Capire Hegel 33 | A
1 L’aspirazione come struttura del dover-essere: un superamento trattenuto
Un’indagine sul dover-essere come aspirazione che struttura la negazione senza realizzarla, un uscire da sé che permane in sé.
Il tema centrale è la natura del dover-essere o aspirazione, inteso non come progetto realizzabile ma come pura negazione interna. “Questo mio essere oltre l’essere non è un essere, ma è un’aspirazione, un dover essere che resta dover essere, cioè che resta eternamente fuori dall’essere”. È un movimento di superamento che non consuma il passaggio: “un superare che però resta eternamente legato a ciò che supera”. La dinamica è descritta come un’inquietudine, “un uscire che però non è un uscire effettivo”, dove “il gesto dell’uscire c’è, ma l’uscire non c’è”. L’aspirazione è quindi “superamento dell’essere, di un essere negativo”, ma essa stessa negativa, caratterizzata da una “barriera” insormontabile. Questo la distingue da un fine progettuale che “anticipa ciò che deve accadere nella realtà”. Il modello hegeliano della razionalità come realtà effettiva è contrapposto a questa “aspirazione utopica”.
Sommario
L’argomento definisce il dover-essere come pura struttura aspirazionale, un movimento di negazione e superamento che però non approda a una nuova positività, restando invece vincolato a ciò che nega. “È l’aspirare ad uscire, non più dell’aspirazione, ma già l’aspirazione è tanto”. Si esplora la sua “intolleranza di sé” come motore di un mutare che non è “un superamento effettivo dell’essere”. Viene istituito un contrasto con il pensiero hegeliano, per cui “ciò che è razionale è reale”, e con la nozione di fine come progetto. Un tema minore è il confronto con la “generatività” del vivente, dove l’aspirazione “si trasforma” e diventa “un dover essere realizzato, un’aspirazione realizzata, non più una semplice aspirazione”, configurandosi come “un fine, è un impulso”. L’analisi procede anche attraverso la metafora della “cubicità” del sale: se si tolgono tutti i predicati, “al sale non resta più nulla e quindi non resta neanche il sale”, illustrando la natura astratta e negativa del puro aspirare. La contraddizione del limite è interpretata come “impietudine, come uscire da sé, che quindi è un uscire che resta in sé”.
2 L’interpretazione hegeliana del reale tra limite, negazione e pensiero speculativo
Un’indagine sulla concezione hegeliana della razionalità immanente, della dialettica e della critica al pensiero utopico, attraverso l’analisi di concetti chiave come limite, dover essere e negazione determinata.
Il discorso verte sulla filosofia di Hegel, con particolare attenzione alla sua visione realista della realtà. Si sostiene che per Hegel “ciò che è razionale è reale, cioè effettivo e ciò che è effettivo è razionale”. Questa posizione lo pone “in totale contrasto con il pensiero rivoluzionario… con l’aspirazione utopica”, intesa come “un dover essere un fuggire dalla realtà”. Il nucleo centrale è identificato nella dottrina del limite, descritto come “il punto centrale di tutto il discorso di Hegel”. Il limite non è una barriera statica, ma un momento dialettico dinamico, dove “il dover essere va oltre sé, ma in realtà si porta sempre presso di sé”, configurandosi come un “superarsi” che, paradossalmente, “nel superarsi non si supera”. Questo movimento implica una specifica concezione della negazione, che non è astratta ma determinata: “lo speculativo è l’unità di negativo e positivo”. Una negazione astratta, che vedesse solo il negativo come “assoluta, cioè senza vedere che questa negazione porta con sé qualcos’altro”, mancherebbe il punto speculativo. Tale dinamica contraddittoria, per cui “ciò che è contraddittorio” è “oltre se stesso”, è l’elemento distintivo del pensiero hegeliano, un “elemento dialettico, l’elemento contraddittorio” che in altri autori appare solo come “un lampo di luce”. Un tema minore riguarda la natura del pensiero oggettivo, che Hegel espone come “pensieri che sono soggettivi e oggettivi al tempo stesso”, contrapponendosi al presupposto dell’inconoscibilità delle cose. Un altro tema minore accenna all’esito teologico del sistema, con un riferimento all’approdo di Hegel “a Dio a un certo punto”.
