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Capire Hegel 19 | A


1 La natura del pensiero come principio primo e il suo processo dialettico

Un’indagine sul fondamento logico della realtà che supera l’astrazione per abbracciare la concretezza del pensiero in movimento.

Il discorso muove dalla critica al “principio dell’astrazione cioè Nel principio di identità” (25), visto come rifugio insufficiente. Si sostiene che “bisogna andare oltre il principio dell’astrazione oltre il principio dell’identità” (26), poiché il vero inizio non può essere un’astrazione vuota: “una astrazione da qualunque contenuto per arrivare a un per partire da un principio già molto astratto” (22). Il primo principio autentico deve invece porsi il problema delle sue stesse condizioni: “il vero primo principio si ponga il problema delle condizioni per cui è posto” (20). La soluzione proposta individua nel pensiero stesso questo fondamento concreto, distinguendo l’uomo dall’animale: “il pensare indica la differenza tra uomo e animale… l’uomo è pensare in sé” (229, 232). Questo pensiero non è astratto ma “è concreto va preso con contenuto e riempimento” (238).

L’analisi si concentra poi sulla dinamica interna al principio, caratterizzata dall’unità di “immediatezza e mediazione” (175). Si afferma che “l’immediatezza non sia mai separabile dalla mediazione” (39), dove la mediazione è intesa come “il processo negativo per cui L’essere in sé sorge è posto” (171). Questo processo è “interno al primo principio” come “quella negatività che esso contiene” (34). Il movimento dialettico porta a superare la mera astrazione iniziale, che era “estraneo alla alla sua natura” (166) e “oppositiva dalla sua natura” (167), per giungere a una determinazione concreta: “tradurre determinazione con carattere della cosa… il carattere di una persona e la sua determinatezza” (200). L’esito è un esserci affermativo e concreto: “ha in generale il suo essere affermativo il suo esserci affermativo” (497), dove il pensiero, come “ragione pensante” (238), realizza se stesso.


2 Il principio primo, il contrasto e la qualità

Un’indagine sulla natura dell’identità e della determinazione a partire da un assoluto originario.

Il testo esplora la deduzione e le implicazioni del “primo principio” assoluto, dal quale scaturisce necessariamente il contrasto e la negazione: “poi da questo principio… viene tirato fuori il contrasto” (43). Questo movimento genera la determinatezza qualitativa, dove “il qualcosa è altro” e “questo primo altro è la sua qualità” (504). L’analisi si concentra quindi sul “campo della qualità” (354), distinguendo tra l’essere in sé e l’essere per altro, senza che i due coincidano (260). Il discorso affronta la natura paradossale dell’identità, per cui “lo stesso… è il suo contrario” (122), e la “negazione determinata” (153) come principio attivo. Emerge anche una critica terminologica, come quella alla traduzione di un termine con “Costituzione”, giudicata “del tutto assurda sbagliata” (266). L’obiettivo sembra essere quello di mostrare come il principio primo, per essere tale, debba necessariamente condurre a una relazione dialettica e a un “riempimento con determinatezza” (251), pur lasciando aperti alcuni sviluppi che “bisogna pescarli altrove” (573).


3 L’essere, la negazione e il confine

Una costellazione di significati attorno alla dialettica dell’in sé e dell’essere per altro, dove la negazione non annulla ma conserva.

Il testo esplora la natura del confine come determinazione che caratterizza entrambi i poli di un’opposizione: “il confine è ciò che l’uno e l’altro hanno in comune” (551) ed è “una determinatezza che caratterizza entrambi i poli di questa opposizione” (555). Questo confine è strettamente connesso alla negazione, poiché “nega l’altro” (550). Tuttavia, la negazione non è un puro annullamento: “ciò che viene negato non svanisce” (145), ma viene conservato. Questo meccanismo è centrale per comprendere l’“in sé”, che “contiene come momento ciò che esso nega” (145). Infatti, “l’essere in sé appunto perché è negativo” (158) e “non è pura positività ma è contrassegnato da questa negatività” (159), conservando in sé le caratteristiche dell’essere per altro (186). L’in sé si costituisce proprio attraverso questo atto di negazione che preserva: “appunto perché è stato negato adesso entra nella costituzione dell’in sé” (151). La discussione si collega anche al pensiero come elemento distintivo, poiché “il pensare indica la differenza tra uomo e animale” (232), avendo un “significato fondamentalmente negativo e quindi indica la differenza” (228). L’intera riflessione si muove all’interno di una “costellazione di significati” (294, 295) che viene progressivamente delimitata, mantenendo una complessità che “non scende mai a una semplificazione” (578).


