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Capire Hegel 31 | A


1 L’essere determinato: la dialettica del qualcosa e dell’altro

La determinazione reciproca di in-sé e per-altro nel qualcosa.

Sommario

L’argomento concerne la struttura dialettica del qualcosa nel suo esserci determinato. Il qualcosa non è immediato, ma esiste nella relazione costitutiva con l’altro. Esso “si conserva nella sua uguaglianza a sé” e “la fa valere nel suo essere per altro”. La sua determinazione sorge dalla tensione tra due momenti: l’essere in sé, inteso come “riferimento a sé” e “uguaglianza a sé”, e l’essere per altro, che è “apertura all’altro”. Questi due momenti sono in unità: “siccome sono in unità nel qualcosa, l’essere per altro… è qualcosa che è determinato da qualcosa e viceversa l’essere in sé… è qualcosa di determinato, di non vuoto”. Tuttavia, questa unità è dinamica e segnata dalla negazione. L’in sé è “astratto” e “parziale”, quindi “essenzialmente segnato da negazione e quindi ha un essere peraltro anche lui”. Allo stesso modo, la relazione con l’altro è dialettica: “l’altro, siccome diventa altro, negandosi, cioè diventando, si conserva perché ciò che diventa è ciò che è già”. Il qualcosa è dunque “internamente altro” e, in quanto tale, è “essenzialmente uno con esso… essenzialmente non uno con esso”. Un tema minore accennato è il passaggio dal piano logico-categoriale a un possibile riferimento concreto, come indicato dalla domanda sul riferimento all’uomo che sembra “spezzare… il piano logico consequenziale”. Un ulteriore accenno distinto riguarda la concretezza del pensiero, che “va preso con contenuto e riempimento e ragione pensante”, di cui il pensiero del bambino, dell’adulto e del vecchio sono esempi di forme diverse.


2 L’elemento negativo: determinatezza, alterità e negazione della negazione

La struttura dialettica del qualcosa attraverso le sue determinazioni interne.

Sommario

L’argomento tratta della costituzione dialettica del “qualcosa” a partire dal suo elemento negativo interno. Tale elemento è identificato come “la determinatezza, cioè la qualità”, che coincide con “l’alterità”. Quest’ultima è definita un’“alterità interna al qualcosa”, ovvero “l’essere, peraltro del qualcosa”. L’alterità si presenta quindi come “una categoria più radicale, più profonda rispetto al qualcosa” che addirittura “genera da sé il qualcosa”. Il processo fondamentale è quello della negazione: il primo negativo, che è “negazione interna all’esserci”, viene a sua volta negato, portando a una “negazione della negazione”. Questo movimento restituisce “l’immediato […] in forma di mediazione assoluta”. Le “terze fasi” del processo sono descritte come “la riproposizione in forma concreta, cioè concettuale, […] di ciò che si è presentato all’inizio nella sua forma immediata e quindi astratta”. L’in sé viene spiegato come “negazione della negazione, negazione del riferimento ad altro, negazione dell’alterità”, il che significa “l’espressione essere dentro di sé”. Viene inoltre introdotta la distinzione tra l’elemento durevole e quello inquieto del qualcosa: il primo è “diciamo elemento durevole del qualcosa”, mentre il secondo è identificato con “l’affezione perché nell’affezione […] l’alterità è l’essere, per altro è in tutto il suo peso”. La relazione tra essere in sé ed essere per altro è caratterizzata da un’identità nella diversità: “Quindi essere in sé ed essere, peraltro nella loro diversità, potremmo dire, sono anche identici”. L’analisi procede presentando le determinazioni sia sotto l’aspetto della “determinazione della differenza” sia sotto quello della “determinazione dell’unità”.


3 L’unità e la differenza nel qualcosa: essere in sé ed essere per altro

La determinazione del qualcosa attraverso i suoi momenti contrapposti e la loro unità.

