Capire Hegel 38 | A
1 La realtà come attualità razionale e unità negativa
Concetto hegeliano di realtà: attualità, razionalità e negazione
1.1 Titolo: Realtà, attualità e negazione nella dialettica hegeliana
La realtà come “attualità”, nel senso tecnico di wirklich: “tutto ciò che è in atto è razionale, tutto ciò che è razionale è in atto”. Non è la mera esistenza empirica, ma l’essere in atto, l’“attualità” aristotelica. Si oppone e si lega alla negazione. La “realtà contiene anche la negazione”. Sono entrambe forme dell’esserci: “la realtà è l’esserci positivo, la negazione è l’esserci negativo”. La loro unità è una “unità negativa”, ossia “l’unità che si è ripristinata sulla base della negazione della differenza”. Questo superamento della differenza non è un semplice ritorno all’indifferenza, ma è “più di un mero revocarla”. La realtà è dunque una qualità positiva, “una determinatezza che è qualità che assume un significato positivo”, ma è animata da un’internità dialettica.
Sommario
L’argomento definisce il concetto hegeliano di realtà (Realität, Wirklichkeit), distinto dalla mera esistenza. La realtà è “attualità”, l’essere in atto (wirklich), e coincide con il razionale. Viene analizzato nel suo rapporto dialettico con la negazione: “la qualità si è differenziata in realtà, qualità positiva, e in negazione qualità negativa”. Entrambe sono momenti dell’esserci. Il loro superamento conduce a una “unità negativa”. Viene precisato che “astratto” indica un’apparente indipendenza, mentre in realtà si è “momento di una unità”. L’argomento tocca anche la differenza tra determinazioni qualitative, che hanno un significato positivo, e quelle quantitative, “esterne a se stesse”. Viene infine accennato al tema del soggetto, non inteso in senso psicologico, e al limite del quantum che “ha senso soltanto in riferimento a un altro”.
2 L’interiorità come unità delle differenze abolite
La dialettica dell’interiorità soggettiva a partire dalla negazione della differenza.
Sommario
L’argomento definisce l’interiorità, o soggettività, come l’unità risultante dall’abolizione delle differenze. “L’interiorità, la soggettività consiste nel fatto che i differenti hanno perso la loro differenza, la loro separatezza e nella loro differenza sono in unità le cose”. Questo processo nasce da un rovesciamento: “le differenze abolite, le differenze unite diventano momenti di una interiorità, di un qualcosa”. Tale unità non è immediata, ma “un’unità interna, una interiorità, un essere dentro di sé” che sorge dopo che “i differenti, ciò che in precedenza era differente, adesso sono stati svuotati e sono diventati dei momenti sulla superficie di questo nuovo essere”. L’interiorità è quindi “singolarità” in quanto “non si oppone più… non è momento di altro”. La sua forza è legata alla separazione delle differenze che tiene insieme: “più è forte questa unità interna più le differenze sono separate”. Un tema minore è il contrasto con la cosa come aggregato esteriore: quando le differenze sono considerate come indipendenti, “la cosa cessa di essere una e diventa uno spazio di aggregazione delle materie”, perdendo “la sua forza, la sua interiorità, la sua capacità di mettere insieme”. Un ulteriore tema minore è il riferimento al movimento dialettico più ampio, dove l’interiorità è un momento che “nasce dalla negazione della negazione, dove negazione della negazione significa dal superamento di una distinzione, dal superamento di una differenza”.
