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Capire Hegel 27 | A


1 L’ideale, il finito e la negazione nella dialettica hegeliana

Una discussione sul percorso speculativo che, attraverso la negazione determinata e l’opposizione, conduce a un essere più forte e consistente.

Il sommario ricostruisce i nuclei concettuali emergenti dalle frasi. Il tema centrale è il movimento dialettico hegeliano, in cui “l’elemento positivo” viene identificato “nella negazione della negazione”, risultando in “un essere molto più forte molto più consistente dell’essere iniziale”. Viene affrontato il ruolo del finito, che “ha una determinazione univoca” e costituisce un momento necessario. Un tema minore riguarda la distinzione e l’opposizione tra ideale e reale, con un cenno a un “problema di traduzione perché in tedesco ci sono Das ideale, Ideal. Il processo è descritto come una “via tracciata… nei termini dell’iniziale affermazione… della successiva opposizione e tre della negatività assoluta”, la quale “appiana la via” verso un risultato. Viene infine segnalata una posizione critica interna alla discussione, che mette in dubbio la definizione di Hegel come idealista: “Hegel è un idealista io non sarei tanto d’accordo”.


2 L’idealità e il riferimento a sé come struttura dell’essere

La dinamica interna del pensiero hegeliano tra finitezza, negazione e ritorno in sé.

Il sommario si concentra sul nucleo concettuale ricavabile dalle frasi, che ruota attorno ai concetti di idealità, riferimento a sé e negazione. L’idealità non è intesa come somma di elementi empirici, poiché “bene non è una somma di cose empiriche sensibili”, ma piuttosto come una “connessione di idealità”. Il meccanismo fondamentale che emerge è quello del “riferimento a sé”, definito esplicitamente come l’essenza stessa dell’essere: il riferimento a sé È l’essere. Questo riferimento a sé si realizza attraverso un movimento dialettico di uscita e ritorno, per cui “non abbiamo Insomma un uscire eterno da sé ma abbiamo anche un rientrare in sé”. Tale movimento è alimentato dalla negazione, specificamente dalla “doppia negazione”, il cui “riferimento a sé” costituisce la dinamica centrale. L’essere per sé rappresenta il culmine di questo processo, dove “la qualità che nell’essere per sé si è spinta al suo vertice cioè al suo estremo”. Un tema minore che affiora è il ruolo dello spirito come sede di questa idealità, poiché le cose sono considerate ideali “semplicemente perché li considero mie rappresentazioni”.


3 L’esito del processo come verità affermativa

Il percorso che, attraverso la negazione di determinazioni parziali, conduce alla rivelazione di un essere composto e positivo, risultato immanente del movimento stesso.

Il sommario traccia le tappe di un movimento logico il cui scopo è “mostrare che ciò che” si rivela autentico solo alla fine. Il processo non ha uno sviluppo esterno, ma “coincide col processo stesso”, e il suo vero esito è proprio “il risultato stesso da questi momenti”. Esso procede attraverso una serie di negazioni, definite inizialmente “puntuali”, per arrivare infine a “negazioni di tipo in qualche modo assoluto”. Il suo compito è “falsificare i falsi esseri”, ovvero quelle determinazioni che si presentano come assolute ma che sono invece superate. Ciò che ne riemerge, “portandosi come dire conservando l’eredità del processo attraversato”, non è un presupposto, ma “il risultato del processo”. Tale risultato è “in ogni caso un essere composto”, un positivo che non è dato all’inizio ma che si costituisce come “completezza”. Questo essere affermativo finale, in cui “il vero essere si mostra”, non è più un insieme di elementi separati, poiché i suoi “componenti sono soltanto momenti” di una totalità ormai raggiunta.


4 L’ideale, il reale e il linguaggio in Hegel

Una riflessione sul significato delle parole “reale” e “ideale”, sulla critica all’empirismo e sulla natura dell’infinito nella filosofia hegeliana.