Sommario

L’argomento verte sulla struttura dialettica del “qualcosa”, analizzata attraverso le determinazioni di “essere in sé” ed “essere per altro”. Inizialmente, l’accento è posto sulla loro differenza, “nella determinazione della loro differenza”. Questa fase è descritta come unilaterale, poiché presenta i termini in maniera separata. Successivamente, si sottolinea il momento dell’unità, compensando quella unilateralità iniziale: “adesso devo compensare quella unilateralità con una nuova unilateralità, cioè sottolineando il momento dell’unità”. I due termini vengono così posti “come momenti di un medesimo, di un unico qualcosa”. La loro relazione è di “esteriorità interna”, un’esteriorità che è nell’altro. L’evoluzione del discorso mostra come il qualcosa, presentato all’inizio come immediatezza astratta, venga poi “ricostituito dai suoi stessi momenti” in una forma concreta e concettuale. Un tema minore è la transizione terminologica da “essere per altro” a “essere in lui”, dove “l’accento cade su in, ossia in lui”. Un ulteriore tema minore accenna al manifestarsi di queste categorie nello sviluppo logico, poiché una categoria “prende forma e si rivela come categoria solo in questo momento, nel momento del qualcosa”.

Riferimenti minori (546) - La determinatezza è anche differenza specifica, come nell’uomo definito “animale razionale”.


4 Identità riflessa e immanenza della determinatezza

La relazione dialettica tra determinazione e affezione nella costituzione del qualcosa.

Sommario

L’argomento si sviluppa a partire dalla contrapposizione e successiva unificazione di concetti fondamentali. Si parte dalla differenza tra essere in sé e essere peraltro, inizialmente distinti come “essere nulla prima erano differenti” (431). Attraverso un movimento dialettico, questi termini si connettono: “poi si sono connessi completamente” (431). Questo processo trasforma la loro relazione, rendendo l’essere “più immanente, per dir così, al qualcosa e viceversa” (351) e “più interno al qualcosa” (364). Il fulcro dell’analisi è il qualcosa, definito come identico a sé, “riflesso dentro di sé, con l’abolire l’essere l’altro” (27). In esso trovano unità la determinazione (l’essere in sé) e l’affezione (l’essere peraltro), poiché “in quanto in sé è in lui è determinazione, in quanto il peraltro è in lui è affezione” (796). La loro appartenenza al qualcosa è ribadita: “determinazione e affezione sono in lui, nel qualcosa” (796) e “alla sua identità, cioè alla determinatezza o all’ in lui, appartengono tanto la determinazione quanto l’affezione” (805). Seppur differenti – “determinazione e affezione sono differenti l’una dall’altra” (778) – sono momenti della stessa identità. L’affezione, in particolare, pur avendo un “rapporto con l’esterno, il suo rapporto con altro” (718), non è qualcosa di meramente esterno: “l’affezione è immanente” (720) ed è una “qualità del qualcosa” (716, 721). Questo percorso logico, definito “rapporto assoluto” (191), è un “separarsi ricongiungendosi” (191) che prepara manifestazioni ulteriori, poiché “questa identità… si manifesterà nell’esteriorità, nell’interiorità ed esteriorità e si manifesterà ancora di più nel concetto e nella sua effettività” (306).


5 Il salto speculativo: contraddizione e nuova immagine nel concetto

Una dinamica interna al pensiero hegeliano tra concetto, contraddizione e superamento.

Sommario

L’argomento tratta della natura precisa e controintuitiva del concetto hegeliano, che non è un’immagine complessa da scomporre in elementi semplici, ma indica piuttosto una “contraddizione implicita” e la sua esplicitazione. Il processo centrale è quello per cui ogni determinazione porta alla propria contraddizione: “La sua contraddizione significa l’annullarsi di questo e l’annullarsi di questo significa il salto nella cosa”. Questo annullamento non è una semplice negazione, ma è anche “produzione di una novità”, un vero e proprio “salto speculativo”. Tale salto corrisponde a un movimento del pensiero che abbandona una vecchia immagine o determinazione per approdare a una nuova: “Cioè è il passaggio da una vecchia immagine a una nuova immagine”. La cosa, sviluppando la sua contraddizione, si annulla e questo annullamento è già “una nuova figura, cioè se vogliamo una nuova immagine”. Il momento della contraddizione è descritto anche come “il momento dell’annullamento del soggetto” per la coscienza. Viene accennato il percorso di questa dinamica, che “si comincia con il questo, il questo sensibile, poi il questo diventa la cosa, quindi da un’immagine passiamo a un’altra immagine, poi la cosa diventa la forza”. Un tema minore è la dimensione relazionale dell’essere, per cui “ogni qualcosa ha una dimensione esterna, ha un’apertura d’altro”, arrivando a configurarsi come una “esteriorità interna”.


