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Capire Hegel 29 | A


1 La qualità come determinatezza essente: realtà, negazione e l’unità dell’esserci

La qualità è la determinatezza immediata ed essente, l’affatto semplice. Essa si sdoppia in realtà positiva e negazione, ma entrambe sono un esserci. La determinatezza, in quanto esserci, non è solo essente ma anche nulla, e contiene in sé la negazione. Il suo sviluppo conduce alla determinazione e al limite.

Sommario

L’argomento definisce la qualità come “la determinatezza immediata o essente” (76), un “affatto semplice, un immediato” (39). Questa determinatezza, quando isolata, diviene essente, poiché “se io isolo una cosa vuol dire che le tolgo la mediazione, la rendo immediatezza e quindi la rendo essente” (42). Il riferimento fondamentale è che “la determinatezza presa come semplicemente essente è soltanto qualità” (99). Tuttavia, la qualità non è univoca: essa si articola in due momenti. Da un lato, come “realtà”, significa “una qualità positiva, una qualità con l’accento sull’essere” (110), o, in altri termini, “una qualità positiva, una perfezione” (108). Dall’altro lato, esiste la “qualità nulla, la qualità negativa” (103). Questa distinzione non è assoluta, poiché “entrambe sono un esserci” (113). Infatti, “nella realtà come qualità con l’accento di essere essente resta celato che essa è una determinatezza che dunque contiene anche la negazione” (113). La natura dell’esserci è proprio questa duplicità: “l’esserci non è soltanto essente, ma è anche nullo, è anche determinato” (100). Lo sviluppo successivo della determinatezza conduce alla “determinazione” (575), che è la determinatezza in sé, e alla sua relazione con l’affezione, la cui “unità è il limite” (579). Il movimento interno all’esserci evolve dalla negazione in generale verso una “determinazione negativa interna” (588), che giunge fino alla “negazione della negazione” (588). Questo processo è sostenuto da un’“unità negativa” (347), la quale “significa unità che è mediata dalla negazione, unità che si produce dalla negazione della differenza” (348). L’essere essente, infine, ha il carattere dell’inertia, in quanto “significa riferirsi a sé, significa essere inerti” (533).


2 La negazione determinata e la dialettica dell’esserci in Hegel

Un’indagine sul movimento logico che, partendo dall’astratto, giunge al concreto attraverso la negazione della negazione e la relazione tra l’esserci e l’altro.

Sommario

L’analisi prende le mosse dalla difficoltà di tradurre e comprendere concetti fondamentali, come la natura di un “nulla iniziale” che “doveva essere astratto” (199), ma la cui formulazione appare ambigua poiché “non si capisce se è un aggettivo oppure il participio passato del verbo astrarre” (192). Questo nulla astratto, tuttavia, non è il punto d’arrivo: “l’esserci non è il nulla iniziale, ma è quel nulla posto com’è in sé, cioè come essente, come appartenente all’esserci” (188). Il percorso logico procede dunque verso la determinazione, poiché “l’in sé è esso stesso qualcosa di concreto, quindi di determinato” (574). Il meccanismo centrale è quello della negazione. Si distingue una “negazione astratta” da una “negazione seconda” (375), dove “la negazione seconda ha in più rispetto alla negazione prima, l’elemento positivo” (368). È questo il cuore della “negazione della negazione” hegeliana, la quale “ha invece l’elemento positivo, cioè ha questa grande virtù che mantenendosi nel negativo, riesce ad arrivare a un essere, a una positività” (375). Il risultato non è una semplice cancellazione, ma una sintesi, “la somma del positivo del negativo” (887), un’unità che contiene la differenza: “un identico che è altro dell’altro, cioè che contiene l’altro” (887). Questo processo si manifesta nella relazione tra l’esserci e l’altro. Ogni determinazione implica alterità: “ogni esserci si determina ugualmente come un altro esserci” (739). Se “chiamiamo un esserci A, l’altro B”, si scopre che “A è ugualmente l’altro di B. Entrambi sono altri nello stesso modo” (626). L’altro non è esterno: “l’altro per sé resta identico a sé, perché quello in cui esso si è alterato è l’altro che non ha nessuna determinazione diversa” (834). La positività emerge proprio dal riconoscimento del negativo: “quando guardiamo solo il negativo e trascorriamo il positivo, ma è colpa nostra, cioè nella realtà c’è anche il negativo e nella negazione c’è anche il positivo” (144). La qualità stessa, “quindi isolato e quindi considerato come positivo è la qualità” (159), è un momento di questa dialettica. L’intero movimento, come suggerito da un’analogia matematica, sembra portare “a una variabilità nella costanza” (888), mostrando come la stabilità del concreto scaturisca dalla dinamica delle opposizioni superate.