4 La determinazione come ragione pensante e il processo dialettico del negativo

Un’indagine sulla natura della determinazione e della negatività all’interno di un movimento logico, dove l’essere in sé si costituisce attraverso la relazione con l’altro.

Il discorso si sviluppa attorno al concetto di determinazione, identificata come “la ragione Pensante” (219), che costituisce l’essenza stessa dell’uomo: “la determinazione dell’uomo è la ragione pensare” (222). Questa ragione non è astratta, ma “Attiva” e concretamente operante (221), rivolta al pensiero di “cose concrete… cose determinate” (242). La determinazione si presenta come “la consistenza positiva ma qualitativamente determinata” (196) di qualcosa. Tuttavia, il percorso per giungere a una tale affermazione è di natura negativa: “il principio da cui lui parte porta addosso questa negatività” (27). La logica procede quindi attraverso la negazione: da un “affermativo” si ricava un “negativo” (33), in un processo dove il “negativo fa parte del qualcosa” (350). L’identità di un qualcosa si definisce in relazione all’altro, essendo “un negativo del qualcosa nei confronti dell’altro” (543). In questo rapporto, l’essere in sé perde un carattere positivo autonomo, manifestandosi piuttosto come “solamente come negativo di un altro” (471), in un’ulteriore complicazione dove può emergere persino un “negativo di un negativo” (472). La negatività, in particolare quella legata all’“affezione”, possiede una “doppia natura” (429) e il processo dialettico richiede di “conservi il momento negativo” (382) per giungere a un risultato. La riflessione si interroga infine sul “percorso” intrapreso e sul significato dell’esistenza (21), riconoscendo la possibilità di ritornare sugli argomenti “con Maggiore chiarezza” (472).


5 L’essere qualitativo e la determinazione reciproca del qualcosa e dell’altro

Un’indagine sul costituirsi dell’identità attraverso la relazione e la negazione.

Il discorso esplora la natura dell’essere qualitativo, mostrando come l’identità di un “qualcosa” non sia autonoma ma si costituisca essenzialmente nella sua relazione con un “altro”. L’essere non è una “semplice positività” (29) o un “interno semplice” (103), ma si rivela come una determinazione che sussiste nella negazione dell’altro: “il suo essere consiste soltanto nel negare l’altro” (441). Questo rapporto non è meramente esterno, poiché “l’altro è interno ed esterno e il qualcosa ha il suo essere soltanto in” (465) questa dinamica. La determinazione e l’altro, pur essendo “differenti l’una” (321) e “insensibili l’una all’altra” (324), sono al contempo in un’unità essenziale, dove “l’in sé nel semplice qualcosa [è] essenzialmente in unità con l’altro suo” (181). Ne risulta che l’indipendenza del qualcosa non è più “una Indipendenza indifferente all’altro Ma è un’indipendenza soltanto in quanto” (549) si rapporta ad esso. Il processo attraverso cui questo avviene è un “abolire” che “è in lui come negazione semplice cioè come la sua negazione dell’altro qualcosa esterno a” (527), indicando come la relazione definitoria sia attiva e costitutiva. Persino il percorso logico che conduce a questa comprensione è presentato come un movimento immanente, di cui “però non se ne rende conto bene per lui il principio è il semplice porre” (28).


6 L’alterazione come affezione e determinazione del qualcosa

Un’indagine sul rapporto tra mutamento interno, vulnerabilità ontologica e la struttura del concetto, a partire dalle riflessioni hegeliane e kantiane.