6 La dialettica speculativa 6: continuità logica e discontinuità rappresentativa

La natura non analitica dello sviluppo dialettico-speculativo e il suo rapporto con il mondo delle rappresentazioni.

Sommario

Il nucleo dell’argomento concerne la distinzione tra il piano logico e il piano della rappresentazione nello sviluppo dialettico-speculativo. Da un lato, si afferma che “il passaggio dall’essere al nulla, dal punto di vista logico, è un passaggio analitico, addirittura ineccepibile” e che “noi abbiamo una continuità logica”. Dall’altro, si sostiene che “rispetto alla rappresentazione lo sviluppo dialettico speculativo implica continui salti” e che “dal punto di vista della rappresentazione […] abbiamo fatto un salto”. Questa divergenza genera una discontinuità per chi si attiene alla rappresentazione, poiché “questa continuità logica nel momento in cui si connette a una rappresentazione, bene, eh produce dei salti”. Il procedimento stesso viene definito non analitico: “Il procedimento non è solo analitico, è analitico e sintetico al tempo stesso” e “lo sviluppo logico hegeliano non è di tipo analitico”. Ne consegue che lo sviluppo di una rappresentazione non è analitico e non resta entro i suoi confini iniziali, ma richiede di abbandonarla per una nuova quando essa si rivela come “il contrario di se stessa”. Viene infine accennato al ruolo della categoria del “qualcosa” e del suo “essere per altro”, la quale, pur essendo in qualche modo preesistente, “prende forma e si rivela come categoria solo in questo momento, nel momento del qualcosa”.


7 La determinazione del pensiero concreto e la sua sfera di indipendenza

Un’indagine sulla natura mobile e determinata del pensiero in relazione alla sensibilità e alla naturalità.

Sommario

L’argomento tratta del pensare come attività determinata e concreta, che costituisce la “determinazione dell’uomo” e la “sfera della nostra indipendenza”. Questo pensare, sebbene determinato, non è fisso ma “mobile”. Esso è un’attività “concreta internamente differenziata” che possiede un “riempimento con determinatezza”, distinguendosi così dalla mera astrazione. La sua concretezza risiede nel fatto che “è nel suo esserci” ed ha “contenuto”. Tuttavia, questa determinazione essenziale non annulla la persistente apertura alla “naturalità” e alla “sensibilità”, che costituiscono una “sfera di eteronomia”. L’uomo, pur pensando, “continua a sentire, ad avere una sensibilità e ad essere aperti alla naturalità”, poiché “non possiamo chiudere il tatto”. Il pensare si configura quindi come differente “dal suo essere per altro, dalla sua naturalità e dalla sua sensibilità che lo connettono immediatamente con altro”. Viene fatto un cenno a un tema minore relativo alle difficoltà espositive e comunicative inerenti a tali concetti, segnalando una “volontà titanica di farsi capire” che può scontrarsi con un’oggettiva oscurità del linguaggio, dove l’uso di pronomi neutri fa sì che “si può riferire un po’ a tutto”. Un ulteriore esempio minore cerca di chiarire la distinzione tra determinazione e determinatezza attraverso l’oggetto “coltello tagliente”.


8 Un pregiudizio fonetico e storico sulla lingua tedesca

La percezione di una durezza consonantica e l’impronta di un trauma bellico.

