette, maschio e femmina (fr:15551). Per taglia, forma e pelo il mosco somiglia al capriolo, ma è più grigio-bluastro; il pelo è più folto, ha due denti superiori e due inferiori, differendo dal capriolo solo per questo e per l’odore, mentre la diversità del mantello potrebbe dipendere dalla regione (fr:15552–15554). Il suo sangue – o meglio il secreto – si raccoglie in una vescica sotto l’ombelico, e vince e supera per intensità e attrattiva del profumo tutto ciò che finora si conosce: “its blood is collected in a bladder below the navel, blood which overcomes and outdoes everything so far known in the depth and attraction of its perfume” – (fr:15555) [«il suo sangue si raccoglie in una vescica sotto l’ombelico, un sangue che supera e vince tutto ciò che finora si conosce per profondità e attrattiva del profumo»]. Tuttavia il mosco non arriva puro: spesso si trita la carne con le ossa e si pone in vesciche vecchie, e l’animale muore quando, saltando sul ramo, cerca di raggiungere il rimedio (fr:15556). Dovunque nel cosiddetto muschio si trovano pezzetti d’osso, e nonostante ciò è tanto odoroso da rendere evidente che Aristotele e Teofrasto non conobbero animali del genere; non stupisce che anche Galeno, per il quale sarebbero stati più rilevanti e che visse oltre quattrocento anni dopo, non ne sapesse quasi nulla, mentre oggi non esiste unguento che ne sia privo (fr:15569–15570). Cardano dubita di quanto odore gradevole potesse sprigionare l’intero animale a causa di quella vescica, dato che l’esemplare era già morto da tempo; eppure, quando quella sacca viene conservata per anni nelle cassapanche, tutti gli abiti acquistano un profumo meraviglioso (fr:15571–15572). Il muschio viene importato dalla Persia, e si dice che se fresco e non adulterato abbia un odore così potente che, avvicinato a narici a digiuno, faccia uscire subito sangue. Varthema assicura che ciò accadde a quattro uomini uno dopo l’altro; perciò Cardano ritiene che ci giunga solo prodotto sofisticato (fr:15572–15574). Aggiunge poi che il muschio invecchia dopo dieci anni (fr:15575). Anche le scimmie dalla coda lunga, snelle, scure e assai intelligenti emanano un odore, benché non tutte sappiano di muschio, a meno che i venditori di unguenti non l’abbiano ingannato (fr:15576).
Volgendo lo sguardo agli animali acquatici, i testicoli del castoro odorano, ma in direzione opposta (fr:15577). L’animale è grande come un cane ma allungato, mansueto, dal pelo scuro e lucido; la pelle è tra quelle pregiate e differisce da quella della lontra, che ha pelo ruvido e lungo, mentre il castoro lo ha corto (fr:15578). La coda è larga, distesa come una suola, molto grassa – da cui il nome aluthra – e nella lontra è appuntita e pelosa, mentre nel castoro si dice sia squamosa (fr:15579). Le zampe anteriori sono corte, simili a quelle delle scimmie e usate come mani; le posteriori sono come quelle delle oche, così nuota con l’ausilio combinato delle zampe posteriori e della coda (fr:15580). Costruisce tane di legno con tecnica mirabile, servendosi del filo dei denti robusti come una sega per tagliare il legno (fr:15581). Se gli vengono portati via i piccoli, la femmina, si dice, spezza le sbarre di ferro con i denti e mangia se stessa con impeto; un tempo veniva addomesticata e allevata in casa (fr:15582). Narrano che i castori abbiano un re, la cui coda ha quella forma, mentre quella degli altri è tronca (fr:15583). Oggi esistono grandi branchi in Moscovia, con esemplari selvatici dalla pelle ispida e altri più nobili dal pelo morbido, che Cardano ha visto in pelli a tre strati (fr:15584, 15591). I testicoli sono piccoli, nascosti come quelli dei galli, e hanno un odore tale da essere venduti come medicamento (fr:15592–15593). Un umore si trova nel canale varicoso ritorto come quello del capriolo, simile alla specie di gatto che produce la civetta; dapprima oleoso, poi rappreso in miele (fr:15594–15595). Questi umori sono copiosi e osservati anche negli uccelli (fr:15596–15597). Un punto importante è che, benché vivano presso l’acqua, si nutrono appena di pesce, ma di foglie e cespugli (fr:15598); se le tane dei castori non fossero costruite così, il castoro dovrebbe differire per specie dalla lontra, ma se la notizia è falsa, sarebbero un’unica specie, seppur differenti nella coda e nel pelo (fr:15599–15600). I testicoli della lontra hanno le stesse virtù di quelli del castoro, ma il castoro, originario di regioni calde d’Oriente, ha poteri molto più intensi (fr:15601). L’umore che sta al posto del seme, e i genitali stessi in ogni animale, sono estremamente caldi, e ancor più negli animali che per il loro calore vivono presso e dentro l’acqua, come castoro e lontra (fr:15602). La lontra ha l’abitudine di risalire la corrente per poter poi tornare piena alla tana seguendo il flusso; tutti gli animali che non trovano facilmente la preda, come lupo, volpe e lontra, quando la catturano si rimpinzano fino a sembrare scoppiare, cosa che non accade ai frugivori o agli erbivori, perché il cibo è sempre a portata di mano (fr:15603).
Tra gli animali comuni alla terra e all’acqua Cardano annovera anche il coccodrillo e l’ippopotamo, ma su una base opposta: il coccodrillo è di natura più ittica, mentre l’ippopotamo è incluso tra i terrestri (fr:15604). Vive nel Nilo e nel Niger, nella parte dell’Africa tra il Capo Nero e quello Verde, chiamata Mansa (fr:15605–15606). Questo “pesce” ha quattro zampe corte, forma bovina, cammina sulla terra, possiede due denti sporgenti lunghi tre palmi, simili a zanne di elefante ma più bianchi, più duri e più a lungo lucenti, il che li rende più costosi; ha la criniera e la voce di un cavallo, zoccoli e caviglia da bue, muso rivolto all’insù, coda di cinghiale e visceri di piccolo cavallo o asino, con dorso tanto spesso da poterne ricavare una lancia da caccia (fr:15607, 15617). Cardano riconosce che Aristotele vide questo animale e ne diede una descrizione accurata (fr:15618, 15624–15630). Accanto a ciò, osserva che tutti gli animali si possono ammansire da piccoli mettendoli alle mammelle di donne o cagne, come si fa con i gatti (fr:15618); e con l’addestramento si sono viste lontre che, a un cenno del dito, pescavano pesci da un vivaio e li portavano al cuoco (fr:15619).
Chiude questa rassegna una singolare scimmia senza coda, dal volto e dal pene simili per grandezza e forma a quelli umani, con il dorso interamente coperto di peli. È l’animale che più di ogni altro sta in posizione eretta, eccezion fatta per l’uomo (fr:15620). È attratto da ragazzi e donne, come gli uomini della sua regione, e quando riesce a liberarsi cerca di unirsi a loro apertamente, comportamento che Cardano ha potuto vedere (fr:15621). Pur essendo selvatico, mostra una tale diligenza che si direbbe che alcuni esseri umani – non certo i nostri, ma barbari di climi inclementi come Etiopi, Numidi e Lapponi – abbiano minor capacità intellettuale: “But it is wild, yet of such diligence that you would say that some human beings had less power of intellect - not indeed our people, but barbarians who live in regions of inclement climate” – (fr:15622) [«Ma è selvatico, eppure di una tale diligenza che si direbbe che alcuni esseri umani possiedano minore capacità intellettuale – non certo la nostra gente, ma i barbari che vivono in regioni dal clima inclemente»]. La sezione termina con l’accenno al cane agile delle Indie Occidentali, grande come una lepre ma quasi altrettanto paffuto (fr:15623).
Il brano costituisce una testimonianza del metodo di Cardano, che intreccia l’eredità antica (Aristotele, Teofrasto, Galeno) con l’osservazione diretta e le notizie dei viaggiatori (Varthema, la Persia, la Moscovia, le Indie Occidentali). Con spirito critico, egli rileva l’ignoranza degli antichi sugli animali dal profumo più prezioso, smaschera le adulterazioni commerciali del muschio, e fonda la distinzione fra lontra e castoro su anatomia, comportamento e origine geografica, registrando al contempo la meraviglia per la varietà e l’ingegno del mondo animale.
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66 L’animale tra meraviglia e ragione: il Libro X del De Subtilitate di Gerolamo Cardano
Cardano tratteggia un mondo animale in cui la descrizione naturalistica convive con l’antica meraviglia, il calcolo musicale e l’aneddoto classico.
Il passo del Libro X del De Subtilitate si apre con la discussione di una scimmia che l’edizione del 1554 chiama Cercopithecus e che il commentatore ritiene adattarsi allo scimpanzé, pur osservando che il primo contatto certo degli Europei con l’animale è seicentesco. Tuttavia già molto prima Annone il Navigatore, la cui opera è nota a Cardano, aveva riferito di gorilla come “a savage people, the greater part of whom were women, whose bodies were hairy, and whom our interpreters called Gorillae” – (fr:15634) [«un popolo selvaggio, composto in gran parte da donne, con il corpo peloso, che i nostri interpreti chiamavano Gorillae»]. Il trattato mescola così fonti antiche e resoconti moderni.
Segue la descrizione di un animale che l’editore identifica con la scimmia gufo (Aotus trivirgatus). Cardano lo dipinge come corpulento, sorretto da zampe esilissime, tanto da trascinare il ventre a terra: “it is long, it is so fat; it has very thin legs, so that when it walks, it drags its belly on the ground because of its weight” – (fr:15641) [«è lungo, tanto grasso; ha zampe sottilissime, cosicché quando cammina trascina il ventre per terra a causa del peso»]. Possiede artigli uncinati come quelli degli uccelli, con cui si arrampica agilmente, muso rotondo simile a quello del gufo reale (“bubo”, fr:15652), collo ruotabile, una corona di peli attorno al volto e nessuna coda. La meraviglia culmina nell’affermazione che l’animale si nutrirebbe di aria e rugiada e che emetta per tutta la notte richiami di sei toni discendenti, rispettando il rapporto di 9:8 con un semitono centrale, “that is not unlike a total miracle” – (fr:15646) [«il che non è dissimile da un miracolo completo»]. Di giorno tace e vede poco, tanto che Cardano lo considera l’unico quadrupede veramente notturno; gli uccelli notturni sono invece comuni perché l’aria oppone meno ostacoli al volo di quanti il terreno ne opponga alla marcia. Un animale che deve vagare solo di notte, spiega, “oportuit quod nocte solum vagari debuit animal alis esse praeditum, aliter fame consumi” – (fr:15656) [«avrebbe dovuto essere fornito di ali, altrimenti sarebbe consumato dalla fame»].
La trattazione prosegue con una partizione delle caratteristiche animali in corporee e psichiche. Fra queste ultime spiccano il carattere addomesticato o selvatico e l’abitudine notturna o diurna, specie negli uccelli. Esistono forme intermedie come la “qualea”, che molti identificano con la quaglia, e l’ortolano, “this bird is of an ashen colour, and larger than a goldfinch; it sings by night, and is known in Etruria” – (fr:15662) [«questo uccello è di colore cinerino, più grande di un cardellino; canta di notte ed è noto in Etruria»]. Gli uccelli notturni sono considerati di cattivo augurio, quelli intermedi no. Cardano elenca poi gli uccelli parlanti: al vertice il pappagallo, quindi gazza, tordo, merlo e storno. Anche i corvi e i passeri solitari sono loquaci, ma la gente detesta i passeri per la loro solitudine, e si crede che un passero in gabbia preannunci la morte.
L’addestramento degli uccelli al linguaggio si pratica al crepuscolo, con la lampada, la fame e il vino, scegliendo soggetti giovani, dalla lingua larga e – nel caso dei pappagalli – con cinque dita, “these are more suited to talking” – (fr:15672) [«questi sono più adatti a parlare»]. La fame è il maestro principale, come recita Persio: “Who equipped the parrot with his ‘Hello’ and taught the magpie to attempt human speech? It was that master of expertise, that bestower of talent, the belly” – (fr:15673‑15674) [«Chi ha fornito al pappagallo il suo “Ciao” e insegnato alla gazza a tentare la parola umana? Fu quel maestro di perizia, quel dispensatore di talento, il ventre»]. L’oscurità favorisce l’attenzione e connette sensazione e memoria, ma una lampada sottile è necessaria perché nel buio completo gli uccelli dormono e si spaventano. Cardano ricorda poi il tentativo di Annone di Cartagine, che allevò uccelli al buio insegnando loro a ripetere “Anon is God” – (fr:15693) [«Annone è un dio»], liberandoli affinché diffondessero la superstizione. L’impresa fallì perché gli uccelli, tornati liberi, dimenticarono la frase; Cardano suggerisce che avrebbe dovuto tenerli a lungo in semilibertà e poi costringerli con la fame.
Il discorso torna al gatto, “these animals were of an intermediate nature, nature gave them a blue-green glittering eye, so that they could see at night” – (fr:15696) [«questi animali erano di natura intermedia, la natura ha dato loro un occhio scintillante verde-azzurro, affinché potessero vedere di notte»]. Il colore è dovuto al tappeto lucido, che riflette la luce e aumenta la sensibilità. L’uomo, dotato di ragione e lampade, non ha ricevuto uguale cura. Segue una minuta nomenclatura delle parti dell’occhio: la pupilla è la parte scura centrale, l’iride la circonda, intorno stanno i “pessi” e ancora intorno il bianco; gli angoli interni sono detti “fontes”, quelli esterni “hirci” o “paropiae”, e la circonferenza dell’occhio “Eon”.
Il gatto è poi modello di un’intera famiglia di felini feroci: pantere, linci, leopardi, tigri, accomunati da artigli robusti, mantello maculato, testa rotonda, corpo agile e abitudine alla caccia. Cardano introduce quindi un principio generale: ogni creatura si nutre di ciò da cui è generata. Gli animali nati dalla putrefazione, come i moscerini dal vino o i bruchi dalle foglie, restano legati al loro substrato; uccelli e quadrupedi con muso duro o denti già spuntati cercano cibi più solidi. Quando una specie abbonda, la natura ne genera un’altra che se ne ciba, con doppio beneficio: contenere i danni e offrire nutrimento. L’esempio è il formichiere (Myrmecophaga jubata), “an animal is generated which they call an Ant Bear, which picks them up with its tongue and devours them” – (fr:15724) [«viene generato un animale che chiamano Orso formichiere, il quale le raccoglie con la lingua e le divora»]. Ne descrive la lingua umida con cui distrugge i solidi nidi e cattura le formiche, osservando che l’animale non è selvatico né mordace. Infine, per le specie che non possono diventare cibo, la natura limita la proliferazione tramite la scarsità di prole, la vita breve, l’esigenza di aria più ruvida o la difficoltà di allevare i piccoli. Il libro si chiude con un cenno ai pesci, “they are sometimes found in hot sulphurous waters, as at Buda, a town in Pannonia, and sometimes in alum-rich ones, as at Julium Carnicum” – (fr:15731) [«si trovano talvolta in acque sulfuree calde, come a Buda, città della Pannonia, e talvolta in acque ricche di allume, come a Julium Carnicum»]. L’intero brano restituisce la fisionomia di una zoologia cinquecentesca in cui la curiosità empirica, l’autorità degli antichi e la speculazione meravigliosa si intrecciano senza soluzione di continuità.
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67 Il regno marino tra piante e animali: prodigi e contraddizioni nel X libro del De Subtilitate
Dalla remora che paralizza le galee alle foglie che camminano, fino al lamantino che allatta, Cardano esplora un universo in cui i confini tra regno vegetale e animale si dissolvono, e il mare si rivela padre di ogni mostruosa meraviglia.
Cardano apre la sezione marina richiamando la forza sproporzionata di creature minime. Ficino aveva appena accennato al racconto secondo cui “the little fish echinus is said to stop a great ship, and with only a touch” – (fr:15911) [il piccolo pesce echino si dice fermi una grande nave con un solo tocco], ma è Plinio a fornire il resoconto più celebre: durante una spedizione, “out of the whole fleet, the emperor’s five-banked galley was the only one that was making no way. The moment this was discovered, some of the sailors plunged into the sea, and, on making search about the ship’s sides, they found […] great slug” – (fr:15917‑15918) [di tutta la flotta, la galea a cinque ordini di remi dell’imperatore era la sola a non avanzare. Scopertolo, alcuni marinai si tuffarono e trovarono una grande lumaca], un’echeneis (remora) che inchiodava lo scafo. L’episodio – aggiunto all’edizione del 1554 – diviene emblema di come le anime siano dotate di poteri diversi e “all of the sea is alive, so they say, and swarming with monsters” – (fr:15920) [tutto il mare è vivo, a quanto dicono, e brulica di mostri].
Se il mare è animato da potenze occulte, la sensibilità vi assume forme ambigue. Cardano nota che i pesci sono così torpidi da far dubitare della loro natura: “you can hardly tell whether to reckon many kinds of them among the animals or the plants” – (fr:15922) [a stento si può dire se molte specie vadano annoverate tra gli animali o le piante]. Spugne e anemoni di mare, fissati agli scogli, non manifestano vita se non quando, tirati, si contraggono. La zona grigia si estende però anche fuori dall’acqua: Cardano ricorda un albero dell’isola di Limbulon presso le Molucche, le cui foglie, se staccate e tormentate per una settimana, “walk about” – (fr:15924) [camminano], rendendo l’albero stesso un animale sensibile. In un clima caldo e suolo grasso, nulla impedisce che parti di piante staccate possiedano movimento, poiché “the thin fatty moistness by which they are nourished can actually be the sort for these animals” – (fr:15925) [l’umidità pingue e tenue che le nutre può essere adatta a questi animali].
L’elemento liquido spiega anche perché esistano animali immobili solo in mare. “An animal has to feed, and so there has to be movement either by the animal or by the food; in water there is movement” – (fr:15939) [Un animale deve nutrirsi, e ci deve essere movimento o dell’animale o del cibo; nell’acqua c’è movimento]. Così ostriche, conchiglie e coralli, una volta fissati, divengono duri, mentre le alghe rimangono molli per piegarsi alle onde. Nelle conchiglie “nature is seen to have made marvellous play with a diversity of colours” – (fr:15941) [la natura ha fatto un gioco meraviglioso con la diversità dei colori], e i solchi delle valve crescono con ordine invariabile perché la sostanza terrosa trattiene il colore. Anche nei coralli la durezza arriva solo fuori dall’acqua, mentre sott’acqua rimangono molli.
“The sea: it is in fact itself the father of monsters” – (fr:15945) [Il mare: esso stesso è infatti il padre dei mostri]. Fra queste creature spicca il lamantino, un pesce così imponente da essere a stento trasportato da due buoi aggiogati. “Its flesh emulates that of a calf so well that if you were not told it was fish, you would have sworn it was meat” – (fr:15951) [la sua carne imita così bene quella di vitello che se non vi dicessero che è pesce, giurereste che sia carne]. Il calore intenso, spiega Cardano, cuoce l’umidità, distinguendolo dagli altri pesci. Il lamantino ha mammelle, allatta i gemelli e “it can be trained like a dog, it is quite tame, and remembers its injuries” – (fr:15961) [può essere addestrato come un cane, è molto mansueto e ricorda le offese]; reca inoltre nella testa una pietra utile contro i calcoli renali. Non meno sorprendente è il Tiburo, uno squalo martello facile da catturare, con doppio organo genitale maschile e singola vulva femminile: “it gives birth to a fish of its own kind, not to eggs” – (fr:15963) [partorisce un pesce della sua stessa specie, non uova].
La foca merita il trattamento più ampio, arricchito progressivamente nelle edizioni del 1554 e Cardano la definisce “una meraviglia molto maggiore”: ha mammelle, russa sulla riva e il suo pelo “rises and settles according to the sea’s changing state” – (fr:15965) [si rizza e si abbassa a seconda del mutare del mare]. Il fenomeno è confermato da Rondelet: i venti australi gonfiano i peli, quelli boreali li appiattiscono. Cardano stesso possiede “a belt of its skin, which holds our sword on while we are riding” – (fr:15967) [una cintura della sua pelle, che ci regge la spada mentre cavalchiamo]. La pelle di foca, inoltre, non è colpita dai fulmini e, unta di grasso, rende gambali impermeabili e legni di nave immuni al ghiaccio; i topi non la rodono. “And if all the tales about it are true, I doubt whether nature has done anything more marvellous” – (fr:15971) [Se tutti i racconti su di essa sono veri, dubito che la natura abbia fatto qualcosa di più meraviglioso].
Alla dimensione prodigiosa si affianca quella sociale. Le foche “are seen to defer to their elders” – (fr:16001) [mostrano deferenza verso gli anziani]; i giovani seguono gli adulti in mare, e quando un membro del gruppo viene colpito “the others follow so as to bring help, like pigs, whom they resemble in voice too” – (fr:16002) [gli altri lo seguono per portare aiuto, come maiali, a cui somigliano anche nella voce]. I pescatori sfruttano questa solidarietà travestendosi con pelli scure e imitando il verso della femmina per attirare i maschi in trappola. Vi sono foche in quasi tutti i mari, con differenze minime come tra i maiali, e alcuni esemplari, addestrati, sarebbero giunti a riconoscere conoscenti e a salutarli con muggiti e gesti a Roma.
Cardano chiude la rassegna notando come la natura non abbia negato nulla all’intera classe dei pesci, tranne una sensibilità raffinata. Se le zampe sono inutili al nuoto, “legs appear to have been given for all these reasons to octopuses, crabs, lobsters, and crayfish” – (fr:16006) [le zampe sono state date per tutti questi motivi a polpi, granchi, aragoste e gamberi], per camminare sul fondo o sulla riva, come armi o per ancorarsi alle rocce. Testimonianza diretta dell’autore: “In a small spring at Lyons we saw little fish with two legs in front, as if under their armpits” – (fr:16007) [In una piccola sorgente a Lione vedemmo piccoli pesci con due zampe anteriori, come sotto le ascelle], a riprova che la natura distribuisce i suoi doni in modo imprevedibile, concedendo a taluni ciò che nega ad altri.
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68 «Tutto ciò che è assai trascurabile viene generato con la stessa facilità con cui muore»: ingegno, timore e topi nel De Subtilitate di Cardano
Un viaggio attraverso il libro X del trattato, dove Cardano indaga la docilità degli animali, il ruolo della paura e la prodigiosa fecondità dei topi, mescolando fonti classiche, resoconti di viaggio e osservazioni personali.
Nel decimo libro del De Subtilitate, Girolamo Cardano riflette sulla distribuzione ineguale delle facoltà tra gli esseri viventi, osservando che la natura, o il Creatore, «aliis omnia negasse, aliis concessisse» – (fr:16014) [ad alcuni negò tutto, ad altri concesse]. Persino tra gli animali acquatici esistono specie capaci di apprendere, come ricorda citando Plinio: «Yet they are capable of training, and can be taught to salute the public with their voice and at the same time with bowing, and when called by name to reply with a harsh roar» – (fr:16015–16018) [Tuttavia sono capaci di addestramento e si può insegnare loro a salutare il pubblico con la voce e al tempo stesso inchinandosi, e, chiamati per nome, a rispondere con un ruggito rauco]. Il paragrafo, annota l’edizione, comparve per la prima volta nel 1554 (fr:16019), segno dell’accrescimento progressivo dell’opera.
Dopo una serie di glosse terminologiche su crostacei e muggini, l’autore si sofferma su creature di incerta classificazione. Si chiede se un certo animale vada annoverato tra le rane, e se corrisponda al Cordilo di Aristotele, che tuttavia ha quattro zampe (fr:16024–16025); la nota erudita lo identifica con la forma larvale di un tritone o salamandra. Passa poi al pesce sega: «the fish called Vivella, and by others Pristis, is of no use, although it is large, because its flesh is not pleasant, but its form is remarkable, like one carrying on its forehead a cartilaginous thing like a sword, four or more palms long, provided with sharp strong teeth from top to bottom» – (fr:16026) [il pesce chiamato Vivella, e da altri Pristis, è di nessuna utilità, benché grande, perché la sua carne non è gradevole, ma la sua forma è notevole, simile a uno che porti sulla fronte un oggetto cartilaginoso a mo’ di spada, lungo quattro o più palmi, munito di denti acuminati e robusti da cima a fondo]. Belon, il naturalista francese che inaugurò l’anatomia comparata moderna (fr:16043), lo battezzò Serra e gli attribuì cinquantotto denti (fr:16027), anche se Cardano confessa: «I have often seen the saw, but never the fish» – (fr:16028) [ho visto spesso la sega, ma mai il pesce].
Non mancano i pesci volanti, descritti come piccoli, alati, con lunghe ali presso le branchie, capaci di sostenersi finché sono umide, e ostili alle orate, rinvenibili in gran numero presso le Bermude (fr:16029–16030). Questi riferimenti geografici ancorano il discorso alle recenti esplorazioni: l’isola di Bermuda appariva sulle carte spagnole già nel 1511, e il navigatore Fernández de Oviedo le avvistò nel 1515 (fr:16050–16051).
Il cuore della riflessione sulla docilità si sviluppa attorno a un principio di psicologia animale. I pesci, sostiene Cardano, si addestrano pochissimo, «since they are of small and dull intellect; then dolphins are very capable of taming, and are also the fastest of fishes, being the most talented, and having an acquaintance with human affections, especially that of pity» – (fr:16031) [poiché sono di intelletto piccolo e ottuso; i delfini invece sono assai suscettibili di addomesticamento, e sono anche i pesci più veloci, essendo i più dotati e possedendo una familiarità con le affezioni umane, specialmente con la pietà]. In proporzione, quasi tutti gli uccelli si addomesticano; tra i quadrupedi, collocati in una posizione intermedia, alcuni sono docili, altri no (fr:16032–16033). A frenare l’addomesticamento è spesso la paura, come nel caso dei topi e delle lepri. Il ragionamento sconfina nell’ambito umano con un paragone ardito: «this is why, even if tyrants do much good to many people, no one is fond of them, because of persistent fear. This is what happened to Nero – and do not suppose that Nero was not a blessing to many people» – (fr:16055–16056) [ecco perché, anche se i tiranni fanno molto bene a molti, nessuno li ama, a causa della paura persistente. Così accadde a Nerone – e non si creda che Nerone non fosse una benedizione per molti]. Ne consegue che i pesci, dominati da paura e ottusità, sono restii al contatto con l’uomo; unica eccezione è il delfino, «if it can be transferred into fishpools, it differs little from a dog in tameness» – (fr:16059) [se può essere trasferito in vivai, differisce poco da un cane per docilità].
L’indagine si sposta poi sui topi, che offrono a Cardano l’occasione per esporre una classificazione degli animali fondata sul regime alimentare. Quattro sono i modi di nutrirsi: alcuni traggono alimento dall’umidità frammista agli elementi, come il camaleonte dall’aria o lo storione dall’acqua; altri si nutrono di piante, come i solipedi e gran parte dei cornuti; altri ancora di carne, come leoni e cani; «a fourth kind feeds on fruit, and this is the most distinguished; in this kind are the human being, the elephant, the pig and bear, also mice, and all the birds except the carnivorous ones – they all in fact feed on seeds and fruit» – (fr:16062) [una quarta specie si nutre di frutti, e questa è la più nobile; a questa specie appartengono l’uomo, l’elefante, il maiale e l’orso, nonché i topi e tutti gli uccelli tranne i carnivori – tutti infatti si nutrono di semi e frutti]. Fatta eccezione per l’elefante, questi animali consumano anche carne in via accessoria.
Prima di addentrarsi nei topi propriamente detti, Cardano inserisce la descrizione di un animale che esita a chiamare indiano, forse proveniente dall’Africa. È piccolo, saporito, molto veloce, beve di rado, teme il freddo, si nutre di cavolo, crusca e avena, e non è addomesticabile. Presenta zampe con cinque o sei dita, pelo morbido di vari colori, genitali nascosti, denti simili a quelli del coniglio e figli già formati che seguono subito la madre. «Eyes like those of mice, so that some people regard them as Indian mice, but since they are almost without a tail, you would call them, so to speak, a mixed kind» – (fr:16082) [occhi come quelli dei topi, sicché alcuni li considerano topi indiani, ma essendo quasi privi di coda si direbbero, per così dire, una specie mista]. La causa delle dimensioni ridotte risiederebbe nella secchezza, non nel calore o nell’umidità, perché sono animali che muoiono di freddo e non bevono (fr:16077).
Tornando ai topi, l’autore si meraviglia della loro fertilità eccezionale. «It is no commonplace story, such an unimportant animal, when nature plays its game so exceptionally too with tiny things» – (fr:16085) [Non è storia da poco, un animale tanto insignificante, quando la natura gioca il suo gioco in modo così eccezionale anche con le cose minuscole]. Riferisce, sulla scorta di Teofrasto, che in Persia le femmine concepirebbero già nel grembo materno (fr:16086). La spiegazione è radicale: «everything very unimportant is generated by its own refuse and rubbish, and in the same way they die from any tiny cause; the ease of death and of generation are the same» – (fr:16089) [tutto ciò che è assai trascurabile è generato dai propri rifiuti e immondizie, e allo stesso modo muore per una qualsiasi minima causa; la facilità di morte e di generazione sono la stessa cosa]. Il principio si applica tanto alle specie quanto ai singoli esseri umani, poiché «the human being appears as a single species, not in its eternity or its importance, but in its potentiality and its perfection» – (fr:16098) [l’essere umano appare come una specie unica, non nella sua eternità o nobiltà, ma nella sua potenzialità e perfezione]. Sull’isola di Giaro, nell’arcipelago delle Cicladi, i topi roderebbero i metalli e ucciderebbero gli alberi con il morso, segno di rabbia e di eccessiva secchezza, resa possibile proprio dalla loro debolezza naturale che li rende facili a ogni alterazione (fr:16099–16101).
L’elenco delle specie si allarga a scoiattoli, ghiri, «avellanei» – piccoli, rossicci, abitatori dei noccioleti – e alle marmotte alpine, dette dai milanesi marmotae. «A general characteristic of the alpine ones, the squirrels and the dormice and the “avellanei,” is that they are tame. Also, they all sleep in the winter, apart from the squirrels» – (fr:16104–16105) [Una caratteristica comune a quelle alpine, agli scoiattoli, ai ghiri e agli “avellanei,” è che sono docili. Inoltre, tutte dormono d’inverno, tranne gli scoiattoli]. Tutti mangiano stando seduti, usando gli arti anteriori come mani. I ghiri ingrassano molto in inverno; gli scoiattoli saltano agilmente da un albero all’altro e attraversano i fiumi usando la coda come vela e aggrappandosi a ramoscelli (fr:16110–16111). I denti di scoiattolo, appesi, sono ritenuti amuleti per divinazione (fr:16112).
Le marmotte alpine, le più grandi, sono descritte con viva ammirazione: sagaci quanto basta, non condividono con i topi altro che il nome. Nelle montagne dispongono di una sentinella che avverte il gruppo mentre raccoglie sterpaglie; «they gather flexible bits from this, and lie back while clinging to them with their feet, then one of them is loaded and lets himself be pulled along by the tail by another one, like a wagon, so that he pulls away his bedding with him, which he could not fetch in any other way» – (fr:16114) [raccolgono da questa ramoscelli flessibili, e si mettono supine aggrappandosi con le zampe, poi una di esse viene caricata e si fa trascinare per la coda da un’altra, come un carro, in modo da portar via con sé il giaciglio, che non potrebbe trasportare in altro modo]. L’immagine di questa mutua cooperazione chiude la sezione con un quadretto di ingegno animale che sembra sfidare ogni gerarchia di nobiltà.
Il testo, stratificatosi attraverso le edizioni del 1550, 1554 e 1560, restituisce il tipico metodo cardaniano: l’intreccio di autorità classiche, l’attenzione alle scoperte geografiche e anatomiche contemporanee, e il gusto per l’osservazione minuta di fenomeni che alla cultura ufficiale apparivano trascurabili. L’insistenza sul nesso tra paura e impossibilità di addomesticamento, così come il parallelo con la tirannia, mostra una concezione «politica» della relazione uomo‑animale. La classificazione alimentare, invece, tenta di ordinare la varietà del vivente secondo un criterio di nobiltà crescente, culminante nell’uomo e negli altri mangiatori di frutti. Ne risulta una testimonianza di come, alle soglie della rivoluzione scientifica, la storia naturale sapesse ancora coniugare meraviglia, erudizione e spregiudicatezza speculativa.
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69 Fra creature reali e meraviglie: il libro X del De Subtilitate di Cardano
Un intarsio di osservazioni dirette, miti antichi e ipotesi fisiologiche svela il modo in cui la scienza rinascimentale accostava il mondo animale, l’acqua e l’aria.
Il testo, tratto dall’edizione critica del decimo libro del De Subtilitate di Gerolamo Cardano, alterna il dettato latino dell’autore a note filologiche e traduzioni inglesi dei curatori, testimoniando sia la stratificazione compositiva dell’opera sia l’orizzonte culturale entro cui si muoveva. Cardano indaga le qualità di mammiferi e uccelli, le acque marine e lacustri, la salubrità dell’aria, intrecciando la propria esperienza con la tradizione classica e i racconti di viaggio. Le citazioni dirette, con il corrispettivo riferimento numerico e la traduzione italiana, permettono di isolare i nuclei concettuali e le particolarità di un sapere fatto di ipotesi ardite e di una spiccata attenzione ai sensi.
La sezione si apre con la menzione di un animale dotato di poteri quasi leggendari: «referunt metalla erodere, et arbores dentibus tactas occidere» – (fr:16117) [raccontano che corrode i metalli e uccide gli alberi toccandoli con i denti], epiteto «sanguinea» – (fr:16118) [sanguigna]. Il discorso si sposta poi sugli scoiattoli e su piccoli roditori, con una cura filologica che emerge dalle postille: «Reading “sciuri a caudae magnitudine vocati, glires …” instead of “sciuri, a caudae magnitudine glires …”» – (fr:16119) [Leggendo “sciuri dalla grandezza della coda chiamati, ghiri…” invece di “sciuri, dalla grandezza della coda ghiri…”]; si precisa inoltre l’etimologia greca di sciurus: «The squirrel derives its name, sciurus, from cnwi, shade, and oup&, tail; hence also the French ecureuil» – (fr:16122) [Lo scoiattolo deriva il suo nome, sciurus, da σκιά, ombra, e ουρά, coda; da qui anche il francese écureuil]. Viene poi introdotto un termine incerto, «avellanei reliquis minores» – (fr:16124) [gli avellanei più piccoli degli altri], che il curatore glossava come “collegato al nocciolo”, forse un moscardino. Cardano distingue i ghiri e gli avellanei dagli scoiattoli per indole e commestibilità: «The squirrels too are very tame, but the dormice and the “avellanei” hardly at all‑they are so small» – (fr:16131) [Anche gli scoiattoli sono molto mansueti, ma i ghiri e gli “avellanei” lo sono pochissimo – sono così piccoli]. La dieta agisce sulla carne: «De Subtilitate: Book X are getting extremely fat, and are minimally unpleasing items in food, their meat contributes a great deal to obtaining sleep» – (fr:16130) [De Subtilitate: Libro X, diventano estremamente grassi, e sono cibi minimamente sgradevoli, la loro carne contribuisce molto a procurare il sonno], mentre gli scoiattoli locali, detti «cusetae», sono descritti come antitetici a quelli alpini: «the alpines are slow of movement, and fond of resting, but squirrels are never at rest‑ so that their flesh has to be excessively hot and dry» – (fr:16132) [quelli alpini sono lenti, amanti del riposo, ma gli scoiattoli non sono mai fermi – cosicché la loro carne dev’essere eccessivamente calda e secca].