3 La determinazione qualitativa e la dialettica del soggetto nella logica hegeliana

Un’indagine sulla natura delle qualità, della negazione e della struttura del soggetto come negazione della negazione, a partire da esempi sensibili come il colore di un libro o di un pennello.

Il sommario ricostruisce l’argomento attraverso le frasi fornite, evidenziando come la discussione parta dall’analisi delle qualità semplici, come un “libro rosso” o un “libro verde”, dove la qualità è qualcosa “di molto semplice” e isolato: “il libro rosso è una qualità quando c’è soltanto il rosso”. Tuttavia, la determinazione emerge nel confronto e nella negazione: “Io dico verde e poi dico non verde”. Questo meccanismo logico conduce alla questione del soggetto, definito come “la negazione della negazione”, un’identità che ha come suoi momenti costitutivi la differenza. La controversia accademica sull’emergere del soggetto è citata, con riferimento a un libro che sostiene una tesi giudicata erronea, secondo cui il soggetto si presenterebbe “come finalità esterna” a un certo livello della “scienza della logica”, mentre invece emerge “parecchie centinaia di pagine dopo” nella “logica del concetto”. Il discorso si applica anche alla determinazione degli oggetti: il “qualcosa” (ad esempio, un pennello) si fissa solo in relazione a un “altro” (l’altro pennello), relazione che è dinamica e reversibile. La discussione accenna a problemi di traduzione e alla natura controintuitiva del fatto che gli oggetti determinati “ci appaiono semplicemente essere”, mentre la loro determinazione è relazionale.


4 La dialettica dell’assoluto e della negazione

L’assoluto nella sua dinamica: dall’immediatezza astratta alla concretezza della negazione determinata, attraverso il movimento del qualcosa e dell’altro.

Il sommario delinea il percorso dialettico per cui l’assoluto, inizialmente colto come “l’assoluto soltanto immediato” (429), si rivela essere “il contrario di se stesso” (430) a causa della sua stessa determinatezza. Questo movimento si articola attraverso due momenti chiave della negazione. La prima è “la negazione in generale” o “negatività astratta” (349), mentre la seconda è “la negazione della negazione” che costituisce la “negatività concreta, assoluta” (349, 352). L’essenza dell’esserci è essa stessa “negatività prima” (352). Il procedimento logico esige di prendere in esame gli elementi in modo isolato: “dobbiamo prendere isolatamente il qualcosa” (769) e, parallelamente, “Dobbiamo prendere l’altro isolatamente” (768). Quando l’altro è preso in modo assoluto, esso diventa “l’altro di sé stesso, l’altro per sé” (858), ovvero “una negazione prima” (761). L’intero sistema poggia sull’assunto che “una cosa in qualche modo è anche il suo contrario” (126), e il suo sviluppo metodico consiste nel “mostrare che le cose sono il contrario e che il contrario è il contrario” (694). Questo approccio “molto sistematico” (547) conduce infine a definire l’assoluto non come indifferenza assoluta, ma come “indifferenza determinata” che, essendo “il contrario di se stessa”, diventa “contrario anche a se stesso” (426), realizzandosi così come “assoluto in sé per sé” (431).


5 La critica dell’immediatezza e la mediazione nel sapere

La polemica contro il principio del sapere immediato e la sua pretesa purezza.

Il testo affronta il tema della mediazione, onnipresente in ogni concetto, contrapponendola all’idea di un sapere immediato. Viene criticata l’“asserita immediatezza pura del sapere da cui la mediazione sarebbe esclusa”, affermando invece che “la mediazione è ovunque”. L’analisi si sviluppa attraverso il movimento dialettico del qualcosa, mostrando come l’immediatezza stessa sia un risultato mediato. Un riferimento polemico è individuato contro Jacobi e la sua dottrina del sapere immediato. Il percorso logico mostra come determinazioni astratte siano “l’immediato rovesciarsi nell’altra”, e come ogni ritorno al semplice, come l’essere, sia in realtà l’esito di un processo: “da un abolirsi di questa differenziazione per cui si torna al risultato semplice”. Anche il cogito cartesiano è interrogato in questa prospettiva critica. La discussione chiarisce che il positivo, come prodotto, nasce dalla “negazione della negazione”, a differenza dell’essere dato come immediato all’inizio. La conclusione è che la mediazione essenziale è una “mediazione con se stessi, cioè una mediazione che elimina sé, peraltro”, collassando infine nell’unità semplice.