Il testo analizza il significato comune e filosofico dei termini “reale” e “ideale”, contrapponendo la visione empirista a quella di Hegel. Si parte dalla definizione ordinaria di reale come “ciò che posso toccare afferrare” (255), che è il “significato più corrente più normale” (221). Contro questa nozione, l’empirismo considera “le cose finite sono meno reali per esempio delle parole” (111), una prospettiva da cui nasce una certa pedagogia (106). Hegel, invece, “non è un empirista proprio nel senso” comune (128). Per lui, le cose finite “Sono l’ideale” (110), dove “ideale non è l’irrealtà” (210) ma un concetto diverso dal reale immediato. Un tema centrale è la critica all’“infinito scadente oppure cattivo infinito” (94), definito come “infinito completo” (187) in opposizione al vero infinito. Il testo nota come anche “le parole slittano lentamente di significato” (186), sottolineando che “il significato del linguaggio è sempre un universale” e “l’universale è l’essenza delle cose” (118). La conclusione hegeliana, che rappresenta “la sua svolta la sua idea rivoluzionaria” (168), sembra essere che “il vero è soltanto” processo (48), andando oltre l’opposizione tra finito e infinito e tra reale apparente e ideale.


5 L’ideale come principio costitutivo del reale

Il riconoscimento di una natura ideale (ideel) tanto dei principi filosofici quanto delle cose sensibili, che in essi trovano la loro verità e dissoluzione.

Il testo esplora la nozione di “ideale” (inteso come ideel, non in senso estetico) come categoria fondamentale per comprendere la realtà. “I principi delle filosofie più antiche o più moderne – l’acqua o la materia o gli atomi – sono pensieri universali ideali”, il che significa che il fondamento stesso della conoscenza filosofica è di natura ideale. Questa idealità non si limita ai concetti astratti, ma si estende al mondo concreto: “le cose sono ideali cioè ideel, e “le singole cose sensibili essendo ideali sono come abolite Nel principio nel concetto e ancora più nello spirito”. Emerge quindi una “duplicità” per cui l’essenza ideale delle cose si manifesta nella loro esistenza sensibile. Il discorso si collega alla dialettica hegeliana, definita come “lo spirito di contraddizione sistematizzato”, e al concetto per cui ogni idea particolare “è parte di un tutto cioè è un momento”. L’argomento critica le filosofie che oppongono rigidamente realismo e idealismo, affermando che una filosofia che si limitasse all’essere finito “non meriterebbe il nome di filosofia”.


6 L’idealità come vera realtà e la critica all’idealismo formale

Una riconsiderazione del rapporto tra determinazione, negazione e infinità nel pensiero speculativo.

Il sommario si costruisce attorno alla distinzione tra una “vera realtà” e una “finta realtà”. La prima è identificata con l’idealità, come affermato: “Perché chiami idealità la realtà vera”. Questa vera realtà non è una semplice somma di dati positivi, poiché “non è una connessione di realtà”, ma sembra emergere da un processo dialettico. Tale processo coinvolge strettamente i concetti di negazione e determinatezza, dove “determinatezza o negazione è posta e appianata”. La negazione non è annullamento puro, ma un momento che “conserva ciò che nega”. Il risultato di questo movimento è l’infinito, inteso non come un al di là, dato che “infinità non significa che sta al di là”, ma come l’essere compiuto e per sé. Viene criticato un “idealismo formale”, che “considera le cose come rappresentazioni” e che opera solo sul piano “dell’oggettività o della realtà dell’esserci esterno”. Contro questa visione, si oppone un’ontologia in cui la determinazione positiva non coincide con la “realtà nel senso della cosa”. Le figure intermedie di “essere in sé” e “dover essere” sono descritte come “le impronte imperfette della negazione sull’essere”, segni di un processo verso la realtà vera, che è al contempo “l’idealità posta delle cose”.


7 L’opposizione tra soggettività e oggettività nell’idealismo

La forma esclusiva della rappresentazione contro la realtà dell’essere esterno, in un rapporto di negazione immediata.