Un curioso “topo indiano” di recente importazione dall’Asia viene paragonato a un tasso: «precisely like our mice in its mouth and tail, but of the colour and size of a “taxus”» – (fr:16133) [del tutto simile ai nostri topi per bocca e coda, ma del colore e della grandezza di un tasso]; del tasso, «taxus» o «meles», si fornisce una descrizione vivida: «larger than a fox, of the colour of ash, with long hair, wide open jaws, given to biting with its very sharp teeth» – (fr:16134) [più grande di una volpe, color cenere, pelo lungo, mascelle spalancate, portato a mordere con denti acutissimi]. Cardano torna ai topi per osservare il mutamento del colore in bianco, imputandolo al freddo o all’alimentazione: «they turn out white in the cold too, and through white food» – (fr:16135) [diventano bianchi anche con il freddo e grazie al cibo bianco]; e generalizza l’influenza del nutrimento sulle creature deboli: «weak creatures change a good deal in response to food, in their colour, their body, and their way of life» – (fr:16137) [le creature deboli cambiano molto in risposta al cibo, nel colore, nel corpo e nel modo di vivere], avvalorando la tesi con l’autorità di Olao Magno, il quale «thinks bees are dark through being nourished by a single food; and wasps are varied in colour, through having varied food» – (fr:16136) [ritiene che le api siano scure perché nutrite con un unico cibo; e le vespe sono di colore vario, per la varietà del cibo].
L’indagine si allarga agli ambienti acquatici. Cardano constata che «in the sea just as on land: there are regions … lifeless and others … rich in fish» – (fr:16138) [nel mare come sulla terra: ci sono regioni … senza vita e altre … ricche di pesci], e spiega i diversi colori del mare con la natura del fondale e la profondità: «The white colour is when white sand underlies a shallow sea; the green when the sea is of medium depth; the blue when it is very deep and is in motion; but if it is at rest, the colour is silvery» – (fr:16141) [Il colore bianco si ha quando sabbia bianca sottostà a un mare basso; il verde quando il mare è di media profondità; il blu quando è molto profondo e in movimento; ma se è in quiete, il colore è argenteo]. L’osservazione si fa autobiografica durante il viaggio a Parigi del 1552: «When we were going to Paris, 450 we saw in the Verbano lake451 a portion near us among the undulating waves of the whole lake that was immobile and of a silvery colour, though all the rest was blue» – (fr:16142) [Quando andavamo a Parigi, vedemmo nel lago Verbano una porzione vicino a noi, tra le onde ondeggianti di tutto il lago, che era immobile e di colore argenteo, mentre tutto il resto era blu]. La spiegazione è dinamica: «on the part that was pressing towards to the mountain … it took its start, where its impact was slowing close to the rock; being forced to the sides by its impact, it was stirring up the part in the middle» – (fr:16154) [sulla parte che premeva verso la montagna … prendeva inizio, dove il suo impatto rallentava vicino alla roccia; spinto ai lati dall’urto, agitava la parte centrale]. L’acqua scura deriva invece da sabbia scura o da profondità agitate (fr:16155). Con un’analogia ardita Cardano accosta i pesci fuor d’acqua agli uomini privati d’aria e menziona Calicut in India, dove «the plague never rages‑I think because of the temper of the air and the healthiness of the food‑ and perhaps because of restraint in eating» – (fr:16156) [la peste non infuria mai – penso a causa del temperamento dell’aria e della salubrità del cibo – e forse per la moderazione nel mangiare]. Allo stesso modo l’abbondanza di pesci e uccelli segnala la bontà dell’ambiente: «A profusion of birds of every kind is evidence in a twofold way of the healthiness of the air» – (fr:16160) [Una profusione di uccelli d’ogni specie è prova in duplice modo della salubrità dell’aria], anche se l’indicazione vale per regioni, non per singole valli (fr:16161).
La parte più favolosa è riservata all’uccello del paradiso delle Molucche, raccolto morto intorno all’equinozio e mai visto vivo: «it has no legs, even though Aristotle denies that any bird has no legs» – (fr:16163) [non ha zampe, sebbene Aristotele neghi che alcun uccello ne sia privo]. Cardano afferma di averlo visto tre volte e lo descrive con corpo e becco simili a una rondine, ali e coda che superano quelle di un falco e quasi eguagliano un’aquila (fr:16164), piume sottili come quelle delle pavonesse (fr:16166). Il racconto include una presunta cordicella caudale del maschio, lunga più di tre palmi, con cui si terrebbe agganciata la femmina durante l’incubazione (fr:16181‑16182). L’autore respinge l’idea che si nutra di aria, animaletti o vapori, concludendo che «it is likely that they feed on dew during the night» – (fr:16189) [è probabile che si nutrano di rugiada durante la notte], e che i Manucodiata muoiano solo di vecchiaia (fr:16187).
In opposizione all’uccello che non tocca mai terra, Cardano colloca lo struzzo, «never leaves the ground, so that you could not call it a bird unless you paid heed to its form» – (fr:16190) [non lascia mai il terreno, tanto che non lo chiameresti uccello se badassi solo alla forma]. L’etimologia struthiocamelus è spiegata con l’imitazione del cammello per collo e zampe (fr:16191). Le sue gambe appaiono «simili a gambe umane, non a zampe d’uccello» – (fr:16208) [look like human legs, not bird legs], e l’animale riunisce tratti di cammello, oca e toro. Fra le credenze popolari elencate e in parte corrette spicca quella della cova con lo sguardo: «it is said … to brood eggs with its eyes; but it does not brood them, it simply looks at them; the young are actually hatched by the Sun’s heat» – (fr:16213) [si dice … covi le uova con gli occhi; ma non le cova, le guarda soltanto; i piccoli sono in realtà schiusi dal calore del Sole].
Chiude la rassegna l’aquila, «the largest of our own flying creatures, and the one everyone fears» – (fr:16116) [la più grande delle nostre creature volanti, e quella che tutti temono], che talvolta «is overwhelmed by snakes, is entangled, and falls down» – (fr:16218) [viene sopraffatta dai serpenti, vi resta impigliata e cade]. I più nobili fra questi rapaci «can gaze at the Sun without blinking» – (fr:16219) [possono fissare il Sole senza battere ciglio], particolare che ne sigilla la regalità.
L’apparato editoriale che accompagna il testo – con lezioni concorrenti come «Reading “evidenti ratione” instead of “evidendi ratione”» – (fr:16129) [Leggendo «evidenti ratione» invece di «evidendi ratione»], annotazioni sulla prima apparizione di frasi nelle edizioni del 1554 e del 1560 (fr:16126, 16149) e il rinvio alle fonti di Olao Magno (fr:16147‑16148) – restituisce il paziente lavoro di ricostruzione filologica. Brani come «Haec igitur cum ter videre iam contigit» – (fr:16180) [Dunque, poiché già mi capitò di vederlo tre volte] testimoniano la cautela con cui gli studiosi moderni trattano il latino cardaniano, mentre il riferimento al viaggio verso la Scozia per curare l’arcivescovo Hamilton (fr:16150‑16152) àncora la pagina a un preciso momento biografico. L’insieme offre così una testimonianza stratificata: la curiosità enciclopedica di Cardano, il suo sforzo di spiegare fenomeni con cause naturali e, insieme, la sopravvivenza di miti che solo il contatto diretto e la critica testuale avrebbero potuto, nel tempo, ridimensionare.
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70 L’avifauna del De Subtilitate: ingegno, meraviglia e misura nel Cinquecento
Un inventario di specie esotiche e familiari, sospeso tra il mito classico e le relazioni degli esploratori, che testimonia il metodo empirico e la sottile curiosità di Girolamo Cardano.
Il testo, estratto dal Libro X del De Subtilitate di Girolamo Cardano, raccoglie osservazioni su uccelli di varie parti del mondo, alternando descrizioni morfologiche, notazioni comportamentali, riferimenti letterari e resoconti di viaggio. La sequenza si apre con un rapace della Scizia, il «Bialozor», descritto come “shiny white under its belly, with a sort of brightness, in its wings and tail even bigger than the eagle, and the other birds are so afraid of it that even the eagle itself is prostrated at sight of it, though its body does not exceed the eagle’s” (fr:16220) [bianco lucente sotto il ventre, con una sorta di chiarore, più grande dell’aquila nelle ali e nella coda, tanto che gli altri uccelli lo temono al punto che perfino l’aquila si prostra al solo vederlo, benché il suo corpo non superi quello dell’aquila]. Una nota erudita contemporanea chiarisce che il termine «Bialozor» designa oggi in polacco il falco rusticolo, e una glossa di Scaligero, riportata dall’autore, ne ridimensiona la grandezza affermando che “a swan is larger” (fr:16228) [un cigno è più grande].
Dall’India giunge invece la notizia di un rapace ancor più imponente, “much larger than an eagle, dark and purple, with white feathers interspersed. Its beak is tawny, and marked with blue or scarlet colouring, so prettily that nothing nicer could be seen” (fr:16221‑16222) [molto più grande di un’aquila, scuro e porpora, con piume bianche intercalate. Il becco è fulvo, segnato da coloriture blu o scarlatte, tanto leggiadre che nulla di più grazioso si potrebbe vedere]. La bellezza e la durezza del becco ne fanno un oggetto d’arte: “sword hilts are regularly made of this bird’s beak; it is known that the beak has to be very hard” (fr:16223) [si fabbricano regolarmente else di spada con il becco di questo uccello; si sa che il becco deve essere assai duro]. Questo passo, insieme all’identificazione con un bucero, mostra come l’interesse per l’esotico unisca il gusto per la raffinatezza a un’embrionale nozione di proprietà meccaniche dei materiali.
La figura del cigno è sottoposta a un disincantato esame: benché celebrato per il canto, Cardano osserva che “this kind of birds, so much praised, tears its fellows to pieces and consumes them, but sings sweetly even at death” (fr:16235) [questa specie di uccelli, tanto lodata, dilania i suoi simili e li divora, ma canta dolcemente perfino in punto di morte]. Il topos letterario è subito accolto attraverso Ovidio: “Cast down upon the damp grass, the white swan sings at the waters of Maeander, where the fates summon it” (fr:16236) [Gettato sull’erba umida, il candido cigno canta presso le acque del Meandro, dove lo chiamano i fati]; il testo latino dell’Epistula ovidiana “Sic ubi fata vocant, udis abiectus in herbis / ad vada Maeandri concinit albus olor” (fr:16248‑16249) [Così, dove i fati chiamano, abbandonato sull’umida erba, il bianco cigno canta presso i guadi del Meandro] ne esplicita la fonte.
La presenza degli uccelli del Nuovo Mondo segna uno dei contributi più significativi. L’«Alcatraz» — termine che la nota interpreta come albatro, fregata o pellicano — è “marked out by an ash-coloured and saffron plumage, with the beak two palms long and coming to a point” (fr:16237) [distinto da un piumaggio color cenere e zafferano, con becco lungo due palmi e appuntito]; poco più sotto si precisa che il becco di cicogna e gru non è molto più corto. Subito dopo compare una minuziosa descrizione del picchio: “The woodpecker has a beak bigger than its whole body, but its body is a little bigger than that of a quail” (fr:16239) [Il picchio ha un becco più grande dell’intero corpo, ma il suo corpo è poco più grande di una quaglia]. La morfologia è funzionale allo scavo e alla difesa, e Cardano registra una singolare anomalia anatomica: “it has a feather instead of a tongue, and here it differs much from the nature of other birds” (fr:16241) [ha una piuma invece della lingua, e in ciò differisce molto dalla natura degli altri uccelli].
L’attenzione più vibrante è riservata al colibrì, il «passero moscerino» (muscatus passer). Cardano attinge alla testimonianza di Oviedo del 1525, facendone il più precoce riferimento a stampo tra i dotti europei. Il resoconto fonde osservazione diretta e stupore: “anyone who has seen this flying would reasonably take it for a hornet or a wasp, since it is so fast and so small” (fr:16291) [chiunque l’abbia visto volare lo prenderebbe a ragione per un calabrone o una vespa, tanto è veloce e piccolo]. L’esattezza delle misure è notevole: “size little larger than a bee; beak as thin as a needle; the whole bird with the nest barely weighs 24 grains of wheat” (fr:16292) [grandezza poco più grande di un’ape; becco sottile come un ago; l’intero uccello con il nido pesa appena 24 grani di grano]. Il nido è costruito con “mattress stuffing” — «cottum», stoffa da materasso — e l’uccelletto è descritto come coraggioso al punto di “make for the eyes of anyone looking for the nest, the more safe for its speed and small size” (fr:16293) [puntare agli occhi di chi cerca il nido, reso più sicuro dalla sua velocità e piccolezza]. Queste righe conducono a una riflessione sulla sostanza rarefatta che rende possibile tanta complessità in un corpo minimo: “it should be of subtle substance and well contrived” (fr:16294) [dev’essere di sostanza sottile e ben congegnata].
L’ingegno degli uccelli è sviluppato nel ritratto del cosiddetto «passero sciocco», residente nella stessa India, il quale si difende dalle scimmie con coda con una strategia architettonica minuziosa: “it selects a tall tree armed with thorns… suspends its very hard nest from the most prickly branches… constructs a narrow entrance… the nest is wide in its depths… As its enemy knows how to use its hand as a human being does, it stretched the length of the nest to four palms, so that when a hand is put in, it is still far from the bottom” (fr:16297‑16299) [sceglie un albero alto armato di spine… sospende il nido durissimo dai rami più spinosi… costruisce un’entrata stretta… il nido è ampio in profondità… Poiché il nemico sa usare la mano come farebbe un uomo, ha allungato la lunghezza del nido fino a quattro palmi, cosicché una mano introdotta resti ancora lontana dal fondo]. La sezione culmina in una massima generale: “Birds excel to a marvellous extent in their talent and cleverness, because they get fed by fruits, not plants or some worse rubbish, and they live in purer air” (fr:16300) [Gli uccelli eccellono in talento e ingegno a un grado meraviglioso, perché si nutrono di frutti, non di vegetali o peggiori rifiuti, e vivono in aria più pura]. Il pappagallo, nato in India in un clima salubre, ne è la prova più eloquente: “it has also learnt not only to talk but also to plan” (fr:16302) [ha imparato non solo a parlare ma anche a progettare], attività che scaturisce da ambizione di gloria e amore. Notevole la descrizione anatomica che ne fa una creatura unica: “This bird is unique in moving the upper part of its beak, but not as often nor obviously as the lower part. The lower part, which is linked to the neck, is split” (fr:16315‑16316) [Questo uccello è unico nel muovere la parte superiore del becco, ma non così spesso né con la stessa evidenza della parte inferiore. La parte inferiore, collegata al collo, è divisa].
Fra gli uccelli di maggior mole spiccano gli avvoltoi, legati all’augurio di Romolo e alla sacralità dovuta al fatto che “eats flesh, yet does not kill any animal” (fr:16244) [mangia carne, eppure non uccide alcun animale]. Cardano aggiunge che in Scozia, sulle rupi, si vedono moltissimi nidi, contraddicendo chi affermava che nessuno li avesse mai visti. La loro pelle e il piumaggio sono adattati a “hides”, e il testo nota che “they burn it” (fr:16262) [la bruciano], forse alludendo a un impiego come cuoio o a una combustione rituale, mentre un uso analogo si fa del piumaggio dei cigni. Gli avvoltoi possiedono una vista lontanissima e scrutano gli schieramenti di battaglia “with a deadly expectation of disaster for the side near which they are on watch” (fr:16264) [con una funesta aspettativa di sventura per il fianco presso cui stazionano].
Il discorso accoglie pure il favoloso e il simbolico. L’uovo di struzzo sospeso nelle chiese orientali “to symbolize the steadfast gaze of faith” (fr:16225) [a simboleggiare lo sguardo immobile della fede] convive con il rifiuto della fenice come appartenente “more to fable than to the truth” (fr:16266) [più alla favola che al vero]. Tuttavia Cardano inserisce il racconto dell’uccello Semenda, che si brucia dopo aver cantato come un cigno e rinasce da un verme, spiegando di averlo fatto “because of my delicate perception of the tale, which concerns the origin of the globe and of virtue, rather than leave it out because the story of the occurrence mentioned is beyond belief” (fr:16269) [per la mia percezione sottile del racconto, che riguarda l’origine del globo e della virtù, piuttosto che ometterlo perché la storia dell’evento riferito supera ogni credibilità].
Il pavone chiude la rassegna con un elogio estetico e pratico: “nature could shape no bird more beautiful than our peacock… with so many eyes in such a long tail thick with plumage, with such a diversity of colours, such a sheen… that it admits no matt white nor dark” (fr:16318) [la natura non potrebbe plasmare uccello più bello del nostro pavone… con tanti occhi in una coda tanto lunga e folta di piume, con una tale diversità di colori, un tale splendore… che non ammette bianco opaco né scuro]. Al contempo è “excellent watchmen for houses” (fr:16320) [ottimi guardiani per le case], capaci di avvertire con grida furiose la presenza di ladri o incendi, sebbene per il resto rompano tegole e disturbino il vicinato.
L’intera sequenza, punteggiata da rinvii a Ovidio, Plutarco, Livio, Scaligero e alle prime cronache americane, e corredata da minuzie filologiche sulle varianti delle edizioni, documenta un momento in cui la storia naturale cinquecentesca mescola la fedeltà alle auctoritates con l’apporto delle nuove scoperte. Ogni misura — i 24 grani del colibrì, i due palmi del becco dell’alcatraz, i quattro palmi del nido dell’uccello «sciocco» — diventa tassello di un sapere che cerca nella sottigliezza dei fenomeni un ordine del mondo.
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71 L’occhio come strumento di misura e giudizio: ottica, proporzione e fisiologia nel XIII libro del De Subtilitate
Cardano mostra come la vista permetta di misurare altezze e profondità con uno specchio, riconoscere la bellezza attraverso rapporti semplici e come l’immaginazione domini amore e reazioni corporee.
Il brano si apre con un invito: “Learn of what the eye is capable from these two tests.” (fr:18141) [Impara di cosa è capace l’occhio da queste due prove]. La prima prova insegna a misurare l’altezza e la distanza di una torre per mezzo di uno specchio. “First: with a mirror you can measure the height and distance of a tower, and then the depth of the sea as well.” (fr:18142) [Prima: con uno specchio puoi misurare l’altezza e la distanza di una torre, e poi anche la profondità del mare]. La procedura è minuziosa: “Set up a mirror and look at the tower’s top from it, and measure the separation from your feet in forearm lengths.” (fr:18143) [Sistema uno specchio e guarda la cima della torre riflessa, e misura la distanza dai tuoi piedi in braccia (ulnae)]; poi “carefully mark the mirror’s position, and move away a known number of forearm lengths from your previous position, taking the mirror, displacing yourself enough to see the tower’s top once more.” (fr:18144) [segna con cura la posizione dello specchio, e allontanati di un numero noto di braccia dalla posizione precedente, portando lo specchio, spostandoti quanto basta per rivedere la cima della torre]. A questo punto si esegue il calcolo: “Multiply the separation of the mirror’s positions by the separation of the mirror from your feet in the second position; and divide what emerges by the distance between the feet and the mirror in the first and second position.” (fr:18145) [Moltiplica la distanza tra le posizioni dello specchio per la distanza dello specchio dai tuoi piedi nella seconda posizione; e dividi il risultato per la differenza tra le distanze piedi‑specchio nella prima e nella seconda posizione]. Il quoziente dà la distanza della seconda posizione dello specchio dalla base della torre. Con questa distanza, “multiply the height of your eye by the distance already found of the mirror from the foot of the tower, and divide this by the separation of the mirror and your feet in the second position, and what emerges is the number of forearm lengths of the distance of the mirror in the second position from the foot of the tower.” (fr:18146‑18147) [moltiplica l’altezza del tuo occhio per la distanza già trovata dello specchio dalla base della torre, e dividi per la distanza tra specchio e piedi nella seconda posizione; ciò che emerge è il numero di braccia dell’altezza della torre]. L’esempio numerico conferma la regola: piedi a 12 braccia dallo specchio nella prima posizione, spostamento dello specchio di 4 braccia, piedi a 14 braccia nella seconda, altezza dell’osservatore 6 braccia. “Multiply four (the separation of the places of the mirror) into fourteen (the separation of the mirror and of the feet in the second position), and they will make fifty‑six forearm lengths.” (fr:18149) [Moltiplica quattro per quattordici, fanno cinquantasei]; “Divide these by two, the difference between fourteen and twelve … twenty‑eight forearm lengths come out as the distance of the mirror in the second position from the bottom of the tower.” (fr:18150) [Dividi per due, la differenza tra quattordici e dodici – ventotto braccia è la distanza dello specchio dalla base]. Infine, “Multiply this by six (your height), they become 168; divide by the separation of the mirror and your feet in the second position, which was fourteen; what will come out as the tower’s height is twelve forearm lengths.” (fr:18151, 18154) [Moltiplica per sei, fa 168; dividi per la distanza specchio‑piedi nella seconda posizione, quattordici: l’altezza della torre è dodici braccia].
Per la profondità del mare si impiega lo stesso principio, con lo specchio posto sopra gli occhi: “We will measure the sea’s depth in the same way: we put the mirror above our eyes so that we can see a stone from the stern which we reckon is vertically below the prow, we deduct double the distance of our feet from the vertical of the mirror, from an interval defined by the position directly above the stone … and what remains we multiply by the height of the mirror above your eyes … we divide the product by the separation of your two feet and the mirror, and what emerges will be the depth of the sea.” (fr:18155, 18166) [Misureremo la profondità del mare allo stesso modo: poniamo lo specchio sopra gli occhi così da vedere una pietra da poppa che riteniamo sia verticalmente sotto la prua; sottraiamo il doppio della distanza dei piedi dalla verticale dello specchio da un intervallo definito dalla posizione direttamente sopra la pietra … moltiplichiamo quanto resta per l’altezza dello specchio sopra gli occhi … dividiamo il prodotto per la separazione tra i due piedi e lo specchio: ciò che emerge è la profondità del mare]. Nel testo originale la spiegazione è accompagnata da una figura con punti notevoli: “M, rnirmr” (fr:18156) [M, specchio], “P, :pmw” (fr:18157) [P, prua], “S, •1ooc” (fr:18158) [S, pietra], insieme alle quote OV (distanza dei piedi dalla verticale dello specchio), OP (lunghezza della nave) e PS (profondità). Il calcolo sfrutta la similitudine dei triangoli: “Then by similar triangles. PS:R�MV:VR-MV:OV. So PS - (MV�Rl’)’ OV, ““ stated.” (fr:18163‑18165) [Quindi per triangoli simili. PS : R’ = MV : VR‑MV : OV. Così PS = (MV × R’)/OV, come dichiarato]. L’annotazione editoriale (fr:18176) precisa che il diagramma pone OP al livello del mare, trascurando l’altezza dell’osservatore e del ponte e la rifrazione.
Terminata la parte strumentale, Cardano riflette sul riconoscimento: “Thus the eyes have powers such that we could choose from an infinite number two fairly simple examples: but every sense especially enjoys what it recognises.” (fr:18166) [Così gli occhi hanno poteri tali che potremmo scegliere tra un numero infinito due esempi piuttosto semplici: ma ogni senso gode soprattutto di ciò che riconosce]. Nell’udito si riconoscono le consonanti, nella vista le cose belle. “So what is beauty? A thing perfectly recognised by vision – we cannot love what is not recognised.” (fr:18168‑18169) [Che cos’è la bellezza? Una cosa perfettamente riconosciuta dalla vista – non possiamo amare ciò che non è riconosciuto]. La vista riconosce ciò che è composto secondo rapporti semplici: “Vision recognises what is made up simply in the proportion double, triple, quadruple, one and a half times, one and a third times, as we have mentioned in connection with the human face.” (fr:18170) [La vista riconosce ciò che è composto semplicemente nella proporzione doppia, tripla, quadrupla, sesquialtera e sesquiterzia, come abbiamo detto a proposito del volto umano]. Così per colonne disposte su queste basi, alberi o parti del volto: “when vision immediately grasps the equality and symmetry in them, it is delighted; delight resides in recognition, just as grief resides in failure to recognise.” (fr:18171) [quando la vista coglie immediatamente l’uguaglianza e la simmetria in essi, ne è dilettata; il diletto risiede nel riconoscimento, come il dispiacere nel mancato riconoscimento]. L’oscuro e l’imperfetto, essendo infiniti, confusi e indeterminati, non possono essere riconosciuti e quindi non possono piacere né essere belli (fr:18172, 18179). “Thus anything proportionate usually also gives pleasure.” (fr:18180) [Così tutto ciò che è proporzionato (commensurae) di solito dà piacere]. A questa stessa causa risalgono le disposizioni delle colonne tramandate da Vitruvio: “The kinds of arrangement of pillars are the fruit of the same cause: pycnostylum, systylum, diastylum, eustylum, areostylum, in comparison of length, thickness, with intervals and architraves.” (fr:18181) [I tipi di disposizione delle colonne sono frutto della stessa causa: picnostilo, sistilo, diastilo, eustilo, areostilo, nel confronto di lunghezza, spessore, con intervalli e architravi]. Se l’occhio non riconosce una proporzione basata su piccoli numeri, l’intera opera appare sconveniente, rozza e non rifinita (fr:18182). Cardano attribuisce a Vitruvio il consiglio di trasferire la teoria dagli orecchi agli occhi per i templi e le loro parti (fr:18183).
L’analisi si estende all’attrazione sessuale. “So in sexual attraction we look for beauty, nobility, and variety.” (fr:18184) [Così nell’attrazione sessuale cerchiamo bellezza, nobiltà e varietà]. La bellezza di per sé attrae, e tra i colori si cercano la porpora e il rosato, il colore più lontano dagli estremi (fr:18185). “Nobility is combined with rarity; we love what is rare more, since reaching these attractions is not easy – but we always strive for what is forbidden, and want what is denied.” (fr:18186) [La nobiltà è unita alla rarità; amiamo di più ciò che è raro, perché raggiungere queste attrattive non è facile – ma tendiamo sempre a ciò che è proibito e vogliamo ciò che è negato]. Varietà, cambiamento e ciò che è intatto appartengono alla rarità, e talvolta siamo più tormentati dall’illecito perché conseguirlo è arduo (fr:18187‑18188). Di conseguenza, “all our enjoyment lies either in what is lovable in itself (that is, is beautiful, or recognised by the eye), or in what makes us appear distinguished to ourselves; we appear distinguished in pursuit of what is forbidden to others, or is important, or rare, or untouched, or provided with a guard, or endowed with virtue, or illicit.” (fr:18189) [tutto il nostro godimento risiede o in ciò che è amabile di per sé (cioè è bello, o riconosciuto dall’occhio), o in ciò che ci fa apparire distinti a noi stessi; appariamo distinti nel perseguire ciò che è proibito agli altri, o è importante, o raro, o intatto, o custodito, o dotato di virtù, o illecito]. La mente si compiace di queste cose persino a costo della reputazione, della fortuna e della vita: “This is the cruel love, which I am going to discuss later.” (fr:18190‑18191) [Questo è l’amore crudele, di cui tratterò più avanti].
In questo quadro, chi vede bene ama meno e più di rado, perché un volto perfetto e senza difetti è una rarità, specie se si cercano pelle liscia e colore rosato (fr:18192). “So most men are in love because their vision is impaired, or they are in love before looking at what they fancy loving.” (fr:18193) [Perciò la maggior parte degli uomini è innamorata perché la loro vista è difettosa, oppure si innamorano prima di guardare ciò che immaginano di amare]. L’immagine della bellezza si impone anche contro la volontà: “So when a beautiful form is accepted into the power of imagination, we are snatched away into love even against our will.” (fr:18217‑18218) [Così quando una bella forma è accolta nella potenza immaginativa (imaginans virtus), siamo rapiti nell’amore anche nostro malgrado]. Per questo “scholarly people are more powerfully in love, because of the strength of their imagining faculty.” (fr:18219) [le persone studiose (studiosi) sono più potentemente innamorate, per la forza della loro facoltà immaginativa]. Lo stesso eccesso d’amore, tuttavia, interferisce con l’atto sessuale: “the will draws in the spirits and recalls them to higher issues, and hinders the faculty of imagination, which is the greatest aid to sexual love – it is a human characteristic not to attend to two things properly at the same time.” (fr:18220) [la volontà ritira gli spiriti e li richiama a questioni più elevate, e ostacola la facoltà dell’immaginazione, che è il massimo aiuto per Venere – è caratteristica umana non badare a due cose contemporaneamente]. La compassione (commiseratio) invece favorisce Venere, cosicché il sesso riesce facile a chi usa la forza; l’opposizione infiamma perché risveglia l’immaginazione (fr:18221).
La fisiologia dell’erezione è descritta con precisione, in una sezione aggiunta nell’edizione del 1560 (fr:18238). “Erection in fact takes place from imagining – for instance, when an attractive image is presented from the brain to the soul, the heart (where the soul dwells) transmits spirit and heat to the penis, exciting titillation in it through nerves from the brain.” (fr:18222) [L’erezione infatti ha luogo dall’immaginare – per esempio, quando un’immagine attraente è presentata dal cervello all’anima, il cuore (dove l’anima dimora) trasmette spirito e calore al pene, eccitandovi solletico tramite nervi dal cervello]. Il calore, facendosi strada, disperde l’umidità lungo il percorso e la volge in flatus; “with the insertion of this into the pumice‑like flesh of the penis, erection at once occurs.” (fr:18223) [con l’inserirsi di questo nella carne simile a pomice del pene, si ha subito l’erezione]. Ciò dimostra che “the primary and entire soul is in the heart” (fr:18224) [l’anima primaria e intera è nel cuore]. Un cuore caldo giova al desiderio sessuale (fr:18225). Le differenze individuali dipendono dalla qualità dell’umidità: “in those whose erection is easy and prolonged, there is much concocted fatty moistness, but in those with easy erection and flaccidity it is thin.” (fr:18226) [in coloro la cui erezione è facile e prolungata c’è molta umidità grassa concotta, in quelli con erezione facile ma flaccidità essa è sottile]. Negli anziani, “because of slackness of the channels … it happens that with the penis extended, flatus bursts out, with belly rumbling.” (fr:18228) [per la lassità dei canali … accade che a pene esteso il flatus erompa con brontolio del ventre].
Anche le lacrime sono ricondotte a un meccanismo cardiaco. “Tears flow in people suffering violence, because the heart and brain contract during grief with hope, and so the available moistness not only in the brain but also in all of the blood is squeezed out by the heat through the wellsprings of the eyes.” (fr:18229) [Le lacrime scorrono in chi subisce violenza, perché il cuore e il cervello si contraggono durante il dolore con speranza, e così l’umidità disponibile non solo nel cervello ma in tutto il sangue viene spremuta dal calore attraverso le sorgenti degli occhi]. L’osservazione si estende agli animali: “Horses and pheasants shed tears too, when they observe danger threatening.” (fr:18230) [Anche i cavalli e i fagiani versano lacrime, quando vedono un pericolo incombente]. Ma se manca la speranza, “no movement or tear occurs” (fr:18231) [non si verifica alcun movimento né lacrima].
Nel suo insieme, questo brano del XIII libro del De Subtilitate (1550, con aggiunte nel 1560) testimonia la sintesi rinascimentale tra scienza matematica, canone architettonico vitruviano e fisiologia galenica. Cardano unisce il calcolo geometrico con lo specchio – un esempio elementare ma efficace di ottica pratica – alla teoria del riconoscimento proporzionale che fonda il giudizio estetico e amoroso. La figura per la profondità del mare (punti M, P, S, OV) e le equazioni per similitudine rivelano una mentalità già analitica, mentre la discussione sull’amore, l’immaginazione e l’erezione anticipa temi che Robert Burton citerà con approvazione nella sua Anatomy of Melancholy (fr:18213‑18216). Colpisce l’insistenza sul ruolo dell’immaginazione, che da facoltà conoscitiva diviene anche motore fisiologico e passione coercitiva, capace di rapire l’uomo “contro la sua volontà” e di rendere più intenso l’amore degli studiosi. La continua oscillazione tra misura esatta e moti interiori offre così una vivida immagine di come, alle soglie della modernità, lo sguardo scientifico convivesse con una psicologia ancora intrisa di spiriti e umori.
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72 L’arte di alterare le piante: innesti, metodi e prodigi nel XIII libro del De Subtilitate di Cardano
Cardano espone una fitta trama di tecniche e osservazioni per modificare colore, sapore, profumo e forma dei vegetali, oscillando tra empirismo agricolo, eredità classica e credenze straordinarie.
La sezione del XIII libro del De Subtilitate si apre con un principio netto: il mutamento dei colori si ottiene inserendo nella pianta un innesto che porti frutti della tinta desiderata. “If you intend to alter colours, insert into the tree a graft which bears a fruit of that colour” – (fr:18579) [Se intendi alterare i colori, inserisci nell’albero un innesto che porti un frutto di quel colore.]. L’esempio portato è quello di una zucca rossa ottenuta mettendo una zucca in un gelso rosso: “with a gourd set in a mulberry, a red gourd will be produced, if the mulberries were red” – (fr:18580) [con una zucca messa in un gelso, si produrrà una zucca rossa, se i gelsi erano rossi.]. La medesima logica spiegherebbe la nascita delle mele rosa: dapprima un rametto di melo innestato su un gelso rosso, poi la pianta propagata con una successione di innesti. Cardano porta come prova che queste mele hanno conservato non solo il colore ma anche il sapore e la piccola dimensione (fr:18581-18582).
Lo stesso piano – e gli stessi precetti – valgono per modificare odore, gusto e colore: “Then the same plan and the same specific advice apply to changing scent, taste, and colour” – (fr:18583) [Allora lo stesso piano e gli stessi consigli specifici si applicano al cambiamento di odore, gusto e colore.]. Tuttavia ogni alterazione conserva una traccia dell’origine, per cui è opportuno nutrire le nuove piante con specie affini per colore, profumo o sapore; il mutamento va condotto in modo prolungato, poiché gli alberi non tollerano un cambiamento intenso (fr:18584-18585). Anche l’ambiente imprime modifiche: le piante mutano colore, profumo e gusto in risposta ai luoghi di trasferimento, ai venti, al sole o a danni subiti, sebbene questi ultimi di rado migliorino i frutti (fr:18586-18587).
Non mancano credenze curiose: alcuni ritengono che i peschi piantati sotto rose rosse diventino rossastri, come se gli alberi fossero alterati da una sorta di immaginazione; Cardano richiama il caso della palma, in cui la femmina, consumata dalla passione per il maschio, deperisce (fr:18588). Viene poi registrata una presunta compatibilità universale: il cotogno e il fico selvatico accettano ogni tipo di innesto, “because their nature is so kindly” – (fr:18589) [perché la loro natura è così accogliente.]. A riprova si cita l’«eleostaphylon», un olivo innestato su vite già notato da Varrone, il cui frutto unisce aspetto di oliva e sapore d’uva (fr:18590-18591). L’innesto della vite sul ciliegio è giudicato meno rischioso (fr:18592).
Gran parte del discorso ruota attorno alla possibilità di eliminare il nocciolo o i semi. Si dice che pesco, pino e altri alberi da nocciolo, innestati sul salice, diano frutti senza nocciolo, benché Cardano confessi di non averlo ancora verificato (fr:18609). Alcuni affermano che dividendo i rami a metà, togliendo con cura il midollo e riunendoli, si ottenga una pianta priva di nocciolo (fr:18610). La spiegazione è meccanicistica: la materia da cui nascono i semi nell’uva deve passare attraverso la parte più rarefatta dell’albero, cioè il midollo; il fico ha corteccia e legno più compatti, attraverso cui passa il succo. Se la pianta sopravvive all’asportazione del midollo, l’uva si genera senza semi, perché la materia non può trasmettersi né per la sostanza compatta né per il vuoto lasciato dal midollo (fr:18611-18613). Di conseguenza l’uva diventa più piccola, la corteccia più sottile, come nell’uva passa (fr:18614). Altri estraggono il nocciolo non appena il tegumento si apre da sé, lo avvolgono in lana e lo sotterrano; così si creerebbe la noce tarantina senza rivestimento (fr:18615-18616).