3 L’alterità, la negazione e la contraddizione del finito
La logica come metafisica del finito nella sua dinamica contraddittoria.
Sommario L’argomento verte sulla natura del finito, analizzato attraverso le categorie logiche di alterità, negazione e differenza, trattate come sostanzialmente sinonimi: “Hegel tratta come sostanzialmente come sinonimi alterità, negazione e differenza”. Il qualcosa finito è contraddittorio perché il suo limite ha una doppiezza, essendo sia interno che esterno: “il limite ha questa doppiezza, cioè l’alterità per un verso è interna… e per un verso l’alterità è esterna”. Questo comporta che il qualcosa “è e non è nel suo limite”, dove il limite è insieme il suo non-essere e il suo essere. La determinazione e l’affezione emergono come lati di questa relazione. La contraddizione non è statica ma dinamica: “La contraddizione non è una quiete, la contraddizione è un mutamento”. Essa, inizialmente distribuita tra qualcosa e limite, viene qui tematizzata in forma diretta, costituendo il punto di partenza per tutto lo sviluppo successivo: “il precedente è il punto di partenza di tutto quello che viene dopo, che non è nient’altro che lo sviluppo di quella contraddizione”. Il finito, in quanto fatto di momenti contrastanti, abolisce se stesso attraverso la propria contraddizione interna. L’analisi mostra come la forma logica della contraddizione assuma una forma metafisica: “la forma logica della contraddizione qui assume la forma metafisica del del finito”, evidenziando il nesso tra logica e pensiero oggettivo.
Riferimenti minori Viene fatto cenno alla differenza tra forma qualitativa (“essere altro”) e forma più riflessa (“differenza”) della negazione, e alla transizione nel campo dell’affinità quando tutto l’essere è un mutamento.
4 Il limite e il dover essere: asintoti della ragione in Hegel
Un’indagine sul concetto di limite e sulla sua dialettica con il dover essere, tra filosofia hegeliana, matematica e teoria politica.
Sommario L’argomento tratta della natura dialettica del limite in Hegel, dove “il qualcosa ha il suo esserci solo nel limite” e, in questo stesso atto, “altrettanto si separa da se stesso e si indirizza oltre al suo non essere e lo enuncia come suo essere”. Questo movimento definisce il Sollen, il dover essere, che “potrebbe essere altrettanto bene tradotto con aspirare” e che funziona come un asintoto verso cui tende la curva del reale. Un problema sorge dalla traduzione del termine Sollen, reso comunemente con “dovere essere”. La discussione si collega alla filosofia del diritto hegeliana, per cui “lo stato razionale è la monarchia costituzionale”, idea per cui Hegel “spezza una lancia in favore del mondo anglosassone”, nonostante le critiche al suo parlamentarismo. L’entusiasmo per la Rivoluzione francese è precisato come entusiasmo “per la sua prima fase che è quella della monarchia costituzionale”. Viene criticata una morale del “dovere nei confronti del dovere”, sentita come “antitetica alla sua filosofia”. Temi minori includono un accenno alle origini di queste categorie in Spinoza e una digressione logica sulla contraddizione (esemplificata da “Piove e non piove”).
5 Il limite e la sua dialettica: barriera, soglia e dover essere
La dialettica del limite come barriera immanente e soglia del mutamento.