3 Definizione e delimitazione dell’argomento
L’unità negativa: la prima forma della soggettività come sintesi degli opposti
3.0.1 Titolo: La soggettività come destino della negazione: concetto, esserci e sintesi degli opposti nella logica speculativa
Il soggetto logico, nella sua forma più astratta e generale, si costituisce come unità negativa e “capacità di tenere insieme universali opposti”. Emerge dalla dialettica dell’esserci e della qualità, superando la separazione propria della logica dell’essenza. Non è una sostanza psicologica, ma “la prima forma di verità”, il “concetto” che armonizza le differenze. La sua forza sta nel “lasciare libera la differenza” pur unificandola in un’“unità interiore”. Questo modello di sintesi attiva, “il fatto che pur essendo la stessa e pur essendo identica è una in numero, sia il ricettacolo… dei… opposti”, si oppone a quello di due sostanze separate. La soggettività è quindi “il destino della negatività”, il punto in cui la negazione semplice diventa “negazione della negazione”, raggiungendo una determinazione propria.
Sommario
L’argomento tratta della natura della soggettività logica come concetto primario che sorge dalla dialettica dell’essere. Si parte dall’esserci, risultato della dialettica dell’essere e “unità di essere nulla”, che contiene già una differenza interna. Le determinazioni qualitative, come la realtà e la negazione, sono forme di esserci e hanno “una differenza formale di semplice accento, ma sono esattamente la stessa cosa”. L’abolizione della differenza tra qualità ed esserci non è un semplice ritorno all’immediato, ma un superamento. Questo processo conduce al qualcosa come “forma elementare del concetto” e all’essere per sé, la cui forma immediata è l’uno, “la forma finale della determinatezza”. Il concetto soggettivo si definisce per la “forza di tenere insieme gli opposti che si sono separati nella logica dell’essenza”, armonizzando e unificando quelle categorie divaricate. Esso rappresenta una “mediazione assoluta”, il movimento del negativo che finisce nell’affermatività. L’idea di verità come adaequatio rei et intellectus viene reinterpretata come questa unificazione di distinzioni. La soggettività è dunque “il destino della negatività”, intesa come “negazione della negazione”. L’argomento si distanzia esplicitamente dal modello cartesiano di “due sostanze separate e in rapporto”, riallacciandosi piuttosto all’idea aristotelica della sostanza come sintesi degli opposti. Vengono inoltre menzionate, per contrasto, le determinazioni quantitative, giudicate esterne e non manifestative dell’essenza del qualcosa.
4 Il completamento ghigliano della filosofia aristotelica e la critica al principio di non contraddizione
Una disamina della continuità e della frattura tra pensiero aristotelico e hegeliano, attraverso il filtro interpretativo della “filosofia ghigliana”, con riferimenti alla dialettica platonica e al dualismo cartesiano.
Sommario
L’argomento verte su una specifica interpretazione della filosofia di Hegel, presentata come un “completamento della filosofia aristotelica”. Questo completamento si realizza attraverso un radicale allontanamento dal principio di non contraddizione, considerato un’eredità platonica che “ha impedito alla dialettica platonica di muovere le ali” e non autenticamente aristotelica. Il nucleo concettuale aristotelico ripreso e sviluppato è l’idea di usia come “sintesi degli opposti”, un’unità non immediata in cui le differenze sono in sé, potenziali. In Hegel, questa unità diventa esplicita e dinamica: mentre “in Aristotele le cose sono presentate”, “in Hegel le cose sono anche generate, sono anche mediate”. Un tema minore ma ricorrente è il confronto con Platone, in particolare sulla natura dell’anima: se in Platone l’immortalità dell’anima sembra appartenere al “lato mitico”, in Aristotele “l’anima è l’essere in atto del corpo”, idea che viene ripresa nel dualismo cartesiano, dove “anima e corpo sono due sostanze”. La discussione tocca anche il concetto hegeliano di esserci (Dasein), definito come “unità di essere nulla”, quindi un’unità internamente distinta e in riferimento costante all’altro da sé. L’analisi procede attraverso concetti chiave come la qualità, “la determinatezza prima immediata”, e la distinzione tra “negazione prima” (movimento) e “negazione seconda” (attività), già presente in Aristotele. Emerge l’idea che il sistema hegeliano sia un tutto organico e frattale, dove “il soggetto si presenta proprio all’inizio”, nel “qualcosa”.
