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Capire Hegel 34 | A


1 Le forme dell’esserci e la definizione dell’assoluto nell’infinito

Un’indagine sulle determinazioni logiche dell’assoluto, dalla parzialità delle forme finite alla definizione compiuta nella negazione della negazione.

Sommario

L’argomento tratta delle forme logiche adatte a definire l’assoluto, partendo dall’inadeguatezza delle forme dell’esserci, che sono “poste immediatamente per sé solo come determinatezze” e quindi “forme parziali” e finite. Queste determinazioni limitate, come “il qualcosa, l’altro, la barriera, il dover essere”, non sono idonee a esprimere il tutto, risultando “qualcosa di inopportuno, qualcosa di erroneo in partenza”. In opposizione a questa sfera del finito e del determinato, che costituisce “l’essere reale” della realtà empirica, viene posta la forma dell’infinito. L’infinito, inizialmente presentato come “vuoto indeterminato, l’al di là del finito”, si afferma come definizione privilegiata dell’assoluto perché “è espressamente, esplicitamente determinato come negazione del finito”. La sua completezza risiede nell’essere “negazione della negazione”, un processo dinamico in cui “ciò che è limitato, ciò che è negato si nega”. Questa struttura ternaria (“posizione, negazione, negazione della negazione”) supera la staticità delle forme finite e si manifesta anche nel “progresso all’infinito”, inteso come “determinazione scambievole che nega se stessa e la sua negazione” e che ha “il valore di una realtà ultima”. Pur condividendo con l’essere e il divenire la capacità di esprimere l’assoluto, l’infinito presenta “qualcosina in più”, ovvero la ricchezza e complessità del suo percorso dialettico.


2 L’infinito vero e l’abolizione del finito in Hegel

Il superamento dialettico dell’astrazione e la concezione inclusiva del processo infinito.

Sommario

L’argomento verte sulla dialettica hegeliana del finito e dell’infinito. Si parte dalla critica alle concezioni astratte e unilaterali, dove “l’infinito è proprio l’abolirsi del finito” e questo “abolirsi è l’infinito” vero. Viene rigettata l’idea romantica e kantiana di un “processo inconcluso” o di una “coazione a ripetere” priva di positività. Il nucleo è il processo di riflessione, una “negazione della negazione che arriva a un risultato positivo”. Il rischio dialettico è il ricadere nel finito: “l’infinito stesso cessa di essere infinito e ricade finito”, “siamo ricaduti nell’esserci”. La soluzione è un infinito inclusivo, che supera la separazione: “Hegel ha una concezione inclusiva dell’infinito”. Il movimento porta al “superamento dell’esserci attraverso l’infinito vero”. Vengono menzionati temi minori: le difficoltà del linguaggio hegeliano, “questi eccessi di sottilezza” che richiedono esperienza; il possibile collegamento con la figura della “coscienza infelice”; e la natura di soglia delle determinazioni concettuali.

Riferimenti minori

(76), (199), (153) / (704), (707) / (391) / (657), (793) / (60) / (795) / (662), (397) / (374) / (759)


3 L’infinito scadente e la contraddizione inconciliata

Una dialettica tra finito reale e infinito vuoto, tra permanenza e andare oltre, che si risolve in una separatezza casuale e in una contraddizione irrisolta.

Sommario L’argomento verte sulla relazione dialettica tra finito e infinito, dove il finito è definito come “l’esserci reale che permane” anche nel suo passaggio al non-essere. L’infinito, in opposizione paradossale, è presentato come un “vuoto al di là del finito”, un “infinito scadente” o “cattivo infinito” che è “vuoto, semplice” e “indeterminato”. Questo infinito, di cui “sappiamo che è, ma di cui non sappiamo l’essenza”, si oppone al finito in modo tale che il loro rapporto appare come un “accadere esterno”, dove ogni nuova determinazione “non sorge dall’infinito stesso, ma vi viene altrovì trovato”. La coscienza che opera con questo infinito intellettuale, pur opinando di essere “giunta al suo appagamento nella conciliazione della verità”, è invece spinta a riconoscere di trovarsi nella “contraddizione assoluta, irrisolta, inconciliata”. La dinamica che ne risulta è un perpetuo “andare oltre” che “resta incompiuto”, un movimento in cui “l’unità si mostra sempre di nuovo come qualcosa di casuale”. In questo contesto, l’anima e lo spirito sono richiamati come “negazione della negazione”, e con il nome di infinito ad essi “sorge la luce” perché si innalzano “alla luce del loro pensiero, della loro universalità”. Un tema minore è il riferimento all’Illuminismo deistico, per il quale vale lo stesso principio: “Dio, di Dio sappiamo che è, ma del quale non sappiamo che cosa sia”.