Fra gli innesti più utili sono segnalati il pesco sul mandorlo e la vite sul mirto: dal primo si ottiene un nocciolo di sapore gradevole coltivato in Italia, dal secondo un gradevole profumo di mirto aggiunto al gusto dell’uva (fr:18617-18618). Cardano si sofferma poi sulle virtù delle mandorle: non solo nutrono cervello e reni, ma quelle amare impediscono l’ubriachezza se masticate prima di bere, come riferiscono Ateneo e Plutarco a proposito del medico di Druso che sfidava i Germani a gare di bevute (fr:18619-18621). Le olive dolci sono fertili e salutari nel cibo (fr:18622).
Una tecnica per creare grappoli d’uva multicolori consiste nell’incidere a metà e congiungere rametti di viti diverse lasciando il midollo intatto; così da uno stesso ceppo nascono uve bianche, scure e verdi (fr:18630). Non solo gli innesti esterni alterano i frutti: anche potando il tronco e innestandovi rami della stessa pianta potata si generano frutti assai diversi dall’originale; in questo modo sarebbero nate le molte varietà di mele e pere (fr:18631-18632). L’innesto addolcisce ogni albero; le piante selvatiche, più secche, hanno corteccia ruvida, foglie più fitte ma più piccole, fiori più sottili e profumati, e sono meglio armate di spine (fr:18632).
Da qui scaturisce una lunga digressione sulle spine della rosa. Cardano si chiede perché la rosa abbia spine (fr:18633) e risponde che doveva essere profumata e di profumo stabile, poco riscaldante, per rinfrescare l’anima. Il fiore, di sostanza sottile, doveva legarsi a terrestrità; la parte terrosa calda e sottile espulsa formava la spina, residuo secco e bruciato del fiore. Poiché la corteccia è dura, la spina doveva sporgere in forma acuminata; quanto più fitte e piccole sono le spine, tanto più la rosa è profumata, sottile, calda e adatta alle purghe (fr:18634-18641). La rosa selvatica ha spine acutissime e minuscole che ricoprono anche le foglie; quella domestica ha petali grassi e compatti, spine più rade e meno acute, fiore più adatto a profumare zucchero e acqua per la sua sostanza grassa (fr:18642-18643).
Sul piano della forzatura vegetativa, Cardano spiega come ottenere fiori per tutto l’anno: mantenendo le piante sempreverdi in luogo tiepido, queste raggiungono una sorta di maturità in pieno inverno e fioriscono. Cedri, aranci, limoni, cipressi e pigne fruttificano continuamente (fr:18648-18650). Descrive poi un metodo per dipingere foglie e fiori: si stende latte di fico, poi quando la figura è asciutta si cosparge colore o foglia d’oro e si strofina con uno straccio, lasciando intatto il disegno. Lo stesso principio spiega perché le lettere scritte col latte, illeggibili da sole, diventano visibili spolverando carbone e asciugando (fr:18651-18653). La parte grassa del latte assorbe i colori, specie il nero, mentre l’acquosità evita che si diluiscano (fr:18654). Perciò la scrittura col latte riesce ottima sia su carta sia su pergamena (fr:18655).
Per ottenere ortaggi e radici enormi, come porri e sedani, Cardano raccomanda di sotterrare molti semi dello stesso tipo in buchi praticati nello sterco di capra e poi piantarli: i germogli teneri, premuti insieme, si uniscono in una sola pianta rigogliosa (fr:18656). Seminando insieme semi di lattuga, rucola, sedano, basilico e porro nello stesso letame, nasce un’erba che presenta tutti quei sapori e odori mescolati (fr:18657). Se si vuole aggiungere a frutti o ortaggi colore, odore, gusto o potere purgante o teriacale, si immergono i semi per tre giorni prima della semina in una preparazione adatta – per la dolcezza nel mosto cotto, per un odore gradevole nell’unguento, per il potere purgante nel succo di cocomero selvatico, contro i veleni nella teriaca – poi si piantano e si nutrono inizialmente con tali sostanze (fr:18671). L’effetto è più sicuro se, durante l’inserzione dei germogli, si rimuove il midollo e si pone al suo posto la sostanza desiderata, disperdendo poi i germogli nei liquori per tre giorni (fr:18672). Si è pure trovato che irrorare tutti i semi con salnitro prima della semina rende più “concocta” la crescita (fr:18673), e che i semi seminati nello scillo danno più frutto perché lo scillo riscalda e umetta (fr:18674). La radice del sedano cresce proporzionalmente allo spazio vuoto in cui il seme è stato interrato, e le sue foglie, nell’antichità, venivano racchiuse in vasi per assumere forme corrispondenti (fr:18676-18677). Le rape in Italia raggiungono pesi di cento libbre, e dagli ibridi fra ravanello e rapa, chiamati “remolazos”, Cardano dichiara di averne visti cinque superare le venti libbre, alcuni più grandi di un bambino di tre anni (fr:18679-18680). I porri con foglie e radici tagliate, trapiantati con una tegola sotto, crescono lateralmente e diventano “capitati”, più teneri e simili a cipolle (fr:18682-18683).
La generazione dei funghi riceve una trattazione a sé. I rospi (funghi) spuntano quando un acquazzone arriva su sterpaglie non bruciate, oppure senza pioggia se si spruzza acqua sui resti di legna bruciata; in alternativa, tagliando un pioppo nero e versando acqua con lievito sui frammenti (fr:18693-18694). I funghi così generati sono innocui. Quelli pericolosi sono larghi, con vesciche, rossastri e umidi, che si disperdono al tocco, e quelli che tagliati appaiono verdi, poi rossi, scuri, azzurri; il colore muta in un attimo ingannando chi non esamini funghi intatti (fr:18697). Un test più sicuro è immergerli nel latte: si vedranno morire le mosche (fr:18698). I boleti e i funghi che crescono sugli alberi, piuttosto lunghi e con cappello rugoso, sono più sicuri (fr:18699). Esistono poi piccoli funghi giallo zafferano che crescono dove si sviluppano i tartufi, quasi fossero fiori sotterranei, ritenuti molto sicuri e gradevoli (fr:18700). Essi nascono su larghe pietre sepolte, nel Sannio, a quattro dita di profondità, dopo avervi spruzzato acqua per quattro giorni (fr:18701). La generazione dei funghi è repentina, apparentemente senza radice, ma Cardano corregge: nulla si genera senza radice; la parte che assorbe nutrimento dalla terra è la radice (fr:18703-18704).
Il libro conclude con una sintesi generale: “Thus overall, the generating of all plants, and their enlargement, and their shapes and tastes and odours and colours and substances (and anything else there may be) take place through alteration of their places and of their nourishment, and through change of the seeds brought about by what is poured on them, and through conjunction with others, and pruning of portions, and fastenings or vessels, and corruption of their substance, such as occurs with bruising and transplantation and grafting and prolonged propagation” – (fr:18705) [Così, nel complesso, la generazione di tutte le piante, il loro ingrandimento, le loro forme, sapori, odori, colori e sostanze (e qualsiasi altra cosa) avvengono tramite l’alterazione dei luoghi e del nutrimento, il cambiamento dei semi operato da ciò che vi si versa sopra, la congiunzione con altri, la potatura di porzioni, legature o vasi, e la corruzione della loro sostanza, come accade con la contusione, il trapianto, l’innesto e la propagazione prolungata.]. Alcune piante sono propagate dai loro simili, altre (come i funghi) da cose dissimili; e l’uomo le ha coltivate non per necessità ma per appetito (fr:18706-18707).
Il significato storico di queste pagine risiede nella stratificazione delle fonti e delle credenze. Il testo ingloba autorità antiche – Plinio (fr:18598), Varrone (fr:18601-18605), Ateneo (fr:18626), Teofrasto – e riflette una fase in cui l’indagine naturale si alimentava tanto di osservazioni di campagna quanto di racconti non verificati. Le note editoriali che accompagnano l’estratto (fr:18594, 18623, 18625, 18647, 18668) mostrano come il De Subtilitate si sia accresciuto tra il 1550 e il 1560 con aggiunte successive, testimoniando un’opera in movimento, in cui confluivano nuovi esperimenti e nuove letture. Cardano offre così una fotografia vivida del sapere botanico e agronomico del Cinquecento, dove il tentativo di piegare la natura convive con la meraviglia per i suoi prodigi.
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73 L’intelletto animale e la mente umana nel De Subtilitate di Cardano
Un’analisi delle facoltà cognitive di bestie e uomini, dove la comparazione e il giudizio segnano il confine invalicabile tra sensazione e ragione.
Il testo esplora i limiti dell’intelligenza animale secondo la prospettiva di Girolamo Cardano, distinguendo tra un semplice riconoscimento diretto, di cui sono dotate le bestie, e le facoltà superiori di comparazione, giudizio e linguaggio significante, esclusive dell’uomo. Cardano concede agli animali un’estrema astuzia in certe tecniche, ma nega loro qualsiasi forma di ragionamento discorsivo: “Thus beasts are endowed only with a simple and preserving recognition, even though they are very cunning, like the monkeys, elephants, dogs, foxes, swallows, parrots, and silkworms.” (fr:18974) [Così le bestie sono dotate solo di un riconoscimento semplice e conservativo, per quanto siano molto astute, come le scimmie, gli elefanti, i cani, le volpi, le rondini, i pappagalli e i bachi da seta.] La conseguenza è totale: “So all animals are ignorant of comparison and of the significance of a substantive word, and lack judgment.” (fr:18975) [Così tutti gli animali sono ignari della comparazione e del significato di un termine sostantivo, e mancano di giudizio.]
L’argomentazione procede smontando una serie di comportamenti animali che potrebbero suggerire intelligenza. La presunta furbizia di creature come i bachi da seta, le api e le formiche è ricondotta a mera tecnica innata, non a capacità comparativa (fr:18976). Analogamente, la costruzione del nido delle rondini è equiparata a un istinto paragonabile a quello di api e bachi (fr:18977). Anche l’apprendimento vocale dei pappagalli, sebbene notevole, manca della componente essenziale del linguaggio: la capacità di connettere parole e cose. Un pappagallo può riconoscere il padrone, ma non può formulare il pensiero: “This is the name of my master.” (fr:18978) [Questo è il nome del mio padrone.] Cardano liquida ogni spiegazione alternativa affermando che “without them there is conformity with all experience” (fr:18979; 18992) [senza di esse c’è conformità con ogni esperienza]: non è necessario postulare il ragionamento dove bastano i sensi e l’istinto.
Una serie di esempi più complessi, apparentemente contraddittori, viene analizzata per dimostrare che ogni azione animale è spiegabile con le facoltà sensitive. Il cane che segue una lepre non calcola una traiettoria astratta, ma punta al luogo verso cui la preda si dirige; la pecora e l’agnello si riconoscono tramite voce e odore; l’asino teme il cammello per la mole e il lupo per una somiglianza con qualcosa che lo ha già danneggiato, non per un ragionamento sul pericolo (fr:18980-18986, 19022-19023). Persino la nota astuzia della volpe, che simula la morte per catturare cornacchie, o dell’elefante che sembra ringraziare il cielo per un’erba medicinale, non richiedono l’attribuzione di una sollertia (scaltrezza) comparativa. Cardano conclude che, sebbene un animale “seems more cunning than another, so that it appears to possess cunning, and accordingly recognition that compares” (fr:18990) [sembri più astuto di un altro, così da apparire in possesso di astuzia, e di conseguenza di un riconoscimento che compara], in realtà possiede solo riconoscimenti diretti, spesso più acuti di quelli umani, come vista, udito e memoria. Sono state queste facoltà sensitive eccezionali a trarre in inganno “even distinguished philosophers” (fr:18991) [persino filosofi insigni], inducendoli a credere che gli animali possedessero un’attività raziocinante.
Un passaggio cruciale coinvolge un cane che insegue una lepre. Cardano ne descrive il movimento con un diagramma geometrico, accompagnato nel testo da una figura. La lepre corre dal punto A al punto B; il cane, in D, grazie alla quarta potenza sensitiva si dirigerebbe direttamente verso B, ma una via più breve è verso E; con un moto composto, la bestia punta quindi a C, un punto di intercettazione, e tutto questo avviene “without reasoning activity” (fr:19005) [senza attività raziocinante]. L’assurdità di attribuire questo calcolo alla ragione è manifesta: “if it had such a reasoning activity, how would it work it out so unexpectedly, that it would not occur to the mind even of a learned man after prolonged meditation?” (fr:19006) [se avesse una tale attività raziocinante, come lo elaborerebbe così fulmineamente, se non verrebbe in mente nemmeno a un uomo colto dopo una lunga meditazione?] Il paragone è con una pietra che si muove su una linea intermedia tra moto violento e naturale: sarebbe assurdo pensare che ciò avvenga “through recognition by the stone thus deliberating” (fr:19015) [attraverso il riconoscimento da parte della pietra che delibera in tal modo], un’estensione sorprendente del suo concetto di natura, considerando che in precedenza aveva scritto che le pietre subiscono malattie, vecchiaia e morte (fr:19016-19018). Il testo dell’editore commenta che il resoconto di Cardano su questo paradosso, che riecheggia il problema di Achille e la tartaruga posto da Zenone, è “barely comprehensible” (fr:19014) [a malapena comprensibile].
La seconda parte del brano si addentra nella struttura della mente umana, individuandone quattro parti: connessione (iunctio), giudizio, intelletto (intellectus) e volontà. La definizione di intelletto appare subito problematica e oscura: “The ‘intellectus’ is the actual thing that is understood. For instance, when I understand a horse, my intellect is the form of the horse, and accordingly is a general form, and (so to speak) primary matter.” (fr:19029-19041) [L’“intellectus” è la cosa stessa che è compresa. Per esempio, quando comprendo un cavallo, il mio intelletto è la forma del cavallo, e di conseguenza è una forma generale, e (per così dire) materia prima.] Questa identificazione dell’intelletto con l’oggetto conosciuto, anziché con la facoltà di conoscerlo, è segnalata come un uso inusuale del termine, non supportato dal latino classico (fr:19035). La volontà, al contrario, è “posterior to the object, and is not the same as this object, but like it” (fr:19042) [posteriore all’oggetto, e non è lo stesso di questo oggetto, ma simile ad esso]. Il testo originale presenta difficoltà sintattiche e ambiguità, con il commentatore che annota: “The syntax and meaning are obscure” (fr:18962) [La sintassi e il significato sono oscuri]. La critica feroce di Giulio Cesare Scaligero, che dedica a questo passo un assalto dettagliato di ottanta pagine, è richiamata dalla citazione: “I wish you alone had drunk this poison” (fr:19038) [Vorrei che tu solo avessi bevuto questo veleno], a riprova di quanto queste definizioni fossero controverse.
Cardano esamina poi il rapporto tra verità e falsità nel ragionamento, chiedendosi come il vero possa talvolta scaturire dal falso, ma mai il contrario. La ragione è che “something of the truth can be contained in falsity” (fr:19046) [qualcosa di verità può essere contenuto nella falsità], come l’attributo del sentire, che appartiene all’uomo, è contenuto nell’affermazione falsa “che egli sia un asino”. Da una premessa falsa che contiene una parte di verità si può quindi dedurre qualcosa di vero, ma da una verità pura non può mai emergere il falso. Infine, il testo si conclude con una nota sulla gioia dell’intelletto umano nel comprendere la verità, compito che ci è proprio e “shared with the gods alone” (fr:19050) [condiviso con i soli dèi], sancendo la frattura incolmabile tra la cognizione animale, fatta di sensazioni e memoria, e la mente umana, capace di astrazione, giudizio e linguaggio.
Questo estratto dal Libro XIV del De Subtilitate rappresenta una testimonianza significativa del dibattito rinascimentale sull’anima e l’intelligenza animale. Cardano si confronta con la tradizione aristotelica, usando il termine chiave sensus communis (fr:18967) ma rielaborando la gerarchia delle facoltà in un quadro originale, seppur oscuro, che nega ogni discursus (attività raziocinante) alle bestie e ridefinisce l’intellectus umano in termini che generarono aspre controversie tra i contemporanei, testimoniate dalla monumentale critica di Scaligero.
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74 La perfezione dell’intelletto, il piacere del vero e la parola nel libro XIV del De Subtilitate
Cardano intreccia una teoria della conoscenza, una psicologia del godimento intellettuale e un’analisi delle facoltà vocali per distinguere l’uomo dall’animale.
Il passo si apre celebrando la superiorità della funzione intellettuale. Essa non è solo utile, ma costituisce di per sé un perfezionamento della virtù: “the task itself is the perfection of virtue” – (fr:19051) [il compito stesso è il perfezionamento della virtù]. La comprensione del vero genera un’utilità che segue la conoscenza (fr:19052), mentre la falsità, pur detestabile in sé, viene accolta quando asseconda il desiderio: “Falsehood is always hateful on its own account, but is welcome because at times it helps with the gratification of desire” – (fr:19053) [La falsità è sempre odiosa di per sé, ma è ben accetta perché talvolta aiuta a soddisfare il desiderio]. Piacciono le favole ben costruite, perché somigliano al vero e contengono meraviglia; per questo i bambini e gli stolti ne sono più dilettati degli anziani e dei saggi, credendovi una maggiore presenza di verità (fr:19054, 19067). La polemica con Scaligero irrompe in nota con la sarcastica “Intellectus Cardani est equi forma. Ergo Cardanus equus est” – (fr:19054-19055) [L’intelletto di Cardano è forma di cavallo. Dunque Cardano è un cavallo], testimoniando la durezza del dibattito coevo.
Il piacere intellettuale si lega strettamente alla rarità. L’ascolto piace più della lettura; tra i testi, quelli in lingua straniera e i libri più rari danno maggior diletto. “The reason in all these is evidently rarity” – (fr:19069) [La ragione in tutti questi casi è evidentemente la rarità]. Nulla allieta più dei trattati su argomenti grandi e segreti, perché ciò che tutti conoscono diventa vile anche se di per sé prezioso (fr:19070). Di qui la scelta sacerdotale di avvolgere le cerimonie nel segreto e nell’oscurità; ma l’oscurità, avverte Cardano, è prova d’ignoranza, mentre la misura è segno di sapienza (fr:19071-19072). È proprio della sapienza esporre i dubbi, proporre soluzioni utili e la causa, senza cadere nel ridicolo, peccato di cui sono massimi colpevoli i platonici (fr:19073-19074).
Il nucleo metodologico del libro definisce i tre criteri dell’intelletto. Il termine greco κριτήρια viene impiegato per indicare gli strumenti del giudizio: “There are in fact three criteria of the intellect, which it uses: principles, experience, and the consequences of these” – (fr:19075) [Vi sono in effetti tre criteri dell’intelletto, di cui esso si serve: i princìpi, l’esperienza e le conseguenze di questi]. I princìpi sono noti di per sé o attraverso i sensi; di qui si traggono le conseguenze, e non possono darsi altri strumenti (fr:19076). La mente non fatica su queste realtà eterne, poiché essa stessa, come la specie, è eterna (fr:19077). La contemplazione è allora il solo vero vivere, l’unica vita degna degli dèi nell’eternità e, nell’uomo, l’unica a essa paragonabile. “We are actually alive only while we contemplate” – (fr:19082, 19096) [Siamo veramente vivi solo mentre contempliamo]. La contemplazione stessa vivifica l’anima e prolunga la giovinezza (fr:19095).
La seconda parte del brano, inserita nell’edizione del 1560 (fr:19106), affronta il passaggio dalla scrittura alla voce e all’intelletto, fenomeno apparentemente banale ma in realtà complesso. Negli animali, la percezione esterna (vista di una femmina) innesca una catena di sette funzioni: senso esterno, visione come processo interno di riconoscimento, piacere, attrazione, impazienza, movimento e infine vocalizzazione (fr:19099-19101). Tuttavia le bestie compiono tutto ciò senza iunctio («combinazione»), né possono essere addestrate a produrre da una cosa vista una vocalizzazione articolata; i bambini invece vi riescono prima ancora di comprendere (fr:19102). La facoltà di conversione naturale dalla cosa udita a una vocalizzazione artificiosa, come nei pappagalli, avviene nei piccoli umani anche attraverso la vista. La vera differenza sta nella iunctio: le bestie non sanno combinare l’immagine visiva di una parola con l’immaginazione del suono corrispondente, mentre il bambino impara a leggere producendo il suono dalla visione. Per questo i sordi dalla nascita sono inevitabilmente muti (fr:19118-19120). La combinazione tra sensi diversi, che nell’animale si riduce a un ritorno meccanico verso un oggetto bianco che in passato ha dato piacere, nell’uomo richiede un’anima doppia – mente e anima sensitiva – che rende possibile un apprendimento autentico (fr:19127-19135). “All human beings possess a mind, but no animal does” – (fr:19135) [Tutti gli esseri umani possiedono una mente, nessun animale la possiede].
La mente si forma attraverso una gerarchia precisa: dalla sensazione nasce la visione; dalla visione la combinazione; dalla molteplicità delle combinazioni la comprensione generale; da questa la proposizione universale; infine dalla proposizione universale, mediante quella combinazione chiamata ragione che inferisce una conclusione dall’altra, si costituisce la mente (fr:19137). Le realtà semplici, invece, non sono oggetto di comprensione discorsiva, ma di un intendere divino (fr:19138).
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75 La catena dell’anima e gli effetti delle passioni sul corpo nel De Subtilitate di Cardano
L’anima del mondo, per così dire, è assistita da ogni cosa; da essa procede la mente sensibile e, di nuovo, la mente che è principio del senso: una gerarchia di facoltà in cui l’intelletto rappresenta il vertice, mentre ogni moto dell’animo altera il corpo agendo su spiriti e sangue.
Cardano delinea una teoria della conoscenza sensibile che procede per gradi e culmina in una proposizione universale. L’animale, spiega, è dotato di una facoltà combinatrice che gli consente di avvertire il collegamento tra percezioni distinte; da queste tre funzioni si origina una proposizione, e la “general comprehension” — la comprensione generale — “is repeated by means of memory” (fr:19141) [viene ripetuta per mezzo della memoria]. L’autore avverte il lettore latino che tratterà questi argomenti nonostante possano risultare ostici alla lingua, data la loro manifesta utilità. Fino a questo stadio, chiarisce, “this is not the special task of a mind but of a sensebearing soul, so far as it is linked to a soul; then the animal senses a universal, and one special for a mind” (fr:19142) [questo non è il compito specifico della mente, ma di un’anima portatrice di senso, in quanto è legata a un’anima; allora l’animale percepisce un universale, e uno specifico per la mente]. Ne deriva una scansione in sette livelli del sentire: “the external imagining, the combining, memory, general comprehension, universal proposition, and the actual universal, which is special for the mind” (fr:19143, 19151) [l’immaginazione esterna, la combinazione, la memoria, la comprensione generale, la proposizione universale e l’universale attuale, che è specifico per la mente].
Da questa analisi emerge una gerarchia di anime: “the faculty of the nourishing soul is linked to the general soul of everything, and uses its powers suitably; so from this proceeds the sense-bearing mind, and from it the mind of the sense-bearer again” (fr:19152) [la facoltà dell’anima nutritiva è collegata all’anima generale del tutto e usa i suoi poteri in modo appropriato; così da questa procede la mente portatrice di senso, e da essa, di nuovo, la mente di colui che è portatore di senso]. Il vertice di tale struttura è l’intelletto, mentre “The soul of the world is, so to speak, aided by everything” (fr:19153) [L’anima del mondo, per così dire, è assistita da ogni cosa].
Cardano passa poi a considerare come le «disposizioni» (affectus) dell’animo modifichino il corpo e lo stato della vita. “all the senses are delighted and grieved by one thing or another” (fr:19155) [tutti i sensi sono dilettati e afflitti da una cosa o dall’altra]. A ogni alterazione emotiva corrisponde un movimento degli spiriti e del sangue: “In response to delight itself, the spirits are carried outward, and retire within through grief, quickly in powerful dispositions, but slowly and gradually in small ones”; “the blood too is conveyed along with the spirit” (fr:19156-19157) [In risposta al diletto, gli spiriti sono portati all’esterno, e si ritirano all’interno col dolore: rapidamente nelle disposizioni potenti, ma lentamente e gradualmente in quelle lievi; anche il sangue viene trasportato insieme allo spirito]. Quando il sangue è portato all’esterno, si dilata, si raffredda e si irrobustisce, purché le forze siano vigorose; quando è contratto, è oppresso e consumato. Il calore rinforzato favorisce la cozione, il sonno e la digestione degli escrementi, mentre il calore ridotto impedisce il sonno, ostacola la cozione e genera malattie.
Le passioni specifiche agiscono secondo questa logica generale. Nella paura “the blood is instantly gathered close together in the internal parts — hence people tremble, the voice is lost or falters, the body turns pale” (fr:19163) [il sangue è immediatamente raccolto nelle parti interne – da qui il tremore, la voce persa o incrinata, il pallore]. Se il fenomeno perdura e raggiunge una certa entità, può incanutire i capelli, farli cadere – talvolta persino le unghie – e, col sangue raccolto all’interno, la persona deperisce oppure, per il sollevarsi di un flemone, corre pericolo mortale o muore di colpo. Nel dolore (grief) il calore non rifluisce in massa ma a poco a poco: le gambe non vacillano, non si muore all’improvviso, ma si resta svegli, le parti vitali non compiono la cozione, i giovani soffocano e gli anziani deperiscono per succhi alterati. Emblematico è il mito di Melibea, figlia di Anfione e Niobe, la quale, unica sorella scampata alla strage dei fratelli, “she became pale for good. So she was called Chloris afterwards” (fr:19176-19177) [divenne pallida per sempre. Così fu chiamata Cloride in seguito]: il nome derivato dal greco χλωρός, “pallido”.
L’ira “suddenly pours out heat externally, but beforehand it is so warm that in hotter and drier temperaments a fever is evoked” (fr:19178) [improvvisamente riversa calore all’esterno, ma prima è così calda che nei temperamenti più caldi e secchi provoca una febbre]; riscalda tutto il corpo, giovando a chi ha abbondanza di flegma o dolore, o a chi si sta raggrinzendo per la paura. La felicità potente “conveys pure blood outward, so that it regularly cures diseases in those of strong powers, but is lethal in weaker people” (fr:19180) [trasporta sangue puro all’esterno, così che regolarmente cura le malattie in chi ha forze robuste, ma è letale nei più deboli]. La speranza (hopefulness) è il contrario del dolore e, se scevra da paura, distribuisce il calore naturale gradualmente: “of all the conditions of the soul, hopefulness alone is of use to everyone; it produces concoction and sweet dreams, thus also rendering the body well coloured, and fatty without limit” (fr:19182) [di tutte le condizioni dell’anima, la speranza sola è utile a tutti; produce cozione e sogni dolci, rendendo il corpo ben colorito e grasso senza limite]. Tuttavia, se troppo simile alla gioia, un forte movimento del sangue impedisce il sonno, poiché il sonno “is the repose of the spirits and blood” (fr:19183) [è il riposo degli spiriti e del sangue]. Il pudore nasce da speranza e paura insieme, e in esso il sangue va e viene con un doppio moto, colorando il volto senza afflizione. Il risentimento è composto di speranza e tristezza, non di paura; l’invidia ne è una forma attenuata. L’amore, contrario del risentimento, genera sfiducia, mentre “Mistrust is a little fear, just as boldness is the utmost hopefulness” (fr:19204) [La diffidenza è una piccola paura, così come l’audacia è la speranza estrema].
Tutte queste alterazioni colpiscono il corpo a tal punto che, unite all’umore melanconico, inducono trance: “if you burn them, or cut them with a razor, you will find they feel nothing” (fr:19206) [se li bruci o li tagli con un rasoio, non sentono nulla]. Cardano ricorda come Ippocrate avesse colto il nesso tra certi fenomeni e la melanconia, meravigliandosi che Galeno non ne afferrasse il significato.
Poiché le condizioni dell’anima alterano i corpi, e i suoni alterano le condizioni dell’anima, ne consegue che “sounds must alter bodies. The greatest of all conditions are fear and courage, and sounds can stimulate these” (fr:19210-19211) [i suoni devono alterare i corpi. Le più grandi tra tutte le condizioni sono la paura e il coraggio, e i suoni possono stimolarle]. Trombe, tamburi, corni e urla – come l’immenso frastuono che i Romani levavano all’inizio della battaglia, tanto che Giuseppe Flavio fu costretto a far tappare le orecchie ai suoi soldati ebrei per non farli atterrire o stordire – dimostrano la potenza del suono sugli animi. Lo stesso clamore, nota Cardano, oggi “is replaced by the roaring of fiery machines with a serious and deadly sound” (fr:19214) [è sostituito dal ruggito di macchine da fuoco dal suono grave e mortale].
Quanto i corpi siano influenzati dalle condizioni dell’anima è infine provato da chi, assorto nella concentrazione, “neither see nor hear while concentrating attentively: their eyes are open, or their ears, but they cannot see nor hear” (fr:19215) [né vedono né odono mentre sono intenti: hanno occhi e orecchie aperti, ma non possono vedere né udire]. Essi possono concentrarsi e provare meno sensazioni, talvolta neppure il dolore; il che dimostra come il corpo debba essere alterato da tali condizioni, poiché costoro non diventano certo incorporei.
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76 L’intelletto separato e le sottigliezze inutili: una testimonianza dal De Subtilitate di Girolamo Cardano
Mentre scrivo e medito, l’intelletto si fa cosa compresa; eppure lo stesso autore, rileggendosi, si ritrova mutato. Intorno a questa esperienza Cardano costruisce una psicologia dell’anima razionale, per poi volgersi alle ingegnose futilità meccaniche e ai giochi di memoria che testimoniano l’inesausta subtilitas del suo secolo.
Il testo, tratto dai libri XIV e XV del De Subtilitate, si apre con una riflessione sull’intelletto come facoltà interamente separata dal corpo. Cardano osserva che, mentre compone, il suo intelletto si identifica di volta in volta con l’oggetto del discorso: «Mentre scrivo effettivamente questo, il mio intelletto è le cose che cogli attraverso ciò che ho scritto: medicina quando discuto di medicina; aritmetica quando scrivevo di numeri» – (fr:19235). Ne consegue che rileggersi produce uno straniamento: «penso di essere diverso dalla persona che ora sono» – (fr:19235). L’intelletto, nella sua attività pura, non è mai mescolato alla materia; non conosce il graduale riscaldarsi o raffreddarsi dei sensi: «È quindi privo di materia; riscaldarsi e raffreddarsi, e impregnarsi di odori, sono eventi che avvengono gradualmente» – (fr:19241). Per questo l’anima è «più divina» del senso e percepisce con immediatezza e maggiore affidabilità.
Tale superiorità si manifesta nel fatto che l’intelletto e l’inteso coincidono nell’atto stesso del comprendere: «Nel momento in cui l’intelletto e ciò che viene compreso sono di fatto la stessa cosa» – (fr:19245). La forma dell’intelletto, pertanto, è eterna: «La forma dell’intelletto è dunque eterna, poiché mentre leggi e contempli questo, essa permane ed esiste, e le forme e le specie delle cose universali sono evidentemente le stesse per sempre» – (fr:19246). Su questa base Cardano afferma l’immortalità delle anime dei sapienti, descrivendo l’anima come una fiamma che non può sussistere senza movimento: «anima vero flamma quaedam, aut non sine illa, neque enim absque motu consistere potest» – (fr:19257) [l’anima è una fiamma, o non può sussistere senza di essa, né senza movimento]. Le varianti testuali registrate nelle edizioni cinquecentesche (dove talora si legge animus anziché anima) mostrano la sottile oscillazione terminologica tra principio vitale e facoltà razionale.
La memoria occupa una posizione intermedia: «La memoria, per così dire, assomiglia di più all’intelletto» – (fr:19250). Essa è aiutata dall’ordine, perché ciò che è disposto in sequenza si tiene insieme con facilità. Esiste una duplice sequenza, delle cose e delle parole, che si proteggono a vicenda. Cardano ricorda la memoria artificiale tramandata da Cicerone e Quintiliano, basata su immagini, e quella che si fonda sulle sillabe iniziali delle parole o sulle combinazioni di numeri, capace di produrre effetti straordinari nei giochi e nelle azioni estemporanee: «È straordinario quanto ciascun metodo contribuisca alle azioni estemporanee e ai giochi» – (fr:19262). La memoria attiva e artificiale è sostenuta dall’immaginazione e consente di ripetere cento elementi con più facilità che dieci senza di essa. In un passo enigmatico l’autore dichiara che tutto ciò, oltre la memoria passiva, è dovuto «a una pietra e a questa scoperta»: «cum tamen lapidi atque huic inuento debeatur totum quicquid est, praeter passiuam memoriam, quae in nobis viget» – (fr:19272) [sebbene tutto ciò, qualunque cosa sia, sia dovuto a una pietra e a questa invenzione, al di là della memoria passiva che in noi prospera]. L’editore confessa di non aver sciolto il riferimento alla pietra, lasciandoci di fronte a un indovinello testuale che forse allude a una mnemotecnica magnetica o a un supporto materiale perduto.
Dopo aver trattato la ragione come la principale virtù dell’uomo mortale, Cardano introduce le invenzioni tecniche che non appartengono a un’arte definita e utile: «A cose indefinite e inutili dobbiamo ora volgerci» – (fr:19268). La prima di queste sottigliezze inutili è un congegno meccanico formato da sette anelli e una barchetta di ferro. L’autore ne dà una descrizione minuziosa: una sottile piastra di ferro con sette aperture arrotondate riceve altrettante asticelle mobili, piegate in alto per trattenere anelli; una piccola barca metallica può essere fatta passare attraverso gli anelli secondo regole precise. Cardano segnala di aver posto «un’accurata immagine nel margine» – (fr:19284), confermando la presenza di un’illustrazione originale a corredo del testo. Il gioco, di «meravigliosa sottigliezza», richiede di spostare gli anelli e la barca rispettando tre istruzioni: l’anello da sollevare o abbassare deve averne uno solo davanti in cui è racchiusa la barca; si devono sempre abbassare i primi due insieme e sollevarne uno, o viceversa; tutti gli anelli anteriori vanno sollevati e riabbassati. L’operazione completa, se condotta senza errori, racchiude la barca in tutti gli anelli e richiede novantacinque passaggi dalla fine al passaggio del primo o dell’ultimo anello, per un totale di centonovanta scambi nel ciclo completo. Cardano conclude che l’oggetto è di per sé inutile, ma potrebbe essere adattato alle sbarre delle casseforti.
Gli studiosi moderni riconoscono in questo passo la più antica descrizione a stampa del rompicapo cinese degli anelli (Chinese Rings), un puzzle che oggi è classificato «molto difficile» e venduto anche con il nome di Patience Puzzle. W. Rouse Ball osserva che Cardano «ne attaccò la soluzione senza successo», e offre una soluzione esatta del numero di mosse necessarie. L’analisi dell’autore rinascimentale, per quanto imperfetta, rimane una testimonianza precoce dell’interesse matematico per i giochi combinatori, coerente con i quattro libri De ludis che lo stesso Cardano aveva composto tra il 1523 e il Una simile sottigliezza si ritrova nel gioco dei ladri, «più piacevole per la varietà e la competizione».
Nell’edizione del 1554 compaiono anche altri esempi di inutile astuzia: il metodo per riconoscere un foglietto già manipolato, facendolo pensare a qualcuno e poi mostrandolo dettaglio per dettaglio finché non si ottiene un cenno di assenso, e il trucco mercantile che pretende di dividere il prezzo di un cavallo da un milione in quarti, offrendo successivamente mezzo milione, novecentomila, novecentocinquantamila e così via, fino a costringere l’avversario a contraddirsi. Sono giochi verbali e logici che, come il rompicapo meccanico, non producono utilità ma mettono in mostra l’ingegno umano allo stato puro.
Nel loro insieme, queste pagine offrono un compendio dell’enciclopedismo cardaniano: la separazione dell’intelletto dalla materia, la memoria come ponte tra sensi e anima immortale, e il culto della subtilitas che sfocia nelle curiosità meccaniche e nei giochi. La compresenza di speculazione filosofica, osservazione psicologica e descrizione tecnica illustra la permeabilità del sapere rinascimentale, dove anche un oggetto «inutile» può diventare occasione per esercitare la ragione e lasciare una traccia duratura nella storia della scienza e del divertimento matematico.