6 L’emergere del qualcosa attraverso la negazione della differenza

Dalla pura astrazione all’essere determinato: il processo dialettico che, abolendo la differenza, genera l’esserci e il qualcosa concreto.

Il sommario traccia il percorso dialettico dall’astratto al concreto, partendo dalla prima opposizione tra essere e nulla. Questi, inizialmente “due forme di estrema differenza, estremamente differenziate, proprio separate”, trovano nel divenire la loro prima unità, un annullamento in cui “essere nulla diventano uguali”. Questa unità, paragonata a un grigio che nasce dal bianco e nero, costituisce l’esserci, la base di tutto ciò che segue: “tutto quello che si svilupperà d’ora in poi sarà sempre sulla base di questo grigio”. L’esserci non è più la purezza iniziale, ma una “semplicità che viene dalla negazione della differenza” e che quindi “la contiene in forma implicita”. Questo movimento di differenziazione e superamento è costitutivo: “la differenza c’è, la differenza si abolisce da sola e questo abolirsi della differenza è il qualcosa”. Il qualsomething si definisce quindi come risultato di questo processo: “L’abolirsi di questi momenti… fa risultare il qualcosa”. Esso rappresenta un divenire più concreto rispetto a quello iniziale: “come divenire il qualsomething è un mutare i cui momenti non sono essere e nulla, ma sono qualcosa e altro e quindi si chiama alterazione”. I suoi momenti non sono più l’essere e il nulla astratti, ma “essi stessi dei qualcosa”, rendendolo “un divenire divenuto concreto”. Il processo rivela una struttura triadica: un primo momento di affermazione semplice (“all’inizio ciò che deve dominare è la semplice affermazione, il semplice essere”), un secondo momento del negativo e del contrasto (“l’ambito della differenza”), e un terzo momento di riconciliazione che “ha incluso con sé la mediazione… ha una differenza conciliata, una negazione negata”.


7 Il concetto di “qualcosa” tra in sé e relazione

La difficoltà di comprendere un’idea proprio per la sua elementarità, e il processo attraverso cui un pensiero diventa chiaro dopo una mediazione linguistica e riflessiva.

Il testo raccoglie le reazioni e i chiarimenti di un gruppo di lettura di fronte a un passaggio filosofico complesso. Il nucleo concettuale ruota attorno alla natura del “qualcosa”, analizzato nelle sue due sfere costitutive: “l’in sé” (“una sfera intima, una sfera immediata, il suo in sé”) e “la sfera di apertura all’altro, di relatività, di riferimento”. Il dibattito si sofferma sulla distinzione e sull’identità tra “concetto” e “in sé”, dove il primo è definito come “la regola, la norma non ancora realizzata”. Emerge il tema della mediazione come “il risultare da un processo” e dell’alterazione che avviene “solo nel suo concetto, cioè soltanto in sé”. Viene inoltre toccato il problema del linguaggio e del nome proprio (“parla di un nome proprio, cioè la sedia”), contrapposto all’enunciazione di una mediazione che dà senso. Il percorso di comprensione è descritto come inizialmente faticoso (“la prima volta avevo capito pochino”) ma destinato a farsi “stranamente chiaro” attraverso l’allenamento e il confronto, fino a riconoscere che “l’unica difficoltà di questo concetto è la sua estrema elementarità”.


8 Il linguaggio come enunciazione dell’universale e il problema della singolarità

Una riflessione sul potere e il limite del linguaggio concettuale, tra nomi propri insensati e la mediazione del sillogismo.

Il testo esamina la natura del linguaggio come opera dell’intelletto, la cui caratteristica fondamentale è di “enunciare soltanto l’universale”. “Il linguaggio ha termini individuali soltanto nei nomi propri, ma i nomi propri… non hanno senso perché il senso nasce chiaramente dai rapporti logici tra la specie e il genere”. I nomi propri sono considerati “insensati” e “semplici posti arbitrari”, mere “etichette delle cose singole”, poiché non esprimono un universale. Al contrario, il significato risiede sempre nell’universale, inteso come “una regola, una norma, quindi una definizione”. La struttura portante del discorso significativo è quella logica della specie e del genere: “un nome comune è perlomeno una specie e è una specie un genere, secondo come lo si guarda, una specie rispetto ai generi in cui è sussunto ed è un genere rispetto alle specie che sussume”. Tuttavia, sorge il problema di come esprimere la singolarità concreta, che non è l’ineffabile ma è intesa, in senso hegeliano, come “negazione della negazione”. La soluzione non è nelle forme semplici del linguaggio (parola, concetto, giudizio), ma nella mediazione del ragionamento: “ciò che non può essere ottenuto dalle forme semplici del linguaggio… può essere ottenuto dal sillogismo, dal ragionamento”. Il dibattito tocca anche il rapporto tra l’universale astratto e l’individualità, dove un primo momento definisce l’assoluto in una “forma rigida, astratta, diciamo irrispettosa nei confronti della individualità, della singolarità”. L’analisi mostra come queste questioni, pur trattate da Hegel, trovino un’eco diretta nella filosofia del linguaggio successiva, da Russell e Frege a Kripke, a testimonianza della loro centralità.