Il testo esamina la natura dell’alterazione, distinguendola dalla semplice modificazione esterna per definirla come un processo appartenente all’“affaticamento” e all’“affezione” interna del qualcosa (311, 309, 348). Questo processo è legato alla “determinatezza” e a una “esteriorità interna” che costituisce la vulnerabilità del concetto stesso (358, 211). L’analisi procede distinguendo tra “essere per altro” e un’alterazione più profonda che appartiene “al concetto interno” (405). Il discorso si collega al tema dell’essenza, intesa come “concetto della cosa” e sue caratteristiche fondamentali (192, 482), e alla questione della “sostanza” nella storia della filosofia (73, 77). Viene discussa la posizione di Kant, in particolare l’idea che la libertà umana sia legata alla sua “naturalità” (234, 123), e l’attenzione filologica rivela come la scrittura hegeliana utilizzi il maiuscolo per termini come “Zvai” o “Due” per sottolinearne il peso concettuale (477, 479, 474, 476, 478). La sintesi è che determinazione e affezione sono presentate come “due forme dell’essere” in una relazione di continuità (320, 396), dove il “significato proprio veramente filosofico” di “in sé” va ricercato “nel concetto” (132).


7 Il rapporto dialettico tra il Qualcosa, l’In-sé e l’Alterità

Un’indagine sulla struttura interna della determinatezza, dove l’identità a sé si costituisce e si preserva attraverso la relazione con l’esterno.

Il testo esplora la natura del “qualcosa” e del suo “esserci” attraverso la dinamica con l’“altro”. L’analisi si concentra sul concetto di “in-sé”, mostrando come esso non sia statico ma coinvolga un’alterità interna. Si afferma che “l’affezione è l’alterità ma è l’alterità interna al Qualcosa” (352). Questa alterità non è solo esterna, poiché inizialmente “l’alterità ce l’aveva in lui” (446), ma è un momento costitutivo. Il movimento descritto mostra come il qualcosa, “contro il suo intreccio con altro da cui venga determinato”, in realtà “rimane conforme nel suo esserci si conserva” (198) e “nella sua uguaglianza a sé la fa valere” (206). La relazione non è puramente esterna, in quanto “l’altro è contro il primo qualcosa solo esternamente” (509), ma implica un’assunzione attiva, un “rapporto con un altro esserci includendo così l’altro” (368). Questo processo è talvolta descritto in termini di assimilazione: l’in-sé non è semplicemente contrapposto, ma l’altro “viene assorbito cioè viene proprio messo in pancia diciamo così divorato” (146). Emerge una distinzione tra “una alterità che è identica all’in sé e un’alterità che è un altro qualcosa” (469). La conclusione logica è che il qualcosa, attraverso il rapporto con l’altro, viene ulteriormente determinato, e “la determinatezza insinua l’essere altro nell’essere in sé” (347), portando a una seconda negazione che “è l’alterità” (463) che ora occupa il posto dell’in-sé stesso.


8 La natura relazionale del qualcosa e la sua determinazione esterna

Un’indagine sulla costituzione dell’ente determinato attraverso la sua relazione costitutiva con l’alterità e la dipendenza da fattori esterni.