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77 La geometria come istanza di sottigliezza: Cardano, Ferrari e la riscrittura di Euclide nel De Subtilitate
Nel libro XV del De Subtilitate, Girolamo Cardano raduna casi eterogenei di «subtilitas» – dalla teoria musicale alla poesia allitterante – per sostenere che nessuna manifestazione dell’ingegno va disprezzata, e vi inserisce la sua rilettura giovanile dell’intero primo libro degli Elementi condotta con un compasso ad apertura variabile.
La sezione si apre con una galleria di esempi tratti dalla cultura medievale e rinascimentale, offerti dall’editore moderno per illustrare il retroterra mentale di Cardano. Tra questi compaiono Hucbald di Saint-Amand, nato intorno all’840 e morto nel 930, «a composer, teacher, and writer of the “first systematic work on western music theory”» (“Hucbald … was a composer, teacher, and writer of the ‘first systematic work on western music theory’” – fr:19448 [Fu compositore, insegnante e autore della “prima opera sistematica di teoria musicale occidentale”]), e Carlo il Calvo, re di Francia dall’843 all’877 e imperatore del Sacro Romano Impero come Carlo II (fr:19450). Un letterato cinquecentesco è ricordato per un tour de force di poesia pantogrammatica: «This sixteenth-century poet wrote a poem, “Pugna porcorum,” of 253 hexameter lines, in which every word began with the letter P. “Plaudite porcelli, porcorum pigra propago”» (“This sixteenth-century poet wrote a poem, ‘Pugna porcorum,’ …” – fr:19452 [Un poeta del XVI secolo compose il poema ‘Pugna porcorum’, 253 esametri in cui ogni parola inizia con la lettera P: ‘Applaudite porcelli, pigra stirpe dei porci’]). L’editore annota anche l’occorrenza di cicer (fr:19453) e di modius, misura di circa 9 litri (fr:19454), segnalando però che un’allusione rimane oscura (fr:19455). Accanto a questi spicca il nome di Proclo, il filosofo neoplatonico (410‑485 d.C.) autore di un commento al solo libro I degli Elementi (fr:19456). Il commento, come ricorda il curatore riportando Ver Eecke, aggiungeva poco di originale: «Proclus n’apporte guère de son propre fonds que des réciproques et des démonstrations de ces particuliers non traités par Euclide, et qu’il emprunte de nombreuses variantes de démonstrations aux…» (fr:19457) [Proclo non porta quasi nulla di suo se non reciproche e dimostrazioni di casi particolari non trattati da Euclide, e prende a prestito numerose varianti di dimostrazioni da…].
Cardano evoca questa costellazione di subtilitates – compresi Rabano Mauro e Raimondo Lullo (fr:19458) – per affermare che la sottigliezza è multiforme e non va respinta. Su questa premessa innesta l’impresa che compì con l’allievo Ludovico Ferrari, «Cardano’s most brilliant pupil, who had come to him originally as a servant lad and became an accomplished mathematician» (fr:19472) [il più brillante allievo di Cardano, giunto da lui come garzone servitore e divenuto un valente matematico], destinato a giocare un ruolo di primo piano nella pubblica disputa con Tartaglia sulla soluzione dell’equazione cubica (fr:19473).
Lo scopo dichiarato è simile a quello di Proclo, ma con più baldanza giovanile che reale utilità: «It was thus with an aim similar to that of Proclus, but with more of a youthful boastfulness than obvious usefulness, that I and Ludovico Ferrario discovered in a few days the way in which everything proved by Euclid could be perfectly shown by us, by altering the breadth of the compasses (at whatever breadth), away from the opposing and invariable proposed breadth – except for the inscription and circumscription of circles» (“It was thus with an aim similar to that of Proclus, but with more of a youthful boastfulness…” – fr:19459 [Fu così, con un intento simile a quello di Proclo, ma con più giovanile vanteria che evidente utilità, che io e Ludovico Ferrari scoprimmo in pochi giorni il modo in cui tutto ciò che è dimostrato da Euclide poteva essere da noi perfettamente mostrato, alterando l’apertura del compasso – a qualsiasi ampiezza – allontanandoci dall’ampiezza fissa e invariabile proposta, eccetto per l’iscrizione e la circonscrizione di cerchi]). Ferrari aveva già stampato la dimostrazione in forma tipografica, ma Cardano sospetta che quel lavoro, scritto per spirito di competizione, non sarebbe sopravvissuto, poiché «it includes almost nothing else of note» (fr:19460) [non contiene quasi nient’altro di notevole]. Decide perciò di incorporarlo nel De Subtilitate «in order to prevent the demise one day of such a rare instance of subtlety, to add this here once more» (“Hence I would reckon it worth the effort… to add this here once more” – fr:19462 [Perciò ritengo valga la pena di aggiungerlo qui ancora una volta, per evitare che un giorno scompaia un così raro esempio di sottigliezza]).
Da qui prende avvio una risistemazione minuziosa delle prime proposizioni euclidee, che Cardano riordina e rinomina fondandosi sull’uso di due cerchi tracciati con la medesima apertura di compasso. La quarta proposizione del libro I di Euclide (criterio di congruenza lato‑angolo‑lato) non richiede l’aiuto di alcuna proposizione precedente (fr:19465) e perciò diventa la «prima» di Cardano. La quinta (uguaglianza degli angoli alla base del triangolo isoscele) è la «seconda» (fr:19466). Il metodo è esposto con chiarezza nel caso della bisezione dell’angolo, che Cardano numera come propria quarta (corrispondente alla nona di Euclide): «So with the lines containing the angle made equal in relation to the prearranged width of the compasses, I shall draw two circles at the given compass width, with centres at the ends of the lines, intersecting each other at a forward and reverse angle, and with lines drawn to that intersection from the centres of the circles, and then from intersection to intersection from the third of these, and from the definition of a circle the proposition is instantly evident» (“So with the lines containing the angle made equal…” – fr:19479 [Così, rese uguali le linee che contengono l’angolo in relazione all’apertura di compasso prefissata, traccerò due cerchi con la data apertura, centrati agli estremi delle linee, che si intersecano ad angolo opposto e concorde; tracciate le linee dai centri a quella intersezione, e poi da intersezione a intersezione secondo la terza di queste, la proposizione risulta subito evidente dalla definizione del cerchio]). Se qualcuno obiettasse che i cerchi potrebbero non intersecarsi, Cardano replica che «by drawing a straight line between the ends of the lines containing an angle, we will repeat circles at each end so often till ultimately they either intersect each other or touch» (fr:19480) [tracciando una retta tra gli estremi delle linee che contengono l’angolo, ripeteremo i cerchi a ogni estremità tanto spesso che alla fine essi si intersecano o si toccano].
La corrispondenza tra le due numerazioni si fa tuttavia intricata e non esente da contraddizioni. Cardano dapprima dichiara che la sua quarta sarà l’ottava di Euclide, ma subito dopo la identifica con la nona (bisezione dell’angolo). L’apparato critico moderno mette in luce l’ambiguità: «This is confusing, partly because two sets of numbers for the propositions are now offered: that of Euclid and that of Cardano» (fr:19489) [Ciò è fonte di confusione, in parte perché ora sono offerte due serie di numeri per le proposizioni: quella di Euclide e quella di Cardano], precisando che Euclide I.8 è il terzo criterio di congruenza (LLL) e I.9 è la bisezione dell’angolo, mentre la costruzione con cerchi intersecanti appartiene a I.1 e quella con cerchi tangenti a I.2 (fr:19490‑19495). La confusione si riverbera anche sulla tavola originale delle corrispondenze pubblicata nel testo, dove la colonna di destra era slittata in alto di una posizione; l’errore è stato individuato e corretto, come segnalato con gratitudine dall’editore: «I am indebted to Dr Jackie Stedall for pointing out these corrections» (fr:19538) [Sono debitore alla dott.ssa Jackie Stedall per aver segnalato queste correzioni].
Proseguendo, la «quinta» di Cardano è Euclide I.10 (bisezione di un segmento) – «To bisect a given finite straight line» (fr:19496) – mostrata appoggiandosi alla precedente. La «sesta» è Euclide I.11 (perpendicolare da un punto su una retta), in cui si prende l’apertura del compasso e, per mezzo di semibisezioni, si fa sì che i cerchi intersecandosi diano la perpendicolare (fr:19482‑19500). L’operazione di tagliare da un segmento maggiore una parte uguale a uno minore (parte della I.3 di Euclide) diventa la «decima» cardaniana: quando due linee disuguali si toccano, diviso l’angolo che esse formano con una linea indefinita, si traccia un cerchio con centro sull’estremo della linea minore e lo si fa cadere sull’estremo di essa; il cerchio taglierà la linea maggiore nel punto di uguaglianza (fr:19502‑19504). Se il cerchio non raggiungesse il punto voluto, si bisecano ripetutamente gli angoli finché l’intersezione sia possibile (fr:19506).
L’autore avverte che il trasporto di triangoli è permesso soltanto in sede teorematica, «only in theorems, to reach the proof» (fr:19519) [solo nei teoremi, per conseguire la dimostrazione], a scanso di illegittimi impieghi costruttivi. La sistemazione si estende fino a coprire la venticinquesima proposizione di Cardano, corrispondente alla XXIII di Euclide (costruzione di un angolo uguale a un dato), sempre manipolando cerchi intercettati sulla base di un segmento opportunamente ritagliato (fr:19539‑19543). Le proposizioni XXVI e seguenti di Euclide, insieme con le cinque successive, sono ricondotte alla numerazione cardaniana a partire dalla ventesima (fr:19523).
Nel complesso, il passo del De Subtilitate testimonia un momento di fervida competizione intellettuale nel Cinquecento: il sodalizio fra Cardano e l’ex servo Ferrari, la sfida con Tartaglia, l’ambizione di rifondare la geometria euclidea riducendo lo strumentario a un compasso ad apertura variabile, e la convinzione che ogni «istanza di sottigliezza» meriti di essere preservata, anche quando appare più un prodigio giovanile che un contributo duraturo.
[25.2/7-97-19544|19640]
78 La riconfigurazione degli Elementi di Euclide nel XV libro del De Subtilitate di Gerolamo Cardano
Nel quindicesimo libro del De Subtilitate, Cardano espone un ambizioso programma di rifondazione della geometria euclidea, ricavando l’intero apparato dei primi sei libri degli Elementi (e parte dei successivi) a partire da un ridotto nucleo di proposizioni proprie e da costruzioni eseguite con un compasso ad apertura fissa. Il brano è costellato di rimandi interni alla sua numerazione progressiva – la sesta, la tredicesima, la venticinquesima proposizione – e mostra come ogni teorema euclideo venga riposizionato in una catena deduttiva alternativa, spesso servendosi di “comuni opinioni dell’animo” e di procedure che non richiedono il trasporto di distanze.
L’impresa prende avvio da una serie di costruzioni triangolari.
Cardano annuncia:
“Then we will prove the sixth in the position of the
twenty-sixth very easily from the thirteenth by a proof which reduces
its contradictory to the impossible” – (fr:19544)
[Dimostreremo poi la sesta al posto della ventiseiesima molto facilmente
a partire dalla tredicesima, con una prova che riduce la sua
contraddittoria all’impossibile].
Subito dopo descrive la costruzione di un nuovo triangolo con base
uguale a quella del triangolo di partenza e angoli alla base
corrispondenti:
“I will create another triangle from the previous one, with a
base equal to the base, and angles above its base equal to the angles
above the base of the proposed triangle” – (fr:19545)
[Creerò un altro triangolo dal precedente, con base uguale alla base e
angoli sopra la base uguali agli angoli sopra la base del triangolo
proposto].
Sovrapponendo le basi e applicando due volte una delle prime
proposizioni di Euclide,
“from the common opinions of the mind, that by placing them
the other way round, the sides are shown to be equal” –
(fr:19546) [dalle comuni opinioni dell’animo, che disponendoli in modo
contrario si mostrano i lati uguali].
L’espressione latina che soggiace a quest’ultima è “per
communes animi sententias” – (fr:19552) [secondo le comuni
opinioni dell’animo], a indicare una classe di principi evidenti di per
sé.
A consolidare il procedere, Cardano mostra come ottenere un triangolo
equilatero sfruttando l’apertura del compasso, evitando il postulato del
trasporto delle distanze:
“making an equilateral triangle near the compass’s breadth in
the same way as Euclid, but at the ends of the given line” –
(fr:19548) [costruendo un triangolo equilatero in prossimità
dell’apertura del compasso, allo stesso modo di Euclide, ma agli estremi
della linea data].
Tale tecnica, che ricorre più volte, è un elemento peculiare del sistema
cardaniano. Poco oltre, per inscrive una corda di lunghezza assegnata,
imposta una linea
“established to be of the width of the compasses set out at A,
so as to be of the radius of the circle in which a line is to be
inscribed” – (fr:19594) [stabilita essere della larghezza
del compasso fissata in A, in modo da corrispondere al raggio del
cerchio in cui la linea deve essere inscritta].
Il recupero dei teoremi euclidei segue un ordine selettivo. Del primo
libro degli Elementi sono dimostrati via via tutti i teoremi,
tranne la ventiduesima proposizione, che viene rinviata:
“after this it will be open to us to go ahead right to the
last proposition of the first book, leaving behind only the
twenty-second” – (fr:19559) [dopo di che ci sarà possibile
procedere fino all’ultima proposizione del primo libro, lasciando
indietro solo la ventiduesima].
Il secondo libro segue interamente, fatta eccezione per l’ultima
proposizione. Del terzo libro, Cardano tratta le prime sedici
proposizioni e la prima parte della trentunesima (l’angolo nel
semicerchio è retto), che rinomina trentaquattresima, e più avanti
aggiunge la diciassettesima, dedicata alla costruzione della tangente a
un cerchio. Quest’ultima è ottenuta tramite una complessa sequenza di
passaggi: traccia una retta per il centro, individua una linea
intermedia secondo la sua trentacinquesima, erige una perpendicolare di
lunghezza pari al raggio e chiude il triangolo; quindi, grazie alle
proposizioni 6 del secondo libro e 47 del primo degli Elementi,
unitamente al fatto che “the angle at the base adjoining the
circumference is a right angle, and from the sixteenth of the third book
of the Elements, the line when extended is tangential” –
(fr:19578) [l’angolo alla base adiacente alla circonferenza è retto e,
per la sedicesima del terzo libro degli Elementi, la retta prolungata è
tangente].
Nel trattare il quarto libro, Cardano dichiara i limiti del suo
metodo:
“it will not be permissible to circumscribe or inscribe a
circle, but only to find a centre, and to construct actual equilateral
and equiangular figures” – (fr:19634) [non sarà possibile
circoscrivere o inscrivere un cerchio, ma solo trovare il centro e
costruire effettivamente figure equilatere ed equiangole].
Ciononostante riesce a dimostrare la decima proposizione del quarto
libro (il triangolo con gli angoli alla base doppi dell’angolo al
vertice, fondamento per il pentagono regolare), attraverso una divisione
in media ed estrema ragione e la similitudine di triangoli, concludendo
che “DCB is equal to both, and so is double in relation to
A” – (fr:19632) [Dunque DCB è uguale a entrambi, e quindi è
doppio rispetto ad A].
Una parte considerevole del testo è dedicata alla costruzione del
triangolo a partire da tre rette date (Euclide I.22), che diviene la sua
quarantaduesima proposizione. La dimostrazione è un esempio della
padronanza cardaniana delle proporzioni: assunte tre linee A, B, C (con
la condizione che due qualunque siano maggiori della terza), impiega il
cerchio e la ricerca di una quarta proporzionale tramite il dodicesimo
del sesto libro già provato, suddivide segmenti, sfrutta la
venticinquesima del quinto libro per garantire che un punto cada fuori
dal cerchio, e infine costruisce un triangolo i cui lati corrispondono
alle linee date, appoggiandosi alla similitudine e alle definizioni di
proporzionalità. Il passaggio si chiude trionfalmente:
“the sides B and C will be equal, which was what was
proposed” – (fr:19628) [i lati B e C saranno uguali, il che
era quanto proposto].
Il resoconto documenta anche le incertezze testuali e le revisioni editoriali. La nota “The first dozen words here are a revision first appearing in 1560 of the fewer words of 1554” – (fr:19553) [Qui le prime dodici parole sono una revisione apparsa per la prima volta nel 1560 delle meno parole del 1554] rivela la stratificazione delle edizioni. Inoltre, l’annotazione “What the phrase here means is unclear” – (fr:19556) [Non è chiaro cosa significhi qui la frase] e il commento “Obscure” – (fr:19598) [Oscuro] segnalano punti rimasti ambigui anche per i curatori moderni.
Nel complesso, il brano offre una testimonianza storicamente
significativa del tentativo rinascimentale di riorganizzare il sapere
matematico su basi più economiche e operative. Cardano non si accontenta
di commentare Euclide, ma lo riscrive quasi per intero, mantenendo –
com’egli stesso afferma – l’impianto dimostrativo euclideo per i libri
che non dipendono dai precedenti, come il quinto, e spingendosi fino a
dichiarare coperto l’insegnamento euclideo
“right to the close of the sixth or ninth book” –
(fr:19634) [fino alla fine del sesto o nono libro]. L’enfasi sulla
costruibilità tramite un compasso a apertura fissa e sulle “comuni
opinioni dell’animo” colloca l’opera nel vivo del dibattito
cinquecentesco sui fondamenti della geometria e sulla legittimità degli
strumenti meccanici nella dimostrazione matematica.
[25.3/7-97-19641|19737]
79 La geometria del cerchio e delle sezioni coniche nel De Subtilitate di Cardano
Il brano, tratto dal Libro XVI del De Subtilitate di
Girolamo Cardano, conclude una lunga disamina sulla costruzione delle
figure piane e introduce le «sessanta proprietà delle
figure». Cardano liquida le complicate costruzioni euclidee e
ipsiclee come esibizioni di talento sostanzialmente inutili:
“But these (as they stand here) and similar discoveries were
made to show off one’s talent, and were virtually useless.”
– (fr:19646) [Ma queste (come sono presentate qui) e simili scoperte
furono fatte per ostentare il proprio ingegno, ed erano praticamente
inutili.]
Al contrario, le proprietà che egli elenca “are not without
usefulness” (fr:19650). La trattazione muove da una
gerarchia quasi naturale fra le linee: il cerchio, generato «dal
moto di un’asta rigida fissata a un’estremità», e la retta, che
si produce «per estensione rettilinea» o per il moto di un
piano, sono i due estremi tra i quali stanno tutte le altre linee,
composite e intermedie (fr:19651-19655). Cardano osserva che
“a straight thing comes before a circular one in technique,
but a circular one comes before by nature” – (fr:19653) [la
cosa rettilinea precede quella circolare nella tecnica, ma quella
circolare precede per natura],
e che solo le figure circolari e rettilinee hanno un fondamento
definito, mentre le altre dipendono da una generazione successiva, come
la superficie del cono dalla retta e la parabola dal cono (fr:19656). La
semplicità massima appartiene al rotondo:
“the simplest thing is what is rounded, such as the sphere
among the bodies, and the circle among the surfaces” –
(fr:19658) [la cosa più semplice è ciò che è rotondo, come la sfera tra
i corpi e il cerchio tra le superfici].
Tra le dodici proprietà del cerchio che seguono (fr:19659), spiccano
il teorema delle corde che si intersecano, con i rettangoli delle loro
parti in proporzione uguale (fr:19660, corrispondente a Euclide III.35),
e la proprietà del quadrilatero inscritto, i cui angoli opposti sono
supplementari (fr:19661). Cardano enuncia poi un lemma fondamentale, che
corrisponde al teorema di Tolomeo:
“And two rectangles of the same, existing from opposite sides,
are likewise accepted as equal to the rectangle of the diameters of the
quadrilateral.” – (fr:19670) [E due rettangoli dello stesso,
formati dai lati opposti, sono parimenti considerati uguali al
rettangolo dei diametri del quadrilatero.]
Una formulazione immediatamente successiva appare ambigua –
“The two opposite sides of a quadrilateral inscribed in a
circle are equal to the two remaining opposite sides”
(fr:19671) – ma le note chiariscono che si tratta proprio del rettangolo
delle diagonali uguale alla somma dei rettangoli dei lati opposti (cfr.
fr:19678-19679). Il cerchio è inoltre “the most capacious of
the figures in respect of its circumference” (fr:19672), e
le figure in esso inscritte sono le più capienti a parità di lati,
risultando equiangole se equilatere (fr:19673). Viene ricordata
l’esistenza del centro come punto equidistante da ogni punto della
circonferenza (fr:19674) e la proprietà della tangente e della secante
da un punto esterno, per cui il rettangolo dell’intera secante e della
sua parte esterna è uguale al quadrato della tangente (fr:19675). Una
proprietà più tarda, ottenuta suddividendo un quarto di circonferenza e
tracciando perpendicolari a un diametro esterno, è descritta come
“tortuous and unclear” (fr:19683) dagli stessi
annotatori, e Cardano conclude che alcune di queste caratteristiche sono
comuni al cerchio, all’iperbole e all’ellisse (fr:19678).
Il discorso si sposta quindi sui solidi di rotazione. La rotazione di un semicerchio attorno al diametro genera la sfera; una porzione minore di un semicerchio produce un corpo simile a un uovo, detto ovale; una porzione maggiore non ha nome (fr:19688-19690). Un quadrilatero rettangolare ruotato forma un cilindro, o colonna (fr:19691), mentre un triangolo rettangolo con un cateto fisso genera un cono retto (fr:19692). In base al rapporto tra i cateti si distinguono tre tipi: cono rettangolo (cateti uguali), cono acuto (cateto maggiore fisso) e cono ottuso (cateto maggiore ruotato) (fr:19694-19696). Il termine «retto» serve a separare questi coni a base circolare da quelli a vertice inclinato (fr:19697). Viene definito il vertice come “the topmost point of a cone” e l’asse come la linea dal vertice al centro della base (fr:19699-19700). Sezionando il cono con un piano passante per l’asse, si ottiene un triangolo isoscele diviso dall’asse in due triangoli rettangoli uguali e equiangoli al triangolo generatore; nel testo si fa riferimento a una prima figura in cui il triangolo ADC, ruotando, forma il cono ABC con base il cerchio BECF (fr:19701-19710).
Il cuore del brano è la generazione delle sezioni coniche, ottenuta intersecando un cono retto con un piano perpendicolare al triangolo assiale e passante per un punto G esterno al vertice. Se il piano è parallelo alla base, la sezione è un cerchio (prima figura; fr:19713). Se il piano taglia entrambi i lati del triangolo ma è inclinato rispetto alla base, si forma un’ellisse (seconda figura), chiamata defect – mancanza – perché, a differenza delle due seguenti, non può estendersi all’infinito (fr:19716, 19725). Quando l’asse della figura racchiusa è parallelo al terzo lato del triangolo, si ha la parabola (terza figura): “this figure will be called a parabola, that is, ‘out of the region,’ because however much it is extended with the cone itself, it is always out of the region of the other side” – (fr:19727) [questa figura sarà chiamata parabola, cioè «fuori dalla regione», perché per quanto venga estesa insieme al cono stesso, resta sempre fuori dalla regione dell’altro lato]. Se infine il piano non taglia il lato opposto dentro il cono né è parallelo all’asse (altrimenti sarebbe parabola), ma lo incontra all’esterno del cono, si origina l’iperbole (quarta figura), detta eccesso, perché l’angolo fra l’asse della figura e il lato del triangolo è maggiore che nella parabola (fr:19729-19733). Cardano sottolinea che da un solo cono non si possono ottenere più di queste quattro figure. Una quinta possibilità si ha con due coni equiangoli opposti al vertice, che generano due iperboli; Apollonio le chiamava «opposte», e la quinta figura le illustra (fr:19734).
L’intero passo testimonia la ripresa rinascimentale della geometria classica, coniugando Euclide, Ipsicle e Apollonio a un’impostazione generativa e descrittiva. Cardano non si limita a elencare teoremi, ma introduce definizioni cinematiche, gerarchie tra linee e solidi, e una classificazione delle coniche basata sull’inclinazione del piano secante rispetto ai lati del cono, offrendo un quadro unitario che anticipa sviluppi successivi.
[25.4/7-97-19738|19834]
80 Geometria delle sezioni coniche e della spirale nel De Subtilitate di Cardano
Dalle proprietà fondamentali dell’iperbole alla costruzione empirica degli asintoti, fino alle peculiarità di ellisse, parabola e spirale: un’esposizione che intreccia Apollonio e Archimede con dimostrazioni originali e verifiche pratiche.
Il testo presenta un’esposizione compatta delle proprietà delle sezioni coniche e della spirale, radicata nella tradizione di Apollonio e Archimede, ma rielaborata attraverso dimostrazioni originali e un approccio concreto. L’autore ricorda innanzitutto che Apollonio, nelle sue Coniche, espose «le proprietà fondamentali delle sezioni coniche in modo più completo e generale rispetto ai suoi predecessori» - (fr:19738) [“His Conics expounded more fully and generally than his predecessors had done the fundamental properties of the conic sections.”]. Il cono stesso può essere concepito in due modi: come superficie generata da una linea che si estende indefinitamente da un punto, producendo un cono singolo, oppure come generato da una linea rotante attorno a un punto fisso su un cerchio, generando così «coni gemelli uniti nel punto ancorato» - (fr:19742) [“Then the cone generated is twin cones linked at the anchored point.”].
L’attenzione si concentra presto sull’iperbole, i cui elementi caratteristici vengono illustrati anche con rinvii interni all’opera. La porzione dell’asse compresa tra il vertice e il punto d’incontro con il lato opposto del triangolo secante è detta versa, e il suo punto medio è il centro: «A è chiamata la “versa”, e L il centro dell’iperbole» - (fr:19748) [“And you have an instance in the fourth figure: A is called the ‘versa,’ and L the hyperbola’s centre.”]. Tre sono le proprietà salienti di questa curva: la costanza dei rettangoli formati dalle linee condotte dai punti della periferia agli asintoti paralleli tra loro; l’esistenza di due linee complanari, una retta e un ramo d’iperbole, che «continueranno sempre ad avvicinarsi, senza mai toccarsi» - (fr:19750) [“they will always keep nearing one another, yet never touch”]; e, come conseguenza, che si possono trovare due linee le quali, pur prolungate all’infinito, «non saranno mai più vicine di mille stadi, per esempio» - (fr:19751) [“they will never be nearer than a thousand stades, for instance”].
La dimostrazione del secondo carattere, pur essendo già stata fornita da Apollonio, è affrontata con una costruzione basata su un cono e un piano tangente. Cardano cita esplicitamente la sua fonte indiretta: un’esposizione di Rabbi Moyses di Narbonne che commenta un passo del Guide for the Perplexed di Maimonide, il quale afferma che «ci sono alcune cose che possono essere comprese ma non immaginate» - (fr:19757) [“There are some things that can be understood yet not imagined”]. Data una superficie conica convessa ABCD e un piano K tangente lungo la generatrice AC, esteso all’infinito, si dimostra che K tocca il cono soltanto in quella linea; se toccasse altrove, per esempio in G, le intersezioni violerebbero teoremi di Euclide: «poiché questa linea tocca già la circonferenza del cerchio nella linea AC, per quanto Euclide ha dimostrato nel terzo libro degli Elementi, essa cadrà fuori dalla circonferenza del cerchio VXG» - (fr:19762) [“so since this line already touches the circle’s circumference in the line AC, from what Euclid proved in the third book of the Elements it will fall outside the circumference of the circle VXG”]. Si prende poi una retta EF parallela ad AC sul piano K, e un piano H perpendicolare a K che taglia il cono generando una curva. La porzione di superficie conica intercettata da H è un’iperbole e il segmento GS ne costituisce il lato. Poiché GS giace in H come EF, e si è dimostrato che K non tocca il cono fuori da AC, le due linee non potranno mai incontrarsi, neppure prolungate all’infinito.
La prova che la distanza tra EF e GS diminuisce procede per via geometrica. Presi i cerchi paralleli alle basi e tracciate le tangenti LT e OM nei piani delle sezioni, si stabilisce l’uguaglianza dei rettangoli TR·TS e MN·MG, grazie all’uguaglianza dei quadrati sulle tangenti. Ne segue il rapporto ST : GM = MN : TR. Poiché MN > TR, risulta ST > GM. Abbassate le perpendicolari SY e GZ su EF, dalla similitudine dei triangoli STY e GMZ si ha ST : GM = SY : GZ. Essendo ST > GM, si conclude che SY > GZ: la distanza di S da EF è maggiore della distanza di G dalla stessa retta, quindi «il punto G è più vicino alla linea EF rispetto al punto S, che è ciò che si doveva dimostrare» - (fr:19788) [“so the point G is closer to the line EF than is the point S, which was what was to be proved”]. Cardano non si limita al rigore deduttivo: di fronte a chi accettava catene errate di ragionamento, ricorse a un modello materiale. «Così feci un cono da una rapa, come consiglia Rabbi Moyses, e feci le superfici K e H di carta, e quando furono tracciate le linee AC, EF, SG, le linee EF e SG risultarono non incontrarsi, come potete vedere a lato» - (fr:19789-19791) [“So I made a cone from a turnip, as Rabbi Moyses advises, and made the surfaces K and H from paper, and when the lines AC, EF, SG were drawn, the lines EF and SG turned out not to meet, as you can see at the side.”].
L’ellisse gode di due proprietà fondamentali. La prima riguarda il rapporto tra la sua area e quella di un cerchio: «il suo rapporto con la superficie di un cerchio è come quello del rettangolo dei diametri dell’ellisse rispetto al rettangolo dei diametri del cerchio, che è un quadrato» - (fr:19793) [“its ratio to the surface of a circle is as that of a rectangle of the diameters of the ellipse to the rectangle of the diameters of the circle, which is a square”]. In termini moderni, se a e b sono i diametri minore e maggiore dell’ellisse, e d il diametro del cerchio, le aree stanno tra loro come nab/4 e nd²/4. La seconda proprietà discende dalla prima: il rapporto tra due ellissi è uguale al rapporto tra i rettangoli contenuti dai loro diametri.
La parabola possiede sei proprietà specifiche. La prima stabilisce che il rapporto tra parti dell’asse corrisponde al rapporto tra i quadrati delle perpendicolari condotte dai punti stessi alla circonferenza. La seconda introduce il concetto di ordinata e di latus rectum: «la perpendicolare stessa sarà chiamata latus rectum della parabola, e questa avrà sempre una proporzione dall’asse alla circonferenza simile a quella della perpendicolare stessa rispetto alla parte dell’asse che giace tra la perpendicolare e il vertice della sezione; queste linee perpendicolari sono chiamate ordinate» - (fr:19804) [“the perpendicular itself will be called the latus rectum of the parabola, and this will always be having a proportion from the axis to the circumference like that of the perpendicular itself to the part of the axis that lies between the perpendicular itself and the section’s vertex; these perpendicular lines are called ordinates”]. La terza riguarda la tangente e le sue parallele tagliate in parti uguali da una parallela all’asse. La quarta e la quinta, non numerate esplicitamente, affermano che porzioni con diametri uguali sono uguali e che l’area della parabola è pari a un rettangolo avente per base l’intera base e per altezza due terzi dell’asse. La sesta descrive la proporzione che si genera quando tre tangenti intersecano la periferia della parabola.
Infine la spirale, con sei proprietà desunte dalle opere di Archimede. La prima riguarda la tangente condotta dal termine della spirale: essa incontra una perpendicolare tracciata dal punto iniziale, intercettandone un segmento che ha una proporzione con la circonferenza di un cerchio dello stesso ordine seguendo la serie dei numeri naturali. Ne consegue che la porzione di spirale del primo giro è uguale alla circonferenza del primo cerchio, quella del secondo giro è doppia, del terzo tripla, e così via. La seconda proprietà estende questo comportamento a una tangente condotta da un punto qualsiasi della prima spirale. La terza presenta gli intervalli della spirale: «il primo è di unità, il secondo di sei dello stesso genere, il terzo di dodici, il quarto di diciotto, e così via in aggiunta continua di sei» - (fr:19831) [“the first is of unity, the second of six of a kind, the third of twelve of a kind, the fourth of eighteen of a kind, and so on in continued addition of six of a kind”]. La quarta riguarda il rapporto tra un qualsiasi cerchio e l’intervallo della sua spirale, espresso mediante il quadrato del raggio e un rettangolo formato dal raggio e dalla linea della spirale precedente, più un terzo del quadrato del raggio del cerchio che avvolge la prima spira. La quinta proprietà mette in proporzione il settore di un cerchio circoscritto a una porzione di spirale con la porzione stessa, mediante il quadrato del raggio e un rettangolo di segmenti lineari.
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81 Geometria e proporzioni nel Libro XVI del De Subtilitate: il compendio archimedeo di Cardano
Il testo raccoglie sessanta proprietà geometriche, in gran parte derivate da Archimede, esposte da Girolamo Cardano con l’intento di mostrare l’eleganza e la profondità della scienza delle figure; vi si innestano osservazioni personali, come la “proportio reflexa”, e note moderne che ne illuminano le fonti e le oscurità.
La sezione si apre con le proprietà della spirale di Archimede. Cardano ne riporta i risultati secondo la numerazione originale: la “seconda proprietà” corrisponde alla Proposizione 20 archimedea “The portion of Cardano’s account (the ‘second property’) now following represents the original Proposition 20 of Archimedes.” – (fr:19837) [La parte del resoconto di Cardano (la ‘seconda proprietà’) che segue rappresenta l’originale Proposizione 20 di Archimede.]. Viene descritto il comportamento della perpendicolare OB che incontra la tangente al termine di ogni giro: al secondo giro OB′ è il doppio della circonferenza del secondo cerchio (fr:19835), e in generale, dopo n giri, si ha OB = n c′, dove c′ è la circonferenza dell’n-esimo cerchio (fr:19836).
L’area dei giri della spirale è trattata con le Proposizioni 24, 25, 27 e La prima area R₁ è un terzo del “primo cerchio” (fr:19844). Le successive corone di area seguono rapporti semplici: R₂ = 6 R₁, e per le successive R₃ = 2 R₂, R₄ = 3 R₂… fino a Rₙ = (n–1) R₂ (fr:19843). Sulla seconda corona, Archimede (Prop. 25) aveva stabilito che il suo rapporto con il cerchio di raggio 4πa è di 7 a 12 “the area of the ring added while the radius vector describes the second turn … is to the circle with radius 4πa in the ratio of … 7:12” – (fr:19846) [l’area della corona aggiunta mentre il raggio vettore descrive il secondo giro … sta al cerchio di raggio 4πa nel rapporto di 7 a 12], sebbene Cardano non menzioni il valore numerico del rapporto (fr:19847). La sesta proprietà speciale, corrispondente alla Proposizione 28, descrive il settore di spirale compreso fra due cerchi i cui raggi crescono per rotazione, suddividendo l’area in due parti il cui rapporto dipende dal raggio minore e dalla differenza dei raggi “The sixth special property is that when you cut off a sector with a smaller circle … the proportion of the outer of these to the inner is as that of the lesser radius with twice a third part of the difference of the radii to the radius of the lesser with a third part of the difference of the actual radii.” – (fr:19849) [La sesta proprietà speciale è che quando si taglia un settore con un cerchio minore … la proporzione della parte esterna rispetto all’interna è come quella del raggio minore con due terzi della differenza dei raggi al raggio minore con un terzo della differenza stessa.]. La comprensione di questo passo è affidata alla figura nella History of Greek Mathematics di Heath (fr:19859).
Fra le figure rettilinee, Cardano richiama la somma degli angoli esterni (sempre quattro retti) e la formula per gli angoli interni (pari a tanti retti quanti il doppio del numero dei lati meno quattro), basata sulla divisione in triangoli (fr:19850‑19852). Per l’area del triangolo fornisce una descrizione che corrisponde alla formula di Erone, ma senza estrarre la radice quadrata: “the area is equal to the product of half the sum of all the sides and the difference of any side from the same half, by multiplying everything at once, not linking them, so that three multiplications take place” – (fr:19853) [l’area è uguale al prodotto della metà della somma di tutti i lati per la differenza di ciascun lato dalla stessa metà, moltiplicando tutto in una volta, non unendo, così che risultino tre moltiplicazioni]. La nota moderna osserva che l’unica parte assente dalle parole di Cardano è la radice quadrata, e si chiede se egli l’abbia semplicemente omessa (fr:19860‑19861). Si ricorda poi che la formula fu elegantemente dimostrata da Erone di Alessandria, ma non fu menzionata da Regiomontano nel De triangulis omnimodis (1464) (fr:19862‑19864).
