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Capire Hegel 18 | A


1 Il carattere e la determinazione nell’esposizione dialettica

La dialettica come progresso verso il vero valore interno, tra indipendenza negata e apertura all’altro.

Il testo affronta il concetto di carattere e determinazione individuale all’interno di un’esposizione dialettica. Viene sottolineato che “il carattere è diciamo la sua personalità in senso” (656) e che una persona determinata è “una persona convinta… che ha carattere che segue la sua strada” (214). Questo carattere, sebbene sia “determinato benché semplice determinato su cui si fonda” (662), non è rigido, poiché “non gli consente tante cose” (657). Il movimento dialettico fondamentale è descritto come un superamento della mera indipendenza: “Indipendenza è immediatamente negata e il cui senso è di avere la sua cosa il suo essere in un altro” (584). Ciò implica un’“apertura all’altro nel senso della vulnerabilità” (396), dove “ciò che è in uno appartiene anche al suo essere in sé al suo vero valore interno” (526). Il fine di questo processo è “il progresso dell’esposizione dialettica [che] finisce al suo vero valore” (638), distinguendo sempre “che cosa sia” (596) l’essenziale. Viene precisato che l’oggetto di tale esposizione è “il qualcosa vivente cioè… l’individuo vivente” (12), la “singolarità vivente” (20). Un tema minore riguarda la corretta interpretazione di Hegel, avvertendo che “è un’immagine falsa quella di Hegel come storicista” (36), e l’attenzione al linguaggio, notando che Hegel usa spesso derivati, per cui “uso un derivato in italiano quando Hegel ha usato un derivato” (184).


2 Identità e differenza nel pensiero speculativo

La dialettica tra l’identità come semplice essere e la sua necessaria articolazione attraverso la differenza e la negazione.

Il concetto di identità non è un mero “riferimento semplice a se stesso” (100), né è sinonimo di semplice essere (101). Si tratta piuttosto di un’identità che “si differenzia” (622), dove la realtà non è “semplice essere” ma un processo (60). Questo sviluppo mostra come l’identità sia inizialmente solo “formale” (521), per poi rivelarsi come identità di “esterno interno” (522), poiché “questo esterno in realtà è interno” (676). Il movimento speculativo parte sostanzialmente dall’identità per cogliere una “differenza che è una differenza soppressa” (200, 460), dove la singolarità si costituisce attraverso “la negazione della negazione” (399). Il pensiero deve quindi considerare il legame formale dell’identità (515), evitando una “sopravvalutazione” della pura diversità (533), per giungere a un’identità concreta, come quella di uno Stato, che è sia “differenza dagli altri” che “identità” interna (232). Il risultato è un’unità di lati indivisi che promuove l’identità (537), in un divenire dove le determinazioni permangono (667) e dove il nulla propriamente sorge “dallo svanire della loro differenza” (97).


3 L’unità inquieta del divenire: qualcosa e alterazione

La dialettica interna del qualcosa concreto, dove l’identità si costituisce attraverso la negazione e la relazione con l’altro.

Il testo esplora la struttura del divenire concreto, o “alterazione”, distinguendolo dal divenire astratto iniziale. Questo divenire ha per momenti non più l’essere e il nulla, ma “dei qualcosa” (131) essi stessi, che sono “una negazione della negazione” (155). Il “qualcosa” è presentato come l’unità concreta che contiene in sé i suoi momenti differenziati: “ciascuno contiene Perciò in lui anche il suo momento diverso da lui” (455, 467). Questa condizione è contraddittoria: il qualcosa è separato dall’alterazione, ma al tempo stesso deve negare questa separazione per affermare la “loro unità nell’unità dell’esserci” (455). L’alterazione è quindi un mutare i cui termini sono già determinati, dove “l’altro… non ha nessuna determinazione diversa” (406) in modo assoluto, ma in una relazione di reciprocità (“Alter alterum”) (276). Il movimento complessivo mostra il passaggio da un’individualità elementare a una “singolarità” (48) più complessa, dove i differenti, pur nella loro indipendenza, “finiranno in unità” (496). Il linguaggio riflessivo dominante tende a considerare questi momenti “solo al di fuori della loro unità”, mentre nella loro “unità inquieta nel divenire” (469) essi sono in perpetuo sorgere.