Sommario: L’argomento affronta la percezione della lingua tedesca, in particolare da parte di un parlante italiano, smontando un pregiudizio radicato. Si parte dall’idea comune che il tedesco sia una lingua con “paroloni molto lunghe” e “parole lunghissime”, spesso associata a una sensazione di durezza data dalla presenza di numerose consonanti: “in una sillaba tedesca ci stanno tre, quattro consonanti”. Viene però precisato che, al di là dei composti, il tedesco tende ad essere “monosillabico” o “massimo bisillabico” nel vocabolario di base. Si osserva inoltre l’asimmetria nella traduzione poetica: “Tradurre una poesia tedesca in italiano è fondamentalmente impossibile” per ragioni metriche, mentre il contrario “è abbastanza facile”. Il pregiudizio fonetico viene esplicitamente collegato a “fatti storici più piuttosto tremendi”, ovvero l’occupazione militare durante la Seconda Guerra Mondiale, che ha lasciato un “portato storico” e un “rapporto molto pesante”. Nonostante questa percezione iniziale, si riconosce che considerare il tedesco una “lingua brutta” è “una pura assurdità”, anzi è una “lingua ricchissima e credo anche bellissima”, essendo la “lingua di Gate, è la libre, è la lingua di Marx, la cioè di Nietzsche”. Viene infine accennato, come tema minore, alla scelta lessicale di un autore che, per evitare accezioni specifiche, preferisce il termine “qualcosa” a “essenza” o “sostanza”.


9 Determinazione, essenza e accidenti in Aristotele e Hegel

Un’indagine filologica e concettuale sulla determinazione, l’essenza e gli accidenti, tra le Categorie di Aristotele e la Fenomenologia dello Spirito di Hegel.

Il testo esamina la nozione di determinazione, identificandola con “l’essenza in senso col TNA, cioè con le sostanze seconde con la definizione, della sostanza che è proprio ad Aristotele”. In opposizione, l’affezione è definita come “l’insieme delle degli accidenti, delle categorie accidentali, qualità, quantità, relazione, dove, quando, agire, patire”. Viene discussa la trasformazione della determinazione in senso positivo, dove “l’essere in sé diventa esso stesso una determinatezza e quindi non una determinatezza in senso negativo, ma una determinatezza in senso positivo”, sollevando la questione se tradurla come “determinatezza presa in senso positivo” sia adeguato. Il contesto si sposta sulla critica hegeliana a Kant, osservando che “perché insomma tutto sommato si tratta di un falso problema, nel senso che Kant dice la cosa in sé è ignota”. Emerge il tema dello sviluppo dialettico, con “il duplice movimento dello sviluppo dialettico” che, rispetto alla rappresentazione, “implica continui salti”. Questioni filologiche minori accompagnano la discussione principale, come la scelta editoriale tra caratteri gotici o latini per l’edizione originale della Fenomenologia dello Spirito, e una riflessione personale sul pregiudizio verso la lingua tedesca, definito “un pregiudizio assurdo”, legato a esperienze storiche traumatiche.


10 La determinazione della categoria logica nel processo dialettico: forma, rivelazione ed esemplificazione

L’emergere di una categoria speculativa tra dibattito metodologico e resistenza all’esempio.

Sommario Il nucleo dell’argomento concerne la natura, lo statuto e la modalità di apparizione di una categoria logica all’interno di un processo dialettico. Si discute se una certa categoria, identificata come “essere per altro”, costituisca una “categoria stante” e indipendente o se invece sia “così specificato perché è strettamente proprio del qualcosa”. La sua rivelazione è problematizzata: “in qualche modo prende forma, si rivela solo a questo punto”, pur essendo forse implicita nello sviluppo precedente. Un tema minore centrale è il metodo dialettico hegeliano e la sua relazione con le rappresentazioni e gli esempi. Viene sottolineata una “violenza” della dialettica e una “resistenza” a fornire esempi, poiché in essi c’è “un irrigidimento” che forza un percorso, mentre la deduzione hegeliana è “continua”. Il riferimento a un esempio concreto, come “l’uomo che è pensante”, è visto come una potenziale rottura, “spezzando il piano logico consequenziale”. Un ulteriore tema minore tocca la correttezza logica e filologica del movimento argomentativo, dove una certa interpretazione è ritenuta “plausibile” ed evita un “salto fastidioso”. Infine, si accenna a possibili correlazioni con altre distinzioni concettuali, come quella tra “determinazione, affezione” e quella classica fra “sostanza e accidente”.


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