Passando ai poligoni regolari, il testo enuncia proprietà notevoli. Nel quadrato, il lato è medio proporzionale fra la somma e la differenza della diagonale: “the side lies in mean proportion between the aggregate from its diameter and between the difference of the same” – (fr:19854) [il lato sta in proporzione media fra la somma della diagonale e la differenza della stessa.], ossia (√2+1) : 1 = 1 : (√2−1) (fr:19866‑19867). Per il pentagono regolare, il lato è la parte maggiore di un segmento diviso secondo la proporzione con medio e due estremi (la sezione aurea) in confronto alla linea sottesa da due lati del pentagono stesso (fr:19856 e 19868). Per l’esagono regolare, il lato uguaglia il raggio del cerchio circoscritto (fr:19869), poiché ogni lato sottende 60° al centro (fr:19875).
Più problematica è la trattazione dell’ettagono. Cardano vi si sofferma introducendo una proporzione fra il lato, la linea sottesa da due lati e quella sottesa da tre lati: “Heptagoni vero latus, et linea, quae duobus eiusdem lateribus, ac linea, quae tribus pariter subtenditur constituunt trigonum … cuius proportio aggregati ex latere et subtensa tribus ad subtensam duobus; est ut subtensae duobus ad latus eiusdem, ac rursus lateris, et subtensae duobus ad subtensam tribus, est ut subtensae tribus ad lineam subtensam duobus eiusdem heptagoni lateribus.” – (fr:19876) [Il lato dell’ettagono e la linea sottesa da due suoi lati e la linea sottesa da tre lati formano un triangolo … la cui proporzione della somma del lato e della sottesa a tre rispetto alla sottesa a due è come la sottesa a due sta al lato, e di nuovo la somma del lato e della sottesa a due sta alla sottesa a tre come la sottesa a tre sta alla linea sottesa da due lati dello stesso ettagono.]. La nota moderna confessa di non riuscire a seguire il ragionamento e fornisce i valori approssimati delle corde (per lato unitario, circa 1,802 e 2,247) (fr:19877‑19878). L’interesse di Cardano per l’ettagono aveva anche un risvolto cosmologico (sette pianeti), che irritò Keplero, sostenitore del numero sei (fr:19879‑19880). È proprio in questo contesto che Cardano introduce la sua “proportio reflexa”, da lui inventata e utile per districare i lati dell’ettagono (fr:19828‑19829).
La parte solida è dominata dalla sfera e dai corpi di rotazione. L’ambito (superficie) della sfera è quattro volte l’area del suo cerchio massimo (fr:19872, identità 4πr²). La sfera è l’unico corpo in grado di circoscrivere ed essere inscritto nei cinque solidi platonici, i soli ad avere facce, angoli solidi e spigoli tutti uguali (fr:19873, 19883‑19884). Per i segmenti sferici, la superficie convessa è proporzionale allo spessore del segmento, e il suo valore uguaglia l’area del cerchio di base moltiplicata per la distanza dal vertice al centro di quel cerchio (fr:19874, 19885‑19892). Il volume di un segmento sferico si esprime mediante una combinazione di quadrati e metà dell’asse; un cono con la stessa base e altezza opportuna è equivalente alla porzione sferica (fr:19887‑19888). Ne segue che la sfera è quattro volte il cono con base il cerchio massimo e altezza pari al raggio (fr:19889, 19895‑19896). Un settore sferico (corpo terminato al centro e con base una porzione di superficie sferica) è uguale a un cono con altezza il raggio e base uguale alla superficie del settore, in accordo con il “teorema della scatola cilindrica” di Archimede (fr:19890, 19897‑19898).
I conoidi e gli sferoidi seguono i risultati archimedei. Il conoide rettangolo (paraboloide di rotazione) tagliato da un piano ha la porzione al vertice pari a una volta e mezzo il cono con la stessa base e asse (fr:19900); porzioni di conoidi rettangoli stanno fra loro come i quadrati degli assi (fr:19901). Per il conoide ottusangolo (iperboloide), il rapporto fra il segmento e il cono di pari base e asse è (AD + 3CA) : (AD + 2CA), dove AD è l’asse del segmento e CA il semiasse dell’iperboloide (fr:19902, 19911‑19912). Negli sferoidi, tagliati per il centro, ciascun segmento è doppio del cono circoscritto (fr:19903, 19914‑19915); se il taglio non passa per il centro, il rapporto coinvolge metà dell’asse e l’asse del segmento rimanente (fr:19904, 19915). Come quarta proprietà, un segmento di sferoide e un segmento di sfera con uguale altezza e base sono equivalenti (fr:19905). Il cilindro, infine, è triplo del cono di uguale base e altezza, e vale una volta e mezzo la sfera se il suo diametro e il cerchio massimo coincidono (fr:19907‑19916, 19930‑19931).
A conclusione, Cardano enumera sessanta proprietà geometriche di eccezionale bellezza, ma riconosce che molte altre restano fuori perché non dimostrate, non esprimibili con il solo nome, o perché non riguardano l’uguaglianza, vero fine della geometria (fr:19917‑19920). Distingue tre metodi dimostrativi: il procedimento diretto, la riduzione all’assurdo e il “metodo della persistenza” usato da Archimede per la superficie sferica e per la parabola, consistente nel confronto con grandezze maggiori e minori o nella proporzionalità senza fine (fr:19921‑19923). La geometria è perciò la più sottile delle scienze: da pochi assiomi evidenti conduce a vertici oscurissimi (fr:19924‑19926). Non mancano tuttavia dimostrazioni incomplete e fallacie, specie nelle proporzioni di natura imperfetta come la “proportio reflexa”, che Cardano ha inventato e che qui espone perché comune a tutte le figure equilatere inscritte nel cerchio e necessaria per determinare i lati dell’ettagono (fr:19927‑19929).
Il testo, estratto dal Libro XVI del De Subtilitate nelle edizioni del 1550, 1554 e 1560, testimonia lo sforzo rinascimentale di riorganizzare e ampliare l’eredità greca, coniugando il rigore archimedeo con ambizioni originali (come la riflessione sull’ettagono e il suo significato cosmologico), mentre le annotazioni moderne – tra cui il ringraziamento alla studiosa Stedall (fr:19838) – ne mettono in luce il debito verso la History of Greek Mathematics di Heath e le difficoltà interpretative di un latino a tratti ellittico.
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82 La proporzione riflessa e l’arte risolutiva nel libro XVI del De Subtilitate
Cardano definisce la proporzione “riflessa” a partire da una relazione tra tre grandezze, la dimostra nei triangoli con un angolo doppio e la utilizza per affrontare il problema dell’eptagono regolare, offrendo al contempo un esempio insigne del metodo risolutivo caro a Galeno e mettendo in guardia contro le fallacie che insidiano il ragionamento matematico.
Il brano, tratto dal libro XVI del De Subtilitate di Gerolamo Cardano ed accompagnato da note erudite, sviluppa una trattazione che intreccia definizioni proporzionali, costruzioni geometriche e riflessioni metodologiche. Al centro si trova la nozione di proporzione riflessa (reflex proportion), introdotta come relazione fra tre termini: “of the first and second to the third was like that of the third to the second, this proportion will be called reflex” – (fr:19941) [la proporzione del primo e del secondo al terzo è come quella del terzo al secondo, questa proporzione sarà chiamata riflessa]. Un esempio numerico immediato è fornito con i valori 9, 16, 20: l’aggregato di 9 e 16 dà 25, e la proporzione 25 a 20 è uguale a quella di 20 a 16 – “Proportion 25, of the aggregate 9 and 16, to 20 which is like 20 to 16, it will be called reflex proportion” – (fr:19943). Subito dopo Cardano assegna un ordine preciso alle grandezze: “For 9 is the first quantity, 16 the second, 20 the third” – (fr:19944). La generalizzazione conduce alla proporzione due volte riflessa (twice reflex), che non si lascia illustrare con numeri interi ma “takes origin from the heptagon” – (fr:19946) [trac origine dall’ettagono], come sarà spiegato più avanti.
La natura della proporzione riflessa semplice viene fondata su un teorema geometrico. Cardano considera un triangolo ABC in cui l’angolo B è doppio dell’angolo A e dimostra, con una catena di deduzioni dal I e dal VI libro degli Elementi di Euclide, che “the proportion of the aggregate from AB, BC to the side AC which faces the double angle B is like that of AC to BC which faces the sub-double A” – (fr:19948) [la proporzione dell’aggregato di AB e BC al lato AC che fronteggia l’angolo doppio B è come quella di AC a BC che fronteggia il sotto-doppio A]. La dimostrazione sfrutta la bisezione dell’angolo B, la similitudine dei triangoli e la teoria delle proporzioni combinate. Viene inoltre precisato che in questo contesto il rapporto “doppio” va inteso come duplicato, ossia come il quadrato del rapporto semplice (nota 101).
L’applicazione alle figure inscritte nel cerchio rivela l’importanza dell’eptagono regolare. Dopo aver mostrato che in un poligono equilatero di tredici lati la relazione riflessa si manifesta tra il lato, la corda che sottende due lati e i segmenti opportuni, Cardano afferma: “But no figure is better than that of an equilateral heptagon inscribed in a circle” – (fr:19967) [Ma nessuna figura è migliore di quella di un ettagono equilatero inscritto in un cerchio]. Nell’eptagono ABCDEFG, grazie alla ripetizione del legame tra angoli doppi e archi, si ottengono simultaneamente due proporzioni riflesse: “BA and BF are to AF as AF is to AB; again, on the same reasoning AB and AF are to BF as BF is to AF” – (fr:19968). Perciò “this proportion is to be called doubly reflex” – (fr:19969) [questa proporzione deve essere chiamata due volte riflessa].
Tornando ai numeri, se si ipotizzano i lati del triangolo ABF come 9, 16 e 20, la proporzione 29 a 16 (aggregato di AB e BF ad AF) non eguaglia 16 a 9, essendo leggermente maggiore. Cardano allora ricorre alla regola di Aliza – uno strumento algebrico di cui scrisse un trattato in sessanta capitoli, connesso alla risoluzione delle equazioni cubiche – per ottenere approssimazioni più precise: “you will nearly have the position AB =200, AF=359, BF=448, or by Aliza rule with AF set, BF will be 1, R altered 7/54 in 2 1/3 m 1/3 on a first estimate” – (fr:19971). Servendosi poi del teorema di Tolomeo sui quadrilateri inscritti e di quanto esposto nell’Ars magna, mostra come si possa infine determinare il rapporto tra il diametro del cerchio e il lato dell’eptagono.
Da questa costruzione scaturisce un esempio metodologico di prim’ordine: “from this there is established a very choice example, without peer in the art of medicine, of the resolving method, which Galen so often recalled” – (fr:19983) [da ciò si stabilisce un esempio sceltissimo, senza pari nell’arte medica, del metodo risolutivo che Galeno così spesso richiamava]. L’obiettivo è inscrivere un ettagono di diametro noto; il procedimento risale dalla proporzione degli angoli alla proporzione due volte riflessa fino ai rapporti cercati. Cardano distingue nettamente il metodo risolutivo (analitico) dal metodo compositivo (sintetico): “And this is called a twice reflex proportion. Since it is made from simple reflexes, we need to show it divided. And this is the aim of the resolving method. The composite method, which we set forth in a demonstration of the sides of a heptagon, takes its start from this aim” – (fr:19987-19989) [E questa è chiamata proporzione due volte riflessa. Poiché è composta da riflesse semplici, bisogna mostrarla divisa. E questo è lo scopo del metodo risolutivo. Il metodo compositivo, che abbiamo esposto in una dimostrazione dei lati dell’ettagono, prende avvio da questo scopo]. L’intera indagine viene così presentata come un caso emblematico di resolutio, capace di gettare luce su procedimenti logici comuni anche all’arte medica.
Tuttavia, ammonisce Cardano, “in this sometimes an error arises, if someone does not pay careful complete heed” – (fr:19990) [a volte sorge un errore, se non si presta un’attenzione completa e accurata]. Vengono discusse diverse fallacie. Un primo esempio riguarda una retta condotta da un punto A su un diametro BC con una perpendicolare AD, dove si crede di poter disporre i segmenti in proporzione continua mentre “the proportion of CE to EA is less than the proportion of AE to EF” – (fr:20003) [la proporzione di CE ad EA è minore della proporzione di AE a EF], cosicché l’uguaglianza non può sussistere. Un’altra fallacia, “greater and more trying” – (fr:20010) [maggiore e più ardua], concerne gli angoli formati da una corda che ruota lungo la circonferenza: essi crescono gradualmente da acuti a ottusi senza mai divenire retti, poiché “at A and before A it is always acute, and after A is obtuse” – (fr:20022) [in A e prima di A è sempre acuto, e dopo A è ottuso]; si genera così una tendenza che sembra violare la continuità, rivelando la sottigliezza del contatto angolare. Infine, un’altra fallacia riguarda una quantità che cresce fino a più del doppio o del centuplo di un’altra, ma non la eguaglia mai lungo la crescita: “and yet before reaching this extreme quantity, never gets equal to or greater than that smaller quantity” – (fr:20024) [e tuttavia prima di raggiungere tale quantità estrema, non diventa mai uguale o maggiore di quella quantità più piccola].
Il testo, nel suo insieme, testimonia la profonda compenetrazione tra algebra, geometria euclidea e metodologia scientifica nell’opera di Cardano. Vi compaiono riferimenti eruditi a Tolomeo, Galeno e agli Elementi, insieme a notazioni che segnalano l’evoluzione redazionale del De Subtilitate (ad esempio, l’annotazione “The material from here to [B] on 989 (1560) first appears in 1554” – fr:19938). Termini tecnici latini come subduplus (sotto-doppio), resolutoria (risolutiva) e la citazione di un difficile passo “maius quidem aequalis gratia, notum autem cognito aequale” – (fr:19935) [una grazia maggiore di un uguale, e il noto uguale al conosciuto], di cui si segnala la sintassi incerta, aggiungono ulteriori strati di complessità e autenticità storica. La proporzione riflessa, con il suo raffinato legame con l’eptagono e la regola di Aliza, si rivela così non solo un episodio della teoria delle proporzioni, ma un crocevia di matematica, logica e medicina rinascimentale.
[25.7/7-97-20029|20125]
83 La sottigliezza della geometria: angoli di contatto, fallacie e l’impossibile quadratura
Cardano, nel sedicesimo libro del De Subtilitate, indaga i paradossi dell’infinitamente piccolo e i limiti della conoscenza geometrica, snodando il discorso tra la natura dell’angolo di contatto, la confutazione di fallacie logiche e la questione irrisolta della quadratura del cerchio.
L’argomentazione prende le mosse da un’acuta analisi dell’angolo formato da un cerchio e una tangente. Dopo aver stabilito, mediante tre cerchi tangenti in un punto e il ricorso al terzo libro degli Elementi di Euclide, che l’angolo BAD è almeno doppio di uno degli angoli BAC o CAD (fr:20041-20044), Cardano introduce un angolo rettilineo piccolissimo, chiamato K, visibile nell’angolo inferiore destro del diagramma (fr:20049). Con un ragionamento che richiama il paradosso di Zenone di Achille e la tartaruga (fr:20035), egli mostra che, per quanto l’angolo BAC venga continuamente raddoppiato, non eguaglierà mai la più piccola parte dell’angolo K. Una traduzione del passo recita: “oportet ut ilia minima ad duplum crescente tandem superet hanc quantitatem, et tamen non superat” – (fr:20036) [bisogna che quella minima, crescendo per raddoppiamento, alla fine superi questa quantità, e tuttavia non la supera]. La sottigliezza sta nel fatto che la continua iscrizione di cerchi in proporzione costante genera un angolo interno sempre doppio, ma comunque minore di un angolo rettilineo comunque piccolo (fr:20046).
La confutazione si completa con la costruzione di una tangente comune AH (fr:20050); poiché, per il terzo libro di Euclide, nessuna retta può cadere tra la tangente e la circonferenza, l’angolo di contatto, per quanto grande, resta una parte dell’angolo rettilineo, e quindi “la parte è minore del tutto, l’angolo di contatto, per quanto grande, sarà minore dell’angolo rettilineo, per quanto piccolo” – (fr:20053) [So since a part is less than the whole, the angle of contacts, however great, will be less than the rectilinear angle, however small]. Cardano utilizza questo risultato per smascherare una prima fallacia: l’angolo formato da una retta e dalla circonferenza non cresce in modo uniforme quando la retta si avvicina al punto di tangenza, ma passa istantaneamente da acuto a ottuso senza mai diventare retto (fr:20054). L’incremento dell’angolo contenuto dalla retta e dalla circonferenza è infatti più marcato nella metà dell’arco MA che nell’altra metà CM, come prova la crescita dell’angolo CEK rispetto a CKB (fr:20055-20058). La seconda fallacia, invece, non viene sciolta sullo stesso fondamento (fr:20060).
Dalla minuzia di questi confronti infinitesimi Cardano passa a questioni più generali sulla scoperta matematica. Egli osserva che “quando lo scopo non è così sicuro, la scoperta è certamente più ardua” – (fr:20072) [But when the aim is not so sure, discovery is certainly harder]. L’esempio portato è la ricerca della massima proporzione tra il doppio della terza quantità e l’aggregato della prima e della quarta in una proporzione continua. Dati i numeri 64, 80, 100, 125, il doppio della terza quantità (200) confrontato con l’aggregato della prima e della quarta (189) produce una proporzione inferiore a 369/341 e a 299/189 (fr:20074-20075). In questi casi, “è assai difficile trovare una dimostrazione; tanto più quando il confronto di due quantità di genere diverso, che non raggiungono uguaglianza, avviene in un genere perfetto” – (fr:20096) [So in such cases it is very hard to find a proof; the more so where the comparison of two quantities of different kinds, which attain no equality, takes place in a perfect kind].
La fiducia nella dimostrabilità poggia, secondo Cardano, su un principio archimedeo: la scoperta nasce dalla “compositio” – (fr:20114) [composizione, disposizione ordinata] – e si disperde se manca l’ordine (fr:20103). Per questo Archimede riuscì a determinare l’esatto rapporto epitrito (4:3) tra parabola e triangolo inscritto, punto di partenza che gli permise di misurarla (fr:20097-20098). Se quel rapporto si fosse presentato come una quantità sconnessa e irrazionale, Archimede non avrebbe potuto dimostrarlo (fr:20099). Allo stesso modo, la duplice relazione della sfera al cono e la tripla relazione del cilindro al cono, note a Euclide, fornirono appigli saldi per i teoremi (fr:20100-20101).
È proprio la mancanza di una proporzione razionale a rendere impossibile la quadratura del cerchio. Cardano respinge i tentativi di molti antichi e moderni, osservando che essi ignorarono le dimostrazioni di Archimede o, se le lessero, non ne trassero le conseguenze (fr:20102). Il circolo vizioso nasce da un’errata interpretazione di Aristotele: il filosofo disse che la quadratura del cerchio rientra tra le cose che possono essere conosciute ma non ancora note, non che essa sia effettivamente conoscibile (fr:20122-20123). La circonferenza, ricorda Cardano, è inferiore a 22/7 ma superiore a 3 e 10/71 (fr:20105-20106), cioè confinata tra le proporzioni 1562/497 e 1561/497, tutte grandezze che non legano mai il cerchio al quadrato con un rapporto descrivibile in numeri. Prendendo un diametro di 7, il quadrato inscritto dà area 24 ½, mentre l’area del cerchio, calcolata come metà del diametro per metà della circonferenza (fr:20117), conduce alla proporzione 77 a 49, ovvero 11 a 7 (fr:20118). Poiché la circonferenza è minore di 22 di una quantità impercettibile e irrazionale, la proporzione del cerchio al quadrato inscritto è “qualcosa di meno di 11 a 7, quindi ridicola e ignota” – (fr:20119) [so the proportion of the circle to the inscribed square is somewhat less than 11 to 7, therefore ridiculous and unknown].
Cardano indica due sole vie attraverso cui il problema potrebbe essere aggirato: le linee elicoidali usate da Archimede per rettificare la circonferenza, oppure una “translatio” che nessuno finora ha osato tentare, sia per la difficoltà intrinseca, sia per la mancanza di scritti antichi necessari a quel genere di dimostrazione (fr:20124). Mentre loda gli antichi che, pur tacendo, resero possibile questo progresso – e fra essi Archimede e Apollonio piuttosto che Euclide (fr:20067-20068) –, Cardano respinge la leggenda del sacrificio di un bue da parte di Pitagora per la scoperta della penultima proposizione del primo libro degli Elementi, giudicandola poco credibile perché Pitagora si asteneva dall’uccisione di animali (fr:20069). Piuttosto, la geometria fiorì a partire dalla dimostrazione di Archita di Taranto, pitagorico, sul legame di due linee in proporzione continua (fr:20070), e fu Euclide a ridurre il tutto in un ordine mirabile (fr:20071).
Il testo del De Subtilitate si presenta così come un laboratorio in cui Cardano mette alla prova la nozione di continuità e di infinito, rivendica con frase inusuale per la matematica una prova condotta “ex communi animi sententia” – (fr:20032) [per comune sentimento dell’animo] – e insiste sul fatto che, laddove la proporzione non si lascia afferrare razionalmente, “l’intento è chiaro” – “intentum patet” – (fr:20033) [l’intento è chiaro] – solo a patto di riconoscere l’ostacolo: “poiché non raggiunge un concetto definito senza l’aiuto di una dimostrazione, non può essere concepito prima della dimostrazione” – (fr:20125) [since it does not attain a definite concept without the help of a proof, it cannot be conceived before proof]. Con ciò, l’autore non solo prende posizione tra gli scettici della quadratura, ma consegna al lettore una testimonianza articolata sul metodo e sui limiti della conoscenza geometrica nel Cinquecento.
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84 Sottigliezze dell’ingegno tra ponti, teatri rotanti e macchine per sollevare nel Libro XVII del De Subtilitate
Un ponte che si rinsalda sotto la spinta dell’acqua, un anfiteatro girevole geometricamente impossibile e ingranaggi capaci di far sollevare a un bambino un carico smisurato: il commento erudito al testo di Cardano ne rivela la mescolanza tra acume tecnico, fraintendimenti storici e ammirazione per l’antichità.
Cardano descrive una struttura da ponte concepita per resistere alla corrente. Le travi sono disposte in modo che la pressione dell’acqua ne aumenti la coesione: “Link these beams placed beside the flow of the river with many other transverse ones set on top of them and fastened to each other; the bridge is completed with long poles and iron grids on top” – (fr:21423) [Collega queste travi poste lungo la corrente del fiume con molte altre trasversali sovrapposte e fissate l’una all’altra; il ponte si completa con lunghi pali e griglie di ferro sulla sommità]. Per la sicurezza, “many timbers are placed in the upper part of the river, sloping towards the river’s flow and separate from the whole of the work; in the lower part, stakes are also to be fastened against the river’s impact, but much more tilted than the timbers” – (fr:21424) [molti tronchi sono posti nella parte superiore del fiume, inclinati verso la corrente e separati dall’insieme dell’opera; nella parte inferiore, si devono fissare pali contro l’urto del fiume, ma molto più inclinati dei tronchi]. Il commento chiarisce che il ponte sorgeva sul Reno presso Strasburgo (Argentoratum Taberna), la cui fortificazione non fu opera di Cesare ma di Druso Germanico, sviluppata poi intorno all’80 d.C. (fr:21413, 21416). Cardano aggiunge che la costruzione rapida si basava su “ropes and capstans, or inflated hides, or linked timbers” – (fr:21427) [corde e argani, oppure otri gonfiati, o travi collegate].
L’esempio successivo di sottigliezza è un anfiteatro ruotante tratto da Plinio, che Cardano attribuisce erroneamente al figlio di Marco Emilio Scauro mentre spettava a Gaio Curione. “And so he built two theatres of semicircular shape, with a stage, which when the stage show was given were to rotate on pivots and spread out an amphitheatre” – (fr:21445) [E così costruì due teatri di forma semicircolare, con un palcoscenico, che al momento dello spettacolo dovevano ruotare su perni e aprirsi a formare un anfiteatro]. Cardano si chiede “what technique could allow both theatres to combine into one amphitheatre, without the stage being moved” – (fr:21447) [quale tecnica permetterebbe a entrambi i teatri di combinarsi in un solo anfiteatro, senza spostare il palco]. Analizza la geometria con archi e perni: “Suppose there are two semicircles ABC and ADC, midpoints B and D. Let there be arcs AE and CF, the greater ones a ninety-third degree, and the lesser a ninety-sixth” – (fr:21448) [Si suppongano due semicerchi ABC e ADC, con punti medi B e D. Siano gli archi AE e CF, i maggiori di un novantatreesimo di grado e i minori di un novantaseiesimo]. Conclude che, ruotando, i teatri non si ostacolerebbero. Il traduttore moderno liquida la costruzione come “A geometrical impossibility” – (fr:21458) [Un’impossibilità geometrica].
La quarta sottigliezza riguarda le carrucole. Cardano spiega che “weight A is connected to the lower pulley-block, in which there are two pulleys B and C, which rotate. In the upper block, there are two others, D and E; a rope is carried round D, and runs down through F to C, and ascends through G, and rotates to E, descending through H, it runs round B, and rising is bonded to the pulley-block at K” – (fr:21470) [il peso A è collegato alla taglia inferiore, in cui vi sono due carrucole B e C, che ruotano. Nella taglia superiore ve ne sono altre due, D ed E; una fune passa intorno a D, scende attraverso F fino a C, risale attraverso G, gira fino a E, scendendo attraverso H, passa intorno a B e, risalendo, viene fissata alla taglia in K]. Il vantaggio meccanico è netto: “it will only be a fourth part of the weight A, which is held up by individual ropes, so that it can be pulled by a fourth part of the strength” – (fr:21471) [sarà solo una quarta parte del peso A, sostenuto da singole funi, sicché può essere tirato con un quarto della forza]. Tuttavia, il guadagno di forza è compensato dalla lentezza: “through twin pulleys, the pull will be fourfold more slow” – (fr:21472) [con carrucole doppie il tiro sarà quattro volte più lento].
La medesima logica si applica alla vite, che Cardano chiama “vites” – (fr:21481) [da cui deriva l’inglese “vice”]. La descrizione ruota intorno a un meccanismo a vite senza fine e argano: “Let AB be a chain, the weight to be lifted H, the beam to which the cross chain is attached be AD. On a timber C standing perpendicular, let there be a place in which a pin is fastened in the timber, on which the hollowed beam AD rests” – (fr:21499) [Sia AB una catena, il peso da sollevare H, la trave a cui è fissata la catena trasversale AD. Su un legno C posto verticalmente vi sia un incavo in cui è fissato un perno, sul quale poggia la trave incavata AD]. Con un rapporto tra raggio del timone e diametro della vite, giunge a un moltiplicatore tale per cui “if H is a weight of 1200 pounds, since this divided by 120 gives 10, it will be lifted by a force capable of lifting 10 pounds” – (fr:21506) [se H pesa 1200 libbre, poiché diviso per 120 dà 10, verrà sollevato da una forza in grado di alzare 10 libbre]. Un bambino potrebbe perciò trascinare una nave carica, impresa che Cardano attribuisce ad Archimede, lodando “the lightness and antiquity of the Greeks” – (fr:21491) [la leggerezza e l’antichità dei Greci]. L’olio gioca un ruolo essenziale per ridurre l’attrito; l’estratto di fieno greco, racconta Giuseppe Flavio, rese così scivolose delle tavole che i Romani dovettero abbandonare l’assedio di Iotapata (fr:21494-21497). Münster, infine, attesta in Alsazia l’uso di ruote mosse da contenitori di pelle di bue per estrarre acqua da pozzi profondissimi (fr:21508).
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85 Meccanica e dispositivi nel Libro XVII del De Subtilitate
Un trattato in cui Girolamo Cardano intreccia osservazioni empiriche, proporzioni matematiche e critiche all’autorità aristotelica per spiegare il funzionamento di carri, argani, urti, vele e serrature.
Nel diciassettesimo libro del De Subtilitate, Cardano si addentra in una rassegna di macchine e congegni. L’analisi parte dai carri, passa attraverso i paranchi e la teoria degli urti, approda alla navigazione a vela e si chiude con un ingegnoso meccanismo a combinazione alfabetica. Un filo conduttore è la distinzione fra composizione additiva e moltiplicativa delle forze, che l’autore esemplifica con chiarezza numerica: “Sex duplae invicem ductae, sexaginta quatuor ad unum reddunt rationem” – (fr:21535) [Sei doppi moltiplicati fra loro danno un rapporto di 64 a uno] – mentre semplicemente collegandoli si ottiene soltanto un valore dodici volte maggiore (fr:21526). Questa differenza rende conto, per esempio, della maggiore efficacia di poche ruote grandi su terreno molle e di molte ruote piccole su terreno duro.
Sul comportamento dei veicoli ruotati, Cardano osserva che “All those that are supported on rather large wheels travel very easily and fast on soft ground, because any adherent mud takes up a minimal part of the wheels” – (fr:21520) [Tutti quelli che sono sostenuti da ruote piuttosto grandi viaggiano con grande facilità e velocità sul terreno soffice, poiché il fango che aderisce occupa una parte minima delle ruote] – e che “a larger wheel covers the ground faster when it is adequate for carrying the load” – (fr:21521) [una ruota più grande copre il terreno più velocemente quando è adeguata a portare il carico]. Tuttavia, sul terreno compatto accade il contrario: “on solid ground, more wheels outdo few wheels in ease of travel, and small wheels outdo large ones; the weight is, so to speak, shared out among the wheels” – (fr:21525) [sul terreno solido, più ruote superano poche ruote in facilità di viaggio e le ruote piccole superano quelle grandi; il peso è, per così dire, ripartito fra le ruote]. È una ripartizione additiva che riduce l’attrito, non lo moltiplica come sulla fanghiglia. I carri da guerra romani, gli esseda, sfruttavano invece due grandi ruote per essere velocissimi quando trainati da cavalli supplementari (fr:21523‑21524). Cardano nota altresì che ruote anteriori più piccole delle posteriori agevolano il traino, poiché il carico tende a spingere in avanti (fr:21533).
Il discorso si sposta sugli argani e sul principio della leva. Ricordando le lunghe manovelle dei cabestani, scrive: “the individual handles reduce the weight in proportion to their length” – (fr:21538) [le singole manovelle riducono il peso in proporzione alla loro lunghezza]; raddoppiandole si dimezza lo sforzo. Stabilisce quindi una proporzione fondamentale: “As the ratio of the wheel’s diameter is to the axle’s diameter, so is that of the weight raised by the rope to the weight and strength of the men who move round within the wheel” – (fr:21543) [Come il rapporto del diametro della ruota sta al diametro dell’asse, così quello del peso sollevato dalla fune sta al peso e alla forza degli uomini che girano dentro la ruota]. L’enunciato descrive le grandi ruote a gabbia, antenate dei mulini a trazione umana.
Nella teoria degli urti, Cardano dà un ruolo decisivo all’aria. Un’ascia affilata non taglia un corpo soltanto per il peso, ma perché “the air cannot get out in the blow; though the edge is sharp, it cannot get out in such a tiny moment” – (fr:21545) [l’aria non può sfuggire nel colpo; benché il filo sia affilato, non riesce a uscire in un istante così minuscolo]. L’aria compressa penetra nei pori del legno e agisce come un cuneo. Un colpo appena più lento permette all’aria di scivolare via, facendo una differenza enorme (fr:21547). Lo stesso meccanismo spiega il colpo di spada: “Because the centre of motion is the hand; the circumference is in the tip, and so even armour and helmets are divided at that interval” – (fr:21551) [Poiché il centro del moto è la mano, la circonferenza è nella punta, e perciò armature ed elmi vengono divisi a quella distanza]. Aggiungendo l’attractio, cioè il tirare la lama mentre si affonda, si potenzia ulteriormente il taglio (fr:21553).
L’esame delle vele offre uno degli spunti più moderni. Una nave carica che quaranta paia di buoi muoverebbero a stento è spinta velocemente da una vela sottilissima: “the sail is thin, and a finger could push through it” – (fr:21564) [la vela è sottile, e un dito potrebbe attraversarla]. Cardano rifiuta la dottrina aristotelica secondo cui i moti violenti decrescono verso la fine: al contrario, una nave con vento costante accelera progressivamente fino a un limite (fr:21567‑21571). La resistenza della vela si spiega con la distribuzione moltiplicativa della forza: “the wind’s force is split up among the parts of the sail” – (fr:21577) [la forza del vento è ripartita fra le parti della vela] – e la sua azione non si somma, ma si moltiplica. Così una vela più grande non strappa facilmente, perché il carico per singola porzione rimane modesto. La velocità che ne deriva non è proporzionale alla superficie: “a sail which occupies ten yards, if it propels a ship four miles per hour—one that occupies 15 yards will propel it faster, in the proportion of the excess of 15 to the magnitude by the agency of which the ship starts to move at the beginning” – (fr:21587) [una vela di dieci iarde, se spinge una nave a quattro miglia orarie, una di quindici iarde la spingerà più velocemente, nella proporzione dell’eccesso di 15 rispetto alla grandezza minima con cui la nave inizia a muoversi]. Il fenomeno è ricondotto a un rapporto non lineare, mostrando una notevole intuizione fisica.
Infine Cardano si sofferma sulle serrature, introducendo un congegno costruito da un certo Ianellus che funziona come una combinazione a lettere. “This could be accurately closed under any name which comprised seven letters, and could not be unlocked by any name other than the one used to lock it” – (fr:21597) [Poteva essere chiusa esattamente sotto un qualunque nome di sette lettere, e non poteva essere aperta con nessun altro nome se non quello usato per chiuderla]. Il meccanismo si compone di dischi recanti le lettere dell’alfabeto, allineati lungo due linee parallele, ciascuno dotato di un dente che ingrana col disco successivo. Ruotando opportunamente i dischi sino a comporre la parola prestabilita – come “serpens” – si allineano le tacche e la serratura può essere aperta o richiusa (fr:21599‑21619). Un principio, osserva Cardano, che coniuga sicurezza e relativa facilità di realizzazione.
Il testo, in più punti arricchito nelle edizioni del 1554 e del 1560 (fr:21537), testimonia la tensione tra tradizione aristotelica e nuova scienza quantitativa. Cardano non si limita a descrivere congegni, ma ne cerca le ragioni matematiche, anticipando un atteggiamento galileiano. La presenza di un meccanismo a cifratura alfabetica mostra inoltre come la meccanica rinascimentale si intrecciasse con gli interessi crittografici e il gusto per l’ingegno.
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86 Tra dubbio e condanna: demoni, esperienza e spiegazione naturale nel De Subtilitate
Cardano vaglia antichi prodigi e moderne testimonianze, offrendo cause fisiche per i rumori notturni e le visioni, pur senza negare del tutto l’esistenza di entità superiori, e condanna chi si affida alle arti demoniache come stolto o malvagio.
Il testo, tratto dal Libro XIX del De Subtilitate di Girolamo Cardano, intreccia osservazione empirica, racconto aneddotico e teologia morale per interrogare il potere dei demoni e delle arti magiche. L’argomentazione si apre con la figura del demone traditore: “But the demon is a traitor, and fails his followers.” – (fr:23922) [Ma il demone è un traditore e abbandona i suoi seguaci.] Chi abbandona il demone, pur senza volgersi a Dio, resta nel risentimento e non trova guarigione (fr:23921). Cardano trae da ciò una lezione: Dio ha voluto lasciarci deliberatamente nell’ambivalenza, “so that the rewards of faith were owed to the good, but penalties to the bad and faithless.” – (fr:23938) [cosicché la ricompensa della fede spettasse ai buoni e la pena ai malvagi e agli increduli.]