5 L’unità interiorizzata e i suoi attributi: pensiero ed estensione
La determinazione interna del qualcosa e il superamento del parallelismo come identità nella differenza.
Sommario
L’argomento verte sulla natura dell’unità interiorizzata, in opposizione a un’unità meramente esterna o “non interiorizzata”. La differenza fondamentale è che mentre una “differenza non interiorizzata è la differenza tra separati”, l’unità interiorizzata implica che “il momento della identità dell’unità è un momento interno”. Questa unità si determina concretamente in enti specifici: “Esserci, vita, pensiero si determinano essenzialmente in essente, in vivente, in pensante”. Tale principio si applica anche alla concezione di Dio, inteso non come un’astratta universalità, ma come un soggetto che si manifesta in attributi distinti eppure non separati: “Dio è uno, ma si manifesta in infiniti attributi”. Due di questi attributi fondamentali sono “il pensiero” e “l’estensione”, che non sono la stessa cosa: “Il problema fondamentale è che l’estensione, cioè come dire estensione e pensiero non sono la stessa cosa”. La relazione tra essi non è un semplice parallelismo, poiché “non si può stabilire tra di essi un parallelismo che significa un’identità nella differenza”; il loro legame avviene a un livello più originario, in Dio, dove “ciò che avviene nel pensiero deve necessariamente avvenire nell’estensione perché questo ciò non avviene né nel pensiero né nell’estinzione ma avviene in Dio”. Il pensiero ha la funzione di “riportare quella separazione nell’unità”. Viene criticata la posizione del pensiero comune e scientifico che “si fermano alla al parallelismo mente corpo”, inteso come corrispondenza per cui “la mente pensa e a questi pensieri corrispondono dei movimenti nel cervello”. L’assoluto, o soggetto, secondo una prospettiva menzionata, non è accessibile per via logica o mediata, ma “solamente per via intuitiva”, poiché tentare di dimostrarlo significherebbe “cercare di dimostrare l’incondizionato con il condizionato”. L’argomento tocca anche la natura del “qualcosa” e del “quantum”, il cui limite è definito come “esterno sia perché si determina in rapporto a un altro che gli è esterno, sia perché è esterno al qualcosa”, e introduce il concetto di realtà come “qualcosa, dell’essere per sé, cioè di una realtà che è perché è animata da un’internatività”.
6 Il passaggio dall’esteriorità all’interiorità nella struttura della Scienza della Logica di Hegel 6
La struttura frattale del sistema e il soggetto come negazione della negazione.
Sommario
L’argomento concerne la struttura e il movimento fondamentale del pensiero di Hegel, con particolare riferimento alla sua opera principale, la Scienza della Logica. Il nucleo è identificato nel “passaggio dall’esteriorità all’interiorità”, presentato come l’essenza stessa della filosofia hegeliana e già interamente contenuto all’inizio del sistema. Questo passaggio, definito “terribilmente difficile”, costituisce il modello per giungere al soggetto, un modello dichiaratamente aristotelico, al punto che Hegel è definito “il più grande aristotelico moderno”. La struttura della Logica è esplicitamente ripartita in “logica oggettiva” (logica dell’essere e dell’essenza) e “logica soggettiva” (logica del concetto). Il protagonista dell’intera opera è identificato con la “negazione”, descritta come “la cosa più banale di questo mondo” eppure fondativa: la “negazione prima” caratterizza la natura come regno dell’“esteriorità, la relatività, la casualità”, mentre il soggetto stesso è “questa negazione della negazione”. Il soggetto hegeliano non è inteso in senso psicologico, ma come questa dinamica logica di “abolire la differenza posta” e di “riunire ciò che è differente tenendolo differente”. Si tratta di una “primissima forma di essere per sé”, un’“interiorità che si manifesta in un’esteriorità”. L’argomento tocca anche il contrasto con la visione di Jacobi, per cui l’assoluto è conoscibile solo per intuizione e non per mediazione logica, e critica il modello del “parallelismo mente corpo” come inadeguato. La qualità è discussa come una forma di esserci che “contiene il nulla”. L’intero sistema hegeliano è descritto come “tutto di un pezzo, è tutto intero, è un frattale”, dove uno schema fondamentale “identico” si ripete e si costruisce a livelli diversi, dal “qualcosa” iniziale, già “una categoria soggettiva”, fino all’idea assoluta.