4 La natura dialettica del finito e il suo movimento verso l’infinito

La determinazione del finito come divenire e la sua necessaria elevazione all’infinito.

Sommario

L’argomento verte sulla determinazione essenziale del finito, che non è un essere statico ma ha come sua natura intima “un mutare, un divenire” (313) e “il moto del divenire” (448). La sua essenza è negativa, poiché “nell’essenza dell’esserci c’è la negazione e la negazione non è nient’altro che il moto dell’esserci” (149). Questa negazione si configura come “barriera posta come barriera” (309), ossia come limite che è costitutivamente superabile. Il finito, pertanto, “si determina come finito nel suo essere in sé” (140), ma questa determinazione implica il non-permanere e il movimento oltre sé. Il passaggio all’infinito non è opera di “una forza estranea” (167), bensì è necessario e scaturisce dalla stessa natura del finito, che “è solo questo, divenire tale per sua natura, cioè divenire infinito per sua natura” (168). L’infinito così inteso non è un “al di là che non si può raggiungere” (729) opposto al finito, ma è “un movimento del ritorno in sé di ciò che è finito” (61). Il movimento dialettico mostra che “il movimento dal finito all’infinito, anzitutto non è un movimento che lascia come residuo il finito da una parte” (162), bensì un superamento (Aufhebung) in cui il finito viene innalzato. Un tema minore è il ruolo dell’affinità, definita come “la barriera posta come barriera” (309) e come “negazione posta come negazione” (312). Un altro tema minore è la critica a una concezione astratta e irraggiungibile dell’infinito, che mantiene una “determinazione fissa di un al di là” (729). La difficoltà di concepire compiutamente questo movimento è accennata in frasi come “non riesco a concepire che il movimento del finito nell’infinito è al tempo stesso un ritorno del finito a se stesso” (695) e nel riconoscimento di un superamento non pienamente compiuto: “lo avevamo superato, ma non l’abbiamo superato bene” (791).


5 L’infinito come risultato affermativo e la sua ricaduta nella finitezza

L’immediata affermazione dell’infinito, sorta dalla negazione della negazione, e il suo successivo irrigidimento in un essere semplice e qualitativo.

Sommario L’argomento tratta della natura dell’infinito come risultato di un processo dialettico. L’infinito emerge inizialmente come “risultato della negazione della negazione” (fr. 222), un esito affermativo poiché “deriva da una doppia negazione” (fr. 316). Questo risultato, tuttavia, tende a essere colto nella sua “piena affermatività” (fr. 295) come un “essere semplice, un essere immediato” (fr. 263), un “riferimento a sé qualitativo, immediato” (fr. 344). Tale presa in considerazione dell’infinito come immediato comporta una semplificazione della mediazione che lo ha generato: “la doppia negazione, la negazione della negazione alla negazione semplice e immediata” (fr. 568). Questa riduzione ha conseguenze contraddittorie. Da un lato, sembra restituire consistenza al finito negato, poiché “il finito che è negato in lui riprende consistenza, ritorna essente” (fr. 252). Dall’altro, la negazione semplice “è incompatibile con il suo essere in sé semplice e quindi ne viene esclusa” (fr. 569), portando a una situazione paradossale in cui “l’infinito è un infinito del tutto contraddittorio, è un infinito finito” (fr. 425). L’infinito così inteso può degradarsi a “un semplice riflesso” (fr. 392) o vedere la sua mediazione irrigidirsi “in un rapporto tra due alterità” (fr. 238). Il tema minore del finito riemergente dalla considerazione dell’infinito come immediato è quindi presente.