Questa ambivalenza è esplorata attraverso il racconto dei rumori notturni uditi a Maratona. Pausania riferiva che sul campo di battaglia si sentivano nitriti di cavalli e scontri di combattenti, ma solo per caso e non a chiunque vi si recasse (fr:23937). Cardano respinge una causa soprannaturale: se le anime dei Persiani si agitassero, dovrebbero sopravvivere anche le anime dei cavalli, il che è improbabile (fr:23939). Propone invece una spiegazione naturale: poco dopo lo scontro si formò un racconto amplificato da qualche causa fisica, e oggi qualsiasi rumore notturno della terra viene interpretato come nitriti e gemiti: “The lower-pitched is traced to the encounters and the groaning of human beings, and the higher-pitched part to the horses neighing.” – (fr:23941) [Il tono più basso è ricondotto agli scontri e al gemito degli uomini, quello più acuto al nitrito dei cavalli.]
Anche un episodio moderno, tratto dalla storia indiana di Niccolò de’ Conti, serve a mostrare la mescolanza di potere e inconsistenza demoniaca. Un capitano indiano invoca il dio Mutthian; il dio scende in un arabo che, posseduto, urla, inghiotte carbone, succhia sangue di gallo e promette venti entro tre giorni (fr:23943-23946). Quando l’effetto dell’incantesimo cessa, “the Arab recalled nothing of what he had predicted or undergone.” – (fr:23961) [l’arabo non ricordava nulla di quanto aveva predetto o subìto.] Eppure tutto si avvera (fr:23962). Cardano conclude che i demoni possiedono qualche potere o pre-scienza, ma “much has been effaced through scorn” – (fr:23963) [molto è stato cancellato dal disprezzo], perché la maggior parte di chi vi confida fa una brutta fine e non ottiene nulla di notevole (fr:23964-23965). Fanno eccezione alcuni uomini eccellenti come Pietro d’Abano, il Conciliator, che – stando a quanto egli stesso avrebbe lasciato scritto – conseguì gloria eterna grazie alla negromanzia (fr:23966-23967). L’arte fu un tempo insegnata pubblicamente all’Accademia di Salamanca, poi abolita per legge, benché ne sopravvivano esempi (fr:23968-23969).
A queste tradizioni erudite Cardano affianca la testimonianza diretta, riportando ciò che gli fu riferito da don Costantino Fontano, teologo spagnolo, confermato dal principe Filippo di Spagna. A Valladolid, nella casa di uno stampatore, l’ospite avverte un incubo la prima notte, ma avendo mangiato olive nere lo giudica naturale (fr:23970). La notte seguente ode gatti miagolare sul letto: cosa opprimente, ma ancora possibile, e dunque naturale (fr:23971). La terza notte, da sveglio, sente uno squillo di tromba presso l’orecchio; poi una voce si sposta per la stanza e si nasconde sotto il letto, strepitando senza che nulla si veda (fr:23972-23973). Cardano sottolinea come tali fenomeni, benché inquietanti, non provino nulla di soprannaturale. Del resto, “there is nowhere where traces of demons or of the dead can be seen or heard so much as around the dying, or after huge disasters, or in time of pestilence” – (fr:23974) [non c’è luogo in cui si vedano o odano tracce di dèmoni o dei morti quanto intorno ai moribondi, dopo grandi disastri o in tempo di pestilenza]. Racconta di un uomo illustre che, pur non potendosi muovere, quasi si gettò dal letto mentre i servitori fuggivano (fr:23981), e ricorda i segni che preannunciano la morte dei principi – fulmini, comete, stelle – mentre per la gente comune bastano rumori confusi (fr:23982). Ciononostante, riconduce anche i cadaveri mal sepolti e i carri visti rovesciarsi con fragore a cause naturali, già discusse nel De rerum varietate (fr:23984-23985). La sua posizione è riassunta con una formula latina: “nunc sat monuisse fuerit, experimenta persuadere, non demonstrare” – (fr:23992) [per ora sia sufficiente aver ammonito; le esperienze persuadono, ma non dimostrano.]
Il discorso si allarga poi alla plausibilità di creature superiori. Cardano si meraviglia che uno spazio così ampio come l’aria superiore e l’etere sia privo di vita, quando terra e acqua ne brulicano. Sarebbe ragionevole credere che lassù vivano animali di gran lunga migliori, come dèmoni saggi: “we should believe that this whole environment of the upper air is full of these animals that we call, as it were, wise demons.” – (fr:23989) [dovremmo credere che tutto questo ambiente dell’aria superiore sia pieno di quegli animali che chiamiamo, per così dire, dèmoni sapienti.] Tuttavia rifiuta di addentrarsi come Porfirio, Psello, Plotino, Proclo e Giamblico in resoconti su ciò che non si è visto (fr:23990, 24000). Da filosofo peripatetico, non ammette demoni, e nota che, se esistessero, sarebbero affollati come uccelli eppure di tracce se ne vedono pochissime (fr:24001).
La condanna morale è netta. Nessuna persona onesta può rivendicare un aiuto demoniaco, perché equivale a disprezzare Dio, fonte di ogni bene, e agire deliberatamente contro di Lui: “this is surely the action of an utterly ungrateful person” – (fr:24004) [è sicuramente l’azione di una persona del tutto ingrata.] L’uso dell’arte demoniaca è ingannevole e pericoloso, proprio sempre di un malvagio o di uno stolto (fr:24007). Cardano sposta infine l’attenzione sugli incantesimi che riguardano l’anima e il corpo, supponendo che traggano forza da un mutuo accordo tra anime (fr:24009-24010). Preferirebbe che tali arti fossero genuine piuttosto che rischiare l’empietà, ma il pericolo maggiore è diventare epicurei (fr:24011). Se bastasse pronunciare il nome di Cristo per ottenere pesci o vino – allusione ai miracoli evangelici – o per evocare demoni, in qual modo migliore si potrebbe richiamare l’umanità al suo dovere? (fr:24012, 24021-24022)
Chiude il brano una riflessione sulla sorte dei morti. Alla domanda se i defunti siano più felici dei vivi, il saggio risponde: né gli uni né gli altri (fr:24023-24024). I morti giacciono in un riposo eterno, liberi da dolore e angoscia: “Blessed are the dead who die in the Lord.” – (fr:24026) [Beati i morti che muoiono nel Signore.] Così, essi non possono essere infelici, mentre i vivi possono ancora raggiungere la felicità (fr:24027-24028). Il trattato, in tal modo, unisce scetticismo naturale, cautela teologica e la convinzione che l’ultima beatitudine della mente sia proprio quella pace fuori dal tempo.
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87 La solitudine della morte e la beatitudine delle sostanze intellettuali
Lo stato di chi muore è descritto come una condizione di incolmabile isolamento: “The state of those who are dying is worse: all of them are alone, even if they are kings and fall along with many people” - (fr:24029) [Lo stato di coloro che stanno morendo è peggiore: tutti sono soli, anche se sono re e cadono insieme a molte persone]. L’atto del morire è intrinsecamente individuale, una separazione radicale da ogni possibile compagnia. “Everyone dies and is seen to die on his own” - (fr:24030) [Ognuno muore ed è visto morire da solo]. Questa solitudine non è una semplice assenza di compagnia, ma una voragine esistenziale connessa a un dolore amaro, resa più straziante proprio dal fatto che la condivisione della pena, consolazione per i miseri in vita, è qui impossibile. “The loneliness, linked with bitter grief, is very distressing, and unbearable; it is a comfort to the wretched to have others share their punishment” - (fr:24031) [La solitudine, legata a un dolore amaro, è molto angosciosa e insopportabile; è un conforto per i miseri avere altri che condividono la loro pena]. Il morente, anche se circondato da mille altri, non ha veri compagni: “But someone who dies, even if with a thousand others, can have no companion” - (fr:24032) [Ma qualcuno che muore, anche se con mille altri, non può avere alcun compagno]. Si genera così un “huge emptiness, and miserable loneliness” - (fr:24033) [un enorme vuoto e una misera solitudine]. Per contrasto, il più grande bene dei viventi risiede nell’esatto opposto: “Thus the greatest joy of the living is in company” - (fr:24034) [Pertanto la più grande gioia dei viventi sta nella compagnia].
Da questa radicale solitudine ontologica dell’uomo, il discorso si eleva a definire la vera vita e la felicità, collegandole all’esercizio della virtù. “People are said to be alive who live in accord with virtue, and are alive all the time” - (fr:24035) [Si dice che siano vive le persone che vivono secondo virtù, e sono vive in ogni momento]. L’uomo senza principi, al contrario, non vive alcun tipo di vita reale. La condizione umana si colloca così in uno spazio intermedio: gli dèi vivono entrambi i tipi di vita, l’uomo virtuoso può viverne uno o l’altro. Per questo, l’uomo probo “if he is anything, can alone be happy, and of all mortals be closest and most like to the gods” - (fr:24036) [se è qualcosa, può essere il solo felice, e tra tutti i mortali essere il più vicino e simile agli dèi]. Ancora più beato è il sovrano virtuoso, figura che stabilisce un parallelo diretto con la divinità: “Much more blessed than a principled person is a principled ruler, for he can be compared to God” - (fr:24037) [Molto più beato di una persona proba è un sovrano probo, poiché può essere paragonato a Dio].
La trattazione si sposta sulla natura di queste intelligenze celesti, contrapponendo la loro condizione a quella umana. La vita degli dèi è “happy, unworried, eternal” - (fr:24046) [felice, senza affanni, eterna], mentre quella umana è una breve parentesi infelice, piena di sospetti e timori. La tirannia del tempo definisce l’esperienza umana: “Time crushes what it stimulates, and the tighter the crushing, the more grinding occurs” - (fr:24047) [Il tempo stritola ciò che stimola, e quanto più è stretto lo stritolamento, tanto maggiore è la macinazione]. La mancanza di tempo è la prospettiva più angosciante per i mortali, un’oppressione che “hinders, it frightens, it pushes one over the edge, and makes achievements incomplete” - (fr:24049) [ostacola, spaventa, spinge oltre il limite e rende le imprese incomplete]. Gli dèi, al contrario, attraversano ogni cosa in una felicità ininterrotta. La gerarchia ontologica è chiara: “And the more long-lasting the intellect is, the more rarefied it is; the more rarefied its substance, the nearer it is to the primary cause” - (fr:24051) [E quanto più l’intelletto è durevole, tanto più è rarefatto; quanto più la sua sostanza è rarefatta, tanto più è vicino alla causa prima].
Si apre quindi una complessa discussione sulla natura del piacere in queste intelligenze, poiché ogni piacere umano, come osservato in precedenza, sembra seguire un dolore o un’afflizione. Se gli intelletti celesti non mutano durante la gioia, non proverebbero piacere, poiché “what makes no change adds nothing, and is as if it did not exist” - (fr:24067) [ciò che non produce cambiamento non aggiunge nulla, ed è come se non esistesse]. Se il piacere aumentasse sempre, diventerebbe infinito, ma “infinity is matched to God alone” - (fr:24069) [l’infinità è propria solo di Dio]. Se aumentasse e diminuisse, sarebbe accompagnato dal dolore. La soluzione proposta postula due possibilità: o il diletto umano legato al movimento è solo un’immagine sbiadita del vero diletto, oppure il diletto in questi esseri superiori è senza movimento, scaturendo da cose in costante mutamento senza che essi stessi mutino. Un’analogia umana, seppur debole, è offerta dall’amore, dove “without any feeling of change we do not have the pleasure of desire either” - (fr:24076) [senza alcuna sensazione di cambiamento non proviamo nemmeno il piacere del desiderio]. Tuttavia, quando contempliamo gioielli uno dopo l’altro, i sensi e la mente sono pervasi da un’apparenza sempre nuova ma da un identico fascino, “with no break or decrease in the delight” - (fr:24077) [senza interruzione o diminuzione del diletto], mostrando come un piacere senza dolore sia concepibile. Viene quindi stabilita una gerarchia di ciò che è appropriato: “childish interests are for children, minor ones for ordinary people, public ones for magistrates, territorial ones for kings; so it is with gods” - (fr:24079) [gli interessi puerili sono per i bambini, quelli minori per la gente comune, quelli pubblici per i magistrati, quelli territoriali per i re; così è per gli dèi].
Il testo, con un’attenzione terminologica che l’autore stesso definisce più latina e al riparo da sospetti di culto poco devoto, preferisce il termine “dèi” ad angeli, geni o intelletti, nonostante l’omonimia. Per spiegare cosa si debba intendere con “intelligenza”, si ricorre a un’analogia con la luce: “as light is nothing but brightness, and illumination nothing but clearness, so God’s intelligence (as He is especially in existence and continues so, as a substance does) is a substance” - (fr:24088) [come la luce non è altro che splendore, e l’illuminazione non è altro che chiarezza, così l’intelligenza di Dio è una sostanza]. Queste vite, che vivono veramente di per sé stesse, sono eterne e immortali, a differenza di noi, sospesi “ever between death and life, between shadow and body, between illumination and darkness, and in precarious light” - (fr:24089) [sempre tra morte e vita, tra ombra e corpo, tra illuminazione e oscurità, e in una luce precaria]. Il loro numero non è piccolo o medio, ma innumerevole. La teologia cristiana, con Dionigi l’Areopagita, le ha divise in nove gerarchie: Angeli, Arcangeli, Troni, Dominazioni, Virtù, Principati, Potestà, Cherubini e Serafini, nomi celebrati nei rituali della Messa. Tra queste gerarchie vi è una differenza maggiore di quella tra l’intelletto umano e l’ultima di esse, poiché ciascuna non manca di nulla in relazione alla perfezione. Anche la più grande di loro, tuttavia, può comprendere lo splendore di Dio molto meno di quanto possa fare il nostro intelletto, essendo la divinità separata “by an infinite interval” - (fr:24107) [da un intervallo infinito] anche dal primo intelletto.
La distanza tra l’intelletto umano e le vere intelligenze è illustrata da un’efficace analogia. “There is indeed a greater difference between a very vigorous and a very lazy horse than there is between the very lazy one and a picture of one — because the very vigorous one outdoes the very lazy one far more than twofold, yet each of them is a real horse, but a picture of one is no horse at all” - (fr:24109) [C’è in verità una differenza maggiore tra un cavallo molto vigoroso e uno molto pigro che tra quello molto pigro e un suo dipinto — perché quello vigoroso supera quello pigro di molto più del doppio, eppure entrambi sono cavalli veri, mentre un dipinto di un cavallo non è affatto un cavallo]. Il nostro intelletto è solo un’ombra, un simulacro, “only a kind of shadow of a true intellect” - (fr:24110) [solo una specie di ombra di un vero intelletto]. Sebbene riceva una qualche consapevolezza dalle cose, resta pieno di oscurità, errore e dubbio, incapace di perseverare nel suo compito. Le intelligenze supreme, al contrario, sono “clear, sure, pure, permanent, live in diligent and blessed activity” - (fr:24113) [chiare, sicure, pure, permanenti, vivono in un’attività diligente e beata].
La debolezza dell’intelletto umano è esemplificata con un esempio matematico, quello del numero perfetto sei. Conoscere che il sei è un numero perfetto è solo un inizio; è più perfetto sapere, per via dimostrativa, che moltiplicato per se stesso produce sé stesso in più delle decine. Ma una conoscenza ancora più alta riguarda la disposizione dei gruppi di sei in sequenza, proprietà che l’intelletto umano può al massimo contemplare dall’esterno, come chi ispeziona un magnifico palazzo senza potervi entrare: “Thus our mind gazes upon and marvels at the mere outside of this famed divine work of art, yet fails to reach the core of things” - (fr:24119) [Così la nostra mente osserva e ammira la mera facciata di questa celebre opera d’arte divina, ma non riesce a raggiungere il nucleo delle cose]. La debolezza del nostro intelletto non è una mancanza di Dio, ma una Sua scelta deliberata: “He thought it better that it should be like that” - (fr:24134) [Egli ritenne meglio che fosse così].
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88 Ordini angelici e fenomeni meteorologici: il confine tra teologia e filosofia naturale nel De Subtilitate
Tra angeli, rugiada e grandine: Gerolamo Cardano indaga la gerarchia celeste e la fisica dell’atmosfera con un solo metodo razionale.
Il brano si apre con una sezione dedicata alle gerarchie angeliche, tratta dal Libro XX del De Subtilitate. Cardano identifica Sachiel come uno degli Arcangeli, noto anche con i nomi di Zedkiel o Zedekiel – «Sachiel is one of the Archangels, and also known as Zedkiel or Zedekiel» – (fr:24172) [Sachiel è uno degli Arcangeli, noto anche come Zedkiel o Zedekiel]. Attraverso l’etimologia offerta per il nome di Samuele, l’autore mostra attenzione alla lingua ebraica: «Samuel’s mother Hannah gave him this name in Hebrew “because I asked the Lord for him” (1 Samuel 1:20; Vulgate: “eo quod a Domino postulasset eum”) and the name has two components in Hebrew, the first meaning “hearing” and the second “God”» – (fr:24170) [la madre di Samuele, Anna, gli diede questo nome in ebraico “perché l’ho richiesto al Signore” (1 Samuele 1:20; Vulgata: “eo quod a Domino postulasset eum”) e il nome ha due componenti in ebraico, la prima significa “ascolto” e la seconda “Dio”]. Accanto a ciò compaiono i nomi di ordini come «Potestates» (fr:24167), «potentia» (fr:24168), «potestas» (fr:24169), «auditus» (fr:24170), «Dei quies» (fr:24171) e «sedes» (fr:24173), che compongono una tassonomia dei cori celesti.
Cardano mette in dubbio la necessità di una moltitudine infinita di intelligenze: «But it is hard to reach the number of the intelligences, since all of heaven is intelligent, and a multitude does not always seem essential» – (fr:24175) [Ma è difficile stabilire il numero delle intelligenze, poiché tutto il cielo è intelligente, e una moltitudine non sempre appare essenziale]. Il passo presenta un’argomentazione di stampo razionale: se gli angeli sono pochi, appare incoerente che a tanti mortali in uno spazio tanto ristretto siano state assegnate afflizioni, mentre a così pochi sia stata concessa la felicità in uno spazio tanto ampio – «If they are few, it looks inconsistent to have allotted afflictions to so many mortals in such a small space, but in such a wide one to have granted happiness to so few» – (fr:24176). La soluzione proposta non è un numero determinato di ordini – «an infinite multitude is not held within one order, not forty-four orders» – (fr:24177) [una moltitudine infinita non è contenuta in un solo ordine, né in quarantaquattro ordini] – ma una venerazione moderata: gli angeli vanno onorati più dei genitori, dei re e degli dèi, ma non adorati, poiché la vera saggezza umana sta nel riconoscere, amare e riverire le anime legate ai corpi, non i corpi in sé – «and this is the greatest advantage of human wisdom, when we recognise and love and revere souls linked to bodies—but not the bodies themselves on their own» – (fr:24178).
Il Libro XXI, intitolato Su Dio e l’universo, segna una svolta tematica. Cardano annuncia di aver finora parlato delle parti dell’Universo e dei loro accidenti, e che ora tratterà della natura del tutto, di alcuni princìpi nascosti e infine di Dio. Tuttavia il testo si addentra subito in una lunga analisi di meteorologia. L’autore inizia confutando l’idea aristotelica dell’aria calda: «we have shown that the air in the upper part, where it is not warmed by the reflected rays of the Sun, is cold. This must cast great doubt on the followers of Aristotle, who add that air is hot» – (fr:24183-24184) [abbiamo mostrato che l’aria nella parte superiore, dove non è riscaldata dai raggi riflessi del Sole, è fredda. Ciò deve gettare grande dubbio sui seguaci di Aristotele, i quali aggiungono che l’aria è calda]. L’aria, procedendo verso l’alto, diventa più fredda, tranne quando si avvicina a uno stato temperato per leggerezza e rarefazione; essa si riscalda grazie ai raggi riflessi dalla terra, perciò la parte superiore è più fredda di quella mediana – «Hence since the air warms up because of the rays reflected from the earth, it will be colder in the upper part than in the middle» – (fr:24187).
L’osservazione della rugiada conduce alla descrizione della manna, un fenomeno che Cardano inquadra in termini naturali. D’estate si produce vapore grasso e denso, dal quale si forma la rugiada che fertilizza i campi; quando questa rugiada viene ben “cotta”, come accade nelle regioni calde, si condensa per il freddo sopra le piante e prende il nome di manna. L’autore riporta un dato concreto: «So much of it is gathered in one day in the desert of Targa of the population of Libya, particularly near the town of Agadez, that a pound of twenty-eight ounces is on sale for two asses» – (fr:24198) [Se ne raccoglie tanta in un giorno nel deserto di Targa, tra la popolazione della Libia, specialmente nei pressi della città di Agadez, che una libbra di ventotto once è in vendita per due assi]. Viene poi precisato che questa non coincide esattamente con la manna biblica, descritta nei Numeri come seme di coriandolo che cadeva con la rugiada e si poteva macinare e cuocere – «This is not precisely what the Old Testament says of “manna,” which was described as having supported the children of Israel during forty years in the wilderness» – (fr:24194). La distinzione è netta: per Cardano la manna è un prodotto atmosferico naturale, utile tanto che «through its use they live in safety, though the air is pestilential» – (fr:24199) [grazie al suo uso vivono al sicuro, benché l’aria sia pestilenziale]. Ne sono indicate tre qualità – migliore quella raccolta sulle foglie, media sui rami, peggiore sul terreno – e condizioni precise: notti serene, fredde, senza nuvole né pioggia, perché la pioggia la scioglie.
Il discorso si allarga alla genesi di pioggia, neve, brina e grandine, in una catena logica basata su meccanismi di condensazione e congelamento. La pioggia estiva è rara perché il calore secca più di quanto sollevi vapore, mentre d’inverno il Sole debole o non attrae il vapore o lo solleva di poco, causando tempo sereno o neve. La neve è definita come «the freezing of uncondensed vapour, on account of the thinness of its own substance, and the air’s thickness» – (fr:24209) [il congelamento di vapore non condensato, a causa della sottigliezza della propria sostanza e dello spessore dell’aria]. La brina, al contrario, è più fredda della neve e si forma più tardi, essendo costituita da vapore terroso che congela facilmente; «This is why it kills trees and removes their eyes more than snow does, and this is also because frost arrives later» – (fr:24211) [Ecco perché uccide gli alberi e cava loro gli occhi più di quanto faccia la neve, e anche perché la brina arriva più tardi]. Il periodo della brina inizia prima e termina dopo quello della neve, e la sua formazione attorno al suolo, visibile sulle pareti umide, dimostra che essa prende il posto della rugiada in inverno.
Il passaggio alla grandine introduce un livello di complessità superiore. La grandine richiede venti forti per compressare il vapore in ghiaccio; essa si produce più in alto della neve, in estate, perché i vapori sono più caldi e sottili e salgono per la potenza del Sole. Cardano osserva che la grandine «sometimes occurs of such size that it matches large stones, and kills beasts of burden, and demolishes houses» – (fr:24224) [talvolta si presenta di dimensioni tali da eguagliare grandi pietre, e uccide bestie da soma e demolisce case]. È impossibile che grandine e neve si formino insieme, poiché l’una richiede vapore condensato e congelato, l’altra vapore non condensato. Quando invece pioggia e neve si associano, è perché parte del vapore si condensa senza congelare, e parte si congela come neve; allo stesso modo la pioggia può accompagnare la grandine se non tutto il vapore gela. «So it is clear that the utmost cold occurs with snow and hail—just as when it rains in winter, there is mild heat, otherwise there would be snow» – (fr:24230) [Così è chiaro che il freddo più intenso si verifica con neve e grandine—proprio come quando piove d’inverno c’è un calore mite, altrimenti ci sarebbe neve].
Un’attenzione particolare è dedicata alla formazione della neve sulle cime dei monti, fenomeno spiegato con la scarsa riflessione dei raggi solari su superfici irregolari, la forma affusolata delle vette e la presenza di zone d’ombra. Viene introdotto un dato quantitativo: «if a mountain rises five thousand paces, clouds at seven thousand are sometimes hardly above ground level» – (fr:24237) [se un monte si eleva cinquemila passi, nubi a settemila talvolta sono appena sopra il livello del suolo]. In quei casi la neve può formarsi anche in inverni miti o la grandine d’estate, per l’eccessiva altezza delle nebbie. Le tempeste di neve, grandine e nubi si generano in due modi: dal vapore sollevato in loco o trasportato da venti; la grandine non si dà mai senza vento, anzi «mostly with a number of winds struggling with each other» – (fr:24240) [per lo più con diversi venti che lottano fra loro]. Cardano menziona anche il curioso fenomeno per cui il suono delle campane può disperdere la grandine, perché l’aria mossa dal debole impatto impedisce la condensazione del vapore – «Air carried upward by a slight impact prevents the condensation of vapour» – (fr:24249) [L’aria spinta verso l’alto da un lieve impatto impedisce la condensazione del vapore]. La credenza popolare che la caduta della grandine sia fermata da incantesimi sacerdotali è liquidata come frutto di un’interpretazione errata dell’appiattimento e sbiancamento delle nubi in movimento verso il basso.
La sezione finale torna alle precipitazioni stagionali con osservazioni di carattere quasi prognostico. In primavera piove meno che in autunno perché la notte si accorcia e il giorno successivo è più caldo e asciutto; in autunno, invece, il Sole ancora forte solleva molti vapori, ma il giorno più corto e più fresco li condensa, producendo piogge lunghe e abbondanti. Se le piogge mancano, l’autunno può essere secco, ventoso o pestilenziale, a seconda che le nubi non si formino, vengano spostate dai venti oppure il calore sia eccessivamente secco. Infine Cardano torna sul colore della neve, del ghiaccio e della grandine, attribuendone le differenze alla presenza d’aria: «In itself, snow is very white because of its air; ice is darker, because it forms from water, in which there is absolutely no air; hail is in the middle, being made from water, but water condensed from vapours, and so it is not free of air» – (fr:24267) [Di per sé, la neve è molto bianca per via dell’aria; il ghiaccio è più scuro, perché si forma dall’acqua, nella quale non c’è assolutamente aria; la grandine sta nel mezzo, essendo fatta d’acqua, ma acqua condensata da vapori, e quindi non è priva d’aria]. La grandine bianca, pertanto, è meno fredda e cade con venti più miti.
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89 Il meccanismo delle piogge tropicali e l’inondazione del Nilo nel De Subtilitate di Cardano
Cardano indaga perché la zona torrida sia solo in parte abitabile, ribaltando l’immagine di una fascia uniformemente inospitale, e collega piogge, stagioni invertite, fulmini e piene fluviali a una fisica del vapore e del calore solare.
Il passo stabilisce innanzitutto che l’abitabilità della zona torrida non è uniforme. Come afferma l’autore, “le parti abitate sono dove ci sono fiumi, o dove piove” (fr:24274), mentre “le parti che mancano di entrambi i vantaggi sono totalmente disabitate” (fr:24275). La domanda successiva – “perché queste parti sono aride, ma le altre sono umide per gli acquazzoni?” (fr:24276) – avvia una spiegazione fondata sulla persistenza del vapore acqueo.
La chiave è che il vapore umido deve persistere senza essere disperso dal calore. Nelle nostre regioni, osserva Cardano, “non persiste, o raramente in estate, perché gradualmente si esaurisce per la debolezza del Sole e le notti brevi” (fr:24280). Nella zona torrida, quando il Sole è allo zenit, “con una potenza vasta e concentrata, si solleva un’enorme quantità di vapore, il Sole essendo così forte, e non può essere dispersa, sia perché la notte seguente è lunga sia perché il vapore è abbondante” (fr:24281). La conseguenza è immediata: “così si raccoglie e cade come pioggia” (fr:24282). A sostegno, Cardano paragona l’essiccamento operato dal fuoco a quello solare: “poiché un fuoco non può disperdere molta acqua se non in un tempo molto lungo, che dire della potenza del Sole, che è molto inferiore a un fuoco nell’essiccare?” (fr:24283). Anche quando i raggi solari riescono a consumare una parte del vapore superiore, “il resto persiste, e cade come pioggia” (fr:24290; la frase presenta un’evidente corruzione testuale, dove “JEROME CARDANO” ha soppiantato il soggetto “i raggi solari”). L’alimentazione del vapore è continua: “quel che era caduto viene di nuovo afferrato, e qualcosa proviene dalle viscere più interne della terra, o dal mare, o dai fiumi, o dai monti adiacenti” (fr:24291). Perciò “la pioggia ritorna di nuovo lo stesso giorno, e spesso più abbondante” (fr:24292), persistendo “in alcuni luoghi per quaranta giorni, in altri per sessanta, e in altri ancora per tre mesi interi” (fr:24293).
Questo regime pluviale rovescia le stagioni rispetto alle nostre latitudini. “Nella zona torrida due cose contrarie accadono a ciò che vi si trova” (fr:24301). “Con l’avvicinarsi del Sole si creano temporali, e con il suo allontanarsi la terra si secca; così l’estate è piovosa e l’inverno secco” (fr:24302), mentre da noi “l’estate è secca, con poca pioggia, e l’inverno è piovoso o nevoso e umido” (fr:24303). La seconda conseguenza è che “all’avvicinarsi del Sole, essi hanno l’inverno, ma noi l’estate; all’allontanarsi massimo del Sole, essi hanno l’estate, mentre noi l’inverno” (fr:24304). Sull’isola di San Tommaso, sotto l’Equatore, la situazione è ancora più articolata a causa dei venti: quando il Sole sta nei segni settentrionali soffiano venti umidi meridionali, mentre mancano quelli settentrionali, “così hanno due inverni: quando il Sole è agli equinozi e allo zenit; e da marzo ad agosto c’è freddo con vento, e allora è primavera” (fr:24306). Quando il Sole è nei segni meridionali, dal solstizio – cioè “dicembre, gennaio, febbraio – è estate” (fr:24311). L’ordine delle stagioni risulta quindi capovolto: “la primavera precede l’inverno, e l’autunno precede l’estate” (fr:24314). In assenza di piogge frequenti, basandosi sul solo moto solare, si avrebbero addirittura “otto stagioni nell’anno: una doppia primavera con il Sole che si dirige agli equinozi, e quando si allontana, due estati” (fr:24315), poi due autunni e altrettanti inverni non freddi. Dove invece le acque sono vicine e l’aria è libera, si incontrano solo quattro stagioni: “due inverni sotto gli equinozi, e tra essi una doppia primavera, sicché a ragione si menziona la dimora temperata e fortunata sotto l’Equatore celeste” (fr:24317).
L’Etiopia, situata secondo Cardano sul Tropico del Cancro (un’inversione ricorrente dei nomi dei tropici), riceve piogge continue a partire dal solstizio estivo. “Così, quando il Sole si avvicina sotto l’Equatore celeste, il vapore è attratto in massa, ed essendo così abbondante e giacendo tra la terra e il Sole, raffredda moderatamente l’aria e la inumidisce vigorosamente; questa condizione è giustamente chiamata inverno” (fr:24319). La pioggia inizia esattamente al solstizio e non prima, perché “la terra è già seccata dal prolungato ritiro del Sole, e l’attrazione non prospera finché il Sole non ha imposto un calore vigoroso” (fr:24325); la perfezione dell’effetto scatta solo quando il Sole è stazionario: “l’inizio della perfezione è sempre dalla condizione più perfetta” (fr:24335). “Così questa pioggia inizia in Etiopia dal solstizio estivo e persiste per quaranta giorni” (fr:24338). Non continua fino all’equinozio d’autunno perché, “quando il Sole ha raggiunto la metà del Leone, sta già seccando la terra” e consumando il vapore (fr:24339). Perciò “quando il Sole si è spostato dall’inizio del Cancro alla metà del Leone, in Etiopia si verificano acquazzoni continui, e con il Sole situato allo zenit per loro, sopraggiunge l’inverno, per l’abbondanza delle acque” (fr:24340). All’Equatore la pioggia è minore poiché il Sole si allontana rapidamente, “così che non ci sono né acquazzoni né nubifragi né tempeste, ma un po’ di pioggia” (fr:24341); quando invece il Sole staziona a lungo vicino al tropico, si hanno “nubifragi e tempeste” (fr:24343).
A questo punto Cardano innesta la teoria dei fulmini e del tuono, paragonando il fenomeno all’artiglieria militare. Dentro una nube condensata, “il vapore solforoso si accende, come nell’artiglieria militare” (fr:24343); poiché occupa più spazio, “rompe la nuvola con un impatto enorme, e la natura non tollera che due corpi occupino lo stesso spazio” (fr:24344). Il risultato è il lampo e il rumore del tuono, che “fa abortire molti animali (specialmente le pecore) e anche alcune donne” (fr:24345). Il tuono non emette un rumore prolungato e uniforme come un cannone, ma “ha varie parti, poiché anche le porzioni della nuvola vengono disgregate una dopo l’altra dal fuoco discendente” (fr:24346). Alla domanda “essendo il fulmine fuoco, perché discende, quando è proprio del fuoco salire?” (fr:24347), la risposta è che l’impatto iniziale parte da una zona più compatta; talvolta “la nuvola più compatta è sopra anziché sotto, e questo si accorda con la teoria, perché la parte più alta dell’aria è più fredda di quella bassa, specialmente in estate” (fr:24351). In tal caso il fulmine scende, come “l’artiglieria inclinata verso il basso espelle la palla in basso e il fuoco ancora più in basso” (fr:24352). Può anche accadere che il fulmine saetti verso l’alto, se la nube è più rarefatta sopra. La neve non è accompagnata da fulmini perché “il vapore solforoso non è condensato tanto da potersi accendere”, e anche se lo fosse, in una nube troppo rarefatta non può creare impatto (fr:24354). La presenza del vapore infiammabile negli acquazzoni ventosi si spiega con la presenza di materiale solforoso sulla superficie terrestre, che il Sole estivo solleva; d’inverno “la debole potenza del Sole non può trascinare in alto il vapore terroso” (fr:24357). Il vento, allontanando il vapore acqueo, spinge la porzione solforosa verso il basso dove, per “la contrarietà del freddo e dell’umido” e la rarefazione, si infiamma e scende come il fuoco sparato da un cannone inclinato (fr:24359).
L’ultimo grande problema affrontato è l’inondazione del Nilo. Cardano descrive la geografia del fiume: “il fiume Nilo, il più grande nel regno goiano d’Etiopia (governato dal Prete Gianni, chiamato Neguz nella loro lingua), nasce da due laghi, simili a mari per estensione, a sei gradi – o poco più – oltre l’Equatore verso sud, secondo Tolomeo, sebbene egli introduca i Monti della Luna” (fr:24363). Da lì scende fragorosamente per due cateratte. Superata Meroe, il Nilo scorre diritto da sud a nord e “il 17 giugno, dopo che il Sole ha raggiunto il suo apogeo, comincia a gonfiarsi, uscendo dal proprio letto” (fr:24372). L’inondazione copre l’Egitto e “cresce per quaranta giorni, finché il Sole raggiunge la metà del segno zodiacale del Leone; poi diminuendo per lo stesso numero di giorni, lascia l’Egitto asciutto” (fr:24374), in perfetta coincidenza con il periodo delle piogge etiopiche. Cardano generalizza il fenomeno: “la causa di ogni inondazione è o che gli argini sono bassi, o che l’acqua è abbondante, o che c’è vento contrario alla corrente (o anche trasversale), o un’alta marea e un riflusso che impedisce all’acqua di defluire in mare” (fr:24377), e nel caso del Nilo è l’abbondanza d’acqua portata dalle piogge tropicali.
Il testo offre così una testimonianza storicamente significativa della scienza cinquecentesca: pur muovendosi entro categorie aristoteliche (esalazioni, vapori, qualità del caldo e del freddo), Cardano cerca spiegazioni meccaniche e osservative. Il parallelo fra fulmine e artiglieria, l’attenzione ai venti e alla geometria del moto solare, e la descrizione del ciclo idrologico che lega piogge equatoriali e piene del Nilo mostrano un metodo che coniuga esperienza, analogia e calcolo astronomico. L’immagine di una zona torrida solo selettivamente inabitabile era un correttivo importante alla geografia antica, e l’inversione delle stagioni, fondata sulla fisica del vapore, anticipa con strumenti premoderni la comprensione dei climi monsonici.