9 La natura come altro e il ruolo della mente nella conoscenza oggettiva

Una riflessione sulla relazione dialettica tra spirito e mondo naturale, tra il qualcosa e il suo limite.

Il testo esplora il concetto di “altro” attraverso esempi storici, come “l’altro di Platone”, e filosofici, dove “la natura è l’altro della mente, l’altro dello spirito”. La mente è definita come “capacità di conoscere le cose come sono in sé” e “la forma più esasperata del qualcosa”, la cui essenza consiste nel “decentramento, nell’oggettività, nel fatto di riuscire a conoscere le cose per quelle che sono”. Poiché la mente riconosce “la totale alterità della natura rispetto alla mente”, ne consegue che “la natura è altro in se stessa” e diventa “l’essente fuori di sé nella determinazione dello spazio del tempo, della materia”. Questo “essere l’altro in se stessa” è la sua qualità fondamentale. Il discorso si collega alla natura della sostanza aristotelica, che non è “qualcosa di semplice e ineffabile”, e alla dialettica hegeliana della determinazione, dove “la qualità è negazione in generale” e ha “il valore di una mancanza e si determina in seguito come limite barriera”. Si osserva come nella determinatezza delle cose ci sia sempre “la loro nullità, il loro limite, la loro mancanza”, e viceversa, in ciò che è assente, “c’è sempre qualcosa di più… c’è il calco”. Il confronto si estende infine a Jacobi e alla sua opposizione a Kant, “contro il conoscere solo fenomenico delle cose”.


10 L’Essere Determinato e la Dialettica del Linguaggio in Hegel

Un’indagine sulle categorie fondamentali dell’essere, della negazione e del significato, attraverso il movimento del pensiero hegeliano.

Il sommario delinea il percorso dalla determinazione spaziale dell’essere alla dinamica della negazione, per approdare alla natura regolativa del linguaggio. Si parte dall’immagine di un essere determinato che “dobbiamo immaginarcelo, insomma, come se ci fosse un vuoto e questo vuoto fosse lo spazio”, dove “lo spazio è spazio ovunque” come una superficie uniformemente colorata. Questo introduce la questione delle determinazioni che “si dislocano nello spazio, nel tempo, nella materia”. Il nucleo dialettico è identificato nella “costanza nella variabilità”, presentata come “un altro modo di dire negazione della negazione, perché la variabilità è la negazione prima, è l’essere qui e il non essere qui al tempo stesso”. Questo movimento, dove “il fatto che la variabilità insieme a un’altra variabilità diano vita a una costanza”, non è più una “costanza di ciò che è inerte, ma è la costanza una costanza dinamica”. Il processo inizia con “il primo passo è la ghiastole, cioè il l’andare alla deriva, il perdersi”, e si conclude spesso in modo non consapevole, poiché “non ci rendiamo conto che siamo stati noi a negare la negazione”. Un tema minore riguarda la critica hegeliana al sapere immediato, come quando “rilanciò l’idea della conoscenza immediata di Dio e Hegel, ecco, insomma, questa questo suo sapere immediato lo lo respinse”. L’analisi si sposta quindi sul linguaggio, dove Hegel sostiene che “la parola indica un significato” ed è “propriamente ehm diciamo eh l’indice di una regola, non l’indice di una cosa”. Una parola definisce una classe non per enumerazione, ma “enunciando la regola per cui posso decidere gli individui che stanno dentro e gli individui che stanno fuori”. Questo conduce alla natura dell’universale: “il questo non è, insomma, legato all’evanescenza, ma può essere rivolto a tutti gli evanescenti e quindi in effetti esso è un universale”, una nozione preparata dalla distinzione tra “qui e ora” come momenti “fuggevoli”. Il testo nota infine una significativa consonanza tra queste riflessioni e la filosofia successiva, osservando che “la filosofia del linguaggio tratta queste cose con 100-10 anni di distacco da Hegel”, nonostante per alcuni autori ci sia “un abisso, non hanno letto Hegel, non hanno le competenze per leggerlo, però arrivano a dire questo e questo poi ha una spessore enorme”.


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