6 Transizione e cristallizzazione dei momenti dialettici

Dalla dialettica interna all’alterità qualitativa: la materializzazione dei momenti e la critica implicita al platonismo.

Sommario

L’argomento verte sul passaggio, all’interno di un processo dialettico, da una differenza interna e relazionale a una differenza qualitativa ed esteriore. Inizialmente, elementi come “essere” e “nulla” perdono la loro indipendenza nel divenire, diventando “elementi di un tutto” e “momenti” la cui differenza è interna a un’unità, dove “sono l’uno riflesso dell’altro”. Tuttavia, questo rapporto unitario può irrigidirsi: “A causa della immediatezza dell’infinito, i due momenti si sono materializzati in due entità differenti e separate, il finito e l’infinito”. Ciò segna una transizione decisiva, poiché “mentre prima avevamo soltanto dei momenti che si aboliscono, adesso abbiamo eh una differenza di nuovo qualitativa, una differenza di cose essenti”. Il risultato non è solo la separazione, ma anche una forma di regresso, poiché “ogni salto dal finito all’infinito, dall’infinito al finito eh è un rapporto binario” che appare come un salto discontinuo. Questo esito, in cui “l’unità va perduta, quindi essi non sono momenti, ma sono realtà separate”, contiene un implicito attacco alla visione platonica del mondo, inteso come “il mondo dei significati delle parole che sono in una relazione specifico generica”, ossia un regno di entità separate e autosussistenti. Il movimento complessivo mostra dunque come una mediazione dialettica, se colta in modo immediato, possa “irrigidirsi in un rapporto tra due alterità”, restituendo una differenza qualitativa ai momenti che la costituiscono.

Riferimenti minori (188) - Dichiarazione di aver perso il filo del discorso. (398) - Richiesta di attenzione e domanda in sospeso. (528) - Intenzione di soffermarsi su un punto.


7 La determinazione dialettica del finito e dell’infinito

La relazione di opposizione e superamento tra il finito, come esserci che si dissolve, e l’infinito, come negazione che ricade nel determinato.

Sommario

L’argomento verte sulla determinazione reciproca del finito e dell’infinito all’interno di una relazione dialettica. Il finito è definito come un “esserci sussistente”, ma che è al contempo “nullo in se stesso” e quindi “si dissolve da solo” e “rimanda all’infinito”. La sua natura è quindi contraddittoria: sussiste, ma è “dissolventesi, cioè che si dissolve per sua determinazione”. L’infinito, d’altra parte, è inizialmente posto come “negazione del finito” e come “essente in sé”, ossia come qualcosa che “sente indipendente, non relativo”. Tuttavia, proprio in questa sua immediatezza, esso “è nel contempo la negazione di un altro, del finito”, il che lo fa ricadere nella determinazione, diventando esso stesso un “qualcosa come di un determinato in generale”, più precisamente un “qualcosa con un limite”. Emerge così un paradosso: l’infinito, pur essendo “affetto da negazione dal limite”, viene a configurarsi come un termine opposto al finito, e in questa opposizione entrambi perdono la loro purezza. Il finito, come “altro dell’infinito, resta nel contempo l’esserci determinato, reale”, mentre l’infinito è segnato da questa opposizione. Il movimento risultante è circolare: il superamento del limite “va certamente oltre perché si pone un nuovo limite, ma proprio con ciò si ritorna soltanto al finito”. Viene menzionato il tema della negazione, con un riferimento a distinzioni interne (“negazione assoluta, negazione seconda e negazione essente”), e il principio logico per cui “la causa pone l’effetto, il fondamento pone il fondato”, a sottolineare il rapporto di implicazione necessaria tra i termini.


8 La dialettica del limite tra finito e infinito

Separazione esplicita e unità implicita di finito e infinito attraverso la loro negazione reciproca.