Sommario
L’argomento concerne la natura dialettica del limite. Il limite non è una mera separazione esteriore, “come cessare, come separazione tra i qualcosa” (127), ma una determinazione interna e contraddittoria. Esso si configura come “barriera” (598), la quale, in quanto finita e negativa, è costitutiva per il “dover essere”. Infatti, “siccome il dover essere è soltanto è esclusivamente come negazione della barriera, esso ha bisogno della barriera” (598). Questa relazione necessaria genera una contraddizione: il dover essere “appare infinito, pur essendo lui stesso finito perché ha bisogno della barriera per poterla superare” (600); esso “è e nel contempo non è” (602). Il limite è quindi anche una “soglia”, definita come “ciò in cui io sono e mentre vi sono già non vi sono più” (389), ovvero un “né dentro né fuori” (376). In questa dialettica, il mutamento spesso è potenziale più che attuale: “è un aspirare al mutamento, non è un mutamento effettivo” (197). Un tema minore è l’analogia con il piacere, che esiste solo in relazione al suo contrario: “Il piacere è la soddisfazione del bisogno, ma c’è finché c’è il bisogno” (208), poiché “cessato il bisogno, cessato il desiderio, cessa anche il piacere” (209). L’argomento riconosce in Hegel un maestro nel trattare tale elemento dialettico, che in altri autori appare solo come “un lampo di luce, anche un espediente” (658).
6 Il metodo dialettico hegeliano nella “Scienza della logica”
La descrizione del processo conoscitivo come movimento antinomico e la difficoltà della sua esposizione solitaria.
Sommario
L’argomento verte sul metodo dialettico di Hegel, in particolare come emerge nella sua opera “Scienza della logica”. Il nucleo centrale è la rappresentazione della scienza e del pensiero come “frutto di un dibattito” e di una “antitesi di posizioni” giustificata dalla natura complessa dell’oggetto stesso. Hegel non assume una posizione definitiva, ma “esprime una posizione, poi esprime la sua contraddizione e il suo superamento”, configurandosi così non come portatore di una tesi, bensì come colui che “racconta l’antitesi” e il suo necessario sorgere. Il suo è un “esprimere un processo, esprimere un movimento” dove le posizioni “confluire l’una nell’altra”. Un tema minore riguarda la difficoltà di accesso a questo pensiero, specialmente in una “lettura solitaria priva di confronto”, con riferimento esplicito alla complessità di parti della “Scienza della logica”, dove “si capisce perché ci si muove nella contraddizione”. Viene menzionato il ruolo esplicativo delle note hegeliane, che forniscono “parecchi altri esempi di quello che lui intende” e sono considerate “leggibile” e “accessibile” sebbene si decida talvolta di tralasciarle. Il concetto di limite è toccato con l’idea che “nel limite sono oltre me stesso” e, reciprocamente, “nell’oltre me stesso sono ancora in me”, essendo già “l’essere oltre il limite”.
7 Il finito, il suo passare e l’infinito
Dalla dialettica del finito al superamento nel vero infinito.
Sommario
L’argomento concerne la natura del finito, definito come ciò che “è limitato da un altro della stessa specie” e per cui “affinché ci sia il limite ci deve essere una comunanza”. La sua essenza è il passare, poiché “l’essere come tale delle cose finite è di avere il seme del passare come loro essere dentro di sé”. L’intelletto, riconoscendo che “il finito passa”, cade però nell’errore di concepire “come persistente lo stesso passare”, ovvero di rendere assoluto questo movimento: “rendere infinito il passare significa che lo rivolgo anche contro lui stesso”. Ne consegue la contraddizione per cui “se il passare è persistente, se il passare è infinito, allora passa anche il passare”. Il “passare persistente” diventa così “il passare del passare”. La soluzione a questa contraddizione e al “progresso infinito” del finito che muta “in un altro finito e così via all’infinito” si trova nel “vero infinito”. Questo emerge quando, “nel mutare in altro il qualcosa torna in sé”, superando il contrasto astratto. In questo superamento, “il finito ha raggiunto il suo essere in sé, gli è confluito con se stesso”, lasciando alle spalle la forma scadente o “falsa” dell’infinito.
Riferimenti minori (729) - Rinvio esplicito a un’esposizione successiva dell’infinito vero. (420) - Possibile spostamento del contrasto verso la coppia nulla/essere.
8 Il limite come negativo essenziale e la contraddizione nel finito
Dalla determinatezza immediata al limite inteso come barriera costitutiva: l’essere in sé del qualcosa in opposizione alla sua qualità.