7 Mediazione, negazione e determinazione concettuale
La mediazione come negatività assoluta e motore dialettico
Sommario
L’argomento verte sul concetto di mediazione, inteso non come procedimento lineare dell’intelletto ma come “inquietudine del negativo che si dà un’unità” (440). Questa mediazione è onnipresente: “si trova ovunque in ogni concetto” (476) ed è costituita dal “movimento proprio del negativo” (488). Il suo nucleo è la negazione della negazione, o “negatività concreta assoluta” (448), distinta dalla “negatività astratta” (448) della prima negazione. Questo movimento, dove “negare il negativo, questa è la mediazione con se stesso del negativo” (461), produce un ritorno all’unità e all’affermatività, essendo “un annullamento di se stesso ed è un ritorno nella unità” (486). Il processo inizia con determinazioni superficiali come il “qualcosa” (344, 340, 336), dove la determinatezza è “il momento negativo in quanto si trova nell’esserci” (14), per evolversi attraverso la qualità, che “diventerà determinazione, cioè diventerà proprio essenza del qualcosa” (545). Il culmine di questo sviluppo è l’essere per sé, definito come “la negatività assoluta posta” (506), che rappresenta “l’inizio del soggetto” (355). Un tema minore è il confronto con la tradizione filosofica, come la distinzione aristotelica tra movimento e attività, associata rispettivamente alla “negazione prima” e alla “negazione seconda” (375). Un altro tema minore accenna alla relazione tra qualità e quantità, che trova una “unità assoluta nella misura” (674).
8 L’Unità Dialettica di Repulsione e Attrazione: Il Processo della Negazione della Negazione
La dinamica costitutiva dell’essere per sé come unità di momenti opposti.
Sommario L’argomento tratta della struttura dialettica dell’essere per sé, che si costituisce come unità di repulsione e attrazione. Questa unità emerge da un processo in cui “l’immediato va incontro alla negazione” e, successivamente, “il negato, cioè il risultato di questa prima negazione, va esso stesso incontro alla sua negazione”. Il movimento fondamentale è quello per cui “tutto ciò che è immediato si differenzia, si frammenta, si respinge”, ma questa repulsione non è separata dall’attrazione, poiché “la repulsione può respingere soltanto ciò che si attrae e viceversa”. Il risultato è una “negazione della negazione”, che non è solo l’esito finale ma anche il processo stesso: “il terminare il processo, cioè negazione della negazione è il risultato e il processo, tutte e due le cose”. Questo processo conduce a una nuova unità superiore, in cui “il differenziarsi e il negare la differenza” sono momenti di un intero. Tale intero è “il vero e l’intero”, inteso come “risultato con il suo processo”. In questa logica, il soggetto stesso è definito come “questa negazione della negazione, quindi questo riunire ciò che è differente tenendolo differente”. L’essere per sé si caratterizza così per una “continuità di ciò che sarebbe assolutamente discontinuo”, diventando un’identità che media le differenze: “un essere che ha negato la negazione, quindi è mediazione di sé con se stesso”. Viene accennato il tema del passaggio dall’oggettivo al soggettivo come processo interno all’oggettività, e il tema del qualcosa che, a differenza del puro divenire, “si è posto come un identico, come qualcosa di fisso nel vortice della del porsi e del negarsi della differenza”.
9 Il passaggio dalla qualità alla quantità e la misura
La transizione dialettica dalla determinazione qualitativa a quella quantitativa, e la loro unità nella misura.