Sommario

L’argomento tratta della relazione dialettica tra finito e infinito, determinata dalla nozione di limite. Il limite è “la negazione che li riferisce” ed è “reciproco dell’uno contro l’altro”, costituendo al contempo la loro separazione e la loro connessione. I due termini “appaiono separati” ma “sono anche in unità” perché il limite, nel separarli, è anche “il limite comune” che li mette in relazione. Tuttavia, quando vengono colti nella loro immediatezza come entità indipendenti, questa “semplicità è incompatibile con il loro limite”. Di conseguenza, “ognuno dei due separati espelle da sé il limite che è suo e lo fa diventare qualcosa di differente da sé”. Questo processo di espulsione, per cui “il limite viene espulso in quanto incompatibile con la loro semplicità e diventi un altro fuori di loro”, genera una dinamica per cui “dal finito siamo spinti nell’infinito e dall’infinito siamo risospinti nel finito”. L’unità sostanziale dei due momenti, per cui “sono inseparabili e sono separati”, rimane così celata: “questa loro unità è celata nel loro essere altro qualitativo”. L’argomento accenna al tema del processo all’infinito, che “nasce dal fatto che non si riflette a questa unità”, e a quello dell’auto-negazione interna, poiché “ciascuno ha in lui stesso il limite per sé nella sua separazione dall’altro”.


9 Distinzione tra infinità vera e infinità scadente

Un’indagine sulla differenziazione tra due concetti opposti di infinito, basata sul confronto tra le facoltà della ragione e dell’intelletto.

Sommario

L’argomento definisce e delimita la distinzione tra “il vero concetto dell’infinità e l’infinità scadente o anche cattiva infinità”, ovvero tra “l’infinito della ragione e l’infinito dell’intelletto”. L’infinito della ragione è identificato come “il concetto vero”, mentre quello dell’intelletto è “l’infinità scadente”, descritta come “in sé identica al dover essere” e come “la negazione del finito, ma non riesce a liberarsene”. Questo infinito scadente è presentato come “un infinito unilaterale, astratto”, un movimento in cui “l’effetto è esterno, la causa e e non di meno è posto dalla causa”, e che si risolve in “quella ripetizione di uno stesso avvicendamento, della vuota impetudine del proseguire oltre il limite”. Viene criticata la posizione per cui “con la ragione noi ci innalziamo sopra il temporale”, poiché tale innalzarsi “gli resterebbe esterno” al finito, mentre il vero infinito è invece “l’aborirsi stesso del finito e poi non è un movimento esterno al finito”. L’analisi tocca il tema del modo di procedere dell’intelletto, caratterizzato da “posizione e negazione, di vero, falso e così via”, e da una forma di ragione “ancora molto connessa all’intuizione, all’intuizione sensibile”, che “non afferra la complessità, che non capisce la negazione”. Viene inoltre discusso il termine “rappresentazione”, inteso come una facoltà della mente vicina all’intelletto, e come “l’immagine del cane, un’immagine media”, a cui il pensiero si arresta in questa dinamica scadente.


10 La separatezza irrisolta del finito e dell’infinito

Il limbo del progresso e la barriera della determinatezza

Il sommario tratta della concezione di un infinito irraggiungibile e di un finito separato. L’argomento esplora il “progresso all’infinito” come uno “stato di limbo”, un “tentativo fallito di superare la finitezza” (801). In questa dinamica, “il finito è separato e sta dalla sua parte”, mentre l’infinito è percepito come “un al di là nella lontananza opaca, irraggiungibile” (545, 496). Questo rapporto è caratterizzato da una “separazione nel suo significato più enfatico, più estremo” (530), dove l’intelletto, pur innalzandosi all’infinito, vede il mondo finito restargli “fermo come un al di qua” (493). Tale separatezza è ribadita dalla “vanità di questo doppio processo” (658), che genera una ripetitività incessante e angosciante, paragonata alle “pene dell’inferno” e al “dover ripetere incessantemente” come punizione (705). Nonostante la separazione, l’unità di finito e infinito è “insopprimibile, ma si nasconde, è celata” (587). L’infinito, quindi, è un “dover essere che non deve essere raggiunto”, poiché rimane legato alla “determinatezza dell’al di là” (730). Questo legame mostra che “l’infinito fermo dalla sua parte ha una barriera, cioè una limitatezza” (626), e che “proprio per questo l’infinito richiama la finitezza, richiama la limitatezza” (55). Il tema minore della negazione assoluta come “negazione della negazione e quindi… direttamente essere” (356) è accennato in relazione al superamento della separatezza.


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