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90 L’acqua, i venti e l’ordine del mondo nel De Subtilitate
Cardano indaga le cause delle piene fluviali, la dinamica dei venti sull’acqua, l’origine dei laghi e le inondazioni del Nilo, inserendo queste spiegazioni in una più ampia visione della natura degli elementi e della generazione.
L’eccesso d’acqua che gonfia i fiumi può avere origini diverse: “Excess of water occurs either through the wellspring swelling or the snow melting, or from rain.” – (fr:24379) [L’eccesso d’acqua avviene o per il rigonfiamento della sorgente, o per lo sciogliersi della neve, o per la pioggia.] Il vento gioca però un ruolo altrettanto decisivo. Quando soffia contro corrente “prevent its outflow, and hem it in, thus making the river swell” – (fr:24380) [impedisce il deflusso e lo trattiene, facendo così gonfiare il fiume], tanto che l’acqua può scendere perfino da rive piuttosto alte. Qualunque vento, in realtà, disturba l’acqua perché si muove o verso il basso oppure diritto.
Il testo procede con l’ausilio di diagrammi. Il vento che scende, individuato nel tratto AC, spinge l’acqua verso il basso, provocando uno spostamento che dal tratto CE si propaga fino a EF e FG, con conseguente rigonfiamento e straripamento (fr:24382). Se invece il vento procede diritto da BC, l’acqua viene sospinta poiché il punto F è più alto di H; tale comportamento è reso comprensibile dalla rotondità dell’acqua, visibile anche nelle brocche: “water is rounded, as you see in pitchers” – (fr:24383) [l’acqua è rotondeggiante, come si vede nelle brocche]. Questa proprietà spiega perché possiamo scorgere fiumi e laghi da lontano, sia dall’alto sia dal piano, proprio perché “water is rounded” – (fr:24384) [l’acqua è rotondeggiante]. Cardano richiama esplicitamente Archimede: “the surface of any fluid at rest is the surface of a sphere the centre of which is the same as the centre of the earth” – (fr:24392-24393) [la superficie di un qualunque fluido in quiete è la superficie di una sfera il cui centro coincide con il centro della terra].
La distinzione tra moto rettilineo e circolare è fondamentale. Un moto rettilineo doppio – “one component is the mathematical one, which takes place along the shorter line, and this occurs from impact, and this is how the winds are moved; the other is in accord with nature, and this is the way water moves along the circumference of a circle” – (fr:24394) [una componente è quella matematica, che avviene lungo la linea più breve e nasce dall’impatto, ed è così che si muovono i venti; l’altra è secondo natura, ed è il modo in cui l’acqua si muove lungo la circonferenza di un cerchio] – conduce alla conclusione che “there must be a disturbance of the water from any wind” – (fr:24395) [da qualunque vento deve nascere un turbamento dell’acqua]. La rotondità dell’acqua è essa stessa causa di tempeste: quando un vento forte soffia lateralmente o contro il moto dell’acqua, là dove c’è ampiezza si genera una tempesta, e dove il fiume serpeggia come un serpente si avrà sempre un’inondazione, a meno che il vento non sia molto lieve o l’acqua scarsa (fr:24396‑24399).
Ancora mediante lettere, viene descritto un fiume ABC investito dal vento DE che soffia trasversalmente in FGH; se l’acqua è molta si creerà una piena, altrimenti no. Se invece il vento spira da D verso C, cioè contro la corrente, la piena è inevitabile (fr:24400‑24401). Il vento che scende dall’alto scava e drena l’acqua, mentre la copia d’acqua governa la grandezza delle tempeste, maggiori in mare che nei laghi, maggiori nei laghi che nei fiumi, e maggiori nei grandi fiumi che nei piccoli (fr:24404‑24405). Con i soliti riferimenti grafici, Cardano mostra che un vento unico e diritto non sommerge la nave, ma uno obliquo che scende dall’alto fa rotolare enormi masse d’acqua; due venti contrari come AF e BF sono letali, e tre venti insieme lasciano alla nave quasi nessuna via di scampo (fr:24406‑24411).
Le inondazioni vengono definite “laghi transitori”, mentre i laghi sono “inondazioni permanenti”: “Just as inundations are transient lakes, so lakes are permanent inundations.” – (fr:24416) [Come le inondazioni sono laghi transitori, così i laghi sono inondazioni permanenti.] Cinque cause concorrono a formare un lago: un fiume che straripa in un avvallamento (sono citati il Lago di Costanza, il Lago di Ginevra, il Verbano e l’Eupilo); l’acqua raccolta fra monti o colline; una posizione più bassa del letto del fiume, altrimenti il lago si prosciuga in palude; una sponda opposta all’immissario più alta, per evitare che l’acqua defluisca trasformando il lago in una semplice inondazione; infine un emissario che mantenga l’acqua corrente, perché senza di esso l’acqua si guasterebbe e si avrebbe un mare, non un lago (fr:24417‑24424).
L’analisi si volge alle piene del Nilo. L’inondazione comincia in Etiopia l’undici giugno con la tempesta già menzionata, e il fiume cresce rapidamente grazie alla grande quantità d’acqua; la lontananza dall’Egitto non è un ostacolo perché un rigonfiamento si propaga per pressione da un’estremità all’altra, come quando si schiaccia una bottiglia (fr:24428‑24437). Smessa la pioggia, il Nilo si scarica nel mare e rientra nel suo alveo. Cardano aggiunge un possibile contributo delle correnti dell’Oceano Meridionale, che per tre o quattro mesi sospingono le acque verso sud, trattenendo le sorgenti del Nilo e facendo traboccare l’eccesso (fr:24438‑24439). Il ciclo si completa con la trasformazione dell’acqua salmastra in dolce, la pioggia che compensa la portata dei fiumi, il clima temperato e la fertilità del suolo (fr:24441‑24444). Qui egli nota anche un’apparente contraddizione con quanto scritto in precedenza: mentre ora afferma che perfino ai poli la terra è coltivata, nel Libro XI aveva sostenuto che “There cannot be populous cities under the poles, since the ground is sterile” – (fr:24452) [Non possono esserci città popolose sotto i poli, poiché il suolo è sterile]. Il testo ammette così una tensione interna sulla questione dell’abitabilità polare.
Le nubi accompagnano quasi sempre il Sole, e sul monte Sierra Leone (probabilmente il picco di Tenerife, al largo dell’Africa occidentale) una densa nube permanente genera lampi incessanti e tuoni udibili a cinquanta miglia, per il calore solare e l’umidità del monte stesso, favorita dal mare vicino (fr:24446‑24449). A questo si collega una testimonianza geografica di grande rilievo storico: “the earth is not surrounded by the Ocean, but the Ocean is a sort of lake established between the lands, with on one side our inhabitable region, on the other Nortica, Brazil at midday, and America to the north” – (fr:24455) [la terra non è circondata dall’Oceano, ma l’Oceano è una sorta di lago stabilito tra le terre, con da un lato la nostra regione abitabile, dall’altro la Nortica, il Brasile a mezzogiorno e l’America a settentrione]. Le isole innumerevoli, che si dice superino le diecimila, provano che le terre non sono un’isola nel mare, ma piuttosto il mare è un lago delle terre; in esse l’acqua dolce non si genera localmente ma filtra dal mare, come mostrano i quindici fiumi dell’Irlanda o l’isoletta posta tre gradi oltre l’Equatore, lunga otto miglia e larga quattro, verde e ricca di acqua dolce (fr:24456‑24459). L’enigma degli uccelli che vi si trovano – “So where did they come from? they could not fly across such a distance, nor be generated from rotting matter” – (fr:24460‑24461) [Dunque da dove venivano? non potevano volare per una tale distanza, né essere generati da materia in decomposizione] – viene risolto ipotizzando un antico popolamento oppure la discesa da navi di passaggio, un’usanza simile a quella spagnola di sbarcare maiali su isole deserte (fr:24462‑24463).
L’ultima parte del brano espone la dottrina degli elementi. Vi sono solo tre elementi: “the most dense is earth, the next is water, and air is the most rarefied; they are all cold” – (fr:24464) [il più denso è la terra, il successivo è l’acqua, e l’aria è il più rarefatto; sono tutti freddi]. L’aria, rarefacendosi per il moto perpetuo vicino al cielo, diventa etere, tanto poco freddo da essere prossimo al temperato; il cielo è ancora più sottile e temperato, e per questo eterno o prossimo all’eterno (fr:24465‑24468). Cardano ricorda la legge cristiana secondo cui anch’esso avrà una fine, mentre distingue ciò che si propaga come sostanza (il cavallo genera un cavallo) da ciò che si propaga come accidente (la luce genera l’illuminazione). La natura, nell’impossibilità di conservare eternamente l’individuo, ripristina la specie mediante la generazione, benché ciò che è nato non possa più tornare indietro, altrimenti sarebbe eterno (fr:24478‑24481). La riflessione sull’eternità si chiude con la notazione che l’infinito moltiplicato per qualsiasi cosa resta infinito, suggellando il carattere insieme fisico e metafisico dell’intera trattazione.
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91 L’ordine divino, l’arte della natura e il problema del male nel De Subtilitate (Libro XXI)
Cardano distingue tre tipi di azione, dimostra l’esistenza di un Dio sapiente dall’ordine cosmico e biologico, e indaga come la natura, priva di intelletto, possa generare forme mirabili attraverso il caso e i cicli periodici.
Il capitolo si apre con una classificazione generale dei movimenti intermedi, che Cardano chiama azioni: “There are three sorts of actions.” – (fr:24550) [Vi sono tre specie di azioni.]. La prima è il cambiamento da corpo a corpo (“The first is that from body to body, and is called a change.” – fr:24551 [La prima è quella da corpo a corpo, ed è chiamata cambiamento.]); la seconda è l’influsso, che procede in un corpo ma non da un corpo, su un principio nascosto (“The second is an inflow; it proceeds into a body, but not from a body, on some hidden principle.” – fr:24552 [La seconda è un influsso; procede in un corpo, ma non da un corpo, in virtù di un principio occulto.]); la terza, l’ispirazione, non avviene dal corpo né in esso, bensì nell’animo (“The third is the one that does not happen from the body nor in it, but in the mind, and is called inspiration.” – fr:24553 [La terza è quella che non avviene dal corpo né in esso, ma nell’animo, ed è chiamata ispirazione.]). Cardano chiarisce le differenze: l’influsso proviene da un corpo immortale, l’ispirazione da qualcosa di immortale ma non corporeo (“Inflow takes place from an immortal body, but inspiration from something immortal, yet not a body.” – fr:24554 [L’influsso ha luogo da un corpo immortale, ma l’ispirazione da qualcosa di immortale, eppure non corporeo.]), e mentre l’ispirazione istruisce, l’influsso spinge (“Also, inspiration instructs, but inflow impels.” – fr:24556 [Inoltre, l’ispirazione istruisce, mentre l’influsso sospinge.]).
Da questa tassonomia dell’azione Cardano passa a interrogarsi sul centro del cielo e dell’universo infinito, rimandando ai suoi De arcanis aeternitatis, ma subito introduce la necessità di un Dio. L’ordine dell’universo non può sussistere senza un controllore, poiché se la materia fosse governata solo dal caso non potrebbe conservare la lunga sequenza delle cose (“the universe’s order cannot exist without a controller to run it, since if matter were controlled just by chance, it could not preserve the long-term sequence of things.” – fr:24558 [l’ordine dell’universo non può esistere senza un governatore che lo diriga, poiché se la materia fosse retta solo dal caso, non potrebbe conservare la lunga successione delle cose.]). Un assetto tanto scelto, perfetto e adatto a ogni scopo richiede un artefice non solo giudizioso, ma sapiente quanto Dio (“An arrangement so choice, so perfect, so suited to every purpose was totally in need of a craftsman not merely as judicious but also as very wise as God is.” – fr:24559 [Una disposizione così scelta, così perfetta, così adatta a ogni scopo necessitava totalmente di un artefice non soltanto giudizioso, ma anche sapiente quanto Dio.]). Tre linee di ragionamento mostrano in modo conclusivo che Dio esiste, è sapientissimo e onnisciente (“these three lines of thought show conclusively not only that God exists but also that He is very wise, and is omniscient.” – fr:24561 [queste tre linee di pensiero mostrano in modo conclusivo non solo che Dio esiste, ma anche che è sommamente sapiente ed è onnisciente.]). A sostegno di ciò Cardano adduce i prodigi che svelano il futuro, i quali possono partire solo da Colui che conosce ciò che verrà, e l’origine della mente umana che deriva da un artefice migliore (“the prodigies that reveal the future, which can only start from Him who knows what is to come; and as another instance, the origin of the human mind, which stems from some better craftsman” – fr:24562 [i prodigi che rivelano il futuro, i quali possono solo provenire da Colui che conosce ciò che sarà; e, come altro esempio, l’origine della mente umana, che discende da un qualche artefice migliore.]). Il consenso universale sul culto di Dio e la distinzione tra onorevole e turpe, bene e male, virtù e vizio prendono origine da una mente primaria, da un bene primario, da un ordine primario (“the distinction between the honourable and the disgraceful, between good and bad, between virtue and vice, and also such a large sequence and marvellous array of the numbers take their origin from some primary mind, from some primary good, from some primary order.” – fr:24583 [la distinzione tra l’onorevole e il turpe, tra buono e cattivo, tra virtù e vizio, e anche una così ampia sequenza e meravigliosa disposizione dei numeri prendono origine da una qualche mente primaria, da un qualche bene primario, da un qualche ordine primario.]).
Dopo aver affermato che Dio conosce ogni cosa, Cardano sviluppa un’idea sorprendente: la natura, pur essendo un artefice privo di intelletto e sensibilità, produce forme di straordinaria bellezza. Invita a osservare le ali delle farfalle, segnate con precisione e colori mirabili (“You can see butterfly wings, how beautifully and precisely they are marked out with colours?” – fr:24609 [Vedi le ali delle farfalle, con quanta bellezza e precisione sono delineate dai colori?]), e le pelli di leopardi, pantere e tanti altri animali, che la tecnica umana inizia a imitare. La domanda centrale è se cose che sembrano relative a un potere sensitivo purissimo possano essere state create dalla natura, artefice privo di intelletto, oppure se la cura del supremo artefice si rivolga a realtà tanto piccole e numerose (“What then is to be said on whether things that appear to relate properly to the power of sensation (and a very pure one) will have been created by nature- nature the craftsman devoid of intellect and power of sensation- or could be so?” – fr:24613 [Che dire allora se cose che sembrano riferirsi propriamente a una facoltà sensitiva (e purissima) siano state create dalla natura – la natura artefice priva di intelletto e di sensibilità – o possano esserlo?]). La risposta è negare che occorra un intervento diretto divino su ogni singolo fiore: Cardano spiega il meccanismo con la mescolanza casuale di sostanze colorate, il loro rigonfiamento e la successiva divisione in strati. Le ali di farfalla e le foglie dei fiori si dividono, aumentano e si gonfiano come vasi di vetro, e quando una massa è segnata di bianco quasi per caso e poi si gonfia, produce colori separati da intervalli uguali (“When a lump is marked with white, as it were incidentally, and inflated, it produces these colours separated by equal intervals.” – fr:24627 [Quando un grumo è segnato di bianco, quasi incidentalmente, e viene gonfiato, produce questi colori separati da intervalli uguali.]). Se si volesse realizzare un pannello dipinto a mosaico con colori mescolati casualmente nella massa e poi la si dividesse in strati trasversali, le sezioni indurite riprodurrebbero la forma di un bellissimo pannello, rendendo l’opera durevole (“if anyone wants to make a painted panel, and one variegated with mosaic work, using colours mixed into the mass by chance, and the mass is split transversely into equal layers, the hardened slices will reproduce the form of a very beautiful panel” – fr:24628 [se qualcuno volesse realizzare un pannello dipinto, e uno variegato a mosaico, usando colori mescolati nella massa a caso, e la massa venisse spaccata trasversalmente in strati uguali, le fette indurite riprodurrebbero la forma di un bellissimo pannello]). In questo modo, senza alcuna abilità, molte cose possono nascere da una sola, cose diseguali da un uguale, ordinate da disordinate, e così dall’unico Dio, sommo artefice di tutto, scaturisce con facilità una tale varietà (“So you see how in these a likeness of the universe is glowing; many things can come from one, unequals from an equal, contrived things from chance ones, ordered things from disorderly ones- similarly, with an easy even-handedness, so much comes forth from the one God, supreme and trustworthy craftsman of everything.” – fr:24629 [Così vedi come in queste cose risplende un’immagine dell’universo; molte cose possono derivare da una sola, disuguali da un uguale, artificiose da casuali, ordinate da disordinate – similmente, con facile imparzialità, tanto procede dall’unico Dio, supremo e fedele artefice di tutto.]).
Un’altra manifestazione di ordine nascosto è il ciclo quartano. Cardano nota che nelle Molucche la produzione di chiodi di garofano è più ricca ogni quattro anni, che le acque termali peggiorano secondo lo stesso ritmo e che esiste una febbre quartana che prende nome da questo ciclo (“For instance, the fact that in the Moluccas there is a richer and more successful production of cloves in a four-year cycle. The waters of hot baths deteriorate over the same cycle” – fr:24633-24634 [Per esempio, il fatto che nelle Molucche vi sia una produzione di chiodi di garofano più ricca e abbondante in un ciclo di quattro anni. Le acque dei bagni caldi peggiorano seguendo lo stesso ciclo.]). La spiegazione non va cercata negli astri, ma nella sequenza stessa delle cose, che procede secondo un ordine triplice: inizio, mezzo e fine; oppure imperfetto, perfetto e compiuto (“It would be better to consider the sequence of things themselves, which is carried on in a triple order: beginning, middle, and end; or imperfect, perfect, and complete.” – fr:24637 [Sarebbe meglio considerare la sequenza delle cose stesse, che si svolge in un ordine triplice: inizio, mezzo e fine; o imperfetto, perfetto e compiuto.]). Se la sequenza ricorre, il quarto termine sarà massimamente simile al primo, il quinto al secondo, il sesto al terzo, e così via, rendendo prominente il ciclo quartano (“if the sequence recurs the fourth will be most like the first, the fifth like the second, the sixth like the third, and again the fourth like the seventh, and so successively.” – fr:24639 [se la sequenza ricorre, il quarto sarà massimamente simile al primo, il quinto al secondo, il sesto al terzo, e di nuovo il quarto al settimo, e così di seguito.]). Anche le onde del mare seguono questa scansione: crescono, rumoreggiano al culmine, poi declinano e ritornano nello stesso ordine, tanto che Cardano osa affermare che tutto ciò che nasce da grandi cause è vincolato a questo ritmo (“If you look at sea waves too, first of all they increase, then they roar after reaching their crest, and presently decline, and return again in the same order- so that I would dare to say that everything that arises from great causes is restrained by this order.” – fr:24649 [Se guardi anche le onde del mare, dapprima crescono, poi rumoreggiano dopo aver raggiunto la cresta, e subito declinano, e ritornano di nuovo nello stesso ordine – cosicché oserei dire che tutto ciò che nasce da grandi cause è trattenuto da quest’ordine.]).
Cardano affronta poi uno spinoso problema teologico: se Dio è autore di tutto, perché il male sovrasta il bene per rapidità, facilità, frequenza e grandezza? “Now the discussion must move in another direction: will you in fact ask why it is that if God is the author of everything, bad outdoes good, in speed, ease, frequency, magnitude?” – fr:24652 [Ora la discussione deve volgersi in un’altra direzione: chiederai infatti perché, se Dio è autore di tutto, il male supera il bene, in velocità, facilità, frequenza, grandezza?]. La disgrazia e la rovina giungono in un’ora, anzi in un momento; per arricchirsi o guarire occorre molto tempo. Di fronte a tante calamità, un unico bene è non avere bisogno, cosicché gli epicurei sembrano aver avuto ragione nel porre l’assenza di dolore come fine per i buoni (“Hence the Epicureans appear to have been right to hold that the absence of pain is the aim for good men.” – fr:24656 [Perciò gli epicurei sembrano aver avuto ragione nel ritenere che l’assenza di dolore sia il fine per gli uomini buoni.]). Eppure, proprio di fronte alla morte, unico termine a ogni affanno, gli uomini amano i figli come propri altri sé, unico soccorso contro la fine inevitabile (“Just as we detest death, we love our sons, as having become our other selves - the only help, so to speak, against that inevitable end” – fr:24659 [Proprio come detestiamo la morte, amiamo i figli, come divenuti nostri altri sé – unico aiuto, per così dire, contro quella fine inevitabile.]). L’artefice ha reso il sesso più piacevole in vista della prole, cosicché, benché la titillazione sia affine al prurito, sentirla è molto più gradevole, e ciò ha contribuito in modo primario alla perpetuazione degli esseri animati (“The Craftsman made sex for the sake of sons more pleasant, because the bodies are mixed together, and what stimulates is very intimate, and with minimal distress; accordingly, though titillation is of a kind with itching, feeling it is much more pleasant.” – fr:24661 [L’Artefice ha reso il sesso più piacevole in vista dei figli, perché i corpi sono mescolati insieme, e ciò che stimola è molto intimo, e con minimo affanno; di conseguenza, sebbene la titillazione sia affine al prurito, provarla è molto più piacevole.]).
L’ultima sezione del libro distingue, nel governo degli affari, la causa, il principio e l’opportunità. La causa della spedizione di Alessandro in Asia fu la facile vittoria degli Ateniesi su Artaserse e Serse e la spedizione di Agesilao, che fondarono le sue speranze (“we say that the cause of Alexander’s moving across to Asia was the easy triumph of the Athenians over Artaxerxes and Xerxes; then the expedition of Agesilaus; on these Alexander built his hopes.” – fr:24667 [diciamo che la causa del passaggio di Alessandro in Asia fu il facile trionfo degli Ateniesi su Artaserse e Serse; poi la spedizione di Agesilao; su queste Alessandro fondò le sue speranze.]). Il principio è ciò che i re usano per nascondere avidità e ambizione, come il passaggio dei Persiani in Grecia e l’uccisione degli ambasciatori persiani da parte dei Macedoni (“A principle is what kings use to hide the suggestion of greed and ambition: for instance, the Persians crossing over into Greece, and the slaughter of the Persian envoys which was committed by the Macedonians.” – fr:24668 [Un principio è ciò che i re usano per nascondere l’ombra di avidità e ambizione: per esempio, il passaggio dei Persiani in Grecia, e la strage degli inviati persiani perpetrata dai Macedoni.]). L’opportunità fu la morte di Filippo, che lasciò eserciti bellicosi e una Grecia stremata, facendo sì che tutti si schierassero con Alessandro per gratitudine o timore (“An opportunity was Philip’s death, leaving behind him warlike armies and a Greece worn out by disasters, with the result that all his people sided with Alexander, through gratitude or fear.” – fr:24669 [Un’opportunità fu la morte di Filippo, che lasciò dietro di sé eserciti bellicosi e una Grecia spossata dai disastri, con il risultato che tutti i suoi si schierarono con Alessandro, per gratitudine o timore.]).
Il testo, tratto dal XXI libro del De Subtilitate, testimonia la peculiare sintesi cardaniana tra filosofia naturale, teologia e curiosità per i fenomeni concreti. Cardano non si accontenta di una teologia astratta: cerca prove dell’esistenza e della sapienza divina nell’ordine osservabile, ma riduce al contempo il ricorso diretto a Dio spiegando la bellezza naturale con processi meccanici casuali che imitano l’artificio. L’attenzione ai cicli periodici, dalla febbre quartana alle maree, rivela il debito verso la tradizione medica e astrologica, mentre la disarmante riflessione sulla sproporzione tra male e bene mostra un pensatore disposto a guardare in faccia le ombre dell’esistenza. L’intero capitolo, con i suoi continui rinvii a scritti propri e altrui – Boezio, Platone, Diogene –, documenta il lavorio intellettuale di un autore che, appena uscito dalla prima edizione del 1550, continua a rielaborare il testo fino all’edizione del 1560, arricchendolo di esempi, digressioni e puntualizzazioni terminologiche che rendono il libro un caleidoscopio della scienza rinascimentale.
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92 L’apparato bibliografico di uno studio su Cardano: edizioni, traduzioni e fonti
Un inventario di testi che documenta la fortuna editoriale del De subtilitate, le moderne edizioni critiche e il ricco sfondo classico e rinascimentale su cui si innesta l’opera cardaniana.
La sequenza di voci qui raccolta non è un discorso argomentativo
bensì la bibliografia di un trattato scientifico
moderno dedicato a Girolamo Cardano. L’elenco si apre con una serie di
edizioni antiche del De subtilitate, testimoniando un percorso
editoriale che inizia con le prime stampe parigine del 1550 e del
1551:
“De subtilitate libri XXI . . . (Paris: Michael Fezandat and
Robert Granion, 1550)” – (fr:24850)
[De subtilitate libri XXI … Parigi, presso Michael Fezandat e Robert
Granion, 1550],
“De subtilitate libri XXI . . . (Lyon: Gulielmus Rovillius . .
., 1551)” – (fr:24854)
[De subtilitate libri XXI … Lione, presso Guillaume Rouillé,
1551].
Nel 1554 l’opera viene ripubblicata a Lione e a Basilea con una
importante indicazione redazionale:
“Nunc demum ab ipso authore recogniti atqueperfecti (Lyon:
Gulielmus Rovillius, 1554)” – (fr:24859)
[Ora finalmente riveduti e compiuti dall’autore stesso, Lione,
Guillaume Rouillé, 1554].
La rapida diffusione del testo è confermata dalla traduzione francese
curata da Richard Le Blanc, stampata a Parigi nel 1556:
“Les livres de Hierome Cardanus . . . intitules De la
subtilité, & subtiles inventions, ensemble les causes occultes,
& raisons d’icelles, traduis de latin en françois, par Richard Le
Blanc (Paris: Ian Foucher, 1556)” – (fr:24864)
[I libri di Girolamo Cardano … intitolati Della sottigliezza, e
sottili invenzioni, insieme alle cause occulte e le ragioni di esse,
tradotti dal latino in francese da Richard Le Blanc, Parigi, Jean
Foucher, 1556].
L’edizione basilese del 1560, arricchita dall’autore, viene così
segnalata:
“Ab authore plusquam mille locis illustrate, nonnullis etiam
cum additionibus . . . (Basel: Petrina, 1560)” –
(fr:24867)
[Illustrata dall’autore in più di mille luoghi, con anche alcune
aggiunte … Basilea, Petri, 1560].
Accanto alle stampe storiche compaiono le tappe della riscoperta
moderna: la traduzione inglese del primo libro ad opera di M. M. Cass,
discussa come tesi dottorale alla Columbia University nel 1934, e
l’edizione critica del testo latino promossa da Elio Nenci, della quale
sono apparsi i primi otto libri:
“De Subtilitate, Edizione critica (Tomo I Libri I-VIII),
ed. Elio Nenci (Rome: Franco Angeli, 2004)” –
(fr:24883-24884).
Un analogo lavoro filologico è attestato dalla traduzione commentata dei
primi quattro libri curata da M. Paire presso l’Université Jean Moulin
di Lione nel
La bibliografia non trascura neppure altre opere cardaniane citate nello
studio, come l’autobiografia De propria vita, l’Ars
magna sul calcolo algebrico –
“Ars magna, or, the Rules of Algebra, trans. and ed. T.
Richard Witmer; with a foreword by Oystein Ore (New York: Dover,
1993)” – (fr:24879-24881)
[Ars magna, ossia Le regole dell’algebra, traduzione e cura di T.
Richard Witmer, con una prefazione di Oystein Ore, New York, Dover,
1993] –
e il De propria vita nella versione inglese di Jean Stoner
del
L’orizzonte del trattato si allarga poi a un fitto reticolo di fonti antiche e rinascimentali. Vi figurano i classici della medicina e della filosofia naturale: Celso con il De medicina, i testi anatomici e fisiologici di Galeno – tra cui On the Usefulness of Parts of the Body –, la Bibliotheca historica di Diodoro Siculo, Dioscoride con il De materia medica, Strabone, Euclide. Sono ben rappresentati anche autori cinquecenteschi che condivisero con Cardano interessi per le cause occulte e per la fisiologia: Jean Fernel con il De naturali parte medicinae e la Physiologia, Girolamo Fracastoro con gli Opera omnia, Conrad Gesner con il De rerum fossilium e William Gilbert con la Philosophia nova sul mondo sublunare. Non mancano riferimenti a Erasmo, Dante (la traduzione del Purgatorio curata da Dorothy L. Sayers) e John Donne, che suggeriscono un’attenzione del testo base anche ai risvolti letterari e retorici del discorso sulla sottigliezza.
Questo elenco, pur nella sua aridità catalogica, costituisce una testimonianza del lavoro filologico e storiografico contemporaneo su Cardano. La presenza di edizioni antiche, disseminate tra Parigi, Lione e Basilea, rivela la precoce circolazione europea del De subtilitate; le traduzioni francese e inglese ne documentano la divulgazione in volgare; le moderne edizioni critiche indicano il consolidarsi di un approccio accademico che ancora oggi riconosce nel testo cardaniano un nodo ineludibile della cultura scientifica e filosofica del Rinascimento.
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93 Bibliografia di un trattato scientifico: un ponte tra fonti antiche e sapere moderno
“Architecture ou Art de bien bastir de Marc Vitruve Pollion autheur Romain antique: mis de Latin en Francoys, par Ian Martin Secretaire de Monseigneur le Cardinalde Lenoncourt, pour le Roi treschrestien Henry II” – (fr:25313) [Architettura o arte di ben costruire di Marco Vitruvio Pollione, autore romano antico: tradotta dal latino in francese da Jean Martin, segretario di monsignor il cardinale di Lenoncourt, per il re cristianissimo Enrico II].
Il corpus di riferimenti che si estende dal frammento 25249 al 25351 costituisce la sezione bibliografica di un’opera scientifica, molto probabilmente uno studio storico dedicato alla filosofia naturale rinascimentale. L’insieme dei titoli rivela un apparato di fonti costruito con rigore filologico e un’ampiezza interdisciplinare che abbraccia la geografia antica, la botanica, l’ottica medievale, la medicina umanistica e la crittografia.
L’ossatura è data da una fitta rete di edizioni e traduzioni di autori greci e latini. Strabone compare con la Geography tradotta da Horace Leonard Jones negli otto volumi della Loeb Classical Library (fr:25267‑25271); Teofrasto è presente sia nell’Enquiry into Plants curata da Sir A. Hort (fr:25285‑25288) sia nel De igne all’interno degli Opera curati da Schneider (fr:25278‑25281). La scelta di affiancare più edizioni, come per Teofrasto – l’edizione Wimmer del 1866 (fr:25282‑25283) accanto alla traduzione rinascimentale di Gaza (fr:25275‑25276) – testimonia un’attenzione stratigrafica alla trasmissione dei testi. L’elenco comprende anche il tardo commentatore Simplicio, con il Commentary on Aristotle’s Physics 8 nell’edizione McKirahan (fr:25260‑25263), e la silloge erudita di Solino edita da Mommsen (fr:25264‑25266).
Non meno rilevante è lo spazio concesso al sapere tecnico e alla riflessione cinquecentesca sulla natura. L’“De rerum natura iuxta propria principia libri IX” di Bernardino Telesio (fr:25272‑25273) [Sulla natura delle cose secondo i propri principi, libri IX], stampato a Napoli nel 1586, segnala l’interesse per una filosofia che cerca di spiegare il mondo attraverso principi immanenti, mentre il trattato di prospettiva di Witelo, “Peri Optikes: id est de natura, ratione, & proiectione radiorum uisus, luminum, colorum atq{ue} formarum, quam uulgo perspectiuam uocant, libri X” (fr:25315) [L’Ottica, ovvero sulla natura, il principio e la proiezione dei raggi visivi, dei lumi, dei colori e delle forme, che comunemente chiamano prospettiva, libri X], richiama il ruolo dell’ottica geometrica nella trasformazione dell’immagine del cosmo. Accanto a questi stanno opere che incarnano la circolazione delle conoscenze tra culture e lingue: volumi pubblicati dall’Hakluyt Society come i viaggi di Varthema (fr:25295‑25301) o le raccolte di fonti di Vespucci (fr:25304‑25306).
La lista si articola poi in una sezione esplicitamente moderna, introdotta dalla voce “Secondary Works Addison, Herbert.” (fr:25316). Qui la bibliografia si apre a contributi specialistici del Novecento: dalle prove idrauliche sulla vite di Archimede (fr:25317‑25319) all’embriologia di Malpighi indagata da Adelmann (fr:25320‑25322), dalla lessicografia botanica latina di Jacques André (fr:25338‑25341) alla storia sociale della sifilide in The Great Pox (fr:25350‑25351). Colpisce, in questo panorama, la presenza di un articolo come “The Evolution of the Basilisk” di R. McN. Alexander (fr:25334‑25336), che accosta alla meccanica della locomozione animale (fr:25336‑25337) una creatura mitologica, rivelando come lo studio storico-scientifico accolga anche le pieghe più curiose dell’immaginario naturalistico. Allo stesso modo la comparsa di un manuale di crittografia, Codes and Ciphers di Alexander d’Agapeyeff (fr:25323‑25327), suggerisce che il trattato per cui questa bibliografia è stata allestita toccasse temi di comunicazione segreta o linguaggi cifrati.
L’insieme costituisce una testimonianza preziosa del metodo con cui uno studioso del XX secolo ha interrogato il passato scientifico: accostando fonti primarie in edizioni critiche collaudate, traduzioni umanistiche e ricerche specialistiche moderne, l’autore del trattato ha costruito un discorso capace di tenere insieme cosmografia, botanica, medicina, ingegneria e persino il folklore. La bibliografia diventa così la cartina di tornasole di un’indagine che vede nella trasmissione del sapere – dal greco al latino, dal latino al volgare, dal manoscritto alla stampa, dal mito al microscopio – la chiave per comprendere la formazione della scienza moderna.
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94 Bibliografia di una storia della scienza: autori, temi e strumenti
Un repertorio di fonti secondarie che delinea il panorama intellettuale per lo studio del pensiero scientifico, medico e matematico, dal mondo antico alla prima modernità.
L’insieme di voci compone una bibliografia specialistica, i cui riferimenti spaziano dalla filosofia antica alla storia della medicina, dalla matematica ricreativa all’emblematica. L’asse portante sembra convergere sulla figura e l’opera di Girolamo Cardano, come attestato dal volume curato da Marialuisa Baldi e Guido Canziano, “Girolamo Cardano: Le opere, le fonti, la vita” - (fr:25356-25357) e dalla monografia di Angelo Bellini, “Gerolamo Cardano e il suo tempo” - (fr:25377-25378). A questo nucleo tematico si collegano studi sulla matematica pratica e le sue sfide culturali, quale il saggio di Jim Bennett, “The Challenge of Practical Mathematics” - (fr:25386-25388), e sulla notazione, con l’opera in due volumi di Florian Cajori, “A History of Mathematical Notations” - (fr:25429-25432).
Il contesto più ampio della storia della scienza e della medicina è rappresentato da studi trasversali. L’analisi di William B. Ashworth Jr., “Natural History and the Emblematic World View” - (fr:25352-25354), indaga la mentalità simbolica che permeava la storia naturale. In ambito medico, lo studio di Alvan Bregman, “Alligation Alternate and the Composition of Medicines: Arithmetic and Medicine in Early Modern England” - (fr:25416-25418), esemplifica l’intersezione tra calcolo e farmacopea. Un filone parallelo esplora la fisiologia del digiuno con i lavori di Francis Gano Benedict, “The Influence of Inanition on Metabolism” - (fr:25379-25380) e il successivo “Study of Prolonged Fasting” - (fr:25381-25382), testimoniando un interesse per la ricerca sperimentale sul corpo umano.