Sommario
L’argomento tratta del superamento dialettico della categoria di qualità e del passaggio a quella di quantità, per giungere infine al concetto di misura. La qualità è inizialmente definita come “determinatezza essente”, cioè una determinazione identica all’essere del qualcosa: “la determinatezza qualitativa è determinatezza essente, quindi è determinatezza in riferimento semplice a sé”. Tuttavia, attraverso il movimento dell’“essente per sé” che “si prosegue affermativamente nell’altro”, si giunge a un rovesciamento. La determinatezza diviene esterna e indifferente: “la determinatezza della quantità non è una determinatezza essente, quindi non è la qualità di ciò a cui inerisce, ma è esterna”. Il limite quantitativo è “un limite che non è un limite”, ossia “il limite che determina il quantum non è un limite essente, ma è un limite che ha senso soltanto in riferimento a un altro”. Questo “rovesciamento dall’uno respingente all’uno che si continua è il passaggio dalla qualità in generale, in particolare dell’essere per sé alla quantità”. La quantità pura è descritta come “primo l’essere per sé reale, ritornato dentro di sé, che non ha ancora una determinatezza in lui come compatta unità infinita che si continua dentro di sé”. La riconciliazione finale di qualità e quantità avviene nella misura, definita come “il limite quantitativo che invece esprime anche la qualità, quindi l’unità assoluta di qualità e quantità”. L’analisi si sviluppa a partire dalle figure logiche fondamentali dell’esserci, del qualcosa e dell’essere per sé, mostrando come il qualcosa sia “la prima negazione della negazione come riferimento a sé semplice ed essente” e come l’essente per sé, nel suo continuarsi, diventi “l’essere altro”. Viene anche accennato al tema della relazione tra i molti, che “hanno come prima relazione il vuoto”, e alla struttura dell’unità negativa che sta alla base delle determinazioni.
10 Il quantum e la sua dialettica: determinatezza, esteriorità e rapporto
La transizione dalla qualità alla quantità e lo sviluppo del quantum come quantità determinata.
10.1 Quantità pura e quantum
La prima distinzione è tra “quantità pura e quantum”. La “quantità pura è l’essere per sé reale”, “una compatta unità infinita che si continua dentro di sé” e non ha ancora una determinatezza. Essa diventa “quantità determinata” o quantum. La “determinatezza propria della quantità è di essere esterna, esterna a se stessa e esterna al qualcosa”; “non è una determinatezza essente, quindi non è la qualità di ciò a cui inerisce, ma è esterna”. Il “limite del quantum è esterno sia perché si determina in rapporto a un altro che gli è esterno, sia perché è esterno al qualcosa”.
10.2 La dialettica del quantum e il progresso infinito
Il “quantum è la determinatezza indifferente, cioè che si supera, che nega se stessa”. Questa autonegazione si manifesta nel “progresso infinito”, identificato come “infinito scadente” o “cattivo infinito”, dove “domina ancora la loro differenza, la loro indipendenza”. In questo progresso, “il quantum si riferisce a un altro quantum, poiché l’altro quantum è lui stesso un quantum”. Il “quantum infinito è però la determinatezza indifferente abolita, cioè è l’abolirsi di quella separazione e quindi è la riproduzione della qualità”.
10.3 Il rapporto quantitativo e la misura
La terza forma è “il quantum in forma qualitativa e il rapporto quantitativo”. Nel rapporto, “il quantum è il rapporto a un altro, quest’altro è un quantum”. Tuttavia, nel rapporto “noi tendiamo a sottolineare l’elemento della separazione e non vediamo l’elemento dell’unità”. “Alla base di questo rapporto risiede ancora l’esteriorità del quantum”. Il rapporto è quindi “unità soltanto formale di qualità e quantità”, il cui mutamento trova la sua “unità assoluta nella misura”.
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