Sommario
L’argomento si sviluppa dalla “determinatezza immediata” verso il concetto di “qualità” e quindi di “limite”. Il limite non è un negativo puro, ma un negativo che è “nel contempo essenziale”, una “barriera” che definisce il qualcosa. Si stabilisce un’opposizione in cui “il negativo è anche positivo e il positivo è anche negativo”, come emerge nella relazione tra “limite ed esserci”, che devono essere tenuti insieme in “sia l’unità sia la differenza”. Questa dinamica mostra che “il finito non è nient’altro che la contraddizione nel contesto della qualità”. L’essere in sé del qualcosa si pone contro la sua stessa qualità, indicando che il qualcosa “ha una qualità e vi è limitato, non solo determinato”. Un tema minore riguarda l’applicazione di questa logica al “dover essere”, sollevato dalla domanda se “l’immortalità è un dover essere dell’uomo”. Il discorso distingue inoltre tra l’essere in sé, che deriva dal “negare l’altro come momento”, e la qualità o esserci, che deriva dal “negare l’altro come qualitativamente indipendente”.
9 La struttura dialettica della determinazione e dell’affezione nel qualcosa finito
La dialettica immanente del limite e il dover-essere come aspirazione.
Il sommario tratta della relazione dialettica tra determinazione e affezione all’interno del concetto di “qualcosa”. Questa relazione è definita come un’opposizione tra due negazioni: “una negazione che nega l’altra” (514). La determinazione è “essere in sé concreto” (495), mentre l’affezione è “concretezza esterna del qualcosa che però gli era interna” (495). L’unità del qualcosa è data dal riferimento della determinazione, che “si riferisce negandolo al limite insito nel qualcosa” (509, 515). Questo limite immanente costituisce la finità del qualcosa: “il qualcosa ha in lui il limite… è la finità” (490). Il superamento di questa condizione è indicato dal “dover essere”, che “contiene per sé la finità” (700) e rappresenta un’aspirazione a un’“uguaglianza a sé, la pace, la serenità” (592, 545). Un tema minore è il ruolo del dolore come affezione che permette di “superare la barriera” (579), illustrando la funzione pratica dell’affezione nel vivente.
10 La circolarità dialettica e le forme dell’infinito
Il movimento logico del mutamento tra sostanza, causalità e azione reciproca.
Sommario L’argomento verte sulla natura del mutamento e del progresso, analizzandoli attraverso la dialettica hegeliana. Il mutamento è definito come “l’aspirazione a superare il proprio essere” (669), che assume una doppia forma. La prima è quella del “progresso all’infinito” (671), un processo incessante in cui “il qualcosa muta in un altro qualcosa, l’altro qualcosa muta in un altro qualcosa” (673). Tuttavia, questo progresso lineare è considerato un’“infinità scadente, infinità cattiva” (676). La seconda forma, opposta, è quella circolare: “l’altro del secondo altro è il primo qualcosa” (680) e “questo mutamento è un ritorno” (674). In questa circolarità, il progresso diventa “circolarità e la circolarità non è progresso infinito… ma è infinità effettiva, infinità vera” (676). Questo modello circolare si applica alla relazione tra sostanza, causalità e azione reciproca, identificate come “le tre categorie cantiane” (685). La causalità è inizialmente un “progresso infinito da causa ad effetto che è causa di un altro effetto” (682), ma si risolve quando “l’effetto è anche causa della prima causa” (683). Questo “ritorno in sé della causa è l’azione reciproca” (684), realizzando il movimento in cui “una sostanza che si respinge da sé, nel respingersi da sé si congiunge con sé” (689). Un tema minore è il concetto di limite, che è “questa ambiguità che è l’essenza della cosa, ma al tempo stesso è l’essenza della cosa come negare di altro” (52), e che funge da separazione e comune. Un altro tema minore è il “dovere” o “dovere essere”, contrapposto allo speculativo, definito come un’“infinità in forma astratta, cioè un’infinità desiderata, ma non raggiunta” (324), che appare infinito “pur essendo lui stesso finito perché ha bisogno della barriera per poterla superare” (600). Viene inoltre notato che “l’aspirazione oltre il finito, l’aspirazione che si genera nella barriera… è già una prima forma di infinità” (478), ritenuta “già sufficiente contro contro chi nega l’infinità” (479).
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