4 La determinazione negativa nell’essere e il concetto di verità

L’analisi del momento negativo e della sua mutazione in costituzione, attraverso il processo della negazione della negazione.

Il testo esamina la natura della determinazione all’interno dell’essere, partendo dalla considerazione che “altro è l’elemento negativo è la determinatezza” (205) e che questo negativo iniziale “al massimo era la negazione prima” (261). Questo elemento non statico subisce una trasformazione, poiché “la sua determinazione… altrettanto muta in affezione” (210) e “scusa… la sua Costituzione la sua destinazione” (211), in un processo che viene identificato come il passaggio “dalla negazione della negazione” (410). Il risultato è un “essere che si è rafforzata per dir così attraverso la negazione del negativo” (103). Il discorso tocca quindi il tema della verità, definita come “l’idea di corrispondenza tra concetto ed effettività” (531) e non come “interiorità che non si manifesta” (530), poiché una determinazione svuotata di questo rapporto è “prive di verità” (561). La riflessione si muove all’interno di una “relatività nascosta” (626) dell’essere, dove le determinazioni, come “accenti” (472), si conservano in un “riferimento a sé” (170, 174). L’analisi conclude richiamando la nozione di “affezione” come carattere esteriore (680) e riconducendo la struttura logica alla filosofia di Spinoza (680).


5 La natura interna e i limiti del determinare

Un’indagine sui fondamenti logici della determinazione, tra carattere, costituzione e l’impossibilità della cosa in sé.

Il discorso si sviluppa attorno al concetto di determinazione interna, partendo dalla nozione di “carattere” inteso come “una consistenza interna” (659) e “una determinatezza” (658). Questo si collega all’idea di “Costituzione”, definita come “la legge interna principale di uno Stato”, ovvero “la figura interna” (219). Tale determinazione interna viene esaminata anche nella sua accezione negativa, come “la determinazione negativa interna all’esserci” (258). Il processo del determinare incontra un limite fondamentale nella “cosa in sé”, la cui definizione si rivela problematica: chiedere “che cos’è la cosa in sé” significa chiedere “la cosa astratta da ogni determinazione” (553, 554), il che conduce o a “un’immagine concreta della singolarità non un’immagine sensibile” (57) o a una risposta insensata (552, 557). Questa aporia nasce perché concetti come “cosa in sé”, privati di determinazioni, “non sono che astrazioni vuote e prive di verità” (560). Il pensiero si muove quindi in una dialettica dove le determinazioni coesistono con i loro opposti: “le cose sono il contrario di se stesse” (203) e l’unità si differenzia (223). In questo contesto, termini come “limite” e “termine” rivelano una duplicità di significato, poiché “termine corrisponde a grenze (689) e “limite ha come secondo significato difetto” (688), collegandosi all’idea di “barriera” (235). L’identità stessa non è un semplice “riferimento a se stesso” (100), ma si articola in questa dinamica dove il differente “si mostra come non differente” (62). L’intera riflessione, che l’autore definisce un “discorso che fa a conferma” (624), rimane entro un orizzonte di “metafisica” (624).


6 La relazione dialettica tra finito, infinito e natura nello spirito

Un’indagine sulle determinazioni dell’essere e sull’esteriorità come momento necessario del pensiero.