Il testo esamina la struttura del “qualcosa” come ente che non sussiste in isolamento, ma la cui essenza è definita dalla relazione con un “altro”. Questa dinamica è presentata come una differenza che “comprende ugualmente l’essere altro” (513), dove “ogni qualcosa è indifferentemente qualcosa e altro” (513). La determinazione del qualcosa non gli appartiene in modo immanente, ma è una “determinatezza esterna al qualcosa… che è per un verso è suo esserci ma non appartiene al” suo essere intrinseco (278). Questa esteriorità è cruciale, poiché “qualcosa faceva parte della sua dimensione esterna” (407), e l’altro è inizialmente colto come un “altro qualitativo fuori di lui” (442). La discussione procede con esempi concreti, come la relazione tra “la tovaglia con la luce che è altro dalla tovaglia perché la tovaglia non è luminosa” (59), o il “rapporto della tovaglia anche con i miei occhi che non sono la tovaglia” (60), per illustrare questa dipendenza costitutiva. Un altro esempio sviluppato è quello della vulnerabilità della specie: “gli animali sono vulnerabili ad altri virus quindi le loro affezioni non dipendono semplicemente dall’esterno ma Dipende da” una costituzione interna che li rende recettivi (390), paragonata alla suscettibilità umana a certi virus (389). Il processo logico tende verso una “semplificazione” che “arriva una volta che arriva la determinazione unica” (582), un termine unico che esprime “l’intera dinamica” (593), culminando nel superamento della differenza puramente qualitativa per cui “l’esserci il qualcosa in generale è posto” (425) proprio attraverso quella stessa differenza (413, 426).


9 L’interpretazione e la complessità terminologica nella filosofia aristotelica e hegeliana

Un confronto sulle traduzioni e sul mutamento semantico dei concetti di sostanza, determinazione e relazione, attraverso l’analisi di termini greci e tedeschi.

Il testo si concentra sulle difficoltà interpretative e traduttive di concetti filosofici fondamentali. Emerge una riflessione sulla sostanza aristotelica, descritta come “il realizzarsi delle sostanze” (79), che assume però anche “un’accezione spinoziana” (84) e si distanzia dall’idea di un “sostrato ignoto dell’insieme delle qualità” (78). Il dibattito terminologico è centrale: si discute di come un termine possa essere tradotto, notando che “non può essere tradotto con destinazione non c’entra proprio nulla” (223) e che “i termini sono sempre più spessi più complessi” (592). Viene esaminata la dinamica hegeliana della determinazione, dove “la determinazione stessa non è più affermativa è negativa” (448) e si crea una “situazione ambigua” (333) tra unità e separazione. Il complesso rapporto tra essere e nulla viene accennato con l’osservazione che “l’essere esso è un nulla” (516), mentre la relazione tra qualcosa e altro è problematizzata nel passaggio dal suo “essere in sé separato dal suo essere per altro” (483). La ricerca procede con la consapevolezza della difficoltà, tanto che per gli “altri esempi bisogna pescarli altrove” (573), nell’intento di trovare “qualche strada per essere più chiaro” (564).


10 L’essere, il confine e la determinazione dialettica

L’esplorazione del concetto di “in sé” e del suo rapporto dialettico con l’“essere per altro”, culminante nella definizione del confine come momento negativo che unifica e determina.

Il testo analizza la natura dialettica della determinazione, partendo dalla distinzione tra “in sé” e “in lui”. L’“in sé” iniziale è caratterizzato dall’accento sull’essere “in sé stesso” (114), mentre l’“in lui” rappresenta un “interno… anche posto” e “esistente nel qualcosa” (108). Questo passaggio è cruciale, poiché “l’essere in lui contiene anche l’essere per altro” (343). La determinazione diventa così “aperta” (341), in quanto l’“in sé lo è anche in lui [ed] è affetto dall’essere per altro” (341, 359). Questa “affezione” è un punto centrale: “l’affetto… viene da quell’idea” (287) ed è “verissimo” perché segna il momento in cui “l’esteriorità [diventa] esteriore nell’interno” (359). La dialettica procede verso una sintesi: “abolendo l’essere per altro, allora l’essere per altro diventa interno ad in sé” (163). Questo movimento conduce alla definizione del confine, che è “un negativo” (542) e “rappresenta L’essere in sé del qualcosa” (540). Il confine è il punto in cui “questo altro dell’altro… questo altro interno nega l’altro esterno” (583), realizzando “un’unica determinatezza” (540, 554). Esso “indica L’essere in sé rispetto all’essere per altro” (557) e, pur essendo il risultato di una “complessa costruzione” (542), costituisce il momento in cui “la dialettica del confine non è particolarmente difficile” (565), poiché “arrivare al confine è stato difficile” (559) ma ora la determinazione è compiuta.


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