La bibliografia dedica uno spazio significativo al mondo classico, fondamento imprescindibile per la cultura rinascimentale. Si va dalla lingua greca con Basil F. C. Atkinson, “The Greek Language” - (fr:25355), all’aristotelismo curato da Jonathan Barnes nel volume “The Cambridge Companion to Aristotle” - (fr:25362-25363), fino alla geografia tolemaica nell’edizione di J.L. Bergren e A. Jones, “Ptolemy’s Geography” - (fr:25389-25390). Emerge anche l’attenzione per la cultura materiale, come la storia dei giochi da tavolo di R. C. Bell, “Board and Table Games from Many Civilisations” - (fr:25376), e per il sapere tecnico, come il volume sulle biblioteche di Bernhard Bischoff, “Manuscripts and Libraries in the Age of Charlemagne” - (fr:25401-25403).
La varietà delle opere citate delinea un ambiente di ricerca in cui la scienza non è isolata ma intrecciata con la tecnologia, le pratiche sociali e l’editoria. Tra gli strumenti di consultazione figurano opere monumentali come il dizionario biografico medico “Biographisches Lexikon der hervorragenden Ärzte” - (fr:25397-25400) e il lessico medico settecentesco di Bartholomaeus Castellus, “Lexicon medicum” - (fr:25440-25443), che operano come autorità di riferimento. I periodi coperti spaziano dall’antichità, con “Libraries in the Ancient World” di Lionel Casson - (fr:25435-25436), al Rinascimento, come “Artisans of the Body in Early Modern Italy” di Sandra Cavallo - (fr:25444-25445), fino a studi storiografici moderni, quale “Science and Religion: Some Historical Perspectives” di John Brooke - (fr:25419-25420).
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95 Bibliografia di un trattato sulla scienza rinascimentale: testimonianza di un’indagine interdisciplinare
Una raccolta di riferimenti bibliografici come questa, estratta da un’ampia opera scientifica, documenta il ventaglio di fonti e strumenti critici mobilitati per ricostruire la cultura scientifica tra Medioevo e prima età moderna. L’elenco, benché frammentario e segnato da refusi tipografici, permette di cogliere la varietà dei saperi convocati: dalla meccanica alla musica, dalla medicina all’astrologia, dalla chimica alla filologia, fino alla storia del libro e del commercio. Ogni voce è la traccia di un dialogo storiografico che lega il caso particolare – spesso la figura di Girolamo Cardano – a correnti intellettuali di lunga durata.
Il nucleo più riconoscibile riguarda direttamente Cardano. La monografia di Markus Fierz, tradotta da Helga Niman, viene presentata come “Girolamo Cardano, 1501-1576: Physician, Natural Philosopher, Mathematician, Astrologer, and Interpreter of Dreams” (fr:25559-25560) [Girolamo Cardano, 1501-1576: medico, filosofo naturale, matematico, astrologo e interprete di sogni]. A questa si affiancano i contributi di Germana Ernst, tra cui “‘Veritatis amor dulcissimus’: Aspects of Cardano’s Astrology” (fr:25551-25553), e lo studio di James Eckman, “Jerome Cardan”, apparso come supplemento al «Bulletin of the History of Medicine» (fr:25535-25536). La presenza di C. L. Dana con “The Story of a Great Consultation: Jerome Cardan goes to Edinburgh” (fr:25492-25493) mostra l’interesse per episodi biografici precisi, in questo caso il celebre viaggio scozzese del medico.
Accanto a Cardano, la bibliografia abbraccia l’intera civiltà scientifica rinascimentale. L’opera enciclopedica di Pierre Duhem, “Système du monde: L’histoire des doctrines cosmologiques de Platon à Copernic” (fr:25527-25529), costituisce un riferimento monumentale in 10 volumi. Gli studi di Stillman Drake e I. E. Drabkin, “Mechanics in Sixteenth-century Italy” (fr:25517-25518), offrono un’antologia di testi meccanici; mentre il volume di Marshall Clagett su Archimede nel Medioevo viene smembrato in più frasi, ma i dettagli editoriali restituiscono la sua articolazione in 5 volumi usciti per la University of Wisconsin Press e per l’American Philosophical Society (fr:25460-25464). Queste opere forniscono le fondamenta per comprendere come la scienza antica venne trasmessa e trasformata.
Non mancano filoni specialistici che testimoniano la curiosità per i saperi liminari. La metoposcopia, l’arte di leggere il carattere dalla fronte, è indagata da Angus G. Clarke in “Metoposcopy: An Art to Find the Mind’s Construction in the Forehead” (fr:25465-25468). L’astrologia è presente con “Secrets of Nature: Astrology and Alchemy in Early Modern Europe”, curato da William R. Newman e Anthony Grafton (fr:25552-25553). La magia naturale e gli oggetti meravigliosi sono trattati da Brian P. Copenhaver in “A Tale of Two Fishes: Magical Objects in Natural History from Antiquity through the Scientific Revolution” (fr:25482-25483).
La storia della musica e della matematica si intreccia in voci come quella di H. F. Cohen, “Quantifying Music: The Science of Music at the First Stage of the Scientific Revolution, 1580-1650” (fr:25469), e l’articolo di M. B. Collins su “The Performance of Sesquialtera and Hemiolia in the 16th Century” (fr:25472-25473). L’interesse per la terminologia e la metrologia è attestato dal Dictionnaire universel des poids et mesures di Horace Doursther (fr:25512-25514) e dal Glossarium mediae et infimae Latinitatis di Du Cange (fr:25520-25522). Altre voci coprono la tecnologia antica (Feldhaus, “Die Technik der Vorzeit”, fr:25557), la chimica dei pigmenti (Cooksey su “Tyrian Purple: 6,6’-Dibromoindigo and Related Compounds”, fr:25480-25481) e l’aceto (Conner e Allgeier, fr:25474-25476).
Questa bibliografia non è un mero elenco: essa registra la stratificazione di strumenti indispensabili per uno studio contestuale. I dizionari biografici – dal Biographical and Bibliographical Dictionary of Italian Humanists di Cosenza (fr:25486-25489) all’Enciclopedia universal ilustrada (fr:25541) – convivono con le edizioni di fonti primarie come la Encyclopédie di Diderot e D’Alembert (fr:25502-25506). L’insieme testimonia l’ampiezza di un’indagine che unisce la scienza dei segreti (Eamon, fr:25532-25533) alla stampa come agente di cambiamento (Eisenstein, fr:25537-25539) e alle meraviglie dell’ordine naturale (Daston e Park, fr:25494-25495). Attraverso questi frammenti, il lettore intravede la complessa officina di un sapere storico capace di tenere insieme testi tecnici, pratiche commerciali, filosofie e arti divinatorie.
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96 Le fonti di un sapere complesso: una bibliografia scientifica tra medicina, meccanica e storia naturale
Una mappa di letture che intreccia il pensiero fisiologico rinascimentale, la meccanica newtoniana, il collezionismo naturalistico e l’astronomia islamica in un unico orizzonte storiografico.
Il testo si presenta come la sezione bibliografica di un’opera di storia della scienza, probabilmente incentrata sul primo periodo moderno. L’elenco, privo di introduzioni discorsive, cataloga fonti edite tra il XVI e il XXI secolo e abbraccia una molteplicità di ambiti disciplinari: medicina, filosofia naturale, fisica, astronomia, geografia, botanica e storia culturale. La natura compilativa del brano offre una testimonianza diretta del modo in cui uno studioso contemporaneo costruisce il proprio quadro di riferimento, selezionando lavori classici insieme a ricerche recenti.
Già dalla prima voce si coglie l’attenzione per il pensiero fisiologico del Cinquecento. La citazione “Un medecin philosophe au XVI’ siecle: Etude sur !apsychologie dejean Ferne!” – (fr:25562) [Un medico filosofo nel XVI secolo: Studio sulla psicologia di Jean Fernel.] rimanda al medico Jean Fernel, figura centrale nella ridefinizione rinascimentale dei rapporti tra corpo e anima. Subito dopo compaiono titoli che spostano l’interesse verso la cultura materiale e museale, come “Possessing Nature: Museums, Collecting, and Scientific Culture in Early Modern Italy” – (fr:25567) [Possedere la natura: musei, collezionismo e cultura scientifica nell’Italia della prima età moderna], segno di una storiografia attenta alle pratiche concrete del sapere.
Il ventaglio cronologico e geografico è ampio. Accanto a studi sull’astronomia copernicana, quali “The Book Nobody Read: In Pursuit of the Revolutions of Nicolaus Copernicus” – (fr:25596) [Il libro che nessuno lesse: alla ricerca delle rivoluzioni di Niccolò Copernico], si trovano riferimenti al cosmo medievale (“Planets, Stars, and Orbs: The Medieval Cosmos, 1200-1687” – (fr:25611) [Pianeti, stelle e orbite: il cosmo medievale, 1200-1687]) e all’astronomia islamica, sintetizzata nell’articolo “Islamic Astronomy” – (fr:25598) [Astronomia islamica]. La presenza di contributi sulla meccanica si concentra in particolare sull’opera di Newton, analizzata nella sua veste di trattato fisico-matematico: “Newton’s Mathematical Principles of Natural Philosophy: A Treatise of Mechanics?” – (fr:25583) [I principi matematici della filosofia naturale di Newton: un trattato di meccanica?]. A questi si affiancano testi di balistica seicentesca, come quelli di A. Rupert Hall, e volumi dedicati alla matematica greca, quale “History of Greek Mathematics. Volume II: From Aristarchus to Diophantus” – (fr:25662-25663) [Storia della matematica greca. Volume II: da Aristarco a Diofanto].
La bibliografia non trascura la dimensione sensoriale e naturalistica. Vi compaiono studi sull’ottica atmosferica (“Rainbows, Halos and Glorias” – (fr:25617) [Arcobaleni, aloni e glorie]), sulla percezione e la fisiologia del sistema nervoso (“On the History of the Ideas of Efference Copy and Reafference” – (fr:25625) [Sulla storia delle idee di copia efferente e riafferenza]) e persino ricerche di carattere etnobotanico e alimentare, come la storia globale del caviale (“Caviar: A Global History” – (fr:25574) [Caviale: una storia globale]) e lo studio sui bitumi antichi (“Bitumen and Petroleum in Antiquity” – (fr:25576) [Bitume e petrolio nell’antichità]). Tale varietà mostra come il trattato di provenienza intendesse ricomporre un quadro integrato delle conoscenze premoderne, in cui lo studio della mente, del cosmo e delle sostanze naturali si intrecciava senza cesure nette.
Dal punto di vista formale, il brano conserva le convenzioni della citazione accademica: l’uso del trattino per autori ripetuti (ad esempio, i riferimenti a Gabbey, Grant o Greenblatt), l’indicazione di curatele e numeri di rivista, e l’adozione di più lingue – inglese, francese e italiano – che rispecchiano la comunità scientifica internazionale. Non mancano piccole imperfezioni tipografiche, come l’inversione di caratteri in “!apsychologie dejean” (fr:25562), che contribuiscono a restituire il carattere di documento di lavoro non ancora ripulito per la stampa definitiva. L’intera sequenza si rivela così una traccia preziosa di un’indagine storiografica che, attraversando discipline e periodi, restituisce la complessità del sapere scientifico tra Rinascimento e prima modernità.
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97 Una bibliografia per la storia della scienza: tra rivoluzione scientifica, occulto e culture del sapere
Una raccolta di riferimenti che intreccia filosofia naturale, tecnica, medicina e occulto, testimoniando l’ampio spettro tematico della storiografia scientifica dall’antichità alla prima età moderna.
Il testo preso in esame è una sezione di bibliografia – apparentemente tratta da un’opera di storia della scienza – composta da voci che spaziano dall’età antica al XVIII secolo. L’insieme offre uno spaccato significativo degli interessi e delle metodologie della disciplina tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Vi compaiono classici storiografici come il volume di John Henry, “The Scientific Revolution and the Origins of Modern Science. 3rd edition (Basingstoke and New York: Palgrave Macmillan, 2008)” – (fr:25670–25671) [La rivoluzione scientifica e le origini della scienza moderna, 3ª ed. (Basingstoke e New York: Palgrave Macmillan, 2008)], e il fondamentale “The Copernican Revolution: Planetary Astronomy in the Development of Western Thought (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1957)” – (fr:25760) [La rivoluzione copernicana: l’astronomia planetaria nello sviluppo del pensiero occidentale (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1957)] di Thomas Kuhn, che incorniciano la narrazione della nascita della scienza moderna.
— ‘La frammentazione dell’occulto e il declino della magia’, History of Science 46 (2008), pp. 1-48], mostra l’attenzione per la magia e l’occulto come parti integranti del panorama intellettuale della prima modernità. Lo conferma lo studio su Agrippa: “Agrippa’s Dilemma: Hermetic ‘Rebirth’ and the Ambivalence of De vanitate and De occulta philosophia” – (fr:25724–25725) [Il dilemma di Agrippa: la ‘rinascita’ ermetica e l’ambivalenza del De vanitate e del De occulta philosophia], di Michael Keefer, così come le ricerche su Ramon Lull con J. N. Hillgarth, “Ramon Lull and Lullism in Fourteenth-century France (Oxford: Clarendon Press, 1971)” – (fr:25680) [Ramon Lull e il lullismo nella Francia del Trecento (Oxford: Clarendon Press, 1971)], e sulla filosofia ficiniana di P. O. Kristeller, “The Philosophy of Marsilio Ficino (New York: Columbia University Press, 1943)” – (fr:25759) [La filosofia di Marsilio Ficino (New York: Columbia University Press, 1943)], che illuminano il platonismo rinascimentale e le sue componenti magico-ermetiche.
La medicina e la fisiologia sono rappresentate da più angolature. Il trattato cinquecentesco di Jean Fernel è indagato nell’articolo di John Henry e John M. Forrester, “Tradition and Reform: Jean Fernel’s Physiologia (1567)” – (fr:25675) [Tradizione e riforma: la Physiologia di Jean Fernel (1567)], apparso in un’edizione critica della Physiologia. La dimensione enciclopedica della storia delle malattie emerge dal “The Cambridge World History of Human Disease (Cambridge: Cambridge University Press, 1993)” – (fr:25742) [Storia mondiale delle malattie umane di Cambridge] curato da Kenneth F. Kiple, e dall’“Encyclopedia of Plague and Pestilence (New York: Facts on File, 1995)” – (fr:25747) [Enciclopedia della peste e delle pestilenze] di George C. Kohn. La storia del corpo e del genere trova voce con Thomas Laqueur, “Making Sex: Body and Gender from the Greeks to Freud (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1990)” – (fr:25771) [Fare il sesso: corpo e genere dai Greci a Freud (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1990)].
Un filo conduttore che attraversa l’intera lista è l’interesse per la tecnica, la misura e le infrastrutture materiali della scienza. La metrologia antica e moderna è documentata da classici come Friedrich Hultsch, “Griechische und römische Metrologie (Berlin: Weidmann, 1862)” – (fr:25693) [Metrologia greca e romana (Berlino: Weidmann, 1862)], e da studi moderni quali Jean-Claude Hocquet, “Anciens systemes de poids et mesures en Occident (Aldershot: Ashgate Publishing, 1992)” – (fr:25684) [Antichi sistemi di pesi e misure in Occidente (Aldershot: Ashgate Publishing, 1992)], nonché dal manuale pratico ottocentesco di P. Kelly, “Universal Cambist and Commercial Instructor: Being a Full and Accurate Treatise on the Exchanges, Monies, Weights and Measures of All Trading Nations and Their Colonies, 2nd ed. (London: for the author, 1826)” – (fr:25726–25728) [Cambista universale e istruttore commerciale: trattato completo ed esatto sui cambi, le monete, i pesi e le misure di tutte le nazioni commerciali e delle loro colonie, 2ª ed. (Londra: per l’autore, 1826)]. L’ingegneria idraulica romana è coperta da A. Trevor Hodge, “Roman Aqueducts and Water Supply (London: Duckworth, 1992)” – (fr:25686) [Acquedotti e approvvigionamento idrico romani (Londra: Duckworth, 1992)], mentre J. G. Landels, “Engineering in the Ancient World (London: Chatto & Windus, 1978)” – (fr:25766) [Ingegneria nel mondo antico (Londra: Chatto & Windus, 1978)] allarga lo sguardo alle tecniche del Mediterraneo antico. La meccanica, con i suoi sviluppi teorici e il suo rapporto con le corti, è indagata da Fritz Krafft in “Die Anfänge einer theoretischen Mechanik und die Wandlung ihrer Stellung zur Wissenschaft von der Natur” – (fr:25753) [Gli inizi di una meccanica teorica e il mutamento della sua posizione rispetto alla scienza della natura], e da W. R. Laird, “Patronage of Mechanics and Theories of Impact in Sixteenth-century Italy” – (fr:25763) [Mecenatismo della meccanica e teorie dell’impatto nell’Italia del Cinquecento].
La storia degli strumenti di precisione e del tempo è incarnata da David Landes, “Revolution in Time: Clocks and the Making of the Modern World (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1983)” – (fr:25767) [Rivoluzione nel tempo: gli orologi e la costruzione del mondo moderno (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1983)], che lega la misura del tempo alla formazione della modernità. Non mancano opere sulla trasmissione della conoscenza a stampa, come Adrian Johns, “The Nature of the Book: Print and Knowledge in the Making (Chicago: University of Chicago Press, 1998)” – (fr:25714) [La natura del libro: stampa e costruzione del sapere (Chicago: University of Chicago Press, 1998)], e studi biografici su figure-chiave: Robert Hooke (“The Man who Knew Too Much: The Strange and Inventive Life of Robert Hooke, 1635-1703” – fr:25700), Leonardo da Vinci (“Leonardo da Vinci: The Marvellous Works of Nature and Man” – fr:25730), e il mecenatismo dei Medici (“The Rise and Fall of the House of Medici” – fr:25679). Altre voci spaziano dalla matematica di Michael Stifel, “Michael Stifel” – (fr:25687) [Michael Stifel], al pitagorismo di Charles Kahn, “Pythagoras and the Pythagoreans: A Brief History” – (fr:25718) [Pitagora e i pitagorici: una breve storia], fino ai resoconti di viaggio e di esplorazione raccolti da Robert Kerr nella “A General History and Collection of Voyages and Travels, Arranged in Systematic Order, 18 vols.” – (fr:25732–25734) [Storia generale e raccolta di viaggi e traversate, 18 voll.].
L’impressione complessiva è quella di una storiografia che rifiuta confini netti tra “scienza” e altri saperi, e che valorizza la cultura materiale, le pratiche, i testi e le reti di patronage. La presenza di raccolte di fonti primarie come i “Neudrucke von Schriften und Karten über Meteorologie und Erdmagnetismus, 15 vols. (Berlin: A. Asher, 1893-1904)” – (fr:25667–25668) [Ristampe di scritti e carte su meteorologia e magnetismo terrestre, 15 voll. (Berlino: A. Asher, 1893-1904)], attesta l’attenzione rivolta ai dati osservativi e alle discipline geofisiche. Bibliografie come questa testimoniano la ricchezza di approcci che, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, hanno ridefinito la storia della scienza, trasformandola in una storia culturale della conoscenza in cui convivono medicina, filosofia, ingegneria, metrologia e tradizioni ermetiche.
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98 Una bibliografia come atlante del sapere rinascimentale
Una rassegna di fonti in cui la scienza della sottigliezza incrocia fisiognomica, elefanti, unicorni, artiglieria, aceto e la catena dell’essere: il profilo di un’impresa enciclopedica e dei suoi interpreti.
Il testo è un estratto di bibliografia, dalle lettere L a N, che appare come l’apparato di un moderno trattato storico-scientifico incentrato su Girolamo Cardano e sulla cultura enciclopedica del Cinquecento. Vi si trovano, in sequenza alfabetica, studi dedicati direttamente a Cardano, alle sue opere e ai suoi concetti-chiave, affiancati da ricerche che spaziano dalla fisiognomica all’anatomia comparata, dalla tecnica militare all’industria serica, dalla magia matematica alla medicina antica, dalla lessicografia latina alle lingue illiriche. Questa varietà non è casuale: rispecchia l’ampiezza dei temi trattati nel De subtilitate e nel De rerum varietate e la natura poliedrica del sapere di Cardano, che la storiografia ricostruisce mobilitando conoscenze molto diverse fra loro.
Già i primi rinvii orientano lo sguardo sulle edizioni cardaniane, con l’articolo di David F. Larder dedicato a “The Editions of Cardanus’ De rerum varietate” – (fr:25772) [Le edizioni del De rerum varietate di Cardano], e più avanti con il lavoro di Ian Maclean sul De libris propriis, che raccoglie le edizioni del 1544, 1550, 1557 e 1562 con materiale supplementare – “Girolamo Cardano, De libris propriis: the Editions of 1544, 1550, 1557, 1562, with Supplementary Material” – (fr:25809) [Girolamo Cardano, De libris propriis: le edizioni del 1544, 1550, 1557, 1562, con materiale supplementare]. Lo stesso Maclean firma due saggi che ruotano attorno alla categoria-cardine di “sottigliezza”: “Montaigne, Cardano: The Reading of Subtlety/the Subtlety of Reading” – (fr:25805) [Montaigne, Cardano: la lettura della sottigliezza/la sottigliezza della lettura] e “The Interpretation of Natural Signs: Cardano’s De subtilitate versus Scaliger’s Exercitationes” – (fr:25807) [L’interpretazione dei segni naturali: il De subtilitate di Cardano contro le Exercitationes di Scaligero]. L’interesse per la nozione di subtilitas è confermato dal contributo di Pierre Magnard, “La notion de subtilité chez Jérôme Cardan” – (fr:25820) [La nozione di sottigliezza in Girolamo Cardano], e si allarga alla concezione di materia e forma con il saggio introduttivo di Christoph Lüthy e William R. Newman, “‘Matter’ and ‘Form’: By Way of a Preface” – (fr:25800) [“Materia” e “forma”: a mo’ di prefazione], nonché con lo studio di Anneliese Maier sulla struttura della sostanza materiale – “Die Struktur der materiellen Substanz” – (fr:25817) [La struttura della sostanza materiale].
L’elenco dei titoli mette in luce come la ricerca cardaniana esiga una rete di contesti fortemente eterogenei. La storia naturale vi figura con il classico di Arthur O. Lovejoy sulla catena dell’essere, “The Great Chain of Being: A Study of the History of an Idea” – (fr:25799) [La grande catena dell’essere: studio storico di un’idea], e accanto a esso con opere dedicate ad animali sia reali sia fantastici: dalle “Observations on Morphological Characteristics of Elephant Tusks” – (fr:25781) [Osservazioni sulle caratteristiche morfologiche delle zanne di elefante] di Layser e Buss, fino a “The Natural History of Unicorns” – (fr:25779) [Storia naturale degli unicorni] di C. Lavers. Nel medesimo orizzonte si collocano i “Essays on Physiognomy” di J. C. Lavater, definiti “For the Promotion of the Knowledge and the Love of Mankind” – (fr:25774) [Saggi sulla fisiognomica: per la promozione della conoscenza e dell’amore dell’umanità]. La fisiologia e la medicina sono rappresentate da “Muscles, Reflexes and Locomotion” – (fr:25815) [Muscoli, riflessi e locomozione] di McMahon, dal classico “Classic Descriptions of Disease” – (fr:25823) [Descrizioni classiche delle malattie] di Ralph H. Major, dallo studio sull’antica figura di “Constantinus Africanus” – (fr:25833) [Costantino l’Africano] e dal contributo di Emily Michael sulle “Renaissance Theories of Body, Soul, and Mind” – (fr:25850) [Teorie rinascimentali di corpo, anima e mente].
Il sapere tecnico e materiale ha un peso altrettanto marcato. Accanto alla storia militare con “Greek and Roman Artillery: Historical Development” – (fr:25832) [Artiglieria greca e romana: sviluppo storico] e “Greek and Roman Oared Warships” – (fr:25865) [Navi da guerra a remi greche e romane], compaiono studi sulla produzione di oggetti quotidiani e di lusso: “Vinegar: Its Manufacture and Examination” – (fr:25856) [Aceto: fabbricazione ed esame], “The Silk Industry of Renaissance Venice” – (fr:25860) [L’industria della seta nella Venezia rinascimentale], e la monografia di Otto Mayr su “Authority, Liberty and Automatic Machinery in Early Modern Europe” – (fr:25843) [Autorità, libertà e macchinari automatici nell’Europa della prima età moderna]. Anche l’estrazione delle materie prime non è ignorata, grazie a “The Roman Imperial Quarries” – (fr:25837) [Le cave imperiali romane] di V. Maxfield.
La componente filosofico-scientifica si arricchisce di riferimenti all’astronomia (“The Astronomy of Jabir ibn Aflah” – (fr:25793) [L’astronomia di Jabir ibn Aflah]), alla storia dell’ottica (“Theories of Vision from Al-Kindi to Kepler” – (fr:25786) [Teorie della visione da Al-Kindi a Keplero] e “Light and Color in the Outdoors” – (fr:25854) [Luce e colore all’aperto]), alla magia matematica di Agrippa (“Cornelius Agrippa’s Mathematical Magic” – (fr:25862) [La magia matematica di Cornelio Agrippa]), e persino alla lingua degli antichi Illiri (“Die Sprache der Alten Illyrier” – (fr:25839) [La lingua degli antichi Illiri]). Vi è spazio per gli aspetti filologico-editoriali del libro a stampa, come mostra l’articolo di Anna Maranini, “Le glouton et les éditions de la Renaissance” – (fr:25830) [Il ghiottone e le edizioni del Rinascimento], e per la lessicografia latina con il “A Latin Dictionary” di Lewis e Short – (fr:25785) [Un dizionario latino].
La sequenza alfabetica, interrotta dalla ripetizione del nome Maclean con il trattino lungo (fr:25810), è un frammento di un’architettura erudita che intende restituire la fisionomia intellettuale di un polimata come Cardano. L’inserimento di testi quali la biografia ottocentesca di Henry Morley, “Jerome Cardan: The Life of Girolamo Cardano of Milan, Physician” – (fr:25867) [Jerome Cardan: la vita di Girolamo Cardano da Milano, medico], o la moderna sintesi sulla scienza medievale di David C. Lindberg – “The Beginnings of Western Science” – (fr:25788) [Gli inizi della scienza occidentale] – attesta la volontà di collocare l’opera cardaniana in una linea di lunga durata. La bibliografia, dunque, non è un mero elenco di titoli, ma la testimonianza del dialogo tra discipline che la figura di Cardano impone ancora alla ricerca: dal corpo umano agli angeli (“Angels in the Renaissance and the Early Modern Period” – (fr:25844) [Gli angeli nel Rinascimento e nella prima età moderna]), dalla botanica (“History of Botanical Science” – (fr:25870) [Storia della scienza botanica]) alla dottrina della spiegazione nella tarda scolastica (“Doctrines of Explanation in Late Scholasticism and in the Mechanical Philosophy” – (fr:25872) [Dottrine della spiegazione nella tarda scolastica e nella filosofia meccanica]), ogni voce contribuisce a tracciare i confini di un sapere che si voleva senza confini.
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99 Una biblioteca per lo studio di Cardano e del sapere rinascimentale
Un inventario di fonti che intreccia alchimia, magia naturale, storia della scienza, arte dei giardini e filologia, restituendo la complessità del panorama intellettuale da cui emerge l’opera cardaniana.
L’insieme di riferimenti raccolti delinea il perimetro documentario di un’indagine dedicata a Gerolamo Cardano e al più vasto ecosistema culturale del Rinascimento. La lista non è un semplice elenco, ma la stratigrafia di un percorso di ricerca che affianca alle edizioni e agli studi monografici sull’autore una costellazione di opere capaci di illuminarne il contesto: dalla medicina alla fisiognomica, dall’alchimia alla meccanica antica, fino alla storia del paesaggio e della musica. Vi compaiono testi che costituiscono punti di riferimento ineludibili per la storia della scienza, come i volumi di “A History of Chemistry” – (fr:25924) [Storia della chimica] di J. R. Partington o la “Introduction to the History of Science” – (fr:25975) [Introduzione alla storia della scienza] di George Sarton, accanto a strumenti di consultazione quali l’“Oxford Dictionary of National Biography” – (fr:25902) [Dizionario Oxford della biografia nazionale] e il repertorio geografico “Orbis Latinus” – (fr:25896) [Mondo latino].
Il cuore cardaniano è immediatamente riconoscibile. Spiccano i contributi di Paola Pirzio sulle “Note sulle tre redazioni del De subtilitate di Girolamo Cardano” – (fr:25934) e il volume “Cardano the Gambling Scholar” – (fr:25901) [Cardano lo studioso giocatore d’azzardo] di Øystein Ore, che propone la traduzione del Liber de ludo aleae. L’attenzione al rapporto tra Cardano e il mondo accademico francese è testimoniata dall’articolo di Nutton, “Nod de Fail, Cardano, and the Paris Medical Faculty” – (fr:25887) [Nod de Fail, Cardano e la Facoltà medica di Parigi], mentre le vicende biografiche e giudiziarie affiorano nello studio di Jerzy Ochman, “Le Procès de Cardan” – (fr:25889) [Il processo di Cardano], apparso su una rivista di studi sull’Illuminismo.
L’alchimia e la magia naturale, domini con cui Cardano dialoga costantemente, sono rappresentati da opere di sintesi come “Promethean Ambitions: Alchemy and the Quest to Perfect Nature” – (fr:25876) [Ambizioni prometeiche: alchimia e la ricerca di perfezionare la natura] di William R. Newman e dalla silloge curata da Silvia Parigi, “La magia naturale nel Rinascimento: testi di Agrippa, Cardano, Fludd” – (fr:25910). Il perimetro si allarga poi a discipline solo apparentemente eccentriche. La presenza di “Italian Pleasure Gardens” – (fr:25878) [Giardini di piacere italiani] di Rose Standish Nichols e di “Landscapes and Seasons of the Medieval World” – (fr:25928) [Paesaggi e stagioni del mondo medievale] di Pearsall e Salter suggerisce un interesse per la dimensione materiale e simbolica del paesaggio e del giardino come luogo di conoscenza e rappresentazione.
Non meno significativa è l’inclusione di studi che attraversano la fisiognomica con “Windows of the Soul: Physiognomy in European Culture 1470-1780” – (fr:25942) [Finestre dell’anima: fisiognomica nella cultura europea 1470-1780] di Martin Porter, la musica con il “New Grove Dictionary of Music and Musicians” – (fr:25966) [Nuovo dizionario Grove della musica e dei musicisti] e la medicina con la monografia su Vesalio di C. D. O’Malley (fr:25893). L’orizzonte cronologico e geografico si estende fino all’Antichità, grazie a “Greek and Roman Mechanical Water-lifting Devices” – (fr:25892) [Dispositivi meccanici di sollevamento dell’acqua greci e romani] di John Peter Oleson e ai frammenti del teatro romano raccolti da Otto Ribbeck “Scaenicae romanorum poesis fragmenta” – (fr:25950) [Frammenti della poesia scenica romana].
Questa biblioteca storica rivela un approccio che non isola le figure, ma le restituisce all’interno di una rete di saperi, pratiche e tradizioni testuali. La compresenza di fonti primarie, letteratura critica moderna, repertori biografici e persino una risorsa digitale come le “Note biografiche di Capitani di Guerra e di Condottieri di Ventura operanti in Italia nel 1330-1550” – (fr:25886) documenta una stagione storiografica in cui lo studio del pensiero rinascimentale si alimenta di strumenti eterogenei e di uno sguardo tipologico, capace di mettere in relazione il gioco d’azzardo con la logica, il giardino con la cosmologia e il teatro antico con la meccanica.
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100 Indice e fonti di un sapere enciclopedico: il laboratorio intellettuale di Girolamo Cardano
Un elenco di voci alfabetiche e una bibliografia specialistica svelano l’organizzazione di un’opera cardaniana, in cui convivono filosofia naturale, magia, medicina e tecniche.
Il materiale offerto riunisce due blocchi testuali: una sequenza di riferimenti bibliografici moderni (25980–26079) e l’avvio dell’indice analitico di un libro (26080–26083). I titoli delle opere secondarie chiariscono che ci troviamo di fronte agli apparati di un’edizione o di uno studio dedicato al De subtilitate di Girolamo Cardano. La bibliografia accosta contributi classici della storia della scienza e della magia rinascimentale, come si coglie già dalla prima citazione:
“In Ihe Artificial and the Natural: An Evolving Polarity, ed.” – (fr:25980) [Nell’Artificiale e il Naturale: una polarità in evoluzione, a cura di Bensaude-Vincent e Newman]
A questa seguono monografie su Jean Fernel, sulla filosofia naturale di Cardano e su temi contigui:
“7he Endeavour ofjean Ferne!, with a List ofthe Editions ofHis Writings” – (fr:25993) [L’impresa di Jean Fernel, con elenco delle edizioni delle sue opere].
L’indice, che prende avvio con la riga (26080), mostra subito il suo carattere di mappa del sapere tardo-rinascimentale. L’incipit è un susseguirsi di voci eterogenee:
“INDEX A abacus, 280, 428 Abano, Pietro d’, 198, 206, 458, 969, 999 on prediction and chance, 999 on necromancy, 969 Abraham (Jewish patriarch), 489 Achelous (river), 185, Achilles, 13 and the tortoise, 741, 795 acrobatics, xxxiii, 653, 654, 902-3 Acron (physician), 306 Acronian lake, 189 actions, 21, 71 et sqq., …” – (fr:26080) [Indice A: abaco, Pietro d’Abano, Abramo, Acheloo, Achille e la tartaruga, acrobazie, Acrone, lago Acroniano, azioni…]
L’elenco mescola strumenti matematici (abaco), figure bibliche e classiche, miti, fenomeni fisici e tecnici. La logica è alfabetica, ma la densità dei rinvii numerici rivela un’opera di ampiezza enciclopedica. Spiccano le voci che testimoniano l’importanza delle arti magiche e della medicina ippocratico-galenica: nello stesso blocco compaiono subito Pietro d’Abano «on prediction and chance» e «on necromancy», mentre la voce successiva introduce l’aetites (pietra dell’aquila) e l’alectorius, gemma generata nel ventriglio del gallo. L’indice impiega frequenti rimandi interni, come “See Paulus Aegineta” – (fr:26081) [Vedi Paolo Egineta], e “antipathy. See sympathy” – (fr:26083) [antipatia. Vedi simpatia], che indicano una struttura ipertestuale ante litteram.
La lunga sezione (26082) permette di osservare la compresenza di magia, scienza e tecnica. Vi figurano, tra gli altri, Agrippa, Alberto Magno, e viene registrata l’alchimia con le sue pagine di trattazione:
“alchemy and alchemists, xix, 22, 345-46, 347, 348, 472, 840, 844, 848” – (fr:26082) [alchimia e alchimisti, con rinvii a introduzione e testo].
Nello stesso segmento si trovano nozioni che oggi definiremmo fisiche, come “amber … and electrostatic attraction, 306-7, 416” – (fr:26082) [ambra … e attrazione elettrostatica], o applicative come “anchors, geometry and function of, 356, 448-49” – (fr:26082) [ancore, geometria e funzione]. La sfera del sacro non è esclusa: l’indice comprende “angels, 953, 954, 965, 975, 977 guardian, xxii” – (fr:26082) [angeli, angeli custodi], affiancati a “amulets, xviii, 567, 614” – (fr:26082) [amuleti] e a rimedi come “anthrax, cured by sapphire, 380” – (fr:26082) [antrace, curato con lo zaffiro].
Sul piano storico questo frammento possiede un duplice valore testimoniale. Da un lato, le voci dell’indice fotografano l’orizzonte intellettuale del Cardano delle Sottigliezze, dove il confine tra naturalia e occulta era ancora poroso e il libro aspirava a contenere l’intera catena del creato, dai minerali agli angeli. Dall’altro, la bibliografia documenta il canone critico con cui la storiografia moderna (Thorndike, Yates, Schmitt, Bensaude-Vincent) ha ripreso e interpretato quel sapere, trasformando il trattato cardaniano in un reperto da analizzare con gli strumenti della storia della scienza e delle idee. L’insieme – indice e riferimenti – costituisce così un oggetto a doppio strato: mappa rinascimentale del mondo e, al tempo stesso, documento di una tradizione di studi che ne ha svelato la complessità.
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