Il testo esamina la dinamica tra il finito e l’infinito, negando un rapporto di semplice produzione dove “con il finito è posto l’infinito però non c’è un rapporto di produzione” (616). L’infinito non è un prodotto del finito, poiché “il finito Non produce l’infinito non lo pone nella sfera dell’essere” (588). Questa relazione si articola nella sfera dell’esserci, dove “l’esserci non fa che uscire dal divenire oppure con il qualcosa è posto un altro” (587), e coinvolge determinazioni riflettenti che “sebbene rinino essenzialmente l’una all’altra” (590). Un tema centrale è la natura come “l’altro dello spirito” (327, 320), definita come “esteriorità in sé per sé” (337) e distinta dalla “sfera delle sostanze seconde che non è nient’altro che la sfera dell’universale” (55). Il percorso speculativo muove “dal qualcosa” (313) verso la considerazione di questo “altro” (315), affrontando il problema del tempo come “l’uscire da sé andando all’infinito” (339). La discussione tocca anche la logica del fondamento, dove “il fondamento pone ciò che ne viene fondato” (583), e la struttura della negazione dialettica (345). Emerge infine una domanda paradossale, “una domanda formulata In modo tale da non poter aver risposta” (556), che segna i limiti di questa indagine.


7 L’essere e il movimento dialettico: dall’immediatezza alla relazione interna

La dinamica interna del qualcosa e la sua relazione costitutiva con l’altro, attraverso il processo che supera l’immediatezza.

Il testo esamina il movimento interno che conduce da un essere immediato a una forma di essere mediata, poiché “l’essere immediato… è sempre senza riferimento” (431). Questo processo è fondamentale, in quanto “si inizia appunto eliminando” (79) l’immediatezza, che significa dimenticare il processo da cui proviene (78). Il percorso analizza il “qualcosa”, che inizialmente possiede qualità esterne, “cioè qualcosa che è per noi” (197), per giungere alla comprensione che la sua vera natura è relazionale. Si arriva così alla nozione che “l’essere per altro è un fenomeno interno al qualcosa” (630), manifestandosi “all’interno dell’essenza” (627). Questo “altro” a cui il qualcosa si rapporta “non è suo e non di meno differente da lui” (385), in un movimento vitale di “andare e del tornare” (90). La conclusione è che “ciò che è in uno appartiene anche al suo essere in sé al suo vero valore interno” (526), stabilendo un’unità in cui l’esteriorità (come “spazio tempo e materia” (338)) è superata a favore di una vitalità interna e di una relazione costitutiva.


8 L’alterità e l’identità nella determinazione dialettica

Un’indagine sul mutamento come negazione interna e sulla persistenza dell’identico attraverso la relazione con l’altro.

Il testo esamina la struttura dialettica per cui un qualcosa, nel rapporto con l’altro da sé, subisce un’alterazione che è al contempo una negazione di tale alterità, riaffermando la propria identità. Si parte dalla definizione di un esserci determinato, che non può restare “determinato solo come un esserci che non sia al di fuori di un esserci” (300), evidenziando come la determinatezza implichi sempre un riferimento a un altro. Questo “altro appare fuori dal primo esserci” (293) come una “determinazione estranea” (293), stabilendo una dualità (A e B) in cui “a è ugualmente l’altro di B entrambi sono altri nello stesso modo” (279). Il processo centrale è l’alterarsi, inteso come “trasformarsi mutare” (182). Tuttavia, questo mutamento contiene un paradosso: “ciò che si nega ciò che si altera” (370, 405), perché nel diventare altro, il qualcosa nega la propria determinazione precedente. Ne emerge che “l’altro che si altera resta lo stesso” (381), poiché “l’altro per sé resta identico a sé perché quello in cui” (405) si altera è comunque il suo proprio essere. La mediazione è chiave: è “mediazione con sé” (98) e rappresenta il “passaggio tra momenti differenti” (118), un “gioco formale” (348) che supera la separazione. Il risultato è che la determinatezza dell’altro svanisce, rivelando che ciascuno “è ugualmente un altro” (271) e che l’essere in sé è “unit[o] a una determinatezza” (222). Il momento finale è di congiunzione, dove il qualcosa, nel suo essere per l’altro, ritrova sé come “qualcosa identico con il suo in sé” (628).