Il testo esamina la fondamentale opposizione tra soggettività e oggettività, definita come “una delle finitezza”. Questa contrapposizione, che si trascina “per tutta la critica della ragione”, è al centro di un idealismo descritto come “formale”. In esso, “la forma della soggettività viene affermata come l’unica vera”, guardando “solo alla forma di rappresentazione per cui un contenuto è mio”. Ciò comporta una negazione dell’oggettività, poiché “questo essere esterno è soltanto abolito” e il contenuto, per il pensiero, “non è come esserci cosiddetto reale”. Tuttavia, questa abolizione è solo immediata, in quanto “l’esserci è l’essere abolito ma abolito solo immediatamente così contiene da prima la negazione”. Il risultato è che, in questa prospettiva, “non è perduto nulla perché ciò che prima ci appariva come esserci reale, esserci finito, quello è” idealmente conservato nella semplicità dell’io, dove “è per me è in me idealmente”.


8 L’idealismo filosofico e religioso: la negazione del finito

Un confronto sul riconoscimento della determinatezza come non-assoluta e sulla mutazione della negazione nell’infinità.

Il sommario tratta del principio idealista condiviso da filosofia e religione, che consiste nel non riconoscere il finito come vero essere assoluto. “La filosofia è idealista quanto la religione. Infatti neanche la religione riconosce la finit come un vero essere come un dato ultimo assoluto” (100, 101). L’argomento si sviluppa attorno alla trasformazione della negazione: nella sfera del finito, la negazione muta e si rivela come infinità. “poiché però nella finit la negazione è mutata nell’infinità” (455) e “la finit è mutata nell’infinità” (496), ovvero “il finito si è manifestato come negazione dell’infinito” (491). Viene affrontato il concetto di determinatezza, che è intesa non come assoluta ma come relativa, un “essere determinato relativo non assoluto” (451). Il testo accenna anche a un momento di appianamento o superamento della differenza tra essere e determinatezza. “nell’essere per sé la differenza tra l’essere e la determinatezza o … negazione è posta è appianata” (476).


9 La dialettica dell’immediato e del negativo nel pensiero finito

Una trattazione sul mostrare come l’immediato e il negativo si rovesciano nel loro contrario e sul permanere della finitezza in questo movimento.

Il sommario trae dalle frasi fornite i temi centrali. Il primo tema è la trattazione dialettica dell’immediato e del negativo, dove si mostra che “l’immediato è il contrario di se stesso” e che la stessa indagine deve essere applicata al “negativo del negativo primo” per mostrare che “è il contrario di S stesso”. Questo processo rivela che “il negativo che si nega è il negativo che resta uguale a sé”, e che quindi “il contrario del contrario è l’uguale a sé”. Il secondo tema riguarda la finitezza del pensiero rappresentativo. Viene criticato il pensare che “può intanto restare del tutto nella sua finitezza” senza considerare il contenuto, poiché questa finitezza, anche quando si trasla “da finitezza oggettiva reale” a “finitezza soggettiva”, non scompare: “non è andata perduta quindi non è stato guadagnato nulla”. Il permanere di questa condizione è sottolineato dall’affermazione “siamo ancora nella perfetta finitezza”. Un tema minore che emerge è quello della legge identica nel divenire, ossia “ciò che nel divenire delle cose resta identico a sé”.


10 La dialettica di repulsione e attrazione nella determinazione della quantità

Un’indagine sulla natura concettuale del soggetto e sull’essenza fissa nella variabilità delle cose, attraverso le categorie della continuità e della discrezione.

Il sommario si concentra sull’analisi della quantità come determinazione scaturita dall’unità dialettica di repulsione e attrazione. “La determinazione scambievole di repulsione attrazione in cui Esse si spengono nell’equilibrio” (571) ne costituisce il nucleo. Queste due forze sono intese come “gli uno separati” (576) ma inseparabili, poiché si realizza “una repulsione che è anche attrazione” e “un’attrazione che è anche ripulsione” (575). Il loro rapporto dinamico produce i momenti fondamentali della quantità: “l’attrazione in continuità e… la discrezione” (579). L’argomento tocca anche la natura del soggetto, criticando l’approccio che trasforma “oggetti da oggettive a soggettive ma si dimentica la natura concettuale del soggetto” (409), e riflette sul concetto di essenza, definita come “ciò che nelle cose nella variabilità delle cose resta fisso” (119). Un tema minore accennato è il ruolo del vuoto, visto come “prodotto dalla repulsione” (577).


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