9 La struttura triadica della Scienza della logica: dall’essere all’essenza al concetto

Un percorso attraverso le determinazioni fondamentali del pensiero, dalla riflessione interna alla sua effettiva realizzazione.

Il testo si articola attorno alla struttura della Scienza della logica, suddivisa nelle tre sezioni dedicate alla “logica dell’essere”, alla “logica dell’essenza” e a quella del “concetto” (540). La trattazione si concentra particolarmente sulla “logica dell’essenza”, dove “domina la riflessione” (577), esplorando le determinazioni riflessive come l’interiorità e l’esteriorità. Quest’ultima, in particolare, viene definita “una determinazione riflessiva all’interno dell’essenza” (542) e rappresenta “la prima forma della dell’effettività della realtà” (529). Il discorso mette in luce la tensione tra concetto ed effettività, criticando quei “concetti senza nessuna effettività” (562) e l’idea di un’interiorità che pretende di “vantare un interiorità eccelsa che però poi non ha nessuna esteriorità” (528). Il movimento dialettico fondamentale è quello del “porre” e dell’“essere posto”, che caratterizza la relazione all’interno dell’essenza: perché essere posto viene da porre porre è il (608). Il concetto è presentato come il momento di sintesi e concretezza, “il raccogliersi dallo scindersi” (566), dove le determinazioni trovano il loro “nesso interno” (566). La transizione verso il concetto segna un passaggio cruciale, uscendo “completamente fuori dalla grazia di Dio” (221), per approdare a una forma di pensiero autonoma e internamente concreta (565).


10 Traduzione e ambiguità del concetto di confine in filosofia

Un’indagine sulle sfumature semantiche tra “Grenze”, “Schranke” e le loro possibili traduzioni italiane, rivelando la complessità filosofica racchiusa nella nozione di limite.

Il dibattito centrale ruota attorno alla corretta resa in italiano dei termini tedeschi “Grenze” e “Schranke”, spesso entrambi tradotti con “confine” o “limite”. Le frasi mostrano una riflessione serrata sulla scelta tra “termine” e “limite”: mentre “grenze fondamentalmente è confine cioè il convine tra gli” (685), per “limite non intendiamo soltanto un confine ma intendiamo anche una” (247) caratteristica o potenzialità. La difficoltà emerge chiaramente quando si osserva che “limite ha come secondo significato difetto termine ha” (688) un significato diverso, e che “terminè corrisponde a grenze” (689) ma non a “shrank”, che “vuole limite” (250). Questo sforzo traduttivo non è fine a sé stesso, ma mira a cogliere una specificità concettuale, poiché “il confine è non solo ciò che mi tiene lontano l’altro ma è al tempo” (230) stesso qualcosa di più. L’operazione coinvolge il pensiero di Aristotele, sebbene l’interesse dichiarato non sia “una filologia di Aristotele” ma “mostrare che in Aristotele la singolarità” (53) si esprime attraverso queste determinazioni. Il problema tocca anche la natura della definizione, in cui “nella definizione sono contenuti diciamo in modo negato in modo potenziale” (620) gli elementi, e investe il rischio di fraintendimento, come quando si afferma che tradurre “grenze con termine tratta di un errore” (236). La discussione include persino giochi di parole intraducibili, notando che “effetto in tedesco si dice Wirk causa si dice” (585), a sottolineare la distanza tra le lingue. L’obiettivo finale sembra essere quello di assegnare un “significato particolare” (669) a ciascun termine, riconoscendo che “grenze” può avere anche un “significato positivo” (242) e che la scelta di “termine” per “grenze non sarebbe male” (242), pur nella consapevolezza che “è chiaro che termine corrisponde a grenze e” (689) la soluzione non è perfetta.


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